Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Il movimento di Moqtada al-Sadr rilascia una dichiarazione che smorza le speranze Usa di farne un ‘baluardo anti-Iran’!

Nella delusione per i risultati delle recenti elezioni politiche irakene, alcuni commentatori americani avevano provato a cercare un “silver lining”, per dirla in Inglese, cioé un lato positivo in una situazione complessivamente avversa, da cui sperare di poter iniziare a invertire il trend.

Visto che a imporsi alle elezioni è stata soprattutto la coalizione guidata da Moqtada al-Sadr, questi “pundit” americani sono andati a spulciare le cronache recenti trovando qualche dichiarazione del rampollo della celebre ‘dinastia’ religiosa mesopotamica, che potevano essere lette come blandamente critiche verso la Repubblica Islamica.

“Allora”, hanno ragionato i “ponzatori” dei ‘think tank’ a stelle e strisce, “potremo fare di Moqtada e dei suoi seguaci una ‘barriera’ contro l’influenza iraniana”.

Così pensavano, finché oggi il Politburo del Movimento Sadrista, ha emesso la nota che vedete trascritta in apertura.

Traduciamo:

“Il nostro Movimento non accetterà di trasformarsi in alcun modo in strumento dei tentativi regionali americani, la nostra relazione con l’Iran é storica e destinata a crescere e svilupparsi, nessuno deve mai sperare di poter usare suolo o cielo irakeno per un attacco contro l’Iran”.

Non abbiamo ancora riscontrato reazione dei ‘ponzatori’ americani, forse sono andati a piangere in un angolo.

thanks to: Palaestina Felix

IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Di Gian Paolo Calchi Novati

Roma, 12 luglio 2016, Nena News – Come ha scritto Chomsky, il mondo occidentale, grazie ai suoi valori e al suo sistema istituzionale, si distingue da altre civiltà perché è capace di riconoscere i massacri che commette o sono commessi in suo nome.  Avendo in mente questo postulato, la vicenda della Commissione Chilcot, che ha indagato sulle responsabilità del governo inglese nella guerra in Iraq del 2003, assume l’aspetto di un apologo che trascende gli eventi specifici.

Un organo espresso dall’establishment di una grande potenza occidentale, – che aveva appena compiuto il passo, falso secondo alcuni benpensanti gelosi di antichi privilegi, di far decidere al popolo il proprio futuro europeo – ha rivelato le falsità e in ultima analisi i crimini dello Stato e personalmente del capo del governo in occasione di un evento di grande portata, che non ha ancora finito di proiettare le sue tragiche conseguenze su tutti noi.

La Commissione era presieduta da un Lord. E anche chi comincia a temere, e persino a lamentare in pubblico, i rischi impliciti in pratiche troppo democratiche, davanti a un Lord non ha argomenti. Non si può neanche dire che gli ottimati hanno rimediato alla distrazione o alla connivenza del popolo. Il popolo di Londra, pur senza conoscere tutti i documenti, aveva già emesso il suo giudizio nella grande dimostrazione di quel “sabato” che Ian McEwan ha posto come proemio di un suo romanzo.

Negli anni bui dell’amministrazione di Bush junior, quando l’unipolarismo (sia pure “imperfetto”, come dimostrò Samuel Huntington in un saggio su Foreign Affairs) conferiva poteri assoluti agli Stati Uniti, che avevano vinto la guerra fredda e non mancavano di ricordarlo in tutte le occasioni, il New York Times identificò nell’opinione pubblica “la seconda potenza mondiale”. Allora c’era ancora spazio per una mobilitazione di massa.

 I rapporti di forza, nel 2003 come nel 2016, hanno impedito però e impediscono di trasformare la denuncia in un’azione politica adeguata. Persino la Brexit si è imposta facendo leva probabilmente su motivazioni tutt’altro che nobili. Un argomento forte per il Leave poteva essere proprio l’impotenza dell’Europa di fronte alla “linea rossa” della guerra che attraversa ormai incontrastata i nostri giorni.

