La MM Spa di Milano e l’acqua rubata ai palestinesi

di Michela Sechi

 

A Milano la MM Spa, responsabile degli acquedotti della città, ha stretto un accordo internazionale di collaborazione con la Mekorot, l’azienda di Stato israeliana che gestisce le risorse idriche in Israele.

La Mekorot è un’azienda che viene accusata dai pacifisti israeliani di privare d’acqua i villaggi palestinesi e di praticare dunque “un’apartheid idrica”. L’acqua insomma viene assegnata in base all’etnia: agli israeliani acqua illimitata, ai palestinesi meno acqua a un prezzo più alto.

Gli attivisti hanno anche creato un sito internet che si chiama Stop Mekorot, in cui trovate un video che illustra come opera questa azienda. Non a caso nel 2013 la compagnia idrica olandese ha reciso ogni accordo che aveva con la Mekorot perché la collaborazione era diventata imbarazzante.

In cosa consiste l’accordo di MM Spa con Mekorot? Verrà creata una “Corporate University” con l’obiettivo di uno scambio a tutti i livelli dei “saperi” delle due aziende, per migliorare il livello di servizio ai loro clienti. In pratica ci sarà supporto reciproco per attività di sviluppo, sperimentazione e marketing di tecnologie del settore idrico. Tecnici milanesi andranno a formarsi in Israele e viceversa. MM fa sapere che una delegazione di propri tecnici è già presente da oggi nella sede di Mekorot a Tel Aviv.

Per parlare di qusto accordo è venuto negli studi di Radio Popolare l’israeliano Ronnie Barkan, attivista della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). “In Israele/Palestina – ci dice Barkan – c’è un regime di apartheid e anche la Mekorot è parte di questo regime”.

“La Mekorot pratica quella che chiamiamo ‘apartheid dell’acqua’, cioè distribuisce l’acqua in modo differenziato fra israeliani e palestinesi. Preleva l’acqua dalla falda nei territori palestinesi e ne devia la maggior parte verso Israele. Quella che rimane viene venduta ai palestinesi a un prezzo altissimo, sproporzionato. In parole semplici la Mekorot ruba l’acqua ai palestinesi. Tenete conto che è proibito ai palestinesi scavare un pozzo sulla loro terra. Rischiano la prigione, se lo fanno. Dunque Israele non controlla solo la terra palestinese ma controlla anche quello che c’è sotto, ovvero le risorse d’acqua”.

“In alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania in estate non c’è abbastanza acqua neppure per bere. Accanto ci sono colonie israeliane con la piscina, con coltivazioni di datteri e avocado. Queste coltivazioni sono alimentate ‘asciugando’ le risorse idriche dei palestinesi. I tubi che portano l’acqua passano sotto i villaggi palestinesi senza che a questi sia concesso di utilizzarli. Questi tubi portano l’acqua esclusivamente alle colonie riservate agli israeliani”.

Fra pochi giorni comincerà la “Apartheid week”. In Europa sarà dal 29 febbraio al 7 marzo. In che cosa consiste?

“La prima iniziativa di questo tipo è nata dieci anni fa in un campus universitario canadese. Da allora la campagna è cresciuta e quest’anno coinvolgerà oltre 200 università in tutto il mondo che hanno messo in piedi una settimana di iniziative per prendere coscienza della situazione. Io parteciperò all’iniziativa organizzata a Torino il 3 e 4 marzo. Ovunque le persone stanno prendendo posizione contro i crimini di Israele e contro i loro governi che sono complici di questi crimini. Compreso il governo italiano, purtroppo”.

Quali Paesi sono più sensibili a questa campagna per il boicottaggio?

“In Gran Bretagna c’è un grosso sostegno alla lotta palestinese, ma il governo ha varato alcune leggi che rendono le cose più difficili per il boicottaggio. Lo stesso accade in Francia. In Spagna c’è un grosso attivismo nella società civile e anche da parte di alcune amministrazioni locali che hanno aderito alla campagna. Anche in Sudamerica c’è molto impegno, per due motivi: quei Paesi hanno una forte tradizione anticolonialista e non hanno problemi di senso di colpa per l’Olocausto. L’Italia è un po’ indietro, ma ci sono molte persone che non hanno paura di schierarsi per i diritti dei palestinesi. Un’iniziativa molto importante e recente è quella che ha visto 300 doccenti universitari italiani esprimere il loro appoggio, con una lettera, al boicottaggio delle università israeliane e in particolare di una di queste, il Technion, coinvolto nello sviluppo di nuove armi per l’esercito israeliano, armi usate soprattutto a Gaza. Trecento docenti universitari di sei università italiane – comprese quelle di Milano, Roma e Torino – hanno firmato la lettera. Mi appello a ogni docente dotato di coscienza perchè faccia lo stesso e vada sul sito internet di BDS Italia per appoggiare il boicottaggio accademico di Israele”.

Mi sembra che la campagna di boicottaggio del Sudafrica dell’Apartheid abbia avuto molto più successo di quella per il boicottaggio di Israele, che cresce più lentamente. Perché?

