Lo Stato d’Israele si sgretolerà e vedremo una libera Palestina democratica prima di quanto immaginato

Stuart Littlewood, AHTribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso un ex-militare, è oggi un noto attivista per la pace e instancabile lavoratore per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più chiare a richiedere il sostegno al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e per la creazione di una democrazia unica con uguali diritti su tutta la Palestina storica. Sarà alla Conferenza del partito laburista a Liverpool il 23-26 settembre. Ho avuto la fortuna d’intervistarlo, nella settimana che segna il 70° anniversario dell’assassinio di Folke Bernadotte e del 36 ° anniversario del massacro genocida nel campo profughi di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire l’ambizione sionista, ciò che dice Miko potrebbe dovrebbe far riflettere chi segue il dettato della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, è cresciuto in una famiglia sionista con un regime sionista. Cosa le è successo per uscirne?
Miko Peled: Come il titolo del mio libro di memorie ‘Il Figlio del Generale’ suggerisce, sono nato da un padre che era generale dell’IDF e poi, come sottolinea il sottotitolo, intrapresi il “Viaggio di un israeliano in Palestina” . Il viaggio è definisce a me, e attraverso di me si spera che definisca al lettore, cosa sia “Israele” e cosa sia “Palestina”. È un viaggio dal lato dell’oppressore privilegiato e dell’occupante (Israele) a quello degli oppressi (Palestina) e dei nativi della Palestina. Ho scoperto che è, in effetti, lo stesso Paese: Israele che occupa la Palestina. Ma senza il viaggio, non l’avrei capito. Questo per me era la chiave. Mi ha permesso di vedere ingiustizia, privazione, privazione di acqua e diritti e così via. Quanto più mi permisi, e continuo a permettermi di avventurarmi in questo viaggio, più potevo vedere cos’è veramente il sionismo, Israele e chi sono io.

Molti mesi fa avvertì che Israele avrebbe “fatto tutto il possibile, avrebbe imbrattato, provato tutto il possibile per fermare Corbyn”, e la ragione per cui l’antisemitismo viene usato è che non hanno altri argomenti. Questo si è avverato con Jeremy Corbyn con un attacco feroce e prolungato anche dall’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe comportarsi Corbyn e quali contromisure suggerirebbe?
Jeremy Corbyn ha chiarito durante la conferenza laburista dello scorso anno che non permetterà che accuse d’antisemitismo interferiscano col suo lavoro di leader del partito laburista e uomo dedito alla creazione di una società giusta nel Regno Unito e di un mondo giusto. In quel discorso, disse qualcosa che nessun leader occidentale avrebbe osato dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese”. Ha sempre avuto sempre i mezzi e il suo sostegno cresce. Credo che stia facendo la cosa giusta. Mi aspetto che continui.

E cosa ne pensa dello sfogo di Sacks?
Non sorprende che un razzista che sostiene Israele se ne esca così, non rappresenta nessuno.

L’organo governativo del Partito laburista, il NEC, ha adottato la definizione dell’IHRA di armamentario dell’antisemitismo, nonostante gli avvertimenti di esperti legali e la raccomandazione d’includere dei caveat al Comitato di selezione degli affari interni della Camera dei Comuni. Questa decisione è vista come una spaccatura per pressione esterna e ovviamente influenzare la libertà di parola sancita dalla legge inglese e garantita dalle convenzioni internazionali. In che modo influenzerà la credibilità laburista?
Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono certo che vivranno subendo l’afflizione della vergogna che ciò pone a coloro chi ne ha votato l’adozione. Ci sono almeno due avvisi già dalla comunità ebraica ultra-ortodossa, che costituisce dal 25% al 30% degli ebrei del Regno Unito, che respingono l’idea che JC sia antisemita, rifiutando il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Sull’Occupazione, affermò che Israele ha raggiunto lo scopo di rendere irreversibile l’occupazione della Cisgiordania 25 anni fa. Perché pensa che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea di una soluzione a due Stati? Come crede si sviluppi la situazione?
Gli Stati Uniti, e in particolare l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia ingoiato tutta la Palestina del Mandato e non c’è spazio per i non ebrei nel Paese. Non fanno altre affermazioni. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono placare Israele e accettarlo così com’è. I loro elettori, tuttavia, chiedono giustizia per i palestinesi, quindi, con un codardo compromesso, i Paesi dell’UE secondo un autentico post-colonialismo trattano l’Autorità palestinese come se fosse Stato palestinese. Ecco perché, credo, gli europei andranno avanti “riconoscendo” il cosiddetto Stato della Palestina, anche se non esiste. Lo fanno per placare i loro elettori senza realmente fare nulla per promuovere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato un palestinese, non hanno liberato un solo prigioniero da una prigione israeliana, non hanno salvato un bambino dai bombardamenti su Gaza, non hanno alleviato sofferenza e privazione dei palestinesi nel deserto del Naqab o nei campi profughi. È un gesto vuoto, codardo. Ciò che gli europei dovrebbero fare è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi vivono sotto un regime di apartheid nella propria terra, sono vittime della pulizia etnica e del genocidio e che questo deve finire, e l’occupazione sionista deve finire completamente e senza condizioni. Credo che lo Stato di Israele si sgretolerà e che vedremo una Palestina democratica libera dal Fiume al Mare prima di quanto la maggior parte della gente pensi. L’attuale realtà è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non se ne vanno, Israele ha appena annunciato, ancora. che due milioni di cittadini non ebrei non sono graditi in questo Stato, e il BDS è al lavoro.

Le IDF si definiscono l’esercito più morale del mondo. Ha prestato servizio nell’IDF. Quanto è credibile tale affermazione?
È una bugia. Non esiste un esercito morale e l’IDF sono impegnate nella pulizia etnica, nel genocidio e nel far rispettare un regime d’apartheid da sette decenni. Di fatto, le IDF sono una delle forze terroristiche meglio equipaggiate,addestrate, finanziate e sostenute del mondo. Anche se hanno generali, belle uniformi e armi avanzate, non sono altro che bande armate di teppisti e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere i palestinesi. I loro ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo brutalità e spietatezza crudelmente inflitte nella vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnati a denunciare la verità su un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione oppressa sotto un’occupazione illegale. Dicono che il loro scopo è porre fine all’occupazione. Come valuta le loro possibilità di successo?
Loro e altre ONG come loro potrebbero fare la differenza. Sfortunatamente, non vanno lontano, non invitano i giovani israeliani a rifiutarsi di servire nelle IDF, e non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi, ritengo che il loro lavoro sia superficiale e conti poco.

Gli israeliani accusano spesso il sistema educativo palestinese di creare futuri terroristi. Come lo confronta coll’istruzione in Israele?
Il sistema educativo palestinese attraverso un accurato processo di controllo, quindi tali affermazioni d’insegnare l’odio sono infondate. Israele, tuttavia, fa un ottimo lavoro nell’insegnare ai palestinesi di essere oppressi e non avere altra scelta che resistere. Lo fa usando militari, polizia segreta, burocrazia dell’apartheid, innumerevoli permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite. Le corti israeliane insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non sono considerate come nulla. Non ho incontrato palestinesi che esprimano odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’istruzione da Israele, non a causa di un libro di testo palestinese. Gli israeliani subiscono un’approfondita educazione razzista ben documentata in un libro di mia sorella, la prof.ssa Nurit Peled-Elhanan, intitolata Palestina nei libri di testo israeliani.

Le comunità cristiane in Terra Santa si riducono rapidamente. Gli israeliani sostengono che i musulmani li espellono, ma i cristiani dicono che è la crudeltà dell’occupazione che ha spinto così tanti a lasciare. Qual è la sua opinione? Gli israeliani cercano d’inserire un cuneo tra cristiani e musulmani? C’è una guerra religiosa in atto per cacciare i cristiani?
I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione in Palestina, ora sono appena il 2%. Non c’è nessuno da incolparne se non Israele. Israele ha distrutto comunità e chiese cristiane palestinesi proprio come ha distrutto i musulmani. Per Israele gli arabi sono arabi e non hanno posto nella terra d’Israele. Raccomando caldamente l’eccellente relazione di Bob Simon su CBS 60 Minutes del 2012 intitolato Christians in the Holy Land. Alla fine, affronta l’ex-ambasciatore d’Israele a Washington DC che volle annullare la trasmissione.

Si definisce persona religiosa oggi?
Non lo sono mai stata.

Conosce Gaza. Come giudica Hamas sul suo governo? E attori onesti potrebbero lavorare con loro per la pace?
Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per anni, palestinesi e stranieri, e loro valutano che, sul governo e tenendo in considerazione le gravi condizioni in cui vivono, vanno lodati.

Alcuni dicono che il pubblico israeliano è in gran parte inconsapevole degli orrori dell’occupazione e protetto dalla verità. Se è vero, inizia a cambiare?
Gli israeliani sono pienamente consapevoli delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano e votano in gran numero e per sette decenni continuano a votare per chi inviano loro e i loro figli a commettere tali atrocità, che non sono commesse da mercenari stranieri ma da ragazzi e ragazze israeliani che operano con orgoglio. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. In passato, c’era una facciata civile in Israele, e oggi non c’è più. Dire che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è una dichiarazione perfettamente accettabile oggi. In passato, si era alquanto imbarazzati ad ammetterlo.

Israele ha compiuto una serie di assalti armati in acque internazionali su imbarcazioni umanitarie che portavano aiuti medici e non militari alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggi e passeggeri vengono regolarmente picchiati e gettati in prigione, e alcuni uccisi. Gli organizzatori ora dovrebbero rinunciare o raddoppiare gli sforzi usando tattiche diverse?
Le flottiglie di Gaza sono certamente encomiabili, ma se l’obiettivo è raggiungere le coste di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore è solo nel fatto che sono espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se tempo e sforzi, rischi e spese lo giustifichino. Israele si assicurerà che nessuno riesca a passare e che il mondo non presti attenzione. A mio parere, le flottiglie non sono la migliore forma d’azione. Nessun problema della tragedia in Palestina può essere risolto da solo. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua o le leggi razziste, ecc. Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha la migliore possibilità, ma non viene utilizzato abbastanza e troppo tempo vine sprecato per argomentarne i meriti. Sicuramente uno dei punti deboli di chi si preoccupano di aver giustizia in Palestina è che abbia un’idea semplicemente del “darsi da fare”. C’è poca coordinazione e quasi alcuna strategia sulla questione cruciale su come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una seria sfida.

