Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

 Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

A cura del Comitato del Martire Ghassan Kanafani

Oggi 21 maggio 2018 il campo di Yarmouk è stato finalmente liberato da Esercito siriano e milizie palestinesi dopo 7 anni di conflitto e devastazione.

Prima di fare delle considerazioni su questi ultimi giorni di battaglia, facciamo un passo indietro e raccontiamo cosa è stato e cosa ha rappresentato Yarmouk. Questo campo profughi (non ufficiale), fondato nel 1957 vicino la città di Damasco per accogliere i rifugiati palestinesi sopravvissuti alla Nakba (la catastrofe del 1948), è divenuto col tempo uno dei quartieri a sud della capitale siriana. Dotato di scuole, ospedali ed esercizi commerciali, ad appena 4 km dalla centralissima Piazza Rauda, Yarmouk Camp con i suoi 2 km2 di estensione ospitava la più vasta ed attiva comunità palestinese di tutta la Siria. Non stupisce come molti palestinesi per anni l’abbiano definito “la capitale della diaspora” o anche “la capitale della Resistenza palestinese”. Già con una legge del 1956 (la Legge siriana n.260 che è andata ad integrare la precedente 450 del ‘49), il Governo siriano ha garantito ai palestinesi rifugiati in Siria gli stessi identici diritti dei cittadini siriani (ad esclusione della cittadinanza, tra l’altro non rivendicata dai palestinesi che continuano a definirsi tali seppur ospitati in uno altro Stato). Fin dall’inizio della sua storia, Yarmouk si candida a divenire quindi una Patria d’adozione per i palestinesi cacciati dalla loro terra: qui per loro è stato possibile autodeterminarsi ed autogestirsi organizzandosi ed eleggendo propri rappresentanti. La storia dimostrerà che alla fine il profondo legame tra palestinesi e siriani, seppur con molti evitabili errori da entrambe le parti, reggerà la durissima prova della destabilizzazione prima e della guerra poi.

Per descrivere quella che era la vita dei palestinesi dentro Yarmouk, bisogna considerare la storia dei rifugiati palestinesi in Siria e dello stretto rapporto che lega lo Stato siriano alla causa palestinese. La maggior parte degli 85-100 mila rifugiati palestinesi che arrivarono in Siria, a partire dal biennio ’48-’49, provenivano dai villaggi situati nella parte nord della Palestina, mentre nel 1967 una nuova ondata di profughi si mise in marcia quando Israele occupò illegalmente le alture del Golan. Negli anni ’80 poi fu il turno dei palestinesi profughi dal Libano che in migliaia, durante la guerra civile, si riversarono nella più vicina ed accogliente Siria. Prima dell’aggressione imperialista del 2011, i palestinesi rappresentavano circa il 2% dell’intera popolazione siriana. Damasco per fare un esempio è stata per molto tempo la sede operativa della principale organizzazione marxista palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP. Se mettiamo velocemente a confronto la situazione dei profughi palestinesi in Siria rispetto a quella negli altri Paesi arabi, vediamo come le differenze appaiono molte ed assai profonde. In Libano, ad esempio, i palestinesi vengono ancora trattati dalle istituzioni come stranieri a tutti gli effetti. Nel ‘Paese dei cedri’, l’attività della UNRWA è resa difficile (se non impossibile) a causa di uno ‘storico scarso interesse a migliorare le condizioni dei profughi palestinesi: le capacità dell’UNRWA, lasciata da sola, sul fronte sanitario sono molto limitate e, circa l’istruzione, si è assistito ad un progressivo abbassamento del livello di scolarizzazione’. Ad aumentare in Libano sono stati solo i drammi per questi profughi condannati a rimanere stranieri. La situazione in Giordania, in Egitto e negli altri Paesi arabi non è certo migliore. Per quanto riguarda l’entità sionista, l’UNRWA è costretta ad evidenziare ‘una diffidenza ed una totale assenza di collaborazione, perlomeno dal 1967’.

A partire dal 2011, la disinformazione sviluppatasi sul ruolo dei campi profughi palestinesi all’interno della ‘crisi siriana’ e, in particolare, la strumentalizzazione di quanto accaduto nel campo di Yarmouk ha evidenziato la diffusa grave incapacità nel saper/voler distinguere fra i diversi interessi politici coinvolti
nella destabilizzazione, o d’altra parte nella difesa, della sovranità ed indipendenza della Repubblica Araba di Siria. Pur non volendolo, Yarmouk è divenuto il centro anche simbolico di questa aggressione. Nella narrazione distorta degli avvenimenti giunta fino a noi, la popolazione civile palestinese del campo è infatti stata alternativamente ritratta come ‘vittima del regime siriano’ o accusata di essere ‘collaborazionista’ dello stesso. Ma come è andata veramente? Proviamo a ricostruire la vicenda senza paura di indicare le responsabilità di una parte della popolazione palestinese del quartiere.

