Jewish vigilantes jailed over Paris attack on Gaza fundraising event

Six members of Jewish Defence League participated in ‘lynching’ of two men and chanted ‘Death to Arabs’ during 2009 assaults

PARIS – Six Jewish vigilantes were jailed in Paris on Friday over a “savage gang attack” targeting attendees at a fundraising event for Gaza in 2009.

The defendants used iron bars, baseball bats and bike chains in the onslaught, in which they deliberately targeted anybody who looked like a Muslim.

Among their victims was a 22-year-old singer who suffered a “lynching” by the 20-strong mob who chanted “Death to Arabs” and “Long live Israel!”

All were leading members of the Jewish Defence League (JDL), a notorious vigilante group that is outlawed in both America and Israel because of its links with terrorism.

Despite this, the JDL is allowed to demonstrate openly in France, and its yellow and black clenched fist flags are regularly seen at events across the country. 

A court in the French capital heard how all six had beaten up Hatem Essabbak and Mustapha Belkhir outside a Paris theatre in April 2009.

The case is considered one of the most sensitive in recent legal history, because of the way it illustrates how the Israel-Palestine conflict has been exported to the streets of major French cities. 

No less than five examining judges were involved in the Paris enquiry, with four resigning one after the other because of the intense pressure. 

The six men found guilty of carrying out aggravated violent assaults were Jason Tibi, Rudy Lalou, Azar Cohen, Maxime Schaffier, Yoia Bensimou, and Yoni Sulman.

Other JDL gang members are said to have fled to Israel to avoid prosecution, while Tibi has admitted serving in the Israeli army while waiting for his case to come to court. At least two of those convicted today have since fled to Israel.

A damning verdict reads: “The facts of this case illustrate how the violence was aggravated by victims being targeted because of their race and religion.”

Dominique Cochain, Essabbak’s barrister, said: “Normally, this type of case is dealt with within three months. It has to be said that this is a very sensitive issue.”

Essabbak, a 22-year-old singer at the time, was with his girlfriend outside the Adyar Theatre, close to the Eiffel Tower, on Sunday 12 April, 2009.

Both were taking part in Our Talents for Gaza – a showbiz event raising money for the surviving families of more than 1,400 Palestinians, including 400 children, killed by Israeli forces during an offensive a few weeks before.

Essabbak was surrounded by the JDL men who used iron bars, bats, bike chains, crash helmets and fists in the “unprovoked lynching,” the court heard.

Essabbak said: “I was repeatedly hit in the face, around the head, and on both legs. I then fell to the ground, and was hit again around the head. They carried on until they saw I wasn’t moving. My life stopped on 12 April, 2009.” 

Mustapha Belkhir went to help Essabbak and was also badly beaten up. Both men ended up in hospital.

Witnesses heard the attackers shouting: “Have this, it’s for Gaza, you dirty Arab,” and “Us Jews are going to f*** you, you dirty race.”

Most of the JDL members had their faces covered, but their mobile phones were later traced to the scene of the attack.

Tibi – who was described in court as the leader of the group – at first denied any knowledge of the attacks, but admitted taking part when confronted with evidence.

Tibi and and Sulman received two-year sentences, while the others were handed sentences of between nine months and a year.

Beyond the theatre attack, 27-year-old Tibi has a previous prison conviction for smashing up a Palestinian book shop in Paris, and has been filmed fighting in Marseille. 

Cochain told the court: “The evidence is that Mr Tibi has not changed. Videos on Google show that in 2011 he disrupted a pro-Palestine meeting in the 14th arrondissement of Paris, accompanied by JDL members, and wanted to stop debate.

“They were shouting slogans like ‘F*** Palestine’. He was also in Marseille in June 2011 to protest against the Gaza flotilla taking supplies to the blockaded Palestinian territory. His face was covered in blood and he was saying ‘I’m here to protest’, ‘Israel will live, Israel will vanquish.’”

The JDL is regularly involved in attacks on pro-Palestine activists, politicians, journalists and other perceived enemies across France.

There have been numerous calls to ban the JDL in France, with Interior Minister Bernard Cazeneuve condemning their behaviour as “excessive”.

Sorgente: Jewish vigilantes jailed over Paris attack on Gaza fundraising event | Middle East Eye

ISRAELE. Rabbino Lior: “Se necessario, Israele deve distruggere Gaza”

Le considerazioni del rabbino estremista, espresse sotto forma di una sentenza religiosa, danno la benedizione alle autorità israeliane di sterminare gli abitanti della Striscia per difesa. Il Meretz chiede di aprire un’indagine
Lior trasportato in spalla dai suoi sostenitori all’uscita del carcere nel 2011 (Fonte Jerusalem Post)

Lior trasportato in spalla dai suoi sostenitori all’uscita del carcere nel 2011 (Fonte Demotix.com)

della redazione

Roma, 23 luglio 2014, Nena News – “La Torah spiega in che modo gli ebrei devono difendersi dai propri nemici: se è necessario, Israele deve distruggere Gaza”. Parola di Dov Lior, leader spirituale dell’insediamento illegale di Kiryay Arba alle porte di Hebron, considerato il rabbino più estremista della destra religiosa ebraica. Famoso per aver asserito che “se uno dei due genitori non è ebreo, il bambino avrà i geni negativi che caratterizzano i non-ebrei”; ma anche per essere stato arrestato e interrogato con l’accusa di incitamento alla violenza per aver promosso un libro religioso, “il Re della Torah”, che dà gli ebrei il permesso di uccidere i non-ebrei, compresi i neonati.

Lior ha emesso un responsum (sentenza giuridica religiosa) che permette la totale distruzione della Striscia di Gaza e dei suoi abitanti, se necessario, per difendere il paese sotto attacco. “La Torah – ha scritto Lior – insegna agli Ebrei come comportarsi anche in tempo di guerra. Pertanto, alla nazione attaccata è consentito punire la popolazione nemica con le misure che ritiene adeguate, come il blocco delle forniture o di energia elettrica. Essa può bombardare l’intera area in base al giudizio del ministro della guerra e non mettere arbitrariamente i soldati in pericolo. Tutte le misure deterrenti per sterminare il nemico sono lecite”.

Grande sostenitore di Baruch Goldstein, il colono che il 25 febbraio del 1994 aprì il fuoco sui fedeli musulmani in preghiera alla tomba dei patriarchi di Hebron uccidendo 29 palestinesi – e detrattore dell’ex premier israeliano Yitzakh Rabin promotore degli accordi di pace con i palestinesi – Lior ha aggiunto che “il ministro della Difesa può anche ordinare la distruzione di Gaza, in modo che il sud non debba più soffrire e per evitare danni ai membri del nostro popolo che da tempo soffre per i nemici che ci circondano”.

Zahava Gal-On, leader del partito di opposizione Meretz, ha chiesto al procuratore generale Yehoshua Weinstein di aprire un’indagine: “I commenti razzisti del rabbino Dov Lior – ha dichiarato – vanno ben oltre la libertà di espressione. E continuano sulla linea dei commenti razzisti degli anni passati, tra i quali quelli su Yitzakh Rabin prima della sua morte e quelli in sostegno di Baruch Goldstein”. In quell’occasione Lior definì infatti Goldstein “più santo dei martiri dell’Olocausto”.

thanks to: Nena News

Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi

di Gisella Ruccia

“Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi, è una guerra di puro sterminio. Sono nazisti puri e forse un po’ peggio di Hitler perché hanno anche l’appoggio delle grandi democrazie occidentali“. Sono le parole pronunciate da Gianni Vattimo, ex parlamentare europeo, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24. “Andrei a Gaza” – afferma Vattimo – “a combattere a fianco di Hamas, direi che è il momento di fare le Brigate Internazionali come in Spagna, perché Israele è un regime fascista che sta distruggendo un popolo intero. In Spagna non era niente in confronto a questo. Questo è un genocidio in atto, nazista, razzista, colonialista, imperialista e ci vuole una resistenza“. E aggiunge: “Ma siamo quattro gatti, perché tutta l’informazione, compresa la stampa italiana, piange sul fatto che c’è una pioggia di missili su Israele, però Hamas quanti morti ha fatto? Nessuno. I poveretti non hanno armi, sono dei miserabili tenuti in schiavitù, come tutta la Palestina. Hanno dei razzetti per bambini, e voglio promuovere una sottoscrizione mondiale per permettere ai palestinesi di comprare delle vere armi e non delle armi giocattolo. Cominciamo a distruggere il nucleare israeliano, Israele è lo stato canaglia che ha il nucleare“. Alla domanda di Cruciani se sparerebbe conttro gli israeliani, l’ex europarlamentare risponde: “Io sono un non violento, però contro quelli che bombardano ospedali, cliniche private e bambini sparerei, ma non ne sono capace”. E aggiunge: “Gli ebrei italiani dalla parte di Israele sono gli ex fascisti, che adesso sono dalla parte dell’America. La comunità ebraica italiana è rappresentata da quell’ossimoro che è Pacifici, ma ci sono molti ebrei d’accordo con me. Li c’è uno stato nazista che cerca di sopprimere un altro popolo. E io ce l’ho con lo stato di Israele, non con gli ebrei“.

Fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/07/16/vattimo-israele-nazisti-puri-forse-peggio-di-hitler-e-volano-insulti-con-parenzo/288906/

Membro del Knesset: “Devono essere uccise le madri di tutti i Palestinesi”

17/7/2014

Israeli lawmaker Ayelet ShakedPressTvUn assai noto politico israeliano e membro del parlamento ha marchiato i Palestinesi come terroristi, dicendo, inoltre, che le madri di tutti i Palestinesi dovrebbero essere uccise nell’attacco israeliano in corso sulla Striscia di Gaza assediata. 

Ayelet Shaked del partito ultra nazionalista “Cas ebraica” ha richiesto il massacro delle madri palestinesi che partoriscono “piccolo” serpenti”. 

“Devono morire e le loro case dovrebbero essere demolite cosicché non possano generare altri terroristi”, ha detto, aggiungendo, “Sono tutti nostri nemici e il loro sangue dovrebbe essere sulle nostre mani. Questo vale anche per le madri dei terroristi morti”.

I commenti sono considerati come un appello al genocidio, poiché ha dichiarato che i Palestinesi sono i nemici di Israele e devono essere uccisi.

Lunedì 7 luglio, Shaked ha postato questo commento sulla sua pagina Facebook:

“Dietro a ogni terrorista stanno decine di uomini e donne, senza dei quali egli non si coinvolgerebbe nel terrorismo. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue dovrebbe essere versato sulle loro teste. Ciò include le madri dei martiri, che li hanno mandati all’inferno con fiori e baci. Esse dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andarci, in quanto dimora fisica in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri serpenti saranno allevati”.

Tali sviluppi sorprendono molti funzionari di vari paesi che hanno condannato severamente gli attacchi aerei di Israele sulla Striscia di Gaza. Il primo ministro turco è solo l’ultimo che ha condannato l’offensiva, accusando Israele di star massacrando i Palestinesi.
Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele, dicendo che sta commettendo terrorismo di stato contro i Palestinesi. Parlando al parlamento, ha anche contestato il silenzio del mondo verso le continue atrocità di Tel Aviv. 

Reagendo ai comenti della Shaked, il premier turco ha affermato che il modo di agire di Israele a Gaza non è diverso dalla mentalità di Hitler.

“Una donna israeliana dice che le madri palestinesi dovrebbero essere uccise. Ed è un membro del parlamento di Israele. Quale è la differenza tra questo modo di pensare e quello di Hitler?”, ha chiesto Erdogan.

Tali sviluppi giungono mentre l’agenzia ONU per i rifugiati che di recente ha affermato che le donne e I bambini costituiscono un numero consistente di vittime palestinesi causato dagli attacchi israeliani nella regione assediata. 

Traduzione di Lucilla Calabria

thanks to: Lucilla Calabria

Infopal

PressTV

Minorenni israeliani autori del brutale assassinio del ragazzino palestinese

khdeir_abu.jpgAl-Quds (Gerusalemme)- InfoPal. Secondo quanto riporta il sito di notizie Arabs48, fonti israeliane hanno affermato che i sei ebrei israeliani arrestati in relazione al rapimento, tortura e brutale uccisione dell’adolescente palestinese, Mohammad Abu Khdeir, hanno eseguito un omicidio premeditato, spinto da motivi “nazionalisti”.

Le fonti hanno riferito che i sospetti ammettono il crimine ogni volta che parlano con gli inquirenti, e hanno affermato che l’uccisione di Abu Khdeir, che è stato arso vivo, non è avvenuta per caso, ma che è stata premeditata.

Dopo essere stato rapito dai fanatici israeliani, Abu Khdeir, 16 anni, è stato portato in una foresta di Gerusalemme, dove è stato torturato e bruciato vivo, fino al sopraggiungere della morte.

Uno dei sei israeliani ha confessato di essere coinvolto nel crimine, e direttamente vi ha collegato anche gli altri cinque.

La polizia ritiene i sei fanatici autori del crimine, in base a prove incontrastabili, ma dice che “non sono connessi ad alcun gruppo estremista di destra”.

E aggiunge che i sei sono in maggior parte minorenni, che esistono prove sufficienti per arrestarli, e che sono connessi anche ad un altro tentativo di rapimento, fallito, di un bambino di 9 anni, a Gerusalemme.

Il piccolo è stato vittima del tentativo di sequestro, sventato a causa del pronto intervento di altri cittadini, prima del rapimento di Abu Khdeir. Il bimbo, con ogni probabilità, avrebbe fatto la stessa orrenda fine, per mano di questi orchi fanatici e assassini.

Il sito Arabs48 ha riportato che l’Agenzia di sicurezza internazionale israeliana ha fatto pressioni sulla famiglia Abu Khdeir affinché affermasse che i motivi dell’omicidio erano “criminali” e non razzisti, ma il tentativo è stato vano, a causa di video e prove che evidenziano ben altra natura.

L’autopsia del cadavere del ragazzo ha rilevato che ancora respirava quando gli è stato dato fuoco, poiché tracce di materiali carbonizzati sono stati ritrovati nell’esofago e nei polmoni. Bruciature di 1° e 4° grado ricoprivano il 90% del suo corpo, mentre il cranio presentava segni di fratture.

La settimana scorsa, il Procuratore generale palestinese, Mohammad Abdul-Ghani al-‘Oweiwy, ha dichiarato che l’autopsia ha confermato che il ragazzo è stato arso vivo.

Domenica mattina, 6 luglio, la polizia israeliana ha arrestato individui sospettati del rapimento e del brutale omicidio.

thanks to: Infopal

La Palestina è sotto attacco

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La Palestina non solo è sotto attacco militare, il che preoccupa moltissimo per le vite dei palestinesi e la ulteriore perdite delle loro strutture.

La Palestina è sotto attacco da parte di Israele nella sua resistenza come realtà autonoma.

La Palestina è sotto attacco allo scopo di dimostrare la sua “impossibilità di esistenza”.