“Dobbiamo ricordare che la campagna per il boicottaggio del Sudafrica, cui noi ci ispiriamo, è durata per più di trent’anni prima che diventasse di massa, prima che registrasse i primi successi. La campagna per il boicottaggio di Israele esiste solo da dieci anni e siamo riusciti a ottenere tanto in questo lasso di tempo relativamente breve. Poco è cambiato in sessant’anni di occupazione, mentre negli ultimi dieci anni è cambiata l’immagine di Israele. Dieci anni fa Israele era ancora descritto come l’unica democrazia in Medio Oriente. Oggi i media parlano non solo della mancanza di democrazia in Israele ma stanno anche cominciando a mettere in dubbio la soluzione dei due Stati. Pochi giorni fa Thomas Friedman ha scritto un editoriale sul New York Times dicendo ‘non venitemi più a chiedere della soluzione dei due Stati, non voglio neppure sentirne parlare’. Si sta cominciando a capire che la soluzione dei due Stati è solo un modo di concedere qualcosa ai palestinesi in modo da mantenere la dominazione israeliana sul loro territorio. Adesso i media più diffusi si stanno cominciando a rendere conto che non è vero che ci sono dei liberal in Israele: non esiste una vera sinistra israeliana e non è mai esistita”.

Ritornando alla campagna per il boicottaggio: voi proponete il boicottaggio solo delle colonie o il boicottaggio completo delle merci israeliane?

“L’Unione europea di recente ha preso delle decisioni che consentono di etichettare le merci provenienti dalle colonie. Questo è un passo di portata molto modesta. Ma già questo piccolo passo ha provocato le proteste di Israele che ha aperto una crisi diplomatica con l’Unione europea. In realtà le leggi europee obbligherebbero Bruxelles e ogni Stato membro dell’Unione a smettere di fare affari con Israele. Nello stesso accordo bilaterale fra Israele e Unione europea c’è una clausola vincolante, l’articolo 2, che dice che in presenza di violazioni dei diritti umani l’Unione europea non può continuare a commerciare con Israele come al solito. E non c’è dubbio che in Israele ci siano queste violazioni. L’Unione europea può congelare gli accordi esistenti, può applicare sanzioni: tutto, salvo far finta di niente. Invece chiude gli occhi, guarda dall’altra parte e vìola non solo le leggi internazionali, ma le sue stesse leggi. Dunque tutto quello che chiediamo all’Europa è non di smettere di appoggiare Israele, di non appoggiare i criminali. Chiediamo che tratti Israele come qualsiasi altro Stato del mondo. La campagna BDS è basata sul rispetto dei diritti dei palestinesi protetti da norme internazionali. Se Israele fosse trattato come tutti gli altri Stati del mondo, non sarebbe in grado di portare avanti queste violazioni”.

Tu sei un israeliano e fai campagna per il boicottaggio di Israele. Come è percepito questo tuo impegno in Israele e all’estero?

“Solo parlare di diritti umani in Israele è come bestemmiare. Già quando dico che sono un obiettore di coscienza sono trattato come un traditore e un parassita. In realtà la cosa più estremista che tu possa fare in israele è chiedere l’uguaglianza. Lo Stato israeliano è bastato sulla negazione del concetto di uguaglianza e di democrazia. Anche gli israeliani che sostengono il rispetto dei diritti umani lo fanno finché ciò non va a toccare i loro privilegi di ebrei israeliani. Loro parlano di demografia: quanti siamo noi ebrei e quanti sono loro. Io non voglio parlare di demografia, voglio parlare di democrazia. Chiedere democrazia è la cosa più estremista e radicale che io possa fare in Israele. I servizi segreti israeliani hanno dichiarato apertamente che sorvegliano chiunque agisca contro il carattere ebraico dello Stato. Chiunque supporti la democrazia e l’uguaglianza in Israele è visto come una sorta di minaccia, anche se lo fa legalmente. Non ci sarebbe una reazione così forte se la democrazia non fosse una minaccia così grande per lo Stato israeliano. Chiedere vera democrazia, vera uguaglianza per tutti gli esseri umani che vivono su quel territorio (Israele e i Territori Palestinesi, ndr) è percepito come una minaccia allo Stato. La campagna per il boicottaggio del Sudafrica non aveva come scopo quello di distruggere il Sudafrica. Aveva come scopo distruggere l’Apartaheid. Lo stesso vale per Israele”.

Tu, da israeliano, come sei arrivato a sostenere questa posizione?

