Tusk contro Trump: “Con amici del genere, chi ha bisogno di nemici?”

“Guardando alle ultime decisioni di Trump qualcuno potrebbe anche pensare: con amici così, a cosa servono i nemici?”. Così il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, su Twitter. “La Ue dovrebbe essere grata a Trump – ha aggiunto -. Grazie a lui ci siamo liberati di ogni illusione. Abbiamo capito che se ti serve una mano, la trovi alla fine del tuo braccio”.

thanks to: MSN

Advertisements

Iran: “Gli USA sono un paese che non manterrà mai le proprie promesse”

Rohaní ha parlato alla tv iraniana dopo l’annuncio di Trump sul ritiro degli Stati Uniti dell’accordo nucleare.

Il presidente dell’Iran, Hasan Rohaní, ha dichiarato che a partire da questo momento il Piano di azione congiunta globale “è un accordo tra l’Iran e cinque paesi”, dopo che l’accordo ha perso uno dei suoi membri.”L’Iran è un paese che rimarrà sempre fedele ai suoi impegni e gli Stati Uniti sono un paese che non adempiranno mai alle loro promesse”, ha affermato il presidente iraniano.

Il presidente iraniano ha ordinato al ministro degli esteri di negoziare la questione con altri paesi.

“Il ministero degli Esteri iraniano continuerà i colloqui con gli altri paesi dell’accordo”, ha spiegato Rohaní, aggiungendo che la decisione di Trump sull’Iran fa parte della “guerra psicologica”.

L’accordo è stato firmato dall’Iran e dal gruppo 5 + 1 (Regno Unito, Cina, Francia, Russia, Stati Uniti e Germania) nel 2015 e ha stabilito l’annullamento di una serie di sanzioni contro la Repubblica islamica in cambio del suo impegno di non sviluppare o acquisire armi nucleari.

Fonte: RT

Sorgente: Iran: “Gli USA sono un paese che non manterranno mai le loro promesse”

La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana.

Notizie drammatiche arrivano in queste ore dal Medio Oriente. Mentre Trump rilasciava le sue folli dichiarazioni sull’Iran, l’aviazione di Israele ha immediatamente bombardato Damasco preparandosi ad aggredire il Libano, dopo la vittoria di Hezbollah alle ultime elezioni.

Fermiamo i criminali nazi-sionisti che governano lo Stato di Israele. Fermiamo la mano agli assassini che hanno sterminato decine di palestinesi nella striscia di Gaza. Solidarietà all’eroico popolo palestinese! Solidarietà ad Hezbollah e ai suoi valorosi combattenti internazionalisti! Solidarietà alla Siria sovrana e al suo popolo che fronteggiano l’aggressione imperialista, sionista e dei loro alleati tagliagole jihadisti! Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia! Cinque Stelle datevi una mossa, se volete essere credibili agli occhi del popolo della pace!

Mauro Gemma, direttore di Marx21

Sorgente: La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana. ‘Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia!’

Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis”

Migliaia di persone sono scese in piazza a Tehran per omaggiare le vittime dei brutali attentati terroristici che hanno colpito la città.  “Morte all’Arabia Saudita”. “Morte agli Stati Uniti”. I cori pià frequenti. Del resto, i leader della Repubblica islamica hanno accusato Washington e Riad di supportare gli attacchi che hanno ucciso 17 persone.

 

Questo venerdì, il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sostenuto come gli attentati aumenteranno solo l’odio dell’Iran verso gli Stati Uniti e i suoi “tirapiedi” come l’Arabia Saudita. L’attacco “non intaccherà la determinazione della nazione iraniana e il risultato sarà quello di aumentare l’odio verso il governo degli Stati Uniti e i suoi tirapiedi nella regione come l’Arabia Saudita“, ha dichiarato partecipando ai funerali. Lo riportano i media nazionali.

Durante il funerale, il Presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani ha definito gli Stati Uniti la versione “internazionale” dell’Isis. Larijani ha anche accusato Washington di scambiare democrazia con i soldi, in riferimento alle immense vendite di armi che il paese ha pattuito con l’Arabia Saudita.

La Guardia Rivoluzionaria dell’Iran ha sostenuto in un comunicato che ci sia l’Arabia Saudita dietro gli attacchi terroristici a Teheran. “Quest’attacco terrorista avviene una settimana dopo l’incontro tra il presidente degli Usa (Donald Trump) e i leader sauditi che supportano i terroristi. Il fatto che lo Stato Islamico abbia rivendicato prova che sono coinvolti negli attentati“, si legge nella nota, citata da Reuters.
In precedenca il Generale Hossein Salami, vice comandante della Guardia rivoluzionaria, aveva promesso ritorsioni per l’attacco. “Non c’è alcun dubbio che avremo vendetta per gli attacchi di oggi a Teheran, sui terroristi, sui loro compari e su chi li sostiene”, ha dichiarato. Lo riporta l’agenzia Mehr.

 

 

Notizia del: 09/06/2017

Sorgente: Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis” – World Affairs – L’Antidiplomatico

I morti di Teheran non valgono un hashtag

Diciassette morti, quaranta feriti, e nessuno con la matitina spezzata nel taschino. Nessuno con la bandierina del paese colpito come sfondo del proprio profilo social. Nessuno con l’hashtag, anche se patetico. Nessuna insulsa dimostrazione di solidarietà, di quelle che costano un clic. Improvvisa sobrietà? No, semplice indifferenza. L’indifferenza di chi non vede i morti di Teheran come morti su cui vale la pena esprimere un cordoglio, benché vittime dello stesso terrorismo che colpisce Londra, Berlino e Parigi. L’indifferenza di chi non crede che i morti di Teheran meritino nemmeno il conformismo da social-network. E infatti quei morti sono morti sbagliati, anticonformisti, contraddittori. Sono morti musulmani.

Sono morti che ci dicono che l’Iran non è uno stato terrorista, ma che subisce la violenza del terrorismo. Sono morti che ci dicono che i musulmani non sono nemici, ma che i nemici sono coloro che strumentalizzano la religione per finalità politiche. Sono morti che ci agitano un’amara verità: il nostro universale sentimento di solidarietà, non è poi così universale. La nostra empatia ha precisi limiti geografici e culturali. Ma come si può provare empatia per uno “stato canaglia”? E invece no, l’Iran non è uno stato canaglia. L’Iran non finanzia il terrorismo internazionale. Ma lo subisce, come è tristemente ovvio che sia per un paese in prima linea contro il sedicente Stato Islamico, impegnato militarmente più di ogni altro campione della libertà occidentale. Un impegno di cui non si parla mai, perché l’Iran è cattivo e non può far parte dei “nostri” eroi.

Come non sono nostri i suoi morti, perché sono morti musulmani, e non sono nostri i morti di Baghdad e di Kabul, migliaia senza nome, in pezzi per le strade, dilaniati dall’ennesimo attentato suicida di cui i nostri illuminati giornali nemmeno danno notizia. E così la bella società civile, quella che sono tutti “sciarlì“, quella che ama specchiarsi nei suoi profili digitali, non versa la pavloviana lacrimuccia. Le bombe fanno piangere solo se esplodono nelle democrazie occidentali, evidentemente.

Diciassette morti, quaranta feriti, e la coscienza europea – sublime, illuminata, superiore – non registra sussulti. Almeno fino alla prossima deflagrazione in piazza, quando il sismografo della nostra anima si agiterà quel tanto che serve a farsi belli, e un hashtag laverà via ogni male.

Sorgente: I morti di Teheran non valgono un hashtag – East Journal

Iran slams US abuse of banking system

Iran’s Ambassador to the United Nations has denounced a US Supreme Court ruling that allows for the seizure of frozen Iranian assets, describing the measure as a clear example of Washington’s political abuse of international financial networks to pressure the Iranian nation.

“The recent political decision of the US court to seize the properties of the Central Bank of Iran (CBI) is a clear example of abusing banking and financial networks for fake and unsubstantiated claims to pressure our nation,” Gholam-Ali Khoshrou said in New York on Thursday.

He added, “The Iranian government is committed to use all possible means at its disposal, including recourse to the International Court of Justice, to recover its properties illegally seized by the US authorities.”

The US Supreme Court ruled on April 20 that Iran’s assets frozen in a bank account, which are worth around $2 billion, should be turned over to American families of those killed in a 1983 bombing in Beirut and other attacks blamed on Iran. Tehran has denied any role in the attacks.

The money, which belongs to the CBI, had been blocked under US sanctions before the court ruling.

Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif later censured the seizure of the frozen assets as “highway robbery,” vowing that the Islamic Republic will retrieve the sum anyway.

This file photo shows the US Supreme Court building in Washington, DC, the United States.

“It is a theft. Huge theft. It is highway robbery. And believe you me, we will get it back,” Zarif told The New Yorker magazine in an interview published on April 25.

Countering terrorism

Khoshrou further pointed to the scourge of terror, warning that “violent extremism is the most critical challenge that the world is currently facing.

“The international community needs, first and foremost, to focus on this vicious ideology that seeks to instill hatred and anger in the hearts and minds of the youth everywhere in the world,” the Iranian UN ambassador underscored.

He also referred to the unlawful use of force, interference in the domestic affairs of other states, and foreign aggression and occupation as some of the factors that contribute to the spread of terrorism.

“Countering terrorism should be done in full conformity with the United Nations Charter, international law, international human rights and humanitarian law,” Khoshrou stated.

Sorgente: PressTV-Iran slams US abuse of banking system

Target Russia. Target China. Target Iran

Not a day goes by without US Think Tankland doing what it does best; pushing all sorts of scenarios for cold – and hot – war with Russia, plus myriad confrontations with China and Iran.

That fits into the Pentagon’s Top Five existential threats to the US, where Russia and China sit at the very top and Iran is in fourth place – all ahead of «terrorism» of the phony Daesh «Caliphate» variety.

