Soluzione dei due Stati e razzismo israeliano

Due ragazze reggono il foglio con la scritta "Odiare gli arabi non è razzismo, è un valore." (Foto da Il popolo di Israele chiede vendetta/Facebook via)

Due ragazze reggono il foglio con la scritta “Odiare gli arabi non è razzismo, è un valore.” (Foto da Il popolo di Israele chiede vendetta/Facebook via)

Il sostegno israeliano ad una soluzione dei due stati basata sul razzismo

Ben White

 

Middle East Eye – Lunedì 19 settembre 2016

 

Quello che unisce i sostenitori irriducibili del colonialismo di insediamento sionista è semplice: il razzismo contro i palestinesi.

La scorsa settimana “The Guardian” [giornale inglese di centro-sinistra. Ndtr.] ha pubblicato la recensione scritta da Nick Cohen di un nuovo libro intitolato “Il problema della sinistra con gli ebrei”. La recensione di Cohen era abbastanza prevedibile, e il libro in sé, scritto da Dave Rich del  “Community Security Trust” [gruppo di autodifesa ebraico sospettato di rapporti con i servizi di sicurezza israeliani. Ndtr.] non è il fulcro di questo editoriale.

Piuttosto, voglio richiamare l’attenzione su una breve citazione della recensione di Cohen, che è istruttiva per quello che evidenzia dell’attuale dibattito su antisemitismo e sinistra, così come su domande più generali su  sionismo, anti- sionismo e sulla continua lotta dei palestinesi per l’autodeterminazione.

In un articolo breve, Cohen dedica parecchio spazio a una definizione parodistica dell’anti-sionismo. Egli scrive:

A partire dagli anni ’70, gli oppositori di Israele hanno dovuto decidere se l’anti-sionismo significasse una realizzazione dei diritti nazionali dei palestinesi attraverso la soluzione dei due Stati, che riconosce che la Palestina era il fulcro dei nazionalismi ebreo ed arabo in conflitto, o se gli richiedesse un appoggio a una guerra mortale, che avrebbe portato ad uno Stato puro dal punto di vista etnico e (con il sorgere del fondamentalismo sunnita) religioso.

Qui Cohen elabora la sua fondamentale alternativa falsa tra una soluzione dei due Stati che preservi Israele come “Stato ebraico” o un unico Stato “puramente sunnita”.

Che dire allora di uno Stato unico, democratico e decolonizzato? Sembrerebbe che Nick Cohen non pensi che i palestinesi siano abbastanza “civilizzati” per questo.

Nessun diritto al ritorno

Naturalmente, come ha sempre scritto, Cohen è assolutamente contrario al ritorno dei profughi palestinesi a casa. Perché? Sulla base del fatto che “distruggerebbero (Israele) in quanto Stato ebraico.” Il che ci porta alla domanda: chi sta effettivamente difendendo qui l’idea di uno “Stato etnicamente…puro”?

Questo tipo di proiezione da parte dei sostenitori di Israele è particolarmente evidente quando il discorso verte sull’idea di una soluzione di uno Stato unico democratico.

“I palestinesi vorrebbero buttare fuori gli ebrei!” sostengono i sostenitori di uno Stato creato attraverso la pulizia etnica, e che continua a praticarla anche adesso.

“Gli ebrei sarebbero cittadini di serie B!” dicono i sostenitori di uno Stato in cui i cittadini palestinesi affrontano una disuguaglianza sistematica, e le cui forze armate tengono milioni di palestinesi senza Stato sotto un regime militare ancora più esplicitamente discriminatorio.

L’argomentazione di Cohen mi ha ricordato le obiezioni di Yiftah Curiel, portavoce dell’ambasciata israeliana, durante un dibattito dell’inizio di quest’anno all’università di Oxford: “L’obiettivo di uno Stato unico,” ha detto, “è già stato sperimentato, e si chiama Siria.”

Da dove cominciare a descrivere le differenze che rendono un simile paragone quanto meno superficiale e semplicistico? Al peggio, si tratta di semplice razzismo: l’assunto implicito – o non tanto implicito, nel caso di Cohen – è che gli arabi sono incompatibili con una democrazia.

Una compagnia preoccupante

La difesa da parte di Cohen dell’attuale pulizia etnica con l’evocazione di un’ipotetica, futura pulizia etnica non è l’unico esempio di proiezione. Forse il suo prediletto argomento centrale da demolire è quello che vede una causa comune tra “sinistra”, o “progressisti”, e “sostenitori della “Fratellanza Musulmana”.

Eppure è  Cohen, in quanto si autodefinisce “liberal”, che si ritrova in allarmante compagnia quando arriva a difendere l’etnocrazia di Israele.

Per esempio, la scorsa settimana il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, residente in una colonia e capo del partito ultra-nazionalista Yisrael Beiteinu, ha parlato agli studenti nell’università di Ariel (situata all’interno della Cisgiordania) ed ha ripetuto il suo ben noto sostegno ad uno scambio di popolazione e terra tra coloni e cittadini palestinesi di Israele.

Perché? Bene, come lo ha definito Lieberman, è inaccettabile per i coloni ebrei essere spostati dalla Cisgiordania con un accordo di pace, per poi lasciare Israele con tutti quei cittadini palestinesi che distruggono la demografia di uno “Stato ebraico”.

“Abbas non vuole neanche un ebreo sul suo territorio mentre da noi ci si aspetta che diventiamo uno Stato bi-nazionale,” ha detto.

Questa avversione per il “bi-nazionalismo”, o anche per ogni soluzione in cui la “maggioranza ebraica” artificialmente e violentemente creata non sia protetta da un muro (gioco di parole) e garantita per sempre, è un punto di vista condiviso da tutti, da Lieberman fino a gente come la politica dell’opposizione israeliana Tzipi Livni.

Per Livni “pace e due Stati per due popoli” è “un imperativo”, in modo da  “evitare il problema statistico demografico che i palestinesi superino il numero degli israeliani,” e per “preservare l’ebraicità del modello di Israele come Stato ebraico e democratico.”

O, come Livni ha detto una volta agli studenti di una scuola di Tel Aviv, “una volta creato uno Stato palestinese”,  lei potrebbe guardarsi in giro e dire ai cittadini palestinesi di Israele: “La soluzione nazionale per voi è altrove.”

Nick Cohen annuirebbe in segno di approvazione. Perché quello che unisce i difensori incondizionali del colonialismo di insediamento sionista, che siano “liberal” o “falchi”, e indipendentemente dalle loro opinioni su qualunque altra questione, è semplice:  il razzismo anti-palestinese.

Ben White è l’autore di “Aparthied israeliano: una guida per principianti” e “Palestinesi in Israele: segregazione, discriminazione e democrazia.” Scrive per Middle East Monitor e i suoi articoli sono stati pubblicati da Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, The Electronic Intifada, The Guardian’s Comment is free ed altri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Soluzione dei due Stati e razzismo israeliano – Zeitun

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100 years ago today, Ota Benga ended his horrible life after caged as ‘pygmy’ at Bronx Zoo

Benga shot himself after years of humiliation and heartbreak. ©

Benga shot himself after years of humiliation and heartbreak. © / Wikipedia

20 Mar, 2016

100 years ago, on March 20, 1916, Ota Benga took a gun and fired a bullet into his own heart, ending the short and tragic life of the “missing link” from Africa

His treatment at the hands of so-called gentlemen from New York’s Bronx Zoo and the 1904 World’s Fair in St. Louis, Missouri came in the height of the eugenics movement, forty years after the end of (legal) slavery in America.

Today, Benga is remembered for his sacrifice in documentaries and on social media networks like Twitter, a martyr for the cause to end racism.

The 32-year old Mbuti man from along the Kasai River in what is now the Democratic Republic of Congo stood just four feet, eleven inches tall and had teeth filed to sharp points, which was reportedly a tradition for his tribe.

His early life in the forests of Belgian Congo were violent and his wife and two children were killed by the Force Publique.

Samuel Phillips Verner, an American businessman in Africa tasked with acquiring pygmies for a “cultural evolution” display at the World’s Fair’s Louisiana Purchase Exposition, encountered Benga in 1904.

How Verner came to “acquire” Benga is unclear, with the “pioneering” Presbyterian missionary claiming to have “saved” him from a cannibalistic tribe who had kidnapped him.

Using Benga as a recruitment tool who could downplay the rightfully-distrustful attitude about white men, Verner managed to find more natives and brought them all to the US to be part of the exposition’s human displays.

The controversial exhibit showed real humans from a number of “exotic” ethnicities dressed in their native gear on a staged reproduction of their homes.

He returned to Africa after the fair and married for the second time, but came back to the US when his new wife died of a snakebite.

Verner got him a place to live inside at the American Museum of Natural History in New York where he was “free to roam” until he threw a chair at Florence Guggenheim and was relocated to the Bronx Zoo.

On a dark day in 1906, 40 years after the abolishment of slavery, Benga was billed as the “missing link”, on display in the Bronx Zoo cage alongside a monkey.

Crowds flocked to see the sight which entertained and disgusted in equal measure.

The secretary of the zoo at the time was eugenicist Madison Grant, whose writings on the “dangers” of “inferior” races outbreeding and mixed breeding with Caucasians earned him a letter of thanks from Adolf Hitler.

Despite the zoo claiming Benga was “employed”, he was never paid for his work in which he assisted employees in their duties.

Noting his popularity with visitors and his affection for the monkey enclosure, Benga was encouraged step by step to take up residency with the monkeys.

Soon his hammock was in an empty cage and a target was set up for his bow and arrow, ensuring he rarely needed to leave. He was now one of the zoo’s most popular exhibits.

The New York Times wrote, “he is probably enjoying himself as well as he could anywhere in his country, and it is absurd to make moan over the imagined humiliation and degradation he is suffering.”

There was also disgust expressed at Benga’s display, with a reader of The New York Globe writing: “I lived in the south several years, and consequently am not overfond of the negro, but believe him human. I think it a shame that the authorities of this great city should allow such a sight as that witnessed at the Bronx Park — a negro boy on exhibition in a monkey cage.”

Days later, the exhibit came to an end when members of the Colored Baptist Ministers Conference protested what they called “degrading”.

“We think we are worthy of being considered human beings, with souls,” the committee wrote.

Benga was removed from the enclosure, but was now famous for the wrong reasons.

Still “resident” at the zoo, now “free to roam” again, crowds followed the man, jeering and shouting at him.

He then moved to Lynchburg, Virginia, where his teeth were capped and his name changed to Otto Bingo, his American nickname.

He attended school for a short time until he felt his English was sufficient and took up work at a tobacco factory.

Soon he pined for his home in Africa, but a return was not likely due to the outbreak of World War I preventing passenger ship travel.

On March 20, 1916, he removed the caps from his teeth, built a ceremonial fire, and with a stolen gun, shot himself in what was likely a broken heart.

Benga was buried in an unmarked grave in Lynchburg, but his legacy lives on to remind us of man’s potential brutality to man.

thanks to: RT

Quando muore un bambino

Mumia Abu Jamal

Ultime notizie: Ufficiali della città di Cleveland hanno annunciato che non saranno presentati capi d’accusa contro il poliziotto che ha assassinato il bambino Tamir Rice, di 12 anni.

C’è qualcosa di devastante nella morte -l’assassinio- di un bambino. Quando muore un bambino, l’ordine naturale si rompe, le stelle piangono, la terra trema.

Non siamo così abituati a questo sistema che pensiamo sia qualcosa di naturale invece di una imposizione umana. I politici nella tasca dei cosiddetti sindacati di polizia si chinano di fronte a borse piene di denaro e si dimenticano della morte di un bambino in uno sbattere di ciglia -specialmente se è un bambino nero.

Quale istituzione creata dall’uomo è più preziosa della vita di un bambino? Quale lavoro? Quale ufficio? Quale stato?

Quando muore un bambino, gli adulti non meritano di respirare la sua aria rubata. Quando muore un bambino, i vivi non devono avere sollievo fino a quando abbiano eliminato il veleno che ha osato fargli male. Quando muore un bambino, il tempo corre indietro per fare giustizia per il male causato.

Questo deve ispirare i movimenti di tutto il mondo a lottare come mai prima perché qualcosa di vile è avvenuto di fronte ai nostri occhi. Hanno ucciso un bambino, ed essendo un bambino nero, questo vale poco negli Stati Uniti.

Dalla nazione incarcerata, sono Mumia Abu Jamal.