 Le rimostranze tante volte espresse, soprattutto dall’Africa, per l’andamento a senso unico della giustizia penale internazionale trovano una conferma perfetta nell’”affare Blair”. L’incriminazione di Bechir o Gbagbo a confronto del trattamento riservato a Blair, chiamato ovunque per conferenze strapagate, e degli incarichi che gli sono stati conferiti a livello internazionale (addirittura nel Medio Oriente), e che forse svolge ancora, sembra fatta apposta per avallare l’impressione di un sistema che, in tutte le sue espressioni, garantisce all’Occidente un’impunità assoluta.

 Naturalmente Blair non fu mai escluso dal G7 o G8 e quando i disastri degli “errori” commessi in Iraq stavano ancora bruciando si improvvisò, con l’aiuto di Bono, benefattore dell’Africa.

Il costo dei privilegi concessi a Blair, come a Bush, ma anche ai capi di stato e di governo che hanno condotto la guerra contro la Serbia in Kosovo e che hanno via via dato vita a tanti interventi militari con o senza Onu in Asia e Africa, “terre vacanti” come ai tempi del colonialismo reale, si fa sentire pesantemente in tutte le crisi. La pax americana dei nostri giorni ricorda la pax britannica all’epoca della regina Vittoria: più di una guerra all’anno secondo la storia dell’imperialismo inglese di fine Ottocento. scritta da Niall Ferguson.

Di sicuro, quando l’anno prossimo l’Europa celebrerà in Campidoglio i 60 anni dei Trattati di Roma, il tema principale sarà la pace che l’unità dell’Europa ha assicurato. L’autoreferenzialità dell’Europa in un’epoca che si vorrebbe caratterizzata dalla globalizzazione nasconde una forma implicita di esclusività che è di per sé una causa di tensione. Che la sfida all’Occidente sia condotta da movimenti spesso di pura distruzione e al servizio di cause inaccettabili è un prodotto dei tempi. Anche nei nostri paesi la “protesta” degli ultimi o dei penultimi assume l’aspetto dell’”antipolitica”. Si deve andare ben oltre le degenerazioni dell’integralismo religioso o identitario per spiegare le forme che ha assunto il “populismo” dei “dannati della terra”.

Rabindranath Tagore, in un ciclo di conferenze pubblicato nel 1917 con il titolo Nationalism, aveva bollato la nazione come un ricettacolo di potere angusto e spietato, tendente a generare conformismo, e si augurava per l’India una fuoriuscita dalle concezioni basate su razza, etnia o religione. Se la coscienza nazionale non si trasformerà in coscienza sociale, scriveva Fanon, non ci sarà nessun riscatto.

Le contraddizioni che inceppano le sorti della storia impersonata dall’Europa portatrice oltremare di modernità e in ultima analisi di liberta ai popoli arabi, asiatici e africani recalcitranti, sono le stesse a cui Edward Said imputa la perdurante sottomissione dell’Oriente e in genere dei colonizzati all’impero reale o virtuale che detta le sue condizioni con la forza. La tragedia della resistenza del Sud e nel Sud contro il colonialismo e le altre forme di subordinazione, anche di quella che si presenta come nazionalista, è che «essa debba lavorare, almeno fino a un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero».

La transizione post-coloniale e post-autoritaria nel sistema globale del Terzo mondo, esteso per l’occasione ai Balcani e al Caucaso, è inquinata dall’asimmetria coloniale. Colonizzato significa oggi essere cose potenzialmente anche molto diverse, in posti diversi e in epoche diverse, ma sempre inferiori.

Il mondo post-coloniale è un mondo dopo il colonialismo ma non senza il colonialismo.

Una delle ossessioni del colonialismo e in genere dell’Occidente nei suoi rapporti con le “aree esterne”– lo sanno bene gli storici indiani e dell’India – è la pretesa incapacità degli “indigeni” di organizzare la propria sovranità e di affrontare i problemi di stabilità o di sviluppo senza un contributo dal Centro. È così che i diritti dei popoli a regime illiberale, Kant avrebbe detto non repubblicani, sono alla mercé della “grande politica”.

Nel clima del post-bipolarismo, al posto del comunismo e della rivoluzione, come nemico dell’Occidente è subentrato il “terrorismo”, per il quale non può valere nessuna comprensione come in fondo poteva accadere per il marxismo o i movimenti di liberazione.

