Stefano Cucchi, “Lo pestarono: omicidio preterintenzionale per tre carabinieri” Procura di Roma chiude inchiesta bis

Arrestato, pestato a sangue dagli stessi carabinieri che lo fermarono e quindi deceduto in un letto d’ospedale. Otto anni dopo ecco che la procura di Roma contesta a tre militari l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi. Il procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò hanno infatti chiuso l’inchiesta bis sulla morte del geometra romano, avvenuta in un reparto protetto dell’ospedale Pertini, il 22 ottobre 2009, sette giorni dopo il suo arresto nel parco degli Acquedotti.

I carabinieri che lo arrestarono – e cioè Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco – sono ora ritenuti responsabili del pestaggio del giovane geometra. Ai tre  è contestata anche l’accusa di abuso di autorità, per aver sottoposto Cucchi “a misure di rigore non consentite dalla legge” con “l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento“.

Le accuse di falso e calunnia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria processati nella prima inchiesta, sono invece contestate a vario titolo a Tedesco, a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, comandante della stazione Appia, dove fu portato Cucchi dopo il suo arresto il 15 ottobre del 2009.

Cucchi – come si legge nell’avviso di chiusura delle indagini, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio – fu colpito a “schiaffi, pugni e calci“. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale”, provocando sul giovane “lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte“.

“Le lesioni procurate a Stefano Cucchi – si legge sempre nel provvedimento dei pm –  il quale fra le altre cose, durante la degenza presso l’ospedale Sandro Pertini subiva un notevole calo ponderale anche perché non si alimentava correttamente a causa e in ragione del trauma subito, ne cagionavano la morte”. “In particolare – scrivono i pm – la frattura scomposta” della vertebra “s4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell’urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere”. Una quadro clinico che “accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale“.

Tedesco, Nicolardi e  Mandolini, invece, sono accusati di avere “affermato il falso in merito a quanto accaduto nella notte tra il 15 e il 16 del 2009 in occasione dell’arresto” di Cucchi. In particolare “implicitamente accusavano, sapendoli innocenti, tre agenti della penitenziaria, dei delitti di lesioni personali pluriaggravate e abuso di autorità”. Gli agenti della Penitenziaria erano accusati per un pestaggio che si “ipotizzava perpetrato – scrive il pm – ai danni di Cucchi nella mattina del 16 ottobre del 2009, nella qualità di agenti preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del tribunale adibite alla custodia temporanea degli arrestati in flagranza di reato in attesa dell’udienza di convalida”.

Il pm Musarò ha dunque ritenuto infondata l’ipotesi della morte per epilessia di Cucchi, emersa dalla perizia d’ufficio disposta dal giudice in sede di incidente probatorio. L’attacco epilettico del quale è stato vittima il giovane nei giorni di detenzione dopo il suo arresto, infatti, non figura tra le cause che ne hanno causato il decesso. Da qui il cambio di imputazione: i carabinieri ai quali viene ora contestato l’omicidio, infatti, sono stati a lungo indagati per lesioni personali aggravate, mentre i militari accusati di calunnia erano sospettati solo di falsa testimonianza. Uno di questi – il maresciallo Mandoliniera stato di recente promosso nonostante l’indagine in corso.

Inchiesta che adesso arriva a una svolta. Fino ad ora ben quattro giudizi avevano portato soltanto ad assoluzioni: confermate due volte in appello quelle per i sanitari dell’ospedale Pertini, diventate definitive, invece, quelle per gli agenti penitenziari che lavoravano nelle celle del tribunale di Roma.

“I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”, commenta Ilaria Cucchi, sorella del giovane assassinato.  “Non lo so come sarà la strada che ci aspetta d’ora in avanti, sicuramente si parlerà finalmente della verità, ovvero di omicidio“, aggiunge la donna, che poi ringrazia l’avvocato Fabio Anselmo. “Ci sono voluti sette anni ma ce l’abbiamo fatta – dice invece il legale – Sono emozionato, felice. Credo sia un messaggio importante per tutti: quando si sa di essere dalla parte del giusto, bisogna resistere, resistere, resistere e la verità prima o poi viene fuori”. “La Procura ha esercitato una sua prerogativa e ha formulato il capo di imputazione che ritiene sussistente. Noi riteniamo, di contro, che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio”. dice l’avvocato Eugenio Pini, legale di uno dei carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale. “L’attacco all’Arma è sotto gli occhi di tutti, nonostante le innumerevoli perizie stabiliscano con assoluta certezza che non ci sono state lesioni di alcun tipo che ne abbiano potuto procurare la morte (vedasi perizia disposta dal Gip), vengono cambiati i capi d’imputazione per non incorrere nella prescrizione e mandano a processo dei Carabinieri innocenti, dei padri di famiglia, dei Servitori dello Stato, solo per infangarli“, dice invece Mandolini, uno dei carabinieri indagati per falso e calunnia.

