Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Wikileaks released a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition, which is an evidence of Trump’s assertion that Obama was the founder of ISIS.

US Secretary of State John Kerry (Photo: Getty Images / AFP / Louisa Gouliamak)

On Wednesday, Wikileaks released new evidence of US President-elect Donals Trump’s assertion that Barack Obama was the founder of ISIS – a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition at the Dutch Mission of the UN on September 22. The audio also is an evidence of the fact that mainstream media colluded with the Obama’s administration in order to push the narrative for regime change in Syria, hiding the truth about arming and funding ISIS by the US, as it exposed a 35 minute conversation that was omitted by CNN.

Kerry admits that the primary goal of the Obama’s administration in Syria was regime change and the removal of Syrian President Bahar al-Assad, as well as that Washington didn’t calculate that Assad would turn to Russia for help.

In order to achieve this goal, the White House allowed the Islamic State (IS) terrorist group to rise. The Obama’s administration hoped that growing power of the IS in Syria would force Assad to search for a diplomatic solution on US terms, forcing him to cede power.

In its turn, in order to achieve these two goals, Washington intentionally armed members of the terrorist group and even attacked a Syrian government military convoy, trying to stop a strategic attack on the IS, killing 80 Syrian soldiers.

“And we know that this was growing, we were watching, we saw that DAESH [the IS] was growing in strength, and we thought Assad was threatened,” Kerry said during the meeting.

“(We) thought, however,” he continued to say, “We could probably manage that Assad might then negotiate, but instead of negotiating he got Putin to support him.”

“I lost the argument for use of force in Syria,” Kerry concluded.

According to Wikileaks, “the audio gives a glimpse into what goes on outside official meetings. Note that it represents the US narrative and not necessarily the entire true narrative.”

Earlier the audio was published by the New York Times and CNN, however, the both outlets chose only some its part, reporting on certain aspects, and omitted the most damning comments made by Kerry. In fact, they tried to hide the statements that would allow public to understand what has actually taken place in Syria.

The full audio has never been published by the New York Times; the outlet released only selected snippets. CNN deleted the audio at all, explaining this with the request of some of the participants out of concern for their personal safety.

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Tappa per tappa: come gli Stati Uniti hanno creato l’Isis

“La cosa più importante da capire sullo Stato Islamico è che è stato creato dagli Stati Uniti”. Lo dichiarava nel 2014 lo storico Robert Freeman in un’intervista a Common Dreams molto utile da rileggere oggi alla luce del bombardamento ‘accidentale’ contro l’esercito siriano di venerdì scorso che ha fatto decine di morti e feriti, facilitando l’avanzata dell’Isis.

Secondo Freeman, la creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti ha attraversato tre fasi principali:

La prima fase della creazione del gruppo Stato islamico si è verificato durante la guerra in Iraq e il rovesciamento del governo laico di Saddam Hussein. Secondo l’autore, il regime di Hussein era “corrotto, ma stabilizzante” – durante il suo governo non c’era Al Qaeda, da cui ha avuto origine l’Isis. Inoltre, gli USA, prosegue lo storico, hanno lasciato il potere in Iraq ad un governo sciita, quando metà della popolazione del paese è sunnita, alimentando l’odio di quest’ultima. Il fatto che l’esercito iracheno e i curdi furono sconfitti dallo Stato Islamico è dipeso dal fatto che i sunniti preferirono schierarsi con i jihadisti piuttosto che con i loro “avversari religiosi” sciiti, prosegue lo storico.

La seconda tappa della creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti, prosegue Freeman, è stata la campagna contro il governo laico di Bashar al Assad in Siria. Il presidente siriano aveva una forza interna dovuta alla “pace relativa” che aveva garantito per molti anni tra le varie sette religiose all’interno del paese. Nei loro tentativi di destabilizzare il governo della Siria, gli Stati Uniti d’America hanno aiutato i “precursori” dello Stato islamico nel paese, tra cui, secondo l&# 39;autore, il Fronte Al-Nusra (Al-Qaeda in Siria).

La terza fase della formazione dello Stato Islamico da parte degli Stati Uniti ha avuto luogo quando “la Casa Bianca ha organizzato insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia il finanziamento e il sostegno dei ribelli in Siria”, che, secondo Freeman, erano già uno “stato proto-islamico”. L’Arabia Saudita è un paese che professa il wahhabismo, una delle versioni più “dure e aggressivamente anti-occidentale” dell’Islam. Questo spiega perché 15 dei 19 terroristi che hanno dirottato gli aerei del 11 settembre 2001 erano sauditi, e il leader di al Qaeda Osama bin Laden era dello stesso paese, principale alleato degli Stati Uniti.

Dopo aver creato lo Stato Islamico, gli Stati Uniti d’America mostrano fragilità quando dichiarano di combatterlo, a causa dell’assenza di una “strategia coerente”. In questo senso, i “ribelli moderati”, quelli che gli Stati Uniti hanno addestrato in Siria contro Assad ora si rifiutano di combattere contro lo Stato islamico, che, secondo l’autore, non è sorprendente, dal momento che questi ribelli condividono con i jihadisti la stessa visione di mondo. “Le forze più capaci per sconfiggere lo Stato islamico” nel breve periodo, conclude, sono la Russia, Siria e Iran, ma gli Stati Uniti preferiscono che la situazione peggiori più che per i terroristi per i “nemici degli Stati Uniti”. E quando la situazione peggiora per i terroristi e migliora per i “nemici” degli Stati Uniti, quest’ultimi intervengono e bombardamento direttamente l’esercito siriano per facilitare l’Isis.

FONTE: RT

Notizia del: 19/09/2016

 

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Siria. Usa e Israele in soccorso di Daesh e al Nusra

di Stefano Mauro

 

 

 

 

La tregua in Siria è finita. In effetti un reale cessate il fuoco, sancito dai due principali sponsor del conflitto (USA e Russia) senza un convinto appoggio e coinvolgimento delle numerose e incontrollate milizie jihadiste, non c’è mai stato.

 

La stessa amministrazione Obama, come avvenuto nel febbraio 2016, ha tentato nuovamente di correre in soccorso alle fazioni coalizzate contro il regime di Bashar Al Assad. La sospensione del conflitto, secondo alcuni analisti, è stata vista come un estremo tentativo da parte degli americani di fermare gli scontri, in maniera da far riorganizzare le milizie sostenute dagli USA. Del resto la stessa cosa era avvenuta in passato – a febbraio – con migliaia di nuove milizie salafite che entrarono in territorio siriano, dal permeabile confine con la Turchia, con rifornimenti e armi.

 

Quello che, però, è successo il 17 Settembre è stato un qualcosa di nuovo e inaspettato nel conflitto siriano. L’aviazione americana ha bombardato a Deir Ezzor una postazione dell’esercito siriano causando 60 morti e 100 feriti e favorendo l’avanzata delle milizie di Daesh, in una delle poche aree strategiche controllate dalle truppe lealiste. Il pentagono ha subito dichiarato che “si è trattato di un errore” e lo stesso Obama si è scusato con il governo di Damasco. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha immediatamente etichettato l’episodio come “un chiaro sostegno militare ai terroristi di Daesh”. Lo stesso governo di Damasco ha dichiarato che “il raid americano è un’aggressione evidente e palese contro l’esercito regolare siriano e contro il territorio siriano”.

 

Le scuse e la successiva irritazione americana sono, in effetti, segni palesi dell’errore di valutazione fatto dall’amministrazione statunitense. Errore di valutazione e non, come ripetuto più volte, errore militare. Appare, infatti, impossibile che uno degli eserciti più potenti al mondo abbia commesso un simile sbaglio per diversi motivi.

 

Il primo è il “modus operandi” dell’operazione. Il raid è stato effettuato a 4 riprese per una durata complessiva di 45 minuti: non si tratterebbe, quindi, dello sbaglio di un singolo pilota.

 

Il secondo: l’obiettivo del raid. La collina di Jebel Tudar, occupa una posizione strategica particolare perché si trova lungo la strada verso l’aeroporto. Si tratta di una posizione che le truppe lealiste siriane difendevano da oltre un anno. Dopo l’attacco americano, con un tempestivo e strano “coordinamento”, le truppe di Daesh hanno non solo subito occupato la posizione, ma attraverso la loro agenzia stampa “Amaq” , hanno anche annunciato la conquista di Jebel Tudar.

 

Ultima anomalia: l’annuncio da parte dell’aviazione americana di essere intervenuta in quella zona a supporto dell’aviazione siriana. Sembra inverosimile una dichiarazione del genere perché in quel territorio la coalizione a guida statunitense non era mai intervenuta e tanto meno in supporto degli aerei di Damasco.

 

In conclusione l’attacco americano a Deir Ezzor, ultimo baluardo di Daesh se Raqqa cadrà, ha favorito le truppe jihadiste di Daesh fortificando una posizione strategica per le milizie di Al Baghdadi nelle vie di comunicazione tra la Siria orientale e l’Iraq.

 

L’esercito israeliano, invece, è intervenuto in sostegno alle milizie della coalizione di Fatah Al Sham (ex Al Nusra) nella parte meridionale dello stato siriano. A distanza di una settimana dalla battaglia di Qadissyat sono, ormai, numerosi e precisi i dettagli che riportano un coinvolgimento attivo da parte delle autorità di Tel Aviv. Secondo il quotidiano libanese Al Akbar, le truppe israeliane sono intervenute in quattro diverse occasioni: prevalentemente con aviazione, artiglieria e supporto logistico. Il sostegno si è anche materializzato con l’utilizzo di un ospedale da campo sionista e con il trasporto degli jihadisti più gravi negli ospedali israeliani della zona.

 

L’obiettivo della battaglia era quello di creare un corridoio per mettere in contatto due zone di controllo “ribelli” e conquistare il villaggio druso di Hadar nella zona del Golan occupato. Da diversi anni, infatti, quella zona è una vera spina nel fianco per le milizie salafite che non sono mai riuscite a “sfondare” le linee difensive siriane. L’esercito di Damasco ha avuto, inoltre, il sostegno della popolazione locale drusa che vive uno stato di occupazione sia da parte delle forze sioniste sia da parte di quelle jihadiste.

 

Secondo le fonti del quotidiano libanese As-Safir, la battaglia è durata oltre sei giorni. Durante gli scontri sono stati visti mezzi “ribelli” circolare indisturbati nella zona di controllo israeliana nel tentativo di effettuare una manovra a tenaglia. La reazione difensiva è stata veemente ed ha causato numerose perdite nei ranghi dei ribelli di Fatah Al Sham – circa 200 morti e 500 feriti. Nel tentativo di bombardare postazioni siriane in appoggio ai ribelli, l’esercito israeliano ha perso un caccia F-16 ed un drone (Fonte AFP, Sputnik), perdite ovviamente smentite dal governo di Tel Aviv.

 

Per complicare ulteriormente la situazione ieri un convoglio di aiuti della mezza luna rossa è stato attaccato causando la morte di oltre 20 persone. Secondo gli USA sarebbero stati i russi o l’aviazione siriana; secondo Mosca sarebbero stati i “ribelli” che stavano tentando una sortita sulle linee di Aleppo. Quest’ultima, secondo diversi media mediorientali, sarebbe la versione più convincente visto che in merito al bombardamento non ci sono segni di cratere sulla strada nel tragitto del convoglio.

 

In risposta a questi due episodi ed al recente bombardamento/fantasma, Damasco e Mosca sono state abbastanza chiare circa la loro posizione. Secondo Lavrov “non ci sono più margini per poter rinnovare la tregua che ha solamente permesso alle milizie ribelli di riarmarsi e di rinforzare le loro posizioni”. In un messaggio agli israeliani lo stesso Bashar Al Assad ha dichiarato che “la risposta alle incursioni israeliane in territorio siriano non è stata casuale” aggiungendo che “ci saranno altre risposte militari se l’entità sionista continuerà a sconfinare nel nostro territorio o sosterrà i ribelli”. La sicurezza di Damasco fa presagire che, se lo stato israeliano continuerà nel suo sostegno ai ribelli, si potrebbe aprire un nuovo fronte sulle alture del Golan.

 

Se da una parte il regime siriano sembra essersi rinforzato ed essere in grado di contrastare e rispondere ai numerosi fronti di combattimento, fino a rispondere alle truppe sioniste, dall’altra, però, sembra sempre più

 

( Fonte: Contropiano.org )

 

Sorgente: 22-9-16_Usa-Israele-Daesh

I jet USA attaccano l’Esercito siriano e permettono all’ISIS di conquistare montagne strategica a Deir Ezzor. Replica del Governo siriano: “Questa la prova conclusiva che gli USA appoggiano l’ISIS”

Secondo quanto riferito da Al Masdar news, che cita fonti dell’Esercito siriano, la cosiddetta coalizione anti terrorismo degli Stati Uniti ha attaccato l’Esercito siriano nelle montagne di Thardeh, nel Governatorato di Deir Ezzor

Gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulle postazioni dell’esercito siriano hanno permesso all’ISIS diconquistare le montagne strategiche di Thardeh che erano sotto il controllo del governo siriano.

Secondo attivisti locali, gli Stati Uniti hanno attaccato le postazioni dell’esercito siriano con bombe al fosforo, uccidendo diversi soldati e spianando la strada all’ISIS per conquistare tutta l&# 39;area.