“C’è stata una cosa in particolare che è stata per me un punto di svolta. Da piccolo ho subito il lavaggio del cervello come tanti israeliani e – anche se non sono mai stato un nazionalista – pensavo che se non avessi fatto il servizio militare sarei stato considerato un parassita o un traditore. Ho passato sei anni a chiedermi se volevo fare il militare o no. Alla fine sono stato richiamato e quando ho indossato la divisa, ho capito che quello non era il mio posto. Ho capito che posso essere considerato un traditore solo se tradisco l’umanità, se tradisco dei valori universali. È stato il mio punto di svolta. Quando ho capito questo, tutto è stato chiaro e ho smesso di essere un soldato. Ma siccome portavo già la divisa, c’è voluto un anno e mezzo di battaglia con l’esercito per riuscire a liberarmene. Sarei volentieri andato in prigione, ma non mi ci hanno mandato. E quando ho smesso di essere un soldato, ho smesso anche di essere un israeliano. Quello che sono è un essere umano, e questo per me è sufficiente”

Ascolta l’intervista integrale a Ronnie Barkan.

( Fonte: bdsitalia.org )

Sorgente: 25-2-16_MM-Spa

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#Emergency – L’ambulatorio mobile a Milano

Progetto Italia, uno dei polibus

Anche a Milano, la nostra città natale, esistono infatti sacche di forte degrado urbano e marginalità, che si trasformano in difficoltà nell’accesso alle cure da parte di interi segmenti di popolazione. La crisi economica e il conseguente impoverimento, i tagli alla spesa pubblica sanitaria, le difficoltà linguistiche e logistiche per i migranti… sono ulteriori fattori che rendono ancora più complicato l’accesso a quello che è un diritto universale sancito anche dalla Costituzione ma che, nella pratica, è sempre più messo in discussione.

Emergency – Diario – L’ambulatorio mobile a Milano.

CordaTesa:”a noi di expo ce ne frega poco o niente”

Milano, corteo no-⁠expo del 1 maggio.
Benvenuti nel deserto del reale… o meglio, benvenuti nella desertica realtà che viviamo ogni giorno. Qualche tempo fa in giro per l’Europa, e ieri a Milano vi abbiamo fatto assaggiare un po’ di quella devastazione con cui la maggior parte di noi è costretta a convivere ogni giorno. Vi abbiamo fatto vedere un po’ di quella rabbia che molto probabilmente anche molti e molte di voi covano sotto la coltre di una vita da miseria. Vi abbiamo sbattuto in faccia quella guerra in cui siamo ingaggiati ogni giorno nei nostri quartieri e nelle città in cui viviamo. Quella guerra che vi ostinate a non voler vedere, quella guerra nascosta sotto i veli mediatici della pace occidentale, minacciata, a quanto ci dicono, solo dai cataclismi e dai cosiddetti terrorismi…

E ora di nuovo riascolteremo il coro dell’indignazione civica: la violenza degli antagonisti, la cieca follia dei devastatori. Ma siete davvero così rincoglioniti? Fermatevi un secondo e provate a guardare con più attenzione tutto quello che la stampa e la tv hanno prodotto in questi giorni… poi scendete in strada e confrontatelo con quello che vedono i vostri occhi, con quello che sentono le vostre orecchie e la vostra pancia, con la paura che avete di perdere tutto, con quella voglia di farvi gli affari vostri che vi assale perché vi sentite ridotti all’impotenza e pensate che qualsiasi cosa facciate tanto tutto resta uguale. Provate a mettervi in gioco e all’ascolto e forse riuscirete a capire…

Riuscirete a capire che vivete davvero una vita di merda. E che molto spesso dite che non c’è niente da fare. Ma così parlano solo i cadaveri. E forse visto che intorno a voi c’è solo morte parlate proprio come dei vecchi che stanno per morire. E questo è il paese di merda in cui vivete, un paese di vecchi. Vecchio nella mente, vecchio nelle ossa. Qui da noi i “giovani politicizzati” sono più vecchi dei vecchi e la politica è l’abitudine più vecchia di sempre. Ecco perché non ci stupiremo nell’ascoltare, ancora una volta, le images (4)litanie di “movimento”: si dirà che giornate come queste possono dividerlo, il “movimento”, che i riot fini a se stessi non sono valorizzabili su un piano politico, e che gli obiettivi colpiti erano casuali e “capisco la banca ma le macchine non bisognava toccarle”… Chi utilizza questi argomenti come critica forse dovrebbe cominciare a chiedersi veramente cosa vogliono dire giornate come queste.

Cominciamo dal “movimento”…quella strana cosa che collega l’impolitico del popolo con il politico dello stato. Quella malattia tutta italiana che spesso affossa e ha affossato la spinta rivoluzionaria. E forse risentiremo anche i suoi teorici avventurarsi in complesse analisi politiche, parlare del ’77, dell’autonomia, diffusa, operaia e stronzate varie. Vi siete mai chiesti perché la figlia di uno dei peggiori partiti comunisti d’Europa abbia fallito così miseramente? Perché la grande spinta rivoluzionaria degli anni ‘70 si sia frammentata in cosi tante sigle e siglette, lasciandoci in eredità tante teorie e troppa rassegnazione? Ecco, questa “internazionale” di compagni e compagne che lottano quotidianamente sui territori, che si incontrano in giro per l’Europa e sulle barricate, vuole sbarazzarsi proprio di tutta questa melma politica. E speriamo dunque che la giornata di Milano metta a tacere anche tutti quegli scazzi che finché restano su questioni di principio e non si misurano con la lotta nelle strade, con il respiro del compagno e della compagna che ti è accanto e rischia con te, fa il gioco di tutti quei politicanti che si nascondono più o meno dietro le loro pre-confezionate identità.

