RAPPORTO DA TEHRAN SOTTO LE SANZIONI AMERICANE (English version available)

 di Diego Siragusa

Conoscevo la storia dell’Iran contemporaneo, almeno dal colpo di stato contro Mossadeq fino a oggi, e, soprattutto, avevo seguito con passione  la vicenda della rivoluzione popolare contro lo scià Reza Pahlevi. L’invito rivoltomi dall’Università di Tehran, per un incontro tra addetti ai lavori sul tema del DECLINO DELL’EGEMONIA USA E LE VOCI DI RESISTENZA, non mi ha trovato impreparato. I miei interlocutori conoscevano i miei lavori, libri e articoli, e, in particolare, il mio impegno accanto alla resistenza palestinese a cui l’Iran postrivoluzionario ha sempre dato il proprio sostegno.

A causa di un ritardo dell’aereo partito da Milano Malpensa, ho perso a Doha, in Qatar, la coincidenza per Tehran. Trascorro la notte in un lussuoso albergo e, alle 5 del mattino, ritorno in aeroporto per raggiungere Tehran con un altro volo. Durante il viaggio rivedo la mia relazione di circa 20 minuti sul tema che mi era stato proposto.

All’aeroporto Komeini mi aspetta una persona che, per riservatezza, chiamo Hossein. Molto gentile, mi prende la valigia, mi conduce in hotel e sarà il mio accompagnatore fisso per 5 giorni. Mi promette che, in serata, mi porterà a visitare la MILAD TOWER che domina su tutta la città.

Sapevo alcune notizie su questa torre, alta 435 metri, grazie al mio amico Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’ANSA, autore di un pregevole libro che ho recensito nel mio blog: L’iran svelato. Fabrizio racconta la storia della fornitura degli ascensori che fu affidata a una ditta italiana per il valore di 9 milioni di euro. Purtroppo, a causa delle sanzioni imposte all’Iran dagli Stati Uniti, col consenso gregario degli stati europei, l’Italia perse questa fornitura importante. Subentrò una ditta tedesca la quale, richiamata all’obbedienza atlantica dalla signora Merkel, dovette, pur essa, soccombere. Conclusione: una ditta giapponese si aggiudicò la fornitura.

Hossein è orgoglioso della Milad Tower. “L’abbiamo costruita noi iraniani – mi dice – . Tra diversi progetti che sono stati presentati, il migliore era il nostro.”

(I vari progetti di torre)

Ha ragione ad essere orgoglioso, in effetti, il progetto realizzato è il migliore. La torre accoglie diverse sale espositive con opere d’arte e installazioni con manichini di silicone creati con notevole verosimiglianza che riproducono personaggi emeriti della storia persiana: poeti, scienziati, scrittori, atleti, uomini politici e personaggi del clero sciita.

Tehran è una città abitata da circa 8.600.000 persone. Pulita e ben ordinata. Niente scritte sui muri, niente spazzatura. La manutenzione dei viali, dei parchi e dei giardini è costante. Le grandi arterie stradali l’attraversano facilitando il traffico che, verso le ore 17, diventa piuttosto intenso. Osservo che un grande boulevard è dedicato a Nelson Mandela e all’Africa. Hossen mi informa che c’è una grande strada dedicata a Bobby Sands, il militante nordirlandese membro della Provisional Irish Republican Army, morto il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame condotto ad oltranza per protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani. Ne parla con orgoglio Hossein, come per dirmi che l’Iran è vicino ai combattenti dell’indipendenza.

Nella città, spesso in prossimità degli incroci stradali, vi sono delle nicchie col ritratto di ufficiali e soldati semplici morti da martiri durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, combattuta dal settembre 1980 all’agosto 1988.

Da quasi 40 anni gli Stati Uniti, e i loro più fedeli alleati, tentano di mettere l’Iran in ginocchio con le sanzioni ma ottenendo deboli risultati. I negozi della città sono pieni di merci, la motorizzazione estesa, rarissimi i mendicanti. L’hotel che mi ospita è lussuoso ed efficiente. Nei ristoranti, spesso affollati, non manca nulla. La Russia, la Cina, l’India, la Corea del Sud e altri paesi si sono sostituiti all’occidente vanificando in buona parte gli effetti delle sanzioni. In questi giorni, il presidente Trump suona le trombe del ripristino duro delle sanzioni che Obama aveva attenuato. Avverto una certa preoccupazione alla quale gli iraniani reagiscono con l’orgoglio e manifestazioni di resistenza. In ogni caso l’ONU ha redarguito le sanzioni in generale ma, soprattutto quelle che riguardano i pezzi di ricambio degli aerei e del macchinario sanitario. L’ONU mette in guardia dal rischio di mettere a repentaglio la sicurezza dell’aviazione civile e di colpire le strutture sanitarie pubbliche che usano macchine sofisticate nelle loro attività terapeutiche. Ma il presidente Trump se ne infischia e prosegue nella sua attività di demolitore di ogni forma di dialogo.

Sabato 4 novembre  

(L’ingresso dell’abitazione di Komeini)

Al mattino visita al quartiere Jamaran, famoso perché qui vi abitò l’imam Komeini. Hossein, che è molto religioso e devoto dell’imam, mi conduce dentro la casa del simbolo della rivoluzione iraniana. Komeini viveva in poco spazio, semplicemente, mangiava pochissimo e in questa modesta casa ricevette il presidenye sovietico Michail Gorbačëv. Al piano inferiore c’è un piccolo museo con molti ritratti e cimeli dell’imam. Mi colpisce la foto di Komeini assiene a mons. Hilarion Capucci, amico mio e indimenticabile combattente della causa palestinese.

(Komeini e mons. Capucci)

Subito dopo, Hossein mi porta a visitare L’EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di di Reza Shah. L’edificio fu terminato nel 1937 con una struttura per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all’esterno le urla dei prigionieri torturati. Hossen mi presenta al direttore del Museo che mi accompagna nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono  in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani.

Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi osservo le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della spietata polizia segreta, la famigerata SAVAK addestrata dal MOSSAD, l’altrettanto famigerato servizio segreto israeliano. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all’inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. E’ ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti.



Domenica 4 novembre

Al mattino è prevista una grande manifestazione per ricordare il 39esimo anniversario dell’assedio dell’ambasciata americana a Tehran e l’ostaggio dei diplomatici. Decine di pullman hanno portato i manifestanti nelle piazze. Sorprendente è il muro perimetrale della ex ambasciata: uno spazio immenso riservato a Sua Maestà gli Stati Uniti d’America che con lo scià Reza Pahlavi oggettivamente controllavano l’Iran permettendo alle corporations americane e inglesi enormi profitti con l’estrazione del petrolio che Mossadeq aveva nazionalizzato, sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company, e destinando i profitti al popolo iraniano. Un caso da manuale di imperialisno fase suprema del capitalismo, per dirlo con Lenin.

(Mossadeq)

Appena nominato Primo Ministro, Mossadeq mantenne le promesse, sciolse l’Anglo-Iranian Oil Company e costituì la National Iranian Oil Company. Per ritorsione la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che erano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale. La questione divenne competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossadeq si recò a New York per difendere il suo Paese e ottenne una vittoria diplomatica sull’Inghilterra. Proseguì il suo viaggio in America con una visita a Washington dove incontrò il Presidente Truman. Per la sua vittoria all’ONU fu proclamato “Uomo dell’anno 1951” dalla rivista “Time”.

A causa della crisi economica e delle resistenze alle sue riforme per modernizzare il Paese, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati, e, in particolare, dal clero sciita guidato dall’Ayatollah Kashani. Grandi latifondisti e religiosi, che gestivano immense proprietà, si allearono contro Mossadeq che, nell’agosto del 1953, fu destituito con un colpo di stato militare favorito da un’operazione dei servizi segreti americani e britannici, denominata “Operazione Aiace”. Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi è considerato tra le cause della radicalizzazione della rivoluzione islamica, che raggiunse l’apice nella crisi degli ostaggi dell’Ambasciata americana.