-©’15maj

28 dicembre 2015 

Audio registrato da Noelle Hanrahan: www.prisonradio.org *

Testo diffuso da Fatirah Litestar01@aol.com

Traduzione Amig@s de Mumia, Messico

https://amigosdemumiamx.wordpress.com/2015/12/30/cuando-muere-un-nino/

Testo completo in: http://www.lahaine.org/cuando-muere-un-nino

30/12/2015

La Haine

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Mumia Abu Jamal“Cuando muere un niño” pubblicato il 30-12-2015 in La Haine, su [http://www.lahaine.org/mundo.php/cuando-muere-un-nino] ultimo accesso 30-12-2015.

Sorgente: Quando muore un bambino Comitato Carlos Fonseca

Israeli settler praised for throwing pork on body of Palestinian

Warning: This article contains graphic video and strong language.

Online incitement by Israelis against Palestinians has skyrocketed in recent weeks, according to a report in Israel’s Haaretz newspaper.

Much of the incitement has been in response to videos posted on social media showing Palestinians wounded or killed following alleged stabbing attacks against Israelis.

On 9 October, 19-year-old Muhammad Faris Abdullah al-Jabari was shot dead in the Israeli settlement of Kiryat Arba, near Hebron in the occupied West Bank, after allegedly attacking an Israeli Border Police officer with a knife.

The following day, a video surfaced showing an Israeli throwing pork at al-Jabari’s body as he lay on a stretcher.

As the man dangles the meat before the camera and then drops it on al-Jabari’s face, he shouts, “Here, see this? This is pig meat. Friends, just in case you don’t know it, they really love pig meat. … He should enjoy with his virgins, with the pig meat.”

Proposals to deter “terrorists” by desecrating their bodies with pork are common among right-wing extremists in Israel and the US. But in Israel, these extremists are provided with serious platforms and are now making the tactic a reality.

On 13 October, The Jerusalem Post published a letter demanding that Israel “scatter small pieces of pork everywhere Muslim rock throwers gather.” The letter writer, Ariella Finder, also suggested that Israel spray Palestinian demonstrators with pork fat and bury those it kills “in unmarked graves — with a piece of pork fat.”

It is time to stop being politically correct and worried about what the world thinks of us,” Finder proclaimed.

Advocates of such bizarre and macabre tactics seem to believe that the prohibition on eating pork that Muslims, just like Jews, observe, means contact with pork is a particularly powerful insult, or deterrent, to Muslims.

Anti-Semites, ironically, have used the same logic to attack Jewish symbols and insult Jews. Last May, for instance, pork was left at a Holocaust memorial in Massachusetts.

“They should be tossed into the sea”

Israel Bramson, the mayor of Kiryat Arba — whose population is notorious for its anti-Palestinian militancy — praised the pork throwing as “a most basic response, and a legitimate one.”

“I do not denounce what happened,” Bramson told the Israel’s Walla! News website. “They should not get their cadavers back, they should be tossed into the sea in the best case. The terrorist came to slaughter Jews and the treatment he got is what he deserved.”

Kiryat Arba was the home of Baruch Goldstein, the Brooklyn-born settler who murdered 29 Palestinian men and boys in Hebron’s Ibrahimi mosque in 1994. A shrine honoring Goldstein was erected in the settlement. Israelis have even brought their children to graveside parties in Kiryat Arba to celebrate the mass murder by Goldstein.

“The Arabs are afraid that their 72 virgins will be taken away from them if they’re interred in a pig sack,” Bramson asserted, echoing beliefs commonly shared on Islamophobic websites. ”The mother of every terrorist and of every potential terrorist should know that this would happen, in the best case.”

Bramson cited as inspiration Avigdor Lieberman, Israel’s long-time foreign minister and chair of the anti-Arab Yisrael Beitenu party who is notorious for his violent incitement against Palestinians.

“In my opinion we should not return bodies to them at all but rather throw them into the sea, like [Avigdor] Lieberman said, and destroy whole neighborhoods, as a lesson for all to see. The Arabs should be kicked out of here,” Bramson added.

Itamar Ben Gvir, a spokesperson for the Jewish National Front party, echoed Bramson’s praise for the meat-throwing settler, telling Walla, “The guy deserves a medal.”

“Leave them to the dogs”

Bramson’s sadistic rhetoric was also echoed on social media.

After the Israeli website Buzznet posted video of the incident to Facebook, the comments section quickly erupted in jubilation.

“What a pleasure, may the Creator be blessed… this should be done to every Muhammad and Fatima,” wrote Amit Amsen Maoz.

“How can a so-called paramedic save the life of a terrorist, how can they give him care and treatment. Leave them to the dogs,” added David Hai Mimoun.

“His whole family should burn in hell”

Days later, Buzznet’s Facebook page once again exploded in sadistic cruelty in response to a video showing an Israeli settler barking “Die, you son of a whore!” at a bleeding Palestinian child. Israel had alleged, though without producing any evidence, that the boy and a 15-year-old cousin who was shot dead were involved in stabbing two people in the Israeli settlement of Pisgat Zeev.

“What’s hard to watch about that? Tell me next time, I’ll bring beer and pistachios,” wrote Nir Jirad in response to the footage.

“I hope all the mothers who are sitting in the villages now and thinking of sending their children today see this!!! His whole family should burn in hell,” added Maya Bachar, who wished “full healing and recovery for our child, he should soon have the opportunity of celebrating his bar mitzvah.”

Miri Knorr insisted the child “deserves to suffer.”

“We are getting the pigs ready,” remarked Ariel J. Berger, who drove home his point with a photo.

“What irritates me most is that he is evacuated to a hospital… those murderers should be slaughtered! Death penalty for terrorists!” said Harel Yedidi.

Depraved mockery

Israeli Internet incitement may be on the rise, but it is hardly a new phenomenon.

On 22 September, Israeli occupation forces at a checkpoint in Hebron carried out the extrajudicial execution, as Amnesty International termed it, of 18-year-old Hadil Salah Hashlamoun.

Two days after the young woman was killed, an Israeli Facebook page called “Medina ahat le am ehad,” which means “one state for one people,” posted a photo likely taken by a settler or soldier of Hashlamoun lying on a gurney half naked.

​The Electronic Intifada has seen the image but chosen not to publish it.

Commenters proceeded to mock the young woman’s physical appearance in vulgar and sexually demeaning ways.

Tael Darba, for instance, remarked that the victim is “awfully hairy.”

“Now I understand why the Arabs prefer screwing sheep/donkeys,” added Maya Dayev.

The post attracted dozens more similarly disgusting comments.

Shira Porat pushed back, but only out of concern for the negative effect such misogynistic comments might have on the “body image” of Israeli girls.

In another rare rebuke, Chen Marks wrote, “Disgusting, you should be ashamed of yourself. I wish the person who published the photo will also be photographed like that. It’s a disgrace to the Jewish nation that we’re dealing with this sort of thing.”

But sadly — as Haaretz acknowledges — such dehumanizing material is pervasive on Israeli websites.

After two days of depraved mockery, the photo was removed.

“Two days ago we put up a picture of the terrorist, may her name be obliterated, who was destroyed by our soldiers when she tried to do a terrorist act,” the administrators of the Facebook page explained, adding, ”Due to the photo we received a lot of threats and curses from terrorists, and also requests to remove the photo … the only reason we removed the photo is due to the nudity in it, which could become exposed to minors.”

“We will continue publishing and expressing opinions as the page has been doing for more than a year, and our enemies can threaten as much as they like…. there is no such thing as Palestine and there will never be any such thing! This is one state for one nation,” they insisted.

According to independent reporter Richard Silverstein, the photo was likely removed at the behest of Israel’s military censor, whose office is tasked with keeping an eye on social media to prevent “embarrassment” to Israel.

What is clear is that the genocidal hatred many Israelis express online does not stay there. It has already spilled into the streets.

With translation from Hebrew by Dena Shunra.

thanks to: The Electronic Intifada

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax

In the early hours of Tuesday morning, Pierre Stambul and his partner were violently awoken by police at their home in the French port city of Marseille.

“It was a bad moment because the cops came in my home very, very violently,” Stambul, co-president of the French Jewish Union for Peace (Union Juive Française pour la Paix – UFJP), told The Electronic Intifada. “They broke the doors to enter. I was handcuffed for one hour and spent seven hours in jail.”

The ordeal was the result of an anonymous, false tip-off to police that Stambul had murdered his wife.

Stambul, a strong critic of Israel, believes it was intended to stop him giving a speech in Toulouse that evening on anti-Semitism and anti-Zionism.

Stambul says police put him in a cell for three hours before he was questioned. When he told them his suspicions of who had given the tip-off, they held him for another three hours while they checked out the story.

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax | The Electronic Intifada.

Regione Veneto, assessore razzista usa Charlie Hebdo per fare propaganda

11.01.2015 Luca Cellini
La radice della violenza
(Foto di Archivio Pressenza)

C’è una circolare datata 9 Gennaio,  proveniente direttamente dall’Assessorato all’Istruzione della Regione Veneto firmata da Elena Donazzan ed indirizzata a tutti i dirigenti scolastici della Regione.

Nell’oggetto si legge: “Terrorismo islamico parliamone soprattutto a scuola”.

La comunicazione Inizia con il classico cappello ideologico in cui si citano i principi fondanti della nostra civiltà basati su fondamenti  di tolleranza, uguaglianza libertà e fratellanza.

Terminato il dovuto antefatto, la circolare comincia col  sottolineare l’enorme distanza culturale fra la nostra civiltà e quella degli Stati a matrice islamica, ponendo l’accento,  sulla pericolosa vicinanza geografica che abbiamo con essi.

Si continua marcando le differenze e  parlando di  “una cultura (chiaramente riferita a quella islamica) che predica l’odio verso la nostra cultura, la nostra mentalità, il nostro stile di vita,” odio che si manifesta  “fino ad arrivare all’estremo gesto terrorista”.

Poco dopo si ribadisce che “solo una forte presa di coscienza” di quanto detto sopra “potrà farci arginare un pericolo tanto grave e imprevedibile”.

Nelle righe successive si rafforza il concetto di, islamico uguale violento, associando la disgrazia  del padre di un ragazzino veneto che è stato accoltellato da un 14enne tunisino, mentre difendeva il figlio da atti di bullismo.

Si discrimina palesemente affermando “soprattutto a loro (riferito agli immigrati)  dobbiamo rivolgere il messaggio di richiesta di una condanna di questi atti, perché se hanno deciso di venire a vivere in Europa, in Italia, in Veneto devono sapere che sono accolti in una civiltà con principi e valori”.

Si scivola poi  quasi nel ridicolo con frasi deliranti che fanno riferimento al fallimento del modello d’integrazione proposto  e s’invita a un cambio,dove il primo cambio di rotta é una ferma condanna senza alcun distinguo tra italiani, francesi o islamici se questi ultimi vogliono veramente essere considerati diversi dai terroristi che agiscono gridando “Allah è grande”.

Infine si chiude il cerchio del postulato, islamico uguale terrorista,  affermando che “non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi ma che è vero però che tutti i terroristi sono islamici”.

La “circolare” conclude appellandosi alla popolazione invitandola a ritrovare la forza per indignarsi, reagire e  condannare moralmente.

Chiunque, con un minimo di senso civico e democratico,  leggendo e ragionando su queste affermazioni  credo resti esterrefatto, basito, non solo per i continui richiami al concetto: islamico uguale terrorista, ma per il richiamo a reagire e condannare.

Così, se da una parte tutti hanno ovviamente e giustamente condannato la strage di Charlie Hebdo, dall’altra leggendo la comunicazione  viene da domandarsi:  i destinatari finali della circolare, ovvero gli studenti e le loro famiglie, contro chi si dovrebbero indignare? Forse contro  gli altri studenti  presenti nelle nostre scuole e provenienti da paesi di matrice islamica?

E ancora, contro chi si dovrebbe reagire con forza? Forse contro le loro famiglie, semplicemente perché di fede islamica?

E così invece di passare una circolare scolastica dove si invita a parlare della violenza in generale e delle forme per prevenirla si coglie l’occasione della strage e la si usa come un piede di porco  per fare un parallelismo, musulmano  uguale violento, uguale terrorista e così colpevolizzare tutti gli studenti di provenienza islamica e le loro famiglie presenti nel nostro territorio.  Come se loro fosse la colpa della tremenda strage perpetrata da 3 individui che d’islamico nulla avevano eccetto che il nome.

I contenuti della comunicazione oltre che altamente discriminatori e razzisti, instillano paura, diffidenza, soffiano sul fuoco e appaiono come un forte e preciso atto di accusa, formulato nei confronti di colpevoli da condannare e dai quali difendersi, colpevoli che pur non avendo commesso nulla, lo sono comunque, in quanto appartenenti alla cultura islamica o più semplicemente ancora, identificati come persone e famiglie violente, avendo come unica colpa quella di discendere da una determinata etnia.

