“Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi

Mintpressnews.com. Di  Whitney WebbI massicci raduni e le campagne su Facebook che invocano il genocidio dei Palestinesi vengono ignorati dai media mainstream occidentali e da Facebook stesso, nonostante la preoccupazione e le collaborazioni volte a fermare gli “appelli alla violenza”.
Dallo scorso ottobre, il governo israeliano ha accusato i Palestinesi e i loro alleati di “incitamento alla violenza” contro gli Israeliani, sebbene solo 34 Israeliani siano morti in quel periodo rispetto ai 230 palestinesi. L’aumento della violenza è stato attribuito a un’invasione israeliana condannata a livello internazionale delle terre palestinesi nella contesa Cisgiordania.
La preoccupazione del governo israeliano per le recenti violenze lo ha portato ad arrestare i Palestinesi per i contenuti pubblicati nei social media, poiché porterebbero potenzialmente a crimini. Quest’anno sono stati arrestati 145 palestinesi per “crimini” di “incitamento” sui social media. Questa pratica alla fine ha condotto il governo israeliano e Facebook a collaborare, e lo sforzo per frenare l’incitamento nei social media ha significato al blocco di diversi account Facebook di giornalisti e agenzie stampa palestinesi.
Tuttavia, i social media, così come i principali media occidentali, non hanno condannato l”‘incitamento” israeliano contro i Palestinesi, la cui pratica è sorprendentemente comune, considerata la scarsa o nessuna attenzione che riceve. Spesso questi post, immagini e manifestazioni anti-palestinesi sono pieni di richieste di genocidio, con grida di “Morte a tutta la nazione araba” e “Uccidili tutti”.
Persino il Times of Israel ha pubblicato un articolo su “Quando il genocidio è ammissibile” in riferimento al trattamento riservato da Israele ai Palestinesi. Sebbene alla fine il post sia stato rimosso, indica una mentalità fin troppo comune e pericolosa che i social media, il governo israeliano e i media occidentali “convenientemente” ignorano.
Un’agenzia di stampa israeliana ha perfino messo alla prova l’allora sospetto trattamento preferenziale e ha scoperto che Facebook e le autorità israeliane trattano in maniera differente le richieste di vendetta da parte di Palestinesi e Israeliani.
Anche i grandi raduni che chiedono il genocidio palestinese sono stati ignorati interamente dai social media e da quelli delle corporation. All’inizio di quest’anno, a Tel Aviv si è tenuta una massiccia  manifestazione anti-palestinese in cui a migliaia hanno chiesto la morte di tutti gli Arabi. La manifestazione è stata organizzata per sostenere un soldato israeliano che ha ucciso un Palestinese già ferito sparandogli alla testa in una “esecuzione”.
Il soldato Elor Azaria è stato accusato di omicidio colposo per un’uccisione in territorio sovrano palestinese nella città di Hebron.
A Hebron vi è un insediamento ebraico illegale, ma nonostante la sua illegalità è protetto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Ciò ha portato a frequenti scontri tra israeliani e palestinesi nell’area.
Alla manifestazione di Tel-Aviv hanno partecipato circa 2.000 persone e diverse icone pop israeliane hanno intrattenuto i partecipanti, tra cui Maor Edri, Moshik Afia e Amos Elgali, insieme al rapper Subliminal. I canti di “Elor [il soldato] è un eroe” e gli appelli per liberarlo erano frequenti. Una donna è stata fotografata con un cartello con la scritta “Uccidili tutti”.
Un giornalista ebreo presente sulla scena ha osservato che sembrava “più di qualsiasi altra cosa, una celebrazione dell’omicidio”. Nonostante l’evidente animosità e l’incitamento resi evidenti durante il raduno, non è difficile immaginare quale sarebbe stata la risposta se si fosse trattato di una manifestazione pro-palestinese con la richiesta di morte diretta agli ebrei. Il netto divario tra ciò che è ammissibile per i Palestinesi e ciò che è permesso  agli Israeliani dovrebbe riguardarci tutti come il fatto che il diffuso pregiudizio dei social media, della stampa e molti governi minacciano di renderci ciechi dalle realtà del conflitto israelo-palestinese.
Traduzione per InfoPal di Bushra Al Said

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“Supremacy”, il brano di Roger Waters per i palestinesi

 

L’ex componente della storica band dei Pink Floyd ha voluto esprimere, tra le  altre cose, la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele

Roger Waters (foto Afp)

della redazione

Roma, 16 marzo 2018, Nena NewsSi intitola “Supremacy” il nuovo brano a sostegno dei palestinesi di Roger Waters, ex componente della storica band dei Pink Floyd, che con esso ha voluto esprimere la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele.

“Supremacy” paragona la storia dei soprusi sui palestinesi a quella dei coloni americani contro gli indiani d’America. Il brano è stato realizzato con la collaborazione del trio di musicisti “Joubran” che ha messo in musica i versi del poema “Il penultimo discorso del pellerossa all’uomo bianco” del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish.

Waters è considerato un nemico dal governo Netanyahu perché è un attivista del movimento Bds, movimento internazionale che esorta al boicottaggio di Israele, ed assieme ad altre personalità del mondo dell’arte e dello spettacolo, tra le quali il regista Ken Loach, condanna le politiche di occupazione nei territori palestinesi praticate da Tel Aviv. Tra le sue ultime iniziative ci sono le lettere aperte contro i musicisti che accettano di tenere tour in Israele nonostante la repressione della popolazione palestinese. Hanno fatto notizia quelle indirizzate ai Radiohead e a Nick Cave.

Il musicista si è avvicinato molto alla causa palestinese dopo il 2002, in seguito alla costruzione del Muro di separazione israeliano nella Cisgiordania occupata e intorno a Gerusalemme. Una barriera che ha condannato con forza in molteplici occasioni, in particolare durante le sue visite nei Territori occupati, e che ha accostato ai contenuti espressi nel capolavoro dei Pink Floyd, “The Wall”.

thanks to: Nena News

BDS, movimento per i diritti dei palestinesi proposto per il premio Nobel per la pace

Il movimento BDS cerca di porre fine a mezzo secolo di governo militare israeliano su 4,5 milioni di palestinesi, incluso il devastante assedio illegale di dieci anni che punisce e soffoca collettivamente circa 2 milioni di palestinesi a Gaza. Copertina: Bjørnar Moxnes è un membro del parlamento norvegese.

di Bjørnar Moxnes

OSLO, Norvegia, 2 febbraio, 2018 (IPS) – In qualità di membro del parlamento norvegese con orgoglio uso la mia autorità come deputato eletto per proporre il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per i diritti dei palestinesi per il Premio Nobel per la Pace.

Proporre il movimento BDS per questo riconoscimento è perfettamente in linea con i principi che io e il mio partito abbiamo molto cari. Come il movimento BDS, siamo pienamente impegnati nel fermare una politica sempre più in ascesa, razzista e di destra che investe il nostro mondo e a garantire libertà, giustizia e uguaglianza per tutte le persone.
Ispirato al movimento anti-apartheid sudafricano e al movimento americano per i diritti civili, il movimento BDS guidato dai palestinesi è un movimento pacifico e globale per i diritti umani che sollecita l’uso dei boicottaggi economico e culturale per porre fine alle violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e del diritto internazionale.

Il movimento BDS cerca di porre fine a mezzo secolo di governo militare israeliano su 4,5 milioni di palestinesi, incluso il devastante assedio illegale di dieci anni che punisce e soffoca collettivamente circa 2 milioni di palestinesi a Gaza, alle continue espulsioni forzate di palestinesi dalle loro case e al furto di terra palestinese con la costruzione di colonie illegali nella Cisgiordania occupata.

Cerca eguali diritti per i cittadini palestinesi di Israele, attualmente discriminati da decine di leggi razziste, e di garantire il diritto legale riconosciuto internazionalmente ai profughi palestinesi di tornare alle case e alle terre da cui sono stati espulsi.

I profughi palestinesi costituiscono quasi il 50% di tutti i palestinesi e viene loro negato il diritto al ritorno, garantito dal diritto a tutti i profughi, semplicemente a causa della loro appartenenza etnica.

Gli obiettivi e le aspirazioni del movimento BDS per i diritti umani fondamentali sono irreprensibili. Dovrebbero essere sostenuti senza riserve da parte di tutte le persone e degli stati democraticamente orientati.
La comunità internazionale ha una lunga storia di sostegno a misure pacifiche come il boicottaggio e il disinvestimento contro le aziende che traggono profitto dalle violazioni dei diritti umani. Il sostegno internazionale a tali misure è stato fondamentale nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa e il regime coloniale razzista nell’ex Rhodesia.

Se la comunità internazionale si impegna a sostenere il BDS per porre fine all’occupazione del territorio palestinese e all’oppressione del popolo palestinese, si aprirà una nuova speranza per una pace giusta per palestinesi, israeliani e tutti i popoli del Medio Oriente.

Il movimento BDS è stato sostenuto da personaggi di spicco, tra cui gli ex vincitori del premio Nobel per la pace Desmond Tutu e Mairead Maguire. Sta guadagnando il sostegno di sindacati, associazioni accademiche, chiese e movimenti di base per i diritti dei profughi, degli immigrati, dei lavoratori, delle donne, delle popolazioni indigene e della comunità LGBTQI. È sempre più abbracciato da gruppi progressisti ebraici e da movimenti antirazzisti in tutto il mondo.

Undici anni dopo il lancio del BDS, è giunto il momento per noi di impegnarci a non fare del male, e per tutti gli stati di ritirare la loro complicità nell’occupazione militare israeliana, al regime razzista di apartheid, al furto in corso di terra palestinese e ad altre gravi violazioni dei diritti umani.
Assegnare un premio Nobel per la pace al movimento BDS sarebbe un segno potente che dimostra che la comunità internazionale è impegnata a sostenere una pace giusta in Medio Oriente e l’utilizzo di mezzi pacifici per porre fine al dominio militare e alle più ampie violazioni del diritto internazionale.

La mia speranza è che questa nomina possa essere un passo umile ma necessario per portare avanti un futuro più dignitoso e bello per tutti i popoli della regione.

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina
Fonte: http://www.ipsnews.net/2018/02/bds-movement-palestinian-rights-nominated-nobel-peace-prize/

Sorgente: BDS, movimento per i diritti dei palestinesi proposto per il premio Nobel per la pace – Invictapalestina

Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

Fotoreporter palestinese colpito all’occhio dall’esercito israeliano

Memo. Sabato scorso un fotoreporter palestinese è stato colpito all’occhio dall’esercito israeliano durante gli scontri che sono scoppiati in Cisgiordania, nella città di Nablus.

Nedal Eshtayah, un fotoreporter che lavora per la cinese Xinhua press agency e per l’agenzia palestinese Safa, è stato colpito da una pallottola di gomma all’occhio sinistro e portato in un ospedale di Nablus per ricevere assistenza medica.

“La palpebra di Eshtayah è stata lesa, causando rigonfiamento al suo occhio sinistro”, ha dichiarato una fonte medica anonima alla Anadolu Agency.

Ha inoltre riferito che il fotoreporter ha ricevuto cure mediche presso l’ospedale dopodiché è stato dimesso ed è tornato a casa.

Eshtayah ha dichiarato alla Anadolu Agency che una pallottola di gomma ha perforato il vetro della sua maschera antigas, colpendo il suo occhio.

“L’esercito [israeliano] ha aperto il fuoco in modo massiccio contro i contestatori ed il personale dei media”, ha aggiunto.

Le truppe dell’esercito israeliano si sono scontrate sabato con decine di Palestinesi nel sud di Nablus, durante una marcia per la commemorazione del 67° anniversario dal giorno della Nakba.

I Palestinesi hanno ricordato l’anniversario con marce e manifestazioni a partire da venerdì.

Il 15 maggio di ogni anno i Palestinesi commemorano il giorno della Nakba – quando lo stato di Israele fu fondato – per riaffermare il loro diritto al ritorno sulla terra dalla quale i loro progenitori furono sfollati con la forza dai gruppi sionisti nel 1948.

Il termine Nakbacatastrofe  in arabo – viene usato dai Palestinesi per indicare la loro espulsione in massa e il dislocamento dalle loro case e terre ancestrali della Palestina nel 1948.

Gli ebrei commemorano la stessa occasione come il giorno dell’indipendenza di Israele.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

La Palestina aderisce al Tribunale dell’Aja

L’occupazione israeliana dei Territori e i bombardamenti di Gaza. Questi i casi del dossier che i palestinesi presenteranno alla Corte per denunciare le violazioni israeliane. Iniziate le indagini preliminari

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosideetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

thanks to: forumpalestina

Nena News

“Je suis Charlie” ma…non su Palestina-Israele. Liberta’ accademica tra censure, cesure e dissenso

di Ruba Salih (School of Oriental and African Studies, University of London)

Roma, 16 Febbraio 2016 – Qualche mese fa venne pubblicata una storia abbastanza inusuale sulla rivista Yedioth Hakibbutz, la rivista del kibbutz Degania. La prima pagina recitava: “Abbiamo espulso, bombardato e ucciso”. Il titolo richiamava una intervista di tre pagine contenuta all’interno della rivista con l’ex combattente dell’ allora Palmach, e residente del Kibbutz, Mr Kahanovich, nella quale appunto quest’ultimo raccontava dalla Guerra del 1948 e confessava il suo ruolo e la sua partecipazione alla espulsione e uccisione di civili palestinesi durante gli eventi.

