Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

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Perché l’Europa sta finanziando i torturatori israeliani?

Ali Abunimah – 27 giugno 2017, Electronic Intifada

Un gruppo di importanti esperti di diritto internazionale è arrivato alla conclusione che l’Unione Europea sta finanziando illegalmente i torturatori israeliani e deve smettere [di farlo].

Essi affermano che il programma “LAW-TRAIN” viola le norme UE e le leggi internazionali perché uno dei partecipanti, il ministero della Sicurezza di Israele, “è responsabile o complice di torture, di altri crimini di guerra e contro l’umanità.”

“LAW -TRAIN” è iniziato nel maggio 2015 con l’apparente intento di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra i Paesi coinvolti per affrontare le nuove sfide della criminalità transnazionale.”

E’ finanziato attraverso un programma di ricerca dell’UE chiamato “Horizon 2020”, che ha anche destinato milioni di dollari all’industria bellica israeliana.

Uso massiccio della tortura

“LAW -TRAIN” coinvolge l’università israeliana di Bar-Ilan, il ministero della Sicurezza pubblica israeliano, l’università cattolica di Lovanio in Belgio, il ministero della Giustizia belga, la Guardia civile, polizia paramilitare, spagnola e la polizia rumena. Il suo comitato consultivo include Cornelia Geldermans, un pubblico ministero olandese.

Originariamente era stato coinvolto anche il Portogallo, ma lo scorso anno si è ritirato in seguito alla crescente opposizione dell’opinione pubblica nei confronti del ruolo di Israele nel programma UE.

E’ previsto che “LAW -TRAIN” prosegua fino all’aprile 2018 e che metà dei suoi quasi 6 milioni di fondi vadano ai partecipanti israeliani.

“L’uso della tortura da parte degli investigatori israeliani è stato ampiamente documentato dalla stampa internazionale ed israeliana e confermato da ricercatori internazionali e dagli stessi investigatori israeliani,” ha affermato Michel Waelbroeck, l’autore del parere giuridico e uno dei membri dell’Istituto di Diritto Internazionale [istituto con sede in Belgio che intende formulare principi giuridici generali atti a preservare la pace e l’armonia nel mondo, ndt.]. “Nel giugno 2016 la commissione dell’ONU contro la tortura ha denunciato l’uso della tortura da parte di Israele e le tecniche illegali e violente durante gli interrogatori da parte della sua polizia e del personale penitenziario.”

L’opinione è sostenuta da 25 esperti di diritto internazionale e giuristi, compresi gli ex- inquirenti per i diritti umani dell’ONU Richard Falk e John Dugard, e da Laurens Jan Brinkhorst, un ex vice-primo ministro olandese ed ex-direttore generale della Commissione Europea.

Israele presenta un elenco ampiamente documentato di torture, anche contro bambini, ed ha sistematicamente evitato di fare indagini su denunce di abusi.

Finanziamento illegale

A febbraio centinaia di docenti universitari ed artisti belgi hanno sollecitato il proprio governo a porre fine all’appoggio a favore di “LAW-TRAIN” e nel parlamento europeo sono state sollevate obiezioni sul progetto.

Organizzazioni dei diritti umani di Palestina Belgio e Spagna hanno anche scritto ai funzionari dell’UE esprimendo preoccupazione in merito all’appoggio ad organismi israeliani impegnati nella tortura. Dato che l’opposizione contro “LAW-TRAIN” è aumentata, la Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, ha realizzato una valutazione da parte di “una commissione di esperti indipendenti” che ha concluso che il programma ha dimostrato “una rispondenza da buona ad eccellente” con le leggi dell’UE, compresa la “Carta dei Diritti Fondamentali” europea.

Ma gli esperti di diritto affermano che il parere ignora le regole fondamentali dell’UE che vietano di finanziare individui o organizzazioni impegnati in “gravi comportamenti professionali illeciti” come la tortura.

Gli esperti legali hanno concluso che, poiché il ministero della Sicurezza pubblica di Israele è “responsabile di gravi e continue violazioni” del divieto europeo ed internazionale riguardo alla tortura, il finanziamento dell’UE è illegale.

Ma, lungi dal prendere provvedimenti per chiedere conto ad Israele delle torture, Carlos Moedas, il direttore di ricerca dell’UE, recentemente ha visitato Israele per celebrare la sua partecipazione a”Horizon 2020″.

Proteste in Francia

Mentre importanti funzionari dell’UE si stringono in un abbraccio con il regime di occupazione, apartheid e colonialismo di insediamento israeliano contro i palestinesi, i cittadini europei stanno continuando a chiedere di porre fine a tale complicità.

Sabato attivisti del BDS Francia hanno portato la loro protesta di fronte al padiglione dell’industria bellica israeliana Elbit Systems al Paris Air Show [Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, una delle manifestazioni internazionali più importanti di presentazione di materiali aeronautici e spaziali, ndt.].

In un video si possono vedere i contestatori che si stendono a terra e esibiscono un cartello che denuncia il fatto che Israele sperimenti le sue armi sui palestinesi.

I manifestanti hanno chiesto un embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare con Israele e il sostegno alla campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Elbit è una delle principali fabbriche di droni che Israele ha utilizzato per uccidere civili palestinesi. E’ stata incaricata dall’amministrazione Obama di fornire tecnologie per la sorveglianza lungo il confine tra USA e Messico.

Elbit ha anche notevolmente beneficiato di finanziamenti dell’UE.

(traduzione di Amedeo Rossi)

thanks to: zeitun.info

La denuncia: 41 prigioniere palestinesi nel carcere di HaSharon. Violenza e umiliazioni

free-lena-07960Sono 41 le donne palestinesi detenute nella prigione israeliana di HaSharon, tra queste 12 minorenni. E’ quanto ha reso noto giovedì 4 agosto il Comitato palestinese per gli Affari dei prigionieri.

In un comunicato, il Comitato denuncia le condizioni di sofferenza psico-fisica in cui vivono le detenute, evidenziando come tale situazione sia una violazione del diritto umanitario e necessiti di un intervento urgente delle istituzioni internazionali.

Il Comitato rivolge anche un appello “a tutti i Palestinesi affinché si uniscano dietro la causa dei prigionieri”, denunciando l’escalation delle ultime settimane di attacchi e aggressioni del Servizio carcerario israeliano (IPS) contro i detenuti, in rappresaglia allo sciopero di massa dentro le prigioni.

Tra le prigioniere in sciopero della fame ci sono: Lina al-Jarbouni, Banan al-Mafarjeh, Yasmin Zaru Tamimi, Yasmin Shaaban, Hadiyeh Ereinat, Natali Shukha, Tasnim Halabi, Sundus Obeid, Jamileh Jaber, Manar Shweiki, Sajida Hasan, Marah Bakir, Nurhan Awwad, Malak Suleiman, Lama al-Bakri, Istabraq Nour, Nivine Alqam, Hanadi Rashed, Filisten Najem, Ansam Shawahneh, Maryam Sawafta, Itida Barqan, Abeer al-Tamimi, Alyaa Abbasi, Israa Jaabais, Marcel Salaymeh, Lara Tarayra, Khadijeh Faqih, Abla al-Adam, Shurouq Dwayyat, Amal Ahmad, Dunya Waked, Aisheh Jumhour, Safaa Faroun, Marlen Hreizat, Shirin Issawi, Samah Dweik, Iman Kanju, Shatella Awwad, Haniyyeh Nasser, Salsabil Shalaldeh.

Nella prigione HaSharon è detenuta la bambina Dima al-Wawi, di 12 anni, la più giovane prigioniera palestinese.

Secondo i dati forniti dal centro per i prigionieri, Addameer, circa 10 mila donne e minorenni palestinesi sono state incarcerate dalle forze israeliane negli ultimi 45 anni. Soltanto nel 2015 sono state imprigionate 106 Palestinesi – il 70 percento in più rispetto al 2013.

Lo scoppio dell’Intifada di Gerusalemme, nell’ottobre del 2015, ha portato a un’escalation di aggressioni e a arresti di massa da parte delle forze di occupazione, facendo lievitare anche il numero di ragazzine e donne imprigionate.

Secondo Addameer, tra le detenzioni eseguite da ottobre scorso ci sono 13 minorenni, alcune delle quali sono state ferite durante l’arresto. Inoltre, la maggior parte delle detenute è soggetta a maltrattamenti, torture psicologiche, violenze sessuali, percosse, insulti, minacce, ecc., da parte delle autorità carcerarie.

“Queste tecniche di tortura (psico-fisica) – denuncia Addameer – sono utilizzate non soltanto per intimidire le prigioniere, ma anche come strumento per umiliarle e indurle a firmare confessioni”.
A maggio, nelle carceri israeliane era rinchiuse 70 donne e 414 minorenni palestinesi – 104 sotto i 16 anni.
Pubblicato da InfoPal il 6 agosto 2016
(Fonte: Ma’an)

Sorgente: La denuncia: 41 prigioniere palestinesi nel carcere di HaSharon. Violenza e umiliazioni | Infopal

‘Chilling’: US-Backed Syrian Groups’ Human Rights Atrocities Exposed

A new report from Amnesty International claims that US-backed groups are responsible for many “chilling” abuses.

The Levant Front, the Free Syrian Army’s 16th division, and the Nour al-Din Zanki movement, are named as culprits in the torture, kidnapping and execution of pro-government fighters, journalists and activists.

Philip Luther, director of Amnesty’s Middle East program said, “While some civilians in areas controlled by armed opposition groups may, at first, have welcomed an escape from brutal Syrian government rule, hopes that these armed groups would respect rights have faded as they have increasingly taken the law into their own hands and committed serious abuses.”

He added that “In Aleppo and Idleb today, armed groups have free rein to commit war crimes and other violations of international humanitarian law with impunity.”

The US often touts its vetting process for the foreign organizations it supports, but it appears that Washington often claims that groups are “moderate” when they have been documented as being violent.

Luther implores those in the US, and in other countries that support Syria, to intervene to stop the mistreatment and killing of innocent people. “States that are members of the International Syria Support Group, including the USA, Qatar, Turkey and Saudi Arabia, which are involved in negotiations over Syria, must pressure armed groups to end such abuses and comply with the laws of war,” he said. “They must also cease any transfer of arms or other support to groups implicated in committing war crimes and other gross violations.”

The report documents, between 2014 and 2015, five cases of people claiming they were tortured by the Nour al-Dine Zinki movement and Jabhat al-Nusra, after being abducted. The report also details 24 cases of abduction by armed groups in Idleb and Aleppo between 2012 and 2016. People were targeted due to their religion, or for being an ethnic minority, or writing articles against the opposition, and even playing music.

One activist, going by the pseudonym “Ibrahim,” claims he was kidnapped and tortured by Jabhat al-Nusra in Aleppo in April 2015. He said he was kidnapped in 2011 for organizing protests supporting the uprising.

He said that he was “..taken to the torture room. They placed me in the shabeh position, hanging me from the ceiling from my wrists so that my toes were off the ground. Then they started beating me with cables all over my body… After the shabeh they used the dulab [tire] technique. They folded my body and forced me to go inside a tire and then they started beating me with wooden sticks.” He was eventually dropped at the side of a road and left to fend for himself.

Luther stated that these incidents should be a top priority for world powers.

“It is critical that Russia and the USA, and the UN Special Envoy to Syria, prioritize detention by government forces and abduction by armed groups during their ongoing talks in Geneva,” he stated. “For its part, the UN Security Council must impose targeted sanctions on leaders of armed groups who are responsible for war crimes.”

Sorgente: ‘Chilling’: US-Backed Syrian Groups’ Human Rights Atrocities Exposed

‘OK, I’m dead’: Two Georgia sheriffs taser handcuffed man to death in shocking video

A new video has surfaced online showing two Georgia sheriff’s deputies, Samuel Smith and Joshua Sepanski, tasering a handcuffed man to death. The victim’s family said the two officers have faced no punishment and are still working at their department.

Sorgente: ‘OK, I’m dead’: Two Georgia sheriffs taser handcuffed man to death in shocking video — RT America

Feccia d’Italia

“Ematomi su tutto il corpo, un ginocchio rotto e un occhio nero. Nella cella, sangue sul pavimento e sul letto, il materasso e le coperte completamente bagnati, la finestra chiusa da un lucchetto, nessuna acqua corrente e il wc intasato dalle feci”.  E’ la condizione fisica e ambientale in cui il parlamentare del Movimento 5 Stelle, Vittorio Ferraresi, ha riferito di aver trovato Rachid Assarag, 41enne marocchino condannato a 9 anni per stupro, dal 2009 trasferito in undici carceri diverse – Milano, Parma, Prato, Firenze, Massa Carrara, Napoli, Volterra, Genova, Sanremo, Lucca, Biella e oggi Piacenza – dopo le sue denunce di pestaggi subiti da agenti della polizia penitenziaria e documentati attraverso registrazioni audio.

Sorgente: Piacenza, parlamentare M5S: “Detenuto marocchino picchiato in carcere, situazione al limite della tortura” – Il Fatto Quotidiano

Il Paese degli Orchi: 440 minorenni palestinesi imprigionati e torturati

palestinian-youth-prisoner-abuse-in-Israeli-prison-01Memo. Circa 440 bambini palestinesi sono al momento imprigionati nelle carceri israeliane, secondo quanto affermato il 27 aprile da Defence for Children International-Palestina.

“Le ultime statistiche che abbiamo ottenuto dal Servizio Prigionieri israeliano hanno mostrato che circa 440 minorenni sono stati processati mentre altri no, poiché sono sotto interrogatorio o il processo è pendente”, ha affermato il funzionario della difesa Bashar Jamal.

“Tra i bambini prigionieri, 116 hanno tra i 12 e i 15 anni“. Ha anche evidenziato che ci sono 12 ragazzine, delle quali 10 sono in detenzione amministrativa“.

I bambini sono sottomessi a torture e abusi fisici e verbali. “La tortura inizia quando vengono arrestati – ha affermato -, sono picchiati e buttati a terra, colpiti dai fucili”.

Tra i prigionieri, 66 sono stati messi in isolamento durante gli ultimi tre anni. Un 17enne è stato messo in cella di isolamento per 45 giorni, periodo più lungo per un minorenne. La stanza dov’era stato rinchiuso era piccola, senza letto, e doveva dormire sul pavimento, senza luce del sole.