L’attacco è stato condotto da 4 aerei da guerra statunitensi che volavano ad ovest dal confine iracheno.

Questa è la seconda volta quest’anno che l’Air Force degli Stati Uniti ha attaccato l’esercito siriano nel Governatorato di Deir Ezzor.

Il Comando Generale delle Forze armate siriane ha definito questo atto un’aggressione grave e palese contro la Repubblica araba siriana ed il suo esercito, e costituisce la prova conclusiva che gli Stati Uniti ed i loro alleati sostengono l’ISIS e altre organizzazioni terroristiche, sottolineando che questo atto rivela la falsità della loro lotta al terrorismo.

Fonte: Al Masdar
Notizia del: 17/09/2016

Sorgente: I jet USA attaccano l’Esercito siriano e permettono all’ISIS di conquistare montagne strategica a Deir Ezzor. Replica del Governo siriano: “Questa la prova conclusiva che gli USA appoggiano l’ISIS” – World Affairs – L’Antidiplomatico

Wikileaks Says They Have 1,700 Emails Proving Hillary Clinton Knew about U.S. Military Weapons Shipments to Al Qaeda and ISIS

Wikileaks head Julian Assange says he has proof that Hillary Clinton lied under oath while giving a public testimony following the 2013 Benghazi terrorist attack. Assange says Wikileaks has 1,700 emails proving Clinton’s statements that she was not involved or aware of any sale of weapons to Syrian “rebels” were a lie. In fact, Assange notes that the former Secretary of State was fully aware of the United States’ involvement in arming rebels in Libya in a bid to help them overtake Qaddafi. Ultimately, it is alleged that those same weapons then made their way to the Islamic State in Syria.

In a Democracy Now interview, Wikileaks’ Julian Assange claimed that the first batch of Hillary Clinton emails was only the beginning. Assange made the bold claims that his organization has more Clinton emails and that the next batch will be even more damning for the former Secretary of State and presidential hopeful. Wikileaks says that the emails contain proof that Hillary Clinton has lied under oath and that she was fully aware of weapons shipments to Al Qaeda and the Islamic State rebels.

The National Review points out that Wikileaks seems to be honing in on statements made by then-Secretary of State Hillary Clinton following the 2013 Benghazi terrorist attack. In a public testimony, Secretary Clinton claimed that she had no knowledge of weapons transfers to Libya, Turkey, or Syria in the months leading up to the terrorist attack. Clinton said “I don’t have any information on that” when pressed about her personal knowledge of the weapons transfers.

She claimed to have no knowledge of any transfers of weapons from Libya to Turkey, Syria, or any other countries.

It was Senator Rand Paul that asked Clinton the damning question when he pointed out that there were news reports of ships leaving Libya with weapons and asked Clinton if she was aware of these transfers. He specifically asked if she or the United States had been involved in “any procuring of weapons, transfer of weapons, buying, selling, anyhow transferring weapons to Turkey out of Libya.” In response to the question, Clinton tried to deflect by saying “nobody has ever raised that with me.” However, upon further pressing, Senator Paul asked directly if Clinton personally knew of any such transfers which she flatly denied.

It is important to note that Hillary Clinton was under oath when she answered the question from Senator Paul; therefore, if her statements were proven false it would mean she was guilty of lying under oath. Therefore, Julian Assange’s claims that he has numerous emails which implicate Clinton in the weapons transfer, it could mean that the presidential hopeful may need to do some serious damage control.

 

The contents of the emails have not yet been released, but many say they are expecting an “October surprise” from Wikileaks and that the latest leak will happen very soon. If Assange is telling the truth, the leak could prove extremely detrimental to Clinton’s presidential bid as she is already struggling with voter trust following the first batch of emails showing the DNC had favored Clinton during the primaries.

 

What do you think about Wikileaks’ claims that they have proof Hillary Clinton lied under oath? If they have the information, should they release it quickly as the November general election is quickly approaching?

Sorgente: Wikileaks Says They Have 1,700 Emails Proving Hillary Clinton Knew about U.S. Military Weapons Shipments to Al Qaeda and ISIS | Global Research – Centre for Research on Globalization

Wikileaks: Hillary Clinton ha mentito sulla vendita di armi ad Al-Qaeda e ISIS

Nuovi documenti di Wikileaks rivelano che Hillary Clinton ha mentito al Congresso sul fatto che non fosse a conoscenza della vendita di armi ad Al-Qaeda e ISIS.

Il fondatore del portale Wikileaks, Julian Assange, ha dichiarato, ieri, il sito canadese Global Research, ha rivelato che dispone di 1700 messaggi di posta elettronica che mostrano la falsa testimonianza del candidato democratico alal Presidenza USA, quando davanti a una speciale commissione del Congresso ha affermato che non avevano partecipato o non era a conoscenza della vendita di armi ai “ribelli” siriani.

Assage ha spiegato che l’ex Segretario di Stato era pienamente consapevole della complicità degli Stati Uniti nella crisi libica quando sono state inviate armi agli insorti per porre fine al governo libico di Muammar Gheddafi. Si sostiene che queste armi sono  poi finite nelle mani del gruppo terroristico SISI (Daesh, in arabo).

In questo contesto, Assange ha sostenuto che Hillary Clinton ha mentito durante la sua apparizione al Congresso degli Stati Uniti, che si è tenuto dopo gli attacchi al consolato degli Stati Uniti a Bengasi l&# 39;11 settembre 2012. In tale riunione, Clinton ha giurato che non era a conoscenza dei trasferimenti armi verso la Libia, Turchia e Siria nei mesi prima degli attacchi.

Assange ha annunciato che Wikileaks che ha l’accesso alle altre e-mail che sono più “importanti” per il candidato alla presidenza degli Stati Uniti

La questione che Clinton sia stata informata sul dispiegamento di navi con armi in Libia è stata posta per la prima volta dal Senatore Rand Paul, che ha censurato l’intervento della NATO) in Libia nel 2011.

In numerose occasioni, Paul ha lamentato che le politiche della amministrazione del presidente Barack Obama e di alcuni politici statunitensi hanno aiutato la diffusione del terrorismo in Medio Oriente.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 15/08/2016

Sorgente: Wikileaks: Hillary Clinton ha mentito sulla vendita di armi ad Al-Qaeda e ISIS – World Affairs – L’Antidiplomatico

Daesh Expands Operations to 18 Countries Despite Airstrikes

The Daesh has expanded three-fold since the beginning of the US-led coalition airstrikes against the terrorists in 2014, local media reported citing a classified map prepared for President Barack Obama’s security briefing.

Sorgente: Daesh Expands Operations to 18 Countries Despite Airstrikes

Chi è il terrorista?

Ormai è innegabile che lo Stato Islamico sia fortemente presente in Turchia. Nel paese trova infatti diversi modi per arricchire le sue casse, si appoggia su diverse realtà per ottenere nuove adesioni e per mettere in atto i suoi progetti, utilizza il territorio nazionale sia per far transitare i materiali necessari alla sua lotta sia affinché i nuovi militanti possano transitare verso i territori occupati in Siria ed Iraq. Infine l’ISIS utilizza la Turchia come un palcoscenico mettendo in atto delle stragi con l’obiettivo di mantenere alto il livello della sua politica di terrore.

 

Iniziamo analizzando alcuni fatti che proverebbero la presenza dello Stato Islamico in Turchia.

 

Nel 2012 il giornalista Isa Eren visita il campo profughi costruito nel villaggio di Apaydin, a 3 chilometri dalla Siria. Eren riesce a parlare con i militanti di un’organizzazione armata mossa da ideali religiosi. Secondo questi è il periodo in cui questo genere di organizzazioni si stanno pian piano staccando dall’Esercito Libero Siriano per agire indipendentemente. Uno dei jihadisti afferma: “Sappiamo che i nostri combattenti feriti vengono curati negli ospedali turchi vicino al confine. Noi non sapevamo come usare certe armi così ci hanno raggiunto dei combattenti dalla Libia attraverso la Turchia”.

 

Nel Gennaio 2014, in due località diverse, Adana e Hatay, sono stati fermati dei tir insieme a qualche auto. Durante i controlli si scopre che a dirigere il viaggio dei tir, diretti in Siria, ci sono agenti dei servizi segreti turchi insieme a rappresentanti di un’organizzazione non governativa (IHH). I mezzi stanno trasportando armi. Nel luglio del 2013 il quotidiano nazionale Milliyet sottolinea in un articolo che, secondo alcune fonti, in Turchia ci sono gruppi criminali che forniscono anche auto rubate all’ISIS e si parla di circa mille mezzi consegnati solo nel 2013.

 

Secondo il portale di notizie online HaberTurk, a Gungoren nella città di Istanbul, uno dei quartieri roccaforte dei voti verso i partiti conservatori, un’associazione non governativa (HISADER), che reca il simbolo dell’ISIS all’interno del proprio logo, raccoglie aiuti “umanitari”. Nel giugno del 2013, il giornalista Soler Dagistanli ha intervistato ad Istanbul due famiglie i cui i figli hanno deciso di partire per la Siria ed unirsi ai terroristi dell’ISIS. Sempre nello stesso periodo il quotidiano nazionale Yurt ha fotografato un negozio in zona Bagcilar ad Istanbul che vende abbigliamento con i simboli dell’ISIS. Secondo il giornalista Nevzat Cicek le adesioni all’organizzazione dalla Turchia sono alte, e maggiormente nelle città di Antep, Adıyaman, Bingöl, Mardin, Diyarbakır, Kırşehir, Konya, Ankara ed İstanbul.

 

In questo periodo, per la prima volta, una figura istituzionale di alto livello ammette l’esistenza di relazioni strette tra l’ISIS e la Turchia. L’ex vice Primo Ministro Bulent Arinç durante l’inaugurazione della nuova sede dell’ONG Ardev comunica che in Turchia, attraverso associazioni e fondazioni, l’organizzazione trova nuovi adepti.

 

Il giornalista Ilkay Celen si reca in località Dilovasi nella città di Kocaeli e parla con la famiglia di Ahmet, anche lui aderente all’ISIS insieme ad altri otto amici. Secondo il padre di Ahmet, poco distante da Karamursel c’è anche un campo di addestramento dove operano istruttori provenienti dalla Bosnia. Le persone intervistate da Celen dicono che ad aderire all’ISIS siano per la maggior parte ragazzi giovani provenienti da famiglie povere.

 

Sakir Altas, governatore del villaggio di Candir, al confine con la Siria, nei pressi della città di Hatay, afferma che sia la gendarmeria ad agevolare il passaggio delle milizie dell’ISIS verso la Siria e viceversa.

 

In un servizio di Ralph Sina, del canale televisivo statale tedesco ARD, nel quartiere Fatih a Istanbul, si mostra come l’ISIS abbia un ufficio dedito all’assistenza dei jihadisti provenienti dall’Europa. Nel mese di settembre del 2014 il giornalista Zafer Samanci intervista il padre di un altro giovane che ha aderito all’ISIS e ritiene che siano circa 300 i giovani partiti per la Siria dalla sola città di Konya.

 

Il quotidiano Taraf sostiene che le cure mediche dei jihadisti dell’ISIS vengano effettuate negli ospedali della città di Mersin. Una delle notizie pubblicate dal quotidiano nazionale Bild riporta l’esistenza di una relazione di 100 pagine presentata dai servizi segreti al governo in cui si notifica la presenza di sette arsenali dell’ISIS in Turchia.

 

Il partito politico parlamentare DBP (Partito delle Aree Democratiche) denuncia che nella città di Amed ci sono circa 400 associazioni che lavorano per l’ISIS.

 

Secondo il parlamentare nazionale del Partito Popolare Repubblicano(CHP), Erdem Eren, in Turchia attualmente sono in atto 14 processi a diversi membri dell’ISIS. Eren in un suo intervento parlamentare, fatto il giorno dopo l’ultimo attentato dell’organizzazione all’aeroporto di Istanbul, specifica come le carte di questi processi siano piene di documentazione che proverebbero il fatto che i jihadisti fossero seguiti dalla polizia già da parecchio tempo.

 

Uno dei ricercati nel processo sulla strage di Ankara, 10 Ottobre 2015, I. B. dopo 3 anni di detenzione per accuse terroristiche, abbandona la Turchia nel 2011 ed aderisce all’ISIS nel 2013. Secondo le carte del processo I.B. ha attraversato il confine per ben 12 volte in un anno. Come specifica anche il parlamentare nel suo intervento, I.B. è accusato di aver lavorato per l’adesione di circa 1800 persone allo Stato Islamico. I telefoni dell’accusato sono sotto intercettazione da parte della polizia dal 2013 ed I.B. attraverso le telefonate fissa degli appuntamenti con altre persone per organizzare i viaggi. Nelle documentazioni del processo sono presenti circa altri 10.000 indirizzi intercettati in 2 anni. Tuttavia fino all’attacco terroristico consumato davanti alla stazione ferroviaria di Ankara non è stata effettuata nessun’operazione contro questo individuo ed altri come lui accusati nel processo.