Nel momento della riconciliazione tra le fazioni che governano nella Cisgiordania e a Gaza, un tentativo di unificare il territorio politico della Palestina, di trovare un’ autorappresentazione politica presso l’ONU, di liberare Gaza dall’assedio (reso ancor più insostenibile dal blocco alla circolazione di persone e beni da parte dell’Egitto di Sissi), di reclamare la illegalità della detenzione ed abduzione amministrativa di prigionieri e di difendere il territorio in Gerusalemme e nella Cisgiordania, di sviluppare una autonomia economica, Israele dispiega attacchi militari con forze di terra e uso spropositato della forza verso i civili nella Cisgiordania, con più di 400 detenzioni amministrative, infinite malversazioni a Gerusalemme e bombardamenti e sconfinamenti a Gaza.

Questa operazione dello stato Israeliano, battezzata “guardiani dei nostri fratelli ” è “giustificata” dalla scomparsa di 3 giovani riservisti Israeliani in territorio sotto completo controllo Israeliano in Cisgiordania.

Non c’è prova di chi abbia collaborato alla sparizione, non rivendicata da alcuna fazione Palestinese.

In qualsiasi paese civile una sparizione è un caso di polizia investigativa e non la ragione per imprigionamenti di massa su base politica, di invasione e permanenza in migliaia di abitazioni di civili, dell’abbattimento di case, degli omicidi di persone disarmate, di bombardamenti su zone del territorio Palestinese sotto blocco e fuori e da quella in cui la scomparsa è avvenuta.

Questa operazione non è altro che una operazione, probabilmente preordinata, di punizione collettiva per i Palestinesi nel momento in cui hanno raggiunto un accordo politico e si presentano come stato nella comunità internazionale.

Serve per annientare fisicamente una fazione-partito (Hamas) e richiedere la resa dell’altra fazione-partito (Fatha), protagoniste precedentemente del dissenso interno che aveva creato due governi separati in Gaza ed in Cisgiordania.

Serve ad imporre con la forza la opposizione del governo Israeliano alla riconciliazione nazionale Palestinese.

E’ un’ operazione la cui entità e sviluppo si può pensare che continuino ad accrescersi nel livello e con la violenza.

In Cisgiordania le uccisioni, la invasione da parte delle forze di terra con carri armati, i sorvoli arei, le violente invasioni delle case, gli arresti indiscriminati di civili, il ri-arresto di prigionieri liberati, la nutrizione forzata di quelli in sciopero della fame, la mano libera lasciata alla violenza dei coloni, si accompagnano ai bombardamenti quotidiani su Gaza, all’attacco ai suoi pescatori, al sorvolo con F16, che ben ricordano l’inizio degli attacchi del 2008 e del 2012.

Vogliamo essere vicini ai Palestinesi che ne sono vittime, e che si sono impegnati come attori nel difficile processo di costruire una unità nazionale, e diciamo al nostro Governo ed a quello Europeo che ci opponiamo alla loro connivenza con le azioni illegali di Israele e vogliamo rompere il silenzio che regna sulle aggressioni in corso.

Il silenzio e/o la connivenza della comunità internazionale è la luce verde che Israele aspetta per imporre sul terreno col la paura e l’esercito la sua richiesta all’Autorità Nazionale di Ramallah di rompere l’accordo di riunificazione.

E’ un lasciapassare per continuare la illegale detenzione amministrativa e le vessazioni sui prigionieri, per continuare il blocco di Gaza e la politica di insediamenti e vessazioni in Cisgiordania e Gerusalemme.

Temiamo che sia anche la luce verde per realizzare vecchie e nuove minacce su Gaza: ” vi ridurremo al medio evo”, “la prossima volta vi attaccheremo in modo che non avrete il tempo di rispondere” (dopo il novembre 2012) e per tutta la Palestina: “elimineremo tutto il verde (Hamas ha bandiere verdi) dalla regione”.

I palestinesi stanno resistendo uniti – ma l’immagine della gente in solidarietà proveniente da tutto il mondo, in piedi accanto a loro, sarà incoraggiante e darà forza al popolo palestinese, nella sua lotta contro un occupante crudele.

Per sostenere il popolo palestinese sotto attacco, chiediamo un forte e deciso pronunciamento dei Governi e della Istituzioni Europee deve finire ed un messaggio delle Fedi che deve giungere limpido e chiaro.

Chiediamo che i rappresentanti delle Istituzioni Italiane e di quelle Europee si facciano responsabili in tutte le sedi della sicurezza e dello sviluppo della nazione e dello Stato Palestinese riunificato, secondo le leggi internazionali.

Che nelle sedi internazionali queste si schierino per l’ autonomia dello Stato Palestinese e contro la occupazione della Cisgiordania e la continua espansione degli insediamenti israeliani, per la liberazione dal blocco di terra e mare di Gaza, per la fine della detenzione amministrativa dei Palestinesi e loro abduzione in Israele, per uno statuto chiaro e condiviso per Gerusalemme.

Chiediamo che i governi europei mettano in campo finalmente sanzioni economiche verso Israele esigendo il rispetto della legislazione internazionale, delle risoluzioni ONU e della convenzione di Ginevra.

Invitiamo i rappresentanti delle fedi che si pronuncino contro i crimini verso la umanità e le persone che Israele compie con impunità verso il popolo palestinese, diffondendo la loro solidarietà verso le sofferenze di un popolo intero.

Prime adesioni

Appello per i Bambini di Gaza, Genova

Associazione Amicizia Sardegna Palestina

Associazione Senza Paura di Genova

Associazione NWRG

Associazione Surgery for Children

Casa per la Pace Milano

Comitato NO M 346 a Israele

CVP-Comitato varesino per la Palestina

Forum Palestina

Invicta Palestina

Pacifisti e pacifiste dell’ora in silenzio per la pace di Genova

Parallelo Palestina

Pax Christi, Campagna Ponti e non Muri

Salaam ragazzi dell’olivo-comitato di Milano – onlus

UCOII, Direzione Nazionale dell’European Muslim Network- Italia

Alice Colombi

Andrea Balduzzi- Genova

Andrea Sbarbaro- Genova

Angelo Baracca- Firenze

Angelo Cifatte – Genova

Angelo Stefanini- Bologna

Claudia Petrucci – Genova

Dario Rossi – Genova

Filippo Bianchetti -Varese

Franco Camandona – Genova

Gabriella Grasso-Milano

Hamza Roberto Piccardo

Ireo Bono-Imperia

Luisella Valeri – Genova

Mariagiulia Agnoletto- Milano

Marina Rui – Genova

Miranda Vallero- Rapallo

Mirko Rozzi

Raffaella Del Deo

Tiziano Cardosi- Firenze

Ugo Gianangeli -Milano

Per adesioni

http://firmiamo.it/la-palestina-e-sotto-attacco

Gideon Levy: What kind of country throws a teen out of an IDF jeep?

If a man falls from a plane in the middle of the night
God alone can raise him …
God bends over him, lifts up his head
And gazes at him.
In God’s eyes the man is a small child.
– “The End of the Fall,” by Dahlia Ravikovitch (translation by Chana Bloch)
And if a boy falls out of a jeep in the middle of the night?
Mohammed Tamimi, 14 years old, was thrown out of an Israel Defense Forces jeep late one night about three weeks ago, some 15 kilometers from his home. He did not have a cell-phone or money or identifying papers. A few hours earlier he had been detained by soldiers on suspicion of throwing stones on the road near his village, Deir Nidham, by the settlement of Halamish, north of Ramallah.
The soldiers took him to the police station in Sha’ar Binyamin, an industrial park outside Jerusalem. After being interrogated and released, the teenager was taken in an IDF jeep and thrown out of it in the middle of nowhere, in the dark of night, to meet his fate.
Iron stairs lead to Tamimi’s house, which we visited this past Monday, a rundown structure whose construction was never completed; the walls are plastered but unpainted, and neglect is rampant. His father, Fadel, is the village imam.
On April 9, after school, Mohammed went out to the family’s small olive grove together with their flock of sheep. At around 2 P.M., three IDF jeeps showed up. The soldiers had come to take him into custody. What for? the boy asked. “For throwing stones,” the soldiers said.
Tamimi denied doing the accusation. The soldiers told him to show them his hands. They judged them to be “dirty.” But, Fadel wonders now, “he sat on the ground, so would his hands be clean? White? Would he have washed them with soap?”
The youth was taken to a nearby army base and then to the Sha’ar Binyamin police station, where he was questioned. His interrogators suspected he was the son of a different Fadel Tamimi, a relative from the nearby village of Nabi Saleh, which is known for its prolonged and determined struggle against the occupation.
They phoned Fadel from Nabi Saleh, who told them that Mohammed was not his son. In the meantime, the teenager’s worried father, together with Fadel’s brother Ahmed, went to the army base where he had first been taken, to find out what had happened. The soldiers at the entrance chased them off with threats and vulgar language, rifles at the ready.
“What do we care about your son? Get out of here!” they shouted at him, according to Fadel. He says he had never before been subjected to the kind of abuse he suffered at the entrance to the base. He returned home feeling humiliated, and with his concern mounting.
At about 9 P.M., a police officer who identified himself as Roni called Fadel and told him his son was in police custody and that he should come and get him. Fadel, who has no car, explained that he had no way to get there at such a late hour. The policeman promised that his son would be brought to the Nabi Saleh junction, not far from Deir Nidham.
Fadel then walked to the junction with Ahmed. They waited for about two hours, but in vain.
At around 11 P.M., a resident of a distant village, Abu Ayn, phoned Fadel and asked whether he was Mohammed’s father. “I was driving on the road and found your son,” the man said. How did you find him? “He was walking on the road, alone in the dark.”
It turned out that the soldiers had released Mohammed at Bir Zeit junction, some 15 kilometers from home.
“They threw him out like a bag of garbage,” Fadel says now. “A child without a phone, without money, without papers, who doesn’t know where he is. If you’re thrown out of a jeep in the middle of the night, you don’t know where you are. If that man hadn’t found him, he would have gone on walking on the road the whole night. But to where? What kind of soldiers are these? What kind of police?”
The passerby from Abu Ayn who picked the frightened teenager up later drove him home.
“He was scared,” Fadel explains. “Naturally, he was scared. I asked him whether he had been given anything to eat, and he said he was given a small cookie. Something to drink? No.”
Mohammed later revealed that his interrogators suggested that he swear on the Koran that he hadn’t thrown stones, and Tamimi agreed. They warned him about the consequences of swearing falsely on the Koran. “Do you know what happens to someone who lies in an oath?” But the youth was determined to swear on the holy book. The interrogators then dropped the idea and decided to release him.
A spokesman for the Shai (Samaria and Judea) police district said, in response to a query from Haaretz, that the police were not aware of such an incident having taken place.
No comment had been received from the IDF Spokesman by press time.
During our visit to Deir Nidham, we meet Mohammed in the village’s new school – a slim lad with a knapsack on his back. He is reluctant to talk about his experiences on that day and night.
Fadel: “Everywhere in the world, governments look after children until the age of 18. You arrest a kid and throw him onto the road in the middle of the night? If you’re a good person and you’ve arrested him, at least bring him back. At least take him to the nearest junction. If [the police officer] had at least told me that he couldn’t bring him back. They take our boy – and for what? For throwing a stone? The children think it’s a soccer game. And then the army enters every night and arrests children.
“The soldiers cause chaos in the village, entering every day and every night,” the father continues. “There are a lot of villages here, and I don’t know who throws stones. Kids. There’s a son-of-a-bitch soldier who gives them a bullet and there’s a good soldier who gives them a candy. But they’re children. What kind of country are you?”
Stirring a furor
The detention of Palestinian children has been stirring up a furor even in the countries friendliest to Israel, such as Australia and Holland. A report, issued in February 2013 by the United Nations children’s agency UNICEF, found that in the preceding decade Israel had taken no fewer than 7,000 Palestinian children into custody, about 700 every year. The report described the treatment of Palestinian children in the Israeli military detention system as “cruel, inhuman and degrading.”
About two weeks ago, a report written by a committee of Dutch experts who visited Israel recently and examined the subject was submitted to the country’s parliament in The Hague. The group was headed by Prof. Jaap Doek, a jurist who served as chairman of the United Nations Committee on the Rights of the Child; the members included legal figures, education experts and psychiatrists.
The government of Israel did not cooperate with the group: Foreign Ministry staff refused to meet with them, on the (rather strange) grounds that they should instead be in contact with UNICEF. Their report found that “the treatment of Palestinian children accused of committing crimes by the Israeli military authorities represents a serious, systemic and systematic violation and disregard of the rights of these children.”
Moreover, the delegation’s report calls on the government of the Netherlands to urge the Israeli authorities to adopt its recommendations and take the steps necessary to ensure the rights of Palestinian youngsters.
An even greater furor erupted a few weeks ago in Australia, a country that can be considered to be particularly friendly toward Israel, after broadcast of the excellent documentary “Stone Cold Justice,” about the detention of Palestinian children in the West Bank. The film was made by John Lyons, the Middle East correspondent of the newspaper The Australian, and was aired on February 10 as part of “Four Corners,” the investigative program of the ABC network in Australia.
A cautionary note appears at the outset of the show: “This program contains scenes that may concern some viewers.” I have watched the 45-minute film twice; it does indeed contain harsh and very disturbing scenes.
“A new generation of hatred in the making,” the program’s moderator says as he introduces “Stone Cold Justice.” He continues: “Imagine in a major Australian city or in any other civilized society, regular late-night raids on family homes by heavily armed soldiers to take away children in blindfolds and handcuffs for interrogation. Imagine a military prison where the inmates include children as young as 12, in shackles. Such is the distortion of life … after more than 40 years of military occupation.”
The film shows nighttime arrests; Israeli soldiers and police throwing tear-gas grenades at children who have done nothing, on the way home from school; youngsters of 5 and 6 years old being taken into custody; deliberations of less than a minute in military courts about remanding children in custody; and girls from settlements kicking Palestinian children without any provocation, as soldiers look on from the side.
There were millions of television viewers as well as over 70,000 YouTube views of a program broadcast in a country that is one Israel’s avowed friends. At the end of the show, the moderator announced: “Next week on ‘Four Corners’: Inside the secret state of North Korea.”

Mohammed Tamimi.

What kind of country throws a teen out of an IDF jeep?
Without money, a phone or identity papers, Fadel Tamimi’s…

Gideon Levy: Che tipo di paese è quello che di notte getta un adolescente fuori da una jeep dell’IDF?

Mohammed Tamimi.