Traduzione di F.H.L.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

La più giovane prigioniera del mondo racconta la storia del suo arresto e delle torture nelle carceri israeliane

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PIC. Dima al-Wawi, 12 anni, la più giovane prigioniera del mondo, non ci poteva credere di essere finalmente libera e riunita con la propria famiglia, dopo 75 giorni di detenzione.
Lo sguardo di Dima al momento della scarcerazione era triste, pieno di orrore e d’innocenza repressa; mentre ispezionava le facce di coloro che l’hanno accolta, la sua voce era piena di desiderio di vivere e di sogni per il futuro. Desiderava uscire di casa dopo aver patito lunghi giorni dietro le sbarre.
Sicura di sé, Dima rispondeva alle domande dei giornalisti, dei corrispondenti televisivi e dei sostenitori, sia a casa sia al telefono.
La madre di Dima, Um Rashid, ha raccontato a PIC che il 9 febbraio è stato un giorno di profondo dolore: “Siamo rimasti attoniti sentendo alla radio la notizia dell’arresto di Dima, mentre la credevamo nella sua scuola vicino a casa”.
Dima ha raccontato ai reporter di PIC che l’occupazione israeliana ha impiegato diversi metodi di tortura contro di lei, come spruzzarle addosso acqua fredda durante i giorni di freddo pungente, oltre alle tecniche di minaccia e intimidazione e ai continui interrogatori.
Ha anche raccontato che, mentre entrava e usciva dalla prigione durante le udienze in tribunale, ha visto prigionieri bambini feriti che languivano in carcere.
Ha aggiunto di aver passato il tempo in prigione ricamando a punto e croce, pregando e leggendo libri.
Abu Rashid, il padre di Dima, ha detto che la sua assenza da casa è stata uno shock ed “è stata difficile per noi per via della sua giovane età; e, nonostante abbia sei sorelle e tre fratelli, Dima è la gioia della casa”.
“Ciò che ha lenito il nostro dolore sono state le campagne di solidarietà dei comitati e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno fatto pressione sull’occupazione israeliana, costringendola a liberarla”.
La madre ha raccontato che Dima è tornata a casa come una farfalla che rifiuti di essere contenuta dalle mura; lei vuole volare fuori dalla casa, coglie ogni occasione per uscire e respirare aria fresca, ma la sofferenza è evidente sul suo volto e lei parla, strilla e geme nel sonno, come se stesse vivendo un incubo.
L’avvocato militare Amjad Al Najjar, direttore della Società dei Prigionieri palestinesi, ha dichiarato: “Il crimine dei procedimenti giudiziari contri i bambini commesso dall’occupazione israeliana si va ad aggiungere alla serie di crimini commessi dall’esercito israeliano contro i palestinesi”.
Ha aggiunto: “Questo crimine è commesso in conformità alla legge militare israeliana – che si applica ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare in Cisgiordania – che permette azioni giudiziarie contro bambini dai 12 anni in su”. Dima è stata arrestata sotto questa legge.
L’avvocato ha dichiarato che l’occupazione ha fronteggiato la pressione internazionale per il rilascio di Dima al-Wawi, perché la detenzione di bambini fra i 12 e i 16 anni è vietata dalla legge internazionale e dalla legge israeliana, mentre la legge militare israeliana l’autorizza. Questa pressione ha costretto il tribunale israeliano a rilasciare la bambina due mesi in anticipo, con una multa di 8mila shekel (2.100 dollari).

 

Traduzione di F.G.

 

 

  thanks to: Agenzia stampa Infopal

Dima e Ahmad, due bambini-simbolo della ferocia israeliana

13087578_10208259843827345_5018372213138361794_nDue bambini-simbolo della mostruosità israeliana: Dima al-Wawi, la più piccola prigioniera palestinese, tenuta per oltre due mesi in carcere e torturata; Ahmad al-Dawabshe, unico sopravvissuto al rogo della sua famiglia.

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Medici israeliani, tortura e la World Medical Association

Nunzio Corona

71 medici britannici hanno chiesto al prof. Marmot di “confermare, per favore, a noi e alla redazione del BMJ e del Lancet, l’istituzione di un regolare processo che esamini le prove in una questione di tale gravità per la reputazione morale della professione medica, del WMA e di lei stesso.” E intanto attendono una risposta.


La World Medical Association è un’organizzazione internazionale, a tutt’oggi composta da 111 associazioni mediche nazionali, creata nel 1947 “per garantire l’indipendenza dei medici, e lavorare a favore dei più elevati standard di comportamento etico e cura da parte dei medici, in ogni momento.”[1] L’attuale Presidente, eletto ogni due anni, è il Professor Sir Michael Marmot.

“Ideology with evidence”

Sir Michael Marmot è ormai universalmente conosciuto, anche fuori dell’ambito medico, per la sua intensa attività scientifica e pubblicistica sul tema delle crescenti disuguaglianze in salute e il loro stretto legame con l’organizzazione sociale. Nell’introduzione al suo ultimo libro, a breve anche in italiano, “The Health Gap. The challenge of an unequal world”,[2] Marmot accenna alle polemiche[3] che avevano fatto seguito alle posizioni apparentemente ambigue da lui mostrate su come combattere le disuguaglianze in salute. Pur riconoscendo la valenza politica della salute, nel suo nuovo libro il famoso epidemiologo riafferma, da coerente scienziato positivista, la necessità di attenersi ai “fatti provati”, evidence-based, facendo propria la singolare formula “ideology with evidence”, ideologia sì ma con prove. E afferma Le disuguaglianze in salute che possono essere evitate sono ingiuste… Eliminarle è una questione di giustizia sociale, ma abbiamo assolutamente bisogno di prove.” (p.19)

Già nel 2011 l’importante studioso aveva raccontato nel suo blog i ‘brividi’ di preoccupazione” in lui suscitati dal forzato trasferimento da Gerusalemme a Tel Aviv di una Conferenza Europea dell’OMS di cui era l’ospite più prestigioso.[4] In quell’occasione, l’esperto planetario di come l’ingiustizia sociale sia la causa di profonde disuguaglianze in salute si era mostrato incapace di riconoscere e denunciare i determinanti politici della salute della popolazione palestinese che aveva sotto gli occhi, primo fra tutti l’occupazione militare, l’espropriazione di case e la progressiva colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza. Tale posizione di apparente mancata assunzione di responsabilità è di nuovo messa alla prova, nella sua veste di Presidente della WMA, da un agguerrito gruppo di medici britannici.

La World Medical Association, garante dell’etica medica

Alcune settimane fa 71 medici del Regno Unito inviavano al Presidente della WMA, Professor Sir Michael Marmot, “il caso, basato su prove sostanziali, della sistematica complicità nella pratica della tortura dell’Associazione Medica Israeliana (IMA), membro della WMA, e di singoli medici israeliani che operano nell’unità che conduce gli interrogatori.”[5] In una più recente corrispondenza con il prof. Marmot, datata 2 febbraio 2016,[6] i medici firmatari scrivono di avere ricevuto da lui il 18 gennaio una breve e-mail che affermava: Ho ricevuto la vostra lettera e l’ho inoltrata”, e di avere inviato il dossier direttamente al suo indirizzo accademico nel Regno Unito e non alla sede della WMA in Francia, “a causa delle esperienze avute in passato con la segreteria della WMA, che non ha mai risposto, limitandosi semplicemente a proteggere la IMA.”

Gli scriventi riferiscono di mostrarsi “allibiti” nel leggere una lettera, inviata dal professor Marmot al dr. Shimon Samuels del Centro Simon Wiesenthal “appena sette giorni dopo la conferma via e-mail della ricezione [della nostra]”, in cui il Presidente della WMA sembra “sollevare la IMA da ogni responsabilità” accontentandosi, secondo i firmatari, della prevedibile dichiarazione di auto-assoluzione della IMA. Per questo motivo, continuano i medici, “chiediamo un esame trasparente da parte di soggetti neutri”, visto l’esempio, documentato in un allegato, di una ‘indagine’ dell’IMA consistente semplicemente nel “totale rifiuto di prendere in considerazione anche le testimonianze dei prigionieri palestinesi.”

Nella lettera al Centro Wiesenthal, Sir Marmot sostiene di avere fiducia che i nostri colleghi israeliani rimangano fermi sui nostri valori e sulla protezione dei diritti umani. Essi hanno ripetutamente ribadito il loro impegno verso le politiche e le posizioni assunte dal WMA”.  “L’IMA” controbattono i medici britannici “ha, sì, più volte fatto tali affermazioni ma l’evidenza dice che la pratica reale è diversa, ed è così regolarmente da molti anni.” Che questa compromettente lettera tra Marmot e il Centro Wiesenthal sia “ampiamente citata su Internet come una ricusazione del nostro caso e un’attestazione della correttezza della IMA” è comunque del tutto inaccettabile.

Inoltre, la frettolosa trasmissione alla segreteria della WMA, da parte del prof. Marmot, del dossier allegato alla loro lettera, è una dimostrazione agli occhi dei 71 medici che “non vi è stato alcun esame di qualsiasi tipo delle prove che abbiamo sottoposto (in gran parte presentate dai Medici per i Diritti Umani-Israele, un’organizzazione esemplare).”

Le prove per l’ideologia

“Ha letto queste prove?” chiedono con forza a Sir Michael i medici britannici. Siccome il Presidente della WMA “non dice nulla della procedura seguita” i firmatari lo invitano a “dichiarare quali siano le procedure dovute in questi casi, poiché la WMA ha il mandato di garantire che i suoi membri non siano essi stessi in violazione dei suoi principi – in questo caso la Dichiarazione di Tokio contro la tortura.”  “[N]ell’era della medicina basata sulle evidenze”, nonostante il breve tempo intercorso insufficiente per un esame adeguato delle prove sottoposte, “lei ha immediatamente accordato all’Associazione Medica Israeliana il sostegno e l’approvazione del WMA e di lei stesso come suo presidente. Ciò pone la WMA in collusione con queste pratiche. Troviamo tutto ciò straordinario. Ci rivolgiamo a lei come medico accademico di livello internazionale affinché offra la leadership morale che possa cambiare questo stato di cose”.

Secondo i medici firmatari, [i]l sostegno della WMA alla IMA rafforza la volontà di quest’ultima di continuare con la posizione politica (il sostegno incondizionato allo Stato in tutti i suoi operati) mantenuta per molti anni”.  Con questo comportamento il Presidente della WMA “sta ratificando il terribile esempio etico che l’IMA offre ai singoli medici israeliani che operano all’interno delle unità di interrogatorio, e rafforzando l’impunità che coloro che compiono gli interrogatori godono nel trattamento dei detenuti palestinesi.” La lettera continua ricordando come “i Medici per i Diritti Umani-Israele sostengono da lungo tempo che, se i medici israeliani fossero rimossi dalle unità di interrogatorio, la tortura come politica di Stato in Israele non potrebbe continuare. La vicina presenza di medici, infatti, conferisce legittimità morale e medica a quanto accade nelle celle degli interrogatori.”

A sostegno di quanto affermato, i medici firmatari citano la conclusione della relazione annuale (2008) alla Commissione delle Nazioni Unite contro la Tortura della Coalizione United Against Torture (UAT), una coalizione di 14 organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani: “[D]all’ultima volta in cui la Commissione ha esaminato Israele, la pratica della tortura e dei maltrattamenti ha continuato senza sosta. La Coalizione UAT desidera informare la Commissione che, a suo parere, l’uso della tortura e dei maltrattamenti da parte delle autorità israeliane contro i palestinesi è diffuso e sistematico. La Coalizione UAT ha registrato le prove di atti, omissioni e complicità da parte di agenti dello Stato a tutti livelli… fino a quando questa cultura dell’impunità non sarà affrontata questa situazione è improbabile che possa migliorare”.

Inoltre, nel Rapporto “Falsificare le prove, Abbandonare la Vittima: il coinvolgimento di professionisti medici nella tortura e maltrattamenti in Israele” (2011), il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele e i Medici per i Diritti Umani-Israele (PCATI / PHRI) concludono che esistono seri dubbi che la IMA sia disposta a far rispettare queste regole: richieste ribadite con insistenza da parte del PCATI / PHRI, richiamando l’attenzione dell’IMA su casi sospetti di coinvolgimento di medici in torture e trattamenti crudeli o degradanti, non sono state prese in seria considerazione.”

PCATI / PHRI fanno notare che il codice etico di IMA contiene clausole che non concordano con il principio fondamentale dell’etica medica, ossia che il benessere del paziente deve essere l’unica preoccupazione del medico. Il codice dell’IMA richiede al medico di rispettare ‘il bene della società nel suo insieme e il suo diritto a proteggere se stessa’, in questo modo autorizzando il medico ad assistere le autorità di sicurezza su loro richiesta, anche quando ciò può danneggiare i diritti del paziente… Con queste clausole, l’IMA fa’ sì che le esigenze dell’apparato di sicurezza siano considerate prevalenti rispetto ai doveri etici del medico [nei confronti del paziente]”.

Conclusione

I medici firmatari terminano chiedendo al prof Marmot di “confermare, per favore, a noi e alla redazione del BMJ e del Lancet, l’istituzione di un regolare processo che esamini le prove in una questione di tale gravità per la reputazione morale della professione medica, del WMA e di lei stesso.” E intanto attendono una risposta.
“Chi intende farsi paladino dei principi posti a fondamento dell’umana giustizia” scriveva Edward Said[7] “deve applicarli a chicchessia, non soltanto ad alcuni, scelti sulla base della propria visione del mondo, della propria cultura o nazione.” (P.101) E ancora:“[L]a paura di pronunciarsi su una della più gravi ingiustizie della storia moderna ha paralizzato, messo il paraocchi, imbavagliato molti che conoscono la verità e potrebbero prestare la loro opera in favore di essa. Chiunque appoggi esplicitamente i diritti dei palestinesi e la loro richiesta di autodeterminazione si espone a una raffica di ingiurie e calunnie. Eppure l’intellettuale deve possedere il coraggio e la pietas necessari a dire e rappresentare la verità”. (P.107)

Bibliografia

  1. What is the WMA? 
  2. Marmot M. The Health Gap. The challenge of an unequal world. London/New: YorkBloomsbury, 2015.
  3. Navarro V. What we mean by social determinants of health. International Journal of Health Services 2009;39.3: 423-441.
  4. Stefanini A. Territori: Occupazione Non Disuguaglianze. Nena-news.globalist.it, 10.01.2012
  5. Silverstein R. British Doctors Demand Israel’s Expulsion From World Medical Association . Mintpressnews.com, 08.02.2016.
  6. Lettera inviata per e-mail allo scrivente dal dr. Derek Summerfield. A disposizione su richiesta.
  7. Said EW. Dire la verità. Gli intellettuali e il potere. Milano: Feltrinelli, 1994.

thanks to: salute internazionale

CIA ‘Tortured for Sake of Torture’: Whistleblower John Kiriakou to Sputnik

In a special episode of Radio Sputnik’s Loud & Clear, whistleblower John Kiriakou, a former CIA analyst, describes his experience of being the only person sent to prison in relation to the Bush administration’s torture program, and that simply because he exposed the atrocities to the world.

Sorgente: CIA ‘Tortured for Sake of Torture’: Whistleblower John Kiriakou to Sputnik

71 MEDICI BRITANNICI CHIEDONO L’ESPULSIONE DELLA SEZIONE ISRAELIANA DALL’ASSOCIAZIONE MONDIALE DEI MEDICI.

 

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Medici israeliani eseguito un intervento chirurgico al cuore su un bambino da Gaza, all’ospedale Wolfson vicino a Tel Aviv. (photo credit: REUTERS)

71 MEDICI BRITANNICI CHIEDONO L’ESPULSIONE DALL’ASSOCIAZIONE MONDIALE DEI MEDICI DELLA SEZIONE ISRAELIANA, ACCUSANDO I MEDICI DELLO STATO EBRAICO DI PRATICARE LA TORTURA MEDICA SUI PRIGIONIERI PALESTINESI

Il presidente della sezione israeliana dell’Associazione di amicizia della comunità medica mondiale relaziona in un audizione ad una Commissione della Knesset (il parlamento dello stato ebraico: ndt) a proposito dell’ultimo appello al Boicottaggio di Israele da parte di 71 medici britannici.

