Corte Suprema israeliana dà il via libera a demolizione di scuola palestinese

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Betlemme-PIC. La Corte Suprema israeliana ha dato il via libera alla demolizione della scuola palestinese di Tahadi 5, nel villaggio di Beit Ta’mur, ad est di Betlemme.

Il direttore del comitato anti-colonie di Betlemme, Hasan Brijiya, ha affermato che la sentenza del tribunale ha dato il via libera alla demolizione della scuola da parte dell’esercito e dei coloni israeliani.

L’avvocato Emil Mashreki presenterà un ricorso al tribunale centrale israeliano per impedire la demolizione.

Brijiya ha affermato che i palestinesi locali si manterranno vigili nell’area, in modo da stare in guardia contro qualsiasi tentativo di demolizione.

In una chiara violazione di tutte le leggi e dei principi dei diritti umani, incluso il diritto all’istruzione e all’accesso alle istituzioni educative, molte scuole nei villaggi palestinesi e nelle comunità beduine sono attaccate da soldati e coloni israeliani.

thanks to: InfoPal

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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Israele attacca il premio Nobel 2018 perchè sostiene i Palestinesi

Il Premio Nobel 2018 nella lista nera dei sostenitori di israele.

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo. Copertina: Nobel Prize 2018 per la  Chemistry: Frances H Arnold, George P Smith and Gregory P Winter

Roberto Prinzi – 4 ottobre 2018

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo.

Peccato perché Smith è un intellettuale a tutto tondo ed è un grande attivista. Al di là dei suoi meriti scientifici indiscutibili di cui tutta la stampa nostrana ha parlato, di quest’uomo purtroppo non è stato detto (o meglio non è stato voluto dire) che lui è un accanito sostenitore della Palestina e del movimento Bds (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele). Una lacuna informativa non casuale: come si è potuto “dimenticare” di ricordare il suo attivismo per il popolo palestinese che occupa da anni una parte importante della sua attività intellettuale e umana?

E’ un peccato che non siano emerse le sue posizioni politiche: ad esempio le sue recenti condanne ad Israele per la mattanza dei palestinesi e la necessità di boicottare l’autoproclamato stato ebraico. E’ un peccato ancora di più perché, in un mondo istituzionale e accademico che deve essere sempre più ovattato politicamente, dove si ha sempre più paura di prendere posizioni nette e politiche che possano in qualche modo nuocere al mainstream (capitalistico e imperiale), questo maledetto genio si è esposto con coerenza e coraggio a fianco del popolo palestinese. Passando anche numerosi guai: potete facilmente immaginare quali pressioni questo “professore controverso” abbia subito e subisca da parte dei gruppi pro-israeliani che negli Usa sono fortissimi.

Di lui ci sarebbero tante belle storie da raccontare, ma per limiti di spazio mi limiterò a un episodio del 2015 quando tentò di avere un corso su “Prospettive del sionismo” adoperando come testo base il noto libro dello storico israeliano Ilan Pappé “La pulizia etnica della Palestina”. Alla fine, per la pressione dei gruppi sionisti presenti all’università, il suo corso fu cancellato.

Però pensate ora soltanto un attimo a quest’uomo che, sfidando il low profile di gran parte dell’accademica e l’ostilità delle lobby, decide di abbandonare per qualche ora la “sua” materia e incomincia a parlare di come la fondazione dello stato d’Israele si sia basata sulla rimozione, spoliazione e cancellazione del popolo autoctono: quello palestinese.

Sito Canary Mission che “documenta individui e organizzazioni” che promuovono l’odio verso gli Stati Uniti, Israele e gli ebrei nelle università del Nord America.

Ora è stato scritto che “allora sbagliò” perché “uscì fuori tema”, che quello “non era il suo campo di studi”. Secondo me queste sono sciocchezze. In fondo cosa è la biologia se non la scienza che, oltre a studiare i processi fisici, chimici ed emergenti dei fenomeni che caratterizzano i sistemi viventi, si occupa dei processi come l’adattamento, lo sviluppo, l’evoluzione, l’interazione tra gli organismi ed il loro comportamento?

Abituato al rigore del metodo scientifico, Smith non ha fatto e fa altro che applicarlo anche al caso della Palestina. E se si è rigorosi – e se sei biologo lo devi essere – se si analizzano cause e conseguenze, l’interazione tra esseri viventi etc etc, beh allora non puoi prendere una posizione netta e non schierarti con i palestinesi. Senza le solite paraculate di molti “intellettuali” che, nella migliore delle ipotesi, dividono le responsabilità di colpe in parti uguali come se fossero pezzi di torte di compleanno da dividere tra commensali. Smith si schiera. Punto. Poco importa che sta nel Missouri a decine di migliaia dalla Palestina. Poco importa che sulla carta insegna “scienze biologiche”.