Oggi (21/05/18) l’ultima sacca di resistenza opposta dallo Stato Islamico è stata finalmente sgominata, ma come riuscì Daesh ad entrare nel campo? Questo fu possibile solo dopo una complessa serie di vicende che videro spaccarsi i gruppi armati palestinesi operanti in territorio siriano. I principali attori di questa spaccatura con ruoli antagonisti furono: da una parte, Aknaf Beit al-Maqdis (costola non-ufficiale di Hamas in Siria) e, dall’altra, il Fronte Popolare – Comando Generale (scissione del PFLP marxista, gruppo palestinese storicamente alleato del Ba’ath siriano). Nel 2011, un antefatto innescò il successivo conflitto aperto: il governo di Damasco autorizzò i palestinesi residenti in Siria a organizzare una marcia sulle alture del Golan nell’anniversario della Nakba (15 maggio). L’esercito israeliano reagì aprendo il fuoco oltre la frontiera, trucidando civili palestinesi, alcuni dei quali residenti a Yarmouk. Le forze islamiche palestinesi del campo approfittarono dei funerali di queste vittime per prendere il controllo del quartiere deviando il corteo del funerale verso la sede del FPLP-CG che così venne presa d’assalto. Nello scontro a fuoco che ne seguì la sede venne data alle fiamme, fatto che diede la percezione che le forze islamiche avessero il controllo del campo. L’obiettivo delle forze islamiche era di portare i palestinesi a schierarsi con l’insurrezione antigovernativa in Siria che, in quel momento, godeva di ampie prospettive di sviluppo: nel 2011 organizzazioni legate alla fratellanza avevano preso il controllo di Tunisia, Libia (almeno in parte) ed Egitto, potendo contare sul sostegno diretto e indiretto tra l’altro di Turchia e Qatar. Quella di Aknaf Beit al-Maqdis fu quindi una forzatura per mettere le altre organizzazioni palestinesi (in una posizione neutrale rispetto la prima ondata di proteste anti-governative) a prendere una posizione e, di fatto, facendo di Yarmouk un campo di battaglia.

Aknaf Beit al-Maqdis non ebbe solamente un ruolo attivo nel campo di Yarmouk, ma in molte altre zone della Siria, organizzando e gestendo campi d’addestramento e canali di rifornimento d’armi. In breve, nel campo a sud di Damasco, di strategica importanza per il controllo della Capitale, lo scontro fu inevitabile. Il confronto armato fra Aknaf Beit al-Maqdis e gli altri gruppi armati (circa 12 nel campo) andò avanti dal 5 al 17 Dicembre del 2012; ma la svolta vera e propria ci fu il 16 di quello stesso mese, quando le organizzazioni islamiche presero il controllo dei check point che controllavano i confini del campo. L’assedio di Al-Yarmouk ha avuto inizio questo nefasto giorno, quando un gran numero di guerriglieri del cosiddetto “Esercito Libero Siriano – ELS” (o Free Syrian Army –FSA) e di “Jabaht Al Nusra” (ramo siriano di al Qaeda) provenienti da diverse zone limitrofe, vennero letteralmente fatte entrare grazie un aiuto ‘interno’ per fare del campo una roccaforte liberata dalle altre fazioni. L’alba del 17 dicembre 2012, vedrà purtroppo una parte dei combattenti tra le fila dei Comitati Popolari ritirarsi, senza previo avviso, dalla zona del nuovo ospedale – rotatoria della Palestina e dal quartiere al Zaytoun. Il ritiro di queste unità (apparentemente insensato) non fu casuale, ma si è trattò nei fatti di un’azione coordinata con le milizie dell’opposizione siriana presenti ai confini del campo profughi.

La prima zona del campo a subire gli effetti dell’abbandono delle postazioni è stata quella compresa tra la rotatoria della Palestina verso la strada della Palestina e il quartiere Al-Magharba; il secondo fronte venutosi a creare si estendeva invece dal quartiere Al-Zayn fino alla strada Al-‘Oruba. In quel frangente, c’è da sottolineare come il resto delle unità dei Comitati Popolari e delle organizzazioni palestinesi abbiano responsabilmente conservato le loro posizioni, ingaggiando violenti scontri in diverse aree all’interno del campo e, più precisamente, sui fronti di Al-‘Oruba – Al-Turba Al-Qadima, sul fronte che si estende dall’ospedale ‘Filasteen’ – Al-Khalsa fino alla Strada 30, lungo il fronte Al-Tadamon – Municipio Al-Yarmouk – Fire’e Al-Hizeb ed infine tra Al-Tarboush e il Parco dei Martiri.

Oltre all’abbandono e la ritirata di alcune unità, la difesa del campo dovette fare i conti con una serie di ‘cellule dormienti’ presenti nel quartiere che si attivarono una volta ricevuto segnale da parte dell’ELS. L’appartenenza di ‘cellule’, composte principalmente da “ex-membri partitici” di Hamas e altri miliziani non originari del campo, non verrà mai riconosciuta da Hamas che non ha mai rivendicato o appoggiato ufficialmente l’azione di questi suoi esponenti (senza tuttavia dissociarsi). Il nome dell’organizzazione a cui facevano riferimento le ‘cellule’ è stato, come detto, quello della brigata Aknaf Beit al-Maqdis. Diverse sono le testimonianze che riportano dettagli e comportamenti ‘interni’ a questa organizzazione: ad esempio, l’espediente per non incorrere in fuoco amico di indossare la kefiah palestinese bianca e nera sul capo corredata di una fascia riproducente la trama geometrica della kefiah; la parola d’ordine “Zahrat Al-Madaen” (Fiore delle Città, riferito a Gerusalemme, nonché titolo di una famosa canzone della cantante libanese Fairouz), ecc…