Gli studenti oggi esposti ai boicottaggi delle università israeliane saranno i parlamentari della generazione successiva, e qui si trova il pericolo a lungo termine, stando a quanto affermato mercoledì dal Prof. Peretz Lavie, presidente dell’Istituto Technion-Israel of Technology e presidente dell’Associazione dei Rettori di Israele.

Il professore ha parlato nel corso di un dibattito sul boicottaggio accademico di Israele che si è svolto presso la Commissione Scienza e Tecnologia della Knesset.
“Non abbiamo alcuna lamentela circa il comportamento della leadership accademica nel mondo” ha detto al Comitato, aggiungendo però che “Il nostro problema è nei campus. Inizialmente il boicottaggio era un fenomeno presente solo nei campus marginali, ma molto rapidamente si è diffuso nelle città universitarie più importanti degli Stati Uniti “.

Il prof. Lavie ha citato il caso del voto imminente della American Anthropological Association con cui i suoi 12.000 membri decideranno se adottare il boicottaggio e astenersi da collaborazioni formali con le istituzioni accademiche israeliane.
“The American Anthropological Association ha scritto in un rapporto che nelle nostre università vige l’apartheid”, ha detto il professore. “Dobbiamo raggiungere tutti i 12.000 membri dell’associazione. Questo è un sintomo e se non agiamo subito l’incendio si diffonderà”.
Lavie ha esortato la commissione a elaborare “un piano di iniziative coordinate per arginare il problema.”

Zvi Ziegler, professore emerito presso il Technion e recentemente nominato a capo di una Associazione di Presidi universitari che si propone di contrastare i boicottaggi accademici, ha detto di essere “molto preoccupato per il futuro.”
“C’è un boicottaggio nascosto fra i docenti [all’estero]. E ‘ancora sotto la superficie, perché questi docenti pensano che sia illegittimo. Con le nostre magre forze, non siamo però in grado di fermare questo fenomeno” ha detto.
La Commissione della Knesset ha anche sentito il dottor Zeev Feldman, presidente della sezione israeliana della Associazione di amicizia della comunità medica mondiale nonché presidente della Società di Neurochirurgia israeliana, che ha rivelato che l’ultimo invito al boicottaggio è stato lanciato proprio da un gruppo di 71 medici britannici.

Parlando al Jerusalem Post dopo la discussione alla Knesset, Feldman ha detto che i medici britannici la scorsa settimana hanno scritto una lettera chiedendo all’Associazione di amicizia della comunità medica mondiale di espellere la sezione israeliana, in quanto i medici israeliani avrebbero commesso atti di “tortura medica” su pazienti palestinesi.
Secondo Feldman, questa lettera è solo uno degli elementi di una campagna coerente e organizzata contro le istituzioni e gli scienziati israeliani. Feldman ha detto che: “Siamo in una battaglia, tutti devono capire che è in atto una battaglia organizzata, una lotta contro il mondo accademico, i medici e gli altri organismi di Israele”, aggiungendo: “La nostra posizione è che queste accuse sono menzogne, e siamo impegnati in un dialogo con la World Medical Association per dimostrarlo, e mi auguro che sarà sufficiente per [indurre l’associazione] a rifiutare questa richiesta.”

Alla domanda di quali potrebbero essere le conseguenze di un tale boicottaggio Feldman ha risposto che avrebbe un “effetto domino e si irradierebbe a tutte le altre associazioni scientifiche”.
“Un boicottaggio dell’Associazione Medica israeliana impedirebbe agli israeliani di partecipare a congressi medici [e] alla pubblicazione di documenti in riviste, fermerebbe il finanziamento alla ricerca e le iniziative di ricerca comuni, e impedirebbe l’appartenenza ad altre associazioni mediche”, ha spiegato.
Mentre Feldman ha detto che l’Associazione Medica Israeliana ha avuto in passato successo nel contrastare il boicottaggio, ma teme che in futuro, se la campagna dovesse avere successo, non riuscirà più a farlo.

“Se ci saranno molti colpi di martello, alla fine il muro verrà giù”, ha detto.
Alla fine della discussione presso la Commissione Scienza e Tecnologia della Knesset, il suo presidente MK Uri Maklev (United Torah Judaism), ha chiesto al governo di istituire un organo centrale incaricato di coordinare gli sforzi per contrastare il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane ed i ricercatori.

“La campagna di boicottaggio danneggia la forza dello Stato di Israele. Il governo deve stanziare fondi adeguati per vincere questa battaglia in un momento di emergenza nazionale “, ha concluso.

Traduzione: Antonino Salerno

fonte: http://www.jpost.com/Israel-News/British-doctors-seek-to-expel-Israel-from-World-Medical-Association-442215

thanks to: Invicta Palestina

“In Israele, ci muoviamo in mezzo ad assassini e torturatori”

di Amira Hass

 

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ] – scrive la giornalista israeliana – scaturisce “dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori”

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti e abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano e hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

thanks to: NenaNews

forumpalestina

Israeli Police Tortures Palestinian Minor during Interrogation

JERUSALEM, November 19, 2014 – (WAFA) – Israeli police tortured and injured a Jerusalemite Palestinian minor while being interrogated in an Israeli interrogation center in Salah Ed-Din Street in occupied East Jerualem, said WAFA correspondent.

 

 

Israeli police pushed Khader al-‘Ajlouni, 16, down a flight of stairs at the interrogation center, incapacitating him and inflicting serious injuries across his arm, foot, neck and back.

 

 

Al-‘Ajlouni was transferred to a hospital for medical treatment.

 

K.F./T.R.

thanks to: Wafa

MUHAMMAD, 12 ANNI. ‘ISSA, 11 ANNI. ISLAM, 8 ANNI. TRE BAMBINI DI HEBRON CHE HANNO SPERIMENTATO I METODI ILLEGALI DEI SOLDATI ISRAELIANI. COME TANTI, TROPPI LORO COETANEI

MUHAMMAD, 12 ANNI. ‘ISSA, 11 ANNI. ISLAM, 8 ANNI. TRE BAMBINI DI HEBRON CHE HANNO SPERIMENTATO I METODI ILLEGALI DEI SOLDATI ISRAELIANI. COME TANTI, TROPPI LORO COETANEI. | bocchescucite.

On the Anniversary of the International Day in Support of Victims of Torture, PCHR Asserts its Firm Position Denouncing the Crime of Torture, Demanding Remedy and Justice for Victims and Confirms its Complete Bias to the Victims

On the Anniversary of the International Day in Support of Victims of Torture, PCHR Asserts its Firm Position Denouncing the Crime of Torture, Demanding Remedy and Justice for Victims and Confirms its Complete Bias to the Victims

viaPalestinian Center for Human Rights.

Le prigioni di Mahmoud Sarsak: “Torturato per 3 anni da Israele senza motivo”

25 anni di vita, 3 in carcere senza motivo per estorcere una confessione su un reato che non aveva mai commesso: l’ex giovane promessa del calcio palestinese racconta la sua storia al fattoquotidiano.it. E accusa: “Israele non merita di ospitare gli Europei Under 21”

16 giugno 2013

Mahmoud Sarsak è, anzi era una giovane promessa della nazionale di calcio palestinese. Il 22 luglio 2009 è stato arrestato e poi detenuto senza processo per tre anni nelle carceri israeliane, da cui è uscito solo l’anno scorso dopo un lungo sciopero della fame che ha debilitato alcuni suoi organi vitali. Sarsak due settimane fa era a Londra e durante il 37mo congresso Uefa ha consegnato al presidente Platini una richiesta formale affinché a Israele non fosse concesso di ospitare l’Europeo Under 21. Un appello cui ha fatto seguito quello promosso dall’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, dal regista britannico Ken Loach e altri, concordi nel ritenere “sconvolgente che la Uefa dimostri totale insensibilità nei confronti della palese e radicata discriminazione inflitta ai palestinesi da parte di Israele”. In quell’occasione, Mahmoud Sarsak ha deciso di raccontare a ilfattoquotidiano.it la sua storia e le ragioni della sua protesta.

Ci puoi raccontare esattamente cosa è successo quel giorno d’estate di quattro anni fa?
Stavo andando da Gaza alla Cisgiordania per una trasferta, e mentre attraversavo un check-point sono stato arrestato. Inizialmente sono stato detenuto per 45 giorni, prima di ritrovarmi in prigione per tre lunghi anni, in cui sono stato privato dei miei diritti e in cui sono stato considerato non un essere umano ma un numero. Mi hanno rinchiuso in una cella di due metri per due, in cui non riuscivo a distinguere il giorno dalla notte. Mi hanno anche legato in diversi modi, a volte con il ‘metodo della banana’: le mani legate alle gambe e il mio corpo ricurvo, di modo che per diversi giorni non potessi dormire. Oppure hanno cercato di sfiancarmi mettendomi in un’altra cella, sempre di due metri per due, che sembrava un freezer, dove la temperatura arrivava a -15 gradi. Tutto questo per ottenere una confessione di colpe che non ho mai commesso. Ancora oggi non so di cosa sia stato accusato.

Su cosa si basava l’accusa?
Mi hanno accusato di tantissime cose, ogni volta cercando da me una confessione diversa: che fossi membro della jihad, di Hamas o di Al Fatah. Sono stato accusato poi di essere un ‘combattente illegale’: uno status giuridico assolutamente non applicabile nei miei confronti, ma che ha permesso loro di tenermi in carcere per quanto volevano grazie al regime di ‘detenzione amministrativa’ (legge contraria alle convenzioni internazionali, per cui Israele detiene una persona sulla base di un semplice sospetto e senza prove, in quanto se fossero rivelati indizi o prodotte prove, si metterebbero in pericolo le forze armate israeliane che conducono le indagini ndr.)

Quando hai deciso di cominciare lo sciopero per la fame?
Quando ho capito che sarei rimasto detenuto ingiustamente per un tempo infinito, senza che ai miei avvocati fosse formalizzato alcun capo d’accusa e senza alcun processo. E dopo aver visto il mio amico Zakreea Isaa (calciatore del Betlemme, ndr.) soccombere al cancro con i carcerieri che l’avevano abbandonato a se stesso, rifiutandosi di fornirgli assistenza medica. Tutto questo mentre le organizzazioni sportive internazionali stavano a guardare, anche loro senza fare nulla. Non volevo che questo potesse succedere anche a me, che non avessi più la possibilità di vedere la mia famiglia e i miei cari. E’ stato allora che ho deciso di cominciare lo sciopero della fame. E’ stata un’esperienza terribile, una sofferenza impossibile da spiegare con le parole. Eppure, quando sono in gioco la tua libertà e la tua vita ti senti in grado di superare qualsiasi dolore, perché sai che la vita senza libertà non vale la pena di essere vissuta. E’ stato atroce, ho visto la morte da vicino più volte. Ma è tutto quello che riesco a dirti, a un anno di distanza è ancora troppo difficile oggi per me parlare di questa cosa.

Adesso come ti senti?
Quando mi hanno rilasciato non sapevo se ridere o piangere. Da una parte ero contento di poter tornare dalla mia famiglia, che non vedevo da tre anni, e mi sentivo rinato. Dall’altra non potevo fare a meno di pensare a tutti gli amici ancora incarcerati e detenuti in condizioni disumane, privati di ogni diritto e deprivati pure del sole. Come Omar Abu Roweis e Mohammad Noofal, compagni della nazionale palestinese ancora in attesa di processo. Se personalmente cerco di essere felice per ogni giorno di libertà, e cerco di aiutare il mio popolo raccontando la mia storia, in realtà di salute non sto per niente bene. E poi ho paura, perché sento la pressione di Israele, mi sento seguito ogni passo che faccio e minacciato, ho veramente paura.

Hai detto che le organizzazioni sportive internazionali stavano a guardare. Come è possibile?
All’inizio sembravano non curarsi della mia situazione, o di quella dei miei compagni come Zakreea. Poi quando alcuni calciatori hanno pubblicato un appello per sostenermi (cui hanno aderito tra gli altri anche l’ex calciatore Eric Cantona il linguista Noam Chomsky, ndr) le acque hanno cominciato a muoversi, e anche la Uefa e la Fifa sono intervenute. Oggi posso dire che il mondo del calcio mi ha aiutato, e che anche io attraverso il calcio voglio fare qualcosa: regalare un sorriso sulla bocca di tutti quei bambini palestinesi che ancora soffrono le conseguenze delle continue occupazioni israeliane. E in futuro mi piacerebbe poi ricostruire lo stadio di Gaza che Israele ha distrutto durante l’ultima offensiva, così i bambini potranno tornare a giocarci.

Cosa pensi della decisione della Uefa di assegnare i Campionati Europei Under 21 a Israele?
Israele non merita di ospitare questi giochi (dello stesso avviso anche oltre 50 calciatori europei, tra cui Hazard e Kanoutè, che hanno lanciato un appello in tal senso lo scorso dicembre, ndr). Permettere loro di farlo è come approvare tutti i crimini che stanno commettendo: dall’invasione di Gaza ai bombardamenti sullo stadio dove sono morti diversi bambini che stavano giocando a calcio, fino alle torture e le uccisioni di numerosi giovani coinvolti nello sport o confronti di donne e bambini palestinesi in generale. E’ assolutamente sbagliato permettere a Israele di ospitare questi giochi.

thanks to:

Luca Pisapia

Il Fatto Quotidiano

No to the torture of Palestinian children!

No to the torture of Palestinian children!                                                                                                                                 

No complicity with their torturers!

Every day the Israeli Occupation Forces arrest Palestinian children in their homes, mostly in the middle of the night and take them away handcuffed and blindfolded to interrogation centres where they are subjected to physical and psychological tortures: bound hand and foot in uncomfortable positions, deprived of sleep, at times hit, threatened with sexual assault and reprisals against their families. They are generally asked to admit that they have thrown stones at tanks or bulldozers demolishing their houses, to denounce other children, to become ‘informers’ and to sign documents written in Hebrew, a language which they do not understand.

Every day the Israeli Occupation Forces arrest Palestinian children in their homes, mostly in the middle of the night and take them away handcuffed and blindfolded to interrogation centres where they are subjected to physical and psychological tortures: bound hand and foot in uncomfortable positions, deprived of sleep, at times hit, threatened with sexual assault and reprisals against their families. They are generally asked to admit that they have thrown stones at tanks or bulldozers demolishing their houses, to denounce other children, to become ‘informers’ and to sign documents written in Hebrew, a language which they do not understand.

