Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

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Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

Il Giro della propaganda

Christian Peverieri

 

 

 

Sul finire del secolo scorso correvo in bicicletta nella categoria “under 23” e ricordo che una delle corse che sentivo di più era la famosa Popolarissima di Treviso. Il mio sogno era vincerla, non tanto per la vittoria in sé quanto per poter salire sul podio, guardare in faccia lo sceriffo Gentilini e potergli dire: “Io ai razzisti non stringo la mano!” Sarebbe stato più bello della vittoria stessa.

 

Purtroppo le mie scarse doti di velocista mi hanno impedito di realizzare questo sogno ma se si fosse avverato, ne sono certo, sarei stato visto malissimo dall’ambiente tutto perché, sembra quasi una regola non scritta, chi fa sport non deve far politica.
O meglio, chi fa sport, se proprio proprio non riesce a star zitto è pregato cortesemente di seguire la politica “ufficiale”, fare l’uomo immagine va benissimo ad esempio, ma guai a mettere in dubbio le decisioni o le direttive che provengono dall’alto e soprattutto esprimere opinioni e critiche su personalità importanti o temi ritenuti inopportuni. Un ciclista, come qualsiasi altro uomo di sport, deve fare sport, non pensare.

 

Dall’alto invece, decisioni politiche e schieramenti vengono presi eccome. Il mio passato biciclettaro ogni tanto spinge la mia curiosità a guardare che succede nel mondo delle due ruote, così pochi giorni fa mi è saltata all’occhio la notizia della prossima partenza del Giro d’Italia 2018: Gerusalemme. Ho avuto un sobbalzo. Il primo pensiero è stato: che orrore. Il secondo: diamogli il beneficio del dubbio, andiamo a vedere che dicono. Il terzo pensiero ha riconfermato il primo.
In queste righe non mi interessa affrontare l’aspetto sportivo della decisione ma quello politico ed economico. Indagando tra tweet e media alternativi è venuta subito fuori la “sponsorizzazione” dello stato di Israele per questa tre giorni di “sport, cultura, integrazione tra due popoli”: 12 milioni di euro, niente male davvero. Le Olimpiadi del 1936 a Berlino, la Coppa Davis del 1976 in Cile e i Mondiali di calcio del 1978 in Argentina sono i primi esempi che mi vengono in mente per raccontare di come lo sport sia sempre stato usato come veicolo di propaganda: per la grandezza di una razza (ma che smacco quel Jesse Owens) o per sdoganare dei regimi sanguinari come quello di Pinochet (fortuna che Panatta e Bertolucci gliele hanno suonate in campo a quei cileni) e di Videla (con il capitano di allora, El Lobo Jorge Carrascosa, che si ritirò dal calcio giocato pur di non essere complice della dittatura). Lo sport è l’oppio dei popoli, è capace di alterare gli eventi sociali e politici, di guidare l’opinione pubblica. E questa partenza del Giro è solamente un’azione politico-economica, volta a mostrare l’aspetto democratico di uno stato feroce in cambio di una valanga di soldi.
Qui i valori sociali ed educativi dello sport spariscono e lasciano spazio agli interessi politici ed economici di uno stato che non si comporta molto sportivamente con i palestinesi. Sentire il direttore del Giro, il signor Vegni, definire Israele “una nazione molto aperta” fa rizzare i capelli e bollire il sangue nelle vene. I muri, i check point, gli insediamenti abusivi e violenti dei coloni israeliani, l’inferno di Gaza, la prigione a cielo aperto più grande del mondo che rinchiude quasi due milioni di persone, e ancora, i soprusi e le vessazioni quotidiane, l’arroganza dei militari israeliani che senza pietà colpisce anche i bambini palestinesi, la costante repressione dei palestinesi non fanno di Israele una nazione molto aperta ma uno stato che fa del terrore e della violenza le armi principali per sottomettere un intero popolo.

 

Ridicola è anche la scusa usata per difendere questa scelta: in onore di Gino Bartali, insignito nel 2013 del titolo di “Giusto fra le Nazioni” per aver salvato dalla deportazione centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Di fatto questa scelta premia uno stato che vìola costantemente i diritti umani e lo fa con la sponda del governo italiano. Il ministro Lotti infatti ha celebrato l’evento con queste parole su Facebook: “Gerusalemme è un luogo affascinante, immerso in una storia e in uno scenario irripetibili, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli”. E ancora, ” Lo sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”.

 

 

 

Armonia tra popoli, riconciliazione, concordia. Verrebbe da ridergli in faccia, se dietro non ci fossero migliaia di morti.

 

Dello sport vero, dei valori etici di cui tutti si sciacquano la bocca è rimasto ben poco. Tra marketing politico, business, corse truccate, problema doping, il ciclismo ha perso ormai gran parte del suo fascino finendo inglobato nel calderone del capitalismo che devitalizza qualsiasi cosa o essere vivente e lo trasforma in una macchina per far soldi. E allora, dato che lì in alto hanno deciso di strumentalizzare un evento sportivo un tempo di rara bellezza ed emozione, tanto vale non dargliela vinta senza lottare e aderire alla campagna del BDS (il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele) #relocatetherace di boicottare la corsa rosa e cercare di costringere gli organizzatori ad attuare il piano b, ovvero la rinuncia a partire da Israele con conseguente partenza dall’Italia.
Lo dobbiamo allo sport, al ciclismo ma soprattutto ad un popolo ferito che da settant’anni subisce l’aggressione di Israele.

 

Link:

 

https://bdsmovement.net/giro?utm_content=buffere5f88&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

https://t.co/lZmw0cTfGD?amp=1

 

thanks to: Sportallarovescia

Il giro d’Italia in Israele

Dal Corsera ho appreso che le tappe nello Stato sionista sono tre, il circuito di 10 km a Gerusalemme, Haifa – Tel Aviv e Be’er Sheva- Eilat e che il ministro degli esteri, la signora Regev, ammette: «Mai stanziato un budget così alto per un evento sportivo». Le preoccupazioni sono sulla sicurezza, ma si dice «Mi sentirei meno tranquillo a partire dall’Europa». Per il ministro italiano Lotti: «… una sfida sportiva, ma anche culturale; un ponte ideale tra Italia e Israele». Rincara Vegni: «… Non oltrepassiamo i limiti riconosciuti dello Stato d’Israele» (provate a dirlo a Netanyahu…). Riconfermo quindi quanto già scritto ieri su Facebook: «Credevo (e mi sbagliavo) che la partenza del Giro d’Italia del 2018 da Gerusalemme, fosse una barzelletta… e invece, purtroppo, è tutto vero!

Tra i promotori del Museo del Ciclismo della Madonna del Ghisallo, con Fiorenzo Magni, prima amministratore e poi sindaco di Magreglio (al momento della posa della prima pietra del Museo e dell’inaugurazione, dove è, tra l’altro, esposta la copia della pergamena di fondazione con la mia firma), non condivido assolutamente questa scelta che va contro lo spirito di pace dello sport. Diverso sarebbe stato se si fosse trattato di una tappa Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, oppure Gaza – Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, ma, in questo modo, in tanti avrebbero potuto vedere qual è la situazione della Palestina, separata da Israele dal muro della vergogna».

Propongo di consegnare ufficialmente la bandierina della partenza a Gerusalemme a John Crossman, alias Mordechai Vanunu, tecnico nucleare a Dimona che aveva denunciato nel 1986 il piano segreto di armamento nucleare dello Stato sionista. Fu sequestrato illegalmente a Roma da agenti del Mossad e processato, altrettanto illegalmente, dai sionisti, uscendo dal carcere solo nel 2004. Lo spettacolo a ogni tappa lo farei gestire da Moni Ovadia, ebreo non sionista.

Il voler giustificare la partenza da Gerusalemme con quanto fatto da Bartali durante la seconda guerra mondiale è solo un espediente. Ho conosciuto Gino Bartali e ritengo sicuramente da condividere quanto il campione ha fatto per salvare degli ebrei e trasmettere documenti nascosti nella canna della sua bicicletta, ma tutto questo non può essere strumentalizzato per  giustificare la partenza del Giro da Gerusalemme, che di fatto offende i palestinesi e quanti (anche ebrei) si battono per una soluzione equa in “Terra Santa”.

I morti di Der Yassin, Sabra e Shatila e Gaza attenderanno a ogni chilometro i girini, spero solo che qualcuno di loro abbia il coraggio di salutarli. [Paolo Ceruti per ecoinformazioni]

Sorgente: Il giro d’Italia in Israele visto da Magreglio

Israel warplanes strike Syrian army position

At least two Syrian soldiers have been killed after Israeli fighter jets targeted an army position in the west-central province of Hama, in yet another act of aggression against the Arab country

“Israeli warplanes at 2:42 a.m. today fired a number of missiles from Lebanese air space, targeting one of our military positions near Masyaf, which led to material damage and the deaths of two members of the site,” the army said in a statement on Thursday.

The statement further warned against the “dangerous repercussions of this aggressive action to the security and stability of the region.”

“This aggression comes in a desperate attempt to raise the collapsed morale of the ISIS (Daesh) terrorists after the sweeping victories achieved by the Syrian Arab Army against terrorism at more than one front, and it affirms the direct support provided by the Israeli entity to the ISIS and other terrorist organizations,” it added.

Masyaf is located approximately 60 kilometers east of the coastal city of Tartus, where Russia holds a naval base.

Earlier media reports said the Israeli military had struck a scientific research facility in Masyaf.

Citing pro-government activists, Al-Masdar News, a pan-Arab news and commentary website, said Thursday that Israeli warplanes targeted the Scientific Studies and Research Center (SSRC) in Masyaf in Hama.

Meanwhile the so-called Syrian Observatory for Human Rights said two facilities were hit, a scientific research center and a nearby military base. It said the Israeli assault also wounded five people.

“Many explosions were heard in the area after the air raid,” said the group’s head, Rami Abdulrahman, adding that some of the blasts may have been secondary explosions from a missile storage facility being hit.

Israeli officials have not immediately commented on the reports.

Over the past years, the Israeli military has carried out sporadic attacks against various targets across Syria in what Damascus views as an attempt to boost the Takfiri terror groups that have been taking heavy blows from the Syrian army and allied forces on the battle ground.

The latest Israeli strike comes just days after the Syrian army, backed by popular defense groups and Russia airpower, managed to break the years-long siege imposed by the Daesh terror group on the eastern city of Dayr al-Zawr.

Sorgente: PressTV-Israel warplanes strike Syrian army position

Siria, capo terrorista conferma ‘la cooperazione diretta’ con Israele

 Siria, capo terrorista conferma 'la cooperazione diretta' con Israele
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Il capo di un gruppo armato siriano ha rivelato i “contatti e la cooperazione diretta” della sua fazione con le forze armate del regime di Tel Aviv (IDF).

Secondo il ‘Time of Israel’, Abu Hamad capo di un gruppo armato, ha ammesso che i suoi uomini “hanno avuto contatti diretti con Israele per ricevere il sostegno” da questo regime.

Abu Hamad ha quindi rigettato le affermazioni dell’esercito israeliano, il quale ha sempre sostenuto di inviare aiuti solo ai civili e alle organizzazioni non governative situate sul confine siriano con i territori palestinesi occupati.

In dichiarazioni rese in una videoconferenza con i giornalisti tramite Skype, e da una casa ben arredata che si trova nella parte non occupata del Golan nella provincia meridionale siriana di Quneitra, Abu Hamad, incappucciato per evitare di essere identificato, ha riconosciuto che il regime di Tel Aviv ha anche offerto aiuto ad altre bande armate nella zona.

Tuttavia, il leader terrorista ha rifiutato di specificare i nomi dei gruppi, tanto meno il proprio, temendo di perdere l’assistenza israeliana, aggiunge il sito web israeliano.

Questa testimonianza è l’ennesima conferma dell’appoggio di Israele ai gruppi armati che combattono contro il legittimo governo siriano. Anche l’ONU, lo scorso 15 giugno, rivelò l’esistenza di contatti diretti tra Israele e i gruppi terroristici come Al Nusra, braccio di al Qaeda in Siria.

Fonte: Timesofisrael
Notizia del: 25/08/2017

The Business of Anti-Semitism

Every good marketer will tell you that one of the first steps in selling a product is convincing a prospective buyer of their need for a product and/or service. If the consumer feels no lack in living without this particular object, then the entire impetus to buy is lost. Selling a country to people is no different. With a nation such as “Israel”, whose international reputation leaves much to be desired, they must create an impetus for people to take them seriously on the world stage. The answer – immigration. Though many libels have been directed at the Jewish People throughout their history, idiocy has not been one of them. If there is mass immigration to “Israel” by educated Jews from stable countries then, so the logic goes, there must be something to it. Now another problem rears its ugly head. How does one create an incentive on the other side? How do you persuade Diaspora Jews to move to such a…ummm…peaceful country?

Luckily for those in the Israeli immigration business, there is a solution. Media exposure. By adding their commentary to every minor incident that could possibly be interpreted as anti-Semitism, they create a feeling of uneasiness in Jews everywhere. A recent example is Israeli Knesset member Isaac Herzog’s (Zionist Union Party) statement last week where he expressed outrage, “… over the wave of anti-Semitic incidents and threats in the United States and said Israel should be preparing for the worst – a wave of Diaspora Jews fleeing to the Jewish state. I call on the government to urgently prepare and draw up a national emergency plan for the possibility of waves of immigration of our Jewish brothers to Israel.” Translation to Diaspora Jews: “you’re in grave danger, come over to us before it’s too late!” A decent impetus if there ever was one. Buy or die.

Isaac Herzog is only following tradition. The architect of the Zionist Dream/Nightmare, Theodor Herzl, wrote:

“It would be an excellent idea to call in respectable, accredited anti-Semites as liquidators of property. To the people they would vouch for the fact that we do not wish to bring about the impoverishment of the countries that we leave. At first they must not be given large fees for this; otherwise we shall spoil our instruments and make them despicable as ‘stooges of the Jews.’ Later their fees will increase, and in the end we shall have only Gentile officials in the countries from which we have emigrated. The anti-Semites will become our most dependable friends, the anti-Semitic countries our allies.” (The Complete Diaries of Theodor Herzl. Vol. 1, pg. 83-84)

“Israel’s” first prime minister, David Ben-Gurion, proudly preserved Herzl’s tradition. In an April, 1963, New York Times article he claimed that,

“Jews are in truth a separate element in the midst of the peoples among whom they live – an element that cannot be completely absorbed by any nation – and for this reason no nation can calmly tolerate it in its midst.” Delightful.

When those waiting for an excuse to release a bit of pent-up anti-Jewish feeling strike, then their point is authenticated and they take to the stage to trumpet their premonition of imminent disaster. The cycle becomes ever more vicious till many Jews feel no other alternative than to immigrate. As one French couple, Yohan and Yael Sahal, who moved several months ago to the West Bank settlement of Brukhin, said, “There are terror attacks and anti-Semitism in Paris as well, so it’s better to be in your own land, where at least you’ll have someone to protect you. If you have to be afraid, then at least you should be afraid somewhere that’s your home.” With “Israel” having a violent death rate over 9 times greater than France, the Sahal’s claim that there is “someone to protect you” falls a little flat. Not so strangely, the recent rise in French Jewish immigration to the Zionist State was followed by a sharp rise in anti-Semitic activity in France as a result of “Israel’s” Gaza offensive, Operation Protective Edge. As an aside, the worst year in terms of violent incidents against Jews around the globe in the last two decades was 2009, directly following Operation Cast Lead.

With the anti-Semitism stew bubbling away on the burner, what is the next step? Step in Nefesh B’Nefesh. No can deny that organizations such as Nefesh B’Nefesh are among a select group of marketers. When they recently held their annual “Israel” Mega Event in Manhattan, they drew a larger than ever crowd of more than 1,500, all interested in leaving the hazardous environment of America for the safe shores of “Israel”, where one can live in peace without constantly fearing for ones life (insert sarcasm). The NYC Mega Event isn’t the only one. Nefesh B’Nefesh plans to hold events this year in Toronto, Montreal and Los Angeles.

The constant media exposure which insinuates that the terms “Israel” and “Jew” are somehow synonyms only fortifies the position of both Zionists and Anti-Semites.

Our Sages knew for thousands of years that keeping a low profile is the best defense against bigotry. Over-exposure only gives license to those seeking an excuse to wreak havoc. Out of sight out of mind. True Torah Jews wishes to say this:

Just as our forefathers throughout the long years of our exile wished only to unassumingly serve G-d, so this is our wish. We don’t wish to be headlines on the worlds newspapers or top stories on the evening news. And we don’t wish to be associated in any way, shape or form with the State of “Israel” and their yes-men. This is the sentiment of the hundreds of thousands of Anti-Zionist Jews throughout the world. To “Israel” – leave us alone.

thanks to: True Torah Jews

La manipolazione dell’informazione. La vera storia dell’attentato all’ambasciata israeliana in Giordania.

Non c’è stato nessun attentato all’ambasciata israeliana in Giordania. E nessuno ha tentato di accoltellare la guardia della sede diplomatica ad Amman. Lo riferiscono giornali locali e i familiari di una delle vittime giordane, Bashar Hmarneh, medico ortopedico di fama appartenente ad una famiglia che conta nel tessuto sociale giordano. Colpito da vicino mentre cercava di soccorre l’altra vittima, Mohammed al Jauadeh, falegname freddato per un semplice sospetto dalla sicurezza israeliana.

La storia, raccontata da testimoni, rivela che Mohammed si trovava in quel luogo in quanto, contattato dal medico, era andato a montare una camera da letto in un appartamento che si trova nello stesso palazzo dove c’è la residenza dell’ambasciatore israeliano.
Mohammed non sapeva di essere vicino alla residenza diplomatica. Terminato il suo lavoro ha chiamato il padre, dicendogli di aver finito e che quindi sarebbe tornato a casa. All’uscita è sorpreso di vedere un addetto alla sicurezza, il quale, armato, lo fissa negli occhi e gli chiede cosa avesse nella cassetta degli attrezzi. Nasce un battibecco fra i due e l’uomo della sicurezza spara due colpi e lo uccide. Il medico, sentiti i colpi, corre verso Mohammed cercando di prestargli i primi soccorsi, e di nuovo la guardia spara anche contro il medico, il quale, ferito gravemente, muore in ospedale.
In seguito le forze dell’ordine giordane intervengono, assediano la sede diplomatica, chiedendo la consegna della guardia che ha sparato. La procura giordana apre un’inchiesta, sollecitata dalla pressione popolare, che rivendica giustizia per i due cittadini giordani.
Il primo ministro Netanyahu ha telefonato all’ambasciatrice israeliana e ai responsabili della sicurezza, rassicurando che l’agente non può essere interrogato in quanto gode dell’immunità stabilita dagli accordi reciproci stabiliti tra le parti.
Il responsabile della sicurezza israeliana si trova in queste ore ad Amman alla ricerca di un compromesso, che possa salvare capra e cavoli. Netanyahu, immerso nei suoi problemi personali con i tribunali israeliani per le accuse di corruzione e pressato dalla situazione incandescente a Gerusalemme, si trova ad affrontare proprio ora una difficile situazione con la Giordania, che ha la tutela sui luoghi sacri dell’islam in Gerusalemme.
Il Re della Giordania, Abdallah II, anche lui preso tra due fuochi, cioè la pressione popolare da una parte e la sovranità dello Stato dall’altra, non può permettersi che la sicurezza israeliana possa aprire il fuoco per un semplice sospetto uccidendo due suoi cittadini. Ovviamente non può e non vuole rompere le relazioni con Israele. Si troverà un compromesso?

Sorgente: 26-7-17_manipolazione-Informazione

Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

CAIRO, July 23, 2017 (WAFA) – Secretary-General of the League of Arab States Ahmed Aboul Gheit Sunday said that the Israeli government is playing with fire and starting a major crisis with the Arab and Muslim worlds.

Aboul Gheit said all the recent Israeli measures in al-Aqsa Mosque compound indicate that Israel is attempting to enforce new facts and change the status quo in the Old City, something that is unacceptable and is a red line that Israel should not bypass.

“Israel is pushing the region into a very dangerous curve by adopting policies and measures that are not only targeting the Palestinians, but provoking the feelings of every Arab and Muslim,” said his spokesman Mahmoud Afifi.  

Aboul Gheit said that the past days proved that security considerations are not the real motive behind the recent Israeli actions in Jerusalem’s Old City and al-Aqsa. Everyone is aware of the gravity of Israel’s plans to change the city’s Arab and Islamic identity.”

He called on the international community, primarily the United States, to intervene to compel the Israeli government to maintain the status quo at the holy compound.

Aboul Gheit also called on the international community, primarily the United States, to shoulder their responsibilities and compel the Israeli government to maintain the status quo of Jerusalem.

Israeli police closed the mosque nine days ago for Muslims following an attack that left three Palestinians and two Israeli policemen dead.

The mosque was reopened on Sunday after metal detectors were installed; a move Palestinians said they will not accept because it changes the status quo at the mosque.

Since then, Palestinian Muslims have been holding the daily prayers outside the gates, insisting they will not enter it for worship until the metal detectors are removed.

Israeli soldiers and Israeli settlers have killed a number of Palestinians, injured and arrested hundreds in East Jerusalem and the West Bank since the installation of metal detectors.

A.D/M.N/M.H

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Gli ebrei odiano Israele

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Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

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Ma perché del missile lanciato da Israele sul Mediterraneo non interessa a nessuno?

Mentre il mondo guarda il dito (la Corea del Nord), Israele ha lanciato nella mattina di oggi un missile nelle acque del Mediterraneo. Lo riporta il principale quotidiano del paese ‘Haaretz‘. L’aviazione israeliana ha poi confermato attraverso le reti sociali, specificando che si tratta di un sistema di propulsione.

Testimoni riferiscono che il lancio sia partito dalla base di Palmachim, vicino la costa mediterránea, e che il missile ha  lasciato una scia visibile per diversi chilometri. Lo riporta Press TV.

Sugli obiettivi che abbiano mosso il regime di Tel Aviv ad effettuare questo lancio non ci sono al momento certezze, così come sull’esito del test. La propulsione a razzo è spesso progettata per il lancio di sistemi potenti come i satelliti e i missili balistici.  Allo stesso tempo, il sistema può essere utilizzato per la creazione di missili terra-terra o per i missili terra-aria come gli Arrow.

Notizia del: 29/05/2017

La relazione di codipendenza tra USA e Israele

PIC. “Dobbiamo guardarci indietro di venticinque anni per realizzare quanto è diminuito il sostegno del mondo verso Israele”, scrisse il celebre studioso ebreo e sociologo dell’università di Harvard Nathan Glazer nel 1976.

Negli ultimi quarant’anni, da quando Glazer scrisse il suo articolo, scoperto e diffuso da Philip Weiss, la perdita di supporto globale di Israele è andata molto oltre. Il Paese, che una volta attraeva sia il capitalismo americano sia il socialismo dell’Unione Sovietica, è, sì, forte dal punto di vista militare, ma politicamente isolato dallo scenario internazionale.

La percezione fuorviante che Israele sia un “faro” tra le nazioni è svanita. Ancor peggio, l’ultima volta che questa frase è stata pronunciata a livello internazionale è stato ad opera di Geert Wilders, un politico danese populista di destra percepito da molti come razzista e islamofobico.

Inoltre, quanto più Israele si isola, quanto più cresce la sua dipendenza dagli Stati Uniti.

“Sostenere Israele non rientra negli interessi dell’America”, scrisse Weiss. “Infatti Israele rappresenta uno svantaggio strategico per gli USA. Questo fa dell’influenza degli ebrei d’America l’ultimo baluardo per la sopravvivenza di Israele”.

Sebbene i sionisti spesso parlino di un legame storico tra gli Stati Uniti e il popolo ebraico, niente può essere più lontano dalla verità.

Il 13 maggio 1939, ad una nave carica di centinaia di ebrei tedeschi fu proibito di raggiungere le coste statunitensi e fu rispedita in Europa.

Quello non fu un caso fortuito di politica estera. Tre mesi prima, nel febbraio 1939, i membri del Congresso avevano rigettato un progetto di legge che aveva lo scopo di permettere a 20.000 bambini ebrei di giungere negli USA dalla Germania al fine di sfuggire alla guerra e al possibile sterminio per mano nazista.

Non solo il Congresso respinse la proposta, ma anche da parte del pubblico non c’era alcun interesse nella questione, dal momento che, a quel tempo, fare entrare gli ebrei negli Stati Uniti era alquanto impopolare.

Andando velocemente avanti di otto decadi, le cose sono cambiate solo nominalmente.

Nonostante la maggior parte degli ebrei americani continuino a sostenere Israele, si oppongono all’amministrazione Trump, da loro giustamente percepita come pericolosa e ostile nei confronti di tutte le minoranze, ebrei inclusi.

Tuttavia, Israele non sembra farsi molti scrupoli con la nuova amministrazione. Al contrario, i più ardenti rappresentanti del movimento sionista israeliano apprezzano particolarmente la combriccola trumpiana composta dai suoi spregevoli politici.

Pochi giorni dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, i sionisti americani si sono mossi velocemente per assicurare che gli interessi di Israele fossero salvaguardati in toto dalla nuova amministrazione.

L’Organizzazione Sionista in America non ha sprecato un minuto del suo tempo a fraternizzare con individui accusati di portare avanti programmi contro gli ebrei. Il gala annuale dell’organizzazione ha ospitato, il 20 novembre, nientemeno che Steve Bannon, leader della cosiddetta “al-right” o “destra alternativa” (estrema, ndr), altrimenti conosciuta come “supremazia bianca” negli USA.

Sotto questa leadership, Breitbart, noto esponente del movimento, ha alimentato l’antisemitismo (così come tutte le altre forme di razzismo), come hanno sostenuto Alex Amend e Jonathan Morgan in Alternet.

L’osservare i maggiori dirigenti israeliani e leader della comunità ebraica degli Stati Uniti ospitare – sempre  in maniera così entusiasta – Bannon al gala annuale dell’Organizzazione Sionista d’America risulta per alcuni sconcertante.

Tuttavia i legami di Bannon con i sionisti risalgono a molto tempo prima della sorprendente vittoria di Trump alle elezioni.

In un articolo intitolato “La rete di stranezze di Steve Bannon: incontro con i bizzarri miliardari che stanno dietro al capo stratega del presidente eletto”, Heather Digby Patron ha fatto i nomi di alcuni di questi miliardari. Questi includevano Sheldon Adelson, un miliardario di destra proprietario di un impero del gioco d’azzardo, che “è singolarmente interessato alla questione dello Stato di Israele”.

La relazione di Adelson con Bannon (e Trump) è di gran lunga precedente alla vittoria di Trump, e sembra curarsi poco del fatto che Bannon e la sua cricca siano visti da molti ebrei americani come spaventosi, razzisti, antisemiti e con agende minacciose.

Ad Adelson, tuttavia, poco importa dei veri razzisti. La sua ossessione di proteggere l’agenda militante sionista israeliana ha surclassato tutte le altre apparenti seccature.

Ad ogni modo, il magnate delle scommesse non rappresenta l’eccezione tra tutti i sionisti più potenti negli USA, e, nonostante la retorica ufficiale di Israele, il Paese non prende mai decisioni politiche basate sul bene pubblico della collettività ebraica.

Scrivendo su Mondoweiss, l’International Jewish Anti-Zionist Network ha spiegato: “Dagli zar russi ai nazisti, a Mussolini, all’impero coloniale britannico e alla Destra Cristiana – Sionisti Cristiani -, all’appoggio sionista a Trump, il rinomato e reazionario stratega politico, Steve Bannon, non è un’eccezione”.

Il commentatore israeliano Gideon Levy concorda.

