The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges

Israeli drug firm fined for bribing officials in Russia, Ukraine & Mexico

A building belonging to generic drug producer Teva, Israel’s largest company with a market value of about $57 billion, is seen in Jerusalem. © Baz Ratner / Reuters

The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges made by the US Department of Justice (DOJ). The company breached the Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) by bribing officials in Russia, Ukraine and Mexico.

Teva is the world’s largest manufacturer of generic pharmaceutical products. According to the DOJ, its fully-owned subsidiary Teva LLC (Teva Russia) bribed a top Russian official to increase sales of the multiple sclerosis drug, Copaxone, during drug purchase auctions held by the Russian Ministry of Health.

Between 2010 and at least 2012, Teva earned an extra $200 million from Copaxone sales in Russia. The Russian official allegedly received $65 million through inflated profit margins. His name and department were not disclosed.

Overall, Teva will pay $520 million which includes the US criminal and regulatory penalties for its illegal activity in Russia, Ukraine and Mexico.

In Ukraine, Teva hired a senior government official in the Ministry of Health as “registration consultant.” Between 2010 and 2011, the Israeli company paid him a monthly fee and covered his expenses, amounting to $200,000. In Mexico, Teva bribed doctors to prescribe Copaxone from at least 2005.

“Teva and its subsidiaries paid millions of dollars in bribes to government officials in various countries, and intentionally failed to implement a system of internal controls that would prevent bribery,” said Assistant Attorney General Caldwell.

“Companies that compete fairly, ethically and honestly deserve a level playing field, and we will continue to prosecute those who undermine that goal,” Caldwell added.

“As demonstrated by this case, the Foreign Corrupt Practices Act has a long reach. Teva’s egregious attempt to enrich themselves failed and they will now pay a tough penalty,” said William J. Maddalena, Assistan

thanks to: RT

Siria. Usa e Israele in soccorso di Daesh e al Nusra

di Stefano Mauro

 

 

 

 

La tregua in Siria è finita. In effetti un reale cessate il fuoco, sancito dai due principali sponsor del conflitto (USA e Russia) senza un convinto appoggio e coinvolgimento delle numerose e incontrollate milizie jihadiste, non c’è mai stato.

 

La stessa amministrazione Obama, come avvenuto nel febbraio 2016, ha tentato nuovamente di correre in soccorso alle fazioni coalizzate contro il regime di Bashar Al Assad. La sospensione del conflitto, secondo alcuni analisti, è stata vista come un estremo tentativo da parte degli americani di fermare gli scontri, in maniera da far riorganizzare le milizie sostenute dagli USA. Del resto la stessa cosa era avvenuta in passato – a febbraio – con migliaia di nuove milizie salafite che entrarono in territorio siriano, dal permeabile confine con la Turchia, con rifornimenti e armi.

 

Quello che, però, è successo il 17 Settembre è stato un qualcosa di nuovo e inaspettato nel conflitto siriano. L’aviazione americana ha bombardato a Deir Ezzor una postazione dell’esercito siriano causando 60 morti e 100 feriti e favorendo l’avanzata delle milizie di Daesh, in una delle poche aree strategiche controllate dalle truppe lealiste. Il pentagono ha subito dichiarato che “si è trattato di un errore” e lo stesso Obama si è scusato con il governo di Damasco. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha immediatamente etichettato l’episodio come “un chiaro sostegno militare ai terroristi di Daesh”. Lo stesso governo di Damasco ha dichiarato che “il raid americano è un’aggressione evidente e palese contro l’esercito regolare siriano e contro il territorio siriano”.

 

Le scuse e la successiva irritazione americana sono, in effetti, segni palesi dell’errore di valutazione fatto dall’amministrazione statunitense. Errore di valutazione e non, come ripetuto più volte, errore militare. Appare, infatti, impossibile che uno degli eserciti più potenti al mondo abbia commesso un simile sbaglio per diversi motivi.

 

Il primo è il “modus operandi” dell’operazione. Il raid è stato effettuato a 4 riprese per una durata complessiva di 45 minuti: non si tratterebbe, quindi, dello sbaglio di un singolo pilota.

 

Il secondo: l’obiettivo del raid. La collina di Jebel Tudar, occupa una posizione strategica particolare perché si trova lungo la strada verso l’aeroporto. Si tratta di una posizione che le truppe lealiste siriane difendevano da oltre un anno. Dopo l’attacco americano, con un tempestivo e strano “coordinamento”, le truppe di Daesh hanno non solo subito occupato la posizione, ma attraverso la loro agenzia stampa “Amaq” , hanno anche annunciato la conquista di Jebel Tudar.

 

Ultima anomalia: l’annuncio da parte dell’aviazione americana di essere intervenuta in quella zona a supporto dell’aviazione siriana. Sembra inverosimile una dichiarazione del genere perché in quel territorio la coalizione a guida statunitense non era mai intervenuta e tanto meno in supporto degli aerei di Damasco.

 

In conclusione l’attacco americano a Deir Ezzor, ultimo baluardo di Daesh se Raqqa cadrà, ha favorito le truppe jihadiste di Daesh fortificando una posizione strategica per le milizie di Al Baghdadi nelle vie di comunicazione tra la Siria orientale e l’Iraq.

 

L’esercito israeliano, invece, è intervenuto in sostegno alle milizie della coalizione di Fatah Al Sham (ex Al Nusra) nella parte meridionale dello stato siriano. A distanza di una settimana dalla battaglia di Qadissyat sono, ormai, numerosi e precisi i dettagli che riportano un coinvolgimento attivo da parte delle autorità di Tel Aviv. Secondo il quotidiano libanese Al Akbar, le truppe israeliane sono intervenute in quattro diverse occasioni: prevalentemente con aviazione, artiglieria e supporto logistico. Il sostegno si è anche materializzato con l’utilizzo di un ospedale da campo sionista e con il trasporto degli jihadisti più gravi negli ospedali israeliani della zona.

 

L’obiettivo della battaglia era quello di creare un corridoio per mettere in contatto due zone di controllo “ribelli” e conquistare il villaggio druso di Hadar nella zona del Golan occupato. Da diversi anni, infatti, quella zona è una vera spina nel fianco per le milizie salafite che non sono mai riuscite a “sfondare” le linee difensive siriane. L’esercito di Damasco ha avuto, inoltre, il sostegno della popolazione locale drusa che vive uno stato di occupazione sia da parte delle forze sioniste sia da parte di quelle jihadiste.

 

Secondo le fonti del quotidiano libanese As-Safir, la battaglia è durata oltre sei giorni. Durante gli scontri sono stati visti mezzi “ribelli” circolare indisturbati nella zona di controllo israeliana nel tentativo di effettuare una manovra a tenaglia. La reazione difensiva è stata veemente ed ha causato numerose perdite nei ranghi dei ribelli di Fatah Al Sham – circa 200 morti e 500 feriti. Nel tentativo di bombardare postazioni siriane in appoggio ai ribelli, l’esercito israeliano ha perso un caccia F-16 ed un drone (Fonte AFP, Sputnik), perdite ovviamente smentite dal governo di Tel Aviv.

 

Per complicare ulteriormente la situazione ieri un convoglio di aiuti della mezza luna rossa è stato attaccato causando la morte di oltre 20 persone. Secondo gli USA sarebbero stati i russi o l’aviazione siriana; secondo Mosca sarebbero stati i “ribelli” che stavano tentando una sortita sulle linee di Aleppo. Quest’ultima, secondo diversi media mediorientali, sarebbe la versione più convincente visto che in merito al bombardamento non ci sono segni di cratere sulla strada nel tragitto del convoglio.

 

In risposta a questi due episodi ed al recente bombardamento/fantasma, Damasco e Mosca sono state abbastanza chiare circa la loro posizione. Secondo Lavrov “non ci sono più margini per poter rinnovare la tregua che ha solamente permesso alle milizie ribelli di riarmarsi e di rinforzare le loro posizioni”. In un messaggio agli israeliani lo stesso Bashar Al Assad ha dichiarato che “la risposta alle incursioni israeliane in territorio siriano non è stata casuale” aggiungendo che “ci saranno altre risposte militari se l’entità sionista continuerà a sconfinare nel nostro territorio o sosterrà i ribelli”. La sicurezza di Damasco fa presagire che, se lo stato israeliano continuerà nel suo sostegno ai ribelli, si potrebbe aprire un nuovo fronte sulle alture del Golan.

 

Se da una parte il regime siriano sembra essersi rinforzato ed essere in grado di contrastare e rispondere ai numerosi fronti di combattimento, fino a rispondere alle truppe sioniste, dall’altra, però, sembra sempre più

 

( Fonte: Contropiano.org )

 

Sorgente: 22-9-16_Usa-Israele-Daesh

La “S” di BDS: Lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit Systems (III parte)

09 Settembre 2016

Da: Al-Shabaka

 

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

 

In questo editoriale politico di Al-Shbaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit Systems. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione ed alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

 

Fare causa comune contro la militarizzazione

 

L’appello per un totale embargo militare verso Israele non si basa soltanto sulla richiesta palestinese di porre termine all’impunità di Israele e alla complicità di tutto il mondo con il suo regime di apartheid. Fa anche parte di una lotta globale contro le guerre e la repressione e contro la militarizzazione e gestione sicuritaria della società. C’è una crescente consapevolezza delle modalità attraverso cui le esportazioni israeliane militari e “per la sicurezza interna” contribuiscono a queste prassi con nuove tecnologie e metodologie sviluppate nel processo di occupazione militare, apartheid e pulizia etnica del popolo palestinese. A loro volta, la militarizzazione e la gestione sicuritaria contribuiscono a sostenere l’industria militare israeliana e le politiche contro i palestinesi.

 

Parallelamente al crescente ruolo di Israele in questa militarizzazione, i movimenti in tutto il mondo stanno facendo causa comune con il movimento BDS contro la repressione e la discriminazione da parte delle forze militari e di polizia. La campagna contro la compagnia israeliana “di sicurezza interna” International Security and Defense Systems (ISDS) ne è un importante esempio. La ISDS è stata fondata nel 1982 da ex-agenti del Mossad. Giornalisti di inchiesta e ex-membri di giunte militari riferiscono che ISDS ha addestrato gli squadroni della morte in Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua ed ha preso parte a golpe e a tentativi di colpo di stato in Honduras e Venezuela.

 

Attualmente ISDS addestra la famigerata forza di polizia militare BOPE a Rio de Janeiro, ammettendo con orgoglio che la polizia nelle favelas utilizza le stesse tecniche che Israele usa a Gaza. ISDS ha anche ottenuto un contratto che le ha fatto molta pubblicità con i Giochi Olimpici di Rio del 2016. Movimenti palestinesi come Stop the Wall (Fermare il Muro, ndt) e il Comitato Nazionale del BDS (BNC) hanno unito le loro forze a quelle dei movimenti popolari di Rio che lavorano per i diritti umani nelle favelas, in una campagna denominata “Giochi Olimpici senza apartheid”, per ottenere la cancellazione del contratto.

 

Analoghi rapporti sono stati instaurati tra il movimento di solidarietà palestinese e gli attivisti neri negli USA, che nel 2015 hanno emesso una dichiarazione di solidarietà sostenuta da oltre 1000 attivisti ed intellettuali neri, che afferma che “l’uso massiccio da parte di Israele della detenzione e dell’arresto dei palestinesi evoca l’incarcerazione di massa del popolo nero negli USA, inclusa la detenzione politica dei nostri rivoluzionari” e fa appello alla lotta comune contro la compagnia di sicurezza G4S. Inoltre nell’agosto 2016 il movimento “Black Lives Matter” (la vita dei neri è importante, ndt) ha appoggiato il movimento BDS.

 

Il muro al confine tra USA e Messico è un altro luogo che vede la lotta comune tra attivisti della solidarietà palestinesi e il popolo indigeno colpito dalla messa in pratica delle metodologie e tecnologie israeliane nella loro terra, in cui la Elbit Systems ricopre un ruolo centrale.

 

La campagna nell’UE per sospendere i finanziamenti alla Elbit Systems e ad altre compagnie militari israeliane riguarda un maggiore coinvolgimento per ogni cittadino europeo. Con un budget di 80 miliardi di euro (circa 88 miliardi di dollari al tasso di cambio di fine 2015), l’attuale programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e lo sviluppo Horizon 2020 è tra i maggiori progetti di finanziamento al mondo. Ridistribuisce il denaro dei contribuenti soprattutto a istituzioni aziendali ed accademiche che sviluppano ricerche al servizio di grandi business, compresa la cooperazione con le imprese militari israeliane. I progetti di ricerca con le imprese militari israeliane spesso sviluppano tecnologie a doppio uso (sia militare che civile) in aperta violazione delle norme dell’UE e contribuiscono alla militarizzazione ed alla deriva sicuritaria delle società europee. La maggioranza degli europei, se sapesse come è stato usato il suo denaro, probabilmente concorderebbe sul fatto che l’UE nuoce non solo ai palestinesi, ma anche ai suoi stessi cittadini spendendo denaro in guerre che creano nuovi rifugiati ed in tecnologie che controllano, discriminano per razza ed opprimono gli europei invece di andare incontro alle loro necessità.

 

Prendere di mira i punti deboli delle forze armate israeliane

 

La nota informativa ha cercato di fornire una panoramica del complesso militare industriale di Israele e di identificare delle possibilità d’azione che permettano di ridurre i profitti industriali e poi portino ad un embargo delle armi finché non vengano ottenuti i diritti dei palestinesi. Si tratta indubbiamente di un impegno importante: il complesso industriale militare comprende imprese potenti, propaganda e sistemi di promozione e vendita spudorati, impianti di difesa globale che spesso sono lontani dal discorso e dalla portata degli attivisti della solidarietà. Eppure non è solo un’esigenza etica per i paesi quella di interrompere le relazioni militari con Israele finché esso non rispetti il diritto internazionale; è anche una campagna che può essere vinta. Sicuramente, sulla base dell’esperienza fino ad ora e alla luce della precedente analisi, ci sono diverse possibilità da prendere in considerazione per gli attivisti.

 

Al livello più basilare, sono indispensabili l’educazione dell’opinione pubblica e la mobilitazione. La maggior parte delle persone comprende intuitivamente che i rispettivi governi non dovrebbero mantenere relazioni militari con una potenza di occupazione che sferra sistematici attacchi militari contro la Striscia di Gaza sotto assedio ed altri paesi vicini, così come compie incursioni, raid, demolizioni di case ed altre violazioni di diritti umani contro la Cisgiordania e Gerusalemme est occupate – soprattutto poiché questi atti non soltanto infrangono il loro codice morale, ma anche le leggi dei loro paesi e le leggi internazionali. Il numero dei difensori dei diritti umani che si impegnano nel boicottaggio e disinvestimento è in aumento; è solo questione di tempo perché il numero di coloro che spingono per le sanzioni, e soprattutto per le sanzioni militari, cresca fino a raggiungere una massa critica.

 

La solidarietà con la Palestina da parte di comunità anch’esse colpite dalla militarizzazione e messa in sicurezza ha una lunga storia, soprattutto in America Latina, dove Israele ed i suoi agenti privati per decenni hanno appoggiato ed addestrato gli squadroni della morte e le dittature. La consolidata collaborazione tra i neri americani, i latini e i popoli indigeni negli USA, a fronte della militarizzazione esponenziale delle metropoli europee, significa che una vasta ed organizzata rete di attivisti ha il potenziale per svilupparsi anche in occidente. Nel caso della UE, una pressione dell’opinione pubblica potrebbe essere utilizzata per sostenere le argomentazioni tecniche per contestare il finanziamento di Horizon 2020 alle forze armate israeliane – e ad altri enti – complici dell’occupazione.

 

Nelle loro campagne gli attivisti dovrebbero anche evidenziare che la tecnologia militare israeliana non è né così efficace né così scevra da problemi come pretende la propaganda. I gravi problemi con la produzione di droni israeliani e le questioni relative a Iron Dome (sistema di difesa antimissile, ndt) sono solo due esempi. Ancor più convincente è il fatto che Israele sta minando la capacità dei paesi di gestire la propria difesa, sottraendo loro la capacità industriale a favore di Israele ed usando i suoi sistemi di sicurezza per fare spionaggio nei confronti dei paesi clienti, con l’effettivo risultato della perdita della loro sovranità ed indipendenza nazionale.

 

La Elbit Systems, grande com’è, è particolarmente vulnerabile alle azioni degli attivisti.

 

E’ l’unica impresa militare privata israeliana di queste dimensioni ed è perciò più vulnerabile alle crisi, ai rischi di speculazione finanziaria e alla ristrutturazione economica. La Elbit Systems è gravemente indebitata ed ha bisogno di garantirsi un continuo flusso di liquidità per onorare il debito. La sua presenza sempre più globale rende più facile agli attivisti in diversi paesi attaccare la Elbit o le sue filiali. Inoltre anche la crescente dipendenza dell’industria militare dagli aiuti del bilancio statale israeliano la rende vulnerabile, accrescendo anche la vulnerabilità dello stato.

 

Gli attivisti dovrebbero anche trarre lezione dall’esperienza: Israele si mette sempre in grado di trarre vantaggio quando arrivano al potere nuovi governi o si implementano nuove politiche nazionali. Anche gli attivisti dovrebbero mettersi in grado di sviluppare programmi adeguati alla situazione del momento per affrontare i cambiamenti di governo. E’ la chiave per garantirsi, dove possibile, impegni o leggi da parte di governi amici contro il commercio militare con Israele o per trarre vantaggio da circostanze in cui governi ostili applicano politiche contrarie agli interessi di Israele. Fare leva sulle dinamiche interne in tali circostanze è un fattore essenziale di successo.

 

Se si vogliono attuare sanzioni militari contro Israele, la società civile palestinese e gli attivisti dovranno lavorare sodo per fare pressione sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché usino i loro contatti diplomatici e qualunque potere di persuasione di cui dispongano sia nei confronti di singoli stati che delle Nazioni Unite. In particolare, dovrebbero assicurarsi che OLP/ANP usino ogni mezzo possibile per impedire e contrastare il commercio di armi tra gli stati del Golfo ed Israele.

 

Non c’è modo di prevedere quando il vento cambierà. Ma le lotte popolari contro la repressione, la guerra e l’apartheid, rafforzate da una crescente percezione negativa del complesso industriale militare israeliano, potrebbero colpire al cuore un’industria che da un lato sostiene l’aggressione israeliana e dall’altro prospera grazie ad essa. Il mito della tecnologia militare israeliana si sta lentamente sgretolando e un’industria militare israeliana più privatizzata è altrettanto esposta ai rischi del mercato globale quanto lo sono altre imprese. L’appello per sanzioni militari può iniziare a far presa anche prima che i governi siano pronti ad attuare un embargo a pieno titolo.

 

thanks to: Ma’an News Agency

Traduzione a cura di BDS Italia

La “S” di BDS: lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit System (II parte)

 

Un tecnico dell'industria aerospaziale israeliana lavora a un drone Heron in un hangar nel complesso industriale IAI. 27 aprile 2015. (AFP/Jack Guez).Un tecnico dell’industria aerospaziale israeliana lavora a un drone Heron in un hangar nel complesso industriale IAI. 27 aprile 2015. (AFP/Jack Guez).

 

Da: Al Shabaka

 

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

 

7 settembre, 2016

 

In questo editoriale politico di Al-Shabaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit System. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione e alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi essi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

 

Sfatare il mito della superiorità tecnologica israeliana

 

L’industria militare israeliana è un elemento fondamentale dell’economia del paese. Impiega circa 50.000 addetti, ne sostiene altrettanti nell’indotto e rappresenta il 13% di tutte le esportazioni industriali. Le 600 compagnie che costituiscono il settore dipendono fortemente dai mercati esteri: l’80% della produzione militare israeliana è destinata alle esportazioni. La capacità da parte di Israele di finanziare guerre, mantenere il suo complesso militare industriale e competere sul mercato globale dipende dalla sua reputazione come paese con armamenti all’avanguardia e “testati sul campo”.

 

Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha acquisito una sempre maggiore consapevolezza del fatto che il marchio “testati sul campo” sta per armi sviluppate durante massacri e crimini di guerra contro i palestinesi ed il popolo arabo. Proteste in tutto il mondo, come l’occupazione di fabbriche di Elbit in Gran Bretagna ed Australia, flash mobs in molti luoghi, petizioni e reportage approfonditi e la copertura mediatica hanno contribuito a questa crescente consapevolezza.

 

Per contrastare le proteste della società civile, in continuo aumento, chi difende le relazioni militari con Israele sostiene che la cooperazione militare con e gli acquisti da Israele sono di interesse nazionale del paese. Tuttavia, l’idea che le armi israeliane siano inevitabilmente la scelta migliore da un punto di vista tecnologico e che adottare un embargo militare significherebbe compromettere la “sicurezza nazionale” è un altro mito da sfatare.

 

Dall’attacco israeliano contro il Libano nel 2006 il mito della superiorità bellica di Israele ha subito delle battute d’arresto. Come hanno dovuto riferire persino i media israeliani, gli Hezbollah [milizia sciita libanese che combatte contro l’esercito israeliano, ndt] hanno reso inutilizzabili almeno 20 “indistruttibili” carri armati Merkava. Dopo la guerra, Israele ha iniziato a comprare carri armati Abram costruiti negli Stati Uniti (USA).

 

Quanto all’ “Iron Dome” [sistema antimissilistico utilizzato per distruggere i razzi lanciati da Gaza, ndt] israeliano, la sua efficacia è stata messa in dubbio in seguito all’attacco israeliano contro Gaza del 2014, ed alcuni esperti di tecnologie militari israeliani e statunitensi lo hanno condannato come “la più grande bufala del mondo”. Persino progetti riguardanti le esportazioni di tecnologie hanno sofferto costi e difficoltà crescenti. E’ il caso del drone ” Watchkeeper”, rifiutato dal governo francese all’inizio di quest’anno. Ha avuto ripetuti incidenti e si è persino rivelato inadatto al volo nelle condizioni meteorologiche del Regno Unito.

 

Oggi l’industria militare israeliana cerca di penetrare in nuovi mercati promuovendosi come leader nella sicurezza informatica. Tuttavia, la lunga serie di scandali spionistici che hanno coinvolto le imprese israeliane di software ed elaborazione dati ha messo in dubbio la capacità di Israele di “rendere sicura” qualsiasi cosa. Infatti ci sono molte indicazioni del fatto che le imprese israeliane utilizzano contratti all’estero per passare informazioni sensibili alle agenzie di intelligence israeliane. Per esempio Amdocs, la più grande impresa israeliana di software, è stata ripetutamente accusata di spionaggio, anche negli USA.

 

In più c’è un continuo passaggio di personale tra l’unità d’élite dello spionaggio israeliano – l’Unità 8200 di intelligence militare – e il settore di high-tech e informatico del paese. “E’ praticamente impossibile trovare una compagnia che produce tecnologia che non abbia personale dell’8200,” dice Yair Cohen, un ex generale di brigata che una volta comandava l’Unità 8200 e oggi guida il dipartimento di spionaggio informatico alla “Elbit System”. Il procedimento è molto semplice: Israele permette all’ex personale dell’Unità 8200 di utilizzarne la tecnologia per costituire la propria start-up (facendo a volte enormi profitti) e in cambio ottiene accesso a informazioni in tutto il mondo, installando concretamente un “cavallo di Troia” all’interno di istituzioni che cercano la sicurezza elettronica.

 

Alcuni circoli della difesa considerano utile trattare con Israele perché trasferirà una tecnologia che altri importanti esportatori di armi negli Usa o in Europa non cederebbero. Israele ha ripetutamente venduto a paesi nei confronti dei quali l’opinione pubblica ha imposto limiti alle relazioni militari o embarghi di armi. Molte risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) hanno condannato rapporti militari tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid durante gli anni ’80. Israele ha anche stabilito relazioni militari con le giunte militari in Argentina e in Cile nel 1976 ed esteso i propri rapporti con le brutali dittature in America Latina dopo che l’amministrazione Carter ha ridotto l’assistenza militare USA.

 

Tuttavia il trasferimento di tecnologia israeliana comporta sempre dei compromessi per chi voglia fare scelte politiche che non corrispondono agli interessi di Israele e degli USA. Durante l’ultimo periodo dell’amministrazione del National Congress indiano [partito indiano che ha governato il paese per molti anni, ndt], dal 2004 al 2014, che ufficialmente ha mantenuto una posizione filo-palestinese, alcuni diplomatici in via confidenziale si sono lamentati del fatto che strette relazioni militari con Israele hanno reso difficile al governo prendere misure concrete di solidarietà con il popolo palestinese. Il recente dibattito in Brasile sulle misure che il settore della difesa avrebbe potuto prendere come ritorsione contro la ferma presa di posizione del paese contro gli insediamenti è un altro esempio. La Cina è stata uno dei principali partner militari di Israele fino al 2005, quando gli USA hanno chiesto ad Israele di interrompere qualunque relazione militare. In seguito a ciò, anche le forniture militari che la Cina aveva già comprato sono state bloccate e sono rimaste senza pezzi di ricambio.

 

Cambiamenti locali e globali nell’industria bellica di Israele

 

Nel periodo pre-statale e nei primi anni dalla nascita dello stato, le energie che hanno posto le basi dell’industria militare israeliana furono centrate sull’equipaggiamento di un esercito che avrebbe conquistato la Palestina ed espulso la popolazione autoctona.

 

Negli anni successivi, ex-membri dell’esercito crearono una moltitudine di piccole compagnie “per la sicurezza” per monetizzare le proprie competenze nella repressione. Israele ha esternalizzato le proprie relazioni internazionali più compromettenti in campo militare a queste imprese, che gli permettono di negare ogni coinvolgimento. Allo stesso tempo, le principali industrie militari, Israeli Aerospace Industries (IAI), Rafael Advanced Defense Systems e Israeli Military Industries (IMI), sono rimaste statali per garantire il controllo diretto. Solo Elbit Systems è stata in grado di prosperare, in quanto più importante industria militare privata israeliana allo stesso livello delle imprese statali.

 

Con il tempo, il settore delle industrie belliche è diventato relativamente indipendente. Rifornisce ancora il governo per mantenere il suo regime e per le sue necessità di politica estera, ma ha sviluppato propri interessi specifici. Il campanello d’allarme suonato dall’industria militare israeliana nell’ottobre 2015 è stato un tentativo di fare pressione sullo Stato israeliano e di assicurarsi che questo ed i contribuenti avrebbero garantito che la riduzione delle esportazioni e la caduta dei profitti venissero compensate da un intervento del governo. Il governo israeliano ha distribuito lucrosi contratti alla fine dell’anno. In più, sono stati generosamente distribuiti stanziamenti di bilancio per le industrie militari, compresi aiuti a favore della commercializzazione.

 

Tentativi di privatizzare IMI, che produce, tra le altre armi, munizioni a grappolo israeliane, verranno probabilmente conclusi presto. Ciò significa che il processo ventennale di privatizzazione delle imprese pubbliche ha raggiunto il cuore dell’industria militare. La vendita di IMI ha incontrato delle difficoltà per timore di un possibile monopolio da parte di Elbit System, che è l’unico partecipante alla gara per l’assegnazione, ed anche per le accuse di comportamento scorretto da parte del capo dell’Autorità delle imprese pubbliche.

 

Tuttavia le ultime notizie sono che l’affare è di nuovo in corso. Ciò è destinato ad approfondire la dinamica per cui i profitti delle imprese militari ora privatizzate spettano a loro, mentre il peso delle perdite è sostenuto dallo stato e dai cittadini.

 

Le tendenze globali nel settore bellico sono un altro elemento che produce cambiamenti all’interno dell’industria militare israeliana. La crescente richiesta, nel settore mondiale delle armi, di produrre all’interno del paese acquirente, compresi accordi di compensazione e di trasferimento ed addestramento tecnologico, ha portato le imprese militari israeliane come Elbit Systems a perseguire una strategia di acquisizioni a livello globale. Invece di potenziare le industrie della difesa nazionale dei paesi acquirenti, questa strategia ha creato un effetto di denazionalizzazione, esternalizzando l’industria in Israele. Elbit System oggi è presente con nomi diversi e in vari settori in tutto il mondo. Una delle ultime acquisizioni di Elbit è Nice Systems, un’impresa di software per elaborazione dati con una presenza in oltre 150 Paesi, che ha tra i suoi clienti società private così come istituzioni pubbliche locali. Mentre questa strategia intende espandere i profitti di Elbit Systems, ciò consente potenzialmente al movimento internazionale BDS di prendere di mira gli interessi di Elbit non solo a livello di ministeri federali della Difesa, ma più vicino a casa.

 

Inoltre la strategia di acquisizioni da parte di Elbit Systems significa che si indebita per acquistare altre compagnie e creare una multinazionale. Per sostenere questa politica deve garantirsi un continuo flusso di denaro. Questo è un rischio notevole, in quanto una caduta degli investimenti e dei contratti o una riduzione della fiducia e una percezione negativa sul mercato degli investimenti potrebbe portare ad una crisi di solvibilità. E se Elbit Systems vuole trasferire potenziali perdite globali sullo Stato, Israele se lo può permettere?

 

Guardando alle prospettive dell’industria bellica israeliana, è importante mettere in evidenza che le vendite complessive dell’industria sono cresciute a oltre 5 miliardi di dollari alla fine del 2015. Ciò è dovuto ad una serie di nuovi contratti negli ultimi mesi dell’anno, benché le vendite siano state ancora significativamente inferiori a quelle dell’anno precedente. Tuttavia, le industrie militari israeliane hanno in prospettiva parecchie importanti opportunità di esportazione, che solleciteranno l’attenzione del movimento di solidarietà palestinese.

 

Si prevede che gli attuali negoziati di Israele con gli USA per un nuovo aiuto militare di 10 anni porteranno a Israele molto più degli attuali 3,1 miliardi di dollari all’anno. Date le imminenti elezioni presidenziali USA e i candidati dei due principali partiti, il movimento dovrà sicuramente lavorare duramente su questo. Comunque l’accordo ha la possibilità di sfidare il complesso militare industriale israeliano. Nelle discussioni è compresa l’intenzione degli USA di ridurre la percentuale di fondi che Israele può spendere nella sua industria bellica.

 

Reuven Ben-Shalom, l’ex-capo del ramo nordamericano della divisione di pianificazione strategica dell’esercito israeliano, definisce una simile prospettiva come “devastante per le imprese belliche israeliane.” Anche il presidente dell’Associazione delle Imprese di Israele, Shraga Brosh, ha messo in guardia che se le intenzioni degli USA si realizzeranno, “dozzine di linee di produzione e persino tutte le fabbriche della Difesa chiuderanno, migliaia di lavoratori verranno licenziati e lo Stato di Israele perderà la propria indipendenza in materia di difesa.” Quindi un aumento degli aiuti militari

 

potrebbe in realtà trasformarsi in una batosta per l’industria bellica israeliana, con l’effetto a medio termine che le imprese israeliane delocalizzeranno la produzione o incrementeranno gli accordi industriali con gli USA per garantirsi il costante accesso agli aiuti militari statunitensi.

 

Nel caso dell’Europa, le vendite regionali sono più che duplicate lo scorso anno, arrivando a 1,63 miliardi di dollari, rispetto ai 724 milioni del 2014. La cooperazione europea con Israele è destinata a continuare ad aumentare, in quanto l’UE chiude ulteriormente le frontiere per contenere la crescente immigrazione, con bombe e sparatorie nelle città europee utilizzate per giustificare la crescente spesa per la militarizzazione ed il controllo della popolazione.

 

Autorità israeliane e dirigenti d’impresa sono consapevoli che questa tendenza è positiva per gli affari israeliani. Subito dopo gli attacchi del 2015 a Parigi, i leader israeliani hanno sottolineato che solo le tecnologie israeliane possono salvare l’Europa. Secondo Itamar Graff, un importante funzionario di SIBAT, l’agenzia per la cooperazione internazionale per la difesa del ministero della Difesa israeliano, si prevede che l’Europa spenderà 50 miliardi di dollari in appalti nel campo della “sicurezza interna” – sufficienti per le imprese israeliane di ogni dimensione per fare profitti significativi, vendendo prodotti sviluppati per reprimere i palestinesi.