Here I have come up with some concise realpolitik facts to counterpunch the hysteria – stressing how the Russian hypersonic missile advantage renders useless the whole construct of NATO’s paranoid rhetoric and bluster.

The US Aegis defense system has been transferred from ships to land. The Patriot missile defense system is worthless. Aegis is about 30% better than the THAAD system; it may be more effective but their range is also limited.

Aegis is not a threat at all to Russia – for now. Yet as the system is upgraded – and that may take years – it could cause Russia some serious concern, as Exceptionalistan is increasingly pushing them eastward, so near to Russia’s borders.

Anyway, Russia is still light-years ahead in hypersonic missiles. The Pentagon knows that against the S-500 system, the F-22, the awesomely expensive F-35 and the B-2 stealth airplanes – stars of a trillion-dollar fighter program – are totally obsolete.

So it’s back to the same old meme: «Russian aggression», without which the Pentagon cannot possibly fight for its divine right to be showered with unlimited funds.

Washington had 20,000 planners at work before WWII was ended, focused on the reconstruction of Germany. Washington had only six after the destruction of Iraq in 2003’s Shock and Awe.

That was no incompetence; it was «Plan A» from the get-go. The former USSR was deemed a mighty threat at the end of WWII – so Germany had to be rebuilt. Iraq was a war of choice to grab oil fields – mixed with the implementation of hardcore disaster capitalism. No one in Washington ever cared or even wanted to rebuild it.

«Russian aggression» does not apply to Iraq; it’s all about Eastern Europe. Russian Foreign Minister Sergey Lavrov anyway has made it clear that the deployment of the Aegis will be counterpunched in style – as even US corporate media starts to admit that the Russian economy is healing from the effects of the oil price war.

Take a look at my liquid asssets

Here my purpose was to show that China is not a House of Cards. Whatever the real Chinese debt to GDP ratio – figures vary from as low as 23% to 220% – that is nothing for an economy the size of the Chinese, especially because it is entirely internally controlled.

China keeps over $3 trillion in US dollars and other Western currencies in reserves while it gradually delinks its economy from the real House of Cards: the US dollar economy.

So under these circumstances what does foreign debt mean? Not much. China could – although they don’t do it yet – produce more yuan and buy back their debt, as much as the US with quantitative easing (QE) and the European Central Bank (ECB) as it asks certain ‘favorite countries’ (strong NATO supporters) to produce more than their share of euros.

And yet Beijing doesn’t really need to do this. China, Russia, the Shanghai Cooperation Organization (SCO) and what’s left of the BRICS (Brazil is on hold until at least 2018) are slowly but surely forging their own internal currency and currency transfer system (in China and Russia it works already internally) to sideline SWIFT and the Bank of International Settlements (BIS).

When they are ready to roll it out for the rest of the world to join them, then US dollar-based foreign debt will be meaningless.

US Think Tankland, as usual, remains clueless. As one of my Chinese sources explains, «whenever a Western big mouth mentions China’s debt ‘problem’ they quote a figure that seems to come out of thin air, and it includes all debts, central, provincial, city government levels, estimated all corporate debts, loans from banks outside China. Meanwhile, they compare this total number in China with those of Western countries and Japan’s central government debt alone».

The source adds, «China is operating with a balance sheet of the equivalent to $60 trillion. Loans from external sources is in the $11 trillion range while cash and equivalent is in the $3.6-4 trillion range. All this cash – or very liquid asset – is the biggest discretionary force in the hands of China’s leaders while nothing worth mentioning is in the hands of any other Western government».

Not to mention that globally, Beijing is betting on what the World Economic Forum calls the Fourth Industrial Revolution. China is already the central hub for global production, supply, logistics and value chain. Which leads us to One Belt, One Road (OBOR); all roads lead to the Chinese-driven New Silk Roads, which will connect, deeper and deeper, China’s economy and infrastructure all across Eurasia. OBOR will simultaneously expand China’s global power while geopolitically counterpunching the so far ineffective «pivot to Asia» – Pentagon provocations in the South China Sea included – and improving China’s energy security.

Sanctions, like diamonds, are forever

Another major Exceptionalistan fictional narrative is that the US is «worried» about the inability of European banks to do business in Iran. That’s nonsense; in fact, it’s the US Treasury Department that is scaring the hell out of any European bank who dares to do business with Tehran.

India and Iran have struck a $500 million landmark deal to develop the Iranian port of Chabahar – a key node in what could be dubbed the New India-Iran Silk Road, connecting India to Central Asia via Iran and Afghanistan.

Immediately afterwards the US State Department has the gall to announce that the deal will be «examined» – as the proverbial Israeli-firster US senators question whether the deal violates those lingering sanctions against Iran that refuse to go away. This happens in parallel to a mounting official narrative of «unrest» contaminating former Soviet republics in Central Asia – especially Kazakhstan and Tajikistan. CIA-paid hacks should know those sources of unrest well – as the CIA itself is fomenting it.

India doing business with Iran is «suspicious». On the other hand, India is more than allowed to formalize a historic military cooperation deal with the US hazily dubbed the «Logistics Support Agreement»  (LSA) – according to which the two militaries may use each other’s land, air and naval bases for resupplies, repairs and vaguely-defined «operations».

So it’s all hands on deck all over Exceptionalistan to counter Russia, China and prevent any real normalization with Iran. These localized offensives – practical and rhetorical – on all fronts always mean one thing, and one thing only; splitting and fracturing, by all means necessary, the OBOR Eurasian integration. Bets can be made that Moscow, Beijing and Tehran simply won’t be fooled.

Sorgente: Target Russia. Target China. Target Iran

Iran, gli ebrei al voto in Sinagoga: ‘Siamo iraniani’

Sono in 20mila, ‘stiamo bene qui e non ce ne andremo’

Nella sala della preghiera della sinagoga di Yusifad a Teheran, davanti al grande candelabro azzurro a sette braccia dipinto sulla parete di fondo, è stato allestito un seggio elettorale. Gli scrutatori sono musulmani, ma i votanti sono solo ed esclusivamente ebrei. La comunità ebraica iraniana, la più numerosa di tutto il Medio Oriente (ovviamente dopo Israele) con circa 20mila persone, ha diritto ad un proprio rappresentante nel nuovo Parlamento iraniano, o Majlis, così come gli armeni, i cattolici siriaci e gli zoroastriani, tutte minoranze ‘protette’ dalla costituzione islamica. A Teheran oggi si è votato anche nelle chiese e nei templi del fuoco.

 

Nella Sinagoga, il dovere elettorale è preso molto sul serio. Dati i numeri relativamente piccoli, stupisce il continuo via–vai di votanti, molti uomini con la kippah, donne velate, famiglie con bambini. All’ora di pranzo qualcuno porta grandi ceste di frutta e le appoggia sugli stessi tavoli dove si compilano le schede, prima di metterle nell’urna e di sigillare il voto timbrando l’indice della mano destra nell’inchiostro. I candidati in corsa sono due, Homayoun Samiha e Siamak Morsedes. “Noi ci sentiamo iraniani a tutti gli effetti. Stiamo bene qui. Non abbiamo problemi”, spiega all’ANSA Elyas Abbian, proprietario di una gioielleria nel grande bazar di Teheran.

 

Abbian dice di ricevere continue pressioni da Israele, specie dai suoi parenti, perché anche lui compia la sua alya, ovvero il ritorno alla Terra Promessa. “L’emigrazione non è però un obbligo”, sottolinea. Anche se non esistono rapporti diplomatici tra Israele e l’Iran – e anzi i due Paesi vengono spesso considerati nemici giurati – gli ebrei iraniani possono recarsi in preghiera a Gerusalemme. Nella sinagoga di Teheran, molti ammettono di essere stati in Israele, ma di essere poi tornati.

Chi doveva partire, ormai è partito. Ai tempi dello Scià vivevano in Iran circa 100mila ebrei. Poi la Rivoluzione del 1979 creò una situazione di paura. L’ayatollah Khomeini inquadrò gli ebrei come minoranza protetta ma i più non si fidarono. Gli ebrei hanno vissuto in Iran da 2500 anni, da quando giunsero in Persia liberati da Ciro il Grande, dopo la schiavitù di Babilonia. La storia della minoranza ebraica in Persia e poi in Iran è stata caratterizzata da alti e bassi, periodi di convivenza pacifica si sono alternati a periodi di persecuzioni e conversioni forzate. Dopo le tensioni vissute durante la presidenza di Ahmadinejad e il suo furore anti-sionista, per gli ebrei iraniani è cominciata una fase più positiva con Rohani. “Il sabato è rispettato come nostro giorno di festa, nelle nostre scuole si studia in ebraico, i nostri ragazzi possono fare il servizio militare vicino alle loro comunità, i nostri riti sono tutelati”, afferma Abbian. “Anzi, il 99,9% dei miei amici sono musulmani e non vi sono problemi di religione. Io partecipo alle loro feste e loro vengono al Tempio”. Abbian si ferma a parlare all’ingresso della Sinagoga, dove l’atmosfera sembra rilassata, tranquilla. Solo un soldato è di guardia, così come negli altri seggi. Gli ebrei iraniani sperano che il nuovo corso avviato da Rohani possa portare anche ad un dialogo con Israele? “Noi speriamo ovviamente di sì, però prima deve essere risolta la questione palestinese. Solo a questa condizione, Israele e Iran potranno diventare buoni amici”, risponde senza esitazione il negoziante del bazar.

Sorgente: Iran, gli ebrei al voto in Sinagoga: ‘Siamo iraniani’ – Mondo – ANSA.it

A Silk Road train in times of New Cold War

Two days after the International Syria Support Group met in Munich, Middle East witnessed an extraordinary event – the arrival on Monday in Tehran of a freight train carrying 32 containers after a long journey of over 10000 kilometers originating from China’s eastern province of Zhejiang. The journey took 14 days – at an average of 700 kilometers per day, through the steppes and deserts of Kazakhstan and Turkmenistan.