Qualche mese prima, Kahanovich fu intervistato come parte di un progetto portato avanti dalla organizzazione no-profit e pacifista Zochorot (ricordare), una associazione culturale che in Israele si propone di ricordare gli avvenimenti della Nakba dai punti di vista sia israeliano che palestinese. La testimonianza di Kahanovich attiro’ appunto l’attenzione dei redattori della rivista del Kibbutz.

La testimoniaza di Kahavonich, ovviamente, tocca uno degli eventi piu’ duri della Guerra del 1948: l’uccisione a sangue freddo di civili palestinesi che scappavano e cercavano rifugio dai combattimenti all’interno della moschea di Lod.

Kahanovich racconto’ che gli era stato ordinato di uccidere qualunque palestinese avesse tentato di fuggire dalla processione di rifugiati che marciavano fuori dai loro villaggi nel tentativo di tornare alla propria casa o villaggio. Anche se in alcuni tratti dell’intervista Kahanovich mostra onesto rimorso, in altri brani spiega di non “avere avuto scelta”: “Fin dal principio l’intenzione era di espellerli, questi erano gli ordini dei capi, Yigal Alon and Yitzhak Sadeh. Altre volte avevamo ordini di sparare ad uno o due civili, cosi’ che gli altri potessero capire il messaggio e andarsene di propria volonta”. “Bisogna capire’, continua Kahanovich: “Se non avessimo distrutto la casa dell’Arabo, ci sarebbe stato per sempre un suo desiderio di ritorno. Se non c’e piu’ la tua casa, non c’e’ piu’ il tuo villaggio, non c’e luogo a cui volere e poter ritornare”.

Ci sono varie ragioni per cui ho deciso di cominciare il mio breve intervento e dialogo con Ilan citando questa dura testimonianza.

La prima, per sottolineare come nella sfera pubblica israeliana stiano trovando spazio testimonianze e racconti di protagonisti degli eventi del 1948 che sottolineano apertamente come l’espulsione dei palestinesi non fosse stata il risultato accidentale degli eventi bellici, come sostengono alcuni storici israeliani, ma fosse parte di precisi ordini e disegni militari, come da lungo tempo denuncia Ilan Pappe’ nei suoi numerosi lavori storiografici sulla pulizia etnica della Palestina.

Una seconda ragione ha a che vedere con il bisogno di riflettere e comprendere le ragioni per le quali in alcuni luoghi supposti liberali, che pongono la liberta’ di pensiero, di informazione e di parola come sacra, il dibattito storiografico, o anche semplicemente tracce di testimonianze come quella di Kahanovich, sembrano divenire sempre piu’ rari o, dove esistono o resistono, sono sotto continuo attacco. (Certamente il problema della censura rispetto a questa giornata di studi e riflessioni ne e’ una triste prova). Per quali ragioni il dibattito su alcuni temi e fatti, a partire dal 1948 fino ad arrivare alle piu’ recenti guerre su Gaza, e’ soggetto ad anacronistiche cesure, censure o autocensure?

Vorrei proporre alcune sollecitazioni in tal senso, e complicare la classica, ancorche’ non priva di verita’, interpretazione per cui questi silenziamenti attorno alla natura del conflitto e alle sofferenze dei palestinesi siano da attribuire alla mera asimmetria di potere sul campo oggi. Credo che il silenziamento – e le retoriche che lo accompagnano nel tentativo di legittimarlo – ci parlino di qualcosa di piu’ profondo, di una sorta di tabu’ costitutivo, di una profonda incapacita’ auto-rilfessiva rispetto ai paradossi della storia moderna europea. Una modernita’ che, come ci ricorda il sociologo Zygmunt Bauman nei suoi vari e fondamentali saggi, ha al contempo prodotto i diritti umani e il genocidio, ha portato ordine ed emancipazione al posto del chaos, ma al prezzo della rinuncia verso alcune liberta’ fondamentali. Ha dato vita e liberta’ ad alcuni a prezzo dell’esclusione di altri. Liberta’, empancipazione stato di diritto quindi di pari passo a colonialismo, genocidio, nazi-fascismo. Serve quindi una riflessione profonda sui legami tra silenziamenti e narrazioni, tra dicibile e indicibile.

Le cesure e censure in molti luoghi mainstream delle sfere pubbliche liberali, sulle responsabilita’ e i torti di Israele e le sofferenze e i diritti negati ai palestinesi, possono essere letti come metafora della incapacita’ di fare luce e superare le grandi ambivalenze della storia del 900, ambivalenze che riverberano negli eventi contemporanei: da Charlie Hebdo, all’attacco di Copenhagen, dall’ Islamophobia dilagante alle guerre neo-coloniali, oggi chiamate ‘umanitarie’, e che vengono auspicate come difesa dei principi liberali quando il ‘chaos’ arriva vicino o nasce dentro il cuore dell’Europa.

Tornando alla citazione di Kahanovich, c’e’ un altra ragione per cui la ho scelta. Negli ultimi anni si viene sempre piu’ naturalizzando un “paradigma” che fa eco ad un curioso fondamentalismo positivista per cui chi produce sapere critico su Israele e sulla questione palestinese viene tacciato di “essere di parte”, di avere un’ agenda politica, di essere ancora peggio “ideologico”, di usare le fonti e le testimonanze (se siamo antropologi) a fini politici e di propaganda e, se originario o legato a vario titolo a quelle terre, di essere cosi’ emotivamente coinvolto da non essere in grado di produrre rappresentazioni “oggettive”. In sostanza, di non sapere o volere operare una distinzione tra il personale e il politico, tra se’ e il mondo che ci circonda e di cui siamo parte. Questo richiamo selettivo all’oggettivita’ e’ tanto piu’ grottesco in quanto ripropone criteri epistemologici di separazione tra soggettivita’ e oggettivita’ che si pensavano superati da decenni nelle scienze sociali ed umanistiche, dove le responsabilita’ etiche, politiche e morali dell’intellettuale non sono piu’ concepite come in antitesi con il rigore scientifico del metodo e dei criteri delle discipline a cui ognuno di noi e’ ancorato.

In realta’ questi non sono che tentativi di limitare la liberta’ di discussione e il pensiero critico, ma che rivelano una miopia storica ed epistemologica facilmente smascherabile. Alla scorso meeting annuale della American Anthropology Association, nel Dicembre 2014, un gruppo di accademici ha proposto una mozione mirante a porre fine sul nascere alla discussione sull’ eventuale appoggio degli antropologi, e della associazione stessa, al boiccotaggio delle istituzioni accademiche israeliane (BDS). Alcuni degli interventi hanno sostenuto con convinzione che il mondo accademico non possa essere il luogo principe per dibattiti di natura ‘politica’.

Dall’altra parte si sono levate numerosissime voci che hanno ricordato come fin dalla mobilitazione contro la guerra in Vietnam negli anni ‘60 e ’70, passando per l’invasione di Israele del sud del Libano agli inizi degli anni ’80, o l’Apartheid in Sudafrica, i meeting della AAA siano stati tradizionalmente luoghi di discussione politica, mobilitazione e dibattiti che duravano fino a tarda notte. Altri hanno sottolineato come la maggioranza delle istituzioni accademiche in Israele siano legate a doppio filo alla dimensione politica con investimenti diretti nel settore militare, ricerca scientifica sullo sviluppo di tecniche di controllo e distruzione messe in atto nei Territori Occupati, finanziamento di universita’ e progetti di ricerca negli insediamenti, per citare solo alcuni esempi. Allo stesso modo, le universita’ palestinesi sono targets costanti delle forze di occupazione israeliane le quali, regolarmente negli ultimi anni, hanno distrutto le infrastutture universitarie palestinesi, impedito il regolare svolgimento della attivita’ accademica e represso la mobilita’ di studenti e docenti palestinesi.

La votazione mirante a censurare il dibattito e’ stata sconfitta da 653 voti contro una sparuto gruppo di 27 votanti a favore. Lo stesso risultato si era avuto il mese precedente alla conferenza annuale della Middle East Studies Association, dove una minoranza di accademici ha tentato di fare passare una simile mozione, incontrando la resistenza di circa 500 studiosi dell’area. Naturalamente, queste votazioni non possono essere lette con la semplice lente che oppone accademici “pro-Bds ad accademici “anti-Bds”, ma piuttosto come una netta difesa, da parte di centinaia di studiosi, della liberta’ e dignita’ accademica, un chiaro richiamo alla responsabilita’ civile e politica, al dissenso e alla mobilitazione politica nei luoghi deputati alla produzione e diffusione di sapere.

Come ebbe a dire March Bloch, il grande storico sociale francese, fondatore delle Annales in Francia e della storia sociale: “L’ignoranza del passato non solo nuoce alla conoscenza del presente ma compromette nel presente l’azione medesima.”

Ricostruire la storia del conflitto, e dei ruoli, delle idee e delle ideologie in esso coinvolte, non puo’ essere un esercizio puramente accademico o intellettuale, un esercizio fine a se stesso, artificialemente astratto dalla necessita’ dell’azione. Tale esercizio puo’ e deve trascendere i perimetri delle aule universitarie e delle biblioteche perche’ e’ il terreno su cui si deve osare e pensare gli scenari di coesistenza in Palestina ed Israele.

In questo contesto, allora, la separazione tra cultura e sapere critico, e tra produzione accademica e posizionamento individuale diviene pretestuosa. Non solo si propone l’idea di un mondo accademico sconnesso da quello reale, un a-storico feticismo dell’ “oggettivo” che prescinde dalla nostra esistenza. Ma si nega la storicamente viva e vera natura della produzione del sapere. Come accademici non solo siamo parte integrante e frutto del mondo in cui viviamo, ma abbiamo responsabilita’ fondamentali nei confronti della realta’ storica, sociale e politica che studiamo e che cerchiamo di capire. Sarebbe operazione artificiale ed arbitraria pensare di poterci astrarre dalla realta’ che contribuiamo a creare con la nostra azione o inazione e che ci investe eticamente, moralmente, umanamente e politicamente.

Mi piace ricordare che Marc Bloch fu cacciato dalla Sorbona delle leggi razziali durante il nazismo. L’atmosfera politica lo spinse a buttarsi nella resistenza, di cui divento’ un capo. Bloch fu successivamente arrestato e torturato e poi ucciso dalla Gestapo nel 1944. Quando Hannah Arendt scrisse la “Banalita’ del Male”, in cui trovano vita le sue riflessioni anti-egemoniche e coraggiose sul processo e sulla figura di Albert Eichmann, non fu per puro diletto filosofico. Furono la sua posizione di ebrea perseguitata ed esiliata, la sua sofferenza personale e politica, a rappresentare le fondamentali spinte ad osservare, capire e denunciare la natura banale dell’orrore e della violenza da lei stessa vissuta nei campi di concentramento. La sua ebraicita’ e la sua mobilitazione per aiutare la causa degli ebrei in fuga dall’Europa nazista furono il cuore, il motore propulsore, della sua opera e delle sue idee. Zygmunt Bauman, il grande sociologo di origine polacca, fu un ardente marxista ma soffri l’espulsione dalla Polonia per le sue idee e il suo marxismo gramsciano, critico dell establishment comunista.

Vorrei allora sollecitare questa giornata di studi ad una riflessione sui motivi che oggi portano alcune universita’ e luoghi del sapere, in Europa come negli Stati Uniti, ad essere sempre piu’ impauriti dal confronto e dal dibattito nascondendosi dietro paradigmi storicamente superati ed anacronistici come quelli della separazione tra sapere, posizionamento individuale e responsabilita’ politica e civile. Una separazione tra “Storia” e “storie” che si pensava superata almeno dagli anni quaranta.

Una breve riflessione merita anche il carattere selettivo di queste cesure e paradigmi. Perche’ certi silenzi riguardano, per tornare a noi, molto piu’ una parte del conflitto che un’altra? Una risposta la fornisce la teorica politica americana Judith Butler quando scrive nel suo Frames of War che non tutti contano come vite umane, ‘not all lives are grievable’. Quando – ci spinge ad interrogarci Judith Butler – una vita e’ degna di lutto e quando una vita e’ vita? Il problema vero della vita politica contemporanea e’ che alcune vite non contano come altre, alcune vite non sono costitutive di soggettivita’. Credo che quella proposta da Butler sia una della questioni fondamentali attraverso cui leggere questo conflitto e le parole, le censure e le cesure che lo accompagnano da piu’ di sessanta anni. Quando i bambini palestinesi sono descritti come scudi umani sono gia’ iscritti inerosabilmente nel regno del non umano, sono gia divenuti oggetti e legittimi target di guerra, privati di soggettivita’. Sono non vite, o vite che si possono perdere, per garantire la vita di coloro che esistono.

Come si evince dalle parole di Kahanovich nella sua intervista, il palestinese, o meglio l’Arabo, e’ la non vita in questo conflitto, la vita che si deve e si puo’ perdere per proteggere quella del soggetto che esiste, la cui vita, solo la sua, “e’ grievable”.

L’ottica butleriana ci offre spunti, e costituisce una metafora, per leggere la questione palestinese anche in chiave storica, a partire dalla spartizione e divisione del Medio Oriente, all’indomani della sconfitta dell’Impero Ottomano, in stati nazionali o protettorati europei, spartizioni che lasciarono I palestinesi stateless. Questa stateless-ness sancisce simbolicamente e metaforicamente la non grievability dei palestinesi, che sono divenuti storicamente la non vita, coloro la cui dignita’ politica, la cui aspirazione ad una vita sovrana, possono essere sacrificate per garantire la vita degli altri.