Questa settimana era il 70° anniversario dell’assassinio del diplomatico svedese Conte Folke Bernadotte da parte di una squadra sionista, mentre era mediatore del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono stranamente silenziosi su questo, anche agli svedesi.
Questo fa parte di una serie di numerosi omicidi politici perpetrati da bande terroristiche sioniste in cui nessuno fu ritenuto responsabile. Il primo fu nel 1924 quando assassinarono Yaakov Dehan. Poi, nel 1933 assassinarono Chaim Arlozorov. Il massacro del 1946 al King David Hotel fu naturalmente motivato politicamente e provocò circa cento morti, la maggior parte innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poi, nel settembre 1948, l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario delle Nazioni Unite e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che apparentemente arrivò coi piani per porre fine alle violenze in Palestina, sapendo che i capi sionisti non l’avrebbero accettato. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, non sono previsti servizi commemorativi che io sappia o che questo anniversario sia menzionato da un’organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Questo poco dopo l’assassinio e fece un ottimo lavoro assicurandosi che il governo svedese tacesse sulla questione. Ci furono molti, molti altri omicidi e massacri, penso all’attacco alla USS Liberty e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come strumento legittimo per raggiungere i suoi obiettivi politici. Poco si sa o si ricorda di tali omicidi brutali. Innumerevoli leader, scrittori, poeti, ecc. palestinesi sono stati assassinati da Israele.

Molta speranza è riposta sul BDS dalla solidarietà della Palestina. Quanto è efficace il BDS e in che modo la società civile può aumentare la pressione?
Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per magia od intervento divino. Le persone devono accettarlo pienamente, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e il totale isolamento di Israele. C’è troppa tolleranza per chi promuove il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e va cambiato. I funzionari eletti devono essere costretti ad accettare interamente il BDS. I gruppi di solidarietà della Palestina devono passare dalla solidarietà alla piena resistenza e il BDS è la forma perfetta di resistenza disponibile.

Ci sono altri problemi chiave che affronta in questo momento?
Passare dalla solidarietà alla resistenza è, a mio avviso, la chiave in questo momento. Utilizzando gli strumenti che abbiamo, come il BDS, è fondamentale. Il passaggio della legge sullo Stato della nazione israeliana è un’opportunità per riunire i cittadini palestinesi d’Israele col resto dei palestinesi. Dovremmo sforzarci di portare alla totale unità tra rifugiati di Cisgiordania, Gaza e 1948, e chiedere la piena parità dei diritti e la sostituzione del regime sionista che terrorizza la Palestina da sette decenni con una Palestina libera e democratica. Si spera che questa opportunità venga colta.

Infine, Miko, come vanno i tuoi libri: “Il figlio del generale” e “L’ingiustizia: storia della Quinta Fondazione della Terra Santa”? Mi sembra che quest’ultimo, che racconta di come il sistema giudiziario negli Stati Uniti sia stato indebolito a vantaggio degli interessi israeliani, debba essere una lettura obbligata qui nel Regno Unito dove la stessa cosa accade nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe arrivare ai tribunali.
Bene, vanno bene, anche se non sono ancora dei best seller, e dato che siamo sul lato meno popolare del problema, è dura. “Il figlio del generale” è uscito in seconda edizione, quindi va bene, e mi piacerebbe sicuramente vederlo, e l’Ingiustizia arriva a più persone. Purtroppo però, non abbastanza persone si rendono conto di come l’occupazione in Palestina ne influenzi la vita, in occidente, a causa del lavoro dei gruppi di sorveglianza sionisti come Board of Deputies nel Regno Unito e AIPAC e ADL negli Stati Uniti. Solo per questo, cinque innocenti scontano lunghe condanne nelle prigioni federali negli Stati Uniti, solo perché palestinesi.

Molte grazie, Miko, apprezzo il fatto che tu abbia dedicato del tempo a condividere le tue opinioni.
Tra le molte idee positive che ricevo dall’incontro con Miko, c’è soprattutto la necessità degli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò implicherà un coinvolgimento più ampio, un migliore coordinamento, un indirizzo aggiornato e una strategia precisa. In effetti un BDS Mk2, sovralimentato da un elevato numero di ottani. In secondo luogo, dovremmo trattare il sionismo e chi lo promuove e sostiene con molta meno tolleranza. Come Miko ha detto in un’altra occasione, “Se l’opposizione ad Israele è antisemitismo, allora come si chiama il sostegno a uno Stato dedito a una brutale pulizia etnica da settant’anni?” Se Jeremy Corbyn leggesse questo, sì, farebbe bene ad ignorare i suoi persecutori, compresi i veri antisemiti schiumanti, ma deve anche eliminare dal partito laburista l’altrettanto spregevole tendenza sionista. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

Advertisements

Solo la vittoria russo-siriana vendicherà gli attacchi israelo-francesi

Tony Cartalucci, LDR 19 settembre 2018

Fonti mediatiche occidentali e russe hanno riportato un presunto attacco congiunto israelo-francese in Siria il 17 settembre. L’attacco includeva aerei da guerra israeliani e fregate missilistiche francesi operanti sul Mediterraneo al largo delle coste della Siria. Nell’attacco, un aereo da ricognizione Il-20 russo con 14 operatori al bordo scomparve. L’attacco immediatamente spingeva commentatori, analisti ed esperti a chiedere la rappresaglia immediata all’aggressione militare ingiustificata, avvertendo che la non reazione avrebbe lasciato la Russia debole. Alcuni hanno persino chiesto le dimissioni del Presidente Vladimir Putin.

Non è la prima provocazione
Eppure l’attacco ricorda l’abbattimento dei turchi di un aereo russo nel 2015, dopo di che furono fatte analoghe richieste di ritorsione, insieme a condanne similari alla Russia come “debole”. E dal 2015, l’approccio paziente e metodico della Russia per aiutare la Siria nella guerra procura con Stati Uniti-NATO-GCC e Israele ha comunque dato enormi dividendi. La Russia poi aiutava la Siria a liberare Aleppo. Palmyra fu tolta al cosiddetto Stato islamico in Siria e Iraq (SIIL), Homs, Hama, Ghuta e Dara furono anche liberate lasciando praticamente l’ovest dell’Eufrate sotto il controllo di Damasco. Di fatto, la quasi vittoria totale è stata raggiunta da Russia ed alleati ignorando le provocazioni in serie condotte da Stati Uniti-NATO-GCC e Israele, concentrandosi semplicemente sul ripristino sistematico di sicurezza e stabilità nella nazione afflitta dal conflitto. Le forze siriane sostenute dalla Russia sono ora ai margini d’Idlib. Finora squilibrato, il bilanciamento del potere si è ribaltato a favore di Damasco tanto che persino la Turchia cerca di negoziare con la Russia sull’ultimo territorio occupato dalle forze filo-occidentali.

La realtà delle provocazioni occidentali
Siria ed alleati vincevano la guerra per procura sul futuro della nazione prima che Israele e Francia attaccassero, e ancora vincono la guerra per procura dopo l’aggressione congiunta. La Siria ha resistito a centinaia di tali attacchi, grandi e piccoli, negli ultimi 7 anni. Gli aerei da guerra israeliani lanciavano a distanza le loro armi a lungo raggio. I missili lanciati dalle fregate francesi sono armi di portata strategica, evitando il rischio di sorvolare il territorio siriano e di essere intercettati o abbattuti dalle difese aeree siriane. La moderna dottrina della guerra ammette che alcuna guerra può essere vinta con la sola forza aerea. Ciò significa che una nazione che sorvola la nazione bersaglio non può vincere senza forze di terra che si coordinano con la forza aerea. Se la potenza aerea da sola rende impossibile la vittoria, la forza aerea a distanza rende la vittoria ancora più futile. Ma c’è un altro possibile motivo dietro gli attacchi seriali occidentali. La moderna guerra elettronica include rilevamento e contrasto dei sistemi di difesa aerea. Ogni volta che viene attivato un sistema di difesa aerea, posizione e caratteristiche possono essere accertate. Anche se i sistemi di difesa aerea sono mobili, le informazioni che forniscono durante una provocazione mentre cercano d’individuare e abbattere gli obiettivi sono inestimabili per la pianificazione militare. La Russia dovrebbe impegnare i sistemi di difesa aerea più sofisticati durante le provocazioni, offrendo all’occidente un quadro completo della propria tecnologia in generale e della disposizione delle proprie difese in Siria, se l’occidente decidesse di lanciare un colpo decisivo totale? L’assalto aereo sarebbe molto più efficace. Questo è esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti nel 1990 durante l’Operazione Desert Storm affrontando le formidabili difese aeree dell’Iraq. La campagna aerea fu preceduta da circa 40 droni-bersaglio BQM-74C utilizzati per ingannare le difese aeree irachene accendendo le apparecchiature monitorate dagli aerei da guerra elettronica statunitensi che volavano al confine tra Iraq e Arabia Saudita. Fu la divulgazione della disposizione e delle caratteristiche dei sistemi antiaerei dell’Iraq, più che una qualche tecnologia “stealth”, che permise agli Stati Uniti di sopraffare le difese aeree irachene. Considerando che centinaia di provocazioni contro la Siria, possiamo supporre che da qualche parte si siano verificati seri tentativi di sorveglianza elettronica e di ricognizione. Possiamo anche supporre che la competente leadership militare russa ne fosse consapevole e abbia adottato misure per salvaguardare disposizione e capacità dei suoi avanzati sistemi di difesa aerea fin quando non era assolutamente necessario rivelarle.