Quel giorno presero parte ai combattimenti (più che altro si trattava di regolamenti di conto interni) anche membri di Fatah (il movimento politico di Abu Mazen), aprendo il fuoco contro le forze del Fronte Popolare – Comando Generale (FPLP-CG). Anche in questo caso tuttavia c’è stata, in seguito, una condanna da parte di Fatah per tentare di prendere distanza dalle irresponsabili azioni intraprese da alcuni suoi membri. L’intervento di quel giorno da parte dell’Esercito Arabo siriano consistette nel colpire, per mezzo dell’aviazione, un magazzino di armamenti, base dei ribelli, nei pressi della moschea Abdel Qader. Questo colpo dell’aviazione provocò un’esplosione talmente forte da spingere gli abitanti dell’area circostante a muoversi verso altre zone. A seguito dell’esplosione si propagò di bocca in bocca una voce di corridoio secondo la quale l’Esercito siriano si sarebbe appostato all’ingresso del campo con carri armati con l’intenzione di bombardarlo a tappeto. Questo episodio, come innumerevoli altri, venne creato e sfruttato brillantemente creando una situazione di caos utile all’avanzamento nel campo dei cosiddetti ‘ribelli’. Tali costruzioni di fantasia, frutto di propaganda anti-governativa, sono state prontamente riprese da tutti i media e considerate alla stregua di fonti scientifiche per la produzione di notizie false, dalla BBC ad al Jazeera. Tornando ai Comitati Popolari, a seguito dei colpi subiti dai nemici esterni e dai loro agenti interni, si videro costretti a ritirarsi verso la zona di Al-Khalsa. In questo modo il campo Al-Yarmouk divenne preda dei crimini del Free Syrian Army (FSA), del Fronte al Nousra e di Liwa Al-Asifa (una delle numerose sigle utilizzate dall’Esercito Libero Siriano all’interno di Al-Yarmouk).

In seguito a questo rovescio, i circa 160.000 abitanti del quartiere si trovarono bloccati fra gruppi jihadisti ed Esercito Arabo siriano che iniziò a colpire con l’artiglieria alcuni obiettivi all’interno del campo profughi, ma che, al contrario di quanto vuole la propaganda imperialista, non era in grado di imporre alcun assedio, controllando solamente uno dei 4 lati del campo. FPLP e FPLP-CG rimasero temporaneamente in controllo di circa il 20% del quartiere, mentre il resto fu catturato da al-Nusra ed alleati. Questa situazione di stallo fu però sbloccata nel 2015 quando lo Stato Islamico si impose di forza conquistando il campo. In seno ad al-Nusra, ed alla galassia jihadista siriana, emerse infatti con forza l’opzione politica di uno Stato Islamico dal Golfo al Mediterraneo: gruppi armati e brigate aderirono a macchia di leopardo, in alcune zone in numero maggiore che in altre, il che causò frizioni e scontri tra gruppi ed interessi. Tale dinamica riguardò anche a Yarmouk: Aknaf Beit al-Maqdis, indissolubilmente legata ai suoi padrini del Golfo, vide molto male il proliferare di bandiere nere del Daesh nel campo, giungendo in breve ad un confronto armato con i suoi miliziani in cui ebbe però la peggio in poche settimane.

L’avanzata dello Stato Islamico poi proseguì verso la zona a nord sotto il controllo delle altre milizie palestinesi (a cui per forza di cose Hamas si riallineò progressivamente), conquistandone circa la metà. Da quel momento Yarmouk è rimasta una spina nel fianco per il Governo siriano che, per anni, ha visto Damasco minacciata da un avamposto dello Stato Islamico a pochi km dal centro della città.

Le cose sono iniziate a cambiare radicalmente solo dopo alla recente caduta di Ghouta est (aprile 2018): la conquista delle zona a est di Damasco ha permesso, infatti, all’Esercito siriano di ridispiegare parecchi effettivi nella provincia sud, affiancati da numerose milizie palestinesi intenzionate a porre fine al tradimento subito più di 6 anni prima: FPLP-CG, Esercito per la Liberazione della Palestina, la Brigata Galilea e la Brigata al Quds. Dopo l’inizio dell’operazione, la situazione è arrivata quasi immediatamente ad uno stallo, con raid aerei sulle postazioni dei miliziani, raid abbastanza intensi ma non sufficienti a fiaccare le le forze dei miliziani anti-governativi. Per questo si intensificano i colloqui per uno spostamento dei miliziani da Yarmouk verso l’est della Siria. Scontri durissimi si susseguono per giorni, la maggior parte dei miliziani dello Stato Islamico asserragliati a Yarmouk si arrendono (e vengono trasferiti ad est), ma resta una sacca trincerata nel dedalo delle abitazioni del campo. Nonostante i raid e l’avanzata di terra, Daesh a Yarmouk resiste in un quartiere oramai svuotato e spettrale in cui si fatica a trovare un muro integro.

Il 22/04/2018, dopo giorni di assedio, l’avanzata siriana si impantana definitivamente subendo perdite rilevanti: Daesh reagisce sparando missili che, qualche caso, raggiungono il centro di Damasco. Il 25 aprile, Jaish al islam, che occupa il sobborgo di Yalda a fianco di Yarmouk, decide di impedire all’Esercito siriano l’entrata nel sobborgo che fornirebbe alle forze governative la possibilità di attaccare su 4 lati lo Stato Islamico asserragliato a Yarmouk. L’aviazione siriana colpisce però a sorpresa il quartier generale di Jaish al Islam uccidendo comandanti locali e miliziani. Ad una settimana dall’inizio dell’operazione su Yarmouk, le conquiste territoriali rimangono esigue, al prezzo di centinaia di vite.Riprendono così le trattative con i ribelli nei territori limitrofi alla zona sotto controllo di Daesh; in questi giorni, anche le altre sacche jihadiste a sud di Damasco (attorno a Yarmouk) andranno incontro ad accordi simili a quelli di Ghouta est così da lasciare il passo all’avanzata dell’Esercito siriano. Lo Stato Islamico, fiutando il pericolo, non resta fermo e decide di attaccare le posizioni degli altri gruppi jihadisti prima che questi possano ritirarsi a favore dell’Esercito siriano (e alleati), conquistando alcuni punti strategici.

