IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Di Gian Paolo Calchi Novati

Roma, 12 luglio 2016, Nena News – Come ha scritto Chomsky, il mondo occidentale, grazie ai suoi valori e al suo sistema istituzionale, si distingue da altre civiltà perché è capace di riconoscere i massacri che commette o sono commessi in suo nome.  Avendo in mente questo postulato, la vicenda della Commissione Chilcot, che ha indagato sulle responsabilità del governo inglese nella guerra in Iraq del 2003, assume l’aspetto di un apologo che trascende gli eventi specifici.

Un organo espresso dall’establishment di una grande potenza occidentale, – che aveva appena compiuto il passo, falso secondo alcuni benpensanti gelosi di antichi privilegi, di far decidere al popolo il proprio futuro europeo – ha rivelato le falsità e in ultima analisi i crimini dello Stato e personalmente del capo del governo in occasione di un evento di grande portata, che non ha ancora finito di proiettare le sue tragiche conseguenze su tutti noi.

La Commissione era presieduta da un Lord. E anche chi comincia a temere, e persino a lamentare in pubblico, i rischi impliciti in pratiche troppo democratiche, davanti a un Lord non ha argomenti. Non si può neanche dire che gli ottimati hanno rimediato alla distrazione o alla connivenza del popolo. Il popolo di Londra, pur senza conoscere tutti i documenti, aveva già emesso il suo giudizio nella grande dimostrazione di quel “sabato” che Ian McEwan ha posto come proemio di un suo romanzo.

Negli anni bui dell’amministrazione di Bush junior, quando l’unipolarismo (sia pure “imperfetto”, come dimostrò Samuel Huntington in un saggio su Foreign Affairs) conferiva poteri assoluti agli Stati Uniti, che avevano vinto la guerra fredda e non mancavano di ricordarlo in tutte le occasioni, il New York Times identificò nell’opinione pubblica “la seconda potenza mondiale”. Allora c’era ancora spazio per una mobilitazione di massa.

 I rapporti di forza, nel 2003 come nel 2016, hanno impedito però e impediscono di trasformare la denuncia in un’azione politica adeguata. Persino la Brexit si è imposta facendo leva probabilmente su motivazioni tutt’altro che nobili. Un argomento forte per il Leave poteva essere proprio l’impotenza dell’Europa di fronte alla “linea rossa” della guerra che attraversa ormai incontrastata i nostri giorni.

 Le rimostranze tante volte espresse, soprattutto dall’Africa, per l’andamento a senso unico della giustizia penale internazionale trovano una conferma perfetta nell’”affare Blair”. L’incriminazione di Bechir o Gbagbo a confronto del trattamento riservato a Blair, chiamato ovunque per conferenze strapagate, e degli incarichi che gli sono stati conferiti a livello internazionale (addirittura nel Medio Oriente), e che forse svolge ancora, sembra fatta apposta per avallare l’impressione di un sistema che, in tutte le sue espressioni, garantisce all’Occidente un’impunità assoluta.

 Naturalmente Blair non fu mai escluso dal G7 o G8 e quando i disastri degli “errori” commessi in Iraq stavano ancora bruciando si improvvisò, con l’aiuto di Bono, benefattore dell’Africa.

Il costo dei privilegi concessi a Blair, come a Bush, ma anche ai capi di stato e di governo che hanno condotto la guerra contro la Serbia in Kosovo e che hanno via via dato vita a tanti interventi militari con o senza Onu in Asia e Africa, “terre vacanti” come ai tempi del colonialismo reale, si fa sentire pesantemente in tutte le crisi. La pax americana dei nostri giorni ricorda la pax britannica all’epoca della regina Vittoria: più di una guerra all’anno secondo la storia dell’imperialismo inglese di fine Ottocento. scritta da Niall Ferguson.

Di sicuro, quando l’anno prossimo l’Europa celebrerà in Campidoglio i 60 anni dei Trattati di Roma, il tema principale sarà la pace che l’unità dell’Europa ha assicurato. L’autoreferenzialità dell’Europa in un’epoca che si vorrebbe caratterizzata dalla globalizzazione nasconde una forma implicita di esclusività che è di per sé una causa di tensione. Che la sfida all’Occidente sia condotta da movimenti spesso di pura distruzione e al servizio di cause inaccettabili è un prodotto dei tempi. Anche nei nostri paesi la “protesta” degli ultimi o dei penultimi assume l’aspetto dell’”antipolitica”. Si deve andare ben oltre le degenerazioni dell’integralismo religioso o identitario per spiegare le forme che ha assunto il “populismo” dei “dannati della terra”.

Rabindranath Tagore, in un ciclo di conferenze pubblicato nel 1917 con il titolo Nationalism, aveva bollato la nazione come un ricettacolo di potere angusto e spietato, tendente a generare conformismo, e si augurava per l’India una fuoriuscita dalle concezioni basate su razza, etnia o religione. Se la coscienza nazionale non si trasformerà in coscienza sociale, scriveva Fanon, non ci sarà nessun riscatto.

Le contraddizioni che inceppano le sorti della storia impersonata dall’Europa portatrice oltremare di modernità e in ultima analisi di liberta ai popoli arabi, asiatici e africani recalcitranti, sono le stesse a cui Edward Said imputa la perdurante sottomissione dell’Oriente e in genere dei colonizzati all’impero reale o virtuale che detta le sue condizioni con la forza. La tragedia della resistenza del Sud e nel Sud contro il colonialismo e le altre forme di subordinazione, anche di quella che si presenta come nazionalista, è che «essa debba lavorare, almeno fino a un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero».

La transizione post-coloniale e post-autoritaria nel sistema globale del Terzo mondo, esteso per l’occasione ai Balcani e al Caucaso, è inquinata dall’asimmetria coloniale. Colonizzato significa oggi essere cose potenzialmente anche molto diverse, in posti diversi e in epoche diverse, ma sempre inferiori.

Il mondo post-coloniale è un mondo dopo il colonialismo ma non senza il colonialismo.

Una delle ossessioni del colonialismo e in genere dell’Occidente nei suoi rapporti con le “aree esterne”– lo sanno bene gli storici indiani e dell’India – è la pretesa incapacità degli “indigeni” di organizzare la propria sovranità e di affrontare i problemi di stabilità o di sviluppo senza un contributo dal Centro. È così che i diritti dei popoli a regime illiberale, Kant avrebbe detto non repubblicani, sono alla mercé della “grande politica”.

Nel clima del post-bipolarismo, al posto del comunismo e della rivoluzione, come nemico dell’Occidente è subentrato il “terrorismo”, per il quale non può valere nessuna comprensione come in fondo poteva accadere per il marxismo o i movimenti di liberazione.

È essenziale (e in un certo senso auspicabile) per il sistema ideologico occidentale che si crei un abisso, anche di moralità, fra l’Occidente civilizzato e quanti per qualsiasi ragione non riescono ad apprezzare l’impegno dell’Occidente. Si è fatta ancora più insistita così la pretesa che solo l’azione, ormai pressoché puramente militare, di una o più potenze occidentali, può tirar fuori gli ex-sudditi degli imperi europei – senza differenze fra Iraq, Libia o Bangladesh – dall’arretratezza e dal pericolo per sé e per gli altri.

Sorgente: IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

Former child soldiers from Sierra Leone were outsourced to private British companies and used as guards in Iraq, a Danish filmmaker told Sputnik.

An investigation has unearthed some surprising and shocking findings that former child soldiers from Sierra Leone, had been outsourced to private British firms by the Sierra Leonean government, according to Danish filmmaker, Mads Ellesoe, who, with the help of a researcher, filmed the story for his documentary “The Child Soldier’s New Job.”

In an exclusive interview with Sputnik, the filmmaker reveals how this situation was one of the worst a person could be put through, also stating how many of these people are living in poverty today.