La migliore vendetta sarà la vittoria sulla NATO
Gli aerei siriani e russi abbattuti, e le vittime inflitte alle forze siriane ed alleate sul campo di battaglia sono difficili da notare senza suscitare desideri di vendetta immediata. Tuttavia, bisogna tenere presente che la vendetta immediata raramente è utile per la strategia orientata alla vittoria. L’antico signore della guerra cinese e stratega Sun Tzu nel suo trattato senza tempo, “L’arte della guerra”, metteva in guardia i generali contemporanei e futuri sui pericoli delle emozioni a scapito della strategia, dchiarando: “Spostati non se non vedi un vantaggio; non usare le tue truppe a meno che non ci sia qualcosa da guadagnare; non combattere a meno che la posizione sia critica. Nessun sovrano dovrebbe mettere le truppe in campo solo per gratificare le proprie viscere; nessun generale dovrebbe combattere una battaglia semplicemente per dispetto. Se è a tuo vantaggio, fai una mossa in avanti; se no, rimani dove sei. La rabbia può cambiare in gioia; la rabbia può essere sostituita dal contenimento. Ma un regno distrutto una volta non potrà mai più rinascere; né i morti potranno mai essere riportati in vita. Quindi il sovrano illuminato è attento e il buon generale cautp. Questo è il modo per mantenere un Paese in pace e un esercito intatto”.
Non vantaggioso per la Russia affondare le fregate francesi o esporre la piena potenza dei suoi sistemi di difesa aerea abbattendo qualche aereo da guerra israeliano per soddisfare il desiderio pubblico di vendetta immediata o proteggere nozioni inesistenti sull’invincibilità russa. Invece, è vantaggioso per la Russia semplicemente vincere la guerra per procura in Siria. Proprio come nel 2015, quando fu pretesa vendetta immediata per l’aereo russo abbattuto dalla Turchia, Siria, Russia e Iran continuarono ad avanzare, lentamente e metodicamente, liberando il territorio siriano dagli ascari stranieri che cercavano di dividere e distruggere il Paese, farne il trampolino di lancio sull’Iran, e alla fine dirigersi sulla Russia meridionale. Vendicarsi delle provocazioni seriali è infinitamente meno importante della vittoria completa in Siria. Il destino della Siria come nazione, la sicurezza e la stabilità dell’Iran come risultato, e persino l’autoconservazione della Russia sono in gioco. La straordinaria responsabilità di chi ha pianificato ed eseguito la vittoria della Siria sulle forze di agenti dalle più grandi e potenti economie e forze militari sulla Terra potrebbe dare grande beneficio a un pubblico che sa comprendere la differenza tra gratificazione effimera e successo a lungo termine, col primo che quasi certamente e incautamente mette in pericolo il secondo. La prima “vendetta” possibile su chi ha inflitto tale guerra al popolo siriano, è la sua sconfitta assoluta e totale.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurorasito

Cosa permette a Israele di entrare nel conflitto siriano senza che si levino voci di condanna e richieste di sanzioni?

Cosa permette a Israele di entrare nel conflitto siriano senza che si levino voci di condanna e richieste di sanzioni?

Gravissima provocazione verso i cieli siriani. Da oggi siamo tutti un po’ più a rischio

di Patrizia Cecconi

Ieri sera, lunedì 17 settembre, con una trappola chiara anche ai bambini, Israele ha fatto abbattere un aereo russo dalla contraerea siriana, esattamente quella fornita dalla stessa Russia all’esercito di Assad.
L’abbattimento è avvenuto grazie ad un intreccio di informazioni radar conseguenti al bombardamento di Latakia da parte di quattro  F-16 israeliani provenienti dal Mediterraneo i quali hanno usato l’IL-20 russo come copertura, facendone target per la difesa siriana.

Mosca accusa Israele, poiché sapeva della presenza dell’aereo russo con funzione di rilevazione dati. Israele provocatoriamente risponde che non ha giustificazioni da dare agli stranieri. Mosca minaccia ritorsioni.

A questo punto è d’obbligo chiedersi : Primo, cosa permette a Israele di entrare nel conflitto siriano senza che si levino voci di condanna e richieste di sanzioni da parte delle istituzioni internazionali e sovranazionali. Secondo, e più importante, qual è il motivo per cui Israele ha provocato la Russia facendone abbattere un aereo che, peraltro, aveva solo funzione di rilevazione dati.

Guardando indietro nel tempo e mettendo in fila ogni scelta israeliana da quando ancora lo Stato ebraico era in embrione, vediamo che politici e strateghi israeliani mai nulla hanno lasciato al caso e che un disegno, sconosciuto fino al giorno del suo compimento, è sempre stato dietro ogni loro azione.

Allora ci si chiede se Israele voleva dare un avvertimento alla Russia affinché ridimensionasse il suo intervento accanto a Bassar Al Assad, o se ha provocato la Russia affinché scenda in uno scontro diretto che vada oltre la martoriata Siria. O, ancora,  se possa esserci altro motivo che al momento resta da analizzare in modo approfondito prima di lanciarsi in ipotesi intuitive ma non documentate.

Resta il fatto che in questo momento siamo tutti meno sicuri e che Israele, nel suo cinismo assoluto, non solo può permettersi di assassinare quotidianamente i palestinesi e far assassinare in giro per il mondo ingegneri e scienziati che vede come suoi nemici, ma può – sentendosi impunibile – sfidare una delle massime potenze mondiali rischiando di precipitare il mondo in una catastrofe ancora peggiore di quella vissuta dai siriani o dagli yemeniti, solo per fermarci a due casi tra i tanti.

Minuto per minuto la situazione può cambiare, a noi resta solo la possibilità di monitorarla e darne conto sapendo che la nostra informazione, sebbene parziale e con pochi megafoni atti a diffonderla è comunque informazione libera al contrario di quella dei valletti mediatici che seguiranno le veline fornitegli dai loro “datori di lavoro” .

I sionisti abbattono un aereo russo, Shojgu: “ci riserviamo il diritto di rispondere”

Alessandro Lattanzio, 18/9/2018

Il 17 settembre, le difese aeree siriane abbattevano diversi missili lanciati presso Lataqia, mirando alla sede dell’Agenzia delle Industrie Tecniche, facendo sette feriti. I missili erano stati lanciati da almeno 4 cacciabombardieri F-16I israeliani. L’attacco arriva poche ore dopo che Russia e Turchia avevano negoziato la parziale smilitarizzazione della provincia d’Idlib, ultima roccaforte dei terroristi di al-Qaida (Hayat Tahrir al-Sham o Jabhat al-Nusra).
Un aereo da ricognizione Iljushin Il-20M, con a bordo 14 militari russi, scompariva dagli schermi radar mentre i 4 cacciabombardieri F-16 sionisti attaccavano la città di Lataqia. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa dichiarava che nell’operazione sionista, un aereo da ricognizione russo Iljushin Il-20M veniva abbattuto per errore dalla difesa aerea siriana dopo che gli aviogetti sionisti l’avevano usato per coprire la rotta d’attacco al largo delle coste siriane. Il velivolo da ricognizione Iljushin Il-20M veniva abbattuto durante il raid di 4 cacciabombardieri F-16I israeliani sulla provincia di Lataqia, assistiti dalla fregata francese Auvergne. Il velivolo Il-20 precipitava sul Mar Mediterraneo verso le 23:00 del 17 settembre, a 35 chilometri dalle coste della Siria. I piloti israeliani l’avevano usato come copertura per cercare d’ingannare la difesa aerea siriana, mentre il governo israeliano evitava d’avvertire il comando russo dell’aggressione in corso alla Siria.
Secondo il portavoce Ministero della Difesa russo, Maggior-Generale Igor Konashenkov, gli aviogetti sionisti avevano deliberatamente posto in una situazione pericolosa il velivolo russo, e il comando dell’aviazione sionista non poteva ignorare che l’aereo russo stava rientrando per atterrare sulla base aerea di Humaymim; “I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura e l’hanno messo sulla linea di tiro delle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha una sezione radar molto più grande dell’F-16, veniva abbattuto da un missile del sistema S-200″, dichiarava il Ministero. Israele non ha avvertito il comando delle truppe russe in Siria in merito all’operazione, abbiamo ricevuto una notifica tramite la linea diretta meno di un minuto prima dell’attacco che non ha permesso che l’aeromobile russo venisse diretto verso una zona di sicurezza”, dichiarava il Maggior-Generale Igor Konashenkov. Da parte sua il colonnello francese Patrik Steiger affermava che Parigi negava “qualsiasi coinvolgimento nell’incidente”, con evidente confessione di avervi invece partecipato. Ma i russi avevano registrato lanci di missili dalla fregata francese Tipo FREMM Auvergne, che si trovava al largo della Siria.
La Russia si riserva il diritto di rispondere ad Israele, dichiarava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu in una conversazione telefonica coll’omologo sionista Avigdor Lieberman, “La colpa per l’abbattimento dell’aereo russo e la morte dei membri dell’equipaggio è solo degli israeliani. Le azioni dell’esercito israeliano non erano in linea con lo spirito della partnership russo-israeliana, quindi ci riserviamo il diritto di rispondere”, nel frattempo la Duma di Stato della Federazione Russa definiva l’aggressione israeliano alla Siria atto di aggressione alla Federazione Russa. Shojgu quindi indicava che la colpa dell’abbattimento dell’aereo russo e della morte dell’equipaggio ricadeva interamente sugli israeliani, e ricordava che Mosca aveva ripetutamente invitato Israele ad astenersi dall’aggredire la Siria, minacciando i militari russi. Il Ministero della Difesa sottolineava che l’irresponsabilità israeliana era costata la vita a quindici militari russi. L’operato dei militari israeliani violava il partenariato bilaterale tra Federazione Russa ed entità sionista. L’ambasciatore israeliano a Mosca veniva convocato al Ministero degli Esteri della Federazione Russa.
La Marina Militare russa individuava i resti dell’aereo Iljushin Il-20 abbattuto sul Mediterraneo, “Prendono parte alla ricerca dell’equipaggio dell’aereo russo Iljushin Il-20, precipitato al largo di Lataqia, otto navi della Marina Militare russa, che hanno identificato il sito dello schianto del velivolo nel Mediterraneo. Baniyas, nella provincia di Lataqia”. La nave russa Professor Nikolaj Muru raccoglieva corpi, oggetti personali e rottami dell’aereo. La nave Proekt 11982 Seliger si dirigeva verso l’area, trasportando droni e mezzi per la navigazione e sonar.

thanks to: Aurorasito

Provocazione israeliana contro la Russia

Un comunicato ufficiale del Ministero della Difesa russo, appena rilasciato, recita:

“Lunedì Sera quattro Jet F-16 ‘Israeliani’ (virgolettato mio) hanno attaccato Latakia arrivando dal Mediterraneo. I jet ‘israeliani’ sono arrivati a bassa altitudine creando una situazione di pericolo per altri aerei nell’area. I piloti ‘Israeliani’ hanno usato l’aereo Il-20 Russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze Siriane di difesa aerea. Il Il-20 che ha una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 Siriano. Il ministero della difesa Russo ha sottolineato come ‘Israele’ fosse a conoscenza dell’aereo Russo presente nell’area, ma ciò non ha fermato la provocazione ‘Israeliana’. ‘Israele’ ha anche fallito nell’avvisare Mosca dell’attacco, notificandoli solo un minuto prima dell’attacco, non lasciando tempo all’aereo Russo di spostarsi dall’area. La Federazione Russa si riserva di rispondere nei tempi e nei modi che preferisce”.