 

H.B. processato in uno dei 14 processi sull’ISIS con altre 96 persone è stato rilasciato il 24 Marzo del 2016. L’accusato non può abbandonare il territorio nazionale e per tre volte a settimana deve mettere la firma presso la caserma della polizia più vicina. Nel processo composto da 315 pagine di accuse H.B. è incriminato per divulgazione dell’ideologia dell’ISIS in diverse località della Turchia e di aver lavorato per creare dei sostegni logistici all’organizzazione. Inoltre H.B. è accusato di essere il cosiddetto leader dell’ISIS in Turchia. Infatti secondo il quotidiano nazionale Taraf, in un intervento della polizia nel 2014 sono stati trovati diversi CD con le riprese che appartengono all’accusato in cui egli specifica che dopo le operazioni in Siria l’obiettivo della sua organizzazione sia quello di “conquistare la città di Istanbul”. Un altro accusato del processo è G.B. arrestato nel 2015 perché in possesso di una serie di esplosivi ed armi nella sua auto, anche G.B. è stato rilasciato nell’ultima udienza del 24 Marzo.

 

Nel suo intervento in Parlamento, Erdem Eren, mostra la documentazione inerente alla banca dati dei militanti dell’ISIS feriti in battaglia e curati in diversi ambulatori nella città di Antep in Turchia. Secondo Eren tra le carte del processo sulla strage di Ankara si nota come gli spostamenti di questi jihadisti siano stati osservati e documentati dalla polizia precedentemente.

 

Secondo un lavoro realizzato dal giornalista Firat Kozok del quotidiano nazionale Cumhuriyet, i fratelli Alagoz, due degli attentatori delle stragi di Suruç ed Ankara, sono finiti nel mirino dei giudici e della polizia già dal 2013. Uno dei due fratelli, Yunus Alagoz, è stato convocato nel tribunale per un interrogatorio in cui ha confermato la scomparsa del fratello, Abdurrahman Alagoz, e la sua eventuale adesione ad un’organizzazione armata. Tuttavia dopo l’interrogatorio Yunus Alagoz è stato rilasciato. Secondo le intercettazioni effettuate dalla polizia risultano dei dialoghi tra i due fratelli mentre si danno l’addio poco prima delle stragi. Il 20 Luglio del 2015 Abdurrahman Alagoz si fa saltare in aria uccidendo 34 persone a Suruç. Il 19 Ottobre del 2015 la Procura della Repubblica ha confermato che uno degli attentatori della strage di Ankara del 10 Ottobre 2015 fosse invece Yunus Alagoz.

 

Il 21 Marzo del 2016 in Siria è stato arrestato dalle Unità di Difesa Popolare(YPG-J) uno dei militanti dell’ISIS più ricercati in Turchia, Savas Yildiz, accusato di aver pianificato l’attentato di Taksim-Istanbul del 19 Marzo. In un’intervista/interrogatorio video diffuso su internet Yildiz ammette di appartenere all’ISIS, di essere un cittadino della Repubblica di Turchia e di aver oltrepassato parecchie volte il confine per entrare in Siria e Turchia. Secondo Yildiz il confine viene utilizzato così tranquillamente dai militanti grazie a un accordo tra l’ISIS ed il governo di Turchia. Infine Yildiz sottolinea un fatto molto interessante, ossia quello di aver collaborato con gli agenti dei servizi segreti della Turchia per attaccare le diverse sedi del Partito Democratico dei Popoli in Turchia poco prima delle elezioni nazionali del 7 Giugno 2015.

 

Lo Stato Islamico oltre a trovare nuove adesioni sul territorio nazionale della Turchia porta avanti anche un’attività economica notevole. Nel mese di Marzo del 2016 il parlamentare nazionale Idris Baluken ha avanzato una richiesta al governo per capire i dettagli di quei 12 milioni di attività commerciali tra la Turchia e la Siria, dato che le dogane di Akcakale e Karkamis sono ufficialmente chiuse e da circa 5 anni la Turchia applica delle politiche di embargo verso la Siria. Baluken che ha illustrato l’interruzione delle attività commerciali da quando queste due zone sono passate sotto il controllo delle YPG-J tuttora non ha ricevuto una risposta alla sua richiesta.

 

Ormai è evidente che l’ISIS faccia parte della vita quotidiana in Turchia. Ci lavora ed opera. Ci vive e cresce. Tuttora il sistema giuridico e le forze armate non sono stati in grado di impedire tutto questo. Inoltre il partito unico che governa e amministra il Paese da parecchi anni porta avanti un atteggiamento passivo e irresponsabile nei confronti di obblighi o doveri dovuto principalmente a pigrizia o insensibilità.

 

Dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul 3 partiti(HDP-MHP-CHP) su 4 presenti nel Parlamento nazionale hanno proposto di creare una commissione di ricerca per identificare i colpevoli dell’attentato ed i loro legami in Turchia. La proposta è stata respinta con i voti dei parlamentari dell’AKP. Poco dopo l’attentato i gruppi parlamentari di questi tre partiti hanno diffuso dei comunicati di stampa condannando l’attacco terroristico. Tuttavia il gruppo parlamentare dell’AKP, dopo aver definito l’evento come un attacco terroristico, ha specificato che si tratta di un complotto che punta ad indebolire la Turchia e la sua stabile crescita.

 

La cultura della paranoia, dei complotti e la ricerca del colpevole fa parte della cultura nazionale militarista in Turchia. Il capro espiatorio è uno dei fondamentali meccanismi utilizzato da parecchi anni dai diversi governi per identificare le ragioni ed i responsabili dei problemi. Questi nei primi anni della Repubblica erano i Greci, poi negli anni 50 tutti gli stranieri, dopo tutti i non-musulmani. Dagli anni 60 fino ad oggi “il problema” ha incluso progressivamente gli aleviti, gli armeni, i curdi e qualsiasi voce d’opposizione che abbia posto una critica al governo. Attraverso questo meccanismo non è difficile definire periodicamente “terrorista” o “traditore della Patria” tutti coloro che non stanno dalla parte del potere politico dominante. Questo è il caso dei tanti giornalisti che hanno provato a rivelare certi giochi, degli accademici che hanno firmato un appello per la pace, o ancora dei politici che hanno provato a svolgere un’attività alternativa oppure degli studenti universitari che hanno lottato per un futuro migliore, tutti soggetti accusati di “collaborazione terroristica” o di “propaganda terroristica” e rinchiusi in diversi centri di detenzione del Paese.

 

Mentre i veri terroristi riescono a circolare liberamente in Turchia come fosse il loro palcoscenico sanguinario, dall’altra parte chi si oppone al governo centrale con proprie idee e cerca di rivelare i segreti oscuri del Paese viene classificato come “terrorista”.

 

Sorgente: Pressenza – Chi è il terrorista?

L’Esercito arabo siriano, con il sostegno russo, lancia la grande offensiva per liberare Raqqa

Alex Gorka, Strategic Culture Foundation 04/06/2016

Qualche tempo fa era opinione diffusa che Aleppo fosse l’obiettivo chiave per mutare le sorti della guerra in Siria. Ora l’Esercito arabo siriano sembra a riconsiderare i piani, decidendo di liberare la capitale de facto dello Stato islamico (SIIL), Raqqa, grande città sotto il pieno controllo dei terroristi e loro importante base operativa, Va fatto e si può fare. La recente liberazione di Palmyra delle forze siriane supportate dai russi è d’ispirazione. Il 3 giugno, l’Esercito arabo siriano sostenuto dagli attacchi aerei russi, lanciava una profonda grande offensiva per cacciare da Raqqa lo SIIL, avvicinandosi a una regione in cui le milizie appoggiate dagli USA hanno attaccato il gruppo jihadista. Migliaia dei più esperti soldati dell’Esercito arabo siriano si erano concentrati nella città di Ithriya (a sud di Aleppo). Le Forze aerospaziali russe effettuavano attacchi aerei per colpire il territorio occupato dallo SIIL zone orientali della provincia di Hama, nei pressi della provincia di Raqqa, dove l’Esercito arabo siriano avanza. La mossa s’ispira anche all’inefficienza delle forze della coalizione a guida USA, coinvolte nei combattimenti che fanno fuggire i terroristi. Il 25 maggio, le forze curde guidate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dagli attacchi dell’US Air force, iniziavano un’operazione militare per riconquistare grandi territori a nord di Raqqa, facendo dichiarazioni nette sull’operazione per liberare la provincia e la sua capitale, ma senza alcun risultato di cui vantarsi ottenuto finora. I rapporti parlano di combattimenti nei pressi di Manbij, nodo cruciale del nord della Siria, a 114 chilometri da Raqqa e quasi 70 km a nord-est di Aleppo, più vicino ad Aleppo che a Raqqa, l’obiettivo finale, e nessuno sa se l’avanzata su Manbij sia rilevante. In ogni caso, non c’è un progresso tangibile. La città è ancora nelle mani dei terroristi. L’impressione è che ci sia qualcosa di molto sbagliato nel coordinamento degli sforzi e la coalizione SDF sponsorizzata dagli USA non ha alcun piano preciso in Siria. La stessa cosa vale per la coalizione guidata dagli USA in Iraq. Dopo più di una settimana di operazioni volte a riconquistare Falluja, a soli 50 km ad ovest di Baghdad, l’esercito iracheno formato da militari, polizia e unità sciite sostenuti dalle forze aeree della coalizione guidata dagli Stati Uniti, ha potuto raggiungere il centro della città. Fin dall’inizio dell’operazione, il 22-23 maggio, i comandanti iracheni hanno affermato di aver eliminato decine di terroristi dello SIIL, ma sono riluttanti a dichiarare i dati sulle proprie perdite. L’offensiva su Mosul (2016), anche chiamata Operazione Fatah, è un’operazione congiunta delle forze governative irachene e delle milizie alleate del Kurdistan iracheno, con limitate forze di terra statunitensi e il supporto aereo degli Stati Uniti, iniziata il 24 marzo con 4000 soldati di due brigate della 15.ma Divisione dell’esercito irachena addestrata dagli Stati Uniti, tra cui combattenti tribali sunniti coinvolti nell’operazione che non ha portato ad alcun risultato. Basti pensare, a tale proposito, che non c’è stata alcuna avanzata in 10 settimane! E le forze guidate dagli USA hanno il vantaggio della supremazia aerea incontrastata! Infatti, questa operazione può difficilmente essere vista come esempio di efficacia e valore militari. Quale differenza stridente se si confrontano tali offensive con le operazioni delle truppe siriane supportate dai russi per liberare Palmyra a marzo! La missione fu un grande successo realizzato in sole 2 settimane e 4 giorni! Il nocciolo del problema è che ci sono due coalizioni in combattimento che perseguono la stessa missione, la liberazione di Raqqa dai terroristi dello SIIL. Il gruppo viene attaccato dalla coalizione pro-USA, da un lato, e dall’Esercito regolare siriano supportato dall’Aeronautica russa, dall’altro. In un certo senso ricorda l’offensiva su entrambi i lati contro la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. La differenza è che in quei giorni c’era un’alleanza formale tra l’Unione Sovietica e gli alleati occidentali, ma non è così oggi in Siria. E’ ridicolo che le due coalizioni non collaborino, o almeno coordinino le azioni. Suggerimenti per una cooperazione militare tra Stati Uniti e Russia contro lo Stato islamico circolarono più volte da quando i due governi decisero all’inizio di quest’anno di guidare un comitato diplomatico che portasse alla soluzione politica della guerra civile. Gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato di unire le forze con la Russia in Siria da quando Mosca ha lanciato la campagna aerea nel settembre dello scorso anno.
Prima che l’offensiva della coalizione guidata dagli USA per liberare Raqqa iniziasse, la Russia aveva ribadito di essere pronta a coordinarsi con Stati Uniti e forze curde. “Raqqa è uno degli obiettivi della coalizione antiterrorismo, proprio come Mosul in Iraq“, aveva detto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. “Siamo certi che queste città avrebbero potuto essere liberate in modo più efficace e veloce se i nostri ufficiali avessero iniziato a coordinare le azioni molto prima“. Gli Stati Uniti non avranno bisogno di alcun supporto russo su Raqqa contro lo SIIL, ed opereranno solo con le forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi, aveva risposto il portavoce del dipartimento di Stato degli USA alle osservazioni del Ministro degli Esteri russo. Il portavoce del Pentagono, capitano Jeff Davis, aveva detto: “Non collaboriamo né ci coordiniamo con i russi sulle operazioni in Siria. Non abbiamo relazioni militari con la Russia“. Il rifiuto degli Stati Uniti della proposta russa è un esempio di politica dai doppi standard e dell’irresponsabilità. Tutte le dichiarazioni sulla volontà di raggiungere la pace in Siria sembrano nient’altro che vuote parole. Sembra che le operazioni dell’Esercito arabo siriano supportate dalla Russia siano l’unica speranza per il Paese devastato dalla guerra. Se le forze governative vincono, il popolo siriano e il mondo potranno vedere chiaramente chi opera seriamente e aiuta nei momenti di difficoltà e che si limita solo a fare dichiarazioni altisonanti senza tradurre le parole in fatti.13320612

Sorgente: L’Esercito arabo siriano, con il sostegno russo, lancia la grande offensiva per liberare Raqqa | Aurora

‘Westerner arrested among Daesh in Yemen’

Seven suspected members of the Takfiri Daesh group, including a Westerner, have been captured in an offensive in Yemen’s port city of Aden.

