Soluzione dei due Stati e razzismo israeliano

Due ragazze reggono il foglio con la scritta "Odiare gli arabi non è razzismo, è un valore." (Foto da Il popolo di Israele chiede vendetta/Facebook via)

Due ragazze reggono il foglio con la scritta “Odiare gli arabi non è razzismo, è un valore.” (Foto da Il popolo di Israele chiede vendetta/Facebook via)

Il sostegno israeliano ad una soluzione dei due stati basata sul razzismo

Ben White

 

Middle East Eye – Lunedì 19 settembre 2016

 

Quello che unisce i sostenitori irriducibili del colonialismo di insediamento sionista è semplice: il razzismo contro i palestinesi.

La scorsa settimana “The Guardian” [giornale inglese di centro-sinistra. Ndtr.] ha pubblicato la recensione scritta da Nick Cohen di un nuovo libro intitolato “Il problema della sinistra con gli ebrei”. La recensione di Cohen era abbastanza prevedibile, e il libro in sé, scritto da Dave Rich del  “Community Security Trust” [gruppo di autodifesa ebraico sospettato di rapporti con i servizi di sicurezza israeliani. Ndtr.] non è il fulcro di questo editoriale.

Piuttosto, voglio richiamare l’attenzione su una breve citazione della recensione di Cohen, che è istruttiva per quello che evidenzia dell’attuale dibattito su antisemitismo e sinistra, così come su domande più generali su  sionismo, anti- sionismo e sulla continua lotta dei palestinesi per l’autodeterminazione.

In un articolo breve, Cohen dedica parecchio spazio a una definizione parodistica dell’anti-sionismo. Egli scrive:

A partire dagli anni ’70, gli oppositori di Israele hanno dovuto decidere se l’anti-sionismo significasse una realizzazione dei diritti nazionali dei palestinesi attraverso la soluzione dei due Stati, che riconosce che la Palestina era il fulcro dei nazionalismi ebreo ed arabo in conflitto, o se gli richiedesse un appoggio a una guerra mortale, che avrebbe portato ad uno Stato puro dal punto di vista etnico e (con il sorgere del fondamentalismo sunnita) religioso.

Qui Cohen elabora la sua fondamentale alternativa falsa tra una soluzione dei due Stati che preservi Israele come “Stato ebraico” o un unico Stato “puramente sunnita”.

Che dire allora di uno Stato unico, democratico e decolonizzato? Sembrerebbe che Nick Cohen non pensi che i palestinesi siano abbastanza “civilizzati” per questo.

Nessun diritto al ritorno

Naturalmente, come ha sempre scritto, Cohen è assolutamente contrario al ritorno dei profughi palestinesi a casa. Perché? Sulla base del fatto che “distruggerebbero (Israele) in quanto Stato ebraico.” Il che ci porta alla domanda: chi sta effettivamente difendendo qui l’idea di uno “Stato etnicamente…puro”?

Questo tipo di proiezione da parte dei sostenitori di Israele è particolarmente evidente quando il discorso verte sull’idea di una soluzione di uno Stato unico democratico.

“I palestinesi vorrebbero buttare fuori gli ebrei!” sostengono i sostenitori di uno Stato creato attraverso la pulizia etnica, e che continua a praticarla anche adesso.

“Gli ebrei sarebbero cittadini di serie B!” dicono i sostenitori di uno Stato in cui i cittadini palestinesi affrontano una disuguaglianza sistematica, e le cui forze armate tengono milioni di palestinesi senza Stato sotto un regime militare ancora più esplicitamente discriminatorio.

L’argomentazione di Cohen mi ha ricordato le obiezioni di Yiftah Curiel, portavoce dell’ambasciata israeliana, durante un dibattito dell’inizio di quest’anno all’università di Oxford: “L’obiettivo di uno Stato unico,” ha detto, “è già stato sperimentato, e si chiama Siria.”

Da dove cominciare a descrivere le differenze che rendono un simile paragone quanto meno superficiale e semplicistico? Al peggio, si tratta di semplice razzismo: l’assunto implicito – o non tanto implicito, nel caso di Cohen – è che gli arabi sono incompatibili con una democrazia.

Una compagnia preoccupante

La difesa da parte di Cohen dell’attuale pulizia etnica con l’evocazione di un’ipotetica, futura pulizia etnica non è l’unico esempio di proiezione. Forse il suo prediletto argomento centrale da demolire è quello che vede una causa comune tra “sinistra”, o “progressisti”, e “sostenitori della “Fratellanza Musulmana”.

Eppure è  Cohen, in quanto si autodefinisce “liberal”, che si ritrova in allarmante compagnia quando arriva a difendere l’etnocrazia di Israele.

Per esempio, la scorsa settimana il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, residente in una colonia e capo del partito ultra-nazionalista Yisrael Beiteinu, ha parlato agli studenti nell’università di Ariel (situata all’interno della Cisgiordania) ed ha ripetuto il suo ben noto sostegno ad uno scambio di popolazione e terra tra coloni e cittadini palestinesi di Israele.

Perché? Bene, come lo ha definito Lieberman, è inaccettabile per i coloni ebrei essere spostati dalla Cisgiordania con un accordo di pace, per poi lasciare Israele con tutti quei cittadini palestinesi che distruggono la demografia di uno “Stato ebraico”.

“Abbas non vuole neanche un ebreo sul suo territorio mentre da noi ci si aspetta che diventiamo uno Stato bi-nazionale,” ha detto.

Questa avversione per il “bi-nazionalismo”, o anche per ogni soluzione in cui la “maggioranza ebraica” artificialmente e violentemente creata non sia protetta da un muro (gioco di parole) e garantita per sempre, è un punto di vista condiviso da tutti, da Lieberman fino a gente come la politica dell’opposizione israeliana Tzipi Livni.

Per Livni “pace e due Stati per due popoli” è “un imperativo”, in modo da  “evitare il problema statistico demografico che i palestinesi superino il numero degli israeliani,” e per “preservare l’ebraicità del modello di Israele come Stato ebraico e democratico.”

O, come Livni ha detto una volta agli studenti di una scuola di Tel Aviv, “una volta creato uno Stato palestinese”,  lei potrebbe guardarsi in giro e dire ai cittadini palestinesi di Israele: “La soluzione nazionale per voi è altrove.”

Nick Cohen annuirebbe in segno di approvazione. Perché quello che unisce i difensori incondizionali del colonialismo di insediamento sionista, che siano “liberal” o “falchi”, e indipendentemente dalle loro opinioni su qualunque altra questione, è semplice:  il razzismo anti-palestinese.