Si noti come i Russi ADDEBITINO l’abbattimento alle sconsiderate azioni del regime sionista ma non accusino direttamente, infatti il colpo che MATERIALMENTE ha centrato l’Il-20 é stato scagliato dalla contraerea siriana, impegnata a intercettare missili e bombe guidate lanciate dagli aggressori imperialisti.

thanks to: Palaestina Felix

La guerra in Libia da maggio 2017 a settembre 2018

Alessandro Lattanzio

Nel sud dell’Egitto, nella provincia di Minya, il 26 maggio i terroristi del SIIL uccidevano 28 pellegrini cristiani in viaggio su un autobus. Il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava che avrebbe colpito il terrorismo sponsorizzato dall’estero, colpendo le basi dei terroristi, all’interno o all’estero. “L’attentato di oggi non sarà ignorato. Puntiamo ai campi in cui vengono addestrati i terroristi. L’Egitto non esiterà a colpire tutti i campi che ospitano o addestrano terroristi, sia all’interno dell’Egitto che all’estero”. Gli attacchi aerei avvenivano in Libia alcune ore dopo l’attentato. Le forze di sicurezza egiziane avevano distrutto circa 300 autoveicoli dei terroristi in due mesi. L’Egitto aveva effettuato 6 attacchi aerei presso Derna in Libia orientale, “dopo averne confermato il coinvolgimento nella pianificazione e nell’attacco terroristico nel governatorato di Minya”. Il 26 maggio scoppiavano scontri a sud di Tripoli, ad Abu Salim, dove 17 miliziani del GNA furono giustiziati presso la prigione al-Hadhaba dalle milizie islamiste rivali del Fajr al-Lybia di Qalifa Ghwayl e Salah Badi. Negli scontri si avevano 52 morti e più di 100.
L’avvocato di Sayf al-Islam Muammar Gaddafi, Qalid al-Zaydi, dichiarava che il figlio del defunto leader libico è un uomo libero, in conformità con l’amnistia approvata dal “Parlamento libico”, e che Sayf al-Islam aveva lasciato Zintan. Qalid al-Zaydi affermava che Sayf al-Islam ha rispetto e gratitudine per tutti i Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, secondo cui la fine del leader Muammar Gaddafi nel 2011 suscitò una grave minaccia per il regno, che verrebbe diviso da agenti influenzati dal Qatar. Secondo il Consiglio supremo delle tribù libiche di Mahmudi al-Baghdadi, Sayf al-Islam si sarebbe recato nella parte orientale del Paese, dato che gli anziani del Consiglio di Bayda avevano detto ai capi di Zintan che, in caso di rilascio, l’avrebbero accolto come “un secondo figlio”.
Il 28 giugno, aerei da guerra egiziani distruggevano un convoglio di 12 autoveicoli carichi di armi, munizioni e esplosivi provenienti dalla Libia.
Il feldmaresciallo Qalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA), il 6 luglio dichiarava la liberazione completa di Bengasi. “Le nostre forze armate dichiarano la liberazione di Bengasi dal terrorismo, piena liberazione e vittoria della dignità sul terrorismo. L’LNA si congratula con il popolo libico e ringrazia tutte le forze di sostegno e i vicini che ci hanno sostenuti. Bengasi entrerà in una nuova era di sicurezza, stabilità, prosperità e pace. Gli sfollati ritorneranno a casa”. L’LNA aveva liberato il Suq al-Hut e Sabri, nella città vecchia di Bengasi.
Il 16 luglio, l’Aeronautica egiziana distruggeva 15 autoveicoli dei terroristi entrati nel confine occidentale dell’Egitto dalla Libia. Inoltre, la 3.za Armata egiziana e l’Aeronautica egiziana sventavano un attacco terroristico nel Sinai, distruggendo un’auto carica di esplosivi, eliminando i 6 terroristi a bordo, in una zona montuosa del Sinai centrale.
Il 22 luglio, l’Esercito nazionale libico si scontrava con gruppi islamisti a Bengasi, mentre le forze LNA effettuato attacchi aerei presso Derna. Le forze speciali effettuavano un attacco alle ultime sacche del Majlis Shura Thuwar, nella zona di Quraybish, eliminando 6 terroristi.
Il 25 luglio, il presidente francese Emmanual Macron ospitava a Parigi Qalifa Haftar e Fayaz al-Saraj, per un accordo che impegnasse un cessate il fuoco in Libia e a tenere le elezioni nazionali nella primavera 2018. “Macron vuole essere molto più coinvolto in Libia, va bene, ma ci ha spazzato via, non siamo stati consultati. C’è molta rabbia su questo”, affermava un diplomatico nel ministero degli Esteri italiano. Il 29 luglio 1 MiG-21 del LNA si schiantava a Zuhr al-Haram, a sud ovest di Darna. I due piloti si eiettarono, ma il colonnello Adil Jihani veniva ucciso.
Il 14 agosto, Il leader dell’Esercito Nazionale Libico Nazionale Qalifa Haftar si recava a Mosca per colloqui con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Haftar dichiarava: “Confermiamo il nostro desiderio di continuare a costruire la nostra amicizia con la Russia e la cooperazione con il vostro Paese in tutte i campi. I nostri Paesi hanno una storia di forti relazioni e ci aspettiamo di continuare a costruire la partnership. La Russia può svolgere un ruolo nella riconciliazione della crisi libica e saremo lieti se le azioni della Russia saranno utili… Non abbiamo concordato un particolare ruolo della Russia, ma vorremmo accogliere qualunque ruolo che Mosca giocherà nel processo”.
Il 15 agosto, il Generale Qalifa Haftar visitava Mosca incontrando i Ministri degli Esteri Lavrov e della Difesa Shojgu della Federazione Russa. Era la terza visita in Russia. Haftar sottolineava il ruolo dell’esercito nazionale libico nella lotta al terrorismo, affermando che “circa il 90 per cento del Paese è stato liberato”, nonostante l’embargo sulle armi e “un supporto finanziario e militare illimitato dei terroristi”. Lavrov osservava che “Purtroppo, la situazione in Libia rimane complicata, la minaccia dell’estremismo nella vostra patria non è ancora superata. Tuttavia, siamo consapevoli dei passi intrapresi e sosteniamo attivamente il processo… per la riconciliazione politica, il pieno ripristino della stato nel vostro Paese di tutte le forze politiche, tribù e regioni principali. È stato anche confermato che la Russia è pronta a fornire ulteriori assistenza per promuovere il processo politico, contattando tutti i partiti libici”. Haftar dichiarava che “L’esito dei colloqui è molto positivo. Abbiamo informato Lavrov sui nostri problemi, descrivendo il quadro completo. Naturalmente, i russi pensano a come partecipare nelle decisioni necessarie. Saremmo lieti se la Russia continui a parteciparvi. Sì, abbiamo discusso dell’aiuto militare. Sono certo che la Russia rimane un nostro buon amico e non rifiuterà di aiutarci”. Dopo l’incontro con Lavrov, Haftar incontrava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu, dove l’attenzione si concentrava sugli sviluppi in Nord Africa, con particolare attenzione alla situazione in Libia.
Il 18 agosto, per la prima volta in sette anni, un aereo siriano atterrava sull’aeroporto Benina di Bengasi, inaugurando i voli regolari tra Damasco e Bengasi. Questo era anche il primo aereo estero ad atterrare a Bengasi dal 2014.
Il 4 settembre, il Generale Qalifa Haftar vietava ai funzionari del Governo dell’Assemblea Nazionale (GNA) e del Consiglio Presidenziale guidati da Fayaz al-Saraj l’ingresso nell’est della Libia, ciò poche ore dopo che al-Saraj aveva nominato il comandante delle Forze Speciali Faraj Iqaym, segretario del ministro degli Interni del GNA. I membri del Consiglio presidenziale di Saran, Fathi al-Mijibri, Ali al-Gutrani e Umar al-Asuad sostenevano la decisione di Haftar, e invitavano la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, a condannare al-Saraj per attentato all’unità della Libia, e riconoscere solo la Camera dei Rappresentanti in Tobruq e le Forze Armate guidate da Haftar.
I leader dell’Esercito nazionale libico si recavano a Cairo per incontrare il Capo di Stato Maggiore egiziano Mahmud Hijazi, poiché “i capi dell’Esercito nazionale libico hanno scelto l’Egitto come punto di partenza per la riorganizzazione dell’esercito libico, nel quadro degli sforzi egiziani per porre fine allo stato di divisione e unificare l’esercito libico. La delegazione militare libica ha discusso con lo Stato Maggiore egiziano tutte le fasi della crisi affrontata dall’istituzione militare in Libia negli ultimi sette anni”. La delegazione dell’Esercito nazionale libico ha dichiarato d’impegnarsi “a creare uno Stato moderno, democratico e civile basato sui principi del trasferimento pacifico del potere, del consenso e dell’accettazione dell’altro, nonché del rifiuto di ogni forme di emarginazione e di esclusione di qualsiasi parte libica”. Egitto e Libia “formano comitati tecnici congiunti per discutere i meccanismi di unificazione dell’istituzione militare in Libia e studiare tutte le questioni che potrebbero sostenerla. Oltre a lavorare sull’unità della istituzione militare libica e sulla responsabilità dell’esercito libico su sicurezza e sovranità dello Stato, nonché combattere estremismo e terrorismo e respingere le interferenze estere negli affari libici”.
Il 28 settembre l’Aeronautica egiziana distruggevano almeno 10 autoveicoli dei terroristi carichi di armi provenienti dalla Libia, mentre il 25 settembre l’esercito egiziano eliminava 6 terroristi e 6 autobombe a sud di Zuayd, nel nord del Sinai.
Il 29 settembre, a Sabratha si avevano scontri tra l’Esercito nazionale libico (LNA) e le forze del governo dell’accordo nazionale di al-Faraj. Lo sceicco a capo della Fratellanza musulmana, e agente di Roma, il Gran Muftì Sadiq al-Ghariani, incitava le milizie della Fratellanza musulmana a combattere l’LNA, come “prosecuzione della battaglia per Bengasi” e invitava i cosiddetti “rivoluzionari libici” (la Fratellanza musulmana) a supportare il governo di al-Faraj e a unirsi contro l’LNA, che “combatte contro la rivoluzione”.
Il 23 ottobre, 8 autoveicoli islamisti venivano distrutti da attacchi aerei egiziani sul confine libico-egiziano.
Il 1° novembre 2017, l’aeronautica egiziana eliminava in una zona montuosa ad ovest di Fayum, a sud di Cairo, una base dei terroristi, assieme a 3 autoveicoli che trasportavano armi, munizioni ed esplosivo. Combattimenti scoppiavano nel Warshafana, Libia occidentale, tra gruppi armati locali e le forze militari del Maggior-Generale Usama Juayli, nominato da Fayaz Mustafa al-Saraj, presidente del Consiglio presidenziale della Libia e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA). La Brigata dei rivoluzionari di Tripoli (TRB) prendeva parte all’operazione, assieme alle brigata Zintan di Haytham Tajuri, del consiglio militare di Zintan, contro Jafra e Aziziya, nel Warshafana. In realtà tali forze si scontravano con la 4.ta Brigata del LNA. Il 7 novembre, la 4.ta Brigata veniva dispersa e il LNA perse le posizioni nella regione. Si consolidava così l’alleanza tra le suddette forze islamiste e le milizie Janzur e Zawiya, dietro si delinea la regia dell’Italia.