E così, tutti quelli che erano in piazza a Milano, determinati ad abbellire un degradato arredo urbano e pronti a scontrarsi con la polizia (autonomi o anarchici che siano) dovrebbero aver capito di essere in questo momento l’unica forza reale, radicale e dirompente in questo paese di fascisti, infami, delatori e democristiani. E non parliamo delle aree, quelle resteranno sempre separate, ma dei compagni e delle compagne che per l’ennesima volta si sono ritrovati insieme per le strade. E le relazioni, che in questa “internazionale” sono tutto, condensano anni e anni di lotte comuni. Lotte in cui la posta in gioco è la vita, lotte che combattano quel capitalismo che ha devastato e saccheggiato il pianeta e i suoi abitanti umani e non umani.

E così quello che è successo ieri a Milano era davvero l’unica opzione possibile. Di fronte ai salamelecchi dei soliti noti, di fronte alla paura dei soliti gruppetti e di fronte alla clamorosa ed evidente presa per il culo che rappresenta l’expo non si poteva fare diversamente. Anzi non si poteva non fare. Sarebbe disonesto dire che non ci piace infierire su un mondo di vetro e acciaio ma questa volta l’occasione richiedeva proprio una bella spallata distruttiva. E a chi cercherà di dare un significato politico al corteo no expo risponderemo con un ghigno. La verità è che giornate così non possono essere capitalizzate politicamente, non esprimono la rabbia dei precari o della plebe (o come la si voglia chiamare), non esibiscono nessuna potenza, non producono e non vengono da un preciso soggetto politico. Per noi, giornate come queste esprimono solo un possibile, sono, per chi combatte tutti i giorni e in diverse forme una guerra sotterranea al capitalismo, una boccata d’aria fresca.

E chi ci verrà a parlare dei motivi della protesta contro expo diciamo solo una cosa: a noi di expo ce ne frega poco o niente. Dovremmo davvero interessarci ad una pagliacciata di tali dimensioni? Una esposizione universale del nulla, che parla di fame nel mondo, di capitalismo verde dal volto umano? Il corteo no expo era un’occasione, domani sarà un’altra. Ma solo se sapremo o proveremo a ritentare la magia. Perché è vero, anche con tutta l’organizzazione del mondo ci sono troppe varianti impossibili da prevedere e solo insieme, tutti e tutte insieme si può tentare, ogni volta, l’impossibile. Quella magica alchimia di coraggio, determinazione e, perché no, di incoscienza che ci fa sentire vivi. Proprio così, come si leggeva sui muri di Roma il 15 Ottobre 2011, a Milano “abbiamo vissuto”.

E cosi Milano è uguale a Francoforte, alla valle di Susa o alla Zad, le sue strade sono quelle di Barcellona come quelle di Atene o di Istanbul. E i riot inglesi, di Baltimora, di Stoccolma, del mediterraneo risuonano come melodie di una stessa musica. Una musica che dice senza mezzi termini che ci avete stufato. Che non smetteremo di disturbare i vostri sonni pieni di incubi, di sabotare le vostre misere vite piene di fragilissime sicurezze, di rovesciare le vostre paure da cittadino attivo. Siamo tanti e tante, e forse è il caso di iniziare a capire da che parte stare.

E poche cose in questo mondo ci fanno ridere così tanto come la scena di tutti quei cittadini milanesi che scendono in strada per ripulire, o come una ragazza che si fa un selfie con una macchina bruciata… ma ogni epoca ha il suo ridicolo, questo il nostro…
Insomma avete voluto la vostra festa? La vostra bella inaugurazione? Beh…anche noi.
Alla faccia di tutti quelli che si riempiono la bocca di democrazia, infiltrati e violenza. E qui non serve entrare nello specifico. Ancora credete che ci siano gli infiltrati? Ancora credete che questo mondo vada solo sistemato? La democrazia è questa, e prima o poi ci soffocherete dentro.
E chi crede che ce ne sia una migliore è ancora più sognatore di chi invece vuole l’insurrezione.

Ci vediamo sulle prossime barricate…

thanks to: CordaTesa

Expo, l’avvocato Mazzali: “Gli arrestati dopo il corteo andrebbero scarcerati”

‘Dura lex, sed lex’. A Milano è caccia ai black bloc e l’opinione comune è che la pena per chi ha messo in scena una vera guerriglia urbana deve essere esemplare. Una richiesta che non tiene conto dello scopo educativo di una condanna – che arriva solo dopo un processo – e che somiglia più a una caccia alle streghe. Mirko Mazzali, considerato l’avvocato dei centri sociali milanesi e fino a pochi giorni fa capogruppo di Sel a Palazzo Marino, è una voce fuori dal coro. “La custodia cautelare – dice intervistato dall’Adnkronos – dovrebbe essere l’extrema ratio“.

