La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici.

 

La proposta del CNI-EZLN di nominare un Consiglio Indigeno di Governo e una portavoce donna candidata alla presidenza del Messico nel 2018 non vuole andare contro ai “partiti di sinistra” che aspirano a “prendere il potere” a quelli di sopra, glielo lasciano!  Ma vuole esercitare il potere che hanno quelli in basso quando sono organizzati.

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Seminario di riflessione critica

I muri del capitale, le crepe della sinistra

12-15 aprile 2017, CIDECI-UniTierra

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico

 

Elezioni 2018: La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici.

Paulina Fernández C.*

Poco più di un mese fa Miguel Ángel Mancera ha dichiarato alla stampa: “Sono diventato Governatore [del Distretto Federale] quando la sinistra era unita. A quelle elezioni avevano partecipato insieme il PRD [Partito della Rivoluzione Democratica], il Partito del Lavoro (PT), il Movimento Cittadino (MC) ed il gruppo di Morena. Oggi la divisione è compiuta…”[1]

E questa divisione tra i partiti che si dicono di sinistra o le divisioni all’interno di ognuno di essi, così come le diserzioni individuali o le scissioni di gruppi di transfughi che emigrano alla prima occasione, è una costante nella vita delle organizzazioni politiche di partito. Ma queste costanti divisioni non avvengono solo nei o tra i partiti politici ufficiali; in tutto il paese questi cercano anche di attrarre tra la loro clientela fissa le organizzazioni non di partito ma con influenza politica nei loro ambiti o settori di intervento e per fare ciò ricorrono a vecchi meccanismi di penetrazione delle organizzazioni mediante la cooptazione dei dirigenti, lasciando come testimone di questa pratica i nomi che le diverse frazioni prodotto delle successive divisioni si vedono obbligate ad usare per distinguersi: “nuova”, “democratica”, “indipendente”, “storica”, “rivoluzionaria”, “maggioritaria”…

In vista dei processi elettorali municipali, statali o federali, personaggi dei partiti politici si assumono il compito di contattare leader, autorità o rappresentanti per offrire loro una candidatura, non perché tra le loro file non ci siano interessati ad una “poltrona ad elezione popolare”, ma perché la congiuntura è favorevole per farsi spazio in determinate comunità che li ripudiano. Tutti sanno che durante le campagne elettorali si intensifica la divisione che viene fomentata dai partiti politici nei villaggi, nelle comunità, ejidos, quartieri, colonie e nelle organizzazioni contadine, indigene, di coloni, di ogni tipo di lavoratori, divisione accompagnata da merci, beni di consumo di prima necessità, denaro in contanti o carte prepagate elargiti in migliaia di azioni palesemente e sfacciatamente di compravendita di voti.

La distribuzione di risorse economiche tra la popolazione di determinati territori svolge una funzione che va oltre i tempi e gli appetiti elettorali. Partiti di diverso colore e governi a tutti i livelli, sanno che l’elemento essenziale della resistenza indigena che non sono riusciti a piegare, consiste nel non accettare denaro dallo Stato messicano a nessun titolo. L’ostentata distribuzione di beni materiali solo “a chi sta col governo”, ai membri di organizzazioni e comunità “affiliate ai partiti”, è una delle tante forme di ostilità e pressione esercitate al fine di indebolire e dividere le comunità autonome zapatiste.

La continua opera di divisione esercitata dai partiti politici in questi territori, non ha niente a che vedere con la loro democrazia; è parte di una guerra permanente contro i popoli, guerra non esente da violenza. Così troviamo che, per esempio, nei municipi autonomi ribelli zapatisti del Caracol di La Garrucha, negli ultimi anni hanno dovuto affrontare molte difficoltà originate da partiti e governi, tutte rivolte contro l’autonomia. “Queste difficoltà sono principalmente parte di una strategia contrainsurgente che si manifesta, principalmente, con l’invasione e spoliazione di terre recuperate, essendo questo l’aspetto più visibile dell’offensiva per disintegrare la coesione sociale delle comunità, per dividere i villaggi e gli ejidos e far scontrare tra loro i fratelli indigeni, per fiaccare la resistenza delle basi di appoggio dell’EZLN, per provocare diserzioni tra gli zapatisti e, infine, ostacolare in maniera permanente la libera costruzione dell’autonomia. Parallelamente a questa offensiva generalmente violenta contro terre e popolazioni, lo Stato promuove misure socialmente più presentabili ma altrettanto perverse, basate su di un numero indefinito di politiche, programmi e progetti attraverso i quali fluiscono continuamente il denaro e le risorse materiali verso la popolazione simpatizzante, anche indigena ma non zapatista, di tutte le età e condizioni. A queste operazioni controrivoluzionarie partecipano i tre livelli di governo ufficiale, i membri di alcune organizzazioni sociali riconosciute come paramilitari ed i partiti politici nazionali che sono presenti nella Zona in cui tutto indica l’assenza di partiti politici di opposizione, tutti sono governo o in attesa del loro turno o di un’alleanza per esserlo e tutti partecipano attivamente alla guerra contro gli zapatisti, dalla quale cercano di trarre vantaggio con la loro logica clientelare nel mercato politico-elettorale.”[2]

Dalle molte denunce rese pubbliche negli anni (i cui testi completi si possono ancora consultare in internet) ed alle quali i partiti politici incriminati fino ad oggi non hanno dato risposta, possiamo rilevare che “nella guerra contro gli zapatisti le frontiere e le differenze politiche non esistono tra i partiti, né tra i governi, tutti sono un tutt’uno, ed i partiti si fondono tra loro ancora di più quando i loro militanti e dirigenti tacciono e si disinteressano delle azioni commesse da coloro che hanno appoggiato per arrivare al potere. Nelle denunce della Giunta di Buon Governo della Zona Selva Tzeltal fatte in diverse occasioni, sono continuamente indicati come responsabili politici di persecuzione, aggressioni, soprusi, furti e diversi delitti, i titolari del potere esecutivo federale, di quello statale e municipale che hanno guidato i rispettivi governi nel periodo 2006-2012: Felipe Calderón Hinojosa arrivato alla Presidenza della Repubblica – frode mediatica – con il PAN e che attraverso diversi enti federali appoggiava la OPDDIC, organizzazione di aperta filiazione priista, nella sottrazione delle terre dell’EZLN. Juan José Sabines Guerrero, Governatore dello stato del Chiapas che, ancora priista e in carica come presidente municipale di Tuxtla Gutiérrez, fu canditato dalla ‘Coalizione per il Bene di Tutti’ formata dai partiti PRD, PT e Convergencia. Carlos Leonel Solórzano Arcia, militante del PAN fu Presidente Municipale di Ocosingo dal 2008 al 2010 ed il suo successore, Lindoro Arturo Zúñiga Urbina (2011-2012) fu il candidato della ‘Unità per Chiapas’ formata dall’alleanza tra PAN, PRD, Convergencia e PANAL.” In sintesi: in anni recenti, in Chiapas la “sinistra” e la destra allo stesso modo rappresentate da PRI, PAN, PRD, PT, Convergencia, PANAL, sono state compartecipi in diverse occasioni della persecuzione, aggressioni, predazioni e diverse azioni violente contro le comunità dei municipi autonomi zapatisti la cui lotta, esperienza di organizzazione e di governo rivela il sistema politico ed economico a cui fanno riferimento e che difendono tutti i partiti istituzionali.

Senza escludere le comunità vicine ai municipi zapatisti, nel resto del paese i programmi sociali attraverso i quali i governi canalizzano le risorse economiche “alla popolazione povera” compiono la stessa funzione delle donazioni distribuite in campagna elettorale e sono sfruttate permanentemente dai partiti “al potere” per attrarre, conservare o incrementare la loro clientela elettorale: crediti, abitazioni, Oportunidades, Procampo, Vivir mejor, Piso firme, Amanecer per gli anziani, borse di studio per i bambini, tra altri “benefici”, vengono concessi discrezionalmente ai rispettivi seguaci, approfondendo così le divisioni sociali ed i rancori tra partiti.

Ma queste “opere di carità” con risorse pubbliche non servono solo a dividere e indebolire la popolazione organizzata in diversi modi, servono anche a rafforzare il capitalismo portando in tutti gli angoli del paese i suoi metodi di sfruttamento, di dominazione politica, di controllo sociale, di sottomissione personale. Non è un caso né un errore che in America Latina i programmi sociali di sussidi alla popolazione più povera non abbiano diminuito la povertà ma invece si siano trasformati in una fonte di guadagno per il capitale finanziario. Qualche settimana fa la Banca Interamericana di Sviluppo (BID) ha rilevato che venti anni dopo l’entrata in funzione dei “programmi di trasferimenti monetari condizionati” – così li chiamano – nella regione, “con Messico e Brasile in testa, con Oportunidades, che è diventato Prospera e Bolsa Familia, rispettivamente”, i governi pagano elevate commissioni alle banche per ogni transazione compiuta, poiché la maggioranza dei beneficiari vivono in comunità emarginate dal settore finanziario.[3]

L’opera di divisione e disarticolazione del tessuto sociale promossa dai governi e dai partiti politici di ogni colore, viene portata avanti su tutto il territorio nazionale con la finalità di facilitare l’appropriazione e la concentrazione in mani private delle ricchezze nazionali. Negli ultimi decenni, in questo processo di accumulazione di capitale denominato neoliberismo, gli attori pubblici, le istituzioni dello Stato messicano, la cosiddetta classe politica ed i suoi partiti, sono stati accompagnati da altri attori come cacicchi, industriali, guardias blancas, paramilitari e criminali di vario genere.

La partecipazione associata di questi attori pubblici e privati appare nei molteplici casi in cui le resistenze si oppongono alla depredazione, casi resi noti da decine di popoli raggruppati nel Congresso Nazionale Indigeno e nell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, dei quali rendono congiuntamente conto in vari documenti elaborati negli ultimi anni. Tra questi, vale la pena segnalare qui tre comunicati: la 2ª. Dichiarazione della condivisione CNI- EZLN sulla spoliazione dei nostri popoli del 16 agosto 2014, più noto come il comunicato “degli specchi”; il più recente dal titolo Che tremi nei suoi centri la terra del 14 ottobre 2016;[4] e Bollettino di guerra e resistenza # 44 del 22 settembre 2016, del quale riportiamo alcuni dati riferiti al panorama nazionale nel quale sfilano i diversi attori pubblici coinvolti:

            Nel sud, la lotta dei popoli in difesa dei loro territori contro i cacicchi e le imprese, si dissolve nella lotta per la sicurezza e la giustizia contro le bande della delinquenza organizzata, la cui intima relazione con tutta la classe politica è l’unica certezza che, come popolo, abbiamo rispetto a qualsiasi organo dello stato.”

            Nell’occidente, le lotte per la terra, la sicurezza e la giustizia avvengono in mezzo all’amministrazione dei cartelli della droga, che lo stato camuffa da lotta alla delinquenza o da politiche di sviluppo. In cambio, i villaggi che hanno resistito e perfino abbattuto la delinquenza attraverso l’organizzazione dal basso, devono lottare contro i tentativi permanenti fatti dai malgoverni per ottenere che il crimine organizzato, e i partiti politici di sua preferenza, si impadroniscano nuovamente dei territori attraverso forme diverse.”

Nel nord, dove persistono lotte per il riconoscimento dei territori, le minacce minerarie, le spoliazioni agrarie, il furto di risorse naturali e la sottomissione delle resistenze da parte di narco paramilitari, i popoli originari continuano a costruire giorno per giorno.”

            Nella penisola, i popoli maya resistono alla scomparsa per decreto, difendendo le loro terre dall’attacco di imprenditori turistici e immobiliari, dove la proliferazione di guardie bianche opera nell’impunità per depredare i villaggi, l’invasione dell’agroindustria transgenica minaccia l’esistenza dei popoli maya e l’immondizia dei magnati che si impadroniscono dei territori agrari, delle vestigia culturali, archeologiche e perfino dell’identità indigena, pretende di convertire un popolo tanto vivo quanto l’estensione della sua lingua, in feticci commerciali.”

Nel centro, i progetti di infrastrutture, autostrade, gasdotti, acquedotti, lottizzazioni immobiliari, si stanno imponendo in forma violenta e i diritti umani si notano di volta in volta sempre più soffusi e lontani nelle leggi imposte. La criminalizzazione, cooptazione e divisione disegna la strategia dei gruppi potenti, tutti vicini in maniera corrotta e oscena al criminale che crede di governare questo paese, Enrique Peña Nieto.”

            Nell’oriente del paese, la violenza, il fracking, le miniere, il traffico di migranti, la corruzione e la demenza governativa sono la corrente contro la lotta dei popoli, in mezzo a regioni intere prese da violenti gruppi delinquenziali orchestrati dagli alti livelli di governo.”[5]

I casi indicati nelle denunce si inseriscono e sorgono dalla forma di dominazione ed accumulazione per spoliazione e violenza propria della globalizzazione neoliberale, che ha iniziato la sua gestazione negli anni ’70 del secolo scorso, facendosi largo in America Latina con il cruento colpo di Stato militare in Cile dell’11 settembre 1973. Anni 1970, lo stesso decennio in cui il governo messicano di fronte al rischio di non riuscire più a controllare la popolazione solo con mezzi autoritari e repressivi, e davanti ai cambiamenti economici che annunciavano l’inizio di una nuova crisi mondiale, optò per deviare la lotta di classe verso un ristretto ambito elettorale al cui sistema si adeguarono i nuovi partiti politici, la sinistra in primis con il partito più antico di allora, il Partito Comunista Messicano (PCM), fondato nel 1919 e della cui registrazione legale gode ancora oggi il Partito della Rivoluzione Democratica.

La storia legale-elettorale del PCM-PSUM-PMS-PRD è l’esempio migliore di come lo Stato messicano ha ottenuto con facilità uno degli obiettivi centrali della Riforma Politica del 1977, che in pochissimo tempo ha permesso al presidente della Repubblica di cantare vittoria proclamando, dopo aver partecipato ad alcune tornate elettorali locali: “Le minoranze hanno trovato espressione, e la passione della dissidenza è diventata dovere istituzionale.”[6]

Il presente del Partito della Rivoluzione Democratica è il risultato di una storia di diverse organizzazioni e individui che si sono uniti in un partito che mano a mano che cambiava nome, perdeva la sua identità di sinistra, in primo luogo, e poi, nella misura in cui si avvicinava a posizioni di potere, rinunciava al suo ruolo di opposizione. Questo processo di perdita di identità del PRD come partito erede di una corrente della sinistra messicana, è iniziata anni prima della sua fondazione.

Dato il carattere eminentemente elettorale dell’origine, delle attività e perfino dei principi base più importanti del PRD, è necessario seguire queste posizioni per capire il suo sviluppo. La posizione espressa dai rappresentanti dei partiti Comunista Messicano, Messicano Socialista e Socialista Unificato del Messico a fronte delle successive riforme politiche ed elettorali federali introdotte dal 1977, offrono l’opportunità di studiare i cambiamenti di quella corrente della sinistra messicana in quegli anni.[7]

Il PCM si definisce con la Riforma Politica del 1977. Quella degli anni settanta per il Partito Comunista Messicano è stata la crisi degli apparati ideologico-politici del regime, tra i quali si inserivano i partiti, il sistema elettorale e gli strumenti di controllo sul movimento operaio e contadino. La soluzione che il PCM cercava di promuovere per quella crisi politica, si basava sulla democratizzazione del regime, che consisteva in termini generali nell’eliminazione degli ostacoli legali alla partecipazione degli operai, dei contadini e degli intellettuali in tutte le sfere della vita politica, economica e sociale. Il diritto incondizionato di organizzarsi in partiti politici era al centro della soluzione democratica che questo partito proponeva per la crisi di allora.