In un articolo pubblicato da Haaretz il 21 novembre, Levy scrisse: “Quando l’amicizia con Israele è giudicata esclusivamente sulla base del sostegno dato all’Occupazione, allora Israele non ha amici se non i razzisti e i nazionalisti”.

Di conseguenza, non è una sorpresa che Adelson stia finanziando massicciamente ricche campagne e sfarzose conferenze per combattere l’influenza del movimento ‘Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni’ (BDS), sostenuto dalla società civile, mentre contemporaneamente complotta contro i palestinesi usando gli stessi elementi americani che considerano la parola ‘Ebreo’ una parolaccia nel proprio lessico sociale.

Mettendo al primo posto Israele e il movimento sionista, questi ricchi individui, potenti lobby politiche, centinaia di esperti, migliaia di reti in tutto il Paese e i loro alleati nella destra religiosa, sono ora i principali e più accaniti sostenitori di ogni questione concernente sia la politica estera statunitense nel Medio Oriente che gli interessi della sicurezza e della politica israeliana.

Senz’alcuna evidenza empirica, del resto, Israele insiste ancora sul legame tra gli interessi americani e il sostegno ad Israele.

Parlando dalla Casa Bianca il 15 febbraio, durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente Trump, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ringraziò cordialmente Trump per la sua ospitalità, poi pronunciò queste parole: “Israele non ha miglior alleato degli Stati Uniti. E io vi voglio assicurare che gli Stati Uniti non hanno miglior alleato di Israele”.

Ma era soltanto una mezza verità. Gli USA sono stati, infatti, valorosi sostenitori di Israele, offrendogli oltre 3,1 miliardi di dollari in assistenza finanziaria ogni anno negli ultimi decenni, una somma che è drasticamente salita a 3,8 miliardi di dollari durante la presidenza di Barack Obama. Unitamente a centinaia di milioni in più concessi loro sotto forma di altri aiuti finanziari, di assistenza militare e ‘prestiti’, tutti prevalentemente non tracciabili.

Il peso di Israele non è soltanto finanziario, bensì anche strategico.

 

Sin dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno lottato per raggiungere due principali obiettivi politici in quella zona del mondo: il controllo della regione e delle sue risorse, così come il sostegno dei suoi alleati, mantenendo, al contempo, un livello di ‘stabilità’ tale che gli Stati Uniti sono in grado di condurre i loro business senza alcun impedimento.

Nonostante tutto, Israele resta sul piede di guerra. Le guerre che Israele non poteva combattere da solo hanno richiesto l’intervento dell’America, come nel caso dell’Iraq. Il risultato è stato disastroso per la politica estera statunitense. Perfino i più incalliti uomini dell’esercito iniziarono a notare il cammino distruttivo scelto per difendere Israele.

 

A marzo 2010, il Generale David Petraeus, allora Capo dello United States Central Command, disse al Comitato delle Forze Armate del Senato, durante una deposizione, che Israele era diventata una peso per gli Stati Uniti e che rappresenta una sfida alla ‘sicurezza e alla stabilità’ che la sua nazione mirava a raggiungere.

Sebbene i recenti sondaggi abbiano mostrato che i giovani americani – specialmente tra i sostenitori del Partito Democratico e i giovani ebrei americani – stiano perdendo il loro entusiasmo per Israele e la sua ideologia sionista, la battaglia degli USA per rivendicare la propria politica estera e il senso della morale verso la Palestina e il Medio Oriente sembra essere lunga e ardua.

 

(Traduzione di Giusy Preziusi)

Sorgente: La relazione di codipendenza tra USA e Israele | Infopal

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

Il governo israeliano stacca la spina alla radiotelevisione pubblica

Martedì sera, Netanyahu ha tolto l’audio del canale televisivo e della radio di stato. Saranno sostituiti lunedì prossimo da antenne che non diffonderanno informazioni.

 

di Nissim Behar, 10 maggio 2017

FOTO -Le ultime immagini del telegiornale “Mabat”, martedì sera, prima che il canale smettesse di trasmettere. Capture Channel 1

 

Senza alcun preavviso, nella notte di martedì, il primo canale della televisione pubblica israeliana, l’equivalente di France 2, ha definitivamente smesso di trasmettere. In lacrime, Geula Cohen, la conduttrice di Mabat (il telegiornale delle 20), ha letto il comunicato stampa ufficiale per informare i telespettatori che non avrebbero più visto le vecchie clip alla fine del suo programma. Nel frattempo, Kol Israel, la France Inter dello stato ebreaico, ha annunciato che i suoi programmi sarebbero terminati il giorno dopo e che la radio pubblica non avrebbe più trasmesso altro che musica, intervallata da un breve notiziario ogni ora.
E’ così, in un modo inaspettato e violento, che si sono spente le voci della Rechout Hachidour, radiotelevisione pubblica israeliana, di cui Benyamin Netanyahu e i suoi ministri volevano la pelle. “Per riformarla”, secondo il loro entourage. “Perché la trovavano irriverente, incisiva e testarda,” replicano i sindacati dei giornalisti. Al posto dell’istituzione defunta apparirà una nuova struttura destinata ad andare in onda da lunedì. Ma questa stazione radiofonica e il canale televisivo non trasmetteranno informazioni. Saranno gestiti da un nuovo organismo dai contorni molto confusi. Tutto quello che è dato sapere è che il governo vi avrà dei rappresentanti. Nel centro di Tel Aviv, vicino al quartier generale dell’esercito e del centro commerciale Sarona, si potevano incrociare mercoledì pomeriggio ex tecnici e conduttori della Rechout Hachidour in stato di shock. Alcuni andavano avanti e indietro per i giardini pubblici, altri sedevano davanti a un caffè già freddo.

“Lebbrosi”

“Chiamata in un primo tempo Kol Gerusalemme – ” La voce di Gerusalemme ” -Radio Israele esisteva da ottantun’anni. Quanto alla televisione, trasmetteva da quarantanove anni. Con tutte le loro imperfezioni, questi media hanno sempre rappresentato la democrazia israeliana. Temo per il futuro, dice Dalia Yairi, pensionata della radio. Quando entrai a Kol Israël, avevamo l’ambizione di fare la BBC del Vicino Oriente. Quello che sta accadendo ora fa male. Mi sarebbe piaciuto che i miei colleghi potessero separarsi con dignità dal loro pubblico, ma lasciano la scena come lebbrosi, prova del disprezzo del potere nei loro confronti”.
Se Netanyahu ha pubblicato una dichiarazione con cui deplora la brutalità impiegata nel porre fine alla Rechout Hachidour, il primo ministro non nasconde però l’avversione che gli ispirano i giornalisti in generale e i programmi di inchiesta in particolare.

Quanto al ministro della Cultura, Miri Regev (Likud), si è pronunciata a favore del controllo della radiotelevisione pubblica da parte del potere nel corso di un incontro organizzato dal suo partito. Una linea vicina a quella del deputato David Bitan, coordinatore dei partiti di maggioranza nella Knesset, per il quale “i giornalisti godono di troppe libertà nel paese.”
“Quindi non è solo il nostro destino personale ad essere messo in gioco in questa vicenda, ma quello del futuro della libertà di espressione, si lascia andare Keren Neubach, conduttrice di un programma del mattino della radio che affronta i problemi sociali dello stato ebraico. Ci vogliono trasformare in portavoce del potere, in microfoni o pappagalli. Dovremo essere forti per resistere a quello che ci aspetta.”

“Kommissar”

In passivo e mal gestita, la Rechout Hachidour probabilmente avrebbe dovuto essere riformata da tempo. A partire dagli anni ’80, commissioni sono state create per studiare il suo futuro, ma le loro conclusioni sono sempre rimaste senza risposta. Questo è il motivo per cui Netanyahu aveva deciso di scioglierla nel 2013 e creare il Taagid. Prima di cambiare idea, stimando che era necessario salvare la prima ed eliminare il secondo … perché i suoi dirigenti erano meno favorevoli al potere di quanto lui immaginasse. In definitiva, è un mix delle due strutture che andrà in onda da lunedì. Ma con la metà del personale e l’ombra del governo che incombe sui programmi d’informazione.
Questa nuova configurazione preoccupa anche il presidente dello stato ebraico, Reuven Rivlin, che, ai microfoni di Kol Israel, ha messo in guardia l’opinione pubblica dall’influenza dei Kommissar, espressione ebraica che significa “commissario politico”. Ma la sua voce non riesce a competere con la volontà del governo e con la Knesset, in cui i partiti di maggioranza sostengono completamente la riforma. Mercoledì scorso, i deputati si sono apprestati ad approvare questo nuovo statuto di radiodiffusione pubblica con un voto programmato di notte.
Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
Fonte: http://www.liberation.fr/planete/2017/05/10/le-gouvernement-israelien-debranche-la-radiotelevision-publique_1568709

Sorgente: Il governo israeliano stacca la spina alla radiotelevisione pubblica – Invictapalestina

Teva woes keep piling up with another investigation for bribery

Teva

Teva is reportedly under investigation by police in Israel for bribing foreign officials.

When it rains it pours, and Teva is experiencing a flood of bad news of near biblical proportions. The same day that the company showed CEO Erez Vigodman the door, the drugmaker was said to be under investigation by Israeli police for bribing foreign officials in an investigation that mirrors charges it recently settled with U.S. authorities.

The company acknowledged to Haaretz that Israeli police are conducting a bribery investigation similar to the U.S. probe. Sources told Haaretz it centered on Teva paying hundreds of millions of dollars in bribes to foreign officials and then creating falsified documents to hide the payments.

That U.S. case concerned issues that had occurred between 2007 and 2013 in Russia, Mexico and Ukraine. The company agreed in December to pay nearly $520 million to the U.S. Department of Justice and Securities and Exchange Commission to resolve the violations of the Foreign Corrupt Practices Act. The criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, while Teva ponied up $236 million to the SEC.

The latest disclosure is among a mounting list of problems that has embroiled the company and cost Vigodman his job just 18 months after announcing its $40.5 billion deal for Allergan’s generics unit that many thought would be the big turnaround for the company. The problems started with the fact that it took Teva so long to close the Allergan deal that some investors had lost faith in its upside.

Just months after finally getting it closed last August, generics CEO Siggi Olafsson—a cheerleader for the deal—unexpectedly said he was leaving, spooking investors since he was considered essential to making it work. On top of that a tough pricing environment for the generics industry has left questions in investors minds about how Teva will untangle the mess.

As if in answer, the company told them in January the company was going to have to trim its sales guidance for 2017 by more than $1 billion.

Now with the company’s stock price down more than 50% from its August 2015 highs, Vigodman is out and Chairman Yitzhak Peterburg will handle the day-to-day CEO duties while a permanent replacement is sought. Director and Celgene vet Sol Barer will serve as chairman.

On Tuesday, though, one analyst saw something to like in the whole mess. Credit Suisse analyst Vamil Divan told investors in a note that the change at the top may allow for a fresh start.

“We believe the changes underscore the difficulties Teva has faced over the past 18 months and may be well received as investors look for fresh faces to lead a potential turnaround at the company,” Divan wrote.

Divan has some specific issues that he expects management to answer next week when Teva reports earnings. He wants to see if even the revised earnings projections will be walked back further in light of a court ruling late last month that tossed out four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars at risk. The analyst wants to know what this is going to do to Teva’s ability to pay down debt and what it will mean for the company’s dividend.

As he sees it, “It will be imperative for TEVA to bring in a CEO who understands the intricacies of the generics business but who can also work to bolster a specialty pharma business,” Divan wrote to clients.

thanks to: FiercePharma

Struggling Teva said to plan thousands of job cuts as it hunts for CEO

Teva

Changes are afoot at foundering Teva—and they include job cuts and a recruitment freeze.

Local media reports said Thursday that the Tel Aviv, Israel-based generics giant is looking at cutting up to 6,000 jobs. A company spokeswoman confirmed plans to reduce costs, but said Teva “does not have a headcount target” because the number of job cuts would depend on the “right-sizing of each individual area of our business.”

“As the company previously stated, we are looking to reduce costs in our business in every area, including, among other things, ending unprofitable activities and streamlining some activities and functions throughout the organization,” spokeswoman Denise Bradley said via email.

Israeli newspaper Calcalist had reported that the company already laid off 100 workers and was planning to pink-slip between 5,000 to 6,000 worldwide beginning after Passover in mid-April. In a statement seen by Reuters, Teva said it would be “freezing recruitment” and allowing attrition to reduce employment numbers.

The moves follow a vow from interim CEO Yitzhak Peterburg to “do what it takes” to protect the struggling company’s revenue guidance, “including additional cost reduction if necessary.” The expected revenue range of $23.8 billion to $24.5 billion has already been walked back once—by more than $1 billion—thanks, in part, to a massive slowdown in new product revenue.

Peterburg, who took the helm after former skipper Erez Vigodman’s abrupt February departure, has also pledged a review of Teva’s businesses, prompting split-up speculation from slim down-happy analysts.

“We will leave no stone unturned,” he told investors on a recent conference call, noting that “we are here to fix what is not working.”

These days at Teva, that’s a lot. The company has been suffering from pricing pressure that’s pummeled the generics industry across the board, but it has some unique problems, too.

For one, shareholders have maligned its recent dealmaking efforts—including an arguably too-expensive pickup of Allergan’s generics unit and a Mexican generics buy that went very, very sour. For another, the company has billions in sales at stake if copies of leading multiple sclerosis med Copaxone hit, and a judge’s January tossing of four key patents on the med only improved the likelihood of that scenario.

Those issues and others have taken a heavy toll on the company’s stock, which has sunk by more than 70% in the last 12 months.

The company said that any job cuts would be decided in concert with its workers.

“These processes are conducted through a continuous open dialogue with the employees,” a spokesperson said in a statement, noting that “this will be the practice” even in its home country of Israel, where workers in the past have promised to strike if layoffs hit.

thanks to: FiercePharma

Teva CEO Vigodman exits, piling uncertainty onto the struggling drugmaker

Teva

Teva CEO Erez Vigodman is stepping down, and company chairman Yitzhak Peterburg will take over as interim chief.

So long, Erez Vigodman. After a brutal 2016 and start to 2017 for Teva, the company’s CEO is stepping down.

The move, announced late Monday, comes as the result of a “mutual agreement” between Vigodman and Teva’s board, the drugmaker said. Teva Chairman Yitzhak Peterburg will take up the reins as interim CEO while Teva works with a search firm to tap a permanent replacement. Director and Celgene vet Sol Barer will serve as chairman.

Vigodman’s departure follows several months of turmoil at the Israeli pharma. Last year, it faced lengthy delays to its $40.5 billion pickup of Allergan’s generics unit, which investors weren’t all that keen on by the time it actually closed. Then, Teva’s buy of Mexico’s Rimsa went so awry that Rimsa’s founders sued the company. In December, generics CEO Siggi Olafsson—a big supporter of the Allergan deal—unexpectedly hit the road. A tough pricing environment for the generics industry was the icing on the cake.

And so far, 2017 hasn’t been much kinder. In January, Teva walked back its 2017 sales guidance by more than $1 billion, citing launches that hadn’t gone as planned. Inherited pay-for-delay penalties have taken their toll, and late last month, a court tossed out four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone to put billions of dollars at risk.

While investors haven’t enjoyed the roller coaster—in October, shares hit a two-year low, and they’ve only gone south from there—“we believe that more investors will be uneasy with the uncertainty of an unexpected and abrupt CEO departure,” Wells Fargo analyst David Maris wrote in a Monday note to clients.

Evercore ISI analyst Umer Raffat has already heard feedback to that effect. “On average, investor reaction has been neutral to slightly negative,” he wrote in his own note Tuesday morning.

One influential shareholder who may not be too torn up over the change: Activist Benny Landa, who has lobbied for years for more pharma experience on Teva’s board.

“What was obvious to me in the past is now clear: the most suitable CEO is someone with a strong background in global pharma—ideally, a person who has managed a pharma company or was in a very senior position in a pharma company,” he told Israeli newspaper Globes.

But seasoned vets aren’t all Landa wants to see at the Petah Tikva-based company. The way he sees it, splitting Teva into two companies—one focused on generics, one on specialty meds—would ensure that “each company gets its fair share of the debt and cash in order to give each company its chance to take off.”

“Teva has recently focused on generics to the extent that it lost direction, and didn’t realize that it should invest in the innovative field for the sake of its future,” he said. “These are actually two sectors with almost no connection between them.”

thanks to: FiercePharma

Teva recalls 500,000 units of diabetes drug manufactured by Patheon

 

Teva

Teva has recalled 12 lots of Watson brand Glipizide manufactured by Patheon that didn’t meet specs for dissolution.

It is not as if Israeli drugmaker Teva didn’t already have enough on its plate, what with its CEO having been shown the door, a court overturning patents to its key moneymaker and investors getting restive. On top of that, it is having to recall nearly half a million units of a Type 2 diabetes drug that it picked up in its Actavis buyout.

The drugmaker is recalling 12 lots, comprising 499,320 units of 2.5-mg extended-release tablets of Glipizide, an oral rapid-and short-acting treatment for Type 2 diabetes. The problem is that the product missed dissolution specs at the 10-month testing period. As its letter to retailers points out, that could be a problem for people with diabetes because if the active ingredient is released too quickly then their blood sugars may rise.

The voluntary nationwide recall began Jan. 30. The drug is manufactured under the Watson Laboratories brand. It is actually made in a plant in Cincinnati, OH by contractor Patheon.

The drug is one Teva got in its $40.5 billion buyout of Actavis, the generics business of Allergan. That deal and the debt laid on top of Teva were among the brewing issues that led to Erez Vigodman’s departure this month. Vigodman’s exit came after months of turmoil at the Israeli pharma.

Last year, it faced lengthy delays to its $40.5 billion pickup of Allergan’s generics unit. Between that and a tough pricing environment in the U.S., by the time the deal closed, investors weren’t as revved up by it. Then in December, generics CEO Siggi Olafsson—a big supporter of the Allergan deal—unexpectedly left.

All of this leaves Teva looking for a new CEO and pondering its future, with some analysts wondering if it is time for the company to split itself apart. That is a possibility that might be made more difficult after a court recently upturned four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars of revenue at risk.

thanks to: FiercePharma

 

Teva faces billions in lost sales as court tosses four long-acting Copaxone patents

 

Copaxone

A U.S. Court has upturned four patents covering Teva’s long-acting version of MS star Copaxone.

It’s déjà vu for Teva Pharmaceutical in a bad, bad way.

Late Monday, the Israeli drugmaker confirmed that the U.S. District Court for the District of Delaware had upturned four of its patents on the long-acting version of multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars in revenue at risk.

It’s not an opening of the floodgates for generics makers, who have “several steps still to go” before they can challenge the MS behemoth, as Credit Suisse analyst Vamil Divan put it in a note to clients. Teva CEO Erez Vigodman, for his part, said in a statement that his company “would move forward with an immediate appeal,” and Divan expects the company to request a preliminary injunction preventing any generics from launching until the legal process surrounding all of Teva’s Copaxone IP is completely wrapped up.

Teva has sued its wannabe rivals on a fifth and sixth patent, too, and an inter partes review appeal is underway at the U.S. Patent and Trademark Office. And of course, if knockoffs are to roll out, they’ll need to win the FDA’s green light first.

Still, Divan doesn’t think it’ll be long before copycats show up. He expects a Novartis/Momenta Pharmaceuticals partnership “and potentially one other competitor to launch later this year and lead to pricing pressure on the brand,” the analyst wrote.

The Petah Tikva-based company has been here before. Back in 2013, a court upturned its patents on the original, 20 mg formulation of its star med, but Teva managed to convert most of its patients to the new-and-improved version before generics hit.

Now, though? There will be no backup med to turn to if Teva’s IP shield is struck down.

That’s not a good prospect for a company whose sales are already struggling. Earlier this month, Teva walked down its 2017 guidance by more than $1 billion after new 2016 launches failed to pan out. It now predicts a top-line haul of between $23.8 billion and $24.5 billion for the year, but some analysts—including Bernstein’s Ronny Gal—have found that figure hard to swallow.

It’s “a tough picture,” Gal wrote in early January.

thanks to: FiercePharma

 

Teva wraps up Cipro pay-for-delay suit inherited with Barr buy

 

by Eric Sagonowsky |

 

Teva

Teva agreed to a $225 million settlement on a long-standing class action suit brought by the purchasers of Bayer’s Cipro.

Shortly after paying $520 million to the feds to resolve bribery charges in a couple of markets outside of the U.S., Teva has agreed to deal terms to settle a lengthy class action lawsuit in California.

The Israeli pharma giant agreed to a $225 million settlement with a group that bought Bayer’s antibiotic Cipro, Reuters reports. The plaintiffs argued that alleged pay-for-delay deals from the 1990s between Bayer and Teva’s Barr Laboratories led to higher prices and violated antitrust law, according to the news service.

The plaintiffs brought the case against Barr in 2000. Eight years later, Teva picked up Barr for nearly $9 billion.

In a statement, a Teva spokesperson said the company “reached a settlement in the pending Cipro antitrust litigation that was inherited when Teva acquired Barr in 2008. Teva is pleased that this long-standing litigation has been resolved.”

California’s Supreme Court will need to sign off on the settlement, according to Reuters.

Teva’s deal comes on the heels of a separate pay-for-delay settlement between the FTC and Endo Pharmaceutical, reached just days ago. As authorities announced that arrangement, they said they’d continue to pursue a case against Watson and Allergan.

The new Teva agreement closely follows another move by the company to wrap up a legal issue with federal authorities: violations of the Foreign Corrupt Practices Act. Back in December, Teva agreed to a settlement worth nearly $520 million to resolve bribery charges in several markets. In that case, a criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, and Teva paid $236 million to the SEC.

Together, the two deals amount to nearly three-quarters of a billion dollars in payments in a matter of two months.

In the wake of that settlement, a shareholder went after the company, plus current and former execs, with a petition for approval of a derivative suit.

Despite its multiple recent settlements, Teva might not be out of the woods yet. It’s among a group being investigated by the DOJ for possible generics price collusion.

thanks to: FiercePharma

 

 

FDA cites ‘significant’ sterility concern at Teva injectables plant

Syringe

The FDA has posted the warning letter that Teva recently acknowledged getting for its troubled sterile manufacturing plant in Hungary. The letter outlines concerns about sterility and contamination issues at the plant and gives the company a long list of marching orders that it says must be completed before the plant will be allowed to again ship product to the U.S.

Seven observations were listed in the letter including problems with contamination in media fills, a problem the FDA said “indicates a potentially significant sterility assurance problem” at the plant in Godollo that Teva opened in 2012 to expand its sterile manufacturing capacity. The plant is currently closed while Teva works on solving the problems inspectors first outlined in a Form 483 issued in January.

Among problems noted, inspectors said the plant did not adequately investigate media-fill contamination on aseptic manufacturing lines. It cited as an example a media-fill run performed in September of last year which resulted in 31 contaminated units.

It said employees did not identify the microorganisms found in the contaminated units. Identifying them is essential, the FDA said, because otherwise there is no way to sufficiently understand the potential sources and scope of the contamination, the report said.

The FDA criticized the plant for poor aseptic processing techniques including seeing an operator sitting on the clean-room floor during setup of the filling line but then not changing the gown being worn. Others leaned against clean-room walls.

Additionally, investigators said some colony counts for environmental and personnel monitoring did not match up with the plant’s official records. On top of that, there were “quality-related documents in a waste bin” that raised questions about record keeping. Stand-alone computer systems didn’t have controls like routine audit trail reviews and full data retention that would assure that analysts weren’t deleting data.

Teva acknowledged getting the letter two weeks ago and has said that it is working on the problems, addressing “both the specific concerns raised by investigators as well as the underlying causes of those concerns.”

Additionally, Teva said it is working to replenish critical and priority products as quickly as possible, “in some cases by transferring products to other Teva manufacturing sites and–as needed–by identifying alternate suppliers for products in short supply or out of stock.”

The saga at the Godollo site began in January when the FDA inspected the plant, issuing the Form 483. Teva suspended production to deal with the citations, but in May the FDA put the plant on its import alert list, banning all but two drugs: the cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin, which were exempted to avoid shortages. Teva has been recalling its other drugs produced at the facility.

In the letter posted this week, the FDA presented Teva with a list of its expectations, asking among other things for a comprehensive review of all sterility test positive and media-fill failure investigations since January 2014. It wants Teva to update its standard operating procedures and also to review video taken during production of in-date batches sent to the U.S. to figure out what might have caused the contamination.

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Pii produced products recalled by Teva

Teva

Teva ($TEVA) is recalling nearly 43,000 bottles of paricalcitol, a drug used by dialysis patients. But in this case, Teva didn’t manufacture them. They were produced by Pharmaceutics International Inc., or Pii, a U.S. CMO that recently ran into problems with European regulators.

According to the most recent FDA Enforcement Report, Teva is recalling 42,969 bottles of paricalcitol in three dose sizes in 30-count bottles, 32,015 of 1 mcg bottles; 5,556 of 2 mcg bottles and 5,398 of 4 mcg bottles. Paricalcitol is used to treat and prevent overactive parathyroid glands in patients with chronic kidney disease who are on dialysis.

The voluntary recall, which began several weeks ago, was initiated because the products failed stability testing for impurity levels.

The paricalcitol, the FDA report says, was manufactured by Hunt Valley, MD-based Pii. Several months ago, the European Medicines Agency said it was pulling the manufacturing certification for the contract manufacturer after inspectors noted a number of problems. In the critical category was Pii’s failure to minimize the risk of cross-contamination between hazardous and non-hazardous products, the report said. Inspectors also noted the facility had an unqualified HPLC system and unacceptable approach to production equipment qualification.

In response, the company “brought in a team of experts” to address each area of concern and says it is giving the EMA’s action top priority.

While this recall falls on Pii, Teva is facing manufacturing concerns of its own. The FDA last week issued a warning letter to Teva’ sterile manufacturing plant in Hungary, a facility that earlier this year was banned from exporting most products to the U.S. Teva says it is conscientiously addressing the the FDA’s concerns and their underlying causes.

– access the recall report here

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Teva’s struggling sterile plant hit with FDA warning letter

fda

The regulatory quagmire has deepened for the Teva Pharmaceutical sterile injectables plant in Hungary which the FDA banned this year over slipshod manufacturing standards. The FDA has now issued the plant a warning letter.

In an SEC filing on Tuesday, Israeli-based Teva acknowledged receiving the warning letter the previous Friday, and for the first time gave some indication of the problem areas. It said the FDA “cited deficiencies in manufacturing operations and laboratory controls, and in the Company’s data integrity program.”

In an emailed statement today, Teva said it “has been using a systems-based approach with respect to our remediation efforts,” addressing both the FDA concerns and the underlying causes. “As a matter of practice, Teva manufactures according to the highest quality and compliance standards.”

The company also said it is working to resupply “critical and priority products as quickly as possible,” by bringing in products from other Teva manufacturing sites and finding other suppliers for products in short supply or out of stock.

The warning letter follows a series of other actions by the FDA, which first issued a Form 483 following a two-week inspection in January at the Godollo plant, a relatively new facility which the company opened in 2012 to expand its injected drug capacity. Teva suspended production to deal with the citations but the FDA in May put the plant on its import alert list, banning all but two drugs–the cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin, which were exempted to avoid shortages. Teva has been recalling from the market its other drugs produced at the facility.

The regulatory issues come when Teva has a lot on its plate. It is in the process of assimilating a huge portfolio of products, plants and employees it got in its $40.5 billion buyout of Allergan’s generics business, while selling off those parts of the business required by regulators to preserve competitive markets.

But Teva has suggested it may not be done with acquisitions to solidify its place as the largest maker of generic drugs, while also looking at moves in the branded market. Earlier this week, a Teva spokesperson said the company would consider opportunities in biosimilars, suggesting to some that Teva might look at buying South Korea’s Celltrion. Celltrion is trying to sell part of its business and the two have a relationship.