(L’ingresso della ex ambasciata americana a Tehran)

Le strade e le piazze attorno alla ex ambasciata sono piene di gente con cartelli su cui si legge “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, ABBASSO GLI STATI UNITI, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.Vedo tantissime donne e ragazze che indossano il chador il quale, abolito dallo scià, era diventato per contrasto uno dei simboli della rivoluzione su sollecitazione del clero sciita che lo volle reintrodurre.


Sul chador occorre fare chiarezza. E’ stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l’Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la  religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato.

(Donne col chador e col foulard)

Osservo che le donne sono presenti in modo notevole nelle attività produttive e nei servizi pubblici. Le giovani generazioni manifestano un alto grado di istruzione, hanno consuetudine con la lingua inglese e conoscono il resto del mondo tramite la televisione.
Mentre mi portava in hotel, Hossein mi ha chiesto di parlargli di Roma, poi, cambiando discorso, mi ha confessato che gli piace il calcio e lo pratica. “Quand’ero giovane – mi dice – mi piaceva Paolo Maldini.”

(Il generale Mohammad Ali Jafari)

Sul palco degli oratori si alternano vari personaggi. Il Gen. Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo della Guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana, ha fatto un discorso in cui ha promesso che l’Iran “può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto di sanzioni è imminente”.

“Mr. Trump! – ha gridato – Non minacciare mai l’Iran perché i gemiti delle forze americane spaventate di Tabas si possono ancora sentire”, ha detto Jafari, riferendosi alla missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell’Aquila (Operation Eagle Claw).

Riscuote un certo successo un grande cartello che mostra il generale Qassem Soleimani mentre tiene al guinzaglio Trump e Netanyhau, i nemici mortali dell’Iran. “Generale, – recita il cartello – puoi contare su noi studenti.” Soleimani è un mito, è molto popolare, è la mente della difesa nazionale, l’uomo che dirige le operazioni in Siria. Serio, intelligente, taciturno, preparatissimo, è nel mirino dei servizi segreti avversari.

Mentre ci sono le elezioni di medio-termine, che potrebbero cambiare i rapporti di forza nel Congresso americano, Trump fa l’energumeno dichiarando: “Le sanzioni stanno arrivando”, in Iran si risponde con l’immagine di Qassem Soleimani che replica: “Mi batterò contro di te”.

Al telefono un amico mi chiede come va l’economia. Non lo so. Non ho conoscenze sufficienti. So soltanto che ho cambiato 100 euro per 16.000.000 di rial. Sì, avete letto bene: 16 milioni. Il panorama politico e la dislocazione delle classi? Non mi sono ancora occupato di questi argomenti e sbaglierei a formulare giudizi. Chi conosce l’Iran molto meglio di me mi dice che le riforme sono necessarie e vitali, che il processo di espansione della democrazia e della partecipazione non è rinviabile, che vi è una opposizione annidata tra le classi agiate e occidentalizzate che hanno come modello il liberismo occidentale e gli USA. Soprattutto non è ammissibile una repubblica confessionale, teocratica, come Israele che si è autoproclamato lo stato di soli ebrei.

Hossein si avvicina a una giornalista della TV nazionale che sta raccogliendo una serie di interviste. Non so cosa le abbia detto e come mi abbia presentato. La giovane giornalista si avvicina e mi chiede una intervista mentre il cameraman mi inquadra. La conversazione è tutta in inglese. Le domande riguardano la manifestazione, le sanzioni, il ruolo di Obama e quello di Trump, la presenza iraniana e russa in Siria come muro contro la strategia di dominio totale di Israele e dell’imperialismo americano in Medioriente. Mi pernetto di concludere l’intervista esortando gli iraniani a resistere e dichiarandomi favorevole alla loro bomba atomica utile per annullare la minaccia di Israele, già potenza nucleare.

Alle ore 19, ora locale, il telegiornale ha mandato in onda varie interviste, tra cui la mia, ma solo per circa 8 secondi.

 

Lunedì 5 Novembre

Inaspettatamente, gli amici iraniani mi fanno una sorpresa: visita agli studi televisivi di HISPANTV e PRESSTV.  HISPANTV è un canale televisivo iraniano appartenente all’IRIB (la radiotelevisione pubblica) che trasmette in lingua spagnola. Questo canale, creato il 21 dicembre 2011 per rafforzare i legami del governo iraniano con i paesi dell’America Latina, trasmette notiziari, film e programmi di carattere politico. PRESSTV è una rete televisiva in lingua inglese che trasmette informazione 24 ore su 24. Il canale è di proprietà della IRIB, l’Islamic Republic of Iran Broadcasting, ovvero la compagnia di stato dell’Iran responsabile dei media.



Mi presentano i capi redattori che mi illustrano la loro attività dichiarandomi la loro disponibilità alle collaborazioni esterne. Siccome rilascio abitualmente interviste alla radio iraniana in Italia PARSTODAY, mi sembra di aver capito che sono disponibili a ospitare miei commenti o interviste.

La giornata si conclude con un incontro serale col prof. Foad Izadi che mi ha invitato a questo incontro. E’ famoso in Iran e i suoi commenti politici alle varie televisioni, soprattutto  a RUSSIATODAY, possono essere visti tramite Youtube. Ha studiato negli Stati Uniti e mi invita per un prossimo convegno di studi. Auspica da parte mia articoli, commenti, interviste e libri sull’Iran.

Poche ore dopo, partenza per l’aeroporto Komeini e ritorno a casa. Hossein mi accompagna, paziente, mite e gentilissimo. Mi aiuta a portare la valigia sul nastro trasportatore e mi segue  fino al metal detector. “You are my brother” – mi dice salutandomi, sei mio fratello. “Sì, Hossein, anche tu sei mio fratello”.

ENGLISH VERSION

I knew the history of contemporary Iran, at least from the coup against Mossadeq until today, and, above all, I had followed with passion the story of the popular revolution against the Shah Reza Pahlevi. The invitation sent to me by the University of Tehran, for a meeting between experts on the theme of the DECLINE OF USA EGEMONY AND THE VOICES OF RESISTANCE, did not find me unprepared. My interlocutors were familiar with my work, books and articles, and, in particular, with my commitment alongside the Palestinian resistance to which post-revolutionary Iran has always given its support.

Due to a delay of the plane that left from Milan Malpensa, I lost the connection to Tehran in Doha, Qatar. I spent the night in a luxurious hotel and, at 5 am, return to the airport to reach Tehran with another flight. During the trip, I reviewed my 20-minute report on the subject that was put to me.

At Komeini Airport I have a person who, for confidentiality, I call Hossein. Very kind, he takes my suitcase, takes me to the hotel and will be my permanent companion for 5 days. He promises me that, in the evening, he will take me to visit the MILAD TOWER that dominates the whole city.

I knew some news about this tower, 435 meters high, thanks to my friend Fabrizio Cassinelli, journalist of ANSA, author of a valuable book that I reviewed in my blog: L’iran svelato. Fabrizio tells the story of the supply of lifts that was entrusted to an Italian company for the value of 9 million euros. Unfortunately, because of the sanctions imposed on Iran by the United States, with the gregarious consent of the European states, Italy lost this important supply. A German company took over and, having been called to Atlantic obedience by Mrs. Merkel, it had to succumb as well. Conclusion: A Japanese company won the supply.

Hossein is proud of the Milad Tower. “We Iranians built it,” he says. Among the different projects that were presented, the best was ours. “

He’s right to be proud, in fact, the project realised is the best. The tower hosts several exhibition rooms with works of art and installations with silicone mannequins created with remarkable verisimilitude that reproduce characters from Persian history: poets, scientists, writers, athletes, politicians and characters of the Shiite clergy.

Tehran is a city inhabited by about 8,600,000 people. Clean and tidy. No writing on the walls, no trash. The maintenance of the avenues, parks and gardens is constant. The main roads cross it, facilitating the traffic which, around 5 p.m., becomes quite intense. I note that a large boulevard is dedicated to Nelson Mandela and Africa. Hossen informs me that there is a great road dedicated to Bobby Sands, the Northern Irish militant member of the Provisional Irish Republican Army, who died on 5 May 1981 after a hunger strike conducted to the bitter end in protest against the prison regime to which Republican prisoners were subjected. Hossein speaks proudly about it, as  to tell me that Iran is close to the fighters of independence.