It is hard to tell which is going to be more crucial for world politics in an enduring way – Syrian conflict or the first Silk Road train to the Middle East from China. In immediate terms, it could well be that the conflict in Syria and the war with the Islamic State dominates world attention, but from a historical perspective, the Silk Road train will stand out as a milestone beating the Islamic State by a mile.

To be sure, China has avoided involvement in the Syrian conflict and has preferred to invest on what really counts in the fullness of time. Can it be that the United States has missed the plot?

Take a look at the Silk Road train. China has tested the efficacy of freighting a consignment to Iran in a time frame of a fortnight, which is 30 days less than what a sea voyage is presently taking from Shanghai to the port of Bandar Abbas in Iran. And this is the first attempt at an overland rail route. Trust Beijing to upgrade the infrastructure to make the route faster and cheaper.

The Silk Road train comes under President Xi Jinping’s “Belt and Road” initiative. Beyond that, it is a big advertisement in Iran for China’s “go global” strategy for its rapidly advancing rail technology. China is currently building a $2 billion high-speed rail project connecting Tehran and the eastern city of Mashhad, cutting down the travel time to just 6 hours and will also increase the freight capacity to 10 million tons annually. (China will maintain the new rail line for 5 years after completion of the project in 42 months.)

The Silk Road train is destined to play a significant role in the China-Iran trade, which the two countries hope to increase to $600 billion through the coming decade, with cooperation on nuclear energy and the “One Road, One Belt” projects.

To be sure, the Silk Road train is eventually destined to run in a westerly direction far beyond Tehran to destinations in Europe to increase trade and open new markets for Chinese companies as the domestic economy slows.

I am reminded of an excellent blog written recently by a friend, Graham Fuller (who used to be a top CIA official), lamenting about the myopic vision of the US strategists and the political class in America as regards the world of tomorrow. He wrote in the piece entitled NATO – America’s Misguided Instrument of Leadership:

  • American strategy seems fundamentally stuck in defensive mode against rising powers. Such powers indeed do challenge American aspirations for continued hegemony. But a defensive posture robs us of our vision and spirit; it represents a basically negative orientation, like King Canute on the beach trying to stop the encroaching tide. Worse, American military power—and the budget keeps rising—seems to have become the default US response to most foreign challenges. The Pentagon has put the State Department out of business.
  • NATO today particularly symbolizes that myopic and defensive orientation. 
  • So while Washington focuses on building defensive military structures, bases and arrangements overseas against Russia and China, we are being rapidly outflanked by a whole array of new economic plans, visions, projects for a new continental infrastructure and institutional developments that span Eurasia. These developments are indeed spearheaded by China and Russia. But they are not fundamentally defensive or military in nature, but rather represent the creation of a new international order from which we have either opted out, or even oppose. Meanwhile obsession with NATO and military alliances as the major vehicle of US military policy after the Cold War is a chief reason we are losing out in that new order. 

How prescient! Of course, in geopolitical terms, the route from the eastern China trade hub of Yiwu city to the Iranian capital completely bypasses the Malacca Straits and makes it a point to run through two transit countries that are famous for their independent foreign policies. It gives a wide berth to the great game, the US’ rebalance in Asia, et al.

Sorgente: A Silk Road train in times of New Cold War – Indian Punchline

US imposes new sanctions on Iran

The US Department of the Treasury says it has imposed new sanctions on Iran for its ballistic missile program.

The Treasury Department made the announcement in a statement issued on Sunday, only a day after sanctions targeting Iran’s nuclear energy program were lifted.

The statement said five Iranian citizens and a network of companies based in the United Arab Emirates and China were added to a US blacklist.

The network “obfuscated the end user of sensitive goods for missile proliferation by using front companies in third countries to deceive foreign suppliers,” the statement said, adding that the five people had “worked to procure ballistic missile components for Iran.”

“Iran’s ballistic missile program poses a significant threat to regional and global security, and it will continue to be subject to international sanctions,” said Adam J. Szubin, acting under secretary for terrorism and financial intelligence.

On October 11, Iran’s Islamic Revolution Guards Corps (IRGC) successfully test-fired its first guided ballistic missile dubbed Emad.

Washington slammed the test, claiming the projectile is capable of carrying a nuclear warhead. It vowed to respond with more sanctions.

Iranian Defense Minister Brigadier General Hossein Dehqan said the Emad missile was a conventional weapon.

The Iranian media have aired footage of an underground missile facility of the IRGC packed with Emad missiles.

On Saturday, US President Barack Obama signed an executive order lifting US economic sanctions on Iran.

Obama’s move came after the International Atomic Energy Agency (IAEA) verified that Iran has implemented its commitments made in the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), and announced to remove international economic sanctions against the country.

Iran and the P5+1 – the United States, France, Britain, Russia, China and Germany – finalized the text of the JCPOA in Vienna, Austria, on July 14, 2015.

Under the agreement, limits are put on Iran’s nuclear activities in exchange for, among other things, the removal of all nuclear-related economic and financial bans against the Islamic Republic.

Sorgente: PressTV-US imposes new sanctions on Iran

L’invenzione sionista della minaccia iraniana – intervista con il Prof. Yakov Rabkin

Buonasera dalla redazione italiana di ProMosaik e.V.,

In queste settimane, all’indomani dello storico accordo di Vienna, raggiunto finalmente in data 14 luglio 2015 dopo un impegno durato 12 anni, abbiamo già parlato diverse volte dell’Iran e di Israele. L’unico stato che si oppone a questo accordo è Israele che parla della minaccia iraniana per lo Stato sionista.

Abbiamo parlato con il Prof. Yakov Rabkin dell’università di Montreal di questa invenzione e di questa cultura della paura su cui si basa il sionismo. Vorrei ringraziare il Prof. Rabkin per la sua disponibilità.  


Abbiamo già pubblicato il suo grandioso articolo sull’Iran e Netanyahu prima della conclusione dell’accordo di Vienna (vedi
http://promosaik.blogspot.com.tr/2015/03/netanyahu-and-iran-must-read-by-prof.html), in occasione del discorso di Netanyahu rivolto al Congresso statunitense sulla cosiddetta “minaccia iraniana”.

Grazie della vostra attenzione e buona lettura!

Potete mandarci i vostri commenti e i vostri suggerimenti a
info@promosaik.com

Cordiali saluti


Dr. phil. Milena Rampoldi

ProMosaik e.V.


Dr. phil. Milena Rampoldi:
In che modo Israele ha inventato la minaccia iraniana e con quali mezzi cerca di mantenerla?
Prof. Yakov Rabkin:
In un mio articolo precedente ho trattato della storia di questa invenzione (http://www.acjna.org/acjna/articles_detail.aspx?id=575 ). Israele ha usato i suoi alleati ed agenti per trasformare la questione iraniana in un problema internazionale. In questo modo il regime israeliano è riuscito a distrarre il mondo dalla questione palestinese per poter continuare a violare con impunità i diritti dei palestinesi. Un altro aspetto non meno importante: questa invenzione ha offerto alla società israeliana una “nuova minaccia esistenziale”. Apparentemente l’inesistente bomba atomica iraniana ora è stata rimpiazzata da un’altra “minaccia esistenziale”, quella del movimento BDS, una campagna internazionale pacifica volta all’applicazione del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni economiche per costringere Israele a cambiare la sua politica nei confronti dei palestinesi. Alcuni israeliani sono dell’idea che la loro società imploderebbe senza queste minacce esistenziali. Infatti la paura è la forza di coesione sociale.  
Dr. phil. Milena Rampoldi:
Come possiamo oggi, rifiutando l’ideologia sionista, promuovere l’amicizia tra il popolo ebraico e quelli musulmani in generale e quello iraniano in particolare?

Prof. Yakov Rabkin:
È fondamentale sottolineare che il sionismo rappresenta una rottura con e una ribellione nei confronti del giudaismo. Molti ebrei si opposero ad esso quando fu fondato alla fine dell’Ottocento. Si devono abbandonare tutte le teorie cospiratorie antisemite e capire che gli ebrei sparsi per il mondo, indipendentemente dal fatto se sostengono Israele o meno, non esercitano alcuna influenza sulla politica israeliana. Non vanno ritenuti responsabili di quello che Israele rappresenta e di come agisce. Allora si percepisce che l’ebraismo e l’islam sono le religioni più simili tra loro e che gli ebrei vivevano molto meglio nei regimi islamici che non in quelli cristiani e che numerose opere dell’ebraismo furono redatte in lingua araba. Inoltre, gli ebrei, grazie alla loro esperienza dell’antisemitismo nei paesi cristiani, possono anche aiutare tantissimo i musulmani nell’affrontare la crescente islamofobia.  


Dr. phil. Milena Rampoldi:
Che cosa vorresti dire al Presidente del Consiglio degli ebrei in Germania, il Dr. Schuster, il quale afferma che l’accordo con l’Iran rappresenterebbe una minaccia per Israele e per la stabilità dell’intero Medio Oriente?