CEO Erez Vigodman has said the biosimilars are part of the company’s growth strategy but also said it will be on the hunt for “attractive specialty assets, or branded drug assets or pipeline assets” that fit in with the therapeutic areas it’s already tackling.

– read the filing

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Teva recalling all lots of 4 drugs made at troubled Hungary plant

Syringe

Teva continues to deal with the fallout from an FDA ban of its sterile injectables plant in Hungary and is now recalling all lots of four different injected drugs.

According to the most recent FDA Enforcement Report, the Teva Pharmaceutical ($TEVA) recall includes 92,480 containers of antibiotic linezolid; 14,661 vials of heart surgery drug eptifibatide; 13,223 vials of anti-nausea drug ondansetron and 1,299 bags of argatroban, used for treating heparin-related complications. The report says Teva began the recalls in June, although the FDA only last week gave them a class II designation.

The products all came out of Teva’a plant in Gödöllő, a relatively new facility which the company opened in 2012 to expand its injected drug capacity. The $110 million, 15,000-square-meter plant has 6 production lines and the capacity to churn out 160 million to 200 million units of injectable meds annually.

But those lines went idle earlier this year when Teva temporarily halted production following an FDA inspection in January that found a number of manufacturing issues. The FDA followed that up in late May when it issued an import alert for the facility, banning all but two essential products from the facility: cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin.

Teva in a statement today said it had begun recalling “all in-date lots” of the four in the US, “in order to ensure that disposition decisions for U.S. products manufactured at the Gödöllő site were in alignment with FDA’s import alert. In July, we recalled 7 lots of Amikacin for reasons unrelated to the import alert.  This was an extension of a previous recall that Teva initiated in March. We are working around the clock to re-start manufacturing operations in Godollo and expect that to occur in the coming months.”

Teva has not specified the nature of the observations laid out in an FDA Form 483, but said it was working closely with the FDA to resolve the issues and return supplies of its products. It said in some cases it would look for alternative sources of supply. None of the four drugs is currently listed on the FDA’s drug shortages list. Teva has said that it is unaware of any adverse events tied to any of the drugs shipped from the facility.

The plant issues arose at a tricky time for Teva, which was in the midst of trying to close on its $40.5 billion purchase of the generics unit of Allergan ($AGN). After delays and an agreement with the FTC that is would divest 75 products, the deal closed last month.

– access the recalls here

thanks to: FiercePharma

Teva issues another recall of antibiotics, this time from a Canadian plant

For the second time this year, Teva ($TEVA) has issued a recall of antibiotics produced at one of its facilities. This time it’s a plant in Canada.

In the most recent action, the company said it is recalling more than 53,000 bottles of amoxicillin manufactured by Teva Canada Limited in Toronto.

According to an FDA enforcement report, the nationwide voluntary recall of the antibiotic was initiated because it is considered a “superpotent drug” on the basis of an out of specification test result for assay during stability testing. The regulatory agency has classified the recall as a Class II event, which means there isn’t an immediate threat of death or danger from the product.

Earlier this year, the drugmaker began recalling amikacin sulfate from its facility in Hungary due to the potential for the presence of glass particulate, which the company  said could cause reactions from swelling to blood clots. Teva recently expanded that recall to 7 additional lots made at the plant in Gödöllő, Hungary, which the FDA put on its import alert this year.

In May, the Israel-based drugmaker recalled 14,370 units of divalproex sodium delayed-release tablets, which are used to treat certain types of epileptic seizures, as well as for bipolar disorder and migraines, after they failed unspecified specifications.

– check out the FDA enforcement report

thanks to: FiercePharma

Teva recalls antibiotic made at banned plant in Hungary

 

Teva headquarters 

When the FDA put Teva’s sterile manufacturing site in Hungary on its import alert list in May, it banned all but two of its products, cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin. The exclusions didn’t mean the FDA didn’t have some concerns with those drugs, and now the drugmaker is expanding a recall of the antibiotic.

Teva ($TEVA) said last week it was recalling 7 additional lots of amikacin sulfate due to the potential for the presence of glass particulate, which it said could cause reactions from swelling to blood clots. It said it had not received any reports of adverse reactions to the product.

When Teva first recalled a lot of the antibiotic in March, it indicated that it was manufactured at its plant in Gödöllő, Hungary. The company had temporarily halted production at the plant in January after an inspection cited it with a number of shortcomings. The agency followed that up with the ban in May.

After the FDA banned products from the Hungary plant, Teva said it was “working around the clock to restart manufacturing operations as soon as possible, and are working cooperatively with regulatory authorities to minimize any potential impact on product availability.”

That impact was particularly hard on Hungary, which lost access to about 200 drugs as a result of the shutdown. The Hungary drug regulator said it was getting weekly updates from Teva about the situation so that it could avoid shortages, particularly of cancer and morphine drugs.

– here’s the press release
– find the import alert here

thanks to: FiercePharma

 

Teva recalls seizure drug

 

Teva headquarters

 

Teva Pharmaceutical ($TEVA) has its hands full trying to finalize its $40.5 billion buyout of Allergan’s ($AGN) generics business, a deal it expects to close this week. But meanwhile business goes on as usual, and that involves a Teva recall of a seizure drug.

The Israel-based drugmaker is recalling 14,370 units of divalproex sodium delayed-release tablets after they failed unspecified specifications, according to the most recent FDA Enforcement Report. The drug is used to treat certain types of epileptic seizures, as well as for bipolar disorder and migraines. The recall, which was initiated in May, was identified last week by the FDA as a class III.

Teva has been working for more than a year to buy Actavis, the generic drug business of Allergan. Since Teva is already the world’s largest generics producer, the deal has received close scrutiny by regulators around the globe. The FTC said last week that it had approved the merger after Teva agreed to sell the rights and assets to 79 pharmaceutical products, which are being acquired by 11 different generic drugmakers.

Allergan’s generics business has had its own recalls to deal with this year. In February it said it was recalling 54 lots, consisting of nearly 600,000 bottles, of its copy of the ADHD drug Adderall.

– access the recall here

thanks to: FiercePharma

Teva pulls migraine patch Zecuity on reports of burning, scarring

Teva

So much for the $114 million Teva shelled out to get its hands on Zecuity developer NuPathe. After less than a year on the market, the Israeli drugmaker is pulling the migraine patch.

Monday, the company announced that it would stop sales, marketing and distribution of the product on post-marketing reports of burning and scarring at the patch application site. Teva has also launched a recall of the med from pharmacies.

The discontinuation follows an FDA alert on the drug from earlier this month that cited “severe redness, pain, skin discoloration, blistering, and cracked skin.”

“At Teva, the wellbeing of people using our products is always the first priority,” Teva CEO of global specialty meds Rob Koremans said in a statement, noting that the company would “continue our investigation into the root cause of these adverse skin reactions” and work closely with regulators to resolve any outstanding questions.

It’s a blow to the Petah Tikva-based generics giant, which nabbed NuPathe in 2014 in its quest to bulk up on the specialty side before Copaxone copies hit. And while that process took longer than industry-watchers expected–allowing Teva to switch the majority of patients over to a long-lasting, patent-protected formulation of its multiple sclerosis superstar–the therapy still took a hit last year, recording a 14% decline to $960 million and coming in shy of the billion-dollar tally analysts expected.

Meanwhile, Teva is also working hard to close the $40-billion deal for Allergan’s generics unit that it expects to solidify its No. 1 position in the generics space. After coming to terms on the acquisition last summer, the companies have been making divestments to satisfy antitrust regulators; Monday, India’s Dr. Reddy’s said it had agreed to pick up 8 drugs from Teva–including one already-marketed treatment–for $350 million.

– read Teva’s release

thanks to: FiercePharma

 

 

Teva halts production at sterile injectables plant to address FDA concerns

Teva

The FDA recently issued an import alert for all but two products at the facility in Gödöllő: cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin. The alert gives no insight into the nature of the problems, but a translated notice posted Friday by Hungary’s Food and Drug Administration (OGYE) says Teva suspended production four months ago as a precaution following an U.S. FDA inspection at the facility in late January.

Teva Pharmaceutical ($TEVA) in a statement today said that while it is unaware of any adverse reactions reported about products coming out of the facility, it decided to voluntarily stop production at the Gödöllő plant on a temporary basis while it evaluates and responds to the FDA’s concerns.

“We are working around the clock to restart manufacturing operations as soon as possible, and are working cooperatively with regulatory authorities to minimize any potential impact on product availability. We are also identifying alternative sources of supply, where needed. We are very conscious of unnecessarily triggering drug shortages and impacting patients while we focus on resolving regulatory concerns, as patients are always highest priority.”

The notice by the OGYE says the action has taken 200 Hungarian products out of production and the Hungarian agency has asked Teva for weekly updates so that it can avoid shortages, particularly of cancer and morphine drugs. Dr. Csilla Pozsgay, the director general of OGYE, said in the notice that “based on currently available information,  products on the market are safe–the FDA primarily objected to the production environment.”

Teva opened the $110 million, 15,000-square-meter (161,458-square-foot) plant in 2012. It said at the time that its 6 production lines were capable of producing between 160 million to 200 million units of injectable meds annually, mostly cancer meds, that were to be sold in 70 countries, primarily in the U.S., Europe and the Far East.

Other companies have been in the situation in which Teva now finds itself. The FDA last year cited three Mylan ($MYL) sterile injectable plants in India in a warning letter for a host of problems. Pfizer’s ($PFE) Hospira, which is the largest sterile injectables maker in the world, has had to deal with FDA concerns at several plants in the U.S., India and Italy.

– here’s the FDA import alert
– and the OGYE notice

thanks to: FiercePharma

Teva migraine patch gets close FDA scrutiny for causing burns and scarring

Migraine

Seeking to offset early Copaxone sales declines, Teva swept up NuPathe a few years ago to get its hands on the only migraine patch approved in the U.S. But in less than a year after launch, the FDA has laid out concerns about “serious” adverse events including burning and scarring.

Teva’s Zecuity is now under the radar as a “large number” of users have reported those problems plus severe redness, pain, skin discoloration, blistering and cracked skin, the FDA reported. The patch first hit the market last September.

In a statement, a Teva spokesperson said the FDA’s decision was made “as a precautionary measure,” and that “there is nothing more important to us than the health and safety of those who use our products.”

“Patient wellbeing is at the heart of everything we do,” the statement said. “Teva is working closely with the FDA on the investigation.”

The development marks a headache for Teva, which bought Zecuity developer NuPathe in early 2014 for about $114 million, eclipsing Endo’s $105 million offer. At that time, the generics giant was looking to grow sales in the face of an earlier-than-expected patent loss for its megablockbuster multiple sclerosis drug Copaxone. That patent loss is still having repurcussions at the Israeli generics giant, with Q1 2016 results that fell short of expectations.

The investigation may also upset NuPathe investors, who stand to gain from tiered Zecuity sales milestones set up through the Teva deal.

Powered by a battery, Zecuity administers sumatriptan through a single-use device placed around a patient’s upper arm or thigh.

Though the patch has been FDA-approved since 2013 from NuPathe’s efforts, Teva didn’t get the product on the market in the U.S. until the second half of 2015. In promoting the product, the Israeli generics giant cited a study finding that Zecuity outperformed a nonmedicated patch in reducing headache pain and cutting light/sound sensitivity.

The FDA alert comes as Teva works to close a $41 billion deal to buy Allergan’s generics business, a price which some investors and investment bankers called into question this week because market dynamics have changed since the agreement.

– here’s the FDA alert

thanks to: FiercePharma

Teva retrieves amphetamines over impurity concerns

Teva

Teva Pharmaceutical ($TEVA) has its hands full already with its $40.5 billion deal to buy Actavis, the generics business of what is now Allergan ($AGN). But business goes on and that includes the occasional recall.

According to the FDA’s most recent Enforcement Report, Teva has added another lot, consisting of 9,717 bottles, to a recall of amphetamine tablets that were found to be highly out of spec for impurities during their last testing. The mixed salts product is made up of dextroamphetamine saccharate, amphetamine aspartate, dextroamphetamine sulfate and amphetamine sulfate.

According to a letter Teva sent to customers, the voluntary recall began in November with the recall of two lots. It said there are no “safety concerns at the level observed.”

Teva CEO Erez Vigodman

The drugmaker had a couple of other significant recalls last year. It recalled three lots of fluoxetine, a generic version of the antidepressants Sarafem and Prozac, because of contamination. Those had been manufactured by its Croatia-based operating unit Pliva at a plant in Krakow, Poland. It also recalled 8 lots of its colon and rectal cancer injectable drug Adrucil (fluorouracil injection) after the drugmaker discovered that the lots might contain particles that it identified as aggregate of silicone rubber pieces from a filler diaphragm and fluorouracil crystals.

The world’s largest generics maker struck a deal last year to buy the generics business of Allergan. Teva CEO Erez Vigodman told investors at the J.P. Morgan Healthcare Conference this month that the company’s focus this year will be on assimilating the new acquisition into its operations. The buyout comes even as the drugmaker has been significantly reducing its manufacturing operations to cut costs and improve margins.

thanks to: FiercePharma

Teva ‘s $520M bribery settlement with the feds sparks shareholder lawsuit

Justice statue with sword and scales
Teva is starting the new year facing a shareholder lawsuit after it last month paid $520 million to resolve bribery charges in Russia, Ukraine and Mexico.

Just after forking over $520 million to resolve federal bribery charges relating to its operations in Russia, Ukraine and Mexico, Teva is starting the new year facing a shareholder lawsuit.

Ra’bcca Technologies has filed a petition for approval for a derivative suit against Teva and several of its current and former officers, including ex-board members Chaim Hurvitz, Shlomo Yanai, Dan Suesskind, and former chairman Phillip Frost, Israel’s Globes news service reports.

Last month, Teva agreed to pay nearly $520 million to the U.S. Department of Justice and Securities and Exchange Commission to resolve violations of the Foreign Corrupt Practices Act. The criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, while Teva ponied up $236 million to the SEC.

“The respondents, past and present officeholders in Teva, bear responsibility for Teva’s act and failure in violating U.S. law, and should therefore compensate Teva for all the damages caused to it,” Ra’bcca representatives said, according to Globes.

In announcements detailing Teva’s admitted violations, U.S. authorities say company execs and employees in Russia bribed an official there to boost the government’s purchases of its multiple sclerosis med Copaxone.  The government official made $65 million between 2010 and 2012 setting up the purchases, even as Russia sought to cut costs on foreign drugs, prosecutors said.

Between 2001 and 2011 in Ukraine, Teva bribed a top official in order to “influence” the government’s decisions on Teva drug approvals, prosecutors said, providing the “registration consultant” with $200,000 monthly through a fee and other expenses.

And in Mexico, a Teva subsidiary’s employees bribed doctors to prescribe Copaxone since “at least 2005,” according to the U.S. government’s release. The company additionally admitted it didn’t have an adequate control system in place to catch the violations, and hired managers “who were unable or unwilling to enforce” existing policies, according to prosecutors.

Teva’s settlement—the largest fine paid by a pharma company over FCPA violations—comes after years of investigations into its practices. The company in November notified the Tel Aviv Stock Exchange that it had set aside $520 million to cover expected expenses for the violations. Early in 2015, after conducting its own investigation, the company said it had “likely” violated FCPA in a number of countries.

Along with paying the fines, Teva agreed to continue to work with the feds and to boost its internal compliance efforts. Prosecutors said the company received a 20% discount from the low end of sentencing guidelines due to its “substantial cooperation and remediation.”

The FCPA probe wasn’t Teva’s only legal entanglement, however. Among a number of generics makers, the company now faces a Justice Department probe into possible price collusion.

thanks to: FiercePharma

 

The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges

Israeli drug firm fined for bribing officials in Russia, Ukraine & Mexico

A building belonging to generic drug producer Teva, Israel’s largest company with a market value of about $57 billion, is seen in Jerusalem. © Baz Ratner / Reuters

The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges made by the US Department of Justice (DOJ). The company breached the Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) by bribing officials in Russia, Ukraine and Mexico.

Teva is the world’s largest manufacturer of generic pharmaceutical products. According to the DOJ, its fully-owned subsidiary Teva LLC (Teva Russia) bribed a top Russian official to increase sales of the multiple sclerosis drug, Copaxone, during drug purchase auctions held by the Russian Ministry of Health.

Between 2010 and at least 2012, Teva earned an extra $200 million from Copaxone sales in Russia. The Russian official allegedly received $65 million through inflated profit margins. His name and department were not disclosed.

Overall, Teva will pay $520 million which includes the US criminal and regulatory penalties for its illegal activity in Russia, Ukraine and Mexico.

In Ukraine, Teva hired a senior government official in the Ministry of Health as “registration consultant.” Between 2010 and 2011, the Israeli company paid him a monthly fee and covered his expenses, amounting to $200,000. In Mexico, Teva bribed doctors to prescribe Copaxone from at least 2005.

“Teva and its subsidiaries paid millions of dollars in bribes to government officials in various countries, and intentionally failed to implement a system of internal controls that would prevent bribery,” said Assistant Attorney General Caldwell.

“Companies that compete fairly, ethically and honestly deserve a level playing field, and we will continue to prosecute those who undermine that goal,” Caldwell added.

“As demonstrated by this case, the Foreign Corrupt Practices Act has a long reach. Teva’s egregious attempt to enrich themselves failed and they will now pay a tough penalty,” said William J. Maddalena, Assistan

thanks to: RT

Siria. Usa e Israele in soccorso di Daesh e al Nusra

di Stefano Mauro

 

 

 

 

La tregua in Siria è finita. In effetti un reale cessate il fuoco, sancito dai due principali sponsor del conflitto (USA e Russia) senza un convinto appoggio e coinvolgimento delle numerose e incontrollate milizie jihadiste, non c’è mai stato.

 

La stessa amministrazione Obama, come avvenuto nel febbraio 2016, ha tentato nuovamente di correre in soccorso alle fazioni coalizzate contro il regime di Bashar Al Assad. La sospensione del conflitto, secondo alcuni analisti, è stata vista come un estremo tentativo da parte degli americani di fermare gli scontri, in maniera da far riorganizzare le milizie sostenute dagli USA. Del resto la stessa cosa era avvenuta in passato – a febbraio – con migliaia di nuove milizie salafite che entrarono in territorio siriano, dal permeabile confine con la Turchia, con rifornimenti e armi.

 

Quello che, però, è successo il 17 Settembre è stato un qualcosa di nuovo e inaspettato nel conflitto siriano. L’aviazione americana ha bombardato a Deir Ezzor una postazione dell’esercito siriano causando 60 morti e 100 feriti e favorendo l’avanzata delle milizie di Daesh, in una delle poche aree strategiche controllate dalle truppe lealiste. Il pentagono ha subito dichiarato che “si è trattato di un errore” e lo stesso Obama si è scusato con il governo di Damasco. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha immediatamente etichettato l’episodio come “un chiaro sostegno militare ai terroristi di Daesh”. Lo stesso governo di Damasco ha dichiarato che “il raid americano è un’aggressione evidente e palese contro l’esercito regolare siriano e contro il territorio siriano”.

 

Le scuse e la successiva irritazione americana sono, in effetti, segni palesi dell’errore di valutazione fatto dall’amministrazione statunitense. Errore di valutazione e non, come ripetuto più volte, errore militare. Appare, infatti, impossibile che uno degli eserciti più potenti al mondo abbia commesso un simile sbaglio per diversi motivi.

 

Il primo è il “modus operandi” dell’operazione. Il raid è stato effettuato a 4 riprese per una durata complessiva di 45 minuti: non si tratterebbe, quindi, dello sbaglio di un singolo pilota.

 

Il secondo: l’obiettivo del raid. La collina di Jebel Tudar, occupa una posizione strategica particolare perché si trova lungo la strada verso l’aeroporto. Si tratta di una posizione che le truppe lealiste siriane difendevano da oltre un anno. Dopo l’attacco americano, con un tempestivo e strano “coordinamento”, le truppe di Daesh hanno non solo subito occupato la posizione, ma attraverso la loro agenzia stampa “Amaq” , hanno anche annunciato la conquista di Jebel Tudar.

 

Ultima anomalia: l’annuncio da parte dell’aviazione americana di essere intervenuta in quella zona a supporto dell’aviazione siriana. Sembra inverosimile una dichiarazione del genere perché in quel territorio la coalizione a guida statunitense non era mai intervenuta e tanto meno in supporto degli aerei di Damasco.

 

In conclusione l’attacco americano a Deir Ezzor, ultimo baluardo di Daesh se Raqqa cadrà, ha favorito le truppe jihadiste di Daesh fortificando una posizione strategica per le milizie di Al Baghdadi nelle vie di comunicazione tra la Siria orientale e l’Iraq.

 

L’esercito israeliano, invece, è intervenuto in sostegno alle milizie della coalizione di Fatah Al Sham (ex Al Nusra) nella parte meridionale dello stato siriano. A distanza di una settimana dalla battaglia di Qadissyat sono, ormai, numerosi e precisi i dettagli che riportano un coinvolgimento attivo da parte delle autorità di Tel Aviv. Secondo il quotidiano libanese Al Akbar, le truppe israeliane sono intervenute in quattro diverse occasioni: prevalentemente con aviazione, artiglieria e supporto logistico. Il sostegno si è anche materializzato con l’utilizzo di un ospedale da campo sionista e con il trasporto degli jihadisti più gravi negli ospedali israeliani della zona.

 

L’obiettivo della battaglia era quello di creare un corridoio per mettere in contatto due zone di controllo “ribelli” e conquistare il villaggio druso di Hadar nella zona del Golan occupato. Da diversi anni, infatti, quella zona è una vera spina nel fianco per le milizie salafite che non sono mai riuscite a “sfondare” le linee difensive siriane. L’esercito di Damasco ha avuto, inoltre, il sostegno della popolazione locale drusa che vive uno stato di occupazione sia da parte delle forze sioniste sia da parte di quelle jihadiste.

 

Secondo le fonti del quotidiano libanese As-Safir, la battaglia è durata oltre sei giorni. Durante gli scontri sono stati visti mezzi “ribelli” circolare indisturbati nella zona di controllo israeliana nel tentativo di effettuare una manovra a tenaglia. La reazione difensiva è stata veemente ed ha causato numerose perdite nei ranghi dei ribelli di Fatah Al Sham – circa 200 morti e 500 feriti. Nel tentativo di bombardare postazioni siriane in appoggio ai ribelli, l’esercito israeliano ha perso un caccia F-16 ed un drone (Fonte AFP, Sputnik), perdite ovviamente smentite dal governo di Tel Aviv.

 

Per complicare ulteriormente la situazione ieri un convoglio di aiuti della mezza luna rossa è stato attaccato causando la morte di oltre 20 persone. Secondo gli USA sarebbero stati i russi o l’aviazione siriana; secondo Mosca sarebbero stati i “ribelli” che stavano tentando una sortita sulle linee di Aleppo. Quest’ultima, secondo diversi media mediorientali, sarebbe la versione più convincente visto che in merito al bombardamento non ci sono segni di cratere sulla strada nel tragitto del convoglio.

 

In risposta a questi due episodi ed al recente bombardamento/fantasma, Damasco e Mosca sono state abbastanza chiare circa la loro posizione. Secondo Lavrov “non ci sono più margini per poter rinnovare la tregua che ha solamente permesso alle milizie ribelli di riarmarsi e di rinforzare le loro posizioni”. In un messaggio agli israeliani lo stesso Bashar Al Assad ha dichiarato che “la risposta alle incursioni israeliane in territorio siriano non è stata casuale” aggiungendo che “ci saranno altre risposte militari se l’entità sionista continuerà a sconfinare nel nostro territorio o sosterrà i ribelli”. La sicurezza di Damasco fa presagire che, se lo stato israeliano continuerà nel suo sostegno ai ribelli, si potrebbe aprire un nuovo fronte sulle alture del Golan.

 

Se da una parte il regime siriano sembra essersi rinforzato ed essere in grado di contrastare e rispondere ai numerosi fronti di combattimento, fino a rispondere alle truppe sioniste, dall’altra, però, sembra sempre più

 

( Fonte: Contropiano.org )

 

Sorgente: 22-9-16_Usa-Israele-Daesh

La “S” di BDS: Lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit Systems (III parte)

09 Settembre 2016

Da: Al-Shabaka

 

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

 

In questo editoriale politico di Al-Shbaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit Systems. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione ed alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

 

Fare causa comune contro la militarizzazione

 

L’appello per un totale embargo militare verso Israele non si basa soltanto sulla richiesta palestinese di porre termine all’impunità di Israele e alla complicità di tutto il mondo con il suo regime di apartheid. Fa anche parte di una lotta globale contro le guerre e la repressione e contro la militarizzazione e gestione sicuritaria della società. C’è una crescente consapevolezza delle modalità attraverso cui le esportazioni israeliane militari e “per la sicurezza interna” contribuiscono a queste prassi con nuove tecnologie e metodologie sviluppate nel processo di occupazione militare, apartheid e pulizia etnica del popolo palestinese. A loro volta, la militarizzazione e la gestione sicuritaria contribuiscono a sostenere l’industria militare israeliana e le politiche contro i palestinesi.

 

Parallelamente al crescente ruolo di Israele in questa militarizzazione, i movimenti in tutto il mondo stanno facendo causa comune con il movimento BDS contro la repressione e la discriminazione da parte delle forze militari e di polizia. La campagna contro la compagnia israeliana “di sicurezza interna” International Security and Defense Systems (ISDS) ne è un importante esempio. La ISDS è stata fondata nel 1982 da ex-agenti del Mossad. Giornalisti di inchiesta e ex-membri di giunte militari riferiscono che ISDS ha addestrato gli squadroni della morte in Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua ed ha preso parte a golpe e a tentativi di colpo di stato in Honduras e Venezuela.

 

Attualmente ISDS addestra la famigerata forza di polizia militare BOPE a Rio de Janeiro, ammettendo con orgoglio che la polizia nelle favelas utilizza le stesse tecniche che Israele usa a Gaza. ISDS ha anche ottenuto un contratto che le ha fatto molta pubblicità con i Giochi Olimpici di Rio del 2016. Movimenti palestinesi come Stop the Wall (Fermare il Muro, ndt) e il Comitato Nazionale del BDS (BNC) hanno unito le loro forze a quelle dei movimenti popolari di Rio che lavorano per i diritti umani nelle favelas, in una campagna denominata “Giochi Olimpici senza apartheid”, per ottenere la cancellazione del contratto.

 

Analoghi rapporti sono stati instaurati tra il movimento di solidarietà palestinese e gli attivisti neri negli USA, che nel 2015 hanno emesso una dichiarazione di solidarietà sostenuta da oltre 1000 attivisti ed intellettuali neri, che afferma che “l’uso massiccio da parte di Israele della detenzione e dell’arresto dei palestinesi evoca l’incarcerazione di massa del popolo nero negli USA, inclusa la detenzione politica dei nostri rivoluzionari” e fa appello alla lotta comune contro la compagnia di sicurezza G4S. Inoltre nell’agosto 2016 il movimento “Black Lives Matter” (la vita dei neri è importante, ndt) ha appoggiato il movimento BDS.

 

Il muro al confine tra USA e Messico è un altro luogo che vede la lotta comune tra attivisti della solidarietà palestinesi e il popolo indigeno colpito dalla messa in pratica delle metodologie e tecnologie israeliane nella loro terra, in cui la Elbit Systems ricopre un ruolo centrale.