Sorgente: Stefano Cucchi, “Lo pestarono: omicidio preterintenzionale per tre carabinieri” Procura di Roma chiude inchiesta bis – Il Fatto Quotidiano

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Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro: quando lo sport uccide

La situazione a un centinaio di giorni dall’apertura delle Olimpiadi di Rio 2016 è nera, anzi la tonalità ha il colore rosso sangue. Quel rosso è il sangue delle vittime della bonifica che il Governo brasiliano insieme alla sua polizia sta portando avanti a spese della vita dei “meninos de rua”.

Continuano infatti gli omicidi da parte delle forze di polizia di Rio, a pagarne le spese sono soprattutto i bambini che vivono per strada e nelle favelas. Il piano del Governo brasiliano da almeno un paio di anni a questa parte è stato quello di cercare di dare un giro di vite in occasione delle Olimpiadi. Cercare in tutti i modi di allontanare dagli occhi del Comitato Centrale per le Olimpiadi quella situazione mai sanata che fa delle favelas un ritorno d’immagine non certo proponibile persino per lo stesso Comitato Olimpico.

Sorgente: Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro: quando lo sport uccide

Ilaria Cucchi, la gogna e la fogna mediatica

Ilaria Cucchi, la gogna e la fogna mediatica

C’è qualcosa di misterioso nella cronaca. Al netto dei dubbi e delle certezze, come una notizia poi riesca a diventare un pezzo e poi un titolo, spesso, è una dinamica che sfugge persino ai giornalisti: semplicemente le cose si fanno così e poi il giorno dopo escono stampate in edicola.
Basta aprire una qualsiasi cronaca locale: per fatti anche non rilevanti si tende a pubblicare nomi, cognomi e foto dei coinvolti. A volte non ci si fanno molti scrupoli nemmeno a pubblicare intercettazioni uscite non si sa bene come dagli uffici giudiziari – magari a indagini aperte -, parole su parole la cui rilevanza penale talvolta è tutta da dimostrare. Eppure si pubblica tutto lo stesso. Perché gli arresti e le indagini sono fatti pubblici e la gente deve sapere (anche se forse non vuole, ma non ci sono prove di questo), perché li sappiamo e dobbiamo farlo vedere, perché sì, perché è uguale.
A volte però certi casi sono più uguali degli altri. Ne sa qualcosa Ilaria Cucchi, che si è limitata a postare sulla sua bacheca di Facebook la foto (già pubblica a tutti gli effetti) di uno dei carabinieri indagati nella seconda inchiesta sulla morte di suo fratello Stefano.
Il Corriere della Sera per primo ha parlato di un’Ilaria Cucchi «diversa» rispetto al solito, incline alla gogna, capace di utilizzare le armi che di solito venivano usate contro di lei. Il discorso sarebbe già discutibile – ci arriviamo –, ma la cosa più grave è la malafede di fondo: perché esporre la foto di un carabiniere è una gogna mentre invece va bene sparare quelle del ragazzino che ha mandato l’sms con bestemmia annessa al programma di capodanno della Rai? Perché Ilaria è inopportuna mentre quelli che invocano lo sterminio degli immigrati perché sono tutti ladri sono la voce del popolo che comunque va raccolta? Ah, i misteri della cronaca. Oltre alla gogna, occorre prendere atto che esiste anche la fogna mediatica.
Ilaria ha pubblicato quella foto perché sono sei anni che suo fratello è morto e le istituzioni ancora non hanno dato una risposta che sia una alla richiesta di giustizia e verità proveniente dalla famiglia. Perché, alla faccia del senso del pericolo, di quello del ridicolo, del buonsenso e pure dello stato di diritto, nella repubblica penale italiana è possibile che su un singolo fatto ci siano un processo in corso (il nuovo giudizio di Appello per i medici) e un’inchiesta aperta (quella sui carabinieri). Perché, come ha detto lei stessa, ha voluto farsi del male, e in fondo c’è da capirla.
Alla fine di questa storia – se mai questa storia finirà – forse una verità giudiziaria uscirà pure fuori. Parziale, sfuggente e contraddittoria com’è sempre la verità giudiziaria: quella porzione di fatti scritta sua una sentenza rappresenta soltanto il risvolto della realtà che ha una rilevanza penale, non la realtà in sé e per sé.
La verità storica sul caso Cucchi, in compenso, è ormai chiara a tutti: Stefano è stato preso vivo dallo Stato e ne è uscito morto. E questo è quanto.

thanks to: Contropiano

La “colpa” di Ilaria: pubblicare una foto pubblica

Ci sono molte cose che si possono apprendere guardando una foto, se contestualizzata e arricchita di materiale testuale, o addirittura di registrazioni sonore.