Allo stesso modo mi domando, perché una circolare simile non è stata già fatta in precedenza quando ci sono state innumerevoli stragi? Ad esempio in occasione delle 77 vittime della strage di Utoya in Norvegia, realizzata da un biondo e occidentale  norvegese che si rifaceva ad un’ideologia dichiaratamente nazista, e ancora in ordine cronologico:

Svizzera,  27 settembre 2001, dove durante una sessione dell’assemblea locale un uomo armato uccide 14 membri del parlamento e del governo del cantone di Zug.

Francia,  27 marzo 2002, dove  un uomo aprendo il fuoco sui membri del consiglio municipale di Nanterre, uccide 8 persone e ne ferisce altre 19.

Germania 26 aprile 2002, dove un diciannovenne di Erfurt entra in un liceo e uccide 16 persone, di cui 12 insegnanti.

Finlandia, 7 novembre 2007, dove un diciottenne uccide alcune persone in un liceo di Tuusula (sud), prima di togliersi la vita.

Finlandia, 23 settembre 2008, dove uno studente di 22 anni fa irruzione in un istituto professionale di Kauhajoki e uccide 9 studenti e un insegnante.

Germania, 11 marzo 2009, dove un giovanissimo diciassettenne, ex studente dell’istituto, irrompe armato in un collegio di Winnenden e uccide  15 persone, 9 studenti e 3 insegnanti, e inoltre 3 passanti.

Gran Bretagna, 2 giugno 2010, dove un tassista in Cumbria Inghilterra travolge e uccide 12 persone, durante una folle corsa in macchina.

E perché non cogliere l’occasione di una circolare di denuncia quando gli eserciti occidentali in nome della nostra “democrazia”  hanno commesso stragi  infami come  quella di Falluja in Iraq  dove migliaia di persone sono morte atrocemente bruciate vive, oppure quando tutti i bambini di uno scuolabus Afgano sono morti centrati da un missile del nostro “fuoco amico” (come se si potesse distinguere tra un missile amico e un missile nemico) o ancora perché non passare una circolare sui generis ogni volta che viene compiuta una strage ai danni delle popolazioni palestinesi, curde, cecene, bosniache, kosovare.

La mia opinione è che, affermazioni sui generis come quelle che si sente ripetere a più riprese da partiti come la lega o come  alcune contenute in questa circolare, hanno forti richiami al fascismo, all’autoritarismo più bieco che portò il mondo intero in guerra per affermare quale fosse l’ideologia, la cultura o la razza superiore alle altre. E come dimenticare i fatti della ex-Jugoslavia dove sono stato testimone prima, durante e dopo la guerra, in cui ho visto coi miei stessi occhi come e con quali strumenti è stato possibile prima dividere la popolazione instillare in essa le radici della violenza, della discriminazione, dell’odio etnico e poi rifornire le persone di armi e scatenare una  sanguinosissima guerra civile che produsse 250.000 morti, più di 2 milioni di profughi oltre alla disgregazione del paese.

Ciò che più è  preoccupante  è il salto di livello di questo razzismo strisciante, che è evidente in quanto la comunicazione viene direttamente da un assessorato Regionale ed è  indirizzata a tutte le scuole Statali della Regione Veneto. Credo inoltre ci siano gli estremi affinché il nostro ministero dell’istruzione possa intervenire e impedire che una tale comunicazione ufficiale e istituzionale possa circolare all’interno delle scuole statali italiane.

I corpi dei ragazzi di Charlie Hebdo non sono ancora stati seppelliti che già si comincia ad usarli per gettare benzina sul fuoco e seminare sentimenti di odio, diffidenza, condanna e discriminazione, proprio quello che questi coraggiosi giornalisti hanno sempre combattuto. 

Si arriva al surreale citando prima concetti d’uguaglianza, tolleranza, fratellanza e libertà, pretendendo grazie a questi principi di poter mettere la nostra cultura occidentale in una posizione ideologica predominante rispetto alle altre culture, salvo poi contraddire questi ideali d’uguaglianza fratellanza e tolleranza, disconoscendoli solo poche righe dopo.

Come non dare ragione all’amico Karim  Metref  che solo due giorni fa  nella sua bellissima lettera, io non mi dissocio, scriveva,  “in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena. Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto”.

La cruda realtà che ostinatamente  non si vuol vedere è che la violenza dilaga, perché si è costantemente seminato violenza, una violenza che non è solo quella fisica  ma è anche discriminatoria, economica, religiosa, etnica, culturale, psicologica. Non c’è modo di fermare questa violenza che è stata seminata negli anni e instillata negli animi delle persone, non c’è difesa, né argine esterno, né condanna, né principio formale che la possano fermare.

Soltanto noi possiamo fermare la violenza, interrompendone la radice che è già  dentro di noi,  invertendo la rotta, smettendo di discriminare, di isolare, di giudicare, di approfittarsi del prossimo e delle sue disgrazie.  Solo all’interno di ognuno di noi è possibile disinnescare questa bomba ad orologeria, non dando più forza alla paura, rifiutando la diffidenza verso il  prossimo, verso il  “diverso”.

L’amara ironia  è che c’è un principio universale, un profondo e antico messaggio di pace e nonviolenza che ritroviamo espresso all’interno di tutte le religioni, filosofie e dottrine universali e che si racchiude nelle  frasi, “Non uccidere”, “Ama il prossimo tuo come ami te stesso”, “Custodisci e proteggi la vita”, “Sii compassionevole”, “Tollera e perdona a fondamento di tutti i diritti umani”,  “Se vuoi la pace prepara la pace”,  “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

Principi,  questi che basterebbe semplicemente mettere in pratica a partire da noi stessi per far rientrare l’onda di odio, violenza e paura che sta montando.

Chiudo con una semplice proposta, invece di aspettare la prossima strage, qualunque matrice essa possa avere, perché non istituire in tutte le scuole, un’ora settimanale dove si parli delle radici della violenza, di come essa si manifesti in tutte le sue forme e di come prevenirla parlando di pace, nonviolenza, non discriminazione e solidarietà?      

Qui la petizione dell’Associazione Studenti Universitari che chiede le dimissioni di Elena Donazzan.

thanks to: pressenza

Tor Sapienza, la violenza razzista spacciata per “guerra tra poveri”

Annamaria Rivera

In Italia ormai dilaga la caccia, simbolica o reale, ai capri espiatori di sempre: rom e sinti, migranti e rifugiati. Pur variando luoghi e personaggi, comune è lo schema narrativo, avallato anche da quotidiani mainstream. A giustificare o sminuire la violenza dei “residenti” e dei “cittadini comuni” si propalano spesso leggende e false notizie, spacciate come vere anche da organi di stampa prestigiosi.

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Ciò che è accaduto nella borgata romana di Tor Sapienza costituisce un precedente assai grave. Mi riferisco al trasferimento forzoso, a furor di plebe, dei minorenni ospitati dal Centro di prima accoglienza, collocato in una struttura che include anche uno Sprar (Servizio protezione richiedentiasilo e rifugiati). Questa prima tappa della chiusura totale della struttura, pur essendo una misura prudenziale, si configura oggettivamente come cedimento istituzionale al violento ricatto razzista.

I facinorosi che, incappucciati e al grido di “bruciamoli tutti!”, a più riprese hanno attaccato il Centro, con lanci di pietre, petardi e perfino una molotov, per alcuni giorni sono stati rappresentati, anche dalla grande stampa, come poveri “cittadini esasperati”. E le dicerie a proposito di scippi, aggressioni, tentati stupri – dei quali non v’è traccia di prova, né denunce formali sono state puntualmente riprese senza alcuna verifica.

I minori stranieri che hanno provato a tornare a Tor Sapienza

Chi è rimasto nel Centro Morandi ancor oggi è a rischio. Ciò nonostante, di queste persone, deumanizzate e perseguitate, neppure si rispetta il diritto alla privacy: giornali e telegiornali, infatti, ne hanno mostrato i volti non oscurati, esponendole ancor di più al pericolo.

Tra i pochi che hanno osato violare tempestivamente lo schema narrativo di cui ho detto vi sono l’Arci, la Comunità di Sant’Egidio e, tra gli organi d’informazione, Il Redattore Sociale che già l’11 novembre svelava il segreto di Pulcinella: l’istigazione di estrema destra delle spedizioni punitive. A strumentalizzare frustrazione, senso di abbandono, disagio economico e sociale, dirottandoli verso gli alieni, v’è la presenza di “gruppi neofascisti e figure, vecchie e nuove, dell’estrema destra”, dichiarava al Redattore Gianluca Peciola, capogruppo di Sel in Campidoglio, riferendosi a questo e ad altri casi analoghi.

E sono rari, fra i commentatori che hanno insistito – a ragione, certo sul sentimento collettivo di segregazione e insicurezza che vivono i residenti, quelli che si sono soffermati a considerare le biografie, la condizione, i sentimenti dei capri espiatori: persone fuggite da povertà, persecuzioni e violenze, approdate rischiosamente in Europa dopo viaggi da incubo, private di casa e affetti, e oggi, di nuovo, rifiutate, minacciate, terrorizzate. Fra loro, trentasei minorenni soli e bisognosi di tutela, che erano impegnati in un percorso di formazione e inserimento professionale e che oggi sono dispersi in altri centri.

Si legga, a tal proposito, la toccante “Lettera aperta dei rifugiati del Centro Morandi”, ai quali finalmente qualcuno restituisce la parola.

Ancor meno sono, fra i giornalisti che hanno raccontato di questa vicenda, quelli che hanno citato il mélange, tutto nostrano, di attività illecite, spaccio, infiltrazioni mafiose e di estrema destra che caratterizza questo come altri quartieri romani di periferia. Contro il quale mai, per quel che ne sappiamo, i “residenti esasperati” hanno fatto barricate.

Lo schema che ho citato s’intreccia con un’altra retorica abusata: quella, in apparenza nonrazzista, della “guerra tra poveri”, secondo la quale, in sostanza, aggressori e aggrediti sarebbero vittime simmetriche. E’ un luogo comune purtroppo condiviso anche da una parte della sinistra, effetto della vulgata di un sociologismo di bassa lega. E’ da un buon numero di anni che chi scrive cerca di smontarla, quella retorica, e di mostrarne l’infondatezza, la superficialità, la fallacia; ma con risultati alquanto scarsi.Maggiore lucidità si ritrova altrove. Un comunicato sui fatti di Tor Sapienza della già citata Comunità di Sant’Egidio punta il dito proprio contro questa retorica: “Più che di un presunto disagio sociale o di una ‘guerra tra poveri’ che si vorrebbe innescare ad arte, si tratta spesso di episodi violenti a sfondo razzista”.

Esemplare in tal senso è ciò che è accaduto alla Marranella, quartiere romano del Pigneto-Tor Pignattara, dopo l’assassinio di Muhammad Shahzad Khan, il pakistano di ventotto anni, mite e sventurato, massacrato a calci e pugni da un diciassettenne romano, la notte del 18 settembre scorso. Subito dopo, un centinaio di persone improvvisarono un corteo di solidarietà verso il giovane arrestato, non senza qualche accento di rammarico per “questa guerra tra poveri”, insieme con cartelli e slogan quali “Viva il duce” e “I negri se ne devono andare”.

marranella con daniel (7)

Daniel è il diciassettennearrestato per l’omicidio di Muhammad Shahzad Khan

Più tardi, un circolo politico decisamente di sinistra, presente nel quartiere, si è spinto fino ad affermare incautamente che l’omicida e l’ucciso sarebbero vittime dello stesso dramma della povertà e del degrado. Come se il livello di potere, la posizione sociale, la responsabilità morale fossero i medesimi, tra il bullo di quartiere che uccide, istigato e spalleggiato dal genitore fascista (poi arrestato anche lui), e la sua vittima inerme: già annientata dalla solitudine, dalla perdita del lavoro e dell’alloggio, dal terrore di perdere pure il permesso di soggiorno, dalla lontananza dalla moglie e da un figlio di tre mesi che mai aveva potuto vedere. Una perfetta illustrazione, quel delitto, di guerra contro i più inermi tra i poveri.