Ben White è l’autore di “Aparthied israeliano: una guida per principianti” e “Palestinesi in Israele: segregazione, discriminazione e democrazia.” Scrive per Middle East Monitor e i suoi articoli sono stati pubblicati da Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, The Electronic Intifada, The Guardian’s Comment is free ed altri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Soluzione dei due Stati e razzismo israeliano – Zeitun

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100 years ago today, Ota Benga ended his horrible life after caged as ‘pygmy’ at Bronx Zoo

Benga shot himself after years of humiliation and heartbreak. ©

Benga shot himself after years of humiliation and heartbreak. © / Wikipedia

20 Mar, 2016

100 years ago, on March 20, 1916, Ota Benga took a gun and fired a bullet into his own heart, ending the short and tragic life of the “missing link” from Africa

His treatment at the hands of so-called gentlemen from New York’s Bronx Zoo and the 1904 World’s Fair in St. Louis, Missouri came in the height of the eugenics movement, forty years after the end of (legal) slavery in America.

Today, Benga is remembered for his sacrifice in documentaries and on social media networks like Twitter, a martyr for the cause to end racism.

The 32-year old Mbuti man from along the Kasai River in what is now the Democratic Republic of Congo stood just four feet, eleven inches tall and had teeth filed to sharp points, which was reportedly a tradition for his tribe.

His early life in the forests of Belgian Congo were violent and his wife and two children were killed by the Force Publique.

Samuel Phillips Verner, an American businessman in Africa tasked with acquiring pygmies for a “cultural evolution” display at the World’s Fair’s Louisiana Purchase Exposition, encountered Benga in 1904.

How Verner came to “acquire” Benga is unclear, with the “pioneering” Presbyterian missionary claiming to have “saved” him from a cannibalistic tribe who had kidnapped him.

Using Benga as a recruitment tool who could downplay the rightfully-distrustful attitude about white men, Verner managed to find more natives and brought them all to the US to be part of the exposition’s human displays.

The controversial exhibit showed real humans from a number of “exotic” ethnicities dressed in their native gear on a staged reproduction of their homes.

He returned to Africa after the fair and married for the second time, but came back to the US when his new wife died of a snakebite.

Verner got him a place to live inside at the American Museum of Natural History in New York where he was “free to roam” until he threw a chair at Florence Guggenheim and was relocated to the Bronx Zoo.

On a dark day in 1906, 40 years after the abolishment of slavery, Benga was billed as the “missing link”, on display in the Bronx Zoo cage alongside a monkey.

Crowds flocked to see the sight which entertained and disgusted in equal measure.

The secretary of the zoo at the time was eugenicist Madison Grant, whose writings on the “dangers” of “inferior” races outbreeding and mixed breeding with Caucasians earned him a letter of thanks from Adolf Hitler.

Despite the zoo claiming Benga was “employed”, he was never paid for his work in which he assisted employees in their duties.

Noting his popularity with visitors and his affection for the monkey enclosure, Benga was encouraged step by step to take up residency with the monkeys.

Soon his hammock was in an empty cage and a target was set up for his bow and arrow, ensuring he rarely needed to leave. He was now one of the zoo’s most popular exhibits.

The New York Times wrote, “he is probably enjoying himself as well as he could anywhere in his country, and it is absurd to make moan over the imagined humiliation and degradation he is suffering.”

There was also disgust expressed at Benga’s display, with a reader of The New York Globe writing: “I lived in the south several years, and consequently am not overfond of the negro, but believe him human. I think it a shame that the authorities of this great city should allow such a sight as that witnessed at the Bronx Park — a negro boy on exhibition in a monkey cage.”

Days later, the exhibit came to an end when members of the Colored Baptist Ministers Conference protested what they called “degrading”.

“We think we are worthy of being considered human beings, with souls,” the committee wrote.

Benga was removed from the enclosure, but was now famous for the wrong reasons.

Still “resident” at the zoo, now “free to roam” again, crowds followed the man, jeering and shouting at him.

He then moved to Lynchburg, Virginia, where his teeth were capped and his name changed to Otto Bingo, his American nickname.

He attended school for a short time until he felt his English was sufficient and took up work at a tobacco factory.

Soon he pined for his home in Africa, but a return was not likely due to the outbreak of World War I preventing passenger ship travel.

On March 20, 1916, he removed the caps from his teeth, built a ceremonial fire, and with a stolen gun, shot himself in what was likely a broken heart.

Benga was buried in an unmarked grave in Lynchburg, but his legacy lives on to remind us of man’s potential brutality to man.

thanks to: RT

Quando muore un bambino

Mumia Abu Jamal

Ultime notizie: Ufficiali della città di Cleveland hanno annunciato che non saranno presentati capi d’accusa contro il poliziotto che ha assassinato il bambino Tamir Rice, di 12 anni.

C’è qualcosa di devastante nella morte -l’assassinio- di un bambino. Quando muore un bambino, l’ordine naturale si rompe, le stelle piangono, la terra trema.

Non siamo così abituati a questo sistema che pensiamo sia qualcosa di naturale invece di una imposizione umana. I politici nella tasca dei cosiddetti sindacati di polizia si chinano di fronte a borse piene di denaro e si dimenticano della morte di un bambino in uno sbattere di ciglia -specialmente se è un bambino nero.

Quale istituzione creata dall’uomo è più preziosa della vita di un bambino? Quale lavoro? Quale ufficio? Quale stato?

Quando muore un bambino, gli adulti non meritano di respirare la sua aria rubata. Quando muore un bambino, i vivi non devono avere sollievo fino a quando abbiano eliminato il veleno che ha osato fargli male. Quando muore un bambino, il tempo corre indietro per fare giustizia per il male causato.

Questo deve ispirare i movimenti di tutto il mondo a lottare come mai prima perché qualcosa di vile è avvenuto di fronte ai nostri occhi. Hanno ucciso un bambino, ed essendo un bambino nero, questo vale poco negli Stati Uniti.

Dalla nazione incarcerata, sono Mumia Abu Jamal.

-©’15maj

28 dicembre 2015 

Audio registrato da Noelle Hanrahan: www.prisonradio.org *

Testo diffuso da Fatirah Litestar01@aol.com

Traduzione Amig@s de Mumia, Messico

https://amigosdemumiamx.wordpress.com/2015/12/30/cuando-muere-un-nino/

Testo completo in: http://www.lahaine.org/cuando-muere-un-nino

30/12/2015

La Haine

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Mumia Abu Jamal“Cuando muere un niño” pubblicato il 30-12-2015 in La Haine, su [http://www.lahaine.org/mundo.php/cuando-muere-un-nino] ultimo accesso 30-12-2015.

Sorgente: Quando muore un bambino Comitato Carlos Fonseca

Israeli settler praised for throwing pork on body of Palestinian

Warning: This article contains graphic video and strong language.

Online incitement by Israelis against Palestinians has skyrocketed in recent weeks, according to a report in Israel’s Haaretz newspaper.

Much of the incitement has been in response to videos posted on social media showing Palestinians wounded or killed following alleged stabbing attacks against Israelis.