È essenziale (e in un certo senso auspicabile) per il sistema ideologico occidentale che si crei un abisso, anche di moralità, fra l’Occidente civilizzato e quanti per qualsiasi ragione non riescono ad apprezzare l’impegno dell’Occidente. Si è fatta ancora più insistita così la pretesa che solo l’azione, ormai pressoché puramente militare, di una o più potenze occidentali, può tirar fuori gli ex-sudditi degli imperi europei – senza differenze fra Iraq, Libia o Bangladesh – dall’arretratezza e dal pericolo per sé e per gli altri.

Sorgente: IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

Former child soldiers from Sierra Leone were outsourced to private British companies and used as guards in Iraq, a Danish filmmaker told Sputnik.

An investigation has unearthed some surprising and shocking findings that former child soldiers from Sierra Leone, had been outsourced to private British firms by the Sierra Leonean government, according to Danish filmmaker, Mads Ellesoe, who, with the help of a researcher, filmed the story for his documentary “The Child Soldier’s New Job.”

In an exclusive interview with Sputnik, the filmmaker reveals how this situation was one of the worst a person could be put through, also stating how many of these people are living in poverty today.

Thousands of children were forced to fight in Sierra Leone’s 11-year civil war, which ended in 2002. More than 50,000 people were killed in the fighting and many tens of thousands more mutilated or raped by rebels.

By 2009, with Iraq in chaos, impoverished Sierra Leone was looking for a way to engage its workforce, said Maya Mynster Christensen, a researcher at the Danish Institute Against Torture, who made repeated trips to the West African country.

“The film is about former child soldiers from Sierra Leone who were outsourced to British private security services and made to work as guards in Iraq from 2009,” documentary filmmaker Mads Ellesoe told Sputnik.

“The film briefly looks at outsourcing these former child soldiers. It assesses this outsourcing when it is done for the purposes of warfare, as well as the impact on the individuals.”

When asked if the British companies were aware of what was going on, Ellesoe said:

“I am not sure if they knew that former child soldiers were being used. We do not know this.”

Ellesoe ultimately refused to name the companies involved.

“There were several [companies] involved, but I’m sorry I will not be able to tell you specifically who they are.”

However, it was the impact that this experience had on the individuals involved that leaves a truly terrifying picture.

“Some of them are still in Iraq working, but all of them are living in terrible poverty,” the filmmaker told Sputnik.

“Well, I am no psychologist but yes, I spoke to someone who is a counselor and they told me that this is one of the worst things you could do to a person. Take them from one war zone and put them into another. It’s very bad. They would need rehabilitating, but I doubt they got it.”

Ellesoe hopes that this film will be more then just a documentary and that perhaps change can take place as a result.

“For me, I just filmed the piece and put it out into the public arena. I do hope though that something changes as a result of this and awareness is built.”

Sorgente: Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters

The functioning university was bombed as part of a massive daytime barrage against the Islamic State-occupied city of Mosul in Iraq over the weekend. The Pentagon said it is reviewing reports of civilian deaths.

Sorgente: The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters | VICE News

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Daesh razes Iraq’s oldest monastery

The Takfiri Daesh terrorists have destroyed the oldest Christian monastery in Iraq as they continue with their demolition campaign against historical and religious sites in the areas under their control.

Satellite images released by the Associated Press on Wednesday showed a pile of rubble at the location of St. Elijah’s Monastery, situated south of the city of Mosul in northern Iraq.

The monastery, which had survived for more than 1,400 years, is believed to have been damaged at some point in 2014, after Daesh took control of the area in June that year.

Sorgente: PressTV-Daesh razes Iraq’s oldest monastery

Come giustificare attacchi terroristici verso obiettivi italiani

Il Pentagono è furioso. Grazie ad una “gola profonda”, il Corriere della Sera ha potuto rivelare in prima pagina, ieri mattina il 6 ottobre, che il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il suo omologo statunitense Ashton Carter avevano già deciso l’uso, per missioni di bombardamento, dei caccia italiani attualmente in Iraq per i soli compiti di ricognizione. Decisione presa, dunque, ancor prima dell’arrivo del sig. Carter in Italia ieri pomeriggio per la sua visita ufficiale di due giorni, e ancor prima che il Parlamento italiano potesse discutere l’intera questione, come imporrebbe la Costituzione.