L’idea di democrazia era presentata associata a quella di partito e la concezione di partito rimetteva all’intervento elettorale, benché ancora non in maniera esclusiva ed assoluta: “Noi comunisti – diceva Arnoldo Martínez Verdugo – siamo a favore di una democrazia nella quale tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro posizione sociale, ideologia, credo religioso e idee politiche, godano del diritto di organizzarsi in partiti, intervenire nel processo elettorale con pari condizioni, inviare i propri rappresentanti agli organi eletti, realizzare la propaganda delle proprie idee senza impedimenti ed attraverso gli organi di diffusione di massa, organizzarsi con indipendenza dal governo e dall’industria e lottare per la conquista del potere appoggiandosi sulla maggioranza del popolo secondo il diritto stabilito dalla Costituzione.”[8] Ma questa democrazia, sviluppata fino alle sue ultime conseguenze e con un interesse di classe, poteva condurre anche al socialismo e per questo i membri del PCM dicevano: “vogliamo assicurare il passaggio dalla democrazia borghese, la democrazia formale, alla democrazia reale, la democrazia socialista”.[9]

L’insieme di idee e proposte comuniste circa la riforma elettorale che, dal suo punto di vista chiedeva la società messicana nel 1977, si concludeva con un’esigenza molto rivelatrice, soprattutto perché arrivava dal partito della sinistra, indipendente, di opposizione, rivoluzionario, che voleva essere il Partito Comunista Messicano. Per voce del suo Segretario Generale del Comitato Centrale, il PCM sosteneva: “La condizione indispensabile per contrastare la disparità esistente tra i partiti nei quali si raggruppano i ricchi ed il partito che ha nelle sue mani il potere, da una parte, ed i partiti che rappresentano la parte sfruttata della popolazione, dall’altra, che sono privi dei mezzi economici e delle risorse che ha il potere, è che lo Stato finanzi le spese delle campagne elettorali di tutti i partiti.” Una misura di questa natura – si specificava – non garantirebbe di per sé la parità, ma contribuirebbe a diminuire la disparità e nello stesso tempo “servirebbe a neutralizzare la corruzione”.[10]

In altre parole, attraverso il finanziamento pubblico dei partiti politici, il Partito Comunista offriva allo Stato messicano la strada più breve e sicura per risolvere definitivamente la lotta di classe ponendo fine in una sola volta allo sfruttamento e alla corruzione. Con ciò, il PCM compiva le sue funzioni di partito di opposizione e di sinistra, evitandosi il disturbo di lavorare per un cambiamento rivoluzionario. Ma la cosa più grave e trascendente di quella richiesta era il ragionamento implicito: cioè, se il partito al governo riceveva finanziamenti pubblici era un atto di corruzione, ma se tutti i partiti avessero ricevuto denaro dalla stessa provenienza, allora si sarebbe neutralizzata la corruzione. In altri termini, il PCM invece di esigere il suo sradicamento, chiedeva la socializzazione della corruzione.

Anni dopo questo partito, già col nome di Partito Socialista Unificatore del Messico, si ridefiniva con il Rinnovamento Politico del 1986. Un sessennio di partecipazione elettorale fu sufficiente per indurre gli ex-comunisti ad una depurazione delle proposte ed una ridefinizione di posizioni e di concetti chiave.

Nelle sessioni pubbliche di consultazione per il Rinnovo Politico Elettorale, il Segretario Generale del Comitato Centrale del PSUM aveva anticipato quella che sarebbe stata la principale preoccupazione del suo partito riguardo a questa riforma: il sistema dei partiti politici. Il nuovo obiettivo era “avanzare verso un regime parlamentare democratico che sostituisca il decadente regime presidenziale” precisava Arnoldo Martínez Verdugo, ora diventato deputato federale.[11] A differenza di quello che proponeva come Partito Comunista, per i dirigenti del PSUM smise di essere rilevante il rapporto del partito politico con le classi sociali ed i loro bisogni, il ruolo dei militanti o, perfino, la funzione della partecipazione degli elettori; invece della sua base sociale, la cosa più importante divenne la protezione della legge elettorale in cui si depositavano tutte le speranze e verso la quale si dirigevano tutte le istanze per garantire ai partiti la loro esistenza, crescita e permanenza nel sistema dei partiti. Ma l’abbandono e il cambiamento di posizioni andò molto oltre. Non solo gli operai ed i loro sindacati, le organizzazioni contadine, i carcerati e torturati per motivi politici, o le leggi repressive ed ingiuste smisero di essere aspetti nodali di una vera riforma politica; dal discorso del PSUM sparì anche il socialismo che anni prima aveva proposto il PCM come l’obiettivo che si sarebbe raggiunto con lo sviluppo della democrazia portata alle sue ultime conseguenze. Il nuovo obiettivo dei vecchi comunisti – nonostante il nome del loro partito – non era più il socialismo, ma il parlamentarismo.

Tre anni più tardi il PMS si adattò alla Riforma Elettorale del 1989. Il 6 luglio 1988 non lasciò spazio a precisazioni ideologiche né concetti politici nel senso più ampio del termine: la democrazia e il socialismo, benché ancora lo conservasse nel nome di Partito Messicano Socialista, non avevano più importanza alcuna di fronte all’urgenza di denunciare la parzialità di un sistema elettorale studiato e perfezionato a misura delle necessità del partito di governo. L’intervento sul tema “Diritti politici e rappresentanza nazionale” a cura – ancora una volta – di Arnoldo Martínez Verdugo, si concentrò sul sistema elettorale messicano; il relatore concluse il suo intervento chiarendo che le proposte che aveva fatto corrispondevano alle posizioni sia del Partito Messicano Socialista sia del Comitato Promotore del Partito della Rivoluzione Democratica.[12]

Da quanto esposto dai suoi rappresentanti, si può concludere che gli interventi del PMS nelle udienze pubbliche della riforma del 1989 furono contrassegnati dalle elezioni federali del 1988 a tal punto che il voto divenne l’asse portante tanto delle loro critiche quanto delle loro proposte: “La cosa essenziale di una riforma democratica è il rispetto del suffragio”, affermazione di Porfirio Muñoz Ledo che potrebbe ben essere l’epitaffio della tappa comunista-socialista dei partiti che diedero origine al PRD. Dalla trasformazione del sistema economico, sociale e politico per l’instaurazione del socialismo, presente nei documenti del PCM alla fine degli anni ’70, alla fine degli anni ’80 si era arrivati a chiedere un sistema pluripartitico come obiettivo storico del PMS, e del PRD alla vigilia della sua fondazione. Durante quegli anni il partito si trasformò in un apparato elettorale che credette di trovare la sua migliore giustificazione nelle elezioni del 1988 ed il cui interesse primario nelle riforme elettorali era di includere nella legislazione le garanzie necessarie per porre dei limiti agli eccessi, usi ed abusi del PRI, e contemporaneamente consacrare l’alternanza politica come principio costituzionale; tutto ciò al fine di sgomberare la strada verso il potere che vedeva così vicino.

Transitare da un sistema di partiti ad un altro o perfezionare il sistema elettorale, non significa in nessun caso sovvertire l’ordine socioeconomico. Con questi obiettivi non si riuscirebbe nemmeno a trasformare, nell’essenza, il regime politico. Le critiche e le proposte presentate dai rappresentanti del PMS nelle udienze della Riforma Elettorale del 1989, non contengono niente di distintivo né proprio di un partito di sinistra, niente che un partito di opposizione, formale o reale, di destra moderata o estrema non possa sottoscrivere senza problema.

Nell’anno della riforma elettorale del 1993, il PRD perse consensi. La pratica di organizzare udienze pubbliche alle quali partecipavano rappresentanti di diverse organizzazioni ed istituzioni, oltre ai portavoce dei partiti, e dove si esponevano diverse posizioni politiche prima di ogni riforma elettorale, si era chiusa nel 1989, data in cui iniziò l’era della partecipazione plurale, degli accordi concertati e delle decisioni per consenso, meccanismi introdotti dai primi atti di governo di Carlos Salinas de Gortari con l’intento di coinvolgere tutti i partiti nelle decisioni del potere ed in questo modo corresponsabilizzarli delle stesse. Dopo le elezioni legislative del 1991, una volta cambiata la composizione politica della Camera dei Deputati e con il PRI che aveva recuperato un numero importante di poltrone perse nel 1988, fu più facile ed utile per il titolare del Potere Esecutivo federale ricorrere a quei meccanismi senza gravi rischi politici.

Con la riforma del 1993 si stabilì un procedimento più chiuso che in tutte le riforme precedenti. Il PRD presentò in date diverse due tipi di riforme per differenti ordinamenti legali. Le modifiche presentate nel Congresso dell’Unione nel 1992-1993 esprimevano l’attitudine del PRD avviata dai suoi predecessori e sviluppata lungo molti anni: le iniziative erano volte a sollecitare un maggiore intervento dello Stato a beneficio dei partiti ufficiali e, complementarmente, erano dirette a permettere una maggiore ingerenza dello Stato stesso nella vita interna dei partiti in questioni che dovrebbero essere di competenza esclusiva dei suoi membri, o in extremis, dell’insieme dei cittadini.

Le idee proprie, il carattere distintivo delle proposte e l’identità politica di ogni partito sparirono dalle riforme elettorali a partire dal 1994 cedendo il passo ad accordi o compromessi, ed alle iniziative sottoscritte congiuntamente dai partiti formalmente opposti.

Le riforme introdotte nel 1994 alla Costituzione in materia elettorale, al Codice Federale di Istituzioni e Procedure Elettorali ed al Codice Penale sottoscritte da legislatori federali del PRD, del PRI, del PAN e del PARM, furono precedute da un “Compromesso per la pace, la democrazia e la giustizia” che i dirigenti nazionali e/o candidati alla Presidenza della Repubblica di otto dei nove partiti in gara per la successione presidenziale allora in corso, avevano elaborato come risposta all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, il giorno 27 dello stesso mese del sollevamento armato[13].

Malgrado l’irruzione di un movimento armato in piena campagna elettorale fosse un fatto che di per sé rappresentava la riprovazione del regime politico e del sistema dei partiti esistenti, i rappresentanti dei partiti nazionali ufficiali si unirono nel cosiddetto Compromesso per “sbarrare il passo a tutte le forme di violenza” e per negare validità a qualunque altro tipo di forza politica e di spazio diversi da loro, rivendicando per sé il monopolio della lotta per la democrazia. L’avanzamento democratico – proclamavano i firmatari del documento – deve avvenire negli spazi dei partiti politici e delle istituzioni repubblicane”, ed il loro contributo al processo di pace era inteso come l’unione di forze per garantire una “elezione legale e credibile” che servisse al rafforzamento democratico del paese e dell’ordine costituzionale.[14]

Conformemente al ruolo centrale che i dirigenti nazionali ed i candidati presidenziali attribuirono ai loro partiti nel documento citato, la parte centrale della riforma del 1994 inserita nell’articolo 41 costituzionale e nei corrispondenti articoli del COFIPE, voleva “ciudadanizar” l’integrazione dell’organo superiore dell’autorità elettorale[15]. Ma contrariamente alla domanda sorta da organizzazioni della società civile e da altre forze politiche come l’EZLN, nell’elezione di quella “rappresentanza cittadina” negli organi elettorali, non sarebbero intervenuti i cittadini. La riforma diceva che invece di Consiglieri Magistrati proposti dall’Esecutivo Federale, il Consiglio Generale dell’Istituto Federale Elettorale sarebbe stato formato da Consiglieri Cittadini designati – non dai cittadini, bisogna insistere – bensì dai partiti politici della Camera dei Deputati, oltre che dai rappresentanti stessi di ogni partito politico.

Con questa riforma l’impostura raggiungeva rango costituzionale. Diventava realtà l’antica aspirazione dei partiti che, come il PCM dal 1977, proponevano che nell’organismo di massima autorità elettorale si inserissero “cittadini di riconosciuta probità e indipendenza, scelti all’unanimità dai propri partiti”; si consolidava inoltre la vecchia intenzione governativa di dotare i partiti ufficiali del carattere di interlocutori politici unici per decidere a nome di tutti i cittadini. Congiuntamente, partiti e governo, invocando la pace, la democrazia e la giustizia, di comune accordo emarginavano quella società civile che condivideva le istanze più forti, quelle ascoltate il 1° gennaio di quell’anno di riforme, insurrezione, omicidi ed elezioni.

Il PRD si diluisce nella Riforma Elettorale Definitiva del 1995-1996. Se dopo il 1989 la pratica delle udienze o consultazioni relativamente pubbliche era sparita, e se a partire dal 1994 i partiti avevano rinunciato alla loro identità astenendosi dal presentare iniziative proprie, nel 1996 queste due condotte arrivano all’estremo. Il paese intero ignorava quello che i dirigenti dei partiti ufficiali discutevano e negoziavano con la Segreteria di Governo durante i venti mesi circa del “encierro en Barcelona“.

Meno di un mese dopo lo scoppio della crisi finanziaria con cui si inaugurò il nuovo governo, e meno di un mese prima dell’offensiva militare contro gli zapatisti, avvenimenti che segnarono il sessennio di Ernesto Zedillo, i dirigenti dei partiti politici nazionali ed il titolare del Potere Esecutivo federale firmarono i “Compromessi per un Accordo Politico Nazionale” col quale sarebbero iniziati i negoziati di quella che lo stesso Zedillo aveva annunciato come una Riforma Elettorale Definitiva a livello federale, nella cornice della Riforma dello Stato. Come nei Compromessi di un anno prima, non potendo ignorare del tutto la realtà nazionale, partiti e governo insistettero nell’omettere qualunque riferimento diretto all’EZLN ed in quella occasione nemmeno lo stato del Chiapas era menzionato per nome.

Dai documenti conclusivi che precedettero i testi delle iniziative di riforma, tutti i dirigenti dei partiti concordavano con la Segreteria di Governo sul fatto che bisognasse privilegiare il finanziamento pubblico su quello privato per rafforzare i partiti politici, incrementando l’importo totale fino ad allora devoluto ed inoltre condividevano l’idea di stabilire un limite all’importo totale e di abbassare i contributi in denaro che i partiti politici potevano ricevere dai loro simpatizzanti.[16]

Queste disposizioni hanno avuto conseguenze in tre aspetti fondamentali. Da una parte, lungi dal rafforzare l’opposizione, il crescente finanziamento pubblico ha indebolito politicamente i partiti approfondendo la loro dipendenza allo Stato al punto che nessuno di loro si arrischierebbe oggi a vivere prescindendo da questa fonte di risorse. D’altra parte ed in certa misura conseguenza del precedente, la riduzione legale e reale dei contributi dei simpatizzante si è tradotta in una diminuzione dell’interesse e dell’impegno politico dei militanti che in altri tempi erano il sostegno dei loro partiti, relazione che in molti casi si è invertita degenerando in una militanza stipendiata o prezzolata. Infine, una conseguenza diretta del finanziamento pubblico in contanti, è stata la crescente ingerenza dello Stato e di diverse entità pubbliche nel funzionamento interno dei partiti, al fine di verificare, investigare o controllare entrate e uscite.

Benché nel 1999 non ci fu alcuna riforma politica né elettorale, è indispensabile considerare l’esercizio di quell’anno dei partiti rappresentati nella Camera dei Deputati, dato che è la sintesi concentrata dell’astrazione dell’opposizione in generale, ed in particolare di chi voleva rappresentare la sinistra. Deputati federali dei gruppi parlamentari di PAN, PRD, PT, PVEM ed Indipendente, proposero un’iniziativa di decreto per riformare, addizionare e derogare diverse disposizioni del COFIPE. Il PRD si confuse in quell’iniziativa.