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I prigionieri palestinesi in Israele – la questione della detenzione amministrativa.

ESCLUSIVA testimonianza di Sulaiman Hijazi imprigionato nelle carceri israeliane.

– di: B. Gagliardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus –

La prima cosa che ti fanno nell’interrogatorio, oltre a picchiarti e farti stare nudo per lungo tempo in stanze molto fredde, durante l’interrogatorio fanno entrare soldatesse a vederti nudo ed è successo con me che una di queste stava fumando e ha spento la sigaretta sul mio corpo ridendo, il momento più difficile è quando devi dormire o andare in bagno, hai solo tre minuti in tutto il giorno per andare in bagno altrimenti la fai addosso, invece per dormire sei in una stanza piccolissima ,freddissima e che puzza molto, sei sempre legato anche dentro questa stanza ,arriva ogni tanto un soldato per buttarti acqua fredda, soprattutto se ti vede dormire e poi ti mettono musica altissima per ore ed è un tipo di tortura che usano, la cosa più dolorosa di questi interrogatori è quando ti portano tua mamma davanti o tua moglie per farti confessare cose che non hai mai fatto… quando finisci questi maledetti giorni, ti portano in una stanza con palestinesi che ti ospitano come un eroe, e ti raccontano tutti la loro esperienza, cosa hanno fatto, senza neanche chiederglielo, quindi molti si fidano e parlano e dopo scoprono che questa stanza è la stanza delle spie, ed è una delle stanze che hanno fatto più male alla resistenza palestinese ( la stanza dei traditori).

Da S. Franceschini.

Sono oltre 5.000 i detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane e in centinaia sono in detenzione amministrativa. In prigione finiscono anche i minorenni, spesso per il lancio di pietre, reato per cui adesso si rischiano fino a venti anni di carcere. Secondo l’Olp, dal Duemila sono stati arrestati oltre 10.000 minorenni palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est e il 20 per cento di tutte le persone finite in prigione dallo scorso giugno ha meno di 18 anni.

La detenzione amministrativa è una procedura che consente ai militari israeliani di tenere reclusi prigionieri basandosi su prove segrete, senza incriminarli o processarli e i palestinesi sono soggetti a detenzione amministrativa fin dal mandato britannico. La frequenza dell’uso di questa misura ha subito variazioni durante l’occupazione israeliana, ed è aumentata in modo costante dall’inizio della seconda Intifada nel settembre 2000, quando Israele deteneva solo 12 palestinesi, al tardo 2002-primo 2003, quando ce n’erano più di mille, al 2005- 2007, quando il numero medio mensile di detenuti amministrativi palestinesi si aggirava sui 765. Da allora, tale numero è generalmente diminuito ogni anno.

Israele usa regolarmente la detenzione amministrativa in violazione della legge internazionale e dichiara di essere in un permanente stato di emergenza tale da giustificare l’uso quotidiano di questa pratica. La detenzione amministrativa israeliana viola molti standard internazionali; ad esempio, detenuti provenienti dalla Cisgiordania vengono deportati in Israele, violando direttamente la proibizione della Quarta Convenzione di Ginevra (Artt. 49 e 76)e ai prigionieri vengono spesso negate le visite dei familiari previste dagli standard internazionali e non vengono tenuti separati dagli altri detenuti, come prevedono le leggi internazionali.

Nella Cisgiordania palestinese occupata, l’esercito israeliano è autorizzato a emanare ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell’art. 285 del codice militare 1651. Questo articolo permette ai comandanti militari di detenere una persona fino a sei mesi, rinnovabili se vi sono “ ragioni sufficienti per presumere che la sicurezza della zona o pubblica“ lo richiedano. La sicurezza “pubblica” o “della zona” non sono specificate. Alla data di scadenza o appena prima, l’ordine viene spesso rinnovato, e non vi è alcun riferimento esplicito alla durata massima possibile, legalizzando così una detenzione senza scadenza.

Gli ordini di detenzione vengono emanati al momento dell’arresto o in seguito, spesso basandosi su “informazioni segrete” raccolte dai servizi israeliani. Quasi mai né il detenuto né il suo avvocato vengono informati delle ragioni dell’internamento o messi al corrente delle “informazioni segrete” quindi i palestinesi possono essere incarcerati per mesi, se non anni, in via amministrativa, senza mai essere informati sulle ragioni o sulla durata del loro internamento e vengono di solito informati dell’estensione della loro prigionia nel giorno in cui il precedente ordine scade così non hanno alcun modo di appellarsi contro la loro detenzione.

Nella Striscia di Gaza, invece, Israele usa la Legge sui Combattenti Illegali per incarcerare palestinesi per periodi illimitati, senza alcun processo reale. La legge fu approvata dalla Knesset israeliana nel 2002 per permettere allo stato di trattenere “ostaggi” libanesi dopo che la Corte Suprema di Israele aveva dichiarato illegale tale pratica. Sebbene tutti i libanesi siano stati rilasciati nel 2004, la legge non è stata revocata. A partire dal 2005, dopo l’allontanamento dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza e il conseguente termine della legge militare israeliana nella zona, si cominciò ad usare quella legge per imprigionare gli abitanti della Striscia. La legge definisce “combattente illegale” chi “direttamente o indirettamente partecipi ad atti ostili allo Stato di Israele, o sia membro di una forza che compia atti ostili allo Stato di Israele”, senza aver titolo allo status di prigioniero di guerra secondo la legge umanitaria internazionale. Tale legge consente l’arresto in massa e la detenzione immediata e senza processo di palestinesi abitanti della Striscia e cittadini stranieri. Con questa legge, i detenuti possono essere trattenuti per 96 ore prima di emanare un ordine di detenzione permanente, o fino a sette giorni se il governo ha dichiarato le “ostilità su larga scala”. L’esame giudiziario di tale ordine deve essere tenuto, a porte chiuse, dopo 14 giorni; se l’ordine è approvato, il detenuto deve comparire davanti a un giudice ogni sei mesi. Il giudice può revocare l’ordine se la corte consideri che questo non comporta rischi per la sicurezza dello stato.

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La guerra d’Israele contro i bambini palestinesi: 21 sequestrati in due settimane

 

Cisgiordania – Pic e Quds Press. In un rapporto divulgato mercoledì dal ministro dell’Informazione palestinese viene reso noto che 21 minorenni sono stati sequestrati dalle forze di occupazione israeliane nella prima metà del mese di ottobre.

La Società per i Prigionieri palestinesi, da parte sua, ha denunciato l’attuale stato di detenzione di603827_149953528515735_1709227122_n 250 minorenni palestinesi. A91E0858B2Thousands of Palestinians, including children, suffer in Israeli jailschild-prisoner
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GAZA E LA MINACCIA DI UNA NUOVA GUERRA MONDIALE

DI JOHN PILGER

asiatimes.com

“C’è un tabù” ha detto il visionario Edward Said “sul dire la verità circa la Palestina e la grande e distruttiva forza che sta dietro ad Israele. Solo quando questa verità salterà fuori potremo essere liberi.”

Per molte persone, la verità ora è venuta a galla. O almeno, sanno. Quelli cui un tempo era intimato il silenzio ora non possono più voltare lo sguardo. Si trovano di fronte sulle loro TV, sui loro laptop, telefonini, la prova della barbarie di Israele e la grande forza distruttiva del suo mentore, gli Stati Uniti, la codardia dei governi europei e la collusione di altri, come quello canadese e quello australiano, in questo aberrante crimine.

L’attacco su Gaza è stato un attacco a tutti noi. L’assedio di Gaza un assedio a tutti noi. Il rifiuto di rendere giustizia ai Palestinesi è un sintomo che gran parte dell’umanità è sotto un giogo e un avvertimento che la minaccia di una nuova guerra mondiale cresce di giorno in giorno.

Quando Nelson Mandela ha definito la situazione palestinese “la più grande questione morale del nostro tempo”, ha parlato in nome di una vera civilizzazione, non di quella inventata dagli imperi. In America Latina, i governi di Brasile, Cile, Venezuela, Bolivia, El Salvador, Peru ed Ecuador hanno preso la parte di Gaza. Tutti quei paesi si sono resi conto del loro silenzio nero quando l’immunità agli omicidi di massa è stata sponsorizzata a Washington dallo stesso padrino che aveva risposto ai pianti dei bambini di Gaza inviando più munizioni per ucciderli.

A differenza di Netanyahu e dei suoi sicari, i bambolotti fascisti di Washington in America Latina non si preoccupavano delle apparenze morali. Uccidevano semplicemente, lasciando i cadaveri a pile nelle discariche. Per il Sionismo, l’obiettivo è lo stesso: l’espropriazione ed infine la totale distruzione di un’intera società umana: una verità che 225 sopravvissuti all’olocausto e i loro discendenti hanno paragonato all‘inizio di un genocidio.

Nulla è cambiato dall’infame “Piano D” dei Sionisti che nel 1948 ha fatto pulizia etnica di un’intera popolazione. Recentemente su sito del Times of Israel si leggevano le parole “Il genocidio è ammissibile”. Un portavoce del Knesset, il parlamento israeliano, Moshe Feiglin, richiede una deportazione di massa nei campi di concentramento. Una parlamentare, Ayelet Shaked, il cui partito è membro della coalizione di governo, invoca lo sterminio delle madri palestinesi pre prevenire che diano alla luce quelli che definisce “piccoli serpenti”.

Per anni i reporter hanno guardato soldati israeliani infastidire bambini palestinesi stuzzicandoli con i megafoni. Poi li uccidevano. Per anni, i reporter hanno saputo di donne palestinesi prossime a partorire, alle quali veniva negata la possibilità di passare un posto di blocco verso un ospedale: il bambino moriva, a volte anche la madre.

Per anni i reporter hanno saputo dei dottori e degli equipaggi delle ambulanze palestinesi ai quali veniva permesso di soccorrere i feriti e rimuovere i morti, per poi venire uccisi con un colpo in testa.

Per anni i reporter hanno saputo di persone allo stremo a cui veniva impedito di ricevere trattamenti sanitari, o che venivano uccisi mentre cercavano di raggiungere cliniche dove essere sottoposti a chemioterapia. Una vecchietta con un bastone da passeggio è stata uccisa così – con un proiettile nella schiena.

Quando ho riportato il fatto a Dori Gold, un senior adviser del primo ministro israeliano, ha detto “sfortunatamente in ogni situazione di guerra ci sono casi di civili uccisi accidentalmente. Ma questo non è un caso di terrorismo. Terrorismo è mettere il fuoco incrociato dei cecchini sui civili deliberatamente.”
Ho risposto “è esattamente quanto è accaduto”.
“No” ha risposto “non è successo”.

Queste bugie e mistificazioni sono continuamente ripetute dagli apologeti israeliani. Come l’ex reporter del New York Times Chris Hedges ha messo in evidenza, il racconto di una simile atrocità termina sempre con “coinvolto nel fuoco incrociato”. Fino a quando mi sono occupato del Medio Oriente, la maggior parte, se non tutti i media occidentali, aderivano a questa versione.

In uno dei miei film, un operatore palestinese, Imad Ghanem, giace senza possibilità di scampo mentre soldati del “più morale esercito del mondo” lo gambizzano. A questa atrocità sono state dedicate due righe sul sito della BBC. Tredici giornalisti sono stati uccisi da Israele nell’ultimo bagno di sangue a Gaza. Tutti erano Palestinesi. Chi sa i loro nomi?
Ora qualcosa è cambiato. C’è una fortissima repulsione nel mondo e le voci del liberalismo sensibile sono spaventate. Il loro torcersi le mani e il loro coro di “colpa da dividersi” e “Israele ha il diritto di difendersi” non sono più una scusa, nemmeno l’appendersi all’antisemitismo. Nemmeno il loro pianto a comando del “qualcosa deve essere fatto” contro i fanatici islamici ma non contro i fanatici sionisti.

Una sensibile voce liberale, il romanziere Ian McEwan, veniva giudicato un saggio dal Guardian mentre i bambini di Gaza venivano fatti a pezzi. È lo stesso Ian McEwan che ha ignorato le richieste dei Palestinesi affinchè non accettasse il Jerusalem Prize per la letteratura. “Se andassi solo in paesi che approvo, probabilmente non uscirei mai dal letto” ha commentato.

Se potessero parlare, i morti di Gaza direbbero: stai a letto, grande romanziere, perché la tua presenza riempie il letto di razzismo, apartheid, pulizia etnica e omicidio – non importano le belle parole che hai pronunciato mentre ricevevi il tuo premio.

Capire i sofismi e il pensiero della propaganda liberale è la chiave per comprendere il perché i soprusi di Israele continuano, perché il mondo osserva, perché Israele non subisce alcuna sanzione e perché un boicottaggio di tutto ciò che è israeliano ora sarebbe l’unica misura di decenza umana.

La propaganda più incessante dice che Hamas ha come obiettivo la distruzione di Israele. Khaled Hroub, il professore dell’università di Cambridge considerato un’autorità a livello mondiale su Hamas, dice che questa frase “non è mai stata usata da Hamas, nemmeno nei proclami più radicali”. La spesso citata Carta del 1988 “anti-ebraica” era opera di “una sola persona e era stata resa pubblica senza il consenso di Hamas… l’autore era uno della ‘vecchia guardia’” il documento è trattato come fonte di imbarazzo e non viene mai citato.