Prof. Yakov Rabkin: 

I sostenitori di Israele in tutto il mondo non fanno che dire quello che viene ordinato loro dai loro padroni. Con tutto il rispetto per i funzionari delle organizzazioni ebraiche in Germania: esse non possono essere informate meglio dei loro governi che hanno firmato l’accordo di Vienna. Questo sostegno a favore di Israele non è affatto innocente. Di recente è emerso (http://972mag.com/for-the-first-time-in-history-jews-can-take-part-in-war-from-home/109087/) che le organizzazioni ebraiche erano state usate di nascosto dall’esercito israeliano per diffondere il suo messaggio durante la guerra di Gaza del 2014. Ovviamente dei funzionari ebrei pronti ad agire in questo modo espongono tutti i membri della loro comunità a rappresaglie anche violente. E questo è particolarmente grave, visto che gran parte degli ebrei, almeno negli Stati Uniti, si dichiara a favore dell’accordo di Vienna con l’Iran. Inoltre gli ebrei americani lo sostengono di più degli americani medi (http://www.jpost.com/Diaspora/US-Jews-much-likelier-to-back-Iran-deal-than-non-Jews-poll-410094). Questo fatto mostra il crescente alienamento degli ebrei americani nei confronti di Israele, cosa che non fa che corroborare la tesi espressa nella mia domanda precedente. Dunque ci si deve chiedere: Chi rappresentano esattamente questi funzionari delle organizzazioni ebraiche? Gli ebrei nei loro paesi o lo stato di Israele?

Dr. phil. Milena Rampoldi:
Quanto ci metterà la gente a capire che Netanyahu ha torto? Come possiamo spiegare loro questo fatto per farli cambiare idea?

Prof. Yakov Rabkin:
Netanyahu fa affidamento sul supporto di uno dei grandi sponsor del Partito Repubblicano. Dunque probabilmente la credibilità del primo ministro rimarrà invariata in quei circoli e media. Comunque, altrove, sembra essere molto più debole. Ma la questione non riguarda la sua personalità. La maggioranza politica israeliana sostiene Netanyahu nella sua opposizione all’accordo di Vienna.
Fa parte di un inesorabile spostamento del pubblico israeliano verso destra (http://972mag.com/for-the-first-time-in-history-jews-can-take-part-in-war-from-home/109087/) che causa il progressivo isolamento di Israele nel mondo, incluso l’isolamento dagli ebrei nei paesi più importanti.  
Il Prof. Yakov Myronovytsch Rabkin (nato a San Pietroburgo nel 1945) è professore di storia all’Università di Montréal (in Québec). I suoi ambiti di specializzazione sono la storia sovietica e la storia della scienza e la storia ebraica contemporanea. È autore dell’opera A Threat from Within: A Century of Jewish Opposition to Zionism (Nel nome della Torah – L’opposizione ebraica al sionismo), tradotta in 12 lingue e di Comprendre l’État d’Israël (Comprendere lo stato di Israele). Il suo nuovo libro intitolato What is Modern Israel?, verrà pubblicato nel maggio del 2016 da Pluto Press a Londra.

thanks to: ProMosaik e.V.

Israele perde anche la faccia

Notte fonda per il Sionismo

Israele risulta la grande perdente dei negoziati sul nucleare iraniano e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate.

Le manifestazioni di gioia incontenibile del popolo iraniano nelle piazze di Teheran saranno ricordate a lungo. Rappresentano la vittoria del buon senso, della diplomazia e, per una volta, della giustizia sull’oscurantismo e la bieca propaganda del terrore. L’Iran vive un momento catartico, un pesante debito con la giustizia viene pagato e si infligge un colpo durissimo alle ambizioni dei Neocon americani di lanciare la guerra definitiva, finale aggredendo la nazione persiana.

Soprattutto, il corso storico che ha portato all’annullamento delle insensate sanzioni all’Iran rappresenta un punto di svolta storico e un punto di partenza per una nuova visione dello scenario mediorientale. In questi giorni si sta aprendo finalmente la stagione propizia per rompere definitivamente l’abbraccio mortale tra Occidente (USA in primis, dunque il carrozzone delle nazioni europee ad essi legati) e Israele, già fortemente allentatosi negli ultimi mesi. La nazione sionista risulta la grande perdente dei negoziati e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate. Accusare di terrorismo internazionale un Iran attivo più di ogni altro attore nella lotta all’ISIS, a cui invece Tel Aviv fa numerosi favori con i raid aerei illegali contro Assad e Hezbollah, è qualcosa di insostenibile.

A un anno dai massacri di Gaza, il popolo israeliano si rivela sempre più intollerante; per il suo governo il mondo si è fermato a George W. Bush, alle sue genuflessioni nei confronti del potere sionista, ai giorni in cui l’IDF era lasciata libera di irrorare col fosforo bianco gli orfanatrofi e i quartieri residenziali di Gaza o Beirut senza grandi risposte da parte della comunità internazionale. Era un altro mondo, gli USA erano profondamente impegnati in Medio Oriente, cingevano d’assedio Teheran attraverso le operazioni in Iraq e Afghanistan e le dure sanzioni ora giustamente abolite.

Per il sionismo è attualmente notte fonda: la maschera di menzogne con cui il governo di Tel Aviv è sempre riuscito a farsi schermo è definitivamente divelta; Israele si sta autoescludendo dai consessi internazionali, barricandosi in una torre d’avorio di pregiudizi e manie patologiche. Chiuso tra uno scacchiere sempre più caotico e i tentativi azzardati di rompere l’impasse quali gli abboccamenti coi sauditi, Netanyahu vede arenarsi il progetto di egemonia regionale che oramai Israele da settant’anni porta avanti. La diplomazia internazionale forte del supporto iraniano potrebbe in questo caso manovrare abilmente e condurre un blitz irruento per dare decisi contorni e limiti all’agire di Israele. Capitalizzare la vittoria ottenuta nei confronti della propaganda oscurantista sionista significherebbe agire per mettere pressione a Israele affinché cominci a obbedire alle regole del gioco, concedendo ispezioni ai suoi siti nucleari come farà Teheran e dando garanzie sul rispetto dei diritti umani nei territori abitati dai palestinesi.

Il grande rischio in tutto ciò è quello di una reazione alla dottor Stranamore: il timore che Israele possa diventare una vera e propria scheggia impazzita è tutt’altro che remoto, sebbene eventuali attacchi a sorpresa lanciati nei confronti dell’Iran sarebbero condannati dalla totalità delle nazioni; tutto potrebbe cambiare a fine 2016: se a Obama, al quale va riconosciuto il buon senso di aver capito che l’esclusione dell’Iran era controproducente, succederà un “falco” repubblicano o la sua collega di partito Hillary Clinton, Israele tornerà al centro della strategia mediorientale NATO. Con tutte le nefande conseguenze del caso.

18 luglio 2015

thanks to:

L’Intellettuale Dissidente

 

Iran denuclearizzato, Italia nuclearizzata

«Oggi è una giornata storica ed è un grande onore per noi annunciare che abbiamo raggiunto un accordo sulla soluzione nucleare iraniana, per rendere il nostro mondo più sicuro»: così ha dichiarato a Vienna Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Quasi contemporaneamente giungeva dagli Stati uniti un altro annuncio: «La U.S. Air Force e la Nnsa (National Nuclear Security Administration) hanno completato, nel poligono di Tonopah in Nevada, il primo test in volo della bomba nucleare B61-12». Quella che tra non molto sostituirà la B61, la bomba nucleare statunitense stoccata ad Aviano e Ghedi Torre in un numero stimato in 70-90, parte di un arsenale di almeno 200 stoccate anche in Germania, Belgio, Olanda e Turchia.
https://i2.wp.com/tlaxcala-int.org/upload/gal_10945.jpg
La riuscita del test «prova il continuo impegno degli Stati uniti di mantenere la B61», comunica la Nnsa. Specifica quindi che «la B61-12, dotata di una sezione di coda, sostituirà le bombe B61-3, -4, -7, -10 nell’attuale arsenale nucleare Usa». Viene dunque ufficialmente confermato che la B61 sarà trasformata da bomba a caduta libera in bomba «intelligente», che potrà essere sganciata a grande distanza dall’obiettivo. La B61-12 a guida di precisione, il cui costo è previsto in 8-12 miliardi di dollari per 400-500 bombe, si configura come un’arma polivalente, con una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima). Essa svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.
La sostituzione della B61 con la B61-12, annuncia la Nnsa, «fornisce sicurezza ai nostri alleati». Lo dimostra il fatto che ad Aviano e Ghedi le bombe nucleari sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi e Tornado italiani, i cui piloti vengono addestrati all’attacco nucleare. In Italia, nel 2013 e 2014, si è svolta la Steadfast Noon (Mezzogiorno risoluto), l’esercitazione Nato di guerra nucleare, a cui l’anno scorso hanno partecipato anche F-16 polacchi. In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione che, all’articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
L’ammodernamento delle armi nucleari Usa schierate in Europa rientra nella crescente corsa agli armamenti nucleari. Secondo la Federazione degli scienziati americani, gli Usa mantengono 1.920 testate nucleari strategiche pronte al lancio (su un totale di 7.300), in confronto alle 1.600 russe (su 8.000). Comprese quelle francesi e britanniche, le forze nucleari della Nato dispongono di circa 8.000 testate nucleari, di cui 2.370 pronte al lancio. Aggiungendo quelle cinesi, pachistane, indiane, israeliane e nordcoreane, il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16300, di cui 4.350 pronte al lancio. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione degli arsenali.
https://i0.wp.com/tlaxcala-int.org/upload/gal_10946.jpg
Per questo la lancetta dell’«Orologio dell’apocalisse», il segnatempo simbolico che sul «Bulletin of the Atomic Scientists» indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015, lo stesso livello del 1984 in piena guerra fredda.
Particolarmente alto il rischio che un giorno possano essere usate armi nucleari in Medio Oriente, dove l’unico paese a possederle è Israele, che a differenza dell’Iran non aderisce al Trattato di non-proliferazione. Secondo le stime, le forze armate israeliane possiedono 100-400 testate nucleari, comprese bombe H, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima. I vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi F-16 e F-15, armati anche di missili israelo-statunitensi Popeye a testata nucleare, e circa 50 missili balistici Jericho II su rampe di lancio mobili. Israele possiede inoltre 4 sottomarini Dolphin, modificati per l’attacco nucleare, forniti dalla Germania, che lo scorso settembre ha consegnato il quarto dei sei previsti.
Inoltre gli Stati uniti hanno firmato accordi per la fornitura ad Arabia saudita, Bahrain ed Emirati arabi di tecnologie nucleari e materiale fissile con cui possono dotarsi di armi nucleari. L’Arabia saudita ha ufficialmente dichiarato (The Independent, 30 marzo 2015) che non esclude di costruire o acquistare armi nucleari, con l’aiuto del Pakistan di cui finanzia il 60% del programma nucleare militare.
Su questo sfondo quella di Vienna appare come una tragica sceneggiata. Mentre si puntano i riflettori sull’Iran, che non possiede armi nucleari e il cui programma nucleare civile è verificabile, si lascia in ombra la drammatica realtà della corsa agli armamenti nucleari per convincere l’opinione pubblica che, con l’accordo sul nucleare iraniano, «il nostro mondo è più sicuro».