Nella società dell’immagine, dove ognuno si mostra in qualsiasi posa e in qualsiasi momento, nel tentativo disperato di darsi così un senso e una collocazione sociale, il concetto di “privacy” ha subito qualche decisa correzione. Se tu stesso non rispetti la tua privacy, mostrandoti come meglio credi, quelle immagini diventano e restano pubbliche per tua volontà (per quanto inconsapevole possa essere del calderone in cui getti te stesso).

Non è difficile dunque comprendere senza riserve la scelta di Ilaria Cucchi di postare un’immagine che il carabiniere  Francesco Tedesco, in servizio alla stazione di Tor Sapienza al tempo del pestaggio di Stefano, uno dei cinque indagati nel nuovo processo. Non si tratta di una foto “privata”, ancorché lo ritragga in costume da bagno, perché era quella che aveva scelto come “immagine di copertina” per il suo profilo Facebook. L’aveva preferita a quella più ovvia e tradizionale, in divisa, per ragioni che ognuno può immaginarsi. Fisico palestrato, esibito con orgoglio, clima marittimo-vacanziero, sorriso che vuol essere “acchiappesco” (citazione dall’immenso Gigi Proietti in “Nun me rompe er ca’”).

Quella foto era scomparsa dal profilo del carabiniere solo dopo che il suo nome era apparso sui giornali nella lista degli indagati per la morte di Stefano in seguito a “un violentissimo pestaggio”. Il senso della pubblicazione è spiegato con molta semplicità da Ilaria: “Il senso è che Stefano era la metà di questa persona”. E non ci vuol molta fantasia per considerare l’impatto dei colpi inferti da fisici allenati su un corpo gracile, indebolito ulteriormente da una tossicodipendenza di lunga durata (in proporzione alla giovane età).

Ci penserà il processo a stabilire da chi siano stati materialmente inferti i colpi. Ma intanto c’è un’immagine che restituisce la sproporzione assoluta di forza tra cinque uomini in salute (non sappiamo se anche gli altri carabinieri quattro siano palestrati come Tedesco, ma se erano in servizio quella notte di certo erano in salute, abili e arruolati).

Una sproporzione fisica ingigantita dalla sproporzione “legale”: cinque “servitori dello Stato” nell’esercizio delle loro funzioni contro un detenuto tratto in arresto. Può accadere qualsiasi cosa. Se resti in vita saranno cinque versioni coincidenti dei fatti, rese da “cittadini al di sopra di ogni sospetto”, contro quella di un detenuto.

Il carabiniere  Francesco Tedesco ha annunciato una denuncia nei confronti di Ilaria. E anche qui ci penserà un processo, dunque, dove quel mismatch di potenza legale si riproporrà in altre forme, con la famiglia Cucchi esposta ai flash di mezzo mondo e un carabiniere che avrebbe voluto – solo da indagato, però – restare “invisibile”.

È la storia della famiglia Cucchi in questi sei anni, attaccata e vilipesa, con tanto di foto in ogni dove, e un gruppo di… (come definire uomini in divisa che pestano un prigioniero fino a farlo morire?) ben nascosti nell’anonimato. Un rovesciamento continuo del ruolo di vittima (Stefano e la sua famiglia) e colpevole che la dice lunga, per finire, su come lo Stato tuteli se stesso – i propri esecutori materiali del “monopolio della forza” – anche a prescindere dalle ragioni di merito. Anche quando, per citare un’intercettazione ormai famosa tra due dei cinque indagati, si tratta di “servitori dello Stato” con ben poco rispetto delle leggi di questo stesso Stato: «Se ci cacciano, vado a fare le rapine agli orafi, quelli che portano a vedere i gioielli nelle gioiellerie».

Qui si seguito il post di Ilaria successivo alle inevitabili “polemiche” sulla pubblicazione di una foto pubblica.