Immagini inserite liberamente da Invictapalestina.org

thanks to: Invictapalestina

 

#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Perché i palestinesi sono trattati oggi come gli ebrei nel 1940.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Guillermo Saavedra, 31 agosto 2018

Quando i nazisti derubarono il popolo ebraico, confiscarono tutte le loro proprietà e ricchezze. Appropriazione ed espropriazione di opere d’arte, conti bancari, abbigliamento … Prigione, tortura, persecuzione.

Il saccheggio dei nazisti non ebbe  limiti.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Questa può essere allo stesso tempo una domanda filosofica e un grido d’angoscia. La prima è una richiesta di chiarezza ed esige una risposta intellettuale. Ma se le parole sono un’espressione di angoscia, qualsiasi spiegazione razionale non solo sarebbe irrilevante,, ma anche assolutamente insensibile. Un’espressione di dolore richiede empatia e non risposte; silenzio, non parole

Nota del grande filosofo Darío Sztajnszrajber –  Sztajnszrajber fa una fantastica descrizione della sensazione di angoscia. Ma che si fa dopo aver compreso questo sentimento?

L’Ufficio Centrale di Statistiche Palestinese ha rivelato che nel 2017 Israele si è appropriato di 2.100 dunam di terra palestinese (un dunam equivale a 1.000 metri quadrati) in diverse parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme.

Secondo un rapporto pubblicato alla vigilia della Giornata della Terra, che ha avuto luogo il 30 Marzo 2018 nei Territori Occupati, le terre sono state espropriate principalmente per stabilirvi controlli militari israeliani, punti di osservazione vicino a insediamenti ebraici o per annetterle  a insediamenti ebraici,

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, Israele controlla attualmente più del 90% della superficie della Valle del Giordano, il che rappresenta il 29% della superficie totale della Cisgiordania. Rileva inoltre che alla fine del 2016 il numero di insediamenti, enclave selvagge e basi militari israeliane in Cisgiordania hanno  raggiunto il  numero di 425, incluse 150 colonie e 107 enclave selvagge. Il rapporto stima che ci siano 636.000 coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme, il che significa che ci sono 21,4 coloni per 100 palestinesi.

Nel 2017, Israele ha demolito 433 edifici palestinesi nei Territori Occupati,  il 46% dei quali a Gerusalemme.

Il 21 novembre 2016  il relatore delle Nazioni Unite per i Territori Occupati, Michael Lynk, accusò il Parlamento israeliano di voler “rubare” la proprietà privata dei Palestinesi con l’approvazione di una legge che legalizzava gli insediamenti ebraici nei Territori.

Il 16 novembre 2017 erano stati legalizzati più di 100 insediamenti ebraici temporanei stabiliti illegalmente su terra palestinese privata in Cisgiordania, nonostante  gli ordini contrari della Corte Suprema israeliana.

Ciò era stato possibile grazie alla nuova legge dello Stato di Israele che legalizzava l’appropriazione  delle terre private palestinesi e la loro  regolarizzazione,  destinandole all’uso dei coloni ebrei.  Argomentazione vietata dal diritto internazionale.

Michael Lynk denunciò che questi insediamenti minano il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi, violando il loro diritto di proprietà, di  libertà di movimento e di sviluppo. Così come lo Stato di Israele continua a confinare i Palestinesi  in porzioni  di terra  sempre più piccole e non contigue tra di loro .

Ma la comunità internazionale ha paura di sfidare il governo israeliano. Sebbene l’annessione dei Territori Occupati costituisca una profonda violazione del diritto internazionale. I Palestinesi dal canto loro sono molto pacifici di fronte alla rapina organizzata.

Se Israele continua con le annessioni, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta non solo a condannare queste azioni, ma anche ad adottare  misure appropriate per porre rimedio a queste violazioni.

La Storia ha dimostrato che il solo responsabile della situazione in Palestina è il “Sionismo”.

Il pantheon dei personaggi biblici e coranici in Palestina  nasce da credenze e tradizioni del folclore nativo locale. Sono i Palestinesi musulmani che l’hanno creato e conservato come valore sacro della Palestina.

I luoghi sacri della Palestina  situati nel sottosuolo e dedicati alla memoria dei profeti e dei santi della tradizione ebraica, cristiana e islamica, sono stati conservati dalla popolazione araba palestinese locale come santuari per il pellegrinaggio che a sua volta generava atti di culto religioso e popolare nei villaggi ove sono ubicati..