Manlio Dinucci Μάνλιο Ντινούτσι مانليو دينوتشي

Courtesy of il manifesto
Source: http://ilmanifesto.info/o-k-per-logiva-nucleare-b61-12-andra-ad-aviano/
Publication date of original article: 14/07/2015

thanks to: Tlaxcala

Hacking Team bad boys: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

Re: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

Email-ID 177761
Date 2015-04-02 17:28:28 UTC
From d.vincenzetti@hackingteam.com
To corsaiolo1949@libero.it
Totally agree.David

David Vincenzetti
CEO

Hacking Team
Milan Singapore Washington DC
http://www.hackingteam.com

email: d.vincenzetti@hackingteam.com
mobile: +39 3494403823
phone: +39 0229060603

On Apr 2, 2015, at 6:29 PM, corsaiolo1949@libero.it wrote:

Bhe…che Obama ha fatto danni lo sappiamo tutti..i danni del “non intervento” o del “silenzio” , spesso sono ben peggiori..perchè oltre ad avere conseguenze materiali hanno anche ripercussioni sulle politiche adoperate..
Obama sbaglia da tempo..e non solo con i vari ritiri truppe…ma, ad esempio, la volontà di creare uno stato per i palestinesi…di certo non è una grande mossa..pensando che come unico alleato forte, ad oggi, ha proprio Israele da quelle parti..e Natanyahu non nasconde irritazione..e non nasconde neanche l’intenzione seria di un intervento nei confronti dell’Iran..Il caos che regna in Turchia poi…non agevola molto..attaccare le centrali nucleari? certo…Stuxnet..ma poi? in altri periodi..l’America avrebbe sicuramente fomentato un’alternativa di governo..rivolte popolari…per poi agire..al momento opportuno..pensate che Obama sia in grado?……la sanità e l’orto della moglie hanno la precedenza..come farsi trattare a pesci in faccia da chiunque..
saluti
—-Messaggio originale—-
Da: d.vincenzetti@hackingteam.com
Data: 02/04/2015 11.55
A: “<corsaiolo1949@libero.it>”<corsaiolo1949@libero.it>, “Franz Marcolla”<metalmork@gmail.com>
Ogg: Fwd: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

Agreed?

David

David Vincenzetti
CEO

Hacking Team
Milan Singapore Washington DC
http://www.hackingteam.com

email: d.vincenzetti@hackingteam.com
mobile: +39 3494403823
phone: +39 0229060603

Begin forwarded message:
Date: April 2, 2015 at 5:13:49 AM GMT+2
From: MARION BOWMAN <spikebowman@verizon.net>
Reply-To: MARION BOWMAN <spikebowman@verizon.net>
To: David Vincenzetti <d.vincenzetti@hackingteam.com>
Subject: Re: To stop Iran’s bomb, bomb Iran  

Having been a diplomat in Italy for 3 years I find it amazing to find a “neocon” in Italy.  Welcome to the club! Spike
I doubt that we will ever again, in our lifetimes, have a peace-time President.

•”A universal peace, it is to be feared, is in the catalogue of events, which will never exist but in the
imaginations of visionary philosophers, or in the breasts of benevolent
enthusiasts.” –James Madison
From: David Vincenzetti <d.vincenzetti@hackingteam.com>
To: list@hackingteam.it; flist@hackingteam.it
Sent: Wednesday, April 1, 2015 10:56 PM
Subject: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

[ OT? Not really. ]

I COULD NOT agree more with John Bolton.
YES, if I were American (I am Italian) I would probably be a NEOCON.

[ MAY I SUGGEST YOU (yet again) a truly insightful — and undoubtedly MY FAVORITE — BOOK on IRAN’s HISTORY OF DECEPTION?  It’s a must-read to me.  The book: “The Rise of Nuclear Iran: How Tehran Defies the West”, by Dore Gold, available at Amazon ( http://www.amazon.com/The-Rise-Nuclear-Iran-Tehran/dp/1596985712 ) ]
[ EDITED TO ADD: A nice interview is available at http://www.aei.org/press/iran-backs-away-from-uranium-concession-ahead-of-deadline-bolton-on-fox-news-the-real-story/ ]

Enjoy the reading, have a great day!

From The AEI, also available athttp://www.aei.org/publication/to-stop-irans-bomb-bomb-iran  , FYI,David

John R. Bolton @AmbJohnBoltonSenior FellowResearch areas: Foreign policy, International organizationsJohn R. Bolton, a diplomat and a lawyer, has spent many years in public service. From August 2005 to December 2006, he served as the U.S. permanent representative to the United Nations. From 2001 to 2005, he was under secretary of state for arms control and international security. At AEI, Ambassador Bolton’s area of research is U.S. foreign and national security policy.
March 26, 2015 | The New York TimesTo stop Iran’s bomb, bomb IranForeign and Defense Policy
Iranian Foreign Minister Javad Zarif addresses a news conference after a meeting in Vienna November 24, 2014. Reuters
For years, experts worried that the Middle East would face an uncontrollable nuclear-arms race if Iran ever acquired weapons capability. Given the region’s political, religious and ethnic conflicts, the logic is straightforward.As in other nuclear proliferation cases like India, Pakistan and North Korea, America and the West were guilty of inattention when they should have been vigilant. But failing to act in the past is no excuse for making the same mistakes now. All presidents enter office facing the cumulative effects of their predecessors’ decisions. But each is responsible for what happens on his watch. President Obama’s approach on Iran has brought a bad situation to the brink of catastrophe.In theory, comprehensive international sanctions, rigorously enforced and universally adhered to, might have broken the back of Iran’s nuclear program. But the sanctions imposed have not met those criteria. Naturally, Tehran wants to be free of them, but the president’s own director of National Intelligence testified in 2014 that they had not stopped Iran’s progressing its nuclear program. There is now widespread acknowledgment that the rosy 2007 National Intelligence Estimate, which judged that Iran’s weapons program was halted in 2003, was an embarrassment, little more than wishful thinking.Even absent palpable proof, like a nuclear test, Iran’s steady progress toward nuclear weapons has long been evident. Now the arms race has begun: Neighboring countries are moving forward, driven by fears that Mr. Obama’s diplomacy is fostering a nuclear Iran. Saudi Arabia, keystone of the oil-producing monarchies, has long been expected to move first. No way would the Sunni Saudis allow the Shiite Persians to outpace them in the quest for dominance within Islam and Middle Eastern geopolitical hegemony. Because of reports of early Saudi funding, analysts have long believed that Saudi Arabia has an option to obtain nuclear weapons from Pakistan, allowing it to become a nuclear-weapons state overnight. Egypt and Turkey, both with imperial legacies and modern aspirations, and similarly distrustful of Tehran, would be right behind.Ironically perhaps, Israel’s nuclear weapons have not triggered an arms race. Other states in the region understood — even if they couldn’t admit it publicly — that Israel’s nukes were intended as a deterrent, not as an offensive measure.Iran is a different story. Extensive progress in uranium enrichment and plutonium reprocessing reveal its ambitions. Saudi, Egyptian and Turkish interests are complex and conflicting, but faced with Iran’s threat, all have concluded that nuclear weapons are essential.The former Saudi intelligence chief, Prince Turki al-Faisal, said recently, “whatever comes out of these talks, we will want the same.” He added, “if Iran has the ability to enrich uranium to whatever level, it’s not just Saudi Arabia that’s going to ask for that.” Obviously, the Saudis, Turkey and Egypt will not be issuing news releases trumpeting their intentions. But the evidence is accumulating that they have quickened their pace toward developing weapons.Saudi Arabia has signed nuclear cooperation agreements with South Korea, China, France and Argentina, aiming to build a total of 16 reactors by 2030. The Saudis also just hosted meetings with the leaders of Pakistan, Egypt and Turkey; nuclear matters were almost certainly on the agenda. Pakistan could quickly supply nuclear weapons or technology to Egypt, Turkey and others. Or, for the right price, North Korea might sell behind the backs of its Iranian friends.The Obama administration’s increasingly frantic efforts to reach agreement with Iran have spurred demands for ever-greater concessions from Washington. Successive administrations, Democratic and Republican, worked hard, with varying success, to forestall or terminate efforts to acquire nuclear weapons by states as diverse as South Korea, Taiwan, Argentina, Brazil and South Africa. Even where civilian nuclear reactors were tolerated, access to the rest of the nuclear fuel cycle was typically avoided. Everyone involved understood why.This gold standard is now everywhere in jeopardy because the president’s policy is empowering Iran. Whether diplomacy and sanctions would ever have worked against the hard-liners running Iran is unlikely. But abandoning the red line on weapons-grade fuel drawn originally by the Europeans in 2003, and by the United Nations Security Council in several resolutions, has alarmed the Middle East and effectively handed a permit to Iran’s nuclear weapons establishment.The inescapable conclusion is that Iran will not negotiate away its nuclear program. Nor will sanctions block its building a broad and deep weapons infrastructure. The inconvenient truth is that only military action like Israel’s 1981 attack on Saddam Hussein’s Osirak reactor in Iraq or its 2007 destruction of a Syrian reactor, designed and built by North Korea, can accomplish what is required. Time is terribly short, but a strike can still succeed.Rendering inoperable the Natanz and Fordow uranium-enrichment installations and the Arak heavy-water production facility and reactor would be priorities. So, too, would be the little-noticed but critical uranium-conversion facility at Isfahan. An attack need not destroy all of Iran’s nuclear infrastructure, but by breaking key links in the nuclear-fuel cycle, it could set back its program by three to five years. The United States could do a thorough job of destruction, but Israel alone can do what’s necessary. Such action should be combined with vigorous American support for Iran’s opposition, aimed at regime change in Tehran.Mr. Obama’s fascination with an Iranian nuclear deal always had an air of unreality. But by ignoring the strategic implications of such diplomacy, these talks have triggered a potential wave of nuclear programs. The president’s biggest legacy could be a thoroughly nuclear-weaponized Middle East.John R. Bolton, a scholar at the American Enterprise Institute, was the United States ambassador to the United Nations from August 2005 to December 2006.Iran | Iran nuclear negoations