On 9 October, 19-year-old Muhammad Faris Abdullah al-Jabari was shot dead in the Israeli settlement of Kiryat Arba, near Hebron in the occupied West Bank, after allegedly attacking an Israeli Border Police officer with a knife.

The following day, a video surfaced showing an Israeli throwing pork at al-Jabari’s body as he lay on a stretcher.

As the man dangles the meat before the camera and then drops it on al-Jabari’s face, he shouts, “Here, see this? This is pig meat. Friends, just in case you don’t know it, they really love pig meat. … He should enjoy with his virgins, with the pig meat.”

Proposals to deter “terrorists” by desecrating their bodies with pork are common among right-wing extremists in Israel and the US. But in Israel, these extremists are provided with serious platforms and are now making the tactic a reality.

On 13 October, The Jerusalem Post published a letter demanding that Israel “scatter small pieces of pork everywhere Muslim rock throwers gather.” The letter writer, Ariella Finder, also suggested that Israel spray Palestinian demonstrators with pork fat and bury those it kills “in unmarked graves — with a piece of pork fat.”

It is time to stop being politically correct and worried about what the world thinks of us,” Finder proclaimed.

Advocates of such bizarre and macabre tactics seem to believe that the prohibition on eating pork that Muslims, just like Jews, observe, means contact with pork is a particularly powerful insult, or deterrent, to Muslims.

Anti-Semites, ironically, have used the same logic to attack Jewish symbols and insult Jews. Last May, for instance, pork was left at a Holocaust memorial in Massachusetts.

“They should be tossed into the sea”

Israel Bramson, the mayor of Kiryat Arba — whose population is notorious for its anti-Palestinian militancy — praised the pork throwing as “a most basic response, and a legitimate one.”

“I do not denounce what happened,” Bramson told the Israel’s Walla! News website. “They should not get their cadavers back, they should be tossed into the sea in the best case. The terrorist came to slaughter Jews and the treatment he got is what he deserved.”

Kiryat Arba was the home of Baruch Goldstein, the Brooklyn-born settler who murdered 29 Palestinian men and boys in Hebron’s Ibrahimi mosque in 1994. A shrine honoring Goldstein was erected in the settlement. Israelis have even brought their children to graveside parties in Kiryat Arba to celebrate the mass murder by Goldstein.

“The Arabs are afraid that their 72 virgins will be taken away from them if they’re interred in a pig sack,” Bramson asserted, echoing beliefs commonly shared on Islamophobic websites. ”The mother of every terrorist and of every potential terrorist should know that this would happen, in the best case.”

Bramson cited as inspiration Avigdor Lieberman, Israel’s long-time foreign minister and chair of the anti-Arab Yisrael Beitenu party who is notorious for his violent incitement against Palestinians.

“In my opinion we should not return bodies to them at all but rather throw them into the sea, like [Avigdor] Lieberman said, and destroy whole neighborhoods, as a lesson for all to see. The Arabs should be kicked out of here,” Bramson added.

Itamar Ben Gvir, a spokesperson for the Jewish National Front party, echoed Bramson’s praise for the meat-throwing settler, telling Walla, “The guy deserves a medal.”

“Leave them to the dogs”

Bramson’s sadistic rhetoric was also echoed on social media.

After the Israeli website Buzznet posted video of the incident to Facebook, the comments section quickly erupted in jubilation.

“What a pleasure, may the Creator be blessed… this should be done to every Muhammad and Fatima,” wrote Amit Amsen Maoz.

“How can a so-called paramedic save the life of a terrorist, how can they give him care and treatment. Leave them to the dogs,” added David Hai Mimoun.

“His whole family should burn in hell”

Days later, Buzznet’s Facebook page once again exploded in sadistic cruelty in response to a video showing an Israeli settler barking “Die, you son of a whore!” at a bleeding Palestinian child. Israel had alleged, though without producing any evidence, that the boy and a 15-year-old cousin who was shot dead were involved in stabbing two people in the Israeli settlement of Pisgat Zeev.

“What’s hard to watch about that? Tell me next time, I’ll bring beer and pistachios,” wrote Nir Jirad in response to the footage.

“I hope all the mothers who are sitting in the villages now and thinking of sending their children today see this!!! His whole family should burn in hell,” added Maya Bachar, who wished “full healing and recovery for our child, he should soon have the opportunity of celebrating his bar mitzvah.”

Miri Knorr insisted the child “deserves to suffer.”

“We are getting the pigs ready,” remarked Ariel J. Berger, who drove home his point with a photo.

“What irritates me most is that he is evacuated to a hospital… those murderers should be slaughtered! Death penalty for terrorists!” said Harel Yedidi.

Depraved mockery

Israeli Internet incitement may be on the rise, but it is hardly a new phenomenon.

On 22 September, Israeli occupation forces at a checkpoint in Hebron carried out the extrajudicial execution, as Amnesty International termed it, of 18-year-old Hadil Salah Hashlamoun.

Two days after the young woman was killed, an Israeli Facebook page called “Medina ahat le am ehad,” which means “one state for one people,” posted a photo likely taken by a settler or soldier of Hashlamoun lying on a gurney half naked.

​The Electronic Intifada has seen the image but chosen not to publish it.

Commenters proceeded to mock the young woman’s physical appearance in vulgar and sexually demeaning ways.

Tael Darba, for instance, remarked that the victim is “awfully hairy.”

“Now I understand why the Arabs prefer screwing sheep/donkeys,” added Maya Dayev.

The post attracted dozens more similarly disgusting comments.

Shira Porat pushed back, but only out of concern for the negative effect such misogynistic comments might have on the “body image” of Israeli girls.

In another rare rebuke, Chen Marks wrote, “Disgusting, you should be ashamed of yourself. I wish the person who published the photo will also be photographed like that. It’s a disgrace to the Jewish nation that we’re dealing with this sort of thing.”

But sadly — as Haaretz acknowledges — such dehumanizing material is pervasive on Israeli websites.

After two days of depraved mockery, the photo was removed.

“Two days ago we put up a picture of the terrorist, may her name be obliterated, who was destroyed by our soldiers when she tried to do a terrorist act,” the administrators of the Facebook page explained, adding, ”Due to the photo we received a lot of threats and curses from terrorists, and also requests to remove the photo … the only reason we removed the photo is due to the nudity in it, which could become exposed to minors.”

“We will continue publishing and expressing opinions as the page has been doing for more than a year, and our enemies can threaten as much as they like…. there is no such thing as Palestine and there will never be any such thing! This is one state for one nation,” they insisted.

According to independent reporter Richard Silverstein, the photo was likely removed at the behest of Israel’s military censor, whose office is tasked with keeping an eye on social media to prevent “embarrassment” to Israel.

What is clear is that the genocidal hatred many Israelis express online does not stay there. It has already spilled into the streets.