Il 18 dicembre, il comandante dell’Esercito nazionale libico Feldmaresciallo Qalifa Haftar denunciava la fine degli accordi di Shqirat del 17 dicembre 2015, firmati in Marocco, nonostante l’opposizione dell’ONU alla mossa di Haftar, che aveva dichiarato: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduto insieme a tutte le strutture create con esso. Le forze armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico”, sottolineando che il Comando supremo delle Forze Armate libiche colloquia direttamente con la comunità internazionale per la risoluzione della crisi libica. Due giorni prima, a Bengasi si ebbe la prima dimostrazione che chiedeva ad Haftar di prendere il potere, ed altre piccole manifestazioni si svolgevano a Shahat e Marj, ad est, mentre il sindaco islamista e filo-turco di Misurata, Muhamad Shatui, un fratello mussulmano collegato all’Italia, veniva liquidato a poche centinaia di metri dall’aeroporto della città base operativa delle unità dell’esercito italiano schierate in Libia. In tale contesto, i ministri degli Esteri di Algeria, Tunisia ed Egitto s’incontravano a Tunisi il 17 dicembre per chiedere ai partiti libici di “assumersi le proprie responsabilità per porre fine rapidamente alla fase di transizione, creando un clima politico e di sicurezza che permetta l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative”, e inoltre sottolineavano l’importanza di unificare tutte le istituzioni libiche, compreso l’Esercito nazionale libico. Haftar quindi dichiarava illegale il governo-fantoccio di F. al-Saraj, posto al potere in Libia dai governi Renzi e Gentiloni. Ciò significava che l’Esercito nazionale libico era pronto al conflitto armato contro il governo al-Saraj, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia. In questa situazione, Sayf al-Islam Gheddafi annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali in Libia del 2018. Subito dopo, il ministro degli Esteri france Le Drian incontrava a Tripoli Saraj, e a Bengasi Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Le Drian chiedeva ad Haftar e all’ENL di rispettare l’Accordo politico libico (LPA) di Shqirat. “Le Drian, le Nazioni Unite e le potenze occidentali ancora non capiscono che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo ed irrilevante per il processo di pace”. Haftar non cedeva, sottolineando l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale dell’azione dell’LNA contro il terrorismo, e concludeva, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Haftar riteneva che tale embargo serviva a dare una leva alla fazione di Saraj e agli islamisti in Libia, di cui Saraj è un agente.
Il 14 gennaio 2018, si avevano combattimenti presso l’aeroporto di Tripoli tra la “forza di deterrenza” del governo, che controllava l’aeroporto e il carcere, e la milizia di Tajura, con la morte di almeno 20 miliziani e un aereo di linea A319 e altri quattro velivoli danneggiati. L’attacco alla prigione presso l’aeroporto Mitiga, aveva come obiettivo la liberazione dei terroristi di al-Qaida e SIIL detenuti nella prigione gestita dalla forza RADA di Abdarauf Qara. Le milizie che avevano attaccato la prigione era forze fedeli al governo nominato dall’ONU di Fayaz Seraj ed alleate anche all’ex-primo ministro islamista Qalifa al-Gual e del Gran Mufti dei Fratelli musulmani al-Ghariani. Inizialmente la RADA aveva contrastato l’attacco con l’aiuto di almeno 10 milizie filo-governative guidate da Haitam Tajuri e di un aereo da ricognizione statunitense decollato da Sigonella, che aveva sorvolato Tripoli all’inizio dei combattimenti. A metà dicembre a Mosca il Viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov incontrava Bashir Salah, ex-Capo di Stato Maggiore del Colonnello Muammar Gheddafi, per discutere come sviluppare i contatti nella regione del Fizan, dove Salah è alleato con le tribù locali. Il presidente del gruppo di contatto russo-libico è Lev Dengov, consigliere del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ha contatti regolari con fazioni di Tripoli e Misurata.
Il 19 gennaio, il Comitato per la difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruq deplorava il voto del Parlamento italiano per aumentare le forze italiane presenti a Misurata, considerandola una violazione della sovranità della Libia. Il comitato dichiarava che l’aumento di forze italiane un Libia è il riconoscimento del Parlamento italiano della presenza di truppe italiane, fatto che l’Italia aveva finora negato.
Il 21 gennaio l’esercito nazionale libico (LNA) compiva attacchi aerei nel sud-est della Libia, presso Rabiana, distruggendo un convoglio di 15 autoveicoli dell’opposizione sudanese e ciadiana, tre giorni dopo che il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza sudanese aveva ucciso 6 soldati dell’LNA nell’oasi di Jaqabub.
Il 22 gennaio 2 autobombe esplodevano a Bengasi, facendo 50 morti e 100 feriti nel quartiere Salmani, frequentato dai combattenti della 210.ma brigata, composta da salafiti. Tra i morti vi era Ahmad al-Fituri, capo della brigata salafita al-Tuhid, alleata dell’Esercito Nazionale Libico. Ahmad al-Fituri era stato anche membro della Brigata di Difesa di Bengasi (BDB) contraria ad Haftar. La BDB massacrò oltre 140 uomini, donne e bambini il 18 maggio 2017, a Braq al-Shati.
Il 3 maggio si verificavano potenti esplosioni presso la sede della Commissione elettorale nazionale di Tripoli, uccidendo oltre 15 persone, in coincidenza del ritorno di Qalifa Haftar da Parigi, in Libia. dopo due settimane di degenza. Inoltre, Aqila Salah, presidente del parlamento di Tobruq, la Camera dei rappresentanti (HoR), chiese le elezioni presidenziali tra settembre e dicembre 2018, ottenendo il sostegno do Francia ed Egitto.
L’8 maggio, il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA), Maresciallo Qalifa Haftar, avviava le operazioni per liberare Darna, occupata dai terroristi di al-Qaida dal 2011. Derna era considerata l’ultima roccaforte dei terroristi nell’est del Paese. Infatti, quando il Feldmaresciallo Qalifa Haftar tornò da Parigi, dichiarò “l’ora zero per liberare Darna” dal controllo della “Mujahideen Shura Council” (DMSC), una coalizione di fazioni islamiste.
Il 7 maggio veniva avviata l’offensiva del LNA su Darna, liberando aree rurali e montagnose nei pressi della città, e i quartieri periferici di Fatayah, Bab Tobruq e Tamasaqat. All’operazione dell’LNA partecipavano i battaglioni 101.mo, 102.mo, 106.mo e 309.mo, le brigate Tariq bin Ziyad e Tobruq Muqatila (coi battaglioni 104.mo, 159.mo, 409.mo e 501.mo, la Brigata delle forze speciali al-Sayqa, in totale oltre 1000 uomini. I velivoli impiegati comprendevano 1 Beechcraft B350 da ricognizione, che decollava dalla base aerea Qadim, 6 turboelica antiguerriglia AT-802, 2 UAV GJ-1 Wing Long dell’aeronautica degli EAU. Non mancava la componente navale costituita dal pattugliatore d’altura al-Qarama e dal pattugliatore costiero Damen Stan 1605, che avrebbero affondato 3 motoscafi che fuggivano da Darna con a bordo i capi del Consiglio e della liwa Shahin Abu Salim. Gli scontri avvenivano contro i gruppi islamisti di al-Qaida e Fratellanza Musulmana e fazioni a sostegno di Saraj, come i mujahidin del Consiglio della Shura di Darna (MCSD) e delle Forze di Protezione di Darna (FPD), nei quartieri Shiha e Sahal al-Sharqi. LNA impiegava cannoni D-30, M-1938, lanciarazzi BM-21 e mortai M-37, per distruggere depositi di armi e postazioni islamiste, a coprire l’avanzata dei carri T-54 e T-62 del 106.mo Battaglione che, supportato da velivoli MiG-21MF e MiG-23 avanzava su Shiha, Sahal, Qadija e Lamis, liberando il 70% della città, mentre gli islamisti tenevano al-Balad e Jabala. Il 15 giugno, l’Esercito nazionale libico (LNA) liberava a Darna i quartieri al-Qala, al-Muahshah, Shabiat Ghazi, la scuola al-Umar, Jabal al-Aqdar, Daman al-Ijitmai e Qab al-Ali. I droni statunitensi avevano lanciato in Libia, nei primi sei mesi del 2018, 243 missili anticarro Hellfire, oltre il 20% del totale di tutti i missili Hellfire lanciati in 14 anni.
Il 21 giugno, l’Esercito nazionale libico liberava la cosiddetta “mezzaluna petrolifera”, le aree petrolifere delle coste libiche da Tobruq a Sidra. L’Esercito nazionale libico al comando di Qalifa Haftar prendeva il controllo completo della “mezzaluna petrolifera” libica, dopo aver liberato i porti petroliferi di Ras Lanuf e al-Sidra, costringendo i gruppi terroristici filo-NATO, guidati da Ibrahim al-Jadran, a ritirarsi verso Misurata. Il capo della compagnia petrolifera libica NOC Mustafa Sanala dichiarava al vertice OPEC di Vienna, che le attività dei porti sarebbero riprese entro due giorni.
Il 29 giugno, il comandante Qalifa Haftar annunciava la liberazione della città di Darna dai terroristi di al-Qaida. “Annunciamo con orgoglio la liberazione di Darna, città cara a tutti i libici”. Darna, una città costiera di 150000 abitanti, segnava un importante passo del LNA per consolidare il controllo sulla regione.
Il 1° settembre, mentre avanzava verso Tripoli la 7.ma Brigata ‘Qanyat‘ di Tarhuna (guidata dai fratelli Qani), un razzo Grad colpiva l’ex-campo IDP di Tawargha a Tripoli, e ignoti liberavano dalla prigione di Ruaymi centinaia di prigionieri (probabilmente ex-ufficiali e funzionari della Jamahiryia Libica). Le milizie islamiste accusavano le forze di Tarhuna di essere forze combattenti leali a Gheddafi, mentre le forze dall’ex-capo di Fajir al-Libya, Salah Badi, avanzavano verso la periferia di Tripoli. L’avanzata delle forze di Tarhuna si scontrava coll’alleanza delle milizie islamiste di Misurata e Zintani, collegate alle intelligence italiana, saudita, qatariota e turca. Le forze di Tarhuna si scontravano quindi con gli islamisti delle brigate rivoluzionarie di Tripoli (TRB) di Haytham Tajuri, appena tornato dal pellegrinaggio in Arabia Saudita, a cui sottraevano la caserma Yarmuq, della forza di deterrenza centrale di Qanua Qiqli e della brigata Halbus 301 presso l’aeroporto, Qalat al-Furjan e Salahudin. Ciononostante, le forze di Tarhuna raggiungevano i quartieri Furnaj, Ayn Zara e Siahiya, dalla popolazione amazigh, mobilitandone quindi la Forza Mobile, altra milizia collegata all’intelligence italiana. Le forze islamiste di Zintani, guidate da Imad Trabalsi, occupavano una caserma presso l’Islamic Call Society, ad al-Jib, Tripoli. La forza di Trabalsi prende ordini dal Consiglio di Presidenza di Fayaz Saraj, che li aveva invitati a Tripoli per combattere come “forza neutrale” le forze di Tarhuna.
Muhamad al-Hadad, comandante della zona militare centrale, che era stato rapito nella città di Misurata, era stato appena nominato da Saraj comandante supremo dell’esercito di Tripoli, insieme a Usama Juayli, comandante della zona militare occidentale. I combattimenti avevano ignorato un simulacro di cessate il fuoco concordato il 31 agosto a Tripoli. Risultato ultimo dell’inefficienza del Consiglio della Presidenza e del Governo di Accordo Nazionale di Fayaz Saraj. Intanto Tripoli veniva bombardata nei quartieri Dahra, Bin Ashur e Qut Shal. Le forze di Tarhuna accusavano Saraj di aver tentato di “comprarle” durante i colloqui di mediazione, affermando di avergli offerto 250 dollari USA per ritirarsi da Tripoli; risposero rifiutando la “bustarella” e chiedendo lo scioglimento delle milizie per creare un esercito nazionale e una polizia unificata.
Il Supremo Consiglio delle tribù e città libiche nella regione occidentale dichiarava che “ciò che accade nella capitale Tripoli negli ultimi 8 anni non è altro che ingerenza delle milizie e del loro controllo sulle articolazioni dello Stato, con l’aiuto dei terroristi e guidati da capi stranieri”. Il Consiglio dichiarava che tali milizie usavano l’immigrazione clandestina come fonte di reddito, assieme a contrabbando di droga e carburante, furto di fondi bancari, e che ricorrevano all’intervento straniero, culminato nella violazione della sovranità nazionale della Libia. La dichiarazione condannava l’attacco aereo straniero sulla città di Tarhuna, uccidendo civili e soldati dell’esercito popolare. Il Consiglio esprimeva stupore per la Missione delle Nazioni Unite in Libia che aveva lasciato i prigionieri politici della Jamahiriya ed ufficiali dell’Esercito popolare nelle mani delle milizie, mentre si preoccupava dei migranti illegali e del loro desiderio di allontanarli dalle aree degli scontri, mostrando così la doppia morale della Missione ONU. Il consiglio dichiarava infine che le tribù marceranno libereranno i loro figli dalle prigioni delle milizie nel caso la missione delle Nazioni Unite non si assumesse le proprie responsabilità nei loro confronti, confermando di sostenere i fratelli di Tarhuna e che qualsiasi aggressione su Tarhuna sarà considerata come diretta contro le tribù e le città dell’ovest libico.