La reazione alla notizia di Corsera e la successiva controreazione del governo sono state immediate: grida di scandalo da più parti seguite dal dietrofront del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dei suoi ministri. “Si tratta solo di un’ipotesi”, hanno rassicurato in coro sia Pinotti che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; “Sottoporremo senz’altro la questione al Parlamento prima di decidere definitivamente qualsiasi cosa.”

Quindi Carter lascerà la Capitale oggi sicuramente a mani vuote. Grazie all’anonimo “Chelsea (Bradley) Manning” italiano che svelò la tresca, il governo Renzi fallisce il tentativo di replicare il colpo di mano che il governo di Mario Monti realizzò invece nel luglio del 2012. Infatti, Monti e l’allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola riuscirono ad autorizzare alla chetichella – e sempre in barba alla Costituzione italiana – l’impiego bellico dei caccia tricolore che erano stati inviati in Afghanistan in precedenza per i soli compiti di ricognizione. E i parlamentari, con poche eccezioni, scelsero di sonnecchiare.

Questa volta, qualcuno li ha svegliati.

Pertanto i caccia italiani dislocati a Baghdad rimarranno senza bombe per ora – e, più precisamente, per tutto il tempo necessario al dibattito parlamentare. “Rimanere senza bombe” non significa, naturalmente, che questi aerei non partecipino già ai combattimenti. Anzi, per dirla alla Giovanni Sarrubi, “scattando le foto degli obiettivi da bombardare, sono già un po’ come i complici di un omicidio.” Tuttavia il passaggio da ricognizione a lancio di ordigni non è poco ed è pur sempre gravido di conseguenze.

I pacifisti italiani, dunque, come tutti i cittadini, possono ora usare il margine di tempo ottenuto per alzare la loro voce e far ricordare al Parlamento che il “conflitto” in corso in Iraq è, per ammissione dello stesso governo statunitense, una guerra. Pertanto l’eventuale partecipazione italiana al conflitto non potrà, in nessun modo, essere travestita da “missione di peacekeeping” o di “addestramento delle forze armate irachene”. L’eventuale partecipazione italiana configurerebbe una vera e propria cobelligeranza e pertanto necessita di una formale approvazione parlamentare come tale.

Il parlamento italiano deve dunque decidere se vuole o meno provocare, bombardando l’Iraq, altri morti, altre devastazioni, altri flussi di profughi in Europa – il tutto, poi, non per eliminare l’autoproclamato Stato Islamico (perché ciò non è mai stato il vero obiettivo della cosiddetta Operazione Internazionale Anti-Isis, come si vedrà più avanti), ma solo per poter “contare” diplomaticamente in ipotetici futuri negoziati sulla regione. Ricordiamocelo: le bombe italiane eventualmente sganciate, seppure ai soli fini del contenimento dei jihadisti, colpiranno pur sempre aree popolate da esseri umani innocenti, da infrastrutture civili vitali e da famiglie che, poi, cercheranno per forza scampo e rifugio altrove.

“Ma questi mali sarebbero minori rispetto ai mali che l’Isis infligge alla popolazione”, risponderanno sicuramente i falchi. E, come per incanto, i mass media faranno vedere le foto di orrori dell’Isis finora inediti – nuove decapitazioni o altre distruzioni di patrimoni culturali – per convincere l’opinione pubblica italiana a non opporsi al ricorso alla guerra.

Mentre, in realtà, per sconfiggere l’Isis, non serve la guerra.

Anzi, la guerra serve solo ad aumentare le fila dell’Isis, facilitando il reclutamento di nuovi combattenti jihadisti.

Per sconfiggere l’Isis, basterebbero invece pochi provvedimenti – purché realmente applicati – come i seguenti:

  1. vietare alle industrie d’armamento di Brescia e del Veneto di esportare armi che possono finire, anche indirettamente, nelle mani dell’Isis. L’osservatorio OPAL ha documentato, ad esempio, come le esportazioni italiane di armi alla Turchia siano passate da due a sette milioni di euro, un aumento di tre volte e mezzo, da quando in Siria si sono impiantate le varie formazioni dei guerriglieri. E sono noti i collegamenti tra turchi e Isis lungo il confine siriano. L’Italia deve perciò prenderne atto e ridimensionare le sue esportazioni di armi verso la Turchia, nonché verso le altre regioni confinanti. Inoltre l’Italia deve uscire dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la combriccola che coordina la consegna delle armi nel Levante – persino a gruppi designati “terroristi” dagli USA;