With translation from Hebrew by Dena Shunra.

thanks to: The Electronic Intifada

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax

In the early hours of Tuesday morning, Pierre Stambul and his partner were violently awoken by police at their home in the French port city of Marseille.

“It was a bad moment because the cops came in my home very, very violently,” Stambul, co-president of the French Jewish Union for Peace (Union Juive Française pour la Paix – UFJP), told The Electronic Intifada. “They broke the doors to enter. I was handcuffed for one hour and spent seven hours in jail.”

The ordeal was the result of an anonymous, false tip-off to police that Stambul had murdered his wife.

Stambul, a strong critic of Israel, believes it was intended to stop him giving a speech in Toulouse that evening on anti-Semitism and anti-Zionism.

Stambul says police put him in a cell for three hours before he was questioned. When he told them his suspicions of who had given the tip-off, they held him for another three hours while they checked out the story.

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax | The Electronic Intifada.

Regione Veneto, assessore razzista usa Charlie Hebdo per fare propaganda

11.01.2015 Luca Cellini
La radice della violenza
(Foto di Archivio Pressenza)

C’è una circolare datata 9 Gennaio,  proveniente direttamente dall’Assessorato all’Istruzione della Regione Veneto firmata da Elena Donazzan ed indirizzata a tutti i dirigenti scolastici della Regione.

Nell’oggetto si legge: “Terrorismo islamico parliamone soprattutto a scuola”.

La comunicazione Inizia con il classico cappello ideologico in cui si citano i principi fondanti della nostra civiltà basati su fondamenti  di tolleranza, uguaglianza libertà e fratellanza.

Terminato il dovuto antefatto, la circolare comincia col  sottolineare l’enorme distanza culturale fra la nostra civiltà e quella degli Stati a matrice islamica, ponendo l’accento,  sulla pericolosa vicinanza geografica che abbiamo con essi.

Si continua marcando le differenze e  parlando di  “una cultura (chiaramente riferita a quella islamica) che predica l’odio verso la nostra cultura, la nostra mentalità, il nostro stile di vita,” odio che si manifesta  “fino ad arrivare all’estremo gesto terrorista”.

Poco dopo si ribadisce che “solo una forte presa di coscienza” di quanto detto sopra “potrà farci arginare un pericolo tanto grave e imprevedibile”.

Nelle righe successive si rafforza il concetto di, islamico uguale violento, associando la disgrazia  del padre di un ragazzino veneto che è stato accoltellato da un 14enne tunisino, mentre difendeva il figlio da atti di bullismo.

Si discrimina palesemente affermando “soprattutto a loro (riferito agli immigrati)  dobbiamo rivolgere il messaggio di richiesta di una condanna di questi atti, perché se hanno deciso di venire a vivere in Europa, in Italia, in Veneto devono sapere che sono accolti in una civiltà con principi e valori”.

Si scivola poi  quasi nel ridicolo con frasi deliranti che fanno riferimento al fallimento del modello d’integrazione proposto  e s’invita a un cambio,dove il primo cambio di rotta é una ferma condanna senza alcun distinguo tra italiani, francesi o islamici se questi ultimi vogliono veramente essere considerati diversi dai terroristi che agiscono gridando “Allah è grande”.

Infine si chiude il cerchio del postulato, islamico uguale terrorista,  affermando che “non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi ma che è vero però che tutti i terroristi sono islamici”.

La “circolare” conclude appellandosi alla popolazione invitandola a ritrovare la forza per indignarsi, reagire e  condannare moralmente.

Chiunque, con un minimo di senso civico e democratico,  leggendo e ragionando su queste affermazioni  credo resti esterrefatto, basito, non solo per i continui richiami al concetto: islamico uguale terrorista, ma per il richiamo a reagire e condannare.

Così, se da una parte tutti hanno ovviamente e giustamente condannato la strage di Charlie Hebdo, dall’altra leggendo la comunicazione  viene da domandarsi:  i destinatari finali della circolare, ovvero gli studenti e le loro famiglie, contro chi si dovrebbero indignare? Forse contro  gli altri studenti  presenti nelle nostre scuole e provenienti da paesi di matrice islamica?

E ancora, contro chi si dovrebbe reagire con forza? Forse contro le loro famiglie, semplicemente perché di fede islamica?

E così invece di passare una circolare scolastica dove si invita a parlare della violenza in generale e delle forme per prevenirla si coglie l’occasione della strage e la si usa come un piede di porco  per fare un parallelismo, musulmano  uguale violento, uguale terrorista e così colpevolizzare tutti gli studenti di provenienza islamica e le loro famiglie presenti nel nostro territorio.  Come se loro fosse la colpa della tremenda strage perpetrata da 3 individui che d’islamico nulla avevano eccetto che il nome.

I contenuti della comunicazione oltre che altamente discriminatori e razzisti, instillano paura, diffidenza, soffiano sul fuoco e appaiono come un forte e preciso atto di accusa, formulato nei confronti di colpevoli da condannare e dai quali difendersi, colpevoli che pur non avendo commesso nulla, lo sono comunque, in quanto appartenenti alla cultura islamica o più semplicemente ancora, identificati come persone e famiglie violente, avendo come unica colpa quella di discendere da una determinata etnia.

Allo stesso modo mi domando, perché una circolare simile non è stata già fatta in precedenza quando ci sono state innumerevoli stragi? Ad esempio in occasione delle 77 vittime della strage di Utoya in Norvegia, realizzata da un biondo e occidentale  norvegese che si rifaceva ad un’ideologia dichiaratamente nazista, e ancora in ordine cronologico:

Svizzera,  27 settembre 2001, dove durante una sessione dell’assemblea locale un uomo armato uccide 14 membri del parlamento e del governo del cantone di Zug.

Francia,  27 marzo 2002, dove  un uomo aprendo il fuoco sui membri del consiglio municipale di Nanterre, uccide 8 persone e ne ferisce altre 19.

Germania 26 aprile 2002, dove un diciannovenne di Erfurt entra in un liceo e uccide 16 persone, di cui 12 insegnanti.

Finlandia, 7 novembre 2007, dove un diciottenne uccide alcune persone in un liceo di Tuusula (sud), prima di togliersi la vita.

Finlandia, 23 settembre 2008, dove uno studente di 22 anni fa irruzione in un istituto professionale di Kauhajoki e uccide 9 studenti e un insegnante.

Germania, 11 marzo 2009, dove un giovanissimo diciassettenne, ex studente dell’istituto, irrompe armato in un collegio di Winnenden e uccide  15 persone, 9 studenti e 3 insegnanti, e inoltre 3 passanti.

Gran Bretagna, 2 giugno 2010, dove un tassista in Cumbria Inghilterra travolge e uccide 12 persone, durante una folle corsa in macchina.