 

La campagna nell’UE per sospendere i finanziamenti alla Elbit Systems e ad altre compagnie militari israeliane riguarda un maggiore coinvolgimento per ogni cittadino europeo. Con un budget di 80 miliardi di euro (circa 88 miliardi di dollari al tasso di cambio di fine 2015), l’attuale programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e lo sviluppo Horizon 2020 è tra i maggiori progetti di finanziamento al mondo. Ridistribuisce il denaro dei contribuenti soprattutto a istituzioni aziendali ed accademiche che sviluppano ricerche al servizio di grandi business, compresa la cooperazione con le imprese militari israeliane. I progetti di ricerca con le imprese militari israeliane spesso sviluppano tecnologie a doppio uso (sia militare che civile) in aperta violazione delle norme dell’UE e contribuiscono alla militarizzazione ed alla deriva sicuritaria delle società europee. La maggioranza degli europei, se sapesse come è stato usato il suo denaro, probabilmente concorderebbe sul fatto che l’UE nuoce non solo ai palestinesi, ma anche ai suoi stessi cittadini spendendo denaro in guerre che creano nuovi rifugiati ed in tecnologie che controllano, discriminano per razza ed opprimono gli europei invece di andare incontro alle loro necessità.

 

Prendere di mira i punti deboli delle forze armate israeliane

 

La nota informativa ha cercato di fornire una panoramica del complesso militare industriale di Israele e di identificare delle possibilità d’azione che permettano di ridurre i profitti industriali e poi portino ad un embargo delle armi finché non vengano ottenuti i diritti dei palestinesi. Si tratta indubbiamente di un impegno importante: il complesso industriale militare comprende imprese potenti, propaganda e sistemi di promozione e vendita spudorati, impianti di difesa globale che spesso sono lontani dal discorso e dalla portata degli attivisti della solidarietà. Eppure non è solo un’esigenza etica per i paesi quella di interrompere le relazioni militari con Israele finché esso non rispetti il diritto internazionale; è anche una campagna che può essere vinta. Sicuramente, sulla base dell’esperienza fino ad ora e alla luce della precedente analisi, ci sono diverse possibilità da prendere in considerazione per gli attivisti.

 

Al livello più basilare, sono indispensabili l’educazione dell’opinione pubblica e la mobilitazione. La maggior parte delle persone comprende intuitivamente che i rispettivi governi non dovrebbero mantenere relazioni militari con una potenza di occupazione che sferra sistematici attacchi militari contro la Striscia di Gaza sotto assedio ed altri paesi vicini, così come compie incursioni, raid, demolizioni di case ed altre violazioni di diritti umani contro la Cisgiordania e Gerusalemme est occupate – soprattutto poiché questi atti non soltanto infrangono il loro codice morale, ma anche le leggi dei loro paesi e le leggi internazionali. Il numero dei difensori dei diritti umani che si impegnano nel boicottaggio e disinvestimento è in aumento; è solo questione di tempo perché il numero di coloro che spingono per le sanzioni, e soprattutto per le sanzioni militari, cresca fino a raggiungere una massa critica.

 

La solidarietà con la Palestina da parte di comunità anch’esse colpite dalla militarizzazione e messa in sicurezza ha una lunga storia, soprattutto in America Latina, dove Israele ed i suoi agenti privati per decenni hanno appoggiato ed addestrato gli squadroni della morte e le dittature. La consolidata collaborazione tra i neri americani, i latini e i popoli indigeni negli USA, a fronte della militarizzazione esponenziale delle metropoli europee, significa che una vasta ed organizzata rete di attivisti ha il potenziale per svilupparsi anche in occidente. Nel caso della UE, una pressione dell’opinione pubblica potrebbe essere utilizzata per sostenere le argomentazioni tecniche per contestare il finanziamento di Horizon 2020 alle forze armate israeliane – e ad altri enti – complici dell’occupazione.

 

Nelle loro campagne gli attivisti dovrebbero anche evidenziare che la tecnologia militare israeliana non è né così efficace né così scevra da problemi come pretende la propaganda. I gravi problemi con la produzione di droni israeliani e le questioni relative a Iron Dome (sistema di difesa antimissile, ndt) sono solo due esempi. Ancor più convincente è il fatto che Israele sta minando la capacità dei paesi di gestire la propria difesa, sottraendo loro la capacità industriale a favore di Israele ed usando i suoi sistemi di sicurezza per fare spionaggio nei confronti dei paesi clienti, con l’effettivo risultato della perdita della loro sovranità ed indipendenza nazionale.

 

La Elbit Systems, grande com’è, è particolarmente vulnerabile alle azioni degli attivisti.

 

E’ l’unica impresa militare privata israeliana di queste dimensioni ed è perciò più vulnerabile alle crisi, ai rischi di speculazione finanziaria e alla ristrutturazione economica. La Elbit Systems è gravemente indebitata ed ha bisogno di garantirsi un continuo flusso di liquidità per onorare il debito. La sua presenza sempre più globale rende più facile agli attivisti in diversi paesi attaccare la Elbit o le sue filiali. Inoltre anche la crescente dipendenza dell’industria militare dagli aiuti del bilancio statale israeliano la rende vulnerabile, accrescendo anche la vulnerabilità dello stato.

 

Gli attivisti dovrebbero anche trarre lezione dall’esperienza: Israele si mette sempre in grado di trarre vantaggio quando arrivano al potere nuovi governi o si implementano nuove politiche nazionali. Anche gli attivisti dovrebbero mettersi in grado di sviluppare programmi adeguati alla situazione del momento per affrontare i cambiamenti di governo. E’ la chiave per garantirsi, dove possibile, impegni o leggi da parte di governi amici contro il commercio militare con Israele o per trarre vantaggio da circostanze in cui governi ostili applicano politiche contrarie agli interessi di Israele. Fare leva sulle dinamiche interne in tali circostanze è un fattore essenziale di successo.

 

Se si vogliono attuare sanzioni militari contro Israele, la società civile palestinese e gli attivisti dovranno lavorare sodo per fare pressione sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché usino i loro contatti diplomatici e qualunque potere di persuasione di cui dispongano sia nei confronti di singoli stati che delle Nazioni Unite. In particolare, dovrebbero assicurarsi che OLP/ANP usino ogni mezzo possibile per impedire e contrastare il commercio di armi tra gli stati del Golfo ed Israele.

 

Non c’è modo di prevedere quando il vento cambierà. Ma le lotte popolari contro la repressione, la guerra e l’apartheid, rafforzate da una crescente percezione negativa del complesso industriale militare israeliano, potrebbero colpire al cuore un’industria che da un lato sostiene l’aggressione israeliana e dall’altro prospera grazie ad essa. Il mito della tecnologia militare israeliana si sta lentamente sgretolando e un’industria militare israeliana più privatizzata è altrettanto esposta ai rischi del mercato globale quanto lo sono altre imprese. L’appello per sanzioni militari può iniziare a far presa anche prima che i governi siano pronti ad attuare un embargo a pieno titolo.

 

thanks to: Ma’an News Agency

Traduzione a cura di BDS Italia

La “S” di BDS: lezioni da trarre dalla campagna contro la Elbit System (II parte)

 

Un tecnico dell'industria aerospaziale israeliana lavora a un drone Heron in un hangar nel complesso industriale IAI. 27 aprile 2015. (AFP/Jack Guez).Un tecnico dell’industria aerospaziale israeliana lavora a un drone Heron in un hangar nel complesso industriale IAI. 27 aprile 2015. (AFP/Jack Guez).

 

Da: Al Shabaka

 

Al- Shabaka è un’organizzazione no profit indipendente la cui finalità è educare e rafforzare la discussione pubblica sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

 

7 settembre, 2016

 

In questo editoriale politico di Al-Shabaka Maren Mantovani e Jamal Juma analizzano alcuni sviluppi che il complesso militare industriale di Israele deve affrontare, con una particolare attenzione alla campagna contro Elbit System. L’editoriale analizza i momenti difficili che l’industria si trova di fronte, il mito della superiorità tecnologica di Israele, i cambiamenti locali e globali dell’industria e le alleanze emerse per opporsi alla militarizzazione e alle tendenze sicuritarie nelle varie società. In base a questa analisi essi delineano indicazioni preziose ed identificano percorsi da seguire per il movimento globale di solidarietà con la Palestina.

 

Sfatare il mito della superiorità tecnologica israeliana

 

L’industria militare israeliana è un elemento fondamentale dell’economia del paese. Impiega circa 50.000 addetti, ne sostiene altrettanti nell’indotto e rappresenta il 13% di tutte le esportazioni industriali. Le 600 compagnie che costituiscono il settore dipendono fortemente dai mercati esteri: l’80% della produzione militare israeliana è destinata alle esportazioni. La capacità da parte di Israele di finanziare guerre, mantenere il suo complesso militare industriale e competere sul mercato globale dipende dalla sua reputazione come paese con armamenti all’avanguardia e “testati sul campo”.

 

Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha acquisito una sempre maggiore consapevolezza del fatto che il marchio “testati sul campo” sta per armi sviluppate durante massacri e crimini di guerra contro i palestinesi ed il popolo arabo. Proteste in tutto il mondo, come l’occupazione di fabbriche di Elbit in Gran Bretagna ed Australia, flash mobs in molti luoghi, petizioni e reportage approfonditi e la copertura mediatica hanno contribuito a questa crescente consapevolezza.

 

Per contrastare le proteste della società civile, in continuo aumento, chi difende le relazioni militari con Israele sostiene che la cooperazione militare con e gli acquisti da Israele sono di interesse nazionale del paese. Tuttavia, l’idea che le armi israeliane siano inevitabilmente la scelta migliore da un punto di vista tecnologico e che adottare un embargo militare significherebbe compromettere la “sicurezza nazionale” è un altro mito da sfatare.

 

Dall’attacco israeliano contro il Libano nel 2006 il mito della superiorità bellica di Israele ha subito delle battute d’arresto. Come hanno dovuto riferire persino i media israeliani, gli Hezbollah [milizia sciita libanese che combatte contro l’esercito israeliano, ndt] hanno reso inutilizzabili almeno 20 “indistruttibili” carri armati Merkava. Dopo la guerra, Israele ha iniziato a comprare carri armati Abram costruiti negli Stati Uniti (USA).

 

Quanto all’ “Iron Dome” [sistema antimissilistico utilizzato per distruggere i razzi lanciati da Gaza, ndt] israeliano, la sua efficacia è stata messa in dubbio in seguito all’attacco israeliano contro Gaza del 2014, ed alcuni esperti di tecnologie militari israeliani e statunitensi lo hanno condannato come “la più grande bufala del mondo”. Persino progetti riguardanti le esportazioni di tecnologie hanno sofferto costi e difficoltà crescenti. E’ il caso del drone ” Watchkeeper”, rifiutato dal governo francese all’inizio di quest’anno. Ha avuto ripetuti incidenti e si è persino rivelato inadatto al volo nelle condizioni meteorologiche del Regno Unito.

 

Oggi l’industria militare israeliana cerca di penetrare in nuovi mercati promuovendosi come leader nella sicurezza informatica. Tuttavia, la lunga serie di scandali spionistici che hanno coinvolto le imprese israeliane di software ed elaborazione dati ha messo in dubbio la capacità di Israele di “rendere sicura” qualsiasi cosa. Infatti ci sono molte indicazioni del fatto che le imprese israeliane utilizzano contratti all’estero per passare informazioni sensibili alle agenzie di intelligence israeliane. Per esempio Amdocs, la più grande impresa israeliana di software, è stata ripetutamente accusata di spionaggio, anche negli USA.

 

In più c’è un continuo passaggio di personale tra l’unità d’élite dello spionaggio israeliano – l’Unità 8200 di intelligence militare – e il settore di high-tech e informatico del paese. “E’ praticamente impossibile trovare una compagnia che produce tecnologia che non abbia personale dell’8200,” dice Yair Cohen, un ex generale di brigata che una volta comandava l’Unità 8200 e oggi guida il dipartimento di spionaggio informatico alla “Elbit System”. Il procedimento è molto semplice: Israele permette all’ex personale dell’Unità 8200 di utilizzarne la tecnologia per costituire la propria start-up (facendo a volte enormi profitti) e in cambio ottiene accesso a informazioni in tutto il mondo, installando concretamente un “cavallo di Troia” all’interno di istituzioni che cercano la sicurezza elettronica.

 

Alcuni circoli della difesa considerano utile trattare con Israele perché trasferirà una tecnologia che altri importanti esportatori di armi negli Usa o in Europa non cederebbero. Israele ha ripetutamente venduto a paesi nei confronti dei quali l’opinione pubblica ha imposto limiti alle relazioni militari o embarghi di armi. Molte risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) hanno condannato rapporti militari tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid durante gli anni ’80. Israele ha anche stabilito relazioni militari con le giunte militari in Argentina e in Cile nel 1976 ed esteso i propri rapporti con le brutali dittature in America Latina dopo che l’amministrazione Carter ha ridotto l’assistenza militare USA.

 

Tuttavia il trasferimento di tecnologia israeliana comporta sempre dei compromessi per chi voglia fare scelte politiche che non corrispondono agli interessi di Israele e degli USA. Durante l’ultimo periodo dell’amministrazione del National Congress indiano [partito indiano che ha governato il paese per molti anni, ndt], dal 2004 al 2014, che ufficialmente ha mantenuto una posizione filo-palestinese, alcuni diplomatici in via confidenziale si sono lamentati del fatto che strette relazioni militari con Israele hanno reso difficile al governo prendere misure concrete di solidarietà con il popolo palestinese. Il recente dibattito in Brasile sulle misure che il settore della difesa avrebbe potuto prendere come ritorsione contro la ferma presa di posizione del paese contro gli insediamenti è un altro esempio. La Cina è stata uno dei principali partner militari di Israele fino al 2005, quando gli USA hanno chiesto ad Israele di interrompere qualunque relazione militare. In seguito a ciò, anche le forniture militari che la Cina aveva già comprato sono state bloccate e sono rimaste senza pezzi di ricambio.

 

Cambiamenti locali e globali nell’industria bellica di Israele

 

Nel periodo pre-statale e nei primi anni dalla nascita dello stato, le energie che hanno posto le basi dell’industria militare israeliana furono centrate sull’equipaggiamento di un esercito che avrebbe conquistato la Palestina ed espulso la popolazione autoctona.

 

Negli anni successivi, ex-membri dell’esercito crearono una moltitudine di piccole compagnie “per la sicurezza” per monetizzare le proprie competenze nella repressione. Israele ha esternalizzato le proprie relazioni internazionali più compromettenti in campo militare a queste imprese, che gli permettono di negare ogni coinvolgimento. Allo stesso tempo, le principali industrie militari, Israeli Aerospace Industries (IAI), Rafael Advanced Defense Systems e Israeli Military Industries (IMI), sono rimaste statali per garantire il controllo diretto. Solo Elbit Systems è stata in grado di prosperare, in quanto più importante industria militare privata israeliana allo stesso livello delle imprese statali.

 

Con il tempo, il settore delle industrie belliche è diventato relativamente indipendente. Rifornisce ancora il governo per mantenere il suo regime e per le sue necessità di politica estera, ma ha sviluppato propri interessi specifici. Il campanello d’allarme suonato dall’industria militare israeliana nell’ottobre 2015 è stato un tentativo di fare pressione sullo Stato israeliano e di assicurarsi che questo ed i contribuenti avrebbero garantito che la riduzione delle esportazioni e la caduta dei profitti venissero compensate da un intervento del governo. Il governo israeliano ha distribuito lucrosi contratti alla fine dell’anno. In più, sono stati generosamente distribuiti stanziamenti di bilancio per le industrie militari, compresi aiuti a favore della commercializzazione.

 

Tentativi di privatizzare IMI, che produce, tra le altre armi, munizioni a grappolo israeliane, verranno probabilmente conclusi presto. Ciò significa che il processo ventennale di privatizzazione delle imprese pubbliche ha raggiunto il cuore dell’industria militare. La vendita di IMI ha incontrato delle difficoltà per timore di un possibile monopolio da parte di Elbit System, che è l’unico partecipante alla gara per l’assegnazione, ed anche per le accuse di comportamento scorretto da parte del capo dell’Autorità delle imprese pubbliche.

 

Tuttavia le ultime notizie sono che l’affare è di nuovo in corso. Ciò è destinato ad approfondire la dinamica per cui i profitti delle imprese militari ora privatizzate spettano a loro, mentre il peso delle perdite è sostenuto dallo stato e dai cittadini.

 

Le tendenze globali nel settore bellico sono un altro elemento che produce cambiamenti all’interno dell’industria militare israeliana. La crescente richiesta, nel settore mondiale delle armi, di produrre all’interno del paese acquirente, compresi accordi di compensazione e di trasferimento ed addestramento tecnologico, ha portato le imprese militari israeliane come Elbit Systems a perseguire una strategia di acquisizioni a livello globale. Invece di potenziare le industrie della difesa nazionale dei paesi acquirenti, questa strategia ha creato un effetto di denazionalizzazione, esternalizzando l’industria in Israele. Elbit System oggi è presente con nomi diversi e in vari settori in tutto il mondo. Una delle ultime acquisizioni di Elbit è Nice Systems, un’impresa di software per elaborazione dati con una presenza in oltre 150 Paesi, che ha tra i suoi clienti società private così come istituzioni pubbliche locali. Mentre questa strategia intende espandere i profitti di Elbit Systems, ciò consente potenzialmente al movimento internazionale BDS di prendere di mira gli interessi di Elbit non solo a livello di ministeri federali della Difesa, ma più vicino a casa.

 

Inoltre la strategia di acquisizioni da parte di Elbit Systems significa che si indebita per acquistare altre compagnie e creare una multinazionale. Per sostenere questa politica deve garantirsi un continuo flusso di denaro. Questo è un rischio notevole, in quanto una caduta degli investimenti e dei contratti o una riduzione della fiducia e una percezione negativa sul mercato degli investimenti potrebbe portare ad una crisi di solvibilità. E se Elbit Systems vuole trasferire potenziali perdite globali sullo Stato, Israele se lo può permettere?

 

Guardando alle prospettive dell’industria bellica israeliana, è importante mettere in evidenza che le vendite complessive dell’industria sono cresciute a oltre 5 miliardi di dollari alla fine del 2015. Ciò è dovuto ad una serie di nuovi contratti negli ultimi mesi dell’anno, benché le vendite siano state ancora significativamente inferiori a quelle dell’anno precedente. Tuttavia, le industrie militari israeliane hanno in prospettiva parecchie importanti opportunità di esportazione, che solleciteranno l’attenzione del movimento di solidarietà palestinese.

 

Si prevede che gli attuali negoziati di Israele con gli USA per un nuovo aiuto militare di 10 anni porteranno a Israele molto più degli attuali 3,1 miliardi di dollari all’anno. Date le imminenti elezioni presidenziali USA e i candidati dei due principali partiti, il movimento dovrà sicuramente lavorare duramente su questo. Comunque l’accordo ha la possibilità di sfidare il complesso militare industriale israeliano. Nelle discussioni è compresa l’intenzione degli USA di ridurre la percentuale di fondi che Israele può spendere nella sua industria bellica.

 

Reuven Ben-Shalom, l’ex-capo del ramo nordamericano della divisione di pianificazione strategica dell’esercito israeliano, definisce una simile prospettiva come “devastante per le imprese belliche israeliane.” Anche il presidente dell’Associazione delle Imprese di Israele, Shraga Brosh, ha messo in guardia che se le intenzioni degli USA si realizzeranno, “dozzine di linee di produzione e persino tutte le fabbriche della Difesa chiuderanno, migliaia di lavoratori verranno licenziati e lo Stato di Israele perderà la propria indipendenza in materia di difesa.” Quindi un aumento degli aiuti militari

 

potrebbe in realtà trasformarsi in una batosta per l’industria bellica israeliana, con l’effetto a medio termine che le imprese israeliane delocalizzeranno la produzione o incrementeranno gli accordi industriali con gli USA per garantirsi il costante accesso agli aiuti militari statunitensi.

 

Nel caso dell’Europa, le vendite regionali sono più che duplicate lo scorso anno, arrivando a 1,63 miliardi di dollari, rispetto ai 724 milioni del 2014. La cooperazione europea con Israele è destinata a continuare ad aumentare, in quanto l’UE chiude ulteriormente le frontiere per contenere la crescente immigrazione, con bombe e sparatorie nelle città europee utilizzate per giustificare la crescente spesa per la militarizzazione ed il controllo della popolazione.

 

Autorità israeliane e dirigenti d’impresa sono consapevoli che questa tendenza è positiva per gli affari israeliani. Subito dopo gli attacchi del 2015 a Parigi, i leader israeliani hanno sottolineato che solo le tecnologie israeliane possono salvare l’Europa. Secondo Itamar Graff, un importante funzionario di SIBAT, l’agenzia per la cooperazione internazionale per la difesa del ministero della Difesa israeliano, si prevede che l’Europa spenderà 50 miliardi di dollari in appalti nel campo della “sicurezza interna” – sufficienti per le imprese israeliane di ogni dimensione per fare profitti significativi, vendendo prodotti sviluppati per reprimere i palestinesi.

 

Anche l’America latina, nonostante una contrazione delle vendite a 577 milioni di dollari nel 2015, può offrire nuovi mercati, a causa del riflusso dell’ondata di governi progressisti nella regione, soprattutto in Brasile, dove il governo golpista ha immediatamente spinto per rapporti più stretti con Israele. In Argentina il governo di destra recentemente eletto ha iniziato il proprio mandato offrendo ad Israele una più stretta cooperazione militare e per la sicurezza.

 

Le importazioni della regione Asia – Pacifico sono leggermente scese a 2,3 miliardi nel 2015 rispetto a circa 3 miliardi nel 2014. Tuttavia l’andamento complessivo nell’ultimo decennio mostra un deciso aumento delle esportazioni belliche a questa regione. L’Asia rappresenta il 29% delle entrate di Elbit Systems, e ci sono margini per aumentarle, dato che Israele recentemente ha approvato uno stanziamento speciale per Elbit Systems perché commercializzi i propri prodotti in Cina. Inoltre Elbit Systems ha da poco formato una joint venture con imprese indiane per vendere più droni al paese, e nel marzo di quest’anno Rafael Advanced Defense Systems ha firmato un accordo di cooperazione di 10 miliardi di dollari con il gigante indiano Reliance Defense. In base a quanto riferito, il governo indiano starebbe per firmare con Israele anche un accordo per la difesa di 3 miliardi di dollari e starebbe prendendo in considerazione la cooperazione con Israele per la costruzione di una barriera nel Kashmir. Ancora più inquietanti dell’espansione di Israele in questi mercati sono le informazioni secondo cui alcuni Stati del Golfo sono in lizza per comprare il sistema antimissile Iron Dome.

 

thanks to: Ma’an News Agency

Traduzione di Amedeo Rossi per BDS Italia

Israeli Arms Industry Faces Existential Threat in New US Aid Agreement

Israeli Arms Industry Faces Existential Threat in New US Aid AgreementSHARMINI PERIES, TRNN: Welcome to the Real News Network, I’m Sharmini Peries coming to you from Baltimore.On Tuesday, a new report was released by the Israel based human rights organization B’Tselem. The report criticizes Israel’s investigations into the killing of nearly 1,400 Palestinian civilians during the 2014 war on Gaza. This comes days after the United States and Israel signed a historic agreement granting Israel the largest military aid package in history. Today we’re going to take a continuing look into the agreement with political economist Shir Hever. Shir is a researcher for the Alternative Information Center based in Jerusalem [inaud.]. He joins us today from Germany. Thank you for joining us Shir. SHIR HEVER: Thanks for having me Sharmini.PERIES: Shir as you know we’ve been covering this MOU between Israel and the United States in a few interviews. The one that is on our site today with Larry Wilkerson as well as the agreement was signed we did an interview with Rania Khalek and Phyllis Bennis and I understand you would like to respond to some of the claims that were made but mainly something that Larry Wilkerson said in his interview that this was the largest aid package ever signed between Israel and the United States and also that Israel is a strategic liability to the US. Those two claims you wanted to address so please do.HEVER: Right so I think this aid agreement is very important and very telling about the development in the relations between Israel and the United States. The claim that this is the largest aid packet that Israel has ever received is nominally true but in real terms it’s actually not true because if we imagine what would’ve happened if the US would’ve kept this aid to Israel constant since 1973, not increased it but just kept it up to inflation, then today the aid would’ve been 16 billion dollars a year. Now instead the United States signed a deal with Israel for 3.8 billion dollars a year. 3.8 is more in nominal terms than the 3 billion that Israel received back in 1973 but it’s purchasing power is less than a quarter of what it was back then. I think that means there is an erosion in the aid and I think we can learn a lot form this ongoing erosion. What exactly is changing in the relation of the two countries. The main thing to understand is there is actually not one hegemonic interests in the US side and not one hegemonic interest on the Israeli side.PERIES: And what do you mean by that? Who else has interest in this MOU?HEVER: This brings me to the second argument that was made by Lawrence Wilkerson that Israel is a strategic liability for the United States. It’s a strategic liability for the United States military of course and for US foreign policy in the Middle East. That I completely agree. But for the US military industry, military industrial complex, the arms companies, Israel serves a very important role because they test and demonstrate the effectiveness of US weaponry and this is what the aid is about. It means that the United Sates gives Israel weapons. It’s a massive subsidy of the US taxpayers to the US arms companies which then sell their weapons at full price but the money’s paid by US tax payers. The weapons are used against Palestinians, against Syrians, against Lebanese by the Israeli military and then the US companies can learn from that and improve their weapons and also market them for better and so on. So for that, Israel is not a strategic liability but actually to borrow a term by Andrew Feistein a scholar of the arms industry, it turns Israel into the US shop window. So when customers of US weaponry want to see how US weapons function, they look at Israel and what Israel is doing with these weapons.PERIES: And while this is somewhat of a subside for the US military industrial complex, the political consequences to this decision to Israel in terms of eliminating subsidies for the Israel arms industry has great implications. Explain that tell us more about the consequences and the implications it will have.HEVER: Yea one Israeli journalist in [inaud.] was actually written that MOU is a way for President Obama to have this revenge on Netanyahu. Actually delivering a terrible deal and a humiliating deal that Netanyahu suffers from and indeed there is a lot criticism in Israel about this deal because of 3 points. The first point is indeed what I mentioned that in real terms the aid is not actually increasing. The second point is that there’s a clause in the term that makes it impossible for the Israeli government to seek additions when there’s a certain need and to appeal directly to congress in order to ask for more money. So they sign the deal and they take it as it is and only under extreme emergencies can they an extra request and they have to give them money back. So actually the aid is very clearly delineated. The third point which I think is the most important is that the Israel arms industry and that one is excluded from the aid deal. Now Israel is the large recipient of US military aid in the world. There is no contesting that. But Israel also has a privilege that no one other country in the world has. They can use a portion of that aid to finance their own arms industry. That means that a lot of companies in Israel are actually developing weaponry and other combat system which are designed to be used by the Israeli military but knocked some directly by the US military defense but rather through the [8] from the United States. This is a privilege that applies to 26% of the aid and Israel is the only country in the world that has that privilege. And that privilege is going to be revoked. And when Obama started the negotiations with Israel about the aid package and of course there was some expectation that the United States was going to increase aid as a kind of compensation for the [Iran] ordeal. Then President Obama made this comment. He said this privilege of the 26% that Israel can use for its own arms industry has to be canceled for the mutual interest of both sides. I think this is a very cynical statement. I think it was completely understood that it’s not a mutual interest of both sides. It’s only in the interest of the US arms companies that this privilege will be revoked. And for the Israeli military industry this is a threat to their very existence. Something that of course I don’t mourn that Israeli arms companies are at threat of disappearing. Of course I think that it would be a very good thing if Israel would stop producing weapons and exporting them. But one must understand that within the Israeli political system, the arms industry is extremely important. There’s no other country in the world with arms industry so important to the economy as it is for Israel. And that’s where we see a very interesting development within Israel that in this part of the economy and that part of the political sphere which is completely funded by the US aid and by the arms exports and the wars is now receiving a terrible blow. There’s no coincidence that shortly after President Obama made that statement that it’s in the interest of both sides to revoke the privilege that Netanyahu fired his Minister of Defense, Moshe Ya’alon who was very deeply embedded within that Israel security elite of the big arms manufacturers. So he was kicked out. Instead Netanyahu appointed a defense minister Avigdor Lieberman who is now part of that elite who is now tighter and who doesn’t care so much who’s going to be the leaders of the arms industry and he’s trying to push his own people there but he doesn’t promote people from inside the industry. As Netanyahu is now fighting to get rid of that influence of that military class, the military elite inside Israel and to push them out of political decision making process, the new MOU package means that this security elite is actually going to lose the branch that they’re sitting on. They’re going to lose their main source of income when the US will cut out that privilege. PERIES: Now Shir there’s another component to this that is rather interesting that this is a 10-year agreement. What implications does that have? I mean does President Obama obviously want to lock in this deal for 10 years? HEVER: The implications are first of all that no matter how the inflation in the United States is going to be and how much the dollar is going to lose its value, Israel cannot get more than 3.8 billion dollars a year. Second it means that during those 10 years the Israeli government is prevented from making appeals to the US government for extra aid. That’s not a small thing because if we look at the last couple of years, every year Israel made special appeal to the US congress asking more money for missiles or for anti-missile systems and so on. All these projects were kind of ways for pro-Israeli mainly republican congress people and senators to show their support for Israel by spending a few millions there, a few hundred millions over here and that’s got to be stopped for the next 10 years. That’s going to be prevented and Senator Graham has already made a statement to Netanyahu, how could you do this to us. How could you sign a deal that makes it impossible for us in the senate to show our support for Israel. And the third thing about such a long term agreement is that it allows this phasing out of Israeli special privilege to be spread out gradually. Not being one blow. So that means that politically it gives Netanyahu some time before the full ramifications of his decision are going to be felt and I think Netanyahu is really counting his days in office and really trying to make sure that he can get as many as possible and stay Prime Minister for as long as he can so if this is phased out he’s hoping maybe there won’t be mass layoffs and thousands of new unemployed people from the arms industry in Israel on his watch when he’s Prime Minister.PERIES: And further we should note that Netanyahu had actually asked for 50 billion dollars in aid but got 39 over 10 years. HEVER: Yea Netanyahu actually played a very interesting political trick with this 50 billion. Because what he did was he told the senior negotiators from the military industry, his big generals and arms manufacturers and he told them that you should go wild. Ask for whatever you want. Maybe the most outrageous demands of the US knowing full well that they’re not going to get their wish. But this way he can shift the blame a little bit on them and make their demands even reasonable and he’s trying to sell the Israeli public on this idea that he somehow got a good deal from the US when I think that it’s quite clear that he didn’t get a good deal at all.PERIES: Alright Shir. I thank you so much for your analysis and we’re looking forward to having you back very soon.HEVER: Thank you very much.PERIES: And thank you for joining us on the Real News Network.