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Certo, Roma è paradigmatica per le cattive politiche che nel corso degli anni hanno prodotto ghettizzazione e degrado urbano di tanta parte dell’hinterland. E, si sa, più che mai in tempi di crisi, il disagio economico e sociale, il senso di abbandono, l’indebolimento della socialità alimentano risentimento e ricerca del capro espiatorio. Ma a manipolare e deviare il rancore collettivo verso falsi bersagli c’è sempre qualche attore politico: solitamente di destra e di estrema destra, da Casa Pound alla Lega Nord di Salvini e Borghezio. Per non dire del sempre fascista Alemanno, egli stesso responsabile più di altri dello stato attuale delle cose, il quale dal suo blog incita a “liberare le periferie romane da un vero e proprio assedio incontrollato di nomadi e immigrati”.

Che la giunta Marino, come altre giunte “democratiche”, ne prenda atto e provveda, prima che sia troppo tardi. Che la sinistra politica e sociale nelle periferie ritorni, come un tempo, a fare lavoro politico.

Versione modificata e ampliata dell’articolo comparso sul manifesto del 14 novembre 2014

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thanks to: Tlaxcala

Come ho smesso di essere ebreo: Shlomo Sand e il suo nuovo libro

 

Shlomo-Sand

Intervista esclusiva. «L’inverno qui a Tel Aviv è meraviglioso», mi dice Shlomo Sand, prima di aggiungere: «Penso che sia l’unica cosa bella, qui».

Docente di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, le pubblicazioni di Sand hanno causato molte discussioni. Nel suo nuovo libro, How I stopped being a Jew, l’autore spiega la rottura personale con l’ebraismo secolare. Tale identità significa appartenere a un gruppo selezionato – egli spiega – e accedere a privilegi ai quali voglio rinunciare.

«In Israele non c’è dubbio che essere ebreo significa potere e privilegi», egli dice. Ma ciò avviene a spese degli arabi-israeliani, che non sono ebrei, e che sono pertanto cittadini di seconda classe. Peggio ancora, i privilegi sono irraggiungibili a causa della natura stessa dell’ebraismo secolare. Ad esempio, se credi in Dio puoi diventare un ebreo religioso, o, con molti sforzi, puoi diventare inglese, o francese, o un membro del partito laburista. Ma gli studenti palestinesi di Sand, se vogliono diventare ebrei secolari, devono prima diventare ebrei religiosi.

«Per la prima volta in vita mia io ritengo che essere un ebreo secolare significa appartenere a un club esclusivo, al quale non si è liberi di unirsi. Nessuno può diventare un ebreo secolare se non si è nati da madre ebrea. Ho deciso di non voler far parte, per il resto della mia vita, di un club cui non si ha libero accesso».

«Lo Stato di Israele, definendo se stesso Stato ebraico, designa gli ebrei in Israele come persone privilegiate. Per fare un esempio, se la Gran Bretagna dichiarasse di non essere lo Stato di tutti i britannici, ma solo di quelli cristiani, essere un inglese cristiano, in uno Stato simile, sarebbe da privilegiati. C’è una gran parte della popolazione che non è ebrea, e che non può diventare ebrea. Questo è un buon motivo per non considerare me stesso, in Israele, ebreo».

Nonostante la sua natura selettiva, Israele viene sempre considerata l’unica democrazia del Medio Oriente. Sand ritiene che una cultura politica liberale, in Israele, esista – il fatto che il suo libro sia stato pubblicato lì, e che esso sia diventato un best seller, lo prova -. Ma non è una reale democrazia. Israele non cerca di tornare utile ai suoi cittadini, ritiene Sand, ma cerca i vantaggi per gli ebrei in tutto il mondo.

Gli allievi arabo-israeliani di Sand non sono solo cittadini di uno Stato che non appartiene loro: i palestinesi dei Territori palestinesi occupati vivono privi di qualsiasi diritto civile o politico, dice Sand. «Non si tratta di 47 giorni, settimane o mesi. Sono 47 anni. E’ un periodo storico – Israele non può essere definita democratica se una parte della sua popolazione vive privata di ogni diritto fondamentale… La prima democrazia solida del Medio Oriente può diventarlo, forse, la Tunisia. Forse».

Israele dovrebbe iniziare a definire se stessa Stato israeliano, piuttosto che Stato ebraico, dice Sand, o anche repubblica, o monarchia.

Riguardo i piani a più lungo termine per il Paese, spiega Sand che «moralmente» egli preferirebbe uno Stato. «Viviamo troppo a contatto con i palestinesi per stare completamente separati, non è possibile. Ma dal punto di vista politico, quando penso a un progetto politico che possa progredire in Medio Oriente, non penso alla soluzione a Stato singolo. La società ebraica israeliana è una società fortemente razzista. Diventare una minoranza nel proprio Stato, da un giorno all’altro, non credo sarebbe possibile».

Sand ci tiene a distinguere se stesso dagli «scrittori della sinistra sionista», come Amos Oz, puntualizzando che non è una questione di divorzio. «Non sono per niente per uno Stato ebreo israeliano. Ritengo che in uno stato di separazione continuerebbero a esserci arabi in Israele e forse ebrei in Palestina. Ma credo che per il momento l’unica soluzione politica possibile, anche se ci sono così tanti coloni e colonizzatori nei Territori occupati, sia la separazione sui confini del 1967. Ciò non significa che io ritenga che un tale progetto sia realizzabile, ma è più realistico di uno stesso Stato per arabi ed ebrei».

In quanto ai coloni, Sand mi dice che se egli fosse Netanyahu chiederebbe all’Autorità palestinese di proporre loro la scelta di continuare a vivere nelle loro case, alle stesse condizioni, come cittadini arabi in uno Stato arabo. Oppure, di ritornare vicino a Tel Aviv o vicino a Haifa. «Dipende dalla volontà dell’Autorità palestinese, perché bisogna capire che il fatto che ci siano dei coloni non è colpa dei palestinesi, è colpa del governo israeliano. A trovare una soluzione dev’essere Israele».

Poi, ci sono i 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi nei Paesi vicini. Secondo Sand Israele dovrebbe riconoscere la responsabilità di quanto accaduto nel 1948 e del problema dei rifugiati palestinesi. Ma ritiene che il diritto al ritorno non si possa realizzare se non con la distruzione dello Stato di Israele.

Ritiene inoltre che continuare a istruire i bambini nei campi profughi palestinesi su un loro ritorno, in futuro, a Haifa e a Jaffa, è criminale. «Tenerli da 67 anni nei campi è un crimine di per sé. Israele ha commesso il primo crimine cacciandoli quando fondarono il loro Stato. Ma i secondi criminali sono gli Stati arabi che li hanno tenuti nei campi».

Israele deve invece accettare una parte dei profughi, e condividere la responsabilità con i Paesi arabi vicini. «Non si può restituire loro la casa che è stata distrutta, ma si può prima di tutto riconoscere ciò che si è fatto, e in secondo luogo pagare un alto prezzo».

«Questa è una delle condizioni alle quali accetterei di portare avanti un qualsiasi piano di pace in Medio Oriente», egli continua. I palestinesi riceverebbero la nazionalità siriana, libanese o giordana come una delle condizioni del processo. Se sono contrario al diritto al ritorno ciò non vuol dire che sia contro il ritorno di una parte dei palestinesi nello Stato palestinese».

Così com’è ora, lo Stato israeliano non può continuare a esistere, dice Sand. Ci sono molti riferimenti all’apartheid, nel libro di Sand, un termine controverso quando usato in riferimento a Israele.

«Nei Territori occupati è apartheid puro, anche se diverso da quello del Sudafrica. I coloni ebrei non vivono con gli arabi, e gli arabi non hanno il diritto di vivere nelle colonie ebraiche, sono completamente separati. L’unico contatto tra israeliani e palestinesi nei Territori occupati lo si ha quando i palestinesi vengono a costruire le case per i coloni. Non vivono insieme, non vanno a scuola insieme. Quindi ditemi, perché non dovrei utilizzare la parola apartheid?»

Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha dichiarato illegale, per i lavoratori palestinesi impiegati a Tel Aviv, prendere gli autobus israeliani per tornare a casa attraversando la Cisgiordania e gli insediamenti.

«Dicono che è una misura di sicurezza. Sta diventando una parodia in quanto i lavoratori vengono controllati al mattino. Se hanno delle bombe le possono far esplodere a Tel Aviv, o a Haifa. Perché riportarsi le bombe a casa, al ritorno?» Secondo Sand non si tratta in realtà di una «misura di sicurezza», ma è il risultato del desiderio dei coloni di non viaggiare sugli stessi autobus con gli arabi. «Sì, è un apartheid ebraico. La storia mette in scena vittime e carnefici, che cambiano ruolo in continuazione. Le vittime di ieri possono diventare i carnefici di oggi. E viceversa.

Nel capitolo iniziale di How I stopped being a Jew, Sand scrive che una delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo saggio è stata «porre un grande punto interrogativo contro idee comunemente accettate e presupposti profondamente radicati, non solo tra il pubblico israeliano ma anche nei network della comunicazione globale». Lei pensa che il suo libro abbia ottenuto l’effetto voluto?

«Per niente. Un libro non potrà mai cambiare il mondo. Scrivo proprio sapendo che i libri non possono cambiare il mondo, ma quando succede che il mondo cambia, le persone cercano altri libri. E’ per questo che continuo a scrivere… Penso che possa rendere le persone meno razziste», egli aggiunge, ammettendo di aver ricevuto centinaia di lettere per il suo lavoro. «Se il mio libro ha aiutato la gente a non essere razzista, ho raggiunto il mio obiettivo».

«Oggi sono così disperato e pessimista da pensare che tutto ciò che possa costringere Israele a lasciare i Territori occupati, e a porre fine a questa situazione, sia accettabile. Tutto tranne una cosa – il terrore».

Traduzione di Stefano Di Felice

Shlomo Sand on his new book, How I Stopped Being a Jew

“Winter here in Tel Aviv is wonderful,” Shlomo Sand tells me, before adding: “I think it’s the only thing here that is wonderful.”

A Professor of Contemporary History at the University of Tel Aviv, Sand’s published work has attracted much controversy. His new book, How I Stopped Being a Jew, is a personal account of the author’s break with secular Judaism; such an identity, he says, means belonging to a select group which comes with a set of privileges he would like to renounce.

“In Israel there is no doubt that to be a Jew means power and privilege,” he says. But this is at the expense of Arab-Israelis, who are not Jewish, and are therefore second class citizens. Worse still, such privileges are unreachable thanks to the nature of secular Judaism. If you believe in God you can become a religious Jew, for example, or with a lot of effort you can become British, French, a Labour Party member. But for Sand’s Palestinian students to become secular Jews, first they would have to become religious, then secular.

“For the first time in my life I define that being a secular Jew is to belong to an exclusive club that you cannot join. Nobody can become a secular Jew if he is not born to a Jewish mother. I decided I didn’t want to join, for the rest of my life, a club that you cannot join.”

“Because the Israeli state declares itself as a Jewish state, being a Jew in Israel is to be a privileged person. To give you an example, if Great Britain declared it is not a state of all British people but only of English Christians, to be an English Christian person will be a privilege in this state. There is a lot of the population who are not Jews, and cannot become Jewish. This is one good reason not to consider myself in Israel as a Jew.”

Still, despite its selective nature Israel is often held up as the only democracy in the Middle East. Sand says that a liberal, political culture does exist within Israel – the fact that his book was published there, and became a bestseller, is proof of that. But a real democracy, it is not. Israel is not looking out for the good of its citizens, believes Sand, but the benefit of Jews across the world.

Not only are Sand’s Arab-Israeli pupils citizens of a state that doesn’t belong to them, Palestinians in the Occupied Palestinian Territories are living without any political or civil rights, says Sand. “It’s not 47 days or weeks or months. It’s 47 years. It’s a historic period – Israel cannot be defined as a democracy when it’s keeping a population without any basic rights…Tunisia can maybe become the first stable democracy in the Middle East. Maybe.”

Israel could start by defining itself as an Israeli state, rather than a Jewish state, says Sand, or even as a republic or a monarchy.

As for longer term plans for the country, Sand explains that “morally” he prefers one state. “We are living too close with Palestinians to live completely separate, it’s not possible. But politically, when I’m thinking of a political project that can progress in the Middle East, I don’t believe in the one state solution. The Israeli Jewish society is a very racist society. To become a minority in their own state overnight, I don’t think that it’s possible.”

Sand is keen to distinguish himself from “writers of the Zionist left,” like Amos Oz, by pointing out that this isn’t a project of divorce. “I don’t want a pure Jewish Israeli state at all. I think that any separation will still keep Arabs in Israel and maybe Jews in Palestine. But I think that the only political solution for the moment, even if there are so many settlers, colonisers, in the Occupied Territories, is a separation on the border of 67. It doesn’t mean that I believe that we can realise this project. But it’s more realistic than one equal state between Arabs and Jews.”