Dal 1948, sin dall’inizio della politica di pulizia etnica, della distruzione dei villaggi e dell’espulsione dei loro abitanti,  tutti questi siti sono stati sottratti al popolo palestinese. Ci sono casi specifici che stupiscono per come il Sionismo, attraverso lo stato di Israele, si sia appropriato del culto  di quelli  che mai aveva considerato come luoghi di pellegrinaggio e devozione di sacri personaggi delle religioni abramitiche.

Storia di alcuni Regni europei, in cui gli Ebrei sono stati privati dei loro beni, delle loro ricchezze ed espulsi: Regno di Francia, anno 1182, espulsione e confisca dei beni ordinati dal re Filippo Augusto; Regno d’Inghilterra, anno 1290, ordinata dal re Edoardo I, l’espulsione degli Ebrei fu la prima grande espulsione del Medioevo; Spagna dei re cattolici di Castiglia e Aragona, confisca di beni ed espulsione degli Ebrei nel 1492.

In  Francia, paese dei Lumi, il governo di Vichy consegnò  ai nazisti 75.000 Ebrei perché fossero uccisi nelle camere a gas.

Oggi i Palestinesi hanno tutto il diritto di difendere il loro territorio e non possono essere considerati dei “terroristi”,  parola molto di moda all’interno di una comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti.

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Traduzione: Simonetta lambertini – Invictapalestina.org

Fonte:https://blogs.mediapart.fr/guillermo-saavedra/blog/310818/pourquoi-les-palestiniens-sont-traites-aujourdhui-comme-les-juifs-en-1940?utm_source=facebook

Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

 Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

A cura del Comitato del Martire Ghassan Kanafani

Oggi 21 maggio 2018 il campo di Yarmouk è stato finalmente liberato da Esercito siriano e milizie palestinesi dopo 7 anni di conflitto e devastazione.

Prima di fare delle considerazioni su questi ultimi giorni di battaglia, facciamo un passo indietro e raccontiamo cosa è stato e cosa ha rappresentato Yarmouk. Questo campo profughi (non ufficiale), fondato nel 1957 vicino la città di Damasco per accogliere i rifugiati palestinesi sopravvissuti alla Nakba (la catastrofe del 1948), è divenuto col tempo uno dei quartieri a sud della capitale siriana. Dotato di scuole, ospedali ed esercizi commerciali, ad appena 4 km dalla centralissima Piazza Rauda, Yarmouk Camp con i suoi 2 km2 di estensione ospitava la più vasta ed attiva comunità palestinese di tutta la Siria. Non stupisce come molti palestinesi per anni l’abbiano definito “la capitale della diaspora” o anche “la capitale della Resistenza palestinese”. Già con una legge del 1956 (la Legge siriana n.260 che è andata ad integrare la precedente 450 del ‘49), il Governo siriano ha garantito ai palestinesi rifugiati in Siria gli stessi identici diritti dei cittadini siriani (ad esclusione della cittadinanza, tra l’altro non rivendicata dai palestinesi che continuano a definirsi tali seppur ospitati in uno altro Stato). Fin dall’inizio della sua storia, Yarmouk si candida a divenire quindi una Patria d’adozione per i palestinesi cacciati dalla loro terra: qui per loro è stato possibile autodeterminarsi ed autogestirsi organizzandosi ed eleggendo propri rappresentanti. La storia dimostrerà che alla fine il profondo legame tra palestinesi e siriani, seppur con molti evitabili errori da entrambe le parti, reggerà la durissima prova della destabilizzazione prima e della guerra poi.

Per descrivere quella che era la vita dei palestinesi dentro Yarmouk, bisogna considerare la storia dei rifugiati palestinesi in Siria e dello stretto rapporto che lega lo Stato siriano alla causa palestinese. La maggior parte degli 85-100 mila rifugiati palestinesi che arrivarono in Siria, a partire dal biennio ’48-’49, provenivano dai villaggi situati nella parte nord della Palestina, mentre nel 1967 una nuova ondata di profughi si mise in marcia quando Israele occupò illegalmente le alture del Golan. Negli anni ’80 poi fu il turno dei palestinesi profughi dal Libano che in migliaia, durante la guerra civile, si riversarono nella più vicina ed accogliente Siria. Prima dell’aggressione imperialista del 2011, i palestinesi rappresentavano circa il 2% dell’intera popolazione siriana. Damasco per fare un esempio è stata per molto tempo la sede operativa della principale organizzazione marxista palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP. Se mettiamo velocemente a confronto la situazione dei profughi palestinesi in Siria rispetto a quella negli altri Paesi arabi, vediamo come le differenze appaiono molte ed assai profonde. In Libano, ad esempio, i palestinesi vengono ancora trattati dalle istituzioni come stranieri a tutti gli effetti. Nel ‘Paese dei cedri’, l’attività della UNRWA è resa difficile (se non impossibile) a causa di uno ‘storico scarso interesse a migliorare le condizioni dei profughi palestinesi: le capacità dell’UNRWA, lasciata da sola, sul fronte sanitario sono molto limitate e, circa l’istruzione, si è assistito ad un progressivo abbassamento del livello di scolarizzazione’. Ad aumentare in Libano sono stati solo i drammi per questi profughi condannati a rimanere stranieri. La situazione in Giordania, in Egitto e negli altri Paesi arabi non è certo migliore. Per quanto riguarda l’entità sionista, l’UNRWA è costretta ad evidenziare ‘una diffidenza ed una totale assenza di collaborazione, perlomeno dal 1967’.