David Vincenzetti
CEO

Hacking Team
Milan Singapore Washington DC
http://www.hackingteam.com

 

thanks to: Wikileaks

Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso
Il premier israeliano durante una conferenza (Foto di Promosaik)

Global Research, 3 marzo 2015

Prof. Yakov M. Rabkin, professore di storia all’università di Montreal

Il premier israeliano è perfettamente adatto per spiegare al Congresso il presunto pericolo del potere nucleare iraniano. Dopo tutto, è stato Israele insieme ai suoi alleati di Washington ad inventare questa questione fin dall’inizio. Ora tocca a Netanyahu tentare di dar credito a quell’affermazione, sebbene persino i servizi segreti americani, europei e israeliani non siano d’accordo sul fatto che l’Iran starebbe cercando di produrre armi nucleari. Alcuni forse si ricordano che le asserzioni secondo cui l’Iraq possederebbe armi di distruzione di massa erano provenute in gran parte dalle stesse fonti, vicine al partito israeliano di destra Likud.

Il lavoro di lobby del partito Likud ha fomentato in modo determinante la campagna contro l’Iran. Infatti, in occasione dell’incontro dell’AIPAC nella primavera del 2006, l’Iran è stato particolarmente preso di mira, grandi schermi che alternavano immagini di Adolf Hitler che denunciava gli ebrei e poi del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che minacciava di “cancellare Israele dalla faccia della terra”. Lo show terminava con uno sbiadito augurio post-olocausto “mai più”. In pochi mesi la lobby ha distribuito ben 13.000 cartelle stampa solo tra i giornalisti statunitensi per fissare bene nelle teste dei media queste immagini cariche di pathos.

I leader iraniani sono stati continuamente raffigurati come gente che nega l’olocausto e che minaccia di cancellare Israele dalla faccia della terra. Queste due affermazioni sono state pubblicate in migliaia di giornali: l’Iran è uno stato ambiguo e una minaccia per la pace mondiale. Sono state persino usate per imporre le sanzioni occidentali contro l’Iran che avrebbe tentato di produrre armi nucleari. Milioni di iraniani soffrono a causa di queste sanzioni e ancora più persone in Iran soffrirebbero un intervento militare che per Tel Aviv e Washington non è ancora escluso. Ecco perché si devono analizzare in dettaglio queste affermazioni secondo cui i governanti iraniani sarebbero degli antisemiti accaniti.
La questione del programma nucleare iraniano richiede un’analisi razionale. La correlazione tra Israele/sionismo ed ebrei/ebraismo ha soffocato da tempo il dibattito razionale sul Medio Oriente. I critici di Israele, ebrei e non, vengono regolarmente accusati di antisemitismo. Tali accuse hanno iniziato a influenzare ampiamente le relazioni internazionali. E la “bomba atomica iraniana” ne è un esempio. Netanyahu giunge a Washington, fingendo di parlare nel nome del popolo ebraico mondiale invece che quale rappresentante eletto dai cittadini di Israele, un terzo dei quali non sono neppure ebrei.

La negazione dell’olocausto

Tra i partecipanti alla conferenza internazionale sull’Olocausto, organizzata dall’ex-presidente iraniano quasi dieci anni fa, figuravano alcuni noti “negatori” dell’Olocausto e anche un gruppetto di ebrei ortodossi in abiti neri che raccontavano del massacro nazista contro i loro parenti. È di poco interesse pratico dibattere sul fatto se Ahmadinejad neghi la veridicità dell’Olocausto o meno, visto che oramai non detiene più il potere. Ma ci si potrebbe meravigliare per quale motivo tendiamo a considerare la negazione dell’Olocausto una questione talmente grave. Infatti, un “negatore” del massacro di centinaia di migliaia di ebrei in Ucraina nel 17esimo secolo o dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 15esimo passerebbe quasi del tutto inosservato. A rendere unico l’Olocausto, non sono solo la sua immediatezza e la sua ampiezza, ma anche le manipolazioni sioniste della sua memoria.
I leader iraniani non erano stati i primi a denunciare il prezzo che l’establishment israeliano ha estorto ai palestinesi (musulmani, cristiani e anche alcuni ebrei), costretti a pagare per un crimine commesso in Europa, da nazisti europei, contro ebrei europei. Per quanto possa valere quest’obiezione, essa non equivale ad una negazione dell’Olocausto, ma piuttosto ad un’obiezione contro l’uso di questa tragedia quale mezzo di legittimazione del fatto che il sionismo e Israele continuino ad espropriare i palestinesi.
Secondo Moshe Zimmermann, professore di storia tedesca e noto intellettuale israeliano, “la shoah viene spesso strumentalizzata. Cinicamente si può dire che la shoah è uno tra gli oggetti più utili per manipolare il pubblico e in particolare il popolo ebraico in Israele e all’estero. Nella politica israeliana la shoah viene usata per dimostrare che un ebreo disarmato equivale ad un ebreo morto”.

Gli usi politici del genocidio nazista sono comuni. Secondo l’ex ministro dell’educazione israeliano “l’olocausto non è una follia nazionale accaduta nel passato e ormai trascorsa, ma un’ideologia ancora presente, in quanto ancora oggi potrebbe succedere che il mondo legittimi dei crimini contro di noi”. Oltre a fornire a Israele una ragion d’essere alquanto persuasiva, l’olocausto ha anche dimostrato di essere un mezzo potente per sostenere Israele. Un parlamentare israeliano l’ha posta in questi termini diretti:

“Persino i migliori amici del popolo ebraico evitarono di offrire sostegno agli ebrei europei e volsero le spalle ai camini dei campi di sterminio … per questo tutto il mondo libero, in particolare in quest’epoca, deve dimostrare pentimento … offrendo sostegno diplomatico, difensivo ed economico a Israele”.

L’industria dell’olocausto di Norman Finkelstein documenta ampliamente come la memoria del genocidio nazista possa essere sfruttata a fini politici. Per decenni, l’olocausto ha svolto la funzione di strumento di persuasione nelle mani della politica estera israeliana al fine di soffocare qualsiasi critica e creare simpatia verso uno stato che si traveste dall’eroe collettivo di sei milioni di vittime. Netanyahu, nei suoi dibattiti pubblici sull’Iran, invoca regolarmente l’olocausto. Asserisce che l’ipotetica bomba atomica iraniana costituisca “una minaccia esistenziale”. Inoltre, in una conclusione priva di senso chiama Israele “l’unico luogo sicuro per gli ebrei”. All’indomani dei recenti attentati contro cittadini di origine ebraica a Parigi o Copenaghen, Netanyahu ha nuovamente invitato gli ebrei europei a lasciare i loro paesi per trasferirsi in Israele, loro “vera patria”. Le sue invettive su un “olocausto nucleare” sul fronte iraniano hanno gioco facile presso i suoi sostenitori, ma è difficile che rappresentino un’argomentazione razionale di politica estera.

Eliminare Israele dalla faccia della terra

Tanto inchiostro è stato versato anche su un’altra affermazione, secondo la quale l’Iran avrebbe dichiarato la propria intenzione di “eliminare Israele dalla faccia della terra”. Juan Cole e altri hanno dimostrato che si trattava di un errore di traduzione e che la parola “faccia della terra e/o carta geografica” non figurava nell’originale. Infatti si tratta di una citazione da una delle vecchie invettive anti-sioniste dell’Ayatollah Khomeini: Esrâ’il bâyad az sahneyeh roozégâr mahv shavad, che tradotta significa “Israele deve sparire dalla pagina del tempo”. Dopo questa storia inventata sulla “cancellazione di Israele dalla faccia della terra”, queste parole iniziarono a fare il giro del mondo, martellando per bene l’opinione pubblica. Infatti gli istigatori sionisti della campagna contro l’Iran le hanno usate fino alla noia. Un rapporto pubblicato di recente sull’Iran da parte del Centro degli Affari Pubblici di Gerusalemme, una fabbrica di pensiero sionista particolarmente attiva nella conduzione della campagna contro l’Iran, traduce correttamente la citazione di Khomeini, ma insiste comunque sul fatto che si tratti di un incitamento al “genocidio”. Quest’ultimo è diventato il termine favorito nelle recenti pubblicazioni sioniste: lo stesso rapporto fa riferimento al “genocidio fallito del 1948 da parte di diversi stati arabi e dei palestinesi contro Israele”.

I leader iraniani invece hanno ripetutamente richiesto di risolvere i problemi del mondo, inclusa la questione palestinese, con il dialogo. Hanno proposto tra l’altro “un referendum libero per istituire un governo basato sulla volontà della nazione palestinese, inclusi ebrei, cristiani e musulmani, in cui tutti abbiano diritto di voto”.