Siamo nella fase ultima e più drammatica degli scontri: Daesh a Yarmouk costruisce bombe con i prigionieri, l’avanzata è penosa tra attacchi suicidi e scontri casa per casa. Dal 6 al 20 maggio, la situazione varia di pochissimo: i combattimenti dello Stato Islamico si sparpagliano complicando ulteriormente le cose. I morti fra le milizie palestinesi che affiancano l’Esercito siriano sono tanti, ma questo stillicidio porta a poco a poco i miliziani del Daesh a cedere. Finalmente, il 20 maggio viene raggiunto un accordo: gli ultimi miliziani sono disarmati e caricati su degli autobus diretti fra Palmira e Deir Ezzor. Quest’operazione porta a conclusione la presenza dello Stato Islamico e di ogni altra sigla jihadista a sud di Damasco.

Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora ora ridotto ad un cumulo di macerie, rappresenta con questa drammatica vicenda tutte le contraddizioni, ma poi anche tutta la forza ed il coraggio della sua popolazione palestinese. Grande è stato il tradimento, quanto grande la generosità di chi ha perso la vita per scacciare l’incubo del fondamentalismo a pochi km da Damasco.

Comitato del Martire Ghassan Kanafani – CMGK

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VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

Hispan TV

In un video divulgato dai media palestinesi si può vedere come diversi soldati del regime di Israele colpiscano e puntino le loro armi contro i medici che cercavano di assistere coloro che erano risultati feriti in una manifestazione in una zona occupata della Cisgiordania.

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Secondo quanto riporta questo sabato il portale South Front, l’incidente è occorso nella città cisgiordana di Al-Bireh e i fatti risalgono a metà marzo, quando centinaia di palestinesi partecipavano al funerale di un ragazzo di 19 anni assassinato da colpi di arma da fuoco dalle forze d’occupazione israeliane.

Il regime di Tel Aviv ha ricevuto la condanna della comunità internazionale per aver ucciso lunedì scorso, il giorno dell’insediamento molto discusso dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme, 61 palestinesi e ferito 2900 nella zona di confine con la Striscia di Gaza.

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Gerusalemme, a Gaza omicidi autorizzati. La legge internazionale li deve condannare.

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Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, da Amnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

thanks to: il Fatto Quotidiano

Giurista, studiosa di diritto penale internazionale

Perché i palestinesi protestano a Gaza?

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A cura del GPI. Perché i palestinesi protestano a Gaza?
95% dell’acqua non è potabile.
4 ore di elettricità al giorno.
45% disoccupati.
46% dei bambini soffrono di anemia acuta.
50% dei bambini non esprimono la volontà di vivere.
2 milioni di persone private della libertà di movimento.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

“Israele, come potrai dimenticare?” L’ultimo commento di Roger Waters sulla Palestina è da applausi

“Non posso esprimere adeguatamente i miei sentimenti in questo giorno della Nakba.

I miei sentimenti di profonda tristezza per tutti coloro che furono costretti a lasciare le loro case, minacciati di morte, 70 anni fa.

I miei sentimenti di compassione per tutte le madri, i padri, le sorelle, i fratelli, le zie, gli zii, i nonni morti durante tutti questi anni.

I miei sentimenti di assoluto disprezzo per il Presidente Trump e per Ivanka, Kushner, Adelson e il resto di quella odiosa e mortifera cricca.

I miei sentimenti di amore per i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina e per i rifugiati palestinesi in ogni altro luogo.

I miei sentimenti di amore per le mie sorelle e i miei fratelli ebrei, specialmente di 

facebook.com/JewishVoiceforPeace/?fref=mentions”>Jewish Voice for Peace. Vi riconosco, potrei piangere oggi per la vostra grande e continua umanità.

I miei sentimenti di ammirazione sconfinata per per tutte le persone di Gaza e della Cisgiordania per la loro eroica resistenza non violenta alla brutale occupazione israeliana.

I miei sentimenti di gratitudine per il Sud Africa, la Turchia e la Repubblica di Irlanda per avere ritirato in questo giorno i propri ambasciatori da Tel Aviv in protesta per il massacro di innocenti in corso.

I miei sentimenti di imponderabile pietà per Israele.

Israele, come potrai dimenticare?”

Roger Waters

Traduzione di Antonio Perillo

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40 martiri e almeno 2000 feriti. A Gaza è una carneficina. L’Onu parli ora o resterà imbavagliato per sempre

40 martiri e almeno 2000 feriti. A Gaza è una carneficina. L'Onu parli ora o resterà imbavagliato per sempreOggi, giornata della Nakba per i palestinesi, Trump ha reso, col suo appoggio da vecchio padrino, ancor più violenta la reazione di Israele alle giuste richieste di rispetto della legalità internazionale portate avanti in Palestina.

In particolare, in Cisgiordania, le proteste riguardano il tentativo di “rapina” di Gerusalemme, e lungo la Striscia di Gaza la  rivendicazione del diritto al ritorno (Risoluzione Onu 194 ignorata da Israele) e la rottura dell’illegale assedio israeliano.

La giornata lungo la STRISCIA DI GAZA è iniziata così: BRUCIANDO I VILLAGGI simboleggiati dalle tende degli accampamenti. Infatti stamattina poco dopo l’alba Israele ha mandato i suoi “aquiloni”. Ma non erano innocui né ironici aquiloni con la codina in fiamme. Erano piccoli aerei carichi di benzina con i quali ha volutamente dato fuoco alle TENDE DI ALCUNE FAMIGLIE della marcia. Sei feriti per cominciare. Ed era solo da poco passata l’alba.