A partire dal 2011, la disinformazione sviluppatasi sul ruolo dei campi profughi palestinesi all’interno della ‘crisi siriana’ e, in particolare, la strumentalizzazione di quanto accaduto nel campo di Yarmouk ha evidenziato la diffusa grave incapacità nel saper/voler distinguere fra i diversi interessi politici coinvolti
nella destabilizzazione, o d’altra parte nella difesa, della sovranità ed indipendenza della Repubblica Araba di Siria. Pur non volendolo, Yarmouk è divenuto il centro anche simbolico di questa aggressione. Nella narrazione distorta degli avvenimenti giunta fino a noi, la popolazione civile palestinese del campo è infatti stata alternativamente ritratta come ‘vittima del regime siriano’ o accusata di essere ‘collaborazionista’ dello stesso. Ma come è andata veramente? Proviamo a ricostruire la vicenda senza paura di indicare le responsabilità di una parte della popolazione palestinese del quartiere.

Oggi (21/05/18) l’ultima sacca di resistenza opposta dallo Stato Islamico è stata finalmente sgominata, ma come riuscì Daesh ad entrare nel campo? Questo fu possibile solo dopo una complessa serie di vicende che videro spaccarsi i gruppi armati palestinesi operanti in territorio siriano. I principali attori di questa spaccatura con ruoli antagonisti furono: da una parte, Aknaf Beit al-Maqdis (costola non-ufficiale di Hamas in Siria) e, dall’altra, il Fronte Popolare – Comando Generale (scissione del PFLP marxista, gruppo palestinese storicamente alleato del Ba’ath siriano). Nel 2011, un antefatto innescò il successivo conflitto aperto: il governo di Damasco autorizzò i palestinesi residenti in Siria a organizzare una marcia sulle alture del Golan nell’anniversario della Nakba (15 maggio). L’esercito israeliano reagì aprendo il fuoco oltre la frontiera, trucidando civili palestinesi, alcuni dei quali residenti a Yarmouk. Le forze islamiche palestinesi del campo approfittarono dei funerali di queste vittime per prendere il controllo del quartiere deviando il corteo del funerale verso la sede del FPLP-CG che così venne presa d’assalto. Nello scontro a fuoco che ne seguì la sede venne data alle fiamme, fatto che diede la percezione che le forze islamiche avessero il controllo del campo. L’obiettivo delle forze islamiche era di portare i palestinesi a schierarsi con l’insurrezione antigovernativa in Siria che, in quel momento, godeva di ampie prospettive di sviluppo: nel 2011 organizzazioni legate alla fratellanza avevano preso il controllo di Tunisia, Libia (almeno in parte) ed Egitto, potendo contare sul sostegno diretto e indiretto tra l’altro di Turchia e Qatar. Quella di Aknaf Beit al-Maqdis fu quindi una forzatura per mettere le altre organizzazioni palestinesi (in una posizione neutrale rispetto la prima ondata di proteste anti-governative) a prendere una posizione e, di fatto, facendo di Yarmouk un campo di battaglia.