The captures were made part of an offensive by forces loyal to ex-Yemeni president Abd Rubbuh Mansur Hadi against al-Qaeda and Daesh, which has claimed a wave of deadly attacks in recent months in Aden.

A militant commander, quoted by the AFP news agency, said the arrests were made in the al-Mansoura district of the southern province of Aden on Saturday.

Sorgente: PressTV-‘Westerner arrested among Daesh in Yemen’

ISIS ‘Department of Artifacts’ document exposes antique loot trade via Turkey

A new trove of documents, obtained by an RT Documentary crew who recently uncovered details of illicit ISIS oil business with Turkey, sheds light on jihadists’ lucrative trade of looted antiquities along their well-established oil and weapons transit routes.

Sorgente: ISIS ‘Department of Artifacts’ document exposes antique loot trade via Turkey (RT EXCLUSIVE) — RT News

Why is David Cameron so silent on the recapture of Palmyra from the clutches of Isis?

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The biggest military defeat that Isis has suffered in more than two years. The recapture of Palmyra, the Roman city of the Empress Zenobia. And we are silent. Yes, folks, the bad guys won, didn’t they? Otherwise, we would all be celebrating, wouldn’t we?

Sorgente: Why is David Cameron so silent on the recapture of Palmyra from the clutches of Isis? | Voices | The Independent

Daesh razes Iraq’s oldest monastery

The Takfiri Daesh terrorists have destroyed the oldest Christian monastery in Iraq as they continue with their demolition campaign against historical and religious sites in the areas under their control.

Satellite images released by the Associated Press on Wednesday showed a pile of rubble at the location of St. Elijah’s Monastery, situated south of the city of Mosul in northern Iraq.

The monastery, which had survived for more than 1,400 years, is believed to have been damaged at some point in 2014, after Daesh took control of the area in June that year.

Sorgente: PressTV-Daesh razes Iraq’s oldest monastery

Terror Junkies and the Paris Attacks: The ISIS and the West’s “Addiction” to Funding Radical Groups

Similar to a heroin addict, Western nations have a destructive addiction which they are so dependent on, they appear unwilling to give it up.  Funding radical terror organisations is the modus operandi of many prominent nations in NATO, with the US, UK and France, playing a prominent role. From the Afghan Mujahideen to the so-called Islamic State (ISIS/ISIL/IS), extremist groups have been used as geopolitical tools by the West for decades.

Sorgente: Terror Junkies and the Paris Attacks: The ISIS and the West’s “Addiction” to Funding Radical Groups | Global Research – Centre for Research on Globalization

Israel buys most oil smuggled from ISIS territory

Israel has become the main buyer for oil from ISIS controlled territory, reports “al-Araby al-Jadeed.”

Kurdish and Turkish smugglers are transporting oil from ISIS controlled territory in Syria and Iraq and selling it to Israel, according to several reports in the Arab and Russian media. An estimated 20,000-40,000 barrels of oil are produced daily in ISIS controlled territory generating $1-1.5 million daily profit for the terrorist organization.

The oil is extracted from Dir A-Zur in Syria and two fields in Iraq and transported to the Kurdish city of Zakhu in a triangle of land near the borders of Syria, Iraq and Turkey. Israeli and Turkish mediators come to the city and when prices are agreed, the oil is smuggled to the Turkish city of Silop marked as originating from Kurdish regions of Iraq and sold for $15-18 per barrel (WTI and Brent Crude currently sell for $41 and $45 per barrel) to the Israeli mediator, a man in his 50s with dual Greek-Israeli citizenship known as Dr. Farid. He transports the oil via several Turkish ports and then onto other ports, with Israel among the main destinations.

In August, the “Financial Times” reported that Israel obtained 75% of its oil supplies from Iraqi Kurdistan. More than a third of such exports go through the port of Ceyhan, which the FT describe as a potential gateway for ISIS-smuggled crude.”

Israel has in one way or another become the main marketer of ISIS oil. Without them, most ISIS-produced oil would have remained going between Iraq, Syria and Turkey. Even the three companies would not receive the oil if they did not have a buyer in Israel, an industry official told the newspaper “al-Araby al-Jadeed.”

“Israel has in one way or another become the main marketer of IS oil. Without them, most ISIS-produced oil would have remained going between Iraq, Syria and Turkey,” the industry official added.

Published by Globes [online], Israel business news – www.globes-online.com – on November 30, 2015

Copyright of Globes Publisher Itonut (1983) Ltd. 2015

thanks to: Globes

Partecipazione è Consapevolezza – sui fatti di Parigi

Dico a Te, Henry, Jude, Hidalgo, Greta, Josè, Elena, a Te, cittadino europeo; quanto è autentica la tua commozione rispetto all’obbrobrio di Parigi? Tu che appari sgomento, impotente e frustrato al cospetto di siffatto disastro, in quale misura Ti senti coinvolto, partecipe, responsabile?

Isis, Daesh, Califfato, Stato Islamico, ecco il colpevole di tale abominio che vede noi occidentali quali vittime sacrificali di un progetto delirante, pregno di violenza, sopraffazione, ingiustizia, dove la religione, di per sé già sufficiente ad intorbidire le coscienze, funge da paravento. Questa creatura malefica che data la sua origine nel 2014, anticipata a mezzo stampa l’anno precedente, è sorta per precisa volontà di coloro i quali, da sempre, perseguono quel progetto, appunto, denso di violenza, sopraffazione, ingiustizia; Stati ed Entità che, legittimamente, possono essere definiti canaglia: U.S.A., U.E., Nato, Stati del Golfo, Entità Sionista.

Funzionale al disegno criminoso in grado di perpetuare un modello di società classista, imperialista, soggetta al volere del sedicente mondo civilizzato, ecco che, dall’implosione di Afghanistan, Iraq, Libia, Siria sorge il Mostro da incitare, finanziare ed armare e, successivamente, una volta usato, eliminare perché creatura ad agibilità limitata. Pretendere, da sempre e per sempre, di dominare esportando una democrazia fittizia, densa di assolutismo, disparità, ingiustizia, produce Guantanamo non consenso, servilismo non protagonismo, rabbia non idealità.

Probabile che la macchina sia sfuggita al controllo dello scienziato pazzo, sfuggita, non che si sia ribellata. Nelle menti distorte del Potere Assoluto si è ritenuto, con presunzione mista ad ignoranza criminale, di poter insistere nell’imposizione di un feudalesimo fuori tempo massimo, divenuto sistema intangibile, sfruttando interessate rivendicazioni islamiste, tacciate da spirito religioso e contrapponendole alla società laica. Il risultato è sotto gli occhi di coloro i quali non volgono lo sguardo per non voler capire.

Isis e fede musulmana sono agli antipodi, così come cristianesimo e crociate, ebraismo e sionismo. Quanti si servono di tale mistificata identificazione sono da additare al pubblico ludibrio, coloro i quali si confondono hanno da essere sollecitati ad un doveroso, imminente “bagno di cultura”. Devastare l’habitat preesistente, annientare la vita altrui, sottrarre risorse per usufruirne in proprio, pretendere la non messa in discussione di tale modello, utilizzando Emiri, Sovrani o Califfi rappresenta una condotta non affatto dissimile, bensì contigua a quella apparentemente vituperata.

Le bombe a grappolo, l’uranio impoverito, i droni come si distinguerebbero, quanto a livello di crudeltà, da uccidere a sangue freddo dei civili? Lanciare missili su matrimoni o cortei funebri, distruggere ospedali bruciando vivi i malati, abbattere scuole ed abitazioni con dentro i civili è meno cruento che entrare, trucidando le persone, in un giornale od in un teatro? Yarnouk sollecita indignazione in qualcuno? Eppure questo campo profughi, quindi abitato da chi fu costretto a fuggire da una realtà disumana, è stato oggetto di violenza indiscriminata, senza che si levassero gli alti lai delle coscienze occidentali, così propense, altrove, alla vicinanza umana, forse perché tale campo trovasi in Siria, terra sventurata ma lontana.

E così per il recente massacro ad opera dello stesso soggetto criminale, in Libano, sempre in un campo profughi, sempre, ma vedi la casualità, con “ospiti” palestinesi.
Intere generazioni, in Yemen, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Libia, Iraq, Libano, Kurdistan, Palestina, ignorano cosa comprenda, nei fatti, la parola pace. Da quando emette il primo vagito, il nascituro in quella parte del globo terrestre dovrà rendersi conto di essere venuto al mondo dalla parte sbagliata, dove vivere è una scommessa giocata al tavolo delle potenze occidentali.

Crescere, studiare, lavorare, formarsi una famiglia…bere una birra con gli amici ad un tavolino di un bar rappresenta un sogno, sovente inarrivabile, ciò che costituisce, invece, una normalità per i coetanei del mondo dominante.Come se quanto descritto non fosse già sufficiente a rappresentare una situazione immorale, all’interno della dinamica di questi singoli Stati agisce una (il)logica di governance classista, repressiva, feudale.

Gli effettivi “signori della guerra”, mandatari del Potere occidentale, si fanno interpreti, traendone beneficio anche personalmente, della volontà dominante, accaparratrice della vita altrui; fino a quando dura…..come sanno bene Saddam, Gheddafi, Osama e tanti altri, misconosciuti. Resistono i potentati del Golfo, con i quali permangono ed anzi si intensificano i rapporti commerciali, ci si abbraccia e si vendono armi che andranno ad arricchire la dotazione in possesso di quelli che si farà finta di voler eliminare ma che, nel frattempo, irosi per il tradimento, si vendicheranno, da par loro, a scapito di civili altrettanto inermi come quelli trucidati in Medioriente.

Diffondere terrore rappresenta, da tempo immemorabile, esercizio appannaggio delle classi dominanti, volto a distogliere le coscienze dal solo ipotizzare un mutamento dello status quo, dall’idea di emancipazione, di Rivoluzione.

La proclamata “guerra umanitaria” (inquietante ossimoro), le balle spaziali di Colin Powell, le scuse postume ed insultanti di Blaer, la forzata esportazione della “democrazia” ci hanno consegnato un territorio devastato, umiliato e offeso, dove rancore, risentimento e spirito di vendetta se non condividere, occorre comprendere ed interpretare. Diversamente, la risultante dell’analisi ed il conseguente agire non si distoglierà da quello più brutale ed inumano, proprio della destra retriva e fascista.

Occorre comprendere che allorquando quel sentire di rabbia e rivendicazione viene,maledettamente, incanalato dal fanatismo sedicente religioso il piano del discorso appare mutare inclinazione, svolgendosi, agli occhi più ignari, come contrapposizione tra fedi e mondi diversi, distinti, opposti. Ma non è così.

La logica sottostante permane immutata e perversa nella sua spietatezza: il dominio dell’uomo sull’uomo. Irrilevante che sia proposto in nome di un dio, di un califfo, di un emiro, di un presidente, sarà sempre e soltanto logica padronale. Pertanto Voi, Henry, Jude, Hidalgo,Greta, Josè, Elena, rispettivamente in quanto francese, inglese, spagnolo, tedesca, portoghese, italiana, spiegate, per primi a voi stessi, con quale spirito partecipate alle manifestazioni a seguito dell’eccidio di Charlie Hebdo senza smuovere il culo, né la mente, né la coscienza quando, in contemporanea, accade un crimine drammaticamente più grave, quanto ad entità, come l’omicidio mirato di duemila palestinesi di Gaza, dei quali più di 500 bambini.

E fatemi capire, se in grado, in base a quale variopinta analisi, a seguito del lutto di Parigi, della Francia e di noi tutti, dovremmo essere maggiormente indignati, tristi, delusi rispetto agli innumerevoli crimini eseguiti non nel nostro territorio. Ma è proprio l’ubicazione la ragione della partecipazione/indifferenza a fronte di analogo evento.
Si è così egoisti dal pretendere che il nostro diritto ad essere felici, che dovrebbe appartenere a ciascun essere umano, sia e resti intangibile, a qualunque prezzo.

Si è così ipocriti dal fingere di ignorare realtà assai diverse, maleodoranti di crimini contro l’Umanità, in luoghi distanti da noi, situazioni delle quali siamo artefici o complici. Il sangue versato è di colore rosso, a chiunque appartenga; il genere umano è indistinto, colui che ha la fortuna di possedere maggiori risorse, di abitare in zone più sviluppate, di poter fruire di una vita più agiata dovrebbe rendersi conto della sua immensa fortuna, pronto a condividerla con i più disagiati ed, ove non fosse spontaneo tale agire, sarebbe necessario renderlo indotto.

Quanto suggerito non rappresenta un auspicio francescano ma la chiave di volta di un approccio diverso, l’unico in grado di garantire un futuro. La terra sulla quale abbiamo avuto in sorte di vivere non appartiene esclusivamente a noi, le genti che cercano rifugio qui da noi, fuggono dallo stesso nemico del quale oggi temiamo l’azione. Farsi abbindolare dallo scempio verbale degli ancora, purtroppo, padroni del mondo e loro meschini servitori, secondo i quali la risposta non potrà che essere ancora più cruenta, comporta una spirale di morte che, analogamente ad ogni guerra, essenza della disumanizzazione, andrà a gravare sugliinermi, indifesi, poveri civili.
L’istigazione all’odio razziale, sinonimo di brutalità priva di speranza, rappresenta il DNA di cerebrolesi, minus habens, fanatici guerrafondai, politici corrotti.