L’atteggiamento, le preoccupazioni e perfino il tono ed il linguaggio usato per motivare l’iniziativa del 1999 non corrispondevano a quelli di un’opposizione cosciente di esserlo, e non è possibile trovare legami tra questo documento e le storiche istanze della sinistra messicana. Attraverso questa iniziativa il PRD condivide posizioni con la destra tradizionale e quella ufficiale: come rappresentanti popolari, come opposizione e come sinistra che vuole essere, il PRD si confonde con i difensori di un governo per il quale cerca stabilità politica e con i beneficiari di un regime al quale offre di contribuire a garantire condizioni di governabilità; nel consenso partiti-governo per la riforma costituzionale del 1996 il PRD credette di vedere “l’opportunità di una transizione democratica concordata” e per il processo elettorale alle porte – quello del 2000 – la cosa più importante era creare le condizioni di certezza e fiducia tra i messicani in un sistema elettorale costruito dal potere per la conservazione dello stesso.

In conclusione: L’analisi della catena di partiti che si sono considerati di sinistra, dal PCM fino all’attuale PRD, attraverso le loro proposte per riformare le condizioni legali di partecipazione politico-elettorale dei messicani, mostra come, gradualmente ma costantemente dal 1977, i partiti si sono allontanati dalla società civile mentre nello stesso tempo continuano ad occupare il posto di essa col pretesto di rappresentare gli interessi dei governati di fronte e al potere. Dunque non è casuale che i dirigenti dei partiti, coincidendo con i rappresentanti del governo, concentrino l’interesse su riforme e proposte che privilegiano la democrazia rappresentativa formale, al di sopra di qualunque altra possibilità di esercizio della democrazia da parte dei cittadini.

Durante questi anni di continue riforme elettorali è chiaramente percepibile l’abbandono degli obiettivi sociali, economici e politici propriamente detti della lotta dei partiti e della loro ragion d’essere, mentre al loro posto appaiono altri obiettivi che non hanno niente a che vedere con i problemi quotidiani dei cittadini, con i bisogni della società. Perciò, questa revisione storica di una corrente della sinistra di partito, evidenzia che chiamare democrazia le elezioni non è un semplice errore concettuale, ma è l’origine dell’abbandono della lotta per una società nuova e più giusta che anticamente chiamavano socialista.

L’osservazione delle istanze di questi partiti nell’insieme, permette inoltre di rilevare come, in pochissimi anni, i loro obiettivi si siano ridotti sia come partito politico che opposizione di sinistra, e continuino a rivolgere la loro attenzione allo Stato, concentrando il loro interesse sull’ottenere più risorse finanziarie, più spazio sui mezzi di comunicazione e nuovi spazi di potere, e identificandosi sempre di più con un sistema che fornisce loro il necessario per vivere e riprodursi.

In termini diretti: 40 anni di partecipazione politica dentro il sistema elettorale legale dimostrano che l’unica cosa che la sinistra istituzionale è riuscita a rafforzare, è il sistema nel suo insieme, legittimarlo e prolungare la sua esistenza, ma non distruggerlo, e nemmeno cambiarlo. Ma peggiorarlo ancora di più. Durante questi 40 anni è iniziato un nuovo ciclo di accumulazione, si è sviluppato ed è ancora in corso “un violento processo di espansione universale della relazione di capitale, di ristrutturazione delle relazioni tra i multipli capitali e, soprattutto, delle forme e contenuti della dominazione, la resistenza e la ribellione”[17] senza che apparentemente quegli stessi partiti politici di sinistra si rendessero conto del ruolo che stavano svolgendo dai diversi spazi di potere che hanno occupato, in maniera particolare ed ininterrotta, nelle camere del Potere Legislativo federale. Spetta loro il per nulla rispettabile merito storico di avere avallato le successive riforme che hanno condotto a trasformare la Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani in un “grande codice commerciale” [18]  perché nel centenario della sua promulgazione, questa “non tutela più i diritti dei contadini, dei lavoratori o degli indigeni. Nemmeno garantisce alla popolazione i diritti alla salute, all’educazione, al lavoro; né protegge le proprietà nazionali, collettive e comunali. Al contrario, ora privilegia gli interessi del capitale. Spiana la strada ai grandi commerci sui diritti economici, sociali, culturali ed ambientali dei messicani.”[19] Se hanno trasformato la Costituzione in un codice commerciale, al sistema giuridico nel suo insieme hanno fornito gli strumenti per funzionare come un altro dei “mezzi di spoliazione”[20] del capitale contro i popoli indigeni.

Tra i disastrosi risultati che hanno disseminato in tutto il paese i partiti politici della sinistra istituzionale che si vantano di avere “preso il potere”, per la via elettorale, in differenti spazi e livelli di governo, abbondano i motivi per porre le basi e promuovere una forma alternativa di partecipazione politica che il CNI si dispone ad avviare per “eliminare dalle comunità tutto quello che ci divide: partiti politici, programmi e progetti di governo e tutto quello che ci divide, e riconciliarci come popoli.”[21]

Sebbene il CNI e l’EZLN abbiano chiesto che l’indignazione, la resistenza e la ribellione che si respirano in tutto il Messico figurino nelle schede elettorali del 2018, l’hanno fatto precisando che “non è nostra intenzione competere in niente con i partiti e tutta la classe politica che ancora ci deve molto: ogni morto, scomparso, carcerato, ogni depredazione, ogni repressione ed ogni disprezzo. Non confondeteci, non vogliamo competere con loro perché non siamo la stessa cosa, non siamo le loro parole bugiarde e perverse. Siamo la parola collettiva del basso e a sinistra, quella che scuote il mondo quando la terra trema con epicentri di autonomia, e che ci rendono orgogliosamente diversi […]”[22]

La decisione del V Congresso del CNI, previa consultazione, di nominare un Consiglio Indigeno di Governo collettivo, con rappresentanti di ogni popolo, tribù e nazione che lo compongono e con una portavoce donna indigena che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico nelle elezioni del 2018, ha come una delle sue mete non di andare contro i “partiti di sinistra” che aspirano a “prendere il potere” a quelli di sopra – glielo lasciano! – bensì esercitare il potere che hanno quelli in basso quando sono organizzati. Proponendosi di partecipare alle prossime elezioni federali, il Consiglio Indigeno di Governo non divide la sinistra istituzionale dedita a dividersi da sé stessa, né toglie voti ai partiti, dato che ci sono troppi cittadini nella nostra società, forse più del 50% distribuiti su tutto il territorio della Repubblica Messicana e fuori, che sono stufi e da anni non vogliono saperne niente dei partiti politici.

Per questo e forse pensando a loro l’EZLN stima che l’azione del CNI intorno a questo Consiglio e a questa donna indigena potrebbe generare “un processo di riorganizzazione combattiva non solo dei popoli originari, ma anche di operai, contadini, impiegati, coloni, maestri, studenti, infine, di tutta quella gente il cui silenzio e immobilismo non sono sinonimi di apatia, ma di assenza di proposte […], potrebbe nascere un movimento dove confluiscano tutti gli “abajos“, un grande movimento che sconvolga l’intero sistema politico.”[23]

La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici, proponendosi come oggettivo quello di unire, ricostituire i popoli indigeni e ricostruire il CNI; riunire i popoli per dare un’altra volta visibilità agli indigeni e a quello che sta succedendo nei loro territori; trovarsi con altri indigeni, parlare ed ascoltare altri popoli originari; unire popoli, nazioni e tribù che non fanno parte del CNI e che accettino i principi di comandare ubbidendo; trovarsi con altri ed altre che non sono indigeni, ma che ugualmente soffrono senza speranza né alternative.

La proposta del CNI-EZLN vuole scuotere la coscienza della nazione, è un appello all’unione e all’organizzazione dei popoli indigeni e della società civile per fermare la distruzione del paese, per difendere la vita individuale e collettiva, per rafforzare le resistenze e le ribellioni, rafforzare il potere in basso e a sinistra in una prospettiva contro il neoliberismo, contro il capitalismo.

Città del Messico/San Cristóbal de Las Casas, 14 aprile 2017

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://radiozapatista.org/?p=21631

 

* Docente di Scienze Politiche alla Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Nazionale Autonoma del Messico.

[1] Leopoldo Ramos, “Il capo di Governo crede che il sole azteco possa unirsi”, Saltillo, Coah., La Jornada, 8 marzo 2017, p. 13.

[2] Paulina Fernández Christlieb, Justicia Autónoma Zapatista. Zona Selva Tzeltal. México, Estampa Artes Gráficas/Ediciones Autónom@s, 2014, p. 298.

[3] Susana González G. “México, tercer país que más paga por transferir apoyos a pobres”. La Jornada, 20 de marzo de 2017, p. 18.

[4] 2ª. Declaración de la compartición CNI- EZLN sobre el despojo a nuestros pueblos. 16 de agosto de 2014.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/08/16/2a-declaracion-de-la-comparticion-cni-ezln-sobre-el-despojo-a-nuestros-pueblos/

CNI-EZLN. Que retiemble en sus centros la tierra, 14 de octubre de 2016.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/10/14/que-retiemble-en-sus-centros-la-tierra/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+EnlaceZapatista+%28Enlace+Zapatista%29

[5] Comunicado CNI-EZLN. Parte de guerra y de resistencia # 44, 22 de septiembre de 2016.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/09/22/parte-de-guerra-y-de-resistencia-44/

[6] José López Portillo. Sexto Informe de gobierno. Informe complementario. México, Talleres Gráficos de la Nación, 1982.

[7] Una exposición más extensa y detallada está publicada en Paulina Fernández Christlieb, “Desde el pasado del PRD, por las reformas electorales”, en Arturo Anguiano (Coord.), Después del 2 de julio ¿dónde quedó la  transición? Una visión desde la izquierda. México, UAM-X, 2001, pp. 177-203.

[8] Ibid. p. 130.

[9] Ibid. p. 131.

[10] Ibid. p. 134.

[11] Dip. Arnoldo Martínez Verdugo, del PSUM. “Tercera Audiencia Pública. Partidos Políticos Nacionales”. Renovación Política. Renovación Política Electoral. 1. Audiencias Públicas de Consulta, México, Secretaría de Gobernación, septiembre de 1986, p. 161.

[12] “El C. Arnoldo Martínez Verdugo, del PMS.” “Primera Audiencia Pública. 1° de febrero de 1989. Derechos políticos y representación nacional.” Consulta Pública sobre Reforma Electoral. Memoria 1989. I. México, Comisión Federal Electoral, 1989, p. 79-82.

[13] Firmarono questo accordo: Diego Fernández de Cevallos, candidato del PAN a la Presidencia de la República; Luis Donaldo Colosio Murrieta, candidato del PRI a la Presidencia de la República; Fernando Ortíz Arana, Presidente del CEN del PRI; Cuauhtémoc Cárdenas, candidato del PRD a la Presidencia de la República; Porfirio Muñoz Ledo, Presidente Nacional del PRD; Rafael Aguilar Talamantes, candidato y Presidente del PFCRN; Rosa María Denegri, Presidente Nacional del PARM; Marcelo Gaxiola Félix, candidato y Presidente del PDM; Pablo Emilio Madero, candidato del PDM a la Presidencia de la República; Cecilia Soto, candidata del PT a la Presidencia de la República; y Jorge González Torres, candidato y Presidente del PVEM.

[14] “Compromiso para la paz, la democracia y la justicia. 27 de enero de 1994” en Guillermo Flores Velasco y Jorge Torres Castillo (Comps.) La reforma del Estado: agendas de la transición, México, INFP-PRD, 1997, p. 187-191.

[15] Diario de los Debates de la Cámara de Diputados, 22 de marzo de 1994, y Diario de los Debates de la Comisión Permanente del Congreso de la Unión de los Estados Unidos Mexicanos, 24 de marzo de 1994. También puede consultarse: 1994 tu elección. Memoria del Proceso Electoral Federal. México, IFE, 1995, p 23 y ss.

[16] Cfr. Ibid., p. 128 y ss., y “Conclusiones alcanzadas en la Secretaría de Gobernación por el Partido Revolucionario Institucional, el Partido de la Revolución Democrática y el Partido del Trabajo en materia de reforma electoral y reforma política del Distrito Federal”, publicado en los principales diarios de circulación nacional el 22 de abril de 1996.

[17] Rhina Roux, “El Príncipe fragmentado” en Gilly, Adolfo y Rhina Roux, El tiempo del despojo. Siete ensayos sobre un cambio de época. México, Editorial Itaca, 2015, p. 115.

[18] “Il docente in diritto Manuel Fuentes Muñiz s segnala che l’attuale modello di Costituzione non corrisponde agli interessi nazionali. ‘È un modello dove si è sostituito il paese con l’impresa. È l’impresa e gli investimenti quello che ora si protegge. Questo ha a che vedere con l’usura e col profitto privato. Ora abbiamo uno Stato piccolo ma rozzo. Abbiamo un codice commerciale più che un codice sociale’, sostiene.” Intervista di Zósimo Camacho edito in: “A 100, la Costituzione privilegia interessi del capitale” per Contralínea 524, 29 gennaio-04 febbraio 2017. http://www.contralinea.com.mx/archivo-revista/index.php/2017/01/29/a-100-la-constitucion-privilegia-intereses-del-capital/

[19] Idem.

[20] Escribió el SupGaleano: “En pocas palabras: para los pueblos originarios el sistema jurídico es sólo un medio de despojo.” Comisión Sexta del EZLN. El Pensamiento Crítico frente a la Hidra Capitalista I. s.p.i., p. 289.

[21] Acuerdos del V Congreso Nacional Indígena CNI. Ratificación de acuerdos alcanzados en mesas y plenaria del 31 de diciembre de 2016. Documento leído el 1 de enero de 2017 en el Caracol de Oventik. Audio: http://radiozapatista.org/?p=19968 (transcripción PFC).

[22] CNI y EZLN. ¡Y Retembló!, Informe desde el epicentro… Declaración del V Congreso Nacional Indígena. Desde Oventik, Territorio Zapatista, Chiapas, México, 1 de enero de 2017. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/01/01/y-retemblo-informe-desde-el-epicentro/

[23] Subcomandante Insurgente Moisés y Subcomandante Insurgente Galeano. Una historia para tratar de entender. 17 de noviembre de 2016. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/11/17/una-historia-para-tratar-de-entender/

 

Sorgente: La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici. | Comitato Chiapas “Maribel”

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Indigenizzarsi

Gustavo Esteva

La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.

Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.

L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.

La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.

Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’. Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale “patria”], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triqui di Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono: “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.

Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che “indio” era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di “indio” e mette in luce l’equivoco coloniale di “indigeno”: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…

Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione “popoli originari” o “nativi”, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.

Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine “indigeno” ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo. In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.

Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.

Ma che fare con gli altri?

Chi sono i non indigeni?

Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?

L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si “indigenizzino”, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.

Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.

14/08/2017

La Jornada

Traduzione di Camminar Domandando

tratto da Cronache Latinoamericane

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/08/28/indigenizzarsi/

Traduzione di Camminar Domandando:
Gustavo Esteva, Indigenizarse” pubblicato il 14-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/14/opinion/020a1pol] ultimo accesso 01-09-2017.

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The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges

Israeli drug firm fined for bribing officials in Russia, Ukraine & Mexico

A building belonging to generic drug producer Teva, Israel’s largest company with a market value of about $57 billion, is seen in Jerusalem. © Baz Ratner / Reuters

The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges made by the US Department of Justice (DOJ). The company breached the Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) by bribing officials in Russia, Ukraine and Mexico.

Teva is the world’s largest manufacturer of generic pharmaceutical products. According to the DOJ, its fully-owned subsidiary Teva LLC (Teva Russia) bribed a top Russian official to increase sales of the multiple sclerosis drug, Copaxone, during drug purchase auctions held by the Russian Ministry of Health.