 

Anche l’America latina, nonostante una contrazione delle vendite a 577 milioni di dollari nel 2015, può offrire nuovi mercati, a causa del riflusso dell’ondata di governi progressisti nella regione, soprattutto in Brasile, dove il governo golpista ha immediatamente spinto per rapporti più stretti con Israele. In Argentina il governo di destra recentemente eletto ha iniziato il proprio mandato offrendo ad Israele una più stretta cooperazione militare e per la sicurezza.

 

Le importazioni della regione Asia – Pacifico sono leggermente scese a 2,3 miliardi nel 2015 rispetto a circa 3 miliardi nel 2014. Tuttavia l’andamento complessivo nell’ultimo decennio mostra un deciso aumento delle esportazioni belliche a questa regione. L’Asia rappresenta il 29% delle entrate di Elbit Systems, e ci sono margini per aumentarle, dato che Israele recentemente ha approvato uno stanziamento speciale per Elbit Systems perché commercializzi i propri prodotti in Cina. Inoltre Elbit Systems ha da poco formato una joint venture con imprese indiane per vendere più droni al paese, e nel marzo di quest’anno Rafael Advanced Defense Systems ha firmato un accordo di cooperazione di 10 miliardi di dollari con il gigante indiano Reliance Defense. In base a quanto riferito, il governo indiano starebbe per firmare con Israele anche un accordo per la difesa di 3 miliardi di dollari e starebbe prendendo in considerazione la cooperazione con Israele per la costruzione di una barriera nel Kashmir. Ancora più inquietanti dell’espansione di Israele in questi mercati sono le informazioni secondo cui alcuni Stati del Golfo sono in lizza per comprare il sistema antimissile Iron Dome.

 

thanks to: Ma’an News Agency

Traduzione di Amedeo Rossi per BDS Italia

Israeli Arms Industry Faces Existential Threat in New US Aid Agreement

Israeli Arms Industry Faces Existential Threat in New US Aid AgreementSHARMINI PERIES, TRNN: Welcome to the Real News Network, I’m Sharmini Peries coming to you from Baltimore.On Tuesday, a new report was released by the Israel based human rights organization B’Tselem. The report criticizes Israel’s investigations into the killing of nearly 1,400 Palestinian civilians during the 2014 war on Gaza. This comes days after the United States and Israel signed a historic agreement granting Israel the largest military aid package in history. Today we’re going to take a continuing look into the agreement with political economist Shir Hever. Shir is a researcher for the Alternative Information Center based in Jerusalem [inaud.]. He joins us today from Germany. Thank you for joining us Shir. SHIR HEVER: Thanks for having me Sharmini.PERIES: Shir as you know we’ve been covering this MOU between Israel and the United States in a few interviews. The one that is on our site today with Larry Wilkerson as well as the agreement was signed we did an interview with Rania Khalek and Phyllis Bennis and I understand you would like to respond to some of the claims that were made but mainly something that Larry Wilkerson said in his interview that this was the largest aid package ever signed between Israel and the United States and also that Israel is a strategic liability to the US. Those two claims you wanted to address so please do.HEVER: Right so I think this aid agreement is very important and very telling about the development in the relations between Israel and the United States. The claim that this is the largest aid packet that Israel has ever received is nominally true but in real terms it’s actually not true because if we imagine what would’ve happened if the US would’ve kept this aid to Israel constant since 1973, not increased it but just kept it up to inflation, then today the aid would’ve been 16 billion dollars a year. Now instead the United States signed a deal with Israel for 3.8 billion dollars a year. 3.8 is more in nominal terms than the 3 billion that Israel received back in 1973 but it’s purchasing power is less than a quarter of what it was back then. I think that means there is an erosion in the aid and I think we can learn a lot form this ongoing erosion. What exactly is changing in the relation of the two countries. The main thing to understand is there is actually not one hegemonic interests in the US side and not one hegemonic interest on the Israeli side.PERIES: And what do you mean by that? Who else has interest in this MOU?HEVER: This brings me to the second argument that was made by Lawrence Wilkerson that Israel is a strategic liability for the United States. It’s a strategic liability for the United States military of course and for US foreign policy in the Middle East. That I completely agree. But for the US military industry, military industrial complex, the arms companies, Israel serves a very important role because they test and demonstrate the effectiveness of US weaponry and this is what the aid is about. It means that the United Sates gives Israel weapons. It’s a massive subsidy of the US taxpayers to the US arms companies which then sell their weapons at full price but the money’s paid by US tax payers. The weapons are used against Palestinians, against Syrians, against Lebanese by the Israeli military and then the US companies can learn from that and improve their weapons and also market them for better and so on. So for that, Israel is not a strategic liability but actually to borrow a term by Andrew Feistein a scholar of the arms industry, it turns Israel into the US shop window. So when customers of US weaponry want to see how US weapons function, they look at Israel and what Israel is doing with these weapons.PERIES: And while this is somewhat of a subside for the US military industrial complex, the political consequences to this decision to Israel in terms of eliminating subsidies for the Israel arms industry has great implications. Explain that tell us more about the consequences and the implications it will have.HEVER: Yea one Israeli journalist in [inaud.] was actually written that MOU is a way for President Obama to have this revenge on Netanyahu. Actually delivering a terrible deal and a humiliating deal that Netanyahu suffers from and indeed there is a lot criticism in Israel about this deal because of 3 points. The first point is indeed what I mentioned that in real terms the aid is not actually increasing. The second point is that there’s a clause in the term that makes it impossible for the Israeli government to seek additions when there’s a certain need and to appeal directly to congress in order to ask for more money. So they sign the deal and they take it as it is and only under extreme emergencies can they an extra request and they have to give them money back. So actually the aid is very clearly delineated. The third point which I think is the most important is that the Israel arms industry and that one is excluded from the aid deal. Now Israel is the large recipient of US military aid in the world. There is no contesting that. But Israel also has a privilege that no one other country in the world has. They can use a portion of that aid to finance their own arms industry. That means that a lot of companies in Israel are actually developing weaponry and other combat system which are designed to be used by the Israeli military but knocked some directly by the US military defense but rather through the [8] from the United States. This is a privilege that applies to 26% of the aid and Israel is the only country in the world that has that privilege. And that privilege is going to be revoked. And when Obama started the negotiations with Israel about the aid package and of course there was some expectation that the United States was going to increase aid as a kind of compensation for the [Iran] ordeal. Then President Obama made this comment. He said this privilege of the 26% that Israel can use for its own arms industry has to be canceled for the mutual interest of both sides. I think this is a very cynical statement. I think it was completely understood that it’s not a mutual interest of both sides. It’s only in the interest of the US arms companies that this privilege will be revoked. And for the Israeli military industry this is a threat to their very existence. Something that of course I don’t mourn that Israeli arms companies are at threat of disappearing. Of course I think that it would be a very good thing if Israel would stop producing weapons and exporting them. But one must understand that within the Israeli political system, the arms industry is extremely important. There’s no other country in the world with arms industry so important to the economy as it is for Israel. And that’s where we see a very interesting development within Israel that in this part of the economy and that part of the political sphere which is completely funded by the US aid and by the arms exports and the wars is now receiving a terrible blow. There’s no coincidence that shortly after President Obama made that statement that it’s in the interest of both sides to revoke the privilege that Netanyahu fired his Minister of Defense, Moshe Ya’alon who was very deeply embedded within that Israel security elite of the big arms manufacturers. So he was kicked out. Instead Netanyahu appointed a defense minister Avigdor Lieberman who is now part of that elite who is now tighter and who doesn’t care so much who’s going to be the leaders of the arms industry and he’s trying to push his own people there but he doesn’t promote people from inside the industry. As Netanyahu is now fighting to get rid of that influence of that military class, the military elite inside Israel and to push them out of political decision making process, the new MOU package means that this security elite is actually going to lose the branch that they’re sitting on. They’re going to lose their main source of income when the US will cut out that privilege. PERIES: Now Shir there’s another component to this that is rather interesting that this is a 10-year agreement. What implications does that have? I mean does President Obama obviously want to lock in this deal for 10 years? HEVER: The implications are first of all that no matter how the inflation in the United States is going to be and how much the dollar is going to lose its value, Israel cannot get more than 3.8 billion dollars a year. Second it means that during those 10 years the Israeli government is prevented from making appeals to the US government for extra aid. That’s not a small thing because if we look at the last couple of years, every year Israel made special appeal to the US congress asking more money for missiles or for anti-missile systems and so on. All these projects were kind of ways for pro-Israeli mainly republican congress people and senators to show their support for Israel by spending a few millions there, a few hundred millions over here and that’s got to be stopped for the next 10 years. That’s going to be prevented and Senator Graham has already made a statement to Netanyahu, how could you do this to us. How could you sign a deal that makes it impossible for us in the senate to show our support for Israel. And the third thing about such a long term agreement is that it allows this phasing out of Israeli special privilege to be spread out gradually. Not being one blow. So that means that politically it gives Netanyahu some time before the full ramifications of his decision are going to be felt and I think Netanyahu is really counting his days in office and really trying to make sure that he can get as many as possible and stay Prime Minister for as long as he can so if this is phased out he’s hoping maybe there won’t be mass layoffs and thousands of new unemployed people from the arms industry in Israel on his watch when he’s Prime Minister.PERIES: And further we should note that Netanyahu had actually asked for 50 billion dollars in aid but got 39 over 10 years. HEVER: Yea Netanyahu actually played a very interesting political trick with this 50 billion. Because what he did was he told the senior negotiators from the military industry, his big generals and arms manufacturers and he told them that you should go wild. Ask for whatever you want. Maybe the most outrageous demands of the US knowing full well that they’re not going to get their wish. But this way he can shift the blame a little bit on them and make their demands even reasonable and he’s trying to sell the Israeli public on this idea that he somehow got a good deal from the US when I think that it’s quite clear that he didn’t get a good deal at all.PERIES: Alright Shir. I thank you so much for your analysis and we’re looking forward to having you back very soon.HEVER: Thank you very much.PERIES: And thank you for joining us on the Real News Network.

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L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan

ZiaZiad al-Fadil, Syrian Perspective 13/9/2016

Qunaytra: a sud-ovest della capitale provinciale di Qunaytra, tra i villaggi di al-Burayq e Bir al-Ajam, ad ovest di Sasa, la rete della Difesa Aerea Siriana poteva finalmente aprire il fuoco contro i bombardieri dei ratti sionisti. Questa volta, l’aggressore era un F-16 prodotto e fornito dagli USA ed orgoglio dello Stato colono sionista. L’uomo che ha dato l’ordine e preso le coordinate del lancio del missile S-300 contro l’avvoltoio invasore è il Capitano Rayan Dhahar, nipote di mia moglie. Ha confermato il suo ruolo chiamando Layth e fornendo informazioni generiche sull’attacco. Ho ricevuto informazioni a conferma anche dalla moglie di Munzar a Damasco, informando che Munzar era ad al-Baath e aveva visto con i propri occhi il bombardiere sionista abbattuto. Il pilota non fu visto lanciarsi, probabilmente è arrostito sul seggiolino dato che le bombe dell’aereo sono esplose con il missile antiaereo. L’aviogetto è caduto in una zona vicina alle posizioni di al-Qaida e si presume che i terroristi, aperti alleati del sionismo, restituiranno i resti carbonizzati ai loro padroni. I sionisti ora probabilmente studiano attentamente i relitti per trovare qualche parte del pilota nella tipicamente macabra, orribile e raccapricciante pratica sionista di salvare tutte le parti di un corpo. L’Alto Comando siriano ha anche annunciato l’abbattimento del bombardiere e di un drone senza pilota nel Golan occupato. Le Forze Armate siriane sono poste in piena allerta sul fronte occidentale. I sionisti l’hanno negato, indicando alcuna voglia di usare questo fatto come casus belli. L’attacco al bombardiere sionista è avvenuto intorno alla 1:00 del 13 settembre, Damasco. L’aggressore stava sparando su un avamposto dell’Esercito Arabo Siriano mentre i nostri soldati impiegavano l’artiglieria contro i movimenti dei ratti di al-Nusra/al-Qaida. Nel tentativo di sollevare il morale dei parassiti, i terroristi sionisti sono decollati per dimostrasi seri alleati di terroristi e Arabia Saudita.
Salutiamo il Capitano Rayan Dhahar per il suo eroismo nel difendere i cieli siriani e il nostro grande Esercito Arabo Siriano.
14358994 La decisione di far decollare gli F-16 per sostenere i terroristi di al-Qaida, alleati del sionismo, era dovuta agli eventi iniziati l’11 settembre 2016, quando i terroristi effettuarono un feroce attacco nella zona di Tal Hamriya, a sud di Hadhar. Il contrattacco dall’EAS distruggeva un autocarro carico di terroristi di al-Qaida, tutti carbonizzati. Tra i ratti arrostiti vi erano capi sul campo come:
Muhamad Yusuf al-Subayhi (alias Abu Qinwa, noto molestatore di bambini e feticista fecale. Era un capo di al-Qaida)
Ibrahim Umar al-Ahmad (capo della liwa al-Sibatayn, riferimento a due tribù: araba e ebraica)
In questo momento, l’esercito sionista ha inviato degli aiuti sul campo alle rabbiose iene di al-Qaida. Tuttavia, l’attacco è fallito e al-Qaida ha subito perdite molto consistenti in ratti e materiale; tuttavia poté ritirarsi sotto il pesante fuoco dell’artiglieria sionista. I terroristi si sarebbero lamentati di non ricevere aiuti adeguati nella lotta contro l’EAS. Le mie fonti dicono che il principe Muhamad Ibn Salman, Viceprincipe buffone ed architetto del disastro nello Yemen, aveva ricevuto un messaggio urgente da Abu Muthana al-Shami. Contattando i suoi “alleati” dello Stato dell’Apartheid sionista, ne mendicava l’intervento, subito effettuato il 13 settembre 2016. Da quella data, l’EAS ha effettuato un contrattacco eliminando i 3 principali capi sul campo di al-Qaida ed altri 9 capi alleati a Tal Hamriya:
Muhamad Amin Sulayman al-Hariri (tale pappone era il capo di un gruppo ex-ELS (firqat Amud Huran) ora coinvolto nella fantasia chiamata maraqat Qadisiyat al-Janub o battaglia di Qadisiya del Sud, che noia.
Abu Muthana al-Shami (un irsuto suino che comandava tutti i campi di Ahrar al-Sham nel sud, aveva contattato gli scarafaggi sauditi per tentare di aiutare i suoi ratti).
L’Esercito arabo siriano ha resistito sul Golan utilizzando le unità per operazioni speciali di Qutayfa colpendo lo snodo di Abu Hudayj, tra le colline di al-Jarajir nel Qalamun. La zona è controllata dallo SIIL. I commando dell’EAS erano entrati furtivamente in una casa di 2 piani in cui i ratti dormivano, uccidendo l’unica sentinella e collocandovi esplosivi. Quando la casa è andata in fumo, i camerati dei ratti in zona si precipitarono ad estrarre i cadaveri prima che fossero trasformati in pane tostato. Mentre i cameratti si riunivano presso la casa distrutta, i commando inviarono un messaggio riguardante la situazione e l’artiglieria dell’EAS bombardava l’area friggendo altri 11 ratti che, come si è scoperto, erano mercenari di lingua urdu.
A Dayr al-Zur, gli alleati di Obama dello SIIL commettevano un altro macabro atto sgozzando dei patrioti siriani dopo averli appesi a ganci da macellai, come pecore in un grottesco Ayd al-Adha. Erano accusati di spionaggio a favore dei nemici dello Stato islamico, di seguire i movimenti dei terroristi e fotografare i ratti islamisti urinare sul Corano:

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alalam_636093601467773725_25f_4x3Ecco i nomi dei patrioti il cui assassinio è stato trasmesso dalla TV dei terroristi:
1. Ibrahim Ali al-Musa
2. Jumah Jaasim al-Abid
3. Amir Faysal al-Yusuf
4. Ibrahim Taha al-Yusuf
5. Abdurahman Salih al-Ahmad
6. Salih Ahmad al-Abdullah
7. Bashar Ahmad al-Ajil
8. Qasim Qalil Alí al-Sulayman
9. Abdullah Muhamad al-Qalifa
10. Muhamad Ibrahim al-Uzaba
11. Abdulmaliq Hasan al-Uzaba
12. Haydar Muhamad al-Abdullah

Sorgente: L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan | Aurora

Facebook And Israel Officially Announce Collaboration To Censor Social Media Content

By Whitney Webb

Following Facebook’s censorship controversy over a world famous photograph of the Vietnam War, Facebook has agreed to “work together” with Israel’s government to censor content Israeli officials deem to be improper. Facebook officially announced the “cooperative” arrangement after a meeting took place between Israeli government ministers and top Facebook officials on September 11th. The Israeli government’s frenzied push to monitor and censor Facebook content it deems inappropriate follows the viral success of BDS, or Boycott, Divest, Sanctions, a global non-violent movement that works to expose Israeli human rights violations.

The success of BDS has struck a nerve with Israel, leading its government to pass legislation allowing it to spy on and deport foreign activists operating within Israel and Palestine. Israel has also threatened the lives of BDS supporters and has lobbied for legislative measures against BDS around the world. They are now seeking to curtail any further BDS success by directly controlling the content of Facebook users.

However, Facebook’s formal acknowledgement of its relationship with Israel’s government is only the latest step in an accord that has been in the works for months. In June of this year, Facebook’s Israel office hired Jordana Cutler as head of policy and communications. Cutler is a longtime adviser to Netanyahu and, before her recent hire at Facebook, was Chief of Staff at the Israeli embassy in Washington, DC. Facebook may have been intimidated into the arrangement by Gilad Erdan, Israeli Minister of Public Security, Strategic Affairs, and Information, who threatened to enact legislation, in Israel and abroad, that would place responsibility on Facebook for attacks “incited” by its social media content. Erdan has previously said that Facebook “has a responsibility to monitor is platform and remove content.”

In addition, as the Intercept reported in June, Israel actively reviews the content of Palestinian Facebook posts and has even arrested some Palestinians for posts on the social media site. They then forward the requests for censorship to Facebook, who accepts the requests 95% of the time.

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idfrevengefbphotoAn Israeli Soldier with “Revenge” written across his chest took to Facebook to incite retaliation against Palestinians after 3 Israeli teenagers were killed. His post was not censored by Facebook and was praised by the Times of Israel.

In what is an obvious and troubling disparity, Facebook posts inciting violence against Palestinians are surprisingly common and Facebook rarely censors these posts. According to Pulitzer Prize-winning journalist, Glenn Greenwald, this disparity underscores “the severe dangers of having our public discourse overtaken, regulated, and controlled by a tiny number of unaccountable teach giants.”

With Facebook arguably functioning as the most dominant force in journalism, its control over the flow of information is significant. The fact that a private company with such enormous influence has partnered with a government to censor its opponents is an undeniable step towards social media fascism. Though social media was once heralded as a revolutionary opportunity to allow regular people to share information globally and to politically organize for grassroots change, allowing governments to censor their opposition threatens to transform it into something else entirely.

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Top Image Credit – http://www.wb7.hk

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Israele e il regime militare argentino

Da Parallelo Palestina. Israele e il regime militare argentino: oggi è l’anniversario del golpe.

 

 

 

Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta la regione sud americana, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi (16), il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.

 

 

 

Negli anni ‘70, Israele ha armato il brutale regime militare della Giunta Argentina che ha imposto sette anni di terrorismo di stato alla popolazione, incluse torture e “sparizioni” di attivisti di sinistra, sindacalisti, studenti, giornalisti e altri presunti oppositori civili stimati tra le 22.000-30.000 persone.

 

 

 

Il regime argentino e i suoi sostenitori hanno anche preso di mira i cittadini ebrei e sposato la retorica anti-semita. Anche se soltanto il 2% della popolazione argentina era ebreo, tra il 10 e il 15% delle persone arrestate, torturate e scomparse durante la Junta erano ebree (29).

 

 

 

Invece di condannare la Giunta, Israele ha collaborato con il Governo argentino per applicare un programma detto “l’Opzione”, che consentiva agli ebrei di fuggire in Israele. Ha usato, piuttosto che combattuto, l’antisemitismo di regime per favorire l’emigrazione ebraica in Israele (30).

 

 

 

Oggi in Argentina, il governo ha un contratto di 40 milioni di dollari con le Industrie Militari Israeliane (IMI) per allestire un carcere (31).

 

 

 

“… mentre l’editore del quotidiano ebraico Jacobo Timerman veniva torturato dall’esercito argentino in celle dipinte con svastiche, tre generali israeliani, incluso l’ex capo del personale delle forze armate, erano in visita a Buenos Aires in ‘missione amichevole’ per vendere armi.”

 

 

 

~Penny Lernoux – parafrasando l’autobiografia di Timerman.

 

 

 

16-United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar.

 

 

 

 

 

 

29-Tarnopolsky, Noga. “Disappeared: A Flawed Film on Argentina’s Past Blames Wrong Party.” The Jewish Daily Forward. 16 May 2003. Web. 10 Nov. 2012. http://forward.com/articles/8834/scomparse-a-flawed-film-on-argentina-s-past-b/ “Argentina’s ‘disappeared’ are remembered in moving documentary”. The J Weekly. 17 Sep. 2009. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

30-Sznajder, Mario e Luis Roniger. “From Argentina to Israel: Escape, Evacuation e Exile”, Journal of Latin American Studies. Cambridge Journals Online, 37.2 (2005): 351-377. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

31-Marom, Dror (5 October 2000). “IMI to Set Up USD40 Mln Prison in Argentina” Globes. Retrieved 22 January 2005: Marom, Dror. “IMI to Set Up $40 Mln Prison in Argentina.” Globes. 5 Jan. 2000. Web. 22 Jan. 2005.

 

 

http://archive.globes.co.il/searchgl/Israel%20Military%20Industries%20%28IMI%29:%20We%20have%20already_s_hd_0L3CqCZ0rN3GqD30qDIveT6ri.ht

Sorgente: Israele e il regime militare argentino | Infopal

Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show

Britain’s supposedly close ally, Israel, armed Argentina as the South American nation was bombing Royal Navy ships and killing UK troops in the vicious 1982 war to reclaim the Falkland Islands, secret files indicate.

Sorgente: Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show — RT UK

L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania

Betlemme-Ma’an. In un rapporto, il coordinatore umanitario dell’ONU per la Palestina ha lanciato l’allarme, martedì 23 agosto, su un probabile incremento dei rischi dovuti al trasferimento forzato di beduini in Cisgiordania.
Robert Piper ha avvertito a proposito di tali rischi dopo aver visitato la comunità beduina di Abu Nuwwar, nel governatorato di Gerusalemme, che si trova a sud-ovest della colonia illegale israeliana di Maale Adumim.
Abu Nuwwar è uno dei tanti villaggi beduini che hanno subito il trasferimento forzato previsto dai progetti delle autorità israeliane per la costruzione di migliaia di abitazioni per le colonie destinate unicamente agli ebrei, nella zona del corridoio E1.

Il rapporto ha sottolineato che, la scorsa settimana, le autorità israeliane avevano dislocato 64 Palestinesi, compresi 24 bambini, dopo la demolizione di 29 strutture in otto zone, aggiungendo che le forze israeliane hanno anche distrutto o confiscato 85 costruzioni civili in 28 comunità della Cisgiordania dall’inizio di questo mese, lasciando senza casa 129 Palestinesi ed impattando negativamente sulla vita quotidiana di almeno 2.100 Palestinesi.

“Tra le 85 strutture distrutte recentemente o confiscate, 24 erano state fornite da donatori come aiuti, compresi rifugi di emergenza a seguito delle demolizioni di abitazioni avvenute in precedenza, ricoveri per animali, bagni, un centro sociale ed una nuova rete idrica di acqua potabile, quest’ultima supportata dall’UNICEF”, si legge nel rapporto.

Le demolizioni hanno inoltre colpito quasi 1000 comunità di Beduini palestinesi nella Valle del Giordano che, come evidenzia la relazione, soffrono già a causa dell’estrema scarsità di acqua. La relazione esprime preoccupazione anche per la situazione di Susiya, nella parte meridionale della Cisgiordania, dove le autorità israeliane hanno compiuto azioni volte alla distruzione dell’intero villaggio.

“Serie ripetute di demolizioni, restrizioni sull’accesso ai servizi basilari e visite regolari da parte del personale di sicurezza israeliano che promuovono ‘progetti di delocalizzazione’ fanno tutti parte di una situazione coercitiva che coinvolge attualmente queste famiglie palestinesi particolarmente vulnerabili”, ha affermato Piper secondo quanto riportato nel rapporto.
“La crescente pressione per spostarsi in altre zone della Cisgiordania continua ormai inarrestabile; in questa situazione non possiamo aspettarci che la gente prenda decisioni sulla base di un reale consenso cosicché il rischio di trasferimenti forzati resta alto”.

La relazione ha richiamato l’attenzione sui doveri legali di Israele come forza occupante in base al diritto internazionale, tra i quali, il provvedere ai bisogni primari dei Palestinesi garantendo un “sistema di progettazione e suddivisione in zone” equo.
Nel 2016 vi è stata un’ondata di demolizioni e confische lungo tutta la Cisgiordania con 786 strutture di proprietà palestinese distrutte fino ad oggi. Queste demolizioni hanno provocato complessivamente la dislocazione di 1.197 persone, compresi 558 bambini. Oltre 200 delle strutture abbattute erano state fornite come soccorso umanitario.

“Dkaika, Khan al Ahmar, Umm al-Kheir, Abu Nuwwar, Susiya… queste sono soltanto alcune delle comunità estremamente vulnerabili nelle quali famiglie, molte delle quali costituite da rifugiati Palestinesi, vivono nel timore continuo di rimanere senza casa ed i bambini si chiedono se avranno ancora una scuola da frequentare domani”, ha aggiunto Piper.

La costruzione della colonia nella zona E1 dividerebbe effettivamente la Cisgiordania e renderebbe la creazione di uno stato palestinese contiguo – come previsto dalla soluzione dei due stati per il conflitto israelo-palestinese appoggiata a livello internazionale – pressoché impossibile.
L’attività israeliana nella zona E1 ha attirato molte critiche a livello internazionale ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva già dichiarato in passato che “E1 è una linea rossa che non può essere oltrepassata”.
Anche il primo ministro palestinese Rami Hamdallah ha denunciato mercoledì scorso il trasferimento forzato dei Beduini, dicendo che “le sistematiche violazioni israeliane del diritto internazionale non sono più accettabili da parte della comunità internazionale”.

Traduzione di Aisha T. Bravi

Sorgente: L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania | Infopal

La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014

Betlemme-Ma’an. Venerdì, le Nazioni Unite hanno risposto con un comunicato all’annuncio di mercoledì di Israele,  secondo il quale l’esercito è esonerato da ogni accusa per l’attacco missilistico a una scuola dell’UNRWA, a Rafah, durante la guerra di Gaza nel 2014, che uccise 15 persone. L’agenzia Onu ha evidenziato che il caso solleva “seri dubbi” sulla condotta militare israeliana in relazione al diritto internazionale.

Secondo la dichiarazione rilasciata dal portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, nel corso di una devastante offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza assediata, il 3 agosto 2014 le forze israeliane lanciarono un missile sulla strada in cui si trovava una scuola dell’UNRWA, che era stata designata come ricovero di emergenza per i profughi palestinesi il 18 luglio e all’epoca dava riparo ad almeno 2.900 Palestinesi.

L’attacco uccise 15 civili, mentre almeno altri 30 rimasero feriti.

Secondo la dichiarazione, i funzionari dell’ONU avevano avvertito l’esercito israeliano con 33 comunicazioni separate che la scuola era usata per dar rifugio ai Palestinesi sfollati a causa degli attacchi aerei israeliani, aggiungendo di aver avvertito le autorità israeliane di nuovo un’ora prima del devastante attacco.

“Ciò solleva seri dubbi sulla condotta delle operazioni militari in relazione agli obblighi di diritto internazionale umanitario e al rispetto per l’inviolabilità e la sacralità degli edifici delle Nazioni Unite ai sensi del diritto internazionale”, ha affermato Gunness nel rapporto.

Gunness ha sottolineato che l’ONU ha continuamente richiesto l’assunzione di responsabilità dei crimini commessi dai militari israeliani durante l’offensiva israeliana del 2014, aggiungendo che “l’indicazione che la responsabilità è stata elusa sarebbe una questione di grave preoccupazione”.

“Prendiamo atto che non è stata accettata alcuna responsabilità penale per i casi riguardanti gli edifici dell’UNRWA – ha aggiunto Gunness -. Le famiglie colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento effettivo e, dal loro punto di vista, questo è certamente visto come un’ulteriore negazione dei loro diritti”.

Secondo la dichiarazione, l’Agenzia Onu non ha ancora ricevuto alcun aggiornamento da parte dell’esercito israeliano riguardo le indagini penali in corso per gli attacchi aerei sui rifugi d’emergenza dell’UNRWA a Beit Hanoun e Jabalia che causarono 29 morti tra i civili.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato che sono stati chiusi 13 indagini penali sui casi di soldati israeliani che commisero violazioni contro i civili palestinesi durante l’attacco israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza assediata. Altri 80 sono stati archiviati.

L’attacco aereo nei pressi della struttura dell’UNRWA a Rafah è stato chiuso senza richiedere un’indagine penale, perché “l’esercito israeliano aveva osservato tre presunti militari palestinesi su una motocicletta vicino alla scuola”. Secondo la dichiarazione ONU, l’esercito israeliano aveva deciso di effettuare l’attacco aereo dopo aver svolto “sorveglianza aerea sul percorso della moto” e rilevato “un ampio raggio del percorso stimato della moto, per minimizzare il rischio di danni ai civili sulla strada o nelle sue  prossimità”.

L’esercito israeliano ha ritenuto questo attacco accettabile in base al diritto nazionale e internazionale di Israele.

Secondo un rapporto pubblicato a maggio dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, delle 739 denunce presentate dall’organizzazione, i Palestinesi uccisi, feriti, usati come scudi umani, o le cui proprietà sono state danneggiate dalle forze israeliane, circa il 70 per cento ha portato a un’indagine in cui non è stata intrapresa alcuna azione, o a un’indagine mai aperta.

Solo il 3 per cento dei casi ha portato ad accuse dirette contro i soldati.

L’offensiva israeliana di 51 giorni, “Operazione margine di protezione”, provocò l’uccisione di 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini, secondo le Nazioni Unite.

La Striscia di Gaza ha sofferto a causa del blocco militare israeliano dal 2007, quando Hamas ha assunto il governo del territorio. I residenti di Gaza soffrono di alti tassi di disoccupazione e di povertà, e delle conseguenze di tre guerre devastanti di Israele dal 2008.

L’ONU ha avvertito che il territorio palestinese assediato potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020, con i suoi 1,8 milioni di abitanti che vivono in estrema povertà a causa del quasi decennale blocco israeliano che ha paralizzato l’economia.

Gli abitanti hanno continuato a sperimentare traumi nella loro vita quotidiana dopo l’offensiva israeliana del 2014, e gli sforzi per la ricostruzione hanno ritmi drammaticamente lenti. Circa 75.000 Palestinesi sono ancora sfollati dopo aver perso la casa nel 2014.

(Nella foto: ragazzine palestinesi camminano fra le macerie di edifici nel quartiere orientale di Shejaiya nella città di Gaza distrutta durante la guerra di 50 giorni tra Israele e militanti  di Hamas  nel 2014).

Traduzione di Edy Meroli

Sorgente: La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014 | Infopal

Analisi: La “doppia morale” israeliana sull’uso di scudi umani

336712CMa’an. Di Ben White. Nonostante gli ufficiali israeliani avessero sostenuto più volte che le fazioni palestinesi abbiano utilizzato scudi umani come mezzo di dissuasione, non ci sono prove che indicano che Hamas o altri gruppi si siano macchiati di tale crimine, così come inteso dalle leggi internazionali.
Anche se fossero stati utilizzati scudi umani, ciò non avrebbe autorizzato Israele a non attenersi alla legge. Ci sono innumerevoli prove che da parte di Israele non siano state adottate precauzioni sufficienti nel lanciare attacchi in prossimità di aree presiedute da non combattenti, e lo stesso esercito israeliano afferma che solo il 18% dei missili siano stati sparati da “mezzi civili”. Poiché la propaganda israeliana si basa unicamente su tale retorica, occorre sottolineare la scarsità di prove a supporto della tesi in merito all’utilizzo di scudi umani da parte dei palestinesi.

