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Perché il chavismo è tornato a vincere in Venezuela?

“Il chavismo ha vinto allora”

di Marco Teruggi – Telesur 

(traduzione di Francesco Monterisi)

Alcune analisi di destra e di sinistra concordano su un punto: il chavismo non avrebbe più la forza di combattere. Il movimento storico sarebbe un’immagine sbiadita di ciò che fu, con capacità per alcuni ultimi sganassoni a vuoto in una lotta già persa,  o al punto di cadere per un furioso KO o sovraccumulazione di colpi. Così lo ripetono, da diversi anni, sempre più sicuri, e da questa certezza derivano conclusioni che scrivono in articoli o proiettano in piani per il definitivo ritorno al potere politico.

La realtà, invece, nelle elezioni elettorali, gli toglie ragione e capacità politica: il chavismo non solo ha forza, ma ottiene anche immense vittorie elettorali. Questa domenica è stata una nuova prova di ciò,  al rimanere nelle sue mani 18 dei 23 governatori in gioco. Un risultato contrario alle previsioni ripetute da un’opposizione trionfalista, dai mezzi di comunicazione dominanti che avevano fatto il vuoto intorno alla gara elettorale, e ora non sanno come spiegare quanto successo, se non con -la prevedibile ed insostenibile- denuncia di frode o il non riconoscimento dei voti fino al riconteggio. Diranno che ci sono state frodi lì dove hanno perso e riconosceranno i risultati dove hanno vinto?

Il chavismo ha vinto allora. L’iniziativa politica è dalla sua parte: ha l’Assemblea Nazionale Costituente in esercizio, con la legittimità d’origine di più di otto milioni di voti e una mappa di governatorati a suo favore. La destra è stata duramente colpita. Da un lato, l’ala insurrezionale/armata, centralmente  Voluntad Popular (VP) e Primero Justicia (PJ), ha aggiunto la sua sconfitta di ieri a quella di luglio. VP è rimasta senza governatorato e PJ ha perso Miranda, lo stato governato dal suo principale, dirigente Capriles Radonski. Per quanto riguarda l’Acción Democrática, più propensa ad una strategia elettorale, è rimasta con quattro governatorati, senza divenire un’alternativa/minaccia al chavismo.

Significa che la destra ha sofferto due sconfitte consecutive in tre mesi, le sue due ali sono rimaste ferite gravemente ed i suoi leader hanno dimostrato di non avere leadership. La sua dipendenza dagli USA ed alleati, come l’Unione Europea, diventa allora maggiore. I segnali da là si sono messi in moto ancor prima di domenica – già anticipavano il risultato? – con l’installazione dell’illegale Corte Suprema di Giustizia nella sede dell’Organizzazione degli Stati Americani. È una certezza: il chavismo combatte contro gli USA. Se fosse solo una questione nazionale l’avversario politico sarebbe piccolo, quasi senza possibilità.

Questo non significa sottovalutare le possibili reazioni che possano scatenarsi all’interno del Venezuela, articolate a livello internazionale. La mappa dei governatorati mostra che la destra è rimasta con zone strategiche: di confine e petrolifere. In uno schema di logoramento ed assalto, dove gli attacchi alternano tra l’economia e la violenza politica, ciò può indicare che, in questi territori e nodi economici, potrebbero approfondirsi alcuni dei colpi più forti. È certo che attaccheranno di nuovo, il conflitto alterna tra le sue forme, mai si ferma.

Il chavismo, da parte sua, rimane con la ratifica dell’iniziativa politica nelle sue mani e l’urgenza di risolvere la guerra/crisi economica. Il risultato di ieri ha dimostrato che il tempo della politica può imporsi sul tempo dell’economia al momento di votare, ma  tale logoramento economico rappresenta un’erosione permanente nella vita della gente comune, nelle soggettività, nella battaglia cultura. E così come la direzione ha ratificato la capacità di risolvere il conflitto politico e portarlo ai voti piuttosto che alla morte, ha anche dato segnali della sua grave difficoltà nel risolvere tali necessità economiche. È a causa di un problema di modello, di corruzione, di attacchi internazionali? Una miscela di tutto questo?

È qui che si deve porre forza, la rettificazione interna e le alleanze internazionali – quest’ultimo sembra più avanzato, in particolare con le alleanze russe/cinesi/indiane. La maggioranza della popolazione, come dicono i voti, vuole che sia questo governo, questo progetto storico, quello che risolva i problemi che il paese deve affrontare. La destra continua senza poter costruirsi  come una valida alternativa, come una proposta di paese credibile, una soluzione alle difficoltà, prodotto della sua propria incapacità politica, di leggere la società venezuelana, capire le ragioni del chavismo, i territori e passioni da dove è nato e si rinnova questo movimento storico.

Se si misura in termini elettorali, non c’è molto tempo. Le elezioni dei sindaci dovrebbero essere a breve e le elezioni presidenziali entro un anno. Con i risultati dei governatorati come indicativi, significa che il chavismo ha la possibilità di mantenersi – l’economia sarà chiave – e la destra è di fronte a più incertezze che certezze. Ciò potrebbe tradursi nel fatto che cerchino di accelerare le azioni, sia per riprovare un’uscita di forza, o per acutizzare il logoramento della popolazione, il caos nella vita quotidiana. Uno dei piani della destra è peggiorare il quadro generale per arrivare alle battaglie elettorali con il maggior logoramento possibile e  tradurre il malcontento in voti. Finora ha funzionato solo nelle elezioni legislative del 2015 – non è l’unica spiegazione di quei risultati.

Come si sa, le elezioni sono un momento dentro il progetto bolivariano, che mira a costruire il socialismo del XXI secolo -un orizzonte sfuocato in questa fase. Vale a dire che la rivoluzione è più delle indispensabili vittorie alle urne, è centralmente una costruzione di potere popolare territoriale, economico, di una nuova istituzionalizzazione comunitaria. Lì deve tornare a porsi lo sguardo e articolarlo insieme con quello economico. Il popolo venezuelano ha dimostrato aver la capacità di resistere alle provocazioni armate della destra, affrontare il peso dell’economia e fare i primi passi per la società a venire. Radicalizzare la democrazia potrebbe essere uno dei compiti di questa fase.

Il Venezuela, contro le previsioni di coloro che poetizzavano la sua caduta -riprendendo l’immagine scritta da José Martí-, è in piedi e ha dato una storica lezione: si può affrontare questa nuova forma di guerra e vincere. Ciò rappresenta una vittoria nel soggettivo, un messaggio verso l’esterno, un altro segno che l’eredità di Hugo Chávez ed il percorso da protagonista della rivoluzione si sono radicati nelle profondità del popolo umile e da quelle zone nasce la forza nei momenti più difficili.

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