Thousands of children were forced to fight in Sierra Leone’s 11-year civil war, which ended in 2002. More than 50,000 people were killed in the fighting and many tens of thousands more mutilated or raped by rebels.

By 2009, with Iraq in chaos, impoverished Sierra Leone was looking for a way to engage its workforce, said Maya Mynster Christensen, a researcher at the Danish Institute Against Torture, who made repeated trips to the West African country.

“The film is about former child soldiers from Sierra Leone who were outsourced to British private security services and made to work as guards in Iraq from 2009,” documentary filmmaker Mads Ellesoe told Sputnik.

“The film briefly looks at outsourcing these former child soldiers. It assesses this outsourcing when it is done for the purposes of warfare, as well as the impact on the individuals.”

When asked if the British companies were aware of what was going on, Ellesoe said:

“I am not sure if they knew that former child soldiers were being used. We do not know this.”

Ellesoe ultimately refused to name the companies involved.

“There were several [companies] involved, but I’m sorry I will not be able to tell you specifically who they are.”

However, it was the impact that this experience had on the individuals involved that leaves a truly terrifying picture.

“Some of them are still in Iraq working, but all of them are living in terrible poverty,” the filmmaker told Sputnik.

“Well, I am no psychologist but yes, I spoke to someone who is a counselor and they told me that this is one of the worst things you could do to a person. Take them from one war zone and put them into another. It’s very bad. They would need rehabilitating, but I doubt they got it.”

Ellesoe hopes that this film will be more then just a documentary and that perhaps change can take place as a result.

“For me, I just filmed the piece and put it out into the public arena. I do hope though that something changes as a result of this and awareness is built.”

Sorgente: Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters

The functioning university was bombed as part of a massive daytime barrage against the Islamic State-occupied city of Mosul in Iraq over the weekend. The Pentagon said it is reviewing reports of civilian deaths.

Sorgente: The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters | VICE News

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Daesh razes Iraq’s oldest monastery

The Takfiri Daesh terrorists have destroyed the oldest Christian monastery in Iraq as they continue with their demolition campaign against historical and religious sites in the areas under their control.

Satellite images released by the Associated Press on Wednesday showed a pile of rubble at the location of St. Elijah’s Monastery, situated south of the city of Mosul in northern Iraq.

The monastery, which had survived for more than 1,400 years, is believed to have been damaged at some point in 2014, after Daesh took control of the area in June that year.

Sorgente: PressTV-Daesh razes Iraq’s oldest monastery

Come giustificare attacchi terroristici verso obiettivi italiani

Il Pentagono è furioso. Grazie ad una “gola profonda”, il Corriere della Sera ha potuto rivelare in prima pagina, ieri mattina il 6 ottobre, che il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il suo omologo statunitense Ashton Carter avevano già deciso l’uso, per missioni di bombardamento, dei caccia italiani attualmente in Iraq per i soli compiti di ricognizione. Decisione presa, dunque, ancor prima dell’arrivo del sig. Carter in Italia ieri pomeriggio per la sua visita ufficiale di due giorni, e ancor prima che il Parlamento italiano potesse discutere l’intera questione, come imporrebbe la Costituzione.

La reazione alla notizia di Corsera e la successiva controreazione del governo sono state immediate: grida di scandalo da più parti seguite dal dietrofront del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dei suoi ministri. “Si tratta solo di un’ipotesi”, hanno rassicurato in coro sia Pinotti che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; “Sottoporremo senz’altro la questione al Parlamento prima di decidere definitivamente qualsiasi cosa.”

Quindi Carter lascerà la Capitale oggi sicuramente a mani vuote. Grazie all’anonimo “Chelsea (Bradley) Manning” italiano che svelò la tresca, il governo Renzi fallisce il tentativo di replicare il colpo di mano che il governo di Mario Monti realizzò invece nel luglio del 2012. Infatti, Monti e l’allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola riuscirono ad autorizzare alla chetichella – e sempre in barba alla Costituzione italiana – l’impiego bellico dei caccia tricolore che erano stati inviati in Afghanistan in precedenza per i soli compiti di ricognizione. E i parlamentari, con poche eccezioni, scelsero di sonnecchiare.

Questa volta, qualcuno li ha svegliati.

Pertanto i caccia italiani dislocati a Baghdad rimarranno senza bombe per ora – e, più precisamente, per tutto il tempo necessario al dibattito parlamentare. “Rimanere senza bombe” non significa, naturalmente, che questi aerei non partecipino già ai combattimenti. Anzi, per dirla alla Giovanni Sarrubi, “scattando le foto degli obiettivi da bombardare, sono già un po’ come i complici di un omicidio.” Tuttavia il passaggio da ricognizione a lancio di ordigni non è poco ed è pur sempre gravido di conseguenze.

I pacifisti italiani, dunque, come tutti i cittadini, possono ora usare il margine di tempo ottenuto per alzare la loro voce e far ricordare al Parlamento che il “conflitto” in corso in Iraq è, per ammissione dello stesso governo statunitense, una guerra. Pertanto l’eventuale partecipazione italiana al conflitto non potrà, in nessun modo, essere travestita da “missione di peacekeeping” o di “addestramento delle forze armate irachene”. L’eventuale partecipazione italiana configurerebbe una vera e propria cobelligeranza e pertanto necessita di una formale approvazione parlamentare come tale.

Il parlamento italiano deve dunque decidere se vuole o meno provocare, bombardando l’Iraq, altri morti, altre devastazioni, altri flussi di profughi in Europa – il tutto, poi, non per eliminare l’autoproclamato Stato Islamico (perché ciò non è mai stato il vero obiettivo della cosiddetta Operazione Internazionale Anti-Isis, come si vedrà più avanti), ma solo per poter “contare” diplomaticamente in ipotetici futuri negoziati sulla regione. Ricordiamocelo: le bombe italiane eventualmente sganciate, seppure ai soli fini del contenimento dei jihadisti, colpiranno pur sempre aree popolate da esseri umani innocenti, da infrastrutture civili vitali e da famiglie che, poi, cercheranno per forza scampo e rifugio altrove.

“Ma questi mali sarebbero minori rispetto ai mali che l’Isis infligge alla popolazione”, risponderanno sicuramente i falchi. E, come per incanto, i mass media faranno vedere le foto di orrori dell’Isis finora inediti – nuove decapitazioni o altre distruzioni di patrimoni culturali – per convincere l’opinione pubblica italiana a non opporsi al ricorso alla guerra.

Mentre, in realtà, per sconfiggere l’Isis, non serve la guerra.

Anzi, la guerra serve solo ad aumentare le fila dell’Isis, facilitando il reclutamento di nuovi combattenti jihadisti.

Per sconfiggere l’Isis, basterebbero invece pochi provvedimenti – purché realmente applicati – come i seguenti:

  1. vietare alle industrie d’armamento di Brescia e del Veneto di esportare armi che possono finire, anche indirettamente, nelle mani dell’Isis. L’osservatorio OPAL ha documentato, ad esempio, come le esportazioni italiane di armi alla Turchia siano passate da due a sette milioni di euro, un aumento di tre volte e mezzo, da quando in Siria si sono impiantate le varie formazioni dei guerriglieri. E sono noti i collegamenti tra turchi e Isis lungo il confine siriano. L’Italia deve perciò prenderne atto e ridimensionare le sue esportazioni di armi verso la Turchia, nonché verso le altre regioni confinanti. Inoltre l’Italia deve uscire dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la combriccola che coordina la consegna delle armi nel Levante – persino a gruppi designati “terroristi” dagli USA;

  1. sanzionare i paesi che forniscono, direttamente all’Isis, non solo armi ma furgoncini, attrezzature di telecomunicazioni, divise… insomma, tutto quello di cui necessita un esercito moderno. I capofila di questi paesi sono l’Arabia Saudita e il Qatar;

  1. sanzionare i paesi che consentono all’Isis di incassare i finanziamenti sauditi e qatarioti in danaro liquido per poter pagare gli stipendi dei propri mercenari – in particolare il Kuwait, che lascia passare il denaro attraverso la sua Banca Centrale;

Già questi tre provvedimenti basterebbero per eliminare l’Isis, senza sparare un colpo o sganciare una bomba.