Al contrario, esiste un’ampia documentazione sull’utilizzo di scudi umani da parte delle forze armate israeliane nel corso di molti anni. Come riportato dall’ONG israeliana B’Tselem, durante la seconda Intifada, cominciata nel settembre del 2000, “i militari israeliani utilizzarono civili palestinesi come scudi umani” mettendo in pratica una “strategia delineata dalle autorità militari”. Secondo alcuni ufficiali l’esercito aveva fatto ricorso a scudi umani in 1200 occasioni nei cinque anni precedenti il 2005, anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato tale pratica assolutamente illecita. Ciononostante molti sono gli esempi documentati sull’uso di questa strategia anche dopo il 2005.

Nel novembre del 2006, alcuni soldati israeliani utilizzarono un uomo palestinese come scudo umano durante un’operazione militare a Betlemme. B’Tselem ha documentato almeno 14 casi in cui i militari hanno usato scudi umani, inclusi due bambini a Nablus.

Nell’ottobre del 2007, l’attuale vice capo delle forze armate, Yair Golan, dopo avere ordinato ai soldati di usare scudi umani, fu punito con un semplice rimprovero.
In un’altra occasione, quando due soldati israeliani furono condannati per l’utilizzo di scudi umani palestinesi durante un’ operazione chiamata “Cast Lead”, la pena fu di tre mesi di sospensione e una retrocessione di grado.

Talesorta di impunità fu fermamente condannata dal Comitato dell’ONU per i Diritti dei Bambini nel giugno del 2013, che in un rapporto citava 14 casi di bambini palestinesi usati come “scudi e informatori” dal gennaio 2010 alla fine di marzo 2013. Nonostante lo sdegno della comunità internazionale i militari israeliani non hanno abbandonato tale pratica: nell’aprile del 2013, alcuni soldati usarono un ragazzo ammanettato come scudo umano mentre sparavano su dei manifestanti nella Cisgiordania occupata, mentre nel giugno del 2014 alcuni militari costrinsero un membro di una famiglia a “scortarli” durante un raid presso una abitazione a Hebron.

Di sicuro tutte le accuse mosse dai portavoce israeliani contro le fazioni palestinesi- con prove inesistenti o parziali- hanno un loro parallelo nei crimini commessi dall’esercito israeliano, ampiamente documentati.

Utilizzo di case per operazioni militari? – L’esercito israeliano ha occupato numerose case palestinesi convertendole in avamposti militari, mentre i residenti venivano confinati in una stanza.

Camuffarsi da civili per commettere atti violenti? – Nel novembre del 2015, le forze di occupazione israeliane, camuffate da civili- uno addirittura nelle sembianze di una donna incinta su sedia a rotelle- durante un raid nell’ospedale di Hebron, uccisero un uomo a sangue freddo.

Le truppe israeliane usarono scudi umani anche durante l’invasione di Gaza. Nel giugno del 2006, per esempio, alcuni soldati a Beit Hanon trattennero sei civili, inclusi due bambini “all’ingresso di una stanza in cui si erano posizionati, per circa 12 ore” durante “un violento scontro a fuoco con i militanti palestinesi”.

Il rapporto Goldstone ha documentato altre casistiche del genere verificatesi durante l’operazione “Piombo Fuso” nella quale alcuni civili “furono bendati, ammanettati e costretti ad entrare nelle abitazioni precedendo i militari”. La commissione di inchiesta dell’ONU nel suo rapporto conclusivo ha riportato che “la pratica di utilizzare scudi umani palestinesi è stata adottata più volte” e che “non sarebbe difficile concludere che si tratti di una pratica adottata ripetutamente… durante le operazioni militari a Gaza”.
Non ha fatto eccezione l’operazione “Protective Edge” in merito all’utilizzo di tale pratica. In un documento emesso dall’organizzazione Defense for Children International Palestina, i soldati israeliani “hanno usato un diciassettenne palestinese come scudo umano per cinque giorni, tenendolo costantemente sotto tiro per costringerlo a cercare dei tunnel” e sottoponendolo ripetutamente a violenze fisiche. Il direttore dell’ONG, Rifat Kassis, ha fatto notare che “gli ufficiali israeliani hanno mosso accuse generiche contro Hamas ed il loro utilizzo di scudi umani, mentre i loro stessi soldati si macchiano di questo ed altri crimini di guerra”.

La Commissione di inchiesta dell’Onu sul conflitto del 2014 a Gaza, ha posto l’accento sull’utilizzo da parte dei soldati israeliani di scudi umani nelle operazioni di ricerca. La commissione ha citato il caso in cui i militari “sparavano da dietro uomini nudi, usandoli come scudo umano per ore”. Agli uomini fu ordinato di restare alla finestra per impedire che i miliziani di Hamas rispondessero al fuoco. La commissione ha concluso che “il modo in cui i soldati israeliani costringono i palestinesi a stare alle finestre, entrare nelle case o in aree sottoterra e forzarli a compiere azioni di natura militare, costituiscono una violazione dell’articolo 28 della Convenzione di Ginevra che impedisce l’utilizzo di scudi umani, e che queste azioni si configurano come crimini di guerra”

Traduzione di Mafalda Insigne

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Rabbino israeliano giustifica lo stupro delle donne nemiche

La nomina del nuovo rabbino capo dell’Esercito Israeliano ha scatenato una ridda di polemiche dopo la diffusione di alcune sue dichiarazioni in cui il religioso giustifica lo stupro delle donne del nemico, e in generale di tono xenofobo e misogino.

Il personaggio in questione si chiama Eyal Karim, ha il grado di colonnello e lunedì scorso è stato scelto per succedere all’ex rabbino capo di Tsahal, Rafi Peretz. Massimo imbarazzo nell’esercito che ora in un comunicato ha informato che il comandante Toflnski ha convocato il rabbino Karim per chiedergli conto delle sue dichiarazioni rese pubbliche dalla stampa israeliana. Ma al tempo stesso un portavoce dell’esercito israeliano ha difeso il nuovo rabbino capo, affermando che “il colonnello Karim ha fatto quella affermazione solamente nell’ambito di una risposta ad una domanda di tipo interpretativo senza fare alcun riferimento ad alcuna pratica di tipo religioso”. Il portavoce militare ha anche affermato che Karim “mai ha scritto né pensato che un soldato israeliano possa, in nessuna circostanza, aggredire sessualmente nessuna donna neanche in tempo di guerra”.
Insomma, quel che Karim ha detto sarebbe stato male interpretato o addirittura travisato da colui che pose la domanda al religioso.

Però molti media israeliani ricordano quando l’attuale colonnello Karim giustificò lo stupro di donne non ebree in tempi di guerra – seppur in via teorica – rispondendo ad una domanda di un uomo che gli chiedeva se la legge ebraica permettesse questa pratica. Il rabbino rispose che “nonostante il fatto che fraternizzare con una donna gentile (non ebrea, ndr) rappresenti un fatto grave, ciò è invece permesso in tempi di guerra”, circostanza prevista dalla Torah per “soddisfare le inclinazioni maligne”, cioè per elevare il morale della truppa. Già allora all’esercito che gli chiedeva conto delle sua gravi affermazioni Karim presentò le sue scuse affermando che effettivamente il Pentateuco “non permette in nessuna occasione di violentare una donna”.

Ma al di là della questione specifica, la “carriera” dell’appena nominato rabbino capo delle forze armate di Israele è caratterizzata da gravi affermazioni sulle donne e sugli omosessuali. Questi ultimi sono stati da lui qualificati come “malati e deformi”. A proposito delle donne ha più volte affermato che non dovrebbero poter testimoniare nel corso di un processo, riconoscendo sì che si tratterebbe di una discriminazione, ma “a loro favore”, visto che la loro natura sentimentale non permetterebbe alle donne di sopportare un interrogatorio in un tribunale.

Inoltre sul giornale religioso digitale Kipa.co.il Karim ha affermato che i soldati possono non rispettare gli ordini dei loro religiosi se questi “contraddicono la legge (religiosa, ndr) ebraica” e che “i terroristi non dovrebbero essere trattati come esseri umani perché sono degli animali”.

Vari esponenti politici israeliani, dai laburisti al Meretz fino ai centristi guidati dall’ex ministra della Giustizia – ora all’opposizione – Tzipi Livni hanno chiesto l’immediata revoca della nomina di Karim alla carica di rabbino capo dell’esercito.

( Fonte:Contropiano.org )

Sorgente: 14-7-16_Rabbino-Giustifica-Stupro

Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War

By Ramzy Baroud

Entire communities in the West Bank either have no access to water or have had their water supply reduced almost by half.

This alarming development has been taking place for weeks, since Israel’s national water company, “Mekorot”, decided to cut off – or significantly reduce – its water supply to Jenin, Salfit and many villages around Nablus, among other regions.

Israel has been ‘waging a water war’ against Palestinians, according to Palestinian Authority Prime Minister, Rami Hamdallah. The irony is that the water provided by “Mekorot” is actually Palestinian water, usurped from West Bank aquifers. While Israelis, including illegal West Bank settlements, use the vast majority of it, Palestinians are sold their own water back at high prices.

By shutting down the water supply at a time that Israeli officials are planning to export essentially Palestinian water, Israel is once more utilizing water as a form of collective punishment.

This is hardly new. I still remember the trepidation in my parents’ voices whenever they feared that the water supply was reaching a dangerously low level. It was almost a daily discussion at home.

Whenever clashes erupted between stone-throwing children and Israeli occupation forces on the outskirts of the refugee camp, we always, instinctively, rushed to fill up the few water buckets and bottles we had scattered around the house.

This was the case during the First Palestinian Intifada, or uprising, which erupted in 1987 throughout the Occupied Palestinian Territories.

Whenever clashes erupted, one of the initial actions carried out by the Israeli Civil Administration – a less ominous title for the offices of the Israeli occupation army – was to collectively punish the whole population of whichever refugee camp rose up in rebellion.

The steps the Israeli army took became redundant, although grew more vengeful with time: a strict military curfew (meaning the shutting down of the entire area and the confinement of all residents to their homes under the threat of death); cutting off electricity and shutting off the water supply.

Of course, these steps were taken only in the first stage of the collective punishment, which lasted for days or weeks, sometimes even months, pushing some refugee camps to the point of starvation.

Since there was little the refugees could do to challenge the authority of a well-equipped army, they invested whatever meager resources or time that they had to plot their survival.

Thus, the obsession over water, because once the water supply ran out, there was nothing to be done; except, of course, that of Salat Al-Istisqa or the ‘Prayer for Rain’ that devout Muslims invoke during times of drought. The elders in the camp insist that it actually works, and reference miraculous stories from the past where this special prayer even yielded results during summer time, when rain was least expected.

In fact, more Palestinians have been conducting their prayer for rain since 1967 than at any other time. In that year, almost exactly 49 years ago, Israel occupied the two remaining regions of historic Palestine: the West Bank, including East Jerusalem, and the Gaza Strip. And throughout those years, Israel has resorted to a protracted policy of collective punishment: limiting all kinds of freedom, and using the denial of water as a weapon.

Indeed, water was used as a weapon to subdue rebelling Palestinians during many stages of their struggle. In fact, this history goes back to the war of 1948, when Zionist militias cut off the water supply to scores of Palestinian villages around Jerusalem to facilitate the ethnic cleansing of that region.

During the Nakba (or Catastrophe) of 1948, whenever a village or a town was conquered, the militias would immediately demolish its wells to prevent the inhabitants from returning. Illegal Jewish settlers still utilize this tactic to this day.

The Israeli military, too, continued to use this strategy, most notably in the first and second uprisings. In the Second Intifada, Israeli airplanes shelled the water supply of whichever village or refugee camp they planned to invade and subdue. During the Jenin Refugee Camp invasion and massacre of April 2002, the water supply for the camp was blown up before the soldiers moved into the camp from all directions, killing and wounding hundreds.

Gaza remains the most extreme example of water-related collective punishment, to date. Not only the water supply is targeted during war but electric generators, which are used to purify the water, are often blown up from the sky. And until the decade-long siege is over, there is little hope to permanently repair either of these.

It is now common knowledge that the Oslo Accord was a political disaster for Palestinians; less known, however, is how Oslo facilitated the ongoing inequality under way in the West Bank.

The so-called Oslo II, or the Israel-Palestinian Interim Agreement of 1995, made Gaza a separate water sector from the West Bank, thus leaving the Strip to develop its own water sources located within its boundaries. With the siege and recurring wars, Gaza’s aquifers produce anywhere between 5-10 percent of ‘drinking-quality water.’ According to ANERA, 90 percent of Gaza water (is) unfit for human consumption.’

Therefore, most Gazans subsist on sewage-polluted or untreated water. But the West Bank should – at least theoretically – enjoy greater access to water than Gaza. Yet, this is hardly the case.

The West Bank’s largest water source is the Mountain Aquifer, which includes several basins: Northern, Western and Eastern. West Bankers’ access to these basins is restricted by Israel, which also denies them access to water from the Jordan River and to the Coastal Aquifer. Oslo II, which was meant to be a temporary arrangement until a final status negotiations are concluded, enshrined the existing inequality by giving Palestinians less than a fifth of the amount of water enjoyed by Israel.

But even that prejudicial agreement has not been respected, partly because a joint committee to resolve water issues gives Israel veto power over Palestinian demands. Practically, this translates to 100 percent of all Israeli water projects receiving the go-ahead, including those in the illegal settlements, while nearly half of Palestinian needs are rejected.

Presently, according to Oxfam, Israel controls 80 percent of Palestinian water resources. “The 520,000 Israeli settlers use approximately six times the amount of water more than that used by the 2.6 million Palestinians in the West Bank.”

The reasoning behind this is quite straightforward, according to Stephanie Westbrook, writing in Israel’s +972 Magazine. “The company pumping the water out is ‘Mekorot’, Israel’s national water company. ‘Mekorot’ not only operates more than 40 wells in the West Bank, appropriating Palestinian water resources, Israel also effectively controls the valves, deciding who gets water and who does not.”

“It should be no surprise that priority is given to Israeli settlements while service to Palestinian towns is routinely reduced or cut off,” as is the case at the moment.

The unfairness of it all is inescapable. Yet, for nearly five decades, Israel has been employing the same policies against Palestinians without much censure or meaningful action from the international community.

With current summer temperature in the West Bank reaching 38 degrees Celsius, entire families are reportedly living on as little as 2-3 liters per capita, per day. The problem is reaching catastrophic proportions. This time, the tragedy cannot be brushed aside, for the lives and well-being of entire communities are at stake.

– Dr Ramzy Baroud has been writing about the Middle East for over 20 years. He is an internationally-syndicated columnist, a media consultant, an author of several books and the founder of PalestineChronicle.com. His books include “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” and his latest “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. His website iswww.ramzybaroud.net.

Sorgente: Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War – Politics for the People | Politics for the People

Vice ministro israeliano ammette la sua visita segreta ad Aleppo nelle zone controllate dai terroristi

Il vice ministro israeliano della cooperazione regionale, Ayub Kara, ha riconosciuto di aver fatto una visita clandestina nella città di Aleppo, in Siria, nella zona sotto il controllo dei terroristi.

Kara non ha specificato quando la visita ha avuto luogo,spiegando: “Non voglio entrare nei particolari,” ha detto al quotidiano israeliano Haaretz.

“Aleppo è ora abbandonata … Oggi, quando ci andate, nemmeno pensate che sia Aleppo. Non c’è nulla che ricordi Aleppo”, ha spiegato il vice ministro israeliano.

Alla fine del mese scorso, l’esercito siriano ha sequestrato un veicolo carico di armi fabbricate dal regime israeliano nella provincia meridionale di Al-Suwayda.

Mine antiuomo, RPG e lanciarazzi, granate e mitragliatrici figuravano tra le armi sequestrate.

La Siria ha più volte denunciato il sostegno del regime israeliano e ai gruppi terroristici regionali e occidentali che operano in Siria e la frequente confisca di armi e attrezzature militari fabbricate in Israele in mano ai terroristi.

La televisione israeliana Canale 2 ha riferito di recente che i terroristi feriti sono stati trasportati e curati negli ospedali di Israele. Finora sono 2.100 persone dal 2011 i terroristi curati in Israele.

Nel dicembre 2015, il Daily Mail ha riportato che il regime israeliano ha salvato la vita a più di 2000 terroristi al costo di circa 13 milioni dal 2013.

Fonte: Hispantv

Sorgente: Vice ministro israeliano ammette la sua visita segreta ad Aleppo nelle zone controllate dai terroristi – Siria e dintorni – L’Antidiplomatico

Israele ha distrutto 120 progetti finanziati dall’Unione Europea dallo scorso gennaio

Ramallah – PICL’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i diritti dell’Uomo ha pubblicato una relazione statistica in cui viene reso noto che le forze israeliane, durante i primi tre mesi del 2016, hanno distrutto più di 120 progetti dell’Unione Europea in Cisgiordania.

Il rapporto accusa i partiti europei di starsene con le mani in mano di fronte alle violazioni israeliane e agli attacchi aggressivi condotti contro la Striscia di Gaza nel corso degli ultimi anni e che hanno portato a danneggiare numerosi progetti finanziati dall’UE.

L’Euro-Med ha dichiarato che «la demolizione israeliana e la confisca dei progetti finanziati dall’UE sono aumentati dopo che gli stati europei, lo scorso anno, hanno adottato misure per contrassegnare i prodotti delle colonie israeliane».

Il rapporto stima 65 milioni di euro di aiuti finanziari dell’UE persi dal 2001.

È stata documentata la perdita di almeno 23 milioni di euro durante l’aggressione israeliana contro Gaza nel 2004.

Il rapporto dell’Euro-Med ha, inoltre, invitato l’UE ad indagare e divulgare i dati relativi alle operazioni di demolizione israeliana e ha chiesto ad Israele di pagare i risarcimenti necessari.

Ha, inoltre, chiesto di applicare sanzioni ad Israele qualora proseguisse tali pratiche senza bloccare l’aiuto e l’investimento dell’UE.

Traduzione di Giovanna Vallone

Sorgente: Israele ha distrutto 120 progetti finanziati dall’Unione Europea dallo scorso gennaio | Infopal

Sanders pushes Democrats to rebuke Israel

US presidential candidate Bernie Sanders is pushing the Democratic Party to rebuke Israeli crimes against the Palestinians.

US presidential candidate Bernie Sanders has begun shifting the Democratic Party toward rebuking Israeli crimes against the Palestinians, putting pressure on his rival Hillary Clinton to handle a growing divide within the party.

Support for Israel has long been a policy of the Democratic Party, but consensus on the issue has eroded in recent years.

Tensions between the administration of President Barack Obama and Israel have increased and so has the strain among liberal Democrats about Israel’s policies toward the Palestinian people.

Last year, Obama and many fellow Democrats were angered when Republican lawmakers scheduled an address to Congress by Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu in which he condemned Washington’s nuclear deal with Iran.

The scale of civilian casualties in Israel’s attack on the Gaza Strip in 2014 also alienated many liberal Democrats. Nearly 2,200 Palestinians, including 577 children, were killed in Israel’s onslaught. Over 11,100 others – including 3,374 children, 2,088 women and 410 elderly people – were also injured.


Democratic presidential candidate Hillary Clinton speaks at an event on May 25, 2016 in Buena Park, California. (AFP photo)

Despite those tensions, Clinton and many party leaders are still eager to show their unwavering support for Israel, largely due to the deep political support Israel enjoys among top officials in both political parties.

In contrast, Sanders, who is Jewish and has spent months of his youth living in Israel, has spoken of seeking a more “evenhanded” treatment of Palestinians.

In an interview with The Los Angeles Times on Wednesday, Sanders declared himself “100% supportive of Israel’s right to exist.” Israel, he said, has a right “to take all actions that are needed to protect itself from terrorism.”

“But I believe that for too long our country and our government have not given the Palestinian people the respect that they need,” he added. “Long term, if there’s going to be peace in the Middle East, a lasting peace, the Palestinian people are going to have to be treated with respect and dignity.”

According to polls, a majority of Americans support Israel, but the Democratic Party is increasingly split over some of the actions of Israel and how much sympathy to express for the plight of Palestinians.

However, among liberal Democrats surveyed in a poll taken last month, 40 percent said they sympathized more with Palestinians than Israel, compared with 33 percent who sympathized more with Israel.

Sanders supporters also expressed more sympathy with the Palestinians than with Israel, the poll found. His campaign has paid attention to concerns from many liberals, including Jewish liberals, that the suffering of Palestinians has been ignored in mainstream US politics and that criticism of the Israel is less tolerated here than it is even within Israel.

Sorgente: PressTV-Sanders pushes Democrats to rebuke Israel

OPINIONE. È il momento di porre fine alla hasbara

Ai giornalisti palestinesi spetta il compito di demolire anni e anni di disinformazione e ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno

hasbara

di Ramzy Baroud

(traduzione di Romana Rubeo)

Roma, 26 maggio 2016, Nena News – Conoscere personalmente centinaia di giornalisti e professionisti della comunicazione palestinesi, provenienti da ogni parte del mondo, è stata un’esperienza incredibile. Per molti anni, i media palestinesi sono stati sulla difensiva, incapaci di articolare un messaggio coerente, lacerati tra le diverse fazioni, nel tentativo disperato di respingere gli attacchi della campagna informativa israeliana, delle sue falsificazioni e della continua propaganda della “hasbara.”

È presto per parlare di un cambiamento significativo del paradigma comunicativo, ma la seconda Conferenza Tawasol, che si è tenuta a Istanbul il 18 e il 19 maggio, ha fornito l’occasione di analizzare il panorama mediatico in continua evoluzione e di porre alla luce le opportunità e le ardue sfide che i Palestinesi si trovano ad affrontare. 

A loro, non spetta solo il compito di demolire anni e anni di disinformazione israeliana, spacciata per verità storica e propinata al mondo come oggettiva, ma anche quello di ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno. Ovviamente, non sarà facile.

Il messaggio che ho voluto portare alla Conferenza “Palestine in the Media” , organizzata dal  Palestine International Forum for Media and Communication, è stato questo: se la classe dirigente palestinese non riesce a raggiungere l’unità politica, spetta almeno agli intellettuali insistere sull’unità della narrazione che vogliono proporre. Anche il meno obiettivo tra i Palestinesi riconosce la centralità della Nakba, la pulizia etnica della Palestina e la distruzione delle città e dei villaggi avvenuta tra il 1947 e il 1948. Allo stesso modo, tutti possono, e dovrebbero, convenire, sulle aberrazioni e sulla violenza dell’occupazione, sulla disumanizzazione dei checkpoint militari, sull’erosione di territorio in Cisgiordania ad opera degli insediamenti illegali e della colonizzazione, sulla morsa soffocante imposta su Gerusalemme Occupata (al Quds); sull’ingiustizia del blocco su Gaza e sulle guerre unilaterali condotte sulla Striscia, che hanno causato oltre 4.000 vittime, in massima parte civili, nel corso di 7 anni, oltre che su molte altre questioni.

Il Professor Nashaat Al-Aqtash dell’Università di Birzeit, forse con una maggiore dose di realismo, ha persino ridimensionato le aspettative. Ha infatti dichiarato: “Se solo riuscissimo a concordare sulla narrazione relativa ad Al-Quds e agli insediamenti illegali, sarebbe già un buon inizio”.

La verità è che i Palestinesi hanno più cose in comune di quanto non vogliano ammettere. Sono tutti vittime delle stesse atrocità, tutti combattono la stessa occupazione, subiscono le medesime violazioni dei diritti umani e affrontano un futuro incerto dettato dal medesimo conflitto. Eppure, molti non riescono a separarsi da affiliazioni a gruppi e fazioni, di natura quasi tribale. Non c’è niente di male ad avere delle convinzioni ideologiche o a sostenere un partito anziché un altro. Ma se questo legame diventa predominante rispetto alla lotta collettiva e nazionale per la libertà, si apre una crisi morale.  Purtroppo, non tutti ne sono esenti.

Tuttavia, come sempre accade, le cose stanno cambiando. A vent’anni dal fallimento del cosiddetto “processo di pace”, con l’aumento esponenziale degli insediamenti nei territori occupati e con l’esacerbarsi della violenza per il raggiungimento degli obiettivi politici, molti Palestinesi sono stati costretti ad affrontare la dolorosa realtà.  Non può esserci libertà per il popolo palestinese senza unità e senza resistenza.

La resistenza non è necessariamente sinonimo di armi e coltelli; può essere anche intesa come lo sfruttamento delle energie dei connazionali in patria e in “shatat” (Diaspora), e la mobilitazione delle comunità a favore della giustizia e della pace nel mondo.

È sconcertante constatare come una nazione umiliata così a lungo sia anche così incompresa e come spesso i carnefici vengano assolti e considerati vittime. Verso la fine degli anni ’50, il Primo Ministro Israeliano David Ben-Gurion si rese conto che era necessario unificare la narrazione sionista relativa alla conquista e alla pulizia etnica della Palestina. Secondo una rivelazione del quotidiano israeliano Haaretz, Ben-Gurion temeva che la crisi dei rifugiati palestinesi sarebbe diventata un vero problema se Israele non avesse dichiarato, a più riprese e in modo coerente, che i Palestinesi avevano lasciato volontariamente le loro terre, seguendo i dettami dei vari governi Arabi.

Si trattava di un’invenzione, ma molte presunte verità non sono altro che una bugia ripetuta nel tempo. Chiese a diversi accademici di presentare una versione falsificata ma coerente della storia dell’esodo dei Palestinesi e il risultato fu il GL-18/17028, del 1961, un documento che costituisce la pietra miliare della “hasbara” israeliana sulla pulizia etnica della Palestina. Il messaggio centrale che contiene è semplice: i Palestinesi fuggirono e non furono cacciati dalle loro case. Israele lo ripete da oltre 55 anni e molti hanno finito per credervi.

Solo di recente, grazie al lavoro di un fiorente gruppo di storici palestinesi, e di coraggiosi israeliani, che si oppongono a questa propaganda, si sta delineando anche una narrazione palestinese, e c’è ancora molto da fare per limitare i danni. La reale vittoria sarà vedere questa versione non come una “contro-narrazione”, ma come verità storica, libera dal peso di un racconto offuscato da bugie e mezze verità.

Credo vi sia solo un modo per concretizzare questo auspicio: gli intellettuali palestinesi dovrebbero investire tempo ed energie a studiare a raccontare la “storia del popolo Palestinese”, per riumanizzarlo e sfidare la percezione generalizzata, che li vede come terroristi o come eterne vittime. Solo quando l’individuo comune sarà posto al centro della storia, i risultati saranno davvero efficaci e  duraturi. La stessa logica andrebbe applicata al giornalismo.

Oltre a trovare una storia comune, i giornalisti palestinesi dovrebbero aprirsi al mondo, uscendo dalla tradizionale cerchia degli amici e sostenitori devoti e confrontandosi con la società nel senso più ampio del termine. Gli estimatori della verità, soprattutto quelli animati da una visione umanista, non potranno approvare il genocidio e la pulizia etnica.

Temo che la necessità di controbattere la “hasbara” israeliana in Occidente abbia comportato una profusione eccessiva di energie in alcuni luoghi specifici, tralasciando invece parti del mondo, il cui supporto ai movimenti di solidarietà internazionale è stato finora centrale. Nulla dovrebbe essere preso per scontato. La buona notizia è che i Palestinesi stanno facendo grandi progressi e stanno avanzando nella direzione giusta, pur senza il sostegno della loro classe dirigente.

thanks to: Nena News

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

Israel seals Rwanda genocide arms papers

Records of Israel’s arms exports to Rwanda during the 1994 genocide in the country will remain secret, the Israeli Supreme Court rules.

The verdict denied a request by attorney Eitay Mack and Professor Yair Auron. The pair had submitted a request to the Israeli ministry of military affairs in 2014, asking for the details of Israeli arms sales to Rwanda between 1990 and 1995.

Sorgente: PressTV-Israel seals Rwanda genocide arms papers

“No alla normalizzazione con Israele”

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2016/03/Moshe-yaalon-2.jpgMemo. Di Seif al-Din Abdel-FattahIl ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso, durante il discorso tenuto alla conferenza annuale dell’Aipac – la maggior lobby sionista statunitense di supporto a Israele – che il rovesciamento di Mohammed Morsi e la presa del potere egiziano da parte di Abdel Fatah Al-Sisi sono stati programmati in accordo con i generali degli eserciti egiziani e del Golfo, nonché di agenzie di intelligence. Egli ha anche detto che gli interessi di Israele saranno sempre assicurati dalla presenza di regimi militari nel mondo arabo, specialmente in Egitto.
Egli si è scusato per il disprezzo della democrazia dei regimi militari usualmente dimostrato in Egitto, ma ha chiesto alla lobby di fornire maggior supporto ad Al-Sisi. Ya’alon ha anche dichiarato esplicitamente: «Noi abbiamo deciso di permettere al generale Al-Sisi, che allora era ministro della difesa, di prendere il potere mobilitando l’esercito al fine di farlo diventare presidente. L’Occidente dovrebbe considerare ciò di strategico interesse anche per sé».

Questa non è la prima volta che generali e rabbini dell’occupazione israeliana ammettono la necessità di mantenere la presidenza Al-Sisi in Egitto per preservare gli interessi di Israele. Gli archivi delle relazioni tra i due paesi sono pieni di adulazioni e frasi di appoggio totale per questo governo, che, secondo Wael Qandil, Israele sognava da anni. Il colpo di stato è stato l’opportunità, per Israele, di attuare l’estorsione al fine di continuare la propria strategia di normalizzazione.
In quanto alle relazioni tra i paesi arabi e Israele, normalizzazione significa che questi paesi, o le loro istituzioni e personaggi che portano avanti progetti di cooperazione, hanno scambi economici e commerciali, e diffondono la cultura di accettazione del nemico in un contesto di veleni politici e normalizzazione culturale mentre l’occupazione continua. In questo caso, normalizzazione non significa solo permettere lo sviluppo di rapporti tra l’oppressore e l’oppresso in assenza di giustizia e sotto continue occupazione e attività di insediamento: significa anche che coloro i quali normalizzano le relazioni con Israele tolgono volontariamente a Israele l’etichetta di nemico, accusando di ostilità chi resiste all’occupazione israeliana.

Divertenti in questi giorni sono le affermazioni rilasciate da leader arabi, funzionari dell’Autorità palestinese, il coro di scrittori e intellettuali arabi «sionistizzati», che non considerano i crimini commessi da Israele. Costoro cercano di cambiare l’etichetta di «nemico» attribuita a Israele in qualcosa di associabile a cooperazione e amicizia. La normalizzazione e l’abbandono del boicottaggio è un vecchio sogno di Israele, che risale alla fondazione dello stato nella Palestina occupata. Questa visione consiste nello stabilire relazioni normali e ordinarie tra le due parti, proprio come tra due parti in tempo di pace, unite da amore e rispetto, senza alcuna forma di contrasto o di ostilità.

Vediamo tutti la rilevanza della normalizzazione nelle relazioni tra Egitto e Israele dal colpo di stato del 3 luglio 2013, a livello politico, economico, della sicurezza e sulla difesa, nonché a livello culturale, dal momento che molti intellettuali, personalità dell’informazione e sportivi egiziani hanno evocato la normalizzazione a tutti i livelli.
Le operazioni di normalizzazione hanno raggiunto un livello straordinario, superando le normali relazioni tra la maggior parte di nazioni. Francamente, hanno raggiunto un livello vicino alla dipendenza dal nemico, e nulla prova ciò meglio delle pressoché regolari dichiarazioni, ufficiali e non, rilasciate da funzionari israeliani compiaciuti.