Between 2010 and at least 2012, Teva earned an extra $200 million from Copaxone sales in Russia. The Russian official allegedly received $65 million through inflated profit margins. His name and department were not disclosed.

Overall, Teva will pay $520 million which includes the US criminal and regulatory penalties for its illegal activity in Russia, Ukraine and Mexico.

In Ukraine, Teva hired a senior government official in the Ministry of Health as “registration consultant.” Between 2010 and 2011, the Israeli company paid him a monthly fee and covered his expenses, amounting to $200,000. In Mexico, Teva bribed doctors to prescribe Copaxone from at least 2005.

“Teva and its subsidiaries paid millions of dollars in bribes to government officials in various countries, and intentionally failed to implement a system of internal controls that would prevent bribery,” said Assistant Attorney General Caldwell.

“Companies that compete fairly, ethically and honestly deserve a level playing field, and we will continue to prosecute those who undermine that goal,” Caldwell added.

“As demonstrated by this case, the Foreign Corrupt Practices Act has a long reach. Teva’s egregious attempt to enrich themselves failed and they will now pay a tough penalty,” said William J. Maddalena, Assistan

thanks to: RT

Sea Shepherd Launches Operation Milagro III – Returns to Mexico to Save the Vaquita Porpoise

M/V Sam Simon arriving from Italy to join the campaign for the first time 

Milagro IIIContinuing its commitment to stop the imminent extinction of the endangered vaquita porpoise, Sea Shepherd Conservation Society is returning to Mexico’s Gulf of California for Operation Milagro III.

Operation Milagro III, a vaquita defense campaign, will have Sea Shepherd’s M/V Farley Mowat back on active duty for the third consecutive year in the Gulf of California – the only waters on Earth which are home to this shy and elusive mammal.

Joining the Mowat for the first time on a Milagro campaign will be the M/V Sam Simon. The vessel is arriving from Europe where it recently tackled illegal fishing in the Plemmirio Marine Reserve in Sicily, Italy.  The Simon will be joining Operation Milagro III in December.

With Operation Milagro III, Sea Shepherd will once again work with the Mexican government to address the urgent need to protect the critically endangered vaquita before it is too late. Both the Mowat and the Simon will protect the vaquita marine reserve, patrol for poachers, document issues facing this cetacean and continue to collect data to share with the scientific community.

Sea Shepherd will also conduct outreach in the region, meeting with marine biologists, researchers and other NGOs working locally to save the vaquita.

About the vaquita porpoise

Known as the world’s smallest and rarest marine mammal, the vaquita is facing a real threat of extinction. The most recent statistics show the population has dwindled to an estimated less than 60 individuals.

The vaquita is particularly susceptible to population decline, with a slower rate of reproduction than that of other porpoise species – giving birth to only one calf every two years. The species also has a comparatively short lifespan of approximately 20 years.

Yet despite these vulnerabilities, the biggest threat to the vaquita’s survival are poachers using illegal gill nets to catch the totoaba bass – another critically endangered marine species endemic to the Gulf of California. Vaquitas often become entangled in the gill nets and are unable to reach the surface of the water to breathe, causing them to drown.

“For a species such as the vaquita and totoaba to get so close to extinction due to human behavior is proof that mankind’s priorities are not where they should be,” said Campaign Leader and Director of Ship Operations, Captain Oona Layolle.  “If we lose these two species, we will be one step closer to our own extinction. It is only by changing our attitude and behavior can there be hope for them, and for us. Sea Shepherd will not give up its fight to save the vaquita and the totoaba.”

“As Sea Shepherd’s partnership with the Mexican Navy enters its third year, we are increasing our effectiveness due to our experiences,” said Sea Shepherd Founder, President and Executive Director, Captain Paul Watson.  “We are now much more efficient in locating and confiscating illegal nets and we have developed a very close working relationship with the Mexican Naval officers and crew. Captain Oona Layolle is fluent in Spanish, French and English and has done a remarkable job of building this partnership in to what it is today.”

About Operation Milagro

Sea Shepherd’s inaugural Operation Milagro brought much-needed attention to the plight of the vaquita, spawning groundbreaking efforts to protect this imperiled species. On April 18, 2015, Sea Shepherd crewmembers documented the first recorded sighting of a vaquita since 2013, shattering claims by some locals that the species is already extinct. The resulting video made national headlines in Mexico, prompting the government to reach out to Sea Shepherd. The following month, a partnership between Sea Shepherd and the Mexican government was announced and since then, the two sides have worked together to protect the vaquita. Sea Shepherd’s dedication to save this porpoise has garnered international attention and its work has been documented on 60 Minutes, CNN, The New York Times and more.

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La battaglia di Oaxaca

Gustavo Esteva

Non è una delle tante guerre di Oaxaca. E’ parte di una guerra molto più profonda e intensa, che va stretta perfino al territorio nazionale. La battaglia che sta cominciando, però, ha un significato speciale in quella guerra, nella grande guerra.

E’ una battaglia largamente annunciata. A Oaxaca si sapeva che molti aspetti dello scontro in corso si stavano rimandando a causa delle elezioni. Era evidente che dopo il voto si sarebbe liberata la furia dei colpi, delle provocazioni, dell’assalto finale. Erano cominciati ovunque i preparativi. Il 14 giugno tutta Oaxaca stava ricordando. Era la memoria contro l’oblio: lo scenario di oggi pareva uno specchio fedele di quello di dieci anni fa. Stavamo rivedendo lo stesso film: la mobilitazione degli insegnanti, il presidio nello Zócalo (la piazza centrale delle città messicane, ndt) , i cortei, le rivendicazioni degli insegnanti, una feroce campagna mediatica…E le autorità a puntare, come allora, sul logoramento della Sezione 22 (tradizionalmente la parte più combattiva degli insegnanti, ndt), la crescente irritazione dei cittadini, la paura della violenza e di perdere il lavoro, il salario…

L’Espacio Civil è un’articolazione nuova di collettivi, organizzazioni e gruppi dalle caratteristiche molto diverse che riprende l’esperienza del 2006 per darle forme nuove. La campagna “Dieci anni costruendo nuovi cammini” è nata in risposta alla violenza governativa “per imporre la cosiddetta riforma educativa” e nel corso di “una esemplare resistenza degli insegnanti e popolare di fronte all’imminenza del rischio che si ripeta la nera notte di repressione che abbiamo vissuto il 25 novembre del 2006”.

La società civile oaxaqueña si è pronunciata con fermezza sulla necessità di imparare dal 2006 “per chiudere un ciclo che ci ha lasciati pieni di ferite e di dolore e per aprire nuove tappe di lotta nelle quali non dobbiamo commettere gli stessi errori ma assimilare gli insegnamenti positivi del movimento”.

“Oggi che diversi popoli sono in lotta per la difesa del loro territorio, contro l’industria mineraria, quella eolica, per il rispetto della loro autonomia e dei loro usi e costumi, della loro cultura, per la tutela delle loro risorse naturali, dei boschi, dell’acqua e della biodiversità, oggi riteniamo necessario avanzare nella costruzione di un’agenda comune che unisca le maestre, i maestri, i quartieri, i giovani, le donne, gli uomini, insomma tutte e tutti noi che aspiriamo e siamo disposti a lottare per un’Oaxaca e un Messico migliori”.

Nel cominciare una Giornata di Riflessione 2006-2016, l’Espacio Civil ha lanciato un appello per rendere più forte il movimento degli insegnanti e le lotte dei quartieri, delle comunità e dei popoli affinché siano affossate la riforma del lavoro travestita da riforma educativa e le altre riforme strutturali e perché sia fermata la repressione. Solo insieme, sottolinea il testo dell’Espacio, “riusciremo a ottenere la libertà delle nostre prigioniere e dei prigionieri politici, la ricomparsa dei desaparecidos vivi e che non torni a ripetersi una lunga notte di repressione e dolore contro gli insegnanti, i quartieri e i villaggi di Oaxaca”.

Da quel giorno sono cominciati i blocchi stradali. A Nochixtlan e nell’Istmo la gente è uscita nelle strade per sbarrare il passo ai camion pieni di polizia militarizzata che si dirigeva verso la città di Oaxaca, nel cui aeroporto hanno cominciato ad arrivare con gli aerei. Molte migliaia di persone, di ogni settore della società, hanno alimentato e sostenuto i blocchi e hanno cominciato a tessere la solidarietà.

Nel pomeriggio di sabato, il Centro dei Diritti Umani di Tepeyac, dell’Istmo di Tehuantepec, e la Rete delle Difensore e dei Difensori Comunitari dei Pueblos di Oaxaca hanno emesso un comunicato nel quale considerano assurda e senza senso la risposta del governo federale alla protesta sociale. Sostengono che la escalation di violenza mostra una classe politica che cerca di perpetuarsi “nella logica del potere e dello scontro, invece di favorire la creazione di spazi dialogo che aprano canali a questa democrazia fratturata”. Allo stesso tempo, hanno espresso apprezzamento per la saggezza delle donne e degli uomini dei villaggi, per i collettivi e i gruppi emergenti che “hanno proposto una resistenza creativa, riflettendo il senso della vita e la costruzione di una società giusta”.

Oaxaca sta bruciando. C’è una coscienza chiara del momento di pericolo. Per questo, da ogni suo angolo, oggi si fa appello al coraggio, a a quello che esprime l’indignazione morale che condivide un numero crescente di persone, e a quello che significa valore, integrità, capacità di camminare con dignità e lucidità in questi tempi oscuri. La battaglia è appena cominciata.

21 giugno 2016

la Jornada

Traduzione per Comune-info e Camminar Domandando: Marco Calabria

tratto da Comune-info

Traduzione di Marco Calabria:
Gustavo Esteva,La battaglia di Oaxaca” pubblicato il 21-06-2016 in Comune-infosu [http://comune-info.net/2016/06/la-battaglia-oaxaca/] ultimo accesso 27-06-2016.

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MAGGIO: TRA AUTORITARISMO E RESISTENZA

¿Il calendario? Maggio 2016.

 ¿La geografia?

Beh, potrebbe essere ovunque in questo paese graffiato a sangue dalle sparizioni forzate, l’impunità fatta istituzione, l’intolleranza come forma di governo, la corruzione come modus vivendi di una classe politica puzzolente e mediocre.

Ma potrebbe anche essere una qualsiasi parte di questo paese sanato dalla caparbietà dei famigliari che non dimenticano i loro assenti, la ricerca tenace di verità e giustizia, la resistenza ribelle contro i colpi, i proiettili, le sbarre, il desiderio di costruire un sentiero proprio senza proprietari, senza padroni, senza salvatori, senza guide, senza capi; la difesa, la resistenza, la ribellione; la crepa si fa più ampia e profonda a forza di dolore e di rabbia.

“Messico”, viene chiamato abitualmente questo paese, questo paese che riflette a suo modo una crisi che scuote il mondo intero.

Sembra che, ad un certo punto nella breve e intensa storia del XX° secolo, questo paese sia stato un punto di riferimento del turismo internazionale. Si è parlato dei suoi paesaggi, della sua gastronomia, dell’ospitalità della sua gente, di quanto perfetta fosse la sua dittatura.

Ma prima e durante quest’immagine da opuscolo di agenzia viaggi, è successo quel che è successo. No, non vi riempirò di informazioni su ciò che è accaduto nell’immediato passato, diciamo 30 anni.

Il punto è che, negli ultimi anni, il “Messico” è ormai un riferimento mondiale della corruzione di governo; la crudeltà del traffico di droga; non infiltrazione ma coabitazione tra crimine organizzato e istituzioni; sparizioni forzate; esercito fuori dalle caserme, nelle vie e nelle strade; omicidi e detenzioni degli oppositori, di giornalisti e persone che non contano; il “warning” nei percorsi turistici; il cinismo come idiosincrasia sui media e i social network; la vita, la libertà e i beni personali giocati alla roulette mortale della vita di tutti i giorni (“se non ti è toccato oggi, forse domani”). Se sei donna, di qualsiasi età, si moltiplicano i rischi. Il femminile, insieme al diverso, vince solo in questo: è più probabile che subisca violenza, scomparsa, morte.

Ma tutto questo già lo sapete. Basta aver vissuto qui, in queste terre e sotto questi cieli, un po’, non molto, diciamo tra i primi mesi di vita e meno di 5 anni, che è l’età delle bambine e dei bambini uccisi nell’asilo nido ABC di Hermosillo, Sonora, Messico, il 5 giugno 2009, quasi sette anni fa.

Che crimine avevano commesso questi bambini? Sono state vittime della sfortuna, di un oscuro disegno divino, del caso? O sono stati e sono vittime di una classe politica che si permette di tutto (come ad esempio il fatto che una delle persone coinvolte – e non indagate -, sia candidata alla presidenza del Messico per il Partito di Azione Nazionale)?

Così il luogo potrebbe essere Sonora dove, però, la criminalità e la spudoratezza non riescono a sconfiggere le famiglie dei bimbi dell’asilo nido “ABC”.

Oppure potrebbe essere lo Stato messicano, dove si vuole distruggere il popolo Ñatho di San Francisco Xochicuautla seppellendolo sotto una delle strade del grande capitale. Il suo crimine? Difendere le foreste. Tuttavia, gli abitanti continuano a resistere sulle macerie delle loro case.

Oppure potrebbe essere Oaxaca, nella comunità Binizza di Álvaro Obregón a Juchitán, dove la popolazione è stata attaccata a colpi di pistola dai paramilitari del Partito di Azione Nazionale e del Partito della Rivoluzione Democratica. Qual è la sua colpa? Opporsi alla privatizzazione del vento che, con i cosiddetti “parchi eolici”, il grande capitale impone sull’Istmo.

O potrebbe forse essere Veracruz, che è ormai territorio di caccia contro le donne, i giovani, i giornalisti, che siano o meno avversari. Oppure lo Yucatan, dove contro il popolo di Chablekal viene implementato il cosiddetto “Scudo” con cui i governanti proteggono l’espropriazione. O Guerrero, dove tutto il Messico si è ribattezzato “Ayotzinapa”. O Morelos, diventato un gigantesco cimitero clandestino. O Città del Messico, dove le manifestazioni dell’opposizione sono proibite perché lì comanda il traffico degli autoveicoli, persino sulla Costituzione. Oppure Puebla, roccaforte della privatizzazione dell’acqua e delle strade. O Tamaulipas, dove, come in tutto il paese, il PRI è il braccio istituzionale della criminalità organizzata. O in qualsiasi parte della Repubblica chiamata “Stati Uniti Messicani”, con le sue ondate di licenziamenti, sfratti, furti, sparizioni, distruzione, morte … guerra.

Ma alla fine è il Chiapas. E dal Chiapas, vediamo…

Tuxtla Gutierrez, capitale. Maggio 2016. Temperatura media: 37 gradi all’ombra. Altitudine: 522 metri sul livello del mare. Data: maggio dei docenti in resistenza e ribellione. Ma in primo luogo, permettetemi alcuni dettagli:

1.- La cosiddetta “riforma dell’istruzione” non riguarda l’istruzione, ma il lavoro. Se riguardasse l’istruzione si sarebbero ascoltati i pareri dei docenti e delle famiglie. Quando il governo rifiuta di discutere la riforma con gli insegnanti e le famiglie, ammette così che non si tratta di migliorare l’istruzione, ma di “sistemare il libro paga” (come il capitale chiama i licenziamenti).

 

2.- Non si applica la legge, si viola la legge. Dicono di difendere la Costituzione (riforma dell’istruzione), violando la Costituzione (leggi che garantiscono diritti fondamentali come la libertà di riunione, il diritto di petizione e di libera circolazione).