*****

Sto ricevendo numerose telefonate anche di giornalisti su questa fotografia.
La prima domanda che mi pongo è: se fosse stato un comune mortale, cioè non una persona in divisa, non ci si sarebbe posto alcun problema. La cronaca nera e piena di ‘mostri’ rei o presunti tali di efferati ed orrendi delitti sbattuti in prima pagina.
Sto passando le mie giornate ascoltando quelle intercettazioni. Leggo sul sito del Fatto Quotidiano le infamanti ricostruzioni del mar. Mandolini che si permette di offendere me e la mia famiglia raccontando le sue presunte verità dopo aver taciuto per sei anni e dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere di fronte ai pubblici ministeri.
Non sono ipocrita. Questa foto non è uno scatto rubato in violazione della privacy del soggetto ritratto ma è stata addirittura postata dallo stesso sui social network. Questa foto io non l’avrei mai pubblicata ma l’ho fatto solo perché la ritengo e la vedo perfettamente coerente col contenuto dei dialoghi intercettati e con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi dai protagonisti. Per sei anni si è fatto il processo a Stefano e a noi membri della sua famiglia.
Il mar. Mandolini incurante di quanto riferito sotto giuramento ai giudici sei anni fa e non curandosi nemmeno della incoerente scelta di non rispondere ai magistrati ha avviato un nuovo processo a Stefano e a noi, che abilmente sarà di una violenza direttamente proporzionale alla quantità di prove raccolte contro di loro dai magistrati. E quindi io credo che non mi debba sentire in imbarazzo se diventeranno pubblici anche i volti e le personalità di coloro che non solo hanno pestato Stefano ma pare se ne siamo addirittura vantati ed abbiamo addirittura detto di essersi divertiti. Di fronte al possibile imbarazzo che qualcuno possa provare pensando che persone come queste possano ancora indossare la prestigiosa divisa dell’arma dei carabinieri io rispondo che sono assolutamente d’accordo e condivido assolutamente questo imbarazzo. Ma non è un problema o una responsabilità di Stefano Cucchi o della sua famiglia. Non è stata una scelta di Stefano Cucchi quella di subire un ‘violentissimo pestaggio’, come lo hanno definito i magistrati, per poi morirne. Non è stata una scelta della famiglia Cucchi quella di essere processata insieme al loro caro per sei anni.
Quella di avere invece pestato Stefano è stata una scelta degli autori del pestaggio.
Quella di nascondere questo pestaggio e di lasciare che venissero processato altri al loro posto è stata una scelta di altri. Così come quella di farsi fotografare in quelle condizioni e di pubblicarla sulla propria pagina Facebook è stata una scelta del soggetto ritratto.
Io credo che sia ora che ciascuno sia chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Accollandosene anche le conseguenze. E il fatto che questo qualcuno indossi una divisa lo considero un aggravante non certo un attenuante o tantomeno una giustificazione.

Sorgente: La “colpa” di Ilaria: pubblicare una foto pubblica – contropiano.org

«Mio marito si vantò di aver pestato Stefano Cucchi»

Questione di vanità: «Lo abbiamo pestato noi quel tossico». Così parlò alla sua ex moglie Raffaele D’Alessandro, uno dei carabinieri indagati per la morte di Stefano Cucchi. L’intervista alla donna, «trent’anni, magra da non sembrare mamma di tre figli, alta, bel viso, diretta. Si chiama Anna Carino», è uscita sulle colonne del Corriere della Sera, che già qualche giorno fa aveva pubblicato online le intercettazioni di cui Contropiano vi aveva già parlato [http://contropiano.org/malapolizia/item/34312-botte-e-depistaggi-il-caso-cucchi-si-chiude-e-si-riapre], quelle in cui i militari parlavano apertamente di pestaggio ai danni del ragazzo, con la signora Carino che era arrivata a dire al marito durante una litigata: «Non ti ricordi che mi raccontavi di come vi eravate divertiti a pestare quel drogato di merda?».
Al Corriere, la donna ha poi anche detto altro: «Raffaele aveva 24 anni all’epoca, come me. Era spavaldo, certo, e sempre fuori di sé. Ne ho passate tante. Ma con lui ho avuto due figli e ora sono di là che dormono. Ho visto i commenti sui forum online e vi chiedo, se Raffaele finisce in galera cosa ci guadagno io, che vantaggio ne hanno i bambini?».
E ancora: «Testimonierò se mi chiamano. Ma non sanno ancora se ci sarà un processo». Ed il dubbio che attraversa tutta la seconda indagine sul caso di Stefano Cucchi: mentre da una parte medici e infermieri dovranno affrontare un nuovo giudizio d’appello, dall’altra il pm romano Musarò si sta concentrando sulle ore immediatamente successive all’arresto di Stefano, quindi proprio sugli uomini in divisa e sulle loro responsabilità.
Di prove ce ne sarebbero parecchie, ma cantare vittoria, nei casi di malapolizia, è sempre un azzardo enorme.
«Odiava stare qui – racconta ancora Anna Carino al Corriere, parlando di suo marito -, in provincia con la divisa addosso. Mi rimproverava sempre: “per colpa tua sono dovuto venire in questo posto di merda”. E che il ragazzo, un tossicodipendente fu pestato. Raffaele mi parlò di Cucchi solo dopo che la prima indagine, quella che non è arrivata da nessuna parte, aveva preso un’altra strada. Penso volesse vantarsi per averla scampata. Nessuno li cercava più».

Sorgente: «Mio marito si vantò di aver pestato Stefano Cucchi» – contropiano.org

A tutti coloro che possiedono i requisiti per poter comprendere le mie parole

Dichiarazione in aula della compagna Marina prima che la corte genovese la condannasse ad 11 anni per i fatti del luglio 2001 durante le contestazioni del G8

Premetto che in quanto anarchica non riconosco come mio interlocutore l’apparato giudiziario, organo dello stato la cui unica funzione consiste nell’essenziale protezione delle classi sociali privilegiate e nella difesa della proprietà privata.