Al momento, dopo la preghiera di metà giornata, si contano 40 martiri e la cifra è in continuo aggiornamento. Vogliamo ricordare che per i palestinesi si tratta di martiri e non semplicemente di vittime, e questo ha un significato che in ogni azione o guerra di resistenza nel mondo ha lo stesso significato: dare una spinta in avanti alla lotta e aggiungere coraggio e determinazione nei superstiti. I feriti al momento sono oltre 2000 e i carri armati stanno sparando colpi di mortaio all’interno della Striscia, nella zona a nord di Beit Lahia.

Intanto il portavoce israeliano delle forze armate, Avijaa Adraei,  ha comunicato in TV che se le proteste non cesseranno verrà bombardata Gaza con l’aviazione militare.

Davanti a una dichiarazione pubblica di tale criminale portata ci si aspetta una presa di posizione dell’ONU. Sulla base delle esperienze passate pensiamo che una presa di posizione arriverà e sarà un rimprovero a Israele per l’esagerata reazione alle proteste. Tutto qui.

Questo non risolverà ma probabilmente aggraverà il problema, perché il problema ha un nome preciso, anzi due: assedio e occupazione.

Se l’ONU mostrerà ancora una volta di essere impotente oltre che inefficace rispetto alle violazioni ed ai crimini israeliani, il mondo tutto, e non solo il Medio Oriente, ne pagheranno il prezzo. La legalità internazionale verrà ad essere concretamente quel che al momento è solo  una percezione  che però si alimenta sempre più di prove concrete, cioè diventerà carta straccia e il mondo sarà solo una giungla.

Intanto a Gaza un gruppo di giovani ha tagliato la rete dell’assedio ed è entrato, disarmato, in territorio israeliano. Questi giovani vogliono dimostrare che la libertà è un bene supremo e la gabbia in cui vivono da 11 anni deve essere rotta.

Ora ci sono davvero gli scontri, quelli che per un mese e mezzo non ci sono mai stati nonostante le parole scritte o pronunciate da giornalisti ignari e lontani da Gaza, erano solo omicidi e ferimenti di dimostranti pacifici. Ora ci sono scontri e sono molto duri. Da una parte la resistenza, dall’altra l’occupazione. Da una parte il desiderio di libertà, dall’altra la forza delle armi. Gli ospedali di tutta la Striscia non hanno più posti e si stanno attrezzando tutti  gli ambulatori, le cliniche, i centri medici per ospitare i feriti per l’emergenza.

Si parla per la prima volta di centinaia di giornalisti internazionali entrati per fornire le loro testimonianze. Al momento sappiamo che solo pochissimi sono realmente sul campo e saranno quelli, se l’onestà professionale avrà la meglio sulla censura, a testimoniare che se i Gazawi della “Grande marcia” seguiteranno ad essere coesi e al di sopra delle divisioni politiche dei vari leader, questo bagno di sangue segnerà una pagina di storia nel difficile percorso dell’indipendenza della Palestina. Sempre che i potenti della terra, in primis gli USA capiscano che è più conveniente scegliere la legalità internazionale piuttosto che la legge del più forte.

Patrizia Cecconi, 14 maggio 2018

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Le parole di Abu Mazen e l’ipocrisia dei governi sul sionismo

di Sergio Cararo

Come prevedibile, dopo Usa e Israele, anche l’Unione Europea ha condannato il presidente dell’Anp Abu Mazen per il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese. “Il discorso pronunciato il 30 aprile dal presidente palestinese Abu Mazen conteneva commenti inaccettabili sulle origini dell’Olocausto e sulla legittimità di Israele. Tale retorica gioverà solo a chiunque non voglia una soluzione a due Stati, che il presidente Abu Mazen ha ripetutamente sostenuto”.

Quando sentiamo che la parola d’ordine “pace in Medio Oriente, due popoli due stati” è regolarmente alla base delle dichiarazioni di leader politici europei e di chi vuole la pace, della sinistra e della destra europea, non possiamo non chiederci se c’è qualcosa che non quadra. Come mai un progetto così definito e con un consenso così unanime non ha mai fatto un passo in avanti negli ultimi venticinque anni dagli accordi di Oslo?