Nessuna di queste proposte sembra prevedere un intervento militare e non può essere interpretata come “minaccia esistenziale”. Ecco perché allora nei media comuni non interessa a nessuno: infatti le affermazioni moderate provenienti da Teheran non vale la pena pubblicarle.

I leader iraniani hanno anche affermato che “il regime sionista sarà eliminato quanto prima, come l’Unione Sovietica, e che l’umanità otterrà presto la libertà”. Come l’Unione Sovietica è stata disintegrata in modo pacifico, allo stesso modo anche Israele scomparirà in modo pacifico, cedendo al peso delle proprie contraddizioni interne. Visto che l’Unione Sovietica non è stata cancellata da una pioggia di bombe atomiche, l’Iran non suggerisce l’uso della forza neppure per smantellare Israele. Inoltre non avrebbe alcun senso vista l’estrema superiorità militare israeliana quale unica potenza nucleare regionale.

La richiesta di porre termine al sionismo non significa la distruzione di Israele e della sua popolazione. Secondo Jonathan Steel del Guardian non si tratta che di un “vago desiderio futuro”. Questo desiderio equivale ad una preghiera per “uno smantellamento pacifico dello stato sionista”, pronunciata regolarmente dai membri del gruppo antisionista ebraico Neturei Karta. Infatti la liturgia ebraica abbonda di prese di posizione alquanto aggressive nei confronti di chi non riconosce Dio o commette il male. Ad esempio nei servizi delle festività principali noi ebrei recitiamo la frase u’malkhut ha’rishaa kula ke’ashan tikhleh (e che il regno del male scompaia come il fumo). Il significato letterale significa annichilire o distruggere un intero paese, ma il vero significato di “regno del male” significa che ogni azione nefasta in ogni luogo verrà eliminata. Non si parla dunque di una persona in particolare e neppure di migliaia di persone innocenti.

Anche se milioni di ebrei recitano questa invocazione ogni anno, questo non significa la guerra atomica. Ma se volessimo demonizzare gli ebrei, potremmo usare quest’invocazione e trasformarla in un’accusa infondata secondo cui gli ebrei vorrebbero distruggere interi paesi. Alcuni israeliani laici hanno interpretato questa preghiera tradizionale quale invocazione alla distruzione della maggioranza secolare della popolazione ebraica in Israele. Per questo la tradizione ebraica rifiuta le interpretazioni letterali dei testi sacri e si rifà a quelle dei rabbini, anche se a volte molto inverosimili. I rabbini ad esempio interpretano unanimamente il principio biblico “occhio per occhio” quale obbligo di pagare una compensazione monetaria per salvare l’occhio del reo. La preghiera liturgica ebraica menzionata è un esempio di retorica religiosa basata su metafore espressive che si riferiscono a un desiderio di vedere un mondo senza il male.

Per ritornare alla nostra tematica principale: sono ormai passati oltre trecento anni dall’ultima volta che l’Iran ha attaccato un altro paese, cosa che non si può dire di Israele e degli Stati Uniti. Considerare l’Iran meno responsabile di Israele di cui si sa per certo che possiede armi nucleari sembra un residuo incoerente della mentalità coloniale.

Inoltre l’Iran combatte attivamente gli estremisti dello “Stato Islamico” che giustifica le proprie atrocità servendosi di interpretazioni letterali del Corano. Gli ebrei in Iran continuano a praticare l’ebraismo senza essere disturbati dalle autorità iraniane e desiderano continuare a vivere nel paese in cui hanno vissuto per millenni, e questo mentre la maggior parte dei leader iraniani anti-sionisti ha dichiarato di non essere anti-semita. Infatti se fossero state antisemite, le autorità iraniane avrebbero perseguitato gli ebrei locali, invece di provocare la potenza nucleare israeliana.

La pretesa di Netanyahu di parlare “nel nome di tutti gli ebrei” mette in pericolo gli ebrei, e soprattutto quelli iraniani. Alcuni sionisti comunque rimangono imperterriti e rimproverano persino gli ebrei iraniani per non essere emigrati in Israele da tempo. Questo atteggiamento espone la forse più antica comunità ebraica del mondo musulmano, visto che ovviamente la ragione di stato israeliana spesso prevale sul benessere e sulla sopravvivenza concreta delle comunità ebraiche. I sionisti considerano gli ebrei che vivono al di fuori di Israele quale potenziali immigrati o beni provvisori per promuovere gli interessi israeliani.

Dissenso ebraico

Il discorso di Netanyahu al congresso statunitense e la sua attuale campagna contro l’Iran hanno causato profonde divisioni tra gli ebrei che sostengono incondizionatamente Israele e quelli che rifiutano o mettono in dubbio il sionismo e l’agire dello stato israeliano. Il dibattito pubblico sulla posizione di Israele all’interno della continuità ebraica è diventato aperto e franco, non solo in Israele, ma anche all’estero. Molti vedono il futuro dello stato di Israele quale uno stato di cittadini, ebrei, musulmani, cristiani ed atei, più che di uno stato basato e gestito nel nome dell’ebraismo mondiale.

Mentre sono pochi gli ebrei a meravigliarsi pubblicamente del fatto se lo stato di Israele, cronicamente insicuro, “sia veramente un bene per gli ebrei”, molti di più disapprovano che il sionismo distrugga i valori morali ebraici e metta a repentaglio gli ebrei sia in Israele sia all’estero. Ad esempio il film Munich di Steven Spielberg focalizza in modo decisivo sul costo morale dell’affidamento cronico di Israele alla forza. In una scena, un membro dell’unità israeliana di picchiatori, che cacciano gli attivisti palestinesi della diaspora, rimane disgustato e proclama: “Siamo ebrei e gli ebrei non commettono il male perché i nostri nemici lo fanno… siamo ritenuti virtuosi. E questa è una bella cosa. È essere ebrei…” Mentre Schindler’s List indaga le minacce alla sopravvivenza fisica degli ebrei, Munich espone le minacce alla loro sopravvivenza spirituale. Chiaro che i sostenitori del Likud in America hanno ettato gango sul regista ebreo e sul suo film ancora prima che uscisse nei cinema. Hanno diffamato anche diversi libri pubblicati di recente (Prophets Outcast, Wrestling with Zion, Myths of Zionism, The Question of Zion) e incentrati sul conflitto di fondo tra sionismo e valori ebraici tradizionali. Il discorso di Netanyahu al Congresso ha profondamente lacerato questo conflitto intra-ebraico.

La lobby del Likud sostiene continuamente che gli ebrei che osano criticare Israele metterebbero a repentaglio il suo “diritto di esistere” e fomenterebbero dunque l’antisemitismo. Questo ha condotto alcuni ebrei britannici, canadesi e statunitensi famosi a prendere la parola nel contesto di un dibattito aperto su Israele nei media e persino nelle pubblicazioni conservatrici. La nota rivista pro-establishment Economist ha pubblicato un’indagine sullo “stato degli ebrei” e un editoriale indirizzato agli ebrei comuni della diaspora per farli superare l’atteggiamento tipico secondo cui “il mio paese ha sempre ragione, anche quando ha torto”, adottato da numerose organizzazioni ebraiche. Questo certamente intacca l’immagine degli ebrei quale gruppo riunito intorno alla bandiera israeliana.
L’impegno a favore dell’emancipazione ebraica dallo stato di Israele e la sua politica ha superato alcune vecchie dissidenze, creandone comunque anche delle nuove. Pertanto un critico ultraortodosso di Israele, che normalmente si oppone all’ebraismo riformista, si è complimentato con un rabbino riformista che aveva affermato:

“Se i sostenitori ebrei di Israele non si oppongono alla politica catastrofica che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini e neppure crea il clima appropriato in cui lavorare per una pace giusta con i palestinesi … poi stanno anche tradendo i valori ebraici millenari e agendo contro gli interessi israeliani a lungo termine”.

Molti ebrei e israeliani credono che la lobby del Likud, uno sforzo collettivo dei cristiani, ebrei, musulmani ed atei di destra, rappresenti la più grande minaccia per la sicurezza a lungo termine di Israele, visto che sostiene regolarmente i falchi di Israele, indebolendo invece gli israeliani che nella regione si impegnano per la riconciliazione. La lobby promuove anche l’antisemitismo visto che spesso viene considerata “ebraica”, dando dunque l’impressione errata secondo cui gli ebrei detterebbero la politica estera americana, spostandola verso destra. Infatti la maggior parte degli ebrei statunitensi ha votato Barak Obama. Mentre i leader israeliani attuali e i loro alleati in America continuano ad incitare il mondo contro l’Iran, diverse organizzazioni pacifiste in Israele e in diverse comunità della diaspora ebraica hanno rilasciato delle dichiarazioni che condannano la campagna anti-iraniana e il comportamento di Netanyahu.

Oggi, in assenza di stati arabi che rappresentino una minaccia militare per Israele, è l’Iran che gli israeliani vengono indotti a temere. E proprio vicino all’Iran, che ha affermato a più riprese di non aver alcuna intenzione di acquistare armi nucleari, si trova il Pakistan, un regime instabile con un forte movimento islamista, con fazioni di Al-Qaeda, e che possiede un arsenale nucleare non immaginario, ma reale. Anche se il Pakistan non ha minacciato Israele, le “minacce esistenziali” potrebbero non avere mai fine, se lo stato sionista andrà avanti per la sua strada, continuando a sfidare i popoli dell’intera regione, negando giustizia ai palestinesi.