I cinque arrestati – che hanno partecipato al corteo ‘No Expo’ del primo maggio che ha lasciato alle sue spalle vetrine devastate e auto bruciate – “sono imputati di episodi di resistenza a pubblico ufficiale non particolarmente gravi, si parla di lancio di oggetti ma senza che questo abbia provocato feriti. Per gli incensurati, il pericolo di reiterazione del reato – vista l’episodicità del fatto – non c’è sicuramente, come per gli altri che hanno precedenti ma non specifici”. Non sussistono – a dire del legale che non difende nessuno degli arrestati – i presupposti per lasciarli dietro le sbarre. Una considerazione “che tiene conto della legge”, anche se tra politici e gente comune la richiesta di manette sembra sempre più in voga.

Le pene – ricorda Mazzali – non devono essere esemplari, devono semplicemente essere giuste, emesse da un giudice dopo un processo, con il rispetto delle garanzie difensive garantite dalla Costituzione. Chi va in corteo travisato o con un casco commette un reato, previsto dal Testo unico di pubblica sicurezza, ma è inutile gridare allo scandalo se non lo arrestano perché il limite di pena non lo prevede“. Un vademecum per tanti politici che le leggi le hanno votate.

viaExpo, l’avvocato Mazzali: “Gli arrestati dopo il corteo andrebbero scarcerati” – Adnkronos.

“Sionisti carogne tornate nelle fogne” Milano 25 aprile, vergognosa presenza degli amici di Israele.

Finalmente quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia. Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre appariva palese.

Andiamo per ordine. Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della 8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria britannica.

Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946. Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “ è l’attuale bandiera di Israele”.

A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera sionista”.

In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.

I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele, unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.

Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir, banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.

La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli alleati non è dato capire.

Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi con i nazisti.

Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto, 11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”. La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato a tutto.

Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ” Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista. Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.

Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern, con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?

Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione ( ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia, op.cit.).

Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.

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Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese. Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1° settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza 83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite: 701.

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Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano giuridico, politico, storico ed etico?

E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi” ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale indignazione: l’occupazione della Palestina?

Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.

Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”. Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico, confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua sia stata solo una boutade elettorale?

Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.

Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012, rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25 Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.

Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?

  • La pace e il ripudio della guerra, valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank

  • La libertà, valore contraddetto dai milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro, dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza

  • L’uguaglianza, valore contraddetto dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con cittadinanza israeliana

  • La giustizia, valore contraddetto dalle continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni

  • Il valore della resistenza e della autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia etnica in corso.

Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.

Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25 Aprile rappresenta.

Ugo Giannangeli

thanks to: Palestina Rossa

#NataleApartheidFree – un mese di azioni di boicottaggio dei prodotti israeliani

Con l’acquisto dei prodotti israeliani ti rendi complice della violazione dei diritti umani, del diritto internazionale e finanzi l’occupazione, l’oppressione e l’apartheid israeliane.

Con un gesto etico puoi dire NO a questa economia di guerra e sostenere il popolo palestinese.

Partecipa al Mese di Mobilitazione per un #NataleApartheidFree: dal 29 Novembre al 24 Dicembre 2014! Organizza iniziative di boicottaggio e sensibilizzazione nella tua città: banchetti con volantinaggio, flash mob dentro centri commerciali/negozi, canti natalizi riadattati.

» Scarica il volantino finta pubblicità con i prodotti da boicottare

» Evento Facebook

Azioni in programma a Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Trieste, Varese. Dettagli coming soon.

» Comunica le iniziative a BDS Italia per essere elencate sul nostro sito: bdsitalia@gmail.com

Di seguito i prodotti da boicottare e link a volantini, immagini e altro materiale.

QUESTO NATALE FAI LA TUA PARTE: NON REGALARE L’APARTHEID!

Sodastream: Ditta israeliana che vende gasatori per l’acqua frizzante dal rubinetto e si spaccia per “ambientalista”, mentre la sua principale fabbrica di produzione è sita in una delle centinaia di colonie costruite illegalmente nei Territori palestinesi occupati. Nonostante l’annuncio di chiudere questa fabbrica, che attenda una conferma nei fatti, SodaStream rimane gravemente implicata nella violazione dei diritti umani del popolo palestinese. Infatti, il nuovo stabilimento a Lehavim è vicino a Rahat, una township creata da Israele nel deserto del Negev, dove i beduini palestinesi sono stati trasferiti contro la loro volontà.
» Volantini e immagini

TEVA: La multinazionale israeliana del farmaco Teva, ormai leader mondiale dei farmaci “generici”, fa affluire in Israele i suoi enormi entroiti, e le relative tasse,  finanziando così il regime colonialista di Apartheid israeliana. Rifiutando di acquistare medicinali TEVA, Ratiopharm o Dorom (consociate di TEVA), rifiuti di dare il tuo appoggio a chi contribuisce alla sofferenza del popolo palestinese. Basta chiedere al farmacista di sostituire il medicinale TEVA-Ratiopharm-Dorom con un altro equivalente di altre case farmaceutiche, spiegando il perché lo si fa.
» Cartoline e lettere per farmacisti e pazienti.