Thanks to: Alessandro Lattanzio

I tre principali compiti delle forze navali russe nel Mediterraneo

Sputnik, 22.05.2018Lo spiegamento dello squadrone navale russo nel Mar Mediterraneo è finalizzato a mantenere la stabilità nella regione siriana devastata dalla guerra, a proteggere i confini meridionali della Russia e ad “assistere” la Flotta del Mar Nero. La missione delle navi da guerra russe equipaggiate coi missili da crociera 3M-54 Kalibr (nome in codice NATO SS-N-27 Sizzler e SS-N-30A) dispiegate nel Mar Mediterraneo permanentemente, potrebbe svolgere una vasta gamma di compiti oltre a contrastare la minaccia terroristica nella regione mediorientale, secondo gli analisti. “A causa della minaccia di incursioni terroristiche internazionali in Siria, le nostre navi dotate di missili da crociera Kalibr saranno costantemente schierate nel Mar Mediterraneo“, annunciava il Presidente Vladimir Putin a una riunione coi funzionari del ministero della Difesa il 16 maggio, specificando che 102 missioni per le navi militari russe sono previste per il 2018.
Secondo Konstantin Sivkov, analista militare e membro dell’Accademia delle Scienze russa, i compiti dei Kalibr non finiscono qui: la potente arma a lungo raggio potrebbe anche proteggere il “ventre” della Russia da un potenziale avversario. “Durante la Guerra Fredda, il V Squadrone operativo della Marina sovietica sarà operativo in modo permanente nel Mar Mediterraneo“, ricordava Sivkov. “Le portaerei statunitensi potevano condurre attacchi contro l’URSS dalla parte orientale del Mediterraneo, oltre il territorio della Turchia, minacciando il “ventre” meridionale della Russia. Il compito principale delle navi e dei sottomarini dello squadrone era impedire al nemico di raggiungere la linea d’assalto ed attaccare il Paese in caso di conflitto militare“. L’analista militare ritiene che la task force della Marina militare russa ha obiettivi simili, mentre i missili da crociera Kalibr aumentano le capacità di combattimento dello squadrone. Così, a metà maggio, la fregata della Classe Neustrashimyj, Jaroslav Mudryj, teneva d’occhio l’USS Harry S. Truman che operava nella parte orientale del Mar Mediterraneo. Come osservava la rete ITV del Regno Unito, stavano “giocando a gatto col topo” nella regione. In realtà la fregata russa svolse il ruolo di “nave da tracciamento diretto“. Sivkov descrive l’ipotetico scenario del conflitto militare nella regione chiarendo i punti di forza del gruppo militare russo e spiegando che in caso di aggressione, una “nave di tracciamento diretto” potrebbe trasferire le coordinate del gruppo d’attacco (CSG) avversario al comando. “È qui che i Kalibr del nostro squadrone saranno utili“, notava l’analista militare. “Il CSG sarebbe stato colpito da missili da crociera lanciati da navi di superficie e sottomarini nucleari Proekt 949 dispiegati nel Mediterraneo e sottomarini diesel-elettrici Classe Varshavjanka (Proekt 636.3). L’Aeronautica russa avrebbe sostenuto la flotta. Su-24 e Su-34 decollerebbero dalla base aerea Humaymim, raggiunti dall’aviazione a lungo raggio, ovvero dai Tu-22M3 lanciamissili“. Sivkov spiegava che per danneggiare una portaerei va colpito il ponte di volo o l’isola. In questo caso, la nave si sarebbe ritirata dato che gli aerei non sarebbero stati in grado di decollare. Di conseguenza, il CSG avrebbe perso la propria arma principale.
Un’altra possibile ragione della presenza dello squadrone è la necessità di sostenere la Flotta del Mar Nero in caso di aggravamento delle tensioni con la NATO. Il problema è che se l’alleanza occidentale chiudesse il Bosforo, le navi della Flotta del Mar Nero si troverebbero bloccate. In queste circostanze, le navi da guerra equipaggiate coi Kalibr diverrebbero indispensabili. “La sorprendente gittata dei missili da crociera Kalibr è abbastanza grande da risolvere una vasta gamma di compiti“, affermava Aleksej Leonkov, ex-dipendente del 30.mo Istituto Centrale di Ricerca della Forza Aerospaziale russa. “Potrebbero raggiungere Malta, Golfo Persico, gran parte del territorio dei loro Stati costieri e il Canale di Suez“, sottolineando che, se necessario, le navi da guerra russe potrebbero soccorrere l’India, alleata dei BRICS. I missili da crociera a lungo raggio Kalibr consentiranno alla task force mediterranea di condurre varie operazioni strategiche e scoraggiare i nemici. La famiglia Kalibr comprende missili da crociera anti-superficie (LACM) con gittata di 2500 chilometri, così come missili antinave dalla velocità supersonica di Mach 2 nella sezione finale della traiettoria; siluri antisom dei Kalibr che potrebbero colpire i sottomarini del probabile nemico.
Il Pentagono reagiva al dispiegamento della Russia nel Mediterraneo. Il 17 maggio, il comandante ammiraglio James Foggo III, comandante delle forze navali statunitensi in Europa e Africa, dichiarava a Sputnik che, se la marina statunitense non cerca assolutamente un conflitto con la Russia, è pronta a difendere i propri interessi nella regione. “Le nostre forze marittime sono pronte e preparate a difendersi, ma non cerchiamo conflitti con le altre forze che operano nella zona“, spiegava Foggo. Commentando l’osservazione, Leonkov affermava che il Pentagono non è contento che ci siano potenze con missili da crociera a lungo raggio pari ai suoi Tomahawk. L’analista sottolineava che già la coalizione guidata dagli Stati Uniti aveva condotto l’attacco missilistico congiunto il 14 aprile sulla Siria dal Mar Mediterraneo, per evitare la zona coperta dai Kalibr russi nella regione. “La posizione di tiro era scomoda, e il tempo di volo verso il bersaglio ampio“, osservava Lenkov. “Ciò permise alle unità di difesa aerea siriane di preparare ed intercettare efficacemente i missili“. Il Ministero della Difesa russo in seguito riferiva che su 103 missili sparati dalla coalizione, i siriani riuscivano ad intercettarne 71. Allo stesso tempo, le operazioni della Marina russa all’estero sono un eccellente addestramento per gli equipaggi, osservava l’analista. Nel corso della campagna aerea russa in Siria, avviata nel 2015, le forze navali del Paese colpivano ripetutamente le posizioni di SIIL e Jabhat al-Nusra in Siria, prendendo di mira posti di comando, centri di comunicazione e depositi di armi e munizioni. Ogni volta, l’arma dimostrava alta precisione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: I tre principali compiti delle forze navali russe nel Mediterraneo