Ma si potrebbe fare anche di più, ad esempio:

  1. sanzionare i paesi che comprano i tesori archeologici rubati dall’Isis nonché il petrolio che l’Isis ruba agli impianti siriani ed iracheni caduti nelle sue mani e che poi vende sottocosto sul mercato nero – qui la lista dei paesi da sanzionare sarebbe lunga e comprenderebbe alcuni ben conosciuti al lettore;

  1. sanzionare i paesi che ammettono i terroristi dell’Isis, feriti o malati, nei loro ospedali per le necessarie cure, prima di rispedirli in combattimento – segnatamente, Israele;

  1. sanzionare i paesi che permettono il continuo transito sul proprio territorio, e il passaggio verso i territori controllati dall’Isis, di lunghissime carovane di Tir carichi di viveri – nella fattispecie, la Turchia. E che dire degli USA, la cui aviazione si guarda bene dal bombardare quelle carovane, perfettamente visibili, ad esempio, mentre attraversano i valichi?

Anzi, che dire degli USA, i cui esponenti di rilievo ammettono di aver creato i tagliagole dell’Isis – anzitutto per rovesciare Assad in Siria e poi per cacciare al Maliki dal potere in Iraq e frammentare il paese per meglio dominarlo. Per convincersene, basta digitare in YouTube Isis Hillary Clinton, oppure Isis General Wesley Clark oppure Isis John McCain. Perciò, l’ultimo provvedimento utile per eliminare l’Isis sarebbe quello di: 

     7.  deferire davanti alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per crimini contro l’umanità i paesi oggettivamente responsabile per la creazione e il foraggiamento dell’Isis. Prove obiettive di colpa per l’”istigazione alla guerra civile” (reato internazionale) abbondano: ad esempio, i leader sauditi e qatarioti si sono spesso vantati in pubblico del loro interventismo.

Conclusione

Il Parlamento italiano viene chiamato in questi giorni ad autorizzare o meno la cobelligeranza italiana in Iraq. E’ dunque il momento ideale, per pacifisti e per chiunque, di sollevare le domande scottanti che normalmente i mass media tenderebbero a censurare. Eccone quattro – e ce ne sono molte altre.

Riterrà il Parlamento italiano che la creazione del gruppo terrorista Isis da parte degli Stati Uniti – nonché la loro creazione del gruppo terrorista al Qaeda in Afghanistan per rovesciare l’allora governo filo-sovietico – conferisca loro d’ufficio la designazione di “Stato Terrorista”? E, in caso affermativo, quali provvedimenti vorrà il Parlamento adottare contro gli USA in conseguenza di tale designazione?

Vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di eliminare l’Isis alla radice, chiudendo i rubinetti dei soldi, delle armi, dei viveri, dell’assistenza e sanzionando i paesi che forniscono tutto ciò, ossia i paesi elencati qui sopra? Certo, esiste un organismo internazionale, il GCFI creatosi proprio a Roma il 19-20 marzo scorso, che dovrebbe fare questo lavoro. Il problema è che è composto in primo luogo proprio dei paesi elencati qui sopra, ossia i paesi che foraggiano l’Isis – proprio come lo è la Coalizione che pretende di “combatterlo”. Perciò, esattamente come i finti bombardamenti alleati contro l’Isis, il finto contrasto del CGFI ai finanziatori dell’Isis è servito a poco. O meglio, è servito solo per “dimostrare” l’estraneità dei paesi membri alla creazione e al foraggiamento dell’Isis, nonché per rassicurare l’opinione pubblica che qualcosa si sta facendo per eliminarlo. Siamo al sommo grado del doppiogiochismo;

Riterrà il Parlamento italiano che, dal momento che l’Isis va sradicato usando mezzi economici e politici (non militari), i caccia e i soldati tricolore, attualmente dislocati in Iraq per scopi parabellici, vadano subito richiamati a casa? L’Italia non deve continuare a fare da “complice agli omicidi” che i suoi alleati stanno commettendo nel Levante. Se l’Italia vuole avere un pretesto per stare in Iraq onde tutelare i suoi interessi petroliferi laggiù, scelga la cooperazione economica, sociale e culturale, non la guerra;

Infine, vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di dire al proprio elettorato che la responsabilità per gli orrori che vediamo nel Levante da quattro anni non è attribuibile in primo luogo al popolo siriano o al popolo iracheno, e nemmeno (totalmente) ai loro leader? Vorrà riconoscere che la responsabilità primaria è dell’Occidente? L’Occidente infatti, cacciato dal Medio Oriente cinque anni fa, ora cerca di tornarci:

  • destabilizzando la regione in vario modo – ultimamente con l’Isis – per avere la scusa di impiantare di nuovo le proprie basi militari (e ci sta riuscendo), e

  • frantumando l’Iraq e la Siria, geograficamente e demograficamente, in zone contrapposte, costantemente in guerra civile, aperta o strisciante. Il tutto per consentire un più facile dominio occidentale della regione (“tra due litiganti…”).

Inoltre – e va pure detto all’elettorato, per quanto scottante – la frantumazione dell’Iraq e della Siria e il loro invischiamento in guerre civili striscianti, ha un ulteriore scopo: consente allo Stato israeliano di sbarazzarsi di altre due potenze regionali in grado di tenerle testa. (Israele ha già ottenuto la distruzione della Giamahiria Libica, nemico giurato, e sta attivamente perseguendo la destabilizzazione della Repubblica dell’Iran, così da avere mano libera nell’intera regione.)

Un anno fa chi scrive ha già denunciato tutte queste nefandezze in un articolo su Peacelink intitolato “La III Guerra in Iraq è iniziata”, facendo alcune previsioni e raccomandando le misure indicate qui sopra (sanzioni, deferimenti). Purtroppo, 14 mesi dopo, le previsioni si sono rivelate esatte ma le raccomandazioni sono state totalmente ignorate. Ed ora? C’è chi vorrà riproporle mentre siamo ancora in tempo?

Ecco, dunque, quattro quesiti scottanti che i pacifisti (e non) potranno rivolgere ai propri parlamentari durante questa pausa di riflessione.

Il Parlamento ci ascolterà questa volta? Oppure sceglierà di timbrare d’ufficio la richiesta di cui il sig. Carter è stato il latore oggi: la cobelligeranza italiana in Iraq?

La cobelligeranza significherà – ed ogni parlamentare deve esserne consapevole – far partecipare l’Italia alla crudele farsa dei “bombardamenti anti Isis”. Crudele perché, ancora una volta, causerà necessariamente morti, distruzioni, sfollamenti. Farsa perché questi bombardamenti sono programmaticamente, come già detto, di puro contenimento e forse neanche quello. Infatti, non hanno eliminato nessuno dei più importanti depositi e centri di comando dell’Isis, quelli che la Russia, invece, sta distruggendo ora – e sul serio – mettendo a nudo l’Operazione Anti Isis (ma sarebbe meglio chiamarla Operazione Big Bluff) del Pentagono.

E’ questo il ruolo che l’Italia vorrà svolgere nel mondo? Comparsa in una crudele ed inutile farsa?