Prodotti agricoli: Le imprese israeliane che esportano prodotti agricoli sono tra i principali beneficiari della distruzione dell’agricoltura palestinese; operano nelle colonie israeliane all’interno dei territori occupati ed esportano i loro prodotti fuori da esse sfruttando terre e risorse idriche palestinesi rubate, beneficiando inoltre dell’assedio di Gaza. Infatti, i contadini palestinesi sono in prima linea nell’affrontare l’impatto delle confische di terra, delle demolizioni e del furto di acqua da parte di Israele e quelli che hanno ancora accesso alla terra e all’acqua affrontano sistematiche restrizioni e violenze. Inoltre, l’assedio a Gaza  impedisce loro di accedere alle attrezzature basilari, rende quasi impossibile l’esportazione di prodotti freschi, e li costringe a subire i continui attacchi dei militari israeliani. Alcuni dei prodotti e marche che si trovano in Italia, che variano in base alla stagione, sono: agrumi, pompelmi, (Mehadrin, Jaffa), datteri medjool (Mehadrin, Hadiklaim, King Solomon, Jordan River), frutta esotica, avocado, mango, melograni (Mehadrin, Kedem, Frutital, Sigeti, McGarlet), frutta secca.
» Volantino sui prodotti agricoli e sui datteri.

Hewlett Packard: Multinazionale che fornisce sistemi informatici al Ministero della Difesa israeliano e tecnologie per il controllo del movimento ai checkpoint a Gaza e in Cisgiordania. L’attrezzatura HP è usata dal sistema carcerario e dall’esercito israeliano, e l’azienda ha anche investito nello sviluppo tecnologico degli insediamenti illegali, prendendo parte al progetto Smart City ad Ariel. In Italia, i computer, stampanti e inchiostro HP si vendono nelle maggiori catene di elettronici.
» Poster per la campagna

Ahava: L’impianto produttivo dell’impresa di cosmetici Ahava si trova a Mitzpe Shalem vicino al Mar Morto e a sud della città palestinese di Gerico, in una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania occupata. Perciò, in base alle nuove linee guida dell’Unione Europea riguardanti gli insediamenti israeliani, Ahava è stata esclusa dai progetti di ricerca europei e non riceverà più finanziamenti dall’Europa. Nel 2011, i giurati alla sessione di Londra del Tribunale Russell sulla Palestina hanno affermato che Ahava è responsabile per il “saccheggio” delle risorse palestinesi. In Italia si vende in alcune farmacie, erboristerie, profumerie e grandi magazzini come la Rinascente.

Sabon: La società di saponi e cosmetici Sabon trae profitto dalla pulizia etnica del popolo palestinese. Le sue fabbriche hanno sede a Kiryat Gat; una città costruita sui villaggi etnicamente puliti di al Falluja e l’Iraq al-Manshiyya. Inoltre, mentre ai Palestinesi ne viene negato l’accesso, Sabon può sfruttare a suo piacimento la ricchezza e l’estrazione minerale del Mar Morto. In Italia, dove si sta aggressivamente promuovendo come regalo di Natale, Sabon ha negozi a Roma, Milano, Napoli, Firenze e Lecce.

Azioni Online:

1. Segui @bdsitalia su twitter e tweeta con l’hashtag #NataleApartheidFree

2. Firma la petizione a Esselunga: Togli il premio SODASTREAM dal tuo catalogo premi Fidaty

3. Invia un messaggio all’amministratrice della HP: Basta complicità con l’occupazione e l’apartheid israeliane:

4. Aderisci alla campagna italiana contro Sodastream firmando l’appello

5. Partecipa all’evento Facebook

6. Crea una Pagina Facebook per gli eventi organizzati nella tua città e tagga BDS Italia

7. Segui e condividi la campagna BDS Italia.

Idee per Azioni locali:

Risorse online, video e foto di azioni dimostrative organizzate negli anni passati:
http://usceio.tumblr.com/tagged/sodastream2013

A Roma canti natalizi contro Sodastream
http://www.youtube.com/watch?v=FUYPOaV1u7c

A Brisbane danzano contro Sodastream
https://www.youtube.com/watch?v=ajQCUSoMr3Y

A Melbourne flash mob dentro centro commerciale
https://www.youtube.com/watch?v=qegS4iXeQ2c

A Vancouver canti natalizi contro Sodastream
https://www.youtube.com/watch?v=a2RX_HdqxIw

thanks to: BDS-Italia

Campagna affido a distanza bambini/e di Gaza


“perché le bambine e i bambini palestinesi possano crescere liberi nella loro terra”

Salaam Ragazzi dell’Olivo-Comitato di Milano-Onlus è una associazione di volontariato, costituitasi nel 1992, che opera con attività e progetti in Palestina, finalizzati alla solidarietà a favore dell’infanzia e del popolo palestinese.