Siamo già in guerra. Nel Mediterraneo…

Siamo già in guerra, qui, alle porte di casa. E paradossalmente non sorprende che soltanto la “classe politica italiana” di tutto si occupi, meno che di questo. E’ il segno della sua irrilevanza nel contesto europeo e Nato, dove ogni decisione può esser presa senza che il governo o il parlamento di questo paese possa neanche interloquire. O accorgersene.

Siamo in guerra, perché? Di sicuro non per il sempre più presunto “uso di armi chimiche” da parte di Assad. A dirlo non è solo la logica (nell’area di Douma erano rimasti asserragliati pochi gruppi legati all’Isis – teoricamente nemici dell’Occidente – e dunque era militarmente e politicamente insensato usare armi proibite per risolvere un problema ormai secondario), ma quello che è avvenuto ieri all’Onu, nel Consiglio di Sicurezza.

Gli Stati Uniti hanno presentato una risoluzione per creare un nuovo meccanismo per indagare sui presunti attacchi chimici di Douma. Con l’astensione di Cina e Bolivia e il veto russo, la risoluzione è stata respinta. Così come una risoluzione russa che chiedeva l’invio di truppe Onu nella zona, con il compito anche di verificare se l’uso di armi chimiche ci fosse stato davvero.

La cosa “strana” è che in Siria è già presente un gruppo di esperti dell’”Organizzazione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle armi chimiche” (UN-OPCW). Ma questo gruppo non ha fin qui segnalato nulla a carico delle truppe di Assad.

Di fatto, gli Stati Uniti volevano poter scegliere un nuovo gruppo di “esperti”, garantendosi dei report sufficientemente ambigui da giustificare un attacco a un paese ai sensi del Capitolo VII della Carta Onu, che permette anche operazioni militari contro lo stato sottoposto a “capitolo VII”.

La copertura legale non è stata insomma ottenuta, al contrario di quando fu spedito Colin Powell a sventolare una boccetta che avrebbe dovuto contenere antrace (ed era falso), ma questo non ha fermato affatto i preparativi di guerra da parte degli Usa e degli alleati locali (Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Israele). Navi da guerra americane e francesi hanno preso a dirigersi verso la costa orientale del Mediterraneo e aerei di Mosca hanno sorvolato a bassa quota queste navi per far capire che il gioco sta diventando molto rischioso.

Una conferma indiretta ma chiarissima è arrivata anche da Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli, che ha allertato tutte le compagnie aeree civili con voli sul Mediterraneo orientale per via di “possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”. In particolare, Eurocontrol ritiene probabili blackout sulle trasmissioni radio, provocati dagli aerei speciali Usa, che abitualmente usano questa tattica prima si bombardare, per incontrare una resistenza antiaerea meno efficace e coordinata.

Anche al livello delle cancellerie lo schema è ormai chiarissimo, con la Francia del finanziere Macron in prima fila: la Francia “annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime“. Attacco militare sicuro, insomma, facendo attenzione a non bombardare iraniani e russi.

Il margine di rischio è però molto più ampio di quanto un cretino che crede ai militari può pensare. Da giorni i russi ricordano che sono legati da trattati di mutua assistenza col regime di Assad – che ha concesso in cambio le basi di Tartus e Latakia – e dunque che sarebbero costretti a reagire a un attacco, anche se mirato soltanto contro obiettivi governativi.

Specie se, come di deve dedurre da alcune frasi smozzicate pronunciate da addetti stampa e generali, tra gli obiettivi ci fosse lo stesso Assad (la difesa del cui palazzo è stata in questi giorni rafforzata con diverse batterie contraeree). L’ambasciatore di Mosca in Libano, per esempio, già una settimana fa aveva precisato che “saranno abbattuti i missili in arrivo e saranno prese di mira le piattaforme di lancio”. Tradotto: navi ed aerei – ed eventualmente basi israeliane – che dovessero partecipare all’attacco diventerebbero a loro volta obiettivi.

Una serie di minacce e contro-avvertimenti che disegna un’escalation apparentemente inarrestabile, con almeno cinque potenze nucleari coinvolte (Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna, Israele) e diversi paesi produttori petroliferi nel raggio stretto del conflitto (la stessa Siria, Iran, Arabia Saudita ed emirati del Golfo).

Se ci fosse un “governo del mondo” avrebbe da tempo tirato il segnale d’allarme per frenare questo treno in corsa verso il baratro.

Ma non c’è.

Al vertice della superpotenza Usa, invece, c’è una baraonda incontrollata, con il presidente Trump sotto inchiesta giudiziaria, supportato da uno staff di generali e “falchi” in preda a delirio di onnipotenza. Ovvero, che non si rende conto – o non accetta – di non essere più nella posizione di forza conquistata negli anni ’90, quando non era rimasto nessun antagonista di pari livello militare con gli Usa e dunque si poteva decidere qualsiasi cosa nella certezza di non trovare opposizione, ma solo complici servizievoli.

Nell’ordine. Trump medita di “licenziare” il superprocuratore Muller, che sta indagando sul cosiddetto Russiagate (l’ipotesi è che lo stesso Trump si sia fatto “aiutare” da Mosca nella sua corsa alla presidenza Usa; quasi una barzelletta, nel quadro attuale) e che solo due giorni fa ha inviato l’Fbi a perquisire lo studio e l’abitazione del suo avvocato, Michael Cohen, sequestrando materiale comprovante – invece o anche – il versamento di centinaia di migliaia di dollari a una pornostar e una “coniglietta” di Playboy perché tacessero sui loro rapporti con il non ancora presidente.

Un misto di colpi bassi istituzionali – è come se Craxi o Andreotti avessero voluto licenziare il pool di “mani pulite” o la procura antimafia di Palermo, quando indagavano su di loro – storielle scollacciate, interessi individuali o di gruppo che farebbero ridere, se non avvenissero dentro e intorno alla Casa Bianca. Dunque dentro o intorno alla valigetta dei “bottoni” che scatenano la guerra.

E in effetti sono molti gli analisti che avvertono del rischio che un presidente accerchiato e ridicolizzato possa scegliere la via breve della guerra per sollevare uno scontatissimo “afflato patriottico”, tale da mettere la sordina, almeno temporaneamente, a critiche ed inchieste.

Una tentazione che i peggiori alleati possibili – Netanyahu e i sauditi, per obiettivi diversi ma tatticamente convergenti – solleticano apertamente.

Ma tutto questo è analisi. Le cose stanno già precipitando, se non interverrà qualche interesse decisamente superiore (un crollo monstre dei mercati finanziari o qualcosa di potenza equivalente) a fermare una discesa verso decisioni da cui non si può può più tornare indietro.


La guerra americana in Siria? Sarà il disastro definitivo dell’Occidente in Medio Oriente

Pressato da sauditi e Pentagono molto più che dalle armi chimiche, Trump minaccia l’intervento. Ora ha due opzioni: o raid limitati o una (rischiosa) operazione su larga scala. Ma più che una nuova guerra servirebbe capire i problemi del Medio Oriente

Alberto Negri – L’Inkiesta

C’è una sorta di “cupio dissolvi” nella guerra siriana.

Gli Stati Uniti minacciano un intervento pochi giorni dopo che lo stesso presidente americano Donald Trump aveva annunciato che si sarebbe ritirato al più presto dalla Siria “lasciando che altri se la sbrigassero”. Non solo. Trump aveva risposto sardonicamente al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – il maggiore cliente di armi Usa – che gli aveva chiesto di colpire Assad: «Se i sauditi ci tengono tanto a far cadere il regime che se la paghino loro questa guerra».