Hamas ha ripetutamente offerto una tregua decennale ad Israele e ha per molto spinto verso una soluzione tra i due stati. Quando Medea Benjamin, l’attivista ebrea statunitense, era a Gaza, aveva portato una lettera dei leader di Hamas al Presidente Obama, la quale palesava come il governo di Gaza volesse la pace con Israele. Fu ignorata. Sono personalmente a conoscenza di molte lettere di quel tipo consegnate in buona fede, ignorate o buttate via.
L’imperdonabile crimine di Hamas è una distinzione mai messa in evidenza: è l’unico governo arabo il quale è stato liberamente e democraticamente eletto dalla propria gente. Ancora peggio, ha formato un governo di unità insieme all’Autorità Palestinese. Un’unica e risoluta voce palestinese – nell’Assemblea Generale, nel Consiglio per i Diritti Umani e nella Corte per i Crimini Internazionali – è la minaccia più temuta.

Dal 2002, una pioneristica unit sui media all’università di Glasgow ha condotto notevoli studi sulla propaganda e il giornalismo in Israele e Palestina. Il professor Greg Philo e i suoi colleghi sono rimasti shockati nello scoprire una totale ignoranza diffusa dalle notizie in TV. Più la gente guarda, meno capisce. Greg Philo sostiene che il problema non sia un “errore”. I giornalisti e i produttori sono toccai come chiunque altro dalle sofferenze dei Palestinesi, ma la struttura di potere dei media è così potente – come estensione degli stati e dei loro interessi – che fatti storici e contesto storico sono continuamente rimossi.

Incredibilmente, meno del 9% dei giovani intervistati dal team del professor Philo erano a conoscenza che era Israele ad occupare e che i coloni illegali erano quelli ebrei, molti credevano fossero Palestinesi. Il termine “territori occupati” non era quasi mai spiegato. Parole come “omicidio”, “atrocità”, “assassinio a sangue freddo” venivano usate solo per descrivere le morti di Israeliani.

Di recente un reporter della BBC, David Loyn, ha criticato un altro giornalista britannico, Jon Snow di Channel 4 News. Snow è stato così commosso da quanto aveva visto a Gaza da fare un appello umanitario su Youtube. Ciò che aveva preoccupato l’uomo della BBC era cheSnow aveva violato il protocollo, essendo emotivo nel suo video.

“L’emozione” ha scritto Loyn “è roba da propaganda e il giornalismo è contro la propaganda”. L’avrà scritto con una faccia seria? Infatti il discorso di Snow era calmo. Il suo crimine era di essere uscito dal recinto di una finta imparzialità. Imperdonabilmente, non si era autocensurato.

Nel 1937, con Hitler al potere, Geoffrey Dawson, editore del Times a Londra, aveva scritto nel suo diario: “passo le notti a tirar fuori qualsiasi cosa possa urtare la suscettibilità dei Tedeschi e a buttar dentro qualsiasi cosa possa dar loro sollievo”.

Il 30 di Luglio, la BBC ha offerto un esempio lampante del Principio di Dawson. Il diplomatico corrispondente del programma Newsnight, Mark Urban, ha dato cinque motivazioni del perché il Medio Oriente è in subbuglio. Nessuna di esse includeva il ruolo storico od attuale del governo britannico. Il governo di Cameron colpevole di? 8 miliardi per armi ed equipaggiamenti militari ad Israele cancellati. Invii massicci di armi all’Arabia Saudita cancellati. Il ruolo britannico nella distruzione della Libia cancellato. Il supporto britannico alla tirannia in Egitto cancellato.
Così come l’invasione britannica di Iraq e Afghanistan, non sono successe.

L’unico esperto in questo programma della BBC era un accademico di nome Toby Dodge della London School of Economics. Quello che la gente deve sapere è che Dodge era un consigliere di David Petraeus, il generale statunitense responsabile dei disastri in Iraq e Afghanistan. Ma anche questo è stato omesso.

Parlando di guerra e pace, l’illusione di imparzialità e credibilità BBC-style fa più per limitare e controllare il pubblico delle distorsioni dei tabloid. Come Greg Philo ha messo in evidenza, il video di Jon Snow si limitava solo a giudicare se l’assalto israeliano a Gaza fosse proporzionato o ragionevole. La parte mancante – che poi è quasi sempre mancante – era l’essenziale verità della più lunga occupazione militare dell’epoca moderna: un’impresa criminale supportata dai governi occidentali da Washington a Londra a Canberra.

Come per il mito che il “vulnerabile” ed “isolato” Israele sia accerchiato da nemici, Israele è ora circondato da alleati strategici. L’Autorità Palestinese, finanziata, armata e controllata dagli USA, è stata collusa a lungo con Tel Aviv. Le tirannie in Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain e Qatar stanno spalla a spalla con Netanyahu – se la coppa del mondo si farà davvero in Qatar state sicuri che della sicurezza di occuperà il Mossad.

La resistenza è l’atto più coraggioso e nobile dell’umanità. La resistenza a Gaza è paragonabile alla rivolta degli ebrei nel 1943 nel ghetto di Varsavia – i quali avevano a loro volta scavato tunnel e messo in atto tattiche di attacco e fuga contro una schiacciante macchina militare. L’ultimo leader sopravvissuto della rivolta di Varsavia, Marek Edelman, scrisse una lettera di solidarietà alla resistenza palestinese, paragonandola agli ZOB, i suoi combattenti del ghetto. La lettera inziava così: “Comandanti dell’esercito palestinese, paramilitare e operazioni partigiane – e a tutti i soldati [della Palestina].”

Il dottor Mads Gilbert è un medico norvegese conosciuto per il suo eroico lavoro a Gaza. L’8 agosto è tornato nella sua città natale, Tronso in Norvegia, la quale, come lui ha fatto notare, era stata occupata dai nazisti per 7 anni. Ha detto “immaginate di tornare al 1945 e che noi in Norvegia non avessimo vinto la guerra di liberazione, non avessimo scacciato gli occupanti. Immaginatevi gli occupanti ancora nel nostro paese, prendendoselo pezzo a pezzo, per decenni e decenni, bandendoci nelle aree più disagiate, prendendo il pesce dai nostri mari e l’acqua da sotto di noi, poi bombardando i nostri ospedali, le nostre ambulanze, le scuole, le nostre case.

Ci saremmo arresi ed avremmo alzato bandiera bianca? No, non l’avremmo fatto! Questa è la situazione a Gaza. Non è una battaglia tra terrorismo e democrazia. Hamas non è il nemico che Israele sta combattendo. Israele sta portando avanti una guerra contro la volontà di resistere dei Palestinesi. È la dignità del popolo palestinese che non possono sopportare.

Nel 1938 i nazisti chiamavano gli ebrei Untermenschen – sub-uomini. Oggi i Palestinesi sono trattati come esseri sub-umani che possono essere fatti a pezzi senza alcun potere di reazione.

Son tornato in Norvegia, una nazione libera, e questa nazione è libera perché c’è stato un movimento di resistenza, perché le nazioni occupate hanno il diritto di resistere, anche con le armi – è stabilito nella legge internazionale. La resistenza del popolo palestinese a Gaza è ammirevole: una sofferenza per tutti noi”.

Ci sono pericoli nel dire questa verità, nel rompere quello che Edward Said ha definito “L’ultimo tabù”. Il mio documentario La Palestina è ancora la questione, è stato candidato per una Bafta, un British Academy Award e celebrato dalla Commissione per la Televisione Indipendente per la sua “integrità giornalistica” e per la “cura e accuratezza con cui è stato realizzato”. Alcuni minuti del film messi in onda su ITV Network hanno scatenato l’inferno – una pioggia di email mi descrivevano come un “pazzo indemoniato”, un “propugnatore dell’odio e del male”, “un antisemita della peggior specie”. Molto di ciò è stato orchestrato dai sionisti negli USA i quali non potevano nemmeno aver visto il film. Ho ricevuto minacce di morte al ritmo di una al giorno.

Qualcosa di simile è successo all’opinionista australiano Mike Carlton il mese scorso. Nella sua solita colonna nel Sidney Morning Herald, Carlton ha scritto un meraviglioso articolo su Israele e Palestina, identificando oppressori e vittime. È stato attento a limitare il suo attacco a “un nuovo e brutale Israele dominato dalla linea dura del partito di destra Likud di Netanyahu”. Quelli che governavano lo stato sionista in precedenza, diceva in modo implicito, appartenevano a “una fiera tradizione liberale”.

Su invito, è iniziato il diluvio. È stato definito “una ammasso di liquame nazista, un razzista odiatore di ebrei”. È stato ripetutamente minacciato e ha risposto ai suoi detrattori di “andare affanculo”.

L’Herald ha preteso le sue scuse. Quando si è rifiutato, è stato sospeso, poi ha rassegnato le sue dimissioni. Secondo l’editore dell’Herald, Sean Aylmer, l’azienda “si aspetta standard più alti dai suoi giornalisti”.

Il problema della pungente e spesso sola voce liberale di Carlton in una nazione in cui Rupert Murdoch controlla il 70% della stampa – l’Australia è la prima murdocrazia al mondo – verrà risolto ben due volte. La Commissione Australiana per i Diritti Umani indagherà alcune lamentele nei confronti di Carlton secondo il Racial Discrimination Act, che mette fuori legge qualsiasi atto pubblico o affermazione che “possibilmente offenda, insulti, umili un’altra persona o un gruppo di persone” sulla base della loro razza, colore o origine nazionale o etnica.

In contrasto con la sicura e silenziosa Australia – dove i Carlton vengono fatti estinguere – il vero giornalismo è vivo a Gaza. Parlo spesso al telefono con Mohammed Omer, uno straordinario giovane giornalista palestinese, al quale ho consegnato nel 2008 il premio Martha Gellhorn per il giornalismo. Ogni volta che ci siamo sentiti durante l’assalto a Gaza, potevo sentire il rumore dei droni, l’esplosione dei missili. Ha interrotto una telefonata per prendersi cura di bambini accalcati fuori in attesa di trasporti in mezzo alle esplosioni. Quando gli ho parlato il 30 giugno, un solo F19 israeliano aveva fatto a pezzi 19 bambini. Il 20 di agosto ha descritto come i droni Israeliani avevano effettivamente accerchiato un villaggio per poterlo distruggere.

Ogni giorno, all’alba, Mohammed cercava famiglie bombardate. Registrava le loro storie, in mezzo alle macerie delle loro abitazioni, gli scattava fotografie. Andava all’ospedale. Andava all’obitorio. Andava al cimitero. Faceva code di ore per il pane per la sua famiglia. E guardava il cielo. Manda due, tre, quattro dispacci al giorno. Questo è giornalismo.
“Stanno cercando di annichilirci” mi ha detto “ma più ci bombardano, più diventiamo forti. Non vinceranno mai”.
Il grande crimine commesso a Gaza è promemoria di qualcosa di più grande che ci minaccia tutti.

Dal 2001, gli USA e i loro alleati si sono scatenati. In Iraq, almeno 700.000 uomini, donne e bambini sono morti. L’ascesa dei jihadisti – in una nazione dove non ce n’erano – è il risultato. Conosciuto come Al Qaeda e ora come Stato Islamico, il jihadismo moderno è stato inventato da USA e UK, supportati da Pakistan e Arabia Sudita. L’obiettivo originale era usare e sviluppare un fondamentalismo islamico che non era quasi mai esistito nella maggior parte del mondo arabo per minare i movimenti pan-arabi e i governi secolari. Intorno agli anni 80 era un’arma per indebolire l’Unione Sovietica in Afghanistan. La CIA l’aveva chiamata Operazione Ciclone, e un ciclone si è rivelata essere, con la sua furia sguinzagliata contro i suoi stessi creatori. Gli attacchi dell’ 11 settembre e a Londra nel luglio 2005 sono il risultato di questo contraccolpo, così come i recenti e cruenti omicidi dei giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff. Per più di un anno, l’amministrazione Obama ha armato gli assassini di questi due giovani – successivamente conosciuti come ISIS in Siria – con l’obiettivo di ribaltare il secolare governo di Damasco.

Il principale “alleato” dell’occidente in questa confusione imperiale è lo stato medievale in cui le decapitazioni sono la routine – l’Arabia Saudita. Ogni volta che un membro della famiglia reale britannica viene mandato in questa nazione barbara, potete scommettere il vostro culo di petroldollari che il governo britannico vuole vendere agli sceicchi più aerei da guerra, missili, manette. La maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre erano Sauditi, paese che finanzia i jihadisti dalla Siria all’Iraq.

Perché viviamo in questo stato di guerra continua?

La risposta immediata sta negli USA, dove un colpo di stato segreto e non divulgato è stato messo in atto. Un gruppo conosciuto come Progetto per un Nuovo Secolo Americano, ispirazione di Dick Cheney e altri, è salito al potere con l’amministrazione di George W. Bush. Una volta conosciuti a Washington come “i pazzi”, questa setta di estremisti crede in quello che il Comando Spaziale USA chiama “dominio di pieno spettro”.

Sotto sia Bush sia Obama, una mentalità imperiale da 19simo secolo ha pervaso tutti i dipartimenti dello stato. Il militarismo è in crescita, la diplomazia pura retorica. Nazione e governi sono giudicati come utili o sacrificabili: da corrompere, minacciare o “sanzionare”.