Quindi, con la seguente dichiarazione, principalmente indirizzata all’esterno di questo edificio, colgo l’occasione per rivolgermi a tutti coloro che possiedono i requisiti per poter comprendere le mie parole.

Desidero rivolgermi alle classi subalterne, a coloro che subiscono la condizione alienante di sfruttati e oppressi dall’avanzato e moderno sistema capitalista, sempre più spietato ed escludente.

Premetto altresì che nulla ho da chiarire circa la mia condotta, le mie convinzioni e le mie scelte politiche, tanto meno intendo chiedere clemenza ai signori della corte.

La natura squisitamente politica di questo procedimento penale impone una netta presa di posizione, alla luce soprattutto degli innumerevoli tentativi da parte della magistratura e della stampa di screditare e spoliticizzare davanti all’opinione pubblica gli imputati di questo processo.

Soggetti che loro malgrado sono incappati negli ingranaggi della giustizia borghese e fatti figurare in certi casi come un branco di violenti teppisti, in altri come un’orda di barbari scesi nelle strade di Genova con il preciso intento di devastarla e saccheggiarla.

No signori, intanto l’accusa di devastazione e saccheggio la rinvio direttamente al mittente poiché offensiva e poiché non fa parte del mio bagaglio storico politico.

La classe sociale a cui appartengo è colma fino all’orlo di ingiustizie, soprusi e umiliazioni inflitte dai padroni.

Ed è proprio nel santuario della democratica inquisizione dove viene sistematicamente perpetuata l’ingiustizia sociale, in cui tengo a precisare e ribadire la mia ferma opposizione ad ogni forma di dominio, all’ineguaglianza sociale, allo sfruttamento.

E seppur cosciente che come nemica della vostra classe mi si infliggerà una pena severa poiché portatrice di principi malsani assolutamente in contrasto con l’ordine costituito, vi comunico che personalmente come lavoratrice salariata ho avuto modo di conoscere i veri devastatori e saccheggiatori.

Risiedono nei palazzi di lusso o del potere, sono i padroni, i capi di stato, insomma tutta la classe dirigente di questo sistema infame.

Un’esigua percentuale di individui su questa terra che in nome del profitto, del prestigio e del potere assoluto depredano e saccheggiano l’intero pianeta.

Costringono alla fame ed alla povertà milioni di persone, sia nel sud del mondo che nell’Occidente, sfruttano gli operai sul posto di lavoro fino a renderli schiavi, di conseguenza sono i diretti responsabili delle morti bianche, un vero e proprio stillicidio.

Seppelliscono nelle patrie galere tutti coloro i quali sono costretti a vivere ai margini di questa società opulenta.

Combattono guerre siano esse umanitarie o di conquista poco importa, sterminando intere popolazioni, devastando interi paesi e saccheggiando le loro risorse. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Contro tutto ciò è necessario lottare, è necessario porre una strenua opposizione alla dittatura capitalista.

Per quanto mi riguarda è stato questo il senso delle mobilitazioni di lotta antimperialista e anticapitalista a Genova nel 2001, non tanto perché lo ritenei un evento politico unico nella vita degli sfruttati determinato dalla presenza dei padroni della terra, dai quali elemosinare qualche briciola caduta dai loro sontuosi banchetti; lo feci in continuità con un percorso politico già intrapreso, animato dalla forte esigenza di trasformare radicalmente un modello sociale fondato sulla sopraffazione. Lo stesso motivo che mi spinge tuttora a partecipare a momenti di lotta costruiti dal basso, situazioni meno spettacolari e che meno interessano alle telecamere del potere mediatico, ma sicuramente autentici.

A Genova nel 2001 con molta determinazione è stato riaffermato un principio fondamentale, attraverso la riappropriazione di uno spazio urbano negato e reso inaccessibile dall’imponente presenza militare per impedire ogni forma di disapprovazione ai rappresentanti del dominio.

Nessuna sentenza potra’ riscrivere la storia di quei giorni. carlo continuera’ a vivere tutti i giorni nelle nostre lotte.

thanks to: Fenix

72 ore: Saper affrontare da cittadini informati e consapevoli il fermo di polizia

Le Alvà della Clarea , un gruppo di donne della Valle di Susa, tornano a riflettere e a far riflettere su come chi vive un territorio in conflitto possa dover affrontare, nel suo percorso accidentato , situazioni complesse.

Dopo l’evento “ Voci di donne sulla violenza di Stato”, questa volta verrà proposta una serata dedicata al fermo di polizia.

Ci si interrogherà su ciò che accade quando, esprimendo il proprio legittimo dissenso, si è di fronte a momenti di estrema tensione che possono culminare con un fermo di polizia.

Attraverso le testimonianze di alcune persone che hanno subito ( ma anche gestito ) le 72 ore di fermo, si cercherà di capire come affrontare in modo consapevole la paura, la rabbia, la solitudine, l’impotenza che abitano quel “mondo capovolto” e che rischiano di far dimenticare a donne e uomini di essere persone e in quanto tali portatori di diritti.