Soltanto recuperando le ragioni dei bistrattati, degli sfruttati, degli estromessi, dei rifugiati, dei migranti, dello straniero che chiede dignità ed è pronto a contraccambiare, si riuscirà a sottrarre brodo di coltura dal fanatismo religioso ed al delirio di onnipotenza, a chiunque appartenga.

thanks to: Enzo Barone

Palestina Rossa

Il governo francese conosceva gli estremisti prima dell’attentato

Tony Cartalucci, LD, 14 novembre 2015 image.adapt.960.high.paris_shooting_25Come previsto e già riferito, i terroristi che hanno preso parte all’attacco al centro di Parigi, uccidendo oltre 100 persone e ferendone altre centinaia, erano ben noti alle agenzie di sicurezza francesi prima dell’attacco. Il Daily Mail ha riportato nel suo articolo, “La caccia agli assassini dello SIIL: Un terrorista identificato come ‘giovane francese noto alle autorità’, altri due trovati con passaporti egiziani e siriani“, che: “Uno dei terroristi coinvolti negli attacchi di ieri sera a Parigi è stato ufficialmente identificato come un parigino, secondo i media locali. L’uomo, che è stato ucciso al Bataclan, è stato identificato dalle impronte digitali e viveva nel quartiere parigino meridionale di Courcouronnes. Rapporti francesi dicono che l’uomo, di circa 30 anni, era già noto alle autorità antiterrorismo francesi prima degli attentati di ieri sera”. Allo stesso modo, nel gennaio 2015 a seguito dell’”attacco a Charlie Hebdo” che lasciò 12 morti, fu rivelato che le agenzie di sicurezza francesi seguirono gli attentatori per quasi un decennio, dopo aver arrestato almeno un terrorista per due volte, mettendolo al fresco almeno una volta, rintracciando due di loro all’estero dove erano addestrati da note organizzazioni terroristiche, infine combattendo con esse in Siria prima di ritornare in Francia. Sorprendentemente, le agenzie di sicurezza francesi non si mossero, sostenendo che dopo un decennio di monitoraggio avevano finalmente deciso di chiudere il caso, esattamente il tempo necessario per pianificare ed eseguire il gran finale.

Più guerre e più sorveglianza non aiutano
103169102-RTS6ZSC.530x298Con uno scenario simile ora emergente, in particolare dall’”attentato a Charlie Hebdo“, dove le agenzie di sicurezza francesi conoscevano gli estremisti senza riuscire a fermarli prima di effettuare l’ennesimo grande attentato, anche con poteri di sorveglianza rafforzati conferitigli dalla nuova legislazione, sembra che alcuna sorveglianza intrusiva o guerre all’estero argini il terrorismo che il governo francese sembra per nulla intenzionato a fermare. Il problema non sono le leggi sull’immigrazione in Europa. Persone pericolose vivono in Francia, ma sono monitorate dalle agenzie di sicurezza francesi. Il problema non è la Siria. I terroristi li hanno lasciati a combattervi, acquisendo competenze e legami letali prima di tornare in Francia, ma anche loro furono monitorati dalle agenzie di sicurezza francesi. Invece, il problema è che le agenzie di sicurezza francesi non fanno nulla con tali individui pericolosi che consapevolmente vivono, lavorano e chiaramente tramano nella società francese. Nelle prossime ore e giorni, il governo francese e i vari co-cospiratori nella guerra per procura contro la Siria, proporranno un piano d’azione sostenendo che arginerà la minaccia terroristica in Francia e nel resto d’Europa. Ma la realtà è che tale problema non è cosa che il governo francese può risolvere, perché il problema è chiaramente il governo francese stesso.

Lo SIIL è dietro gli attentati di Parigi, ma chi c’è dietro lo SIIL?
Con il cosiddetto “Stato islamico” (ISIS) che appare responsabile dell’attacco, la domanda che rimane è chi c’è dietro lo SIIL? Mentre l’occidente ha tentato di far mantenere all’organizzazione terroristica capacità quasi mitologiche, in grado di sostenere operazioni di combattimento contro Siria, Iraq, Hezbollah in Libano con il sostegno di Iran e ora dell’esercito russo, mentre svolge grandi e notevoli attentati terroristici nel mondo, è chiaro che lo SIIL riceva un’immensa sponsorizzazione di Stato internazionale. L’avanzata dello SIIL fu svelata già nel 2007 dalle interviste del giornalista vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh, nel suo saggio “The Redirection“. Le interviste rivelarono un piano per destabilizzare e rovesciare il governo della Siria attraverso l’uso di estremisti settari, in particolare al-Qaida, con armi e fondi riciclati attraverso il più vecchio e stolido alleato regionale degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita. Un rapporto del Dipartimento dell’Agenzia d’Intelligence (DIA) del 2012 ammette: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non dichiarato nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”.
Il rapporto della DIA enumera con precisione queste “potenze che aiutano”: “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. E fino ad oggi, semplicemente guardando una qualsiasi mappa che descriva il territorio occupato dalle varie fazioni nel conflitto siriano, è chiaro che lo SIIL non è uno “Stato” di alcun tipo, ma un’invasione dalla Turchia aderente alla NATO, con la via dei rifornimenti principale che attraversa il confine turco-siriano tra la città di Adana e la riva occidentale dell’Eufrate, un corridoio ormai sempre più stretto. In effetti, la disperazione mostrata dall’occidente e i suoi sforzi per cacciare il governo siriano e salvare le sue forze di ascari ora decimate dalle operazioni militari congiunte russo-siriane, è direttamente proporzionale alla diminuzione e ridotta stabilità di tale corridoio.
La settimana precedente, le forze siriane ristabilirono il fermo controllo sull’aeroporto militare di Quwayris, assediato da anni. L’aeroporto è a soli 30 km dall’Eufrate e mentre le forze siriane sostenute dalle forze aeree russe avanzano verso il confine con la Turchia, lungo la costa siriana si crea un fronte unito che essenzialmente escluderà lo SIIL dalla Siria. Le linee di rifornimento dello SIIL saranno tagliate a nord, atrofizzando la combattività altrimenti inspiegabile dell’organizzazione. La finestra di opportunità del “cambio di regime” occidentale va rapidamente chiudendosi, e forse con un ultimo disperato tentativo, la Francia s’impantana nel sangue e nei cadaveri dei propri cittadini per evitare che tale finestra si chiuda. La realtà è che la Francia conosceva gli attentatori di “Charlie Hebdo“, conosceva gli autori dell’ultimo attacco a Parigi, e probabilmente sa di più in attesa della possibilità di colpire. Così, non li ha fermati e non ha fatto nulla. Inoltre, sembra che invece di mantenere la Francia al sicuro, il governo francese abbia scelto di utilizzare tale consapevolezza come arma, in sé e per sé, contro la percezione del proprio popolo, per far avanzare l’agenda geopolitica. Se il popolo della Francia vuole punire duramente i responsabili dei ripetuti attacchi terroristici interni, può iniziare da coloro che sapevano degli attentati e non hanno fatto nulla per fermarli, casualmente gli stessi che hanno contribuito a far nascere lo SIIL e a perpetuarlo fino ad oggi.paris-military-terror-attacks

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

SitoAurora

Attentati a Parigi: la schiacciante responsabilità del governo francese

William Borel, Les Crises 15 novembre 2015latuff_Syria_FranceL’ondata senza precedenti di attentati che ha colpito Parigi ieri sera e che avrebbe, secondo una prima relazione, provocato almeno 127 morti, è la diretta conseguenza della politica estera della Francia in Siria, volta meno al lottare contro il terrorismo salafita che a distrugegere il Paese e rovesciarne il Presidente Bashar al-Assad. Se più autori della carneficina nella sala da concerti Bataclan avrebbero detto, secondo i testimoni: “La colpa è di Hollande, del vostro presidente, che non deve intervenire in Siria“, va ricordata la vera politica francese in questo Paese dall’inizio del conflitto nel 2011. La Repubblica francese, come rivelato dal presidente Francois Hollande in un’intervista al giornalista Xavier Panon, ha infatti fornito armi ai cosddetti “ribelli” siriani nel 2012. Attraverso il DGSE cannoni da 20 mm, mitragliatrici, lanciarazzi, missili anticarro sarebbero stati consegnati ai ribelli cosiddetti “moderati” in violazione dell’embargo stabilito nell’estate 2011 dall’Unione Europea. Un consulente dell’Eliseo confessa a Xavier Panon: “Sì, mettiamo a disposizione quello di cui hanno bisogno, ma entro i limiti dei nostri mezzi e sulla base della nostra valutazione della situazione. Occultamente, si può agire solo su piccola scala. Con mezzi limitati e obiettivi limitati“. La Francia aveva anche inviato forze speciali sul campo per addetramento e supporto operativo ai terroristi. Nel marzo 2012, tredici ufficiali francesi furono catturati dall’esercito siriano durante la riconqusita del califfato islamico istituito nel quartiere di Bab Amr ad Homs da parte delle brigate al-Faruq e al-Walid. Quest’ultima poi aderì allo Stato islamico. Il presidente Hollande, citato dal quotidiano Le Monde, confessava nell’agosto 2014: “Non dobbiamo rallentare il supporto che diamo a questi ribelli, i soli a partecipare con spirito democratico“. Mentre il presidente siriano Bashar al-Assad ha più volte detto che non ci sono ribelli “moderati”, ci si può chiedere della vera natura dei gruppi armati ribelli sostenuti dallo Stato francese dal 2012. Il ministro degli Esteri Laurent Fabius disse a tal proposito, nel 2012, che Jabhat al-Nusra, ramo siriano di al-Qaida, “fa un buon lavoro”… Una denuncia delle vittime siriane dei gruppi ribelli fu presentata contro il ministro francese al Tribunale amministrativo di Parigi per “colpa personale del ministro degli Esteri Laurent Fabius, commessa nelle sue funzioni“. In un rapporto nel 2012 dell’agenzia d’Intelligence militare statunitense (DIA) già si sosteneva che l’aiuto ai ribelli cosiddetti “moderati” in realtà avvantaggiava principalmente lo Stato islamico. Secondo il direttore dell’agenzia, Generale Flynn, l’aiuto indiretto degli Stati Uniti e della coalizione occidentale allo Stato islamico “fu una scelta deliberata”. In un precedente articolo sul ruolo della travagliata coalizione occidentale in Iraq e in Siria, ho anche fatto notare vari fatti che dimostrano sostegno e collaborazione operativa di Turchia, Stati Uniti e Israele ai vari gruppi jihadisti. Tali elementi dimostrano chiaramente che la coalizione occidentale, comprendente la Francia, ha condotto una politica di aiuto ai vari gruppi jihadisti in Siria, con l’obiettivo di rovesciare il Presidente Bashar al-Assad con il pretesto dell’assistenza ai gruppi di fittizi ribelli “moderati”. La vera natura di tali gruppi ribelli è stata recentemente svelata dall’intervento russo, che ha fatto esplodere le proteste dei governi occidentali per il fatto che gli attacchi aerei colpivano i ribelli che sostengono. Tuttavia, i gruppi colpiti dagli aerei russi appartenevano all’Esercito della Conquista, cui Jabhat al-Nosra, ramo siriano di al-Qaida, e gruppi islamici come Ahrar al-Sham, fanno parte.
Purtroppo, è improbabile che il sostegno del govenro francese ai gruppi jihadisti in Siria sia denunciato alla luce di tale ondata inaudita di attentati, di cui sono tuttavia la conclusione logica e prevedibile. Il caos inflitto alla Siria e la proliferazione di gruppi jihadisti sono il risultato diretto della politica estera francese in Medio Oriente. Come negli attacchi di gennaio, il governo aveva eretto Internet, che avrebbe favorito l’”auto-radicalizzazione” dei terroristi, presentati ingannevolmente come “lupi solitari”, a capro espiatorio, nascondendo carenze e incompetenza dei servizi di intelligence e sicurezza francesi, imponendo in massa ssitemi di sorveglianza ai cittadini, con una politica contraria soprattutto alle libertà individuali, dimostratasi inutile oggi. E’ tuttavia improbabile che i capi dei servizi di sicurezza, tra cui il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve, che ancora una volta fallisce, ne rendano conto. Il governo e la classe politica, con poche eccezioni, si nascondono ancora dietro l’emozione e l’ingiunzione all’”unità nazionale”. Eppure le stesse persone che oggi hanno dichiarato lo stato di emergenza e il ripristino dei controlli alle frontiere avevano promesso nelle ultime settimane l’accoglienza dei migranti siriani in nome dei principi umanitari, nonostante le riserve dell’agenzia di cooperazione europea Eurojust che dichiarava che il contrabbando aveva stretti legami con le organizzazioni terroristiche in Siria: “Si tratta di una situazione allarmante, perché si vede chiaramente che il traffico è destinato a finanziare il terrorismo e che i trafficanti sono talvolta utilizzati per l’infiltrazione di membri dello Stato islamico“. Secondo il presidente François Hollande, se la Francia è “in guerra”, oggi, lo deve principalmente all’incompetenza dei dirigenti e alle criminali incoerenze della politica estera francese che hanno sostenuto e armato i gruppi jihadisti che hanno precipitato la Siria nel caos…2015-11-15_221807Nel 2012, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, assieme al Regno Unito, spinse per allentare l’embargo sulle armi dell’UE alla Siria per consentire “che armi difensive arrivasero  ai combattenti dell’opposizione“. La Francia fu la prima potenza europea a riconoscere la Coalizione nazionale delle forze di opposizione e rivoluzionarie siriana, una coalizione di diversi gruppi di ribelli crata a Doha che, secondo il presidente francese François Hollande, era l’”unico rappresentante del popolo siriano“. La coalizione fu riconosciuta anche da Turchia e Lega Araba come “legittimo rappresentante delle aspirazioni del popolo siriano“. Nel dicembre 2012, in una riunione tenutasi a Marrakech, gli Stati Uniti sostennnero la Coalizione Nazionale quale governo di transizione della Siria. Da quel momento più di 100 Paesi, compresa l’Unione europea, riconobbero l’opposizione siriana, nonostante i timori che fosse collegata ad al-Qaida. Secondo il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, “importanti” contributi finanziari furono annunciati nella riunione: l’Arabia Saudita offrì 100 milioni di dollari, gli Stati Uniti altri 14 milioni ie la Germania 29 milioni. Nel 2014, il presidente francese Hollande disse che la Francia armava e addestrava i ribelli siriani, da un periodo di tempo non specificato, perché “sono gli unici a prendere parte al processo democratico“. In un’intervista al quotidiano francese Le Monde ammise che la Francia non può “fare da sola” e che non vi era “una buona intesa con Europa e gli USA“.