In passato eravamo soliti criticare i mezzi di informazione arabi ed egiziani per la mancanza di interesse nella campagna di boicottaggio contro Israele e contro le multinazionali che lo appoggiavano, presenti nei paesi arabi. Ora disponiamo di diverse piattaforme mediatiche attraverso cui attivare questa campagna in modo organizzato e a lungo termine.
Per esempio, possiamo iniziare adottando una campagna unitaria coordinata attraverso queste piattaforme. Si attuerebbero programmi regolari di opposizione alle operazioni di normalizzazione che si verificano a vari livelli. Ogni programma può riferirsi a uno dei livelli, sia esso politico, economico, culturale, sportivo, sulla sicurezza o sulla difesa.
Possiamo anche iniziare organizzando programmi mirati alla riattivazione della resistenza nella nazione, comprendenti il boicottaggio di Israele e dei paesi che lo supportano, o delle multinazionali presenti in tutti i paesi arabi e musulmani.
Tutte le nostre attività si basano sul fatto che Israele è un’entità nemica coloniale sionista che si è appropriata della terra di un’altra nazione. Non è un amico o un vicino, come viene considerato dal governo del colpo di stato o come pretendono alcuni intellettuali arabi e egiziani. Israele è un’entità coloniale rappresentata da un gruppo armato che ha fondato uno stato con la forza, l’assassinio, l’espulsione, le confische, l’evacuazione e altri mezzi di colonizzazione.
Per noi non c’è differenza tra le aziende che forniscono servizi alle masse israeliane e quelle che forniscono servizi all’esercito o agli insediamenti israeliani. Come non c’è differenza tra il gruppo armato che confisca terre e uccide bambini, e i coloni armati in abiti civili o militari. Dobbiamo ricordare che il sistema di reclutamento in Israele si basa sul principio dell’«Esercito del popolo» al quale ciascuno partecipa e che si mobilita nei periodi di pericolo.

E’ una vergogna per ogni arabo, cristiano o musulmano che sia, permettere alle aziende che forniscono servizi a Israele di esistere nel proprio paese, soprattutto a quelle aziende del settore alimentare e delle telecomunicazioni, settori nei quali gli arabi possono trovare delle alternative. Anzi, le alternative sono già presenti: ciò di cui gli arabi hanno bisogno è la volontà di intraprendere un’azione effettiva verso il boicottaggio.
Oltre a questo, possiamo parlare anche del continuo riferirsi, di Israele, a politiche di occupazione che violano il diritto internazionale, comprese le leggi che riconoscono la realtà del colonialismo. Aziende come Orange forniscono servizi alle colonie israeliane fondate illegalmente in base al diritto internazionale, e oggetto di condanna a livello internazionale.

C’è una disapprovazione universale delle politiche espansionistiche degli insediamenti israeliani sul territorio palestinese. Questa disapprovazione viene espressa dall’opinione pubblica, non dai governi: pertanto possiamo coordinarci con i leader delle campagne lanciate su questo argomento in Europa e in tutto il mondo, facendone una campagna unitaria lanciata dall’interno e dall’esterno.

Il triangolo della normalizzazione è rappresentato dal colpo di stato, dai suoi sostenitori «sionistizzati» e dagli strumenti della normalizzazione: resistere alla normalizzazione fa parte della resistenza al colpo di stato.

Traduzione di Stefano Di Felice

thanks to: Infopal

Dossier sui prigionieri palestinesi 2015

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“Siamo contro un colonialisimo che investe tutti gli aspetti della vita e che si basa sulle forme più estreme di violenza che sono convenzionalmete associate con l’occupazionee e che si combina con una politica di apartheid. E l’ostilità che il popolo palestinese deve affrontare si estende a tutta la nostra popolazione, ovunque essa si trovi.”
Ahmad Sa’adat, Journal of Palestine Studies, Vol. 43, No. 4 (Summer 2014), p. 55.

 

«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un palestinese normale, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendersi in assenza di ogni altro aiuto che possa venire da altre parti».
Marwan Barghuti, alla conclusione del suo processo (2004)

 

“Veniamo dalla terra, noi le offriamo il nostro amore e le nostre fatiche, lei in cambio ci nutre.
Quando moriamo, torniamo alla terra. In un certo senso, lei ci possiede. Così, la Palestina ci possiede e noi apparteniamo a lei “.
Susan Albulhawa, Ogni mattina a Jenin (2011)

 

“Quasi tutti loro (i palestinesi) sono stati condannati da tribunali militari, che hanno con i tribunali civili la stessa relazione che può avere la musica militare con il resto della musica. Tutti questi prigionieri, nel gergo israeliano, hanno ‘sangue sulle loro mani’. Ma chi, di noi israeliani, non ha sangue sulle proprie mani?”
Uri Avnery 1 , Everybody’s Son (2011)

 

ELENCO E MAPPA DELLE PRIGIONI IN ISRAELE E NELLA CISGIORDANIA
Le strutture di detenzione per i prigionieri palestinesi dei Territori Occupati (TPO) sono costituite da 4 centri per gli interrogatori, 4 centri di detenzione militare, e circa 17 prigioni. Mentre i 4 centri per gli interrogatori militari si trovano all’interno degli TPO, tutti i centri per gli interrogatori e le prigioni – ad eccezione di una prigione, Ofer – si trovano all’interno dei territori occupati nel 1948 cioè nello Stato di Israele.

 

ELENCO DELLE PRIGIONI E CENTRI DI DETENZIONE
Blocco Nord: Carmel Prison (Oren Junction), Damun Prison, Gilbo’a Prison (HaShita Junction), Hermon Prison (North Tzalmon Creek Junction), Megiddo Prison (Megiddo Junction), Shata prison (HaShita Junction), Tzalmon Prison (North Tzalmon Creek Junction).
Blocco Centrale: Ashmoret Prison (HaSharon Junction), Ayalon Prison (Ramla), Giv’on Prison (Ramla), HaSharon Prison (Hadarim Interchange), Maasiyahu Prison (Ramla), Magen Prison (Ramla), Neve Tirtza Prison (Ramla), Ofek Juvenile Prison (Even Yehuda), Rimon Prison (Even Yehuda), Dekel Prison
Blocco Sud: Eshel Prison, Ktzi’ot Prison (Ktzi’ot Junction), Nafha Prison, Ofer Prison (Atarot area), Ramon Prison, Shikma Prison (Ashkelon)

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In allegato dossier della rete romana di solidarietà con la Palestina.

Vite di palestinesi nelle carceri di Israele 2015

thanks to: Assopace Palestina

Israel’s Supreme Court halts offshore gas deal

A gas deal between American and Israeli energy companies to develop Israel’s largest offshore deposits has been held unconstitutional by the country’s High Court. The court suspended the project for a year to enable parliament to amend the agreement.

Sorgente: Israel’s Supreme Court halts offshore gas deal — RT Business

Clinton Email: Assad Must Be Toppled to Protect Israel

Buried within Hillary Clinton’s private server is an email which proves that the former US Secretary of State wanted Syrian President Bashar al-Assad out of power for the sake of Israel, assuring her partners that Russia would not get involved.

Sorgente: Clinton Email: Assad Must Be Toppled to Protect Israel

“La pulizia etnica della Palestina”

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

G4S says it will exit Israeli market, following high-profile BDS campaign

Thursday, 10 March 2016

G4S

British private security giant G4S has announced plans to sell its entire Israeli business within the next 12 to 24 months. The news has been welcomed by activists in the Palestinian Boycott, Divestment, and Sanctions (BDS) campaign, for whom G4S has been a long-standing target.

The decision to leave Israel was revealed in the company’s full-year results released Wednesday, when the company reported a 40 per cent fall in its pre-tax profits.

The company said its plans to exit Israel were part of a “continuing portfolio management programme” designed to “materially improve our strategic focus.” The Israeli business employs 8,000 people with a turnover of £100 million.

According to the Financial Times, G4S “is extracting itself from reputationally damaging work, including its entire Israeli business”, noting that human rights campaigners and BDS activists “have repeatedly attacked G4S’s work in [Israel].”

G4S provides equipment and services to Israeli prisons and detention centres, in which thousands of Palestinian prisoners are tortured and held – including without charge or trial. Israel also violates international law by jailing Palestinians outside of the occupied territory.

The company also has contracts with the Israeli authorities to provide equipment and services to Israeli checkpoints in the Occupied West Bank that form part of illegal Apartheid Wall.

In 2012, Palestinian groups “called for action to hold G4S accountable for its role in Israel’s prisons”, and since then, the campaign has inflicted growing economic and PR damage on the company. Activists say that G4S has since lost contracts worth millions of dollars around the world, with lost clients including private businesses, universities, trade unions, and United Nations bodies.

In 2014, the Bill Gates Foundation divested its $170m stake in the company following international protests. In the UK, at least five student unions voted to cancel contracts with G4S, and students successfully pressured two other universities not to renew contracts with the company.

The United Methodist Church, the largest protestant church in the USA, divested from G4S after coalition campaigning brought the issue to a vote. Just recently, as reported by Middle East Monitor, G4S lost a major contract in Colombia and a contract with UNICEF in Jordan, in both cases following campaigns by BDS activists.

Responding to the news of G4S’s planned withdrawal from Israel, Palestinian BDS National Committee spokesperson Mahmoud Nawajaa compared the pressure being felt by Israel to the boycott of Apartheid South Africa, and stated that BDS “is making some of the world’s largest corporations realize that profiting from Israeli apartheid and colonialism is bad for business.”

He added: “investment fund managers are increasingly recognizing that their fiduciary responsibility obliges them to divest from Israeli banks and companies that are implicated in Israel’s serious human rights violations, such as G4S and HP, because of the high risk entailed. We are starting to notice a domino effect.”

Nawajaa said the BNC was grateful “to all of the dedicated grassroots organizers around the world who are working in solidarity with Palestinians seeking freedom, justice, and equality”, but noted that the boycott of G4S “will remain among the BDS movement’s top priorities until we actually see its back out of the door of Israel’s regime of occupation, settler-colonialism and apartheid.”

The caution is well-founded; G4S announced in 2013 that it would end its role in illegal Israeli settlements, checkpoints and one Israeli prison by 2015, but did not follow through. In 2014, G4S announced it “did not intend to renew” its contract with the Israeli Prison Service when it expired in 2017 but is yet to implement that decision.

In addition, Nawajaa claimed that owing to G4S’s involvement in the “racist mass incarceration business” in countries such as South Africa, UK, and USA, the BNC is “determined to work closely with partners to hold G4S to account for its participation in human rights abuses.”

In the last eight months, French multinationals Veolia and Orange and CRH, Ireland’s biggest company, have all exited the Israeli market. In January, the United Methodist Church put five Israeli banks from Israel on a “blacklist” due to their complicity in human rights violations, including the financing of illegal Israeli settlements.

Nawajaa said Israel is unable to “stop the impressive growth of BDS”, despite its efforts “to smear and delegitimize our nonviolent movement, including with anti-democratic laws in Europe and the US aimed at silencing dissent and suppressing our freedom of speech.”

“We believe strongly that our ethical approach and just cause will prevail, as this latest G4S announcement shows.”

thanks to: MEMO

G4S in seguito all’alto profilo della campagna BDS, annuncia che uscirà dal mercato israeliano.

 

g4s

 

Giovedi, 10 marzo il 2016

 

G4S, Il  gigante britannico della sicurezza privata, ha annunciato l’intenzione di vendere la sua intera attività in Israele entro i prossimi 12/24 mesi. La notizia è stata accolta favorevolmente dagli attivisti palestinesi al boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS), per i quali G4S è stato un obiettivo da lunga data.

 

 

La decisione di lasciare Israele, è stato rivelato nel report dell’intero esercizio pubblicato Mercoledì della società, quando la società ha registrato un calo del 40 per cento al lordo delle imposte.

 

La società ha detto che i suoi piani per uscire da Israele facevano parte di un “programma di gestione continua del portafoglio” progettato per “migliorare in modo efficace il nostro obiettivo strategico.” Il business con Israele impiega 8.000 persone, con un fatturato di £ 100 milioni.

 

 

Secondo il Financial Times, G4S “si sta togliendo da attività che possano danneggiare la sua reputazione, tra cui tutte le proprie attività in Israele”, notando che gli attivisti per i diritti umani e gli attivisti BDS “hanno più volte attaccato il lavoro di G4S in [Israele].”

 

G4S fornisce attrezzature e servizi nelle prigioni israeliane e nei centri di detenzione, in cui migliaia di prigionieri palestinesi vengono torturati e detenuti – tra i quali molti senza accusa né processo. Israele viola anche il diritto internazionale imprigionando i palestinesi al di fuori del territorio occupato.

 

La società ha anche contratti con le autorità israeliane per fornire attrezzature e servizi per posti di blocco nella Cisgiordania occupata e che fanno parte del muro dell’apartheid considerato illegale


Nel 2012, gruppi palestinesi “hanno sostenuto una campagna che riteneva
G4S responsabile per il suo ruolo nelle carceri di Israele”,  da allora, la campagna ha inflitto danni economici crescenti e danneggiato anche le pubbliche relazioni della società. Gli attivisti dicono che G4S da allora ha perso contratti del valore di milioni di dollari in tutto il mondo, con commesse perse tra le imprese private, università, sindacati e organismi delle Nazioni Unite.

 

Nel 2014, la Bill Gates Foundation ha ceduto la sua quota $ 170 milioni nella società in seguito alle proteste internazionali. Nel Regno Unito, almeno cinque associazioni studentesche hanno votato per annullare i contratti con G4S, e gli studenti hanno fatto  pressioni con successo per non rinnovare i contratti con la società in altre due università.

 

La United Methodist Church, la più grande chiesa protestante negli Stati Uniti, ha disinvestito da G4S dopo che la campagna ha portato la questione al voto. Proprio di recente, come riportato da Middle East Monitor, G4S ha perso un importante contratto in Colombia e un contratto con l’UNICEF in Giordania, in entrambi i casi a seguito delle campagne di attivisti BDS.

 

In risposta alla notizia del ritiro da Israele programmato da G4S , Mahmoud Nawajaa  portavoce del Palestinian BDS National Committee, ha confrontato la pressione  avvertita da Israele col  boicottaggio dell’Apartheid in Sud Africa, e ha dichiarato che il BDS “sta facendo in modo che alcune delle più grandi multinazionali del mondo si rendessero conto che approfittare dell’apartheid e del colonialismo israeliano è un cattivo business.”

 

Ha aggiunto: “a causa del rischio elevato che comporta, i gestori di fondi di investimento sono sempre più consapevoli che la loro responsabilità fiduciaria li obbliga a disinvestire da banche israeliane e società  coinvolte nelle gravi violazioni dei diritti umani da parte di Israele, come G4S e HP. Stiamo cominciando a notare un effetto domino “.

 

Nawajaa ha detto che il BNC (ndt. Palestinian BDS National Committee) è grato “a tutti gli attivisti di base che in tutto il mondo si sono dedicati e  stanno lavorando in solidarietà con i palestinesi in cerca di libertà, giustizia e uguaglianza”, ma ha osservato che il boicottaggio di G4S “rimarrà tra le priorità del movimento BDS finché effettivamente si lasceranno alle spalle il regime israeliano di occupazione, colonialismo e di apartheid”.

 

La cautela è fondata; G4S ha annunciato  nel 2013 che avrebbe dismesso il suo ruolo negli insediamenti israeliani illegali, nei posti di blocco e nelle prigioni israeliane entro il 2015, ma non dicono come concluderanno il rapporto. Nel 2014, G4S ha annunciato che “non intendeva rinnovare” il suo contratto con il Servizio carcerario israeliano alla scadenza del 2017, ma tale decisione è ancora da attuare.

 

Inoltre, Nawajaa ha affermato che a causa di coinvolgimento di G4S nel “business dell’incarcerazione razzista di massa” in paesi come Sud Africa, Regno Unito e Stati Uniti d’America, il BNC è “determinato a lavorare a stretto contatto con i partner per costringere G4S a rendere conto della sua partecipazione agli abusi sui diritti umani”.

 

Negli ultimi otto mesi, le multinazionali francesi Veolia, Orange e CRH, la più grande società irlandese, sono tutti usciti dal mercato israeliano. Nel mese di gennaio, la United Methodist Church ha disinvestito da cinque banche israeliane   su una “lista nera” a causa della loro complicità nella violazione dei diritti umani, compreso il finanziamento delle colonie israeliane illegali.

 

Nawajaa ha detto che Israele non sarà in grado di “fermare la crescita impressionante del BDS”, nonostante i suoi sforzi “per diffamare e delegittimare il nostro movimento non violento, anche con leggi anti-democratiche in Europa e negli Stati Uniti volti a mettere a tacere il dissenso e reprimere la nostra libertà di parola”.

 

“Crediamo fortemente che il nostro approccio etico e la giusta causa prevarranno, come dimostrato dagli ultimi annunci G4.

 

thanks to: Trad. Invictapalestina

MEMO

 

How Most Aid to the Palestinians Ends up in Israel’s Coffers

By Jonathan Cook – Nazareth 

Diplomats may have a reputation for greyness, obfuscation, even hypocrisy, but few have found themselves compared to a serial killer, let alone one who devours human flesh. 

That honour befell Laars Faaborg-Andersen, the European Union’s ambassador to Israel, last week when Jewish settlers launched a social media campaign casting him as Hannibal Lecter, the terrifying character from the film Silence of the Lambs. 

An image of the Danish diplomat wearing Lecter’s prison face-mask was supposed to suggest that Europe needs similar muzzling. 

The settlers’ grievance relates to European aid, which has provided temporary shelter to Palestinian Bedouin families after the Israeli army demolished their homes in the occupied territories near Jerusalem. The emergency housing has helped them remain on land coveted by Israel and the settlers. 

European officials, outraged by the Lecter comparison, have reminded Tel Aviv that, were it to abide by international law, Israel – not the EU – would be taking responsibility for these families’ welfare. 

While Europe may think of itself as part of an enlightened West, using aid to defend Palestinians’ rights, the reality is less reassuring. The aid may actually be making things significantly worse. 

Shir Hever, an Israeli economist who has spent years piecing together the murky economics of the occupation, recently published a report that makes shocking reading. 

Like others, he believes international aid has allowed Israel to avoid footing the bill for its decades-old occupation. But he goes further. 

His astonishing conclusion – one that may surprise Israel’s settlers – is that at least 78 per cent of humanitarian aid intended for Palestinians ends up in Israel’s coffers. 

The sums involved are huge. The Palestinians under occupation are among the most aid-dependent in the world, receiving more than $2bn from the international community a year. According to Hever, donors could be directly subsidizing up to a third of the occupation’s costs. 

Other forms of Israeli profiteering have been identified in previous studies. 

In 2013 the World Bank very conservatively estimated that the Palestinians lose at least $3.4bn a year in resources plundered by Israel. 

Further, Israel’s refusal to make peace with the Palestinians, and as a consequence the rest of the region, is used to justify Washington’s annual $3bn in military aid. 

Israel also uses the occupied territories as laboratories for testing weapons and surveillance systems on Palestinians – and then exports its expertise. Israel’s military and cyber industries are hugely profitable, generating many billions of dollars of income each year. 

A survey published last week found tiny Israel to be the eighth most powerful country in the world. 

But whereas these income streams are a recognizable, if troubling, windfall from Israel’s occupation, western humanitarian aid to the Palestinians is clearly intended for the victims, not the victors. 

So how is Israel creaming off so much? 

The problem, says Hever, is Israel’s self-imposed role as mediator. To reach the Palestinians, donors have no choice but to go through Israel. This provides ripe opportunities for what he terms “aid subversion” and “aid diversion”. 

The first results from the Palestinians being a captive market. They have access to few goods and services that are not Israeli. 

Who Profits?, an Israeli organisation monitoring the economic benefits for Israel in the occupation, assesses that dairy firm Tnuva enjoys a monopoly in the West Bank worth $60 million annually. 

Aid diversion, meanwhile, occurs because Israel controls all movement of people and goods. Israeli restrictions mean it gets to charge for transportation and storage, and levy “security” fees. 

Other studies have identified additional profits from “aid destruction”. When Israel wrecks foreign-funded aid projects, Palestinians lose – but Israel often benefits. 

Cement-maker Nesher, for example, is reported to control 85 per cent of all construction by Israelis and Palestinians, including the supplies for rebuilding efforts in Gaza after Israel’s repeated rampages. 

Significant segments of Israeli society, aside from those in the security industries, are lining their pockets from the occupation. Paradoxically, the label “the most aid-dependent people in the world” – usually affixed to the Palestinians – might be better used to describe Israelis. 

What can be done? International law expert Richard Falk notes that Israel is exploiting an aid oversight vacuum: there are no requirements on donors to ensure their money reaches the intended recipients. 

What the international community has done over the past 20 years of the Oslo process – inadvertently or otherwise – is offer Israel financial incentives to stabilize and entrench its rule over the Palestinians. It can do so relatively cost-free. 

While Europe and Washington have tried to beat Israel with a small diplomatic stick to release its hold on the occupied territories, at the same time they dangle juicy financial carrots to encourage Israel to tighten its grip. 

There is a small ray of hope. Western aid policy does not have to be self-sabotaging. Hever’s study indicates that Israel has grown as reliant on Palestinian aid as the Palestinians themselves. 

The EU noted last week that Israel not Brussels should be caring for the Bedouin it has left homeless. Europe could take its own advice to heart and start shifting the true costs of the occupation back on to Israel. 

That may happen soon enough whatever the west decides, if – as even Israel is predicting will occur soon – the Palestinian Authority of Mahmoud Abbas collapses. 

– Jonathan Cook won the Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. His latest books are “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) and “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books).  He contributed this article to PalestineChronicle.com. Visit: www.jonathan-cook.net.

Sorgente: How Most Aid to the Palestinians Ends up in Israel’s Coffers – Palestine Chronicle | Palestine Chronicle

Come maggior parte degli aiuti ai palestinesi finisce nelle casse di Israele

8 marzo 2016 / 05:27, By Jonathan Cook (*) – Nazareth

I diplomatici possono avere una reputazione di grigiore, offuscamento, anche di ipocrisia, ma pochi si sono trovati di fronte a un serial killer, per non parlare di uno che divora carne umana.
Questo onore è toccato a Laars Faaborg-Andersen, l’ambasciatore dell’Unione Europea a Israele, la scorsa settimana quando i coloni ebrei hanno lanciato una campagna mediatica rappresentandolo come Hannibal Lecter, il personaggio terrificante del film Il silenzio degli innocenti.
Un’immagine del diplomatico danese con la  maschera facciale di Lecter avrebbe dovuto suggerire che l’Europa ha bisogno di imbavagliare simile personaggi.
La manifestazione  dei coloni si riferisce, invece,  agli aiuti europei che hanno fornito un rifugio   temporaneo alle famiglie beduine palestinesi dopo che l’esercito israeliano ha demolito le loro case nei territori occupati vicino a Gerusalemme.

L’emergenza abitativa li ha aiutati a rimanere sulla terra ambita da   Israele e dai coloni.
Funzionari europei, indignati dal confronto con Lecter, hanno ricordato a Tel Aviv che, se solo avesse rispettato il diritto internazionale, Israele – non l’Unione europea – si sarebbe fatto carico della responsabilità per il benessere di queste famiglie.
Mentre l’Europa può pensare a se stessa come parte di un occidentale illuminato, utilizzare gli aiuti per difendere i diritti dei palestinesi,  in realtà è meno rassicurante. L’aiuto può  effettivamente peggiorare  la situazione in modo significativo.

Shir Hever, economista israeliano che ha passato anni a studiare l’economia torbida della occupazione, ha recentemente pubblicato un rapporto che rende la lettura scioccante.

Come altri, egli ritiene che gli aiuti internazionali hanno permesso a Israele di evitare di pagare il conto per la sua occupazione che dura da decenni. Ma si va oltre.
La sua sorprendente conclusione –  che può sorprendere i coloni di Israele – è che almeno il 78 per cento degli aiuti umanitari destinati ai palestinesi finisce nelle casse di Israele.


Le somme in gioco sono enormi. I palestinesi sotto occupazione sono tra i più  dipendenti dagli aiuti in tutto il mondo, ricevendo ogni anno più di   2 miliardi di dollari da parte della comunità internazionale. Secondo Hever, i donatori sovvenzionano direttamente un terzo dei costi del occupazione.


Altre forme di sciacallaggio israeliano sono stati identificati in studi precedenti.
Nel 2013 la Banca Mondiale aveva stimato molto cautamente che i palestinesi perdono ogni anno almeno   3,4 miliardi di dollari  in risorse saccheggiate da   Israele.
Inoltre, il rifiuto di Israele di arrivare ad una situazione di  pace con i palestinesi, e di conseguenza col resto della regione, viene usato per giustificare  3 miliardi annuali di dollari in aiuti militari da parte di  Washington.

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Israele usa i territori occupati come laboratori per testare armi e sistemi di sorveglianza sui palestinesi.


Israele usa anche i territori occupati come laboratori per testare armi e sistemi di sorveglianza sui palestinesi – e poi esporta le sue competenze. Le industrie militari e informatiche di Israele sono estremamente redditizie, generando ogni anno molti miliardi di dollari di reddito.
Un sondaggio pubblicato la scorsa settimana ha identificato il piccolo Israele come l’ottavo paese più potente  nel mondo.


Ma mentre questi flussi di reddito sono una riconoscibile, anche se preoccupante, manna  che deriva dall’occupazione di Israele, gli aiuti umanitari occidentali ai palestinesi   sono chiaramente destinati alle vittime, non ai vincitori.


Come fa Israele a farci la cresta così tanto?


Il problema, dice Hever, è il ruolo che israele si è auto-imposto  come mediatore. Per raggiungere i palestinesi, i donatori non hanno altra scelta che passare attraverso Israele. Questo permette a israele di definire ciò che è   aiuto ai “terroristi” e  aiuto da dirottare.

mercato

A Palestinian boy sits amidst used clothes and items at the weekly flea market in the Nusseirat refugee camp, central Gaza Strip, on February 29, 2016. / AFP / MOHAMMED ABED


Il  risultato tangibile per i palestinesi è un mercato vincolato. Essi hanno accesso a pochi beni e servizi che non siano israeliani.


Chi trae profitto da questo?

Un’organizzazione israeliana che monitorizza i vantaggi economici di Israele dall’occupazione, valuta che l’impresa lattiero-casearia Tnuva gode di un monopolio nella West Bank del valore di   60 milioni di dollari all’anno.
Con gli aiuti dirottati, nel frattempo, si dà la possibilità a Israele di controllare tutti i movimenti di persone e merci. Con le restrizioni israeliane significa che si deve pagare per il trasporto e lo stoccaggio, oltre alle tasse per la “sicurezza”.


Altri studi hanno identificato i profitti aggiuntivi che derivano dalla “distruzione degli aiuti”. Quando Israele distrugge progetti di aiuto finanziati da stranieri   i palestinesi perdono – ma Israele beneficia spesso.
Il Cemento-maker Nesher, per esempio, è imposto per controllare l’85 per cento di tutte le costruzioni di israeliani e palestinesi, incluse le forniture per la ricostruzione di Gaza dopo la furia distruttiva e ripetuta di Israele.


Segmenti significativi della società israeliana, a parte quelli nelle industrie di sicurezza, sono in fila per riempire le loro tasche dall’occupazione. Paradossalmente, l’etichetta “Le persone che maggiormente al mondo necessitano di aiuti” – di solito apposto ai palestinesi – potrebbe essere utilizzata meglio per descrivere gli israeliani.


Cosa si può fare? L’esperto di diritto internazionale Richard Falk osserva che Israele sta sfruttando la disattenzione assoluta sugli aiuti: non ci sono requisiti per garantire ai donatori che i  loro soldi raggiungano gli effettivi destinatari.
Ciò che la comunità internazionale ha fatto negli ultimi 20 anni del processo di Oslo – inavvertitamente o meno – è stato offrire incentivi finanziari a Israele per stabilizzare e consolidare il suo dominio sui palestinesi. Si può fare in modo relativamente a costo zero.
Mentre l’Europa e Washington hanno tentato di bacchettare Israele, con un bastoncino diplomatico per rilasciare la sua presa sui territori occupati, allo stesso tempo, essi offrono carote finanziarie succose per incoraggiare Israele a stringere la sua presa.
C’è un piccolo raggio di speranza. La politica degli aiuti occidentali non ha bisogno di essere auto-sabotata. Lo studio di Hever indica che Israele è cresciuto come dipendente dagli aiuti ai palestinese come gli stessi palestinesi.


L’UE, la scorsa settimana,  con una nota ha riferito che Israele e non Bruxelles, dovrebbe occuparsi dei beduini che ha lasciato senza casa. L’Europa dovrebbe prendere a cuore lo stesso consiglio  e iniziare a spostare i veri costi dell’occupazione su Israele.
Questo può accadere abbastanza presto qualunque cosa decida l’Occidente, se – come  anche previsto  da israele accadrà presto – l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas crolla.

 (*) Jonathan Cook ha vinto il premio specialeMartha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono “Israele e la scontro di civiltà: l’Iraq, l’Iran e il Piano di rifare il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Esperimenti di Israele sulla disperazione umana” (Zed Books).
 

Trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.palestinechronicle.com/how-most-aid-to-the-palestinians-ends-up-in-israels-coffers/

Sorgente: Come maggior parte degli aiuti ai palestinesi finisce nelle casse di Israele |

US Needs Israel to Extend Power in Middle East, and Is Willing to Pay Big

US Vice President Joe Biden arrived in Israel on Tuesday, after Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu canceled a visit to the White House scheduled for later in March. Professor Ghada Talhami told Sputnik’s Brian Becker that the relationship between Israel and the US is still defined by Washington lobbyists, and by America’s dominating outlook.

The US has long turned a blind eye to Israeli settlements on occupied Palestinian territories, and during Biden’s previous official visit to Israel, the Netanyahu government announced the construction of additional settlements. According to Talhami, one of the reasons why the US cannot take effective action against Israel, America’s biggest recipient of foreign aid, is the power of the Israeli lobby in Washington, DC.

“The work of the Israeli lobby has been unbelievable in the United States, to the extent that [Arabs in the US] call the United States Congress ‘Israeli occupied territory'” Talhami said. “This is quite a machine; it has been built over the years and…has managed to restrain the chief executive in our government.”

Considering that 2016 is an election year in the US, the Democratic party, represented by Biden and Obama, “cannot afford” an estranged relationship with Israel, Talhami said. This would appear to explain Biden’s visit to the Middle East country.

“Everybody had great hope for [Obama],” the professor stated. “People expected some kind of a different attitude towards at least the Israeli settlements, but he was doing exactly the same thing as his predecessors.”

The power of the Israeli lobby is not the only factor maintaining the strong historic alignment between Israel and the United States, the professor asserted. There is also America’s geostrategic outlook, in which the US needs Israel to extend its power in the Middle East, a resource-rich and geostrategically important part of the world.

That is, in part, why Israel receives $4 billion from the US annually, mostly in military armament. And now America plans to increase its aid by more than $40 billion over the next ten years.

“United States is not such a weak country that it can be led by the nose by the Israel lobby,” Talhami said. “Clearly there are people in the American government…probably the CIA and the military, who still see their interests combined with the interests of Israel, and actually they are happy with the relationship the way it is.”

As for the clashes between Israeli settlers, citizens and Palestinians, the professor blames corporate-owned media outlets for feeding the American public lies, as it continually presents the Palestinians as terrorists.

“There are few Israeli soldiers or civilians, settlers who actually get killed. Most of the people who get killed are Palestinian kids,” she said. “The Palestinians also have a right to defend themselves. [They] have rights under international law, and their rights under international law are they should not be occupied, their land should not be taken from them, they should not be abused at the checkpoints on a daily basis.”

According to the professor, the only hope now is that Obama “has the courage” to take some action in the final months of his presidency, for example, by withholding American economic aid from Israel, which the country spends to enlarge and secure settlements in illegally-seized territories.

thanks to: Sputniknews

Dal 1967, 10 mila donne palestinesi imprigionate da Israele

Addameer. A partire dal 1967, circa 10.000 donne palestinesi sono state arrestate e detenute dalle forze d’occupazione.

Attualmente, sono 60 le donne palestinesi rinchiuse all’interno delle prigioni, tra cui 10 bambine e 3 in detenzione amministrativa. Alcune delle prigioniere sono in stato di gravidanza.

Tra le detenute c’è anche la parlamentare Khalida Jarrar, membro del Consiglio Legislativo Palestinese.

Nel 2015, le forze d’occupazione hanno arrestato 106 tra donne e giovani palestinesi, con un incremento del 70% rispetto alle statistiche del 2013 e del 60% rispetto al 2014.

Durante l’ottobre del 2015, un’ondata di repressione si è abbattuta sui territori occupati palestinesi: a fare da scenario, le ripetute violenze israeliane ed i frequenti incidenti presso la Moschea di Al-Aqsa, oltre al criminale atteggiamento dei coloni nei confronti della popolazione palestinese.

Le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno perpetrato una serie di violazioni di diritti umani contro le donne palestinesi, inclusi arresti arbitrari di massa, incursioni in abitazioni private, torture durante gli interrogatori.

Sorgente: Dal 1967, 10 mila donne palestinesi imprigionate da Israele | InfopalInfopal

‘Israel is a threat to global peace’

Iran says the Israeli regime’s arsenal of nuclear warheads is “a real threat” against regional and international peace and security.

Reza Najafi, the Iranian ambassador to the International Atomic Energy Agency (IAEA), reiterated on Wednesday that the Israeli regime has never allowed IAEA’s inspectors access to its secretive and illegal nuclear facilities, and called “meaningless” the concerns by Tel Aviv about Iran’s peaceful nuclear program.

“Let Israel keep shedding crocodile tears on Iran’s peaceful nuclear program! But be sure that such hue and cry cannot conceal the regime’s nuclear weapons, which are a real threat to the regional and international peace and security,” Najafi made the comments in an official letter to IAEA Director General Yukiya Amano.

Elsewhere in his letter, he criticized Amano for allowing demands for an in-depth report about Iran’s commitment to its nuclear agreement — dubbed the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), saying any such request is “inconsistent” with the text of the United Nations Security Council Resolution 2231.

“A detailed report means inclusion of more confidential information, which is contrary to the principle of confidentiality. The provisions of the Comprehensive Safeguards Agreement and Article 5 of the Additional Protocol for protection of confidential information, and the JCPOA itself, are all very clear in this regard,” he added.

Earlier in the day, chief US IAEA delegate Henry S. Ensher told the agency’s board that “robust and detailed reporting on Iran’s implementation of its commitments” is vital even with the agreement in effect. State Department spokesman John Kirby also backed such sentiments, saying “we want these reports to be as thorough as they need to be, and as detailed as they need to be.”

According to JCPOA, the IAEA has been requested to take every precaution to protect commercial, technological, and industrial secrets of Iran, therefore, “asking for the disclosure of such information under any case, including transparency, is a request for an obvious violation of the JCPOA,” Najafi further said.

Israel is the sole possessor of nuclear weapons in the Middle East with hundreds of undeclared nuclear warheads. It is also refusing to sign the Non-Proliferation Treaty.

Sorgente: PressTV-‘Israel is a threat to global peace’

MITI DI ISRAELE: Un’intervista con Ramzy Baroud – Israeli Myths: An Interview with Ramzy Baroud

FEBRUARY 12, 2016 – di Soud Sharami(*)

muro

I palestinesi stavano meglio sotto il governo laburista che con il Likud?

Per molti anni la maggior parte del mondo occidentale ha compreso Israele in base ad un insieme di miti, dalle prime favole dei sionisti che facevano fiorire il deserto alla Palestina che si supponeva fosse una terra senza un popolo per un popolo senza terra.

Questa mitologia intricata e pubblicizzata si è evoluta negli anni, così come l’hasbara israeliana si è affannata ad elaborare una percezione di realtà che era necessaria per giustificare le sue guerre, la sua occupazione militare, la sua costante violazione dei diritti umani e tutti i crimini di guerra.

La propaganda insistente israeliana ha fatto uno splendido lavoro per preservare l’immagine di Israele in modo internazionale, malgrado la marea sia iniziata alcuni anni fa con la prima grande guerra a Gaza del 2008.

Naturalmente, l’hasbara israeliana non sarebbe sopravvissuta un giorno, se i media occidentali avessero avuto la volontà o l’audacia di presentare senza vergogna la verità sulla situazione in Palestina.

Ho parlato con il dott. Ramzy Baroud, giornalista e scrittore, per spiegare i miti e le realtà dello Stato israeliano: la democrazia liberale con le maggiori divisioni fra la destra e la sinistra.

Ramzy Baroud:  Un aspetto della percezione occidentale di Israele è che lo Stato “ebraico”, che è anche una democrazia, ha sperimentato una battaglia fra ideologi di destra e forze liberali che si sono prodigate per preservare gli ideali democratici israeliani. Sostenendo questo non sense, l’immagine di Israele è stata largamente preservata come una società democratica, dove le forze del bene e del male, democratici e non, destra, sinistra e centro, spesso coesistono, e all’interno di tale coesistenza la democrazia rifiorisce.

Soud Sharabani: Per quello che concerne il trattamento dei palestinesi ci sono state sostanziali differenze tra le colombe di sinistra e i falchi della destra?

Ramzy Baroud. Questi travisamenti sono sempre in contrasto con la realtà. Prendi qualsiasi aspetto della Storia israeliana che molti, persino nell’emisfero occidentale, vedono come immorale ed inumano. Per esempio la pulizia etnica dei palestinesi, il massacro del 1947-’48, il razzismo contro i palestinesi che è rimasto nell’Israele di oggi dopo l’esodo/Nakba, l’occupazione illegale della West Bank e Gaza, l’annessione illegale di Gerusalemme Est, la costruzione di insediamenti illegali, la costruzione del muro dell’apartheid, e più recentemente, le guerre su Gaza che hanno ucciso più di 4.000 persone dal 2008. Se uno oggettivamente guarda al governo che ha governato e continua a governare Israele e che ha diretto questi eventi orribili, abbandonerebbe immediatamente la nozione che le élite che governano sono divise fra falchi e colombe. Il fatto è che il Partito Mapai, a cui si sono unite altre forze, si suppone “progressiste” e unite al Partito Laburista negli anni ’80, è stato responsabile per la maggior parte della sanguinosa pulizia etnica e pratiche illegali che hanno spinto la situazione fino a questo grado di disperazione.

Soud Sharabani. Quando le forze di destra hanno raggiunto il potere in Israele?

Ramzy Baroud. L’ala di destra in Israele non ha raggiunto una supremazia fino agli ultimi anni ’60. Prima Israele era stato governato esclusivamente da governi laburisti. Gli ufficiali dell’attuale governo di destra di Netanyahu sono assolutamente crudeli e non umanitari, e la realtà è che questo comportamento ha le radici nel passato politico. Tutte le idee razziste, richiami alla violenza ed alla pulizia etnica, e agendo contro la pace hanno anche loro radici nelle pratiche del governo laburista del passato e spesso i partiti di centro e di sinistra sono più o meno d’accordo, spesso pubblicamente. In altre parole, mentre l’élite d’Israele può non essere d’accordo su argomenti interni, c’è poco disaccordo sull’occupazione, l’uso di forze militari, gli insediamenti e il sostegno alla superiorità razziale degli ebrei sui non ebrei. Quello che differisce largamente è l’espressione dei loro discorsi politici, non i risultati.

Soud Sharabani. Allora perché nell’Occidente la gente ancora pensa che il Partito laburista sia tutto per la pace?

Ramzy Baroud. Detto ciò, la ragione fondamentale per cui alcuni insistono nel mantenere questo mito – che il Partito Laburista ama la pace – è che alcuni promuovono ancora l’idea che Israele è governato fa forze democratiche, Partiti che amano la pace etc, il che permette ai governi occidentali tempo e spazio per ignorare la situazione critica dei palestinesi. Leaders di destra come Netaniyahu e i suoi razzisti sicari come Moche Yaalon, Silvan Shalon, Aylet Shaked e Naftali Bennet, che urlano sempre dichiarazioni razziste e violente sono un imbarazzo per l’Europa – che è ancora un difensore di Israele – e rendono ancora più difficili per gli Stati Uniti sostenere la farsa del processo di pace. L’Occidente anela per i giorni in cui Israele era governato da leader meno belligeranti, a prescindere dai loro violenti ordini del giorno.

Soud Sharabani. Mi spieghi cosa ha fatto il governo laburista per guadagnarsi il titolo di governo che ama la pace?

Ramzy Baroud. I laburisti non hanno propensione per la pace.

I governi laburisti in Israele, sia quelli che hanno governato negli anni ’40 e ’50, sia quelli sotto la leaderships di Yitzhak Rabin, Ehud Barak e così via, non hanno mai mostrato segni tangibili che la fine dell’occupazione e la garanzia ai palestinesi per una forma di reale sovranità, fosse nelle loro agende. Non credere alla montatura.

A Rabin è stato assegnato il premio nobel per la pace dopo il 1993, anno in cui sono stati firmati gli accordi di Oslo, nonostante il fatto che Oslo non ha dato ai palestinesi  sovranità o addirittura auto-determinazione. Invece ha tagliato la West Bank in varie zone controllate dall’esercito israeliano; e ha truffato alcune élite palestinesi con falsi titoli, VIP cards e denaro per stare al gioco. Rabin è stato ucciso da un fanatico di destra perché, per quello che riguardava gli ultranazionalisti religiosi, anche la “concessione” di una bandiera palestinese e l’inno nazionale, tra le altre “conquiste” simboliche offerte ai palestinesi da Oslo, erano ancora considerate un tabù.

 

Soud Sharabani. Raccontaci della costituzione delle colonie nella West Bank e Gaza: sono state la creazione del Governo di destra o dei Laburisti?

Ramzy Baroud. A causa della formazione dei governi di destra, noi pensiamo sempre che i partiti religiosi siano interamente opera del likud. Il fatto è che è stato il Partito Laburista ha dare prevalenza al campo religioso. Subito dopo la guerra del 1967, i laburisti hanno scatenato la costruzione di colonie nella West Bank e a Gaza. Le prime colonie avevano fini strategicamente militari, l’intento era quello di creare abbastanza colonie israeliane e presenza sul terreno per alterare la natura di futuri processi di pace. Tutto ciò accadde con il “piano Allon”, che ha preso il nome di Yigal Allon, un generale e ministro nel governo israeliano che si prese il compito di tracciare una visione israeliana per i nuovi territori occupati palestinesi. Questo piano voleva annettere più del 30% della West Bank e tutta Gaza per scopi di sicurezza. Stipulava l’istituzione di un “corridoio di sicurezza” lungo il fiume Giordano, fuori dalla “linea verde”, una demarcazione unilaterale dei suoi confini con la West Bank. Il piano pensava all’incorporazione di tutta la Striscia di Gaza in Israele, e voleva restituire parti della West Bank alla Giordania, come primo passo per incrementare “l’opzione Giordana” per i rifugiati palestinesi. In effetti, questo non è stato altro che una pulizia etnica insieme alla creazione di una “terra patria alternativa” per i palestinesi. Evidentemente il piano fallì, ma non interamente. I nazionalisti palestinesi assicurarono che non sarebbe stata realizzata nessuna “madre patria alternativa”, ma il sequestro, la pulizia etnica e l’annessione di terra occupata fu un successo.

Soud Sharabani. Quindi il governo laburista non ha mai avuto intenzione di restituire  i territori occupati?

Ramzy Baroud. Quello che era importante e consequenziale, è che il piano Allon ha fornito un segnale inequivocabile che il governo laburista di Israele aveva ogni intenzione di avere il potere, soprattutto in grandi parti della West Bank e tutta Gaza, e che non aveva nessuna intenzione di rispettare la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Per sfruttare al meglio le “allettanti” politiche di insediamento del governo in West Bank, un gruppo di religiosi ebrei affittò in Hebron, città della Palestina, un hotel per passare la Pasqua alla Grotta dei Patriarchi e semplicemente si rifiutò di lasciare, scatenando la passione biblica di religiosi israeliani ortodossi in tutto il paese, riferendosi alla West Bank con i  nomi biblici, Giudea e Samaria. Ciò fece infuriare i palestinesi, che videro in totale disperazione la loro Terra conquistata, rinominata e poi abitata da estranei. Nel 1970, per “pubblicizzare” la situazione, il governo israeliano costruì l’insediamento di Kiryat Arba alla periferia della città araba, che fece arrivare ancor più ebrei ortodossi a Hebron.

Il piano Allon era stato inteso per motivi strategici e politici, ma subito dopo ciò che era strategico si mescolò con ciò che divenne religioso e spirituale.

Indipendentemente da ciò, in ultima analisi, i palestinesi stavano perdendo la loro terra ad una velocità rapida, per un processo che avrebbe portato a grandi trasferimenti di popolazione israeliana, inizialmente a Gerusalemme est – che era in sé illegalmente annessa poco dopo la guerra del 1967 – e, infine, nel  resto dei territori occupati.

Negli anni la strategica crescita delle colonie fu completata da espansione motivata religiosamente, sostenuta da un forte movimento, e aiutata a raggiungere i suoi obiettivi da Gush Emunim (movimento politico messianico sionista israeliano) nel 1974. Il movimento aveva la missione di colonizzare la West Bank con gruppi di fondamentalisti.

(*)Souad Sharabani per 30 anni è stato un giornalista radiofonico indipendente con sede a Toronto in Canada. Ha lavorato per la CBC e BBC, così come per PEN INTERNATIONAL.

trad: Invictapalestina – Maria Tarsia e G.Pasi

Fonte: http://www.counterpunch.org/2016/02/12/israeli-myths-an-interview-with-ramzy-baroud/


Israeli Myths: An Interview with Ramzy Baroud

Were the Palestinians better off under Labor government than under Likud?

For many years, much of the Western world understood Israel based on a cluster of myths, from the early fables of the Zionists making the desert bloom, to Palestine supposedly being a land without people for a people without land. That intricately constructed and propagated mythology evolved over time, as Israeli hasbara labored to provide a perception of reality that was needed to justify its wars, its military occupation, its constant violations of human rights and its many war crimes. Persistent Israeli propaganda did a splendid job of preserving the image of Israel internationally, although the tide began turning a few years ago starting with the first major war on Gaza in 2008. Of course, the Israeli hasbara would not have survived a day if Western mainstream media had the willingness or the audacity to unabashedly present the truth about the situation in Palestine.

I talked to Dr. Ramzy Baroud a writer and a journalist to explain the myths and realities of Israeli State: the liberal democracy with major divisions between the Right and the Left.

Ramzy Baroud: One aspect of the Western perception of Israel is that the ‘Jewish-state’, which is also a ‘democracy’, has been experiencing a battle between rightwing ideologues, and liberal forces that have labored to preserve Israel’s democratic ideals. By advocating such nonsense, Israel’s image was largely preserved as that of a democratic society, where forces of good and evil, democratic and otherwise, right, left and center, often co-exist, and within that co-existence, democracy blossoms.

Souad Sharabani: As far as the treatment of Palestinians is concern have there been substantial differences between the Left/the Doves and the Right/ the Hawkes?

Ramzy Baroud: Such misrepresentations are always grossly at odds with the reality. Take any aspect of Israeli history that many even in the western hemisphere now see as immoral and inhumane – for example, the ethnic cleansing of the Palestinians, the massacres of 1947-48, the racism against Palestinians who remained in today’s Israel after the exodus/Nakba, the illegal occupation of the West Bank, and Gaza, the illegal annexation of East Jerusalem, the construction of the illegal settlements, the building of the Apartheid Wall, and, more recently, the wars on Gaza which killed over 4,000 people since 2008. If one objectively looks into which governments ruled and continue to rule Israel, and which have directed these horrific events, one would immediately abandon the notion that the Israeli ruling elites are divided between doves and hawks. The fact is it was the Mapai Party, which was later joined by other supposedly ‘progressive’ forces and joined the Labor Party in the 1960s, that has been responsible for most of the bloodletting, ethnic cleaning and illegal practices that have pushed the situation to this degree of desperation.

Souad Sharabani: When did the rightwing parties gain power in Israel?

Ramzy Baroud: The rightwing in Israel did not achieve prominence until the late 1970s. Prior to that Israel was ruled exclusively by Labor governments. Benjamin Netanyahu’s current rightwing government officials are by no means short of exacting utter cruelty in inhumaneness, and the reality is that this behavior is rooted in a political past. All of their racist ideas, militant outlooks, calls for violence and ethnic cleansing, and anti-peace agendas are either rooted in Labor government practices in the past, or are more or less agreed upon, often publically, by the current center and left parties. In other words, while Israeli elites may disagree on internal matters, there is hardly much disagreement on the occupation, the use of military force, the illegal settlements and the overall advocacy for racial superiority of Jews over non-Jews. What largely differs is the expression of their political discourses, never the outcomes.

Souad Sharabani: So why in the west people still believe the Labor Party was all about Peace?

Ramzy Baroud: That said, the fundamental reason why some insist on maintaining that myth – of the peace-loving Labor Party – is that some are still frenziedly promoting the idea that Israel is still governed by democratic forces, peace-loving parties and so on, which allows Western governments time and space to ignore the plight of the Palestinians. Rightwing leaders like Netanyahu and his utterly racist goons like Moshe Yaalon, Silvan Shalon, Ayelet Shaked and Naftali Bennet, who are constantly mouthing off racist and violent statements are an utter embarrassment to Europe – still a major supporter of Israel – and they make it very difficult for the United States to even sustain the charade of its peace process. The West longs for the days when Israel was governed by less belligerent sounding leaders, regardless of their violent agendas.

Souad Sharabani: Please explain to me what has Labor done to deserve the title Peace Loving Government?

Ramzy Baroud: Labor has no traction for Peace.

Labor governments in Israel, whether those that existed in the late 40s and 50s, or those that ruled under the leaderships of Yitzhak Rabin, Ehud Barak and so on, never truly showed any genuine sign that ending the occupation and granting Palestinians a form of real sovereignty was ever on their agendas. Don’t believe the hype. Rabin was given a Nobel Peace Prize after the 1993 signing of the Oslo accords despite the fact that Oslo did not give Palestinians sovereignty or even self-determination. Instead, it sliced up the West Bank into various zones, ultimately controlled by the Israeli army; and bribed some within the Palestinian elites with fake titles, VIP cards and mounds of money to play along. Rabin was killed by a rightwing zealot because as far as the religious and ultra nationalist camps in Israel were concerned, even such ‘concessions’ as a Palestinian flag and a national anthem, among other symbolic ‘achievements’ offered to the Palestinians by Oslo, were still considered a taboo.

Souad Sharabani: Tell us about the construction of Settlements in The West Bank and Gaza; were they the creation of the Right Wing Government or of Labor?

Ramzy Baroud: Due to most formations of rightwing governments, we always assume that the religious parties are entirely the work of the Likud. The fact is it was the Labor that gave the religious camp its prominence. Soon after the 1967 war, the Labor-led Israeli government unleashed settlement construction throughout the West Bank and Gaza. The early settlements had strategic military purposes, for the intent was to create enough Israeli settlements and presence on the ground to alter the nature of any future peace processes. Thus came into effect the Allon plan, named after Yigal Allon, a former general and minister in the Israeli government who took on the task of plotting an Israeli vision for the newly conquered Palestinian territories.

This plan sought to annex more than 30 percent of the West Bank and all of Gaza for security purposes. It stipulated the establishment of a “security corridor” along the Jordan River, as well as outside the “Green Line”, a one-sided Israeli demarcation of its borders with the West Bank. The plan envisioned the incorporation of all of the Gaza Strip into Israel, and was meant to return parts of the West Bank to Jordan as a first step toward implementing the “Jordanian option” for Palestinian refugees. In effect, this was nothing but ethnic cleansing coupled with the creation of an ‘alternative homeland’ for Palestinians. Evidently, the plan failed, but not in its entirety. Palestinian nationalists ensured that no alternative homeland was ever to be realized, but the seizure, ethnic cleansing and annexation of occupied land was a resounding success.

Souad Sharabani: So returning the newly occupied territories was never the intention of the Labor government?

Ramzy Baroud: What was important and consequential, is that the Allon plan provided an unmistakable signal that the Labor government of Israel had every intention of retaining power, particularly in large parts of the West Bank and all of Gaza, and it further had no intention of honoring United Nations Security Council Resolution 242.

To capitalize on the government’s ‘alluring’ settlement policies in the West Bank, a group of religious Jews rented a hotel in the Palestinian town of Hebron to spend Passover at the Cave of the Patriarchs, and simply refused to leave, sparking the Biblical passion of religious orthodox Israelis across the country, who referred to the West Bank by its Biblical names, Judea and Samaria. Their move ignited the ire of Palestinians, who watched in complete dismay as their land was conquered, renamed and later settled on by outsiders. In 1970, to ‘diffuse’ the situation, the Israeli government constructed the Kiryat Arba settlement at the outskirts of the Arab city, which invited even more orthodox Jews to Hebron.

Allon’s plan may have been intended for strategic purposes, but soon after, what was strategic and political intermingled with what became religious and spiritual. Regardless, in the final analysis, Palestinians were losing their land at a rapid speed, a process that would eventually lead to major Israeli population transfers, initially to occupied East Jerusalem – which was itself illegally annexed shortly after the 1967 war – and eventually to the rest of the occupied territories. Over the years, the strategic settlement growth was complemented by the religiously motivated expansion, championed by a vibrant movement, and exemplified in the finding of Gush Emunim (Bloc of the Faithful) in 1974. The movement was on a mission to settle the West Bank with legions of fundamentalists.

Soud Sharabani for 30 years has been a freelance radio journalist based in Toronto Canada. She has worked for the CBC and BBC, as well as for PEN INTERNATIONAL.

thanks to: Invicta Palestina

counterpunch

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

 

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

 

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

 

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

 

Italia e Israele, soci e alleati

 

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

 

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

 

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il sistema integrato d’addestramento dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”.

 

Grazie al caccia-addestratore italiano, gli allievi pilota israeliani possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti sui più importanti cacciabombardieri internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari giungeranno in Israele entro la fine del 2016 (Tel Aviv ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per l’acquisizione di 20 F-35 per un valore di 2,75 miliardi di dollari, con un’opzione per altri 55 velivoli). I “Lavi”, però, non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo M346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

 

Il giro d’affari della commessa dei caccia si attesta intorno al miliardo di dollari. L’accordo ha previsto che l’assemblaggio dei “Master” sia svolto nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (Varese); l’azienda italiana cura inoltre parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato da Elbit Systems e IAI – Israel Aircraft Industries nella base aerea di Hatzerim, a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. Esistono però altre vantaggiose contropartite per le industrie israeliane: Elbit Systems, ad esempio, ha sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. Elbit ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti con un’altissima risoluzione d’immagine per le ricognizioni aeree sia nelle missioni diurne che notturne.

 

I primi addestratori M-346 sono stati consegnati nel luglio 2014, nei giorni in cui le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” a Gaza. Il 23 giugno 2015 si è invece tenuta ad Hatzerim la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo. “Grazie ai caccia avanzati M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato a The Jerusalem Post il maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”. Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’“intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv” o gli “attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”.

 

Contemporaneamente alla commessa dei caccia di Alenia Aermacchi, le forze armate italiane hanno formalizzato la decisione di acquistare due velivoli di pronto allarme (Early warning and control – AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti da IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Es (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard NATO. L’Italia si è pure impegnata ad acquisire un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, prodotto anch’esso da IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani è Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla francese Thales, a cui è stata affidata la costruzione del segmento terrestre, il lancio da una base israeliana e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare entro la fine del 2016. Dopo il completamento dei test da parte del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio, il nuovo apparato sarà pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

 

Intanto le aziende italo-israeliane puntano a rafforzare la partnership per guadagnare nuove porzioni dei mercati d’armi internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Alla joint venture è stata assegnata la manutenzione e il supporto dei radar “Gabbiano T20” di Selex, destinati ai velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e probabilmente anche ai nuovi velivoli senza pilota acquistati dai militari brasiliani. La partnership tra Selex e AEL potrebbe allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

 

La trentesima stella della NATO 

 

Quanto le forze armate statunitensi e di alcuni dei principali paesi NATO siano interessate alla produzione di armi e tecnologie militari israeliane è provato da quanto accaduto qualche mese fa a Tel Aviv. Dal 19 al 21 maggio 2015, si è tenuta infatti una convention a porte chiuse tra i capi delle forze aeree di otto paesi NATO (Canada, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Stati Uniti d’America) e i manager delle maggiori imprese militari israeliane. “Si tratta del primo incontro a questi livelli ma speriamo che da ora in poi se ne possa tenere almeno uno all’anno per poter interscambiare le nostre esperienze con i colleghi della NATO e poter affrontare insieme le sfide a cui siamo chiamati”, ha dichiarato il Comandante dell’Aeronautica militare israeliana gen. Shachar Shohat, a conclusione del meeting. Secondo una nota del ministero della difesa, il gen. Shohat ha presentato ai generali NATO le attività di difesa aerea espletate in occasione dei bombardamenti a Gaza nell’estate 2014, “quando i sistemi Patriot israeliani abbatterono due velivoli senza pilota e le batterie anti-missili Iron Dome riuscirono a intercettare quasi il 90% dei bersagli”. Sempre secondo le autorità militari israeliane “la conferenza ha previsto inoltre una visita alle imprese statali (Israel Aerospace Industries, Rafael e Israel Military Industries) che stanno sviluppando un ampio spettro di tecnologie di pronto allarme, intelligence, difesa attiva e guerra anti-UAV e anti-missile”.

 

Israele è uno dei membri del cosiddetto “Dialogo mediterraneo” della NATO sin da quando fu istituito nel dicembre 1994 dai ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica. Con Israele fanno parte del “Dialogo mediterraneo” altri sei paesi africani e mediorientali: Algeria, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia. “Il Dialogo mediterraneo è un forum multilaterale dove le nazioni partner della regione possono discutere sulle questioni della sicurezza comune con gli alleati dell’Europa e del Nord America”, spiega la NATO. “Il Dialogo riflette il punto di vista dell’Alleanza secondo cui la sicurezza in Europa è strettamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Prioritariamente il Dialogo mediterraneo punta a conseguire una migliore conoscenza reciproca”. A coordinare i programmi di cooperazione con i paesi partner di Africa e Medio oriente è stato chiamato l’Allied Joint Force Command (JFC) di Napoli, il Comando congiunto delle forze alleate di stanza nella nuova installazione NATO di Lago Patria. Nel JFC di Napoli vengono ospitate le conferenze annuali del Dialogo mediterraneo, l’ultima delle quali si è tenuta lo scorso 2 dicembre.

 

Le relazioni tra Israele e l’Alleanza Atlantica si sono intensificate negli ultimi quindici anni principalmente nella conduzione della lotta al terrorismo, della pianificazione degli interventi in caso di crisi ed emergenze, del controllo dei confini, della ricerca e soccorso e dell’assistenza umanitariaNel novembre 2004 fu firmato a Bruxelles un importante protocollo con cui si autorizzò la realizzazione di esercitazioni militari tra le forze armate israeliane e la NATO. Un accordo complementare fu firmato nel marzo del 2005 dall’allora Segretario Generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e dal Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tre mesi più tardi, alcune unità della marina israeliana furono impegnate per la prima volta in un’esercitazione NATO in cui fu “simulato” un attacco ai sottomarini a largo del Golfo di Taranto. Nel luglio 2005 fu invece l’esercito israeliano a fare il suo debutto in un’esercitazione terrestre NATO in Ucraina a cui parteciparono 22 paesi dell’Alleanza ed extra-NATO.

 

Nel marzo 2006 si realizzò il primo dispiegamento in Israele dei grandi aerei radar “Awacs” in dotazione alla forza di pronto allarme della NATO, mentre fu autorizzato il trasferimento in pianta stabile di un ufficiale di collegamento israeliano presso il JFC di Napoli. Nel giugno 2006, otto unità israeliane di stanza nel porto di Haifa furono trasferite nel Mar Nero per un’esercitazione navale che l’Alleanza Atlantica tenne congiuntamente ai paesi del Dialogo mediterraneo. Nell’aprile 2007 sei unità della forza navale NATO furono inviate ad Eilat per partecipare ad un’esercitazione insieme al distaccamento speciale della Marina israeliana nel Mar Rosso. Dopo un rischiaramento nella base aerea statunitense di Nellis, Nevada, dal giugno al luglio 2008 alcuni cacciabombardieri israeliani parteciparono per la prima volta all’esercitazione “Red Flight”, insieme ai velivoli da guerra provenienti da Australia, Giappone, India, Nuova Zelanda e Singapore.

 

L’Alleanza Atlantica e Israele sottoscrissero un Programma di Cooperazione Individuale che fu ratificato dai ministri della difesa NATO il 2 dicembre 2008, tre settimane prima del sanguinoso attacco israeliano a Gaza. Il testo dell’accordo descriveva i principali settori in cui “NATO e Israele coopereranno pienamente”: il controterrorismo; lo scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; la connessione di Israele al sistema elettronico NATO; l’acquisizione degli armamenti; l’aumento delle esercitazioni militari.

 

Nel novembre 2009, durante la visita in Israele dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, al tempo presidente del Comitato militare alleato (e poi ministro della difesa italiano), fu stabilito che un’unità missilistica israeliana partecipasse a pieno titolo all’operazione navale NATO Active Endeavor, di “protezione del Mediterraneo contro le attività terroristiche”. Il 24 aprile 2010 Israele firmò a Bruxelles un security agreement che stabilì la cornice per lo scambio con la NATO dei dati d’intelligence e la “protezione congiunta” delle comunicazioni riservate. Il 7 marzo 2013, il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ricevette a Bruxelles il presidente israeliano Shimon Peres per rafforzare la cooperazione militare nel campo della “lotta al terrorismo”, delle “operazioni coperte” e della “guerra non convenzionale”. In quell’occasione fu sottoscritto pure un accordo di mutua cooperazione, il cui contenuto è ancora top secret, in vista dei nuovi piani di dispiegamento operativo e logistico delle forze armate statunitensi e NATO in Medio Oriente. “Israele è un importante alleato della NATO nel Dialogo Mediterraneo”, dichiarò Anders Fogh Rasmussen a conclusione del vertice con Shimon Peres. “Israele è uno dei nostri associati più antichi. Affrontiamo le stesse sfide nel Mediterraneo orientale e le stesse minacce alla sicurezza del XXI secolo, così abbiamo tutte le ragioni per rendere ancora più profonda e durevole la nostra associazione anche con gli altri paesi del Dialogo Mediterraneo”. Il 9 febbraio 2014, lo stesso Rasmussen si recò in visita ufficiale in Israele per incontrare le autorità governative e militari.

 

Il 17 novembre 2014 a La Hulpe, Belgio, si tenne una conferenza su La cooperazione NATO-Israele, a cui parteciparono i rappresentanti politici e militari dell’Alleanza Atlantica. Nel suo intervento, il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow auspicò un “maggiore coinvolgimento delle forze armate israeliane nelle attività addestrative, nei programmi di formazione alleati e nelle operazioni di peacekeeping e di gestione delle crisi internazionali incluse quelle a guida NATO”. Nuove consultazioni con le autorità militari israeliane per intensificare la cooperazione “alla luce degli odierni sviluppi nel Mediterraneo e in Medio Oriente” si sono tenute a Tel Aviv il 12 e 13 ottobre 2015 in occasione della visita ufficiale del vice segretario generale NATO per le politiche di sicurezza, l’ambasciatore Thrasyvoulos Terry Stamatopoulos.

 

L’ultima tappa della diabolica partnership Israele-NATO risale al 7 dicembre scorso, quando due unità da guerra assegnate allo Standing NATO Maritime Group TWO (SNMG2), uno dei due gruppi navali di pronto intervento dell’Alleanza, giungevano nel porto di Haifa provenienti da una missione “anti-pirateria” nell’Oceano Indiano. Prima di lasciare le acque israeliane, le navi da guerra NATO hanno partecipato con alcune unità della Marina israeliana all’esercitazione Passex, finalizzata – come riferito dal governo – a “rafforzare l’interoperabilità in campo navale tra la NATO e Israele”.

 

 
Relazione alla Conferenza Nazionale Palestina e dintorni, organizzata dal Fronte Palestina, Roma, 23 gennaio 2016.

Giornata della Memoria – La verità dietro i cancelli di Auschwitz

David Cole è uno storico revisionista ebreo, e in quanto tale più difficilmente attaccabile dalla critica e agevolato nello studiare l’olocausto senza il timore di essere bollato come antisemita.

 

 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber

HolocaustCartoon.jpg

(La vignetta tradotta:

1° commento: “Non penso siano ebrei”

2° commento: noi DOBBIAMO arrivare a 6.000.000, in OGNI caso)

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Dachau_gas-chamber-never-used-mai-usata.jpgAd esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco.

(nella foto la targa UFFICIALE posta dentro la ex “camera a gas” di Dachau)

Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec.

Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”.

Auschwitz_plaque_4mil.jpgA Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)(Sulla tale “confessione” si legga QUI l’analisi di Carlo Mattogno)

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore. (5)

Boris Polevoi- Russian Jewish writer Boris Polevoi-1945-elettroesecuzione-articolo-pravda.jpg(In foto, Boris Polevoi ,giornalista propagandista ebreobolscevico della Pravda che,il 2 Febbraio 1945 ,5 giorni dopo l’occupazione russa dell’ abbandonato lager di Auschwitz, inventò, in un articolo l’elettro esecuzione nel KL di Auschwitz, evidentemente DOPO aver ascoltato i SOPRAVVISSUTI lì rimasti, che EVIDENTEMENTE non sapevano di CAMERE a GAS e della carneficina di “4.000.000” di ebrei appena conclusasi ! )

Qui sotto quello che dovrebbe essere stato il sistema di sterminio nella fantasia giudeobolscevica

 auschwitz-elettroesecuzione-maggio-1945-pravda-pavlov-ebreo.jpg

 Il 2 febbraio1945 la Pravda pubblicò un articolo del suo corrispondente Boris Poljevoi intitolato «Il complesso della morte ad Auschwitz», nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue:

«Essi [i Tedeschi] spianarono la collina delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale, fecero saltare e distrussero le tracce del nastro trasportatore elettrico (eljektrokonvjeijera) dove erano stati uccisi centinaia di detenuti alla volta con la corrente elettrica (eljektriceskim tokom); i cadaveri venivano messi su un nastro trasportatore che si muoveva lentamente e scorreva fino a un forno a pozzo (sciachtnuju pje­), dove i cadaveri bruciavano completamente»(consulta la fonte coi riferimenti, cliccando QUI)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.

Testimonianze inattendibili

vrba_wetzler1.jpgGli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili.

Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) (Cliccando QUI si leggerà di 2 falsari olocaustici,ebrei,per eccellenza,foto sopra!)

Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto:

Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibiliNon è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)

Documenti tedeschi confiscati

Haavara_in_inglese.jpg(A sin un documento originale INCONTESTABILE: il PATTO di COLLABORAZIONE tra ebrei sionisti tedeschi e III° Reich sulla EMIGRAZIONE ebraica dalla Germania,firmato il 25 Agosto 1933!)

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva… La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.

Hitler e la “soluzione finale”

[Sul “problema” (per gli olosterminazionisti in S.P.E.) dell’ORDINE (mancante!) di sterminio di Adof Hitler, si legga il CAPITOLO V dello studio “Hilberg e le conoscenze della storiografia olocausticasul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici” di Carlo Mattogno, cliccando QUI]

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario.

Schlegelberger document marzo-aprile1942.JPGUn documento (foto, German Federal Archives (BA) file R.22/52) confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra:

Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto… Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)

Le SS di Himmler e i campi

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(Nella foto alcuni internati del lager di Campo di concentramento di Mittelbau-Dora ,addetti alla produzione di componenti per missili V2, CliccandoQUI maggiori informazioni su tale attività)

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che

“i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi.

Veniva inoltre ordinato:

I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo… I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili.

Infine, la direttiva sottolineava che il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo. (13)

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.

“Olocaustomania” a senso unico

holokauszt.holocash.jpgBenché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

holocaustianità-auschwitziana-delirio-pazzia-demenza-paranoia-ebraica-ebrei-juden-jews.jpgPer molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Elie Wiesel Holocaust -hoaxer.jpgIl noto scrittore ebreo Elie Wiesel (nel fotomontaggio) è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time:

Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virileper ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco. (18)

(Su tale wiesel elie ,sulle sue  storie si sedicente sopravvissuto, la demolizione sistematica di un VERO ex internato ,nello studio dedicato di Carlo Mattogno,cliccare QUI)

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato:

arbeit-macht-frei-palestinian-holocaust.jpgPer ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

(nella foto un esempio della scellerata e genocida attività criminale dell’entità sionista di Palestina che si VUOLE e DEVE  giustificare e coprire)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che

“invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge:

“Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche… L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”.

germany-pays.gifFinkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale

allo scopo di estorcere miliardi di dollari (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.

Conclusione

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.(“REATO” che si vuole perseguire anche in Italia ,cliccare QUI,da parte di tale pacifici riccardo,ebreo di Roma)(nella foto : pacifici riccardo)

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto.

Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 Note

1. Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: ‘No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, “Auschwitz Revisionism,” The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson, “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap”, in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, “Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler’s War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342…)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive ‘Six Million’” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1.

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber, The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

 N.B.Colore,foto,evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale
http://olo-truffa.myblog.it/adolf-hitler/

Il ventesimo anniversario del rapporto Leuchter

INTERVISTA CON FRED LEUCHTER

Di Richard A. Widmann

Forse il più importante di tutti gli studi revisionisti, Il Rapporto Leuchter: Un rapporto tecnico sulle presunte camere a gas di esecuzione di Auschwitz, Birkenau e Majdanek, in Polonia, celebra quest’anno il ventesimo anniversario della sua pubblicazione. Sebbene la maggior parte dei revisionisti conoscano bene la gestazione di questo lavoro pionieristico, è bene fare un breve riassunto.

Nel 1988 Ernst Zündel si trovò sotto processo per aver violato in Canada una legge contro la diffusione di “false notizie”. Il “crimine” di Zündel era quello di aver pubblicato un opuscolo che contestava la versione ortodossa dell’Olocausto, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?], di Richard Harwood. In seguito alla raccomandazione del professor Robert Faurisson, il team di legali di Zündel cercò un esperto delle camere a gas che potesse fornire una valutazione sulle presunte camere a gas in Polonia e riferire sulla loro capacità omicida.

Bill Armontrout, il direttore del penitenziario di stato del Missouri disse che Fred Leuchter era il solo esperto degli Stati Uniti nella progettazione, nel funzionamento e nella manutenzione delle camere a gas. Dal 1979 al 1988, Leuchter lavorò con la maggior parte degli stati americani che effettuavano esecuzioni capitali. Si specializzò nella progettazione e nella fabbricazione di attrezzature di esecuzione, inclusi sistemi di elettrocuzione, di iniezione di sostanze letali, di impiccagione, e di attrezzature per camere a gas. Leuchter era la scelta giusta: era infatti il solo esperto di camere a gas negli Stati Uniti, e credeva nel genocidio nazista degli ebrei.

A Leuchter venne chiesto dal team di Zündel di andare in Polonia e di intraprendere un’ispezione e un’analisi forense delle presunte camere a gas. Il 25 Febbraio del 1988, Leuchter si recò in Polonia per esaminare le presunte camere a gas di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Leuchter esaminò gli edifici descritti nella letteratura specializzata come camere a gas omicide. Condusse anche un’ispezione forense, per la quale vennero presi dei campioni di mattoni e di malta, che vennero portati negli Stati Uniti per essere sottoposti ad analisi chimica.

Il risultato delle scoperte di Leuchter venne sottoposto al Tribunale canadese. Leuchter scrisse nel suo rapporto che “il sottoscritto non ha trovato prove che nessuna delle strutture normalmente ritenute camere a gas omicide siano mai state utilizzate come tali e, inoltre, ritiene che a causa della progettazione e della costruzione di tali strutture, queste non possano essere state utilizzate come camere a gas omicide”.

Il giudice, Ron Thomas, decise che Leuchter era qualificato come esperto nella progettazione, costruzione, manutenzione e funzionamento della camere a gas. A Leuchter venne permesso di fornire il suo parere sul funzionamento e l’idoneità delle dette strutture ad operare come camere a gas omicide. Il suo Rapporto, però, non venne ammesso come prova. Sebbene il Rapporto non venne accettato dalla Corte, ebbe però un effetto sbalorditivo. A causa delle sue scoperte molte persone diventarono scettiche della versione comunemente accettata dell’Olocausto.

Forse l’impatto più importante del lavoro di Leuchter fu quello che ebbe sullo storico inglese David Irving. Poco dopo aver visto il Rapporto per la prima volta, Irving scrisse: “Mi sono state mostrate queste prove per la prima volta quando sono stato chiamato come perito al processo Zündel a Toronto nell’Aprile del 1988, i rapporti di laboratorio erano sconvolgenti”. Prosegue Irving: “Nessuna traccia significativa [di composti di cianuro] venne trovata negli edifici…definiti come le famigerate camere a gas del campo. Né, come l’autore spaventosamente ferrato del rapporto mette in chiaro, la progettazione e la costruzione di questi edifici rendevano fattibile il loro utilizzo come camere a gas omicide” (Leuchter Report: Focal Point Edition p.6).

Nonostante sia stato universalmente riconosciuto quale esperto nel campo delle attrezzature di esecuzione, Leuchter ora si ritrova sotto attacco per la sua testimonianza. Si può dire che è stata la forza del Rapporto Leuchter, l’analisi scientifica irrefutabile e la credibilità del suo autore a spingere coloro che difendono la versione ortodossa dell’Olocausto ad attaccarlo nel modo maligno con cui hanno agito. Vennero fatte minacce ai funzionari delle carceri che avevano scelto di lavorare con Leuchter. Venne calunniato sui giornali e in televisione. Vennero utilizzati cavilli legali per impedirgli di lavorare. Contro di lui venne impiegata anche la repressione giudiziaria.

Non c’è dubbio che Fred Leuchter ha pagato un prezzo estremamente alto per difendere la libertà di Ernst Zündel. Fred, tuttavia, è uno di quei rari soggetti che capiscono che quando è in pericolo la libertà di una persona, è in pericolo la libertà di tutti. Fred conosce anche l’importanza della verità storica. Il suo Rapporto non era motivato dall’interesse personale. Non era ispirato dall’inimicizia contro qualcuno e non era il frutto di un’agenda nascosta, nonostante quello che i suoi detrattori vorrebbero far credere. Allora, come adesso, Fred Leuchter è un vero personaggio. Germar Rudolf l’ha definito “un pioniere”. Io direi che è un eroe.

Il 30 Giugno di quest’anno, Fred Leuchter mi ha permesso di fargli la seguente intervista:

Widmann: Signor Leuchter, il suo lavoro, il “Rapporto Leuchter” ha vent’anni. In esso lei ha espresso la sua opinione di tecnico, basata su anni di esperienza come tecnico in attrezzature di esecuzione, che “le presunte camere a gas nei siti ispezionati non potevano essere, allora come adesso, utilizzate come camere a gas di esecuzione”. Lei è ancora di quest’opinione e, in caso affermativo, perché?

Leuchter: Quella era e rimane la mia opinione di tecnico. Il tempo ha solo cementato quell’opinione. Il laboratorio della Polizia di Stato polacca, Germar Rudolf, Walter Lüftl, e molti altri hanno proseguito le mie indagini e hanno confermato le mie scoperte. Se qualcuno contestava all’epoca le mie risultanze e la mia opinione, ora non può. Io certamente non lo faccio. Non presi le mie indagini alla leggera. Ho fatto lo stesso lavoro diverse altre volte negli Stati Uniti relativamente ad attrezzature di esecuzione difettose e a condanne a morte eseguite malamente. Prendo il mio lavoro e la mia reputazione molto seriamente. Le presunte camere a gas non furono né allora né mai della camere a gas di esecuzione.

Widmann: Lei ha pagato un prezzo molto alto per il suo coinvolgimento nel revisionismo dell’Olocausto. Se lei potesse rifare tutto daccapo, rifarebbe adesso quel suo viaggio, diventato famoso, nei campi di concentramento in Polonia?

Leuchter: Non mi piace quello che mi è accaduto! Non potrei in buona coscienza prendere le distanze da Zündel, non lo,potevo allora e neppure adesso. Aveva diritto alla migliore difesa possibile e quella difesa era imperniata su di me. Inoltre, credo che chiunque abbia diritto alla libertà di parola e di pensiero. Sì, lo farei di nuovo.

Widmann: Si tiene al corrente degli studi e delle opinioni dei revisionisti? In particolare, ha letto il rapporto di Germar Rudolf, che sostanzialmente conferma la maggior parte delle conclusioni del suo rapporto? In tal caso, qual è la sua opinione del lavoro di Rudolf?

Leuchter: Sì, mi tengo al corrente. E sì, ho letto il suo rapporto. Credo che il rapporto di Germar sia un lavoro eccellente. Germar è un chimico e come tale il suo approccio alla questione è differente dal mio. Quello che ci differenzia è secondario e deriva da questioni disciplinari. Sono onorato che Germar Rudolf sia d’accordo con il mio lavoro e che lo abbia confermato!

Widmann: Qual è la sua opinione sulla legislazione anti-revisionista di gran parte dell’Europa, che ha messo fuori legge i punti di vista alternativi sull’Olocausto?

Leuchter: Credo che questa legislazione sia esiziale per il libero pensiero e per la libertà di parola e quei paesi e quei politici che la sostengono dovrebbero vergognarsi. Gli elettori di quei paesi dovrebbero vergognarsi che una tale legislazione sia stata approvata e rafforzata in loro nome e dovrebbero rimuovere i politici che ne sono responsabili. Stanno creando un Gulag nei loro stessi paesi.

Widmann: Che consiglio darebbe per quei giovani che possono trovarsi a fronteggiare una forma tremenda di ostilità contro idee e ideali che essi sentono, e sanno, essere giusti? Dovrebbero prendere posizione anche alla luce di una forte ostilità?

Leuchter: Non sono sicuro che questa sia una domanda da fare a me, a Zündel, a Faurisson, a Germar o a chiunque altro che è stato preso dalla lotta, e che è stato punito così duramente per aver detto la verità. Tutti noi, diremmo, in modo inequivocabile, “Prendete posizione, e combattete”. Più duro è il combattimento, più tosti dobbiamo essere.

Widmann: Sicuramente la sua è stata una vita interessante e qualcuno direbbe anche sorprendente. Ha pensato di scrivere le sue memorie?

Leuchter: Forse. Veda se riesce a trovare qualcuno che faccia un’offerta!

 

http://www.codoh.com/author/portraits/port2leu.htmlhttp://www.nizkor.org/hweb/people/l/leuchter-fred/ihr-v12n4.html

hitbush.jpgPrescott Sheldon Bush (bisnonno di George W. Bush), Come i suoi discendenti, fu membro della Skull & Bones, società che gli permise di entrare in contatto con le famiglie Harriman e Walker, formatesi anch’esse all’universita di Yale. L’unione con Dorothy Walker, figlia del ricco industriale George Herbert Walker, era destinata anche a generare grandi affari tra il clan dei Bush e quello dei Walker (sempre sotto l’ala protettrice degli Harriman, Rotshilds e dei Rockefeller, famiglie di origine ebrea).

Il 20 ottobre 1942, dieci mesi dopo la dichiarazione di guerra al Giappone e alla Germania da parte degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt ordinò la confisca delle azioni della UBC in quanto accusata di finanziare Hitler e di avere ceduto quote azionarie a importanti gerarchi nazisti.

Prescott Bush era allora azionista e direttore dell’UBC. Una questione del massimo interesse, considerato che, dopo essere salito al potere nel 1933, Hitler aveva decretato l’abolizione del debito estero tedesco, contratto in larga parte in seguito al Trattato di Versailles.

Il 28 ottobre 1942, Roosevelt ordinò la confisca delle azioni di due compagnie statunitensi che contribuivano ad armare Hitler, la Holland American Trading Corporation e la Seamless Equipment Corporation, entrambe amministrate dalla banca di proprietà della famiglia Harriman, di cui era allora direttore Bush.Tanto per fare un esempio, per Hitler e Stalin sarebbe stato molto più complicato sostenere una guerra aperta se la banda Harriman-Bush-Walker non avesse allo stesso tempo armato Hitler fino ai denti e rifornito di carburante le truppe russe. Era dagli anni Venti che la famiglia Walker estraeva petrolio da Baku (Azerbaigian) per poi rivenderlo all’Armata Rossa.Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, e ancora durante il conflitto, una joint venture legava la Standard 0il, di proprietà della famiglia Rockefeller, alla I.G. Farben, un’imponente industria chimica tedesca. Molti degli stabilimenti comuni alla Standard Oil e alla I.G. Farben situati nelle immediate vicinanze dei campi di concentramento nazisti – tra cui Auschwitz, per esempio – sfruttavano il lavoro dei prigionieri per produrre un’ampia gamma di prodotti chimici, tra cui il Cyclon-B, gas letale molto diffuso nei lager per sterminare le stesse persone che erano costrette a produrlo.

E nonostante il bombardamento sistematico con cui rasero al suolo moltissime città tedesche durante la guerra, le truppe statunitensi agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire zone in prossimità di questi stabilimenti chimici. Nel 1945 la Germania era sotto un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti erano tutti intatti. Quando fu eletto vicepresidente nel 1980, George Bush senior incaricò un personaggio misterioso, tale William Farish III, di amministrare e gestire tutti i suoi beni. Il sodalizio tra i Bush e i Farish si colloca molto indietro nel tempo, addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: William Farish dirigeva negli Stati Uniti il cartello formato dalla Standard Oil of New Jersey (l’attuale Exxon) e la I.G. Farben di Hítler. Fu precisamente questo consorzio a determinare l’apertura del campo di concentramento di Auschwitz nel 1940 allo scopo di produrre gomma sintetica e nafta dal carbone. All’epoca, quando questa notizia cominciò a diffondersi agli organi di stampa, il Congresso statunitense apri un’inchiesta. Se si fosse davvero spinta fino alle ultime conseguenze, avrebbe irrimediabilmente compromesso il clan Rockefeller. Ma non avvenne nulla di tutto ciò: ci si limitò a silurare il direttore esecutivo della Standard Oil, William Farish I. In occasione di quel congresso, W. Averell Harriman si occupò personalmente di far arrivare a New York i maggiori ideologi del nazismo, prendendo accordi con la Hamburg-Amerika Line , di proprietà dei Walker e dei Bush. Tra quegli “scienziati” vi era anche il principale fautore delle teorie razziste durante il regime di Hitler, lo psichiatra Ernst Rüdin, che conduceva a Berlino studi sulle razze finanziati dalla famiglia Rockefeller.
La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale.
La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo.

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura.

Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti.«La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta.

Perchè famiglie Ebree finanziarono i loro maggiori persecutori? Perchè esiste una legge che impedisce di ricostruire i fatti storici in merito all’olocausto?

A voi la sentenza. Pace alle vittime di ogni guerra, contro ogni male e ed ogni ingiustizia.

 

Pioggia di diserbanti su Gaza, Israele conferma «operazione di sicurezza»

Nei giorni scorsi aerei israeliani hanno irrorato con gli erbicidi almeno 150 ettari di terreni fertili palestinesi, distruggendo le coltivazioni di centinaia di famiglie. Si temono rischi per la salute della popolazione. ONU: nel 2015 sono morti in scontri e attacchi 170 palestinesi e 27 israeliani.

Gerusalemme, 31 dicembre 2015, Nena News«È un disastro per centinaia di famiglie contadine e non conosciamo gli effetti che questi prodotti chimici potranno avere sulla popolazione di Gaza». Scuote la testa Khalil Shahin, vice direttore del Centro per i Diritti Umani, che sta indagando sull’irrorazione, con diserbanti e defolianti, fatta nei giorni scorsi da aerei agricoli israeliani di almeno 150 ettari di terreni coltivati nella fascia orientale di Gaza, adiacente alle linee di confine. «Non è la prima volta che accade, l’Esercito israeliano sostiene che distruggendo la vegetazione si impediscono i lanci di razzi e altri attacchi» ci spiega Shahin «ma negli anni passati questa irrorazione era limitata a pochi terreni vicini alle recinzioni di confine. Nei giorni scorsi gli aerei israeliani invece si sono spinti in profondità, per molte centinaia di metri. In alcuni casi i liquidi, spinti dal vento, sono arrivati fino a due km di distanza dal confine, quindi a ridosso dei centri abitati di Gaza».

Sorgente: Pioggia di diserbanti su Gaza, Israele conferma «operazione di sicurezza»

Israele vuole cancellare la Costituzione italiana?

Il totale asservimento dei media italiani ai governi guerrafondai di Israele, proprio in questi giorni, ha trovato una nuova conferma: i direttori di alcuni fra i più autorevoli organi di stampa, come Repubblica, Rainews e Corriere della Sera, hanno subito pressioni (presumiamo da ambienti filoisraeliani molto influenti, perché solo questi hanno la forza di fare questo) per licenziare decine di giornalisti colpevoli – citiamo direttamente dal sito di Progetto Dreyfus licenziamenti di massa nelle redazioni  – “di aver riportato, in forme totalmente stravolte, gli attentati commessi dai terroristi palestinesi in Israele”.
L’articolo di cui sopra pubblicato sul sito di Progetto Dreyfus, megafono della Comunità ebraica romana – quella stessa che lo storico Diego Siragusa ha definito come la “sezione italiana dell’estrema destra israeliana” -, è un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, sia pure maldestramente camuffato dietro la richiesta di una più corretta informazione. Continuiamo a leggere l’articolo:‘’La disinformazione, al limite della propaganda, perpetrata da questi ultras dalla penna vicina ai terroristi palestinesi è finalmente terminata. Si è infatti interessato persino il presidente dell’ordine dei giornalisti che ha minacciato di ritirare diversi tesserini, di rispedire alcuni dei titolisti a corsi di formazione di giornalismo con particolare focus sull’etica ed escludere come estrema ratio dall’ordine alcuni degli autori più recidivi’’ 1.
Siamo di fronte ad affermazioni molto gravi e lesive dei principi che sono alle fondamenta della nostra Costituzione e in particolare di quell’articolo specifico che garantisce la piena libertà e il pluralismo dell’informazione.
In parole povere, secondo questi signori, chi fornisce un’ informazione non gradita al governo israeliano e al Likud dovrebbe essere allontanato o licenziato dai giornali per cui lavora e addirittura cacciato dall’ordine dei giornalisti. Si tratta di una minaccia ben precisa, un modo subdolo per rovinare la vita (non solo professionale) di decine se non centinaia di persone che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Tutto lascia dunque supporre che le redazioni di alcuni giornali verranno sfoltite a causa di licenziamenti politici, perché di questo si tratterebbe. Domanda: La “sinistra” italiana si mobiliterà in difesa di questi lavoratori forse prossimi al licenziamento (per ragioni politiche, è bene sottolinearlo) e per difendere il sacrosanto diritto alla libertà di stampa e di opinione così palesemente sotto attacco da parte dei gruppi di potere sionisti? Oppure tutto ciò passerà in sordina, dal momento che, da SEL fino al PCL, sembrano decisamente più impegnati ad occuparsi di “diritti civili, femminismo, liberalizzazione dei costumi e istanze lgbt” piuttosto che di conflitto sociale, lavoro e antimperialismo? Verranno licenziati, espulsi dall’Ordine dei Giornalisti o peggio ancora mediaticamente “linciati” dei giornalisti critici di Israele? Questioni secondarie. La “sinistra capitalista” ha ben altre urgenze e priorità….
Ma qual è l’agghiacciante tesi di Progetto Dreyfus, un sito che, fra le altre cose, trasuda islamofobia da tutti i pori (è sufficiente dargli un’occhiata per rendersene conto), sul conflitto in corso? Leggiamo: “L’unica cosa che contava per questi pseudo giornalisti era riportare il numero dei morti, alto da parte palestinese perché tanti, oltre 150, sono stati gli attentatori. Allo stesso tempo era basso, circa 25 in totale, il numero di persone barbaramente uccise con coltelli e macchine che hanno investito donne e bambini da parte israeliana”.
E chi sarebbero questi pericolosi attentatori, questi ‘’terroristi’’? Forse Afula di Asraa Abed, una donna indifesa, accerchiata dai militari israeliani, fino a che non le hanno sparato diverse pallottole. Per il giornalista di Haaretz, Gideon Levy, questo è “palesemente un assassinio. Quei poliziotti erano troppo codardi o assetati di vendetta e perciò meritano di essere processati, non encomiati” 2. Per un giornalista israeliano, certamente di Sinistra e democratico, quei soldati erano solo dei codardi che “meritano di essere processati”, mentre per i sionisti, quegli assassini sono degli ‘’eroi’’.
La Palestina è chiaramente sotto occupazione, definire ‘’terrorista’’ chi difende il proprio diritto alla libertà, all’indipendenza e a una dignitosa esistenza libera dalla dominazione neocoloniale, dovrebbe suscitare profonda indignazione. Un’ indignazione di massa che purtroppo tarda ad arrivare. E’ possibile restare in silenzio di fronte alle minacce e al terrorismo mediatico di Israele? E chi sarebbero poi i ‘’terroristi’’? Scrive ancora Levy: ‘’Ancor più macabra è l’esecuzione di Fadi Alon a Gerusalemme. Dopo che ha gettato a terra il coltello con cui aveva ferito un giovane ebreo, ha cercato di scappare dalla folla inferocita verso un poliziotto, che la gente incitava con parole volgari ad ucciderlo. Rispondendo alla richiesta della marmaglia, il poliziotto ha sparato a morte al ragazzo, senza motivo, e poi ha fatto rotolare il suo corpo in strada’’. Altri video dimostrano che una gran parte delle azioni dell’IDF (l’esercito israeliano) sono semplici atti di crudeltà, che hanno origine nel razzismo e nel particolarismo etnico e religioso ormai da tempo egemone in Israele.
Vogliamo parlare di Gaza ? Ashraf al-Qadra, membro del ministero della Salute palestinese, documenta che: ”L’occupazione persiste nell’utilizzo di armi non convenzionali contro i cittadini di Gaza, essa ne ha fatto uso in passato e continua tuttora”. 3 E continua: “Le tipologie delle ferite, curate negli ospedali della Striscia di Gaza in seguito agli attacchi israeliani, provano che l’occupazione ha usato armi incendiarie e non convenzionali, vietate a livello internazionale. Ciò si evince dai corpi delle vittime, che arrivano negli ospedali di Gaza con ustioni di grandi dimensioni e amputazioni in molte parti del corpo, oltre alle lacerazioni dei tessuti interni delle vittime. Tutto ciò dimostra che vi è un uso eccessivo della violenza contro i civili di Gaza, e che l’occupazione colpisce deliberatamente le aree popolate per aumentare il numero delle vittime tra i civili”. Il risultato è questo: oltre 43.000 persone, oggi a Gaza, vivono in condizioni di disabilità 4. E’ inutile girarci attorno: solo una persona in malafede può mettere sullo stesso piano un sasso lanciato da un ragazzo palestinese (o anche una coltellata sferrata con rabbia e disperazione), con i bombardamenti al fosforo e le bombe dirompenti dei cacciabombardieri israeliani.

Quello israeliano è un chiaro progetto di pulizia etnica, una sorta di lento e silenzioso genocidio portato avanti anche grazie all’impunità di cui gode Israele che, oltre a rappresentare una costante minaccia per i popoli arabi e/o mussulmani, sta mettendo in campo una strategia per attentare, come abbiamo appena visto, alle più elementari libertà democratiche – fra cui la libertà di stampa ed di informazione – in Europa.
Solo poche settimane fa la presentazione a Roma del libro di Alan Hart, “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei“, è stata boicottata, come spiega nel suo blog lo storico Diego Siragusa l’Anpi siamo anche noi , traduttore e autore della prefazione, al punto tale che anche l’ANPI provinciale di Roma ha deciso di annullare l’evento. E’ lecito pensare a pressioni”, spiega Siragusa nel suo articolo, e non possiamo che condividere la sua ipotesi.
Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria violazione del diritto che si traduce nel tentativo (ma è molto di più di un semplice tentativo) di mettere il bavaglio alla libera informazione, di zittire con le minacce i giornalisti non allineati al pensiero unico e ovviamente di orientare e condizionare la politica estera del paese (come se non fosse già del tutto prona agli interessi degli USA e di Israele). Tutto ciò dimostra peraltro, qualora ce ne fosse bisogno, quale sia il tasso di autonomia politica di questo paese .
E ancora: a chi giova l’iranofobia fomentata dai media filoisraeliani? La domanda è complessa e per questo, escludendo di rivolgerla (perché sarebbe del tutto inutile) ad un qualsiasi “funzionario mediatico” di regime, la giriamo alla giornalista Tiziana Ciavardini, colta ed esperta conoscitrice della Repubblica Islamica dell’Iran:
Dall’Islamofobia crescente in Occidente intensificatasi dopo i recenti attacchi terroristici in Francia e nei paesi mediorientali il senso di paura patologica nei confronti dell’IRAN fortunatamente sta in parte sta cambiando. La mia esperienza ultra decennale nella Repubblica Islamica dell’Iran mi ha portato ad avere una visione della cultura e della società contemporanea prettamente in contrasto con quelle che sono le notizie spesso capziose e confuse che i mass media ormai da anni stanno cercando di divulgare. Mi rivolgo in particolare a quella ‘paura dell’IRAN’ quella ‘IRANOFOBIA’ che vedeva nell’IRAN il male assoluto. Negli ultimi decenni l’Iran é stato piú volte presentato come un paese insicuro e da evitare caratterizzato da problemi politici interni che le cronache hanno inevitabilmente evidenziato creando un latente pregiudizio ancora oggi difficile da superare. Con l’elezione del Presidente Hassan Rohani l’Iran sta vivendo peró, un cauto cambiamento. Nello scenario mediorientale oggi questo Paese rappresenta l’unico Stato con una elevata stabilità politica ed istituzionale e rappresenta l’unica superpotenza regionale con una propria specifica identità. Purtroppo in Occidente siamo ancora ancorati al nostro etnocentrismo, convinti che la nostra civiltà occidentale si sia sparsa e imposta in tutto il mondo grazie alla superiorità morale del sistema democratico-parlamentare su altri sistemi politici. In realtá il sistema politico iraniano é troppo complesso e difficilmente comprensibile da un punto di vista occidentale e lo sbaglio maggiore é quello di voler attribuire regole e decisioni ad una sola persona quando non é esattamente cosí. L’Iran sta aprendo le proprie porte a nuove sorprendenti dinamiche un motivo in piú per intensificare il dialogo

La lobby sionista: vietato parlarne?

Ma c’è anche un’altra domanda a cui siamo chiamati a rispondere: esiste la lobby israeliana (sionista), cioè un centro (o vari centri) di potere impegnato(i) a difendere lo Stato di Israele e la sua politica di sostanziale e anche formale apartheid nei confronti del popolo palestinese? La risposta è semplice: sì, esiste. Cerchiamo di inquadrare il problema ripercorrendo le opinioni di importanti studiosi appartenenti alla Sinistra antimperialista italiana. Anche perché, molto spesso la sinistra confonde il “sionismo” con l’ “ebraismo”,eppure i rabbini Neturei Karta sono contrari allo Stato ebraico. . La destra, oggigiorno, è filosionista: condivide con questo sia l’imperialismo economico e politico che la sua funzione “messianica”.
Secondo lo storico marxista Mauro Manno “Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denuncino la pericolosità’ 5. Il Partito Radicale (Pannella e Bonino in testa … ) così come il quotidiano La Repubblica (solo per citarne alcuni perchè l’elenco sarebbe infinitamente più lungo) sono apertamente schierati dalla parte di Israele.
Per il filosofo “post-marxista”, Costanzo Preve, nessuna persona intellettualmente onesta potrebbe negare l’esistenza della lobby filoisraeliana, “però anche solo fare un riferimento a questa realtà incontrovertibile, è immediatamente assimilato all’antisemitismo, identificato nel simbolismo comune mediatico manipolato con l’approvazione, esplicita o implicita, ai crimini sterministici di Hitler. Il tradimento degli intellettuali consiste nel non denunciare questo fatto…” 6.
Quindi, come mettere al riparo l’informazione e la libertà di stampa da questa progressiva involuzione antidemocratica? In regime capitalistico chi possiede i mezzi di produzione controlla e possiede anche i mezzi di informazione: egemonia di classe e costruzione del consenso camminano di pari passo. Israele è un paese imperialista (al vertice della catena di comando insieme a Usa e Gran Bretagna ), mentre l’Italia è un paese sub-imperialistico a sovranità limitata. I rapporti di forza fra questi stati rendono proni i governanti e i giornalisti italiani alle classi dirigenti americane e israeliane.
Lo storico Diego Siragusa ci ha spiegato molto bene come “Decisiva è, quindi, la tecnica dell’inganno. Il motto del MOSSAD, il famigerato servizio segreto israeliano, è questo “PER MEZZO DELL’INGANNO FAREMO LA GUERRA”. In modo esplicito gli israeliani confessano il loro metodo fondamentale col quale hanno costruito il loro stato e la loro potenza: la disinformazione sistematica come la quintessenza del loro progetto sionista. Possedere il controllo dell’informazione planetaria è la condizione necessaria per il successo dell’inganno” 7.Fino a quando tale inganno avrà successo? Da più di sessant’anni a questa parte a fare le spese degli appetiti di questa potenza imperialista cinica, arrogante e aggressiva sono i popoli dell’area mediorientale e in particolare quello palestinese.
La battaglia per ristabilire una verità storica e oggettiva su Israele, sui suoi crimini e sulla natura imperialista del sionismo, deve diventare quindi una priorità per chiunque sia animato da uno spirito democratico e da onestà intellettuale.

1)http://www.progettodreyfus.com/stop-alla-disinformazione-licenziamenti-di-massa-nelle-redazioni-dei-quotidiani-online/

2)http://www.bocchescucite.org/la-pena-di-morte-illegale-e-senza-processo-di-israele-e-accolta-dagli-applausi-delle-masse/

3)http://www.infopal.it/fonte-ufficiale-palestinese-israele-ha-trasformato-gaza-in-un-campo-di-sperimentazione-per-armi-vietate-a-livello-globale/

4)http://www.infopal.it/piu-di-43-600-disabili-a-gaza/

5)http://palestinanews.blogspot.it/2009/02/in-ricordo-di-mauro-manno-esiste-la.html

6)http://www.comunismoecomunita.org/?p=4115

7)http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=308%3Ala-disinformazione-e-la-formazione-del-consenso-attraverso-i-media&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=101

thanks to: l’interferenza

US NGOs sued over $280bn tax-deductible aid sent to Israel

A lawsuit has reportedly been filed against the US Treasury Department, alleging that some 150 NGOs sent as much as $280 billion worth of tax-deductible donations to Israel in the past 20 years.

Sorgente: US NGOs sued over $280bn tax-deductible aid sent to Israel – report — RT USA

Israele o Arabia Saudita: a chi spetta il primato della cristianofobia ?

In occasione del Natale, l’imam Khamenei ha visitato alcune famiglie di martiri cristiani della “guerra imposta” alla Repubblica Islamica dai baathisti irakeni guidati da Saddam Hussein. Si tratta di qualcosa che va ben oltre una semplice occasione di dialogo inter-religioso: non tutti sanno che il Corano considera Gesù Cristo il più grande profeta, prima di Maometto e subito dopo Abramo. La tradizione sciita arriva a ritenere Gesù il grande alleato del Mahdi – il dodicesimo imam che attualmente si troverebbe in uno stato di occultazione – nella decisiva lotta contro l’Anticristo. L’escatologia messianica musulmana – come è proprio della tradizione abramitica – si colloca in perfetta continuità col cristianesimo delle origini e l’ebraismo dei Neturei Karta.
Nulla da aggiungere: il Natale, nel mondo sciita, è una ricorrenze religiosa a tutti gli effetti. Le comunità cristiane sono rispettate – al pari di quelle ebraiche non sioniste – e godono di grandissimo prestigio. Le cose cambiano radicalmente in due paesi: Arabia Saudita e Israele.
Arabia Saudita
In Arabia Saudita, ogni anno, il Ministero degli Interni ammonisce i cristiani a non festeggiare la ‘’nascita’’ del Cristo, invitando i militanti wahabiti a denunciare chiunque infranga questo divieto. Nel 2012 la polizia religiosa di Casa Saud ha sventato un ‘’complotto per festeggiare il Natale’’ nell’abitazione di un diplomatico asiatico. Gli arrestati, 41 persone, hanno rischiato la pena di morte dopo aver subito violenze di vario tipo.
Le minacce e le violenze wahabite obbligano ben 600.000 fedeli a commemorare l’avvento del ‘’figlio di Dio’’ in silenzio, blindati nelle proprie dimore; l’unico luogo in cui si possono celebrare delle messe sono le ambasciate occidentali. Inutile dire che nulla sfugge all’occhio vigile ed alla sciabola dei tagliateste al servizio di sua maestà. Al di fuori della fuorviante lettura del Corano fatta dai wahabiti, ogni richiamo al Cristo è considerata un’ eresia da punire pesantemente.
Il Natale non è l’unica ricorrenze proibita da Casa Saud: anche la nascita del profeta Maometto è severamente silenziata dalle leggi della dittatura, mentre la dinastia omaggia Adb Al-Aziz, capostipite di questo regno oscurantista e totalitario.
Israele
Il giornale della ‘’sinistra’’ liberale israeliana Haaretz, ha denunciato le dichiarazioni razziste di Benzi Gopstein, leader del partito sionista Lehava, il quale ha minacciato violentemente le comunità cristiane: “Rimuoviamo i vampiri (cristiani) prima che bevano il nostro sangue. Non c’è posto per il Natale in Terrasanta” 1. Si tratta di un delirio degno di Daesh ed Al Nusra (con cui, fra l’altro, Israele è tacitamente o quanto meno indirettamente alleata), che purtroppo ha un seguito raccapricciante: “Questi succhiatori di sangue hanno un’ultima missione. Se gli ebrei non possono essere uccisi, possono ancora essere convertiti. Le biblioteche missionarie vendono i loro libri davanti a tutti a Jaffa Road (Gerusalemme), molti altri hanno imprese qui.” Che cosa vorrebbe la destra sionista, dove portano queste minacce ? Forse, prendendo lezioni da Hitler, i migliori alleati di Netanyahu chiedono un nuovo rogo dei libri?
Eppure alcuni coloni israeliani già quest’estate hanno violentemente colpito il mondo cristiano dando fuoco alla ‘’Chiesa dei Pani e dei Pesci’’ di Tagba sul Lago Tiberiade, luogo in cui si dice che Gesù abbia sfamato ben 5000 persone facendo – seguo la narrativa evangelica – la ‘’moltiplicazione dei pani e dei pesci’’. La scritta, fatta con una bomboletta, nei muri della basilica, è una vera fotografia del sionismo likudista e non : ‘’Morte agli arabi, ai cristiani e tutti quelli che odiano Israele’’ 2. Domanda: la Chiesa cattolica accetta in silenzio tutto questo ? Cosa aspetta Papa Bergoglio a prendere posizione contro la cristianofobia così diffusa in Israele ? Il giornalista di Il Manifesto, Michele Giorgio, ipotizzò che ‘’questi attacchi rientreranno nei colloqui che papa Francesco avrà a fine maggio con i massimi rappresentanti israeliani’’ 3. Un po’ troppo ottimista il nostro bravo e stimabile giornalista: gli incontri non ci sono stati ma Bergoglio non ha saputo alzare la voce contro gli energumeni di Tel Aviv. Purtroppo.
Israele condivide il progetto politico di Daesh ?
Che Daesh ( o ISIS ) fosse un prodotto dell’alleanza fra l’imperialismo Usa e la dittatura di Casa Saud non c’erano dubbi. A questi due ‘’predoni’’ ( usando un termine caro a Lenin ) si è aggiunta Israele, le notizie che confermano ciò – come vedremo – ci vengono da fonti tutt’altro che ‘’marxiste’’ o ‘’filosciite’’.
Il vicedirettore di Famiglia Cristiana, Fulvio Scaglione, in un articolo del 23 giugno 2015 scrive: ‘’Nel conflitto permanente tra Paesi arabi sunniti e Paesi sciiti che tormenta il Medio Oriente, Israele si è schierato con i primi e su questa opzione, in buona sostanza basata sull’ossessione per il pericolo rappresentato dall’Iran, il premier Netanyahu ha fondato la propria politica estera’’ 4. Ancora più sorprendente è il seguito dell’articolo: ‘’Anche con la guerra in Siria alle porte del Golan, e con il rischio che Al Nusra, l’Isis e le altre formazioni del terrorismo islamico prendessero sempre più piede, Israele non ha cambiato strategia. Al contrario, ha semmai stretto ancor più i legami con l’Arabia Saudita, che delle formazioni armate che operano in Siria è stata a lungo ispiratrice e finanziatrice, e con alcuni dei Paesi che sono poi intervenuti anche in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi’’.
La politica estera del Likud israeliano – andando oltre il linguaggio troppo moderato dell’ottimo Scaglione – attenta, su tutta la linea, alla pace mondiale: Netanyahu vorrebbe spingere gli USA verso una folle guerra contro l’Iran; i musulmani che vivono nella regione sono costantemente minacciati, anche attraverso l’appoggio che Israele dà ai tagliagole di Jabat Al Nusra; il leader della destra sionista utilizza tutti gli strumenti di propaganda di cui dispone per obbligare gli stati europei ad aderire al suo progetto imperialistico.
Un altro importante esponente religioso, Monsignor Atallah Hanna, arcivescovo greco-ortodosso del Patriarcato di Gerusalemme, ha utilizzato nella sua denuncia parole ben più dure. Leggiamole, ne vale davvero la pena: ‘’Io ho sostenuto a più riprese che il sionismo e Daesh sono le due facce di una stessa medaglia, e quando dico Daesh mi riferisco a tutte le organizzazioni terroriste barbare e sanguinarie che siamo convinti essere una creazione statunitense-israeliana per eccellenza, con lo scopo principale di distruggere la patria araba a profitto di Israele’’ 5. Domanda: come mai Israele non ha alzato un dito davanti alla distruzione degli scavi archeologici di Palmira ? Possiamo considerare ‘’alleato dell’Europa’’ Israele, un paese che convive tranquillamente con Daesh ( ISIS ) e, nel mentre, persevera nella pulizia etnica della Palestina ( luogo sacro anche della cristianità ) ?
Oggi in Iran le comunità cristiane – per la maggior parte appartenenti ai ceti popolari – festeggeranno la presunta nascita di Gesù, fianco a fianco, con i ‘’fratelli’’ musulmani e gli ebrei ortodossi che seguono il messaggio della Torah. In Arabia Saudita ed Israele che sorte spetta a coloro che credono nel Cristo? I nostri politicanti, alleati di Netanyahu e Casa Saud, ci possono dire, cortesemente, se è meglio finire delle mani della polizia wahabita oppure essere linciati da qualche colono fanatico che – in preda ai suoi deliri – ti considera un ‘’vampiro’’

Sorgente: Israele o Arabia Saudita: a chi spetta il primato della cristianofobia ? – l’interferenza

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri | MAKTUB

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani

Il confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto spacca la città di Rafah, un tempo tutta palestinese. Chiuso da più di cento giorni, il valico è stato riaperto il 4 e 5 dicembre.
Nell’urgente necessità di uscire: 25 mila persone. Titolari, in teoria, del diritto: stranieri, studenti, malati in espatrio per cure mediche. Effettivamente usciti: 658 persone.

In questa Parte Prima (*), la testimonianza di un giovane Palestinese che ha vissuto l’odissea del viaggio, fra stanchezza, attese, prevaricazioni.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani | MAKTUB

Israel buys most oil smuggled from ISIS territory

Israel has become the main buyer for oil from ISIS controlled territory, reports “al-Araby al-Jadeed.”

Kurdish and Turkish smugglers are transporting oil from ISIS controlled territory in Syria and Iraq and selling it to Israel, according to several reports in the Arab and Russian media. An estimated 20,000-40,000 barrels of oil are produced daily in ISIS controlled territory generating $1-1.5 million daily profit for the terrorist organization.

The oil is extracted from Dir A-Zur in Syria and two fields in Iraq and transported to the Kurdish city of Zakhu in a triangle of land near the borders of Syria, Iraq and Turkey. Israeli and Turkish mediators come to the city and when prices are agreed, the oil is smuggled to the Turkish city of Silop marked as originating from Kurdish regions of Iraq and sold for $15-18 per barrel (WTI and Brent Crude currently sell for $41 and $45 per barrel) to the Israeli mediator, a man in his 50s with dual Greek-Israeli citizenship known as Dr. Farid. He transports the oil via several Turkish ports and then onto other ports, with Israel among the main destinations.

In August, the “Financial Times” reported that Israel obtained 75% of its oil supplies from Iraqi Kurdistan. More than a third of such exports go through the port of Ceyhan, which the FT describe as a potential gateway for ISIS-smuggled crude.”

Israel has in one way or another become the main marketer of ISIS oil. Without them, most ISIS-produced oil would have remained going between Iraq, Syria and Turkey. Even the three companies would not receive the oil if they did not have a buyer in Israel, an industry official told the newspaper “al-Araby al-Jadeed.”

“Israel has in one way or another become the main marketer of IS oil. Without them, most ISIS-produced oil would have remained going between Iraq, Syria and Turkey,” the industry official added.

Published by Globes [online], Israel business news – www.globes-online.com – on November 30, 2015

Copyright of Globes Publisher Itonut (1983) Ltd. 2015

thanks to: Globes

The everyday violence of Israelis on Facebook

Any social media user following Israel’s assault on the besieged Gaza Strip last summer may have encountered the slew of cartoons published on the Israeli army spokesperson’s Twitter account.

Intended to justify indiscriminate bombing by portraying Palestinian civilian buildings as legitimate targets, these slickly designed pictures were just one iteration of Israel’s online efforts to stem the PR backlash against its attack on Gaza.

It is well-established that the Israeli state is heavily invested in such social media propaganda. Less attention has been paid, however, to the intertwining of militarism and occupation with the social media practices of ordinary Israelis.

Militarized citizens

In Digital Militarism, Adi Kuntsman and Rebecca L. Stein seek to cover this ground, dealing with the militarization of social media in the hands not only of the state, but also its citizens.

Kuntsman and Stein frame their work as “an archive of Israeli occupation violence as rendered in social media forms.”

The reader is exposed to “selfies” taken by Israeli soldiers inside invaded Palestinian homes, YouTube videos of Palestinians being forced to perform songs exalting the Israeli Border Police and smiling teenage girls using the hashtag #IsraelDemandsRevenge to call for collective punishment.

Such disturbing phenomena candidly depict a society in which the pleasures of social networking have become enmeshed with extreme forms of violence. This development is referred to by the authors as “digital militarism.”

Israel’s public secrets

Kuntsman and Stein write from within academia, but their work is accessible to a general audience, if occasionally veering into postmodern territory.

A central theoretical concept of the book is the “public secret,” a term used to describe Israeli society’s relationship with state violence: while the brutality of Israeli militarism is known to the public, it is also hidden from sight through various means, allowing daily life to go on.

The authors apply this framework to the viral scandal in which bloggers discovered Facebook photos of Eden Abergil, a female Israeli soldier, posing flirtatiously in front of blindfolded, handcuffed Palestinian men.

The routine violence depicted in these photos – which Abergil posted on social media herself – would have been recognizable to any Israeli soldier or veteran.

Yet the images were declared to be aberrations: “I can assure you that the act in no way reflects the spirit of the IDF or the ethical code to which we aspire,” claimed an army spokesperson.

The notion that such incidents are exceptional was repeated by state and non-state actors following subsequent social media scandals.

“After each revelation,” the authors explain, “the Israeli public would again express surprise at the amorality, indecency, or stupidity of the young soldier in question, with the indiscretion explained as a matter of personal circumstance (age, familial context, or social background).”

All about Israel

Even supposedly critical Israeli voices, such as liberal Zionist group Peace Now, responded to such incidents by focusing on Israel.

Ignoring Palestinian victims of abuse, they described Abergil’s photos as “shocking evidence of the impact of the occupation on Israeli soldiers and Israeli society.”

Rather than opening up a conversation about military occupation and violence in the wake of these scandals, Kuntsman and Stein note that many Israeli commentators instead discussed information security, army social media rules, and online privacy issues.

Tellingly, the headline of one article asked, “Is Facebook to blame?”

As such, Kuntsman and Stein convincingly argue that social media itself serves as an alibi for the occupation. By blaming Facebook instead of Abergil, and talking about social media instead of state violence, Israel was able to keep its “public secret” under wraps.

Digital suspicion

In the wake of the recent viral video of a soldier choke-holding a child at gunpoint in the Palestinian village of Nabi Saleh, and subsequent efforts by pro-Israel commentators to discredit its authenticity, the chapter on “digital suspicion” seems especially relevant.

The authors use this term to refer to Israeli accusations that digital images and videos depicting Palestinian suffering have been manipulated.

Such charges first emerged during Israel’s 2006 bombing of Lebanon, and were largely made by journalists and experts. But during later attacks on Gaza, average citizens became more active in leveling claims of digital tampering.

As this shift occurred, the authors argue that technical evidence and meticulous image inspection declined in importance, with accusations of manipulation becoming an almost automatic Zionist response.

Moreover, some pro-Israeli social media users began to tie allegations of digital deceit to more essential claims of national fraudulence: “Of course the picture is fake, everything they have is fake, they are a fake People,” claimed one such online commentator on an image of a children’s funeral in Gaza, cited in the book.

Importantly, Kuntsman and Stein contextualize “digital suspicion” within a long history of Zionist rejections of Palestinian testimony. Even before the digital age, the authors note, some supporters of Israel argued that an infamous video of 12-year-old Mohammed al-Dura’s slaying by a sniper’s bullet in the first weeks of the second intifada was a hoax.

Viewed through a wide historical lens, accusations of image tampering are the latest articulation of a discourse of suspicion which dates back to denial of the 1948 ethnic cleansing of Palestine.

With many commentators focusing solely on the “newness” of social media technologies, Kuntsman and Stein deserve praise here for pointing out continuities between past and present.

Selfie militarism

Kuntsman and Stein also tackle “selfie militarism,” a concept used to describe smartphone-era forms of “military souvenir photography” by Israeli soldiers. The term is slightly vague, since it is not exclusively applied to self-portraits, but rather to a variety of soldier-produced media.

These include videos of Palestinians being forced to perform by the army, a sadistic Instagram photo of a young boy in a sniper’s crosshairs, and a Facebook solidarity campaign for a soldier caught on camera behaving violently toward Palestinian teens.

Each of these phenomena could have merited a chapter of its own. As it is, readers may find themselves craving a tighter focus. In particular, the disturbing trend of “photographer-perpetrators” – individuals who record their own violence for circulation online – demands further analysis.

Such themes emerge again in the afterword, where the authors note that the images and videos they compiled form “a perpetrators’ archive, a chronicle of self-documented Israeli racism and militarism on social media.”

They suggest that this archive, “with its potential longevity and retrievability, might yield political alternatives,” “wor[k] against Israeli legacies of forgetting and erasure,” or “ope[n] the possibility for Israeli accountability.”

Perhaps, in the long-term, this will prove correct. Yet despite all this evidence online, there is currently no credible mechanism to achieve justice for Palestinian victims of Israeli violence. One wonders, then, if the digital archive is merely a testament to Israeli impunity.

Even so, Digital Militarism is a fascinating and unsettling book – a laudable documentation of how state violence has seeped into everyday Israeli social media, and of the deep militarization of that society as it colonizes the Palestinian people.

Robin Jones is an intern at Mada al-Carmel, a Palestinian applied social research organization in Haifa.

thanks to: Electronic Intifada

Un generale israeliano catturato in Iraq ammette la collaborazione tra Stato islamico ed Israele

Netanyahu cancella un incontro per paura di Putin
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di non partecipare alla riunione con l’opposizione siriana a Gerusalemme per paura di offendere il presidente russo Vladimir Putin
Telesur, 27 ottobre 201512046931Il primo ministro israeliano Benjamin Netayanhu avrebbe detto che “ora non è il momento migliore per far arrabbiare (Vladimir) Putin“, secondo fonti israeliane che desiderano rimanere anonime, secondo l’agenzia stampa libanese al-Ahd. La dichiarazione del capo del governo israeliano avveniva mentre i rappresentanti del governo sionista, tra cui il ministro della Difesa Moshe Yalon, programmavano un incontro con i capi dei gruppi armati siriani a Gerusalemme. Tuttavia, le autorità israeliane temono che una tale conferenza nei territori occupati e l’eventuale presenza di Netanyahu causasse reazioni dal presidente russo Vladimir Putin, il cui Paese sostiene la Siria nel confronto con i gruppi terroristi, dopo la richiesta dal presidente della nazione araba Bashar al-Assad. Secondo le fonti, ciò ha costretto le autorità sioniste ad annullare l’evento e a chiedere ai capi dei gruppi armati di non partecipare alla riunione. L’agenzia al-Ahd ha detto che nonostante la cancellazione della riunione, Israele e i gruppi che cercano di rovesciare al-Assad hanno ottimi rapporti e proseguiranno contatti e cooperazione, anche se devono nasconderli. Fin dall’inizio della crisi siriana, almeno 1300 membri dei gruppi armati siriani (compresi i gruppi terroristici come Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria) sono stati curati negli ospedali iraeliani, secondo fonti del Paese.

Un generale israeliano catturato in Iraq ammette la collaborazione tra Stato islamico ed Israele
Nahad al-Husayni, 23 ottobre 2015 – Reseau International

Il Dr. Haysam Bu ha confermato in esclusiva a VT che il generale Yussi Elon Israel Shahak, catturato dall’esercito del Popolo iracheno, ha ammesso durante l’inchiesta che: “Vi è una forte cooperazione tra il Mossad e alti comandanti militari dello SI… consiglieri israeliani aiutano l’organizzazione a sviluppare piani strategici e militari e a guidarli sul campo di battaglia“. L’organizzazione terroristica ha anche consiglieri militari di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania. L’Arabia Saudita ha finora fornito allo SI 30000 veicoli, mentre la Giordania 4500. Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno consegnato fondi per coprire le spese dello Stato islamico. Aerei appartenenti ai Paesi citati continuano ad atterrare nell’aeroporto di Mosul, fornendo aiuti militari e combattenti, soprattutto dalla Giordania. Parlamento e DESI hanno anche confermato la morte del capo dello SI Abu Baqr al-Baghdadi, colpito due volte: una in testa e l’altra su una spalla, in uno scontro a fuoco. Due dei suoi aiutanti sono stati uccisi. Crediamo che CIA e Mossad ne siano responsabili essendo diventato merce inutile. Inoltre, otto dei primi capi dello SI sono stati uccisi nel raid aereo iracheno ad Hayth, dopo due settimane di sorveglianza dell’intelligence militare irachena. La relazione conclude che il gruppo terroristico dello SI recentemente arrestato a Mosca proveniva da Siria e Iraq attraverso l’Ucraina, ed intendeva effettuare operazioni sovversive contro ferrovie e autobus. Gli attentatori sono ceceni, caucasici, iracheni, siriani e sauditi. L’Ucraina è diventata un focolaio delle attività terroristiche in complicità con i nemici giurati di Putin che vogliono colpire la Russia per vendicarsi dell’intervento militare in Siria.32770ISIS_CIA_BOKA_MOSAD_largeNahad al-Husayni, è a capo dell’ufficio di Veterans Today a Damasco, membro dell’Instituto americano di studi strategici del Medio Oriente (Stati Uniti) e vicedirettore del Congresso musulmano e arabo-americano (Detroit, USA). Ha una laurea in letteratura inglese ed lavorato come giornalista freelance per CNN, CBS e ABS in Siria, per il quotidiano turco Aydinlik e molte altre agenzie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

thanks to: AURORA

Abbas: la Palestina non è più vincolata ad accordi con Israele

Betlemme-Ma’an. Mercoledì, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Mahmoud Abbas ha dichiarato che l’Autorità palestinese non continuerà ad impegnarsi in accordi con Israele – e ha citato gli accordi di Oslo del 1993 -, dato che le violazioni avvengono ogni giorno.

Abbas ha spiegato che il rifiuto di Israele di impegnarsi negli accordi passati, di rilasciare prigionieri palestinesi e la prosecuzione dell’attività di insediamento ebraico in Cisgiordania e Gerusalemme Est, stanno distruggendo la possibilità di uno Stato palestinese.

“Abbiamo pertanto dichiarato che non possiamo continuare ad essere vincolati a tali accordi e che Israele deve assumersi tutte le responsabilità in qualità di potenza occupante, perché lo status quo non può continuare e le decisioni del Consiglio centrale palestinese dello scorso marzo sono specifiche e vincolanti”.

La riunione del Consiglio centrale ha chiesto la fine del coordinamento di sicurezza con Israele fino a quando continuerà a violare gli accordi firmati. Nonostante il richiamo, il coordinamento di sicurezza con Israele è rimasto invariato.

Abbas ha detto che la leadership palestinese attuerà la dichiarazione con tutti i “mezzi pacifici e legali”.

“O l’Autorità nazionale palestinese sarà la guida del popolo palestinese dall’occupazione all’indipendenza, o Israele, la potenza occupante, dovrà prendersi  tutte le sue responsabilità”, ha detto.

Abbas ha detto che la pazienza palestinese “è giunta al termine” e ha descritto la situazione attuale come “insostenibile”.

Il presidente ha aggiunto che è “inconcepibile” che la questione dell’autodeterminazione palestinese non sia ancora stata risolta, chiedendo: “Non è tempo che l’occupazione più lunga della storia, che sta soffocando il nostro popolo, finisca?”

“La Palestina, che è uno stato osservatore presso le Nazioni Unite, merita il pieno riconoscimento e la piena adesione”.

Abbas ha fatto appello a “quei paesi che non hanno ancora riconosciuto lo Stato di Palestina di farlo”.

Gli scontri nelle ultime settimane tra polizia israeliana e palestinesi nei pressi della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme hanno sollevato tensioni e spinto Abbas ad avvertire del rischio di una terza intifada, o rivolta.

“Chiedo al governo israeliano di cessare l’uso della forza… in particolare le sue azioni presso la moschea di Al-Aqsa”, ha detto Abbas all’Assemblea.

“Tali azioni convertiranno il conflitto da politico a religioso, creando così una situazione esplosiva a Gerusalemme e nel restante territorio occupato palestinese”.

Abbas ha presentato il suo discorso prima di una cerimonia organizzata per issare la bandiera palestinese per la prima volta, accanto a quelle dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite.

Il 10 settembre l’Assemblea generale ha votato per consentire alle bandiere della Palestina e del Vaticano – entrambi hanno lo status di osservatori – di essere sollevate presso le Nazioni Unite.

La risoluzione è stata sostenuta da 119 paesi, con 45 astensioni e otto voti contrari, tra cui Australia, Israele e gli Stati Uniti.

Traduzione di Gabriele Roy

 

 

  thanks to: Infopal

Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

marib

Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
Fars
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Fars
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Fars
Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

Israel building wall to keep refugees out

Israel continues construction of a separation wall to keep refugees out.

Amid what is being referred to as the worst refugee crisis since WWII, the Israeli regime has announced construction of a separation wall to keep them out.

During a weekly cabinet meeting on Sunday, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu announced that a 30-kilometer fence is being constructed along border with Jordan to stop “migrants,” he associated with terrorists, to enter Israel.

Israel finished the construction of a 230-kilometer wall along the Egyptian border in 2013; it also has set up fences along the border with Lebanon and along the line between Syria and Israeli-occupied Golan Heights. Most of the West Bank has also been split by a barrier.

Sorgente: PressTV-Israel building wall to keep refugees out

Il patto militare Grecia-Israele

Il premier greco Tsipras, dopo la vittoria elettorale, aveva lasciato immaginare un raffreddamento dei rapporti con Israele. Sette mesi dopo  Panos Kammenos, ministro della difesa, è andato a Tel Aviv, dove  ha firmato com il suo omologo israeliano Moshe Ya’alon un importante accordo militare.

Il patto militare Grecia-Israele.

Israele perde anche la faccia

Notte fonda per il Sionismo

Israele risulta la grande perdente dei negoziati sul nucleare iraniano e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate.

Le manifestazioni di gioia incontenibile del popolo iraniano nelle piazze di Teheran saranno ricordate a lungo. Rappresentano la vittoria del buon senso, della diplomazia e, per una volta, della giustizia sull’oscurantismo e la bieca propaganda del terrore. L’Iran vive un momento catartico, un pesante debito con la giustizia viene pagato e si infligge un colpo durissimo alle ambizioni dei Neocon americani di lanciare la guerra definitiva, finale aggredendo la nazione persiana.

Soprattutto, il corso storico che ha portato all’annullamento delle insensate sanzioni all’Iran rappresenta un punto di svolta storico e un punto di partenza per una nuova visione dello scenario mediorientale. In questi giorni si sta aprendo finalmente la stagione propizia per rompere definitivamente l’abbraccio mortale tra Occidente (USA in primis, dunque il carrozzone delle nazioni europee ad essi legati) e Israele, già fortemente allentatosi negli ultimi mesi. La nazione sionista risulta la grande perdente dei negoziati e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate. Accusare di terrorismo internazionale un Iran attivo più di ogni altro attore nella lotta all’ISIS, a cui invece Tel Aviv fa numerosi favori con i raid aerei illegali contro Assad e Hezbollah, è qualcosa di insostenibile.

A un anno dai massacri di Gaza, il popolo israeliano si rivela sempre più intollerante; per il suo governo il mondo si è fermato a George W. Bush, alle sue genuflessioni nei confronti del potere sionista, ai giorni in cui l’IDF era lasciata libera di irrorare col fosforo bianco gli orfanatrofi e i quartieri residenziali di Gaza o Beirut senza grandi risposte da parte della comunità internazionale. Era un altro mondo, gli USA erano profondamente impegnati in Medio Oriente, cingevano d’assedio Teheran attraverso le operazioni in Iraq e Afghanistan e le dure sanzioni ora giustamente abolite.

Per il sionismo è attualmente notte fonda: la maschera di menzogne con cui il governo di Tel Aviv è sempre riuscito a farsi schermo è definitivamente divelta; Israele si sta autoescludendo dai consessi internazionali, barricandosi in una torre d’avorio di pregiudizi e manie patologiche. Chiuso tra uno scacchiere sempre più caotico e i tentativi azzardati di rompere l’impasse quali gli abboccamenti coi sauditi, Netanyahu vede arenarsi il progetto di egemonia regionale che oramai Israele da settant’anni porta avanti. La diplomazia internazionale forte del supporto iraniano potrebbe in questo caso manovrare abilmente e condurre un blitz irruento per dare decisi contorni e limiti all’agire di Israele. Capitalizzare la vittoria ottenuta nei confronti della propaganda oscurantista sionista significherebbe agire per mettere pressione a Israele affinché cominci a obbedire alle regole del gioco, concedendo ispezioni ai suoi siti nucleari come farà Teheran e dando garanzie sul rispetto dei diritti umani nei territori abitati dai palestinesi.

Il grande rischio in tutto ciò è quello di una reazione alla dottor Stranamore: il timore che Israele possa diventare una vera e propria scheggia impazzita è tutt’altro che remoto, sebbene eventuali attacchi a sorpresa lanciati nei confronti dell’Iran sarebbero condannati dalla totalità delle nazioni; tutto potrebbe cambiare a fine 2016: se a Obama, al quale va riconosciuto il buon senso di aver capito che l’esclusione dell’Iran era controproducente, succederà un “falco” repubblicano o la sua collega di partito Hillary Clinton, Israele tornerà al centro della strategia mediorientale NATO. Con tutte le nefande conseguenze del caso.

18 luglio 2015

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L’Intellettuale Dissidente

 

Una spia israeliana ammette: abbiamo incoraggiato le teorie delle cospirazioni antisemite

Memo. Generalmente le pubblicazioni di ex militari, politici e agenti dell’Intelligence sono noiose ed egocentriche, volendo a tutti i costi dimostrare le proprie ragioni su episodi di lunga data di cui conservano rancore. Perciò questi volumi raramente fanno parte di letture illuminanti.

Per quanto noiose possano essere queste opere propagandistiche, a volte ne esistono alcune da prendere in considerazione. A tal proposito un libro da sottoporre all’attenzione è Periphery, scritto dall’ex spia israeliana Yossi Alpher.

Alpher è un ex ufficiale dell’Intelligence. Periphery, pubblicato all’inizio dell’anno, è il suo resoconto di anni di disperati sforzi israeliani per trovare alleanze nel Medio Oriente, una regione da cui sono intrinsecamente alienati a causa delle frequenti aggressioni militari contro i paesi vicini, la lunga occupazione militare del ’67 e l’espropriazione delle terre del popolo palestinese.

La cosiddetta “strategia Periphery” mirava a ricercare alleati in stati e gruppi minoritari considerati al di fuori dalla tradizione araba e musulmana. Le spie israeliane hanno cercato di stringere alleanze con i Curdi dell’Iraq settentrionale, della Turchia al culmine del potere politico militare, e dell’Iran, sotto la dittatura dello Shah.

Il piano includeva inoltre l’alleanza con i cristiani maroniti del Libano. Tali piani  hanno una lunga e ben documentata storia che risale al 1954 quando, secondo quanto riportato sui diari dell’ex primo ministro israeliano Moshe Sharett, David Ben Gurion pianificò l’invasione del Libano e l’instaurazione di uno stato cristiano nel paese. Il progetto non riuscì mai del tutto ma la storia dell’alleanza israeliana con le milizie libanesi conservatrici negli anni ’70 e ’80 è ben noto. Al fine di distruggere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Israele invase finalmente il Libano  nel 1982 imponendovi il leader falangista Bashir Gemayel come un temporaneo presidente fantoccio.

Comunque Gemayel fu assassinato poco dopo la sua imposizione alla guida del paese, lo Shah fu rovesciato da una rivoluzione e in Iran è stata fondata la Repubblica Islamica.

Paradossalmente oggi il principale alleato di Israele è il regime Saudita, proprio nel cuore del mondo arabo. I due paesi, sebbene non abbiano relazioni diplomatiche ufficiali, stanno lavorando insieme su una sovversione senza precedenti, soprattutto per quanto riguarda l’opposizione all’influenza iraniana.

In una recente intervista alla stampa israeliana per la promozione del suo libro sulla dottrina “Periphery”, Alpher fa una dichiarazione eloquente, lasciando forse intendere più di quanto volesse.

Su alcuni regimi anti democratici con cui stava cercando di stringere rapporti afferma: “Sapevamo che la questione dei Protocolli dei Savi di Sion avrebbe avuto un ruolo fondamentale per loro. In un certo modo anche noi abbiamo giocato questa carta in modo che pensassero che avessimo un’immensa influenza sul mondo e avremmo potuto manipolare la politica statunitense a loro favore. I marocchini, egiziani e turchi erano tutti sicuri che una sola nostra parola avrebbe cambiato la posizione di Washington nei loro confronti”.

In altre parole, spie e diplomatici israeliani (nonostante la propaganda sostenga che siano i protettori degli ebrei di tutto il mondo) hanno incoraggiato attivamente la diffusione di un falso antisemitismo.

Israele, allo scopo di convincere certi regimi di avere una forte influenza sugli Stati Uniti, ha in realtà incoraggiato la credenza del complotto antisemita sul fatto che gli ebrei controllassero il mondo (come contenuto nei protocolli).

In realtà il sionismo viene considerato come una forma di antisemitismo. Ciò potrebbe apparire contro intuitivo per un paese che rivendica il fatto di essere uno “stato ebreo”, ma c’è una lunga storia di leader sionisti che hanno rilasciato dichiarazioni antisemite incoraggiando l’odio contro gli ebrei, tra cui Arthur Ruppin e Theodor Herzl.

Ma più di questo è l’idea alla base del Sionismo ad essere antisemita, come affermato da alcuni studiosi palestinesi tra cui Joseph Massad: l’idea che gli Ebrei non appartengono ai loro paesi d’origine (come Francia, Germania e Stati Uniti) ma siano, in realtà, orientali che hanno il bisogno di tornare nella loro mitica “terra d’Israele”.

Il Sionismo estremo ha inoltre minacciato di imporre la “liquidazione dell’esilio” a tutti gli ebrei non residenti in Israele, come riportato dal rabbino Meir Kahane, fondatore della Jewish Defense League e Kach (un tempo considerate dall’FBI organizzazioni terroristiche).

Sarebbe interesse di Israele dividere la regioni in piccoli stati confessionali, troppo impegnati nella guerra per opporsi al colonialismo israeliano. Questa è la ragione per cui vengono alimentate le fiamme della guerra civile in Siria, estendendo l’aiuto ai gruppi ribelli siriani alleati di Al-Qaeda.

Si può considerare dunque una piccola sorpresa apprendere la promozione dell’antisemitismo da parte di Alpher in tutta la regione.

Traduzione di Lorenzo D’Orazio

Una spia israeliana ammette: abbiamo incoraggiato le teorie delle cospirazioni antisemit | InfopalInfopal.

73 European Parliament Members Call on EU to End Support to Israeli Military Companies

About 73 members of the European Parliament issued a letter to European Union High Representative Federica Mogherini and Jan Robert Smits – Director-General of DG Research and Innovation asking the EU to end its support to Israeli military companies trough Horizon2020.

Palestine News & Info Agency – WAFA – 73 European Parliament Members Call on EU to End Support to Israeli Military Companies.

Hacking Team bad boys: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

Re: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

Email-ID 177761
Date 2015-04-02 17:28:28 UTC
From d.vincenzetti@hackingteam.com
To corsaiolo1949@libero.it
Totally agree.David

David Vincenzetti
CEO

Hacking Team
Milan Singapore Washington DC
http://www.hackingteam.com

email: d.vincenzetti@hackingteam.com
mobile: +39 3494403823
phone: +39 0229060603

On Apr 2, 2015, at 6:29 PM, corsaiolo1949@libero.it wrote:

Bhe…che Obama ha fatto danni lo sappiamo tutti..i danni del “non intervento” o del “silenzio” , spesso sono ben peggiori..perchè oltre ad avere conseguenze materiali hanno anche ripercussioni sulle politiche adoperate..
Obama sbaglia da tempo..e non solo con i vari ritiri truppe…ma, ad esempio, la volontà di creare uno stato per i palestinesi…di certo non è una grande mossa..pensando che come unico alleato forte, ad oggi, ha proprio Israele da quelle parti..e Natanyahu non nasconde irritazione..e non nasconde neanche l’intenzione seria di un intervento nei confronti dell’Iran..Il caos che regna in Turchia poi…non agevola molto..attaccare le centrali nucleari? certo…Stuxnet..ma poi? in altri periodi..l’America avrebbe sicuramente fomentato un’alternativa di governo..rivolte popolari…per poi agire..al momento opportuno..pensate che Obama sia in grado?……la sanità e l’orto della moglie hanno la precedenza..come farsi trattare a pesci in faccia da chiunque..
saluti
—-Messaggio originale—-
Da: d.vincenzetti@hackingteam.com
Data: 02/04/2015 11.55
A: “<corsaiolo1949@libero.it>”<corsaiolo1949@libero.it>, “Franz Marcolla”<metalmork@gmail.com>
Ogg: Fwd: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

Agreed?

David

David Vincenzetti
CEO

Hacking Team
Milan Singapore Washington DC
http://www.hackingteam.com

email: d.vincenzetti@hackingteam.com
mobile: +39 3494403823
phone: +39 0229060603

Begin forwarded message:
Date: April 2, 2015 at 5:13:49 AM GMT+2
From: MARION BOWMAN <spikebowman@verizon.net>
Reply-To: MARION BOWMAN <spikebowman@verizon.net>
To: David Vincenzetti <d.vincenzetti@hackingteam.com>
Subject: Re: To stop Iran’s bomb, bomb Iran  

Having been a diplomat in Italy for 3 years I find it amazing to find a “neocon” in Italy.  Welcome to the club! Spike
I doubt that we will ever again, in our lifetimes, have a peace-time President.

•”A universal peace, it is to be feared, is in the catalogue of events, which will never exist but in the
imaginations of visionary philosophers, or in the breasts of benevolent
enthusiasts.” –James Madison
From: David Vincenzetti <d.vincenzetti@hackingteam.com>
To: list@hackingteam.it; flist@hackingteam.it
Sent: Wednesday, April 1, 2015 10:56 PM
Subject: To stop Iran’s bomb, bomb Iran

[ OT? Not really. ]

I COULD NOT agree more with John Bolton.
YES, if I were American (I am Italian) I would probably be a NEOCON.

[ MAY I SUGGEST YOU (yet again) a truly insightful — and undoubtedly MY FAVORITE — BOOK on IRAN’s HISTORY OF DECEPTION?  It’s a must-read to me.  The book: “The Rise of Nuclear Iran: How Tehran Defies the West”, by Dore Gold, available at Amazon ( http://www.amazon.com/The-Rise-Nuclear-Iran-Tehran/dp/1596985712 ) ]
[ EDITED TO ADD: A nice interview is available at http://www.aei.org/press/iran-backs-away-from-uranium-concession-ahead-of-deadline-bolton-on-fox-news-the-real-story/ ]

Enjoy the reading, have a great day!

From The AEI, also available athttp://www.aei.org/publication/to-stop-irans-bomb-bomb-iran  , FYI,David

John R. Bolton @AmbJohnBoltonSenior FellowResearch areas: Foreign policy, International organizationsJohn R. Bolton, a diplomat and a lawyer, has spent many years in public service. From August 2005 to December 2006, he served as the U.S. permanent representative to the United Nations. From 2001 to 2005, he was under secretary of state for arms control and international security. At AEI, Ambassador Bolton’s area of research is U.S. foreign and national security policy.
March 26, 2015 | The New York TimesTo stop Iran’s bomb, bomb IranForeign and Defense Policy
Iranian Foreign Minister Javad Zarif addresses a news conference after a meeting in Vienna November 24, 2014. Reuters
For years, experts worried that the Middle East would face an uncontrollable nuclear-arms race if Iran ever acquired weapons capability. Given the region’s political, religious and ethnic conflicts, the logic is straightforward.As in other nuclear proliferation cases like India, Pakistan and North Korea, America and the West were guilty of inattention when they should have been vigilant. But failing to act in the past is no excuse for making the same mistakes now. All presidents enter office facing the cumulative effects of their predecessors’ decisions. But each is responsible for what happens on his watch. President Obama’s approach on Iran has brought a bad situation to the brink of catastrophe.In theory, comprehensive international sanctions, rigorously enforced and universally adhered to, might have broken the back of Iran’s nuclear program. But the sanctions imposed have not met those criteria. Naturally, Tehran wants to be free of them, but the president’s own director of National Intelligence testified in 2014 that they had not stopped Iran’s progressing its nuclear program. There is now widespread acknowledgment that the rosy 2007 National Intelligence Estimate, which judged that Iran’s weapons program was halted in 2003, was an embarrassment, little more than wishful thinking.Even absent palpable proof, like a nuclear test, Iran’s steady progress toward nuclear weapons has long been evident. Now the arms race has begun: Neighboring countries are moving forward, driven by fears that Mr. Obama’s diplomacy is fostering a nuclear Iran. Saudi Arabia, keystone of the oil-producing monarchies, has long been expected to move first. No way would the Sunni Saudis allow the Shiite Persians to outpace them in the quest for dominance within Islam and Middle Eastern geopolitical hegemony. Because of reports of early Saudi funding, analysts have long believed that Saudi Arabia has an option to obtain nuclear weapons from Pakistan, allowing it to become a nuclear-weapons state overnight. Egypt and Turkey, both with imperial legacies and modern aspirations, and similarly distrustful of Tehran, would be right behind.Ironically perhaps, Israel’s nuclear weapons have not triggered an arms race. Other states in the region understood — even if they couldn’t admit it publicly — that Israel’s nukes were intended as a deterrent, not as an offensive measure.Iran is a different story. Extensive progress in uranium enrichment and plutonium reprocessing reveal its ambitions. Saudi, Egyptian and Turkish interests are complex and conflicting, but faced with Iran’s threat, all have concluded that nuclear weapons are essential.The former Saudi intelligence chief, Prince Turki al-Faisal, said recently, “whatever comes out of these talks, we will want the same.” He added, “if Iran has the ability to enrich uranium to whatever level, it’s not just Saudi Arabia that’s going to ask for that.” Obviously, the Saudis, Turkey and Egypt will not be issuing news releases trumpeting their intentions. But the evidence is accumulating that they have quickened their pace toward developing weapons.Saudi Arabia has signed nuclear cooperation agreements with South Korea, China, France and Argentina, aiming to build a total of 16 reactors by 2030. The Saudis also just hosted meetings with the leaders of Pakistan, Egypt and Turkey; nuclear matters were almost certainly on the agenda. Pakistan could quickly supply nuclear weapons or technology to Egypt, Turkey and others. Or, for the right price, North Korea might sell behind the backs of its Iranian friends.The Obama administration’s increasingly frantic efforts to reach agreement with Iran have spurred demands for ever-greater concessions from Washington. Successive administrations, Democratic and Republican, worked hard, with varying success, to forestall or terminate efforts to acquire nuclear weapons by states as diverse as South Korea, Taiwan, Argentina, Brazil and South Africa. Even where civilian nuclear reactors were tolerated, access to the rest of the nuclear fuel cycle was typically avoided. Everyone involved understood why.This gold standard is now everywhere in jeopardy because the president’s policy is empowering Iran. Whether diplomacy and sanctions would ever have worked against the hard-liners running Iran is unlikely. But abandoning the red line on weapons-grade fuel drawn originally by the Europeans in 2003, and by the United Nations Security Council in several resolutions, has alarmed the Middle East and effectively handed a permit to Iran’s nuclear weapons establishment.The inescapable conclusion is that Iran will not negotiate away its nuclear program. Nor will sanctions block its building a broad and deep weapons infrastructure. The inconvenient truth is that only military action like Israel’s 1981 attack on Saddam Hussein’s Osirak reactor in Iraq or its 2007 destruction of a Syrian reactor, designed and built by North Korea, can accomplish what is required. Time is terribly short, but a strike can still succeed.Rendering inoperable the Natanz and Fordow uranium-enrichment installations and the Arak heavy-water production facility and reactor would be priorities. So, too, would be the little-noticed but critical uranium-conversion facility at Isfahan. An attack need not destroy all of Iran’s nuclear infrastructure, but by breaking key links in the nuclear-fuel cycle, it could set back its program by three to five years. The United States could do a thorough job of destruction, but Israel alone can do what’s necessary. Such action should be combined with vigorous American support for Iran’s opposition, aimed at regime change in Tehran.Mr. Obama’s fascination with an Iranian nuclear deal always had an air of unreality. But by ignoring the strategic implications of such diplomacy, these talks have triggered a potential wave of nuclear programs. The president’s biggest legacy could be a thoroughly nuclear-weaponized Middle East.John R. Bolton, a scholar at the American Enterprise Institute, was the United States ambassador to the United Nations from August 2005 to December 2006.Iran | Iran nuclear negoations

David Vincenzetti
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thanks to: Wikileaks

Hacking Team, i ROS e lo spionaggio industriale in Israele

Re: HT at Nice, sunday december 1st

Email-ID 57763
Date 2013-11-29 17:14:19 UTC
From d.vincenzetti@hackingteam.com
To m.valleri@hackingteam.com, g.russo@hackingteam.com, d.milan@hackingteam.com
Generiamo questo incontro al più presto. Del resto i ROS sono nostri amici e abbiamo davvero un ottimo rapporto con loro. Non dovrebbe essere affatto difficile.

David Vincenzetti
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On Nov 29, 2013, at 5:06 PM, Marco Valleri <m.valleri@hackingteam.com> wrote:
In realta’ e’ gia’ un mese che ci stiamo muovendo in tal senso. Daniele e’ gia’ in contatto con le persone chiave e stiamo aspettando un feedback da loro.


Marco Valleri
CTO

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Da: David Vincenzetti
Inviato: Friday, November 29, 2013 04:59 PM
A: Marco Valleri
Cc: Giancarlo Russo; Daniele Milan
Oggetto: Re: HT at Nice, sunday december 1st

Agreed. Come possiamo generare questo incontro? coinvolgiamo Marco B?
David

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On Nov 29, 2013, at 4:53 PM, Marco Valleri <m.valleri@hackingteam.com> wrote:
Suppongo anch’io che si tratti qualcosa del genere ed e’ per questo che l’informazione che ci diedero i ROS a riguardo (per deliverare l’exploit c’e’ bisogno di una finta cella) mi sembra plausibile: se si cerca di mandare un sms malformato da un normale modem gsm, il carrier semplicemente lo droppa. Questo e’ esattamente uno dei dettagli che dovremmo riuscire a carpire per avere una vaga idea di dove cominciare a cercare questo fantomatico bug. Per questo ritengo che un incontro organizzato dai ROS con un nostro “imbucato” possa rappresentare un importante punto di partenza per le nostre ricerche.   From: David Vincenzetti [mailto:d.vincenzetti@hackingteam.com]
Sent: venerdì 29 novembre 2013 16:36
To: Marco Valleri
Cc: Giancarlo Russo; Daniele Milan; m.catino; rsales
Subject: Re: HT at Nice, sunday december 1st   Quello che vi posso dire e’ questo: la persona che —mentre cenavo con lui— mi ha detto di averlo visto funzionare in una demo organizzata in Messico da NSO e’ il responsabile nuovi prodotti di NICE. Ha ~50 anni, e’ tecnicamente molto serio, era accompagnato in Messico dal responsabile tecnico intelligence di NICE, un’altra persona molto smart.   Lo dico perché scrivendo in precedenza “una persona high level” sono stato poco chiaro: non si tratta di una persona solamente in alto gerarchicamente ma anche molto skilled.   Secondo me hanno un exploit che sfrutta un bug colossale dell’OS di BB e che manda in esecuzione del codice senza davvero che l’utente debba fare nulla. Che so, un SMS con caratteri speciali e troppo lungo, per esempio.   Aggiungo che secondo me tutta l’azienda, tutta NSO per intenderci, ruota intorno a questo cazzo di exploit e forse qualche altro di poco conto. Aggiungo infine che questo mio amico di NICE mi ha detto che NSO ha promesso di avere la stessa cosa per Android da molto tempo ma che finora non e’ stata in grado di mostrare nulla (e questo e’ assolutamente verosimile!).   Riflettete pero’ sull’effetto “black magic” che questo exploit suscita sugli astanti — secondo me potremmo averlo anche noi questo exploit, in un modo o nell’altro.   David —
David Vincenzetti
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phone: +39 0229060603    On Nov 29, 2013, at 2:21 PM, Marco Valleri <m.valleri@hackingteam.com> wrote:

A proposito di questo, Daniele, i ROS ti hanno piu’ fatto sapere niente? Riusciamo ad organizzare questo incontro?   From: Marco Valleri [mailto:m.valleri@hackingteam.com]
Sent: venerdì 29 novembre 2013 14:21
To: ‘David Vincenzetti’
Cc: ‘Giancarlo Russo’; ‘Daniele Milan’; ‘m.catino’; ‘rsales’
Subject: RE: HT at Nice, sunday december 1st   Non ho detto che sia una leggenda, ma che abbiamo sentito tante leggende o storie a riguardo. C’e’ chi ci ha detto che e’ totalmente remotizzabile, chi che hanno bisogno di una finta cella, chi che utilizza dei certificati speciali. C’e’ anche chi dice che questo fantomatico exploit sia multipiattaforma, e giura di averlo visto funzionare su android. Prima di metterci a cercare la pietra filosofale dobbiamo avere ben chiaro di cosa si tratta!   From: David Vincenzetti [mailto:d.vincenzetti@hackingteam.com]
Sent: venerdì 29 novembre 2013 14:08
To: Marco Valleri
Cc: Giancarlo Russo; Daniele Milan; m.catino; rsales
Subject: Re: HT at Nice, sunday december 1st   Non e’ una leggenda: una persona high level di NICE mi ha detto di averlo visto con i suoi occhi.   Trattasi di exploit che va in run automaticamente alla ricezione per qualche ragione. E’ fattibile: anni fa Schneier aveva segnalato un exploit di Outlook che faceva un buffer overrun sul Subject: della mail e quindi andava in esecuzione senza che l’utente aprisse la mail.   David —
David Vincenzetti
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La questione non e’ di trovare un semplice exploit su BB. Loro sostengono (notizia comunque di seconda mano, visto che non abbiamo mai visto una presentazione di NSO) di avere un modo di infettare un BB, dato il numero di telefono, in maniera totalmente trasparente, quindi non con i classici metodi di exploiting (web based, document based, etc) che siamo in grado di ricercare con la nostra infrastrutttura di fuzzing. Stiamo cercando di organizzare un finto “meeting” con NSO in maniera da imbucare uno dei nostri e vedere finalmente di cosa si tratta: abbiamo sentito tante “leggende” a riguardo, ma nessuno e’ stato in grado di darci delle informazioni puntuali. Prima di metterci a ricercare una chimera di cui non sappiamo nulla, credo che sia meglio vedere realmente quali sono le specifiche e soprattutto le limitazioni del loro metodo di infezione (finta cella? certificati rubati? exploit su base band?) per avere chiaro con cosa dobbiamo rivaleggiare e per non procedere totalmente alla cieca.

——– Messaggio originale ——– Oggetto: Re: HT at Nice, sunday december 1st Data: Fri, 29 Nov 2013 09:03:49 +0100 Mittente: David Vincenzetti <d.vincenzetti@hackingteam.com> A: Giancarlo Russo <g.russo@hackingteam.com> CC: Marco Bettini <m.bettini@hackingteam.com>, Massimiliano Luppi<m.luppi@hackingteam.com>, “catino@hackingteam.it” <catino@hackingteam.it>, HT<rsales@hackingteam.it>

Nice try. Ma non sara’ cosi’ facile se non emigrano in massa da Israele. E poi la tecnologia e’ stata sviluppata originariamente in Israele: dovrebbero fare un’azienda completamente nuova.   David —
David Vincenzetti
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as far as I’ve heard (rumors) NSO is moving to Romania….

Il 29/11/2013 07:14, Marco Bettini ha scritto: News coming from Mexico:   Israeli government bloked NSO to sell 0-click abroad. They show it but they cannot sell it, and clients are very upset.

Marco
— Marco Bettini
Sales Manager

Sent from my mobile.
Il giorno 29/nov/2013, alle ore 04:45, David Vincenzetti <d.vincenzetti@hackingteam.com> ha scritto:

Circa la loro attenzione/fissazione ai BB: la mia interpretazione.   Ci stanno confrontando con NSO, il nostro “competitor” israeliano che non ha prodotto (veramente: quasi nulla) ma ha degli exploits funzionanti per BB che fanno la “silent installation”, come amano dire loro. Ho sentito, abbiamo sentito dire la loro questo MOLTE volte.    Del resto BlackBerry aggiorna il software dei telefoni ogni sei mesi se va bene e quindi gli exploit una volta che li hai durano un sacco di tempo.   L’unica cosa in cui NSO ci supera e’ questo (secondo me e’ UNO solo) exploit per BB che funziona sui vecchi modelli, cioè su quelli che abbiamo noi e che sono ovviamente quelli più diffusi, NON funziona sui BB 10.x. Portategli un BB nuovo e chiedetegli d’infettarlo! :-)   Marco V: Visto che siamo riusciti a creare uno splendido exploit per Android dove e’ molto ma molto più difficile prendere il controllo, possibile che non riusciamo a fare lo stesso su BB così ce li togliamo di torno, questi piccoli (3 anni di vita) di NSO?   David —
David Vincenzetti
CEO

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phone: +39 0229060603    On Nov 28, 2013, at 5:40 PM, Giancarlo Russo <g.russo@hackingteam.com> wrote:

Almeno questa Ana sembra essere più cooperative degli altri!   :)   Max, Marco grazie per la disponibilità nel weekend.     Ps. La domanda sui bb cinesi – imitazioni- l’aveva già fatta e gli abbiamo spiegato che si tratta di sistemi custom su cui non lavoriamo

Sent from my iPad
On 28/nov/2013, at 16:32, Massimiliano Luppi <m.luppi@hackingteam.com> wrote:

Marco, come sai in Honduras era andato Ale. Nice ci ha appena scritto con cosa aspettarci dal cliente. Sotto trovi alcuni commenti di Alessandro su cosa gli era stato mostrato in precedenza.       Massimiliano   Da: Alessandro Scarafile [mailto:a.scarafile@hackingteam.com]
Inviato: giovedì 28 novembre 2013 16:30
A: ‘Massimiliano Luppi’
Oggetto: R: HT at Nice, sunday december 1st     1.       As I mentioned before, the deal scope right now is for smart phones only. Blackberry phones are the most popular, including their Chinese copies, so you should be prepared for that question. Sulla piattaforma BlackBerry siamo MOLTO preparati. Sulle copie cinesi… non credo. In Honduras è stata mostrata l’infezione di un BlackBerry via QR Code / Web Link.   2.       Not everyone has an internet at home but there are a lot of free wi-fi access points, in the malls and cafes. So the info downloading could be done easily from there, rather from home. Questo mi sembra un ottimo momento per parlare del Tactical Network Injector. In Honduras è stata mostrata l’infezione di un desktop Windows via YouTube.   3.       Data payment is going per plans and not per usage, so theoretically if you do have a possibility to broadcast through GPRS, it won’t influence billing. Should you decide to do that, we will make more accurate examination.   NON HO CAPITO DI CHE COSA PARLIAMO   4.       Due to lack of regulation, a lot of junk/adv messages are sent to averyone (around 40 per day), so nobody gets surprised by different content, BUT: the response rate is very low (games, coupons) so I would make an emphasis on wa-push from operator+applications rather than URL. Bene. Abbiamo il vettore di infezione chiamato WAP Push Message e su piattaforma Android (per esempio) possiamo anche far scaricare applicazioni meltate (infette).Da: Massimiliano Luppi [mailto:m.luppi@hackingteam.com]
Inviato: giovedì 28 novembre 2013 16:22
A: Alessandro Scarafile
Oggetto: I: HT at Nice, sunday december 1st     Da: Ana Tsmokun [mailto:Ana.Tsmokun@nice.com]
Inviato: giovedì 28 novembre 2013 16:10
A: Massimiliano Luppi
Cc: ‘HT’; Zohar Weizinger; Adam Weinberg; d.milan@hackingteam.com; g.russo@hackingteam.com
Oggetto: RE: HT at Nice, sunday december 1st     Dear Massimiliano,   For general background, some facts about Hera reality:   1.       As I mentioned before, the deal scope right now is for smart phones only. Blackberry phones are the most popular, including their Chinese copies, so you should be prepared for that question. 2.       Not everyone has an internet at home but there are a lot of free wi-fi access points, in the malls and cafes. So the info downloading could be done easily from there, rather from home. 3.       Data payment is going per plans and not per usage, so theoretically if you do have a possibility to broadcast through GPRS, it won’t influence billing. Should you decide to do that, we will make more accurate examination.   4.       Due to lack of regulation, a lot of junk/adv messages are sent to averyone (around 40 per day), so nobody gets surprised by different content, BUT: the response rate is very low (games, coupons) so I would make an emphasis on wa-push from operator+applications rather than URL.   I would dedicate 30 minutes to ppt and then go for a demo, showing the system including different modules. I asked you previously to send me this slide with permissions – I need to prepare the recommendations for different positions. They work in very compartmentalized environment, so it will be very important for them that for some targets will be visible  only to admin “A” and some to admin “B”.   This is not a training yet, we just want them to see the product. They will be 3, two of them speak more or less English, there will be someone from us to translate.   If you have any other questions, please feel free to contact me.   Have a great weekend and see you in Israel, Ana         From: Massimiliano Luppi [mailto:m.luppi@hackingteam.com]
Sent: Thursday, November 28, 2013 4:35 PM
To: Adam Weinberg
Cc: ‘HT’; Zohar Weizinger; Vered Yitzhaki; Ana Tsmokun
Subject: R: HT at Nice, sunday december 1st   Hello Adam   As discussed over the phone, kindly let us know what we can expect from the customer (questions, issues, etc…) Do we have to go through the presentation as well ? or should we go straight to the demo?   Last but not least, these are our flights. As you can see we are not flying EL AL. can you however prepare us a letter for the airport?   Massimiliano Luppi Arrival                  sat 30 November at 3:20pm with flight no. AZ808 Departure           sun 1 December at 5:10 pm with flight no. AZ813   Marco Catino Arrival                  sun 1 December at 2:35 am with flight no. AZ810 Departure           sun 1 December at 5:10 pm with flight no. AZ813     We are staying at the Crowne Plaza City Center – MENAHEM BEGIN RD., 132 63453 IL         Thank you, Massimiliano Luppi Key Account Manager   HackingTeam Milan Singapore Washington DC
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Giancarlo Russo
COO

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email:g.russo@hackingteam.com
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phone: +39 02 29060603
.     —

Giancarlo Russo
COO

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email:g.russo@hackingteam.com
mobile: +39 3288139385
phone: +39 02 29060603

 

thanks to: Wikileaks

Foreign direct investment in Israel dropped by 50% in 2014 and expert says it’s due to the Gaza war and BDS

Foreign direct investment in Israel dropped by 50% in 2014 according to a 2015 World Investment Report issued yesterday by the United Nations Conference on Trade and Development.

Newsweek reports: Foreign investment in Israel drops by 50%

Foreign direct investment (FDI) in Israel dropped by almost 50% last year in comparison to the year before as the country continues to feel the effects of last summer’s Gaza conflict, a new UN report has revealed.

The report, published by the United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), shows that only €5.7bn was invested into the country in 2014 in comparison with €10.5bn in 2013, a decrease of €4.8bn, or 46%. Israel’s FDI in other countries also decreased by 15%, from €4.2bn in in 2013 to €3.5bn last year.

Newsweek cites one of the authors of the report, Dr. Ronny Manos from the Open University of Israel, as speculating the declining investment is fallout from the Israeli military onslaught on Gaza last summer and “international boycotts” against Israel for “alleged violations of international law.”  Ynet adds that, according to Manos, “these are only conjectures that can explain the sharp decline”

As we reported in 2013 investment committees for European banks were considering recommending their institutions bar loans to Israeli companies that have economic links with the Palestinian occupied territories. At the time Haaretz reported the investment committees “submit a report to their clients with recommendations about where to invest − and where not to invest. The process of examining the Israeli companies that operate in West Bank settlements involved the exercise of due diligence.”

From Haaretz:

According to the report that landed on the relevant desks here, a large number of those investment committees considered recommending to the banks to prohibit loans or aid of any kind to Israeli companies that operate in the West Bank − manufacturing there, selling their products, building homes and so forth − and also to Israeli banks that grant mortgages to home builders or buyers across the Green Line

Investment committees do not issue recommendations to boycott or sanction per se. They make prudent investment recommendations and in the case of Israel, a recommendation of this nature functions as a warning to investors that profiting off the occupation, a business could become ensnared in being complicit and held legally responsible for crimes against international law.

Speaking of which, Palestine’s foreign minister Riad Malki visited the Hague today in his official capacity and submitted files to prosecutors at the International Criminal Court (ICC) charging Israeli with war crimes, the crime of apartheid, and other charges.

As an investor, it’s a matter of common sense not attaching your business to a potential minefield of liability.

Update:

Bisan Mitri, Palestinian BDS National Committee secretariat member said: 

Ten years after its launch, the BDS movement is being recognised by one of the authors of a UN report as starting to have major impacts on the Israeli economy.

Israel’s shift to the far-right, its intentional crimes against Palestinians and the BDS movement and rapid changes in public opinion following Israel’s massacre of Palestinians in Gaza last summer mean that Israel is increasingly becoming a less attractive investment destination.

Businesses who associate themselves with Israeli violations of international law such as G4S, Veolia and Orange are facing costly public campaigns and being held to account by the BDS movement. Major banks and investors are divesting from companies that participate in Israel’s crimes.

As Israeli fanatic right-wing ministers have been saying loudly and clearly recently, BDS is a rapidly growing grassroots movement that presents a real challenge to Israeli settler-colonialism and apartheid.

Recent economic BDS developments include:

The BNC is the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), the broad coalition of Palestinian civil society organisations that works to support the boycott, divestment and sanctions (BDS) movement. 

thanks to: Mondoweiss

“In Israele, ci muoviamo in mezzo ad assassini e torturatori”

di Amira Hass

 

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ] – scrive la giornalista israeliana – scaturisce “dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori”

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti e abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano e hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

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