Ci aiuteranno in questo percorso una psicologa e un avvocato.

Perché tutto questo può accadere ad ognuno/a di noi ed ognuno/a di noi deve sapere come affrontarlo.

72 ORE A5 (2)

thanks to: NoTav.info

Abusi in carcere da parte dell’amministrazione penitenziaria

 

noisolRiceviamo e pubblichiamo questa nuova lettera di Maurizio Alfieri detenuto nel carcere di Spoleto. Maurizio ha più volte denunciato gli abusi che l’amministrazione penitenziaria riserva ai prigionieri. Per questi motivi Maurizio è stato minacciato e trasferito da alri carceri al carcere di Spoleto, nel quale la sua lotta di denuncia contro gli abusi e le brutalità ai danni dei detenuti continua.

Compagni/e ciao un abbraccio,

non ho fatto neanche un’ora di isolamento che ho visto il primo abuso e istigazione nei confronti di un detenuto extracomunitario ad autolesionarsi e vi racconto il fatto.

È arrivato verso le 10.30, lo sentivo urlare e riempire di parolacce le guardie chiedendo perchè era stato portato in isolamento, così dopo averlo fatto spogliare e lasciato nudo è andato in escandescenza e ha iniziato a rompere il plaforo con la lampadina, ha iniziato ad urlare che si sarebbe tagliato ma la guardia gli diceva che cosa aspettava a farlo, così iniziò a tagliarsi dappertutto. Vi premetto che conosco bene questo ragazzo che è stato in sezione dove ero io, è educato, rispettoso e pulito. Ho cercato di dissuaderlo dal tagliarsi perchè avrebbe fatto solo felice questi infami di Spoleto, ma lui non ha voluto sentire nessuno.

Dopo diversi tagli arrivano tutti gli agenti, compreso il vice comandante Cuomo. Gli danno i vestiti e gli promettono che lo mandano subito in infermeria per le medicazioni ma come sempre le loro promesse sono menzogne che puzzano come la merda…così dalle 11 del mattino ci si arriva alle 17 di sera e il ragazzo inizia a rompere la porta del bagno dove c’è un vetro molto duro che cede ai colpi, così tutti i vetri del diametro di 1 cm per 1 cm si trovano sul pavimento di tutta la cella, allora inizio a chiamare il brigadiere di aprirmi che avrei cercato di calmarlo. Mi aprono gli porto il tabacco con cartine e filtri, cerco di calmarlo ma lui diceva: ” Hai visto Maurizio è da stamattina che mi prendono per il culo e mi istigano”. Mentre gli sto per dire di mettersi sul letto che il pavimento era pieno di vetri e rischiava di infilzarsi un vetro nel piede, appena glielo ripete anche il brigadiere inizia ad andare su tutte le furie…così inizia a saltare con tutto il suo peso sui vetri, il sangue inizia a colare come se fosse stata versata una bottiglia da un litro sul pavimento… (ormai era fuori si senno)

In conclusione oggi giorno 18, quel povero ragazzo non si può muovere e devono portarlo in ospedale. Si è appena svegliato dai psicofarmaci che gli hanno dato (questi infami) e i primi infami sono questi pseudo dottori se così possiamo definirli, che somigliano molto alle cure di Giosef Mengele (l’angelo della morte) come veniva definito ad Auschwitz (infami come Mengele)

A Spoleto possono stare sicuri che tutte le loro infamie e abusi verranno resi pubblici, questo non è che l’inizio così dopo un anno di prese per il culo sul trasferimento vicino alla mia famiglia per tenermi buono adesso sono proprio incazzato e quello che cerco sono proprio le sezioni di isolamento così non potrete nascondere ed occultare i vostri abusi […]

Vi comunico che alle 21 gli hanno tirato fuori i vetri dai piedi però lui è in sciopero della fame perchè vuole partire da sto carcere infame. Il ragazzo si chiama Ibrahim El Almaraini, ha 26 anni. Qui a Spoleto vige il razzismo, come è accaduto poco tempo fa con quel ragazzo che durante il ramadan gli mandavano la carne cruda adesso lo hanno chiamato 5 volte per fargli ritirare la denuncia contro la direzione ma lui non ritira niente, la storia è sull’opuscolo n° 94 (OLGa ndr)

Questo è il carcere di Spoleto (e degli abusi) con la complicità del magistrato di Sorveglianza.