Il 31 luglio il Pannello di Difesa Nazionale a Washington ha diffuso un notevole documento che richiamava gli USA a preparasi a combattere sei guerre di primo piano contemporaneamente. In cima alla lista c’erano Russia e Cina – due potenze nucleari.

In un certo senso la guerra alla Russia è già iniziata. Mentre il mondo guardava scandalizzato ad Israele che invadeva Gaza, atrocità simili perpetrate in Ucraina erano notizie marginali. Mentre scrivo, due città ucraine russofone – Donetsk e Luhansk – sono sotto assedio: le loro popolazioni, le loro scuole ed i loro ospedali attaccati da un regime di Kiev salito al potere grazie ad un colpo di stato guidato da neo-nazisti supportati e finanziati dagli USA. Il colpo di stato è l’apice di ciò che l’esperto russo di politica Sergei Glaziev descrive come un ventennale “addestramento dei nazisti ucraini contro la Russia”. Il fascismo sta tornando in Europa e nessun leader l’ha mai attaccato, probabilmente perché la rinascita del fascismo è una verità che si vergogna di se stessa.

Con il suo passato, e presente, fascista, l’Ucraina ora è un parco divertimenti della CIA, una colonia della NATO e del FMI. Il colpo di stato fascista a Kiev in febbraio era l’orgoglio del Segretario di Stato USA Victoria Nuland, il cui “budget colpo di stato” è stato portato a 5 miliardi di dollari. C’è stato un intoppo. Mosca ha prevenuto la conquista delle proprie basi navali legalmente detenute sul Mar Nero nella Crimea russofona. A seguire ci sono stati un referendum e l’annessione. Spacciati in occidente come una “aggressione” del Cremlino, con lo scopo di mistificare la realtà e coprire l’obiettivo finale di Washington: allontanare una Russia “reietta” dai suoi principali partner commerciali europei ed eventualmente fare a pezzi la Federazione Russa. Le basi missilistiche statunitensi già circondano la Russia, l’apparato militare della NATO nelle vecchie repubbliche sovietiche e in Europa dell’est è il più grande dai tempi della seconda guerra mondiale.

Durante la guerra fredda, ciò avrebbe posto il rischio di un olocausto nucleare. Il rischio è tornato dato che la disinformazione anti-russa sta raggiungendo livelli prossimi all’isteria negli USA e in Europa. Il caso da manuale è l’abbattimento di un volo di linea malese in luglio. Senza uno straccio di prova, gli USA e i loro alleati NATO e i rispettivi media hanno incolpato i “separatisti” russi in Ucraina e detto implicitamente che Mosca era in ultimo responsabile. Un editoriale dell’Economist accusava Putin di omicidio di massa. L’articolo di Der Spiegel sfruttava i volti delle vittime e un carattere rosso grassettato, “Stoppt Putin Jetzt!” (Fermate Putin Ora!), nel New York Times, Timothy Garton Ash ha sintetizzato il caso della “dottrina mortifera di Putin” come un abuso personale ad opera di “un uomo basso e tarchiato con la faccia da sorcio”.

Il ruolo del Guardian è stato importante. Famoso per le sue inchieste, il quotidiano non ha fatto alcun tentativo serio di scoprire chi aveva abbattuto l’aereo e perchè, anche se un gran quantitativo di materiale proveniente da fonti credibili mostra che Mosca era shockata come il resto del mondo e che il velivolo poteva essere stato abbattuto dal regime ucraino.

Con la Casa Bianca che non offre prove verificabili – anche se i satelliti USA avrebbero registrato l’abbattimento – il corrispondente a Mosca del Guardian Shaun Walker ha fatto breccia. “La mia chiacchierata con il Demone di Donestk” era l titolo dell’intervista di Walker con tale Igor Brezler. “Con baffi da tricheco, un temperamento fiero e una reputazione di brutalità” ha scritto “Igor Brezler è il più temuto di tutti i leader ribelli nell’Ucraina dell’est… soprannominato il Demone… se il servizio di sicurezza ucraino, l’SBU, è attendibile, il Demone ed un gruppo dei suoi uomini sono responsabili dell’abbattimento del volo Malaysian Airlines MH17… come hanno abbattuto l’MH17, i ribelli hanno fatto lo stesso son 10 velivoli Ucraini”. Il Demone del Giornalismo non ha bisogno di ulteriori prove.

Il Demone del Giornalismo trucca una giunta infarcita di fascisti che ha preso il potere a Kiev come un rispettabile “governo ad interim”. I neonazisti diventano semplici “nazionalisti”. Le “notizie” la cui fonte è la giunta di Kiev garantiscono che non siano menzionati il colpo di stato sostenuto dagli USA e la sistematica pulizia etnica dei russofoni dell’Ucraina dell’est. Che ciò stia accadendo nella terra di confine attraverso la quale i nazisti avevano attaccato la Russia [durante la seconda guerra mondiale NdT], eliminando 22 milioni di vite russe, non è di alcun interesse. Quello che importa è un’“invasione” russa dell’Ucraina, che sembra difficile da provare se non con familiari immagini satellitari che ricordano la presentazione di Colin Powell alle Nazioni Unite, che “provava” che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa. “Dovete sapere che le accuse di un’invasione massiva dell’Ucraina da parte della Russia sembra non supportata da intelligence attendibili” ha scritto alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un gruppo di ex ufficiali dell’intelligence USA, i Veteran Intelligence Professionals for Sanity. “Per di più, le informazioni sembrano essere dubbiose e politicamente ‘aggiustate’ come quelle usate 12 anni fa per giustificare l’attacco guidato dagli USA contro l’Iraq”.

In gergo si dice “controllare la narrativa”. Nel suo seminario Cultura e Imperialismo, Edward Said è stato più esplicito: la macchina dei media occidentali è in grado di entrare profondamente nella coscienza della maggior parte dell’umanità con un “reticolo” influente come le flotte imperialiste del 19simo secolo. Giornalismo da cannoniera, in altre parole. O guerra portata avanti dai media.

In realtà un’informazione pubblica critica e una resistenza alla propaganda esistono e una seconda superpotenza sta emergendo – il potere dell’opinione pubblica, alimentato da internet e dai social media.

La falsa realtà creata dalle false notizie diffuse dai portinai dei media può evitare che alcuni di noi sappiano che questa nuova superpotenza si sta muovendo di nazione in nazione: dalle Americhe all’Europa, dall’Africa all’Asia. È una rivolta morale, esemplificata dagli informatori Edward Snowden, Chelsea Manning e Julian Assange. La domanda sorge spontanea: romperemo il silenzio finchè siamo ancora in tempo?

L’ultima volta che sono stato a Gaza, mentre rientravo al checkpoint israeliano, ho visto due bandiere palestinesi attraverso il filo spinato. Dei bambini avevano costruito delle aste con alcuni bastoni uniti uno all’altro e si erano arrampicati su un muro per mettere tra di loro la bandiera.

I bambini fanno questo, mi è stato detto, ovunque ci siano stranieri, per mostrare al mondo che sono lì – vivi, coraggiosi, imbattuti.

John Pilger
Fonte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MID-03-120914.html
12.09.2014

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

Questo articolo è un adattamento della Edward Said Memorial Lecture di John Pilger, tenuta ad Adelaide, Australia l’11 Settembre.

thanks to: comedonchisciotte

 

Membro del Knesset: “Devono essere uccise le madri di tutti i Palestinesi”

17/7/2014

Israeli lawmaker Ayelet ShakedPressTvUn assai noto politico israeliano e membro del parlamento ha marchiato i Palestinesi come terroristi, dicendo, inoltre, che le madri di tutti i Palestinesi dovrebbero essere uccise nell’attacco israeliano in corso sulla Striscia di Gaza assediata. 

Ayelet Shaked del partito ultra nazionalista “Cas ebraica” ha richiesto il massacro delle madri palestinesi che partoriscono “piccolo” serpenti”. 

“Devono morire e le loro case dovrebbero essere demolite cosicché non possano generare altri terroristi”, ha detto, aggiungendo, “Sono tutti nostri nemici e il loro sangue dovrebbe essere sulle nostre mani. Questo vale anche per le madri dei terroristi morti”.

I commenti sono considerati come un appello al genocidio, poiché ha dichiarato che i Palestinesi sono i nemici di Israele e devono essere uccisi.

Lunedì 7 luglio, Shaked ha postato questo commento sulla sua pagina Facebook:

“Dietro a ogni terrorista stanno decine di uomini e donne, senza dei quali egli non si coinvolgerebbe nel terrorismo. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrebbe essere versato sulle loro teste. Ciò include le madri dei martiri, che li hanno mandati all’inferno con fiori e baci. Esse dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andarci, in quanto dimora fisica in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri serpenti saranno allevati”.

Tali sviluppi sorprendono molti funzionari di vari paesi che hanno condannato severamente gli attacchi aerei di Israele sulla Striscia di Gaza. Il primo ministro turco è solo l’ultimo che ha condannato l’offensiva, accusando Israele di star massacrando i Palestinesi.
Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele, dicendo che sta commettendo terrorismo di stato contro i Palestinesi. Parlando al parlamento, ha anche contestato il silenzio del mondo verso le continue atrocità di Tel Aviv. 

Reagendo ai comenti della Shaked, il premier turco ha affermato che il modo di agire di Israele a Gaza non è diverso dalla mentalità di Hitler.

“Una donna israeliana dice che le madri palestinesi dovrebbero essere uccise. Ed è un membro del parlamento di Israele. Quale è la differenza tra questo modo di pensare e quello di Hitler?”, ha chiesto Erdogan.

Tali sviluppi giungono mentre l’agenzia ONU per i rifugiati che di recente ha affermato che le donne e I bambini costituiscono un numero consistente di vittime palestinesi causato dagli attacchi israeliani nella regione assediata. 

Traduzione di Lucilla Calabria

thanks to: Lucilla Calabria

Infopal

PressTV

Il ruolo dei media nella formazione di una posizione politica

Guardatela bene questa prima pagina del Corriere della Sera di ieri, giovedì 10 luglio. Non è nè ingenua nè approssimativa, tantomeno ricerca una finta equidistanza. E’ una pagina apertamente schierata, ma nella maniera intelligente, pervicace, strisciante, che lascia spazio a interpretazioni mettendo a segno tutti gli obiettivi politici che si propone. Che confluiscono tutti, in buona sostanza, nell’orientamento dell’opinione pubblica volto a giustificare, in questo caso, la politica di guerra israeliana in Palestina.

Dopo giorni di guerra e più di cento palestinesi morti sia a Gaza che in Cisgiordania (gli unici morti di questa aggressione) il titolo è costruito attorno ad un controsenso fuorviante: è Israele che chiede ad Hamas di fermarsi. Automaticamente, il lettore medio, poco informato, che molte volte non va al di là del titolo e che costituisce la stragrande maggioranza dei lettori di quotidiani, sarà portato a credere come sia Hamas, cioè la Palestina, che sta attaccando Israele, e non il contrario come effettivamente sta avvenendo. Nell’occhiello sopra il titolo, poi, l’apoteosi: “Ancora razzi sulla città. Peres: basta lanci o siamo pronti all’invasione”, rafforzando il concetto inesistente che siano i palestinesi a bombardare Israele e non il contrario, e come Israele stia tentando in tutti i modi di evitare un’aggressione che, se ci sarà, sarà determinata esclusivamente dall’atteggiamento palestinese. Nel sottotitolo continua l’opera di ri-costruzione ideologica dell’evento: “A Gaza 50 morti. Gli integralisti: puntiamo alla centrale nucleare”. L’unica concessione a ciò che sta accadendo realmente in Palestina sarebbe quel riferimento ai morti di Gaza. Messa così, però, è a dir poco fuorviante. Al di là dei morti, che in questi tre giorni hanno superato quota cento, nessuno specifica che i morti sono solo palestinesi, e il lettore medio di cui sopra, quello che non ha un’idea chiara di dove sia Gaza e soprattutto da chi sia amministrata, sarà portato a credere che i morti siano di ambedue le parti, avvalorando l’ipotesi della guerra fra due Stati o due popoli e non quella dell’aggressione unilaterale, come effettivamente sta avvenendo. Per completare l’opera di revisione della realtà, il piccolo trafiletto messo a spiegazione del titolo. Ecco un passaggio significativo: “Gli attacchi sulla Striscia hanno provocato almeno 50 morti, mentre su Israele sono stati lanciati 220 razzi, anche a lunga gittata”. Anche qui l’equiparazione delle responsabilità in campo è assolutamente sviante. I “220 razzi palestinesi” non hanno provocato neanche un ferito israeliano. E questo non per la temibile difesa anti-missile dello Stato ebraico, ma per l’assoluta inutilità dei cosiddetti razzi palestinesi, che finiscono tutti nelle campagne alle periferie delle città più prossime alla striscia di Gaza. Tutto questo viene paragonato ai cinquanta morti palestinesi, in un gioco a somma zero dove l’aggredito viene scambiato per l’aggressore.