In the city, often near the road junctions, there are niches with portraits of officers and ordinary soldiers who died as martyrs during  the war against Iraq led by Saddam Hussein, which was fought from September 1980 to August 1988.

For almost 40 years the United States, and its most loyal allies, have been trying to bring Iran to its knees with sanctions but with weak results. The shops of the city are full of goods, the motorization extended, very rare beggars. The hotel that houses me is luxurious and efficient. Restaurants are often crowded and nothing is missing. Russia, China, India, South Korea and other countries have replaced the West and the effects of sanctions have largely disappeared. These days, President Trump is playing the trumpets of the hard restoration of the sanctions that Obama had eased. I feel some concern to which the Iranians react with pride and manifestations of resistance. In any case, the UNO has reproached the sanctions in general but, above all, those concerning spare parts for aircraft and medical equipment. The UN warns against endangering the safety of civil aviation and affecting public health facilities that use sophisticated machines in their therapeutic activities. But President Trump gives a damn and continues his activity as a demolisher of all forms of dialogue.

Saturday 4 November 

In the morning visit to the Jamaran district, famous because here lived the imam Komeini. Hossein, who is very religious and devoted to the imam, leads me into the house of the symbol of the Iranian revolution. Komeini lived in little space, he simply ate very little and in this modest house he received the Soviet president Michail Gorbačëv. On the lower floor there is a small museum with many portraits and memorabilia of the imam. I am surprised by the photo of Komeini with Msgr. Hilarion Capucci, my friend and unforgettable fighter of the Palestinian cause.

Immediately after, Hossein takes me to visit the EBRAT MUSEUM, a building built as a prison, designed by German engineers and designers in 1932 by order of Reza Shah. The building was finished in 1937 with a structure to prevent any form of escape. The walls are soundproofed to cancel out the cries of tortured prisoners. Hossein introduces me to the director of the Museum who accompanies me on my visit showing me all the cells, the relics of the prisoners, the squalid room of the showers, the rooms of torture with mannequins that show the various techniques of torture to which the prisoners were subjected. In some rooms, short films are shown with interviews with victims who survived detention and torture that tell the violence suffered. Representatives of the Shiite clergy also entered and stayed in this prison: the Ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari and Taleghani.

The Shah’s torturers did not spare the women either. Along the corridors I observe the hundreds of photographs of the inmates, some with signs on the faces of the beatings. This was the reign of the ruthless secret police, the infamous SAVAK trained by MOSSAD, the equally infamous Israeli secret service. One of the leaders of SAVAK, Parviz Sabeti, fled to Israel with his family at the beginning of the revolution and then moved to the United States. He’s still alive, his name is Peter Sabeti, and he’s a building contractor in Orlando, Florida. The fate of the Director of SAVAK, General Nematollah Nassiri, was different. He was arrested and executed in a summary trial together with 438 agents.

Sunday 4 November

In the morning, a large demonstration is scheduled to commemorate the 39th anniversary of the siege of the American embassy in Tehran and the hostage of the diplomats. Dozens of buses took the protesters to the squares. Surprising is the perimeter wall of the former embassy: an immense space reserved for His Majesty the United States of America which, with the Shah Reza Pahlavi, objectively controlled Iran, allowing the American and British corporations enormous profits with the extraction of the oil that Mossadeq had nationalized, taking it away from the Anglo-Iranian Oil Company, and allocating the profits to the Iranian people. A textbook case of imperialist supreme phase of capitalism, to say it with Lenin.

As soon as he was appointed Prime Minister, Mossadeq kept his promises, dissolved the Anglo-Iranian Oil Company and formed the National Iranian Oil Company. In retaliation, Britain froze Iranian funds that were largely in its banks, strengthened its military presence in the Persian Gulf, implemented a naval blockade that prevented the export of oil and ordered a trade embargo. The matter became the responsibility of the United Nations Security Council. Mossadeq travelled to New York to defend his country and won a diplomatic victory over England. He continued his trip to America with a visit to Washington where he met President Truman. For his victory at the UN he was proclaimed “Man of the Year 1951” by the magazine “Time”.

Because of the economic crisis and resistance to his reforms to modernize the country, Mossadeq was abandoned by many of his allies, and, in particular, by the Shiite clergy led by Ayatollah Kashani. Large landowners and religious, who ran huge properties, allied against Mossadeq who, in August 1953, was dismissed by a military coup favoured by an operation of the American and British secret services, called “Operation Ajax”. The role of the United States in the crisis is considered one of the causes of the radicalization of the Islamic revolution, which reached its peak in the crisis of the hostages of the American Embassy.

The streets and squares around the former embassy are full of people with signposts on which you can read “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, DOWN WITH ISRAEL, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.I see many women and girls wearing the chador which, abolished by the Shah, had become by contrast one of the symbols of the revolution at the instigation of the Shiite clergy who wanted to reintroduce it.

The chador needs to be clarified. It has been used in the western press, even with some reasonable motives, to attack Iran and the more remunerated aspects of the Islamic religion towards women. This custom of hiding women in the Middle East is very old and even Plutarch spoke about it in his work Parallel Lives. Today only elderly women, both in urban and agricultural areas, and those who practice religion in the traditional way, wear chadors. The vast majority, however, prefer the ruwsari, the scarf variously colored and drawn.

I note that women are very much involved in productive activities and public services. The younger generations have a high level of education, are familiar with the english language and know the rest of the world through television.
While he was driving me to the hotel, Hossein asked me to talk to him about Rome, then, changing the subject, he confessed to me that he likes football and plays it. “When I was young,” he says, “I liked Paolo Maldini.”

On the stage of the speakers, various characters take turns. Gen. Mohammad Ali Jafari, the commander-in-chief of the Iranian paramilitary Revolutionary Guard, made a speech in which he promised that Iran “can overcome this economic war and the failure of the sanctions project is imminent”.

“Mr. Trump! – cried – Never threaten Iran because the moans of the scared American forces of Tabas can still be heard,” said Jafari, referring to the failed American mission to rescue hostages known as Operation Eagle Claw.

A large sign showing General Qassem Soleimani holding Trump and Netanyhau, Iran’s deadly enemies, on a leash is a certain success. “General,” says the sign, “you can count on us students.” Soleimani is a myth, he is very popular, he is the mind of the national defense, the man who directs operations in Syria. Serious, intelligent, taciturn, well-prepared, he is in the sights of the opposing secret services.

While there are medium-term elections, which could change the balance of power in the U.S. Congress, Trump plays the energetic declaring: “Sanctions are coming,” in Iran people answered with the image of Qassem Soleimani who replies: “I will fight against you.”

On the phone, a friend of mine asks me how the economy is going. I don’t know. I don’t know. I don’t have enough knowledge. All I know is that I changed 100 euros for 16,000,000 rials. Yes, you read right: 16 million. The political landscape and the relocation of the classes? I have not yet dealt with these issues and would be wrong to make judgments. Those who know Iran much better than me do tell me that reforms are necessary and vital, that the process of expanding democracy and participation cannot be postponed, that there is an opposition between the wealthy and westernised classes that have Western liberalism and the USA as their models. Above all, a confessional, theocratic republic such as Israel, which has proclaimed itself the state of Jews only, is not acceptable.

Hossein approaches a national TV woman journalist who is collecting a series of interviews. I don’t know what he said to her and how he introduced me. The young woman journalist approaches me and asks me for an interview while the cameraman frames me. The conversation is all in english. The questions concern the demonstration, the sanctions, the role of Obama and that of Trump, the Iranian and Russian presence in Syria as a wall against the strategy of total domination of Israel and American imperialism in the Middle East. I would like to conclude the interview by urging the Iranians to resist and by declaring myself in favour of their atomic bomb, which is useful for cancelling the threat of Israel, which is already a nuclear power.

At 7 p.m., local time, the television broadcast various interviews, including mine, but only for about 8 seconds long.