E perché non cogliere l’occasione di una circolare di denuncia quando gli eserciti occidentali in nome della nostra “democrazia”  hanno commesso stragi  infami come  quella di Falluja in Iraq  dove migliaia di persone sono morte atrocemente bruciate vive, oppure quando tutti i bambini di uno scuolabus Afgano sono morti centrati da un missile del nostro “fuoco amico” (come se si potesse distinguere tra un missile amico e un missile nemico) o ancora perché non passare una circolare sui generis ogni volta che viene compiuta una strage ai danni delle popolazioni palestinesi, curde, cecene, bosniache, kosovare.

La mia opinione è che, affermazioni sui generis come quelle che si sente ripetere a più riprese da partiti come la lega o come  alcune contenute in questa circolare, hanno forti richiami al fascismo, all’autoritarismo più bieco che portò il mondo intero in guerra per affermare quale fosse l’ideologia, la cultura o la razza superiore alle altre. E come dimenticare i fatti della ex-Jugoslavia dove sono stato testimone prima, durante e dopo la guerra, in cui ho visto coi miei stessi occhi come e con quali strumenti è stato possibile prima dividere la popolazione instillare in essa le radici della violenza, della discriminazione, dell’odio etnico e poi rifornire le persone di armi e scatenare una  sanguinosissima guerra civile che produsse 250.000 morti, più di 2 milioni di profughi oltre alla disgregazione del paese.

Ciò che più è  preoccupante  è il salto di livello di questo razzismo strisciante, che è evidente in quanto la comunicazione viene direttamente da un assessorato Regionale ed è  indirizzata a tutte le scuole Statali della Regione Veneto. Credo inoltre ci siano gli estremi affinché il nostro ministero dell’istruzione possa intervenire e impedire che una tale comunicazione ufficiale e istituzionale possa circolare all’interno delle scuole statali italiane.

I corpi dei ragazzi di Charlie Hebdo non sono ancora stati seppelliti che già si comincia ad usarli per gettare benzina sul fuoco e seminare sentimenti di odio, diffidenza, condanna e discriminazione, proprio quello che questi coraggiosi giornalisti hanno sempre combattuto. 

Si arriva al surreale citando prima concetti d’uguaglianza, tolleranza, fratellanza e libertà, pretendendo grazie a questi principi di poter mettere la nostra cultura occidentale in una posizione ideologica predominante rispetto alle altre culture, salvo poi contraddire questi ideali d’uguaglianza fratellanza e tolleranza, disconoscendoli solo poche righe dopo.

Come non dare ragione all’amico Karim  Metref  che solo due giorni fa  nella sua bellissima lettera, io non mi dissocio, scriveva,  “in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena. Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto”.

La cruda realtà che ostinatamente  non si vuol vedere è che la violenza dilaga, perché si è costantemente seminato violenza, una violenza che non è solo quella fisica  ma è anche discriminatoria, economica, religiosa, etnica, culturale, psicologica. Non c’è modo di fermare questa violenza che è stata seminata negli anni e instillata negli animi delle persone, non c’è difesa, né argine esterno, né condanna, né principio formale che la possano fermare.

Soltanto noi possiamo fermare la violenza, interrompendone la radice che è già  dentro di noi,  invertendo la rotta, smettendo di discriminare, di isolare, di giudicare, di approfittarsi del prossimo e delle sue disgrazie.  Solo all’interno di ognuno di noi è possibile disinnescare questa bomba ad orologeria, non dando più forza alla paura, rifiutando la diffidenza verso il  prossimo, verso il  “diverso”.

L’amara ironia  è che c’è un principio universale, un profondo e antico messaggio di pace e nonviolenza che ritroviamo espresso all’interno di tutte le religioni, filosofie e dottrine universali e che si racchiude nelle  frasi, “Non uccidere”, “Ama il prossimo tuo come ami te stesso”, “Custodisci e proteggi la vita”, “Sii compassionevole”, “Tollera e perdona a fondamento di tutti i diritti umani”,  “Se vuoi la pace prepara la pace”,  “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

Principi,  questi che basterebbe semplicemente mettere in pratica a partire da noi stessi per far rientrare l’onda di odio, violenza e paura che sta montando.

Chiudo con una semplice proposta, invece di aspettare la prossima strage, qualunque matrice essa possa avere, perché non istituire in tutte le scuole, un’ora settimanale dove si parli delle radici della violenza, di come essa si manifesti in tutte le sue forme e di come prevenirla parlando di pace, nonviolenza, non discriminazione e solidarietà?      

Qui la petizione dell’Associazione Studenti Universitari che chiede le dimissioni di Elena Donazzan.

thanks to: pressenza

Tor Sapienza, la violenza razzista spacciata per “guerra tra poveri”

Annamaria Rivera

In Italia ormai dilaga la caccia, simbolica o reale, ai capri espiatori di sempre: rom e sinti, migranti e rifugiati. Pur variando luoghi e personaggi, comune è lo schema narrativo, avallato anche da quotidiani mainstream. A giustificare o sminuire la violenza dei “residenti” e dei “cittadini comuni” si propalano spesso leggende e false notizie, spacciate come vere anche da organi di stampa prestigiosi.

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Ciò che è accaduto nella borgata romana di Tor Sapienza costituisce un precedente assai grave. Mi riferisco al trasferimento forzoso, a furor di plebe, dei minorenni ospitati dal Centro di prima accoglienza, collocato in una struttura che include anche uno Sprar (Servizio protezione richiedentiasilo e rifugiati). Questa prima tappa della chiusura totale della struttura, pur essendo una misura prudenziale, si configura oggettivamente come cedimento istituzionale al violento ricatto razzista.

I facinorosi che, incappucciati e al grido di “bruciamoli tutti!”, a più riprese hanno attaccato il Centro, con lanci di pietre, petardi e perfino una molotov, per alcuni giorni sono stati rappresentati, anche dalla grande stampa, come poveri “cittadini esasperati”. E le dicerie a proposito di scippi, aggressioni, tentati stupri – dei quali non v’è traccia di prova, né denunce formali sono state puntualmente riprese senza alcuna verifica.

I minori stranieri che hanno provato a tornare a Tor Sapienza

Chi è rimasto nel Centro Morandi ancor oggi è a rischio. Ciò nonostante, di queste persone, deumanizzate e perseguitate, neppure si rispetta il diritto alla privacy: giornali e telegiornali, infatti, ne hanno mostrato i volti non oscurati, esponendole ancor di più al pericolo.

Tra i pochi che hanno osato violare tempestivamente lo schema narrativo di cui ho detto vi sono l’Arci, la Comunità di Sant’Egidio e, tra gli organi d’informazione, Il Redattore Sociale che già l’11 novembre svelava il segreto di Pulcinella: l’istigazione di estrema destra delle spedizioni punitive. A strumentalizzare frustrazione, senso di abbandono, disagio economico e sociale, dirottandoli verso gli alieni, v’è la presenza di “gruppi neofascisti e figure, vecchie e nuove, dell’estrema destra”, dichiarava al Redattore Gianluca Peciola, capogruppo di Sel in Campidoglio, riferendosi a questo e ad altri casi analoghi.