Poi, qualche giorno fa, è entrato in campo Israele che ha bombardato una base militare in Siria facendo vittime tra consiglieri militari iraniani. Israele, gratificato dalla dichiarazione Usa di Gerusalemme capitale, per gli Usa di Trump è il vero poliziotto della regione, quello che indica chi e cosa bisogna colpire: il parere dello stato ebraico e quello dei generali del Pentagono, spaventati da un confuso ritiro dalla Siria, ha contato quanto e di più dei morti a Douma, uccisi da presunte armi chimiche sui cui mancano prove concrete e indipendenti.

Trump ha due opzioni se imbocca la strada militare. Una è compiere raid limitati, come già fece un anno fa in un contesto simile lanciando 59 missili su una base siriana. L’altra è quella di colpire le difese siriane a fondo e anche l’aviazione di Assad con un intervento su larga scala che però rischia di incappare in fatali “incidenti” militari o di trasformarsi uno scontro diretto con Mosca, che ha già annunciato di dovere appoggiare il regime di Damasco in base agli accordi militari che hanno concesso ai russi basi aeree e navali per alcuni decenni.

L’aspetto più sconcertante di questo atteggiamento americano è che in Siria gli Usa non sono intervenuti neppure per proteggere i loro alleati curdi siriani colpiti dall’avanzata della Turchia che li ha cacciati da Afrin facendo 200 morti: eppure i curdi sono stati impiegati dagli Usa per combattere il Califfato e conquistare Raqqa, un tempo capitale di Al Baghadi e dell’Isis. Gli Usa hanno sul campo oltre duemila soldati schierati sulla prima linea curda di Manbij: non solo non hanno mosso un dito ma Trump ha anche congelato 200milioni di dollari di aiuti ai curdi siriani.

Gli Stati Uniti mandano messaggi assai ambigui, se non peggio, devastanti e destabilizzanti. Fermo restando che appare improbabile che Assad abbia usato armi chimiche in un’area dove ormai i ribelli delle forze jihadiste di Jaish Al Islam avevano raggiunto un accordo con Damasco per ritirarsi, emerge con sempre maggiore chiarezza la dipendenza di Washington dai suoi rapporti con Israele e con l’Arabia Saudita, che tra l’altro ha sostenuto a piene mani, cioè finanziandoli, i jihadisti anti-regime. In realtà sin dal 2011 il vero scopo della guerra per procura in Siria è l’Iran, il maggiore e storico alleato di Damasco. Questo è il primo obiettivo di israeliani e sauditi. Israele vuole spezzare la continuità della Mezzaluna sciita, l’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah, proprio perché la guerriglia sciita libanese rappresenta l’insidia maggiore per il governo di Tel Aviv.

I sauditi si confrontano da sempre nel Golfo con l’Iran e adesso non riescono a vincere la guerra in Yemen, nel cortile di casa, contro i ribelli Houthi sciiti, nonostante bombardamenti a tappeto sui civili che in Occidente nessuno prende in considerazione. Ma chi ha il coraggio di protestare contro i sauditi, maggiori acquirenti di armi occidentali e investitori di primo piano?

Non ci vuole uno stratega per immaginare che i gruppi jihadisti, appoggiati da Riad, stiano tentando in ogni modo di trascinare gli Stati Uniti sul campo di battaglia siriano.

In questo quadro rientra il gioco della geopolitica regionale che ha visto l’Occidente “perdere” la Turchia. Se è vero che adesso Erdogan usa le stesse parole di Trump contro Assad, non si può certo ignorare che la Turchia, membro storico della Nato, è venuto a patti con Mosca e Teheran, cioè i due nemici dell’Alleanza Atlantica. Questo ha sancito il recente vertice di Ankara. In poche parole a Washington e alla Nato sanno che hanno perso, per il momento, la partita siriana: per avere la rivincita forse più che una nuova guerra servirebbe una maggiore intelligenza e comprensione dei problemi del Medio Oriente. Ma non si può pretendere tanto da una superpotenza che già con la guerra in Iraq nel 2003 e poi con quella in Libia del 2011, con la complicità decisiva della Francia, ha gettato il Mediterraneo “allargato” nel caos.

 

– © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Sorgente: Siamo già in guerra. Nel Mediterraneo… | Contropiano

Ma perché del missile lanciato da Israele sul Mediterraneo non interessa a nessuno?

Mentre il mondo guarda il dito (la Corea del Nord), Israele ha lanciato nella mattina di oggi un missile nelle acque del Mediterraneo. Lo riporta il principale quotidiano del paese ‘Haaretz‘. L’aviazione israeliana ha poi confermato attraverso le reti sociali, specificando che si tratta di un sistema di propulsione.

Testimoni riferiscono che il lancio sia partito dalla base di Palmachim, vicino la costa mediterránea, e che il missile ha  lasciato una scia visibile per diversi chilometri. Lo riporta Press TV.

Sugli obiettivi che abbiano mosso il regime di Tel Aviv ad effettuare questo lancio non ci sono al momento certezze, così come sull’esito del test. La propulsione a razzo è spesso progettata per il lancio di sistemi potenti come i satelliti e i missili balistici.  Allo stesso tempo, il sistema può essere utilizzato per la creazione di missili terra-terra o per i missili terra-aria come gli Arrow.

Notizia del: 29/05/2017

La visione della ginestra

09.08.2015 Peppe Sini
La visione della ginestra
(Foto di Oxfam)

Opporsi all stragi, alla schiavitù. all’apartheid.

Poche parole ai parlamentari e ministri di questo paese.

Gentili deputate e gentili deputati, gentili senatori e gentili senatrici, gentili ministre e gentili ministri,

questa lettera si compendia in un semplice appello: salvate le vite che oggi lo stato italiano sta contribuendo ad estinguere. Deliberate il semplice provvedimento che solo puo’ salvare innumerevoli innocenti: riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a salvare la propria vita, riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro.

La strage nel Mediterraneo e’ diretta conseguenza della sciagurata decisione dei governi europei di impedire alle vittime innocenti della fame e delle guerre di giungere in Europa in modo legale e sicuro. E’ questa sciagurata decisione che ha creato lo scellerato mercato di carne umana nelle mani – negli artigli – delle mafie dei trafficanti seviziatori e assassini. Se i governi dell’Unione Europea, o anche uno solo di essi, decidesse di riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Europa in modo legale e sicuro, ebbene scomparirebbe questo scellerato mercato criminale e omicida, e nessuno piu’ morirebbe lungo la rotta che dall’inferno del sud del mondo porta alla salvezza nel nord del benessere (benessere peraltro frutto della plurisecolare e tuttora perdurante rapina coloniale e neocoloniale delle risorse di quello stesso devastato sud del mondo, ridotto a inferno proprio dalla plurisecolare rapina razzista, schiavista, imperialista). L’Europa ha un debito immenso con i popoli del sud del mondo: cominci a restituire ciòche ha rapinato, e cominci salvando le vite degli innocenti in fuga dall’orrore e dalla morte.

 

Riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro significherebbe anche far cessare nel nostro paese l’infame e mostruosa riduzione in schiavitùdi tanti uomini e di tante donne innocenti, consegnati nelle grinfie delle mafie: l’abominevole schiavitùpresente oggi con accecante visibilita’ nelle campagne come nelle periferie e nel cuore delle città come sui margini delle strade d’Italia; l’abominevole schiavitu’ che uno stato di diritto, che un ordinamento democratico, che un paese civile non puòtollerare.

 

Riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro significherebbe anche abolire i campi di concentramento e le deportazioni; fa orrore già solo dirle queste parole: “campi di concentramento”, “deportazioni”; ma questo orrore che ci sconvolge al solo nominarlo è effettuale realtà nel nostro paese. L’infezione nazista è già qui. Il razzismo è già divenuto prassi istituzionale, misura amministrativa. Ogni persona decente capisce che i campi di concentramento vanno aboliti; ogni persona decente capisce che le deportazioni vanno abolite; ogni persona decente capisce che un essere umano e’ un essere umano. Non esistono “clandestini”: è la politica razzista dei governi dell’Unione Europea che cosi’ denomina – per poterle piu’ agevolmente opprimere, sfruttare e perseguitare – persone innocenti che cercano solo di salvare e migliorare la propria vita: su questo pianeta siamo tutti cittadine e cittadini, nella famiglia umana siamo tutti fratelli e sorelle, nella vicenda dell’esistere siamo tutti compagne e compagni di vita, di un medesimo cammino la cui legge primaria e ineludibile e’ il mutuo soccorso, il reciproco aiuto.

 

Riconosciamo il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro: è l’unico modo per salvare innumerevoli vite, è l’unico modo per restare – o tornare ad essere – umani noi stessi. Ogni vittima ha il volto di Abele. Vi è una sola umanità in un unico mondo vivente casa comune dell’umanità intera. Il primo dovere di ogni persona, ed a maggior ragione di ogni istituto civile, è salvare le vite. Avete il potere di fare le leggi: rompere la complicità con la strage, fate l’azione giusta: riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro. Un fraterno saluto, auspicando un impegno legislativo doveroso, necessario, urgente.

Post scriptum: chi scrive queste righe in anni lontani coordinò per l’Italia una campagna di solidarieta’ con Nelson Mandela allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano; capirete con quanta amarezza, con quale orrore, deve constatare che il regime razzista sconfitto in Sudafrica è oggi al potere nei paesi dell’Unione Europea. E sempre chi scrive queste righe in anni lontani promosse il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi all’indomani nella scomparsa del grande testimone della dignità umana; capirete con quanta amarezza, con quale orrore, deve constatare che nei paesi dell’Unione Europea oggi tornano e s’insediano ideologie e prassi naziste. Dinanzi a crimini cosi’ gravi, che per essere strutturali e per essere avallati ovvero commessi dalle istituzioni non cessano di essere crimini, divengono solo crimini più grandi, piu’ gravi, piu’ atroci, il dovere di ogni cittadino, il dovere di ogni persona, e’ di opporsi con tutte le forze; negando il consenso al male, al male opponendosi con la forza della verita’, con la scelta della nonviolenza, operando per il bene comune, operando per salvare le vite, tutte le vite. La vostra coscienza vi illumini.

Pressenza – La visione della ginestra.