Compagni/e vi aggiungo questo scritto per le cose che vi ho mandato da pubblicare inerente allo sciopero che doveva esserci a Spoleto e poi non si è fatto. Siccome mi sono informato con tanti amici e ho saputo che la direzione sta provvedendo a mettere una tettoia per i familiari che arrivano a colloquio e non dovranno stare sotto la pioggia, poi il lavoro a rotazione (turn-over) già in vigore e (dovrebbero) ridare il computer che hanno tolto a tutti dopo che avevano concesso di acquistarli e ci sono altre cose richieste per fare lo sciopero che (sembra) che la direzione sia pronta ad accogliere. Per cui per correttezza nei confronti dei compagni che si sono esposti a parlare con la direzione, a parer mio non c’è stato nessun segno di resa o compromesso, quando invece molti parlano di resa. Invece l’unione ha fatto capire alla direzione che stavolta si faceva sul serio.

Qui in isolamento non è cambiato nulla, addirittura arrivano nuovi isolati e non hanno nemmeno i piatti e posate per mangiare ma ci pensiamo noi, almeno a far capire agli abitanti di Spoleto che qui non è un albergo come vuol far credere la direzione.

Poi vi informo che Stefano Marucci si trova a Livorno, lui è originario di Firenze e siccome il direttore e comandante dopo la denuncia della madre erano preoccupati, gli avevano promesso che se la ritirava lo mandavano in Toscana, Per cui, detto fatto. Per forza, hanno massacrato un ragazzo che prendeva metadone, poi la guardia dopo un certo orario non poteva aprire la cella e in più il fatto della lite con la guardia era già successo e invece loro sono saliti e lo hanno massacrato rompendogli costole e la testa in più parti con le chiavi, oltre a renderlo irriconoscibile in viso…

Per cui queste merde, quando vogliono le strade per trasferire vicino a casa le trovano. Ecco perchè io non mi farò più prendere in giro da questa feccia. Ho aspettato un anno, dopo varie promesse a me e al mio avvocato, adesso sarò la loro ombra e tutti gli abusi di qua li renderò pubblici e me ne fotto dell’isolamento e le corna di questi cornuti.

Aggiungete questo scritto e quello dove vi informo del mio isolamento e di preparare attraverso il coordinamento dei detenuti uno sciopero nazionale da concordare con tutti i collettivi che porteranno il loro appoggio dall’esterno.

Un abbraccio forte, Maurizio.

17 ottobre 2014, Maurizio Alfieri via Maiano 20 – 06049 Spoleto (Perugia)

thanks to: Piemonte Indymedia

Anonymous vs sentenza Cucchi: violato il sito del Sindacato Autonomo di Polizia!

 

altLa risposta di Anonymous alla vergognosa sentenza sul caso Cucchi e alle relative dichiarazioni di Gianni Tonelli, segretario del SAP (il sindacato di polizia già salito agli onori delle cronache per gli applausi agli assassini di Aldrovandi e altre infamie), non si è fatta attendere: per la seconda volta il sito del SAP è stato violato e defacciato dal collettivo di hacktivisti.

L’attacco è partito poco più di un’ora fa ed è stato subito reso noto su Twitter tramite l’account @OperationItaly. Il sito sap-nazionale.org è stato defacciato e sulla home page è comparso il comunicato di Anonymous sull’operazione.

Gli hacker sono inoltre riusciti a sottrarre e rendere pubblico moltissimo materiale relativo al sindacato di polizia: nomi, cognomi, password, indirizzi e-mail, messaggi privati e persino il numero di cellulare di Tonelli, che Anonymous ha subito ironicamente invitato a contattare tramite un tweet…

Di seguito il comunicato sull’operazione e i link al materiale violato (dal blog di Anonymous Italia):

Di fronte alla violenza di stato che colpisce alla cieca con le forze dell’ordine e umilia i familiari delle vittime innocenti in processi che non condannano nessuno come nel caso di Cucchi, Anonymous afferma:

La giustizia non è quella dei tribunali dei carnefici di stato, la vera giustizia è la vendetta degli oppressi!

Ci incarichiamo di dare una parziale espressione all’ira delle vittime inermi della violenza di stato, perciò, secondo i nostri metodi abbiamo violato per la seconda volta l’archivio del sito sap-nazionale.org(Sindacato Autonomo di Polizia); quà di seguito riportiamo quelle che di fatto rappresentano le garanzie minime del cittadino nei confronti dello stato, in qualsiasi stato moderno; garanzie che evidentemente in Italia ancora non esistono e che Anonymous non si stanca di rivendicare con tutte le sue forze:

Una legge contro la tortura da parte delle forze dell’ordine, che tuteli, al contrario di quanto avviene oggi, chi si trovi sotto la custodia degli agenti.

altUna continua video sorveglianza nelle questure e nelle carceri al fine di garantire la tutela delle persone detenute o sotto la custodia degli agenti. E’ necessario ricordare che tale richiesta è posta anche a causa del gran numero di “suicidi” nelle carceri italiane, circostanza che testimonia le condizioni disumane di reclusione e lascia dubbi sulla effettiva condotta della polizia carceraria.

Leggi che permettano di espellere dalle forze dell’ordine e di punire adeguatamente chi tra gli  agenti si sia macchiato di maltrattamenti, percosse o molestie contro persone in stato di fermo, arresto o comunque sotto custodia.