As for the settlers, Sand tells me that if he were in the place of Bibi Netanyahu he would ask the Palestinian Authority to offer them a choice of continuing to live in their houses, in equal conditions, as Palestinian citizens in a Palestinian state. Or give them the choice to go back to their homeland near Tel Aviv or near Haifa. “It depends on the will of the Palestinian Authority because you have to understand that the fact there are settlers is not the fault of the Palestinians, it is the fault of the Israeli government. Israel has to find a solution for it.”

Then there are the 5 million Palestinian refugees who live in camps in the surrounding countries. Sand believes that Israel has to recognise responsibility for what happened in 1948 and the Palestinian refugee problem. But he believes that the right of return cannot be realised without the destruction of the Israeli state.

He also believes that continuing to educate children in the Palestinian refugee camps that one day they will come back to Haifa and Jaffa is criminal. “Keeping them 67 years in this camp is a crime in itself. Yes, Israel committed the first crime by throwing them away when they established their state. But the second criminals are the Arab states that kept them in this camp.”

Instead, Israel has to accept a number of refugees and share the responsibility with surrounding Arab countries. “You can’t give them back the house you destroyed, but you can recognise what you did, first of all, and secondly you can pay a lot for it.”

“This is one of the conditions I think as an Israeli I would put forward in any peace process in the Middle East,” he continues. “Palestinians would receive Syrian, Lebanese or Jordanian nationality as one of the conditions of the process. If I am against the right of return it doesn’t mean I am against the return of some number of Palestinians to the Palestinian state.”

As it is now, Israel cannot survive, says Sand. There are a number of references to apartheid in Sand’s book, a contentious term when used in relation to Israel.

“In the Occupied Territories it is pure, pure apartheid, even if it’s different from South Africa. Jewish settlers do not live with Arabs. Arabs do not have the right to live in Jewish settlements. They are completely separate. The only contact between Israelis and Palestinians in the Occupied Territories is when Palestinians come to build houses for the settlers. They don’t live together; they don’t go to school together. Then tell me why I cannot apply the word apartheid?”

In fact only this Sunday Israel’s Defence Minister Moshe Ya’alon ordered that it be made illegal for Palestinian labourers working in Tel Aviv to catch Israeli buses, which travel through the West Bank and onto settlements, back home.

“They say this is a security measure. It’s becoming a parody because the workers are checked in the morning. If they have bombs they could set them off in Tel Aviv, in Haifa. Why take the bomb back on the road, back in the evening to their village?” Sand believes it is not actually a “security measure,” it is a result of settlers not wishing to travel on buses with Arabs. “Yes, it is a Jewish apartheid. History is a stage of victims and hangmen, who are changing places all the time. The victims of yesterday can become the hangmen of today. The hangmen of today can become the victims of tomorrow.”

In the opening chapter of How I Stopped Being a Jew, Sand has written that one of the motivations to write this essay was “to place a large question mark against accepted ideas and assumptions that are deeply rooted, not only in the Israeli public sphere but also in the networks of globalised communication.” Does he believe his book has had this effect?

“Not at all. A book can never, never change the world. The reason that I write is the belief that books can’t change the world, but when the world comes to change, people are looking for other books. This is the reason that I continue to write… I think it can make people less racist,” he adds, admitting that he has received hundreds and hundreds of letters in response to his work. “If my book helped people not to be racist, I achieved my goal.”

“Today I am so desperate and so pessimistic I think that any action to force Israel to leave the Occupied Territories and to stop this situation is acceptable. Besides one thing – terror.”

thanks to: Memo

Infopal

 

 

18 ottobre: #stopinvasione di razzisti e fascisti. Milano ripudia il razzismo della Lega – h. 15 corteo parade in Largo Cairoli

 

nessuno è illegale

Sabato 18 ottobre la Lega Nord manifesterà a Milano. La parola d’ordine del corteo è tanto semplice quanto eloquente: “Stop Invasione”. Dove gli invasori sarebbero ovviamente i migranti, a partire dai profughi scappati da guerre e dittature e sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo. Non si fa distinzione, tutti uguali, tutti “clandestini” e invasori.

Nulla di nuovo, direte voi, la Lega ha sempre cavalcato la xenofobia e le paure. Invece no, qualcosa di nuovo c’è e non capirlo o sottovalutarlo sarebbe grave. La Lega, dopo anni di alleanze governative con Berlusconi, era stata travolta prima dall’inconsistenza dei risultati ottenuti e poi dal malaffare e dagli scandali. Sembrava finita, ma poi Matteo Salvini ha osato un cambio di scenario, riposizionando la Lega nella grande famiglia della nuova e incalzante destra radicale europea.

Accanto a molti elementi di continuità con la Lega bossiana, ci sono però anche elementi di discontinuità. Ormai il riferimento territoriale non è più la Padania, ma tutta l’Italia. Il nemico non è più Roma ladrona, ma l’euro e l’immigrato. Mentre Bossi ricordava sempre, persino quando diceva e faceva cose di estrema destra, che lui era antifascista, Salvini ha stretto un’alleanza di ferro con Marine Le Pen e il Front National. In Italia è andato a fare visita alla sede romana dei neofascisti di Casa Pound –che già alle europee avevano sostenuto Borghezio- e ha partecipato al festival Atreju dei giovani di Fratelli d’Italia.

In altre parole, la nuova direzione della Lega ha capito che nell’Europa della crisi e delle politiche d’austerità si è aperto un enorme spazio politico ed elettorale a destra, ma anche che in Italia manca un soggetto politico in grado di riempirlo e di organizzarlo. I postfascisti di FdI sono messi male e stanno pagando gli anni passati a fare da scendiletto a Berlusconi, mentre la variegata galassia dei gruppi nazifascisti non è in grado di formare liste elettorali competitive. In altre parole, quella della Lega di Salvini è un’operazione egemonica, una Opa sulla destra radicale italiana.

Forse l’operazione non funzionerà – e noi tifiamo e ci adoperiamo perché non funzioni – ma si tratta di una cosa seria che va presa sul serio. Basta infatti guardare ai risultati della Lega alle europee e ai vari sondaggi che circolano, per capire che il nuovo corso di Salvini ha invertito la tendenza negativa della Lega. E poi ci sarà pure il referendum per abrogare la riforma Fornero sulle pensioni, che è una cosa che avrebbe dovuto fare la sinistra, ma che invece ha fatto la Lega, a regalare ulteriori spazi alla Lega.

È la Lega in versione Front National, di destra radicale, xenofoba e razzista, che strizza l’occhio ai neofascisti di ogni risma, che sabato prossimo invaderà le piazze milanesi. E con la Lega, ne possiamo stare certi, stavolta saranno presenti in piazza anche rappresentanze dei gruppi militanti di estrema destra, a partire da Casa Pound.

Non si risolve il problema con una contromanifestazione, ovviamente. Ci vorrà ben altro. Ci vorrà un’altra opzione politica, di sinistra e antifascista, che sappia indicare un altro modello di società rispetto al liberismo sfrenato, l’austerità e la ridistribuzione della ricchezza a favore dei ricchi. Un’opzione che si metta dalla parte dei precari, dei lavoratori, dei disoccupati, dalla parte di chi la crisi la sta pagando a caro prezzo. Ma questo, in fondo, lo sapevamo già e, in ogni caso, non può diventare certo un alibi per non fare niente, per stare in silenzio o guardare dall’altra parte. Anzi, significa che proprio oggi dobbiamo far sentire forte e decisa la nostra voce, il nostro più fermo e totale ripudio del tentativo di riproporre a Milano e in Italia la xenofobia e il razzismo. E quindi #StopInvasione lo diciamo noi, ma lo diciamo ai razzisti e ai fascisti che sabato caleranno su Milano.

L’operazione politica che la Lega di Salvini intende materializzare sabato prossimo a Milano ha già suscitato la preoccupazione di Anpi e dell’associazione degli ex deportati nei campi di sterminio nazisti, l’Aned. Altri invece avevano lanciato l’idea di un corteo-parade, per non lasciare le strade e le piazze a chi predica l’odio e per dire che Milano è meticcia, antirazzista e antifascista. La proposta di mobilitarsi era buona, ha colto un’esigenza più ampia e le adesioni sono cresciute in questi giorni, dai centri sociali agli studenti, da settori sindacali a quelli associativi ad alcune forze politiche. E ci saranno anche rappresentanze delle comunità di migranti di Milano. L’appuntamento è quindi per sabato 18 ottobre, alle ore 15.00 in L.go Cairoli a Milano.

Per tenervi aggiornati sull’organizzazione, sugli appelli e sulle adesioni, il punto di riferimento unitario è la pagina facebook www.facebook.com/milanometiccia.

Fate circolare le info sul corteo e se sabato siete a Milano partecipate, per dire tutti e tutte insieme che chi ama la libertà odia il razzismo.

thanks to: pressenza

Morte ad Israele

Perché non la smettiamo con l’autocensura e il politicamente (e umanamente) corretto e non diciamo, anche pubblicamente, l’indicibile?

 

 

Stamani, dopo una notte agitata, guardo la Tv alle 7 e sento della solita strage di Palestinesi ma anche di cinque soldati israeliani uccisi (poi il numero salirà a 9 durante la giornata). Me ne compiaccio. Sì, avete letto bene, forse potevo scrivere anche “gioisco”. Per due motivi almeno: intanto questi soldati potevano rifiutare il servizio militare come hanno fatto in passato i refusnik (erano giunti ad essere oltre 500). Ne avrebbero subito le conseguenze: galera, ostracismo sociale e familiare, ma avrebbero evitato di uccidere e di essere uccisi. Leggo oggi sul Manifesto di un solo obiettore, Udi Segal, che nella militarizzata e fascista società israeliana (dato di oggi: 83% a favore della strage chiamata “Margine protettivo”) subirà a vita l’onta di essersi rifiutato di uccidere. È considerato un disertore e si dirà che è solo un vigliacco. E poi, secondo motivo, Israele nasce con la violenza, vive sulla violenza e comprende solo il linguaggio della violenza. Non ha mai pagato un prezzo per i suoi crimini. Finché non pagherà un prezzo non capirà e non cambierà (vedi la rabbiosa reazione alla campagna BDS).

Se alla prossima strage, quella del 2016/17, la resistenza palestinese riuscirà a colpire il Ben Gurion e a lasciare sul terreno un migliaio di soldati israeliani, forse sarà possibile che Israele si sieda al tavolo della trattativa mettendo in discussione il proprio peccato originale e riconoscendo il diritto ad esistere dei Palestinesi. Papa, ONU, UE, USA: sanno solo pateticamente invocare e pregare, inascoltati. Noi, la cosiddetta società civile, scendiamo in piazza e nelle strade, mandiamo danaro e medicine e poi…? Qualcuno sarebbe anche disposto a far parte di brigate internazionali antifasciste sul modello della guerra in Spagna ma la realtà del terreno è tale che non riuscirebbe neppure ad avvicinarsi al teatro di guerra. Netanyahu ha detto: “Nessuna guerra è più giusta di questa”. In sintonia con lui il suo popolo: dopo il sequestro dei tre coloni il TG3 ha intervistato alcuni israeliani. Una colona con un lattante in braccio ha detto: “Ora sono più convinta che mai della mia scelta”; un altro, alla domanda se si relazionava coi Palestinesi, spocchioso ha detto: “Non ne avverto l’esigenza”; un terzo, alla stessa domanda, ha detto: “Ne ho alle mie dipendenze, li uso, gli do ordini, li insulto, ecco il rapporto”.

È una società malata e la malattia si chiama fanatismo e razzismo. A proposito dei tre coloni rapiti. È notizia di ieri che la Polizia israeliana ha riconosciuto che i tre sono stati uccisi subito,che la Polizia e il Governo lo sapevano, che la finzione della loro ricerca è stata posta in essere per far crescere la tensione e preparare psicologicamente alla aggressione contro Gaza, che questo attacco era programmato da tempo, che Hamas non c’entra nulla col sequestro di cui sarebbe responsabile una cellula islamica fuori controllo. A quando il tassello successivo e cioè che questa cellula si chiama Mossad? Ebrei che uccidono ebrei ? Dove è lo scandalo? Chi non ricorda i 202 profughi ebrei sulla nave Patria fatta esplodere da Ben Gurion nel 1940? E la bomba al King David Hotel di Gerusalemme nel 1947, che ha ucciso, assieme a inglesi e palestinesi, anche ebrei?