Ci auguriamo di no. L’Italia può fare di meglio. Questo articolo suggerisce alcuni provvedimenti anti Isis più efficaci delle bombe e che porrebbero pure fine all’intervento russo.  Ma se sembrano troppo radicali, non importa, ce ne saranno sicuramente altri: serve ora l’immaginazione al potere.

thanks to: Peacelink

Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

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Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
Fars
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Fars
Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

thanks to: Pressenza

Fermare la guerra e la distruzione di Siria, Iraq e Yemen

TRE ASSOCIAZIONI FIRMANO UN APPELLO CONTRO LA DISTRUZIONE DI SIRIA, IRAQ E MEDIORIENTE

L’urgenza è assoluta. L’avanzata mortale del sedicente Stato islamico e di altri gruppi fanatici in Siria e Iraq – ma anche in Yemen – può finire di uccidere il Medioriente ed è il frutto della complicità e cecità dei paesi Nato e delle petromonarchie loro alleate. Il documento che segue, firmato da tre organizzazioni di attivisti e fondato su fatti inequivocabili, intende lanciare l’allarme. Si rivolge a tutti. Tutti possono agire. Basta con l’inerzia degli ultimi anni. I popoli e i movimenti devono far pressione sui governi coinvolti in questa immane tragedia affinché si dissocino e boicottino chi l’ha provocata e ne è tuttora complice diretto o indiretto. Ma ci rivolgiamo anche ai paesi non occidentali (popoli e governi), affinché prendano in mano la situazione, isolando appunto i responsabili diretti e indiretti. (Marinella Correggia).

Dunque l’Occidente vuole che l’Isis prenda Siria, Iraq, Yemen…?  L’evidente incapacità della sedicente “coalizione internazionale anti-Isis” di fronte all’avanzata di terroristi – non solo Isis – in Siria e Iraq è forse frutto di una strategia? Il ministro Alfano ha detto in Parlamento: “Facciamo parte della grande comunità occidentale che combatte al meglio il terrorismo”. Doveva dire: “La comunità occidentale che aiuta al meglio il terrorismo”.

Perché in Iraq a Ramadi nella provincia di Anbar la sedicente coalizione anti-Isis non è riuscita a fermare con bombardamenti aerei una visibilissima e isolata colonna motorizzata di terroristi armati nel deserto iracheno? Come mai gli Usa hanno intimato giorni fa al governo iracheno di respingere nelle retrovie le milizie sciite anti-Isis, e lo stesso è accaduto a Tikrit?

Come mai l’Italia non vede quel che sta succedendo a Palmira e in tante altre parti della Siria dove l’avanzata dei terroristi lascia una scia di assassini settari? Come mai non vede che se le forze jihadiste prenderanno il paese, la mattanza in corso si estenderà dappertutto assumendo dimensioni inimmaginabili di vendetta settaria e catastrofe umanitaria? Presto non ci sarà un luogo dove fuggire. L’unica forza residua che può contrastare questa funesta prospettiva è il governo e l’esercito siriano, in grave difficoltà per la mancanza di rifornimenti e – ormai – la scarsità di uomini. Quindi esortiamo i governi coinvolti a far prevalere la ragione. Mettere da parte ogni considerazione di natura politica e salvaguardare la vita umana: il pericolo che incombe non è solo un pericolo per i siriani, è un pericolo per tutti, è il pericolo che diciamo a parole di voler fronteggiare anche nei nostri paesi. Bisogna togliere dall’agenda l’obiettivo di rovesciare il governo siriano.

Perché invece l’Occidente lavora per indebolire l’esercito siriano, avversario dell’Isis, addestrando i gruppi armati islamisti – lo fanno gli Usa in Turchia e Giordania con la coalizione di salafiti, al Nusra, Fratelli musulmani detta Esercito della Conquista che controlla Idlib?

Perché l’Italia e i paesi occidentali non interrompono le collusioni dirette e indirette che favoriscono l’avanzata delle forze jihadiste in Siria e Iraq, dove diversi membri della sedicente coalizione anti-Isis (Arabia saudita, Turchia, Qatar, Stati uniti) continuano ad appoggiare – violando oltretutto il diritto internazionale l’avanzata di gruppi terroristi rifornendoli di armi e denaro, facendoli passare attraverso le frontiere, addestrandoli? Del resto da documenti statunitensi de-secretati, questa strategia in funzione antiAssad era già portata avanti dall’Intelligence Defence Agency nel 2012

Perché il sedicente “Gruppo di lavoro per il contrasto al finanziamento dello Stato islamico” presieduto da Arabia Saudita, Italia e Stati uniti non fa nulla?  Doveva contrastare lo sfruttamento delle risorse della regione (petrolio, beni archeologici, depositi bancari trafugati), interrompere il flusso di fondi dall’estero (donazioni o riscatti). In due mesi ha forse fatto il contrario? L’Isis ottiene quel che vuole ed “esporta” petrolio. A chi?

Perché l’Italia ha come primo acquirente di armi l’impresentabile Arabia saudita con il rischio che i sauditi regalino armi italiane all’Isis o ad altri gruppi terroristi?  Secondo lo stesso ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford, ha praticamente fondato – con consenso Usa – l’Isis nella regione per destabilizzare Siria e Iraq, alleati dell’Iran.

Perché l’Italia non si è opposta ai bombardamenti dell’Arabia saudita sullo Yemen che hanno causato moltissimi morti civili e danni enormi in un paese povero, favorendo al Qaeda? Perché l’Italia continua a essere complice della distruzione di interi paesi?

Perché la sedicente Coalizione anti-Daesh raduna i padrini di tutte le al Qaede, Stati che hanno alimentato, protetto, foraggiato, politicamente agevolato i gruppi terroristi? Prima con la guerra di Bush in Iraq. Poi con la guerra della Nato in Libia nella quale la Nato fece da aviazione a gruppi estremisti poi migrati nell’Isis . Poi con il sostegno a “ribelli” siriani.

Firmato: Rete No War, Coordinamento nazionale SiriaPax, Assadakah Centro italo-arabo e del Mediterraneo

thanks to: Pressenza

Mandare armi e militari in Iraq peggiora la situazione

Chiediamo che il Parlamento fermi le scelte del Governo italiano
Fonte: Rete Disarmo – 17 ottobre 2014

Ancora una scelta militare per l’Iraq: secondo le dichiarazioni alla Camera del Ministro Pinotti non solo mezzi e aerei ma anche l’intervento di oltre duecento uomini. Una scelta sbagliata e inaccettabile – soprattutto se non avrà un nuovo vaglio parlamentare – che spinge la Rete Italiana per il Disarmo a rilanciare la richiesta al Governo di maggiori dettagli e una supervisione parlamentare e della società civile sull’invio di materiale bellico, e ora forse di militari, in Iraq.

Tutto questo mentre i recenti bombardamenti sulle postazioni della milizia dello Stato islamico hanno in realtà rafforzato la situazione sul terreno di ISIS piuttosto che indebolirla


Audizione Pinotti Nel corso di un’audizione presso le Commissioni congiunte Esteri e Difesa della Camera la Ministro della difesa Pinotti ha annunciato ieri una importante accelerata quantitativa e qualitativa del supporto militare italiano alla coalizione contro l’Isis in Iraq. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferito, nuovi mezzi (aereo per rifornimento, due droni Predator) e soprattutto uomini (circa 200 istruttori) saranno inviati nel teatro delle operazioni della coalizione internazionale a sostegno in particolare dei combattenti curdi. Il tutto senza un nuovo passaggio di voto parlamentare poiché, secondo quanto viene riferito in dichiarazioni dal Ministro, sia dai Presidenti delle Commissioni che dal Governo viene considerato sufficiente il voto avvenuto a metà agosto, in altro contesto e con tutti altri dati a disposizione.