Fragkiska Megaloudi, Global Research, 17 Settembre 2015

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Un generale israeliano catturato in Iraq ammette la collaborazione tra Stato islamico ed Israele

Netanyahu cancella un incontro per paura di Putin
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di non partecipare alla riunione con l’opposizione siriana a Gerusalemme per paura di offendere il presidente russo Vladimir Putin
Telesur, 27 ottobre 201512046931Il primo ministro israeliano Benjamin Netayanhu avrebbe detto che “ora non è il momento migliore per far arrabbiare (Vladimir) Putin“, secondo fonti israeliane che desiderano rimanere anonime, secondo l’agenzia stampa libanese al-Ahd. La dichiarazione del capo del governo israeliano avveniva mentre i rappresentanti del governo sionista, tra cui il ministro della Difesa Moshe Yalon, programmavano un incontro con i capi dei gruppi armati siriani a Gerusalemme. Tuttavia, le autorità israeliane temono che una tale conferenza nei territori occupati e l’eventuale presenza di Netanyahu causasse reazioni dal presidente russo Vladimir Putin, il cui Paese sostiene la Siria nel confronto con i gruppi terroristi, dopo la richiesta dal presidente della nazione araba Bashar al-Assad. Secondo le fonti, ciò ha costretto le autorità sioniste ad annullare l’evento e a chiedere ai capi dei gruppi armati di non partecipare alla riunione. L’agenzia al-Ahd ha detto che nonostante la cancellazione della riunione, Israele e i gruppi che cercano di rovesciare al-Assad hanno ottimi rapporti e proseguiranno contatti e cooperazione, anche se devono nasconderli. Fin dall’inizio della crisi siriana, almeno 1300 membri dei gruppi armati siriani (compresi i gruppi terroristici come Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria) sono stati curati negli ospedali iraeliani, secondo fonti del Paese.

Un generale israeliano catturato in Iraq ammette la collaborazione tra Stato islamico ed Israele
Nahad al-Husayni, 23 ottobre 2015 – Reseau International

Il Dr. Haysam Bu ha confermato in esclusiva a VT che il generale Yussi Elon Israel Shahak, catturato dall’esercito del Popolo iracheno, ha ammesso durante l’inchiesta che: “Vi è una forte cooperazione tra il Mossad e alti comandanti militari dello SI… consiglieri israeliani aiutano l’organizzazione a sviluppare piani strategici e militari e a guidarli sul campo di battaglia“. L’organizzazione terroristica ha anche consiglieri militari di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania. L’Arabia Saudita ha finora fornito allo SI 30000 veicoli, mentre la Giordania 4500. Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno consegnato fondi per coprire le spese dello Stato islamico. Aerei appartenenti ai Paesi citati continuano ad atterrare nell’aeroporto di Mosul, fornendo aiuti militari e combattenti, soprattutto dalla Giordania. Parlamento e DESI hanno anche confermato la morte del capo dello SI Abu Baqr al-Baghdadi, colpito due volte: una in testa e l’altra su una spalla, in uno scontro a fuoco. Due dei suoi aiutanti sono stati uccisi. Crediamo che CIA e Mossad ne siano responsabili essendo diventato merce inutile. Inoltre, otto dei primi capi dello SI sono stati uccisi nel raid aereo iracheno ad Hayth, dopo due settimane di sorveglianza dell’intelligence militare irachena. La relazione conclude che il gruppo terroristico dello SI recentemente arrestato a Mosca proveniva da Siria e Iraq attraverso l’Ucraina, ed intendeva effettuare operazioni sovversive contro ferrovie e autobus. Gli attentatori sono ceceni, caucasici, iracheni, siriani e sauditi. L’Ucraina è diventata un focolaio delle attività terroristiche in complicità con i nemici giurati di Putin che vogliono colpire la Russia per vendicarsi dell’intervento militare in Siria.32770ISIS_CIA_BOKA_MOSAD_largeNahad al-Husayni, è a capo dell’ufficio di Veterans Today a Damasco, membro dell’Instituto americano di studi strategici del Medio Oriente (Stati Uniti) e vicedirettore del Congresso musulmano e arabo-americano (Detroit, USA). Ha una laurea in letteratura inglese ed lavorato come giornalista freelance per CNN, CBS e ABS in Siria, per il quotidiano turco Aydinlik e molte altre agenzie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

AnbarRoads copyYemen
Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

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Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
Fars
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Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente

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La Siria sta vincendo. Nonostante lo spargimento di sangue e la grave pressione economica, la Siria avanza verso la vittoria militare e strategica che trasformerà il Medio Oriente. Vi sono prove evidenti che i piani di Washington, per il ‘cambio di regime’, sabotaggio dello Stato o smembramento del Paese su linee confessionali, sono falliti. Fallimenti che saranno fatali per il sogno degli Stati Uniti, annunciato una decina di anni fa da Bush figlio, di un servile ‘Nuovo Medio Oriente’. La vittoria della Siria è una combinazione di solido sostegno popolare all’esercito nazionale, di fronte al circolo vizioso dei settari islamici (taqfiri), fermo sostegno degli alleati più stretti e frammentazione delle forze internazionali contrarie. Le difficoltà economiche, compresi blackout regolari, sono peggiorati ma non hanno spezzato la volontà del popolo siriano di resistere. Il governo assicura che gli alimenti di base siano accessibili e mantiene istruzione, salute, sport, cultura e altri servizi. Una serie di Stati ostili ed agenzie delle Nazioni Unite riprendono i rapporti con la Siria. La sicurezza migliora, il recente accordo delle grandi potenze con l’Iran e altre mosse diplomatiche favorevoli sono tutti segnali che l’Asse della Resistenza si rafforza. Non ne sapreste molto dai media occidentali, che mentono persistentemente sul carattere del conflitto e della crisi. Le caratteristiche principali di tale inganno sono nascondere il sostegno della NATO ai gruppi taqfiri, strombazzarne le avanzate ed ignorare le controffensive dell’esercito siriano. In realtà, i terroristi filo-occidentali non hanno compiuto alcun progresso strategico con una marea di combattenti stranieri che li aiuta ad occupare parte di Aleppo da metà 2012.

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente | Aurora.

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media

Erano per lo più giovani e giovanissimi gli attivisti curdi e turchi arrivati da tutto il paese nei giorni scorsi a Suruc, a pochi chilometri dalla frontiera con la Siria e dalla città martire di Kobane. Quando la bomba piazzata nel centro culturale Amara è esplosa, stavano cantando slogan di solidarietà con la lotta della resistenza curda contro i tagliagole dello Stato islamico. Di lì a poco avrebbero provato a superare il confine, dopo l’ennesimo divieto delle autorità di Ankara, per partecipare a una missione di solidarietà con l’obiettivo di partecipare alla ricostruzione di Kobane. Avevano raccolto giocattoli per allietare le sofferenze dei bambini di Kobane, volevano costruire una biblioteca e un museo dedicato all’epica lotta della città – e di tutto il Kurdistan – contro le orde jihadiste. Dei 330 ragazzi e ragazze – alcuni militanti di organizzazione della sinistra radicale curda e turca, altri semplicemente animati dalla volontà di partecipare ad un progetto solidale – che avevano aderito all’appello della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista, arrivando da molte città della Turchia, 32 sono stati dilaniati dall’esplosione. Altri e altre sono in gravissime condizioni, e purtroppo il già tragico bilancio di questa assurda strage potrebbe aggravarsi.

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media – contropiano.org.

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane

Nella tarda mattinata di oggi un attacco suicida da addebitare quasi certamente allo Stato Islamico ha fatto strage a Suruc, località curda nel distretto turco di Urfa che sorge a pochi chilometri dalla città martire di Kobane.

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane – contropiano.org.

McCain ammette: «Sono in contatto permanente con l’Isis» (video)

Il senatore Usa McCain, uomo ombra della diplomazia statunitense, ammette durante un’intervista tv di aver avuto e di avere contatti con l’Isis.

 

Il senatore Usa John McCain durante una riunione svoltasi nel nord della Siria nell'estate 2013. A sinistra (sempre cerchiato in rosso) il leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi. Il senatore Usa John McCain durante una riunione svoltasi nel nord della Siria nell’estate 2013. A sinistra (sempre cerchiato in rosso) il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.

McCain ammette: «Sono in contatto permanente con l’Isis» (video) – Popoff QuotidianoPopoff Quotidiano.

Israele alleato dei terroristi islamici.

Ad ufficializzare la notizia è stato il ministro della difesa israeliano Ya’alon che ha parlato di due condizioni per l’aiuto “umanitario”: “che i ribelli non si avvicinino troppo al nostro confine e che non si colpiscano i drusi siriani.

Ora è ufficiale: Israele fornisce aiuto ai ribelli siriani.

Israele amico dell’Isis

Una manifestazione di drusi presso il villaggio di Majdal Shams (Reuters).

Una manifestazione di drusi presso il villaggio di Majdal Shams (Reuters).

“Per Israele si avvicina il momento della verità?”. Davvero la situazione è così drammatica come sembra descriverla il titolo di Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano del Paese? Certo è che le incognite di certe scelte strategiche si avverte oggi come non mai. Nel conflitto permanente tra Paesi arabi sunniti e Paesi sciiti che tormenta il Medio Oriente, Israele si è schierato con i primi e su questa opzione, in buona sostanza basata sull’ossessione per il pericolo rappresentato dall’Iran, il premier Netanyahu ha fondato la propria politica estera. Con ancor più convinzione e frenesia da quando gli Usa di Obama hanno cominciato a trattare con gli ayatollah per regolare la questione del nucleare.

Anche con la guerra in Siria alle porte del Golan, e con il rischio che Al Nusra, l’Isis e le altre formazioni del terrorismo islamico prendessero sempre più piede, Israele non ha cambiato strategia. Al contrario, ha semmai stretto ancor più i legami con l’Arabia Saudita, che delle formazioni armate che operano in Siria è stata a lungo ispiratrice e finanziatrice, e con alcuni dei Paesi che sono poi intervenuti anche in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi. In Siria, Israele non è mai intervenuta, se non con qualche incursione molto mirata e rivolta non contro Al Nusra o l’Isis ma contro i convogli degli Hezbollah (schierati con Assad), riuscendo pure ad ammazzare un generale iraniano che con i miliziani libanesi stava compiendo una ricognizione sul fronte Sud della guerra civile.

La cosa va avanti da tempo. Ed è chiaro che, tra la vittoria dei terroristi islamici e la sopravvivenza di Assad in Siria, Israele opta per la prima ipotesi. Forse perché rassicurato dalla solita Arabia Saudita, che non ha mai tagliato i ponti con le formazioni armate anti-Assad, sul fatto che un futuro regime sunnita, per quanto estremista, sarà incline ad accordarsi coi vicini che non siano l’Iraq filo-sciita? Forse nella speranza che il crollo della Siria di Assad, ormai preventivato da molti, gli offra il modo di allargare ancora la zona del Golan sotto il suo controllo?

Difficile rispondere, ma la sostanza non cambia: per Israele è “meglio” Al Nusra di Assad. Quindi, perché certi titoli allarmistici come quello di Yediot Ahronot? Il problema ha un nome: drusi. I drusi, una particolare componente dell’intricato mondo islamico, sono circa un milione e mezzo. Circa 120 mila di loro vivono in Israele, cittadini fedeli allo Stato ebraico, soldati coraggiosi di Tsahal e così via. Ma assai più numerosi sono i drusi che vivono in Siria, appena oltre il confine con Israele, spesso solo rami diversi delle stesse famiglie di quelli che hanno il passaporto dello Stato ebraico. I drusi di Siria, rimasti fedeli ad Assad, si sentono ormai minacciati dalle milizie di Al Nusra che controllano il Sud e da quelle dell’Isis che controllano l’Est. Detto in poche parole, temono di fare la fine degli yazidi o dei cristiani dell’Iraq: conversioni forzate (gli estremisti islamici li considerano eretici), esecuzioni sommarie, rapimenti, fuga verso un esilio senza fine. E la politica di Israele, così “tenera” nei confronti dei terroristi islamici, ai drusi piace poco.