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L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan

ZiaZiad al-Fadil, Syrian Perspective 13/9/2016

Qunaytra: a sud-ovest della capitale provinciale di Qunaytra, tra i villaggi di al-Burayq e Bir al-Ajam, ad ovest di Sasa, la rete della Difesa Aerea Siriana poteva finalmente aprire il fuoco contro i bombardieri dei ratti sionisti. Questa volta, l’aggressore era un F-16 prodotto e fornito dagli USA ed orgoglio dello Stato colono sionista. L’uomo che ha dato l’ordine e preso le coordinate del lancio del missile S-300 contro l’avvoltoio invasore è il Capitano Rayan Dhahar, nipote di mia moglie. Ha confermato il suo ruolo chiamando Layth e fornendo informazioni generiche sull’attacco. Ho ricevuto informazioni a conferma anche dalla moglie di Munzar a Damasco, informando che Munzar era ad al-Baath e aveva visto con i propri occhi il bombardiere sionista abbattuto. Il pilota non fu visto lanciarsi, probabilmente è arrostito sul seggiolino dato che le bombe dell’aereo sono esplose con il missile antiaereo. L’aviogetto è caduto in una zona vicina alle posizioni di al-Qaida e si presume che i terroristi, aperti alleati del sionismo, restituiranno i resti carbonizzati ai loro padroni. I sionisti ora probabilmente studiano attentamente i relitti per trovare qualche parte del pilota nella tipicamente macabra, orribile e raccapricciante pratica sionista di salvare tutte le parti di un corpo. L’Alto Comando siriano ha anche annunciato l’abbattimento del bombardiere e di un drone senza pilota nel Golan occupato. Le Forze Armate siriane sono poste in piena allerta sul fronte occidentale. I sionisti l’hanno negato, indicando alcuna voglia di usare questo fatto come casus belli. L’attacco al bombardiere sionista è avvenuto intorno alla 1:00 del 13 settembre, Damasco. L’aggressore stava sparando su un avamposto dell’Esercito Arabo Siriano mentre i nostri soldati impiegavano l’artiglieria contro i movimenti dei ratti di al-Nusra/al-Qaida. Nel tentativo di sollevare il morale dei parassiti, i terroristi sionisti sono decollati per dimostrasi seri alleati di terroristi e Arabia Saudita.
Salutiamo il Capitano Rayan Dhahar per il suo eroismo nel difendere i cieli siriani e il nostro grande Esercito Arabo Siriano.
14358994 La decisione di far decollare gli F-16 per sostenere i terroristi di al-Qaida, alleati del sionismo, era dovuta agli eventi iniziati l’11 settembre 2016, quando i terroristi effettuarono un feroce attacco nella zona di Tal Hamriya, a sud di Hadhar. Il contrattacco dall’EAS distruggeva un autocarro carico di terroristi di al-Qaida, tutti carbonizzati. Tra i ratti arrostiti vi erano capi sul campo come:
Muhamad Yusuf al-Subayhi (alias Abu Qinwa, noto molestatore di bambini e feticista fecale. Era un capo di al-Qaida)
Ibrahim Umar al-Ahmad (capo della liwa al-Sibatayn, riferimento a due tribù: araba e ebraica)
In questo momento, l’esercito sionista ha inviato degli aiuti sul campo alle rabbiose iene di al-Qaida. Tuttavia, l’attacco è fallito e al-Qaida ha subito perdite molto consistenti in ratti e materiale; tuttavia poté ritirarsi sotto il pesante fuoco dell’artiglieria sionista. I terroristi si sarebbero lamentati di non ricevere aiuti adeguati nella lotta contro l’EAS. Le mie fonti dicono che il principe Muhamad Ibn Salman, Viceprincipe buffone ed architetto del disastro nello Yemen, aveva ricevuto un messaggio urgente da Abu Muthana al-Shami. Contattando i suoi “alleati” dello Stato dell’Apartheid sionista, ne mendicava l’intervento, subito effettuato il 13 settembre 2016. Da quella data, l’EAS ha effettuato un contrattacco eliminando i 3 principali capi sul campo di al-Qaida ed altri 9 capi alleati a Tal Hamriya:
Muhamad Amin Sulayman al-Hariri (tale pappone era il capo di un gruppo ex-ELS (firqat Amud Huran) ora coinvolto nella fantasia chiamata maraqat Qadisiyat al-Janub o battaglia di Qadisiya del Sud, che noia.
Abu Muthana al-Shami (un irsuto suino che comandava tutti i campi di Ahrar al-Sham nel sud, aveva contattato gli scarafaggi sauditi per tentare di aiutare i suoi ratti).
L’Esercito arabo siriano ha resistito sul Golan utilizzando le unità per operazioni speciali di Qutayfa colpendo lo snodo di Abu Hudayj, tra le colline di al-Jarajir nel Qalamun. La zona è controllata dallo SIIL. I commando dell’EAS erano entrati furtivamente in una casa di 2 piani in cui i ratti dormivano, uccidendo l’unica sentinella e collocandovi esplosivi. Quando la casa è andata in fumo, i camerati dei ratti in zona si precipitarono ad estrarre i cadaveri prima che fossero trasformati in pane tostato. Mentre i cameratti si riunivano presso la casa distrutta, i commando inviarono un messaggio riguardante la situazione e l’artiglieria dell’EAS bombardava l’area friggendo altri 11 ratti che, come si è scoperto, erano mercenari di lingua urdu.
A Dayr al-Zur, gli alleati di Obama dello SIIL commettevano un altro macabro atto sgozzando dei patrioti siriani dopo averli appesi a ganci da macellai, come pecore in un grottesco Ayd al-Adha. Erano accusati di spionaggio a favore dei nemici dello Stato islamico, di seguire i movimenti dei terroristi e fotografare i ratti islamisti urinare sul Corano:

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alalam_636093601467773725_25f_4x3Ecco i nomi dei patrioti il cui assassinio è stato trasmesso dalla TV dei terroristi:
1. Ibrahim Ali al-Musa
2. Jumah Jaasim al-Abid
3. Amir Faysal al-Yusuf
4. Ibrahim Taha al-Yusuf
5. Abdurahman Salih al-Ahmad
6. Salih Ahmad al-Abdullah
7. Bashar Ahmad al-Ajil
8. Qasim Qalil Alí al-Sulayman
9. Abdullah Muhamad al-Qalifa
10. Muhamad Ibrahim al-Uzaba
11. Abdulmaliq Hasan al-Uzaba
12. Haydar Muhamad al-Abdullah

Sorgente: L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan | Aurora

Facebook And Israel Officially Announce Collaboration To Censor Social Media Content

By Whitney Webb

Following Facebook’s censorship controversy over a world famous photograph of the Vietnam War, Facebook has agreed to “work together” with Israel’s government to censor content Israeli officials deem to be improper. Facebook officially announced the “cooperative” arrangement after a meeting took place between Israeli government ministers and top Facebook officials on September 11th. The Israeli government’s frenzied push to monitor and censor Facebook content it deems inappropriate follows the viral success of BDS, or Boycott, Divest, Sanctions, a global non-violent movement that works to expose Israeli human rights violations.

The success of BDS has struck a nerve with Israel, leading its government to pass legislation allowing it to spy on and deport foreign activists operating within Israel and Palestine. Israel has also threatened the lives of BDS supporters and has lobbied for legislative measures against BDS around the world. They are now seeking to curtail any further BDS success by directly controlling the content of Facebook users.

However, Facebook’s formal acknowledgement of its relationship with Israel’s government is only the latest step in an accord that has been in the works for months. In June of this year, Facebook’s Israel office hired Jordana Cutler as head of policy and communications. Cutler is a longtime adviser to Netanyahu and, before her recent hire at Facebook, was Chief of Staff at the Israeli embassy in Washington, DC. Facebook may have been intimidated into the arrangement by Gilad Erdan, Israeli Minister of Public Security, Strategic Affairs, and Information, who threatened to enact legislation, in Israel and abroad, that would place responsibility on Facebook for attacks “incited” by its social media content. Erdan has previously said that Facebook “has a responsibility to monitor is platform and remove content.”

In addition, as the Intercept reported in June, Israel actively reviews the content of Palestinian Facebook posts and has even arrested some Palestinians for posts on the social media site. They then forward the requests for censorship to Facebook, who accepts the requests 95% of the time.

How to Disappear Off the Grid Completely (Ad)

idfrevengefbphotoAn Israeli Soldier with “Revenge” written across his chest took to Facebook to incite retaliation against Palestinians after 3 Israeli teenagers were killed. His post was not censored by Facebook and was praised by the Times of Israel.

In what is an obvious and troubling disparity, Facebook posts inciting violence against Palestinians are surprisingly common and Facebook rarely censors these posts. According to Pulitzer Prize-winning journalist, Glenn Greenwald, this disparity underscores “the severe dangers of having our public discourse overtaken, regulated, and controlled by a tiny number of unaccountable teach giants.”

With Facebook arguably functioning as the most dominant force in journalism, its control over the flow of information is significant. The fact that a private company with such enormous influence has partnered with a government to censor its opponents is an undeniable step towards social media fascism. Though social media was once heralded as a revolutionary opportunity to allow regular people to share information globally and to politically organize for grassroots change, allowing governments to censor their opposition threatens to transform it into something else entirely.

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Israele e il regime militare argentino

Da Parallelo Palestina. Israele e il regime militare argentino: oggi è l’anniversario del golpe.

 

 

 

Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta la regione sud americana, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi (16), il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.

 

 

 

Negli anni ‘70, Israele ha armato il brutale regime militare della Giunta Argentina che ha imposto sette anni di terrorismo di stato alla popolazione, incluse torture e “sparizioni” di attivisti di sinistra, sindacalisti, studenti, giornalisti e altri presunti oppositori civili stimati tra le 22.000-30.000 persone.

 

 

 

Il regime argentino e i suoi sostenitori hanno anche preso di mira i cittadini ebrei e sposato la retorica anti-semita. Anche se soltanto il 2% della popolazione argentina era ebreo, tra il 10 e il 15% delle persone arrestate, torturate e scomparse durante la Junta erano ebree (29).

 

 

 

Invece di condannare la Giunta, Israele ha collaborato con il Governo argentino per applicare un programma detto “l’Opzione”, che consentiva agli ebrei di fuggire in Israele. Ha usato, piuttosto che combattuto, l’antisemitismo di regime per favorire l’emigrazione ebraica in Israele (30).

 

 

 

Oggi in Argentina, il governo ha un contratto di 40 milioni di dollari con le Industrie Militari Israeliane (IMI) per allestire un carcere (31).

 

 

 

“… mentre l’editore del quotidiano ebraico Jacobo Timerman veniva torturato dall’esercito argentino in celle dipinte con svastiche, tre generali israeliani, incluso l’ex capo del personale delle forze armate, erano in visita a Buenos Aires in ‘missione amichevole’ per vendere armi.”

 

 

 

~Penny Lernoux – parafrasando l’autobiografia di Timerman.

 

 

 

16-United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar.

 

 

 

 

 

 

29-Tarnopolsky, Noga. “Disappeared: A Flawed Film on Argentina’s Past Blames Wrong Party.” The Jewish Daily Forward. 16 May 2003. Web. 10 Nov. 2012. http://forward.com/articles/8834/scomparse-a-flawed-film-on-argentina-s-past-b/ “Argentina’s ‘disappeared’ are remembered in moving documentary”. The J Weekly. 17 Sep. 2009. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

30-Sznajder, Mario e Luis Roniger. “From Argentina to Israel: Escape, Evacuation e Exile”, Journal of Latin American Studies. Cambridge Journals Online, 37.2 (2005): 351-377. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

31-Marom, Dror (5 October 2000). “IMI to Set Up USD40 Mln Prison in Argentina” Globes. Retrieved 22 January 2005: Marom, Dror. “IMI to Set Up $40 Mln Prison in Argentina.” Globes. 5 Jan. 2000. Web. 22 Jan. 2005.

 

 

http://archive.globes.co.il/searchgl/Israel%20Military%20Industries%20%28IMI%29:%20We%20have%20already_s_hd_0L3CqCZ0rN3GqD30qDIveT6ri.ht

Sorgente: Israele e il regime militare argentino | Infopal

Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show

Britain’s supposedly close ally, Israel, armed Argentina as the South American nation was bombing Royal Navy ships and killing UK troops in the vicious 1982 war to reclaim the Falkland Islands, secret files indicate.

Sorgente: Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show — RT UK

L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania

Betlemme-Ma’an. In un rapporto, il coordinatore umanitario dell’ONU per la Palestina ha lanciato l’allarme, martedì 23 agosto, su un probabile incremento dei rischi dovuti al trasferimento forzato di beduini in Cisgiordania.
Robert Piper ha avvertito a proposito di tali rischi dopo aver visitato la comunità beduina di Abu Nuwwar, nel governatorato di Gerusalemme, che si trova a sud-ovest della colonia illegale israeliana di Maale Adumim.
Abu Nuwwar è uno dei tanti villaggi beduini che hanno subito il trasferimento forzato previsto dai progetti delle autorità israeliane per la costruzione di migliaia di abitazioni per le colonie destinate unicamente agli ebrei, nella zona del corridoio E1.

Il rapporto ha sottolineato che, la scorsa settimana, le autorità israeliane avevano dislocato 64 Palestinesi, compresi 24 bambini, dopo la demolizione di 29 strutture in otto zone, aggiungendo che le forze israeliane hanno anche distrutto o confiscato 85 costruzioni civili in 28 comunità della Cisgiordania dall’inizio di questo mese, lasciando senza casa 129 Palestinesi ed impattando negativamente sulla vita quotidiana di almeno 2.100 Palestinesi.

“Tra le 85 strutture distrutte recentemente o confiscate, 24 erano state fornite da donatori come aiuti, compresi rifugi di emergenza a seguito delle demolizioni di abitazioni avvenute in precedenza, ricoveri per animali, bagni, un centro sociale ed una nuova rete idrica di acqua potabile, quest’ultima supportata dall’UNICEF”, si legge nel rapporto.

Le demolizioni hanno inoltre colpito quasi 1000 comunità di Beduini palestinesi nella Valle del Giordano che, come evidenzia la relazione, soffrono già a causa dell’estrema scarsità di acqua. La relazione esprime preoccupazione anche per la situazione di Susiya, nella parte meridionale della Cisgiordania, dove le autorità israeliane hanno compiuto azioni volte alla distruzione dell’intero villaggio.

“Serie ripetute di demolizioni, restrizioni sull’accesso ai servizi basilari e visite regolari da parte del personale di sicurezza israeliano che promuovono ‘progetti di delocalizzazione’ fanno tutti parte di una situazione coercitiva che coinvolge attualmente queste famiglie palestinesi particolarmente vulnerabili”, ha affermato Piper secondo quanto riportato nel rapporto.
“La crescente pressione per spostarsi in altre zone della Cisgiordania continua ormai inarrestabile; in questa situazione non possiamo aspettarci che la gente prenda decisioni sulla base di un reale consenso cosicché il rischio di trasferimenti forzati resta alto”.

La relazione ha richiamato l’attenzione sui doveri legali di Israele come forza occupante in base al diritto internazionale, tra i quali, il provvedere ai bisogni primari dei Palestinesi garantendo un “sistema di progettazione e suddivisione in zone” equo.
Nel 2016 vi è stata un’ondata di demolizioni e confische lungo tutta la Cisgiordania con 786 strutture di proprietà palestinese distrutte fino ad oggi. Queste demolizioni hanno provocato complessivamente la dislocazione di 1.197 persone, compresi 558 bambini. Oltre 200 delle strutture abbattute erano state fornite come soccorso umanitario.

“Dkaika, Khan al Ahmar, Umm al-Kheir, Abu Nuwwar, Susiya… queste sono soltanto alcune delle comunità estremamente vulnerabili nelle quali famiglie, molte delle quali costituite da rifugiati Palestinesi, vivono nel timore continuo di rimanere senza casa ed i bambini si chiedono se avranno ancora una scuola da frequentare domani”, ha aggiunto Piper.

La costruzione della colonia nella zona E1 dividerebbe effettivamente la Cisgiordania e renderebbe la creazione di uno stato palestinese contiguo – come previsto dalla soluzione dei due stati per il conflitto israelo-palestinese appoggiata a livello internazionale – pressoché impossibile.
L’attività israeliana nella zona E1 ha attirato molte critiche a livello internazionale ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva già dichiarato in passato che “E1 è una linea rossa che non può essere oltrepassata”.
Anche il primo ministro palestinese Rami Hamdallah ha denunciato mercoledì scorso il trasferimento forzato dei Beduini, dicendo che “le sistematiche violazioni israeliane del diritto internazionale non sono più accettabili da parte della comunità internazionale”.

Traduzione di Aisha T. Bravi

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La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014

Betlemme-Ma’an. Venerdì, le Nazioni Unite hanno risposto con un comunicato all’annuncio di mercoledì di Israele,  secondo il quale l’esercito è esonerato da ogni accusa per l’attacco missilistico a una scuola dell’UNRWA, a Rafah, durante la guerra di Gaza nel 2014, che uccise 15 persone. L’agenzia Onu ha evidenziato che il caso solleva “seri dubbi” sulla condotta militare israeliana in relazione al diritto internazionale.

Secondo la dichiarazione rilasciata dal portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, nel corso di una devastante offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza assediata, il 3 agosto 2014 le forze israeliane lanciarono un missile sulla strada in cui si trovava una scuola dell’UNRWA, che era stata designata come ricovero di emergenza per i profughi palestinesi il 18 luglio e all’epoca dava riparo ad almeno 2.900 Palestinesi.

L’attacco uccise 15 civili, mentre almeno altri 30 rimasero feriti.

Secondo la dichiarazione, i funzionari dell’ONU avevano avvertito l’esercito israeliano con 33 comunicazioni separate che la scuola era usata per dar rifugio ai Palestinesi sfollati a causa degli attacchi aerei israeliani, aggiungendo di aver avvertito le autorità israeliane di nuovo un’ora prima del devastante attacco.

“Ciò solleva seri dubbi sulla condotta delle operazioni militari in relazione agli obblighi di diritto internazionale umanitario e al rispetto per l’inviolabilità e la sacralità degli edifici delle Nazioni Unite ai sensi del diritto internazionale”, ha affermato Gunness nel rapporto.

Gunness ha sottolineato che l’ONU ha continuamente richiesto l’assunzione di responsabilità dei crimini commessi dai militari israeliani durante l’offensiva israeliana del 2014, aggiungendo che “l’indicazione che la responsabilità è stata elusa sarebbe una questione di grave preoccupazione”.

“Prendiamo atto che non è stata accettata alcuna responsabilità penale per i casi riguardanti gli edifici dell’UNRWA – ha aggiunto Gunness -. Le famiglie colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento effettivo e, dal loro punto di vista, questo è certamente visto come un’ulteriore negazione dei loro diritti”.

Secondo la dichiarazione, l’Agenzia Onu non ha ancora ricevuto alcun aggiornamento da parte dell’esercito israeliano riguardo le indagini penali in corso per gli attacchi aerei sui rifugi d’emergenza dell’UNRWA a Beit Hanoun e Jabalia che causarono 29 morti tra i civili.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato che sono stati chiusi 13 indagini penali sui casi di soldati israeliani che commisero violazioni contro i civili palestinesi durante l’attacco israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza assediata. Altri 80 sono stati archiviati.

L’attacco aereo nei pressi della struttura dell’UNRWA a Rafah è stato chiuso senza richiedere un’indagine penale, perché “l’esercito israeliano aveva osservato tre presunti militari palestinesi su una motocicletta vicino alla scuola”. Secondo la dichiarazione ONU, l’esercito israeliano aveva deciso di effettuare l’attacco aereo dopo aver svolto “sorveglianza aerea sul percorso della moto” e rilevato “un ampio raggio del percorso stimato della moto, per minimizzare il rischio di danni ai civili sulla strada o nelle sue  prossimità”.

L’esercito israeliano ha ritenuto questo attacco accettabile in base al diritto nazionale e internazionale di Israele.

Secondo un rapporto pubblicato a maggio dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, delle 739 denunce presentate dall’organizzazione, i Palestinesi uccisi, feriti, usati come scudi umani, o le cui proprietà sono state danneggiate dalle forze israeliane, circa il 70 per cento ha portato a un’indagine in cui non è stata intrapresa alcuna azione, o a un’indagine mai aperta.

Solo il 3 per cento dei casi ha portato ad accuse dirette contro i soldati.

L’offensiva israeliana di 51 giorni, “Operazione margine di protezione”, provocò l’uccisione di 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini, secondo le Nazioni Unite.

La Striscia di Gaza ha sofferto a causa del blocco militare israeliano dal 2007, quando Hamas ha assunto il governo del territorio. I residenti di Gaza soffrono di alti tassi di disoccupazione e di povertà, e delle conseguenze di tre guerre devastanti di Israele dal 2008.

L’ONU ha avvertito che il territorio palestinese assediato potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020, con i suoi 1,8 milioni di abitanti che vivono in estrema povertà a causa del quasi decennale blocco israeliano che ha paralizzato l’economia.

Gli abitanti hanno continuato a sperimentare traumi nella loro vita quotidiana dopo l’offensiva israeliana del 2014, e gli sforzi per la ricostruzione hanno ritmi drammaticamente lenti. Circa 75.000 Palestinesi sono ancora sfollati dopo aver perso la casa nel 2014.

(Nella foto: ragazzine palestinesi camminano fra le macerie di edifici nel quartiere orientale di Shejaiya nella città di Gaza distrutta durante la guerra di 50 giorni tra Israele e militanti  di Hamas  nel 2014).

Traduzione di Edy Meroli

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Analisi: La “doppia morale” israeliana sull’uso di scudi umani

336712CMa’an. Di Ben White. Nonostante gli ufficiali israeliani avessero sostenuto più volte che le fazioni palestinesi abbiano utilizzato scudi umani come mezzo di dissuasione, non ci sono prove che indicano che Hamas o altri gruppi si siano macchiati di tale crimine, così come inteso dalle leggi internazionali.
Anche se fossero stati utilizzati scudi umani, ciò non avrebbe autorizzato Israele a non attenersi alla legge. Ci sono innumerevoli prove che da parte di Israele non siano state adottate precauzioni sufficienti nel lanciare attacchi in prossimità di aree presiedute da non combattenti, e lo stesso esercito israeliano afferma che solo il 18% dei missili siano stati sparati da “mezzi civili”. Poiché la propaganda israeliana si basa unicamente su tale retorica, occorre sottolineare la scarsità di prove a supporto della tesi in merito all’utilizzo di scudi umani da parte dei palestinesi.

Al contrario, esiste un’ampia documentazione sull’utilizzo di scudi umani da parte delle forze armate israeliane nel corso di molti anni. Come riportato dall’ONG israeliana B’Tselem, durante la seconda Intifada, cominciata nel settembre del 2000, “i militari israeliani utilizzarono civili palestinesi come scudi umani” mettendo in pratica una “strategia delineata dalle autorità militari”. Secondo alcuni ufficiali l’esercito aveva fatto ricorso a scudi umani in 1200 occasioni nei cinque anni precedenti il 2005, anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato tale pratica assolutamente illecita. Ciononostante molti sono gli esempi documentati sull’uso di questa strategia anche dopo il 2005.

Nel novembre del 2006, alcuni soldati israeliani utilizzarono un uomo palestinese come scudo umano durante un’operazione militare a Betlemme. B’Tselem ha documentato almeno 14 casi in cui i militari hanno usato scudi umani, inclusi due bambini a Nablus.

Nell’ottobre del 2007, l’attuale vice capo delle forze armate, Yair Golan, dopo avere ordinato ai soldati di usare scudi umani, fu punito con un semplice rimprovero.
In un’altra occasione, quando due soldati israeliani furono condannati per l’utilizzo di scudi umani palestinesi durante un’ operazione chiamata “Cast Lead”, la pena fu di tre mesi di sospensione e una retrocessione di grado.

Talesorta di impunità fu fermamente condannata dal Comitato dell’ONU per i Diritti dei Bambini nel giugno del 2013, che in un rapporto citava 14 casi di bambini palestinesi usati come “scudi e informatori” dal gennaio 2010 alla fine di marzo 2013. Nonostante lo sdegno della comunità internazionale i militari israeliani non hanno abbandonato tale pratica: nell’aprile del 2013, alcuni soldati usarono un ragazzo ammanettato come scudo umano mentre sparavano su dei manifestanti nella Cisgiordania occupata, mentre nel giugno del 2014 alcuni militari costrinsero un membro di una famiglia a “scortarli” durante un raid presso una abitazione a Hebron.

Di sicuro tutte le accuse mosse dai portavoce israeliani contro le fazioni palestinesi- con prove inesistenti o parziali- hanno un loro parallelo nei crimini commessi dall’esercito israeliano, ampiamente documentati.

Utilizzo di case per operazioni militari? – L’esercito israeliano ha occupato numerose case palestinesi convertendole in avamposti militari, mentre i residenti venivano confinati in una stanza.