Non è da meno Repubblica, a conferma della sostanziale unità d’intenti e di visione politica fra i due giornali, artificialmente contrapposti da chi ha interesse a conservare quote di lettori inebediti dal voyeurismo anti-berlusconiano. Anche per il giornale di De Benedetti il problema sono “i razzi di Hamas”, che starebbero nientemento sfiorando delle centrali nucleari. Nessuno che ponga l’accento sui morti palestinesi, gli unici morti di questa aggressione. Anche qui è Israele, per bocca di Peres, che “chiede ai palestinesi di fermarsi”. Altrimenti, con la morte nel cuore e avendo avuto cura di ricercare tutte le possibili mediazioni, sembrano dirci i dirigenti sionisti, “saremo costretti ad invadervi”. Non volevamo, ma ci avete provocato ripetutamente, non possiamo farne a meno. L’idea generale che producono questi titoli e questa visione della storia nel “lettoremedio” è facilmente intuibile, e infatti fortemente ricercata. Poco importa che a pagina 16 poi verrà stilata una rassegna dei fatti “più equilibrata”, dove al resoconto giornalistico verrà affiancato il commento di qualche arabo per pareggiare la versione sionista: il gioco è fatto, e per la formazione dell’opinione pubblica un titolo di giornale in prima pagina è più importante di cento commentatori arabi nelle pagine interne. Questo gli editorialisti e i loro mandanti lo sanno bene, e continuano a giocare su questo fatto. Entrando ieri nella redazione del “giornale” gratuito “Metro”, la prima risposta del direttore è stata appunto questa: “ma io il giorno dopo, nella risposta ad una lettera a pagina 8, dicevo che c’erano anche i morti palestinesi da piangere, non solo quelli israeliani”. Non crediamo ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

Chiudiamo questa breve rassegna del giornalismo filo-sionista con questa pagina, sempre del Corriere della Sera ma del giorno prima, mercoledì 9 luglio. Nell’introduzione del pezzo di Davide Frattini, ecco apparire un’altro dei metodi di svilimento della controparte palestinese volta alla costruzione di una empatia (e di una sim-patia) verso la causa israeliana. “E’ guerra tra Israele e Hamas”. Questo modo di riportare la notizia, fintamente equidistante, in realtà cela già la scelta di campo, e mira ad influenzare non tanto il lettore cosciente, ma quello appunto medio. Da una parte c’è uno Stato, magari criticabile ma formato da istituzioni credibili e riconoscibili, Israele. Dall’altra non c’è la Palestina o i palestinesi, ma Hamas. E Hamas non viene descritta come il legittimo, ancorchè criticabile, governo di una parte del territorio palestinese, ma “la fazione palestinese al potere a Gaza”. Il proseguo del pezzo è un capolavoro d’arringa politica mascherato da giornalismo: “Il sistema missilistico difensivo dello Stato ebraico ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Striscia, colpita a sua volta: 19 i morti”. Dunque, i razzi palestinesi non hanno prodotto alcun morto, nè feriti, nè alcun danno a edifici, mentre l’attacco israeliano ha fatto 19 morti. A nessuno viene in mente di descrivere quei razzi palestinesi come la risposta ad un attacco, quello israeliano, che continua a mietere vittime. L’attacco è sempre e solo quello palestinese, la risposta sempre e solo quella israeliana. Avremmo mai potuto leggere questa stessa notizia messa in questo modo: “E’ guerra tra la Palestina e Likud, la fazione israeliana al potere a Tel Aviv. Colpita la Palestina con 19 morti, mentre a Tel Aviv il sistema missilistico difensivo della fazione israeliana ha evitato che Gerusalemme e Tel Aviv fossero raggiunte dai razzi lanciati dalla Palestina” ? No, sarebbe impossibile, perchè prevederebbe un giornalismo anti-sionista (e non anti-israeliano, come vorrebbero farci credere i commentatori sionisti). E questa visione del mondo, che nei fatti della Palestina è così semplice smontare, viene ripetuta per ogni altro evento di politica internazionale. Il racconto mediatico di determinati fatti avviene sempre da un punto di vista politico. Quello dei due giornali menzionati è il punto di vista sionista, imperialista, neoliberista, tanto nel racconto del conflitto arabo-israeliano quanto nella narrazione di tutti gli altri fatti di politica internazionale. E’ sempre bene tenerlo a mente.

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Il blocco di Gaza è illegale (Filippo Grandi, Onu)

 

Il soffocamento di Gaza si ripercuote anche sul governo di Hamas, lascia spazio ai gruppi più piccoli e radicali, col rischio di una maggior anarchia. Serve una riconciliazione interna, spiega Grandi che qualche settimana fa ha lasciato dopo 8 anni il suo incarico di Commissario Generale dell’Unrwa, l’agenzia che assiste i profughi palestinesi

Dopo otto anni passati a dirigere l’Unrwa, Filippo Grandi nelle scorse settimane ha terminato il suo incarico di Commissario Generale dell’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. Per Grandi sono stati anni di duro lavoro in un clima regionale che si è fatto sempre più complicato per l’aggravarsi della guerra civile siriana che ha travolto anche i campi profughi palestinesi e per il blocco israeliano ed egiziano della Striscia di Gaza. Lo abbiamo incontrato prima della sua partenza da Gerusalemme.

Per i palestinesi, soprattutto per i profughi, è tutto molto più difficile
Negli ultimi due anni abbiamo visto un accumularsi di tensioni e di crisi che hanno costituito il contesto in cui abbiamo lavorato. Penso in primo luogo alla guerra civile, atroce, in Siria, ma anche alla transizione in Egitto, così difficile e complicata, che a sua volta ha un’influenza sulla situazione a Gaza che rimane una zona occupata per via di un blocco che si complica e non si semplifica. Penso anche alla Cisgiordania e a questa occupazione (israeliana, ndr) che nonostante tutti i tentativi e gli sforzi rimane un’occupazione pesantissima per i civili e anche per i rifugiati palestinesi.

Le difficoltà finanziarie dell’Unrwa sono anche figlie del disinteresse crescente verso i profughi palestinesi?
I motivi sono diversi, tuttavia dobbiamo sfatare una cosa alla quale credono in molti: che i donatori non sostengano più l’Unrwa. L’anno scorso abbiamo ricevuto circa un miliardo di dollari e questa è la donazione più ampia mai ottenuta dall’Unrwa in qualsiasi anno della sua esistenza. La realtà è che, a causa di tutte queste crisi (nella regione), i nostri bisogni crescono a una velocità maggiore di quella dei contributi. La situazione dei profughi palestinesi in Siria richiede molte risorse e Gaza ha bisogno ancora di tanto aiuto. Detto ciò è reale anche la questione sollevata dalla domanda. Un interrogativo aleggia sulla cooperazione: fino a quando dovremo continuare a sostenere cinque milioni di rifugiati (palestinesi) senza che per loro ci sia una soluzione in vista? Per chi si pone quell’interrogativo la risposta è legata al successo del negoziato (israelo-palestinese). In caso di un fallimento potrebbe essere messa in discussione persino l’Unrwa.

In casa palestinese da tempo si discute sul ruolo dell’agenzia
È chiaro che i palestinesi hanno bisogno di una risposta politica ai loro problemi. E dico di più, hanno bisogno di una risposta che giunga da mediatori imparziali e che le loro ragioni siano trattate in modo equo e responsabile. Questo è quello di cui hanno bisogno in primo luogo i palestinesi, non dell’assistenza. Però sin quando queste soluzioni non saranno trovate, è meglio avere una istituzione come l’Unrwa. Perché non avere oggi l’Unrwa in Medio oriente significherebbe lasciare 500 mila bambini palestinesi senza un’istruzione. L’Unrwa è una agenzia umanitaria ma ha anche offerto opportunità per una vita migliore ai profughi con le scuole, i centri di formazione professionale, la microfinanza, la salute.

Da Israele non poche volte sono arrivate accuse all’agenzia.
L’Unrwa rispetta il mandato ricevuto dall’Onu. Le accuse di essere una minaccia alla sicurezza di Israele arrivano da settori marginali, di appoggio, anche di propaganda talvolta, che non dicono la verità. Ad esempio affermano che le 700 scuole dell’Unrwa fanno propaganda anti-israeliana. Noi usiamo i curriculum dei paesi dove si trovano le nostre scuole che danno una narrazione araba (degli eventi e della storia, ndr), così come nelle scuole israeliane c’è una narrazione israeliana. In realtà l’Unrwa (nelle scuole) evita nel modo più assoluto che ci sia qualche forma di incitamento all’odio e alla discriminazione, abbiamo un ottimo programma sui diritti umani, unico in questa regione.

Anche i palestinesi protestano, ad esempio perchè il personale internazionale è retribuito molto meglio di quello locale. L’agenzia è stata anche accusata di aver raggiunto una sorta di intesa con Tel Aviv per licenziare i dipendenti che hanno avuto problemi con la sicurezza. Accusa che voi avete respinto con sdegno.
Andiamo per ordine. Le remunerazioni. L’Unrwa ha un personale di circa 30mila persone impiegate in scuole, strutture sanitarie e altri settori. Più del 99% dei dipendenti è palestinese. I funzionari internazionali sono meno di 200. Di tutte le agenzie delle Nazioni unite al mondo siamo quella che ha la percentuale più bassa di personale internazionale. Il personale straniero è pagato secondo i parametri dei funzionari internazionali dell’Onu e sulla base di convenzioni sancite dagli Stati membri. Invece gli stipendi dei funzionari e degli impiegati palestinesi sono adeguati al livello degli stipendi dei funzionari statali dei paesi in cui si trovano. In Cisgiordania e a Gaza l’Unrwa ha come parametro l’Autorità nazionale palestinese. All’origine dello sciopero recente dei dipendenti dell’Unwra c’era proprio la richiesta di un aumento dei salari. L’agenzia ha però accertato che gli stipendi dei suoi dipendenti sono in media superiori del 21% rispetto a quelli degli impiegati dell’Anp e non ha potuto accogliere la richiesta. Comunque è stata raggiunta un’intesa per migliorare le condizioni dei dipendenti locali.

E la presunta intesa con Israele sulla sicurezza?
Smentisco categoricamente, perchè l’Unrwa non ha canali di questo tipo con qualsiasi autorità di sicurezza di Israele, dell’Anp e di qualsiasi altra parte. L’Unrwa gestisce la questione della partecipazione alla politica del suo personale in modo molto preciso. Essendo personale delle Nazioni unite, non può prendere parte ad alcuna attività politica. Quando l’Unrwa riceve informazioni che uno dei suoi impiegati ha partecipato ad azioni politiche o che hanno comportato l’uso della violenza, allora avvia un’indagine. Se la persona chiamata in causa ha svolto effettivamente attività politiche, allora non può rimanere. Ma è una questione solo di statuto dell’Unrwa che tutti sono chiamati a rispettare, non di un intervento di altre parti. Mi rendo conto della difficoltà di gestione di tutto questo. Noi chiediamo la neutralità ma la neutralità è difficile per i palestinesi che sono parte in causa in un conflitto. Devo dire che il personale dell’Unrwa è molto disciplinato ma ci sono stati casi di dipendenti che hanno preso parte ad attività politiche e che sono stati licenziati per violazione dello statuto. Ma unicamente sulla base di decisioni e considerazioni dell’agenzia.

Parliamo della situazione di Gaza e del campo profughi palestinese di Yarmouk in Siria.
Una premessa bisogna sempre farla. Noi lo diciamo all’inizio di qualsiasi dichiarazione relativa a Gaza. Il blocco israeliano è illegale ai sensi del diritto internazionale. In questa situazione cerchiamo di fare il massimo per alleviare la situazione disperata degli abitanti di Gaza e per continuare il nostro lavoro. Con questo governo israeliano, ad esempio, per mesi c’è stato uno stop all’ingresso dei materiali di costruzione necessari per i nostri progetti. Adesso va meglio ma abbiamo dovuto rinegoziare tutti i progetti che erano già stati approvati dalle stesse autorità israeliane. Dall’altro lato gli sviluppi politici interni all’Egitto, contrari ad Hamas a Gaza, sono sfociati nell’apertura intermittente del valico di Rafah, in verità quasi sempre chiuso. Questo soffocamento di Gaza sta avendo ripercussioni anche per il governo di fatto di Hamas, che è in difficoltà e questo sta offrendo spazio di manovra a gruppi più piccoli e più radicali. Tra i rischi perciò c’è anche quello di una maggiore anarchia. Per questo è importante che ci sia una riconciliazione interna palestinese, per mettere fine all’isolamento di Gaza, e che Israele e l’Egitto tolgano il blocco che, ripeto, è illegale per il diritto internazionale.

E Yarmouk assediato dall’esercito siriano e occupato da formazioni ribelli armate?
Non è il mio ruolo addossare la responsabilità ad una o all’altra parte. Credo anche che non serva farlo. Quello che posso dire è che a Yarmouk, ma accade anche in altre parti della Siria, le due parti in lotta non acconsentono a far passare gli aiuti destinati ai civili rimasti intrappolati. La responsabilità di questa situazione va attribuita ad entrambe le parti.

thanks to: Michele Giorgio

Nena News

“La piazza del 25 Aprile è la piazza della libertà, della giustizia, di tutti i popoli” La Comunità Palestinese di Roma e del Lazio sugli scontri al corteo del 25 Aprile a Roma

Comunicato-Comunita-Palestinese.