 
Sintesi personale
Mohammed Tamimi, 14 anni, è stato buttato fuori di una jeep  dall’ Israel Defense Forces a tarda notte circa tre settimane fa, a circa 15 chilometri da casa sua. Non aveva un telefono cellulare o soldi o carte di identificazione. Poche ore prima era stato arrestato dai soldati con l’accusa di lancio di pietre sulla strada vicino al suo villaggio, Deir Nidham, a nord di Ramallah.
I soldati lo hanno portato alla stazione di polizia di Sha’ar Benjamin    fuori Gerusalemme. Dopo essere stato interrogato e rilasciato, l’adolescente è stato portato su una jeep dell’IDF e buttato fuori  nel bel mezzo del nulla, nel buio della notte, per incontrare il suo destino.
Scale di ferro portano a casa di Tamim  che abbiamo visitato lo scorso Lunedi, una struttura fatiscente la cui costruzione non fu mai completata; le pareti sono intonacate ma non verniciate,  l’abbandono è dilagante. Suo padre, Fadel, è l’imam del villaggio.
Il 9 aprile, dopo la scuola, Maometto è andato al piccolo uliveto di famiglia insieme al gregge di pecore. Verso le 14:00 tre jeep dell’esercito israeliano si sono presentati . I soldati erano venuti a prenderlo in custodia. Per che cosa?ha chiesto il ragazzo. “Per aver lanciato pietre”, i soldati hanno detto.
Tamimi ha negato l’accusa . I soldati gli hanno detto di mostrare le mani  che risultavano “sporche .” Ma ero seduto per terra, come potevano le mie mani essere pulite?
Il giovane è stato portato in una base militare nelle vicinanze e poi alla stazione di polizia Sha’ar Binyamin, dove è stato interrogato. I suoi interrogatori  sospettavano che fosse figlio di Fadel Tamimi, noto per la sua lotta lunga e determinata contro l’occupazione.
Hanno telefonato a Fadel da Nabi Saleh  che ha detto loro che Maometto non era suo figlio. Nel frattempo, il padre del ragazzo  preoccupato  si è recato alla base militare  per scoprire cosa fosse successo. I soldati all’ingresso lo hanno cacciato via con minacce e con  linguaggio volgare, fucili alla mano.
«Fuori di qui! “Gridavano contro di lui . Umiliato è tornato a casa  con   crescente preoccupazione.
Verso le 21:00, un poliziotto che si è identificato come Roni, ha  chiamato Fadel e gli ha detto che suo figlio era in custodia della polizia e che doveva venire a prenderlo. Fadel, che non ha un’auto, ha spiegato che non aveva modo di arrivare a un’ora così tarda. Il poliziotto ha promesso che suo figlio sarebbe stato portato al bivio Nabi Saleh, non lontano da Deir Nidham.
Fadel poi si è diretto verso l’incrocio con Ahmed.  Ha aspettato per circa due ore, ma invano.
Verso le 11:00, un abitante di un villaggio lontano, Abu Ayn, ha telefonato a Fadel e gli ha chiesto se era il padre di Mohammed. “Stavo guidando sulla strada e  ho  trovato  vostro figlio  . Stava camminando per la  strada, solo al buio.”
Si è scoperto che i soldati avevano rilasciato Mohammed al  Bir Zeit bivio, a circa 15 chilometri da casa.
Loro lo hanno buttato fuori come un sacco di spazzatura”Fadel dice . “Un bambino senza un telefono, senza soldi, senza documenti, che non sa dove si trova. Se sei buttato fuori di una jeep nel bel mezzo della notte, non sai dove ti trovi. Se l’uomo non  l’avesse trovato, lui avrebbe continuato a camminare sulla strada tutta la notte. Ma dove? Che tipo di soldati sono? Che tipo di polizia? “
“Era spaventato. Naturalmente, era spaventato. Gli ho chiesto se gli era stato dato da mangiare, ha risposto che gli era stato dato un piccolo cookie. Qualcosa da bere? No. “
Mohammed ha poi rivelato  di aver giurato sul Corano che non aveva gettato pietre. Lo hanno messo in guardia sulle conseguenze di giurare falsamente sul Corano poi lo hanno lasciato libero
Un portavoce del distretto di polizia Shai (Samaria e Giudea) ha  risposto ad  Haaretz  che la polizia non era a conoscenza di un tale incidente.
Nessun commento è stato fatto dal portavoce dell’IDF .
Durante la nostra visita a Deir Nidham    incontriamo Mohammed , un ragazzo sottile con uno zaino sulle spalle. Egli è restio a parlare della vicenda vissuta
Fadel: “Ovunque nel mondo i governi  si prendono cura dei bambini fino all’età di 18 anni e qui si arresta un ragazzino e lo si  butta sulla strada nel bel mezzo della notte.? Se sei una brava persona almeno riportarlo indietro. Almeno portarlo al più vicino svincolo.Arrestano il nostro ragazzo – e per cosa? Per aver gettato un sasso? I bambini pensano che sia una partita di calcio. E poi l’esercito entra ogni sera e arresta bambini.
I soldati provocano il caos nel paese, entrando ogni giorno e ogni notte,” il padre continua. “Ci sono un sacco di paesini qui  e io non so chi  lancia pietre. Bambini. C’è un soldato figlio-di-un-cagna che dà loro un proiettile e c’è un buon soldato che dà loro una caramella. Ma sono i bambini. Che tipo di paese è ? “ La detenzione dei bambini palestinesi  ha creato scalpore anche nei paesi più favorevoli ad Israele, come l’Australia e l’Olanda. Un rapporto, pubblicato nel febbraio 2013 dall’UNICEF, ha rilevato che nel decennio precedente Israele aveva tenuto non meno di 7.000 bambini palestinesi in custodia, circa 700 ogni anno. La relazione ha descritto il trattamento dei bambini palestinesi nel sistema di detenzione militare israeliana come “crudele, inumano e degradante”.
Circa due settimane fa, una relazione scritta da un comitato di esperti olandesi ,che ha visitato Israele di recente e ha approfondito l’argomento, è stata presentata al parlamento olandese  Il gruppo era guidato dal Prof. Jaap Doek, un giurista che ha lavorato come presidente del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo  e comprendeva   figure giuridiche, esperti di educazione e psichiatri.
Il governo di Israele non ha collaborato con il gruppo: il personale del Ministero degli Esteri ha rifiutato di incontrarsi con loro. . La loro relazione ha rilevato che “il trattamento dei bambini palestinesi accusati di aver commesso crimini da parte delle autorità militari israeliane, costituisce una violazione grave, sistemica dei diritti di questi bambini.”
Inoltre, la relazione della delegazione chiede al governo dei Paesi Bassi di  sollecitare le autorità israeliane ad   adottare   misure necessarie per garantire i diritti dei giovani palestinesi.
Ancora più scalpore è scoppiata alcune settimane fa in Australia, un paese  considerato particolarmente amichevole nei confronti di Israele, dopo la trasmissione dell’ eccellente documentario “Stone Cold Justice” sulla detenzione di bambini palestinesi in Cisgiordania.
Una nota di cautela appare fin dall’inizio dello spettacolo: “Questo programma contiene scene che possono imbarazzare alcuni spettatori.” Ho visto il film di 45 minuti due volte; esso infatti contiene scene dure e molto inquietanti.
Una nuova generazione di odio  sta crescendo .Immaginate in una grande città australiana o in qualsiasi altra società civile, regolari incursioni notturne nelle case con soldati armati fino ai denti per portare via i bambini bendandoli e con le manette   per interrogarli . Immaginate una prigione militare dove i detenuti sono bambini di 12 anni , in catene. Tale è la distorsione della vita … dopo più di 40 anni di occupazione militare. “
Il film mostra arresti notturni; Soldati e poliziotti israeliani lanciano granate lacrimogene contro i bambini che non hanno fatto nulla  mentre tornano a casa da scuola;piccini di 5 e 6 anni di età presi in custodia; deliberazioni di meno di un minuto in tribunali militari sui bambini in custodia cautelare; calci ai  bambini palestinesi senza alcuna provocazione   da parte di ragazze delle colonie, mentre  soldati guardano
Ci sono stati milioni di telespettatori e oltre 70.000 visualizzazioni su YouTube  Alla fine della trasmissione , il moderatore ha annunciato: “La prossima settimana su” Four Corners “:. All’interno del segreto di Stato della Corea del Nord”

thanks to: Gideon Levy
Frammenti Vocali in MO: Israele e Palestina

Frasi celebri

Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese. Essi non esistevano.
(Golda Meir, Primo Ministro di Israele, Sunday Times, 15/6/1969)

Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto.
(David Ben Gurion, 1937, “Ben Gurion and the Palestinian Arabs”, Oxford University Press)

I palestinesi saranno schiacciati come cavallette…le teste spaccate contro le rocce e i muri.
(Yitzahak Shamir, Primo Ministro, “New York Times”, 1/4/1988)

Non c’è sionismo, colonizzazione o Stato ebraico senza l’espulsione degli arabi e la confisca delle loro terre.
(Ariel Sharon, ministro degli esteri, “Agence France Press”, 15/11/1998)

Israele ha il diritto di processare gli altri, ma nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato di Israele.
(Ariel Sharon, Primo Ministro, “BBC Online”, 25/3/2001)

Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba. C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è da distinguere tra colpevoli e innocenti.
(Ben Gurion, 1967)

Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea della sua popolazione araba:
(David Ben Gurion, maggio 1948, discorso allo Stato Maggiore. Da “Ben Gurion a Biography”, di Michael Ben Zohar, Delacorte, New York)

I palestinesi sono bestie con due zampe
(Iitzahk Shamir, premier, discorso ai coloni ebraici, New York, 1. aprile 1988).

Noi dichiariamo apertamente che gli arabi non hanno alcun diritto di abitare anche in un solo centimetro di Eretz Israel… Capiscono solo la forza. Noi useremo una forza senza limiti finchè i palestinesi non vengano strisciando a noi.
(Rafael Eitan, capo di Stato Maggiore, in Yedioth Ahronot, 13 aprile 1983)

I MASSACRI

IL MASSACRO DEL KING DAVID HOTEL
L’esplosione in quest’albergo di Gerusalemme avvenne il 22 luglio 1946, prima della creazione dello stato d’Israele. Esso fu premeditato e portato a termine dalle bande terroristiche paramilitari ebraiche Irgun e Stern in accordo con l’Agenzia Ebraica ed il suo capo, Davide Ben Gurion. L’annuncio dell’imminente esplosione fu dato alle autorita’ mandatarie britanniche trenta minuti prima dell’imminente esplosione per cui l’albergo fu evacuato solo in parte. I morti ammontarono a 92, tra inglesi, arabi ed ebrei ed i feriti a 58. L’attentato fu un riuscito tentativo d’intimidazione contro la politica britannica di limitazione all’immigrazione ebraica in Palestina. L’albergo era usato dai britannici come quartier generale e la deflagrazione avvenne intorno a mezzogiorno, quando gli uffici erano pieni. Gli attentatori, travestiti da lattai, sistemarono l’esplosivo, trasportato in taniche di latte, negli scantinati dell’albergo e scapparono via.
 
IL MASSACRO DI YEHIDA
Il 13 dicembre del 1947, alcuni uomini del villaggio palestinese di Yehida sedevano ad un caffe’ locale, quando quattro automobili si fermarono presso di loro. Ne discesero alcuni uomini in divisa kaki, simili a militari britannici e, percio’ non destarono sospetti nei palestinesi. I terroristi travestiti da soldati britannici cominciarono a lanciare granate sui civili ed a colpirli con armi da fuoco. Sette ne morirono subito, e molti altri restarono feriti.
 
IL MASSACRO DI KHISASA
Il 18 dicembre 1947, due autoblindo di terroristi dell’Hagana compirono un raid nel villaggio palestinese di Khisasa, alla frontiera siro-libanese, durante il quale 10 civili furono uccisi da colpi d’arma da fuoco e lancio di granate.
 
IL MASSACRO DI QAZAZA
Il 19 dicembre 1947, 5 bambini palestinesi restarono uccisi durante l’incursione di terroristi sionisti nel villaggio di Mukhtar.
 
IL MASSACRO ALL’ALBERGO SEMIRAMIS
L’Agenzia Ebraica intensifico’ la campagna di terrore contro gli arabi-palestinesi, allo scopo di far fuggire le popolazioni civili dalla Palestina e da Gerusalemme. Il 5 gennaio 1948 una bomba scoppio’ all’albergo Semiramis, a Gerusalemme est, facendo 18 morti e 16 feriti palestinesi.Secondo documenti delle Nazioni Unite, il massacro fu compiuto da terroristi dell’Hagana, I quali posero bombe nel seminterrato dell’albergo e nei pressi dell’uscita.
 
IL MASSACRO DI DEIR YASSIN
Terroristi congiunti delle bande sioniste Tsel, Irgun e Hagana penetrarono nel villaggio arabo di Deir Yassin nella notte del 9 aprile 1948, con lo scopo di ottenere l’evacuazione della Palestina attraverso la minaccia del terrore. Nonostante i palestinesi combattessero per difendere le proprie case, nulla poterono contro i terroristi addestrati, equipaggiati e disposti a tutto. Dopo aver lanciato bombe incendiarie contro le case per forzare i palestinesi ad uscire, cominciarono a sparare a vista. Venticinque uomini tra I sopravvissuti furono legati e portati ad un “giro della vittoria” tra Judah Mahaina e Zakhrun Yousif, alla fine del quale furono uccisi a sangue freddo. Il giorno dopo un’unita’ dell’Hagana torno’ al villaggio per scavare una fossa comune, in cui furono gettati 250 corpi. Molte delle donne furono violentate prima di essere uccise. Alla delegazione della Croce Rossa che chiese di entrare nel villaggio per costatare il massacro, fu accordato il permesso solo due giorni dopo. Nel frattempo, i Sionisti ebbero il tempo di seppellire il grosso dei cadaveri e di cambiare le indicazioni stradali, per confondere la rappresentativa della Croce Rossa. Questa, arrivata al villaggio, vi trovo’ 150 cadaveri smembrati di uomini, donne, bambini, vecchi. Il massacro, a detta degli autori, fu fatto per instillare il terrore tra le popolazioni civili palestinesi.
 
IL MASSACRO DI NASSER ED-DIN
Il 14 aprile 1948, un contingente di Lehi ed Irgun penetro’ nel villaggio palestinese di Nasser ed-Din travestiti da feddayn palestinesi. La gente che si riverso’ in strada per salutarli, fu freddata sul posto e molte case vennero date alle fiamme. Solo 40 persone sopravvissero.
 
IL MASSACRO DI TANTURA
Teddy Katz, uno storico israeliano, sostiene che questo fu uno dei peggiori massacri compiuti dalle truppe israeliane. Il 15 maggio 1948 Tantura, un villaggio palestinese presso Haifa, che contava 1500 abitanti, fu quasi completamente raso al suolo. 200 persone furono uccise, il resto della popolazione fu scacciato dalle proprie case ed al posto del villaggio fu creato il kibbutz Nahsholim ed un parcheggio per la vicina spiaggia.
 
IL MASSACRO DI BEIT DARAS
Dopo alcuni tentativi fatti per evacuare questo villaggio, il 21 maggio 1948 I sionisti mobilizzarono un grosso contingente e circondarono Beit Daras. Le donne e i bambini che cercarono scampo fuggendo furono massacrati, mentre le case del villaggio furono date alle fiamme.
 
IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DI DAHMASH
L’11 luglio 1948 l’89° Battaglione israeliano guidato da Moshe Dayan occupo’ Lydda. Per vendicare l’uccisione di 7 soldati israeliani da parte dei combattenti palestinesi, I sionisti irruppero nella moschea di Dahmash, in cui si erano asserragliati I civili, perlopiu’donne, vecchi e bambini, e ne massacrarono 100, lasciando I corpi a decomporsi per 10 giorni. Il resto della popolazione di Lydda e di Ramle fu spinto verso il campo profughi di Ramallah. Molti profughi morirono di stenti, di sete e a causa del caldo lungo la strada.
 
IL MASSACRO DI DAWAYMA
IL 29 ottobre 1948, l’esercito israeliano massacro’ brutalmente circa 100 persone, attaccando questo villaggio arroccato sulle montagne presso Hebron. Fu uno dei massacri piu’ cruenti della storia palestinese: molti bambini vennero uccisi a bastonate, le vecchie   rinchiuse in una casa e date alle fiamme, I vecchi riparatisi in moschea fatti bersaglio di colpi d’arma.
 
IL MASSACRO DI HOULA
Il villaggio di Houla si trova nel Libano del sud, a pochi km dalla frontiera israeliana. In essa si trovava il quartier generale dei guerriglieri palestinesi, volontari arruolatisi per liberare la Palestina occupata. I militari israeliani attaccarono la cittadina per punire i suoi abitanti che supportavano la resistenza palestinese. Essi, travestiti da arabi penetrarono nel villaggio e cominciarono a sparare tutti i civili che erano andati loro incontro. Di 85 persone, solo tre sopravvissero. Israele occupo’ militarmente la cittadina, ne espulse gran parte degli abitanti (di 12000 abitanti, ne restarono poco piu’ di mille) che, tornati dopo l’armistizio nel 1949, trovarono orti e fattorie bruciati e case demolite.
 
IL MASSACRO DI SALHA
Nel 1948, dopo aver forzato la popolazione della cittadina ad asserragliarsi nella moschea, le forze d’occupazione ordinarono di mettersi con la faccia al muro e cominciarono a sparare finche’ la moschea non si trasformo’ in un lago di sangue. 105 persone furono assassinate.
 
IL MASSACRO DI SHARAFAT
Il 7 febbraio 1951 I soldati israeliani attraversarono la linea d’armistizio ed entrarono in questo villaggio (5 km da Gerusalemme) e fecero saltare in aria la casa del sindaco e le case circostanti. 10 persone persero la vita: 2 vecchi, 3 donne e 5 bambini, mentre 8 furono gravemente ferite.
 
IL MASSACRO DI QIBYA
La notte del 14 ottobre 1953, 600 soldati appartenenti alla forza militare israeliana si mossero verso il villaggio e lo circondarono. L’attacco comincio’ con fuoco d’artiglieria pesante e indiscriminato verso le case del villaggio. Precedentemente l’esercito aveva provveduto ad isolare Qibya minando le strade di collegamento con Shuqba, Badrus e Na’lin. Quest’odioso attacco terroristico si concluse con la distruzione di 56 case, la moschea del villaggio, la scuola e la cisterna dell’acqua. 67 cittadini persero la vita e molti restarono feriti. Il terrorista Ariel Sharon, comandante dell’unita’ 101, che condusse l’aggressione terroristica, disse: “Gli ordini erano chiari: Qibya doveva essere d’esempio a tutti”.
 
IL MASSACRO DI KAFR QASEM
Il 29 ottobre 1956, alcune unita’ delle Guardie di Frontiera israeliane, in giro per il Triangolo di villaggi, giunti a Kafr Qasem, ingiunsero alla popolazione di restare in casa avendo ordinato che il coprifuoco cominciasse un’ora prima del solito. I 40   lavoratori che coltivavano i campi dei dintorni, giunti in ritardo in citta’, furono fatti allineare e sparati alla schiena a bruciapelo. Il governo israeliano, aiutato dalla stampa, fece tutto quanto era possibile affinche’ la verita’ sulla strage restasse nascosta. Si parlo’ di errore e si cercarono i colpevoli, che furono identificati in Lt.Daham e nel Maggiore Melindi: questi, colpevoli dell’omicidio di 43 persone, furono condannati a pene miti, poi ridotte di un terzo, e, alla fine,       nel settembre 1960, Daham ebbe l’incarico di Ufficiale per gli Affari Arabi al municipio di Ramle.
 
IL MASSACRO DI KHAN YUNIS
Il 3 novembre del 1956, le forze d’occupazione israeliane si macchiarono di un’altra orrenda strage nella cittadina di Khan Yunis e nell’adiacente campo profughi. L’esercito, con la scusa che la cittadina era abitata da elementi della resistenza, rase al suolo molte case e fece strage di civili disarmati. Una commissione investigativa dell’UNRWA conto’275 vittime, ma, qualche mese dopo, la scoperta di una fossa comune nei pressi della citta’ porto’ alla luce I cadaveri di 40 palestinesi coi polsi legati e fori di proiettile alla nuca.
 
IL MASSACRO DI GAZA
La sera del 5 aprile 1956, le forze d’occupazione sioniste sferrarono un attacco con artiglieria pesante sul centro della citta’. 56 persone morirono immediatamente, e 106 restarono ferite. Di queste, altre 4 morirono poco dopo.
 
IL MASSACRO DI SAMMOU’
Il 13 novembre 1966 le forze israeliane compirono un raid contro questo villaggio, distruggendo 125 case, la clinica e la scuola, e 15 case del circondario. 18 morti e 54 feriti.
IL MASSACRO DI KAWNIN
Il 15 ottobre 1975 un tank israeliano tampono’ deliberatamente un bus con 16 persone a bordo, nel sud del Libano. Nessuno sopravvisse.
 
IL MASSACRO DI HANIN
Ancora una volta e’ il sud del Libano ad essere teatro di attacchi terroristici israeliani. Dopo un assedio di due mesi, le forze d’occupazione penetrarono nel villaggio e massacrarono 20 civili.
 
IL MASSACRO DI BINT JBEIL
L’affollato mercato della cittadina libanese fu l’obiettivo delle bombe israeliane, il 21 ottobre 1976. 23 persone persero la vita, 30 restarono gravemente ferite.
 
IL MASSACRO DI ABBASIEH
Durante l’invasione israeliana del Libano del 1978, gli aeroplani da guerra sionisti distrussero la moschea della citta’, usata come rifugio da donne, bambini e vecchi. 80 persone furono trucidate.
 
IL MASSACRO DI SAIDA
Il 4 aprile 1981 il quartiere residenziale di Saida, in Libano, fu colpito dall’artiglieria israeliana, che uccise 20 civili, ne feri’ 30 e distrusse molte case.
 
IL MASSACRO DI FAKHANI
Uno dei piu’ orribili compiuti in Libano da Israele. IL 17 luglio 1981, aeroplani da guerra israeliani lanciarono bombe su questo quartiere residenziale densamente popolato. 150 furono i morti, 600 I feriti.

IL MASSACRO DI TEL EZ ZATAR
Circa 3000 profughi trucidatitrucidate

 

IL MASSACRO DI SABRA E SHATILA

Quest’orrendo massacro, compiuto nel settembre 1981, fu il risultato del tentativo estremo di estirpare la presenza palestinese in Libano, da parte israeliana. Esso fu preceduto da continui attacchi ai campi profughi libanesi, di cui il mondo seppe poco e fu compiuto dall’azione congiunta del Ministro della difesa israeliano, il terrorista Ariel Sharon ed il suo alleato libanese, Ilyas Haqiba. Il piano fu meticoloso: all’alba del 15 settembre, Israele circondo’ i due campi profughi di Sabra e Shatila, isolandoli completamente. Il compito di condurre fisicamente il massacro fu assegnato alle forze falangiste libanesi, alleate d’Israele, che iniziarono la carneficina nel pomeriggio del 16 settembre e continuarono per 36 ore. I palestinesi che cercarono scampo evadendo dal campo furono ricondotti al loro destino dalle forze israeliane, che illuminavano i campi, durante la notte del massacro, con le torce degli elicotteri. Il 18 settembre, il massacro era compiuto, e migliaia di palestinesi trovarono una morte orrenda. I giornalisti stranieri che riuscirono a penetrare nei campi si trovarono di fronte uno spettacolo agghiacciante. Cataste di cadaveri ammucchiati nelle strade e nelle case sventrate, e fuoriuscenti dalle fosse comuni scavate precipitosamente dai terroristi. Il numero dei morti non e’ mai stato stabilito con esattezza, ma si puo’ stabilire una cifra approssimativa di 1700-2500 vittime.
 
Altri massacri furono perpetrati in Libano tra il 1984 e il 1986, come I massacri di JIBSHIT, di SOHMOR, di SIR EL-GHARBIYA, di MAARAKA, di ZRARIYAH, di HOMIN AL-TAHTA, di JIBAA, di YOHMOR, e di TIRO. Quasi tutti condotti attraverso bombardamenti di civili attuati con elicotteri ed aerei da guerra.
 
I MASSACRI NEI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI
AL-NAHER AL-BARED: nel dicembre 1986, aeroplani da guerra israeliani compirono un raid contro questo campo, uccidendo 20 rifugiati e ferendone 22.
AYN EL-HILWEH: nel settembre 1987, jet da guerra israeliani lanciarono un’offensiva contro il campo profughi, uccidendo 31 persone e ferendone 41. Altri 34 civili furono deliberatamente uccisi mentre evacuavano il campo.
 
IL MASSACRO DI OYON QARA
Il 20 maggio 1990, soldati israeliani aprirono il fuoco su un gruppo di lavoratori palestinesi, uccidendone sette. Durante la successiva manifestazione di lutto, ne furono uccisi altri 13.
 
IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DELL’ AQSA
L’8 ottobre 1990, fu compiuto uno dei peggiori massacri della storia di Gerusalemme; qualche giorno prima della strage un gruppo di fanatici ebrei ortodossi progettarono una marcia sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme per sistemare la pietra miliare del “Terzo Tempio” che di li’ a poco avrebbero costruito. Alla marcia parteciparono circa 200.000 israeliani scortati dall’esercito, mentre le forze d’occupazione sbarravano le vie d’accesso alla citta’. Inoltre chiusero le porte d’ingresso della moschea, in cui migliaia di palestinesi erano giunte per resistere alla prepotenza degli occupanti. Allorche’ I fedeli musulmani si opposero e tentarono d’impedire la sistemazione della pietra nella spianata delle Moschee, le forze d’occupazione iniziarono il massacro, usando tutte le armi che avevano a disposizione, compreso il micidiale gas nervino. I coloni ebrei che partecipavano alla marcia parteciparono al massacro, che vide la morte di 23 palestinesi e il ferimento di altri 850. La commissione d’inchiesta-farsa creata dal terrorista Yitzaq Shamir, allora primo ministro, per indagare sulle responsabilita’ del massacro, ed affidata a Tu’fi Zamir, ex capo del Mossad, stabili’ che: “la responsabilita’ dell’escalation di violenza e’ imputabile alle migliaia di musulmani estremisti, che hanno attaccato il luogo santo ebraico”.
 
IL MASSACRO DI HEBRON
Mentre i fedeli musulmani erano inginocchiati in preghiera nella moschea di Abramo ad Hebron, venerd? 25 febbraio 1994, furono colpiti da centinaia di pallottole provenienti da ogni parte. Gia’ dal giorno prima, coloni ebrei appostati nei dintorni della moschea cercavano di impedirne l’accesso ai fedeli indirizzando spari in direzione della moschea. Il giorno del massacro, un colono terrorista ebraico, Baruch Goldstein, seguace della setta ultrarazzista del rabbino Meir Kahane, armato di fucile automatico, penetro’ nella moschea mentre i fedeli eseguivano la preghiera del tramonto e comincio’ a sparare all’impazzata. Era accompagnato da almeno altri due coloni, pure armati, e spalleggiato dall’esercito che sostava poco distante dalla moschea. Mohammed Suleyman Abu Salih, custode della moschea, affermo’: “Il terrorista cerco’ di uccidere quante piu’persone poteva. I corpi delle vittime giacevano ovunque, ed i tappeti erano coperti di sangue. I soldati israeliani non intervennero affatto per fermare il massacro, anzi, cercarono anche di rallentare l’accesso delle autoambulanze”. Il terrorista Goldstein fu ucciso sul posto, ma prima aveva avuto il tempo di uccidere 24 palestinesi e di ferirne gravemente almeno 100. La tomba del terrorista Goldstein e’ tuttora meta di pellegrinaggio da parte di coloni fanatici appartenenti alla sua setta.
 
IL MASSACRO DI JABALYA
Il 28 marzo 1994, alcuni soldati israeliani aprirono il fuoco su alcuni giovani palestinesi, uccidendone 6 e ferendone 49.
 
IL MASSACRO DEL CHECKPOINT DI ERETZ
Il 17 luglio 1994, 11 palestinesi furono colpiti a morte e 200 furono feriti al valico di Heretz dall’azione congiunta di carriarmati e coloni armati israeliani. La strage provoco’incidenti a catena in tutta la Cisgiordania e Gaza, durante I quali altri due palestinesi furono uccisi.
 
MASSACRO DI DEIR AL-ZAHRANI
Il 5 agosto 1994, aeroplani da guerra israeliani bombardarono un palazzo a due piani nella cittadina libanese. 8 morti, 17 feriti.
 
MASSACRO DI NABATIYEH
Elicotteri da guerra israeliani colpirono un pullman scolastico pieno di bambini, il 21 marzo 1994. Quattro bambini restarono uccisi e 10 feriti
 
IL MASSACRO DI MNSURIAH
Il 13 aprile 1996, un elicottero da guerra israeliano apri’ il fuoco contro una Volvo station Wagon equipaggiata come autoambulanza, uccidendo due donne e quattro ragazze. Alcuni fotografi presenti alla scena filmarono il massacro, ed i soldati delle N.U. giunti immediatamente sul posto, verificarono che a bordo del veicolo non c’erano armi ne’alcuno dei passeggeri era membro del partito libanese degli Hezbollah.
 
IL SECONDO MASSACRO DI NABATIYEH
Il 18 aprile 1998, elicotteri da guerra israeliani aprirono il fuoco contro una casa nella cittadina libanese, sterminando una famiglia di otto persone: una madre e i suoi otto figli, l’ultimo dei quali di appena quattro giorni.
IL MASSACRO DI QANA
Il progetto sionista di pulizia etnica condotto da Israele contro I palestinesi dei territori occupati, si estese anche a quelli residenti nel Libano del sud. Il 18 aprile 1996, elicotteri da Guerra bombardarono un rifugio in cui avevano cercato scampo centinaia di civili palestinesi e libanesi, in gran parte donne, vecchi e bambini.
L’attacco causo’ la morte di 109 persone e il ferimento di altri 116. le investigazioni internazionali dimostrarono che Israele aveva deliberatamente colpito il rifugio. La responsabilita’ della strage fu addebitata a Shimon PERES.
 