Prima Israele e Usa sostenevano che l’ostacolo era Arafat. Ma Abu Ammar è stato prima isolato, assediato e poi forse ucciso. Poi l’ostacolo era diventato Hamas che aveva vinto le elezioni. Poi era il contenuto delle preghiere del venerdi alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme o il contenuto dei libri di testo degli alunni palestinesi.
Adesso è diventato il discorso di Abu Mazen al Consiglio Nazionale Palestinese. Potrebbe andare avanti ancora per anni ma il risultato concreto prodotto vede, nei fatti, la negazione di ogni possibilità di nascita di uno Stato palestinese indipendente, con confini definiti, sovrani e riconosciuti internazionalmente.
La questione l’ha già liquidata Trump mesi fa quando ha detto che l’idea di uno Stato palestinese era ormai obsoleta e da rivedere. Ma l’ha liquidata pochi giorni fa anche il principe ereditario saudita Bin Salman quando, in visita negli Usa dove ha incontrato esponenti di rilievo dell’ebraismo statunitense, ha affermato che “i palestinesi devono accettare quello gli viene offerto, punto e basta”. Non solo, Bin Salman ha reso esplicita anche l’alleanza strategica tra Arabia Saudita e Israele affermando che il nemico dell’Arabia Saudita non è Israele ma l’Iran.
Noi dobbiamo rovesciare la logica ed anche rovesciare il tavolo dove ci vorrebbero costringere a ragionare ed agire.
Se in Medio Oriente il problema sono i rapporti di forza con Israele e la solitudine dei palestinesi traditi dai regimi arabi reazionari e filoimperialisti, il problema qui da noi – nei nostri dibattiti e nella nostra azione politica – è anche rompere il tabù del dibattito sul sionismo per affrontarlo in quanto ideologia e progetto politico coloniale perfettamente aderente alla logica colonialista nata proprio qui in Europa.
Dieci anni fa, in occasione del 60 anniversario della fondazione dello Stato di Israele, le elite dominanti in Italia hanno voluto dedicare la Fiera del Libro di Torino a Israele senza parlare della Palestina. Pensavano di poterlo fare senza problemi e con grande normalità, consumando così un vero e proprio politicidio della cultura, della identità e della storia dei palestinesi come se non esistessero, come se i popoli colonizzati fossero un dettaglio irrilevante della storia contemporanea. Ma fortunatamente glielo dieci anni fa glielo abbiamo impedito con una campagna politica efficace.
Tra pochi giorni, in occasione del 70° anniversario della fondazione dello Stato israeliano, ci proveranno nuovamente facendo partire il Giro d’Italia da Israele e proprio da “capitale a capitale”, cioè partenza da una Gerusalemme contesa e contestata come capitale di Israele e arrivo a Roma, capitale del paese organizzatore dell’evento.
Una operazione ben congegnata dagli apparati ideologici di stato israeliano e che, fortunatamente, anche in questa occasione sta incontrando proteste nel nostro paese da parte di chi vuole impedire il politicidio dei palestinesi.
Ma la grancassa suonata e amplificata sul discorso di Abu Mazen, sta rimettendo in moto anche un’altra impossibile simmetria contro cui dobbiamo batterci apertamente e cioè che chi è antisionista è anche antiebraico (non uso la categoria antisemitismo perché è sbagliata in tutti i sensi).
Partiamo da una domanda semplice semplice. Ma chi si oppone alla destra nel nostro paese e alla sua ideologia xenofoba, razzista, prevaricatrice è forse anti-italiano?
O chi lotta contro i neoconservatori statunitensi è forse antiamericano?
Ormai si arriva a negare che la politica, le ideologie, il diverso posizionamento politico, la storia, abbiano una loro logica e un loro ruolo negli sviluppo degli avvenimenti.
I sionisti italiani (che non sono necessariamente ebrei ma sono coloro che aderiscono appunto ad un progetto politico) sostengono che il sionismo sia come il Risorgimento italiano. Anche su questo occorre discutere di almeno un paio di questioni.
La prima è che va detto che non tutti gli ebrei europei fossero o siano sionisti. Nel primo Novecento c’erano infatti anche i Bundisti (che avevano l’egemonia fino agli anni Trenta essendo legati alle correnti ideologiche del movimento operaio in crescita in tutta Europa). Vogliamo dirlo che i sionisti hanno collaborato con le forze più reazionarie europee per indebolire e annientare i bundisti? Vogliamo dirlo che l’insurrezione del Ghetto di Varsavia è stata guidata dai bundisti e dai comunisti anche contro quei sionisti che collaboravano con l’occupazione nazista?
Secondo. Se il Risorgimento italiano ha portato ad una delicata (e oggi vediamo ancora quanto fragile) unità nazionale del paese, possiamo negare che quella del Tirolo e di alcuni parti della Slovenia e della Croazia è stata una annessione colonialista prima e fascista poi? Che il Risorgimento e il nazionalismo di stampo liberale hanno prodotto anche il colonialismo italiano in Africa, l’ideologia della Quarta Sponda e della Grande Proletaria che si è mossa?
Dentro la storia, le forze in campo si dividono per classi sociali, per ideologia, per interessi materiali e ambizioni politiche. L’unicità dell’ebraismo intorno al sionismo e dunque intorno al progetto di uno stato ebraico in Israele, è una menzogna smentita dalla storia e dall’attualità.
Ci sono stati nella storia e ci sono oggi migliaia di ebrei in Israele e nel mondo che non sono affatto sionisti e al contrario si battono – in quanto soggetti politici – contro il progetto sionista.
Il peso dello sterminio degli ebrei in Europa da un lato ha trasformato un orrore indiscutibile in uno standard acritico che devia e condiziona continuamente il dibattito sulla questione palestinese, dall’altro ha innescato un blocco nel dibattito e nell’analisi storica, che ha privato la sinistra di ogni supporto intellettualmente attivo, che l’ha inchiodata alla ritirata culturale e politica davanti alla spregiudicatezza degli apparati ideologici dello stato israeliano.
Avendo accettato senza reagire che gli storici, i giornalisti, gli intellettuali, i registi italiani, europei, israeliani e palestinesi venissero ostracizzati o ridotti al silenzio dagli anatemi dei gruppi sionisti, la sinistra da dove poteva attingere le idee per rinnovare una identità internazionalista adeguata alle sfide del XXI° Secolo?
Le ultime edizioni delle manifestazioni del 25 aprile a Roma o la campagna per il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dedicata a Israele dieci anni fa, hanno dimostrato che se c’è ed agisce concretamente una soggettività attiva, una rete di associazioni, attivisti, intellettuali con una logica internazionalista che “tiene il punto”, che non abbassa la testa e non capitola davanti agli assalti del blocco sionista in Italia, può accadere che gli intellettuali, i giornalisti, il popolo della sinistra e finanche qualche dirigente politico prenda coraggio e che i palestinesi si sentano – finalmente – meno soli nella loro lotta di liberazione.
Alcuni anni fa Gino Strada disse una cosa importante: “Oggi è come ti schieri contro guerra e non sulla pace la vera discriminante”. Per questo non dobbiamo arretrare di un millimetro dalla tesi che nessuna pace sia possibile o accettabile in Medio Oriente senza rendere giustizia al popolo palestinese.