L’audizione del Ministro Pinotti segue di soli pochi giorni il comunicato emesso a seguito del Consiglio Supremo di Difesa che, mancando di indicare le vittime reali delle azioni di pulizia culturale dell’ISIS, appare preoccupato solo dei ‘rischi rilevanti per l’Europa e per l’Italia’ a seguito della pressione militare dell’ISIS in Siria e in Iraq. Una dichiarazione tardiva ed inaccettabile che sarà seguita da un’azione militare illegittima ed inadeguata a proteggere le popolazioni vittime della violenza dell’ISIS. Ci saremmo invece aspettati dal maggior organo consultivo del Presidente della Repubblica un forte e chiaro richiamo sulla sottovalutazione della gravità della situazione per le reali vittime del conflitto e soprattutto per le gravi mancanze del nostro Paese e dei governi dell’Unione europea nel promuove una precisa azione in ambito delle Nazioni Unite secondo la “responsabilità nel proteggere”. Responsabilità che abbiamo chiaramente indicato già da agosto e che non è stata presa in considerazione da parte del Governo Renzi che ha scelto l’invio di armi senza mandato delle Nazioni Unite e una politica forte ad esso connessa.

La Rete italiana per il Disarmo ribadisce ancora una volta che non sarà certo un intervento militare a risolvere la situazione irachena. Anzi, come sottolineano diversi analisti internazionali (dettagli in calce), i recenti bombardamenti sulle postazioni della milizia dello Stato islamico hanno in realtà rafforzato la situazione sul terreno di ISIS piuttosto che indebolirla. Purtroppo oggi in Iraq si vedono i risultati negativi di uno sforzo prettamente militare, senza strategia politica e senza reale impegno diplomatico, della Coalizione internazionale: lo Stato Islamico continua ad avanzare in molte province, e le principali fazioni armate sunnite irachene hanno deciso di non schierarsi apertamente contro di esso. “Rimarranno neutrali tra il governo e l’IS – sottolinea la presidente di Un Ponte per Martina Pignatti – in quanto gli incontri diplomatici con il nuovo governo per dar vita a una coalizione nazionale contro ‘Daesh’ sono falliti. Se le parti accettano di incontrarsi e non trovano un accordo, buona parte della responsabilità va sempre all’assenza di un mediatore forte, capace e credibile: proprio quella è la sedia lasciata vuota dalla comunità internazionale”. In queste settimane il Governo iracheno non è riuscito nemmeno a mantenere l’impegno a fermare i bombardamenti sui quartieri civili di tante città sunnite, e mentre le armi proliferano il tanto auspicato dialogo nazionale si ferma. “Per individuare soluzioni politiche occorre ripartire dall’analisi dei problemi che stanno alla radice di questa guerra – continua Martina Pignatti – come hanno fatto recentemente tanti autori italiani e iracheni del volume “La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna” a cura di Osservatorio Iraq con la collaborazione di Un ponte per. Con l’intento di approfondire, analizzare e far conoscere l’Iraq al di là delle cronache fredde e immediate, questo volume cerca di tornare alla storia del Paese e dare voce all’altro Iraq che immagina un futuro democratico”.

Comnattimenti Iraq Di particolare preoccupazione l’intenzione di inviare uomini, circa  200 come detto, nel teatro delle operazioni. Se è pur vero che si dovrebbe trattare di addestratori non combattenti è altrettanto chiaro come ciò renda ancora più diretto il coinvolgimento dell’Italia in un’operazione di conflitto, che dovrebbe essere decisa invece esplicitamente dal Parlamento sovrano. A tutto questo si aggiunge anche l’intenzione, annunciata sempre ieri dal Ministro Pinotti, di rinnovare il sostegno ai Peshmerga con nuove spedizioni di materiale d’armamento (eppure sino a pochi giorni il Governo riteneva il primo invio perfettamente sufficiente nonostante le critiche avanzate) proveniente sempre da vecchi sequestri di armi ai trafficanti sovietici di metà anni ‘90.

“Su questo particolare aspetto l’opacità è davvero grande – commenta Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché non abbiamo ancora ricevuto tutti i dettagli necessari a monitorare il precedente invio eppure si pensa già ad una nuova consegna tramite ponte aereo militare. Ancora una volta ribadiamo la nostra contrarietà a questa spedizione insensata ed inutile, ma soprattutto sottolineiamo la necessità, se non si vuole solo alimentare un mercato nero pericoloso, di controllare con una forte tracciabilità tutti gli invii di armamenti”. Ad oggi tutte le richieste di chiarimento avanzate da Rete Disarmo non hanno sortito alcuna risposta, e non bastano le comunicazioni ufficiali di natura generale a colmare un gap informativo importante.

Non si sta ipotizzando un semplice “rischio”: la sparizione di armi in quella regione è un dato di fatto ampiamente documentato dai rapporti del Pentagono e di centri di ricerca autorevoli come il SIPRI di Stoccolma. Già nel 2007 un rapporto del Pentagono a fronte di oltre 13mila armi consegnate all’esercito iracheno se n’era persa traccia per più di 12mila: tra quelle armi figurano pistole, fucili d’assalto, mitragliatrici e lanciagranate. Una simile situazione si è verificata in Afghanistan. Non a caso una specifica ricerca del SIPRI definisce questi due paesi come “gli esempi più evidenti dei rischi collegati alla fornitura di armi a Stati fragili”.

Senza adeguate misure e controlli vi è quindi l’altissimo rischio che anche le “nostre” armi possano finire nelle mani sbagliate. Aggiungendo problemi ad una situazione già drammatica.

In coda a questo Comunicato esplicitiamo le domande poste già da settimane all’attenzione del Ministro della Difesa e che non hanno ricevuto ad oggi alcuna risposta. La nostra Rete avanza ancora una volta la richiesta di poter essere parte attiva (anche contestualmente ad analoga iniziativa parlamentare) di un monitoraggio dell’invio di armi in Iraq che dimostri nei fatti la volontà di trasparenza espressa a parole dal Governo. “Chiediamo accesso a tutti i documenti per poter eseguire una registrazione del materiale inviato secondo gli standard impiegati in casi analoghi da organismi e nostri partner internazionali il tutto nell’ottica di una reale ed effettiva tracciabilità delle armi e delle munizioni che verranno spedite” conclude Vignarca.

Rete Italiana per il Disarmo ribadisce infine la propria richiesta affinché venga subito aperta un’inchiesta parlamentare considerato che una parte di quelle armi pare sia stata inviata nel 2011 agli insorti di Bengasi apponendo da parte dell’allora governo in carica (Berlusconi IV) il segreto di stato” (del quale la nostra Rete aveva chiesto conto al Presidente della Repubblica Napolitano senza ricevere alcuna risposta).

Note:

Le domande di Trasparenza di Rete Disarmo (ancora senza risposta)

Il Ministro Pinotti già per il primo invio ed anche ieri ha dichiarato che “le armi sono già a Baghdad”. Si potrebbe ricostruire il percorso seguito fino ad ora? Chi ha eseguito lo spostamento da Santo Stefano al continente (e per dove?). Come si è realizzato il trasporto verso l’Iraq? In quali giorni e con quali tempi?

Solo dopo qualche tempo dalle discussioni parlamentari è stata confermata la presenza del Decreto interministeriale che consegna le armi del sequestro Jadran alla Difesa per fini istituzionali (un documento che la nostra Rete ha richiesto fin dal principio, come fondamentale). Come mai non è stato esplicitato ai Parlamentari (ad esempio il 20 agosto) che alcuni passi di legge dovevano essere ancora fatti prima di poter disporre degli armamenti “Jadran”?

Sia per la prima consegna che in vista della seconda il Ministro ha sottolineato la presenza di problemi burocratici non meglio specificati a Bagdad; si tratta di un punto fondamentale e da chiarire. Il ministro si riferisce alle operazioni legate allo “end user certificate”? Ci sono problemi sugli elenchi e i quantitativi?

Abbiamo fatto richiesta di alta trasparenza su quantità e qualità delle armi prodotte, perché l’Iraq con Afghanistan è il luogo al mondo in cui è maggiormente possibile il fenomeno della dispersione delle armi rispetto agli originali destinatari. Il Ministero è disposto a fornire lista dettagliata (quindi anche con numeri di serie) di tutti gli armamenti e munizionamenti che dovranno arrivare alle forze del Governo regionale Curdo?