La storia sionista è piena di attentati antiebraici con ebrei immolati sull’altare di Erez Ed infine, che dire della vigliacca provocazione di non avere sedi diplomatiche sparse sul territorio ma una sola a Roma? Quanti presidi abbiamo fatto sotto il consolato statunitense? Con Israele questo non è possibile e chi si spinge davanti alle sinagoghe fa alzare alto il grido: “antisemita!” E infatti noi non lo facciamo, né facciamo scritte contro gli ebrei. Lo fanno i fascisti e diventa bizzarro lo scontro tra camerati quando sulla affinità politica prevale l’odio razziale. Affari loro. Essendo noi antirazzisti siamo vaccinati contro il virus dell’antisemitismo e non c’è orrore israeliano che possa farci superare questa soglia invalicabile. Altrimenti 29/7/2014, 21esimo giorno di strage, superati i mille uccisi palestinesi.

P.S. Questo scritto inizialmente è stato inviato a pochi amici. Sono stati tutti d’accordo, sia sul contenuto, sia sulla necessità di renderlo pubblico. Oggi, 4 agosto, con oltre 1800 Palestinesi uccisi, cui si aggiungeranno i feriti privi di cure e i cadaveri sotto le macerie; dopo che il guappetto toscano in compagnia del collega golpista egiziano ha avuto la spudoratezza di ordinare la liberazione del soldato israeliano “sequestrato” ( cioè fatto prigioniero dalla Resistenza) a fronte di oltre 1.700.000 Palestinesi sequestrati e massacrati ; dopo che il Corriere della sera riduce a 300 un corteo di oltre 2000 persone e dedica una intera pagina al soldato catturato di cui veniamo a sapere tutto, quando nulla sappiamo dei Palestinesi uccisi, neppure l’età; dopo che sul giornale online “The times of Israel” è comparso l’articolo “ When Genocide is Permissible”; ebbene, dopo tutto questo, diciamo l’indicibile!

avv. Ugo Giannangeli

thanks to: Ugo Giannangeli

PALESTINAROSSA

Il genocidio che Israele sta conducendo deve fallire – Lezioni dal genocidio del Canada

3/8/2014

10552563_10204166866403003_1246010723146476797_nDi Denis G. RancourtIl progetto sionista è di eliminare tutti quei palestinesi che rivendicano nella Palestina la loro casa.

Il progetto sionista prevede espropri e interventi di pulizia etnica via via sempre più numerosi, come è ripetutamente ed esplicitamente dichiarato dai suoi ideatori ed esecutori. Il progetto sionista è esattamente quello che lo Stato di Israele ha messo in atto subito dopo la sua artificiosa istituzione. Il progetto sionista, che consiste nel tentativo di condurre un genocidio contro i paletinesi, è chiaramente appoggiato da numerosi israeliani e da altri ebrei sparsi per il mondo.

Quella israeliana non è un’apartheid vera e propria: si tratta piuttosto di un genocidio che si accompagna ad un vasto saccheggio razzista di terre e risorse (come acqua e gas).

Tale genocidio, ora a metà della sua realizzazione, non è molto diverso da quello che si è consumato in Canada contro i nativi: prima ci fu lo spostamento delle popolazioni, e poi lo sterminio. Dopodiché iniziò l’era dei trattati, del confinamento nelle riserve, dell’assimilazione culturale forzata per i sopravvissuti, e infine la normalizzazione culturale dei crimini commessi a cui si aggiunse la negazione di qualisiasi diritto al ritorno o di risarcimento.

Una delle differenze pricipali sta nel fatto che il genocidio commesso dal Canada è concluso mentre quello di Israele è in pieno svolgimento, dispiegando apertamente la sua potenza militare davanti a tutto il mondo, in un’era in cui le notizie vengono diffuse in tempo reale grazie alla rete, e in un periodo in cui altri genocidi sono stati pubblicamente riconosciuti e condannati, nonché studiati e compresi (1).

Un’altra importante differenza riguarda i politici: mentre quelli canadesi -in questi giorni, quando il massacro si è ormai concluso- sono artisti dell’insabbiamento, quelli israeliani avanzano a viso scoperto e godono dell’appoggio di cittadini apertamente e fieramente razzisti.

Volendo fare un paragone, i canadesi sono razzisti limitatamente al fatto che avallano le violenze perpetrate dal loro governo (tanto all’interno quanto all’estero), ma praticano poi il linguaggio “politicamente corretto” per nascondere il loro razzismo anche tra di loro. (Esiste tutta una corrente di pseudo intellettuali che alimenta questo atteggiamento attraverso la cosidetta “teoria critica della razza” (2): le conseguenze di un genocidio sono sempre abbastanza difficili, se si cerca di mantenere un ambiente psicologicamente “sano” per i bambini, e per quei professionisti che insistono nell’instaurare e mantenere un sistema predatorio).

Tuttavia, un’altra differenza è che Israele è stato creato ed è sostenuto da Stati super-genocidari (USA, Gran Bretagna e altri) per prevenire l’emergere di un mondo islamico unitario nel Medio Oriente ricco di risorse e geo-politicamente centrale. Di nuovo, il Canada fu totalmente sostenuto dalla Gran Bretagna durante il più brutale periodo di genocidio, e ciò fu dovuto, in parte, per contrastare l’emergere degli Usa e la dominazione del continente nord-americano.

L’esempio del genocidio canadese dovrebbe fornire quindi una previsione utile per quello che si sta verificando in Israele.

Se permetteremo che il genocidio dei palestinesi sia portato a termine, vedremo Israele preoccuparsi poi di “ripulire” la sua storia, la retorica e persino il suo modo di pensare. Non dobbiamo permettere che quel momento arrivi. Le posizioni apertamente razziste della società israeliana e della diaspora sionista sono un indizio incontrovertibile del fatto che tale piano è giunto ormai a buon punto, così come accadeva in Canada durante le campagne dichiaratamente razziste che invocavano la riconquista dei territori.

Le intenzioni emergono tanto dalle parole quanto dal silenzio, tuttavia un linguaggio razzista non può essere sufficiente ad alimentare una tale azione. La vera causa di un atto di pulizia etnica è la brama di potere e risorse che spinge le gerarchie del potere a lottare per il dominio regionale e globale: si tratta di attori veri e propri in cui troviamo, al gradino più alto della scala, il piano di sfruttamento globale dell’Impero americano, guidato dalla sua economia militare e dal controllo che esercita sugli strumenti economici mondiali.

Personalmente non credo che Israele sia il cagnolino degli USA, ma certamente non siamo lontani (3) (4). La diaspora sionista trae potere e influenza dal sostegno che dà al progetto sionista, e quindi anche al genocidio (4).

Il progetto sionista deve essere fermato, così come il genocidio attualmente in corso, affinché costituisca l’ultimo successo geopolitico della società civile globale. La marea sta cambiando: assistiamo a movimenti politici persino nel Regno Unito. La società civile in Occidente non può non avere peso e rimanere ininfluente: lo dobbiamo a noi stessi.

L’unica barriera efficace al Sionismo in questo momento è l’ammirevole resistenza palestinese. Per questo Israele sta facendo tutto quello che è in suo potere per isolarla, dividerla, eroderla e distruggerla. Ma i palestinesi sono fenomenali: nonostante tutti gli ostacoli e le pressioni affinché rinuncino, sono riusciti a trovare il modo per rimanere in piedi.

Per la prima volta nella storia, la società civile deve fermare un genocidio su scala nazionale condotto dal colone invasore.

Pace e coesistenza possono esserci, ma Israele appare avvinghiato al suo progetto sionista, mentre i paesi musulmani guidati da leader corrotti stanno avallando lo sterminio invece di opporvisi.

Di conseguenza, l’unica possibilità di sopravvivenza per i palestinesi resta quella di rafforzare la propria resistenza armata. E questo è ciò che l’Occidente farebbe meglio a capire prima che sia troppo tardi, se vuole essere parte di una soluzione invece di diventare parte del problema (5).

Se Israele non può essere fermato, e fintanto che non può essere disarmato, allora ai palestinesi bisogna dare armi sufficienti per potersi difendere e quindi fermare il genocidio di cui sono vittime. Si può davvero fermare Israele dal suo terribile piano? È ora di verificare la risposta a tale quesito, e al contempo rendere i palestinesi capaci di difendersi da soli.

Israele è in grado di esistere e prosperare anche senza l’ideologia sionista, e senza i suoi piani di apartheid e sterminio, così come l’Ebraismo può continuare a espandersi in Israele e nel resto del mondo: ma il Sionismo deve morire. Dal momento che questo è fattibile, Israele deve essere ostracizzato, isolato, boicottato e respinto.

L’Occidente può fare tutto questo se prende seriamente il problema e respinge la diaspora sionista ovunque essa si realizzi. Gli ebrei che prendono le distanze dal Sionismo vanno invece accolti con affetto.

In Canada, Stephen Harper è il “Primo Ministro del Canada per Israele”. La violenza che Israele innesca nella regione mantiene il prezzo del petrolio elevato e le sabbie bituminose sfruttabili e redditizie ai padroni dell’economia canadese negli Stati Uniti.

La lobby giudaico-canadese è un’arma dell’imperialismo statunitense, e costituisce la più influente sovrastruttura del sistema politico canadese. Trudeau (6) e Mulcair competono per essere più sionisti dello stesso Harper. Tutto questo è ignobile e umiliante per il popolo canadese.

Praticamente nessun membro del Parlamento canadese ha espresso parole di condanna per il massacro condotto da Israele. Coloro che ne parlano, lo avallano. I media di punta canadesi sono largamente avvelenati dalla medesima propaganda sionista (7).

Ad Ottawa, i presidenti delle due principali università della capitale sono entrambi sionisti devoti, fatto che crea legami accademici artificiosi con Israele e reprime i movimenti studenteschi che invocano giustizia per la Palestina.

Tutto questo è durato anche troppo. È ora di eliminare il Sionismo sia in Canada che ovunque nel mondo. I palestinesi stanno facendo qualcosa di straordinario, perciò il minimo che noi possiamo fare è estirpare il Sionismo dai nostri paesi.

(1) “A Little Matter of Genocide – Holocaust and Denial in the Americas 1492 to the Present” by Ward Churchill, City Lights Books, San Francisco, 1997.

(2) “Hierarchy and Free Expression in the Fight Against Racism” by Denis G. Rancourt, Stairway Press, Mount Vernon, WA, 2013.

(3) “The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy” by Mearsheimer, John J. and Walt, Stephen; New York: Farrar, Straus and Giroux, 2007.

(4) “The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering” by Norman G. Finkelstein, Verso, NY, 2000.

(5) “Rockets from Gaza are morally justified and are not contrary to international law” by Denis G. Rancourt, Activist Teacher blog, July 24, 2014.

(6) “Justin Trudeau: ‘We have Israel’s back’“, Carey Miller YouTube Channel, published April 6, 2014.

(7) “CBC-Ottawa’s biased reporting of a pro-Palestine rally — Not good” by Denis G. Rancourt, Activist Teacher blog, July 27, 2014.

Il dott. Denis G. Rancourt è ex professore della cattedra di Fisica all’Università di Ottawa, in Canada. È noto per le sue ricerche sulla didattica della fisica (TVO Interview).Ha pubbicato oltre 100 articoli su importanti riviste scientifiche e ha scritto numerosi saggi di analisi sociale. È autore del libroHierarchy and Free Expression in the Fight Against Racism. Negli anni di insegnamento all’università di Ottawa ha sostenuto i gruppi studenteschi schierati contro l’influenza della lobby israeliana sull’ateneo, fatto che gli è costato il licenziamento nel 2009: LINK.

Dr. Denis G. Rancourt is a former tenured and Full Professor of physics at the University of Ottawa, Canada. He is known for his applications of physics education research (TVO Interview). He has published over 100 articles in leading scientific journals, and has written several social commentary essays. He is the author of the book Hierarchy and Free Expression in the Fight Against Racism. While he was at the University of Ottawa, he supported student activism and opposed the influence of the Israel lobby on that institution, which fired him for a false pretext in 2009: LINK.

Traduzione di Alessandra Fabbretti

thanks to: Infopal

On Israeli racism and fascism and how to resist it

Monday, 02 June 2014 16:46

Palestinian lady being attackedThe institutional and popular Zionist racism has become rampant all over Palestine and torturing the Palestinians living in Palestine has become an acceptable and even welcomed matter by the various sections of the Israeli community. The open and hidden racism is likely to grow even more under Benjamin Netanyahu’s third term as, for example, the head of diplomacy, the racist brought in from Russia, Avigdor Lieberman, who lives in a settlement in the occupied West Bank, is calling for the expulsion of the original and indigenous people of the land, i.e. we the Palestinians who stayed in our countries against their wishes and who will stay forever. We refuse such mass expulsion and therefore we adopt the logic, the last to come should be the first to leave.