 

3.- Ciò che fanno i media prezzolati è inutile. Le dichiarazioni vanno e vengono: “tutto normale”, “la maggior parte delle scuole sta funzionando”. “Oltre il novanta per cento dei docenti sta lavorando”. Ma la realtà smentisce queste affermazioni, perché l’insegnamento è per le strade. Nei villaggi le famiglie hanno detto chiaramente che non accettano supplenti, non li stanno facendo entrare o li manderanno via.

 

4. I/le maestri/e non stanno difendendo dei privilegi, stanno combattendo nell’ultima trincea di ogni essere umano: le condizioni di vita minime loro e delle loro famiglie. Non vi sorprende che qualcuno sia disposto a difendere quel poco che gli resta? Un salario infame, delle aule che sembrano bombardate (e lo sono state, ma con bombe economiche), non uno ma diversi turni di lavoro, gruppi eccessivamente numerosi? In breve: salari bassi, cattive condizioni di lavoro e un sacco di difficoltà. Suona familiare? Eppure, le/gli insegnanti si presentano a scuola e insegnano ai bambini e alle bambine le vie della scienza e delle arti.

 

5. Lo scopo della presunta riforma scolastica è quello di distruggere questa docente, questo insegnante che è stato preparato per anni e che ha dedicato praticamente tutta la vita a questo mestiere. Certo, con la perseveranza che sui media, pagata in contanti, si è costruita l’immagine di leader corrotti. Ma questa immagine è il verme per l’esca. No, l’obiettivo non sono i capi, ma tutti gli insegnanti, compresi quelli del servile Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione. Ora, se si vuole un modello di leader corrotti, basta seguire l’esempio del SNTE.

 

6. Sì, l’obiettivo della riforma scolastica è di privatizzare l’istruzione. In realtà, questa privatizzazione è già in corso. Lasciare senza cure né risorse le scuole non ha messo fine all’istruzione pubblica in Messico per una ragione umana: l’insegnamento. Così ora bisogna distruggere quelle maestre e quei maestri. Si tratta di provocare una catastrofe nel sistema di istruzione in modo che le famiglie si rivolgano, raddoppiando i turni, a scuole private; oppure che si accontentino che i loro figli si educhino attraverso la televisione, radio e media digitali; o per strada; o neanche questo. La professione del docente non si improvvisa né è una questione di intuizione. Richiede studio e preparazione. Non tutti hanno la capacità e le conoscenze per insegnare. Perché a scuola si educa, non solo si insegna. Non tutti possono affrontare con successo un gruppo di bambini in età scolare o prescolare. Per questo sono necessarie le scuole Normali.

 

7.- Vi è stato detto che le/i maestre/i sono pigri e non si vogliono preparare? Mentono, ogni insegnante aspira ad essere migliore, ad essere meglio preparato. Fate voi quello che non ha fatto il governo, parlate con un maestro o una maestra. Meglio ancora, ascoltatelo. Vedrete come, quando lui o lei parlano della loro situazione, sembra che descrivano la vostra.

-*-

 

Noi, zapatisti, cerchiamo di capire. E per capire bisogna ascoltare. Ogni volta che possiamo, usiamo informazioni dirette. In questo caso, abbiamo inviato un gruppo “Los Tercios Compas” (media zapatisti senza scopo di lucro, non indipendenti, non liberi, non alternativi, ma compagni) e ascoltiamo le basi di appoggio zapatiste che fanno parte del gruppo insegnanti. Quanto segue è tratto da uno dei rapporti di questi ascolti:

Compagno Subcomandante Insurgente Moisés, ti saluto e spero che tu sia in buona salute a lottare.

Dopo il mio breve saluto, passo a segnalare: Beh, abbiamo visto la marcia dei docenti. Ma non solo dei maestri, ci sono anche molte maestre. I maledetti poliziotti li hanno attaccati e hanno attaccato anche le persone che camminavano da quelle parti. Hanno colpito anche i bambini. Poi abbiamo visto una macchia, come un segno dipinto sul muro con la scritta: “Poliziotti: contro il popolo molto fighi, ma contro il narco finocchi”. Abbiamo visto durante la marcia quanto fossero felici gli insegnanti. Come se non importasse che li avessero picchiati e che gli avessero gettato addosso quel fumo che non lascia respirare. Ecco i maestri e le maestre, e ci sono anche le mamme e i papà dei bambini che vanno a scuola e le loro famiglie sostengono gli insegnanti. Si vede chiaramente che non li hanno trascinati a forza, ma che sono venuti per scelta. Sono vivi. E la gente nelle case grida il proprio sostegno ai maestri e alle maestre. E per strada gli danno acqua, frutta. Si vede che vogliono bene a quegli insegnanti che lottano. E quindi gli insegnanti gridano lo slogan “questo sostegno si vede” e, beh, ho pensato che c’è anche il sostegno che non si vede, e senza slogan.

Poi siamo andati a vedere i fottuti poliziotti che correvano dietro agli insegnanti. Abbiamo visto i poliziotti molto depressi. Solo un paio di poliziotti erano entusiasti e colpivano i loro scudi di plastica con i manganelli per spaventare, ma non fanno paura. La maggior parte dei poliziotti riesce a malapena a camminare, penso perché fa molto caldo. Un sacco di sole lì a Tuxtla. E si vede che i maestri e le maestre sono molto carichi, perché cantano e gridano i loro slogan. Hanno cantato “Venceremos” e pure io mi sono messo a cantare, poi mi sono ricordato che sono un “Tercio compa” e quindi non era il caso. I poliziotti non appena si fermano cercano subito un posto all’ombra.

Il comando li rimprovera perché non vogliono stare in riga. Sentiamo un poliziotto che racconta ad un altro che ha inseguito una ragazza e un insegnante, e che l’insegnante correva più veloce della ragazza. E il maledetto ride come se inseguire una ragazza fosse un gioco. E quando gli danno l’ordine di avanzare, i poliziotti trascinano i loro scudi. Alcuni hanno dei tubi di metallo. Altri hanno bastoni. Quando passano, la gente per strada grida contro la polizia, che se ne vada gli dicono, che lascino in pace gli insegnanti. Alcuni insultano apertamente la polizia. I poliziotti li guardano con rabbia negli occhi, ma non si fermano. E sono famiglie quelle che gridano. Su qualche casa e palazzo ci sono delle insegne ed anche cartelli scritti a mano in cui si dichiara sostegno agli insegnanti. Nelle stazioni radio sentiamo che la gente chiama per un commento, ma non come altre volte che si lamentano degli insegnanti perché bloccano.

Ora si lamentano dei federali, che sono l’unico fastidio, che sembra di essere in guerra, che neppure con gli zapatisti si vedeva tanta polizia per le strade di Tuxtla. Nessuno ringrazia il governo, lo dicono chiaramente che la colpa è dei cattivi governi. E allora cosa fanno quelli della radio, gli tolgono la parola, perché a loro non piace quello che dice la gente. E poi i giornali sono senza vergogna, parlano di altre cose che non è il caso. I giornalisti sono preoccupati perché a Chenalhó i “partidistas” hanno rapito altri “partidistas”. Ma gli insegnanti fanno politica, spiegano la loro lotta e la gente li ascolta e li capisce. Noi sentiamo cosa dice la gente. I governi non li ascoltano e non li capiscono. Velasco lo chiamano “el niño” e si lamentano del “niño” bravo solo a farsi fotografare e sfilare. E poi le voci dicono che non è più così, che già stanno litigando i politici per vedere chi diventa governatore. E dicono “chiunque sarà, è un ladro e un farabutto”. Non hanno rispetto per il governo.

Rispettano invece e vogliono bene agli insegnanti, gli danno acqua e frutta, li applaudono. Anche le macchine, quando passano ai lati del corteo, suonano il clacson e mostrano la mano in appoggio. Ai poliziotti solo insulti. Sentiamo un insegnante spiegare la sua lotta: “Ora si tratta del cibo per i nostri figli.” In un posto qui vicino a Tuxtla, che si chiama Chiapa de Corzo, la gente si è organizzata ed ha cacciato i federali da lì. Non erano insegnanti, erano famiglie. Sono stati picchiati e gli hanno gettato addosso i gas, ma non si sono arresi ed hanno cacciato via i federali. Dopo che abbiamo visto tutto quello che abbiamo raccontato, siamo venuti a rapporto.

Da quello che abbiamo visto, chissà cosa accadrà, ma i malgoverni hanno già perso.

Questo è tutto ciò che ho da dire” Questo è tutto”.

-*-

Ora, le domande per l’esame della valutazione del governo federale:

Se un governo non è disposto a dialogare e negoziare con i suoi avversari, che strada gli lascia? Se viene utilizzato solo l’argomento della forza, cosa vi aspettate come contro argomento?

Dalle montagne del Sud-est Messicano.

Subcomandante Insurgente Moisés.             Subcomandante Insurgente Galeano.

Messico, maggio 2016.

Dal quaderno di appunti del gatto-cane:

 

L’ora del Poliziotto 2. Il venditore di deodoranti metrosexual, la versione postmoderna di Gordolfo Gelatino, Aurelio Nuño Mayer, deve smetterla di fare campagna per la presidenza ed ammettere che la riforma che sostiene non è né una riforma né scolastica. É solo una palese riduzione di personale. Un boss mal vestito in abiti istituzionali che utilizza un capoccia profumato per eliminare posti di lavoro.

 

E per diventare un capoccia idiota che aspira ad essere un buon poliziotto, per favore segua le seguenti istruzioni: Scrivere 100 volte: “l’istruzione pubblica in Messico è un business e come tale deve essere gestito”. Oh, e non studi storia. Dimentichi che il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione è nato nel 1979, in Chiapas, Messico. E che è nato in risposta alla brutalità del governo.

 

-*-

Le battaglie portate avanti dalle maestre, dai maestri e dalle famiglie non sono la fine di maggio. Sono solo l’inizio di molti mesi e lotte che verranno, e non solo dei docenti. Nelle geografie e i calendari del basso la storia non accade, si fa.

 

In fede.

Guau-Miau.

Sorgente: MAGGIO: TRA AUTORITARISMO E RESISTENZA | #20ZLN

Morire per una diga

Dal 2001, sono almeno 41 i “difensori dei fiumi” uccisi in Messico, Centro America e Colombia. Secondo i dati raccolti dal movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, il Paese con più vittime è il Guatemala, con 13. L’ultimo nome aggiunto all’elenco è quello dell’honduregna Berta Cacéres, Goldman Prize 2015, uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016

di Luca Martinelli – 18 marzo 2016

Tomás Cruz Zamora, Eduardo Maya Manrique e Benito Cruz Jacinto sono stati uccisi nel 2005, 2006 e 2007. Tutti e tre facevano parte del CECOP, il Consiglio di ejidos e comunità che si oppongono alla costruzione della diga La Parota, nello stato messicano del Guerrero. La lotta contro il progetto idroelettrico, sul fiume Papagayo, a 30 chilometri dalla famosa località di Acapulco, è iniziata nel 2003. L’invaso dell’impianto inonderebbe 13 comunità, dove vivono circa 20mila persone. Nell’estate del 2015, il portavoce del CECOP -Marco Antonio Suástegui Muñoz- è stato scarcerato dopo aver trascorso oltre un anno in prigione, con accuse inventate secondo alcune organizzazione per i diritti umani che seguono le attività del Consiglio.

I nomi delle 3 vittime del CECOP sono tra quelli riportati sulla mappa “Fiumi per la vita, non per la morte!”, che il MAPDER (il movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, www.mapder.lunasexta.org) ha pubblicato in occasione della Giornata internazionale di azione contro le dighe, che si celebra da 19 anni ogni 14 marzo. In tutto, sono elencati i nomi di 41 “difensori dei fiumi”, morti a partire dal 2001.

Secondo la ricerca, il Paese che ha visto il maggior numero di vittime nel periodo considerato è, con 13, il Guatemala. Lo stesso che è stato teatro, tra il 1980 e il 1982, del massacro di circa 450 indigeni della comunità di Rio Negro, Xococ, Cerro Pacoxom, Los Encuentros e Agua Fría, perpetrato per frenare l’opposizione alla costruzione della diga del Chixoy, finanziata dalla Banca mondiale (solo nell’ottobre del 2015 le vittime hanno subito un risarcimento). Sui cantieri era attiva Cogefar, poi Impregilo (e oggi Salini Impregilo, la stessa azienda italiana oggetto dell’Istanza di Survival International all’OCSE del marzo 2016). 
Dopo il Guatemala vengono l’Honduras (9 morti), il Messico (con 8), la Colombia (7) e infine Panama (4 morti).

https://i1.wp.com/www.mapder.lunasexta.org/wp-content/uploads/2016/03/Asesinatos_Presas_final-1.jpeg
Spiega il MAPDER che “i progetti di dighe in America Latina rappresentano un mercato importante tanto nella fase di costruzione, quanto in quelle legate alla produzione e privatizzazione dell’energia”.
L’ultimo nome aggiunto all’elenco, quello della vittima numero 41, è quello di Berta Cacéres, la coordinatrice del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene di Honduras (COPINH), uccisa a La Esperanza nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016.
Secondo il COPINH e la famiglia di Berta Cacéres, la causa della morte delle dirigente indigena di etnia lenca andrebbe ricercato nell’opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca, le azioni che l’avevano portata nel 2015 al riconoscimento come ambientalista dell’anno, con l’assegnazione del prestigioso Goldman Prize (qui l’intervista rilasciata in quell’occasione ad Altreconomia).
La Cacéres è la 5 vittima legata al progetto Agua Zarca, dopo Tomás Garcia (nel 2014), Irene Meza William, Jacobo Rodriguez Maycol e Arial Rodriguez Garcia (nel 2015), tutti militanti di base del COPINH.

E meno di due settimane dopo l’omicidio della coordinatrice dell’organizzazione, il 15 marzo 2016 è stato assassinato un altro membro del COPINH, Nelson García. Ciò è avvenuto nonostante la richiesta della Commissione interamericana dei diritti umani, che il  5 marzo aveva emesso “medidas cautelares” chiedendo al governo honduregno di rafforzare le misure di sicurezza a protezione di tutti i membri dell’organizzazione indigena (oltre che dei familiari della Cacéres e del messicano Gustavo Castro, testimone oculare dell’omicidio).

È in seguito alla morte violenta di García che FMO, la banca olandese per lo sviluppo, ha annunciato la sospensione del proprio finanziamento al progetto. La stessa decisione era stata presa pochi giorni prima anche dal fondo d’investimento finlandese FinnFund. Complessivamente le due istituzioni europee avevano garantito al progetto osteggiato dal COPINH un sostegno pari a 20 milioni di euro.

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EZLN nel 22 Anniversario dell’Insurrezione

 

Parole dell’EZLN nel 22 anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio

Primo Gennaio 2016

Buona notte, buongiorno compagni, compagne basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, compagni/e miliziani e milizie, insurgentas e insurgentes, responsabili locali e regionali, autorità delle tre istanze di governo autonomo, compagni/e promotori e promotrici delle diverse aree di lavoro.  Compagni, compagne della Sexta Nazionale e Internazionale e tutti i presenti.

Compagne e compagni, oggi siamo qui per celebrare il 22 anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.

Per più di 500 anni abbiamo subito la guerra che i potenti di diverse nazioni, lingue, colori e credo ci hanno fatto per annichilirci.

Volevano ucciderci, nei corpi e nelle idee.

Ma abbiamo resistito.

Come popoli originari, come guardiani della madre terra, abbiamo resistito.

Non solo qui e non solo noi del colore della terra.

In tutti gli angoli del mondo che soffrivano ed ancora soffrono, c’è stata e c’è gente degna e ribelle che ha resistito, che resiste contro la morte che impone quello di sopra.