Aknaf Beit al-Maqdis non ebbe solamente un ruolo attivo nel campo di Yarmouk, ma in molte altre zone della Siria, organizzando e gestendo campi d’addestramento e canali di rifornimento d’armi. In breve, nel campo a sud di Damasco, di strategica importanza per il controllo della Capitale, lo scontro fu inevitabile. Il confronto armato fra Aknaf Beit al-Maqdis e gli altri gruppi armati (circa 12 nel campo) andò avanti dal 5 al 17 Dicembre del 2012; ma la svolta vera e propria ci fu il 16 di quello stesso mese, quando le organizzazioni islamiche presero il controllo dei check point che controllavano i confini del campo. L’assedio di Al-Yarmouk ha avuto inizio questo nefasto giorno, quando un gran numero di guerriglieri del cosiddetto “Esercito Libero Siriano – ELS” (o Free Syrian Army –FSA) e di “Jabaht Al Nusra” (ramo siriano di al Qaeda) provenienti da diverse zone limitrofe, vennero letteralmente fatte entrare grazie un aiuto ‘interno’ per fare del campo una roccaforte liberata dalle altre fazioni. L’alba del 17 dicembre 2012, vedrà purtroppo una parte dei combattenti tra le fila dei Comitati Popolari ritirarsi, senza previo avviso, dalla zona del nuovo ospedale – rotatoria della Palestina e dal quartiere al Zaytoun. Il ritiro di queste unità (apparentemente insensato) non fu casuale, ma si è trattò nei fatti di un’azione coordinata con le milizie dell’opposizione siriana presenti ai confini del campo profughi.

La prima zona del campo a subire gli effetti dell’abbandono delle postazioni è stata quella compresa tra la rotatoria della Palestina verso la strada della Palestina e il quartiere Al-Magharba; il secondo fronte venutosi a creare si estendeva invece dal quartiere Al-Zayn fino alla strada Al-‘Oruba. In quel frangente, c’è da sottolineare come il resto delle unità dei Comitati Popolari e delle organizzazioni palestinesi abbiano responsabilmente conservato le loro posizioni, ingaggiando violenti scontri in diverse aree all’interno del campo e, più precisamente, sui fronti di Al-‘Oruba – Al-Turba Al-Qadima, sul fronte che si estende dall’ospedale ‘Filasteen’ – Al-Khalsa fino alla Strada 30, lungo il fronte Al-Tadamon – Municipio Al-Yarmouk – Fire’e Al-Hizeb ed infine tra Al-Tarboush e il Parco dei Martiri.

Oltre all’abbandono e la ritirata di alcune unità, la difesa del campo dovette fare i conti con una serie di ‘cellule dormienti’ presenti nel quartiere che si attivarono una volta ricevuto segnale da parte dell’ELS. L’appartenenza di ‘cellule’, composte principalmente da “ex-membri partitici” di Hamas e altri miliziani non originari del campo, non verrà mai riconosciuta da Hamas che non ha mai rivendicato o appoggiato ufficialmente l’azione di questi suoi esponenti (senza tuttavia dissociarsi). Il nome dell’organizzazione a cui facevano riferimento le ‘cellule’ è stato, come detto, quello della brigata Aknaf Beit al-Maqdis. Diverse sono le testimonianze che riportano dettagli e comportamenti ‘interni’ a questa organizzazione: ad esempio, l’espediente per non incorrere in fuoco amico di indossare la kefiah palestinese bianca e nera sul capo corredata di una fascia riproducente la trama geometrica della kefiah; la parola d’ordine “Zahrat Al-Madaen” (Fiore delle Città, riferito a Gerusalemme, nonché titolo di una famosa canzone della cantante libanese Fairouz), ecc…

Quel giorno presero parte ai combattimenti (più che altro si trattava di regolamenti di conto interni) anche membri di Fatah (il movimento politico di Abu Mazen), aprendo il fuoco contro le forze del Fronte Popolare – Comando Generale (FPLP-CG). Anche in questo caso tuttavia c’è stata, in seguito, una condanna da parte di Fatah per tentare di prendere distanza dalle irresponsabili azioni intraprese da alcuni suoi membri. L’intervento di quel giorno da parte dell’Esercito Arabo siriano consistette nel colpire, per mezzo dell’aviazione, un magazzino di armamenti, base dei ribelli, nei pressi della moschea Abdel Qader. Questo colpo dell’aviazione provocò un’esplosione talmente forte da spingere gli abitanti dell’area circostante a muoversi verso altre zone. A seguito dell’esplosione si propagò di bocca in bocca una voce di corridoio secondo la quale l’Esercito siriano si sarebbe appostato all’ingresso del campo con carri armati con l’intenzione di bombardarlo a tappeto. Questo episodio, come innumerevoli altri, venne creato e sfruttato brillantemente creando una situazione di caos utile all’avanzamento nel campo dei cosiddetti ‘ribelli’. Tali costruzioni di fantasia, frutto di propaganda anti-governativa, sono state prontamente riprese da tutti i media e considerate alla stregua di fonti scientifiche per la produzione di notizie false, dalla BBC ad al Jazeera. Tornando ai Comitati Popolari, a seguito dei colpi subiti dai nemici esterni e dai loro agenti interni, si videro costretti a ritirarsi verso la zona di Al-Khalsa. In questo modo il campo Al-Yarmouk divenne preda dei crimini del Free Syrian Army (FSA), del Fronte al Nousra e di Liwa Al-Asifa (una delle numerose sigle utilizzate dall’Esercito Libero Siriano all’interno di Al-Yarmouk).

In seguito a questo rovescio, i circa 160.000 abitanti del quartiere si trovarono bloccati fra gruppi jihadisti ed Esercito Arabo siriano che iniziò a colpire con l’artiglieria alcuni obiettivi all’interno del campo profughi, ma che, al contrario di quanto vuole la propaganda imperialista, non era in grado di imporre alcun assedio, controllando solamente uno dei 4 lati del campo. FPLP e FPLP-CG rimasero temporaneamente in controllo di circa il 20% del quartiere, mentre il resto fu catturato da al-Nusra ed alleati. Questa situazione di stallo fu però sbloccata nel 2015 quando lo Stato Islamico si impose di forza conquistando il campo. In seno ad al-Nusra, ed alla galassia jihadista siriana, emerse infatti con forza l’opzione politica di uno Stato Islamico dal Golfo al Mediterraneo: gruppi armati e brigate aderirono a macchia di leopardo, in alcune zone in numero maggiore che in altre, il che causò frizioni e scontri tra gruppi ed interessi. Tale dinamica riguardò anche a Yarmouk: Aknaf Beit al-Maqdis, indissolubilmente legata ai suoi padrini del Golfo, vide molto male il proliferare di bandiere nere del Daesh nel campo, giungendo in breve ad un confronto armato con i suoi miliziani in cui ebbe però la peggio in poche settimane.

L’avanzata dello Stato Islamico poi proseguì verso la zona a nord sotto il controllo delle altre milizie palestinesi (a cui per forza di cose Hamas si riallineò progressivamente), conquistandone circa la metà. Da quel momento Yarmouk è rimasta una spina nel fianco per il Governo siriano che, per anni, ha visto Damasco minacciata da un avamposto dello Stato Islamico a pochi km dal centro della città.

Le cose sono iniziate a cambiare radicalmente solo dopo alla recente caduta di Ghouta est (aprile 2018): la conquista delle zona a est di Damasco ha permesso, infatti, all’Esercito siriano di ridispiegare parecchi effettivi nella provincia sud, affiancati da numerose milizie palestinesi intenzionate a porre fine al tradimento subito più di 6 anni prima: FPLP-CG, Esercito per la Liberazione della Palestina, la Brigata Galilea e la Brigata al Quds. Dopo l’inizio dell’operazione, la situazione è arrivata quasi immediatamente ad uno stallo, con raid aerei sulle postazioni dei miliziani, raid abbastanza intensi ma non sufficienti a fiaccare le le forze dei miliziani anti-governativi. Per questo si intensificano i colloqui per uno spostamento dei miliziani da Yarmouk verso l’est della Siria. Scontri durissimi si susseguono per giorni, la maggior parte dei miliziani dello Stato Islamico asserragliati a Yarmouk si arrendono (e vengono trasferiti ad est), ma resta una sacca trincerata nel dedalo delle abitazioni del campo. Nonostante i raid e l’avanzata di terra, Daesh a Yarmouk resiste in un quartiere oramai svuotato e spettrale in cui si fatica a trovare un muro integro.

Il 22/04/2018, dopo giorni di assedio, l’avanzata siriana si impantana definitivamente subendo perdite rilevanti: Daesh reagisce sparando missili che, qualche caso, raggiungono il centro di Damasco. Il 25 aprile, Jaish al islam, che occupa il sobborgo di Yalda a fianco di Yarmouk, decide di impedire all’Esercito siriano l’entrata nel sobborgo che fornirebbe alle forze governative la possibilità di attaccare su 4 lati lo Stato Islamico asserragliato a Yarmouk. L’aviazione siriana colpisce però a sorpresa il quartier generale di Jaish al Islam uccidendo comandanti locali e miliziani. Ad una settimana dall’inizio dell’operazione su Yarmouk, le conquiste territoriali rimangono esigue, al prezzo di centinaia di vite.Riprendono così le trattative con i ribelli nei territori limitrofi alla zona sotto controllo di Daesh; in questi giorni, anche le altre sacche jihadiste a sud di Damasco (attorno a Yarmouk) andranno incontro ad accordi simili a quelli di Ghouta est così da lasciare il passo all’avanzata dell’Esercito siriano. Lo Stato Islamico, fiutando il pericolo, non resta fermo e decide di attaccare le posizioni degli altri gruppi jihadisti prima che questi possano ritirarsi a favore dell’Esercito siriano (e alleati), conquistando alcuni punti strategici.

Siamo nella fase ultima e più drammatica degli scontri: Daesh a Yarmouk costruisce bombe con i prigionieri, l’avanzata è penosa tra attacchi suicidi e scontri casa per casa. Dal 6 al 20 maggio, la situazione varia di pochissimo: i combattimenti dello Stato Islamico si sparpagliano complicando ulteriormente le cose. I morti fra le milizie palestinesi che affiancano l’Esercito siriano sono tanti, ma questo stillicidio porta a poco a poco i miliziani del Daesh a cedere. Finalmente, il 20 maggio viene raggiunto un accordo: gli ultimi miliziani sono disarmati e caricati su degli autobus diretti fra Palmira e Deir Ezzor. Quest’operazione porta a conclusione la presenza dello Stato Islamico e di ogni altra sigla jihadista a sud di Damasco.

Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora ora ridotto ad un cumulo di macerie, rappresenta con questa drammatica vicenda tutte le contraddizioni, ma poi anche tutta la forza ed il coraggio della sua popolazione palestinese. Grande è stato il tradimento, quanto grande la generosità di chi ha perso la vita per scacciare l’incubo del fondamentalismo a pochi km da Damasco.

Comitato del Martire Ghassan Kanafani – CMGK

Sorgente: Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

Hispan TV

In un video divulgato dai media palestinesi si può vedere come diversi soldati del regime di Israele colpiscano e puntino le loro armi contro i medici che cercavano di assistere coloro che erano risultati feriti in una manifestazione in una zona occupata della Cisgiordania.

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Secondo quanto riporta questo sabato il portale South Front, l’incidente è occorso nella città cisgiordana di Al-Bireh e i fatti risalgono a metà marzo, quando centinaia di palestinesi partecipavano al funerale di un ragazzo di 19 anni assassinato da colpi di arma da fuoco dalle forze d’occupazione israeliane.

Il regime di Tel Aviv ha ricevuto la condanna della comunità internazionale per aver ucciso lunedì scorso, il giorno dell’insediamento molto discusso dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme, 61 palestinesi e ferito 2900 nella zona di confine con la Striscia di Gaza.

Sorgente: VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

Gerusalemme, a Gaza omicidi autorizzati. La legge internazionale li deve condannare.

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Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, da Amnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

thanks to: il Fatto Quotidiano

Giurista, studiosa di diritto penale internazionale

Perché i palestinesi protestano a Gaza?

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A cura del GPI. Perché i palestinesi protestano a Gaza?
95% dell’acqua non è potabile.
4 ore di elettricità al giorno.
45% disoccupati.
46% dei bambini soffrono di anemia acuta.
50% dei bambini non esprimono la volontà di vivere.
2 milioni di persone private della libertà di movimento.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

“Israele, come potrai dimenticare?” L’ultimo commento di Roger Waters sulla Palestina è da applausi

“Non posso esprimere adeguatamente i miei sentimenti in questo giorno della Nakba.

I miei sentimenti di profonda tristezza per tutti coloro che furono costretti a lasciare le loro case, minacciati di morte, 70 anni fa.

I miei sentimenti di compassione per tutte le madri, i padri, le sorelle, i fratelli, le zie, gli zii, i nonni morti durante tutti questi anni.

I miei sentimenti di assoluto disprezzo per il Presidente Trump e per Ivanka, Kushner, Adelson e il resto di quella odiosa e mortifera cricca.

I miei sentimenti di amore per i miei fratelli e le mie sorelle in Palestina e per i rifugiati palestinesi in ogni altro luogo.

I miei sentimenti di amore per le mie sorelle e i miei fratelli ebrei, specialmente di 

facebook.com/JewishVoiceforPeace/?fref=mentions”>Jewish Voice for Peace. Vi riconosco, potrei piangere oggi per la vostra grande e continua umanità.

I miei sentimenti di ammirazione sconfinata per per tutte le persone di Gaza e della Cisgiordania per la loro eroica resistenza non violenta alla brutale occupazione israeliana.

I miei sentimenti di gratitudine per il Sud Africa, la Turchia e la Repubblica di Irlanda per avere ritirato in questo giorno i propri ambasciatori da Tel Aviv in protesta per il massacro di innocenti in corso.

I miei sentimenti di imponderabile pietà per Israele.

Israele, come potrai dimenticare?”

Roger Waters

Traduzione di Antonio Perillo

Sorgente: “Israele, come potrai dimenticare?” L’ultimo commento di Roger Waters sulla Palestina è da applausi

40 martiri e almeno 2000 feriti. A Gaza è una carneficina. L’Onu parli ora o resterà imbavagliato per sempre

40 martiri e almeno 2000 feriti. A Gaza è una carneficina. L'Onu parli ora o resterà imbavagliato per sempreOggi, giornata della Nakba per i palestinesi, Trump ha reso, col suo appoggio da vecchio padrino, ancor più violenta la reazione di Israele alle giuste richieste di rispetto della legalità internazionale portate avanti in Palestina.

In particolare, in Cisgiordania, le proteste riguardano il tentativo di “rapina” di Gerusalemme, e lungo la Striscia di Gaza la  rivendicazione del diritto al ritorno (Risoluzione Onu 194 ignorata da Israele) e la rottura dell’illegale assedio israeliano.

La giornata lungo la STRISCIA DI GAZA è iniziata così: BRUCIANDO I VILLAGGI simboleggiati dalle tende degli accampamenti. Infatti stamattina poco dopo l’alba Israele ha mandato i suoi “aquiloni”. Ma non erano innocui né ironici aquiloni con la codina in fiamme. Erano piccoli aerei carichi di benzina con i quali ha volutamente dato fuoco alle TENDE DI ALCUNE FAMIGLIE della marcia. Sei feriti per cominciare. Ed era solo da poco passata l’alba.

Al momento, dopo la preghiera di metà giornata, si contano 40 martiri e la cifra è in continuo aggiornamento. Vogliamo ricordare che per i palestinesi si tratta di martiri e non semplicemente di vittime, e questo ha un significato che in ogni azione o guerra di resistenza nel mondo ha lo stesso significato: dare una spinta in avanti alla lotta e aggiungere coraggio e determinazione nei superstiti. I feriti al momento sono oltre 2000 e i carri armati stanno sparando colpi di mortaio all’interno della Striscia, nella zona a nord di Beit Lahia.

Intanto il portavoce israeliano delle forze armate, Avijaa Adraei,  ha comunicato in TV che se le proteste non cesseranno verrà bombardata Gaza con l’aviazione militare.

Davanti a una dichiarazione pubblica di tale criminale portata ci si aspetta una presa di posizione dell’ONU. Sulla base delle esperienze passate pensiamo che una presa di posizione arriverà e sarà un rimprovero a Israele per l’esagerata reazione alle proteste. Tutto qui.

Questo non risolverà ma probabilmente aggraverà il problema, perché il problema ha un nome preciso, anzi due: assedio e occupazione.

Se l’ONU mostrerà ancora una volta di essere impotente oltre che inefficace rispetto alle violazioni ed ai crimini israeliani, il mondo tutto, e non solo il Medio Oriente, ne pagheranno il prezzo. La legalità internazionale verrà ad essere concretamente quel che al momento è solo  una percezione  che però si alimenta sempre più di prove concrete, cioè diventerà carta straccia e il mondo sarà solo una giungla.

Intanto a Gaza un gruppo di giovani ha tagliato la rete dell’assedio ed è entrato, disarmato, in territorio israeliano. Questi giovani vogliono dimostrare che la libertà è un bene supremo e la gabbia in cui vivono da 11 anni deve essere rotta.

Ora ci sono davvero gli scontri, quelli che per un mese e mezzo non ci sono mai stati nonostante le parole scritte o pronunciate da giornalisti ignari e lontani da Gaza, erano solo omicidi e ferimenti di dimostranti pacifici. Ora ci sono scontri e sono molto duri. Da una parte la resistenza, dall’altra l’occupazione. Da una parte il desiderio di libertà, dall’altra la forza delle armi. Gli ospedali di tutta la Striscia non hanno più posti e si stanno attrezzando tutti  gli ambulatori, le cliniche, i centri medici per ospitare i feriti per l’emergenza.

Si parla per la prima volta di centinaia di giornalisti internazionali entrati per fornire le loro testimonianze. Al momento sappiamo che solo pochissimi sono realmente sul campo e saranno quelli, se l’onestà professionale avrà la meglio sulla censura, a testimoniare che se i Gazawi della “Grande marcia” seguiteranno ad essere coesi e al di sopra delle divisioni politiche dei vari leader, questo bagno di sangue segnerà una pagina di storia nel difficile percorso dell’indipendenza della Palestina. Sempre che i potenti della terra, in primis gli USA capiscano che è più conveniente scegliere la legalità internazionale piuttosto che la legge del più forte.

Patrizia Cecconi, 14 maggio 2018

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