IL MASSACRO DI TRQUMIA
Il 10 marzo 1998, nella Cisgiordania occupata, soldati israeliani aprirono il fuoco contro un pullman carico di lavoratori palestinesi che oltrepassava il valico di Heretz per recarsi a Tel Aviv. I testimoni della strage affermarono che “i soldati avevano sparato indiscriminatamente, per uccidere”. Nell'”incidente”, come fu definita la strage dal ministro della Difesa israeliano Mordechai, furono uccisi tre palestinesi e molti furono feriti.
 
IL MASSACRO DI JANTA
Gli elicotteri da guerra israeliani presero di mira, questa volta, una madre libanese ed i suoi sei figli, che morirono nel selvaggio attacco alla periferia di Janta, il 22 dicembre 1998.
 
IL MASSACRO DEL 24 GIUGNO 1999
Il bombardamento di una palazzina a Beirut provoca la morte di 8 persone ed il ferimento di altre 84.
 
IL MASSACRO DELLA BEKAA
Il 29 dicembre 1999, elicotteri israeliani lanciarono bombe contro un gruppo di bambini che celebravano la festivita’ dell'”eid”. Otto bambini restarono uccisi e 11 feriti.
 
Questi sono i piu’ tristemente famosi massacri compiuti dalle forze d’occupazione sioniste in Palestina e nel sud del Libano fino al 1999. Se a questi sono aggiunti tutti i raids compiuti dall’aviazione israeliana nel Libano (circa 25.000 morti)ed i massacri delle due rivolte popolari palestinesi (l’intifada del 1987 e quella del 2000), il panorama del tributo di sangue pagato da palestinesi e libanesi per il raggiungimento della liberta’ diventa ancora piu’ impressionante. La nostra memoria va a tutti questi uomini, donne, bambini, caduti per mano di una violenza omicida cieca che nessuno puo’ osare definire “difesa della patria”.
 

thanks to: arabcomint

La comunità ebraica di Roma si prepara alla giornata della memoria con una rievocazione

Violenza inaccettabile

di Sara Modigliani

Sì, violenza inaccettabile, e non parlo di quella delle varie posizioni antisemite che stanno attraversando la nostra Europa ultimamente in maniera tremendamente pericolosa, no, parlo della violenza a cui ho assistito martedì 14 gennaio alla presentazione di un libro nei locali comunitari di via Balbo a Roma, comportamenti per i quali sono ancora scossa. Il libro in questione si intitola “Sinistra e Israele. La frontiera morale dell’Occidente” di Fabio Nicolucci. La sala era incredibilmente gremita di pubblico e di personalità della cultura. Bene, ho pensato, finalmente un argomento così importante e delicato suscita vero interesse! Sono ebrea e sono di sinistra.

Ero seduta in ultima fila e dietro di me avevo un nutrito gruppo di ragazzi abbastanza giovani a cui ho chiesto se facevano una specie di servizio d’ordine, impressionata dalle loro espressioni sicure e solide. Mi hanno risposto di non preoccuparmi che mi avrebbero protetta. Mah, a dire la verità in quel momento ho cominciato a preoccuparmi. Dopo pochi minuti, ancora prima che iniziasse la presentazione, si sono letteralmente avventati su un signore che era seduto a due posti da me dicendogli “tu sei Marco Ramazzotti Stockel?” e il signore ha risposto di sì. Lo hanno sollevato di peso e a spintoni, dicendo a noi “non aprite bocca, non vi immischiate!”, l’hanno concitatamente sollevato e buttato fuori. Chiunque fosse Marco Ramazzotti Stockel (ora lo so, mi sono informata) era stato accuratamente perquisito come tutti noi all’ingresso e quindi non poteva essere pericoloso sul piano fisico, poteva solo pericolosamente parlare, poteva solo esprimere opinioni, forse pericolosamente diverse da quelle di altri. Da quando ero piccola mi hanno bene insegnato che i fondamenti dell’ebraismo sono il dubbio, la discussione e i frutti che ne nascono, l’uso della parola come arte di scambio tra cuori, anime e cervelli. Ed eravamo nei locali del Tempio di via Balbo. E questa è violenza.

Dopo che ha finito di parlare Emanuele Fiano, in maniera estremamente equilibrata e intelligente sento un trambusto dietro di me e il “nutrito gruppo di ragazzi” alza un grande striscione che ho stentato un po’ a capire “TORNA A GAZA GIORGIO” con la foto di Lassie: Giorgio Gomel reo, anche lui, di avere posizioni di sinistra. Lo striscione è stato fatto abbassare con sorrisetti di condiscendenza, salvo che poi è stato rialzato ed è rimasto in alto. E questa è violenza.

Sono uscita per paura (verso la mia coscienza, ovviamente) che solo un secondo di più in quella sala potesse essere scambiato per complicità o connivenza. Non ho voluto restare in quel luogo e in quella situazione in cui era stato non solo permesso ma incoraggiato (e forse anche ben organizzato) qualcosa di orribilmente facinoroso. Mi dispiace solo di non avere avuto la presenza di spirito di salutare ad alta voce il mio amico Giorgio mentre uscivo. Ci ho pensato dopo.

Sordi, i ragazzi, perché non erano lì per ascoltare, non hanno ascoltato neanche una parola, prede eccitate dalla adrenalina delle loro bravate. Inutile per loro l’intelligenza degli interventi, anzi, inutile per loro l’intelligenza! Non sono abituati ad ascoltare, evidentemente, ma solo a dimostrare il loro potere. Ascoltare è già segno di intelligenza. I due episodi connotano inequivocabilmente un atteggiamento violento, prevaricatore, ignorante, arrogante e offensivo, in altre parole fascista. Cresciamoli così i nostri giovani ebrei, fanatici e ignoranti! Chi tappa la bocca a un essere umano è fascista, chi offende con protervia e ignoranza è fascista, chi non accetta opinioni diverse dalle proprie è fascista.

Oggi mi sono cancellata dalle liste della Comunità Ebraica di Roma. Non sono un’ebrea di quelle che contano, non ho mai partecipato a nessuna iniziativa comunitaria. La Comunità non perde granché, tranne il mio contributo, non sono né religiosa né credente, ma ogni anno ho pensato che magari anche con il mio contributo chi invece ci crede può frequentare le scuole, le attività, le sinagoghe, i servizi, e poi il museo. E poi per amore e rispetto di mio padre, di mia nonna e dei miei zii che per appartenere a questa Comunità hanno sfiorato la deportazione. E poi perché mi riconosco laicamente in una storia e in una tradizione. Da quando sono nata appartengo a questa Comunità quindi non è a cuor leggero che prendo questa decisione. Papà, nonna e gli zii non ci sono più e non se ne possono dolere, sono io che me ne dolgo ora, ma sono profondamente convinta di non voler far parte di una collettività in cui non mi riconosco per niente e che anzi rifuggo per la perdita dei suoi principi fondanti e fondamentali.

Marco Ramazzotti della Rete Ebrei contro l’Occupazione aggredito dai “soliti noti”

Martedì scorso, alla presentazione del libro di Fabio Nicolini “Sinistra e Israele. La frontiera morale dell’Occidente”, Marco Ramazzotti Stockel è stato aggredito da un gruppo di picchiatori presenti nella sala. Questo è solo l’ultimo episodio di una lunga catena di violenze che ha creato un problema di agibilità democratica nella città di Roma, nella quale vi sono zone abitualmente precluse a iniziative di solidarietà con la Palestina, come è preclisa la partecipazione a taluni dibattiti a chi non approva la politica israeliana.
Qui di seguito la denuncia di Pasqualina Napolitano che era presente all’aggressione.

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Il 16/01/2014 Pasqualina Napoletano ha scritto:

Fabio, martedì scorso con Andrea siamo venuti alla presentazione del tuo libro, tu non ci hai visti e noi non ti abbiamo neanche potuto salutare ma è bene che tu sappia perchè e cosa è successo. Dopo i controlli dovuti, siamo entrati nella sala già piena ed abbiamo notato una certa tensione che non si addiceva ad un evento come la presentazione di un libro. Andrea ha incontrato un vecchio amico ed io ho cercato di vedere se c’erano posti a sedere, a quel punto sento gridare : “Tu sei Marco Ramazzotti, non devi stare qui”. Immediatamente parte un gruppo di persone che lo prende e lo scaraventa per le scale fino alla porta di ingresso. Conosco Marco e sua moglie Annina dagli anni ’70, ma non ero sicura che si trattasse di lui perchè era circondato e sovrastato dalle persone che lo stavano platealmente cacciando. Cerco Andrea e gli dico dell’accaduto e insieme scendiamo in strada per cercarlo anche perchè, a quel punto, non avevamo alcuna voglia di rimanere. In strada Marco aveva indossato il casco e stava andando via con il suo motorino quando le stesse persone che lo avevano buttato fuori lo hanno spinto e volutamente fatto cadere a pochi centimetri dalle ruote di una macchina che sopraggiungeva in senso opposto. Ci fermiamo, quando si toglie il casco lo riconosco e lui fa altrettanto, mantiene una calma ammirevole nonostante gli insulti che gli venivano rivolti e fa notare agli esagitati interlocutori di essere stato invitato da Tobia Zevi, per tutta risposta gli rispondono che Tobia Zevi lì non conta niente. Arrivano nel frattempo due poliziotti in borghese che prendono le nostre generalità e la volontà mia e di Andrea di testimoniare dell’accaduto anche perchè gli aggressori continuavano a dire che lui era caduto da solo, chiedono poi a Marco se vuole un’ambulanza e gli dicono che ha 90 giorni di tempo per sporgere denuncia. Non credo che Marco li denuncerà anche perchè, ne abbiamo parlato lì stesso e lui non vuole esasperare ancora di più gli animi, se lo farà, noi siamo comunque pronti a testimoniare. Proprio perchè credo che lui non farà denunce sento la responsabilità di fare almeno sapere cosa è successo. Non voglio aggiungere commenti perchè i fatti si commentano da soli. Caro Fabio, tu sai che sulla questione israelo-palestinese tra noi ci sono posizioni molto distanti, nonostante ciò eravamo venuti perchè interessati al tuo libro ed al tuo punto di vista. L’amara conclusione che traggo da questa vicenda è che, se vengono meno anche gli spazi per un reciproco ascolto, vuol dire che siamo messi proprio male. Spero anche che questo episodio apra un dibattito nella comunità ebraica romana che abbiamo sempre considerato parte di questa città e non ghetto degli irriducibili. Con affetto anche da parte di Andrea. Pasqualina –

thanks to: forumpalestina

forumpalestina

Nassiriya. Le stragi degli italiani brava gente

novembre 13, 2013

BREVE STORIA DELLA REPUBBLICA PER IMMAGINI / SPECIALEIeri le autorità italiane hanno celebrato il decimo anniversario della strage di Nassiriya. Non lontana da Bassora, nel sud dell’Iraq, abitato prevalentemente da popolazioni shite, Nassiriya era la base del contingente italiano. Le truppe tricolori parteciparono attivamente all’occupazione militare dell’Iraq, dopo aver fornito appoggio logistico alla conquista statunitense del paese in quella che venne chiamata la seconda guerra del Golfo.
Il 12 novembre del 2003 un camion carico di esplosivo esplose dopo essere riuscito a penetrare nella base italiana nella città. Morirono 19 tra carabinieri e soldati, 7 civili italiani e 10 iracheni.
In Italia piazze e lapidi ricordano i martiri di Nassiriya. Eroi buoni, in missione di pace in Iraq.
Questa immagine caramellata resiste negli anni nonostante la storia dei militari tricolori tra il Tigri e l’Eufrate sia molto diversa.
Una storia di guerra. Una guerra come le altre: sporca, sanguinaria, senza esclusione di colpi. Ma, come scriveva nel 1917 il senatore statunitense Hiram Johnson, “la verità è la prima vittima di guerra”.
Cosa sapete della “battaglia dei Lagunari” della notte del 5 di agosto 2004?
Secondo la versione ufficiale i militari italiani, posti a presidiare i ponti della città, erano stati attaccati da un commando di miliziani dell’Esercito del Mahdi, scesi improvvisamente da un furgone privo di insegne o di dispositivi luminosi. Loro si erano limitati a seguire le procedure e a rispondere al fuoco, facendo esplodere l’autoveicolo nemico.
Diversa è la versione fornita dal giornalista statunitense Micah Garen che, successivamente, venne sequestrato dalle truppe di Moqtada al Sadr ma poi liberato.
Il veicolo fatto saltare in aria era un’ambulanza. A bordo c’erano una partoriente con la madre, la sorella e il marito. Nessuno di loro sparò ai militari italiani, che invece aprirono il fuoco, uccidendo tutti.
In un primo tempo il governo e i militari italiani negarono persino che vi fosse stata una “battaglia dei ponti”. Ammetterlo avrebbe significato strappare la foglia di fico, che copriva la vergogna dell’avventura bellica italiana in Iraq.
In realtà i soldati italiani attaccarono i tre ponti sull’Eufrate che collegano il nord e il sud di Nassiriya, ingaggiando un durissimo scontro con le truppe del Mahdi.
Anni dopo Wikileaks pubblicò alcuni documenti, tra cui un’indagine della procura militare di Roma e un rapporto riservato scritto tre giorni dopo i fatti dal colonnello dei lagunari Emilio Motolese. Entrambi confermano che a cadere sotto i colpi dei Lagunari furono una donna che stava per partorire e i suoi familiari.

La nostra memoria è per quella donna, per i suoi cari, per il bambino che sarebbe dovuto nascere in quella notte di guerra.

Di quella vicenda, della situazione odierna in un paese dove la guerra non è mai finita l’info di Blackout ha parlato con Stefano Capello.

Israel’s Mistreatment of Palestinian Children

The Saga Continues

October 31, 2013

by DR. CESAR CHELALA

A UNICEF report issued last March, “Children in Israeli Military Detention,” was sharply critical of Israel’s treatment of detained Palestinian children and youths. According to that report, 700 Palestinian children aged 12-17, most of them boys, are arrested and harshly interrogated by the Israeli military, police and security agents every year in the occupied West Bank.

Now, a new UNICEF progress report states that although some progress has been achieved “violations are ongoing” seven months after the original report was released. The progress report states that there were 19 sample cases of abuse of youths between 12 and 17 in the occupied West Bank in the second quarter of 2013.

The information on mistreatment of Palestinian children and youths is the result of several years of information gathering by UN agencies related to grave violations committed against Palestinian children in Israel and the occupied Palestinian territory. This information is regularly reported to the United Nations Security Council Working Group on Children and Armed Conflict.

Last June, the UN Committee on the Rights of the Child confirmed the abuses against Palestinian children, including torture, solitary confinement and threats of death and sexual assault in prisons. “These crimes are perpetrated from the time of arrest, during transfer and interrogation, to obtain a confession but also on an arbitrary basis as testified by several Israeli soldiers,” stated the committee.