Il primo gennaio 1994, 22 anni fa, abbiamo reso pubblico il “BASTA!” che avevamo preparato per un decennio in degno silenzio.

Tacendo il nostro dolore preparavamo così il grido del nostro dolore.

Di fuoco fu allora la nostra parola.

Per svegliare chi dormiva.

Per sollevare chi cadeva.

Per indignare chi si accontentava e si arrendeva.

Per ribellare la storia.

Per obbligarla a dire quello che taceva.

Per svelare la storia di sfruttamenti, omicidi, depredazioni, disprezzo ed oblio che si nascondeva dietro la storia di sopra.

Quella storia di musei, statue, libri di testo, monumenti alla menzogna.

Con la morte dei nostri, col nostro sangue, abbiamo scosso il torpore di un mondo rassegnato alla sconfitta.

Non furono solo parole. Il sangue dei nostri caduti e cadute in questi 22 anni si è sommato al sangue di anni, lustri, decadi, secoli precedenti.

Allora dovemmo scegliere, ed abbiamo scelto la vita.

Per questo, allora ed ora, per vivere moriamo.

La nostra parola, allora, fu semplice come il nostro sangue che tinge le strade e i muri delle città che adesso, come allora, ci disprezzano.

E così continua ad essere:

La nostra bandiera di lotta furono le nostre 11 domande: terra, lavoro, alimentazione, salute, educazione, abitazione degna, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace.

Queste erano le domande che ci hanno fatto sollevare in armi, perché è quello che manca ai popoli originari ed alla maggioranza delle persone in questo paese e in tutto il mondo.

In questo modo, abbiamo intrapreso la nostra lotta contro lo sfruttamento, l’emarginazione, l’umiliazione, il disprezzo, l’oblio e contro tutte le ingiustizie che subiamo causate dal cattivo sistema.

Per i ricchi ed i potenti noi serviamo solo come schiavi, affinché loro diventino sempre più ricchi e noi sempre più poveri.

Dopo avere vissuto tanto tempo sotto questa dominazione e sopruso, abbiamo detto:

BASTA! ABBIAMO PERSO LA PAZIENZA!

E non ci rimase altra strada che imbracciare le armi per uccidere o morire per una causa giusta.

Ma non eravamo soli, sole.

Non lo siamo ora.

In Messico e nel Mondo la dignità prese le strade e chiese spazio alla parola.

Allora capimmo.

A partire da quel momento, la nostra forma di lotta cambiò e siamo stati e siamo ascolto attento e parola aperta, perché fin dal principio sapevamo che la lotta giusta del popolo è per la vita e non per la morte.

Ma ci teniamo le nostre armi, non le deporremo, staranno con noi fino alla fine.

Perché abbiamo visto che dove il nostro ascolto è stato cuore aperto, il Prepotente ha opposto la sua parola ingannevole, il suo cuore di ambizione e bugia.

Abbiamo visto che la guerra di sopra è proseguita.

Il suo piano ed il suo obiettivo era ed è farci la guerra fino a sterminarci. Per questo invece di risolvere le giuste istanze, preparò e prepara, fece e fa la guerra con i suoi moderni armamenti, forma e finanzia gruppi paramilitari, offre e distribuisce briciole approfittando dell’ignoranza e della povertà di alcuni.

I prepotenti di sopra sono stupidi. Pensavano che chi era disposto ad ascoltare, fosse anche disposto a vendersi, ad arrendersi, a tentennare.

Si sbagliarono allora.

Si sbagliano adesso.

Perché noi zapatiste, zapatisti, senza ombra di dubbio non siamo mendicanti o inetti che aspettano che tutto si risolva da solo.

Siamo popoli con dignità, determinazione e coscienza per lottare per la libertà e giustizia vere per tutte, per tutti, per todoas. Non importa il colore, la razza, il genere, il credo, il calendario, la geografia.

Per questo la nostra lotta non è locale, né regionale, neanche nazionale. È universale.

Perché universali sono le ingiustizie, i crimini, i soprusi, il disprezzo, lo sfruttamento.

Ma sono anche universali la ribellione, la rabbia, la dignità, il desiderio di essere migliori.

Per questo abbiamo capito che era necessario costruire la nostra vita da noi stessi, noi stesse, in autonomia.

In mezzo alle pesanti minacce, alle persecuzioni militari e paramilitari ed alle costanti provocazioni del malgoverno, abbiamo iniziato a formare il nostro proprio sistema di governo, la nostra autonomia, con la nostra propria educazione, la nostra propria salute, la nostra propria comunicazione, il nostro modo di curare e lavorare la nostra madre terra; la nostra propria politica come popolo e la nostra propria idea di come vogliamo vivere come popoli, con un’altra cultura.

Mentre altre, altri aspettano che dall’alto si risolverà tutto qua in basso, noi, zapatiste, zapatisti, abbiamo cominciato a costruire la nostra libertà come si semina, come si costruisce, come si cresce, cioè, dal basso.

Ma il malgoverno vuole distruggere la nostra lotta e resistenza con una guerra che cambia di intensità a seconda di come cambia la sua politica ingannevole, con le sue cattive idee, con le sue bugie, usando i suoi mezzi di comunicazione per diffonderle e con la distribuzione di briciole nei villaggi indigeni dove ci sono zapatisti, così da dividere e comprare coscienze, applicando in questo modo il suo piano di contro-insurrezione.

Ma la guerra che viene da sopra, compagne, compagni, sorelle e fratelli, è sempre la stessa: porta solo distruzione e morte.

Possono cambiare le idee e le bandiere con le quali arriva, ma la guerra di sopra distrugge sempre, sempre uccide, non semina altro che terrore e disperazione.

In mezzo a questa guerra abbiamo dovuto procedere verso ciò che vogliamo.

Non potevamo sederci ad aspettare che capisse chi non capisce neppure se capisce.

Non potevamo sederci ad aspettare che il criminale rinnegasse sé stesso e la sua storia e si convertisse, pentito, in qualcuno di buono.

Non potevamo aspettare una lunga ed inutile lista di promesse che sarebbero state subito dimenticate dopo pochi minuti.

Non potevamo aspettare che l’altro, diverso ma uguale nel dolore e nella rabbia, ci guardasse e guardandoci si vedesse.

Non sapevamo come fare.

Non c’erano né ci sono libri, manuali o dottrine che ci dicessero come fare per resistere e, contemporaneamente, costruire qualcosa di nuovo e migliore.

Forse non perfetto, forse differente, ma sempre nostro, dei nostri villaggi, delle donne, uomini, bambine ed anziani che con il loro cuore collettivo coprono la bandiera nera con la stella rossa a cinque punte e le lettere che danno loro non solo nome, ma anche impegno e destino: E Z L N.

Allora abbiamo cercato nella nostra storia ancestrale, nel nostro cuore collettivo, ed a scossoni, con cadute ed errori, abbiamo costruito quello che siamo e che non solo ci mantiene in vita e in resistenza, ma ci rende anche degni e ribelli.

Durante questi 22 anni di lotta di Resistenza e Ribellione abbiamo costruito un altro stile di vita, governandoci da noi stessi come popoli collettivi, sotto i 7 principi del comandare ubbidendo, costruendo un nuovo sistema ed un altro stile di vita come popoli originari.

Dove il popolo comanda e il governo ubbidisce.

Ed il nostro cuore semplice è sano, perché nasce e cresce dal popolo stesso, cioè, è il popolo stesso che pensa, discute, riflette, analizza, propone e decide cosa è meglio a suo beneficio, seguendo l’esempio lasciato dai nostri antenati.

Come spiegheremo in seguito, vediamo che nelle comunità affiliate ai partiti regnano l’abbandono e la miseria, comanda l’ozio e il crimine, la vita comunitaria è spezzata, ferita ormai a morte.

Il vendersi al malgoverno non solo non ha risolto i loro bisogni, ma ha portato altri orrori.

Dove prima c’erano fame e povertà, oggi ancora ci sono, ma in più c’è disperazione.

Le comunità affiliate ai partiti sono diventate nuclei di mendicanti che non lavorano, aspettano solo il prossimo programma governativo di aiuti, cioè aspettano le prossime elezioni.

E questo non apparirà in nessuna relazione di governo municipale, statale o federale, ma è la verità che si può vedere nelle comunità affiliate ai partiti: contadini che non sanno più lavorare la terra, case di mattoni vuote perché il cemento e le lamiere non si possono mangiare, famiglie distrutte, comunità che si riuniscono solo per ricevere le elemosine governative.

Nelle nostre comunità forse non ci sono case di cemento, né televisori digitali né auto ultimo modello, ma la nostra gente sa lavorare la terra. Quello che si mette in tavola, gli abiti che indossano, le medicine che le curano, il sapere che si apprende, la vita che scorre è LORO, prodotto del loro lavoro e del loro sapere. Non è il regalo di nessuno.

Possiamo dirlo senza timore: le comunità zapatiste non solo stanno meglio di 22 anni fa. Il loro livello di vita è superiore a quello di chi si è venduto ai partiti di ogni colore.

Prima, per capire se qualcuno era zapatista, si guardava se portava il paliacate rosso o il passamontagna.

Ora, basta vedere se sa lavorare la terra; se cura la sua cultura; se studia per conoscere la scienza e la tecnica; se rispetta le donne; se tiene lo sguardo in alto e limpido; se sa che comanda come collettivo; se vede gli incarichi di governo autonomo ribelle zapatista come servizio e non come un affare; se quando gli domandano qualcosa che non sa, risponde “non lo so… ancora”; se quando lo scherzano dicendogli che gli zapatisti non esistono più, che sono molto pochi, risponde “non preoccuparti, saremo molti di più, magari ci vuole un po’, ma saremo molti di più”; se guarda lontano in calendari e geografie; se sa che il domani si semina oggi.

Sì, riconosciamo di avere ancora molto da fare, dobbiamo organizzarci di più e meglio.

Per questo dobbiamo impegnarci di più per prepararci a realizzare al meglio il nostro lavoro di governarci, perché sta arrivando il male dai mali: il cattivo sistema capitalista.

Dobbiamo sapere come affrontarlo. Abbiamo 32 anni di esperienza di lotta di Ribellione e Resistenza.

Siamo quello che siamo.

Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Siamo benché non ci nominino.

Siamo benché con silenzi e calunnie ci dimentichino.

Siamo benché non ci guardino.

Siamo nel passo, nel cammino, nell’origine, nel destino.

Ed in quello che siamo vediamo, guardiamo, ascoltiamo dolori e sofferenze vicine e lontane per calendari e geografie.

Guardavamo prima, e guardiamo ora.

Una notte cruenta, ancor più se fosse possibile, sta calando sul mondo.

Il Prepotente non solo continua a sfruttare, reprimere, disprezzare e depredare.

È determinato a distruggere il mondo intero se questo gli dà profitti, denaro, ricchezza.

È chiaro che sta arrivando il peggio per tutte, tutti, todoas.

Perché i grandi ricchi miliardari di pochi paesi, proseguono nell’obiettivo di saccheggiare tutte le ricchezze naturali in tutto il mondo, tutto quello che ci dà vita come l’acqua, le terre, le foreste, le montagne, i fiumi, l’aria; e tutto quello che c’è nel sottosuolo: oro, petrolio, uranio, ambra, zolfo, carbone, ed altri minerali. Perché loro non considerano la terra come fonte di vita, bensì come un affare e trasformano tutto in merce, e trasformano la merce in denaro, e così ci vogliono distruggere completamente.

Il male ed il cattivo hanno nome, storia, origine, calendario, geografia: è il sistema capitalista.

Non importa come lo dipingano, non importa il nome che gli mettano, non importa la religione che professi, non importa la bandiera che innalzi.

È il sistema capitalista.

È lo sfruttamento dell’umanità e del mondo che abita.

È il disprezzo per tutto quello che è differente e che non si vende, non si arrende, non tentenna.

È quello che persegue, imprigiona, assassina.

È quello che ruba.

Di fronte a lui sorgono, nascono, si riproducono, crescono e muoiono, salvatori, leader, capi, candidati, governi, partiti che offrono la soluzione.

Come una merce, si offrono le ricette per risolvere i problemi.

Forse qualcuno crede ancora che da sopra, da dove vengono i problemi, verranno le soluzioni.

Forse c’è ancora chi crede nei salvatori locali, regionali, nazionali e mondiali.

Forse c’è ancora chi aspetta che qualcuno faccia quello che spetta a noi fare, noi stessi, noi stesse.

Certo, sarebbe bello.

Tutto facile, comodo, senza sforzo. Solo alzare la mano, tracciare un segno su una scheda, riempire un questionario, applaudire, gridare uno slogan, affiliarsi ad un partito politico, votare per favorire uno piuttosto di un altro.

Forse, diciamo, pensiamo noi zapatiste, zapatisti.

Sarebbe bello, ma non è così.

Perché quello che abbiamo imparato come zapatisti e senza che nessuno ce l’abbia insegnato, se non il nostro proprio passo, è che nessuno, assolutamente nessuno verrà a salvarci, ad aiutarci, a risolvere i nostri problemi, ad alleviare i nostri dolori, a regalarci la giustizia che necessitiamo e meritiamo.

Solo quello che faremo noi, ognuno secondo il proprio calendario e la propria geografia, secondo il proprio nome collettivo, il proprio pensiero e la propria azione, la propria origine ed il proprio destino.

Ed abbiamo imparato anche, come zapatisti, che è possibile solo con l’organizzazione.

Abbiamo imparato che se si indigna una, uno, unoa, è bene.

Se si indignano vari, varie, molte, molti, muchoas, allora, in un angolo del mondo si accende una luce e la sua luce riesce ad illuminare per alcuni istanti tutta la faccia della terra.

Ma abbiamo anche imparato che se quelle indignazioni si organizzano… Ah! allora non è una luce momentanea quella che illumina le strade terrene.

Allora è come un mormorio, come un rumore, un tremore dapprima sordo, poi più forte.

Come se questo mondo stesse partorendo un altro mondo, uno migliore, più giusto, più democratico, più libero, più umano… o umana… o humanoa.

Per questo oggi abbiamo iniziato questa parte del nostro messaggio con parole già dette prima, ma che continuano ad essere necessarie, urgenti, vitali: dobbiamo organizzarci, prepararci a lottare per cambiare questa vita, per creare un altro stile di vita, un altro modo di governarci, da noi popoli stessi.

Perché se non ci organizziamo, saremo sempre più schiavizzati.

Non c’è più niente di cui fidarsi del capitalismo. Assolutamente niente. Abbiamo già vissuto centinaia di anni in questo sistema, abbiamo già subito le 4 ruote della carrozza del capitalismo: lo sfruttamento, la repressione, la spoliazione e il disprezzo.

Ormai ci resta solo la fiducia tra di noi, in noi stessi, dove noi sappiamo come costruire una nuova società, un nuovo sistema di governo, la vita giusta e degna che vogliamo.

Perché ora nessuno si salverà dalla tormenta dall’idra capitalista che distruggerà le nostre vite.

Indigeni, contadin@, opera@, maestr@, casalinghe, intellettuali, lavoratori e lavoratrici in generale, perché ci sono molti lavoratori che lottano per sopravvivere quotidianamente, alcuni sotto padrone ed altr@ no, ma che sono sotto lo stesso artiglio del capitalismo.

Cioè, non c’è salvezza nel capitalismo.

Nessuno ci guiderà, siamo noi stess@ a guidarci, pensando a come risolvere ogni situazione.

Se pensiamo che c’è chi ci guidi, abbiamo già visto come ci hanno guidato nelle centinaia di anni nel sistema capitalista, e non è servito a noi derelitti. È servito a loro, sì, perché solo a starsene lì seduti hanno guadagnato soldi per vivere.

A tutti hanno detto “votate per me”, lotterò perché non ci sia più sfruttamento ed appena arrivati nel posto dove si guadagna denaro senza sudare, automaticamente si dimenticano di tutto quello che hanno detto, cominciano a creare altro sfruttamento, a vendere quel poco che resta della ricchezza dei nostri paesi. Questi venditori della patria sono inetti, ipocriti, parassiti buoni a nulla.

Per questo, compagni e compagne, la lotta non è finita, è appena cominciata, ci siamo solo da 32 anni, dei quali 22 sono pubblici.

Per questo dobbiamo unirci di più, organizzarci meglio per costruire la nostra barca, la nostra casa, cioè la nostra autonomia, perché è questa che ci salverà dalla tormenta che si avvicina, dobbiamo rafforzare le nostre aree di lavoro ed i nostri lavori collettivi.

Non abbiamo altra via che unirci ed organizzarci per lottare e difenderci dalla pesante minaccia del cattivo sistema capitalista, perché le malvagità del capitalismo criminale che minaccia l’umanità non rispetta nessuno, spazzerà via tutti senza distinzione di razza, di partito, né religione perché l’hanno già dimostrato nei molti anni che hanno sempre malgovernato, minacciato, perseguito, imprigionato, torturato, fatto sparire ed assassinato i nostri popoli della campagna e della città in tutto il mondo.

Per questo vi diciamo, compagni, compagne, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, voi, nuove generazioni, siete il futuro dei nostri popoli, della nostra lotta e della nostra storia, ma dovete capire che avete un compito ed un obbligo: seguire l’esempio dei nostri primi compagni, dei nostri compagni più grandi, dei nostri padri e nonni e di tutti quelli che hanno iniziato questa lotta.

Tutti e tutte loro ci hanno segnato la strada, ora ci tocca seguire e mantenere quella strada, ma questo è possibile solo organizzandoci di generazione in generazione, capirlo ed organizzarsi per questo, e così fino ad arrivare alla fine della nostra lotta.

Perché voi giovani siete una parte importante delle nostre comunità, per questo dovete partecipare a tutti i livelli nella nostra organizzazione ed in tutte le aree di lavoro della nostra autonomia, e che siano le generazioni future a dirigere il nostro proprio destino con democrazia, libertà e giustizia così come ci stanno insegnando adesso i nostri primi compagni e compagne.

Compagne e compagni tutti e tutte, siamo sicuri che un giorno otterremo ciò che vogliamo, per tutti tutto, cioè la nostra libertà, perché adesso la nostra lotta sta avanzando poco a poco e le nostre armi di lotta sono la nostra resistenza, la nostra ribellione e la nostra sincera parola che né montagne né frontiere possono fermare, ma che arriva fino all’orecchio e nei cuori di altri fratelli e sorelle nel mondo intero.

Siamo sempre di più a capire la lotta contro la grave situazione di ingiustizia in cui viviamo causata dal cattivo sistema capitalista nel nostro paese e nel mondo.

È ovvio che durante la nostra lotta ci sono state e ci saranno minacce, repressioni, persecuzioni, sgomberi, contraddizioni e scherno da parte dei tre livelli dei malgoverni, ma è anche ovvio che se il malgoverno ci odia è perché siamo sulla buona strada; e se ci applaude vuol dire che stiamo deviando dalla nostra lotta.

Non dimentichiamo che noi siamo gli eredi di oltre 500 anni di lotta e resistenza. Nelle nostre vene scorre il sangue dei nostri antenati dai quali abbiamo ereditato l’esempio di lotta e ribellione e l’essere guardiani della nostra madre terra perché in lei siamo nati, in lei viviamo e in lei moriremo.

-*-

Compagne, compagni zapatisti:

Compagni, compagne, compañeroas della Sexta:

Sorelle e fratelli:

Questa è la nostra prima parola in questo anno che comincia.

Altre parole, altri pensieri verranno.

A poco a poco si mostrerà di nuovo il nostro sguardo, il nostro cuore.

Ora terminiamo dicendovi che per onorare e rispettare il sangue dei nostri caduti, non basta solo ricordare, rimpiangere, piangere, né pregare, ma dobbiamo seguire l’esempio e continuare il compito che ci hanno lasciato, mettere in pratica il cambiamento che vogliamo.

Per questo compagni e compagne in questo giorno così importante, è il momento di riaffermare la nostra coscienza di lotta ed impegnarci a proseguire, costi quel che costi e accada quel che accada, non permettiamo che il cattivo sistema capitalista distrugga quello che abbiamo conquistato e il poco che siamo riusciti a costruire col nostro lavoro e impegno in oltre 22 anni: la nostra libertà!

Adesso non è il momento di farci indietro, di scoraggiarci o di stancarci, dobbiamo essere più decisi nella nostra lotta, mantenere salde le parole e gli esempi che ci hanno lasciato i nostri primi compagni: non arrendersi, non vendersi e non tentennare.

DEMOCRAZIA!

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, Primo Gennaio 2016

Testo originale

Traduzione del Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

1 gennaio 2016

thanks to: Comitato Chiapas “Maribel” Bergamo

EZLN: mai dall’alto arriverà giustizia

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

16 Agosto 2015

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Al Congresso Nazionale Indigeno:

A quelle e quelli di sotto nel mondo:

A chi di dovere:

Una volta di più si sottolinea che, da sopra, non arriveranno la verità e la giustizia.

Mai.

E poi mai.

Da sopra bisogna solo aspettarsi simulazione, inganno, impunità, cinismo.

Il criminale di sopra riceverà sempre assoluzione e ricompensa. Perché chi lo giudica è lo stesso che lo paga. Sono gli stessi criminali e giudici. Sono teste velenose della stessa Idra.

E ora ne abbiamo un nuovo esempio.

Come zapatisti che siamo, ci siamo accorti che, belli grassi e contenti, sono tornati nelle loro case nel villaggio de La Realidad due degli autori intellettuali dell’assassinio del compagno maestro Galeano. In teoria, sono stati arrestati per l’assassinio del nostro maestro e compagno. Sappiamo già che sono stati dichiarati innocenti dagli stessi che li hanno finanziati e appoggiati: il governo federale e quello statale del Chiapas. L’autodenominato “giudice” Víctor Manuel Zepeda López, del ramo penale di Comitán de Domínguez, Chiapas, il giorno 12 agosto di quest’anno, ha sentenziato che i signori Carmelino Rodríguez Jiménez e Javier López Rodríguez sono innocenti, nonostante essi e i loro complici della CIOAC-Histórica sappiano di essere colpevoli di aver organizzato il crimine. Non sono gli unici, ma lo sono anche loro.

Di nascosto li hanno riportati a La Realidad. Gli hanno detto di non mostrarsi troppo e di essere discreti, ma la superbia di chi si sa impune dinanzi alla giustizia di sopra, gli ha sciolto la lingua. E dichiarano, a chi li voglia ascoltare, che non sono stati arrestati, bensì protetti in una casa in cui hanno ricevuto tutte le attenzioni e le congratulazioni del governo statale di Manuel Velasco e dei leader della CIOAC-Histórica per l’assassinio del maestro Galeano, e che è stato loro detto che avrebbero dovuto aspettare qualche tempo prima di tornare al loro villaggio e “proseguire con ciò che è rimasto in sospeso”.

Ora manca che se ne escano a dichiarare in loro favore i loro complici: Pablo Salazar Mendeguchía, Luis H. Álvarez, Jaime Martínez Veloz, Juan Sabines Guerrero, Manuel Velasco, Manuel Culebro Gordillo, Vicente Fox, Felipe Calderón, Enrique Peña Nieto e Rosario Robles. Queste persone sono alcune di quelle che hanno addomesticato la CIOAC-Histórica e l’hanno convertita in ciò che è ora: una banda paramilitare utile a raccattare voti e assassinare lottatori sociali.

Manca anche che i giornalisti prog li intervistino e li presentino come vittime del “feroce” Galeano (lui solo contro più di due dozzine di criminali cioaquisti), rieditino la menzogna di uno scontro, pubblichino le sue foto contraffatte, e riscuotano con la mano destra il servizio prestato, automezzi con autista inclusi, mentre nei loro media esaltano il “grande” sviluppo del sudorientale stato messicano del Chiapas e, con la mano sinistra, celebrano il loro “impegno nelle lotte sociali”.

Ma…

Come zapatisti che siamo, guardiamo e ascoltiamo non soltanto la nostra rabbia, il nostro risentimento, il nostro odio contro chi là sopra si sente padrone e signore di vite e destini, di terre e sottosuoli, e contro chi si vende, con i suoi movimenti e organizzazioni, tradendo la propria storia e i propri principi.

Come zapatisti che siamo, guardiamo e ascoltiamo anche altri dolori, altre rabbie, altri odi.

Guardiamo e ascoltiamo il dolore e la rabbia, che si fanno reclamo nei familiari di migliaia di desaparecid@s e assassinati nazionali e migranti.

Guardiamo e ascoltiamo la tenace ricerca di giustizia dei familiari dei bambini e delle bambine assassinati nell’asilo ABC in Sonora.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia che si fa degno e ribelle sciopero della fame delle e degli anarchici arrestati in Messico e in altre parti del mondo.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia nei passi instancabili dei familiari dei 47assenti di Ayotzinapa.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia nel popolo fratello Nahua di Ostula, aggredito dall’esercito.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia nel popolo fratello Ñahtó di San Francisco Xochicuautla per la spoliazione dei suoi boschi.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia del popolo fratello Yaqui per gli arrestati ingiustamente e per il saccheggio sfacciato del suo territorio.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia per la farsa che è l’indagine per l’assassinio di Olivia Alejandra Negrete Avilés, Yesenia Atziry Quiroz Alfaro, Nadia Dominicque Vera Pérez, Mile Virginia Martin Gordillo y Rubén Espinosa Becerril, a Città del Messico.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia degli insegnanti democratici che resistono alla guerra mediatica, poliziesca e militare di cui soffrono per il delitto di non arrendersi.

Guardiamo e ascoltiamo l’indignazione di chi, nel nord sconvolto e brutale, è attaccato per il colore della propria pelle e per tale colore riceve una sentenza di condanna.

Guardiamo e ascoltiamo la rabbia e il dolore per le donne scomparse, assassinate per il delitto di essere donne; per le diverse e i diversi attaccati perché il Potere non tollera quel che non rientra nel suo ristretto modo di pensare; per l’infanzia che è annullata senza che nemmeno gli venga dedicata una cifra nelle statistiche della macroeconomia.

Guardiamo e ascoltiamo che si ricevono solo menzogne e beffe da chi dice di amministrare la giustizia e in realtà amministra soltanto l’impunità e fomenta il crimine.

Guardiamo e ascoltiamo dappertutto le stesse promesse di verità e giustizia, e le stesse menzogne. Non cambiano più nemmeno le parole, come ci fosse già uno scritto che leggessero, e male, tutti quelli di sopra.

E’ ormai il tempo in cui, quando chi sta sotto chiede perché lo si attacca, la risposta di chi sta sopra è “per essere ciò che sei”.

Perché in questo mondo che compatiamo, il criminale è libero e il giusto è incarcerato. Chi ammazza è premiato e chi muore è calunniato.

Ma guardiamo e ascoltiamo che ogni volta sono di più le voci che non si fidano, che non lasciano fare, che si ribellano.

Noi, come zapatiste e zapatisti che siamo, non ci fidavamo prima, né ci fidiamo ora, né ci fideremo poi di chi sta sopra, qualunque sia il colore della sua bandiera, qualunque sia il suo modo di parlare, qualunque sia la sua razza. Se sta di sopra, ci sta perché opprime chi sta sotto.

Non è di parola chi sta sopra, non ha onore, non ha vergogna, non ha dignità.

Da sopra, mai e poi mai arriveranno la verità e la giustizia.

Dovremo costruirle dal basso. E allora il criminale pagherà finché saranno pareggiati i conti.

Perché ciò che non sanno di sopra, è che ogni crimine impunito non fa che esacerbare l’odio e la rabbia.

E ogni ingiustizia commessa non fa che aprire la strada affinché quell’odio e quella rabbia si organizzino.

E sulla bilancia dei nostri dolori, peseremo quel che ci devono.

E presenteremo il conto… e lo incasseremo.

Allora avremo, sì, la verità e la giustizia. Non come un’elemosina di sopra, ma come una conquista di sotto.

Il carcere sarà allora per i criminali e non per i giusti.

E la vita, degna, giusta e in pace, sarà per tutte e tutti.

Questo, solo questo.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Moisés Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, agosto 2015

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

tratto da Comitato Chiapas “Maribel” Bergamo

Testo originale

Traduzione dell’Associazione Ya Basta! Milano:
“EZLN: mai dall’alto arriverà giustiziapubblicato il 19-08-2015 in Comitato Chiapas “Maribel” Bergamo, su [http://chiapasbg.com/2015/08/19/ezln-mai-giustizia/] ultimo accesso 20-08-2015.

 

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

#MéxicoNosUrge

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Gli omicidi del fotogiornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera, della studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e di altre due donne che si trovavano con loro, Mile Virginia Martin e Alejandra Negrete, avvenuti a Città del Messico, venerdì 31 luglio scorso, ci impongono di non rimanere in silenzio. Dinanzi alla condizione che vive chi vuole denunciare la situazione che subiscono milioni di persone in un paese, il Messico, che l’Italia e l’Unione Europea riconoscono soltanto come importante socio commerciale, rimanere in silenzio sarebbe una forma di complicità.

via#Méxiconosurge. | Comitato Chiapas “Maribel”.

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla

Un dodicenne assassinato, diversi feriti gravi, tra cui una bambina di sei anni, nonché quattro detenuti in maniera illegale. È il tragico bilancio dell’operazione che esercito, marina e polizia federale hanno condotto lo scorso 19 luglio ai danni della comunità nahua di Santa María Ostula, nello stato del Michoacán, uno dei più colpiti dalla violenza scatenatasi a partire dall’inizio della cosiddetta guerra ai narcos, che insanguina il Messico dal 2006 a questa parte e colpisce sempre più duramente movimenti popolari e popolazione civile.

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla – contropiano.org.

Messico: dura repressione della polizia contro gli insegnanti

27.02.2015 MISNA Missionary International Service News Agency
Dura repressione della polizia contro gli insegnanti
(Foto di http://www.infoaut.org)

Un gruppo di docenti messicani ha denunciato la scomparsa di 12 colleghi e gli abusi subiti da quattro colleghe a seguito degli scontri avvenuti martedì scorso con la polizia nel porto di Acapulco, conclusi con una vittima e una dozzina di feriti.

Manuel Salvador Rosas, esponente del Coordinamento statale dei lavoratori dell’istruzione dello Stato di Guerrero (Ceteg) – lo stesso Stato in cui si registrano 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa ‘desaparecidos’ dal 26 settembre scorso – ha annunciato una denuncia formale. “Ora non sono più solo i 43. Dalla repressione di Iguala a oggi si contano anche 12 maestri che non compaiono più da nessuna parte, non sono a casa, non sono agli arresti” ha detto a Radio Fórmula.

“Quattro maestre affermano di essere state violentate nel giorno della repressione” ha aggiunto Rosas. In quanto al docente in pensione rimasto ucciso martedì, Claudio Castillo, 65 anni, ha respinto la tesi della polizia, secondo la quale sarebbe stato investito da un’auto. “Era in testa al corteo, in nessun momento è sceso dal suo mezzo, è stata la polizia a tirarlo giù e a colpirlo. Era una persona disabile, non era autosufficiente negli spostamenti”.

Martedì, dopo aver bloccato per diverse ore la strada che conduce all’aeroporto per reclamare il pagamento degli stipendi attesi da settimane, una volta concluse vane trattative con le autorità un gruppo di manifestanti ha preso il controllo di un autobus dirigendolo verso il cordone delle forze di polizia che impediva il passaggio. Gli agenti hanno risposto dando vita a violenti disordini ora oggetto di un’inchiesta.

thanks to: pressenza

Los mejores hijos del pueblo son asesinados o encarcelados, los vanguardistas esconden la cabeza ansiosos de poder y el mal gobierno se afianza rumbo a la secesión gubernamental ¿Quién parará esta locura? #Mexico

Los mejores hijos del pueblo son asesinados o encarcelados, los vanguardistas esconden la cabeza ansiosos de poder y el mal gobierno se afianza rumbo a la secesión gubernamental ¿Quién parará esta locura? – Viento de Libertad.

Viva Zapata

Pronunciamento della Cattedra “Tata Juan Chávez Alonso”

Ai popoli e governi del mondo.

Alla Sexta Nazionale e Internazionale.

Alle allieve e allievi della Escuelita Zapatista.

Come è nel tempo e nella nostra storia della madre terra; i popoli, nazioni e tribù indigene Yaqui, Mayo, Náyeri, Wixárika, Rarámuri, Odam, Nahua, Purépecha, Nañu o Ñuhu, Mazahua, Popoluca, Tzotzil, Chol, Tzeltal, Tojolabal, Zoque, Totonaco, Coca, Mame, Binnizá, Chinanteco, Ikoot, Mazateco, Chontal, Ñu Saavi, Chatino, Triqui, Afromestizo, Mehpa, Nancue Ñomndaa, Ñhato e Maya Peninsular degli stati di Sonora, Chihuahua, Veracruz, Durango, Nayarit, Jalisco, Michoacán, Querétaro, San Luis Potosí, Morelos, Estado de México, Guerrero, Distrito Federal, Puebla, Tlaxcala, Oaxaca, Tabasco, Yucatán e Campeche; insieme ai popoli Ixil, Quiche, Quechua e Nasa di Guatemala, Perù e Colombia con i quali abbiamo camminato vicini e rispettosi, come figli e figlie della madre terra, ci siamo incontrati i giorni 17 e 18 agosto 2013 a San Cristobal de las Casas, Chiapas, nella sede del CIDECI- Unitierra, per ricordare ed agire conseguentemente con la parola viva del nostro fratello Tata Juan Chávez Alonso che ci insegna, ci guida e la cui memoria ad un anno dalla sua assenza si trasforma in speranza e forza per i popoli che abbiamo rifondato e ricostituito perché abbiamo deciso di continuare ad essere gli indios che siamo, continuare a parlare la lingua che parliamo, continuare a difendere il territorio in cui viviamo.

Ci riconosciamo nella lotta per il rispetto del nostro modo di vita ancestrale, lotta che abbiamo intrapreso insieme e durante la quale abbiamo parlato, abbiamo chiesto e siamo stati ripetutamente traditi dai malgoverni.

In questo percorso di lotta abbiamo imparato che i potenti non hanno alcun rispetto per la parola, la tradiscono e la violentano in lungo e in largo di questo paese che si chiama Messico, dal non riconoscimento degli Accordi di San Andrés Sakamchén de Los Pobres, la controriforma indigena del 2001 e gli innumerevoli tradimenti dei nostri popoli delle diverse regioni e lotte in un Messico indio che è vivo, fiero e con un solo cuore che si fa grande, tanto grande quanto il nostro dolore e la speranza per la quale lottiamo, nonostante la guerra di sterminio diventata più violenta che mai.

Ci riconosciamo nel percorso della nostra storia e dei nostri antenati che sono presente, futuro e specchio dell’autonomia esercitata nei fatti, come unica via per il futuro della nostra esistenza e che diventa la nostra vita comunitaria, assemblee, pratiche spirituali, culturali, autodifesa e sicurezza, progetti educativi e di comunicazione propri, rivendicazioni culturali e territoriali nelle città dei popoli sfollati o invasi con una memoria storica viva.

Siamo indios, decisi a ricostituirci in un altro mondo possibile.

Quello specchio profondo, antico e nuovo sono le nostre lotte per le quali ci pronunciamo con un solo cuore ed una sola parola.

1. Chiediamo l’immediata liberazione dei prigionieri politici del nostro paese, in particolare del nostro compagno indigeno Totzil Alberto Patishtán da 13 anni ingiustamente carcerato a scontare una condanna a 60 anni. Chiediamo inoltre la liberazione di sei nostri fratelli Nahua della comunità di San Pedro Tlanixco, ingiustamente detenuti da 10 anni nella prigione di Almoloya per aver difeso l’acqua della propria comunità. Si tratta dei nostri fratelli Pedro Sánchez, condannato a 52 anni, Teófilo Pérez, condannato a 50 anni, Rómulo Arias, condannato a 54 anni e dei compagni Marco Antonio Pérez, Lorenzo Sánchez e Dominga González attualmente sotto processo; chiediamo altresì la cancellazione dei mandati di cattura contro Rey Perez Martinez e Santos Alejandro Álvarez, di Tlanixco; la liberazione dei compagni detenuti della comunità tzeltal di Bachajón, Chiapas, Miguel de Meza Jiménez e Antonio Estrada Estrada; dei compagni Loxicha Eleuterio Hernández García, Justino Hernández José, Zacarías Pascual García López, Abraham García Ramírez, Fortino Enríquez Hernández, Agustín Luna Valencia ed Alvaro Sebastián Ramírez, detenuti nel CEFERESO numero sei di Huimanguillo, Tabasco; così come di de Pablo López Álvarez di San Isidro Aloapan, Oaxaca, rinchiuso nel carcere di Villa de Etla.

2. Denunciamo che i malgoverni e le multinazionali si sono avvalse di gruppi paramilitari per imporre megaprogetti estrattivi mediante lo sfruttamento illegale di minerali e legni preziosi, in particolare sulla costa Nahua e sulla meseta purépecha di Michoacán e nella comunità nahua di Ayotitlán, sulla sierra di Manantlán, Jalisco.

3. Chiediamo giustizia per la comunità nahua di Santa María Ostula, sulla Costa di Michoacán, dove i malgoverni, collusi coi cartelli del narcotraffico, hanno favorito il furto delle terre ancestrali della comunità ed il saccheggio delle risorse naturali da parte di gruppi della criminalità organizzata, e la sanguinosa repressione dell’organizzazione comunale che ha provocato uccisioni e sparizioni.

4. Salutiamo la lotta storica della comunità di Cherán, Michoacán ed il degno esercizio del diritto all’autodifesa che è sorto tra il popolo Purépecha in difesa della propria vita, le proprie famiglie, la propria cultura e territorio minacciato dalla complicità dei malgoverni con gruppi paramilitari e narco-paramilitari, i cui bisogni sono la sicurezza, la giustizia e la ricostituzione del territorio.

5. Così pure salutiamo la difesa dei saperi tradizionali e della coltivazione del mais nativo da parte delle comunità e dei quartieri indigeni.

6. Ripudiamo la repressione del popolo Ikoot di San Mateo del Mar e San Dionisio de Mar, così come del popolo binniza di Juchitán e della colonia Álvaro Obregón; chiediamo la liberazione immediata di Alejandro Regalado Jiménez ed Arquímedes Jiménez Luis, e l’immediata cancellazione dei corridoi eolici delle imprese spagnole Endesa, Iberdrola, Gamesa ed Unión Fenosa che nella regione dell’Istmo invadono e distruggono le terre comunali ed i siti sacri dei popoli sopracitati.

7. Chiediamo che si fermi la repressione contro la comunità di San Francisco Xochicuautla dello Stato di México, e la cancellazione definitiva del progetto denominato autostrada privata Toluca-Naucalpan, nello stesso tempo appoggiamo la richiesta al Sistema Interamericano dei Diritti Umani di misure cautelari per gli abitanti di detta comunità.

8. Chiediamo al malgoverno federale la cancellazione della costruzione dell’Acquedotto Independencia che sottrae alla Tribù Yaqui l’acqua del fiume Yaqui che storicamente difende da sempre, e ribadiamo la nostra parola che agiremo di conseguenza di fronte a qualunque tentativo di repressione dell’accampamento di protesta installato sulla strada internazionale all’altezza di Vícam, prima capitale della Tribù Yaqui.

9. Chiediamo che cessi la repressione ed il ritiro della forza pubblica dalla comunità di Huexca, Morelos, per la costruzione di una centrale termoelettrica; la cancellazione dell’acquedotto e l’estrazione dell’acqua dal fiume Cuautla che colpirà 22 ejidos del municipio di Ayala, egualmente la sospensione della persecuzione contro 60 comunità di Morelos, Puebla e Tlaxcala minacciate di saccheggio ed esproprio dall’installazione di un gasdotto, tutto questo come parte del Proyecto Integral Morelos, con il quale si vuole distruggere la vita contadina di questi territori per trasformarli in zone industriali ed autostrade e chiediamo il rispetto del sacro guardiano: il vulcano Popocatépetl, altrettanto depredato dallo smodato disboscamento clandestino dei suoi boschi.

10. Siamo solidali con la lotta della comunità Coca di Mezcala, in Jalisco, per il recupero del proprio territorio e chiediamo la cancellazione dei mandati di cattura contro i comuneros il cui delitto è difendere la propria terra.

11. Chiediamo il rispetto del territorio comunale e dell’assemblea generale dei comuneros di Tepoztlán, e ci uniamo alla richiesta della cancellazione dell’autostrada La Pera-Cuautla, e respingiamo la campagna di menzogne e inganni verso l’opinione pubblica da parte del governo di Morelos per giustificare il saccheggio.

12. Denunciamo l’attacco senza precedenti ai pilastri sacri del mondo, riconosciuti e sostenuti dai popoli originari, che con fierezza difendono in nome della vita dell’Universo, come i territori sacri di Wirikuta e Hara Mara negli stati di San Luis Potosí e Nayarit, minacciati da progetti capitalisti minerari e turistici con la complicità dei malgoverni nazionali e statali, e facciamo nostra la richiesta di cancellazione totale delle concessioni minerarie e turistiche in detti territori e nella totalità dei territori indigeni. Ripudiamo la campagna di scontro portata avanti dalla società mineraria First Majestic Silver e dal malgoverno municipale di Catorce, San Luis Potosí. Salutiamo il degno popolo contadino di Wirikuta che ha deciso di far sentire la propria voce in difesa dalla propria terra, acqua, salute ed ambiente e la fratellanza col popolo Wixárika.

13. Nello stesso senso avvertiamo che non ci terremo al margine del tentativo di distruzione del luogo sacro di Muxatena e di altri 14 luoghi sacri del popolo Náyeri, attraverso il progetto di costruzione della Diga di Las Cruces sul fiume San Pedro Mezquital, nello stato di Nayarit.

14. Denunciamo le invasioni delle imprese agroindustriali nei territori indigeni e contadini che deliberatamente alterano le piogge a proprio beneficio e distruggendo la vita contadina, come nel caso della comunità nahua di Tuxpan, Jalisco e dell’Altopiano Potosino nel territorio sacro di Wirikuta.

15. Chiediamo la cancellazione delle concessioni minerarie nel cuore della sierra di Santa Marta, in territorio Popoluca e denunciamo il tentativo di invasione delle terre comunali di San Juan Volador nel municipio di Pajapan, dell’impresa eolica Dragón, nel sud di Veracruz.

16. Chiediamo la cancellazione del progetto stradale Tuxtepec-Huatulco, il cosiddetto corridoio turistico Chinanteco nel territorio Chinanteco, così come la cancellazione delle riserve ecologiche nella regione nord di Oaxaca.

17. Chiediamo la cancellazione dell’acquedotto promosso dal malgoverno di Guerrero che vuole sottrarre l’acqua del fiume San Pedro, sulla costa Chica di Guerrero, ai popoli Na savi, Nancue Ñomndaa ed Afromestizo.

18. Ripudiamo il tentativo di inondazione dei luoghi sacri del popolo Guarijio di Alamo; Sonora, attraverso la costruzione della diga Pilares, così come la deviazione del fiume Sonora a danno della nazione Komkaak, da 4 mesi privata dell’acqua per favorire i grandi proprietari terrieri agricoli della costa di Sonora.

19. Denunciamo la politica di sterminio da parte del governo del Distrito Federal nei confronti delle comunità e popoli della sierra dell’Ajusco, attraverso l’esproprio e la devastazione dei territori ejidali e comunali di San Miguel Xicalco e San Nicolás Totolapan, appoggiamo e riconosciamo i delegati comunitari in resistenza di San Miguel e Santo Tomas Ajusco.

20. Salutiamo la lotta della Comunità Autonoma di San Lorenzo Azqueltán, nello stato di Jalisco e riconosciamo le sue autorità autonome, e siamo vigili e solidali con la loro lotta per il riconoscimento del loro territorio ancestrale.

21. Salutiamo e riconosciamo il rinnovo delle autorità della comunità autonoma Wixárika di Bancos de San Hipólito, Durango, ugualmente appoggiamo la sua lotta per il riconoscimento territoriale ancestrale che rivendicano da oltre 45 anni.

22. Riteniamo responsabili i funzionari pubblici della delegazione politica di Xochimilco delle minacce al compagno Carlos Martínez Romero del villaggio di Santa Cruz Acalpixca, per aver difeso l’acqua ed il territorio.

23. Ci uniamo agli appelli delle decine di comunità nahua e totonaca della Sierra Norte di Puebla per chiedere la cancellazione delle concessioni alle imprese minerarie e dell’implementazione di progetti idroelettrici, così come la cancellazione delle concessioni minerarie sulla Sierra Sur e Costa di Oaxaca della società Altos Hornos di México.

24. Appoggiamo la lotta della comunità di Conhuas en Calakmul, Campeche, in difesa del territorio e del proprio degno lavoro, contemporaneamente chiediamo la cessazione delle aggressioni contro la comunità da parte del governo di questo Stato.

25. Chiediamo il riconoscimento delle terre comunali di San Pedro Tlaltizapán sulle rive del Chignahuapan, Stato di México, e la sospensione dei progetti immobiliari sui terreni comunali.

26. Chiediamo il rispetto delle terre recuperate dalla Unión Campesina Indígena Autónoma di Río Grande, Oaxaca, e salutiamo il suo accampamento in resistenza.

27. Chiediamo altresì il rispetto del funzionamento della Radio comunitario Ñomndaa, voce del popolo amuzgo di Xochistlahuaca, Gueriero, ed il rispetto di tutte le radio comunitarie nei diversi territori indigeni del paese.

28. Ribadiamo la richiesta allo Stato messicano di garantire le condizioni di sicurezza a Raúl Gatica del Consiglio Indigeno e Popolare di Oaxaca-Ricardo Flores Magón.

29. Chiediamo il rispetto delle economie comunitarie che funzionano in maniera autonoma ed a margine del mercato libero che impone il capitalismo, com’è il caso dell’uso del tumin [valuta basata sul principio del baratto – n.d.t.] nel territorio indio totonaco di Papantla, Veracruz, e del Consiglio del Baratto nelle comunità del municipio di Tianguistenco, nello Stato di México.

Riconosciamo, appoggiamo ed incoraggiamo le lotte per l’autonomia e la libera determinazione di tutti i popoli indigeni che formano il Congresso Nazionale Indigeno, dalla Penisola dello Yucatan fino alla Penisola della Bassa California.

Questo siamo, la nostra parola e la nostra lotta irrinunciabile, siamo il Congresso Nazionale Indigeno e nostro è il futuro dei nostri popoli.

18 agosto 2013

Dal CIDECI- UNITIERRA, San Cristobal de las Casas, Chiapas.

Per la ricostituzione integrale dei nostri popolis

Mai Più Un Messico Senza Di Noi

CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO

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(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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