Dal 2000 ci siamo impegnati, in particolare, con il “progetto Shady di affido contestualizzato”, nel territorio del campo profughi di Jabalia e dei villaggi circostanti (nel nord della striscia di Gaza).

“Affido contestualizzato” significa inserire l’affido a distanza del singolo bambino o adolescente in un progetto che coinvolge una comunità territoriale.

Il soggetto collettivo palestinese con cui abbiamo scelto di attuare questo progetto è il Remedial Education Center di Jabalia (R.E.C.): un’associazione educativa, laica e democratica, attiva nel nord della striscia di Gaza, che si occupa di rispondere ai bisogni dei bambini/e e ragazzi/e, che presentano disagio psichico e difficoltà di apprendimento a causa delle condizioni sociali, economiche e familiari in cui sono costretti a vivere e crescere sotto il controllo e l’oppressione israeliana.

Questo tipo di progetto ci permette anche di instaurare relazioni, scambi reciproci e di sostenere una struttura dell’associazionismo palestinese, che svolge un ruolo significativo all’interno della società civile locale.

Come sapete la striscia di Gaza è una grande “prigione a cielo aperto”, da dove sono bloccati i movimenti delle persone e gli scambi commerciali, dove le incursioni militari israeliane sono continue, ma la situazione è certamente divenuta più drammatica dopo la recente aggressione israeliana “Margine Protettivo” che dall’ 8 luglio, per ben 50 giorni ha colpito e terrorizzato la popolazione di Gaza.

La brutalità e drammaticità di questa operazione militare israeliana non ha precedenti; è stata definita la più feroce offensiva subita dalla Palestina dal 1967 ad oggi dal Tribunale Russell riunitosi a Bruxelles il 24/9/14, che accusa Israele di “uso di armi proibite, civili colpiti deliberatamente, esecuzioni sommarie..”, ma dice anche “complici Onu-Ue-Usa”.

Vi ricordiamo alcuni dati:

– 2.158 morti di cui 2/3 civili e 536 bambini, 89 famiglie completamente sterminate;

– 10.244 feriti di cui 3.106 bambini;

– 1.000 minorenni disabili permanenti;

– 1.800 bambini /ragazzi rimasti orfani di almeno un genitore;

– 373.000 minori con disturbo da stress postraumatico;

– 700 tonnellate di proiettili di artiglieria pesante scagliate sulla striscia (circa due tonnellate per km quadrato)

– 17.000 case distrutte, con 475.000 persone senza casa (un quarto del totale della popolazione),

– 170 kmq di terra coltivabile spazzati via e metà del raccolto andato perduto;

– 360 industrie danneggiate, di cui 162 completamente distrutte;

– danni alla rete elettrica, idrica, fognaria, telefonica, e alle infrastrutture;

– distrutte 26 scuole, diversi ambulatori medici e moschee; distrutti 6 ospedali e altri danneggiati pesantemente.

I bambini, le famiglie, la popolazione di Gaza hanno bisogno ora più che mai di tutto il nostro sostegno per ricostruire le case e le infrastrutture, per cercare di riprendere la loro vita quotidiana, per sentirsi meno isolati nella loro condizione di permanente assedio politico, culturale e socio- economico;

Il R.E.C. ha bisogno della nostra collaborazione per i suoi progetti, finalizzati ora specialmente ad affrontare la sofferenza psichica post-traumatica dei bambini, degli orfani, ma anche delle donne e degli uomini sopravissuti, per ricostruire un tessuto sociale, che rischia di disintegrarsi, di scivolare verso dinamiche di violenza anche intrafamigliare.

Invitiamo persone singole, famiglie, associazioni, gruppi e chiunque creda in un futuro di libertà e di pace per il popolo palestinese ad impegnarsi nell’affido a distanza di un bambino/a palestinese all’interno di questo nostro progetto e a diffondere l’iniziativa.

Per maggiori informazioni su Salaam e sul progetto, vedere il sito: www.salaam-milano.org

Per aderire o avere informazioni potete scriverci all’indirizzo : comitatosalaam@gmail.com.

Il direttivo di Salaam Ragazzi dell’Olivo-

Comitato di Milano

CLICCA QUI per visionare la locandina

Salaam Ragazzi dell’Olivo – Comitato di Milano – Onlus
Salaam Children of Olive Tree – Milan Committee – Onlus
20159 Milano – Italy – via Pepe 14
E-mail: comitatosalaam@gmail.com
Sito: www.salaam-milano.org

18 ottobre: #stopinvasione di razzisti e fascisti. Milano ripudia il razzismo della Lega – h. 15 corteo parade in Largo Cairoli

 

nessuno è illegale

Sabato 18 ottobre la Lega Nord manifesterà a Milano. La parola d’ordine del corteo è tanto semplice quanto eloquente: “Stop Invasione”. Dove gli invasori sarebbero ovviamente i migranti, a partire dai profughi scappati da guerre e dittature e sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo. Non si fa distinzione, tutti uguali, tutti “clandestini” e invasori.