Monday 5 November

Unexpectedly, Iranian friends surprise me: visit to the television studios of HISPANTV and PRESSTV.  HISPANTV is an Iranian television channel belonging to the IRIB (public radio and television) that broadcasts in Spanish. This channel, created on 21 December 2011 to strengthen the Iranian government’s ties with Latin American countries, broadcasts news, films and political programmes. PRESSTV is an English-language television network that broadcasts information 24 hours a day. The channel is owned by IRIB, the Islamic Republic of Iran Broadcasting, Iran‘s state media company.

They introduce me to the chief editors who explain their work to me and declare their willingness to collaborate externally. Since I usually give interviews to the Iranian radio station PARSTODAY in Italy, it seems to me that I understand that they are available to host my comments or interviews.

The day ended with an evening meeting with Prof. Foad Izadi who invited me to this meeting. He is famous in Iran and his political comments to various television stations, especially to RUSSIATODAY, can be seen through Youtube. He studied in the United States and invites me to an upcoming study conference. He hopes, on my part, production of articles, comments, interviews and books about Iran.

A few hours later, departure for the Komeini airport and return home. Hossein accompanies me, patient, gentle and kind. He helps me carry my suitcase on the conveyor belt and follows me to the metal detector. “You are my brother”, he says to me. “Yes, Hossein, you are my brother too.”

thanks to: Diego Siragusa

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“Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell’Iran”

Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell'Iran

Il corrispondente della rete Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte dell’edificio che, secondo Israele, è un impianto nucleare segreto.

Il primo ministro del regime israeliano, Benjamin Netanyahu, nel suo discorso tenuto giovedì scorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA), ha dichiarato che l’Iran ha un “deposito segreto” in cui è depositato “una quantità enorme di attrezzature e materiali per il programma segreto di armi nucleari “, mentre mostrava alcuni poster con una mappa e una fotografia di un edificio dall’aspetto innocuo, con il nome “Turquzabad”.

I social network sono stati inondati da battute di utenti iraniani su questa località, essendo Turquzabad (che esiste nei pressi della capitale iraniana, Teheran) uno dei nomi che sono menzionati in Persiano, scherzosamente, in una località remota o , senza importanza e sottosviluppato. Molti hanno suggerito che qualcuno avesse giocato un trucco ai servizi segreti israeliani.

Ecco perché il corrispondente di Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte della suddetta installazione e vedere cosa c’è veramente dentro.

Il giornalista afferma che l’edificio non ha un sistema di sicurezza avanzato, come dovrebbe essere il caso di ospitare un impianto nucleare segreto, e che ha visto solo poche telecamere.

“Qualcuno deve aver ingannato Netanyahu (…) di recente hanno tagliato l’acqua all’edificio per debiti. Chi crederebbe che la bomba atomica sia prodotta qui?” ha raccontato uno dei residenti nel pressi della fantomatica installazione nucleare

Secondo un’altra persona intervistata sul posto, Israele presenta tali accuse in modo che il mondo smetta di concentrarsi su altre cose. Questo regime sa che le persone sono sottoposte a una grande pressione economica ed è per questo che cerca di distogliere l’attenzione e incoraggiare un cambio di sistema nella Repubblica Islamica, ha aggiunto.

Fonte: Euronews
Notizia del:

EU’s special Iran payment channel could take effect before November: Mogherini

European Union foreign policy chief Federica Mogherini looks on during the Women Foreign Ministers' Meeting in Montreal, Canada, on September 22, 2018. (Photo by AFP)
European Union foreign policy chief Federica Mogherini looks on during the Women Foreign Ministers’ Meeting in Montreal, Canada, on September 22, 2018. (Photo by AFP)

EU foreign policy chief Federica Mogherini says the bloc’s initiative to facilitate payment to/from Iran as part of efforts to save the 2015 nuclear deal could be in place before November, when the US is to re-impose the second batch of its anti-Iran sanctions.

Mogherini said Wednesday she believes the “Special Purpose Vehicle (SPV)”, which is aimed at keeping trade with Tehran flowing while the US sanctions are in place, will be established before November even though it is still at an initial stage now.

The plan to create the special payment channel was first announced in a joint statement by Mogherini and Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif on Monday, after a ministerial meeting of Iran and the remaining parties to the nuclear agreement, officially known as the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

“Mindful of the urgency and the need for tangible results, the participants [of the Monday meeting] welcomed practical proposals to maintain and develop payment channels, notably the initiative to establish a Special Purpose Vehicle to facilitate payments related to Iran’s exports, including oil, and imports, which will assist and reassure economic operators pursuing legitimate business with Iran,” the statement read.

“The participants reaffirmed their strong will to support further work aimed at the operationalization of such a Special Purpose Vehicle as well as continued engagement with regional and international partners,” it added.

The statement also said the remaining parties to the JCPOA were determined to “protect the freedom of their economic operators to pursue legitimate business with Iran.”

In her Wednesday comments, Mogherini said the US is still the EU’s strongest ally, but the bloc cannot allow other states to decide with whom European countries can do business.

Mogherini’s remarks come as the EU’s SPV plan has outraged the US officials. Secretary of State Mike Pompeo told a gathering of the so-called “United Against Nuclear Iran” in New York that he was “deeply disappointed” that the remaining countries in the nuclear deal plan to set up a special payment system with Iran to bypass US sanctions.

He also condemned the plan as “one of the most counterproductive measures imaginable”.

In an address to the same meeting, US National Security Adviser John Bolton also blasted the EU plan, and pressed the SWIFT global payments messaging system to reconsider dealing with the Islamic Republic.

He said his country would not allow the EU or anyone else to undermine the “aggressive and unwavering” enforcement of US sanctions on Iran.

“The European Union is strong on rhetoric and weak on follow-through. We will be watching the development of this structure (SPV) that doesn’t exist yet and has no target date to be created. We do not intend to allow our sanctions to be evaded by Europe or anybody else,” Bolton said.

Earlier, the EU also promised to protect firms against the impact of US sanctions for doing business with Iran.

thanks to: PressTv

Israele ha violato l’accordo con la Russia sulla Siria

Sputnik 23.09.2018

L’aviazione israeliana ha ingannato la Russia fornendo informazioni errate sull’area degli attacchi aerei pianificati in Siria il 17 settembre, impedendo così all’Il-20 russo di recarsi in una zona sicura, dichiarava il portavoce del Ministero della Difesa russo Maggior-Generale Igor Konashenkov. Il 17 settembre, il Generale Igor Konashenkov forniva ulteriori dettagli sull’abbattimento dell’aeromobile militare Il-20 russo vicino la Siria. “Oggi, condividiamo informazioni dettagliate sulla caduta dell’aereo Iljushin Il-20 delle forze aerospaziali russe vicino le coste siriana del 17 settembre. Presenteremo un resoconto minuto per minuto di tale tragico incidente sulla base letture radar oggettive, incluse del sistema di visualizzazione delle informazioni aeree Plotto”, affermava. Secondo Konashenkov, l’aviazione israeliana diede alla Russia informazioni fuorvianti sull’ubicazione dei suoi attacchi aerei sulla Siria, impedendo al comandante dell’aereo Il-20 di trasferirsi in una zona sicura e portandolo alla distruzione. “Nei negoziati col canale di de-escalation, il rappresentante del Comando dell’Aeronautica israeliana riferì che gli obiettivi assegnati agli aerei israeliani si trovavano nella Siria settentrionale… Come potete vedere sulla mappa, gli aviogetti israeliani attaccarono Lataqia, provincia occidentale del paese, e non nel nord della Repubblica araba siriana. Lataqia si trova sulle coste. Le informazioni fuorvianti dell’ufficiale israeliano sull’area degli attacchi impedirono all’aereo Il-20 russo di recarsi tempestivamente in un’area sicura”, dichiarava Konashenkov.