E sono rari, fra i commentatori che hanno insistito – a ragione, certo sul sentimento collettivo di segregazione e insicurezza che vivono i residenti, quelli che si sono soffermati a considerare le biografie, la condizione, i sentimenti dei capri espiatori: persone fuggite da povertà, persecuzioni e violenze, approdate rischiosamente in Europa dopo viaggi da incubo, private di casa e affetti, e oggi, di nuovo, rifiutate, minacciate, terrorizzate. Fra loro, trentasei minorenni soli e bisognosi di tutela, che erano impegnati in un percorso di formazione e inserimento professionale e che oggi sono dispersi in altri centri.

Si legga, a tal proposito, la toccante “Lettera aperta dei rifugiati del Centro Morandi”, ai quali finalmente qualcuno restituisce la parola.

Ancor meno sono, fra i giornalisti che hanno raccontato di questa vicenda, quelli che hanno citato il mélange, tutto nostrano, di attività illecite, spaccio, infiltrazioni mafiose e di estrema destra che caratterizza questo come altri quartieri romani di periferia. Contro il quale mai, per quel che ne sappiamo, i “residenti esasperati” hanno fatto barricate.

Lo schema che ho citato s’intreccia con un’altra retorica abusata: quella, in apparenza nonrazzista, della “guerra tra poveri”, secondo la quale, in sostanza, aggressori e aggrediti sarebbero vittime simmetriche. E’ un luogo comune purtroppo condiviso anche da una parte della sinistra, effetto della vulgata di un sociologismo di bassa lega. E’ da un buon numero di anni che chi scrive cerca di smontarla, quella retorica, e di mostrarne l’infondatezza, la superficialità, la fallacia; ma con risultati alquanto scarsi.Maggiore lucidità si ritrova altrove. Un comunicato sui fatti di Tor Sapienza della già citata Comunità di Sant’Egidio punta il dito proprio contro questa retorica: “Più che di un presunto disagio sociale o di una ‘guerra tra poveri’ che si vorrebbe innescare ad arte, si tratta spesso di episodi violenti a sfondo razzista”.

Esemplare in tal senso è ciò che è accaduto alla Marranella, quartiere romano del Pigneto-Tor Pignattara, dopo l’assassinio di Muhammad Shahzad Khan, il pakistano di ventotto anni, mite e sventurato, massacrato a calci e pugni da un diciassettenne romano, la notte del 18 settembre scorso. Subito dopo, un centinaio di persone improvvisarono un corteo di solidarietà verso il giovane arrestato, non senza qualche accento di rammarico per “questa guerra tra poveri”, insieme con cartelli e slogan quali “Viva il duce” e “I negri se ne devono andare”.

marranella con daniel (7)

Daniel è il diciassettennearrestato per l’omicidio di Muhammad Shahzad Khan

Più tardi, un circolo politico decisamente di sinistra, presente nel quartiere, si è spinto fino ad affermare incautamente che l’omicida e l’ucciso sarebbero vittime dello stesso dramma della povertà e del degrado. Come se il livello di potere, la posizione sociale, la responsabilità morale fossero i medesimi, tra il bullo di quartiere che uccide, istigato e spalleggiato dal genitore fascista (poi arrestato anche lui), e la sua vittima inerme: già annientata dalla solitudine, dalla perdita del lavoro e dell’alloggio, dal terrore di perdere pure il permesso di soggiorno, dalla lontananza dalla moglie e da un figlio di tre mesi che mai aveva potuto vedere. Una perfetta illustrazione, quel delitto, di guerra contro i più inermi tra i poveri.

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Certo, Roma è paradigmatica per le cattive politiche che nel corso degli anni hanno prodotto ghettizzazione e degrado urbano di tanta parte dell’hinterland. E, si sa, più che mai in tempi di crisi, il disagio economico e sociale, il senso di abbandono, l’indebolimento della socialità alimentano risentimento e ricerca del capro espiatorio. Ma a manipolare e deviare il rancore collettivo verso falsi bersagli c’è sempre qualche attore politico: solitamente di destra e di estrema destra, da Casa Pound alla Lega Nord di Salvini e Borghezio. Per non dire del sempre fascista Alemanno, egli stesso responsabile più di altri dello stato attuale delle cose, il quale dal suo blog incita a “liberare le periferie romane da un vero e proprio assedio incontrollato di nomadi e immigrati”.

Che la giunta Marino, come altre giunte “democratiche”, ne prenda atto e provveda, prima che sia troppo tardi. Che la sinistra politica e sociale nelle periferie ritorni, come un tempo, a fare lavoro politico.

Versione modificata e ampliata dell’articolo comparso sul manifesto del 14 novembre 2014

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thanks to: Tlaxcala

Come ho smesso di essere ebreo: Shlomo Sand e il suo nuovo libro

 

Shlomo-Sand

Intervista esclusiva. «L’inverno qui a Tel Aviv è meraviglioso», mi dice Shlomo Sand, prima di aggiungere: «Penso che sia l’unica cosa bella, qui».

Docente di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, le pubblicazioni di Sand hanno causato molte discussioni. Nel suo nuovo libro, How I stopped being a Jew, l’autore spiega la rottura personale con l’ebraismo secolare. Tale identità significa appartenere a un gruppo selezionato – egli spiega – e accedere a privilegi ai quali voglio rinunciare.

«In Israele non c’è dubbio che essere ebreo significa potere e privilegi», egli dice. Ma ciò avviene a spese degli arabi-israeliani, che non sono ebrei, e che sono pertanto cittadini di seconda classe. Peggio ancora, i privilegi sono irraggiungibili a causa della natura stessa dell’ebraismo secolare. Ad esempio, se credi in Dio puoi diventare un ebreo religioso, o, con molti sforzi, puoi diventare inglese, o francese, o un membro del partito laburista. Ma gli studenti palestinesi di Sand, se vogliono diventare ebrei secolari, devono prima diventare ebrei religiosi.

«Per la prima volta in vita mia io ritengo che essere un ebreo secolare significa appartenere a un club esclusivo, al quale non si è liberi di unirsi. Nessuno può diventare un ebreo secolare se non si è nati da madre ebrea. Ho deciso di non voler far parte, per il resto della mia vita, di un club cui non si ha libero accesso».

«Lo Stato di Israele, definendo se stesso Stato ebraico, designa gli ebrei in Israele come persone privilegiate. Per fare un esempio, se la Gran Bretagna dichiarasse di non essere lo Stato di tutti i britannici, ma solo di quelli cristiani, essere un inglese cristiano, in uno Stato simile, sarebbe da privilegiati. C’è una gran parte della popolazione che non è ebrea, e che non può diventare ebrea. Questo è un buon motivo per non considerare me stesso, in Israele, ebreo».