Camuffarsi da civili per commettere atti violenti? – Nel novembre del 2015, le forze di occupazione israeliane, camuffate da civili- uno addirittura nelle sembianze di una donna incinta su sedia a rotelle- durante un raid nell’ospedale di Hebron, uccisero un uomo a sangue freddo.

Le truppe israeliane usarono scudi umani anche durante l’invasione di Gaza. Nel giugno del 2006, per esempio, alcuni soldati a Beit Hanon trattennero sei civili, inclusi due bambini “all’ingresso di una stanza in cui si erano posizionati, per circa 12 ore” durante “un violento scontro a fuoco con i militanti palestinesi”.

Il rapporto Goldstone ha documentato altre casistiche del genere verificatesi durante l’operazione “Piombo Fuso” nella quale alcuni civili “furono bendati, ammanettati e costretti ad entrare nelle abitazioni precedendo i militari”. La commissione di inchiesta dell’ONU nel suo rapporto conclusivo ha riportato che “la pratica di utilizzare scudi umani palestinesi è stata adottata più volte” e che “non sarebbe difficile concludere che si tratti di una pratica adottata ripetutamente… durante le operazioni militari a Gaza”.
Non ha fatto eccezione l’operazione “Protective Edge” in merito all’utilizzo di tale pratica. In un documento emesso dall’organizzazione Defense for Children International Palestina, i soldati israeliani “hanno usato un diciassettenne palestinese come scudo umano per cinque giorni, tenendolo costantemente sotto tiro per costringerlo a cercare dei tunnel” e sottoponendolo ripetutamente a violenze fisiche. Il direttore dell’ONG, Rifat Kassis, ha fatto notare che “gli ufficiali israeliani hanno mosso accuse generiche contro Hamas ed il loro utilizzo di scudi umani, mentre i loro stessi soldati si macchiano di questo ed altri crimini di guerra”.

La Commissione di inchiesta dell’Onu sul conflitto del 2014 a Gaza, ha posto l’accento sull’utilizzo da parte dei soldati israeliani di scudi umani nelle operazioni di ricerca. La commissione ha citato il caso in cui i militari “sparavano da dietro uomini nudi, usandoli come scudo umano per ore”. Agli uomini fu ordinato di restare alla finestra per impedire che i miliziani di Hamas rispondessero al fuoco. La commissione ha concluso che “il modo in cui i soldati israeliani costringono i palestinesi a stare alle finestre, entrare nelle case o in aree sottoterra e forzarli a compiere azioni di natura militare, costituiscono una violazione dell’articolo 28 della Convenzione di Ginevra che impedisce l’utilizzo di scudi umani, e che queste azioni si configurano come crimini di guerra”

Traduzione di Mafalda Insigne

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Rabbino israeliano giustifica lo stupro delle donne nemiche

La nomina del nuovo rabbino capo dell’Esercito Israeliano ha scatenato una ridda di polemiche dopo la diffusione di alcune sue dichiarazioni in cui il religioso giustifica lo stupro delle donne del nemico, e in generale di tono xenofobo e misogino.

Il personaggio in questione si chiama Eyal Karim, ha il grado di colonnello e lunedì scorso è stato scelto per succedere all’ex rabbino capo di Tsahal, Rafi Peretz. Massimo imbarazzo nell’esercito che ora in un comunicato ha informato che il comandante Toflnski ha convocato il rabbino Karim per chiedergli conto delle sue dichiarazioni rese pubbliche dalla stampa israeliana. Ma al tempo stesso un portavoce dell’esercito israeliano ha difeso il nuovo rabbino capo, affermando che “il colonnello Karim ha fatto quella affermazione solamente nell’ambito di una risposta ad una domanda di tipo interpretativo senza fare alcun riferimento ad alcuna pratica di tipo religioso”. Il portavoce militare ha anche affermato che Karim “mai ha scritto né pensato che un soldato israeliano possa, in nessuna circostanza, aggredire sessualmente nessuna donna neanche in tempo di guerra”.
Insomma, quel che Karim ha detto sarebbe stato male interpretato o addirittura travisato da colui che pose la domanda al religioso.

Però molti media israeliani ricordano quando l’attuale colonnello Karim giustificò lo stupro di donne non ebree in tempi di guerra – seppur in via teorica – rispondendo ad una domanda di un uomo che gli chiedeva se la legge ebraica permettesse questa pratica. Il rabbino rispose che “nonostante il fatto che fraternizzare con una donna gentile (non ebrea, ndr) rappresenti un fatto grave, ciò è invece permesso in tempi di guerra”, circostanza prevista dalla Torah per “soddisfare le inclinazioni maligne”, cioè per elevare il morale della truppa. Già allora all’esercito che gli chiedeva conto delle sua gravi affermazioni Karim presentò le sue scuse affermando che effettivamente il Pentateuco “non permette in nessuna occasione di violentare una donna”.

Ma al di là della questione specifica, la “carriera” dell’appena nominato rabbino capo delle forze armate di Israele è caratterizzata da gravi affermazioni sulle donne e sugli omosessuali. Questi ultimi sono stati da lui qualificati come “malati e deformi”. A proposito delle donne ha più volte affermato che non dovrebbero poter testimoniare nel corso di un processo, riconoscendo sì che si tratterebbe di una discriminazione, ma “a loro favore”, visto che la loro natura sentimentale non permetterebbe alle donne di sopportare un interrogatorio in un tribunale.

Inoltre sul giornale religioso digitale Kipa.co.il Karim ha affermato che i soldati possono non rispettare gli ordini dei loro religiosi se questi “contraddicono la legge (religiosa, ndr) ebraica” e che “i terroristi non dovrebbero essere trattati come esseri umani perché sono degli animali”.

Vari esponenti politici israeliani, dai laburisti al Meretz fino ai centristi guidati dall’ex ministra della Giustizia – ora all’opposizione – Tzipi Livni hanno chiesto l’immediata revoca della nomina di Karim alla carica di rabbino capo dell’esercito.

( Fonte:Contropiano.org )

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Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War

By Ramzy Baroud

Entire communities in the West Bank either have no access to water or have had their water supply reduced almost by half.

This alarming development has been taking place for weeks, since Israel’s national water company, “Mekorot”, decided to cut off – or significantly reduce – its water supply to Jenin, Salfit and many villages around Nablus, among other regions.

Israel has been ‘waging a water war’ against Palestinians, according to Palestinian Authority Prime Minister, Rami Hamdallah. The irony is that the water provided by “Mekorot” is actually Palestinian water, usurped from West Bank aquifers. While Israelis, including illegal West Bank settlements, use the vast majority of it, Palestinians are sold their own water back at high prices.

By shutting down the water supply at a time that Israeli officials are planning to export essentially Palestinian water, Israel is once more utilizing water as a form of collective punishment.

This is hardly new. I still remember the trepidation in my parents’ voices whenever they feared that the water supply was reaching a dangerously low level. It was almost a daily discussion at home.

Whenever clashes erupted between stone-throwing children and Israeli occupation forces on the outskirts of the refugee camp, we always, instinctively, rushed to fill up the few water buckets and bottles we had scattered around the house.

This was the case during the First Palestinian Intifada, or uprising, which erupted in 1987 throughout the Occupied Palestinian Territories.

Whenever clashes erupted, one of the initial actions carried out by the Israeli Civil Administration – a less ominous title for the offices of the Israeli occupation army – was to collectively punish the whole population of whichever refugee camp rose up in rebellion.

The steps the Israeli army took became redundant, although grew more vengeful with time: a strict military curfew (meaning the shutting down of the entire area and the confinement of all residents to their homes under the threat of death); cutting off electricity and shutting off the water supply.

Of course, these steps were taken only in the first stage of the collective punishment, which lasted for days or weeks, sometimes even months, pushing some refugee camps to the point of starvation.

Since there was little the refugees could do to challenge the authority of a well-equipped army, they invested whatever meager resources or time that they had to plot their survival.

Thus, the obsession over water, because once the water supply ran out, there was nothing to be done; except, of course, that of Salat Al-Istisqa or the ‘Prayer for Rain’ that devout Muslims invoke during times of drought. The elders in the camp insist that it actually works, and reference miraculous stories from the past where this special prayer even yielded results during summer time, when rain was least expected.

In fact, more Palestinians have been conducting their prayer for rain since 1967 than at any other time. In that year, almost exactly 49 years ago, Israel occupied the two remaining regions of historic Palestine: the West Bank, including East Jerusalem, and the Gaza Strip. And throughout those years, Israel has resorted to a protracted policy of collective punishment: limiting all kinds of freedom, and using the denial of water as a weapon.

Indeed, water was used as a weapon to subdue rebelling Palestinians during many stages of their struggle. In fact, this history goes back to the war of 1948, when Zionist militias cut off the water supply to scores of Palestinian villages around Jerusalem to facilitate the ethnic cleansing of that region.

During the Nakba (or Catastrophe) of 1948, whenever a village or a town was conquered, the militias would immediately demolish its wells to prevent the inhabitants from returning. Illegal Jewish settlers still utilize this tactic to this day.

The Israeli military, too, continued to use this strategy, most notably in the first and second uprisings. In the Second Intifada, Israeli airplanes shelled the water supply of whichever village or refugee camp they planned to invade and subdue. During the Jenin Refugee Camp invasion and massacre of April 2002, the water supply for the camp was blown up before the soldiers moved into the camp from all directions, killing and wounding hundreds.

Gaza remains the most extreme example of water-related collective punishment, to date. Not only the water supply is targeted during war but electric generators, which are used to purify the water, are often blown up from the sky. And until the decade-long siege is over, there is little hope to permanently repair either of these.

It is now common knowledge that the Oslo Accord was a political disaster for Palestinians; less known, however, is how Oslo facilitated the ongoing inequality under way in the West Bank.

The so-called Oslo II, or the Israel-Palestinian Interim Agreement of 1995, made Gaza a separate water sector from the West Bank, thus leaving the Strip to develop its own water sources located within its boundaries. With the siege and recurring wars, Gaza’s aquifers produce anywhere between 5-10 percent of ‘drinking-quality water.’ According to ANERA, 90 percent of Gaza water (is) unfit for human consumption.’

Therefore, most Gazans subsist on sewage-polluted or untreated water. But the West Bank should – at least theoretically – enjoy greater access to water than Gaza. Yet, this is hardly the case.

The West Bank’s largest water source is the Mountain Aquifer, which includes several basins: Northern, Western and Eastern. West Bankers’ access to these basins is restricted by Israel, which also denies them access to water from the Jordan River and to the Coastal Aquifer. Oslo II, which was meant to be a temporary arrangement until a final status negotiations are concluded, enshrined the existing inequality by giving Palestinians less than a fifth of the amount of water enjoyed by Israel.

But even that prejudicial agreement has not been respected, partly because a joint committee to resolve water issues gives Israel veto power over Palestinian demands. Practically, this translates to 100 percent of all Israeli water projects receiving the go-ahead, including those in the illegal settlements, while nearly half of Palestinian needs are rejected.

Presently, according to Oxfam, Israel controls 80 percent of Palestinian water resources. “The 520,000 Israeli settlers use approximately six times the amount of water more than that used by the 2.6 million Palestinians in the West Bank.”

The reasoning behind this is quite straightforward, according to Stephanie Westbrook, writing in Israel’s +972 Magazine. “The company pumping the water out is ‘Mekorot’, Israel’s national water company. ‘Mekorot’ not only operates more than 40 wells in the West Bank, appropriating Palestinian water resources, Israel also effectively controls the valves, deciding who gets water and who does not.”

“It should be no surprise that priority is given to Israeli settlements while service to Palestinian towns is routinely reduced or cut off,” as is the case at the moment.

The unfairness of it all is inescapable. Yet, for nearly five decades, Israel has been employing the same policies against Palestinians without much censure or meaningful action from the international community.

With current summer temperature in the West Bank reaching 38 degrees Celsius, entire families are reportedly living on as little as 2-3 liters per capita, per day. The problem is reaching catastrophic proportions. This time, the tragedy cannot be brushed aside, for the lives and well-being of entire communities are at stake.

– Dr Ramzy Baroud has been writing about the Middle East for over 20 years. He is an internationally-syndicated columnist, a media consultant, an author of several books and the founder of PalestineChronicle.com. His books include “Searching Jenin”, “The Second Palestinian Intifada” and his latest “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”. His website iswww.ramzybaroud.net.

Sorgente: Palestine’s ‘Prayer for Rain’: How Israel Uses Water as a Weapon of War – Politics for the People | Politics for the People

Vice ministro israeliano ammette la sua visita segreta ad Aleppo nelle zone controllate dai terroristi

Il vice ministro israeliano della cooperazione regionale, Ayub Kara, ha riconosciuto di aver fatto una visita clandestina nella città di Aleppo, in Siria, nella zona sotto il controllo dei terroristi.

Kara non ha specificato quando la visita ha avuto luogo,spiegando: “Non voglio entrare nei particolari,” ha detto al quotidiano israeliano Haaretz.

“Aleppo è ora abbandonata … Oggi, quando ci andate, nemmeno pensate che sia Aleppo. Non c’è nulla che ricordi Aleppo”, ha spiegato il vice ministro israeliano.

Alla fine del mese scorso, l’esercito siriano ha sequestrato un veicolo carico di armi fabbricate dal regime israeliano nella provincia meridionale di Al-Suwayda.

Mine antiuomo, RPG e lanciarazzi, granate e mitragliatrici figuravano tra le armi sequestrate.

La Siria ha più volte denunciato il sostegno del regime israeliano e ai gruppi terroristici regionali e occidentali che operano in Siria e la frequente confisca di armi e attrezzature militari fabbricate in Israele in mano ai terroristi.

La televisione israeliana Canale 2 ha riferito di recente che i terroristi feriti sono stati trasportati e curati negli ospedali di Israele. Finora sono 2.100 persone dal 2011 i terroristi curati in Israele.

Nel dicembre 2015, il Daily Mail ha riportato che il regime israeliano ha salvato la vita a più di 2000 terroristi al costo di circa 13 milioni dal 2013.

Fonte: Hispantv

Sorgente: Vice ministro israeliano ammette la sua visita segreta ad Aleppo nelle zone controllate dai terroristi – Siria e dintorni – L’Antidiplomatico

Israele ha distrutto 120 progetti finanziati dall’Unione Europea dallo scorso gennaio

Ramallah – PICL’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i diritti dell’Uomo ha pubblicato una relazione statistica in cui viene reso noto che le forze israeliane, durante i primi tre mesi del 2016, hanno distrutto più di 120 progetti dell’Unione Europea in Cisgiordania.

Il rapporto accusa i partiti europei di starsene con le mani in mano di fronte alle violazioni israeliane e agli attacchi aggressivi condotti contro la Striscia di Gaza nel corso degli ultimi anni e che hanno portato a danneggiare numerosi progetti finanziati dall’UE.

L’Euro-Med ha dichiarato che «la demolizione israeliana e la confisca dei progetti finanziati dall’UE sono aumentati dopo che gli stati europei, lo scorso anno, hanno adottato misure per contrassegnare i prodotti delle colonie israeliane».

Il rapporto stima 65 milioni di euro di aiuti finanziari dell’UE persi dal 2001.

È stata documentata la perdita di almeno 23 milioni di euro durante l’aggressione israeliana contro Gaza nel 2004.

Il rapporto dell’Euro-Med ha, inoltre, invitato l’UE ad indagare e divulgare i dati relativi alle operazioni di demolizione israeliana e ha chiesto ad Israele di pagare i risarcimenti necessari.

Ha, inoltre, chiesto di applicare sanzioni ad Israele qualora proseguisse tali pratiche senza bloccare l’aiuto e l’investimento dell’UE.

Traduzione di Giovanna Vallone

Sorgente: Israele ha distrutto 120 progetti finanziati dall’Unione Europea dallo scorso gennaio | Infopal

Sanders pushes Democrats to rebuke Israel

US presidential candidate Bernie Sanders is pushing the Democratic Party to rebuke Israeli crimes against the Palestinians.

US presidential candidate Bernie Sanders has begun shifting the Democratic Party toward rebuking Israeli crimes against the Palestinians, putting pressure on his rival Hillary Clinton to handle a growing divide within the party.

Support for Israel has long been a policy of the Democratic Party, but consensus on the issue has eroded in recent years.

Tensions between the administration of President Barack Obama and Israel have increased and so has the strain among liberal Democrats about Israel’s policies toward the Palestinian people.

Last year, Obama and many fellow Democrats were angered when Republican lawmakers scheduled an address to Congress by Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu in which he condemned Washington’s nuclear deal with Iran.

The scale of civilian casualties in Israel’s attack on the Gaza Strip in 2014 also alienated many liberal Democrats. Nearly 2,200 Palestinians, including 577 children, were killed in Israel’s onslaught. Over 11,100 others – including 3,374 children, 2,088 women and 410 elderly people – were also injured.

Democratic presidential candidate Hillary Clinton speaks at an event on May 25, 2016 in Buena Park, California. (AFP photo)

Despite those tensions, Clinton and many party leaders are still eager to show their unwavering support for Israel, largely due to the deep political support Israel enjoys among top officials in both political parties.

In contrast, Sanders, who is Jewish and has spent months of his youth living in Israel, has spoken of seeking a more “evenhanded” treatment of Palestinians.

In an interview with The Los Angeles Times on Wednesday, Sanders declared himself “100% supportive of Israel’s right to exist.” Israel, he said, has a right “to take all actions that are needed to protect itself from terrorism.”

“But I believe that for too long our country and our government have not given the Palestinian people the respect that they need,” he added. “Long term, if there’s going to be peace in the Middle East, a lasting peace, the Palestinian people are going to have to be treated with respect and dignity.”

According to polls, a majority of Americans support Israel, but the Democratic Party is increasingly split over some of the actions of Israel and how much sympathy to express for the plight of Palestinians.

However, among liberal Democrats surveyed in a poll taken last month, 40 percent said they sympathized more with Palestinians than Israel, compared with 33 percent who sympathized more with Israel.

Sanders supporters also expressed more sympathy with the Palestinians than with Israel, the poll found. His campaign has paid attention to concerns from many liberals, including Jewish liberals, that the suffering of Palestinians has been ignored in mainstream US politics and that criticism of the Israel is less tolerated here than it is even within Israel.

Sorgente: PressTV-Sanders pushes Democrats to rebuke Israel

OPINIONE. È il momento di porre fine alla hasbara

Ai giornalisti palestinesi spetta il compito di demolire anni e anni di disinformazione e ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno

hasbara

di Ramzy Baroud

(traduzione di Romana Rubeo)

Roma, 26 maggio 2016, Nena News – Conoscere personalmente centinaia di giornalisti e professionisti della comunicazione palestinesi, provenienti da ogni parte del mondo, è stata un’esperienza incredibile. Per molti anni, i media palestinesi sono stati sulla difensiva, incapaci di articolare un messaggio coerente, lacerati tra le diverse fazioni, nel tentativo disperato di respingere gli attacchi della campagna informativa israeliana, delle sue falsificazioni e della continua propaganda della “hasbara.”

È presto per parlare di un cambiamento significativo del paradigma comunicativo, ma la seconda Conferenza Tawasol, che si è tenuta a Istanbul il 18 e il 19 maggio, ha fornito l’occasione di analizzare il panorama mediatico in continua evoluzione e di porre alla luce le opportunità e le ardue sfide che i Palestinesi si trovano ad affrontare. 

A loro, non spetta solo il compito di demolire anni e anni di disinformazione israeliana, spacciata per verità storica e propinata al mondo come oggettiva, ma anche quello di ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno. Ovviamente, non sarà facile.

Il messaggio che ho voluto portare alla Conferenza “Palestine in the Media” , organizzata dal  Palestine International Forum for Media and Communication, è stato questo: se la classe dirigente palestinese non riesce a raggiungere l’unità politica, spetta almeno agli intellettuali insistere sull’unità della narrazione che vogliono proporre. Anche il meno obiettivo tra i Palestinesi riconosce la centralità della Nakba, la pulizia etnica della Palestina e la distruzione delle città e dei villaggi avvenuta tra il 1947 e il 1948. Allo stesso modo, tutti possono, e dovrebbero, convenire, sulle aberrazioni e sulla violenza dell’occupazione, sulla disumanizzazione dei checkpoint militari, sull’erosione di territorio in Cisgiordania ad opera degli insediamenti illegali e della colonizzazione, sulla morsa soffocante imposta su Gerusalemme Occupata (al Quds); sull’ingiustizia del blocco su Gaza e sulle guerre unilaterali condotte sulla Striscia, che hanno causato oltre 4.000 vittime, in massima parte civili, nel corso di 7 anni, oltre che su molte altre questioni.

Il Professor Nashaat Al-Aqtash dell’Università di Birzeit, forse con una maggiore dose di realismo, ha persino ridimensionato le aspettative. Ha infatti dichiarato: “Se solo riuscissimo a concordare sulla narrazione relativa ad Al-Quds e agli insediamenti illegali, sarebbe già un buon inizio”.

La verità è che i Palestinesi hanno più cose in comune di quanto non vogliano ammettere. Sono tutti vittime delle stesse atrocità, tutti combattono la stessa occupazione, subiscono le medesime violazioni dei diritti umani e affrontano un futuro incerto dettato dal medesimo conflitto. Eppure, molti non riescono a separarsi da affiliazioni a gruppi e fazioni, di natura quasi tribale. Non c’è niente di male ad avere delle convinzioni ideologiche o a sostenere un partito anziché un altro. Ma se questo legame diventa predominante rispetto alla lotta collettiva e nazionale per la libertà, si apre una crisi morale.  Purtroppo, non tutti ne sono esenti.

Tuttavia, come sempre accade, le cose stanno cambiando. A vent’anni dal fallimento del cosiddetto “processo di pace”, con l’aumento esponenziale degli insediamenti nei territori occupati e con l’esacerbarsi della violenza per il raggiungimento degli obiettivi politici, molti Palestinesi sono stati costretti ad affrontare la dolorosa realtà.  Non può esserci libertà per il popolo palestinese senza unità e senza resistenza.

La resistenza non è necessariamente sinonimo di armi e coltelli; può essere anche intesa come lo sfruttamento delle energie dei connazionali in patria e in “shatat” (Diaspora), e la mobilitazione delle comunità a favore della giustizia e della pace nel mondo.

È sconcertante constatare come una nazione umiliata così a lungo sia anche così incompresa e come spesso i carnefici vengano assolti e considerati vittime. Verso la fine degli anni ’50, il Primo Ministro Israeliano David Ben-Gurion si rese conto che era necessario unificare la narrazione sionista relativa alla conquista e alla pulizia etnica della Palestina. Secondo una rivelazione del quotidiano israeliano Haaretz, Ben-Gurion temeva che la crisi dei rifugiati palestinesi sarebbe diventata un vero problema se Israele non avesse dichiarato, a più riprese e in modo coerente, che i Palestinesi avevano lasciato volontariamente le loro terre, seguendo i dettami dei vari governi Arabi.

Si trattava di un’invenzione, ma molte presunte verità non sono altro che una bugia ripetuta nel tempo. Chiese a diversi accademici di presentare una versione falsificata ma coerente della storia dell’esodo dei Palestinesi e il risultato fu il GL-18/17028, del 1961, un documento che costituisce la pietra miliare della “hasbara” israeliana sulla pulizia etnica della Palestina. Il messaggio centrale che contiene è semplice: i Palestinesi fuggirono e non furono cacciati dalle loro case. Israele lo ripete da oltre 55 anni e molti hanno finito per credervi.

Solo di recente, grazie al lavoro di un fiorente gruppo di storici palestinesi, e di coraggiosi israeliani, che si oppongono a questa propaganda, si sta delineando anche una narrazione palestinese, e c’è ancora molto da fare per limitare i danni. La reale vittoria sarà vedere questa versione non come una “contro-narrazione”, ma come verità storica, libera dal peso di un racconto offuscato da bugie e mezze verità.

Credo vi sia solo un modo per concretizzare questo auspicio: gli intellettuali palestinesi dovrebbero investire tempo ed energie a studiare a raccontare la “storia del popolo Palestinese”, per riumanizzarlo e sfidare la percezione generalizzata, che li vede come terroristi o come eterne vittime. Solo quando l’individuo comune sarà posto al centro della storia, i risultati saranno davvero efficaci e  duraturi. La stessa logica andrebbe applicata al giornalismo.

Oltre a trovare una storia comune, i giornalisti palestinesi dovrebbero aprirsi al mondo, uscendo dalla tradizionale cerchia degli amici e sostenitori devoti e confrontandosi con la società nel senso più ampio del termine. Gli estimatori della verità, soprattutto quelli animati da una visione umanista, non potranno approvare il genocidio e la pulizia etnica.

Temo che la necessità di controbattere la “hasbara” israeliana in Occidente abbia comportato una profusione eccessiva di energie in alcuni luoghi specifici, tralasciando invece parti del mondo, il cui supporto ai movimenti di solidarietà internazionale è stato finora centrale. Nulla dovrebbe essere preso per scontato. La buona notizia è che i Palestinesi stanno facendo grandi progressi e stanno avanzando nella direzione giusta, pur senza il sostegno della loro classe dirigente.

thanks to: Nena News

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

Israel seals Rwanda genocide arms papers

Records of Israel’s arms exports to Rwanda during the 1994 genocide in the country will remain secret, the Israeli Supreme Court rules.

The verdict denied a request by attorney Eitay Mack and Professor Yair Auron. The pair had submitted a request to the Israeli ministry of military affairs in 2014, asking for the details of Israeli arms sales to Rwanda between 1990 and 1995.

Sorgente: PressTV-Israel seals Rwanda genocide arms papers

“No alla normalizzazione con Israele”

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2016/03/Moshe-yaalon-2.jpgMemo. Di Seif al-Din Abdel-FattahIl ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso, durante il discorso tenuto alla conferenza annuale dell’Aipac – la maggior lobby sionista statunitense di supporto a Israele – che il rovesciamento di Mohammed Morsi e la presa del potere egiziano da parte di Abdel Fatah Al-Sisi sono stati programmati in accordo con i generali degli eserciti egiziani e del Golfo, nonché di agenzie di intelligence. Egli ha anche detto che gli interessi di Israele saranno sempre assicurati dalla presenza di regimi militari nel mondo arabo, specialmente in Egitto.
Egli si è scusato per il disprezzo della democrazia dei regimi militari usualmente dimostrato in Egitto, ma ha chiesto alla lobby di fornire maggior supporto ad Al-Sisi. Ya’alon ha anche dichiarato esplicitamente: «Noi abbiamo deciso di permettere al generale Al-Sisi, che allora era ministro della difesa, di prendere il potere mobilitando l’esercito al fine di farlo diventare presidente. L’Occidente dovrebbe considerare ciò di strategico interesse anche per sé».

Questa non è la prima volta che generali e rabbini dell’occupazione israeliana ammettono la necessità di mantenere la presidenza Al-Sisi in Egitto per preservare gli interessi di Israele. Gli archivi delle relazioni tra i due paesi sono pieni di adulazioni e frasi di appoggio totale per questo governo, che, secondo Wael Qandil, Israele sognava da anni. Il colpo di stato è stato l’opportunità, per Israele, di attuare l’estorsione al fine di continuare la propria strategia di normalizzazione.
In quanto alle relazioni tra i paesi arabi e Israele, normalizzazione significa che questi paesi, o le loro istituzioni e personaggi che portano avanti progetti di cooperazione, hanno scambi economici e commerciali, e diffondono la cultura di accettazione del nemico in un contesto di veleni politici e normalizzazione culturale mentre l’occupazione continua. In questo caso, normalizzazione non significa solo permettere lo sviluppo di rapporti tra l’oppressore e l’oppresso in assenza di giustizia e sotto continue occupazione e attività di insediamento: significa anche che coloro i quali normalizzano le relazioni con Israele tolgono volontariamente a Israele l’etichetta di nemico, accusando di ostilità chi resiste all’occupazione israeliana.