Israele notificò alla Russia troppo tardi
Konashenkov riferiva che l’aviazione militare israeliana aveva notificato alla Russia gli attacchi pianificati contro obiettivi siriani contemporaneamente al loro inizio, invece di farlo in anticipo, violando gli accordi bilaterali del 2015 per impedire tali incidenti nello spazio aereo siriano. “Israele non avvertì le forze russe sulle operazioni, ma piuttosto lanciò un avvertimento simultaneamente all’inizio degli attacchi, violando gli accordi. Tali azioni sono una chiara violazione degli accordi russo-israeliani del 2015, volti ad impedire gli scontri tra le nostre forze armate, dentro e sulla Siria, i raggiunti dal gruppo di lavoro congiunto”, dichiarava Konashenkov, aggiungendo che l’IAF aveva più volte creato situazioni pericolose per le forze russe in Siria, sottolineando che Mosca aveva avvertito Tel Aviv sulle sue operazioni aeree nel Paese devastato dalla guerra almeno per 12 volte.

Registrazione audio dell’avvertimento
Konashenkov osservava che il ministero possiede la registrazione audio che dimostrava che l’IAF avvertì i russi del previsto attacco aereo su obiettivi in Siria solo quando l’Il-20 russo fu abbattuto. “La frase era in russo, il Ministero della Difesa russo ne ha la registrazione”, notava.

Israele dimostra negligenza criminale o incapacità
Secondo le nuove informazioni, l’equipaggio dell’Il-20 iniziò un atterraggio d’emergenza dopo essere stato colpito da un missile, coi piloti dei caccia F-16 israeliani che l’utilizzavano come “scudo” contro le difese aeree siriane. Konashenkov spiegava che un aereo israeliano si avvicinò all’Il-20, considerato un altro attacco dai sistemi di difesa aerea siriana. Inoltre smentiva le affermazioni dell’IDF secondo cui i loro aviogetti erano già nello spazio aereo israeliano quando l’esercito siriano lanciò i missili che colpirono l’aereo russo, dicendo che gli F-16 lasciarono l’area solo 10 minuti dopo aver ricevuto le informazioni sull’abbattimento. “I dati oggettivi presentati testimoniano che le azioni dei piloti dei caccia israeliani, che portarono all’omicidio di 14 militari russi, mancavano di professionalità o erano a dir poco dei negligenti criminale. Pertanto, riteniamo che la colpa per la tragedia dell’aereo Iljushin Il-20 russo ricade interamente sulle forze aeree israeliane e su chi decise di compiere tali azioni”, sottolineava Konashenkov. Il portavoce del ministero continuava indicando che gli aviogetti israeliani poteva rappresentare una minaccia per gli aerei di linea quando l’Il-20 fu abbattuto, e notava che la Russia non ha mai violato l’accordo sui voli in Siria con Israele. “Così, gli aviogetti israeliani minacciavano direttamente qualsiasi aereo da trasporto o passeggeri che avrebbe potuto essere in quel momento divenendo vittime dell’avventurismo dei militari israeliani”, aggiungeva Konashenkov.

Golan
Numerose forze filo-iraniane e 24 sistemi lanciarazzi multipli furono ritirati dalle alture del Golan con l’assistenza militare russa, avevaa detto Konashenkov, aggiungendo che ciò permise a Tel-Aviv di escludere completamente il bombardamento del territorio israeliano dall’area contesa. “Attualmente, sei posti di osservazione della polizia militare delle Forze Armate della Federazione Russa sono schierati lungo la linea Bravo, garantendo la sicurezza per il personale della missione ONU”, affermava. I commenti arrivarono pochi giorni dopo che le truppe russe e il personale del Centro di riconciliazione russo per la Siria erano stati schierati nelle zone di disarmo della Siria per contribuire a sicurezza e cessate il fuoco sulle alture del Golan tra Damasco e Tel Aviv.

Abbattimento dell’Il-20
L’Il-20 scomparve dagli schermi radar sul Mar Mediterraneo il 17 settembre dopo essere stato colpito da un missile terra-aria S-200 siriano vicino la base aerea di Humaymim, in coincidenza coi bombardamenti aerei degli F-16 israeliani su obiettivi siriani nella provincia di Lataqia. Poco dopo l’incidente, il Ministero della Difesa russo accusava l’aviazione israeliana di utilizzare l’aereo russo come scudo contro le difese aeree siriane. Mentre esprimeva le condoglianze per la morte dei 14 militari a bordo, Israele accusava ancora la Siria del tragico incidente. Nel frattempo, affrontando l’incidente, il Presidente Vladimir Putin dichiarava che Israele non aveva abbattuto l’aereo russo, ma che una “catena di tragiche circostanze accidentali” aveva portato al disastro. “Le misure di risposta della Russia sull’abbattimento dell’Il-20 saranno dirette principalmente a rafforzare la sicurezza dei militari russi in Siria e delle nostre strutture militari nella Repubblica araba siriana, e saranno passi che tutti noteranno”, sottolineava.

Criminale disinteresse nei rapporti Russia-Israele
RussiaToday 23 settembre 2018

Un resoconto minuto per minuto dal decollo dell’Il-20 mostra la colpevolezza d’Israele e la mancanza di apprezzamento da parte dei suoi capi militari dei rapporti con Mosca, o di controllo degli ufficiali comandanti, dichiarava il Ministero della Difesa russo. “Riteniamo che la colpa della tragedia del velivolo Il-20 russo ricada interamente sull’aviazione israeliana”, dichiarava il portavoce Generale Igor Konashenkov, prima di rivelare un resoconto dettagliato degli eventi che hanno portato all’abbattimento dell’aereo militare russo Il 17 settembre. L’aereo fu abbattuto dalle unità della difesa aerea siriane mentre gli F-16 israeliani l’usavano come copertura durante l’attacco alla Siria. Il rapporto include dati radar e dettagli sulle comunicazioni tra forze militari russe e israeliane e concludeva che “la leadership militare d’Israele non apprezza le relazioni con la Russia, o non ha alcun controllo sui comandi o non comprendono che le loro azioni portarono alla tragedia”. La sera del 17 settembre, l’Iljushin Il-20 russo con 14 membri d’equipaggio sorvolava la zona di de-escalation d’Idlib per una missione di ricognizione, quando 4 caccia israeliani F-16 lasciarono lo spazio aereo del loro Paese sorvolando le acque neutrali del Mediterraneo verso le coste siriane. L’aviazione israeliana diede ai russi meno di un minuto di avvertimento prima di sganciare le bombe plananti guidate, non lasciando il tempo per alcuna manovra di sicurezza, dichiarava Konashenkov, definendo tali azioni “chiara violazione degli accordi russo-israeliani del 2015”. Inoltre, i militari israeliano non diedero l’ubicazione dei propri aerei né specificarono correttamente i loro obiettivi, sostenendo che avrebbero attaccato diverse “strutture industriali” nel nord della Siria, vicino all’area operativa dell’Il-20. La disinformazione spinse il Comando russo a ordinare all’aereo di ricognizione di atterrare sulla base aerea di Humaymim. Gli aviogetti israeliani invece attaccarono immediatamente la provincia siriana occidentale di Lataqia. Le informazioni fuorvianti fornite dagli ufficiali israeliano sull’area degli attacchi non permisero all’aereo Il-20 russo di cambiate tempestivamente per un’area sicura. Una volta che le difese aeree siriane risposero all’attacco, gli aviogetti israeliani attivarono il blocco radar e si ritirarono, apparentemente preparandosi ad un altro attacco. Uno degli aviogetti si avvicinò alla costa siriana, e all’aereo russo che si preparava ad atterrare.
Il pilota israeliano era ben consapevole che l’Il-20 ha una sezione trasversale radar molto più ampia del suo F-16, divenendo “obiettivo preferito” per le unità della difesa aerea siriane, che usano diversi sistemi non compatibili con quelli russi, dichiarava Konashenkov. Quindi, per i siriani, l’aereo da ricognizione poteva apparire come un gruppo di aviogetti israeliani. “Gli aviogetti israeliani videro l’Iljushin Il-20 russo e l’usarono come scudo contro i missili antiaerei, mentre continuavano le manovre nella regione”, dichiarava Konashenkov. Le azioni dei piloti di caccia israeliani, che portarono alla perdita 15 vite russe, sono incapaci o criminalmente negligenti, per usare un eufemismo. Infine, gli aviogetti israeliani portarono a termine le loro manovre nelle immediate vicinanze della base aerea di Humaymim, utilizzata da aerei militari e civili, anche passeggeri, osservava il portavoce del ministero, dicendo che le azioni sconsiderate dei piloti israeliani potrebbero anche minacciare ogni aereo passeggeri o da trasporto nelle vicinanze in quel momento.