Nonostante la sua natura selettiva, Israele viene sempre considerata l’unica democrazia del Medio Oriente. Sand ritiene che una cultura politica liberale, in Israele, esista – il fatto che il suo libro sia stato pubblicato lì, e che esso sia diventato un best seller, lo prova -. Ma non è una reale democrazia. Israele non cerca di tornare utile ai suoi cittadini, ritiene Sand, ma cerca i vantaggi per gli ebrei in tutto il mondo.

Gli allievi arabo-israeliani di Sand non sono solo cittadini di uno Stato che non appartiene loro: i palestinesi dei Territori palestinesi occupati vivono privi di qualsiasi diritto civile o politico, dice Sand. «Non si tratta di 47 giorni, settimane o mesi. Sono 47 anni. E’ un periodo storico – Israele non può essere definita democratica se una parte della sua popolazione vive privata di ogni diritto fondamentale… La prima democrazia solida del Medio Oriente può diventarlo, forse, la Tunisia. Forse».

Israele dovrebbe iniziare a definire se stessa Stato israeliano, piuttosto che Stato ebraico, dice Sand, o anche repubblica, o monarchia.

Riguardo i piani a più lungo termine per il Paese, spiega Sand che «moralmente» egli preferirebbe uno Stato. «Viviamo troppo a contatto con i palestinesi per stare completamente separati, non è possibile. Ma dal punto di vista politico, quando penso a un progetto politico che possa progredire in Medio Oriente, non penso alla soluzione a Stato singolo. La società ebraica israeliana è una società fortemente razzista. Diventare una minoranza nel proprio Stato, da un giorno all’altro, non credo sarebbe possibile».

Sand ci tiene a distinguere se stesso dagli «scrittori della sinistra sionista», come Amos Oz, puntualizzando che non è una questione di divorzio. «Non sono per niente per uno Stato ebreo israeliano. Ritengo che in uno stato di separazione continuerebbero a esserci arabi in Israele e forse ebrei in Palestina. Ma credo che per il momento l’unica soluzione politica possibile, anche se ci sono così tanti coloni e colonizzatori nei Territori occupati, sia la separazione sui confini del 1967. Ciò non significa che io ritenga che un tale progetto sia realizzabile, ma è più realistico di uno stesso Stato per arabi ed ebrei».

In quanto ai coloni, Sand mi dice che se egli fosse Netanyahu chiederebbe all’Autorità palestinese di proporre loro la scelta di continuare a vivere nelle loro case, alle stesse condizioni, come cittadini arabi in uno Stato arabo. Oppure, di ritornare vicino a Tel Aviv o vicino a Haifa. «Dipende dalla volontà dell’Autorità palestinese, perché bisogna capire che il fatto che ci siano dei coloni non è colpa dei palestinesi, è colpa del governo israeliano. A trovare una soluzione dev’essere Israele».

Poi, ci sono i 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi nei Paesi vicini. Secondo Sand Israele dovrebbe riconoscere la responsabilità di quanto accaduto nel 1948 e del problema dei rifugiati palestinesi. Ma ritiene che il diritto al ritorno non si possa realizzare se non con la distruzione dello Stato di Israele.

Ritiene inoltre che continuare a istruire i bambini nei campi profughi palestinesi su un loro ritorno, in futuro, a Haifa e a Jaffa, è criminale. «Tenerli da 67 anni nei campi è un crimine di per sé. Israele ha commesso il primo crimine cacciandoli quando fondarono il loro Stato. Ma i secondi criminali sono gli Stati arabi che li hanno tenuti nei campi».

Israele deve invece accettare una parte dei profughi, e condividere la responsabilità con i Paesi arabi vicini. «Non si può restituire loro la casa che è stata distrutta, ma si può prima di tutto riconoscere ciò che si è fatto, e in secondo luogo pagare un alto prezzo».

«Questa è una delle condizioni alle quali accetterei di portare avanti un qualsiasi piano di pace in Medio Oriente», egli continua. I palestinesi riceverebbero la nazionalità siriana, libanese o giordana come una delle condizioni del processo. Se sono contrario al diritto al ritorno ciò non vuol dire che sia contro il ritorno di una parte dei palestinesi nello Stato palestinese».

Così com’è ora, lo Stato israeliano non può continuare a esistere, dice Sand. Ci sono molti riferimenti all’apartheid, nel libro di Sand, un termine controverso quando usato in riferimento a Israele.

«Nei Territori occupati è apartheid puro, anche se diverso da quello del Sudafrica. I coloni ebrei non vivono con gli arabi, e gli arabi non hanno il diritto di vivere nelle colonie ebraiche, sono completamente separati. L’unico contatto tra israeliani e palestinesi nei Territori occupati lo si ha quando i palestinesi vengono a costruire le case per i coloni. Non vivono insieme, non vanno a scuola insieme. Quindi ditemi, perché non dovrei utilizzare la parola apartheid?»

Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha dichiarato illegale, per i lavoratori palestinesi impiegati a Tel Aviv, prendere gli autobus israeliani per tornare a casa attraversando la Cisgiordania e gli insediamenti.

«Dicono che è una misura di sicurezza. Sta diventando una parodia in quanto i lavoratori vengono controllati al mattino. Se hanno delle bombe le possono far esplodere a Tel Aviv, o a Haifa. Perché riportarsi le bombe a casa, al ritorno?» Secondo Sand non si tratta in realtà di una «misura di sicurezza», ma è il risultato del desiderio dei coloni di non viaggiare sugli stessi autobus con gli arabi. «Sì, è un apartheid ebraico. La storia mette in scena vittime e carnefici, che cambiano ruolo in continuazione. Le vittime di ieri possono diventare i carnefici di oggi. E viceversa.

Nel capitolo iniziale di How I stopped being a Jew, Sand scrive che una delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo saggio è stata «porre un grande punto interrogativo contro idee comunemente accettate e presupposti profondamente radicati, non solo tra il pubblico israeliano ma anche nei network della comunicazione globale». Lei pensa che il suo libro abbia ottenuto l’effetto voluto?

«Per niente. Un libro non potrà mai cambiare il mondo. Scrivo proprio sapendo che i libri non possono cambiare il mondo, ma quando succede che il mondo cambia, le persone cercano altri libri. E’ per questo che continuo a scrivere… Penso che possa rendere le persone meno razziste», egli aggiunge, ammettendo di aver ricevuto centinaia di lettere per il suo lavoro. «Se il mio libro ha aiutato la gente a non essere razzista, ho raggiunto il mio obiettivo».

«Oggi sono così disperato e pessimista da pensare che tutto ciò che possa costringere Israele a lasciare i Territori occupati, e a porre fine a questa situazione, sia accettabile. Tutto tranne una cosa – il terrore».