These acts have been reported by many Palestinian, Israeli and international organisations defending human rights and children’s rights, such as UNICEF, Defence Children International, B’Tselem, Save the Children, ACAT and the British Foreign Office, in a report entitled ‘Children in Military Detention’.

They point out that such Palestinian children have no access to their parents or lawyers for weeks, they are sometimes taken to Israeli military courts and jailed at the age of 12, in Israeli prisons, totally illegally. (The Geneva Conventions forbid any occupier to transfer the whole occupied population or part of it to the territory of the occupying power).

That does not include the daylight robbery often practised by the Israeli occupier, when the families of the kidnapped children are made to pay ‘fines’ in order to get them back.

Nevertheless, the French government which must be fully aware of these acts, regularly welcomes to France the people responsible for these tortures, thus flouting the International Convention on Children’s Rights (1989)  and the International Convention on Torture (New York Convention, 1984), signed by France and compelling this country to trace and prosecute any person suspected of having committed acts of physical or psychological torture, or ordered them, or knowingly allowed them to be committed.

Now these tortures inflicted on adults and children are public knowledge in Israel, and the whole military and political chain of command does allow or recommend these practices.

Therefore, we call on the French government to respect international law and to stop welcoming to France anyone responsible for these tortures.

Furthermore, we are asking all the important NGOs defending Human Rights and Children’s Rights to take concrete action and lodge complaints with French courts on behalf of the victims of these tortures, or of their families, as soon as they are informed of such cases.

As Amnesty International writes: “If you are revolted by torture, arbitrary detention, poverty, the death penalty, injustice, forced expulsions, impunity… transform your indignation into action!

stoptortureenfantspalestiniens.wesign.it

ONU: BAMBINI PALESTINESI TORTURATI E USATI COME SCUDI UMANI DA ISRAELE

La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani del bambino ha denunciato che i minori palestinesi vengono torturati e usati come scudi umani da Israele. Inoltre ai bambini rapiti dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania nella guerra del 1967 viene negata la registrazione dell’atto di nascita e l’accesso al sistema sanitario o a scuole decenti, denunciano i 18 esperti indipendenti che fanno parte della Commissione Onu il cui incarico è quello di monitorare il rispetto della Convenzione dei diritti del fanciullo da parte di quei governi che l’hanno ratificata. In un periodo analizzato di 10 anni, è stato stimato che settemila bambini tra i 12 e i 17 anni, ma alcuni anche di nove, sono stati arrestati, interrogati e detenuti. Alcuni in isolamento per mesi.

Profonda preoccupazione è stata espressa per il ”continuo uso dei bambini palestinesi come scudi umani o informatori”, sottolineando che 14 casi sono stati riportati solo tra gennaio 2010 e marzo 2013. I soldati israeliani usano poi i bambini palestinesi per entrare in edifici potenzialmente pericolosi e li mettono davanti ai carri armati per evitare il lancio di pietre, afferma la Commissione Onu. ”Quasi tutti quelli che hanno usato i bambini come scudi umani e informatori sono rimasti impuniti e i soldati accusati di aver costretto un bambino di nove anni a ispezionare borse sospettate di contenere materiale esplosivo a un posto di blocco hanno ricevuto solo una sentenza di sospensione dall’incarico di tre mesi e poi sono stati reintegrati”, afferma il testo.

”I bambini palestinesi arrestati dalla polizia e dall’esercito (israeliani, ndr) sono soggetti in modo sistematico a trattamenti umilianti e spesso a torture, vengono interrogati in ebraico, lingua che non comprendono, e firmano confessioni in ebraico per essere rilasciati”, si legge nel rapporto rilasciato dalla Commissione. Il testo denuncia quindi come i bambini palestinesi vengano spesso arrestati per il lancio di pietre, reato che puo’ costare anche 20 anni di carcere. E spesso i soldati israeliani arrestano in modo arbitrario. ”Centinaia di bambini palestinesi sono stati uccisi e migliaia sono stati torturati nelle operazioni militari condotti dallo Stato (ebraico, ndr) soprattitto a Gaza dove sono stati condotti raid aerei e navali su zone densamente popolate e con una notevole presenza di bambini, il che va contro i principi di proporzionalita’ e distinzione”, si legge nel documento. Inoltre ”l’occupazione illegale” da parte di Israele del territorio palestinese e delle Alture del Golan in Siria, la continua espansione ”fuorilegge” degli insediamenti ebraici in Cisgiordania , la confisca di terre e la distruzione di casa ”rappresenta una grave e continua violazione dei diritti dei bambini palestinesi e delle loro famiglie”.

(Fonte: Brt/AKI)

Israele tortura bambini palestinesi

‘Usati anche come scudi umani’.

(ANSAmed) – ROMA – Rapporto shock del Comitato dell’Onu per la difesa dei diritti dei bambini, che accusa la polizia e l’esercito di Israele di violenze sistematiche contro i bambini palestinesi, in taluni casi “torturati e usati come scudi umani”.

Un dossier Unicef del marzo scorso parlava di “maltrattamenti, diffusi, sistematici e istituzionalizzati” ai danni dei minori palestinesi (tra i 12 e i 17 anni) detenuti nel sistema militare israeliano. In dieci anni, aveva denunciato l’Unicef, sono stati arrestati circa 7.000 minori, una “media di due ogni giorno”. Il rapporto del Comitato Onu, che dettaglia gli stessi numeri, torna a denunciare “arresti nel corso della notte, detenzioni in isolamento che durano mesi”. Ai minori, fermati con l’accusa di aver lanciato pietre contro i soldati, “vengono legate le mani, bendati gli occhi e vengono trasferiti in luoghi sconosciuti a genitori e parenti”. Le accuse “vengono lette in ebraico, una lingua che evidentemente non conoscono, e vengono loro fatte firmare confessioni scritte anchéesse in ebraico”, recita il rapporto degli esperti del Comitato Onu. In generale, i minori che vivono “nei territori occupati da Israele subiscono sistematiche violenze fisiche, verbali e anche sessuali. Sono sottoposti a umiliazioni, minacce. Una volta arrestati si nega loro l’acqua, il cibo, l’igiene”.

Crimini “che vengono commessi al momento dell’arresto, del trasferimento, dell’interrogatorio, e anche nel corso dei processi a loro carico”, stima ancora il rapporto citando “le testimonianze dei soldati israeliani”. I militari “usano i ragazzini come scudi per entrare in edifici potenzialmente pericolosi” e la “quasi totalità dei casi in cui i bambini sono stati utilizzati come scudi umani e informatori sono rimasti impuniti. E i soldati accusati di aver fatto aprire a un bimbo di nove anni una valigia che sospettavano contenesse esplosivo hanno solo ricevuto una sospensione di tre mesi e il degrado”, denuncia ancora il rapporto.

Secondo la stima Unicef, fino all’aprile scorso, 236 minori palestinesi, 44 dei quali con meno di 16 anni, si trovavano nei centri di detenzione militare. Il Comitato Onu denuncia poi la discriminazione non solo ai danni dei bambini palestinesi, ma in generale di quelli beduini, arabi ed etiopi, e “l’assenza di cooperazione delle autorità israeliane” per quello che concerne i diritti dei minori palestinesi.

(ANSAmed).

Onu: bambini palestinesi torturati, usati come scudi da parte di Israele

Il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha accusato le forze israeliane  di maltrattare i bambini palestinesi torturando quelli in custodia e utilizzandoli alcuni come scudi umani.
Ai bambini  palestinesi  a  Gaza e in Cisgiordania  viene  costantemente negata la registrazione della loro nascita e l’accesso alle cure sanitarie, a  scuole decenti e all’ acqua pulita.
I bambini palestinesi arrestati dai  militari e dalla polizia israeliana sono sistematicamente soggetti a trattamenti degradanti  e spesso torturati, vengono interrogati in ebraico, una lingua che non capiscono  e firmano confessioni in ebraico al fine di essere rilasciati.

La relazione del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo ha riconosciuto le preoccupazioni per la sicurezza nazionale di Israele e ha evidenziato   che i bambini di  entrambi i lati del conflitto continuano ad essere uccisi e feriti, ma che più vittime sono tra i  palestinesi.
Ha deplorato il  “persistente rifiuto” di Israele di rispondere alle richieste di informazioni sui bambini nei territori palestinesi e le alture del Golan dopo l’ultima revisione nel 2002.

“Centinaia di bambini palestinesi sono stati uccisi e migliaia feriti  a seguito delle operazioni militari , israeliane in particolare a Gaza, dove sono state attuati attacchi navali  e arei in zone densamente popolate con una significativa presenza di bambini, trascurando in tal modo i principi di proporzionalità “.
Durante questi 10 anni si stima che 7.000 bambini palestinesi di età compresa tra i 12 ei 17, ma alcuni di appena nove anni  siano  stati arrestati, interrogati e detenuti.

Molti sono stati condotti con catene alle gambe davanti a tribunali militari, mentre i giovani sono tenuti in isolamento  a volte per mesi. Il Comitato ha espresso profonda preoccupazione per “l’uso continuo di  bambini palestinesi come scudi umani e informatori : 14 casi sono  stati segnalati tra gennaio 2010 e marzo 2013 .
I soldati israeliani hanno costretto  i bambini palestinesi ad entrare in  edifici potenzialmente pericolosi  prima di loro o  di stare di fronte a veicoli militari per scoraggiare sassaiole.
«Quasi tutti coloro che utilizzano i bambini come scudi umani e informatori sono rimasti impuniti.  I soldati condannati per aver costretto con le armi un bambino di nove anni a  cercare borse sospettate  di contenere esplosivi,hanno  ricevuto soltanto la sospensione della pena di tre mesi e sono stati retrocessi”.L’occupazione abusiva di lunga data di Israele nei territori palestinesi e nella Siria Golan,  l’espansione degli insediamenti ebraici “illeciti “, la costruzione del Muro in Cisgiordania, la confisca delle terre e la distruzione di case e mezzi di sostentamento “costituiscono gravi e continue violazioni dei i diritti dei bambini palestinesi e delle loro famiglie “.

Nel mese di marzo Palmor, il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, aveva dichiarato  che  i funzionari del ministero e l’esercito avrebbero   collaborato con l’UNICEF con l’obiettivo di migliorare il trattamento dei minori palestinesi in custodia. ”Israele studierà le conclusioni e si adopererà per la loro attuazione attraverso la cooperazione con  l’UNICEF,  di cui riconosciamo il valore e rispettiamo come organizzazione “

BoccheScucite

Palestinian children tortured, used as shields by Israel: U.N

By Stephanie Nebehay

GENEVA | Thu Jun 20, 2013 12:35pm EDT

(Reuters) – A United Nations human rights body accused Israeli forces on Thursday of mistreating Palestinian children, including by torturing those in custody and using others as human shields.

Palestinian children in the Gaza Strip and the West Bank, captured by Israel in the 1967 war, are routinely denied registration of their birth and access to health care, decent schools and clean water, the U.N. Committee on the Rights of the Child said.

“Palestinian children arrested by (Israeli) military and police are systematically subject to degrading treatment, and often to acts of torture, are interrogated in Hebrew, a language they did not understand, and sign confessions in Hebrew in order to be released,” it said in a report.

The Israeli Foreign Ministry said it had responded to a report by the U.N. children’s agency UNICEF in March on ill-treatment of Palestinian minors and questioned whether the U.N. committee’s investigation covered new ground.

“If someone simply wants to magnify their political bias and political bashing of Israel not based on a new report, on work on the ground, but simply recycling old stuff, there is no importance in that,” spokesman Yigal Palmor said.

Kirsten Sandberg, a Norwegian expert who chairs the U.N. Committee on the Rights of the Child, said the report was based on facts, not on the political opinions of its members.

“We look at what violations of children’s rights are going on within Israeli jurisdiction,” she told Reuters.

She said Israel did not acknowledge that it had jurisdiction in the occupied territories, but the committee believed it does, meaning it has a responsibility to comply with the U.N. Convention on the Rights of the Child.

The report by its 18 independent experts acknowledged Israel’s national security concerns and noted that children on both sides of the conflict continue to be killed and wounded, but that more casualties are Palestinian.

Most Palestinian children arrested are accused of throwing stones, which can carry a penalty of up to 20 years in prison, the committee said.

The watchdog examined Israel’s record of compliance with the children’s rights convention as part of its regular review of the pact from 1990 signed by 193 countries, including Israel. An Israeli delegation attended the session.

The U.N. committee regretted what it called Israel’s persistent refusal to respond to requests for information on children in the Palestinian territories and occupied Syrian Golan Heights since the last review in 2002.

“DISPROPORTIONATE”

“Hundreds of Palestinian children have been killed and thousands injured over the reporting period as a result of (Israeli) military operations, especially in Gaza,” the report said.

Israel battled a Palestinian uprising during part of the 10-year period examined by the committee.

It withdrew its troops and settlers from the Gaza Strip in 2005, but still blockades it.

During the 10-year period, an estimated 7,000 Palestinian children aged 12 to 17, but some as young as nine, had been arrested, interrogated and detained, the U.N. report said.

Many are brought in leg chains and shackles before military courts, while youths are held in solitary confinement, sometimes for months, the report said.

It voiced deep concern at the “continuous use of Palestinian children as human shields and informants”, saying 14 such cases had been reported between January 2010 and March 2013 alone.

Israeli soldiers had used Palestinian children to enter potentially dangerous buildings before them and to stand in front of military vehicles to deter stone-throwing, it said.

Almost all had remained unpunished or had received lenient sentences, according to the report.

Sandberg, asked about Israeli use of human shields, said: “It has been done more than they would recognize during the dialogue. They say if it happens it is sanctioned. We say it is not harsh enough.”

(Reporting by Stephanie Nebehay in Geneva and Allyn Fisher-Ilan in Jerusalem; editing by Alistair Lyon and Raissa Kasolowsky)

Reuters

Occupation’s jails

Halahle did not receive any medical treatment for his serious disease

NABLUS, (PIC)– Family of detainee Thaer Halahle appealed to all human rights organizations to intervene and save the life of their seriously ill son.

The family told Ahrar center for prisoners’ studies and human rights on Sunday that Halahle, from Al-Khalil, recently discovered that he was suffering from liver disease but was not given any treatment in Israeli captivity.

Fuad Al-Khuffash, the director of the Ahrar center, said that Halahle, 34, was arrested by the Israeli occupation forces in Ramallah only a few months after his release from administrative detention.

He said that his disease was the result of dental treatment while in jail where the dentist in Askalan jail used contaminated tools in his treatment.

The director warned that medical neglect of his case would gravely exacerbate his condition especially when this illness is very serious if left untreated.

Khuffash charge the Israeli occupation authorities with deliberately neglecting the treatment of Palestinian sick prisoners in its jails.

Halahle is held in Ofer jail and has threatened to go on hunger strike if he was not accorded proper treatment for his illness.

Report: “Detainee Abu Hamdiyya Died Of Advanced Stage Of Carcinoma”

Sunday [June 16] Head of the Palestinian Forensics Center, Dr. Saber Al-‘Aloul, stated that the final findings of the forensic report regarding the cause of death of detainee Maisara Abu Hamdiyya, revealed that he suffered from a fourth stage Carcinoma. Abu Hamdiyya died more than 2 months ago.