Divertenti in questi giorni sono le affermazioni rilasciate da leader arabi, funzionari dell’Autorità palestinese, il coro di scrittori e intellettuali arabi «sionistizzati», che non considerano i crimini commessi da Israele. Costoro cercano di cambiare l’etichetta di «nemico» attribuita a Israele in qualcosa di associabile a cooperazione e amicizia. La normalizzazione e l’abbandono del boicottaggio è un vecchio sogno di Israele, che risale alla fondazione dello stato nella Palestina occupata. Questa visione consiste nello stabilire relazioni normali e ordinarie tra le due parti, proprio come tra due parti in tempo di pace, unite da amore e rispetto, senza alcuna forma di contrasto o di ostilità.

Vediamo tutti la rilevanza della normalizzazione nelle relazioni tra Egitto e Israele dal colpo di stato del 3 luglio 2013, a livello politico, economico, della sicurezza e sulla difesa, nonché a livello culturale, dal momento che molti intellettuali, personalità dell’informazione e sportivi egiziani hanno evocato la normalizzazione a tutti i livelli.
Le operazioni di normalizzazione hanno raggiunto un livello straordinario, superando le normali relazioni tra la maggior parte di nazioni. Francamente, hanno raggiunto un livello vicino alla dipendenza dal nemico, e nulla prova ciò meglio delle pressoché regolari dichiarazioni, ufficiali e non, rilasciate da funzionari israeliani compiaciuti.

In passato eravamo soliti criticare i mezzi di informazione arabi ed egiziani per la mancanza di interesse nella campagna di boicottaggio contro Israele e contro le multinazionali che lo appoggiavano, presenti nei paesi arabi. Ora disponiamo di diverse piattaforme mediatiche attraverso cui attivare questa campagna in modo organizzato e a lungo termine.
Per esempio, possiamo iniziare adottando una campagna unitaria coordinata attraverso queste piattaforme. Si attuerebbero programmi regolari di opposizione alle operazioni di normalizzazione che si verificano a vari livelli. Ogni programma può riferirsi a uno dei livelli, sia esso politico, economico, culturale, sportivo, sulla sicurezza o sulla difesa.
Possiamo anche iniziare organizzando programmi mirati alla riattivazione della resistenza nella nazione, comprendenti il boicottaggio di Israele e dei paesi che lo supportano, o delle multinazionali presenti in tutti i paesi arabi e musulmani.
Tutte le nostre attività si basano sul fatto che Israele è un’entità nemica coloniale sionista che si è appropriata della terra di un’altra nazione. Non è un amico o un vicino, come viene considerato dal governo del colpo di stato o come pretendono alcuni intellettuali arabi e egiziani. Israele è un’entità coloniale rappresentata da un gruppo armato che ha fondato uno stato con la forza, l’assassinio, l’espulsione, le confische, l’evacuazione e altri mezzi di colonizzazione.
Per noi non c’è differenza tra le aziende che forniscono servizi alle masse israeliane e quelle che forniscono servizi all’esercito o agli insediamenti israeliani. Come non c’è differenza tra il gruppo armato che confisca terre e uccide bambini, e i coloni armati in abiti civili o militari. Dobbiamo ricordare che il sistema di reclutamento in Israele si basa sul principio dell’«Esercito del popolo» al quale ciascuno partecipa e che si mobilita nei periodi di pericolo.

E’ una vergogna per ogni arabo, cristiano o musulmano che sia, permettere alle aziende che forniscono servizi a Israele di esistere nel proprio paese, soprattutto a quelle aziende del settore alimentare e delle telecomunicazioni, settori nei quali gli arabi possono trovare delle alternative. Anzi, le alternative sono già presenti: ciò di cui gli arabi hanno bisogno è la volontà di intraprendere un’azione effettiva verso il boicottaggio.
Oltre a questo, possiamo parlare anche del continuo riferirsi, di Israele, a politiche di occupazione che violano il diritto internazionale, comprese le leggi che riconoscono la realtà del colonialismo. Aziende come Orange forniscono servizi alle colonie israeliane fondate illegalmente in base al diritto internazionale, e oggetto di condanna a livello internazionale.

C’è una disapprovazione universale delle politiche espansionistiche degli insediamenti israeliani sul territorio palestinese. Questa disapprovazione viene espressa dall’opinione pubblica, non dai governi: pertanto possiamo coordinarci con i leader delle campagne lanciate su questo argomento in Europa e in tutto il mondo, facendone una campagna unitaria lanciata dall’interno e dall’esterno.

Il triangolo della normalizzazione è rappresentato dal colpo di stato, dai suoi sostenitori «sionistizzati» e dagli strumenti della normalizzazione: resistere alla normalizzazione fa parte della resistenza al colpo di stato.

Traduzione di Stefano Di Felice

thanks to: Infopal

Dossier sui prigionieri palestinesi 2015

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“Siamo contro un colonialisimo che investe tutti gli aspetti della vita e che si basa sulle forme più estreme di violenza che sono convenzionalmete associate con l’occupazionee e che si combina con una politica di apartheid. E l’ostilità che il popolo palestinese deve affrontare si estende a tutta la nostra popolazione, ovunque essa si trovi.”
Ahmad Sa’adat, Journal of Palestine Studies, Vol. 43, No. 4 (Summer 2014), p. 55.

 

«Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un palestinese normale, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendersi in assenza di ogni altro aiuto che possa venire da altre parti».
Marwan Barghuti, alla conclusione del suo processo (2004)

 

“Veniamo dalla terra, noi le offriamo il nostro amore e le nostre fatiche, lei in cambio ci nutre.
Quando moriamo, torniamo alla terra. In un certo senso, lei ci possiede. Così, la Palestina ci possiede e noi apparteniamo a lei “.
Susan Albulhawa, Ogni mattina a Jenin (2011)

 

“Quasi tutti loro (i palestinesi) sono stati condannati da tribunali militari, che hanno con i tribunali civili la stessa relazione che può avere la musica militare con il resto della musica. Tutti questi prigionieri, nel gergo israeliano, hanno ‘sangue sulle loro mani’. Ma chi, di noi israeliani, non ha sangue sulle proprie mani?”
Uri Avnery 1 , Everybody’s Son (2011)

 

ELENCO E MAPPA DELLE PRIGIONI IN ISRAELE E NELLA CISGIORDANIA
Le strutture di detenzione per i prigionieri palestinesi dei Territori Occupati (TPO) sono costituite da 4 centri per gli interrogatori, 4 centri di detenzione militare, e circa 17 prigioni. Mentre i 4 centri per gli interrogatori militari si trovano all’interno degli TPO, tutti i centri per gli interrogatori e le prigioni – ad eccezione di una prigione, Ofer – si trovano all’interno dei territori occupati nel 1948 cioè nello Stato di Israele.

 

ELENCO DELLE PRIGIONI E CENTRI DI DETENZIONE
Blocco Nord: Carmel Prison (Oren Junction), Damun Prison, Gilbo’a Prison (HaShita Junction), Hermon Prison (North Tzalmon Creek Junction), Megiddo Prison (Megiddo Junction), Shata prison (HaShita Junction), Tzalmon Prison (North Tzalmon Creek Junction).
Blocco Centrale: Ashmoret Prison (HaSharon Junction), Ayalon Prison (Ramla), Giv’on Prison (Ramla), HaSharon Prison (Hadarim Interchange), Maasiyahu Prison (Ramla), Magen Prison (Ramla), Neve Tirtza Prison (Ramla), Ofek Juvenile Prison (Even Yehuda), Rimon Prison (Even Yehuda), Dekel Prison
Blocco Sud: Eshel Prison, Ktzi’ot Prison (Ktzi’ot Junction), Nafha Prison, Ofer Prison (Atarot area), Ramon Prison, Shikma Prison (Ashkelon)

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In allegato dossier della rete romana di solidarietà con la Palestina.

Vite di palestinesi nelle carceri di Israele 2015

thanks to: Assopace Palestina

Israel’s Supreme Court halts offshore gas deal

A gas deal between American and Israeli energy companies to develop Israel’s largest offshore deposits has been held unconstitutional by the country’s High Court. The court suspended the project for a year to enable parliament to amend the agreement.

Sorgente: Israel’s Supreme Court halts offshore gas deal — RT Business

Clinton Email: Assad Must Be Toppled to Protect Israel

Buried within Hillary Clinton’s private server is an email which proves that the former US Secretary of State wanted Syrian President Bashar al-Assad out of power for the sake of Israel, assuring her partners that Russia would not get involved.

Sorgente: Clinton Email: Assad Must Be Toppled to Protect Israel

“La pulizia etnica della Palestina”

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

G4S says it will exit Israeli market, following high-profile BDS campaign

Thursday, 10 March 2016

G4S

British private security giant G4S has announced plans to sell its entire Israeli business within the next 12 to 24 months. The news has been welcomed by activists in the Palestinian Boycott, Divestment, and Sanctions (BDS) campaign, for whom G4S has been a long-standing target.

The decision to leave Israel was revealed in the company’s full-year results released Wednesday, when the company reported a 40 per cent fall in its pre-tax profits.

The company said its plans to exit Israel were part of a “continuing portfolio management programme” designed to “materially improve our strategic focus.” The Israeli business employs 8,000 people with a turnover of £100 million.

According to the Financial Times, G4S “is extracting itself from reputationally damaging work, including its entire Israeli business”, noting that human rights campaigners and BDS activists “have repeatedly attacked G4S’s work in [Israel].”

G4S provides equipment and services to Israeli prisons and detention centres, in which thousands of Palestinian prisoners are tortured and held – including without charge or trial. Israel also violates international law by jailing Palestinians outside of the occupied territory.

The company also has contracts with the Israeli authorities to provide equipment and services to Israeli checkpoints in the Occupied West Bank that form part of illegal Apartheid Wall.

In 2012, Palestinian groups “called for action to hold G4S accountable for its role in Israel’s prisons”, and since then, the campaign has inflicted growing economic and PR damage on the company. Activists say that G4S has since lost contracts worth millions of dollars around the world, with lost clients including private businesses, universities, trade unions, and United Nations bodies.

In 2014, the Bill Gates Foundation divested its $170m stake in the company following international protests. In the UK, at least five student unions voted to cancel contracts with G4S, and students successfully pressured two other universities not to renew contracts with the company.

The United Methodist Church, the largest protestant church in the USA, divested from G4S after coalition campaigning brought the issue to a vote. Just recently, as reported by Middle East Monitor, G4S lost a major contract in Colombia and a contract with UNICEF in Jordan, in both cases following campaigns by BDS activists.

Responding to the news of G4S’s planned withdrawal from Israel, Palestinian BDS National Committee spokesperson Mahmoud Nawajaa compared the pressure being felt by Israel to the boycott of Apartheid South Africa, and stated that BDS “is making some of the world’s largest corporations realize that profiting from Israeli apartheid and colonialism is bad for business.”

He added: “investment fund managers are increasingly recognizing that their fiduciary responsibility obliges them to divest from Israeli banks and companies that are implicated in Israel’s serious human rights violations, such as G4S and HP, because of the high risk entailed. We are starting to notice a domino effect.”

Nawajaa said the BNC was grateful “to all of the dedicated grassroots organizers around the world who are working in solidarity with Palestinians seeking freedom, justice, and equality”, but noted that the boycott of G4S “will remain among the BDS movement’s top priorities until we actually see its back out of the door of Israel’s regime of occupation, settler-colonialism and apartheid.”

The caution is well-founded; G4S announced in 2013 that it would end its role in illegal Israeli settlements, checkpoints and one Israeli prison by 2015, but did not follow through. In 2014, G4S announced it “did not intend to renew” its contract with the Israeli Prison Service when it expired in 2017 but is yet to implement that decision.

In addition, Nawajaa claimed that owing to G4S’s involvement in the “racist mass incarceration business” in countries such as South Africa, UK, and USA, the BNC is “determined to work closely with partners to hold G4S to account for its participation in human rights abuses.”

In the last eight months, French multinationals Veolia and Orange and CRH, Ireland’s biggest company, have all exited the Israeli market. In January, the United Methodist Church put five Israeli banks from Israel on a “blacklist” due to their complicity in human rights violations, including the financing of illegal Israeli settlements.

Nawajaa said Israel is unable to “stop the impressive growth of BDS”, despite its efforts “to smear and delegitimize our nonviolent movement, including with anti-democratic laws in Europe and the US aimed at silencing dissent and suppressing our freedom of speech.”

“We believe strongly that our ethical approach and just cause will prevail, as this latest G4S announcement shows.”

thanks to: MEMO

G4S in seguito all’alto profilo della campagna BDS, annuncia che uscirà dal mercato israeliano.

 

g4s

 

Giovedi, 10 marzo il 2016

 

G4S, Il  gigante britannico della sicurezza privata, ha annunciato l’intenzione di vendere la sua intera attività in Israele entro i prossimi 12/24 mesi. La notizia è stata accolta favorevolmente dagli attivisti palestinesi al boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS), per i quali G4S è stato un obiettivo da lunga data.

 

 

La decisione di lasciare Israele, è stato rivelato nel report dell’intero esercizio pubblicato Mercoledì della società, quando la società ha registrato un calo del 40 per cento al lordo delle imposte.

 

La società ha detto che i suoi piani per uscire da Israele facevano parte di un “programma di gestione continua del portafoglio” progettato per “migliorare in modo efficace il nostro obiettivo strategico.” Il business con Israele impiega 8.000 persone, con un fatturato di £ 100 milioni.

 

 

Secondo il Financial Times, G4S “si sta togliendo da attività che possano danneggiare la sua reputazione, tra cui tutte le proprie attività in Israele”, notando che gli attivisti per i diritti umani e gli attivisti BDS “hanno più volte attaccato il lavoro di G4S in [Israele].”

 

G4S fornisce attrezzature e servizi nelle prigioni israeliane e nei centri di detenzione, in cui migliaia di prigionieri palestinesi vengono torturati e detenuti – tra i quali molti senza accusa né processo. Israele viola anche il diritto internazionale imprigionando i palestinesi al di fuori del territorio occupato.

 

La società ha anche contratti con le autorità israeliane per fornire attrezzature e servizi per posti di blocco nella Cisgiordania occupata e che fanno parte del muro dell’apartheid considerato illegale


Nel 2012, gruppi palestinesi “hanno sostenuto una campagna che riteneva
G4S responsabile per il suo ruolo nelle carceri di Israele”,  da allora, la campagna ha inflitto danni economici crescenti e danneggiato anche le pubbliche relazioni della società. Gli attivisti dicono che G4S da allora ha perso contratti del valore di milioni di dollari in tutto il mondo, con commesse perse tra le imprese private, università, sindacati e organismi delle Nazioni Unite.

 

Nel 2014, la Bill Gates Foundation ha ceduto la sua quota $ 170 milioni nella società in seguito alle proteste internazionali. Nel Regno Unito, almeno cinque associazioni studentesche hanno votato per annullare i contratti con G4S, e gli studenti hanno fatto  pressioni con successo per non rinnovare i contratti con la società in altre due università.

 

La United Methodist Church, la più grande chiesa protestante negli Stati Uniti, ha disinvestito da G4S dopo che la campagna ha portato la questione al voto. Proprio di recente, come riportato da Middle East Monitor, G4S ha perso un importante contratto in Colombia e un contratto con l’UNICEF in Giordania, in entrambi i casi a seguito delle campagne di attivisti BDS.

 

In risposta alla notizia del ritiro da Israele programmato da G4S , Mahmoud Nawajaa  portavoce del Palestinian BDS National Committee, ha confrontato la pressione  avvertita da Israele col  boicottaggio dell’Apartheid in Sud Africa, e ha dichiarato che il BDS “sta facendo in modo che alcune delle più grandi multinazionali del mondo si rendessero conto che approfittare dell’apartheid e del colonialismo israeliano è un cattivo business.”

 

Ha aggiunto: “a causa del rischio elevato che comporta, i gestori di fondi di investimento sono sempre più consapevoli che la loro responsabilità fiduciaria li obbliga a disinvestire da banche israeliane e società  coinvolte nelle gravi violazioni dei diritti umani da parte di Israele, come G4S e HP. Stiamo cominciando a notare un effetto domino “.

 

Nawajaa ha detto che il BNC (ndt. Palestinian BDS National Committee) è grato “a tutti gli attivisti di base che in tutto il mondo si sono dedicati e  stanno lavorando in solidarietà con i palestinesi in cerca di libertà, giustizia e uguaglianza”, ma ha osservato che il boicottaggio di G4S “rimarrà tra le priorità del movimento BDS finché effettivamente si lasceranno alle spalle il regime israeliano di occupazione, colonialismo e di apartheid”.

 

La cautela è fondata; G4S ha annunciato  nel 2013 che avrebbe dismesso il suo ruolo negli insediamenti israeliani illegali, nei posti di blocco e nelle prigioni israeliane entro il 2015, ma non dicono come concluderanno il rapporto. Nel 2014, G4S ha annunciato che “non intendeva rinnovare” il suo contratto con il Servizio carcerario israeliano alla scadenza del 2017, ma tale decisione è ancora da attuare.

 

Inoltre, Nawajaa ha affermato che a causa di coinvolgimento di G4S nel “business dell’incarcerazione razzista di massa” in paesi come Sud Africa, Regno Unito e Stati Uniti d’America, il BNC è “determinato a lavorare a stretto contatto con i partner per costringere G4S a rendere conto della sua partecipazione agli abusi sui diritti umani”.

 

Negli ultimi otto mesi, le multinazionali francesi Veolia, Orange e CRH, la più grande società irlandese, sono tutti usciti dal mercato israeliano. Nel mese di gennaio, la United Methodist Church ha disinvestito da cinque banche israeliane   su una “lista nera” a causa della loro complicità nella violazione dei diritti umani, compreso il finanziamento delle colonie israeliane illegali.

 

Nawajaa ha detto che Israele non sarà in grado di “fermare la crescita impressionante del BDS”, nonostante i suoi sforzi “per diffamare e delegittimare il nostro movimento non violento, anche con leggi anti-democratiche in Europa e negli Stati Uniti volti a mettere a tacere il dissenso e reprimere la nostra libertà di parola”.

 

“Crediamo fortemente che il nostro approccio etico e la giusta causa prevarranno, come dimostrato dagli ultimi annunci G4.

 

thanks to: Trad. Invictapalestina

MEMO

 

How Most Aid to the Palestinians Ends up in Israel’s Coffers

By Jonathan Cook – Nazareth 

Diplomats may have a reputation for greyness, obfuscation, even hypocrisy, but few have found themselves compared to a serial killer, let alone one who devours human flesh. 

That honour befell Laars Faaborg-Andersen, the European Union’s ambassador to Israel, last week when Jewish settlers launched a social media campaign casting him as Hannibal Lecter, the terrifying character from the film Silence of the Lambs. 

An image of the Danish diplomat wearing Lecter’s prison face-mask was supposed to suggest that Europe needs similar muzzling. 

The settlers’ grievance relates to European aid, which has provided temporary shelter to Palestinian Bedouin families after the Israeli army demolished their homes in the occupied territories near Jerusalem. The emergency housing has helped them remain on land coveted by Israel and the settlers. 

European officials, outraged by the Lecter comparison, have reminded Tel Aviv that, were it to abide by international law, Israel – not the EU – would be taking responsibility for these families’ welfare. 

While Europe may think of itself as part of an enlightened West, using aid to defend Palestinians’ rights, the reality is less reassuring. The aid may actually be making things significantly worse. 

Shir Hever, an Israeli economist who has spent years piecing together the murky economics of the occupation, recently published a report that makes shocking reading. 

Like others, he believes international aid has allowed Israel to avoid footing the bill for its decades-old occupation. But he goes further. 

His astonishing conclusion – one that may surprise Israel’s settlers – is that at least 78 per cent of humanitarian aid intended for Palestinians ends up in Israel’s coffers. 

The sums involved are huge. The Palestinians under occupation are among the most aid-dependent in the world, receiving more than $2bn from the international community a year. According to Hever, donors could be directly subsidizing up to a third of the occupation’s costs. 

Other forms of Israeli profiteering have been identified in previous studies. 

In 2013 the World Bank very conservatively estimated that the Palestinians lose at least $3.4bn a year in resources plundered by Israel. 

Further, Israel’s refusal to make peace with the Palestinians, and as a consequence the rest of the region, is used to justify Washington’s annual $3bn in military aid. 

Israel also uses the occupied territories as laboratories for testing weapons and surveillance systems on Palestinians – and then exports its expertise. Israel’s military and cyber industries are hugely profitable, generating many billions of dollars of income each year. 

A survey published last week found tiny Israel to be the eighth most powerful country in the world. 

But whereas these income streams are a recognizable, if troubling, windfall from Israel’s occupation, western humanitarian aid to the Palestinians is clearly intended for the victims, not the victors. 

So how is Israel creaming off so much? 

The problem, says Hever, is Israel’s self-imposed role as mediator. To reach the Palestinians, donors have no choice but to go through Israel. This provides ripe opportunities for what he terms “aid subversion” and “aid diversion”. 

The first results from the Palestinians being a captive market. They have access to few goods and services that are not Israeli. 

Who Profits?, an Israeli organisation monitoring the economic benefits for Israel in the occupation, assesses that dairy firm Tnuva enjoys a monopoly in the West Bank worth $60 million annually. 

Aid diversion, meanwhile, occurs because Israel controls all movement of people and goods. Israeli restrictions mean it gets to charge for transportation and storage, and levy “security” fees. 

Other studies have identified additional profits from “aid destruction”. When Israel wrecks foreign-funded aid projects, Palestinians lose – but Israel often benefits. 

Cement-maker Nesher, for example, is reported to control 85 per cent of all construction by Israelis and Palestinians, including the supplies for rebuilding efforts in Gaza after Israel’s repeated rampages. 

Significant segments of Israeli society, aside from those in the security industries, are lining their pockets from the occupation. Paradoxically, the label “the most aid-dependent people in the world” – usually affixed to the Palestinians – might be better used to describe Israelis. 

What can be done? International law expert Richard Falk notes that Israel is exploiting an aid oversight vacuum: there are no requirements on donors to ensure their money reaches the intended recipients. 

What the international community has done over the past 20 years of the Oslo process – inadvertently or otherwise – is offer Israel financial incentives to stabilize and entrench its rule over the Palestinians. It can do so relatively cost-free. 

While Europe and Washington have tried to beat Israel with a small diplomatic stick to release its hold on the occupied territories, at the same time they dangle juicy financial carrots to encourage Israel to tighten its grip. 

There is a small ray of hope. Western aid policy does not have to be self-sabotaging. Hever’s study indicates that Israel has grown as reliant on Palestinian aid as the Palestinians themselves. 

The EU noted last week that Israel not Brussels should be caring for the Bedouin it has left homeless. Europe could take its own advice to heart and start shifting the true costs of the occupation back on to Israel. 

That may happen soon enough whatever the west decides, if – as even Israel is predicting will occur soon – the Palestinian Authority of Mahmoud Abbas collapses. 

– Jonathan Cook won the Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. His latest books are “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) and “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books).  He contributed this article to PalestineChronicle.com. Visit: www.jonathan-cook.net.

Sorgente: How Most Aid to the Palestinians Ends up in Israel’s Coffers – Palestine Chronicle | Palestine Chronicle

Come maggior parte degli aiuti ai palestinesi finisce nelle casse di Israele

8 marzo 2016 / 05:27, By Jonathan Cook (*) – Nazareth

I diplomatici possono avere una reputazione di grigiore, offuscamento, anche di ipocrisia, ma pochi si sono trovati di fronte a un serial killer, per non parlare di uno che divora carne umana.
Questo onore è toccato a Laars Faaborg-Andersen, l’ambasciatore dell’Unione Europea a Israele, la scorsa settimana quando i coloni ebrei hanno lanciato una campagna mediatica rappresentandolo come Hannibal Lecter, il personaggio terrificante del film Il silenzio degli innocenti.
Un’immagine del diplomatico danese con la  maschera facciale di Lecter avrebbe dovuto suggerire che l’Europa ha bisogno di imbavagliare simile personaggi.
La manifestazione  dei coloni si riferisce, invece,  agli aiuti europei che hanno fornito un rifugio   temporaneo alle famiglie beduine palestinesi dopo che l’esercito israeliano ha demolito le loro case nei territori occupati vicino a Gerusalemme.

L’emergenza abitativa li ha aiutati a rimanere sulla terra ambita da   Israele e dai coloni.
Funzionari europei, indignati dal confronto con Lecter, hanno ricordato a Tel Aviv che, se solo avesse rispettato il diritto internazionale, Israele – non l’Unione europea – si sarebbe fatto carico della responsabilità per il benessere di queste famiglie.
Mentre l’Europa può pensare a se stessa come parte di un occidentale illuminato, utilizzare gli aiuti per difendere i diritti dei palestinesi,  in realtà è meno rassicurante. L’aiuto può  effettivamente peggiorare  la situazione in modo significativo.

Shir Hever, economista israeliano che ha passato anni a studiare l’economia torbida della occupazione, ha recentemente pubblicato un rapporto che rende la lettura scioccante.

Come altri, egli ritiene che gli aiuti internazionali hanno permesso a Israele di evitare di pagare il conto per la sua occupazione che dura da decenni. Ma si va oltre.
La sua sorprendente conclusione –  che può sorprendere i coloni di Israele – è che almeno il 78 per cento degli aiuti umanitari destinati ai palestinesi finisce nelle casse di Israele.


Le somme in gioco sono enormi. I palestinesi sotto occupazione sono tra i più  dipendenti dagli aiuti in tutto il mondo, ricevendo ogni anno più di   2 miliardi di dollari da parte della comunità internazionale. Secondo Hever, i donatori sovvenzionano direttamente un terzo dei costi del occupazione.


Altre forme di sciacallaggio israeliano sono stati identificati in studi precedenti.
Nel 2013 la Banca Mondiale aveva stimato molto cautamente che i palestinesi perdono ogni anno almeno   3,4 miliardi di dollari  in risorse saccheggiate da   Israele.
Inoltre, il rifiuto di Israele di arrivare ad una situazione di  pace con i palestinesi, e di conseguenza col resto della regione, viene usato per giustificare  3 miliardi annuali di dollari in aiuti militari da parte di  Washington.

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Israele usa i territori occupati come laboratori per testare armi e sistemi di sorveglianza sui palestinesi.


Israele usa anche i territori occupati come laboratori per testare armi e sistemi di sorveglianza sui palestinesi – e poi esporta le sue competenze. Le industrie militari e informatiche di Israele sono estremamente redditizie, generando ogni anno molti miliardi di dollari di reddito.
Un sondaggio pubblicato la scorsa settimana ha identificato il piccolo Israele come l’ottavo paese più potente  nel mondo.


Ma mentre questi flussi di reddito sono una riconoscibile, anche se preoccupante, manna  che deriva dall’occupazione di Israele, gli aiuti umanitari occidentali ai palestinesi   sono chiaramente destinati alle vittime, non ai vincitori.


Come fa Israele a farci la cresta così tanto?


Il problema, dice Hever, è il ruolo che israele si è auto-imposto  come mediatore. Per raggiungere i palestinesi, i donatori non hanno altra scelta che passare attraverso Israele. Questo permette a israele di definire ciò che è   aiuto ai “terroristi” e  aiuto da dirottare.

mercato

A Palestinian boy sits amidst used clothes and items at the weekly flea market in the Nusseirat refugee camp, central Gaza Strip, on February 29, 2016. / AFP / MOHAMMED ABED


Il  risultato tangibile per i palestinesi è un mercato vincolato. Essi hanno accesso a pochi beni e servizi che non siano israeliani.


Chi trae profitto da questo?