Piace poco anche ai drusi che vivono in Israele. Ed è stato proprio un giovane soldato druso, Hillah Chalabi, 19 anni, di stanza nel Golan,  denunciare i contatti tra le truppe israeliane e le milizie di Al Nusra, il passaggio di rifornimenti, i miliziani di Al Nusra trasportati in Israele per essere curati. Hillal è ovviamente finito in prigione ma nei villaggi drusi il fermento cresce: un’ambulanza dell’esercito israeliano che portava due siriani feriti, considerati “soldati” di Al Nusra, è stata attaccata dalla popolazione a Majdal Shams e uno dei due siriani ucciso prima dell’intervento della polizia. 

Queste e altre storie sono poi finite sulla stampa internazionale (per esempio, Newsweek ha raccontato la vicenda di Hillal), a conferma di quanto peraltro già sostenuto in recenti rapporti dei peacekeeper dell’Onu di stanza nel Golan: e cioè di regolari contatti tra la forze armate israeliane e miliziani armati provenienti dalla Siria. Drusi a parte, tutto questo se non altro dimostra che Israele, dipinto da molti come un piccolo Stato minacciato di estinzione, gioca la partita politica con consapevolezza e fiducia nella propria forza degne di una potenza regionale. Quale in effetti Israele è. L’unica vera potenza del Medio Oriente.

Fulvio Scaglione

thanks to: Famiglia Cristiana

Fermare la guerra e la distruzione di Siria, Iraq e Yemen

TRE ASSOCIAZIONI FIRMANO UN APPELLO CONTRO LA DISTRUZIONE DI SIRIA, IRAQ E MEDIORIENTE

L’urgenza è assoluta. L’avanzata mortale del sedicente Stato islamico e di altri gruppi fanatici in Siria e Iraq – ma anche in Yemen – può finire di uccidere il Medioriente ed è il frutto della complicità e cecità dei paesi Nato e delle petromonarchie loro alleate. Il documento che segue, firmato da tre organizzazioni di attivisti e fondato su fatti inequivocabili, intende lanciare l’allarme. Si rivolge a tutti. Tutti possono agire. Basta con l’inerzia degli ultimi anni. I popoli e i movimenti devono far pressione sui governi coinvolti in questa immane tragedia affinché si dissocino e boicottino chi l’ha provocata e ne è tuttora complice diretto o indiretto. Ma ci rivolgiamo anche ai paesi non occidentali (popoli e governi), affinché prendano in mano la situazione, isolando appunto i responsabili diretti e indiretti. (Marinella Correggia).

Dunque l’Occidente vuole che l’Isis prenda Siria, Iraq, Yemen…?  L’evidente incapacità della sedicente “coalizione internazionale anti-Isis” di fronte all’avanzata di terroristi – non solo Isis – in Siria e Iraq è forse frutto di una strategia? Il ministro Alfano ha detto in Parlamento: “Facciamo parte della grande comunità occidentale che combatte al meglio il terrorismo”. Doveva dire: “La comunità occidentale che aiuta al meglio il terrorismo”.

Perché in Iraq a Ramadi nella provincia di Anbar la sedicente coalizione anti-Isis non è riuscita a fermare con bombardamenti aerei una visibilissima e isolata colonna motorizzata di terroristi armati nel deserto iracheno? Come mai gli Usa hanno intimato giorni fa al governo iracheno di respingere nelle retrovie le milizie sciite anti-Isis, e lo stesso è accaduto a Tikrit?

Come mai l’Italia non vede quel che sta succedendo a Palmira e in tante altre parti della Siria dove l’avanzata dei terroristi lascia una scia di assassini settari? Come mai non vede che se le forze jihadiste prenderanno il paese, la mattanza in corso si estenderà dappertutto assumendo dimensioni inimmaginabili di vendetta settaria e catastrofe umanitaria? Presto non ci sarà un luogo dove fuggire. L’unica forza residua che può contrastare questa funesta prospettiva è il governo e l’esercito siriano, in grave difficoltà per la mancanza di rifornimenti e – ormai – la scarsità di uomini. Quindi esortiamo i governi coinvolti a far prevalere la ragione. Mettere da parte ogni considerazione di natura politica e salvaguardare la vita umana: il pericolo che incombe non è solo un pericolo per i siriani, è un pericolo per tutti, è il pericolo che diciamo a parole di voler fronteggiare anche nei nostri paesi. Bisogna togliere dall’agenda l’obiettivo di rovesciare il governo siriano.

Perché invece l’Occidente lavora per indebolire l’esercito siriano, avversario dell’Isis, addestrando i gruppi armati islamisti – lo fanno gli Usa in Turchia e Giordania con la coalizione di salafiti, al Nusra, Fratelli musulmani detta Esercito della Conquista che controlla Idlib?

Perché l’Italia e i paesi occidentali non interrompono le collusioni dirette e indirette che favoriscono l’avanzata delle forze jihadiste in Siria e Iraq, dove diversi membri della sedicente coalizione anti-Isis (Arabia saudita, Turchia, Qatar, Stati uniti) continuano ad appoggiare – violando oltretutto il diritto internazionale l’avanzata di gruppi terroristi rifornendoli di armi e denaro, facendoli passare attraverso le frontiere, addestrandoli? Del resto da documenti statunitensi de-secretati, questa strategia in funzione antiAssad era già portata avanti dall’Intelligence Defence Agency nel 2012

Perché il sedicente “Gruppo di lavoro per il contrasto al finanziamento dello Stato islamico” presieduto da Arabia Saudita, Italia e Stati uniti non fa nulla?  Doveva contrastare lo sfruttamento delle risorse della regione (petrolio, beni archeologici, depositi bancari trafugati), interrompere il flusso di fondi dall’estero (donazioni o riscatti). In due mesi ha forse fatto il contrario? L’Isis ottiene quel che vuole ed “esporta” petrolio. A chi?

Perché l’Italia ha come primo acquirente di armi l’impresentabile Arabia saudita con il rischio che i sauditi regalino armi italiane all’Isis o ad altri gruppi terroristi?  Secondo lo stesso ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford, ha praticamente fondato – con consenso Usa – l’Isis nella regione per destabilizzare Siria e Iraq, alleati dell’Iran.

Perché l’Italia non si è opposta ai bombardamenti dell’Arabia saudita sullo Yemen che hanno causato moltissimi morti civili e danni enormi in un paese povero, favorendo al Qaeda? Perché l’Italia continua a essere complice della distruzione di interi paesi?

Perché la sedicente Coalizione anti-Daesh raduna i padrini di tutte le al Qaede, Stati che hanno alimentato, protetto, foraggiato, politicamente agevolato i gruppi terroristi? Prima con la guerra di Bush in Iraq. Poi con la guerra della Nato in Libia nella quale la Nato fece da aviazione a gruppi estremisti poi migrati nell’Isis . Poi con il sostegno a “ribelli” siriani.

Firmato: Rete No War, Coordinamento nazionale SiriaPax, Assadakah Centro italo-arabo e del Mediterraneo

thanks to: Pressenza

Mandare armi e militari in Iraq peggiora la situazione

Chiediamo che il Parlamento fermi le scelte del Governo italiano
Fonte: Rete Disarmo – 17 ottobre 2014

Ancora una scelta militare per l’Iraq: secondo le dichiarazioni alla Camera del Ministro Pinotti non solo mezzi e aerei ma anche l’intervento di oltre duecento uomini. Una scelta sbagliata e inaccettabile – soprattutto se non avrà un nuovo vaglio parlamentare – che spinge la Rete Italiana per il Disarmo a rilanciare la richiesta al Governo di maggiori dettagli e una supervisione parlamentare e della società civile sull’invio di materiale bellico, e ora forse di militari, in Iraq.

Tutto questo mentre i recenti bombardamenti sulle postazioni della milizia dello Stato islamico hanno in realtà rafforzato la situazione sul terreno di ISIS piuttosto che indebolirla


Audizione Pinotti Nel corso di un’audizione presso le Commissioni congiunte Esteri e Difesa della Camera la Ministro della difesa Pinotti ha annunciato ieri una importante accelerata quantitativa e qualitativa del supporto militare italiano alla coalizione contro l’Isis in Iraq. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferito, nuovi mezzi (aereo per rifornimento, due droni Predator) e soprattutto uomini (circa 200 istruttori) saranno inviati nel teatro delle operazioni della coalizione internazionale a sostegno in particolare dei combattenti curdi. Il tutto senza un nuovo passaggio di voto parlamentare poiché, secondo quanto viene riferito in dichiarazioni dal Ministro, sia dai Presidenti delle Commissioni che dal Governo viene considerato sufficiente il voto avvenuto a metà agosto, in altro contesto e con tutti altri dati a disposizione.

L’audizione del Ministro Pinotti segue di soli pochi giorni il comunicato emesso a seguito del Consiglio Supremo di Difesa che, mancando di indicare le vittime reali delle azioni di pulizia culturale dell’ISIS, appare preoccupato solo dei ‘rischi rilevanti per l’Europa e per l’Italia’ a seguito della pressione militare dell’ISIS in Siria e in Iraq. Una dichiarazione tardiva ed inaccettabile che sarà seguita da un’azione militare illegittima ed inadeguata a proteggere le popolazioni vittime della violenza dell’ISIS. Ci saremmo invece aspettati dal maggior organo consultivo del Presidente della Repubblica un forte e chiaro richiamo sulla sottovalutazione della gravità della situazione per le reali vittime del conflitto e soprattutto per le gravi mancanze del nostro Paese e dei governi dell’Unione europea nel promuove una precisa azione in ambito delle Nazioni Unite secondo la “responsabilità nel proteggere”. Responsabilità che abbiamo chiaramente indicato già da agosto e che non è stata presa in considerazione da parte del Governo Renzi che ha scelto l’invio di armi senza mandato delle Nazioni Unite e una politica forte ad esso connessa.

La Rete italiana per il Disarmo ribadisce ancora una volta che non sarà certo un intervento militare a risolvere la situazione irachena. Anzi, come sottolineano diversi analisti internazionali (dettagli in calce), i recenti bombardamenti sulle postazioni della milizia dello Stato islamico hanno in realtà rafforzato la situazione sul terreno di ISIS piuttosto che indebolirla. Purtroppo oggi in Iraq si vedono i risultati negativi di uno sforzo prettamente militare, senza strategia politica e senza reale impegno diplomatico, della Coalizione internazionale: lo Stato Islamico continua ad avanzare in molte province, e le principali fazioni armate sunnite irachene hanno deciso di non schierarsi apertamente contro di esso. “Rimarranno neutrali tra il governo e l’IS – sottolinea la presidente di Un Ponte per Martina Pignatti – in quanto gli incontri diplomatici con il nuovo governo per dar vita a una coalizione nazionale contro ‘Daesh’ sono falliti. Se le parti accettano di incontrarsi e non trovano un accordo, buona parte della responsabilità va sempre all’assenza di un mediatore forte, capace e credibile: proprio quella è la sedia lasciata vuota dalla comunità internazionale”. In queste settimane il Governo iracheno non è riuscito nemmeno a mantenere l’impegno a fermare i bombardamenti sui quartieri civili di tante città sunnite, e mentre le armi proliferano il tanto auspicato dialogo nazionale si ferma. “Per individuare soluzioni politiche occorre ripartire dall’analisi dei problemi che stanno alla radice di questa guerra – continua Martina Pignatti – come hanno fatto recentemente tanti autori italiani e iracheni del volume “La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna” a cura di Osservatorio Iraq con la collaborazione di Un ponte per. Con l’intento di approfondire, analizzare e far conoscere l’Iraq al di là delle cronache fredde e immediate, questo volume cerca di tornare alla storia del Paese e dare voce all’altro Iraq che immagina un futuro democratico”.

Comnattimenti Iraq Di particolare preoccupazione l’intenzione di inviare uomini, circa  200 come detto, nel teatro delle operazioni. Se è pur vero che si dovrebbe trattare di addestratori non combattenti è altrettanto chiaro come ciò renda ancora più diretto il coinvolgimento dell’Italia in un’operazione di conflitto, che dovrebbe essere decisa invece esplicitamente dal Parlamento sovrano. A tutto questo si aggiunge anche l’intenzione, annunciata sempre ieri dal Ministro Pinotti, di rinnovare il sostegno ai Peshmerga con nuove spedizioni di materiale d’armamento (eppure sino a pochi giorni il Governo riteneva il primo invio perfettamente sufficiente nonostante le critiche avanzate) proveniente sempre da vecchi sequestri di armi ai trafficanti sovietici di metà anni ‘90.

“Su questo particolare aspetto l’opacità è davvero grande – commenta Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché non abbiamo ancora ricevuto tutti i dettagli necessari a monitorare il precedente invio eppure si pensa già ad una nuova consegna tramite ponte aereo militare. Ancora una volta ribadiamo la nostra contrarietà a questa spedizione insensata ed inutile, ma soprattutto sottolineiamo la necessità, se non si vuole solo alimentare un mercato nero pericoloso, di controllare con una forte tracciabilità tutti gli invii di armamenti”. Ad oggi tutte le richieste di chiarimento avanzate da Rete Disarmo non hanno sortito alcuna risposta, e non bastano le comunicazioni ufficiali di natura generale a colmare un gap informativo importante.