Abbiamo notizia di un bando attraverso Agenzia Industrie Difesa per lo spostamento del materiale esplosivo (anche le armi?) da Santo Stefano per una successiva distruzione. Riguarderebbe anche il materiale del sequestro Jadran. Ci potreste fornire maggiori informazioni a riguardo? Davvero le armi verranno ora distrutte nel momento in cui finalmente i passaggi di legge per poterle detenere sono stati fatti (mentre dal 2006 al 2009 i precedenti governi non hanno ottemperato ad una precisa Ordinanza della Magistratura)?

Nel Decreto Missioni è stato inserito un emendamento per garantire la copertura finanziaria dell’operazione (come fin da subito dichiarato dal Ministro Pinotti) in cui però pare che siano inseriti anche fondi per intervento umanitario. Si potrebbe avere dunque un dettaglio riferito ai soli costi di invio armi all’Iraq? Si può sapere chi opererà in tutte le fasi (se solo personale delle FF.AA. o anche strutture di trasporto esterne)?

_______

Rete Italiana per il Disarmo rilancia alle Istituzioni una serie di richieste
Al Governo 

1.  Rivedere la decisione di inviare armi e sistemi militari alle parti 
in conflitto in particolar modo le armi confiscate (come il cosiddetto 
“arsenale Zhukov”) o non utilizzabili dalle nostre forze armate e 
bloccare l'invio di armi e sistemi militari verso tutti i paesi in 
conflitto.

2.  Comunque garantire la massima trasparenza su tutta l’operazione in 
particolare fornendo dettagli e documentazione dei quantitativi e dei 
tipi di armamento spediti.

3.  Consentire alla società civile e ai tecnici nazionali ed 
internazionali da essa indicati la supervisione sui quantitativi di 
armamento in spedizione e sulle iniziative intraprese per garantirne una
 futura tracciabilità.
Al Parlamento 

1.  Richiedere un resoconto dettagliato di tutti i sistemi militari e di 
armi che si intendono spedire e sottoporre al parere consultivo delle 
Camere ogni invio di armi. 

2.  Appoggiare la richiesta delle organizzazioni della società civile e 
della nostra Rete Disarmo in particolare per un monitoraggio tecnico su 
contenuti e criteri di tracciabilità della spedizione di materiale 
d’armamento che il Governo intende compiere verso l’Iraq.

3.  Porre all’esame, nelle competenti commissioni parlamentari di Camera e
 Senato, le recenti Relazioni sulle esportazioni di sistemi militari 
italiani, valutare attentamente le autorizzazioni rilasciate dagli 
ultimi governi e il grado di trasparenza della Relazioni governativa in 
confronto anche con le associazioni impegnate da anni nel controllo del 
commercio degli armamenti. 

4.  Favorire un’inchiesta parlamentare su tutte le armi confiscate e 
detenute nei vari arsenali militari e predisporre tutte le misure 
necessarie per la loro pronta distruzione (alcune operazioni sono forse 
attualmente in corso ma non possono essere gestite, vista la loro 
rilevanza, solo per “via amministrativa”

_______

Per approfondimento

I BOMBARDAMENTI RAFFORZANO LO STATO ISLAMICO
http://www.analisidifesa.it/2014/10/i-bombardamenti-rafforzano-lo-stato-islamico/

Tuttora privi di una soluzione politica e ostinatamente contrari all’apertura dei negoziati con l’Iraq e Damasco, gli Stati Uniti si intestardiscono dunque in una strategia priva di orizzonti e che contribuisce alla crisi del Medio Oriente.

IRAQ. Trovato l’arsenale chimico di Saddam. Glielo hanno venduto gli Stati Uniti

L’avanzata dell’Isis svela le bugie della Casa Bianca: le armi con cui Bush giustificò l’invasione dell’Iraq erano di fabbricazione Usa, assemblate in Europa e vendute al leader iracheno durante la guerra con l’Iran.

 

I resti delle armi chimiche nell'impianto iracheno di Muthanna (Foto: Getty Image)

di Chiara Cruciati

Roma, 16 ottobre 2014, Nena News – Ecco dov’erano finite le armi chimiche di Saddam Hussein, quelle dietro le quali l’allora presidente Bush si nascose per invadere l’Iraq e occuparlo per otto anni. Una bufala, secondo tanti, che ancora oggi pesa sulla fragile reputazione del guerrafondaio Bush, ma soprattutto sulla popolazione civile irachena alle prese con settarismi interni che stanno smembrando il paese. Di armi non se ne trovarono, ma l’Iraq fu fatto a pezzi.

Oggi ricompaiono. Grazie all’Isis. Rapporti degli ultimi giorni mostrano – con allegate fotografie – le strane ferite e le bruciature sui corpi di curdi morti intorno a Kobane a luglio, quando lo Stato Islamico tentò il primo assalto all’enclave curda siriana. Le prove raccolte, le foto e i racconti dei testimoni portano in una direzione precisa: l’Isis ha usato armi chimiche. Dove le ha prese? Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che gli islamisti di al-Baghdadi ne abbiano fatto incetta a Raqqa, città siriana oggi roccaforte dell’Isis. Insomma, che siano armi dell’arsenale del presidente Bashar al-Assad.

Secondo altri è più probabile che le armi in questione siano state il bottino della presa di Muthanna, base militare irachena, a ovest di Baghdad, occupata dall’Isis già a giugno scorso. All’interno, aveva fatto sapere l’esercito iracheno alle Nazioni Unite, si trovavano anche armi chimiche, circa 2.500 missili. All’epoca la Casa Bianca aveva minimizzato: si tratta di armi vecchie, risalenti agli anni ’80, ormai inutilizzabili perché corrose. A dirlo erano stati i soldati di stanza tra il 2004 e il 2010 in Iraq, aveva fatto sapere a giugno Washington.

Eppure quelle armi sono state utilizzate e si sono dimostrate macabramente efficaci. Ma di chi sono queste armi? Come sono finite nei magazzini di Saddam Hussein? Di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa, erano state vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia negli anni Ottanta, ovvero durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo.

Non solo. Gli Stati Uniti lo sapevano bene ma lo hanno tenuto nascosto. Secondo il New York Times, il governo Usa ha evitato di far sapere di aver trovato l’arsenale in Iraq, nonostante dopo il 2003 (anno dell’invasione del paese) 17 soldati Usa e 7 poliziotti iracheni siano stati feriti dal nervino delle armi chimiche in questione. “Dal 2004 al 2011 truppe americane e truppe irachene se le sono trovate di fronte più volte e sono state ferite in almeno sei occasioni da armi chimiche del tempo di Saddam – scrive il giornale – Le truppe Usa hanno segretamente fatto rapporto su 5mila missili o bombe d’aviazione chimiche, secondo le interviste raccolte tra soldati americani e iracheni, poi girate all’intelligence secondo quanto previsto dal Freedom of Information Act”.

“Gli Stati Uniti sono andati in guerra dichiarando di dover distruggere le armi di distruzione di massa. Le truppe americane le hanno gradualmente trovate e hanno sofferto per l’esposizione ai resti di armi che sono state costruite in collaborazione con l’Occidente”. Il portavoce del Pentagono, John Kirby, ieri ha risposto in conferenza stampa alle accuse, limitandosi a dire di non poter parlar “di quali decisioni o ordini furono date ai comandi militari o allo staff medico all’epoca. È successo molto tempo fa e si tratta di scelte prese dallo staff su base individuale”. Il segreto di Pulcinella: i soldati feriti sono stati curati dal servizio sanitario esercito negli anni successivi all’occupazione.