( Fonte: Contropiano.org )

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La bufala di Abu Mazen “antisemita”. Fact-checking delle sue dichiarazioni

I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita.

di Vincenzo Brandi

Il più grande popolo semita della Terra è il popolo arabo del Medio Oriente. Ma perché un suo rappresentante, il palestinese Mohamed Abbas, detto Abu Mazen, dovrebbe fare dichiarazioni antisemite?
I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita. Ma cosa ha detto esattamente il notoriamente moderato rappresentante palestinese? Egli è certamente esacerbato dal fallimento di 20 anni di inutili trattative con Israele, la cui politica diventa sempre più spietata verso la popolazione palestinese cacciata, espropriata, assediata e sottoposta ad occupazione militare, e sempre più guerrafondaia con le continue provocazioni e gli attacchi contro Siria, Libano e Iran. Ma le dichiarazioni di Abu Mazen in realtà espongono con chiarezza fatti noti che si cerca di oscurare con un fuoco di sbarramento fatto di false accuse infamanti.

Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha ricordato che Israele è una realtà coloniale creata dall’Impero Britannico. Ed infatti è noto che la Palestina, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, fu data in custodia coloniale (o “mandato”) alla Gran Bretagna che ne profittò per far affluire nell’area un gran numero di immigrati ebrei conquistati dall’ideologia sionista che predicava il “ritorno” in Palestina. La cosa era stata concordata tra il ministro inglese Lord Balfour ed i dirigenti sionisti.

Affluirono così in Palestina, paese allora abitato quasi esclusivamente da Arabi, centinaia di migliaia di coloni ebrei sionisti. Le proteste e le rivolte palestinesi tra il 1936 ed il 1939 furono represse con migliaia di morti dall’esercito britannico spalleggiato da milizie ebraiche.

Abu Mazen ha giustamente ricordato che la maggior parte di questi coloni non avevano nulla a che fare con gli antichi Ebrei (antiche tribù semite simili agli Arabi), ma erano Askenaziti, ovvero popolazioni di origini turco-ucraine. Per chi non vuole crederci consiglio di leggere il bel libro del professore ordinario di storia dell’Università di Tel Aviv, l’israeliano ebreo Shlomo Sand: “L’Invenzione del Popolo Ebraico”. Sand ricordava che altri Ebrei moderni sono di origine berbera (i Sefarditi), o etiopica (i Falashah). Solo una minoranza è semita (quella di origine araba!).

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, sotto la spinta degli Stati Uniti, l’ONU propose una spartizione truffaldina della Palestina: il 55% del territorio doveva andare ai coloni ebrei, che allora erano meno del 30% della popolazione.

Intere zone abitate solo da Arabi venivano assegnate al progettato stato ebraico. Questo fu il segnale per le ben organizzate milizie ebraiche e per i gruppi terroristi ebraici guidati da Begin e Shamir per iniziare una feroce pulizia etnica delle popolazione arabe, che continuò nel 1948 con la cacciata di due terzi della popolazione araba, finita profuga nei paesi vicini. Il 15 maggio 1948 fu proclamato lo stato di Israele su quasi il 78% della Palestina, ben oltre i confini previsti dalla stessa ONU. Questo avvenimento è giustamente ricordato dai Palestinesi come la “Nakba”, cioè la catastrofe. Il tardivo e debole intervento di alcuni stati arabi non modificò la situazione.
Nel 1967 l’occupazione della Palestina fu completata con la guerra dei 6 giorni ed iniziò l’ulteriore colonizzazione di quel 22% di territorio rimasto ai Palestinesi, compresa Gerusalemme Est, cioè la parte araba di Gerusalemme.

I soliti giornalisti ed i sionisti fanatici, come la nota Fiammetta Nierestein, residente come colona a Gerusalemme Est, si sono accaniti in particolare contro una frase di Abu Mazen che ricordava come le passate persecuzioni contro le comunità ebraiche in Europa (ma non nei paesi arabi dove gli Ebrei potevano vivere tranquillamente!) erano legate anche a fattori non religiosi, ma sociali, come la pratica del prestito ad interesse che era praticato da alcuni rappresentanti delle comunità ebraiche, essendo vietata nel Medio Evo ai Cristiani. Sul perché delle passate persecuzioni, che nessuno nega, ci sarebbe da discutere, ma profittare di questa frase per gettare fango su un esponente sempre molto moderato e fin troppo disponibile come Abu Mazen è ridicolo.

Ci sarebbe da discutere anche sui motivi di più recenti persecuzioni, come quella operata dai Nazisti in Germania. Si può pensare che abbia giocato un motivo cinicamente demagogico come quello di gettare sugli Ebrei (che in realtà erano molto ben inseriti nella società tedesca) la colpa delle difficoltà economiche in cui versavano il proletariato e la piccola borghesia tedesca, fidando sul consenso della parte meno cosciente del proletariato e della piccola borghesia sciovinista. Questo però non giustifica la feroce occupazione e la pulizia etnica della Palestina (così ben descritta nel classico libro di un altro noto storico israeliano, Ilan Pappe) operata contro una popolazione che mai aveva perseguitato gli Ebrei.