Non si sta ipotizzando un semplice “rischio”: la sparizione di armi in quella regione è un dato di fatto ampiamente documentato dai rapporti del Pentagono e di centri di ricerca autorevoli come il SIPRI di Stoccolma. Già nel 2007 un rapporto del Pentagono a fronte di oltre 13mila armi consegnate all’esercito iracheno se n’era persa traccia per più di 12mila: tra quelle armi figurano pistole, fucili d’assalto, mitragliatrici e lanciagranate. Una simile situazione si è verificata in Afghanistan. Non a caso una specifica ricerca del SIPRI definisce questi due paesi come “gli esempi più evidenti dei rischi collegati alla fornitura di armi a Stati fragili”.

Senza adeguate misure e controlli vi è quindi l’altissimo rischio che anche le “nostre” armi possano finire nelle mani sbagliate. Aggiungendo problemi ad una situazione già drammatica.

In coda a questo Comunicato esplicitiamo le domande poste già da settimane all’attenzione del Ministro della Difesa e che non hanno ricevuto ad oggi alcuna risposta. La nostra Rete avanza ancora una volta la richiesta di poter essere parte attiva (anche contestualmente ad analoga iniziativa parlamentare) di un monitoraggio dell’invio di armi in Iraq che dimostri nei fatti la volontà di trasparenza espressa a parole dal Governo. “Chiediamo accesso a tutti i documenti per poter eseguire una registrazione del materiale inviato secondo gli standard impiegati in casi analoghi da organismi e nostri partner internazionali il tutto nell’ottica di una reale ed effettiva tracciabilità delle armi e delle munizioni che verranno spedite” conclude Vignarca.

Rete Italiana per il Disarmo ribadisce infine la propria richiesta affinché venga subito aperta un’inchiesta parlamentare considerato che una parte di quelle armi pare sia stata inviata nel 2011 agli insorti di Bengasi apponendo da parte dell’allora governo in carica (Berlusconi IV) il segreto di stato” (del quale la nostra Rete aveva chiesto conto al Presidente della Repubblica Napolitano senza ricevere alcuna risposta).

Note:

Le domande di Trasparenza di Rete Disarmo (ancora senza risposta)

Il Ministro Pinotti già per il primo invio ed anche ieri ha dichiarato che “le armi sono già a Baghdad”. Si potrebbe ricostruire il percorso seguito fino ad ora? Chi ha eseguito lo spostamento da Santo Stefano al continente (e per dove?). Come si è realizzato il trasporto verso l’Iraq? In quali giorni e con quali tempi?

Solo dopo qualche tempo dalle discussioni parlamentari è stata confermata la presenza del Decreto interministeriale che consegna le armi del sequestro Jadran alla Difesa per fini istituzionali (un documento che la nostra Rete ha richiesto fin dal principio, come fondamentale). Come mai non è stato esplicitato ai Parlamentari (ad esempio il 20 agosto) che alcuni passi di legge dovevano essere ancora fatti prima di poter disporre degli armamenti “Jadran”?

Sia per la prima consegna che in vista della seconda il Ministro ha sottolineato la presenza di problemi burocratici non meglio specificati a Bagdad; si tratta di un punto fondamentale e da chiarire. Il ministro si riferisce alle operazioni legate allo “end user certificate”? Ci sono problemi sugli elenchi e i quantitativi?

Abbiamo fatto richiesta di alta trasparenza su quantità e qualità delle armi prodotte, perché l’Iraq con Afghanistan è il luogo al mondo in cui è maggiormente possibile il fenomeno della dispersione delle armi rispetto agli originali destinatari. Il Ministero è disposto a fornire lista dettagliata (quindi anche con numeri di serie) di tutti gli armamenti e munizionamenti che dovranno arrivare alle forze del Governo regionale Curdo?

Abbiamo notizia di un bando attraverso Agenzia Industrie Difesa per lo spostamento del materiale esplosivo (anche le armi?) da Santo Stefano per una successiva distruzione. Riguarderebbe anche il materiale del sequestro Jadran. Ci potreste fornire maggiori informazioni a riguardo? Davvero le armi verranno ora distrutte nel momento in cui finalmente i passaggi di legge per poterle detenere sono stati fatti (mentre dal 2006 al 2009 i precedenti governi non hanno ottemperato ad una precisa Ordinanza della Magistratura)?

Nel Decreto Missioni è stato inserito un emendamento per garantire la copertura finanziaria dell’operazione (come fin da subito dichiarato dal Ministro Pinotti) in cui però pare che siano inseriti anche fondi per intervento umanitario. Si potrebbe avere dunque un dettaglio riferito ai soli costi di invio armi all’Iraq? Si può sapere chi opererà in tutte le fasi (se solo personale delle FF.AA. o anche strutture di trasporto esterne)?

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Rete Italiana per il Disarmo rilancia alle Istituzioni una serie di richieste
Al Governo 

1.  Rivedere la decisione di inviare armi e sistemi militari alle parti 
in conflitto in particolar modo le armi confiscate (come il cosiddetto 
“arsenale Zhukov”) o non utilizzabili dalle nostre forze armate e 
bloccare l'invio di armi e sistemi militari verso tutti i paesi in 
conflitto.

2.  Comunque garantire la massima trasparenza su tutta l’operazione in 
particolare fornendo dettagli e documentazione dei quantitativi e dei 
tipi di armamento spediti.

3.  Consentire alla società civile e ai tecnici nazionali ed 
internazionali da essa indicati la supervisione sui quantitativi di 
armamento in spedizione e sulle iniziative intraprese per garantirne una
 futura tracciabilità.
Al Parlamento 

1.  Richiedere un resoconto dettagliato di tutti i sistemi militari e di 
armi che si intendono spedire e sottoporre al parere consultivo delle 
Camere ogni invio di armi. 

2.  Appoggiare la richiesta delle organizzazioni della società civile e 
della nostra Rete Disarmo in particolare per un monitoraggio tecnico su 
contenuti e criteri di tracciabilità della spedizione di materiale 
d’armamento che il Governo intende compiere verso l’Iraq.

3.  Porre all’esame, nelle competenti commissioni parlamentari di Camera e
 Senato, le recenti Relazioni sulle esportazioni di sistemi militari 
italiani, valutare attentamente le autorizzazioni rilasciate dagli 
ultimi governi e il grado di trasparenza della Relazioni governativa in 
confronto anche con le associazioni impegnate da anni nel controllo del 
commercio degli armamenti. 

4.  Favorire un’inchiesta parlamentare su tutte le armi confiscate e 
detenute nei vari arsenali militari e predisporre tutte le misure 
necessarie per la loro pronta distruzione (alcune operazioni sono forse 
attualmente in corso ma non possono essere gestite, vista la loro 
rilevanza, solo per “via amministrativa”

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Per approfondimento

I BOMBARDAMENTI RAFFORZANO LO STATO ISLAMICO
http://www.analisidifesa.it/2014/10/i-bombardamenti-rafforzano-lo-stato-islamico/

Tuttora privi di una soluzione politica e ostinatamente contrari all’apertura dei negoziati con l’Iraq e Damasco, gli Stati Uniti si intestardiscono dunque in una strategia priva di orizzonti e che contribuisce alla crisi del Medio Oriente.

IRAQ. Trovato l’arsenale chimico di Saddam. Glielo hanno venduto gli Stati Uniti

L’avanzata dell’Isis svela le bugie della Casa Bianca: le armi con cui Bush giustificò l’invasione dell’Iraq erano di fabbricazione Usa, assemblate in Europa e vendute al leader iracheno durante la guerra con l’Iran.

 

I resti delle armi chimiche nell'impianto iracheno di Muthanna (Foto: Getty Image)

di Chiara Cruciati

Roma, 16 ottobre 2014, Nena News – Ecco dov’erano finite le armi chimiche di Saddam Hussein, quelle dietro le quali l’allora presidente Bush si nascose per invadere l’Iraq e occuparlo per otto anni. Una bufala, secondo tanti, che ancora oggi pesa sulla fragile reputazione del guerrafondaio Bush, ma soprattutto sulla popolazione civile irachena alle prese con settarismi interni che stanno smembrando il paese. Di armi non se ne trovarono, ma l’Iraq fu fatto a pezzi.

Oggi ricompaiono. Grazie all’Isis. Rapporti degli ultimi giorni mostrano – con allegate fotografie – le strane ferite e le bruciature sui corpi di curdi morti intorno a Kobane a luglio, quando lo Stato Islamico tentò il primo assalto all’enclave curda siriana. Le prove raccolte, le foto e i racconti dei testimoni portano in una direzione precisa: l’Isis ha usato armi chimiche. Dove le ha prese? Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che gli islamisti di al-Baghdadi ne abbiano fatto incetta a Raqqa, città siriana oggi roccaforte dell’Isis. Insomma, che siano armi dell’arsenale del presidente Bashar al-Assad.

Secondo altri è più probabile che le armi in questione siano state il bottino della presa di Muthanna, base militare irachena, a ovest di Baghdad, occupata dall’Isis già a giugno scorso. All’interno, aveva fatto sapere l’esercito iracheno alle Nazioni Unite, si trovavano anche armi chimiche, circa 2.500 missili. All’epoca la Casa Bianca aveva minimizzato: si tratta di armi vecchie, risalenti agli anni ’80, ormai inutilizzabili perché corrose. A dirlo erano stati i soldati di stanza tra il 2004 e il 2010 in Iraq, aveva fatto sapere a giugno Washington.

Eppure quelle armi sono state utilizzate e si sono dimostrate macabramente efficaci. Ma di chi sono queste armi? Come sono finite nei magazzini di Saddam Hussein? Di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa, erano state vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia negli anni Ottanta, ovvero durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo.

Non solo. Gli Stati Uniti lo sapevano bene ma lo hanno tenuto nascosto. Secondo il New York Times, il governo Usa ha evitato di far sapere di aver trovato l’arsenale in Iraq, nonostante dopo il 2003 (anno dell’invasione del paese) 17 soldati Usa e 7 poliziotti iracheni siano stati feriti dal nervino delle armi chimiche in questione. “Dal 2004 al 2011 truppe americane e truppe irachene se le sono trovate di fronte più volte e sono state ferite in almeno sei occasioni da armi chimiche del tempo di Saddam – scrive il giornale – Le truppe Usa hanno segretamente fatto rapporto su 5mila missili o bombe d’aviazione chimiche, secondo le interviste raccolte tra soldati americani e iracheni, poi girate all’intelligence secondo quanto previsto dal Freedom of Information Act”.

“Gli Stati Uniti sono andati in guerra dichiarando di dover distruggere le armi di distruzione di massa. Le truppe americane le hanno gradualmente trovate e hanno sofferto per l’esposizione ai resti di armi che sono state costruite in collaborazione con l’Occidente”. Il portavoce del Pentagono, John Kirby, ieri ha risposto in conferenza stampa alle accuse, limitandosi a dire di non poter parlar “di quali decisioni o ordini furono date ai comandi militari o allo staff medico all’epoca. È successo molto tempo fa e si tratta di scelte prese dallo staff su base individuale”. Il segreto di Pulcinella: i soldati feriti sono stati curati dal servizio sanitario esercito negli anni successivi all’occupazione.

Le ragioni di tale silenzio sono chiare: le armi dell’arsenale del nemico Saddam erano state prodotte negli Stati Uniti, assemblate in Europa e riempite di agenti chimici in Iraq da compagnie occidentali. Così si disfaceva il castello di carte del presidente Bush: difficile giustificare una guerra all’Iraq con la presenza di armi chimiche, di un arsenale nascosto, che gli stessi Stati Uniti avevano venduto ben prima del 1991.

thanks to: Nena News

Terrorista a chi?

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Dagli anni ’20 ai ’60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell’ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l’odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l’influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l’invenzione folle del Regno dell’Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell’Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l’allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l’assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all’ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell’ENI di quegli anni.

Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E’ successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l’Iran, si stata avvicinando a Qasim quest’ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall’ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un’opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l’indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l’affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.

Il futuro è nero, come l’oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell’Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l’ex-leader del partito Ba’th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l’impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l’enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L’istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L’amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni ’80 Washington era preoccupata dall’intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del ’79.

Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all’Iran gli USA finanziarono tra l’altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l’URSS – la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell’industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell’epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall’avanzata dell’ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all’Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l’esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l’intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L’operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un’eccessivo indebolimento dell’Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.

L’11 settembre
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l’Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l’Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l’imminente attacco all’Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c’è l’inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L’avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell’ISIS è soltanto l’ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

Cosa fare adesso?
L’ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l’esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E’ evidente che la comunità internazionale e l’Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.

1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l’intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l’hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’ALBA, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell’abbattimento dell’aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull’Iraq.
3) L’Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L’economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell’ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E’ logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del ‘900. L’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l’insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L’Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L’energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre».” Alessadro Di Battista

Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull’assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l’attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l’Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch’egli colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest’ottica va letta l’invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all’intermediazione criminale di Dell’Utri.

thanks to: beppegrillo