Israele ha “violato la linea delle relazioni civili” con “una risposta ingrata”
Il comportamento negligente d’Israele equivale a una flagrante violazione dello spirito di cooperazione tra i Paesi, affermava Konashenkov notando che la Russia non ha mai violato l’impegno nei confronti dell’accordo di deconflitto: ha sempre informato Israele delle proprie missioni in anticipo e non ha mai usato la sua difesa aera contro gli israeliani, anche se i loro attacchi mettevano in pericolo i militari russi. La Russia aveva inviato 310 notifiche al Comando dell’aviazione israeliana, mentre quest’ultima era riluttante a mostrare pari impegno, notificando solo 25 volte, anche se i suoi aviogetti effettuarono più di 200 attacchi contro obiettivi in Siria solo negli ultimi 18 mesi. “Questa è una risposta estremamente ingrata a tutto ciò che è stato fatto dalla Federazione Russa per Israele e il popolo israeliano”, dichiarava Konashenkov. I militari russi sostennero l’operazione militare siriana sulle alture del Golan per “assicurare che non ci fossero più bombardamenti del territorio israeliano”, permettendo così alla missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite di riprendere il pattugliamento del confine contestato tra Siria e Israele dopo “una pausa di sei anni”. La Russia garantì anche il ritiro dei gruppi sostenuti dall’Iran dalle alture del Golan a una “distanza di sicurezza per Israele”, più di 140 chilometri ad est, affermava il portavoce, aggiungendo che ciò avvenne su richiesta di Tel Aviv. “1050 militari, 24 MLRS e missili tattici, oltre a 145 mezzi furono ritirati dall’area”, dichiarava Konashenkov. Il Ministero della Difesa russo aveva permesso la conservazione di luoghi sacri e tombe ebraici nella città di Aleppo. Mettendo in pericolo la vita dei soldati delle forze speciali russe, organizzando la ricerca dei resti di alcuni militari israeliani morti nei conflitti in un’area in cui le forze siriane combattevano i terroristi dello Stato islamico al momento. In considerazione di ciò, le azioni ostili dell’aviazione israeliana contro il velivolo Ilyushin Il-20 russo violano la linea delle relazioni civili.
Se Israele diceva di piangere la morte dei militari russi, la dichiarazione delle IDF dopi l’incidente dava la colpa a Damasco e ai suoi alleati iraniani e libanesi.

Come il capo dell’aeronautica israeliana si giustificava a Mosca sull’abbattimento dell’Il-20

Rusnext 21/09/2018

Arrivava a Mosca dopo la tragedia dell’aereo da ricognizione russo Il-20 sul Mar Mediterraneo, il comandante dell’aeronautica militare d’Israele, generale Amikam Norkin. Per le trattative col Ministero della Difesa della Federazione Russa fu accompagnato da un’intera coorte di specialisti militari e civili. Anche prima dell’arrivo nella capitale della Russia, la stampa israeliana “disse” che presumibilmente intendeva vedere il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, e poi il Presidente Vladimir Putin. Tuttavia, il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov affermava che “secondo il programma dal leader russo non valeva la pena d’incontrare Norkin”. Non ci fu un incontro con Shojgu. E questo dal punto di vista della “diplomazia educata” è un segnale abbastanza chiaro che il generale israeliano ha avuto l’appropriato “livello di accoglienza”. Era chiaramente prevista una conversazione su un piano di parità. Pertanto, da parte russa il Generale-Colonnello Sergej Surovikin, comandante in capo delle Forze Aeree e Spaziali (VKS) della Russia, fu presente ai colloqui. L’incontro delle delegazioni (circa 15 persone presenti) si svolse in una sala del Ministero della Difesa. La fonte aveva detto all’editorialista militare del KP come procedevano i negoziati. Ecco una registrazione della nostra conversazione.

Come iniziarono i negoziati?
Col fatto che Surovikin e Norkin si salutarono, si strinsero la mano e insieme agli accompagnatori si sedettero l’uno di fronte all’altro su lunghi tavoli. Notai che tutta la nostra gente aveva visi molto sei e gli israeliani non fecero sorrisi diplomatici. Tutti capivano che la situazione non era distesa: la conversazione fu molto difficile. Norkin per prima espresse le condoglianze ai parenti e amici dell’equipaggio caduto dell’Il-20, e poi riferì che la parte israeliana era pronta a fornire ai russi tutti i dati necessari sulla situazione del nostro aereo. Davanti a lui c’era una cartella piena di documenti. Questi erano i risultati di un’indagine condotta dall’IDF dopo l’incidente. Come informazioni di prevolo dei quattro F-16 israeliani apparsi in tale tragedia. Penso che fossero cinquanta pagine.

E come reagì Surovikin?
Dicono, ringraziò per i documenti, ma dovevamo comprenderli a fondo. Poiché anche noi conduciamo le nostre indagini, abbiamo i nostri documenti oggettivi. Ci sono anche i siriani …

Bene, e allora come sono andati i negoziati?
E poi Norkin definì la visione della tragica situazione del nostro Il-20 da parte israeliana. Parlò a lungo, posso dirvi solo alcuni punti fondamentali. Era già noto che non avremmo sentito nulla di fondamentalmente nuovo. C’era una serie di argomenti già sentiti a Tel Aviv, dal ministero della Difesa d’Israele …

E cosa?
Bene, per esempio, Israele scarica la responsabilità al regime di Assad per l’abbattimento dell’Il-20. Quando sentimmo questo, molti volevano esclamare: “E che c’entra Assad?” La solita demagogia! Sì, sì! Gli israeliani accusavano sul serio il regime di Bashar Assad della tragedia, affermando che fu la difesa aerea siriana che abbatté l’aereo. Qualcuno dei nostri tagliò corto ironicamente: “Se i vostri F-16 non si è fossero introdotto nello spazio aereo della Siria, non avrebbe provocato la difesa aerea siriana e quindi non sarebbe accaduta alcuna tragedia”.

E come reagì la delegazione israeliana?
Di nuovo la stessa insopportabile demagogia. Dissero, l’aviazione israeliana attaccò obiettivi dell’esercito siriano, che (con riserva – presumibilmente!) produrrebbe armi per Hezbollah, che (presumibilmente!) destinate contro Israele, intensificando le minacce…

Ma Surovikin cosa disse?
Aveva detto che tutto ciò richiede prove concrete e non ipotesi. Perciò non era possibile andare lontano. I militari operano sui fatti, non sulle versioni. In risposta, gli israeliani mostrarono immagini satellitari delle aree che gli F-16 colpirono. E di nuovo iniziarono la litania: secondo tali immagini, si concluderebbe che si trattava di impianti militari per la produzione di missili, e non d’impianti di alluminio, come sostiene il regime di Assad. Qualcuno dei nostri di nuovo li interruppe: disse che si potevano trarre conclusioni diverse… compreso la falsificazione… Ci avvicinammo al punto. Ma di nuovo sentimmo: “Israele crede che Iran ed Hezbollah siano responsabili di tale tragico incidente”. Qui, Surovikin pose a Norkin sue domande. E di nuovo chiarì che le azioni dell’aviazione israeliana avevano provocato la tragedia. E ancora una volta ricordò agli ospiti le parole di Shojgu: “La colpa per l’aereo russo abbattuto e la morte dell’equipaggio ricade interamente sugli israeliani”. Questa è la nostra posizione da subito.

E cosa disse Norkin?
Gli israeliani si agitarono: “Quando l’esercito siriano ha lanciato i missili sull’aereo russo, gli aerei dell’aeronautica israeliana erano già sul territorio israeliano”. E questo, perciò, durante l’attacco dell’aeronautica israeliana, l’aereo russo fu colpito, ma non nella zona delle loro operazioni.