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“Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi

Mintpressnews.com. Di  Whitney WebbI massicci raduni e le campagne su Facebook che invocano il genocidio dei Palestinesi vengono ignorati dai media mainstream occidentali e da Facebook stesso, nonostante la preoccupazione e le collaborazioni volte a fermare gli “appelli alla violenza”.
Dallo scorso ottobre, il governo israeliano ha accusato i Palestinesi e i loro alleati di “incitamento alla violenza” contro gli Israeliani, sebbene solo 34 Israeliani siano morti in quel periodo rispetto ai 230 palestinesi. L’aumento della violenza è stato attribuito a un’invasione israeliana condannata a livello internazionale delle terre palestinesi nella contesa Cisgiordania.
La preoccupazione del governo israeliano per le recenti violenze lo ha portato ad arrestare i Palestinesi per i contenuti pubblicati nei social media, poiché porterebbero potenzialmente a crimini. Quest’anno sono stati arrestati 145 palestinesi per “crimini” di “incitamento” sui social media. Questa pratica alla fine ha condotto il governo israeliano e Facebook a collaborare, e lo sforzo per frenare l’incitamento nei social media ha significato al blocco di diversi account Facebook di giornalisti e agenzie stampa palestinesi.
Tuttavia, i social media, così come i principali media occidentali, non hanno condannato l”‘incitamento” israeliano contro i Palestinesi, la cui pratica è sorprendentemente comune, considerata la scarsa o nessuna attenzione che riceve. Spesso questi post, immagini e manifestazioni anti-palestinesi sono pieni di richieste di genocidio, con grida di “Morte a tutta la nazione araba” e “Uccidili tutti”.
Persino il Times of Israel ha pubblicato un articolo su “Quando il genocidio è ammissibile” in riferimento al trattamento riservato da Israele ai Palestinesi. Sebbene alla fine il post sia stato rimosso, indica una mentalità fin troppo comune e pericolosa che i social media, il governo israeliano e i media occidentali “convenientemente” ignorano.
Un’agenzia di stampa israeliana ha perfino messo alla prova l’allora sospetto trattamento preferenziale e ha scoperto che Facebook e le autorità israeliane trattano in maniera differente le richieste di vendetta da parte di Palestinesi e Israeliani.
Anche i grandi raduni che chiedono il genocidio palestinese sono stati ignorati interamente dai social media e da quelli delle corporation. All’inizio di quest’anno, a Tel Aviv si è tenuta una massiccia  manifestazione anti-palestinese in cui a migliaia hanno chiesto la morte di tutti gli Arabi. La manifestazione è stata organizzata per sostenere un soldato israeliano che ha ucciso un Palestinese già ferito sparandogli alla testa in una “esecuzione”.
Il soldato Elor Azaria è stato accusato di omicidio colposo per un’uccisione in territorio sovrano palestinese nella città di Hebron.
A Hebron vi è un insediamento ebraico illegale, ma nonostante la sua illegalità è protetto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Ciò ha portato a frequenti scontri tra israeliani e palestinesi nell’area.
Alla manifestazione di Tel-Aviv hanno partecipato circa 2.000 persone e diverse icone pop israeliane hanno intrattenuto i partecipanti, tra cui Maor Edri, Moshik Afia e Amos Elgali, insieme al rapper Subliminal. I canti di “Elor [il soldato] è un eroe” e gli appelli per liberarlo erano frequenti. Una donna è stata fotografata con un cartello con la scritta “Uccidili tutti”.
Un giornalista ebreo presente sulla scena ha osservato che sembrava “più di qualsiasi altra cosa, una celebrazione dell’omicidio”. Nonostante l’evidente animosità e l’incitamento resi evidenti durante il raduno, non è difficile immaginare quale sarebbe stata la risposta se si fosse trattato di una manifestazione pro-palestinese con la richiesta di morte diretta agli ebrei. Il netto divario tra ciò che è ammissibile per i Palestinesi e ciò che è permesso  agli Israeliani dovrebbe riguardarci tutti come il fatto che il diffuso pregiudizio dei social media, della stampa e molti governi minacciano di renderci ciechi dalle realtà del conflitto israelo-palestinese.
Traduzione per InfoPal di Bushra Al Said

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“Supremacy”, il brano di Roger Waters per i palestinesi

 

L’ex componente della storica band dei Pink Floyd ha voluto esprimere, tra le  altre cose, la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele

Roger Waters (foto Afp)

della redazione

Roma, 16 marzo 2018, Nena NewsSi intitola “Supremacy” il nuovo brano a sostegno dei palestinesi di Roger Waters, ex componente della storica band dei Pink Floyd, che con esso ha voluto esprimere la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele.

“Supremacy” paragona la storia dei soprusi sui palestinesi a quella dei coloni americani contro gli indiani d’America. Il brano è stato realizzato con la collaborazione del trio di musicisti “Joubran” che ha messo in musica i versi del poema “Il penultimo discorso del pellerossa all’uomo bianco” del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish.

Waters è considerato un nemico dal governo Netanyahu perché è un attivista del movimento Bds, movimento internazionale che esorta al boicottaggio di Israele, ed assieme ad altre personalità del mondo dell’arte e dello spettacolo, tra le quali il regista Ken Loach, condanna le politiche di occupazione nei territori palestinesi praticate da Tel Aviv. Tra le sue ultime iniziative ci sono le lettere aperte contro i musicisti che accettano di tenere tour in Israele nonostante la repressione della popolazione palestinese. Hanno fatto notizia quelle indirizzate ai Radiohead e a Nick Cave.

Il musicista si è avvicinato molto alla causa palestinese dopo il 2002, in seguito alla costruzione del Muro di separazione israeliano nella Cisgiordania occupata e intorno a Gerusalemme. Una barriera che ha condannato con forza in molteplici occasioni, in particolare durante le sue visite nei Territori occupati, e che ha accostato ai contenuti espressi nel capolavoro dei Pink Floyd, “The Wall”.

thanks to: Nena News

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