Una precisazione

Le due accuse cariche di emotività rivolte all’Iran hanno dominato i media occidentali. Un’altra accusa secondo cui l’Iran avrebbe approvato una legge che costringerebbe gli ebrei a portare dei simboli di riconoscimento gialli è stata riportata dal Toronto National Post alcuni anni fa, rinforzando l’immagine dell’Iran quale nuova Germania nazista. Anche se l’articolo fu ritirato il giorno dopo, sono più le persone a ricordarsi della notizia che non della successiva smentita dal quotidiano, di propietà di canadesi impegnati nel Likud.
Quest’informazione errata sicuramente aiuta a preparare l’opinione pubblica a un intervento militare statunitense o israeliano contro l’Iran ricco di petrolio, un inquietante remake della paura delle illusorie armi di distruzione di massa irachene che hanno provocato un intervento militare gigantesco contro quel paese sfortunato, la cui popolazione aveva già sofferto per decenni a causa delle sanzioni occidentali. Saddam Hussein è stato debitamente ritratto come un’altra incarnazione di Hitler e di nuovo è stato invocato lo spettro dell’olocausto nucleare.

È Israele che presumibilmente possiede centinaia di armi nucleari e a differenza dell’Iran si rifiuta di firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. L’Iran invece non ha mai dichiarato di essere intenzionato a produrre armi nucleari. Secondo noti esperti israeliani l’Iran non sarebbe in grado di acquistare una tale capacità nucleare-militare per 5-10 anni, e anche se l’acquisisse, l’Iran lo farebbe per proteggersi dalle incursioni israeliane e sicuramente non per attaccare Israele.

I leader iraniani vengono erroneamente visti come estremisti forsennati con poteri illimitati da cui aspettarsi delle azioni irrazionali. Ne segue che devono essere fermati ad ogni costo. Questo aspetto si è trasformato oramai in un mantra non solo per i politici israeliani di destra, ma anche per un retorico come Netanyahu – che disprezzando la Carta delle Nazioni Unite minaccia apertamente di attaccare l’Iran – e per alcuni politici americani che lo ammirano. Mentre la Casa   Bianca e gli esperti di politica estera e dei servizi segreti sanno che né Israele né gli Stati Uniti sono minacciati da un attacco iraniano, le loro argomentazioni razionali sembrano essere meno persuasive della retorica carica di pathos. Gli Stati Uniti hanno noti interessi geopolitici nel Golfo Persico, ma le accuse contro l’Iran basate sulla deliberata idetificazione di Israele con gli ebrei potrebbero distorcere il modo di fare politica estera a Washington.
Gli intellettuali apprezzano la precisione. E ai politici serve in ugual modo visto che da loro ci si aspetta un agire prudente e razionale. L’ingerenza di Netanyahu nella politica estera americana fa parte del suo tentativo a lungo termine di allineare gli interessi della grande potenza a quelli dello stato sionista. Per questo le sue argomentazioni vanno prese con le pinze e senza emozioni superflue che spesso oscurano le questioni riguardanti Israele e i suoi vicini. Per diversi anni le diplomazie estere si sono concentrate sul contenimento dell’intervento militare israeliano contro l’Iran. Israele allora aveva le mani libere per trattare i palestinesi con sostanziale impunità. La nuova “minaccia esistenziale” dell’arma di distruzione di massa ipotetica a Israele serviva da vera e propria “arma di distruzione di massa”. L’incredibile crescita dello Stato Islamico a livello grafico mostra che meccanismi possono innescare la demodernizzazione e la successiva disperazione in certe regioni del mondo. Basta citare l’esempio dell’Iraq, della Libia e della Siria, tutti e tre paesi soggetti a interventi militari esterni, e il seguente emergere dello Stato Islamico per capire che la destabilizzazione di un paese o di una regione ha conseguenze devastanti e di vasta portata. Il premier israeliano invoca la cosiddetta minaccia iraniana per rallentare o invertire la politica iraniana di modernizzazione. La forzata demodernizzazione dell’Iraq, della Siria e della Libia, i paesi più antichi e colti del mondo arabo, ha sicuramente giovato alla posizione strategica israeliana all’interno della regione. Netanyahu comunque ci dovrà spiegare come la demodernizzazione dell’Iran gioverà agli Stati Uniti.

Traduzione italiana: Dr. phil. Milena Rampoldi dell’associazione ProMosaik e.V.

thanks to: pressenza

Israele ha falsificato i documenti IAEA che accusavano l’Iran di voler realizzare ordigni nucleari

WASHINGTON, Oct 17 2014 (IPS) – Western diplomats have reportedly faulted Iran in recent weeks for failing to provide the International Atomic Energy Agency with information on experiments on high explosives intended to produce a nuclear weapon, according to an intelligence document the IAEA is investigating.

But the document not only remains unverified but can only be linked to Iran by a far-fetched official account marked by a series of coincidences related to a foreign scientist that that are highly suspicious.

The original appearance of the document in early 2008, moreover, was not only conveniently timed to support Israel’s attack on a U.S. National Intelligence Estimate on Iran in December that was damaging to Israeli interests, but was leaked to the news media with a message that coincided with the current Israeli argument.

The IAEA has long touted the document, which came from an unidentified member state, as key evidence justifying suspicion that Iran has covered up past nuclear weapons work.

In its September 2008 report the IAEA said the document describes “experimentation in connection with symmetrical initiation of a hemispherical high explosive charge suitable for an implosion type nuclear device.”

But an official Iranian communication to the IAEA Secretariat challenged its authenticity, declaring, “There is no evidence or indication in this document regarding its linkage to Iran or its preparation by Iran.”

The IAEA has never responded to the Iranian communication.

The story of the high explosives document and related intelligence published in the November 2011 IAEA report raises more questions about the document than it answers.

The report said the document describes the experiments as being monitored with “large numbers of optical fiber cables” and cited intelligence that the experiments had been assisted by a foreign expert said to have worked in his home country’s nuclear weapons programme.

The individual to whom the report referred, Ukrainian scientist Vyacheslav Danilenko, was not a nuclear weapons expert, however, but a specialist on nanodiamond synthesis. Danilenko had lectured on that subject in Iran from 2000 to 2005 and had co-authored a professional paper on the use of fiber optic cables to monitor explosive shock waves in 1992, which was available online.

Those facts presented the opportunity for a foreign intelligence service to create a report on high explosives experiments that would suggest a link to nuclear weapons as well as to Danilenko.  Danilenko’s open-source publication could help convince the IAEA Safeguards Department of the authenticity of the document, which would otherwise have been missing.

Even more suspicious, soon after the appearance of the high explosives document, the same state that had turned it over to the IAEA claimed to have intelligence on a large cylinder at Parchin suitable for carrying out the high explosives experiments described in the document, according to the 2011 IAEA report.

And it identified Danilenko as the designer of the cylinder, again basing the claim on an open-source publication that included a sketch of a cylinder he had designed in 1999-2000.

The whole story thus depended on two very convenient intelligence finds within a very short time, both of which were linked to a single individual and his open source publications.

Furthermore, the cylinder Danilenko sketched and discussed in the publication was explicitly designed for nanodiamonds production, not for bomb-making experiments.

Robert Kelley, who was the chief of IAEA teams in Iraq, has observed that the IAEA account of the installation of the cylinder at a site in Parchin by March 2000 is implausible, since Danilenko was on record as saying he was still in the process of designing it in 2000.

And Kelley, an expert on nuclear weapons, has pointed out that the cylinder would have been unnecessary for “multipoint initiation” experiments. “We’ve been taken for a ride on this whole thing,” Kelley told IPS.

The document surfaced in early 2008, under circumstances pointing to an Israeli role. An article in the May 2008 issue of Jane’s International Defence Review, dated Mar. 14, 2008, referred to, “[d]ocuments shown exclusively to Jane’s” by a “source connected to a Western intelligence service”.

It said the documents showed that Iran had “actively pursued the development of a nuclear weapon system based on relatively advanced multipoint initiation (MPI) nuclear implosion detonation technology for some years….”

The article revealed the political agenda behind the leaking of the high explosives document. “The picture the papers paints,” he wrote, “starkly contradicts the US National Intelligence Estimate (NIE) released in December 2007, which said Tehran had frozen its military nuclear programme in 2003.”

That was the argument that Israeli officials and supporters in the United States had been making in the wake of the National Intelligence Estimate, which Israel was eager to discredit.

The IAEA first mentioned the high explosives document in an annex to its May 2008 report, shortly after the document had been leaked to Janes.

David Albright, the director of the Institute for Science and International Security, who enjoyed a close relationship with the IAEA Deputy Director Olli Heinonen, revealed in an interview with this writer in September 2008 that Heinonen had told him one document that he had obtained earlier that year had confirmed his trust in the earlier collection of intelligence documents. Albright said that document had “probably” come from Israel.

Former IAEA Director General Mohamed ElBaradei was very sceptical about all the purported Iranian documents shared with the IAEA by the United States. Referring to those documents, he writes in his 2011 memoirs, “No one knew if any of this was real.”

ElBaradei recalls that the IAEA received still more purported Iranian documents directly from Israel in summer 2009. The new documents included a two-page document in Farsi describing a four-year programme to produce a neutron initiator for a fission chain reaction.

Kelley has said that ElBaradei found the document lacking credibility, because it had no chain of custody, no identifiable source, and no official markings or anything else that could establish its authenticity—the same objections Iran has raised about the high explosives document.

Meanwhile, ElBaradei resisted pressure from the United States and its European allies in 2009 to publish a report on that and other documents – including the high explosive document — as an annex to an IAEA report. ElBaradei’s successor as director general, Yukia Amano, published the annex the anti-Iran coalition had wanted earlier in the November 2011 report.

Amano later told colleagues at the agency that he had no choice, because he promised the United States to do so as part of the agreement by Washington to support his bid for the job within the Board of Governors, according to a former IAEA official who asked not to be identified.

Gareth Porter is an independent investigative journalist and winner of the 2012 Gellhorn Prize for journalism. He is the author of the newly published Manufactured Crisis: The Untold Story of the Iran Nuclear Scare. He can be contacted at porter.gareth50@gmail.com

Edited by Kitty Stapp

thanks to: Inter Press Service News Agency