Abu Hamdiyya suffered a fourth stage Carcinoma center in his lung lymphatic, liver and spine, throat cancer extending to his vocal cords, and brain tumor, Al-‘Aloul said during a press conference at the Government Media Center in Ramallah.

Despite the seriousness of his condition, the Israeli Prison Administration did not grant Abu Hamdiyya the needed specialized and urgent medical treatment, until it was too late.

During a press conference in Ramallah, Al-’Aloul stated that Abu Hamdiyya did not receive any treatment, not even one chemotherapy session, an issue that led to spread of cancer to various vital organs.

He held Israeli directly responsible for the death of Abu Hamdiyya, and said that Israel deprives the Palestinian detainees from adequate medical treatment, and imprisons them under very harsh inhumane conditions.

During the press conference, Palestinian Minister of Detainees, Issa Qaraqe’, stated that Abu Hamdiyya is the latest victim of Israel’s ongoing violations against the detainees.

He said that 204 Palestinian detainees died in Israeli prisons and detention center since 1967, and that 52 of them died due to the lack, or absence, of medical attention.

Qaraqe’ added that the forensic experts who examined the body of Abu Hamdiyya demanded forming a joint local and international committee to visit the detainees in various Israeli prisons, and provide the sick with the needed medical attention.

Head of the Palestinian Prisoners Society (PPS), Qaddoura Fares, stated that there is no doubt that Abu Hamdiyya died due to the lack of medical attention.

Fares called for translating the autopsy report of Abu Hamdiyya into different languages, and to submit it to various international organizations, including the United Nations.

He said that ailing detainees in Israeli prisons are facing gradually deteriorating medical conditions due to Israel’s illegal policies and practices.

Abu Hamdiyya’s sister stated that, in 2007, he suffered hemorrhaging blood from his stomach, and was moved to the Ramla Prison Clinic, but no tests or diagnostics were carried out.

He died on April 2 this year, at the Intensive Care Unit of the Soroka Medical Center in Be’er As-Sabe’ (Beersheba). He was only moved to the medical center after a sharp and very serious deterioration in his health condition.

Haj Saadi Alsakhal dies under torture in PA jails

NABLUS, (PIC)– Haj Saadi Alsakhal died on Saturday afternoon in PA Intelligence headquarters in Nablus few hours after his arrest from his workplace, the Families of Political Prisoners Committee in the West Bank said.

The committee stated that PA forces broke violently into Haj Alsakhal’s workplace this morning in Rafedia and arrested him and his son Musab.

The PA forces came to arrest Musab but his father refused to hand his son. They started then shooting up in the air before arresting both the son and his father where they were taken to PA intelligence headquarters in Junaid prison, the committee explained.

In the prison, PA security forces brutally attacked and harshly beat the elderly man which resulted in Haj Alsakhal’s death few hours after his arrest.

It strongly condemned the crime considering it a violation to the national and human values. The statement stressed the need to prosecute those responsible for such crimes and violations against the Palestinian people.

thanks to:

Dr. Aafia Assaulted in Prison to Point of Unconsciousness

07 June 2013 | Aafia Movement

FORT WORTH: Last week, Dr. Aafia Siidiqui who is detained at Carswell Prison at a US Military base in Fort Worth, United States, was physically assaulted in her prison cell and left bleeding and unconscious.  She eventually received medical care after two days due to the intervention of her lawyer, Ms. Tina Foster. Foster visited Siddiqui within days of the incident and the Pakistani neuroscientist is now in a better condition.  The Pakistani consulate in Texas has also reportedly sent a high level team to visit Dr. Aafia.

Aafia has still not been able to visit family members with the last family visit being over a year ago.

According to the Aafia Movement, the latest “incident” underscores the need for medical treatment of Dr. Aafia independent of the US prison system. It also further highlights the urgent need for her repatriation to Pakistan where she may serve out her sentence and the governments can avoid the diplomatic problems that arise from incidents of this type.

Authorities at Carswell prison claim they are conducting an “internal investigation into the incident”. However, based on previous experiences it is expected that the findings will likely remain secret.

thanks to: Cii Broadcasting

Negligenza medica, detenuto palestinese rischia di perdere la vista

Ramallah-InfoPal. Fonti palestinesi impegnate nella difesa dei diritti umani hanno riferito che un prigioniero palestinese rischia di perdere la vista, a causa della negligenza medica nelle carceri israeliane, mentre un altro è in attesa di un intervento chirurgico da sette anni.

In un comunicato stampa diramata domenica 9 giugno, la Società dei Prigionieri palestinesi ha espresso preoccupazione per il detenuto Thamer Hamayel, in carcere dal 2009 e condannato a sette anni, che rischia di perdere la vista a causa di un glaucoma all’occhio destro. Ha aggiunto che “i medici, e nonostante abbiano consigliato di sottoporre il detenuto ad un intervento urgente, hanno ritenuto i costi dello stesso molto elevati, dichiarando di non essere in grado di coprire le spese”.

L’avvocato della società, che ha visitato il detenuto nel carcere di Negev, ha riferito di aver presentato un ricorso alla Corte suprema per fare pressione sull’amministrazione carceraria israeliana, ed obbligarla ad eseguire l’intervento, tuttavia, quest’ultima ha iniziato a trattare, e ha chiesto il ritiro del ricorso. Ha sottolineato che “i medici hanno smesso si somministrare il trattamento al detenuto, che ora riceve solamente dei sedativi per calmare i forti dolori che lo affliggono, soprattutto da quando ha iniziato ad avvertire dei dolori anche all’occhio sinistro”.

Nello stesso contesto, l’avvocato ha anche visitato il detenuto Mustafa Awwad, da Jenin, condannato a nove anni di carcere. Secondo la Società dei Prigionieri palestinesi “il detenuto soffre di un deficit motorio al piede e al braccio destro, provocatogli durante la seconda Intifada, con una conseguente disabilità del 75%. Dopo sette anni di negligenza medica, ora, egli attende un intervento per un trapianto articolare”.

thanks to:

Israel charges Stop the Wall activist with supporting prisoners

Hassan Karajah

For the first time in more than four months, Hassan Karajah’s father was able to see him this week in an Israeli military court.

The family of the imprisoned activist has been forbidden from attending several of his previous hearings.

Arrested during a night raid in January, Karajah — youth coordinator with the Palestinian organization Stop the Wall — has clearly suffered the effects of being jailed with little access to sunlight and without proper nutrition. His fiancée Sundos Mahsiri said he has lost significant weight and that his skin appeared jaundiced during a recent hearing.

“But his spirit is very strong,” she told The Electronic Intifada. “We weren’t allowed to talk to him, but he told us not to worry as he entered and made victory signs during the proceedings.”

Karajah suffers from a pre-existing nerve condition in his back after he was in a car crash some years ago. At the beginning of his detention, he was completely denied access to his medicine. His family obtained medical forms from his doctor and submitted them to the International Committee of the Red Cross, after which the Israeli Prison Service agreed to provide him with his medicine. But it only gave him one-third of his prescribed daily dosage, according to Mahsiri.

Karajah then decided to stop taking the medicine altogether, Mahsiri explained, because of concerns about hygiene. Addameer, the Palestinian prisoner support group, has documented how other detainees may have contracted diseases as a result of non-sterilized medical equipment being used by personnel working for the Israeli authorities. They include the former hunger striker Thaer Halahleh, who was diagnosed with hepatitis following dental treatment (“Ex-hunger striker contracts hepatitis from Israeli prison clinic,” 22 May 2013).

“Baseless” charges

To date, Karajah has had more than a dozen hearings, most of which lasted no more than five to ten minutes. The Israeli military court handling his case has delayed the delivery of its verdict until 9 July.

Last month, Karajah was charged by Israeli prosecutors with being a member of an “illegal organization,” the Popular Front for the Liberation of Palestine, passing information to Lebanese resistance group Hizballah, and organizing protests on behalf of Palestinian “security” prisoners.

European Union officials were able to attain the exact details of the charges against Karajah and pass on an English translation to Stop the Wall. The allegations included participating in the a student group affiliated with the PFLP at Al-Quds University, distributing flyers and organizing protests, attending a PFLP anniversary commemoration, and meeting a Hizballah operative in Beirut, among a litany of others.

His fiancée Mahsiri argues that the charges were baseless. She believes that Israel targeted him because of the effectiveness of his activism and as revenge for his family history.

Karajah’s sister Sumoud had been given a twenty-year sentence for stabbing a soldier, but she was released after serving two years as part of the October 2011 prisoner exchange deal between Hamas and Israel.

Karajah’s younger brother Muntasser, who was arrested in September 2012, is now serving a ten-month prison sentence for membership in the PFLP. “It’s like they took revenge on his family because of his sister’s release,” Mahsiri said.

Beaten and isolated

After his arrest in January this year, Karajah was denied access to a lawyer for three weeks. His family was prevented from attending his first three hearings.

“For those three weeks, we had no idea where he was, how his health condition was; we had no information at all,” Mahsiri said.

During the interrogation period, Karajah was “hit, interrogated for ten to fourteen hours per day, and was held in solitary confinement in a small cell — about one meter wide and two meters high,” Mahsiri added.

Jamal Juma’, director of Stop the Wall, echoed the belief that the charges against Karajah were strictly politicized attempts to stifle Palestinian campaigners. “Anyone who travels abroad a lot, especially to Lebanon, and meets with Arabs, will be chased [by Israel] and probably accused of working with Hizballah,” he told The Electronic Intifada.

“We’ve all been arrested”

Juma’ said that Stop the Wall had been targeted because it has exposed Israeli human rights abuses and land theft, and cultivated international solidarity. Stop the Wall has also been a vocal proponent of the Palestinian call for boycott, divestment and sanctions (BDS) against Israel.

“We’ve all been arrested,” said Juma’, who has also been arrested twice for similar charges. A total of five youth members of the Stop the Wall campaign are currently detained in Israeli prisons, and several others working with the organization face the threat of arrest.

The group’s offices have been raided twice by the Israeli military, once in February 2010 and again in June 2012.

To preserve its system of domination, Israel enforces a fractured political geography on Palestinians by regularly targeting activists, intellectuals and entire organizations. One of the biggest factors behind Karajah’s arrest, according to Juma’, is his history of organizing solidarity events on behalf of Palestinian prisoners.

“The prisoners have been huge for Palestinian unity, and Israel doesn’t want to see any mass mobilization like this,” said Juma’. “Any attempt to bring people together across parties — Israel wants to smash it. Any leader, they will get him.”

According to Juma’, Israeli interrogators use spurious claims of affiliation to Hizballah to pressure activists into giving up information about peaceful movements against the occupation. During his own interrogation, he said, Israeli intelligence squeezed him for information about Stop the Wall and names of activists involved in the BDS campaign — which Israel calls the “de-legitimization movement.”

“There’s no logic in their racism,” he said. “Their courts and laws are in favor of their political goals. Illegal settlers who attack Palestinians and destroy olive trees on a daily basis are not questioned, but Palestinians like Hassan, who choose a peaceful route, are imprisoned.”

Patrick O. Strickland is a freelance journalist whose writing has appeared at Al Jazeera English, GlobalPost, Al Akhbar English, and elsewhere. Follow him on Twitter @pstrickland.

thanks to: Patrick O. Strickland

The Electronic Intifada

In morte di Stefano Cucchi

“Non si possono fermare le nuvole”. Le parole di Erri ricollocano quelle del potere, in stile Giovanardi, nell’abisso della peggiore miseria. Nell’inumano.
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12 Novembre 2009

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l´aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita.

I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.

(Erri de Lucascrittore)

thanks to: Contropiano.org

I bambini palestinesi – soli e frastornati – nel carcere israeliano di Al Jarame

Rapporto speciale: il sistema giudiziario militare di Israele è accusato di aver maltrattato bambini palestinesi accusati per il lancio di pietre. 

di Harriet Sherwood

La stanza è appena un po’ più larga del sottile materasso sporco che copre il pavimento. Dietro un basso muro di cemento c’è un gabinetto alla turca, il puzzo del quale non ha modo di disperdersi nella stanza senza finestre. Le pareti di cemento ruvido scoraggiano lo starsene appoggiato in ozio, l’illuminazione ininterrotta dall’alto impedisce il sonno. La consegna del cibo attraverso una bassa fessura nella porta è l’unico modo per marcare il tempo, di separare il giorno dalla notte.

                   

 

Questa è la cella 36, profonda all’interno del carcere di Al Jalamenel nord di Israele. E’ una di una manciata di celle in cui i bambini palestinesi vengono rinchiusi in isolamento per giorni o addirittura settimane. Uno di 16 anni ha sostenuto di essere stato rinchiuso nella cella 36 per 65 giorni. 

L’unica via di fuga è il recarsi nella stanza degli interrogatori dove i bambini vengono incatenati, mani e piedi, a una sedia mentre vengono poste loro domande, talvolta per ore. 

La maggior parte sono accusati di aver tirato pietre contro soldati o coloni; alcuni del lancio di molotov; pochi, di reati più gravi come l’appartenere a organizzazioni militanti o l’uso di armi. Ad essi viene fatto pure il terzo grado per ottenere informazioni sulle attività e le simpatie dei loro compagni di classe, di parenti e vicini. 

All’inizio, quasi tutti negano le accuse. La maggior parte dice che sono stati minacciati; alcuni riferiscono di violenze fisiche. L’abuso verbale – “Sei un cane, figlio di puttana” – è abbastanza comune. Molti sono esauriti dalla privazione del sonno. Giorno dopo giorno vengono incatenati alla sedia, poi vengono riportati in cella di isolamento. Alla fine, molti firmano confessioni che in seguito dichiarano essere state loro estorte. 

Queste affermazioni e descrizioni provengono da dichiarazioni giurate scritte fornite dai minori a un’organizzazione internazionale per i diritti umani e da interviste effettuate da The Guardian. Pure altre celle delle prigioni di Al Salame e di Petah Tikva vengono utilizzate per l’isolamento, ma la cella 36 è quella che viene più spesso citata in queste testimonianze. 

Ogni anno, vengono arrestati dai soldati israeliani tra i 500 e i 700 bambini, per lo più accusati del lancio di pietre. Dal 2008, Defence for Children International (DCI) ha raccolto testimonianze giurate da 426 minori detenuti nel sistema giudiziario militare israeliano. 

Le loro dichiarazioni rivelano un sistema di arresti notturni, di mani legate con fascette di plastica. di bende agli occhi, di abusi fisici e verbali, e minacce. Circa il 9% di tutti coloro che hanno fornito una deposizione scritta giurata affermano di essere stati tenuti in isolamento, anche se negli ultimi sei mesi c’è stato un marcato incremento al 22%. 

A pochi genitori viene detto dove sono stati portati i loro figli. Raramente i minori vengono interrogati alla presenza di un genitore e poche volte incontrano un avvocato prima o durante la fase iniziale dell’interrogatorio. La maggior parte viene incarcerata all’interno di Israele, rendendo così molto difficili le visite dei familiari. 

Organizzazioni per i diritti umani affermano che queste modalità di trattamento – che sono confermate da uno studio a parte, No Minor Matter [Non importa se è un minore], eseguito dal gruppo israeliano B’Tselem – violano la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, che Israele ha ratificato, e la IV Convenzione di Ginevra. 

La maggioranza dei bambini sostiene di essere innocente dei crimini di cui sono accusati, nonostante le confessioni e le ammissioni di colpevolezza, ha dichiarato Gerard Horton di DCI. Ma, ha aggiunto, la colpevolezza o l’innocenza non costituiva un problema per quanto riguarda il loro trattamento. 

“Non diciamo che i reati non sono stati commessi – sosteniamo che i bambini hanno diritto a una tutela legale. Indipendentemente da ciò di cui sono accusati, non dovrebbero essere arrestati nel cuore della notte durante irruzioni terrificanti; non dovrebbero essere ammanettati in modo doloroso e bendati, a volte per ore; dovrebbero essere informati del diritto al silenzio e che avrebbero il diritto di avere la presenza di un genitore durante l’interrogatorio.” 

Il 16enne Mohammad Shabrawi, di Tulkarem nella West Bank, lo scorso gennaio è stato arrestato verso le 02:30. “Quattro soldati hanno fatto irruzione nella mia camera da letto e hanno detto tu devi venire con noi. Non hanno saputo dirmi il perché, non hanno detto nulla né a me né ai miei genitori,” ha raccontato a The Guardian. 

Ammanettato con stringhe di plastica e bendato, egli pensa di essere stato portato dapprima in una colonia israeliana, dove è stato fatto inginocchiare – ancora ammanettato e bendato – su una strada asfaltata per un’ora nel gelo mortale della notte. Un secondo viaggio si è concluso alle 08:00 circa al centro di detenzione di Al Jarame, noto anche come carcere Kishon, in mezzo ai campi vicino alla strada per Nazareth e Haifa. 

Dopo un controllo medico di routine, Shabrawi è stato portato nella cella 36. Ha raccontato di avervi trascorso 17 giorni in isolamento, a parte gli interrogatori, come pure in una cella simile, la 37. “Mi sentivo solo, sempre spaventato e avevo bisogno di qualcuno con cui parlare. Ero soffocato dalla solitudine. Morivo dalla voglia di incontrare qualcuno, di parlare con qualcuno…Ero tanto annoiato che quando sono uscito [dalla cella] e ho visto la polizia, loro parlavano in ebraico e io non parlavo in ebraico, facevo cenno di assenso come se capissi. Morivo dalla voglia di parlare.” 

Durante l’interrogatorio era ammanettato. “Mi hanno maledetto e hanno minacciato di arrestare la mia famiglia se non confessavo,” ha riferito. Ha detto di aver visto per la prima volta un avvocato 20 giorni dopo il suo arresto, e di essere stato messo sotto accusa dopo 25 giorni. “Mi hanno accusato di molte cose,” ha detto, aggiungendo che nessuna era vera. 

Alla fine Shabrawi ha confessato di appartenere a un’organizzazione illegale ed è stato condannato a 45 giorni. Dal suo rilascio, ha raccontato, “ora aveva paura dell’esercito, paura di essere arrestato.“ Sua madre ha detto che era diventato introverso. 

Ezz ad-Deen Ali Qadi, di Ramallah, che aveva 17 anni quando lo scorso gennaio è stato arrestato, ha descritto un trattamento simile durante l’arresto e la detenzione. Dice di essere stato tenuto in isolamento ad Al Jalame per 17 giorni nelle celle 36, 37 e 38. 

“Vorrei cominciare ripetendo a me stesso le domande fatte da quelli che mi interrogavano, chiedendomi è vero ciò di cui mi accusano,” ha raccontato a The Guardian. “Senti la pressione della cella. Poi pensi alla tua famiglia e senti che andrà perduto il tuo futuro. Sei sottoposto a un enorme stress.” 

Il suo trattamento durante l’interrogatorio dipendeva dall’umore di chi lo interrogava, ha riportato. “Se è di umore buono, a volte ti permette di state seduto sulla sedia senza manette. Oppure può costringerti a sedere su una sedia piccola con un cerchio di ferro dietro. Poi ti attacca le mani all’anello e le tue gambe a quelle della sedia. Talvolta stai così per quattro ore. E’ doloroso 

“A volte si prendono gioco di te. Chiedono se vuoi dell’acqua, e se dici di sì, la portano ma poi la beve chi interroga.” 

Al Qadi ha detto di non aver visto i suoi genitori nel corso dei 51 giorni in cui è stato incarcerato prima del processo e gli è stato permesso di vedere un avvocato solo dopo 10 giorni. Egli è stato accusato di aver lanciato pietre e di progettare operazioni militari, e , dopo aver confessato, è stato condannato a sei mesi di prigione. The Guardian ha le testimonianze scritte giurate di altri cinque giovani che hanno detto di essere stati detenuti in isolamento ad Al Jalame e a Petah Tikva. Dopo l’interrogatorio tutti hanno confessato. 

“L’isolamento distrugge l’animo di un bambino,” ha dichiarato Horton. I bambini sostengono che dopo una settimana o giù di lì di questo trattamento confessano, semplicemente per uscire dalla cella.” 

L’Agenzia Israeliana per la Sicurezza (ISA) – nota anche come Shin Bet – ha dichiarato a The Guardian “Nessuno sotto interrogatorio, inclusi i minori, viene tenuto solo in cella come misura punitiva o al fine di ottenere una confessione.” 

Il Servizio Carcerario Israeliano non ha risposto a una domanda specifica sull’isolamento carcerario, sostenendo solo “l’incarcerazione di prigionieri….è soggetta a un esame giudiziario. 

Pure giovani detenuti riferiscono di metodi di interrogatorio duri. The Guardian ha intervistato il padre di un minore che sconta una pena di 23 mesi per aver lanciato pietre contro i veicoli. Ali Odwan, di Azzun, ha raccontato che a suo figlio Yahir, che aveva 14 anni quando è stato arrestato, sono state date delle scosse elettriche con un Taser mentre era sotto interrogatorio. 

“Ho visitato mio figlio in prigione. Ho visto i segni selle scosse elettriche su entrambe le braccia, erano visibili da dietro il vetro. Gli ho chiesto se erano dovuti alle scariche elettriche, lui si è limitato ad annuire. Aveva paura che qualcuno stesse ascoltando,” ha raccontato Odwan. 

Il DCI ha le dichiarazioni scritte giurate di tre minorenni, accusati del lancio di pietre, che affermano che sotto interrogatorio, nel 2010, sono state inflitte loro delle scariche elettriche. 

Un altro di Azzun, più giovane, Sameer Saher, aveva 13 anni quando è stato arrestato alle 2 di notte. “Un soldato mi ha tenuto la testa in giù, mi ha portato a una finestra e ha detto: ‘Voglio buttarti dalla finestra.’ Mi hanno dato botte alle gambe, allo stomaco e in faccia,” ha raccontato. 

Quelli che lo interrogavano lo hanno accusato del lancio di pietre e gli hanno chiesto i nomi degli amici che ugualmente avevano lanciato pietre. Egli è stato rilasciato senz’accusa dopo circa 17 ore dal suo arresto. Ora, dice, gli è difficile dormire per paura che “verranno di notte e mi arresteranno.” 

In risposta alle domande sui presunti maltrattamenti, tra cui le scariche elettriche, l’ISA ha dichiarato: “Le affermazioni che i minori palestinesi sono stati oggetto di metodi di interrogatorio che includono percosse, periodi prolungati in manette, minacce, calci, insulti, umiliazioni, l’isolamento e la prevenzione del sonno sono del tutto prive di fondamento….Gli investigatori agiscono in conformità con la legge e le inequivocabili linee guida che vietano tali azioni.” 

The Guardian ha visto pure rare registrazioni audiovisive degli interrogatori di due ragazzi, di 14 e 15 anni, del villaggio di Nabi Saleh, teatro delle proteste settimanali contro i coloni dei dintorni. Entrambi sono visibilmente esausti dopo essere stati arrestati nel bel mezzo della notte. I loro interrogatori, che hanno inizio alle 9:00 del mattino, durano quattro e cinque ore. 

Nulla viene detto loro del diritto legale di rimanere in silenzio e ad entrambi vengono poste ripetutamente domande allusive compreso anche se determinate persone li hanno incitati a tirare le pietre. A un certo punto, dato che un ragazzo poggia la testa sul tavolo, l’investigatore lo scuote gridando: “Alza la testa.Tu.” Durante l’interrogatorio dell’altro ragazzo, un investigatore sbatte ripetutamente il pugno sul palmo della propria mano con fare minaccioso. Il ragazzo scoppia in lacrime dicendo che quella mattina avrebbe dovuto sostenere un esame a scuola. “Mi faranno bocciare, perderò un anno,” dice singhiozzando. 

Per nessuno dei due era presente un avvocato durante il loro interrogatorio. 

La legge militare israeliana è stata applicata nella West Bank fin da quando Israele ha occupato il territorio, più di 44 anni fa. Da allora, sono stati arrestati a seguito di ordini militari più di 700.000 palestinesi, uomini, donne e bambini. 

In base all’Ordine Militare 1651, l’età della responsabilità penale è di 12 anni, e i bambini al di sotto dei 14 anni sono esposti a un massimo di sei mesi di prigione. Tuttavia, in teoria, i bambini di età compresa tra i 14 e i 15 anni potrebbero essere condannati fino a 20 anni per il lancio di un oggetto a un veicolo in movimento con l’intento di nuocere. In pratica, secondo il DCI, la maggior parte delle condanne sono comprese tra le due settimane e i dieci mesi. 

Nel settembre 2009, si è costituito un tribunale militare minorile speciale. Esso svolge le sedute due volte la settimana a Ofer, una prigione militare fuori Gerusalemme. I minori vengono condotti in tribunale in manette e con i ceppi alle gambe, con indosso la divisa marrone della prigione. Il procedimento si svolge in ebraico alternato dalla traduzione fornita da soldati che parlano l’arabo. 

Il Servizio Carcerario Israeliano ha detto a The Guardian che l’uso delle reclusioni in luoghi pubblici è stato consentito nei casi in cui “non vi è una ragionevole preoccupazione che il prigioniero scapperà, causerà danni a cose o persone, danneggerà le prove o tenterà di eliminare elementi di prova.” 

Questo mese, The Guardian è stato testimone di un caso in cui due ragazzi, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, hanno ammesso di essere entrati illegalmente in Israele, di aver lanciato bombe Molotov e pietre, di aver dato inizio a un incendio che ha prodotto ingenti danni e compiuto atti vandalici contro la proprietà. L’accusa ha chiesto una condanna che rifletta le “motivazioni nazionalistiche “ degli imputati e che agisca come deterrente. 

Il ragazzo più grande è stato condannato a 33 mesi di carcere, il più giovane a 26 mesi. Entrambi sono stati condannati a ulteriori 24 mesi con la sospensione della pena e multati di 10.000 shekel. Il mancato pagamento della stessa comporterebbe l’aggiunta di altri 10 mesi di prigione. 

Lo scorso anno, varie delegazioni parlamentari britanniche hanno assistito a udienze di bambini a Ofer. Lo scorso maggio, Alf Dubs ha fatto un resoconto alla Camera dei Lord, dicendo: “Abbiamo visto un 14 enne e un 15 enne, di cui uno in lacrime, entrambi all’apparenza del tutto frastornati…..Non credo che questo processo di umiliazione rappresenti la giustizia. Ritengo che il modo in cui questi giovani vengono trattati sia di per sé stesso un ostacolo alla realizzazione da parte di Israele di relazioni pacifiche con il popolo palestinese.” 

Lisa Nandy, membro del Parlamento per Wigam, che il mese scorso a Ofer ha assistito al processo di un 14 enne incatenato, ha trovato l’esperienza angosciante. “In cinque minuti è stato considerato colpevole del lancio di pietre ed è stato condannato a nove mesi. E’ stato scoccante vedere un bambino che viene sottoposto a questo processo. E’ difficile vedere come possa essere trovata una soluzione [politica] quando i giovani vengono trattati in questo modo. Finiscono per avere poche speranze per il loro futuro e per essere molto arrabbiati per il trattamento da loro subito.” 

Horton ha riferito che una dichiarazione di colpevolezza rappresentava il “modo più rapido per uscire dal sistema”. Se i bambini dicono che la loro confessione è stata estorta, “ciò fornirebbe loro una difesa legale, ma dato che verrebbe negata loro la cauzione, rimarrebbero in carcere più a lungo che se si fossero semplicemente dichiarati colpevoli”. 

Una perizia scritta nel maggio 2011 da Graciela Carmon, una psichiatra infantile e membro dei Medici per i Diritti Umani ha riportato che i bambini sono particolarmente soggetti a fornire una falsa testimonianza sotto coercizione. 

Anche se alcuni detenuti si rendono conto che fornire una confessione, nonostante la loro innocenza, avrà ripercussioni negative in futuro, ciononostante essi confessano in quanto l’angoscia fisica e/o mentale che essi provano prevale sulle implicazioni future, di qualsiasi tipo possano essere. 

Quasi tutti i casi documentati dal DCI si sono conclusi con una dichiarazione di colpevolezza e circa tre quarti dei minori condannati sono stati trasferiti in carceri all’interno di Israele. Ciò viola l’articolo 76 della IV Convenzione di Ginevra che esige che i bambini e gli adulti dei territori occupati siano detenuti all’interno degli stessi. 

Il mese scorso, le Forze di Difesa Israeliane (IDF), responsabili degli arresti nella West Bank, e il sistema giudiziario militare hanno dichiarato che il sistema giudiziario militare “è incentrato sull’impegno di salvaguardare i diritti dell’accusato, l’imparzialità giudiziaria e sul dare risalto all’implementazione delle norme del diritto internazionale in situazioni estremamente pericolose e complesse.” 

L’ISA ha dichiarato che i suoi dipendenti hanno agito in conformità con la legge, e ai detenuti sono stati concessi i pieni diritti loro spettanti, tra cui il diritto all’assistenza legale e la visita da parte della Croce Rossa. “L’ISA smentisce categoricamente tutte le asserzioni per quanto riguarda gli interrogatori di minori. Infatti, è vero l’esatto contrario – le linee guida dell’ISA garantiscono ai minori una speciale protezione della quale necessitano a causa della loro età”. 

Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato al The Guardian : “Se i detenuti ritengono di essere stati maltrattati, specialmente nel caso dei minori, ….è molto importante che tali persone, o chi le rappresenta, si facciano avanti e sollevino questi problemi. La prova di una democrazia sta nel come si trattano le persone incarcerate, la gente in prigione, e in modo particolare i minori.” 

Il lancio di pietre, ha aggiunto, è un’attività pericolosa che, lo scorso anno, aveva provocato la morte di un padre israeliano e del suo figlio neonato. 

Il lancio di pietre, quello di bottiglie Molotov e altre forme di violenza sono inaccettabili e le autorità di sicurezza devono porre loro fine quando si verificano. 

Gruppi per i diritti umani sono preoccupati per l’impatto che a lungo termine avrà la detenzione sui minori palestinesi. Inizialmente, alcuni bambini mostrano una certa spavalderia, credendo che ciò rappresenti un rito di passaggio, ha affermato Horton. “ ma quando te ne stai seduto con loro un’ora o giù di lì, sotto questa patina di spavalderia si rivelano dei bambini che sono alquanto traumatizzati.” Molti di loro, ha detto, non vogliono più vedere altri soldati, o andare nei pressi di un checkpoint. Pensa che il sistema agisca da deterrente? “Sì, credo di sì”. 

Secondo Nader Abu Amsha, direttore dell’YMCA, a Beit Sahour vicino a Betlemme, che gestisce un programma di riabilitazione per i minori, “le famiglie pensano che quando un bambino viene rilasciato, sia la fine del problema. Noi diciamo loro che questo è solo l’inizio.” 

A seguito della detenzione molti bambini presentano sintomi di traumi, incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza e di inutilità, comportamento ossessivo compulsivo, enuresi, aggressività, astinenza e mancanza di motivazione. 

Le autorità israeliane dovrebbero prendere in considerazione gli effetti a lungo termine, sostiene Abu Amsha. “Non prestano attenzione a come questo potrebbe prorogare il circolo vizioso della violenza, di come tutto ciò potrebbe aumentare l’odio. Questi bambini se ne escono da questo processo con una gran rabbia. Alcuni provano il bisogno di vendetta. 

“Vedi bambini che sono spezzati del tutto. E’ doloroso vedere la sofferenza di questi bambini, vedere quanto sono stati tartassati dal sistema israeliano.” 

Link to video: Cell 36: Palestinian children locked in solitary confinement in Israel

thanks to: tradotto da mariano mingarelli

Ecco quali sono le condizioni dei bambini palestinesi nelle carceri israeliane

Al Jalame è diventata famosa come la prigione israeliana per bambini con la sua infame cella 36, di cui tanti bambini hanno testimoniato. All’interno del carcere Al Jalame, in profondità a tre piani sotto la superficie è localizzata la cella per bambini piccoli, buchi neri, dove i bambini palestinesi, anche a soli 12 anni sono tenuti in isolamento, alcuni per 65 giorni. In un’intervista del Guardian due bambini hanno descritto la cella 36: “la cella è lunga 2m e larga 1m, grande come un materasso. Si mette giù il materasso e nella parte anteriore c’è un WC… Non non c’è nessuna finestra… manca l’aria, si soffoca”. La stanza è appena più ampia rispetto al materasso sporco sottile che copre il pavimento. Il materasso è molto sottile, solo 5cm di spessore. Una luce gialla è tenuta accesa 24 ore al giorno per impedire di dormire, mentre le pareti presentano sporgenze taglienti impedendo al bambino di stare appoggiato. La consegna del cibo avviene attraverso uno sportello ancorato alla porta, è l’unico modo per contare i giorni, dividendo il giorno dalla notte. La colazione è servita alle 4 del mattino attraverso lo sportello della porta situato a 30cm dal pavimento. Se il vassoio della colazione non è preso in tempo il cibo si rovesciano sul pavimento, il bambino è punito se non riesce a mangiare tutto. Dove finisce il materasso c’è un basso muro di cemento dietro c’è la toilette: un buco nel pavimento. La puzza dal gabinetto invade la stanza senza finestre. Per i bambini l’unica via di fuga da questa gabbia è la stanza degli interrogatori, dove, incatenati mani e piedi, sono maltrattati dalla polizia segreta israeliana per oltre 6 ore alla volta, fino a confessare, solitamente lanciare una pietra corrisponde ad una pena fino a 20 anni. I bambini descrivono le le sei ore di interrogatorio: “sul terreno c’è un anello di ferro, dove sono agganciate le manette che bloccano entrambi le mani . le caviglie sono bloccate alle gambe della sedia… Non è possibile spostarsi… come una statua. Minacciano che potrebbero arrestare mio padre e mia madre e portarli qui se non confesso”. I carcerieri ci dicono “Tu ci costringi a portarli qui, cerca di capire che noi abbiamo lo stato di Israele dietro di noi, dietro di te c’è il nulla” I bambini hanno testimoniato di essere sessualmente abusati dagli interroganti e minacciati di sodomia con un oggetto al fine di costringere una confessione, la prigione di Ofer è gestita da G4S. (G4S è una multinazionale security services fondata in Danimarca “per soddisfare le esigenze nel tempo della sicurezza globale” ) Durante l’interrogatorio in fase di arresto prima di entrare nella struttura, bambini hanno testimoniato che soldati israeliani utilizzano anche cani. Un ragazzo ha raccontato come, dopo essere incatenato così da non potersi muovere, hanno versato sulla sua testa cibo per cani, il cane si è a scatenato per mangiargli la testa, ha descritto la paura, la saliva dei cani che colava sul suo viso. Hanno poi messo cibo per cani vicino ai genitali ragazzi… approfondimento in inglese, gennaio 2012 guardian.co.uk

thanks to: The Free Samer Issawi Campaign

traduzione Invictapalestina

Miriam Marino

 

 

 

Medici israeliani che tradiscono la loro formazione

Un articolo del giornalista israeliano Gideon Levy, una delle poche eccezioni nella grande maggioranza di quelli completamente omologati al governo israeliano.
[Con i dovuti distinguo, questo articolo potrebbe valere anche per certi medici delle carceri italiane.]

di Gideon Levy.

Dalle guardie carcerarie e dal personale del servizio segreto Shin Bet nessuno si aspetta alcuna compassione o umanità. Ma dove sono i medici?

Hanno studiato medicina. Forse i loro genitori li hanno spinti a diventare medici o forse hanno avuto l’ardente desiderio di entrare in questa professione da quando erano bambini. Hanno certamente pensato a una bella carriera, ma anche alla santità di questa professione, alla nobile aspirazione di salvare vite umane e curare i malati. Di certo hanno letto il giuramento di Ippocrate, un documento molto commovente. Nella versione ebraica del giuramento, che è stato composto dal Prof. Lipman Halpern nel 1952, hanno anche giurato che avrebbero “aiutate tutti i malati, indipendentemente dal fatto che siano stranieri, o gentili, o cittadini umiliati, o quelli rispettati.”

Hanno studiato medicina a Gerusalemme, a Mosca, a Budapest o a Odessa. Sognavano una carriera, ma, alla fine, si sono ritrovati a lavorare come medici nelle prigioni di Israele o nel servizio di sicurezza Shin Bet, anche se anche lì non avevano motivo di vergognarsi della loro professione. Alcuni di loro hanno certamente incontrato il caso di Maysara Abuhamdieh, un prigioniero che stava scontando una condanna a vita. Nel mese di agosto 2012, Abuhamdieh ha lamentato forti dolori alla gola. Solo dopo sei mesi (!) – vale a dire solo lo scorso febbraio – gli è stato diagnosticato un carcinoma dell’esofago. Solo dopo che erano già trascorsi due mesi – cioè il 30 marzo – è stato deciso che sarebbe stato ricoverato nel Soroka Medical Center di Be’er Sheva. È morto due settimane dopo.

Durante quei mesi critici, la sua famiglia ha fatto disperato appello ai Medici per i Diritti Umani – Israele: il loro amato Maysara riusciva a malapena a parlare a causa del dolore e rabbrividivano al pensiero che non potesse ricevere cure mediche appropriate. Un mese fa, un rappresentante di quella organizzazione ha presentato ad un alto ufficiale medico della polizia penitenziaria, il sovrintendente capo dottor Goldstein Liav, la richiesta urgente che il prigioniero potesse ricevere cure mediche. Goldstein non si è nemmeno preso la briga di rispondere.

In Israele una legge del 2001, che disciplina il rilascio anticipato dei prigionieri, autorizza il comitato per la grazia del servizio carcerario di organizzare il rilascio anticipato di un detenuto che abbia i giorni contati. In questo caso, il comitato ha funzionato a un ritmo spaventosamente lento. Quando questa settimana è stato chiesto di spiegare perché Abuhamdieh, che stava chiaramente morendo, non è stato subito rilasciato, il Commissario Nazim Sabiti, comandante del distretto meridionale della polizia penitenziaria, ha semplicemente affermato che una riunione del consiglio di amministrazione è stata effettivamente tenuta sul tema della liberazione del prigioniero.

Tutto ciò e’ accaduto sotto l’occhio presumibilmente vigile di medici che hanno fatto il giuramento di Ippocrate. Questi stessi medici permettono il ricovero di prigionieri che sono ammanettati mani e piedi anche se in gravi condizioni, come è avvenuto con Abuhamdieh.
Questi stessi medici hanno visto la situazione di un altro prigioniero, Zuheir Lubada, i cui reni e fegato erano malati e che stava morendo. Lubada è stato rilasciato dal carcere solo dopo che è entrato in coma ed era in gravi condizioni; è morto una settimana dopo. Questi stessi medici consentono la pratica scandalosa dell’isolamento per mesi e persino anni alla fine, nonostante la relazione del comitato etico dell’Associazione Medica Israeliana che ha categoricamente dichiarato che questa pratica infligge danni fisici ed emotivi irreversibili sui detenuti.

Questi stessi medici hanno visto come Ben Zygier è stato messo in isolamento e hanno visto i risultati delle torture subite durante gli interrogatori dello Shin Bet. Hanno visto tutto questo e non hanno detto nulla. Hanno visto e hanno dato la loro autorizzazione, nonostante le disposizioni del loro comitato etico, secondo il quale: “Ogni medico che ha assistito a un interrogatorio o tortura effettuata in violazione delle convenzioni internazionali dovrà riferire la violazione alle autorità competenti”. Abbiamo mai sentito di anche un solo medico che abbia riferito di procedure improprie, che abbia fatto clamore, che abbia emesso un avviso o che addirittura abbia dato le dimissioni di fronte a una tale violazione delle convenzioni internazionali?

“Questo è il cancro della occupazione”, è stata la diagnosi di un medico, il dottor Ahmed Tibi MK (United Arab List – Ta’al), che ha scritto quella frase questa settimana sulla sua pagina Twitter, in risposta alla morte di Maysara Abuhamdieh, che ha infine ceduto al cancro. Come Zygier, Abuhamdieh era il prigioniero X; poche persone sapevano della sua malattia, e non è certo che gli fu dato il trattamento medico a cui aveva diritto come essere umano. Certamente le guardie carcerarie hanno visto e non hanno detto niente, e lo Shin Bet ha ritardato il rilascio anticipato di Abuhamdieh dalla prigione che avrebbe potuto almeno farlo morire circondato dai membri della sua famiglia. Dalle guardie carcerarie e dal personale dello Shin Bet nessuno si aspetta alcuna misura di compassione e umanità. Ma dove erano i medici?

La prossima volta che Israele manda un gruppo di medici in un’area disastrata all’estero e suoi medici lavorano sodo per fornire assistenza medica alle vittime di quel disastro, non bisogna dimenticare i loro colleghi, i medici che non dicono nulla, che chiudono gli occhi, che non offrono l’aiuto medico necessario qui in Israele, nelle carceri e nelle stanze degli interrogatori. Anche loro sono medici e un giorno firmarono anche il giuramento di Ippocrate.

Traduzione di Angelo Stefanini from here

thanks to:

Study: Israel’s Secret Prisons: Terrorism at Large

The successive Israeli occupation governments adopted arbitrary policies after the occupation of theWest Bank and the Gaza Strip in 1967. Prisons and detention centers are used to crush Palestinians spiritually and psychologically. Those prisons werecrowded with tens of thousands of Palestinians including children, elders and women. Some estimate the number of Palestinians arrested by Israel since 1967 is around 750,000, including 12,000 women and tens of thousands of children.

Prisons, built first by the British Mandate of Palestine, are used by Israel to crush Palestinians. Moshe Dayan, Israel’s former Minister of Defense wanted to use these prisons to destroy Palestinians and separate them from the rest of the world. Detention centers were equipped with all needed equipments and facilities to achieve this inhumane goal.

Transferring detained people from the occupied territory to the land of the occupying power is illegal under international law. The Israeli occupation is accused of running secret prisons away from the eyes of the world in which certain people are held. The occupation is also accused of conducting medical tests on prisoners.

The execution or the suicide of Ben Zygier, also know as Prisoner X, raised the issue of Arab and Palestinian prisoners in Israel’s secret prisons. For decades, Palestinians and human rights organizations have been talking about Israel’s secret prisons. Some of these prisons belonged to the British Mandate of Palestine and others were later built.

Secret prisoners are considered a violation of international law which asks for certain standards to be met in regard to prisons’ conditions. This requires exposing these prisons and making them face worldwide public opinion, so the international community can understand why they are considered war crimes.

Israel‘s secret prisons

Israel built 28 detention and interrogation centers. In addition, it built secret prisons to serve as “graveyards for the livings” in which all international norms and rules are broken, and all forms of torture are practiced with no attempt whatsoever to follow international law.

Prisoners held in these secret prisons are called “Prisoner X”. Prisoner X is defined as the person who was kidnapped or disappeared from his/her residency area without informing his/her families or human rights organizations of the places they are being held or the charges that they are facing.

Some prisoners released from these secret prisons spoke of brutality and torture. They were held in 2-square-meter cells run by 504 Unit, which is assigned to practice all forms of torture. Israel’s Supreme Court’s decision declined the closure of the 1391 secret prison.

Missing prisoners

“May God let me see my son Majed soon,” these were the words of Ahmed Alzuboun, moments before his death. Ahmed Alzuboun is the father of Majed Alzuboun, who has been missing for 21 years now after he tried to cross the Jordan-Palestine borders. It’s not known whether he is alive or dead.

The death of the Alzuboun, the father, re-opened thecases of the 20 missing Jordanians, whose names are recorded in the National Jordanian Committee to support prisoners and the missing in the occupation jails.

Hundreds of Arab prisoners went missing. They are either imprisoned in Israel’s secret prisons or were shot dead, then buried in Israel’s “Numbers Graveyards”.

Israeli and international media sources revealed four numbers graveyards:

 1- Banat Jacob (daughters of Jacob) graveyard next to the Israel-Lebanon-Syria borders. Some estimate the number of people buried there around is 500. Most of them were killed in the 1982 war and afterward.

 2- The numbers graveyard which is located in the military zone between Jericho and Damiah bridge. It’s surrounded by a wall that has an iron gate with a banner which reads “Graveyard for the Enemies’ Victims”. 100 graveyards are there which carry numbers from 5003-5107.

 3- Refeem Graveyard in the Jordan Valley.

 4- Shiheta Graveyard next to the Sea of Galilee. The people buried there were killed between 1965 and 1975. What is most provocative is that these graves are not dug deeply enough to protect the bodies of the dead from animals looking for something to eat.

According to the above mentioned facts, there is a relation between numbers graveyards and missing prisoners. They might have been killed and their organs have been stolen.