Le ragioni di tale silenzio sono chiare: le armi dell’arsenale del nemico Saddam erano state prodotte negli Stati Uniti, assemblate in Europa e riempite di agenti chimici in Iraq da compagnie occidentali. Così si disfaceva il castello di carte del presidente Bush: difficile giustificare una guerra all’Iraq con la presenza di armi chimiche, di un arsenale nascosto, che gli stessi Stati Uniti avevano venduto ben prima del 1991.

thanks to: Nena News

Schottland am Euphrat

20/09/14

TWO COUNTRIES competed this week for first place in news programs all over the world: Scotland and the Islamic State in Iraq and Syria.

There could not be a greater difference than between these two countries. Scotland is damp and cold, Iraq is hot and dry. Scotland is called after its whisky (or the other way round), while for ISIS fighters, drinking alcohol is the mark of unbelievers, who should lose their head (literally).

 

However, there is one common denominator of both crises: they mark the approaching demise of the nation-state.

 

MODERN NATIONALISM, like any great idea in history, was born out of a new set of circumstances: economic, military, spiritual and others, which made older forms obsolete.

 

By the end of the 17th century, existing states could no longer cope with new demands. Small states were doomed. The economy demanded a safe domestic market large enough for the development of modern industries. New mass armies needed a base strong enough to provide soldiers and pay for modern arms. New ideologies created new identities.

 

Britanny and Corsica could not exist as independent entities. They had to give up much of their separate identity and join the large and powerful French state to survive. The United Kingdom, the union of the British isles under a Scottish king, became a world power. Others followed, each at its own pace. Zionism was a late effort to imitate this.

 

The process reached its peak at the end of World War I, when empires like the Ottoman Caliphate and Austria-Hungary broke up. Kemal Atatürk, who exchanged the Islamic caliphate for a Turkish national state, was perhaps the last great ideologue of the national idea.

 

But by that time, this idea was already growing old. The realities which had created it were changing rapidly. If I am not mistaken, it was Gustave Le Bon, the French psychologist, who asserted a hundred years ago that every new idea is already obsolete by the time it is adopted by the masses.

 

The process works like this: somebody conceives the idea. It takes a generation for it to become accepted by the intellectuals. It takes another generation for the intellectuals to teach the masses. By the time it attains power, the circumstances that gave it birth have already changed, and a new idea is required.

 

Reality changes much more quickly than the human mind.

 

Take the idea of the European nation-state. When it reached its final victory, after the Great War, the world had already changed. European armies, which had mown each other down with machine guns, were facing tanks and warplanes. The economy became world-wide. Air travel abolished distances. Modern communication created a “world village”.

 

In 1926 an Austrian nobleman, Richard Coudenhove-Kalergi, convened a pan-European congress. While Adolf Hitler, a hopelessly old-fashioned thinker, tried to impose the German nation-state on the continent, a small group of idealists propagated the idea of a European Union, which spread after another dreadful World War.

 

This idea, now still in its infancy, is generally accepted, but it is already obsolete. The multinational economy, the social media, the fight against deadly diseases, the civil wars and genocides, the environmental dangers threatening the entire planet – all these make world governance imperative and urgent – yet this is an idea whose realization is still very, very far away.

 

THE OBSOLENCE of the nation-state has given birth to a paradoxical by-product: the breakup of the state into smaller and smaller units.

 

While the world trend towards larger and larger political and economic units gathers strength, nation-states fall apart. All over the world, small peoples are demanding independence.

 

This is not quite as ridiculous as it looks. The nation-state came into being because realities needed societies of at least a certain size and strength. But by now, all the major functions of the states are moving towards much larger regional unions. So why does Corsica need France? Why do the Basques need Spain? Why does Quebec need Canada? Why not live in a smaller state with people like you, who speak your natural language?

 

Czechoslovakia has broken up, peacefully. So has Yugoslavia, not so peacefully. So have Cyprus, Serbia, Sudan – and the Soviet Union, of course.

 

(Let me remark in passing that this also concerns the idea of the so-called One-State solution for our little problem in Israel/Palestine. During the last three generations, the world has not seen a single instance of two different peoples coming together voluntarily in one state.)

 

The Scottish referendum is one of the opening scenes of this new epoch. The proponents of independence promised that Scotland could join the European Union and NATO, perhaps adopt the Euro. So why, they ask, should Scotland remain in the British straightjacket? After all, Britannia does not rule the waves anymore!

 

The failure of the vote for Scottish independence does not change the course of events. It just slows it down.

 

NATIONALISM WAS a European idea.

 

It never struck deep roots in the arid fields of the Arab world. Even in the heyday of Arab nationalism, it was never quite clear whether a Damascene, for example, considered himself first a Syrian or a Muslim, whether a Beiruti considered himself first a Maronite-Christian or a Lebanese, or whether a Cairene was first an Egyptian, an Arab or a Muslim.

 

During the Algerian struggle for independence, an angry French right-wing politician once complained to me: “Before we conquered North Africa, Algeria was never united! We created the Algerian nation!” He was quite right, though he drew the wrong conclusions. Many times I heard exactly the same from dedicated Zionists about the Palestinian nation.

 

The modern Arab nations were invented by European colonialists. Lately, it has become a fashion to mention Mark Sykes and Georges Picot, two mediocre bureaucrats, one British, one French, who drew up a secret agreement for the division of the Ottoman Empire. They and their successors created the states of Syria, Iraq, (Trans)Jordan, Palestine etc.

 

These “nation-states” were quite artificial. The European planners had generally very little understanding for local circumstances, traditions, identities and culture. Neither did they care very much. Iraq, with its different components, was created to accommodate British interests. The strange eastern borders of Jordan were shaped for a British oil pipeline from Mosul to Haifa. Lebanon, created as a home for the Christians, was shaped to include Muslim Sunnite and Shiite areas, just to make it larger. Al-Sham was stripped of Jordan, Palestine and Lebanon and became Syria. Later it also lost Alexandretta to Turkey.

 

ALL THESE imperialist manipulations ran counter to Muslim history and tradition.

 

Every Muslim child learns in school about the vast Muslim empires, stretching from the north of Spain to the borders of Burma, from the gates of Vienna to the South of Yemen, and then has to look at the map of mini-countries like Jordan and Lebanon. It’s humiliating.

 

First there were efforts to unify the Arabs under the umbrella of nationalism. The Ba’ath party strove (in theory, at least) to create one, single pan-Arab state, and the creed was taken up by the hero of the masses, the Egyptian Gamal Abd-al-Nasser, a secular military dictator. A pan-Arab state could also have created some equality between rich oil-states like Saudi Arabia and poor countries like Egypt.

 

Nasserism created a new ideology. Pan-Arab nationalism was “kaumi”. Local patriotism was “wotani”. The community of all Muslims was the “umma”.

 

(The same word, umma, means the opposite in Hebrew: a modern nation. Israelis are as mixed up as their neighbors. We have to choose our priority. Are we primarily Jews, Hebrews or Israelis? What exactly does “the Nation-State of the Jewish People”, as propagated by Binyamin Netanyahu, mean?)

 

THE HUGE attraction of the movement now called “Islamic State” is that it proposes a simple idea: do away with all these crazy borders drawn up by Western imperialists for their own purposes and re-create the classic pan-Muslim state: the Caliphate.

 

This seems like the opposite of the breakup of European states, but it means the same: the total rejection of the nation-state.

 

As such, it belongs both to the past and to the future.

 

It glorifies the past. Muhammad and his immediate successors (caliph means successor) are idealized as immaculate persons, the embodiment of all virtues, the possessors of divine wisdom.

 

This is very far from historical truth. All three immediate successors of the prophet were assassinated. Because of quarrels about the succession, Islam split into Sunnis and Shiites and remains so to this very day (now more than ever). But myth is stronger than truth.

 

However, while clinging to the past, the Islamic State movement (former ISIS, the Islamic State of Iraq and al-Sham) is very modern. With one swipe it clears the table of the nation-state and its derivatives. It carries a clear, simple idea, easily understood by Muslims everywhere. It seems to be vastly convincing.