As for Prime Minister Netanyahu, he has the famous saying that the Arabs in Israel are a ticking demographic bomb and that the problem of the Arabs in West Bank and Gaza is solvable and that the true dilemma lies in what this Zionist calls the Arabs of Israel.

I have no qualms to quickly remind the readers of the statements made last year by the Director of the Israeli Shabak, Yuval Diskin, in which he said his agency would persecute every Arab Palestinian who refused to recognise Israel as a democratic Jewish state, which is a matter rejected by the vast majority of Palestinians living in Israel. It is also important to refer to recent history to recall the statement made by the Minister of Justice and the Chief Israel Negotiator with the Palestinians Tzipi Livni, a statement that bears much denial of the Palestinians and reflects the Zionist arrogance and reflects the fact that she has and will continue to view the Palestinians as “inferior”.

This minister, who is considered a part of the centre party in Israel, said that the future Palestinian state is the only place for the Palestinians from all three sides of the triangle: the Palestinians in the occupied West Bank and Gaza Strip, the Palestinians in Israel and the Palestinians in Diaspora, and it is where they can achieve their national dreams. This statement is dangerous and implicitly calls for expelling the Palestinians in Palestine to the Palestinian state that will be established. We believe that this dream has become a frightening nightmare for the Zionists and their Palestinian partners who have become addicted to fruitless, futile and empty negotiations. Ami Ayalon, former minister and head of the Shin Bet in the past, who is proud and brags about killing more Palestinians than the number of Israelis and Jewish people killed by Hamas, said in a press interview that if Israel feels that its existence is at risk and in danger, it will not hesitate to repeat what it did in 1948, and as we know, it was in that fateful year that the Zionist gangs committed massacres against the Palestinians and expelled people from their homes armed with the false Zionist statement that Palestine is a land without a people for a people without land. Therefore we would not be offending anyone if we also said that in the mind of every Zionist is a land of “milk and honey” that nestles a small fascist that is growing very quickly and spreads like a wildfire.

This racism, which is steadily heading towards fascism, aims to transform this state to a racial segregation (Apartheid) state, which was the case in South Africa during the time the white minority was ruling the black majority. To prove this vicious Zionist approach, it is enough to point out that in the occupied West Bank, the system of racial segregation already exists; how else can you explain the existence of streets allotted for the use of the settlers only, and the Palestinians are prohibited from using them; isn’t this the ugliest form of racial segregation? Here, in Palestine, social segregation is applied both verbally and physically, and it is important to keep in mind that the overwhelming majority of Palestinians in the country are poor, and this state did not arise from nothing; it is the inevitable consequence of the racist policy established by the successive Israeli governments since they were planted in the Middle East. What jobs are Palestinians allowed to do? Let’s put the question in a simpler form: Why are job applicants required to have served in the Israeli army? It is worth noting that in liberal democratic states, there are no conditions or requirements applied to responsibilities and rights, and it is ironic and farcical that this state views itself as a liberal democratic state, on paper of course, meanwhile it commits the ugliest form of racial segregation against the Palestinian minority in Israel. They commit such acts in order to humiliate and impoverish the Palestinians to persuade them that voluntary immigration to the West Bank would give them the opportunity to live comfortably and luxuriously.

In addition to this, we must also take into account the fact that it is the state of the Shin Bet, in other words, the state is run by the Shin Bet, not the state that runs the Shin Bet, and this is the obscure security agency that interferes in every small and large matter and are trying to narrow the playing field for the Palestinians in Palestine, a playing field that is already very tight and limited. For example, why did the Shin Bet involve itself in the appointment of the headmasters and teachers in the Arab schools and even in the Ministry of Education? Isn’t it enough they force us to study the false Zionist narrative of history and prevent us from learning the Palestinian narrative; our story, the story of people who were displaced and expelled from their land in one of the biggest crimes committed in modern history?

Things are going from bad to worse during the term of the current Zionist parliament. There is a long list of draft laws that aim to establish and solidify the Arab inferiority and the superiority of the Jews. One of these draft laws requires the Israeli Supreme Court to favour Jewish people over Arabs, as well as a fascist draft law that calls for the adoption of the Talmud as the legal reference for Israel.

Furthermore, there is also a draft law that replaces Arabic as an official language in Israel and deems it a secondary language. The Ministerial Committee for Legislation also approved a draft law banning the registration of civil associations that do not recognise Israel as a Jewish state. It goes without saying that the new law proposed by Miri Regev, chairperson of the Israeli Knesset’s Internal Affairs Committee (Likud – Israel Beiteinu), means the enforcement of the process of imposing the recognition of the Jewishness of the state on civil associations, especially among the Palestinians in Palestine, because the failure to register the association deems it illegal. This law can also be considered a form of political persecution and the intimidation of NGOs, human rights organisations and activists who have an opinion contrary to the Israeli consensus. In addition to this, Netanyahu and MK Naftali Bennett reached an agreement regarding the proposed laws which will transform the Jewish state from identifying itself as a Jewish democratic state to identifying itself as a Jewish state governed by a democratic system.

The law, known as the “people’s” law, is also a draft bill that is racist against the Palestinian citizens of Israel and their existence and presence in the land of their ancestors. This law defines Israel as a national state for the Jewish people, meaning it considers all the Jewish people in the world a nation and that the right to live and settle in Israel is only limited to the Jewish people. This also emphasises the known symbols of the state and its anthem which includes Zionist and radical expressions.

Everything I have mentioned so far is only the tip of the iceberg.

In light of the escalation of Zionist racism against the Palestinian in Palestine, the following question comes to mind: What can we do? How do we face this flood of unjust laws passed against us, especially if we take into consideration the “Oslo-istan” authority which has disowned us and left us like orphans in the hands of villains? Due to the fact that the Arab League is an undefined body used by America and its step-child Israel to pass resolutions serving the world’s imperialist interests, as was the case with Syria and Libya, so it is very unreliable, and therefore, perhaps the only option left for us is to resort to the international community and ask them for protection from the racist clutches of Israel, because otherwise, the Israeli state will be given the opportunity to single us out and isolate us and turn us back into lumberjacks, and then slowly implement their plan of mass displacement.

Translated from Raialyoum 1 June 2104

thanks to: Zuhair Andrao

MEMO Middle East Monitor

No reward for Palestinian who hacked Zuckerberg Facebook page

SAN FRANCISCO (AFP) — A researcher who hacked into Facebook chief Mark Zuckerberg’s profile to expose a security flaw won’t get the customary reward payment from the social network.

While Facebook offers rewards for those who find security holes, it seems that Palestinian researcher Khalil Shreateh went too far by posting the information on Zuckerberg’s own profile page.

Shreateh said on his blog he found a way for Facebook users to circumvent security and modify a user’s timeline.

He said he took the unusual step of hacking into Zuckerberg’s profile after being ignored by the Facebook security team.

“So i did post to Mark Zuckerberg’s timeline , as those pictures shows,” he said, including screen shots of the posting.

“Dear Mark Zuckerberg,” he wrote.”First sorry for breaking your privacy and post to your wall, i had no other choice to make after all the reports i sent to Facebook team. My name is KHALIL from Palestine.”

His reward for exposing the flaw was having his Facebook account disabled.

He later got a message saying, “We are unfortunately not able to pay you for this vulnerability because your actions violated our Terms of Service. We do hope, however, that you continue to work with us to find vulnerabilities in the site.”

Facebook said it appreciates help with security but not by hacking into user accounts.

“I am just an unemployed young Palestinian man who has applied for several jobs…but couldn’t find an opportunity…our bad economic conditions and other things needless to mention,” Shreateh told Ma’an.

“I dreamed of building a career after I found a flaw in Facebook…but I seem to be unlucky. If I do tests on a million accounts to prove my discovery, you will ignore my emails…but why when it came to Mark’s page you admitted there was a flaw, and you closed my account?” he added.

Facebook security engineer Matt Jones posted a comment Sunday on a security forum saying “we fixed this bug on Thursday,” and admitted that “we should have asked for additional … instructions after his initial report.”

“We get hundreds of reports every day,” Jones said. “We have paid out over $1 million to hundreds of reporters. However, many of the reports we get are nonsense or misguided.”

Jones added that “the more important issue here is with how the bug was demonstrated using the accounts of real people without their permission.”

“We welcome and will pay out for future reports from him (and anyone else!) if they’re found and demonstrated within these guidelines,” Jones said on the YCombinator hacker news forum.

Independent security researcher Graham Cluley said he had “some sympathy” with Facebook on the issue.

“Although he was frustrated by the response from Facebook’s security team, Shreateh did the wrong thing by using the flaw to post a message on Mark Zuckerberg’s wall,” Cluley said on his blog.

thanks to:

Zionism: A Root Cause for Ongoing Population Transfer of Palestinians

In 1973, The United Nations rightfully condemned ‘the unholy alliance between Portuguese colonialism, South African racism, Zionism and Israeli imperialism.’1 And only two years later the same international organization determined ‘that Zionism is a form of racism and racial discrimination.’2 Although this resolution was revoked in 1991, at the behest of the U.S. administration, in order to pave the way for the Madrid Peace Conference that same year, the equation of Zionism with racism is still valid. Apartheid is based on the principle of the establishment and maintenance of a regime of institutionalized discrimination in which one group dominates others. In the case of Israel, the driving-force behind the Palestinian reality of apartheid is Zionist ideology; its manifestation is population transfer and ethnic cleansing.

Zionism

The Zionist Movement was formed in the late Nineteenth century with the aim of creating a Jewish homeland through the formation of a ‘national movement for the return of the Jewish people to their homeland and the resumption of Jewish sovereignty in the Land of Israel.’3 As such, the Zionist enterprise combined the Jewish nationalism which it aimed to create and foster, with the colonialism of transplanting people, mostly from Europe, into Palestine with the support of European imperial powers. Jewish history was interpreted towards constructing a specific Jewish national identity in order to justify the colonization of Palestine. As Ilan Pappe rightly concludes, however, “Zionism was not… the only case in history in which a colonialist project was pursued in the name of national or otherwise non-colonialist ideals. Zionists relocated to Palestine at the end of a century in which Europeans controlled much of Africa, the Caribbean, and other places in the name of ‘progress’ or idealism…”4 What is unique to Israel, however, is the effect of Zionism on the people it has claimed to represent. By basing itself on the idea of Judaism as a national identity, adherents of the Jewish faith around the world would become, as per Israeli law, Jewish “nationals,” whether or not they accepted said classification. To date, Israel continues to be the only country in the world that defines its citizenry extra-territorially.

The creation of a Jewish nation state in a land with a very small Jewish minority could only be conceivable through the forced displacement of the existing indigenous population alongside the implanting of the new Jewish settlers. For the indigenous Palestinians who managed to remain within the boundaries of what became Israel, their own national identity was relegated to inferior status. Article 2 of the State Education Law, for example, states that “the objective of State education is… to educate each child to love… his nation and his land,… [to] respect his… heritage, his cultural identity… to impart the history of the Land of Israel… [and] to teach… the history of the Jewish People, Jewish heritage and tradition…”5 Beyond being subject to institutionalized discrimination, these Palestinians who managed to remain within the part of Palestine usurped in 1948—of whom today there are over 1.2 million—are forced to be citizens of a state in which they are ineligible for nationality.

As mentioned above, however, the main manifestation of Zionist apartheid has been population transfer. The task of establishing and maintaining a Jewish state on a predominantly non-Jewish territory has been carried out by forcibly displacing the non-Jewish majority population. Today, nearly 70 percent of the Palestinian people worldwide are themselves, or the descendents of, Palestinians who have been forcibly displaced by the Israeli regime.6 The idea of “transfer” in Zionist thought has been rigorously traced by Nur Masalha in his seminal text Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948, and is encapsulated in the words of Israel Zangwill, one of the early Zionist thinkers who, in 1905, stated that “if we wish to give a country to a people without a country, it is utter foolishness to allow it to be the country of two peoples.”7 Yosef Weitz, former director of the Jewish National Fund’s Lands Department, was even more explicit when, in 1940, he wrote that “it must be clear that there is no room in the country for both people (…) the only solution is a Land of Israel, at least a western Land of Israel without Arabs. There is no room here for compromise. (…) There is no way but to transfer the Arabs from here to the neighboring countries (…) Not one village must be left, not one (Bedouin) tribe.”8 Rights and ethics were not to stand in the way, or as David Ben-Gurion argued in 1948, “the war will give us the land. The concepts of ‘ours’ and ‘not ours’ are peace concepts, only, and in war they lose their meaning.”9

The essence of Zionism, therefore, is aptly summarized as the creation and fortification of a specific Jewish national identity, the takeover of the maximum amount of Palestinian land, ensuring that the minimum number of non-Jewish persons remain on that land and the maximum number of Jewish nationals are implanted upon it. In other words, Zionism from its inception has necessitated population transfer notwithstanding its brutal requisites and consequences.