Che le forze dell’ordine scendano in piazza disarmate, come avviene ad esempio in Gran Bretagna; ciò rappresenta un incentivo affinché anche i manifestanti lo siano. Le imbottiture di cui sono dotate e uniformi che i tutori dell’ordine indossano durante le manifestazioni sono tali da poter assorbire i colpi portati con le sole mani evitando ogni danno per i membri della pubblica sicurezza. Perciò è giusto chiedere che durante le manifestazioni tutori dell’ordine disarmati svolgano funzione di pura interposizione senza mai reagire alle aggressioni, perché ciò può essere attuato garantendo l’incolumità delle forze dell’ordine. Chiediamo anche che gli agenti durante le manifestazioni siano considerati semplici cittadini e non pubblici ufficiali. E’ infatti sufficiente, che un qualunque manifestante risponda all’aggressione di un agente per incorrere nel reato di aggressione a pubblico ufficiale e ciò viola il diritto dei dimostranti al dissenso violento. Il fondamento del diritto citato sta nel Proclama di emancipazione degli schiavi che Abramo Lincoln scrisse nel 1863, lì si chiede agli schiavi liberati di astenersi da ogni violenza a meno che la propria incolumità non fosse direttamente minacciata. Da questo si deduce che il diritto alla protesta violenta è lecito se vi è una diretta minaccia alla integrità fisica degli esseri umani.

Vili fascisti in camicia blu della polizia, non solo avete massacrato Stefano Cucchi ma avete anche umiliato la sua famiglia con un processo farsa che ha lasciato tutti impuniti e oltre a ciò vi siete permessi di irridere Stefano e i suoi cari con le dichiarazioni del segretario del sindacato di polizia SAP Gianni Tonelli, che quì riportiamo “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze” (leggi qui il comunicato integrale).

Siano maledette le forze dell’ordine vile sbirraglia serva dello stato e la magistratura che striscia bieca ai piedi dei potenti; non potete ingannarci con le vostre frasi di circostanza ormai è chiaro che quella che chiamate giustizia non è altro che il prolungamento della violenza squadristica degli uomini in divisa con altri mezzi.

We are Anonymous.
We are legion.
We do not forgive.
We do not forget.
Expect us.
Sindacato Autonomo di Polizia
Hacked & Defaced !!!

Anonymous vs sentenza Cucchi: violato il sito del SAP! – Indymedia Piemonte


VITTIME DELLO STATO:

Federico  Aldrovandi (2005), Stefano Cucchi (2009), Riccardo Rasman (2006),  Giuseppe Uva (2008), Niki Aprile Gatti (2008), Carlo Giuliani  (2001),Massimo Casalnuovo (2011),Gregorio Durante (2011), Aldo Bianzino  (2007), Gabriele Sandri (2007), Simone La Penna (2009), Manuel  Eliantonio(2008), Marcello Lonzi (2003), Michele Ferrulli (2011), Dino  Budroni (2011), Carmelo Castro (2009),Daniele Franceschi  (2010),Giuseppe Casu (2006), Piero Bruno (1975), Giovanni Ardizzone  (1962), Rodolfo Boschi (1975).

SOPRAVVISSUTI:
Luciano  Isidro Diaz, Stefano Gugliotta, Luigi Morneghini, Paolo Scaroni etc..  etc.. (la lista dei morti di Stato sarebbe molto più lunga).

thanks to: Piemonte Indymedia

Magherini, le foto dell’autopsia mostrate in Senato

Di nuovo le foto di un corpo straziato sbattute sulla grande rete, sulle pagine dei giornali, ad affiorare dai tablet dei pendolari, sugli schermi dei tg di prima serata. La decisione estrema di una famiglia di fronte all’atroce incredulità di chi dovrebbe indagare sulle ragioni di quella morte. Come furono costrette a fare Ilaria Cucchi, Patrizia Adrovandi, Lucia Uva, e altre donne, oggi è Andrea Magherini, fratello di Riccardo, a mostrare le immagini dell’ex calciatore morto il 3 marzo a Borgo San Frediano, a Firenze, dopo essere stato bloccato dai carabinieri in seguito a una crisi di panico, secondo la procura provocata dall’assunzione di cocaina. Secondo alcune testimonianze, due dei quattro carabinieri intervenuti avrebbero dato dei calci a Magherini mentre era a terra, ammanettato a faccia in giù, con le braccia dietro la schiena e a torso nudo. I video e le foto sono appena stati presentati in Senato in una conferenza con Luigi Manconi e Fabio Anselmo, appena nominato legale della famiglia. Sono le immagini e le voci di un fermo violento in una strada di Firenze. La vittima che grida ripetutamente aiuto. I carabinieri su di lui, le manette ai polsi, l’ambulanza senza un medico.

popoff.globalist.it | Magherini, le foto dell’autopsia mostrate in Senato.