Traduzione di Stefano Di Felice

Shlomo Sand on his new book, How I Stopped Being a Jew

“Winter here in Tel Aviv is wonderful,” Shlomo Sand tells me, before adding: “I think it’s the only thing here that is wonderful.”

A Professor of Contemporary History at the University of Tel Aviv, Sand’s published work has attracted much controversy. His new book, How I Stopped Being a Jew, is a personal account of the author’s break with secular Judaism; such an identity, he says, means belonging to a select group which comes with a set of privileges he would like to renounce.

“In Israel there is no doubt that to be a Jew means power and privilege,” he says. But this is at the expense of Arab-Israelis, who are not Jewish, and are therefore second class citizens. Worse still, such privileges are unreachable thanks to the nature of secular Judaism. If you believe in God you can become a religious Jew, for example, or with a lot of effort you can become British, French, a Labour Party member. But for Sand’s Palestinian students to become secular Jews, first they would have to become religious, then secular.

“For the first time in my life I define that being a secular Jew is to belong to an exclusive club that you cannot join. Nobody can become a secular Jew if he is not born to a Jewish mother. I decided I didn’t want to join, for the rest of my life, a club that you cannot join.”

“Because the Israeli state declares itself as a Jewish state, being a Jew in Israel is to be a privileged person. To give you an example, if Great Britain declared it is not a state of all British people but only of English Christians, to be an English Christian person will be a privilege in this state. There is a lot of the population who are not Jews, and cannot become Jewish. This is one good reason not to consider myself in Israel as a Jew.”

Still, despite its selective nature Israel is often held up as the only democracy in the Middle East. Sand says that a liberal, political culture does exist within Israel – the fact that his book was published there, and became a bestseller, is proof of that. But a real democracy, it is not. Israel is not looking out for the good of its citizens, believes Sand, but the benefit of Jews across the world.

Not only are Sand’s Arab-Israeli pupils citizens of a state that doesn’t belong to them, Palestinians in the Occupied Palestinian Territories are living without any political or civil rights, says Sand. “It’s not 47 days or weeks or months. It’s 47 years. It’s a historic period – Israel cannot be defined as a democracy when it’s keeping a population without any basic rights…Tunisia can maybe become the first stable democracy in the Middle East. Maybe.”

Israel could start by defining itself as an Israeli state, rather than a Jewish state, says Sand, or even as a republic or a monarchy.

As for longer term plans for the country, Sand explains that “morally” he prefers one state. “We are living too close with Palestinians to live completely separate, it’s not possible. But politically, when I’m thinking of a political project that can progress in the Middle East, I don’t believe in the one state solution. The Israeli Jewish society is a very racist society. To become a minority in their own state overnight, I don’t think that it’s possible.”

Sand is keen to distinguish himself from “writers of the Zionist left,” like Amos Oz, by pointing out that this isn’t a project of divorce. “I don’t want a pure Jewish Israeli state at all. I think that any separation will still keep Arabs in Israel and maybe Jews in Palestine. But I think that the only political solution for the moment, even if there are so many settlers, colonisers, in the Occupied Territories, is a separation on the border of 67. It doesn’t mean that I believe that we can realise this project. But it’s more realistic than one equal state between Arabs and Jews.”

As for the settlers, Sand tells me that if he were in the place of Bibi Netanyahu he would ask the Palestinian Authority to offer them a choice of continuing to live in their houses, in equal conditions, as Palestinian citizens in a Palestinian state. Or give them the choice to go back to their homeland near Tel Aviv or near Haifa. “It depends on the will of the Palestinian Authority because you have to understand that the fact there are settlers is not the fault of the Palestinians, it is the fault of the Israeli government. Israel has to find a solution for it.”

Then there are the 5 million Palestinian refugees who live in camps in the surrounding countries. Sand believes that Israel has to recognise responsibility for what happened in 1948 and the Palestinian refugee problem. But he believes that the right of return cannot be realised without the destruction of the Israeli state.

He also believes that continuing to educate children in the Palestinian refugee camps that one day they will come back to Haifa and Jaffa is criminal. “Keeping them 67 years in this camp is a crime in itself. Yes, Israel committed the first crime by throwing them away when they established their state. But the second criminals are the Arab states that kept them in this camp.”

Instead, Israel has to accept a number of refugees and share the responsibility with surrounding Arab countries. “You can’t give them back the house you destroyed, but you can recognise what you did, first of all, and secondly you can pay a lot for it.”

“This is one of the conditions I think as an Israeli I would put forward in any peace process in the Middle East,” he continues. “Palestinians would receive Syrian, Lebanese or Jordanian nationality as one of the conditions of the process. If I am against the right of return it doesn’t mean I am against the return of some number of Palestinians to the Palestinian state.”

As it is now, Israel cannot survive, says Sand. There are a number of references to apartheid in Sand’s book, a contentious term when used in relation to Israel.

“In the Occupied Territories it is pure, pure apartheid, even if it’s different from South Africa. Jewish settlers do not live with Arabs. Arabs do not have the right to live in Jewish settlements. They are completely separate. The only contact between Israelis and Palestinians in the Occupied Territories is when Palestinians come to build houses for the settlers. They don’t live together; they don’t go to school together. Then tell me why I cannot apply the word apartheid?”

In fact only this Sunday Israel’s Defence Minister Moshe Ya’alon ordered that it be made illegal for Palestinian labourers working in Tel Aviv to catch Israeli buses, which travel through the West Bank and onto settlements, back home.

“They say this is a security measure. It’s becoming a parody because the workers are checked in the morning. If they have bombs they could set them off in Tel Aviv, in Haifa. Why take the bomb back on the road, back in the evening to their village?” Sand believes it is not actually a “security measure,” it is a result of settlers not wishing to travel on buses with Arabs. “Yes, it is a Jewish apartheid. History is a stage of victims and hangmen, who are changing places all the time. The victims of yesterday can become the hangmen of today. The hangmen of today can become the victims of tomorrow.”

In the opening chapter of How I Stopped Being a Jew, Sand has written that one of the motivations to write this essay was “to place a large question mark against accepted ideas and assumptions that are deeply rooted, not only in the Israeli public sphere but also in the networks of globalised communication.” Does he believe his book has had this effect?

“Not at all. A book can never, never change the world. The reason that I write is the belief that books can’t change the world, but when the world comes to change, people are looking for other books. This is the reason that I continue to write… I think it can make people less racist,” he adds, admitting that he has received hundreds and hundreds of letters in response to his work. “If my book helped people not to be racist, I achieved my goal.”

“Today I am so desperate and so pessimistic I think that any action to force Israel to leave the Occupied Territories and to stop this situation is acceptable. Besides one thing – terror.”

thanks to: Memo

Infopal