 

THE WESTERN response is almost comically inadequate.

 

People like Barack Obama and John Kerry, and their equivalents all over Europe, are quite unable to understand what it is all about. With the traditional European contempt for the “natives”, they see nothing but head-cutting terrorists. They really seem to believe that they can vanquish a revolutionary new idea by forming a coalition with Arab dictators and corrupt politicians, bombing the rebels and finishing the job by employing local mercenaries.

 

That is a ludicrous misreading of the new reality. By now, IS, with just a handful of fanatical and cruel militants, has conquered huge territories.

 

WHAT IS the answer?

 

Frankly, I don’t know. But the first step for Westerners, as well as for Israelis, is to discard their arrogance and try to understand the new phenomenon they are facing.

 

They are not facing “terrorists” – the magic word that seems to solve all problems without the need to strain the brain. They are facing a new phenomenon.

 

History is in the making.

 

thanks to: Uri Avnery

Gush-Shalom

Terrorista a chi?

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Dagli anni ’20 ai ’60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell’ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l’odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l’influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l’invenzione folle del Regno dell’Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell’Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l’allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l’assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all’ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell’ENI di quegli anni.

Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E’ successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l’Iran, si stata avvicinando a Qasim quest’ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall’ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un’opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l’indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l’affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.

Il futuro è nero, come l’oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell’Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l’ex-leader del partito Ba’th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l’impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l’enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L’istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L’amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni ’80 Washington era preoccupata dall’intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del ’79.

Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all’Iran gli USA finanziarono tra l’altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l’URSS – la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell’industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell’epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall’avanzata dell’ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all’Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l’esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l’intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L’operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un’eccessivo indebolimento dell’Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.

L’11 settembre
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l’Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l’Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l’imminente attacco all’Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c’è l’inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L’avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell’ISIS è soltanto l’ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

Cosa fare adesso?
L’ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l’esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E’ evidente che la comunità internazionale e l’Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.

1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l’intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l’hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’ALBA, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell’abbattimento dell’aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull’Iraq.
3) L’Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L’economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell’ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E’ logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del ‘900. L’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l’insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L’Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L’energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre».” Alessadro Di Battista

Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull’assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l’attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l’Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch’egli colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest’ottica va letta l’invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all’intermediazione criminale di Dell’Utri.

thanks to: beppegrillo

Victims of U.S. chemical warfare in Iraq

A RECENTLY released report on birth defects as a result of the use of depleted uranium (DU) during the U.S. war on Iraq released by the UN’s World Health Organization (WHO) attempts to rewrite history on the terrible impact of the war on Iraqi citizens

Victims of U.S. chemical warfare in Iraq | SocialistWorker.org.

Iraqi social forum 26-28 September

Another Iraq is possible with peace, human rights and justice! The Iraqi Social Forum will be held in Baghdad from 26-28 September 2013, while an extended forum of solidarity activities will be held throughout the world and live streamed to Baghdad during these three days.

The Occupied Palestine and Syrian Golan Advocacy Initiative (OPGAI) of which the AIC is a founding member, will be conducting a solidarity extension activity of the Iraqi Social Forum in Beit Sahour.

Iraqi social movements, trade unions and professional associations, civil society groups and social justice activists have worked hard for the past two years in organising the Iraqi Social Forum.

The impetus behind the Forum’s establishment include world events which greatly affect Iraq and its citizens, including the global economic crisis, the Arab spring and regional challenges including water problems and border security. These contribute to the current challenges in Iraq, including:

1. The political crisis and the confusion in the identity of the Iraqi state. In the current moment, which is dominated by disputes for power, not enough attention is paid to dialogue, building partnerships, and fostering cooperation in order to find solutions to Iraq’s lingering problems. There is a clear inability to end the page of violence and terrorism that Iraqis pay dearly for.

2. Increasing poverty and unemployment, unequal access to opportunities, poor infrastructure, and a lack of provision of social services such as electricity, medical care and education.

3. The continuous increase in the budget, offset by a deficit in establishing concrete achievements for Iraqi citizens, the inability to support real development, due to the political crisis and the struggle for power and money, as well as sectarianism, financial and administrative corruption, of the governmental body and with the huge problem of unemployment.

 

 4. Overlapping legal authorities and the questionable independence of the judiciary. We have faith in the rule of law, separation of executive ,legislative and judiciary powers  and deep respect for international standards concerning justice and fair trials.  

5. Weakness in enforcing the rule of law, as well as international conventions, treaties, and agreements, and continuing violations of human rights, especially freedom of the  press and freedom of expression.

viaAlternative Information Center (AIC) – Iraqi social forum 26-28 September.

How Many Iraqis Died in the Iraq War?

How many Iraqis died in the Iraq War? That’s the kind of question that should be asked, especially if you happen to live in the countries that launched the war that killed so many.

The results from a new poll commissioned by the British media watchdog group MediaLens exposed a startling disconnect between the realities of the Iraq War and public perceptions of it: Namely, what the Iraqi death toll was. When Britons were asked “how many Iraqis, both combatants and civilians, do you think have died as a consequence of the war that began in Iraq in 2003?,” 44 percent of respondents estimated that  5,000 or fewer deaths had occurred.

As Alex Thomson, a reporter for the UK’s Channel 4 (5/31/13), wrote:

That figure is so staggeringly, mind-blowingly at odds with reality as to leave a journalist who worked long and hard to bring home the reality of war speechless.

And polls done in the United States have offered similar conclusions. A Program on International Policy Attitudes (PIPA) poll (3/1/06-3/6/06) that asked how many Iraqi civilians had been killed since the beginning of the war yielded a median estimate of 5,000 deaths.

And when respondents were asked in a different poll (AP/Ipsos, 2/12/07-2/15/07) to give their “best guess” about civilian deaths, 24 percent chose the option of 1,001 to 5,000 deaths.

These answers are, of course,  way off the mark. Estimates of the death toll range from about 174,000 (Iraq Body Count, 3/19/13)  to over a million (Opinion Business Research, cited in Congressional Research Service, 10/7/10).  Even at the times of those U.S. polls, death estimates were far beyond the public’s estimates.

Of course, these findings are disheartening because they reflect a very distorted public perception of the war. But they are indicative of an even bigger problem: corporate media’s inadequate coverage of the human costs of U.S.-led wars.

It seems that much of the mainstream media took Tommy Franks’ infamous quote, “We don’t do body counts” (San Francisco Chronicle, 5/3/03), to heart, because Iraqi victims of warfare were rarely of interest in news reports.

And when they are, they could be a massive undercount.  A December 1, 2011 CBS Evening News report told viewers that “more than 50,000 Iraqi civilians were killed in the war”  (FAIR Action Alert, 12/2/11). This figure was sourced to iCasualties.org, which had one of the lowest estimates of civilian casualties at the time and warned readers that the number was probably a severe undercount.

The “corrected” figure that CBS put forth 11 days later was 115,676 civilians killed, and sourced to Iraq Body Count–still one of the most conservative estimates to be found (FAIR Activism Update, 12/13/11).

But the main issue here is that the press has kept the public in the dark:  How can one make a decision about the impact of war if they don’t know, even roughly, how many deaths there were?

As blogger Joe Emersberger put it (Z Blogs, 5/30/13) , the MediaLens-commissioned poll results

are a striking illustration of how a “free press” imposes ignorance on the public in order to promote war. Future wars (or “interventions”) are obviously far more likely when the public within an aggressor state is kept clueless about the human cost.

UPDATE: The World Health Organization’s estimate of 151,000 violent Iraqi deaths from March 2003 to June 2006 should also be noted.

thanks to:

Fair

 

Metal Contamination and the Epidemic of Congenital Birth Defects in Iraqi Cities