COMUNICATO STAMPA

La Comunità Palestinese di Roma e del Lazio
sugli scontri al corteo del 25 Aprile a Roma:
“La piazza del 25 Aprile è la piazza della libertà,
della giustizia, di tutti i popoli”

Anche in questo 25 Aprile, come è già accaduto in altri anni, la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio ha voluto sentirsi vicina al popolo italiano nella giornata della Liberazione dal nazifascismo, partecipando al corteo del 25 Aprile a Roma. Insieme anche a molti attivisti per la Palestina, muniti di bandiere della Palestina, mentre ci si accingeva a marciare nel corteo, siamo stati attaccati da un gruppo di facinorosi sionisti, prima verbalmente, poi fisicamente, che volevano impedire la nostra partecipazione al corteo. Le forze del’ordine hanno circondato e bloccato il nostro spezzone per un lungo periodo, finché poi non si è potuto riprendere il corteo e finire la manifestazione.
Impedire di manifestare a chi oggi combatte per la liberazione del proprio Paese e che si sente quindi vicino allo spirito che contraddistinse la lotta di liberazione dal nazifascismo, contraddice in pieno quelli che sono i valori della Resistenza.
A chi ha sottolineato l’inopportunità della presenza palestinese e soprattutto delle sue bandiere, contrapponendola invece alla presenza ebraica in quanto le Brigate Ebraiche furono parte della Resistenza, poniamo una domanda, una sola: se bandiere al di fuori di quelle storiche delle Resistenza non debbono esserci, cosa c’entrano le bandiere dello Stato di Israele, che abbiamo visto sventolare, con la Brigata Ebraica, che aveva invece tutt’altra bandiera? Le Brigate Ebraiche (uomini e donne che hanno lottato per la libertà e che meritano tutto il rispetto), è giusto e ovvio che siano presenti: hanno lottato per liberare l’Italia dalla morsa del nazifascismo. Fare però di questa partecipazione l’ennesima occasione di propaganda sionista, anche questo contraddice i valori per cui si è combattuto e che oggi ricordiamo.
La Comunità Palestinese di Roma e del Lazio esprime quindi tutto il suo disappunto per l’ennesimo caso di intolleranza, condannando la strumentalizzazione che la Comunità ebraica di Roma ne ha voluto fare. Stigmatizziamo altresì tutta quella stampa che nel riportare i fatti ha voluto fare un’operazione di parte, abdicando al ruolo altissimo di informazione libera che dovrebbe essere di ogni giornalista.
Pensiamo che un giorno in cui si ricorda la liberazione dell’Italia dal nazifascismo sia una giornata di tutti gli uomini e le donne che lottano per la libertà.
Pensiamo che la piazza del 25 Aprile non debba veder riprodursi l’apartheid propria del sionismo, ma debba essere la piazza della libertà, della giustizia, di tutti i popoli.

La Comunità Palestinese di Roma e del Lazio
Roma, 26 aprile 2014

La tortura dell’acqua per i palestinesi. La discriminazione nell’accesso all’acqua

di Amira Hass

La discriminazione nell’accesso all’acqua è un altro mezzo utilizzato per logorare i palestinesi dal punto di vista sociale e politico.

Perché la classe politica israeliana e’ così impegnata a negare l’esistenza della discriminazione nell’accesso all’acqua? Poichè questa volta il gruppo di potere israeliano non può rifarsi alle solite scuse sulla sicurezza [ma] fa ricorso ad altri tipi di palese discriminazione.

Quando si arriva alla situazione relativa all’acqua, la macchina della propaganda di Israele ed i suoi sostenitori, le lobby sioniste della Diaspora, si trovano in gravi difficoltà, come si è chiaramente dimostrato quando il tedesco Martin Schulz ha avuto l’audacia di chiedere alla Knesset –quell’oasi di speculatori sull’Olocausto- se le voci che ha sentito siano vere [ha chiesto se agli israeliani fosse destinata una quantità di acqua quattro volte superiore a quella per i palestinesi].

La sistematica discriminazione nella distribuzione dell’acqua a danno dei palestinesi non è una voce falsa. L’abbondanza idrica israeliana non dipende da ciò, ma senza quello tutto l’affare degli insediamenti sarebbe molto più costoso, e forse addirittura impossibile da mantenere in piedi per i suoi attuali e futuri scopi.

Non c’è da stupirsi che Habayit Hayehudi, il partito che più si identifica con i coloni, abbia accolto in modo così infuriato le critiche di Schulz e sia uscito dalla Knesset.

La discriminazione nell’accesso all’acqua è un altro mezzo usato dal governo per logorare i palestinesi dal punto di vista sociale e politico.

In Cisgiordania decine di migliaia di famiglie dedicano un sacco di tempo, denaro ed energie fisiche e mentali solo per occuparsi di faccende essenziali come farsi una doccia, lavare i vestiti, i pavimenti e i piatti. Quando non c’è acqua negli sciacquoni dei bagni, persino le visite tra famiglie diventano un evento raro.

Le famiglie nella valle del Giordano devono portarsi l’acqua potabile da lontano dentro delle taniche, e in modo furtivo- per paura di essere scoperti dall’Amministrazione Civile- benché vivano proprio accanto alle condutture della Mekorot Water Company’ [la compagnia israeliana che gestisce il servizio idrico], che convogliano abbondante acqua alle fattorie degli insediamenti dei coloni che coltivano ortaggi per l’esportazione.

Gaza, che si trova appena di fronte alla fattoria Sycamore, che una volta era di Sharon, e del kibbutz Be’eri, dipende dagli impianti di purificazione dell’acqua che divorano elettricità – spesso scarsa; potrebbe benissimo essere l’India.

Il tempo, il denaro e l’energia dedicati a procurarsi l’acqua è a scapito di altre attività sia sul piano individuale che su quello comunitario: lezioni supplementari per i bambini, un computer, una gita in famiglia, progetti di sviluppo industriale, di attività turistiche, agricoltura biologica, attività politiche e sociali.

Gli impiegati dell’autorità palestinese per l’acqua, che passano il loro tempo in logoranti controversie con la burocrazia dell’occupante israeliano per ottenere l’autorizzazione per ogni conduttura d’acqua, sono visti come menefreghisti, poco professionali ed inefficienti. Che bel risultato.

La realtà di enclave palestinesi, isolate l’una dall’altra, che Israele sta creando, è il risultato– attraverso il vario intrico di leggi e e a successivi ampliamenti tra i due lati della Linea verde- del furto della terra e delle sorgenti d’acqua e della negazione della libertà di movimento.

La religione della sicurezza, che è utilizzata per giustificare il furto di terreni, i posti di blocco e il divieto di movimento, non riesce ancora a spiegare perché un bambino palestinese ha diritto a meno acqua di un bambino ebreo.

Che cosa possono dire gli esperti della diplomazia? Che a Jenin la disponibilità media pro capite è di 38 litri per consumo domestico, perché la città è una roccaforte della Jihad islamica, che minaccia il nostro piccolo paese? Che d’estate non c’è una regolare fornitura d’acqua perché il servizio di sicurezza dello Shin Bet è impegnato a riempire le carceri di militanti armati, e che a Gaza più del 90% dell’acqua non è potabile perché i capi di Hamas stanno pianificando attacchi terroristici in Cisgiordania?

Persino per le comunità ebraiche che più appoggiano Israele sarebbe molto difficile giustificare questa evidente differenza. E così i nostri dirigenti hanno ideato un piano di attacco in quattro punti:

1. Bombardare i media con statistiche parziali e false;

2. Oscurare la causa prima del problema: Israele controlla le sorgenti d’acqua. In base agli accordi provvisori di Oslo, che da allora sono diventati permanenti, i palestinesi sono vincolati rispetto alla quantità di acqua che possono estrarre in modo indipendente da quelle sorgenti ed ai miglioramenti che possono apportare alle infrastrutture idriche;

3. Contare sul fronte interno, che smentisce i rapporti dei palestinesi e ignora quelli delle organizzazioni come B’Tselem – il Centro israeliano per i diritti umani nei territori occupati ed il documentario “La valle che scompare” di Irit Gal, e gli studi pubblicati dalla Banca Mondiale e da Amnesty International;

4. Contare sul fatto che la maggioranza degli israeliani non si preoccupa di andare almeno a vedere con i propri occhi l’attuale situazione. E se lo fanno, e scoprono che là c’è una vergognosa discriminazione, allora contare sul fatto che dicano: “E allora?”

 

thanks to: Haaretz

Traduzione di BDS Italia

AFRICA !

 

INVICTUS

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

 

 

Invictus è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903). Il titolo proviene dal latino e significa “mai sconfitto”. Fu composta nel 1875 e pubblicata per la prima volta nel 1888.
La poesia è citata nel film del 2009 Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood. Viene infatti usata da Nelson Mandela (Morgan Freeman) prima per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid e poi per incoraggiare il capitano della squadra sudafricana di rugby François Pienaar (Matt Damon).

IN ISRAELE C’E’ L’APARTHEID di Shulamit Aloni (ministro dell’educazione nel governo di Yitzhak Rabin, lavora in Yediot Aharonot, il più grande quotidiano israeliano. Questo articolo è stato pubblicato l’8 gennaio 2007 dal Ynet in ebraico, ma non dal Ynetnews in lingua inglese. E’ stato tradotto in inglese da Sol Salbe, giornalista australiano, i cui commenti sono tra parentesi)

Il nostro autocompiacimento di ebrei è talmente forte che non riusciamo a vedere neppure quello che succede sotto i nostri occhi. Consideriamo semplicemente inconcepibile che le vittime assolute, gli ebrei, possano commettere cattive azioni. E tuttavia lo Stato di Israele pratica una sua particolare forma di apartheid, assai violenta, nei confronti della popolazione autoctona palestinese. L’attacco mosso dalla lobby ebraica nord americana contro l’ex presidente Jimmy Carter è perché ha avuto l’audacia di dire una verità da tutti conosciuta: col suo esercito, il governo israeliano pratica una forma brutale di apartheid nei territori occupati. Il suo esercito ha trasformato tutte le città e i villaggi palestinesi in campi di detenzione chiusi e recintati da reti metalliche. Tutto ciò per tenere d’occhio i movimenti della popolazione e renderle la vita difficile. Israele impone anche un coprifuoco totale tutte le volte che i coloni, che si sono illegalmente impossessati delle terre dei Palestinesi, celebrano i loro giorni di festa e fanno le loro sfilate. E come se non fosse sufficiente, i generali comandanti della regione emanano con frequenza ordini, regolamenti, istruzioni e regole (si sa, sono i “signori della terra”).

RISERVATO AGLI EBREI
Ad oggi hanno requisito nuove terre per costruire strade “riservate agli ebrei”. Strade bellissime, strade larghe, strade bene asfaltate, illuminate tutta la notte: Tutto ciò sulle terre rubate. Quando un Palestinese imbocca una di queste strade, il suo veicolo viene confiscato e lui cacciato. In una occasione sono stato io stesso testimone dell’incontro tra un autista e un soldato che ne controllava le generalità prima di sequestrare il veicolo e mandare via il suo proprietario. “Perché?”, ho domandato al soldato. “E’ un ordine, questa è una strada riservata agli ebrei”, ha risposto. Gli ho chiesto dove fossero i cartelli stradali con questa indicazione. La sua risposta è stata stupefacente: “E’ nella responsabilità (del conducente non ebreo) di saperlo. Inoltre che cosa vuole che facciamo? Mettere un cartello e lasciare che un reporter o un giornalista più o meno antisemita faccia una foto che dimostri al mondo che qui c’è l’apartheid?” Perché sì, qui c’è l’apartheid. E il nostro esercito non è affatto “l’esercito più morale del mondo”, come dicono i comandanti. Per provarlo basta solo dire che ogni città, ogni villaggio è diventato un centro di detenzione, che ogni via di accesso è stata chiusa, bloccando le strade principali. E come se non fosse sufficiente vietare ai Palestinesi di circolare sulle strade asfaltate “riservate agli ebrei” ma costruite sulle loro terre, i comandi militari hanno ritenuto necessario infliggere un nuovo colpo agli autoctoni sul loro proprio territorio con una nuova regola ingegnosa: i militanti per i diritti dell’uomo non potranno più trasportare i Palestinesi. Il maggiore generale Naveh, considerato un patriota ineguagliabile, ha emesso un nuovo ordine, con decorrenza 19 gennaio, che vieta di trasportare i Palestinesi senza autorizzazione. L’ordine specifica che gli israeliani non sono autorizzati a portare Palestinesi in un veicolo israeliano, salvo esplicita autorizzazione relativa sia all’autista che al passeggero palestinese. Naturalmente questo ordine non si applica a coloro che lavorano per i coloni, ad essi sono concesse tutte le autorizzazioni perché possano continuare a servire i “signori della terra”, i coloni

CAMPAGNA INGIURIOSA
Possibile che quell’uomo di pace che è il presidente Carter si sia veramente sbagliato quando ha affermato che in Israele vige l’apartheid? Forse ha esagerato? I dirigenti della comunità ebraica nord americana non conoscono la Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 7 marzo 1966, firmata anche da Israele? Gli ebrei nord americani, che hanno lanciato una grande campagna di ingiurie contro Carter per avere – secondo loro – diffamato il carattere di Israele e la sua natura democratica e umanista, non conoscono la Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del delitto di apartheid del 30 novembre 1973? L’apartheid vi è definito come un delitto internazionale che si realizza, tra l’altro, attraverso l’utilizzazione di diversi strumenti giuridici per dominare differenti gruppi razziali, che siano tali da privare le persone dei loro diritti umani. La libertà di movimento non è forse uno di questi diritti? Nel passato i dirigenti della comunità ebraica nord americana erano ben consapevoli del significato di queste convenzioni. Attualmente, non si capisce per quale ragione, si sono convinti che Israele sia autorizzata a violarle. Che sia accettabile uccidere civili, donne e bambini, vecchi e genitori coi loro figli. Che sia permesso di rubare la terra ad una intera popolazione, distruggere i suoi raccolti e metterla in gabbia come animali in uno zoo. D’ora in poi gli israeliani e i volontari delle organizzazioni umanitarie internazionali non potranno più aiutare una donna palestinese in pericolo di vita e trasportarla in ospedale. I volontari di Yesh Din (un gruppo israeliano che difende i diritti dell’uomo, ndt) non potranno accompagnare al commissariato di polizia un palestinese che sia stato derubato e picchiato per sporgere denuncia. (I commissariati di polizia si trovano al centro degli insediamenti dei coloni). C’è qualcuno che può pensare che questo non sia apartheid? Jimmy Carter non ha certo bisogno di me per difendere la sua reputazione che i responsabili della comunità filo-israeliana hanno tentato di insozzare. La difficoltà sta nel fatto che la loro infatuazione per Israele ne deforma i giudizi e impedisce loro di vedere quello che succede sotto i loro occhi. Israele è una potenza occupante che opprime da 40 anni una popolazione autoctona che avrebbe invece diritto alla propria sovranità ed indipendenza, vivendo in pace con noi.