E quale fu la nostra risposta?
E da parte nostra mostrammo subito che abbiamo ben altri dati. Altri documenti, anche del comando di difesa aerea siriana. Qui è necessario verificare accuratamente i dati. Letteralmente minuti e secondi.

E la domanda sul perché gli israeliani c’informarono solo un minuto prima che i loro caccia facessero irruzione nel cielo siriano?
Certo! Secondo l’espressione dei delegati israeliani, apparve ovvio che fosse una domanda molto, molto spiacevole. Inoltre, Surovikin e i nostri ufficiali gli ricordarono i nostri accordi del 2015, sulle “regole del gioco”.

E come reagirono gli israeliani?
In modo infingardo. Perfino l’interprete capì le lopro parole con difficoltà. E quando dissero che “le batterie antiaeree siriane sparavano indiscriminatamente” e poi “anche noi israeliani, purtroppo, non ci preoccupammo di assicurarci che non ci fossero aerei russi”, i nostri ufficiali qui caddero dalla sedia! Questo sarebbe il famoso e modernissimo sistema radar israeliano che “non vede” sotto il suo naso un aero come l’Il-20? Neanche uno scolaro israeliano ci crederebbe. Ripetemmo fermamente la nostra posizione: i piloti israeliani misero l’Il-20 nel mirino dell’S-200 siriano. In generale, si ebbe l’impressione che Norkin e il suo entourage, ne i momenti di punta dei colloqui, cercassero di evitare specifici problemi tecnici relativi al nostro Il-20, spingendo assolutamente su altro. Il fatto che l’Iran, ad esempio, voglia rafforzare la presenza militare in Siria e trasferire armi ad Hezbollah. Ma cosa importa se eravamo interessati solo alla cosa principale: gli israeliani riconoscono che le azioni dei loro caccia F-16 provocarono la tragedia?

E cosa hanno concluso i negoziati?
Surovikin ha nuovamente ricordato alla delegazione israeliana il punto di vista del Ministero della Difesa della Russia, che Shoigu aveva espresso bene, su come continuare i contatti. Disse anche che dopo una tale tragedia, devono essere apportati seri emendamenti agli accordi russo-israeliani di tre anni fa.

La Russia considerava ostili le azioni d’Israele e affermava di riservarsi il diritto ad azioni di risposta adeguate. Era questo il tema dei colloqui?
No.

Ma tali azioni ci saranno?
Siamo militari. Abbiamo il Comandante Supremo, c’è il Ministro della Difesa. Qualsiasi ordine riceveremo da loro, lo eseguiremo.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurorasito

Attentato terroristico in Iran, 24 morti e decine di feriti.

FOTO-VIDEO. Attentato in Iran, 24 morti e decine di feriti. I media occidentali si rifiutano di definirlo terroristico

Decine di morti e feriti tra militari e civili nell’attacco perpetrato questa mattina in Iran , nella città di Ahvaz, ma i media occidentali si rifiutano di definirlo terroristico.

I media occidentali, italiani compresa, hanno rifiutato di descrivere come un attacco “terrorista” quello effettuato nel corso di una parata militare in Iran che ha provocato almeno 24 morti e decine di feriti, alcuni in condizioni critiche, tra militari e civili nella città di Ahvaz. Il nostro ‘Corriere della Sera‘ lo mette tra virgolette “attentato terroristico” come se fosse un’ipotesi solo delle autorità iraniane.

La televisione britannica BBC, l’agenzia di stampa britannica Reuters, l’agenzia di stampa francese AFP, tra gli altri media occidentali hanno insistito nel definirlo come un “attacco armato” o sparatorie da “uomini armati”.

L’attacco è avvenuto durante le celebrazioni del primo giorno della Settimana della Difesa Santa, che commemora la guerra del 1980-1988 con l’Iraq.

Mezz’ora dopo l’inizio degli eventi commemorativi, diversi terroristi hanno sparato sulla folla che stava osservando la parata e anche contro i militari che hanno partecipato all’evento. Nonostante questi attacchi, le parate sono state celebrate in parallelo in altre città in Iran.

I testimoni della scena affermano che gli aggressori hanno aperto il fuoco da dietro la postazione militare e che probabilmente stavano cercando di terrorizzare gli spettatori durante la cerimonia e uccidere i soldati.

Un alto funzionario della provincia del Khuzestan, dove si trova la città di Ahvaz, conferma che c’erano quattro aggressori in totale, due dei quali sono stati uccisi e altri due che erano fuggiti dalla scena del crimine che sono stati arrestati successivamente.

Un portavoce del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione ha riferito che i responsabili dell’attentato appartengono al gruppo terroristico ‘al-Ahwazia’, finanziato dall’Arabia Saudita. Questo gruppo, tra l’altro, ha rivendicato l’attentato.

Sul suo account Twitter, il Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif ha scritto che “terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. Bambini e giornalisti tra le vittime. L’Iran ritiene gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni statunitensi responsabili di tali attacchi. L’Iran risponderà rapidamente e con decisione in difesa delle vite iraniane.”

Fonte: ISNA – RT – Hispantv – PressTV
Notizia del:

Solo la vittoria russo-siriana vendicherà gli attacchi israelo-francesi

Tony Cartalucci, LDR 19 settembre 2018

Fonti mediatiche occidentali e russe hanno riportato un presunto attacco congiunto israelo-francese in Siria il 17 settembre. L’attacco includeva aerei da guerra israeliani e fregate missilistiche francesi operanti sul Mediterraneo al largo delle coste della Siria. Nell’attacco, un aereo da ricognizione Il-20 russo con 14 operatori al bordo scomparve. L’attacco immediatamente spingeva commentatori, analisti ed esperti a chiedere la rappresaglia immediata all’aggressione militare ingiustificata, avvertendo che la non reazione avrebbe lasciato la Russia debole. Alcuni hanno persino chiesto le dimissioni del Presidente Vladimir Putin.

Non è la prima provocazione
Eppure l’attacco ricorda l’abbattimento dei turchi di un aereo russo nel 2015, dopo di che furono fatte analoghe richieste di ritorsione, insieme a condanne similari alla Russia come “debole”. E dal 2015, l’approccio paziente e metodico della Russia per aiutare la Siria nella guerra procura con Stati Uniti-NATO-GCC e Israele ha comunque dato enormi dividendi. La Russia poi aiutava la Siria a liberare Aleppo. Palmyra fu tolta al cosiddetto Stato islamico in Siria e Iraq (SIIL), Homs, Hama, Ghuta e Dara furono anche liberate lasciando praticamente l’ovest dell’Eufrate sotto il controllo di Damasco. Di fatto, la quasi vittoria totale è stata raggiunta da Russia ed alleati ignorando le provocazioni in serie condotte da Stati Uniti-NATO-GCC e Israele, concentrandosi semplicemente sul ripristino sistematico di sicurezza e stabilità nella nazione afflitta dal conflitto. Le forze siriane sostenute dalla Russia sono ora ai margini d’Idlib. Finora squilibrato, il bilanciamento del potere si è ribaltato a favore di Damasco tanto che persino la Turchia cerca di negoziare con la Russia sull’ultimo territorio occupato dalle forze filo-occidentali.

La realtà delle provocazioni occidentali
Siria ed alleati vincevano la guerra per procura sul futuro della nazione prima che Israele e Francia attaccassero, e ancora vincono la guerra per procura dopo l’aggressione congiunta. La Siria ha resistito a centinaia di tali attacchi, grandi e piccoli, negli ultimi 7 anni. Gli aerei da guerra israeliani lanciavano a distanza le loro armi a lungo raggio. I missili lanciati dalle fregate francesi sono armi di portata strategica, evitando il rischio di sorvolare il territorio siriano e di essere intercettati o abbattuti dalle difese aeree siriane. La moderna dottrina della guerra ammette che alcuna guerra può essere vinta con la sola forza aerea. Ciò significa che una nazione che sorvola la nazione bersaglio non può vincere senza forze di terra che si coordinano con la forza aerea. Se la potenza aerea da sola rende impossibile la vittoria, la forza aerea a distanza rende la vittoria ancora più futile. Ma c’è un altro possibile motivo dietro gli attacchi seriali occidentali. La moderna guerra elettronica include rilevamento e contrasto dei sistemi di difesa aerea. Ogni volta che viene attivato un sistema di difesa aerea, posizione e caratteristiche possono essere accertate. Anche se i sistemi di difesa aerea sono mobili, le informazioni che forniscono durante una provocazione mentre cercano d’individuare e abbattere gli obiettivi sono inestimabili per la pianificazione militare. La Russia dovrebbe impegnare i sistemi di difesa aerea più sofisticati durante le provocazioni, offrendo all’occidente un quadro completo della propria tecnologia in generale e della disposizione delle proprie difese in Siria, se l’occidente decidesse di lanciare un colpo decisivo totale? L’assalto aereo sarebbe molto più efficace. Questo è esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti nel 1990 durante l’Operazione Desert Storm affrontando le formidabili difese aeree dell’Iraq. La campagna aerea fu preceduta da circa 40 droni-bersaglio BQM-74C utilizzati per ingannare le difese aeree irachene accendendo le apparecchiature monitorate dagli aerei da guerra elettronica statunitensi che volavano al confine tra Iraq e Arabia Saudita. Fu la divulgazione della disposizione e delle caratteristiche dei sistemi antiaerei dell’Iraq, più che una qualche tecnologia “stealth”, che permise agli Stati Uniti di sopraffare le difese aeree irachene. Considerando che centinaia di provocazioni contro la Siria, possiamo supporre che da qualche parte si siano verificati seri tentativi di sorveglianza elettronica e di ricognizione. Possiamo anche supporre che la competente leadership militare russa ne fosse consapevole e abbia adottato misure per salvaguardare disposizione e capacità dei suoi avanzati sistemi di difesa aerea fin quando non era assolutamente necessario rivelarle.

La migliore vendetta sarà la vittoria sulla NATO
Gli aerei siriani e russi abbattuti, e le vittime inflitte alle forze siriane ed alleate sul campo di battaglia sono difficili da notare senza suscitare desideri di vendetta immediata. Tuttavia, bisogna tenere presente che la vendetta immediata raramente è utile per la strategia orientata alla vittoria. L’antico signore della guerra cinese e stratega Sun Tzu nel suo trattato senza tempo, “L’arte della guerra”, metteva in guardia i generali contemporanei e futuri sui pericoli delle emozioni a scapito della strategia, dchiarando: “Spostati non se non vedi un vantaggio; non usare le tue truppe a meno che non ci sia qualcosa da guadagnare; non combattere a meno che la posizione sia critica. Nessun sovrano dovrebbe mettere le truppe in campo solo per gratificare le proprie viscere; nessun generale dovrebbe combattere una battaglia semplicemente per dispetto. Se è a tuo vantaggio, fai una mossa in avanti; se no, rimani dove sei. La rabbia può cambiare in gioia; la rabbia può essere sostituita dal contenimento. Ma un regno distrutto una volta non potrà mai più rinascere; né i morti potranno mai essere riportati in vita. Quindi il sovrano illuminato è attento e il buon generale cautp. Questo è il modo per mantenere un Paese in pace e un esercito intatto”.
Non vantaggioso per la Russia affondare le fregate francesi o esporre la piena potenza dei suoi sistemi di difesa aerea abbattendo qualche aereo da guerra israeliano per soddisfare il desiderio pubblico di vendetta immediata o proteggere nozioni inesistenti sull’invincibilità russa. Invece, è vantaggioso per la Russia semplicemente vincere la guerra per procura in Siria. Proprio come nel 2015, quando fu pretesa vendetta immediata per l’aereo russo abbattuto dalla Turchia, Siria, Russia e Iran continuarono ad avanzare, lentamente e metodicamente, liberando il territorio siriano dagli ascari stranieri che cercavano di dividere e distruggere il Paese, farne il trampolino di lancio sull’Iran, e alla fine dirigersi sulla Russia meridionale. Vendicarsi delle provocazioni seriali è infinitamente meno importante della vittoria completa in Siria. Il destino della Siria come nazione, la sicurezza e la stabilità dell’Iran come risultato, e persino l’autoconservazione della Russia sono in gioco. La straordinaria responsabilità di chi ha pianificato ed eseguito la vittoria della Siria sulle forze di agenti dalle più grandi e potenti economie e forze militari sulla Terra potrebbe dare grande beneficio a un pubblico che sa comprendere la differenza tra gratificazione effimera e successo a lungo termine, col primo che quasi certamente e incautamente mette in pericolo il secondo. La prima “vendetta” possibile su chi ha inflitto tale guerra al popolo siriano, è la sua sconfitta assoluta e totale.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurorasito

Il movimento di Moqtada al-Sadr rilascia una dichiarazione che smorza le speranze Usa di farne un ‘baluardo anti-Iran’!

Nella delusione per i risultati delle recenti elezioni politiche irakene, alcuni commentatori americani avevano provato a cercare un “silver lining”, per dirla in Inglese, cioé un lato positivo in una situazione complessivamente avversa, da cui sperare di poter iniziare a invertire il trend.

Visto che a imporsi alle elezioni è stata soprattutto la coalizione guidata da Moqtada al-Sadr, questi “pundit” americani sono andati a spulciare le cronache recenti trovando qualche dichiarazione del rampollo della celebre ‘dinastia’ religiosa mesopotamica, che potevano essere lette come blandamente critiche verso la Repubblica Islamica.

“Allora”, hanno ragionato i “ponzatori” dei ‘think tank’ a stelle e strisce, “potremo fare di Moqtada e dei suoi seguaci una ‘barriera’ contro l’influenza iraniana”.

Così pensavano, finché oggi il Politburo del Movimento Sadrista, ha emesso la nota che vedete trascritta in apertura.

Traduciamo:

“Il nostro Movimento non accetterà di trasformarsi in alcun modo in strumento dei tentativi regionali americani, la nostra relazione con l’Iran é storica e destinata a crescere e svilupparsi, nessuno deve mai sperare di poter usare suolo o cielo irakeno per un attacco contro l’Iran”.

Non abbiamo ancora riscontrato reazione dei ‘ponzatori’ americani, forse sono andati a piangere in un angolo.

thanks to: Palaestina Felix

Tusk contro Trump: “Con amici del genere, chi ha bisogno di nemici?”

“Guardando alle ultime decisioni di Trump qualcuno potrebbe anche pensare: con amici così, a cosa servono i nemici?”. Così il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, su Twitter. “La Ue dovrebbe essere grata a Trump – ha aggiunto -. Grazie a lui ci siamo liberati di ogni illusione. Abbiamo capito che se ti serve una mano, la trovi alla fine del tuo braccio”.

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Iran: “Gli USA sono un paese che non manterrà mai le proprie promesse”

Rohaní ha parlato alla tv iraniana dopo l’annuncio di Trump sul ritiro degli Stati Uniti dell’accordo nucleare.

Il presidente dell’Iran, Hasan Rohaní, ha dichiarato che a partire da questo momento il Piano di azione congiunta globale “è un accordo tra l’Iran e cinque paesi”, dopo che l’accordo ha perso uno dei suoi membri.”L’Iran è un paese che rimarrà sempre fedele ai suoi impegni e gli Stati Uniti sono un paese che non adempiranno mai alle loro promesse”, ha affermato il presidente iraniano.

Il presidente iraniano ha ordinato al ministro degli esteri di negoziare la questione con altri paesi.

“Il ministero degli Esteri iraniano continuerà i colloqui con gli altri paesi dell’accordo”, ha spiegato Rohaní, aggiungendo che la decisione di Trump sull’Iran fa parte della “guerra psicologica”.

L’accordo è stato firmato dall’Iran e dal gruppo 5 + 1 (Regno Unito, Cina, Francia, Russia, Stati Uniti e Germania) nel 2015 e ha stabilito l’annullamento di una serie di sanzioni contro la Repubblica islamica in cambio del suo impegno di non sviluppare o acquisire armi nucleari.

Fonte: RT

Sorgente: Iran: “Gli USA sono un paese che non manterranno mai le loro promesse”