The reported abuses of Palestinian children also confirm what the organization Breaking the Silence, constituted by Israeli soldiers who served in the IDF and work to expose human rights violations had stated in its report called “Children and Youth, Soldiers Testimonies 2005-2011.” In one of the testimonies, a soldier from the Nahal Brigade with rank of first sergeant, stated, “On your first arrest mission you’re sure it’s a big deal, and it is actually bullshit. You enter the Abu Sneina (Hebron) neighborhood and pick up three children. After that whole briefing, you’re there with your bulletproof vest and helmet and stuck with that ridiculous mission of separating women and children. It’s all taken so seriously and then what you end up is a bunch of kids, you blindfold and shackle them and drive them to the police station at Givat Ha’vot. That’s it, it goes on for months and you eventually stop thinking there are any terrorists out there, you stop believing there’s an enemy, it’s always some children and adolescents or some doctor we took out. You never know their names, you never talk with them, they always cry, shit in their pants.”

According to Article 37 of the Convention of the Rights of the Child, State Parties shall ensure that “No child shall be subjected to torture or other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment,”…and “Every child deprived of his or her liberty shall have the right to prompt access to legal and other appropriate assistance, as well as the right to challenge the legality of the deprivation of his or her liberty before a court or other competent, independent and impartial authority, and to a prompt decision on any such action.” These provisions have been repeatedly violated by the Israeli authorities.

As UNICEF states, “In addition to Israel’s obligations under international law, the guiding principles relating to the prohibition against torture in Israel are to be found in a 1999 decision of the Supreme Court, which is also legally binding on the Israeli military courts. The Court concluded that a reasonable interrogation is necessarily one free of torture and cruel, inhuman or degrading treatment, and that this prohibition is absolute.”

Ill-treatment of Palestinian minors begins with the arrest itself, which is carried out usually in the middle of the night by heavily armed soldiers, and continues through prosecution and sentencing. Most minors are arrested for throwing stones; however, they suffer physical violence and threats, many are coerced into confessing for acts they didn’t commit and, in addition, many times they don’t have access to a lawyer or family during questioning. According to the UN Committee on the Rights of the Child, 7,000 kids aged from 12 to 17 years, but sometimes as young as nine, have been arrested, interrogated and detained since 2002.

Israeli government abuses against Palestinian children are not limited to the West Bank. In the past, UNICEF has also reported that one baby in three risks death because of medical shortages in Gaza. Israel’s government had also prohibited the distribution of special food to about 20,000 Gazan children under age five resulting in anemia, stunted growth and general weakness as a result of malnutrition.

Israel’s government has stated his intention to continue working with UNICEF to address the issue of mistreatment of Palestinian children. However, treatment of children and adolescents under detention as it is carried out even now contravenes Israel’s democratic principles and contributes to the perpetuation of the Middle East conflict and to the search for a just and lasting peace in the region.

Dr. Cesar Chelala is an international public health consultant and a co-winner of an Overseas Press Club of America award.

thanks to: counterpunch

Infanzia negata

di Yousef Munayyer

L’infanzia è una cosa bella e strana. Prima che impariamo veramente quanto sia preziosa, è già finita. Per molti palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, l’infanzia finisce anche prima di quanto si potrebbe pensare. Il semplice trascorrere della vita di un bambino in Palestina, che in circostanze normali sarebbe  riempito dai libri di scuola, dal calcio e dai giochi con gli amici, è invece interrotto dalla dura realtà dell’occupazione, che include soldati, posti di blocco, muri, discriminazione e razzismo.

E’ impossibile dire quando finisca l’infanzia per un palestinese sotto occupazione. Molti di coloro che cercano di portare avanti una vita normale, date le circostanze, si augurano di poter godere l’innocenza della gioventù senza vederla distrutta dal regime oppressivo che li circonda. Non tutti sono così fortunati. Atta Sabah è uno di loro.

Dedico più tempo rispetto alla maggior parte delle persone alle notizie dalla Palestina e dal Medio Oriente, e ogni tanto apprendo una storia di cui non ho mai sentito nulla di simile in precedenza. In una situazione in cui la morte e la violenza sono diventate di routine, non ogni pallottola o vittima si guadagna un titolo. Così, quando ho sentito la storia di Atta, ho deciso che doveva essere divulgata, non perché sia ​​particolare e unica, ma proprio perché è banale, eppure inaudita.

Atta è un rifugiato palestinese residente nel campo profughi di Jalazon. Ha 12 anni. Il campo, i cui residenti per lo più provengono dai villaggi che circondano Al- Lyd, è a circa 20 km est in quella che è oggi la Cisgiordania, tra Ramallah e Nablus.

All’inizio di quest’anno, a maggio, Atta e i suoi amici stavano facendo quello che la maggior parte dei bambini alla loro età dovrebbe fare: giocare. I ragazzi sono ragazzi. Ma quando i ragazzi sono ragazzi sotto occupazione, il semplice atto di giocare in giro può portare a esiti orribili. Atta e i suoi amici stavano divertendosi a lanciare la sua cartella di scuola. Quando Atta è andato a recuperarla lì dove era atterrata, ha visto che un soldato israeliano se ne era impadronito.

Che cosa ci fa un soldato israeliano sul percorso di scuola dei bambini? Fa la guardia alla colonia illegale israeliana di Beit El, dove abitano migliaia di coloni illegali israeliani e che è adiacente al campo profughi di Jalazon. Atta ha chiesto indietro la cartella. I soldati gli hanno detto di tornare il giorno dopo.

Il giorno seguente Atta è tornato, nel tentativo di riavere la sua cartella dal soldato che l’aveva presa. Mentre si avvicinava ai soldati, uno dei quali reggeva la sua cartella, si è fermato, sentendosi nervoso e a disagio in quella situazione, ma quando si è voltato … BANG.

Atta, un profugo palestinese disarmato di 12 anni che voleva solo recuperare la sua cartella di scuola, è stato colpito allo stomaco. La pallottola – un proiettile vero e proprio  – è uscita dalla schiena, ma non prima di recidere il midollo spinale. Il colpo gli ha danneggiato il fegato, i polmoni, il pancreas e la milza, e lo ha lasciato paralizzato dalla vita in giù.

Quale possibile spiegazione potrebbe esserci per questo atto barbarico? Defense for Children International, una ONG che lavora per documentare e patrocinare i diritti dei bambini, ha osservato a proposito di questo episodio:
“Testimoni oculari dichiarano che la situazione era tranquilla, che non erano in corso scontri in quel momento e non c’era “pericolo mortale” per le forze israeliane, che avrebbe giustificato l’uso di munizioni vere”.

In contraddizione con le testimonianze oculari, alla domanda circa l’uso di munizioni vere contro un bambino inerme il portavoce  dell’esercito israeliano ha dichiarato che “nel pomeriggio del 21 maggio 2013, una sommossa violenta e illegale ha avuto luogo nella zona, con la partecipazione di decine di palestinesi che hanno lanciato pietre e bottiglie molotov verso i soldati”.

La scuola del ragazzo, gestita dall’UNRWA  per il campo profughi di Jalazon, è molto vicina alla colonia israeliana di Beit El, in continua espansione. In questa foto dell’ingresso della scuola, si possono scorgere chiaramente sullo sfondo i tetti rossi dell’insediamento sulla collina. In effetti, come mostra la mappa qui sotto, la vicinanza dell’insediamento implica che la scuola sia inclusa in Area C, anche se si trova a soli 1000 piedi di distanza dal centro del campo. Questo significa che i soldati stazionano regolarmente intorno alla scuola e che l’infanzia finisce molto più velocemente qui che in molti altri luoghi.

Atta deve ora adattarsi a una nuova vita. La vita in un campo profughi è complicata fin dall’inizio, ma ora, nell’impossibilità di camminare, le cose si sono fatte ancora più difficili. La famiglia sta lottando per far fronte alle difficoltà. Non vi è nessuna assistenza mirata al sostegno delle pressanti necessità attuali di Atta.

Atta non si fa illusioni sulla giustizia. Alla domanda su cosa pensa che accadrà al soldato israeliano che gli ha sparato, chiaramente anche contro le regole di ingaggio dell’esercito israeliano, ha risposto: “Non mi aspetto che gli succeda qualcosa”.

Ha ragione. L’impunità per i crimini è una pietra miliare dell’occupazione militare israeliana e a Jalazon, dato che gli insediamenti illegali si espandono e l’occupazione si rafforza sempre di più, altre infanzie probabilmente saranno spezzate prima che abbiano luogo eventuali indagini eque e trasparenti, o che tutti i soldati israeliani o i loro comandanti siano portati in giudizio per questi crimini.

Fonte: MECA (Middle East Children’s Alliance)

http://www.mecaforpeace.org/news/childhood-denied

Traduzione a cura del Forum Palestina

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Idiozia ebraica

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Le foto che vedete sono frutto di un azione di un gruppo di estremisti della colonia vicina a Qaryout. Questi  hanno deciso di porre fine alla vita di circa un centinaio di olivi.

Gli olivi erano di varie famiglie del villaggio.Purtroppo non e un caso isolato, anzi. Queste sporche azi0ni sono quotidiane.

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Oggi eravamo un nutrito gruppo di internazionali di varie associazioni ed erano presenti anche media locali e alcune autorita.

Ma erano presenti anche i soldati, ovviamente.

Non e facile descrivere le facce che avevano le persone di questo villaggio.

Non ci si abitua mai a questi scempi.

Leo from Palestine

thanks to: Us and Them

Victims of U.S. chemical warfare in Iraq

A RECENTLY released report on birth defects as a result of the use of depleted uranium (DU) during the U.S. war on Iraq released by the UN’s World Health Organization (WHO) attempts to rewrite history on the terrible impact of the war on Iraqi citizens

Victims of U.S. chemical warfare in Iraq | SocialistWorker.org.

I Carabinieri (indegnamente) italiani complici dell’occupazione sionista in Palestina

1 luglio 2013, Hebron, Palestina (o quel che ne resta di essa ad Hebron). Sono nel vecchio mercato e sto filmando. Arrivano 8 soldati israeliani, parrebbe stiano per irrompere in qualche casa.

Li seguo con la videocamera, ed infatti, arrivano al portone di una casa. Stanno per sfondare, ma si accorgono che li sto filmando e il mio collega è già attacco al cellulare per chiamare rinforzi. Ci guardano, si bloccano, parlano fra di loro e si allontanano guardandomi e parlando fra di loro. Questo è uno degli aspetti importanti dell’essere qui con l’ISM. Filmare con le video camere quello che fanno li scoraggia un pochettino. Ma, dall’altro lato della strada noto due macchine bianche con sigla “TIPH” e con persone a bordo in divisa stile “croce rossa”. Ritorno nelle strette vie del mercato per comperare qualche cheffia e mentre sono nel negozio arrivano un uomo e una donna con le divise che avevo notato prima, sono italiani, iniziamo a parlare.

Mi dicono che sono del TIPH e chiedono chi siamo, gli rispondiamo che siamo dell’ISM, ma mi dicono di non conoscerlo… Allora aggiungo : “è il solidarity movement, quello del quale faceva parte Vittorio Arrigoni….” ci rispondono che non sanno chi sia.. “Ahia”, mi dico c’è qualcosa che puzza.. Mi dicono che loro sono stati riconosciuti dai governi (non come l’ISM) e che forse quel momento arriverà anche per noi. TIPH: “un passo per volta…in fondo noi siamo neutrali, sai, è difficile dire chi sia qui l’oppresso…”.

No, dico, ma stiamo scherzando? Siamo ad Hebron, in una città che per metà è morta perchè è stato chiuso l’accesso, una città fantasma, con muri di cemento che chiudono gli accessi, check point, barriere; tutto questo fatto dagli israeliani per mandar via i palestinesi ed occupare la terra. In una città dove esercito e coloni sparano, umiliano e perseguitano i palestinesi. E questo tizio mi dice questa fesseria?

Quindi, quando rientro in casa, indago via internet per capire chi sono.. E sbang! Quando apro il loro sito web trovo la sorpresa: non sono volontari, godono dell’immunità diplomatica, trattasi di organizzazione nata in Norvegia e poi formata da membri di Norvegia, Italia, Danimarca,Svezia, Svizzera e Turchia. Per quanto riguarda l’Italia, sono i Carabinieri e Esercito. Per la Turchia c’è la Polizia Turca… Sono qui ad Hebron in “missione temporanea come osservatori”. La temporaneità sarebbe già da mettere in discussione, visto che l’accordo con Israele e Palestina l’hanno fatto nel 1997, ma, è il ruolo di osservatori che non capisco.

Nell’episodio del quale sono testimone, loro erano lì, hanno visto che i soldati stavano per sfondare la porta e irrompere nella casa di una famiglia per applicare poi gli stessi metodi… Il TIPH, non è intervenuto, ha effettivamente “osservato”. Perchè? Qual’è lo scopo? A cosa servono? Sono pagati da noi per star qui a far cosa se davanti ad una violenza non intervengono non solo perchè sono in missione, ma per UMANITA’ che ogni essere vivente dovrebbe avere.

Rimango con il dubbio: il TIPH è qui per vivere un pò a spese nostre senza fare una cippa, o sono qui per osservare qualcuno in particolare?

thanks to: Samantha Comizzoli

Respect

6 giugno 2013 – Tonio Dell’Olio

Ieri si è disputata a Tel Aviv la prima partita del Campionato Europeo Under 21 di calcio. Non ho potuto fare a meno di ritornare con la memoria ai Mondiali del 1978 in Argentina. Mentre si giocavano le partite e tutto il mondo tifava e parlava di calcio, la dittatura torturava, faceva sparire e uccideva brutalmente gli oppositori politici. Non una parola fu spesa da quella tribuna importante del calcio mondiale per dire delle libertà calpestate, dei diritti violati e delle vite spezzate. I sopravvissuti della ESMA, la scuola meccanica della marina militare, dove centinaia di persone sono state detenute illegalmente, torturate e uccisi con i voli della morte, raccontano che da lì si potevano udire le urla dello stadio di Buenos Aires in cui si disputavano le partite di cartello. Pablo Llonto ha raccolto le loro testimonianze in un libro dal titolo significativo “I mondiali della vergogna”. Ci sarà in questi giorni qualcuno che abbia il coraggio di dire ad alta voce che il Paese ospitante del Campionato Europeo Under 21 viola quotidianamente i diritti umani delle popolazioni palestinesi, che non rispetta le risoluzioni delle Nazioni Unite, che ha creato una prigione inumana a cielo aperto in Gaza? Per il regime di apartheid che aveva creato, il Sudafrica nel 1964 venne escluso da tutte le manifestazioni olimpiche fino al 1992 quando finalmente condannò le discriminazioni razziali con leggi ad hoc. Ironia della sorte, ieri sera a bordo campo spiccava la scritta RESPECT, la campagna che la UEFA propone per chiedere fair play in campo. Di quello che succede fuori, in nome di una malintesa neutralità dello sport, sembra non importarci nulla.

thanks to: mosaicodipace

Bestie

Teen shot by Israeli forces suffers partial paralysis

26/05/2013

RAMALLAH (Ma’an) — A teenager shot by Israeli forces on Tuesday is suffering from partial paralysis due to his injuries, the boy’s uncle said Saturday.

Atta Sabah, 13, was walking with school friends in Jalazoun refugee camp near Ramallah on Tuesday when Israeli forces opened fire at the group and hit him in the back.

An Israeli military spokeswoman said soldiers opened fire at a Palestinian trying to hurl a firebomb at Israeli forces during a riot in the area.

Sabah’s uncle accused Israel of deliberately targeting his nephew and said that the family has contacted a lawyer to file a complaint.

Israeli soldiers shot Sabah and the bullet penetrated his lungs, pancreas and damaged his spinal cord, his uncle said.

Sabah was trying to retrieve his bag after his friends had thrown it near Israeli soldiers, he added.

thanks to:

Carcere per gli obiettori in Israele, la storia di Natan Blanc

L’adolescente ha trascorso più di 100 giorni in prigione nelle ultime 19 settimane. I ragazzi, terminati gli studi, hanno l’obbligo di prestare servizio militare per tre anni, mentre le donne due anni.

La procedura è sempre la stessa. Alle 9 del martedì mattina, in una base militare vicino a Tel Aviv, il 19enne israeliano riferirà alle autorità il suo rifiuto ad essere impiegato nell’esercito. Da lì scatterà l’arresto e una condanna tra i 10 e i 20 giorni di carcere. Il braccio penitenziario è sempre la stesso, il numero 6. Tutto ciò prima della sua liberazione, poi ricomincerà l’iter di incarcerazione. Per l’ottava volta Natan Blanc sarà arrestato e, in totale, il ragazzo ha scontato più di 100 giorni di carcere in 19 settimane. La scelta di non arruolarsi nell’esercito sta costando molto a Blanc, in termini di libertà personale. “E’ stata una decisione molto difficile – ha detto il giovane al Guardian –, ho impiegato diverso tempo a ponderarla e valutarla”.

Il punto di svolta è stata l’ “Operazione Piombo Fuso”, un intervento israeliano a Gaza contro Hamas, iniziato alla fine del 2008 e terminato tre settimane dopo. Il totale dei palestinesi rimasti uccisi nel conflitto fu di 1400. “L’ondata di militarismo aggressivo – ha spiegato Blanc – che ha travolto il paese, le espressioni di odio reciproco e il discorso vacuo circa l’annientamento del terrorismo sono s

tati determinanti nel mio rifiuto”. La gran parte dei giovani israeliani cresce nella convinzione che il servizio militare sia obbligatori, tre anni per i maschi e due per le ragazze, da adempiere al termine del liceo. “La chiamata alle armi” è profondamente radicata nella società israeliana, un’esperienza collettiva di identità nazionale.

La legge del servizio di difesa viene applicata a tutti i cittadini di Israele, sia residente in patria o all’estero. L’obbligo di servizio è rivolto a ogni persona idonea al servizio, tra l’età di 18 e 29 anni. Chi ha oltrepassato l’età, non adempiendo all’obbligo di servizio nel tempo prescritto dalla legge, è dichiarato trasgressore. E’ raro, in Israele, che un dovere patriottico sia vissuto come dilemma morale, soprattutto per i ragazzi. Chi si è rifiutato di assolvere il servizio militare per motivo di coscienza rappresenta un numero esiguo. Nel mese di novembre 2012, Blanc è stato l’unico obiettore dichiarato tra i 300-400 detenuti nel braccio penitenziario numero 6.

La vita in carcere non è semplice: sveglia e appello alle 5 del mattino. Lavoro per otto ore al giorno in cucina. I detenuti indossano uniformi militari in eccedenza degli Stati Uniti, è possibile effettuare una chiamata dal telefono pubblico, ma è vietato usare i telefoni cellulari privati. In carcere c’è una biblioteca, ma non una palestra. “Lo scenario peggiore – ha spiegato Blanc – è che sia condannato a un anno di prigione da un tribunale militare. Quello migliore è che mi consentano di fare il servizio militare”. Blanc si batte per quella che considera una lotta in difesa dei principi, ma nel futuro vorrebbe studiare scienze o tecnologia all’Università.

thanks to: Alessandro Proietti

Uccise 12enne, assolto poliziotto israeliano

Libero Omri Abu accusato dell’omicidio del 12enne Ahmed Mosa. Il mondo tace e lascia un bambino, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile.

Martedì un giudice israeliano ha assolto un poliziotto dall’accusa di omicidio colposo di un bambino palestinese di 12 anni. Di nuovo a brillare sono l’impunità e il silenzio che la comunità internazionale riconosce quotidianamente ad Israele.

Il 29 luglio 2008 Ahmed Houssan Mosa, del villaggio di Ni’lin, fu centrato alla testa da un proiettile durante la tradizionale manifestazione del venerdì contro il Muro di Separazione e le colonie, che soffocano la vita della comunità. A sparare un poliziotto di frontiera*, Omri Abu, che ammise di aver aperto il fuoco due volte contro il bambino per rispettare gli ordini ricevuti dall’alto: “Non rispondere al lancio di pietre è considerata una debolezza – disse il poliziotto – Per questo l’ho colpito alla testa”.

Ahmed morì all’istante. Ma, secondo il giudice, Omri Abu non è colpevole perché non è detto che a causare la morte di Ahmed sia stata la pallottola che gli è penetrata nel cranio: l’accusa, secondo il giudice Liora Frenkel, non è stata in grado di provare “oltre ogni ragionevole dubbio” che il proiettile partito dal fucile M-16 del poliziotto abbia ucciso il dodicenne palestinese. A “confondere” le idee della corte, anche delle testimonianze, dei rapporti balistici e patologici contraddittori: la Frenkel ha ripreso la polizia israeliana perché le avrebbe sottoposto delle prove senza accompagnarle con la testimonianza di esperti in grado di dimostrarle.

Una follia giuridica. Alla fine di un processo per l’uccisione di un bambino di soli 12 anni, colpevole di marciare pacificamente per la libertà del proprio villaggio e della propria terra, il responsabile di un omicidio si ritrova condannato solo per abuso dell’arma: secondo il giudice, infatti, le sole colpe imputabili ad Omri Abu sono l’utilizzo eccessivo del fucile, seppure non fosse in pericolo, e la falsa testimonianza.

Un’accusa che il poliziotto ha sempre respinto: “Anche se ti trovi in un’auto anti-proiettile, devi rispondere. Se vedono che non reagisci, percepiscono la tua debolezza. Ero in pericolo”. Per questo ha aperto il fuoco contro un gruppo di manifestanti, per lo più bambini, che lanciavano delle pietre. Secondo le prove raccolte all’epoca dall’associazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, Ahmed si era nascosto dietro un albero di ulivo quando il poliziotto lo ha visto, è sceso dal veicolo in cui si trovava, ha puntato la pistola e lo ha colpito da una distanza di 50 metri. Il fuoco è continuato a piovere su due manifestanti che tentavano di mettere in salvo il piccolo, ormai senza vita.

E pochi giorni dopo, al funerale di Ahmed, l’esercito israeliano ha di nuovo aperto il fuoco, uccidendo il 19enne Yousef Amira. Colpito alla testa, è morto poco dopo in ospedale.

L’impunità di cui godono le forze militari israeliane nella quotidiana occupazione della Palestina va portata sul tavolo della giustizia internazionale. Che però continua a voltare lo sguardo dall’altra parte: dal settembre 2000, anno di inizio della Seconda Intifada, al dicembre 2011, l’associazione israeliana B’Tselem ha contato 473 casi provati di violenze da parte delle forze di sicurezza contro palestinesi. Di questi solo undici hanno portato all’apertura di un’inchiesta.

Ahmed è morto mentre tentava di far sentire la propria voce, una voce flebile di fronte all’imponenza di un Muro che mangia la sua terra e strangola il lavoro, la storia e la dignità della Palestina. Un Muro che la stessa Corte Internazionale di Giustizia ha definito nel 2004 “illegale”. Eppure il mondo lascia un dodicenne solo a combattere per un diritto riconosciutogli a livello globale. Lo si lascia solo, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile. Nena News

*La polizia di frontiera è uno dei corpi della polizia nazionale israeliana, per lo più impegnata in operazioni militari e di assistenza all’esercito in Cisgiordania e Gerusalemme Est. È considerata tra le forse di sicurezza più violente.

thanks to: Emma Mancini

Does It Matter What Israelis Do?

Weekend Edition July 20-22, 2012
Where’s the Netanyahu Scandal in the New York Times?

Does It Matter What Israelis Do?

by SAUL LANDAU

Western leaders met in Paris last week to discuss possible intervention in Syria where almost 10,000 people have died over the last year of internal conflict. The West has never even considered holding such a meeting on Israel’s murderous behavior, however, despite a July 5 UN report that claimed that over the last five years Israeli forces have killed nearly 2,300 Palestinians and injured 7,700 in Gaza (statement from UNOCHA, the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs.)

The UN agency said that 27 percent of the fatalities in Gaza were women and children in a report highlighting the effects of Israel’s blockade.

Six years ago Israel imposed its sea and air blockade of Gaza. Under the blockade, Gaza exports have dropped to less than 3 percent of 2006 levels.

UNOCHA said, “The continued ban on the transfer of goods from Gaza to its traditional markets in the West Bank and Israel, along with the severe restrictions on access to agricultural land and fishing waters, prevents sustainable growth and perpetuates the high levels of unemployment, food insecurity and aid dependency.”

Israel’s naval blockade has also undermined the livelihood of 35,000 fishermen, and Gaza farmers have lost around 75,000 tons of produce each year due to Israeli restrictions along Gaza’s land border, the UNOCHA report said.

Half of Gaza’s youth is unemployed and 44 percent of its people are food insecure.

Mark Regev, spokesman for Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, said Thursday that because Gaza’s ruling party Hamas is a “terrorist organization, the blockade was necessary.”

“All cargo going into Gaza must be checked because Gaza is controlled by Hamas, an internationally recognized terrorist organization,” Regev told Reuters in response to a petition by 50 aid groups, including six UN agencies, calling on Israel to lift the blockade.

The West abhors the Syrian – disobedient – government, allied to Iran, and adores Israel, no matter what it does to the Palestinians. The media does little to dramatize the obvious double standard criteria used to measure the worthiness of the two neighboring governments. Iran, the West’s post Cold War bad guy, found a friend in Syria and that alone has condemned the Syrian government. The fact that Saudi Arabia has armed and financed rebels entering Syria in the name of “democracy” should cause at least some news absorbers to feel a bit skeptical over the anti-Syria campaign.

It doesn’t seem to matter what Israelis do. For example, Arutz Sheva, the nationalist Israeli press, reported that “declassified FBI documents from a 1985-2002 investigation implicate Prime Minister Binyamin Netanyahu in an initiative to illegally purchase United States nuclear technology for Israel’s nuclear program.

“Netanyahu was allegedly helped by Arnon Milchan, a Hollywood producer with ties to Israeli prime ministers and U.S. presidents.”

Grant Smith at antiwar.com had reported that “Netanyahu worked inside a nuclear smuggling ring.” Here’s an example of what is found in the report:

“On June 27, 2012, the FBI partially declassified and released seven additional pages from a 1985–2002 investigation into how a network of front companies connected to the Israeli Ministry of Defense illegally smuggled nuclear triggers out of the U.S. The newly released FBI files detail how Richard Kelly Smyth – who was convicted of running a U.S. front company – met with Benjamin Netanyahu in Israel during the smuggling operation. At that time, Netanyahu worked at the Israeli node of the smuggling network, Heli Trading Company. Netanyahu, who currently serves as Israel’s prime minister, recently issued a gag order that the smuggling network’s unindicted ringleader refrain from discussing ‘Project Pinto’.”

The Hebrew paper Ma’ariv continued the report on this incident.

“According to FBI documents released by the United States, Prime Minister Benjamin Netanyahu, was involved in smuggling in the 70s from the U.S. components of Israeli nuclear program, and assisted by the businessman Arnon Milchan, who according to previous publications was a former Mossad agent.

“The documents describe the findings of the investigation… performed between the years 1985 to 2002 on about how a network of front companies a U.S. security firm illegally smuggled equipment used for weapons seeds out of the U.S.”

We live in the Golden Age of Empire Judaism, said Prof. Marc Ellis. “Greater Israel” means Jewish settler expansion in a denial of Palestinians and their rights. It also means perpetual conflict, maybe war, in the region. Is this why our Congress pledges eternal love to Israel? Is this why the Israeli lobby pays and threatens our Congress?

When will Western powers meet to decide what to do about Israel so as to lessen the damage she causes to Palestinians, her neighbors and the region? Israel has baffled the U.S. political apparatus. It gets away with imposing apartheid against Palestinians, stealing their land and stirring up war against its neighbors. One negative word from a U.S. pol on Israel brings heavy pressure, intimidation and money for opposing candidates – along with charges of anti-semitism.

How pathetic that a small group of right-wing Jews allied to right-wing Israeli parties, has buffaloed U.S. politicians and media. One former Congressman described the Israeli lobby as the equivalent of a pit bull that bites the Congressman’s leg in the morning and holds on during lunch and the afternoon. The Congressman sleeps with the bull’s teeth in his leg and wakes with it the next morning. No wonder Members don’t want to antagonize this angry dog!

I don’t suggest Palestinians form an equivalent lobby, but rather that the media develop a little courage and report accurately on events in Israel and Palestine. Just spread reviews of the new film “5 Broken Camera,” in which a Palestinian West Bank farmer documents the encroachment by army-backed settlers that bulldozed his village’s olive trees to  make room for Israeli apartment houses. Israel’s treatment of West Bank Palestinians is no better than its behavior toward residents of Gaza.

Saul Landau’s WILL THE REAL TERRORIST PLEASE STAND UP screens at Washington DC’s Avalon Theater, 5612 Connecticut Ave 8 pm, august 14 and at the San Jose Peace an Justice Center on Aug 3, 7 PM 48 South 7th St., San Jose CA.

thanks to:

This copy is for your personal, non-commercial use only.

Criminali

Aggressione della polizia israeliana contro manifestanti, minacciati anche di stupro

 

di Sawsan Khalife Attivista politico e giornalista a Shefa-Amr nella Galilea – Palestina.

Diciassette attivisti, compreso un minorenne, sono stati brutalmente arrestati durante una manifestazione autorizzata, svoltati il 3 maggio vicino alla prigione di Ramle, in sostegno ai prigionieri palestinesi in sciopero della fame. Alcuni manifestanti sono stati trattenuti nel centro medico della prigione.

I manifestanti hanno passato la notte nella stazione di polizia di Ramle e sono stati portati davanti al tribunale di Petach Tikva, il giorno seguente. Dopo aver esaminato le “prove segrete” presentate dalla polizia, un giudice ha imposto tre giorni di arresti domiciliari e ha proibito agli attivisti qualsiasi contatto tra di loro per 15 giorni; li ha anche multati di centinaia di shekel per disturbo della quiete pubblica.

Il 6 maggio, il gruppo palestinese per i diritti umani, Adalah, ha presentato un esposto urgente al capo dell’unità investigativa della polizia presso il ministro della Giustizia di Israele, chiedendo un’inchiesta sugli arresti e i maltrattamenti dei 17 manifestanti.

In un comunicato stampa diramato il 7 maggio da Adalah si legge: “alle 6:45 circa del pomeriggio, dopo che la manifestazione era finita e che la maggioranza dei partecipanti se n’era andata, diverse persone restavano a manifestare. La manifestazione non richiedeva alcun permesso da parte israeliana, stando alla normativa. Nonontante ciò, la polizia israeliana ha aggredito violentemente il gruppo di manifestanti, pestandoli e lanciando contro di essi gas lacrimogeni. Tale comportamento è continuato anche quando i ragazzi avevano già i polsi ammanettati.
Otto manifestanti sono stati arrestati.

Adalah riferiche che “dopo i primi arresti, alcuni manifestanti si sono diretti alla stazione di polizia per chiedere informazioni sui compagni arrestati, ma una volta entrati, anche questi sono stati aggrediti e picchiati, e con l’arresto degli altri nove”.

Adalah sottolinea come “questo episodio non sua altro che l’ennesimo fatto pertinente alla sistematica brutalità di Israele contro i palestinesi cittadini di Israele, contro la loro libertà d’espressione”.

Manifestanti ricoverati in ospedale. Ward Kayal, 16 anni, è stata condannata agli arresti domiciliari. La ragazzina ha testimoniato l’effettivo ricorso della forza da parte israeliana contro i manifestanti.
“Eravamo circa 200 e, sebbene la manifestazione avesse ottenuto l’autorizzazione della polizia, Yassam (unità speciale israeliana) non ha esitato ad aggredirci.

“Ci hanno scaraventato per terra, riempendoci di botte e io ho contusioni su tutto il corpo. Io soffro e ho avuto alcune complicazioni alla pressione. Dopo l’arresto, intorno alle sei pomeridiane, ora locale, ci hanno legato mani e piedi, a tutti, sparandoci addosso scariche elettriche. Mentre infierivano fisicamente ci offendevano verbalmente.

“Come aveva fatto già mia madre, con noi a manifestare, ho ripetuto alla polizia quale fossero le mie condizioni di salute, choedendo di poter prendere i medicinali e di poter essere visitata da un medico. Avevo i polsi legati e mi hanno scaraventato dalle scale, sono stata picchiata e mi hanno sparato addosso con la pistola elettrica. Mi hanno costretta in un bagno dove mi hanno offesa pesantemente. Dopo quattro ore in quello stato, non mi reggevo in piedi, e sono svenuta.

“Quando si sono resi conto del mio stato di salute, mi hanno portata in ospedale, sempre con mani e piedi legati. La mia pressione era 150/122 e dovevo necessariamente prendere i farmaci. Al contrario, mi hanno tenuto sott custodia, senza medicine e solo il giorno dopo sono stata rilasciata. Nel corso della notte, verso le le 3, mi hanno interrogata.

“Credo che il sostegno a quanti scioperano abbia una rilevanza nazionale…e, anzi, sostengo che la solidarietà vada rìessere sempre pià attiva. Per quanti sopportano uno sciopero, la nostra partecipazione è molto importante per rinvigorire e motivare la loro lotta”.

Attiviste minacciate di viollenza sessuale. Anche Tha’ira Zoebi, attivista di 27 anni di an-Nasira (Nazareth), è stata ferita dalla polizia israeliana.

“Non appena è partita la manifestazione, l’unità israeliana Yassam e la polizia hanno arrestato l’autista dell’autobus insieme a otto manifestanti. Noi ci siamo opposti a quegli arresti.

Sono stata aggredita da un ufficiale di polizia che mi strappato la Kefiya dal collo, per gettarla per terra. Nel farlo mi sono sentita strozzare. E’ stato allora che mi hanno arrestata insieme ad altri otto manifestanti. Con noi c’erano anche attivisti israeliani.

“Hanno usato pistole laser, porto ancora i segni delle bruciature. Ho visto uno di loro aprire con forza la bocca di uno di noi e sputarvi dentro. A me hanno sputato in volto.
Ci hanno pestato e ci hanno insultato. Ci hanno perquisito integralmente.

“Io e un’altra attivista siamo state trattenute presso la stazione di polizia di Ramle, hanno minacciato di stuprarci. Ammetto, sono scoppiata in lacrime”.

Ma Th’aira giura che nonostante il trauma di questo episodio, lei continuerà a protestare, e forse è più motivata di prima.

“La lotta dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame rappresenta una lotta personale, in difesa di tutti i sostenitori dei diritti dei palestinesi.

“Il governo di Israele tenta di spezzare lo spirito nazionalistico per mezzo del ricorso al terrore psicologico e fisico”.

Israeli police brutally arrest hunger strike demonstrators, threaten them with rape

from Sawsan Khalife Political activist and journalist from Shefa-Amr in the Galilee region of Palestine.

Seventeen activists, including a minor, were brutally arrested during a permitted demonstration on 3 May in support of the Palestinian hunger strikers near Ramle prison, where some strikers are being held in the Israeli Prison Service medical center.

The protesters spent the night in Ramle police station and were brought to Petach Tikva court the following day. After reviewing the “secret evidence” presented by the police, a judge imposed three days of house arrest on them and forbade the activists to make any contact with each other for 15 days, also fining them hundreds of shekels for disturbing the peace.

On 6 May, the Palestinian human rights group Adalah submitted an urgent complaint to the head of the police investigation unit at the Israeli ministry of justice, demanding an investigation into the arrest and abuse of the 17 protesters.

According to a 7 May press release issued by Adalah, “At approximately 6:45pm, after the demonstration ended and most participants had left, several individuals attempted to continue protesting by forming a picket line, which does not require a permit under Israeli law. However, the police violently attacked the group, beating them and using tasers, even after the people were handcuffed.” Eight were arrested at the site (“Adalah Demands Criminal Investigation into Illegal Arrest and Abuse in Custody of 17 Demonstrators”).

Adalah adds, “After the initial arrests, some of protestors went to the police station to find out about the others’ status. There, the police attacked and beat the remaining protestors and arrested an additional nine people.”

Adalah emphasized that “this event is yet another example of the Israeli police’s systematic brutality against Palestinian Arab citizens of Israel who demonstrate and exercise their right to free speech.”
Demonstrator taken to hospital

Sixteen-year-old Ward Kayal, sentenced to house arrest, recalled the Israeli police’s use of force at the protest.

“We were around 200 demonstrators, and although the protest was permitted by the police, it did not stop the Yassam [a special police force unit] and police forces attacking us,” she said.

“They put us on the ground and started beating us. I have bruises all over my body. I suffer from a medical condition [related to] blood pressure, and am being treated with medicine. After they arrested us around 6pm, they hand- and leg-cuffed us all, as they continued to use tasers [electric stun guns] while cursing and humiliating us.

“I told the police, as did my mother who also participated in the protest, that I suffer from a medical condition and to allow me to take the medicine and see a doctor. While [I was] cuffed, they pushed me down the stairs, beat me with their fists and tasers, and forced me to use the bathroom while the door was open to humiliate me. Four hours later I was too weak to stand on my feet and fainted.

“When they saw that my condition was bad, they took me to a hospital nearby, while hand- and leg-cuffed, and in my medical record it stated that my blood pleasure was 150/122 and that I should take medicine. They kept me under custody and I was deprived any medicine until I was released the following day.

“During the night they interrogated me, until around 3am.”

Kayal added, “I find the support of the hunger strikers of national importance … The support should be more active, especially since it has a significant meaning for the strikers [to know] of our support, which gives them hope to go on with their struggle.”
Female activists threatened with rape

Thaira Zoabi, a 27-year-old activist from Nazareth, also suffered injuries at the hands of police on 3 May.

“As soon as the protest began, the Israeli Yassam and police forces first arrested the bus driver and eight protesters. That did not stop us from continuing our protest demanding to release them all,” she said.

“I was first attacked by a police officer when he lifted me up the ground with my kuffiyeh [traditional checkered scarf] that was around my neck, suffocating me and making it hard for me to breathe. They arrested me and eight other protesters. There were also Israeli and foreign activists amongst us.

“The Israeli forces used [taser guns] and I have bruises on my arms and legs. I saw them open a protester’s mouth by force and spit in it, and they spit in my face as well. They beat us and used massive verbal violence. They did a full body search. While being under custody, a police officer of Ramle district addressed both me and another female activist while being cuffed with verbal sexual harassment, threatening to rape us. I have to admit I burst in tears.”

Zoabi said that in spite of what happened during the protest, she will continue her activism — even more motivated than before.

“I regard the struggle of the Palestinian prisoners and their hunger strike as a personal matter for each Palestinian and human rights defenders,” she said. “The government of Israel tries to break our national spirit using psychological and physical terror.”

Arrested protesters tasered, beaten, threatened with rape


from Mairav Zonszein

A demonstration in solidarity with Palestinian prisoners on hunger strike last week ended in the illegal arrest of 17 activists. The police violence they encountered in detention – which included threats of rape and the use of electroshock Taser guns – shows just what the authorities think of the basic right to human dignity and the freedom of expression and protest.

Last Thursday, May 3, 15 Israeli citizens – Palestinians and Jews (including one resident of Jerusalem) – as well as one American and one Canadian, were violently arrested after a demonstration outside the Ramle Prison in solidarity with Palestinian administrative detainees on hunger strike. Eight were arrested at the demonstration and then nine more outside the police station after the protest had ended. Adalah attorney Orna Kohn told +972 that even though the nine arrested at the police station were not within the parameters of the legal protest by the prison, “there were less than 50 people there, so it does not constitute illegal assembly anyway.”

Besides there being no pretense for the arrests since it was a legal and nonviolent protest, the activists in custody were reportedly beaten, verbally abused, threatened with rape, shocked by Taser guns while handcuffed, and held in custody beyond the time alloted by the judge.

Adalah, which is providing legal representation for all 17 activists, has filed a complaint with the Police Investigation Unit regarding the police brutality, and a complaint with the court regarding their prolonged custody. +972 contacted a police spokesperson for response but no comment was provided. Here is a rundown of events according to the Adalah press release from May 7:

On 3 May 2012, approximately 200 protestors gathered outside the Ramle Prison compound, where hunger strikers are being held in the Israel Prisons Service (IPS) medical center. They had a permit to protest issued by the police. At approximately 6:45 pm, after the demonstration ended and most participants had left, several individuals attempted to continue protesting by forming a picket line, which does not require a permit under Israeli law. However, the police violently attacked the group, beating them and using Tasers, even after the people were handcuffed. Eight participants including a minor were arrested.

After the initial arrests, some of protestors went to the police station to find out about the others’ status. There, the police attacked and beat the remaining protestors and arrested an additional nine people. Another five individuals were fined for disturbing the peace. Some of the women detained were sexually harassed, including threats of rape and repeatedly being called “bitches” and “whores.”

Irene Nasser, one of those arrested, has provided +972 with her account of the events. Here is an excerpt, detailing what she experienced while being held in custody, her legs and hands shackled.

They pushed them [another three female arrestees] into the walls and crudely screamed at them to shut their mouths. While we were all already next to each other, the officers began kicking us. At that point we once again heard lots of shouting and heard them pushing some of the men into a second room, where they were shackled. There was one man who five officers dragged on the floor – it appeared to me that he was handcuffed – and simply began shocking him with a taser for several minutes continuously. The doors were open and we shouted at the officers to stop shocking him, and saying it was dangerous.

Three or four officers entered our room, shouted at us to shut up, shoved us, and told us to shut our mouths. One of the officers threatened us, “Do you want to be hit? Just try and do something. Do you want to be hit?” and the whole while they continued shocking the man in the hall with a taser. I was scared. The officers stood over him while he was lying on the floor, no less than five of them, and his whole body was shaking from the electric shocks. He did not resist – they continued to shock him with the taser on his upper body. He only screamed in pain.

Throughout the night, for several hours we heard lots of screams from the room the men were in. Both screams of pain and the officers screaming, including cursing. We were all very much shaking, six women, we tried to calm each other. I had my shackles on for hours. Three of us were on benches and three were on the floor. We were all in shock. We were trembling, we did not know what would happen. There was a lot of violence. I wanted to try to be calm. I was scared by I tried to remain calm. Several minutes later we began talking a bit amongst ourselves, trying to make jokes. Our bodies were in pain from the officers hitting us. On (P), (Th) and (D’s) bodies there were lots of scratches and bruises. (P) had two large scratches on her neck and somebody else was bleeding from her wrist.

Everyone had lots of bruises on our bodies. At some point (P) and (Th) stood up for a few minutes. Three officers entered and started shouting again. They told them to sit down, pushed all of us onto the floor, piling onto each other. One (of the officers) was holding a taser and used it to electrically shock us, for no reason, we were a human pile on the floor, and he tasered us. We shouted and we all were very terrified. I was shoved aside and sat on a chair. The officer with the taser approached me and tried to taser me, but accidentally hit my bag. They screamed at us to sit, and we answered that we were sitting, but they continued to shout, beat and curse at us.

According to a testimony published in Electronic Intifada, Thaira Zoabi, another protester arrested at the police station, was spit in the face by a policeman and threatened with rape:

The Israeli forces used [taser guns] and I have bruises on my arms and legs. I saw them open a protester’s mouth by force and spit in it, and they spit in my face as well. They beat us and used massive verbal violence. They did a full body search. While being under custody, a police officer of Ramle district addressed both me and another female activist while being cuffed with verbal sexual harassment, threatening to rape us. I have to admit I burst in tears.

Another woman who was among those arrested, Amany Khalifa, shared this with +972:

This was my first time being arrested, and it was a violent experience, physically, mentally and sexually. As a Palestinian and a female, I felt doubly oppressed by how the male police officers treated us. They said to us: “Dirty Arabs, we’ll show you what Palestine is,” and called us “bitches,” “whores,” and things like this. I clearly heard them threaten us to not even think about protesting again, certainly not within the boundaries of the State of Israel. It is clear the authorities are adamant about silencing any popular resistance, and especially anything inside the 1948 borders.

The activists were released to house arrest for 3 days on Friday after signing release terms of NIS 10,000 each. They are not allowed to speak to one another or anyone else who was at the demonstration for 14 days, or go within 50 meters of the Ramle prison compound. There are various charges filed against them by the police, including incitement, rioting and attacking an officer. There is as of yet no date set regarding the indictment. Meanwhile, Adalah is awaiting a response regarding the two complaints filed.

 

 

 

thanks to:

Infopal
The Electronic Intifada
+972