PUNIZIONE COLLETTIVA
Dovremmo ricordarci che abbiamo anche noi realizzato violentissimi atti terroristici contro un governo straniero quando anche noi volevamo costruire il nostro stato. E la lista delle vittime è considerevole. Noi ci limitiamo a non riconoscere al popolo palestinese i diritti dell’uomo. Non solo gli rubiamo la libertà, la terra e l’acqua, ma infliggiamo una punizione collettiva a milioni di persone ed anche, con una frenesia dettata dalla vendetta, distruggiamo le centrali elettriche che servono un milione e mezzo di civili. Che restino dunque al buio e muoiano pure di fame! Gli impiegati non possono ricevere il salario perché Israele trattiene 500 milioni di shekels che appartengono ai Palestinesi. E dopo tutto questo, restiamo “candidi come la neve”. Perché è chiaro che non c’è alcuna colpa nelle nostre azioni, non c’è alcuna discriminazione sociale, non c’è alcun apartheid. E’ una invenzione dei nemici di Israele. Bravi i nostri fratelli e sorelle degli Stati Uniti! La vostra abnegazione è molto apprezzata. Ci avete lavato questa brutta macchia. Ora possiamo avanzare con passo più spedito, mentre maltrattiamo in tutta sicurezza la popolazione palestinese, utilizzando “l’esercito più morale del mondo”.

thanks to: InvictaPalestina

MAI COMPLICI DEL SIONISMO!

Un nuovo fervore in Italia sta dando vita ad un movimento che ha scelto di costruire la solidarietà con la Palestina sostenendone la Resistenza. Questo viene testimoniato sia dalla partecipazione ai tre convegni “Dalla solidarietà alla lotta internazionalista – al fianco della Resistenza palestinese” organizzati quest’anno [1], sia dalle mille persone provenienti da tutta Italia presenti al corteo di Torino, determinate a portare in piazza le nuove parole d’ordine che creano la piattaforma di lotta elaborata dall’Assemblea Nazionale basata sul rispetto dei diritti inalienabili dei palestinesi, tra cui il ritorno dei profughi e la liberazione dei prigionieri, la fine dell’occupazione ma anche la decolonizzazione della Palestina, l’applicazione del Diritto Internazionale e la fine degli accordi di Oslo.

Su quest’ultimo, che non ha l’apparenza di un diritto in quanto tale, è necessario soffermarsi: alcuni palestinesi percorrono la strada delle trattative “convinti” che possa rappresentare per loro “una possibilità”, mentre per molti altri risulta una chiara scelta fallimentare che farà capitolare definitivamente i diritti dei palestinesi. Ciò rappresenta indubbiamente qualcosa che “divide” i palestinesi, almeno da un punto di vista di strategia di liberazione o compimento della pace. Oggi, fuori e dentro la Palestina, sono molte le testimonianze di coloro che non credono più (o non hanno mai creduto) al percorso delle cosiddette “trattative di pace”. La leadership palestinese dovrebbe leggere e capire le aspirazioni della propria gente, seguirle ed esserne ambasciatrice. A prescindere dal sempre più evidente disastro rappresentano da tali accordi – almeno in termini di Lotta di Liberazione – questi non interpretano più neanche una scelta popolare… Persistere su quella strada, quindi, significa anche dover reprimere il volere dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo rappresentano le trattative portate avanti tra il potere occupante e una piccola parte degli occupati, selettivamente scelti tra le élite delle borghesie palestinesi, dalla stessa macchina imperiale che determina l’occupazione. L’ANP nasce come conseguenza di quegli accordi, delegittimando, di fatto, l’OLP (unico vero rappresentante di tutti i palestinesi nel mondo). Se gli Stati Uniti puniscono i palestinesi per aver richiesto all’ONU di essere riconosciuti come Stato membro [2], negando loro i fondi stanziati in termini di aiuti economici [3], allo stesso tempo sostengono a pieno regime un governo che, con la farsa della sicurezza, continua a compiere e a minacciare attacchi presenti nell’intera regione, continua a costruire insediamenti di colonizzazione [4], etc. Come possono allora gli USA essere lo sponsor di “trattative di pace”, che invece prevederebbero quanto meno una tregua della macchina da guerra ed espansionistica israeliana? La visione dello Stato è il miraggio dato ad alcuni palestinesi dallo stesso potere che ne occupa le terre e ne uccide i fratelli, uno Stato che lo stesso potere ha già deciso che mai ci sarà prima ancora di iniziare qualunque trattativa [5].

La trappola del ricatto è dietro l’angolo: anche nel caso dell’ultima tregua tra Hamas e Israele i palestinesi hanno dovuto “essere rappresentati” da qualcuno che si facesse da garante, in quel caso il “nuovo” Egitto [6], sempre alleato strategico dell’imperialismo nonostante le sue evoluzioni (da Mubarak, ai Fratelli Musulmani, alla borghesia militare). La macchina culturale sionista lavora anche per cercare di declassare e screditare i palestinesi a “popolo non in grado di rappresentarsi autonomamente”.

Oggi la Palestina attraversa un momento molto difficile, la sua economia dipende dagli aiuti stranieri che arrivano con il subdolo e non sempre evidente scopo di appoggiare la colonizzazione. La tendenza alla normalizzazione sia da parte dell’Autorità Palestinese sia da parte del governo di Gaza mina il campo della resistenza perché si riflette pericolosamente sulla popolazione, che invece dimostra ancora di voler percorrere la strada della lotta e non della resa.

Per gli stessi motivi si è scelto di manifestare in occasione dell’incontro bilaterale Italia-Israele inizialmente (e fino alle ultime due settimane a ridosso del vertice) annunciato a Torino [7]. Solo pochi giorni prima, invece, si è appresa la notizia che sarebbe stato spostato a Roma, dove il papa “finalmente” avrebbe accolto Netanyahu [8]. Per noi era un’occasione per dire che consolidare accordi con uno stato che viola impunemente il Diritto Internazionale significa macchiarsi degli stessi crimini. Il governo italiano quindi si rende complice, questo anche grazie alla scarsa opposizione e resistenza che i cittadini italiani riescono a porre nei confronti delle sue scelte, dell’occupazione e della pulizia etnica della Palestina, compiuta per mano di Israele, ma manovrata e sostenuta dalla struttura internazionale che il sionismo ha messo in piedi, di cui l’Italia è parte.

Chi ha partecipato alla manifestazione di Torino ha scelto di inserirsi in un contesto antagonista alle scelte del governo italiano sempre più fantoccio e privo di sovranità. E’ ormai evidente la direzione che sta prendendo il nostro paese, sempre più abile e coeso nel rafforzare la militarizzazione ed il controllo sulla popolazione e che trova un valido partner in Israele, paese sempre più spinto a destra verso un fascismo etnocratico e coloniale. Gli accordi tra questi due stati hanno principalmente due obiettivi: favorire le borghesie attraverso il libero scambio commerciale (proviamo ad immaginare a beneficio di chi, non certo della popolazione italiana) e usare l’Italia come ponte per l’Europa di cui Israele non è membro, ma in cui riesce a trovare modi e forme per essere sempre presente ed estendere la sua influenza anche nell’ottica di mistificare la sua immagine di paese tutt’altro che democratico.

Allo stesso modo riteniamo che anche per i palestinesi non sia il tempo di accordi o trattative, utili solo ad indebolire la resistenza palestinese e a corrodere ogni possibilità di unità del popolo nella lotta contro l’occupazione, che invece rimane l’unica via d’uscita che può e deve essere sostenuta anche a livello internazionale, da quei soggetti, governi ed interlocutori che credono nella Lotta di Liberazione della Palestina, perché battersi per i diritti, l’autodeterminazione e libertà di un popolo, non può che giovare alla libertà di tutti.

Proprio per approfondire anche questi aspetti, il primo dicembre, il giorno dopo la manifestazione, è stato tenuto sempre a Torino un Convegno/Seminario sul Sionismo [9] in cui grazie all’altissimo profilo delle relazioni e ai contributi apportati da esperti in materia di accordi tra Italia e Israele (anche attraverso minuziose ricerche che hanno rivelato le complicità e le implicazioni di intellettuali, ricercatori, politici, etc) è stato possibile sviscerare molte delle problematiche innescate da tali accordi e approfondire come questi si riflettano negativamente sulla popolazione italiana.

L’obiettivo prefissato è quello di costruire un sostegno alla Resistenza palestinese in tutte le sue forme, di contrastare e denunciare ogni fenomeno di complicità con il nemico ovunque e comunque si presenti. Su questo stiamo lavorando, nel costruire la nostra solidarietà. Il nostro lavoro passa dai convegni ma si concretizza in varie tappe: la Manifestazione che voleva portare in pizza questi contenuti c’è stata, anche se qualcuno ha provato a depistare la partecipazione dopo lo (o approfittando dello) spostamento del vertice, puntando più su un dato politico di basso profilo “essere dov’è Netanyahu” piuttosto che essere in tanti dove da mesi si stava costruendo, con il contributo di tante città italiane [10], una manifestazione nazionale che avesse dei nuovi contenuti nella scena politica italiana, ma che riscontrano ancora reazioni conservatrici da parte di coloro che non condividono questo percorso e provano a boicottarlo con ogni mezzo.

Come dicevo però, si tratta di tappe che demarcano un percorso chiaro, definito e già avviato, in sostegno alla Resistenza palestinese, che oggi ci vede impegnati anche nel sostenere la costruzione di un asilo a Gaza a cura dell’associazione Khanafani [11], perché crediamo che la resistenza passi anche attraverso la possibilità per i bambini di conoscere sin da subito un’alternativa al sistema settario di Hamas.

Altre tappe arriveranno, certi che un giorno i palestinesi scriveranno la loro storia di lotta di liberazione. A noi il dovere di sostenerli, ben sapendo che una Palestina libera farà bene a chiunque aspiri e si adoperi per un mondo più giusto.

Redazione PalestinaRossa

[1] Convegni Nazionali
.invito primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/dalla-solidarieta-alla-lotta-internazionalista
.report primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-resistenza
.invito secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/secondo-convegno-nazionale-firenze
.report secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-secondo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-dell
.invito terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/terzo-incontro-dellassemblea-nazionale-verso-la-manifestazione-del-30-novembre
.report terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-terzo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-
[2]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42628&typeb=0&Palestina-Stato-osservatore-LA-DIRETTA
[3]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=21923&typeb=0&AIUTI-ESTERI-TRAPPOLA-PER-POLITICA-PALESTINESE
[4]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=44695&typeb=0&Da-USA-no-a-condanna-Israele-per-nuove-colonie
[5]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/non-ci-sar%C3%A0-alcuno-stato-palestinese-qa-con-linformatore-dei-palestine-papers-ziyad-cl
[6]http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/21/gaza-accordo-per-cessate-fuoco-tra-palestinesi-e-israele/421822/
[7]http://www.internazionale.it/news/italia-israele/2013/07/01/letta-il-2-dicembre-il-bilaterale-a-torino/
[8]http://vaticaninsider.lastampa.it/en/world-news/detail/articolo/israele-israel-israel-29903/
[9]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/sionismo-antisionismo-teoria-e-prassi
[10]http://www.palestinarossa.it/?q=it/manifestazione-torino
[11]http://www.freedomflotilla.it/2013/10/22/asilo-vittorio-arrigoni-come-aiutare-a-realizzarlo/

thanks to: PALESTINAROSSA

Ascolta le interviste dei Palestinesi venuti in viaggio in Italia sulla situazione della loro terra – in italiano

Radio Kufiah – Puntata 0
Intervista con Shaheen Khalil, direttore dell’unità economica del Palestinian Center for Human Rights.
(11/03/2013)

durata 01:37:22

Radio Default

clicca qui per ascoltare l’intervista

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Speciale Palestina ospita dei Compagni palestinesi.

durata 01:10:19

RadiOndaRossa

clicca qui per ascoltare l’intervista

thanks to: castelliperlapalestina

RadiOndaRossa