No one can tell the number of these secret prisons. A number of people were kidnapped and Israel claimed it killed them without handing their bodies to their families or providing an evidence of their death. Examples of these are Adel and Imad awadallah (Palestine), Mohammed Atiah, Majed Alzuboun, and Laith Alkilani (Jordan) and Yehia Skaf (Lebanon).

 Some freed prisoners mentioned names of these secret prisons such as “Barack”, “Sarafand”, “1901” and “Itileet”.

Jonthan Cook of the Counterpunch says “Facility 1391, close to the Green Line, the pre-1967 border between Israel and the West Bank, is different. It is not marked on maps, it has been erased from aerial photographs and recently its numbered signpost was removed. Censors have excised all mention of its location from the Israeli media, with the government saying that secrecy is essential to “prevent harm to the country’s security”. According to lawyers, foreign journalists divulging information risk being expelled from Israel. But, despite government attempts to impose a news blackout, information about more than a decade of horrific events at Facility 1391 are beginning to leak out. As a newspaper described it, Facility 1391 is “Israel’s Guantanamo”.

In 2003 interview, Ariel Sharon, Israel’s former Prime Minister said “Israel is committed to release all Jewish captives. I have been handling this profile for the last 50 years. When I was in the paratrooper units, we used to kidnap Jordanian soldiers for future swap deals”. It’s known that Jordan never reached a prisoners swap deal with Israel. The question is, where are these Jordanian prisoners?

In the same year, the debate about the killing of Nachshon Waxman, an Israeli soldier killed as IOF tried to release him from his Hamas captors who wanted to exchange him for Palestinian prisoners. An Israeli officer said in an interview “My unit was assigned to release Waxman. We would have managed to get him the same as we did with Imad and Adel Awadallah”. This means Imad and Adel Awadallah were not killed as Israel claimed.

Torture in secret prisons

Torture varies in Israel’s secret prisons from psychological and physical torture, chaining prisoners and banning them from going to the rest room and tying them to chairs for a long time. Banning prisoners from sleeping and pouring cold water on them, threatening them of rape, stripping them kicking them, and asking them to stand for a long time. Prisoners are told that they are held “on the moon” so that they have no option but to confess.

Military courts

 X prisoners are put to trail in military courts where the whereabouts of their trials are kept secret. They are brought to the house of the judge when possible; otherwise, the judge comes to the court himself. The proceedings and hearings are kept secret. An officer writes them down on a laptop that is connected to the court’s network.

1391 secret prison

According to prisoners released from this prison, the 1391 secret prison was built during the British Mandate of Palestine in the center of Palestine. It was used later by Israel as a secret prison. Conditions in this prison are not like any other prison. Prisoners are kept individually in very small cells. The prison is surrounded by watch towers, wires and trees.

The international community needs to take action, otherwise those forgotten prisoners will die and be given new numbers in Israel’s notorious numbers graveyards.

Read Richard Falk’s review of CPDS’s the prisoners’ diaries  on Alahram Weekly here.

The study was originally published in Arabic by Alzaytouna Center for Studies and Consultations, Lebanon. Translated by Center for Political and Development Studies, Palestine.

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Sayed: Abu Hamdiya was executed and prisoners won’t remain silent

TULKAREM, (PIC)– Abbas Sayed, head of the senior leadership committee of Hamas prisoners, revealed that the doctors in the Israeli jails had been giving captive Maysara Abu Hamdiya medicines that had exacerbated his health condition.

Sayed confirmed that “the prisoners will not remain silent regarding the murder policy adopted by the Israeli Prison Service against them.”

Lawyer for the International Tadamun (Solidarity) Foundation for Human Rights, who visited the Hadarim prison, quoted the Hamas leader as saying that the prison doctors were prescribing for the prisoner Abu Hamdiya medicines that have nothing to do with cancer, which had weakened his immune system and thus, his disease spread.

Sayed told the lawyer that two weeks before the death of Abu Hamdiya; Deputy Director of Prisons told him that his illness has reached an advanced stage because of medical neglect.

The head of the leadership committee of Hamas prisoners stressed that “the captives can no longer bear the policy of medical neglect, and started seriously considering confronting it in every possible way.”

He urged for “taking immediate moves for the release of the patient prisoners and for providing them with the appropriate treatment before it is too late.”

thanks to: The Palestinian Information Center

Tornano a piovere bombe su Gaza

Proteste per la morte del prigioniero Abu Hamdiya: Israele punisce i Territori. L’aviazione bombarda Gaza. Prigionieri in sciopero della fame collettivo: Israele ne trasferisce 86.

Maysara Abu Hamdiya, deceduto ieri in carcere

Betlemme, 3 aprile 2013, Nena News – Torna ad infiammarsi la tensione nei Territori Palestinesi. Dopo una tregua lunga quasi cinque mesi, il cielo di Gaza è esploso di nuovo. La notte scorsa l’aviazione israeliana ha bombardato la Striscia di Gaza, in risposta al lancio di un missile verso il Sud di Israele, seguito alla notizia della morte in carcere del prigioniero politico Maysara Abu Hamdiya. “In risposta ai numerosi missili lanciati verso Israele, l’Israel Air Force ha colpito nella notte due siti terroristici”, ha commentato l’esercito in una dichiarazione ufficiale.

Le bombe israeliane – che hanno ricordato a molti l’offensiva di novembre “Colonna di Difesa”, quando in una settimana persero la vita quasi duecento palestinesi – non ha provocato né vittime né feriti. L’aviazione militare di Tel Aviv ha colpito una fabbrica nel quartiere di Shujaiyeh, a Est di Gaza City, e una fattoria a Beit Lahiya, a Nord della Striscia.

Ieri un missile lanciato da Gaza era caduto in uno spazio aperto a Sud di Israele, senza provocare né vittime né danni a infrastrutture. Il lancio – rivendicato da un gruppo salafita – era stata la reazione alla morte del prigioniero politico palestinese, Maysara Abu Hamdiya, 64 anni, di Hebron, morto ieri nel centro medico di Beer Sheva. Malato da tempo di cancro all’esofago, non aveva mai ricevuto alcuna cura medica dalle autorità israeliane, situazione in cui si trovano decine di detenuti palestinesi, impossibilitati ad accedere a trattamenti medici continuati e adeguati.

Ieri, subito dopo la notizia della sua morte, ad Hebron la gente è scesa in piazza per protestare contro le autorità israeliane. Sono scoppiati scontri che hanno provocato il ferimento di una trentina di manifestanti, contro i quali l’esercito israeliano ha lanciato gas lacrimogeni e bombe sonore. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, la polizia israeliana ha arrestato per “manifestazione illegale” undici manifestanti, tra cui Nasser Qous, capo del Palestinian Prisoners Society di Gerusalemme, e il paramedico Fuad Ubeid.

E le proteste continuano anche oggi: ad Hebron chiusi tutti i negozi, i ristoranti, le scuole e le università per commemorare la morte di Abu Hamdiya. Fatah ha lanciato lo sciopero generale in tutto il distretto. Tutto chiuso anche a Gerusalemme Est e in Città Vecchia: le scuole hanno sospeso le lezioni alle 11, secondo quanto riportato dal Ministero per l’Educazione.

Associazioni per i diritti umani e la stessa Autorità Palestinese hanno apertamente accusato Tel Aviv di responsabilità diretta nella morte di Abu Hamdiya. “Una lenta esecuzione”, l’ha definita l’OLP; “La prova della tirannia e dell’arroganza israeliana”, ha commentato il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas.

Ma ieri a protestare sono stati anche i prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Appresa la notizia della morte del detenuto a Beer Sheva, il movimento dei prigionieri ha lanciato uno sciopero della fame collettivo di tre giorni: questa mattina oltre 4.500 detenuti hanno rifiutato la colazione. In alcune prigioni a Sud (Ketziot, Eshel, Ramon, Nafha) i detenuti si sono scontrati con le forze di sicurezza carcerarie.

Immediata la reazione israeliana: oggi l’Israel Prison Service ha informato 86 detenuti del loro trasferimento in altri istituti carcerari, forma punitiva spesso usata da Israele per rompere i legami interni al movimento dei prigionieri.

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8 March: Palestinian women in Israeli jails

Since Israel occupied the West Bank, East Jerusalem and Gaza Strip in 1967, an estimated 10,000 Palestinian women have been arrested or detained under Israeli military orders.

The majority of Palestinian women prisoners are subjected to mental pressure and torture through the process of their arrest. Beatings, insults, threats, sexual harassment and humiliation are all used by Israeli interrogators to intimidate women and force confessions. Harsh imprisonment conditions, such as the lack of fresh air, sunlight, cold damp cells in the winter and overheated cells in the summer, insects, dirt and overcrowding, combined with stress, poor diet and isolation from families all negatively impact on women’s health.

Pregnant prisoners transferred to the hospital to give birth are typically chained to their beds until they enter delivery rooms, and shackled once again minutes after delivery.

In the last 45 years, more than 800,000 Palestinians have been detained under Israeli military orders – around 20 per cent of the entire Palestinian population of the Occupied Palestinian Territory.

Shireen Issawi

“They think they can taunt our nerves, but we are strong and we will win, and Samer will receive his freedom.”

Shireen, her four brothers, and her sister, have all been held in Israeli detention at some time or another. Her brother Samer has currently been on hunger strike for over 200 days in protest at his incarceration, and Shireen was arrested in December 2012 whilst trying to attend his court hearing. Another of her brothers, Medhat, is also currently imprisoned – he was arrested in May 2012 whilst participating in a peaceful march against the political imprisonment of Palestinians. In 1994 her brother, 16-year old Fadi, was killed by live Israeli gunfire at a protest in Issawiya.

Hana Shalabi

Under Administrative Detention, Palestinians can be held indefinitely without charge or trial. Hana Shalabi was released from over two years in administrative detention on 18 October 2011, as part of a prisoner exchange deal. Hana was re-arrested less than four months later on 16 February 2012. She endured a 43-day hunger strike in protest at being imprisoned again without charge, which ended after international pressure against her detention. In violation of the Geneva Convention, Israel exiled her to Gaza.

Reema Oleyyan Awad

Reema and her 18-month-old daughter Qamar were arrested in January 2013 whilst trying to access Palestinian land in the south Hebron Hills, which has been illegally confiscated by the Metzpeh Yair settlement outpost.

Kifah Awni Othman Qatash

In 2005 Kifah Qatash stood for municipal elections on the Change and Reform list. Kifah was held for  368 days in detention without charge or trial, based on secret evidence not available to her or to her lawyers. Kifah suffers from numerous health problems, and her health was put at extreme risk during her interrogations and detention.

thanks to: Palestine Solidarity Campaign

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo.

“Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.” Mat 2,16

 
L’odio che gli israeliani nutrono nei confronti dei bambini è leggendario soprattutto se si tratta di bambini palestinesi.
 
Come denuncia l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem un altro caso di abuso nei confronti di minori si è verificato in Palestina ad opera di israeliani.
Il giorno 29 giugno ad Hebron un bambino palestinese di nome Abdel è stato aggredito e picchiato da due soldati dello IOF.
Non è la prima volta che bambini palestinesi subiscono soprusi, quando non sono uccisi dal fosforo bianco o dalle bombe a grappolo, sono i soldati o i coloni ebrei occupanti a colpirli direttamente.
 
Ma come mai odiano così tanto i bambini?
 
Tutta colpa del fanatismo religioso.
 

I bambini gentili (non ebrei) sono animali.Yebamoth 98a (Talmud).
Quando un ebreo uccide un gentile (non ebreo) non ci sarà pena di morte, quello che un ebreo prende da un gentile (non ebreo) può tenere. Sanhedrin 57a(Talmud).
Se un gentile (non ebreo) picchia un ebreo, il gentile (non ebreo) deve essere ucciso. Sanhedrin 58b(Talmud).
Se un ebreo è tentato di fare il male, egli dovrebbe andare in una città dove non è conosciuto e fare il male lì.Moed Kattan 17a(Talmud).

Sono queste le frasi che molti fanatici ebrei ultra ortodossi insegnano ai loro figli fin da piccoli. Sono le idee razziste ed antisemite che le varie sette ebraiche promulgano da migliaia di anni trovando l’humus ideale del loro proselitismo nell’ignoranza dell’insegnamento religioso coatto che i moderni figli di Israele sono costretti ad apprendere.

“I non ebrei sono nostri nemici, i non ebrei sono nostri nemici” ripetono loro continuamente. Fin quando non li costringono a frequentare il servizio militare obbligatorio, e ad imbracciare un fucile. In quel caso il tono delle loro parole diventa più minaccioso: «I non ebrei (palestinesi) sono nostri nemici e nemici della patria, difendi la patria, difendi la nostra patria, uccidi i palestinesi, uccidili tutti, uccidi i grandi e uccidi i piccoli, meglio ammazzarli da piccoli».

Proprio quei palestinesi, semiti come gli ebrei, come tutti coloro che parlano lingue semitiche, arabi, ebrei, etiopi, ecc.

Quegli arabi che secondo lo storico israeliano Shlomo Sand sarebbero discendenti degli antichi Israeliti, la maggior parte dei quali convertitasi all’Islam quando questa religione si diffuse in Palestina.

Se ciò non bastasse lo “Stato d’Israele” favorisce la discriminazione razziale antisemita fuori e dentro i confini utilizzando le stesse fonti religiose come sistema giuridico nazionale (halakah). Infatti Israele non ha e non ha mai avuto una Costituzione, per il semplice motivo che se l’avesse dovrebbe riconoscere a tutti i cittadini gli stessi diritti e gli stessi doveri, ovvero anche ai cittadini non ebrei.

Ma è con la propaganda (hasbara) che si raggiunge il picco dell’assurdità: i palestinesi da vittime dell’odio e della violenza diventano carnefici, pericolosi terroristi che si aggirano sulle colonne dei principali quotidiani locali ed occidentali. I media sionisti occidentali soprattutto, offrono il meglio di sé quando si tratta di nascondere le atroci conseguenze dell’occupazione ebraica del territorio palestinese, moderna riproposizione dei sempre citati, giammai dimenticati campi di sterminio nazista.

Proprio spostando l’attenzione della comunità internazionale dalla verità sul “campo” costoro riescono a far scomparire le violazioni dei diritti umani fondamentali che sistematicamente si ripetono da ormai più di 64 anni in quella che una volta veniva chiamata Terra Santa. E le discriminazioni nei confronti dei bambini ne sono un esempio lampante, uccisi, arrestati, seviziati, torturati, i crimini che tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani condannano continuano ad essere la regola in Palestina. Mentre il mondo dalle radici giudaico cristiane guarda altrove, alla minaccia nucleare iraniana, al terrorismo islamico delle varie Al Qaeda nel Maghreb, Al Qaeda nel Sahel, Al Qaeda nel Texas…

 
«Lasciate che i piccoli vengano a me
e non glielo impedite,
perché a chi è come loro
appartiene il regno di Dio», dice il Signore.      Mc 10,14

Spiegateglielo che si tratta di una allegoria, prendono sempre tutto alla lettera questi ebrei.