Population Transfer

Based on one of the ultimate aims of Zionism—the forcible transfer of the indigenous Palestinian population beyond the boundaries of Mandate Palestine—many Israeli laws, policies and state practices as well as specific actions of para-state and other private actors have been developed and applied. This forcible transfer or ethnic cleansing started even prior to 1948 and is still ongoing today.

The idea of transfer did not end with the establishment of Israel in 1948. Between 1948 and 1966, various official and unofficial transfer plans were put forward to resolve the “Palestinian problem”. These included plans to resettle Palestinian refugees… [and the] establishment [of] several transfer committees during this period. The notion of population transfer was raised again during the 1967 war… and similar proposals for population transfer also emerged during and after the second intifada [in 2000].10

According to the Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities of the former Commission on Human Rights,The essence of population transfer remains a systematic coercive and deliberate… movement of population into or out of an area… with the effect or purpose of altering the demographic composition of a territory, particularly when that ideology or policy asserts the dominance of a certain group over another.11

This ethnic cleansing, today, is carried out by Israel in the form of the overall policy of “silent” transfer and not by mass deportations like in 1948 or 1967. This displacement is silent in the sense that Israel carries it out while trying to avoid international attention by displacing small numbers of people on a weekly basis. It is to be distinguished from more overt transfer achieved under the veneer of warfare in 1948. Here it is important to note that Israel’s transfer policy is neither limited by Israel’s geographical boundaries nor those of the occupied Palestinian territory (OPT). Israel is in essence treating the territory of Israel and the OPT as one legal entity.

The Israeli policy of silent transfer is evident in the State’s laws, policies and practices. The most significant of these include: governance and enforcement of residency rights; land rights; regulation of natural resources; the application of justice; law enforcement; and the status of Zionist para-state actors. Israel uses its power in such areas to discriminate, expropriate and ultimately to forcibly displace the indigenous non-Jewish population from the area of Mandate Palestine. So for instance the Israeli land-planning and zoning system has forced 93,000 Palestinians in East-Jerusalem to build without proper construction permits because 87 percent of that area is off-limits to Palestinian use, and most of the remaining 13 percent is already built up.12 Since the Palestinian population of Jerusalem is growing steadily, it has had to expand into areas not zoned for Palestinian residence by the state of Israel. All those homes are now under the constant threat of being demolished by the Israeli army or police, which will leave their inhabitants homeless and displaced.

Another example is the government-approved Prawer Plan, which calls for the forcible displacement of 30,000 Palestinian citizen of Israel due to an Israeli allocation policy which has not recognized over thirty-five Palestinian villages, located in the Naqab (Negev).13 Israel deems the inhabitants of those villages as illegal trespassers and squatters, and are therefore, facing the imminent threat of displacement, This despite the fact that in many cases, these communities predate the state of Israel itself.

The Israeli Supreme Court bolstered the Zionist objective of clearing Palestine of its indigenous population in its 2012 decision prohibiting family unification between Palestinian-Israelis and their counterparts across and beyond the Green Line. The effect of this ruling has been that Palestinians with different residency statuses (such as Israeli citizen, Jerusalem ID, West Bank ID or Gaza ID—all issued by Israel) cannot legally live together on either side of the Green Line. They are thus faced with a choice of living abroad, living apart from one another, or taking the risk of living together illegally.14 Such a system is used as a further means of displacing Palestinians and thereby changing the demography of Israel and the OPT in favor of an exclusive Jewish population. This demographic intention is reflected in the Court’s reasoning for its decision, where it stated that “human rights are not a prescription for national suicide.”15 This reasoning was further emphasized by Knesset-member Otniel Schneller who stated that “the decision articulates the rationale of separation between the [two] peoples and the need to maintain a Jewish majority… and character…”16 This illustrates once more the Israeli state’s self-image as an exclusively Jewish state with a different set of rights for its Jewish and non-Jewish, mainly Palestinian, inhabitants.

Jewish Nationality

All the different means with which Israel triggers the displacement of Palestinians are linked to the central concept of Jewish nationality as it is the legal mechanism that enables and guarantees the constant discrimination against the non-Jewish population. This same concept is the link between Zionism and the constructed “right” of the Jewish nation to settle and occupy the territory of Mandate Palestine. In other words, the concept of Jewish nationality is the lynchpin of the Israel’s regime of apartheid as it addresses both aims of Zionism: the creation and maintenance of a specific Jewish national identity, and the colonization of Mandate Palestine through the combination of Jewish settler implantation and the forcible transfer of all non-Jewish inhabitants.

The way this concept is embodied in law is through the separation, unique to Israel, of citizenship (Israeli) from nationality (Jewish), a separation confirmed by the Israeli Supreme Court in 1972.17 This separation has allowed Israel to discriminate against its Palestinian citizens and, even more severely, against Palestinian refugees by ensuring that certain rights and privileges are conditional upon Jewish nationality. The main source of discrimination against Palestinian refugees originate from the Israeli Law of Return 1950 and the Israeli Citizenship Law 1952 which grants automatic citizenship to all Jewish nationals, wherever they reside, while simultaneously preventing Palestinian refugees from returning to, and legally residing in, that territory. The Israeli regime has basically divided the Palestinian people into several distinct political-legal statuses as shown in the figure below. Despite their differing categorizations under Israeli law, Palestinians across the board maintain an inferior status to that of Jewish nationals living within the same territory or beyond:

The international community judged the South African apartheid regime based on its racist ideology elements and its violations of international norms and standards. It is time to judge Israel similarly. The first significant step in that direction would be reinstating United Nations General Assembly Resolution 3379 of 10 November 1975 declaring Zionism as a form of racism, and paving the way for the end of Israeli impunity and apartheid.

Endnotes:
1. United Nations General Assembly Resolution 3151 G (XXVIII) of 14 December 1973.
2. United Nations General Assembly Resolution 3379 of 10 November 1975.
3. Mitchell Geoffrey Bard and Moshe Schwartz, One Thousand One Facts Everyone Should Know about Israel (Rowman & Littlefield, 2005), p. 1.
4. Ilan Pappe, “Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialism in Asia and Africa”, South Atlantic Quarterly 107:4 (Fall 2008), pp. 611-633, p. 612.
5. Article 2 of the Israeli State Education Law 1953 (amended in 2000).
6. BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).
7. Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 10.
8. Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians (Oxford University Press, 1994), p. 121.
9. Masalha, p. 180.
10. BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).
11. See the human Rights Dimensions of Population Transfer including the Implantation of Settlers, Preliminary Report prepared by A.S. al-Khawasneh and R. Hatano. Commission on Human Rights Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities, Forty-fifth Session, 2-27 August 1993, E/CN.4/Sub.2/1993/17, 6 July 1993, paras. 15 and 17, pp. 27-32.
12. OCHA-OPT, Demolitions and Forced Displacement in the Occupied West Bank (2012).
13. See Adalah, “The Prawer Plan and Analysis” (October 2011), at: http://www.adalah.org/upfiles/2011/Overview%20and%20Analysis%20of%20the%20Prawer%20Committee%20Report%20Recommendations%20Final.pdf.
14. See HCJ 466/07, MK Zahava Galon v. The Attorney General, et al. (petition dismissed 11 January 2012).
15. Ben White, “Human rights equated with national suicide”, Aljazeera (12 January 2012) at: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/01/20121121785669583.html.
16. Ibid.
17. George Raphael Tamarin v State of Israel 1972.
18. Ambica Jobanputra, “Israel’s Discriminatory Laws” (March 2012) at file with author.

thanks to: Amjad Alqasis.
BADIL.

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo.

“Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.” Mat 2,16

 
L’odio che gli israeliani nutrono nei confronti dei bambini è leggendario soprattutto se si tratta di bambini palestinesi.
 
Come denuncia l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem un altro caso di abuso nei confronti di minori si è verificato in Palestina ad opera di israeliani.
Il giorno 29 giugno ad Hebron un bambino palestinese di nome Abdel è stato aggredito e picchiato da due soldati dello IOF.
Non è la prima volta che bambini palestinesi subiscono soprusi, quando non sono uccisi dal fosforo bianco o dalle bombe a grappolo, sono i soldati o i coloni ebrei occupanti a colpirli direttamente.
 
Ma come mai odiano così tanto i bambini?
 
Tutta colpa del fanatismo religioso.
 

I bambini gentili (non ebrei) sono animali.Yebamoth 98a (Talmud).
Quando un ebreo uccide un gentile (non ebreo) non ci sarà pena di morte, quello che un ebreo prende da un gentile (non ebreo) può tenere. Sanhedrin 57a(Talmud).
Se un gentile (non ebreo) picchia un ebreo, il gentile (non ebreo) deve essere ucciso. Sanhedrin 58b(Talmud).
Se un ebreo è tentato di fare il male, egli dovrebbe andare in una città dove non è conosciuto e fare il male lì.Moed Kattan 17a(Talmud).

Sono queste le frasi che molti fanatici ebrei ultra ortodossi insegnano ai loro figli fin da piccoli. Sono le idee razziste ed antisemite che le varie sette ebraiche promulgano da migliaia di anni trovando l’humus ideale del loro proselitismo nell’ignoranza dell’insegnamento religioso coatto che i moderni figli di Israele sono costretti ad apprendere.

“I non ebrei sono nostri nemici, i non ebrei sono nostri nemici” ripetono loro continuamente. Fin quando non li costringono a frequentare il servizio militare obbligatorio, e ad imbracciare un fucile. In quel caso il tono delle loro parole diventa più minaccioso: «I non ebrei (palestinesi) sono nostri nemici e nemici della patria, difendi la patria, difendi la nostra patria, uccidi i palestinesi, uccidili tutti, uccidi i grandi e uccidi i piccoli, meglio ammazzarli da piccoli».

Proprio quei palestinesi, semiti come gli ebrei, come tutti coloro che parlano lingue semitiche, arabi, ebrei, etiopi, ecc.

Quegli arabi che secondo lo storico israeliano Shlomo Sand sarebbero discendenti degli antichi Israeliti, la maggior parte dei quali convertitasi all’Islam quando questa religione si diffuse in Palestina.

Se ciò non bastasse lo “Stato d’Israele” favorisce la discriminazione razziale antisemita fuori e dentro i confini utilizzando le stesse fonti religiose come sistema giuridico nazionale (halakah). Infatti Israele non ha e non ha mai avuto una Costituzione, per il semplice motivo che se l’avesse dovrebbe riconoscere a tutti i cittadini gli stessi diritti e gli stessi doveri, ovvero anche ai cittadini non ebrei.

Ma è con la propaganda (hasbara) che si raggiunge il picco dell’assurdità: i palestinesi da vittime dell’odio e della violenza diventano carnefici, pericolosi terroristi che si aggirano sulle colonne dei principali quotidiani locali ed occidentali. I media sionisti occidentali soprattutto, offrono il meglio di sé quando si tratta di nascondere le atroci conseguenze dell’occupazione ebraica del territorio palestinese, moderna riproposizione dei sempre citati, giammai dimenticati campi di sterminio nazista.

Proprio spostando l’attenzione della comunità internazionale dalla verità sul “campo” costoro riescono a far scomparire le violazioni dei diritti umani fondamentali che sistematicamente si ripetono da ormai più di 64 anni in quella che una volta veniva chiamata Terra Santa. E le discriminazioni nei confronti dei bambini ne sono un esempio lampante, uccisi, arrestati, seviziati, torturati, i crimini che tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani condannano continuano ad essere la regola in Palestina. Mentre il mondo dalle radici giudaico cristiane guarda altrove, alla minaccia nucleare iraniana, al terrorismo islamico delle varie Al Qaeda nel Maghreb, Al Qaeda nel Sahel, Al Qaeda nel Texas…

 
«Lasciate che i piccoli vengano a me
e non glielo impedite,
perché a chi è come loro
appartiene il regno di Dio», dice il Signore.      Mc 10,14

Spiegateglielo che si tratta di una allegoria, prendono sempre tutto alla lettera questi ebrei.