  1. sanzionare i paesi che forniscono, direttamente all’Isis, non solo armi ma furgoncini, attrezzature di telecomunicazioni, divise… insomma, tutto quello di cui necessita un esercito moderno. I capofila di questi paesi sono l’Arabia Saudita e il Qatar;

  1. sanzionare i paesi che consentono all’Isis di incassare i finanziamenti sauditi e qatarioti in danaro liquido per poter pagare gli stipendi dei propri mercenari – in particolare il Kuwait, che lascia passare il denaro attraverso la sua Banca Centrale;

Già questi tre provvedimenti basterebbero per eliminare l’Isis, senza sparare un colpo o sganciare una bomba.

Ma si potrebbe fare anche di più, ad esempio:

  1. sanzionare i paesi che comprano i tesori archeologici rubati dall’Isis nonché il petrolio che l’Isis ruba agli impianti siriani ed iracheni caduti nelle sue mani e che poi vende sottocosto sul mercato nero – qui la lista dei paesi da sanzionare sarebbe lunga e comprenderebbe alcuni ben conosciuti al lettore;

  1. sanzionare i paesi che ammettono i terroristi dell’Isis, feriti o malati, nei loro ospedali per le necessarie cure, prima di rispedirli in combattimento – segnatamente, Israele;

  1. sanzionare i paesi che permettono il continuo transito sul proprio territorio, e il passaggio verso i territori controllati dall’Isis, di lunghissime carovane di Tir carichi di viveri – nella fattispecie, la Turchia. E che dire degli USA, la cui aviazione si guarda bene dal bombardare quelle carovane, perfettamente visibili, ad esempio, mentre attraversano i valichi?

Anzi, che dire degli USA, i cui esponenti di rilievo ammettono di aver creato i tagliagole dell’Isis – anzitutto per rovesciare Assad in Siria e poi per cacciare al Maliki dal potere in Iraq e frammentare il paese per meglio dominarlo. Per convincersene, basta digitare in YouTube Isis Hillary Clinton, oppure Isis General Wesley Clark oppure Isis John McCain. Perciò, l’ultimo provvedimento utile per eliminare l’Isis sarebbe quello di: 

     7.  deferire davanti alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per crimini contro l’umanità i paesi oggettivamente responsabile per la creazione e il foraggiamento dell’Isis. Prove obiettive di colpa per l’”istigazione alla guerra civile” (reato internazionale) abbondano: ad esempio, i leader sauditi e qatarioti si sono spesso vantati in pubblico del loro interventismo.

Conclusione

Il Parlamento italiano viene chiamato in questi giorni ad autorizzare o meno la cobelligeranza italiana in Iraq. E’ dunque il momento ideale, per pacifisti e per chiunque, di sollevare le domande scottanti che normalmente i mass media tenderebbero a censurare. Eccone quattro – e ce ne sono molte altre.

Riterrà il Parlamento italiano che la creazione del gruppo terrorista Isis da parte degli Stati Uniti – nonché la loro creazione del gruppo terrorista al Qaeda in Afghanistan per rovesciare l’allora governo filo-sovietico – conferisca loro d’ufficio la designazione di “Stato Terrorista”? E, in caso affermativo, quali provvedimenti vorrà il Parlamento adottare contro gli USA in conseguenza di tale designazione?

Vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di eliminare l’Isis alla radice, chiudendo i rubinetti dei soldi, delle armi, dei viveri, dell’assistenza e sanzionando i paesi che forniscono tutto ciò, ossia i paesi elencati qui sopra? Certo, esiste un organismo internazionale, il GCFI creatosi proprio a Roma il 19-20 marzo scorso, che dovrebbe fare questo lavoro. Il problema è che è composto in primo luogo proprio dei paesi elencati qui sopra, ossia i paesi che foraggiano l’Isis – proprio come lo è la Coalizione che pretende di “combatterlo”. Perciò, esattamente come i finti bombardamenti alleati contro l’Isis, il finto contrasto del CGFI ai finanziatori dell’Isis è servito a poco. O meglio, è servito solo per “dimostrare” l’estraneità dei paesi membri alla creazione e al foraggiamento dell’Isis, nonché per rassicurare l’opinione pubblica che qualcosa si sta facendo per eliminarlo. Siamo al sommo grado del doppiogiochismo;

Riterrà il Parlamento italiano che, dal momento che l’Isis va sradicato usando mezzi economici e politici (non militari), i caccia e i soldati tricolore, attualmente dislocati in Iraq per scopi parabellici, vadano subito richiamati a casa? L’Italia non deve continuare a fare da “complice agli omicidi” che i suoi alleati stanno commettendo nel Levante. Se l’Italia vuole avere un pretesto per stare in Iraq onde tutelare i suoi interessi petroliferi laggiù, scelga la cooperazione economica, sociale e culturale, non la guerra;

Infine, vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di dire al proprio elettorato che la responsabilità per gli orrori che vediamo nel Levante da quattro anni non è attribuibile in primo luogo al popolo siriano o al popolo iracheno, e nemmeno (totalmente) ai loro leader? Vorrà riconoscere che la responsabilità primaria è dell’Occidente? L’Occidente infatti, cacciato dal Medio Oriente cinque anni fa, ora cerca di tornarci:

  • destabilizzando la regione in vario modo – ultimamente con l’Isis – per avere la scusa di impiantare di nuovo le proprie basi militari (e ci sta riuscendo), e

  • frantumando l’Iraq e la Siria, geograficamente e demograficamente, in zone contrapposte, costantemente in guerra civile, aperta o strisciante. Il tutto per consentire un più facile dominio occidentale della regione (“tra due litiganti…”).

Inoltre – e va pure detto all’elettorato, per quanto scottante – la frantumazione dell’Iraq e della Siria e il loro invischiamento in guerre civili striscianti, ha un ulteriore scopo: consente allo Stato israeliano di sbarazzarsi di altre due potenze regionali in grado di tenerle testa. (Israele ha già ottenuto la distruzione della Giamahiria Libica, nemico giurato, e sta attivamente perseguendo la destabilizzazione della Repubblica dell’Iran, così da avere mano libera nell’intera regione.)

Un anno fa chi scrive ha già denunciato tutte queste nefandezze in un articolo su Peacelink intitolato “La III Guerra in Iraq è iniziata”, facendo alcune previsioni e raccomandando le misure indicate qui sopra (sanzioni, deferimenti). Purtroppo, 14 mesi dopo, le previsioni si sono rivelate esatte ma le raccomandazioni sono state totalmente ignorate. Ed ora? C’è chi vorrà riproporle mentre siamo ancora in tempo?

Ecco, dunque, quattro quesiti scottanti che i pacifisti (e non) potranno rivolgere ai propri parlamentari durante questa pausa di riflessione.

Il Parlamento ci ascolterà questa volta? Oppure sceglierà di timbrare d’ufficio la richiesta di cui il sig. Carter è stato il latore oggi: la cobelligeranza italiana in Iraq?

La cobelligeranza significherà – ed ogni parlamentare deve esserne consapevole – far partecipare l’Italia alla crudele farsa dei “bombardamenti anti Isis”. Crudele perché, ancora una volta, causerà necessariamente morti, distruzioni, sfollamenti. Farsa perché questi bombardamenti sono programmaticamente, come già detto, di puro contenimento e forse neanche quello. Infatti, non hanno eliminato nessuno dei più importanti depositi e centri di comando dell’Isis, quelli che la Russia, invece, sta distruggendo ora – e sul serio – mettendo a nudo l’Operazione Anti Isis (ma sarebbe meglio chiamarla Operazione Big Bluff) del Pentagono.

E’ questo il ruolo che l’Italia vorrà svolgere nel mondo? Comparsa in una crudele ed inutile farsa?

Ci auguriamo di no. L’Italia può fare di meglio. Questo articolo suggerisce alcuni provvedimenti anti Isis più efficaci delle bombe e che porrebbero pure fine all’intervento russo.  Ma se sembrano troppo radicali, non importa, ce ne saranno sicuramente altri: serve ora l’immaginazione al potere.

thanks to: Peacelink