Nulla di nuovo, direte voi, la Lega ha sempre cavalcato la xenofobia e le paure. Invece no, qualcosa di nuovo c’è e non capirlo o sottovalutarlo sarebbe grave. La Lega, dopo anni di alleanze governative con Berlusconi, era stata travolta prima dall’inconsistenza dei risultati ottenuti e poi dal malaffare e dagli scandali. Sembrava finita, ma poi Matteo Salvini ha osato un cambio di scenario, riposizionando la Lega nella grande famiglia della nuova e incalzante destra radicale europea.

Accanto a molti elementi di continuità con la Lega bossiana, ci sono però anche elementi di discontinuità. Ormai il riferimento territoriale non è più la Padania, ma tutta l’Italia. Il nemico non è più Roma ladrona, ma l’euro e l’immigrato. Mentre Bossi ricordava sempre, persino quando diceva e faceva cose di estrema destra, che lui era antifascista, Salvini ha stretto un’alleanza di ferro con Marine Le Pen e il Front National. In Italia è andato a fare visita alla sede romana dei neofascisti di Casa Pound –che già alle europee avevano sostenuto Borghezio- e ha partecipato al festival Atreju dei giovani di Fratelli d’Italia.

In altre parole, la nuova direzione della Lega ha capito che nell’Europa della crisi e delle politiche d’austerità si è aperto un enorme spazio politico ed elettorale a destra, ma anche che in Italia manca un soggetto politico in grado di riempirlo e di organizzarlo. I postfascisti di FdI sono messi male e stanno pagando gli anni passati a fare da scendiletto a Berlusconi, mentre la variegata galassia dei gruppi nazifascisti non è in grado di formare liste elettorali competitive. In altre parole, quella della Lega di Salvini è un’operazione egemonica, una Opa sulla destra radicale italiana.

Forse l’operazione non funzionerà – e noi tifiamo e ci adoperiamo perché non funzioni – ma si tratta di una cosa seria che va presa sul serio. Basta infatti guardare ai risultati della Lega alle europee e ai vari sondaggi che circolano, per capire che il nuovo corso di Salvini ha invertito la tendenza negativa della Lega. E poi ci sarà pure il referendum per abrogare la riforma Fornero sulle pensioni, che è una cosa che avrebbe dovuto fare la sinistra, ma che invece ha fatto la Lega, a regalare ulteriori spazi alla Lega.

È la Lega in versione Front National, di destra radicale, xenofoba e razzista, che strizza l’occhio ai neofascisti di ogni risma, che sabato prossimo invaderà le piazze milanesi. E con la Lega, ne possiamo stare certi, stavolta saranno presenti in piazza anche rappresentanze dei gruppi militanti di estrema destra, a partire da Casa Pound.

Non si risolve il problema con una contromanifestazione, ovviamente. Ci vorrà ben altro. Ci vorrà un’altra opzione politica, di sinistra e antifascista, che sappia indicare un altro modello di società rispetto al liberismo sfrenato, l’austerità e la ridistribuzione della ricchezza a favore dei ricchi. Un’opzione che si metta dalla parte dei precari, dei lavoratori, dei disoccupati, dalla parte di chi la crisi la sta pagando a caro prezzo. Ma questo, in fondo, lo sapevamo già e, in ogni caso, non può diventare certo un alibi per non fare niente, per stare in silenzio o guardare dall’altra parte. Anzi, significa che proprio oggi dobbiamo far sentire forte e decisa la nostra voce, il nostro più fermo e totale ripudio del tentativo di riproporre a Milano e in Italia la xenofobia e il razzismo. E quindi #StopInvasione lo diciamo noi, ma lo diciamo ai razzisti e ai fascisti che sabato caleranno su Milano.

L’operazione politica che la Lega di Salvini intende materializzare sabato prossimo a Milano ha già suscitato la preoccupazione di Anpi e dell’associazione degli ex deportati nei campi di sterminio nazisti, l’Aned. Altri invece avevano lanciato l’idea di un corteo-parade, per non lasciare le strade e le piazze a chi predica l’odio e per dire che Milano è meticcia, antirazzista e antifascista. La proposta di mobilitarsi era buona, ha colto un’esigenza più ampia e le adesioni sono cresciute in questi giorni, dai centri sociali agli studenti, da settori sindacali a quelli associativi ad alcune forze politiche. E ci saranno anche rappresentanze delle comunità di migranti di Milano. L’appuntamento è quindi per sabato 18 ottobre, alle ore 15.00 in L.go Cairoli a Milano.

Per tenervi aggiornati sull’organizzazione, sugli appelli e sulle adesioni, il punto di riferimento unitario è la pagina facebook www.facebook.com/milanometiccia.

Fate circolare le info sul corteo e se sabato siete a Milano partecipate, per dire tutti e tutte insieme che chi ama la libertà odia il razzismo.

thanks to: pressenza