Un’organizzazione israeliana che monitorizza i vantaggi economici di Israele dall’occupazione, valuta che l’impresa lattiero-casearia Tnuva gode di un monopolio nella West Bank del valore di   60 milioni di dollari all’anno.
Con gli aiuti dirottati, nel frattempo, si dà la possibilità a Israele di controllare tutti i movimenti di persone e merci. Con le restrizioni israeliane significa che si deve pagare per il trasporto e lo stoccaggio, oltre alle tasse per la “sicurezza”.


Altri studi hanno identificato i profitti aggiuntivi che derivano dalla “distruzione degli aiuti”. Quando Israele distrugge progetti di aiuto finanziati da stranieri   i palestinesi perdono – ma Israele beneficia spesso.
Il Cemento-maker Nesher, per esempio, è imposto per controllare l’85 per cento di tutte le costruzioni di israeliani e palestinesi, incluse le forniture per la ricostruzione di Gaza dopo la furia distruttiva e ripetuta di Israele.


Segmenti significativi della società israeliana, a parte quelli nelle industrie di sicurezza, sono in fila per riempire le loro tasche dall’occupazione. Paradossalmente, l’etichetta “Le persone che maggiormente al mondo necessitano di aiuti” – di solito apposto ai palestinesi – potrebbe essere utilizzata meglio per descrivere gli israeliani.


Cosa si può fare? L’esperto di diritto internazionale Richard Falk osserva che Israele sta sfruttando la disattenzione assoluta sugli aiuti: non ci sono requisiti per garantire ai donatori che i  loro soldi raggiungano gli effettivi destinatari.
Ciò che la comunità internazionale ha fatto negli ultimi 20 anni del processo di Oslo – inavvertitamente o meno – è stato offrire incentivi finanziari a Israele per stabilizzare e consolidare il suo dominio sui palestinesi. Si può fare in modo relativamente a costo zero.
Mentre l’Europa e Washington hanno tentato di bacchettare Israele, con un bastoncino diplomatico per rilasciare la sua presa sui territori occupati, allo stesso tempo, essi offrono carote finanziarie succose per incoraggiare Israele a stringere la sua presa.
C’è un piccolo raggio di speranza. La politica degli aiuti occidentali non ha bisogno di essere auto-sabotata. Lo studio di Hever indica che Israele è cresciuto come dipendente dagli aiuti ai palestinese come gli stessi palestinesi.


L’UE, la scorsa settimana,  con una nota ha riferito che Israele e non Bruxelles, dovrebbe occuparsi dei beduini che ha lasciato senza casa. L’Europa dovrebbe prendere a cuore lo stesso consiglio  e iniziare a spostare i veri costi dell’occupazione su Israele.
Questo può accadere abbastanza presto qualunque cosa decida l’Occidente, se – come  anche previsto  da israele accadrà presto – l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas crolla.

 (*) Jonathan Cook ha vinto il premio specialeMartha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono “Israele e la scontro di civiltà: l’Iraq, l’Iran e il Piano di rifare il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Esperimenti di Israele sulla disperazione umana” (Zed Books).
 

Trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.palestinechronicle.com/how-most-aid-to-the-palestinians-ends-up-in-israels-coffers/

Sorgente: Come maggior parte degli aiuti ai palestinesi finisce nelle casse di Israele |

US Needs Israel to Extend Power in Middle East, and Is Willing to Pay Big

US Vice President Joe Biden arrived in Israel on Tuesday, after Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu canceled a visit to the White House scheduled for later in March. Professor Ghada Talhami told Sputnik’s Brian Becker that the relationship between Israel and the US is still defined by Washington lobbyists, and by America’s dominating outlook.

The US has long turned a blind eye to Israeli settlements on occupied Palestinian territories, and during Biden’s previous official visit to Israel, the Netanyahu government announced the construction of additional settlements. According to Talhami, one of the reasons why the US cannot take effective action against Israel, America’s biggest recipient of foreign aid, is the power of the Israeli lobby in Washington, DC.

“The work of the Israeli lobby has been unbelievable in the United States, to the extent that [Arabs in the US] call the United States Congress ‘Israeli occupied territory'” Talhami said. “This is quite a machine; it has been built over the years and…has managed to restrain the chief executive in our government.”

Considering that 2016 is an election year in the US, the Democratic party, represented by Biden and Obama, “cannot afford” an estranged relationship with Israel, Talhami said. This would appear to explain Biden’s visit to the Middle East country.

“Everybody had great hope for [Obama],” the professor stated. “People expected some kind of a different attitude towards at least the Israeli settlements, but he was doing exactly the same thing as his predecessors.”

The power of the Israeli lobby is not the only factor maintaining the strong historic alignment between Israel and the United States, the professor asserted. There is also America’s geostrategic outlook, in which the US needs Israel to extend its power in the Middle East, a resource-rich and geostrategically important part of the world.

That is, in part, why Israel receives $4 billion from the US annually, mostly in military armament. And now America plans to increase its aid by more than $40 billion over the next ten years.

“United States is not such a weak country that it can be led by the nose by the Israel lobby,” Talhami said. “Clearly there are people in the American government…probably the CIA and the military, who still see their interests combined with the interests of Israel, and actually they are happy with the relationship the way it is.”

As for the clashes between Israeli settlers, citizens and Palestinians, the professor blames corporate-owned media outlets for feeding the American public lies, as it continually presents the Palestinians as terrorists.

“There are few Israeli soldiers or civilians, settlers who actually get killed. Most of the people who get killed are Palestinian kids,” she said. “The Palestinians also have a right to defend themselves. [They] have rights under international law, and their rights under international law are they should not be occupied, their land should not be taken from them, they should not be abused at the checkpoints on a daily basis.”

According to the professor, the only hope now is that Obama “has the courage” to take some action in the final months of his presidency, for example, by withholding American economic aid from Israel, which the country spends to enlarge and secure settlements in illegally-seized territories.

thanks to: Sputniknews

Dal 1967, 10 mila donne palestinesi imprigionate da Israele

Addameer. A partire dal 1967, circa 10.000 donne palestinesi sono state arrestate e detenute dalle forze d’occupazione.

Attualmente, sono 60 le donne palestinesi rinchiuse all’interno delle prigioni, tra cui 10 bambine e 3 in detenzione amministrativa. Alcune delle prigioniere sono in stato di gravidanza.

Tra le detenute c’è anche la parlamentare Khalida Jarrar, membro del Consiglio Legislativo Palestinese.

Nel 2015, le forze d’occupazione hanno arrestato 106 tra donne e giovani palestinesi, con un incremento del 70% rispetto alle statistiche del 2013 e del 60% rispetto al 2014.

Durante l’ottobre del 2015, un’ondata di repressione si è abbattuta sui territori occupati palestinesi: a fare da scenario, le ripetute violenze israeliane ed i frequenti incidenti presso la Moschea di Al-Aqsa, oltre al criminale atteggiamento dei coloni nei confronti della popolazione palestinese.

Le forze d’occupazione israeliane (IOF) hanno perpetrato una serie di violazioni di diritti umani contro le donne palestinesi, inclusi arresti arbitrari di massa, incursioni in abitazioni private, torture durante gli interrogatori.

Sorgente: Dal 1967, 10 mila donne palestinesi imprigionate da Israele | InfopalInfopal

‘Israel is a threat to global peace’

Iran says the Israeli regime’s arsenal of nuclear warheads is “a real threat” against regional and international peace and security.

Reza Najafi, the Iranian ambassador to the International Atomic Energy Agency (IAEA), reiterated on Wednesday that the Israeli regime has never allowed IAEA’s inspectors access to its secretive and illegal nuclear facilities, and called “meaningless” the concerns by Tel Aviv about Iran’s peaceful nuclear program.

“Let Israel keep shedding crocodile tears on Iran’s peaceful nuclear program! But be sure that such hue and cry cannot conceal the regime’s nuclear weapons, which are a real threat to the regional and international peace and security,” Najafi made the comments in an official letter to IAEA Director General Yukiya Amano.

Elsewhere in his letter, he criticized Amano for allowing demands for an in-depth report about Iran’s commitment to its nuclear agreement — dubbed the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), saying any such request is “inconsistent” with the text of the United Nations Security Council Resolution 2231.

“A detailed report means inclusion of more confidential information, which is contrary to the principle of confidentiality. The provisions of the Comprehensive Safeguards Agreement and Article 5 of the Additional Protocol for protection of confidential information, and the JCPOA itself, are all very clear in this regard,” he added.

Earlier in the day, chief US IAEA delegate Henry S. Ensher told the agency’s board that “robust and detailed reporting on Iran’s implementation of its commitments” is vital even with the agreement in effect. State Department spokesman John Kirby also backed such sentiments, saying “we want these reports to be as thorough as they need to be, and as detailed as they need to be.”

According to JCPOA, the IAEA has been requested to take every precaution to protect commercial, technological, and industrial secrets of Iran, therefore, “asking for the disclosure of such information under any case, including transparency, is a request for an obvious violation of the JCPOA,” Najafi further said.

Israel is the sole possessor of nuclear weapons in the Middle East with hundreds of undeclared nuclear warheads. It is also refusing to sign the Non-Proliferation Treaty.

Sorgente: PressTV-‘Israel is a threat to global peace’

MITI DI ISRAELE: Un’intervista con Ramzy Baroud – Israeli Myths: An Interview with Ramzy Baroud

FEBRUARY 12, 2016 – di Soud Sharami(*)

muro

I palestinesi stavano meglio sotto il governo laburista che con il Likud?

Per molti anni la maggior parte del mondo occidentale ha compreso Israele in base ad un insieme di miti, dalle prime favole dei sionisti che facevano fiorire il deserto alla Palestina che si supponeva fosse una terra senza un popolo per un popolo senza terra.

Questa mitologia intricata e pubblicizzata si è evoluta negli anni, così come l’hasbara israeliana si è affannata ad elaborare una percezione di realtà che era necessaria per giustificare le sue guerre, la sua occupazione militare, la sua costante violazione dei diritti umani e tutti i crimini di guerra.

La propaganda insistente israeliana ha fatto uno splendido lavoro per preservare l’immagine di Israele in modo internazionale, malgrado la marea sia iniziata alcuni anni fa con la prima grande guerra a Gaza del 2008.

Naturalmente, l’hasbara israeliana non sarebbe sopravvissuta un giorno, se i media occidentali avessero avuto la volontà o l’audacia di presentare senza vergogna la verità sulla situazione in Palestina.

Ho parlato con il dott. Ramzy Baroud, giornalista e scrittore, per spiegare i miti e le realtà dello Stato israeliano: la democrazia liberale con le maggiori divisioni fra la destra e la sinistra.

Ramzy Baroud:  Un aspetto della percezione occidentale di Israele è che lo Stato “ebraico”, che è anche una democrazia, ha sperimentato una battaglia fra ideologi di destra e forze liberali che si sono prodigate per preservare gli ideali democratici israeliani. Sostenendo questo non sense, l’immagine di Israele è stata largamente preservata come una società democratica, dove le forze del bene e del male, democratici e non, destra, sinistra e centro, spesso coesistono, e all’interno di tale coesistenza la democrazia rifiorisce.

Soud Sharabani: Per quello che concerne il trattamento dei palestinesi ci sono state sostanziali differenze tra le colombe di sinistra e i falchi della destra?

Ramzy Baroud. Questi travisamenti sono sempre in contrasto con la realtà. Prendi qualsiasi aspetto della Storia israeliana che molti, persino nell’emisfero occidentale, vedono come immorale ed inumano. Per esempio la pulizia etnica dei palestinesi, il massacro del 1947-’48, il razzismo contro i palestinesi che è rimasto nell’Israele di oggi dopo l’esodo/Nakba, l’occupazione illegale della West Bank e Gaza, l’annessione illegale di Gerusalemme Est, la costruzione di insediamenti illegali, la costruzione del muro dell’apartheid, e più recentemente, le guerre su Gaza che hanno ucciso più di 4.000 persone dal 2008. Se uno oggettivamente guarda al governo che ha governato e continua a governare Israele e che ha diretto questi eventi orribili, abbandonerebbe immediatamente la nozione che le élite che governano sono divise fra falchi e colombe. Il fatto è che il Partito Mapai, a cui si sono unite altre forze, si suppone “progressiste” e unite al Partito Laburista negli anni ’80, è stato responsabile per la maggior parte della sanguinosa pulizia etnica e pratiche illegali che hanno spinto la situazione fino a questo grado di disperazione.

Soud Sharabani. Quando le forze di destra hanno raggiunto il potere in Israele?

Ramzy Baroud. L’ala di destra in Israele non ha raggiunto una supremazia fino agli ultimi anni ’60. Prima Israele era stato governato esclusivamente da governi laburisti. Gli ufficiali dell’attuale governo di destra di Netanyahu sono assolutamente crudeli e non umanitari, e la realtà è che questo comportamento ha le radici nel passato politico. Tutte le idee razziste, richiami alla violenza ed alla pulizia etnica, e agendo contro la pace hanno anche loro radici nelle pratiche del governo laburista del passato e spesso i partiti di centro e di sinistra sono più o meno d’accordo, spesso pubblicamente. In altre parole, mentre l’élite d’Israele può non essere d’accordo su argomenti interni, c’è poco disaccordo sull’occupazione, l’uso di forze militari, gli insediamenti e il sostegno alla superiorità razziale degli ebrei sui non ebrei. Quello che differisce largamente è l’espressione dei loro discorsi politici, non i risultati.

Soud Sharabani. Allora perché nell’Occidente la gente ancora pensa che il Partito laburista sia tutto per la pace?

Ramzy Baroud. Detto ciò, la ragione fondamentale per cui alcuni insistono nel mantenere questo mito – che il Partito Laburista ama la pace – è che alcuni promuovono ancora l’idea che Israele è governato fa forze democratiche, Partiti che amano la pace etc, il che permette ai governi occidentali tempo e spazio per ignorare la situazione critica dei palestinesi. Leaders di destra come Netaniyahu e i suoi razzisti sicari come Moche Yaalon, Silvan Shalon, Aylet Shaked e Naftali Bennet, che urlano sempre dichiarazioni razziste e violente sono un imbarazzo per l’Europa – che è ancora un difensore di Israele – e rendono ancora più difficili per gli Stati Uniti sostenere la farsa del processo di pace. L’Occidente anela per i giorni in cui Israele era governato da leader meno belligeranti, a prescindere dai loro violenti ordini del giorno.

Soud Sharabani. Mi spieghi cosa ha fatto il governo laburista per guadagnarsi il titolo di governo che ama la pace?

Ramzy Baroud. I laburisti non hanno propensione per la pace.

I governi laburisti in Israele, sia quelli che hanno governato negli anni ’40 e ’50, sia quelli sotto la leaderships di Yitzhak Rabin, Ehud Barak e così via, non hanno mai mostrato segni tangibili che la fine dell’occupazione e la garanzia ai palestinesi per una forma di reale sovranità, fosse nelle loro agende. Non credere alla montatura.

A Rabin è stato assegnato il premio nobel per la pace dopo il 1993, anno in cui sono stati firmati gli accordi di Oslo, nonostante il fatto che Oslo non ha dato ai palestinesi  sovranità o addirittura auto-determinazione. Invece ha tagliato la West Bank in varie zone controllate dall’esercito israeliano; e ha truffato alcune élite palestinesi con falsi titoli, VIP cards e denaro per stare al gioco. Rabin è stato ucciso da un fanatico di destra perché, per quello che riguardava gli ultranazionalisti religiosi, anche la “concessione” di una bandiera palestinese e l’inno nazionale, tra le altre “conquiste” simboliche offerte ai palestinesi da Oslo, erano ancora considerate un tabù.

 

Soud Sharabani. Raccontaci della costituzione delle colonie nella West Bank e Gaza: sono state la creazione del Governo di destra o dei Laburisti?

Ramzy Baroud. A causa della formazione dei governi di destra, noi pensiamo sempre che i partiti religiosi siano interamente opera del likud. Il fatto è che è stato il Partito Laburista ha dare prevalenza al campo religioso. Subito dopo la guerra del 1967, i laburisti hanno scatenato la costruzione di colonie nella West Bank e a Gaza. Le prime colonie avevano fini strategicamente militari, l’intento era quello di creare abbastanza colonie israeliane e presenza sul terreno per alterare la natura di futuri processi di pace. Tutto ciò accadde con il “piano Allon”, che ha preso il nome di Yigal Allon, un generale e ministro nel governo israeliano che si prese il compito di tracciare una visione israeliana per i nuovi territori occupati palestinesi. Questo piano voleva annettere più del 30% della West Bank e tutta Gaza per scopi di sicurezza. Stipulava l’istituzione di un “corridoio di sicurezza” lungo il fiume Giordano, fuori dalla “linea verde”, una demarcazione unilaterale dei suoi confini con la West Bank. Il piano pensava all’incorporazione di tutta la Striscia di Gaza in Israele, e voleva restituire parti della West Bank alla Giordania, come primo passo per incrementare “l’opzione Giordana” per i rifugiati palestinesi. In effetti, questo non è stato altro che una pulizia etnica insieme alla creazione di una “terra patria alternativa” per i palestinesi. Evidentemente il piano fallì, ma non interamente. I nazionalisti palestinesi assicurarono che non sarebbe stata realizzata nessuna “madre patria alternativa”, ma il sequestro, la pulizia etnica e l’annessione di terra occupata fu un successo.

Soud Sharabani. Quindi il governo laburista non ha mai avuto intenzione di restituire  i territori occupati?

Ramzy Baroud. Quello che era importante e consequenziale, è che il piano Allon ha fornito un segnale inequivocabile che il governo laburista di Israele aveva ogni intenzione di avere il potere, soprattutto in grandi parti della West Bank e tutta Gaza, e che non aveva nessuna intenzione di rispettare la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Per sfruttare al meglio le “allettanti” politiche di insediamento del governo in West Bank, un gruppo di religiosi ebrei affittò in Hebron, città della Palestina, un hotel per passare la Pasqua alla Grotta dei Patriarchi e semplicemente si rifiutò di lasciare, scatenando la passione biblica di religiosi israeliani ortodossi in tutto il paese, riferendosi alla West Bank con i  nomi biblici, Giudea e Samaria. Ciò fece infuriare i palestinesi, che videro in totale disperazione la loro Terra conquistata, rinominata e poi abitata da estranei. Nel 1970, per “pubblicizzare” la situazione, il governo israeliano costruì l’insediamento di Kiryat Arba alla periferia della città araba, che fece arrivare ancor più ebrei ortodossi a Hebron.

Il piano Allon era stato inteso per motivi strategici e politici, ma subito dopo ciò che era strategico si mescolò con ciò che divenne religioso e spirituale.

Indipendentemente da ciò, in ultima analisi, i palestinesi stavano perdendo la loro terra ad una velocità rapida, per un processo che avrebbe portato a grandi trasferimenti di popolazione israeliana, inizialmente a Gerusalemme est – che era in sé illegalmente annessa poco dopo la guerra del 1967 – e, infine, nel  resto dei territori occupati.

Negli anni la strategica crescita delle colonie fu completata da espansione motivata religiosamente, sostenuta da un forte movimento, e aiutata a raggiungere i suoi obiettivi da Gush Emunim (movimento politico messianico sionista israeliano) nel 1974. Il movimento aveva la missione di colonizzare la West Bank con gruppi di fondamentalisti.

(*)Souad Sharabani per 30 anni è stato un giornalista radiofonico indipendente con sede a Toronto in Canada. Ha lavorato per la CBC e BBC, così come per PEN INTERNATIONAL.

trad: Invictapalestina – Maria Tarsia e G.Pasi

Fonte: http://www.counterpunch.org/2016/02/12/israeli-myths-an-interview-with-ramzy-baroud/


Israeli Myths: An Interview with Ramzy Baroud

Were the Palestinians better off under Labor government than under Likud?

For many years, much of the Western world understood Israel based on a cluster of myths, from the early fables of the Zionists making the desert bloom, to Palestine supposedly being a land without people for a people without land. That intricately constructed and propagated mythology evolved over time, as Israeli hasbara labored to provide a perception of reality that was needed to justify its wars, its military occupation, its constant violations of human rights and its many war crimes. Persistent Israeli propaganda did a splendid job of preserving the image of Israel internationally, although the tide began turning a few years ago starting with the first major war on Gaza in 2008. Of course, the Israeli hasbara would not have survived a day if Western mainstream media had the willingness or the audacity to unabashedly present the truth about the situation in Palestine.

I talked to Dr. Ramzy Baroud a writer and a journalist to explain the myths and realities of Israeli State: the liberal democracy with major divisions between the Right and the Left.

Ramzy Baroud: One aspect of the Western perception of Israel is that the ‘Jewish-state’, which is also a ‘democracy’, has been experiencing a battle between rightwing ideologues, and liberal forces that have labored to preserve Israel’s democratic ideals. By advocating such nonsense, Israel’s image was largely preserved as that of a democratic society, where forces of good and evil, democratic and otherwise, right, left and center, often co-exist, and within that co-existence, democracy blossoms.

Souad Sharabani: As far as the treatment of Palestinians is concern have there been substantial differences between the Left/the Doves and the Right/ the Hawkes?

Ramzy Baroud: Such misrepresentations are always grossly at odds with the reality. Take any aspect of Israeli history that many even in the western hemisphere now see as immoral and inhumane – for example, the ethnic cleansing of the Palestinians, the massacres of 1947-48, the racism against Palestinians who remained in today’s Israel after the exodus/Nakba, the illegal occupation of the West Bank, and Gaza, the illegal annexation of East Jerusalem, the construction of the illegal settlements, the building of the Apartheid Wall, and, more recently, the wars on Gaza which killed over 4,000 people since 2008. If one objectively looks into which governments ruled and continue to rule Israel, and which have directed these horrific events, one would immediately abandon the notion that the Israeli ruling elites are divided between doves and hawks. The fact is it was the Mapai Party, which was later joined by other supposedly ‘progressive’ forces and joined the Labor Party in the 1960s, that has been responsible for most of the bloodletting, ethnic cleaning and illegal practices that have pushed the situation to this degree of desperation.

Souad Sharabani: When did the rightwing parties gain power in Israel?

Ramzy Baroud: The rightwing in Israel did not achieve prominence until the late 1970s. Prior to that Israel was ruled exclusively by Labor governments. Benjamin Netanyahu’s current rightwing government officials are by no means short of exacting utter cruelty in inhumaneness, and the reality is that this behavior is rooted in a political past. All of their racist ideas, militant outlooks, calls for violence and ethnic cleansing, and anti-peace agendas are either rooted in Labor government practices in the past, or are more or less agreed upon, often publically, by the current center and left parties. In other words, while Israeli elites may disagree on internal matters, there is hardly much disagreement on the occupation, the use of military force, the illegal settlements and the overall advocacy for racial superiority of Jews over non-Jews. What largely differs is the expression of their political discourses, never the outcomes.

Souad Sharabani: So why in the west people still believe the Labor Party was all about Peace?

Ramzy Baroud: That said, the fundamental reason why some insist on maintaining that myth – of the peace-loving Labor Party – is that some are still frenziedly promoting the idea that Israel is still governed by democratic forces, peace-loving parties and so on, which allows Western governments time and space to ignore the plight of the Palestinians. Rightwing leaders like Netanyahu and his utterly racist goons like Moshe Yaalon, Silvan Shalon, Ayelet Shaked and Naftali Bennet, who are constantly mouthing off racist and violent statements are an utter embarrassment to Europe – still a major supporter of Israel – and they make it very difficult for the United States to even sustain the charade of its peace process. The West longs for the days when Israel was governed by less belligerent sounding leaders, regardless of their violent agendas.

Souad Sharabani: Please explain to me what has Labor done to deserve the title Peace Loving Government?

Ramzy Baroud: Labor has no traction for Peace.

Labor governments in Israel, whether those that existed in the late 40s and 50s, or those that ruled under the leaderships of Yitzhak Rabin, Ehud Barak and so on, never truly showed any genuine sign that ending the occupation and granting Palestinians a form of real sovereignty was ever on their agendas. Don’t believe the hype. Rabin was given a Nobel Peace Prize after the 1993 signing of the Oslo accords despite the fact that Oslo did not give Palestinians sovereignty or even self-determination. Instead, it sliced up the West Bank into various zones, ultimately controlled by the Israeli army; and bribed some within the Palestinian elites with fake titles, VIP cards and mounds of money to play along. Rabin was killed by a rightwing zealot because as far as the religious and ultra nationalist camps in Israel were concerned, even such ‘concessions’ as a Palestinian flag and a national anthem, among other symbolic ‘achievements’ offered to the Palestinians by Oslo, were still considered a taboo.

Souad Sharabani: Tell us about the construction of Settlements in The West Bank and Gaza; were they the creation of the Right Wing Government or of Labor?

Ramzy Baroud: Due to most formations of rightwing governments, we always assume that the religious parties are entirely the work of the Likud. The fact is it was the Labor that gave the religious camp its prominence. Soon after the 1967 war, the Labor-led Israeli government unleashed settlement construction throughout the West Bank and Gaza. The early settlements had strategic military purposes, for the intent was to create enough Israeli settlements and presence on the ground to alter the nature of any future peace processes. Thus came into effect the Allon plan, named after Yigal Allon, a former general and minister in the Israeli government who took on the task of plotting an Israeli vision for the newly conquered Palestinian territories.

This plan sought to annex more than 30 percent of the West Bank and all of Gaza for security purposes. It stipulated the establishment of a “security corridor” along the Jordan River, as well as outside the “Green Line”, a one-sided Israeli demarcation of its borders with the West Bank. The plan envisioned the incorporation of all of the Gaza Strip into Israel, and was meant to return parts of the West Bank to Jordan as a first step toward implementing the “Jordanian option” for Palestinian refugees. In effect, this was nothing but ethnic cleansing coupled with the creation of an ‘alternative homeland’ for Palestinians. Evidently, the plan failed, but not in its entirety. Palestinian nationalists ensured that no alternative homeland was ever to be realized, but the seizure, ethnic cleansing and annexation of occupied land was a resounding success.

Souad Sharabani: So returning the newly occupied territories was never the intention of the Labor government?

Ramzy Baroud: What was important and consequential, is that the Allon plan provided an unmistakable signal that the Labor government of Israel had every intention of retaining power, particularly in large parts of the West Bank and all of Gaza, and it further had no intention of honoring United Nations Security Council Resolution 242.

To capitalize on the government’s ‘alluring’ settlement policies in the West Bank, a group of religious Jews rented a hotel in the Palestinian town of Hebron to spend Passover at the Cave of the Patriarchs, and simply refused to leave, sparking the Biblical passion of religious orthodox Israelis across the country, who referred to the West Bank by its Biblical names, Judea and Samaria. Their move ignited the ire of Palestinians, who watched in complete dismay as their land was conquered, renamed and later settled on by outsiders. In 1970, to ‘diffuse’ the situation, the Israeli government constructed the Kiryat Arba settlement at the outskirts of the Arab city, which invited even more orthodox Jews to Hebron.

Allon’s plan may have been intended for strategic purposes, but soon after, what was strategic and political intermingled with what became religious and spiritual. Regardless, in the final analysis, Palestinians were losing their land at a rapid speed, a process that would eventually lead to major Israeli population transfers, initially to occupied East Jerusalem – which was itself illegally annexed shortly after the 1967 war – and eventually to the rest of the occupied territories. Over the years, the strategic settlement growth was complemented by the religiously motivated expansion, championed by a vibrant movement, and exemplified in the finding of Gush Emunim (Bloc of the Faithful) in 1974. The movement was on a mission to settle the West Bank with legions of fundamentalists.

Soud Sharabani for 30 years has been a freelance radio journalist based in Toronto Canada. She has worked for the CBC and BBC, as well as for PEN INTERNATIONAL.

thanks to: Invicta Palestina

counterpunch

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium