Il movimento di Moqtada al-Sadr rilascia una dichiarazione che smorza le speranze Usa di farne un ‘baluardo anti-Iran’!

Nella delusione per i risultati delle recenti elezioni politiche irakene, alcuni commentatori americani avevano provato a cercare un “silver lining”, per dirla in Inglese, cioé un lato positivo in una situazione complessivamente avversa, da cui sperare di poter iniziare a invertire il trend.

Visto che a imporsi alle elezioni è stata soprattutto la coalizione guidata da Moqtada al-Sadr, questi “pundit” americani sono andati a spulciare le cronache recenti trovando qualche dichiarazione del rampollo della celebre ‘dinastia’ religiosa mesopotamica, che potevano essere lette come blandamente critiche verso la Repubblica Islamica.

“Allora”, hanno ragionato i “ponzatori” dei ‘think tank’ a stelle e strisce, “potremo fare di Moqtada e dei suoi seguaci una ‘barriera’ contro l’influenza iraniana”.

Così pensavano, finché oggi il Politburo del Movimento Sadrista, ha emesso la nota che vedete trascritta in apertura.

Traduciamo:

“Il nostro Movimento non accetterà di trasformarsi in alcun modo in strumento dei tentativi regionali americani, la nostra relazione con l’Iran é storica e destinata a crescere e svilupparsi, nessuno deve mai sperare di poter usare suolo o cielo irakeno per un attacco contro l’Iran”.

Non abbiamo ancora riscontrato reazione dei ‘ponzatori’ americani, forse sono andati a piangere in un angolo.

thanks to: Palaestina Felix

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IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Di Gian Paolo Calchi Novati

Roma, 12 luglio 2016, Nena News – Come ha scritto Chomsky, il mondo occidentale, grazie ai suoi valori e al suo sistema istituzionale, si distingue da altre civiltà perché è capace di riconoscere i massacri che commette o sono commessi in suo nome.  Avendo in mente questo postulato, la vicenda della Commissione Chilcot, che ha indagato sulle responsabilità del governo inglese nella guerra in Iraq del 2003, assume l’aspetto di un apologo che trascende gli eventi specifici.

Un organo espresso dall’establishment di una grande potenza occidentale, – che aveva appena compiuto il passo, falso secondo alcuni benpensanti gelosi di antichi privilegi, di far decidere al popolo il proprio futuro europeo – ha rivelato le falsità e in ultima analisi i crimini dello Stato e personalmente del capo del governo in occasione di un evento di grande portata, che non ha ancora finito di proiettare le sue tragiche conseguenze su tutti noi.

La Commissione era presieduta da un Lord. E anche chi comincia a temere, e persino a lamentare in pubblico, i rischi impliciti in pratiche troppo democratiche, davanti a un Lord non ha argomenti. Non si può neanche dire che gli ottimati hanno rimediato alla distrazione o alla connivenza del popolo. Il popolo di Londra, pur senza conoscere tutti i documenti, aveva già emesso il suo giudizio nella grande dimostrazione di quel “sabato” che Ian McEwan ha posto come proemio di un suo romanzo.

Negli anni bui dell’amministrazione di Bush junior, quando l’unipolarismo (sia pure “imperfetto”, come dimostrò Samuel Huntington in un saggio su Foreign Affairs) conferiva poteri assoluti agli Stati Uniti, che avevano vinto la guerra fredda e non mancavano di ricordarlo in tutte le occasioni, il New York Times identificò nell’opinione pubblica “la seconda potenza mondiale”. Allora c’era ancora spazio per una mobilitazione di massa.

 I rapporti di forza, nel 2003 come nel 2016, hanno impedito però e impediscono di trasformare la denuncia in un’azione politica adeguata. Persino la Brexit si è imposta facendo leva probabilmente su motivazioni tutt’altro che nobili. Un argomento forte per il Leave poteva essere proprio l’impotenza dell’Europa di fronte alla “linea rossa” della guerra che attraversa ormai incontrastata i nostri giorni.

 Le rimostranze tante volte espresse, soprattutto dall’Africa, per l’andamento a senso unico della giustizia penale internazionale trovano una conferma perfetta nell’”affare Blair”. L’incriminazione di Bechir o Gbagbo a confronto del trattamento riservato a Blair, chiamato ovunque per conferenze strapagate, e degli incarichi che gli sono stati conferiti a livello internazionale (addirittura nel Medio Oriente), e che forse svolge ancora, sembra fatta apposta per avallare l’impressione di un sistema che, in tutte le sue espressioni, garantisce all’Occidente un’impunità assoluta.

 Naturalmente Blair non fu mai escluso dal G7 o G8 e quando i disastri degli “errori” commessi in Iraq stavano ancora bruciando si improvvisò, con l’aiuto di Bono, benefattore dell’Africa.

Il costo dei privilegi concessi a Blair, come a Bush, ma anche ai capi di stato e di governo che hanno condotto la guerra contro la Serbia in Kosovo e che hanno via via dato vita a tanti interventi militari con o senza Onu in Asia e Africa, “terre vacanti” come ai tempi del colonialismo reale, si fa sentire pesantemente in tutte le crisi. La pax americana dei nostri giorni ricorda la pax britannica all’epoca della regina Vittoria: più di una guerra all’anno secondo la storia dell’imperialismo inglese di fine Ottocento. scritta da Niall Ferguson.

Di sicuro, quando l’anno prossimo l’Europa celebrerà in Campidoglio i 60 anni dei Trattati di Roma, il tema principale sarà la pace che l’unità dell’Europa ha assicurato. L’autoreferenzialità dell’Europa in un’epoca che si vorrebbe caratterizzata dalla globalizzazione nasconde una forma implicita di esclusività che è di per sé una causa di tensione. Che la sfida all’Occidente sia condotta da movimenti spesso di pura distruzione e al servizio di cause inaccettabili è un prodotto dei tempi. Anche nei nostri paesi la “protesta” degli ultimi o dei penultimi assume l’aspetto dell’”antipolitica”. Si deve andare ben oltre le degenerazioni dell’integralismo religioso o identitario per spiegare le forme che ha assunto il “populismo” dei “dannati della terra”.

Rabindranath Tagore, in un ciclo di conferenze pubblicato nel 1917 con il titolo Nationalism, aveva bollato la nazione come un ricettacolo di potere angusto e spietato, tendente a generare conformismo, e si augurava per l’India una fuoriuscita dalle concezioni basate su razza, etnia o religione. Se la coscienza nazionale non si trasformerà in coscienza sociale, scriveva Fanon, non ci sarà nessun riscatto.

Le contraddizioni che inceppano le sorti della storia impersonata dall’Europa portatrice oltremare di modernità e in ultima analisi di liberta ai popoli arabi, asiatici e africani recalcitranti, sono le stesse a cui Edward Said imputa la perdurante sottomissione dell’Oriente e in genere dei colonizzati all’impero reale o virtuale che detta le sue condizioni con la forza. La tragedia della resistenza del Sud e nel Sud contro il colonialismo e le altre forme di subordinazione, anche di quella che si presenta come nazionalista, è che «essa debba lavorare, almeno fino a un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero».

La transizione post-coloniale e post-autoritaria nel sistema globale del Terzo mondo, esteso per l’occasione ai Balcani e al Caucaso, è inquinata dall’asimmetria coloniale. Colonizzato significa oggi essere cose potenzialmente anche molto diverse, in posti diversi e in epoche diverse, ma sempre inferiori.

Il mondo post-coloniale è un mondo dopo il colonialismo ma non senza il colonialismo.

Una delle ossessioni del colonialismo e in genere dell’Occidente nei suoi rapporti con le “aree esterne”– lo sanno bene gli storici indiani e dell’India – è la pretesa incapacità degli “indigeni” di organizzare la propria sovranità e di affrontare i problemi di stabilità o di sviluppo senza un contributo dal Centro. È così che i diritti dei popoli a regime illiberale, Kant avrebbe detto non repubblicani, sono alla mercé della “grande politica”.

Nel clima del post-bipolarismo, al posto del comunismo e della rivoluzione, come nemico dell’Occidente è subentrato il “terrorismo”, per il quale non può valere nessuna comprensione come in fondo poteva accadere per il marxismo o i movimenti di liberazione.

È essenziale (e in un certo senso auspicabile) per il sistema ideologico occidentale che si crei un abisso, anche di moralità, fra l’Occidente civilizzato e quanti per qualsiasi ragione non riescono ad apprezzare l’impegno dell’Occidente. Si è fatta ancora più insistita così la pretesa che solo l’azione, ormai pressoché puramente militare, di una o più potenze occidentali, può tirar fuori gli ex-sudditi degli imperi europei – senza differenze fra Iraq, Libia o Bangladesh – dall’arretratezza e dal pericolo per sé e per gli altri.

Sorgente: IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

Former child soldiers from Sierra Leone were outsourced to private British companies and used as guards in Iraq, a Danish filmmaker told Sputnik.

An investigation has unearthed some surprising and shocking findings that former child soldiers from Sierra Leone, had been outsourced to private British firms by the Sierra Leonean government, according to Danish filmmaker, Mads Ellesoe, who, with the help of a researcher, filmed the story for his documentary “The Child Soldier’s New Job.”

In an exclusive interview with Sputnik, the filmmaker reveals how this situation was one of the worst a person could be put through, also stating how many of these people are living in poverty today.

Thousands of children were forced to fight in Sierra Leone’s 11-year civil war, which ended in 2002. More than 50,000 people were killed in the fighting and many tens of thousands more mutilated or raped by rebels.

By 2009, with Iraq in chaos, impoverished Sierra Leone was looking for a way to engage its workforce, said Maya Mynster Christensen, a researcher at the Danish Institute Against Torture, who made repeated trips to the West African country.

“The film is about former child soldiers from Sierra Leone who were outsourced to British private security services and made to work as guards in Iraq from 2009,” documentary filmmaker Mads Ellesoe told Sputnik.

“The film briefly looks at outsourcing these former child soldiers. It assesses this outsourcing when it is done for the purposes of warfare, as well as the impact on the individuals.”

When asked if the British companies were aware of what was going on, Ellesoe said:

“I am not sure if they knew that former child soldiers were being used. We do not know this.”

Ellesoe ultimately refused to name the companies involved.

“There were several [companies] involved, but I’m sorry I will not be able to tell you specifically who they are.”

However, it was the impact that this experience had on the individuals involved that leaves a truly terrifying picture.

“Some of them are still in Iraq working, but all of them are living in terrible poverty,” the filmmaker told Sputnik.

“Well, I am no psychologist but yes, I spoke to someone who is a counselor and they told me that this is one of the worst things you could do to a person. Take them from one war zone and put them into another. It’s very bad. They would need rehabilitating, but I doubt they got it.”

Ellesoe hopes that this film will be more then just a documentary and that perhaps change can take place as a result.

“For me, I just filmed the piece and put it out into the public arena. I do hope though that something changes as a result of this and awareness is built.”

Sorgente: Outsourcing Warfare: Sierra Leone’s Ex-Child Soldiers Offered to UK Firms

The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters

The functioning university was bombed as part of a massive daytime barrage against the Islamic State-occupied city of Mosul in Iraq over the weekend. The Pentagon said it is reviewing reports of civilian deaths.

Sorgente: The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters | VICE News

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Daesh razes Iraq’s oldest monastery

The Takfiri Daesh terrorists have destroyed the oldest Christian monastery in Iraq as they continue with their demolition campaign against historical and religious sites in the areas under their control.

Satellite images released by the Associated Press on Wednesday showed a pile of rubble at the location of St. Elijah’s Monastery, situated south of the city of Mosul in northern Iraq.

The monastery, which had survived for more than 1,400 years, is believed to have been damaged at some point in 2014, after Daesh took control of the area in June that year.

Sorgente: PressTV-Daesh razes Iraq’s oldest monastery

Come giustificare attacchi terroristici verso obiettivi italiani

Il Pentagono è furioso. Grazie ad una “gola profonda”, il Corriere della Sera ha potuto rivelare in prima pagina, ieri mattina il 6 ottobre, che il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il suo omologo statunitense Ashton Carter avevano già deciso l’uso, per missioni di bombardamento, dei caccia italiani attualmente in Iraq per i soli compiti di ricognizione. Decisione presa, dunque, ancor prima dell’arrivo del sig. Carter in Italia ieri pomeriggio per la sua visita ufficiale di due giorni, e ancor prima che il Parlamento italiano potesse discutere l’intera questione, come imporrebbe la Costituzione.

La reazione alla notizia di Corsera e la successiva controreazione del governo sono state immediate: grida di scandalo da più parti seguite dal dietrofront del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dei suoi ministri. “Si tratta solo di un’ipotesi”, hanno rassicurato in coro sia Pinotti che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; “Sottoporremo senz’altro la questione al Parlamento prima di decidere definitivamente qualsiasi cosa.”

Quindi Carter lascerà la Capitale oggi sicuramente a mani vuote. Grazie all’anonimo “Chelsea (Bradley) Manning” italiano che svelò la tresca, il governo Renzi fallisce il tentativo di replicare il colpo di mano che il governo di Mario Monti realizzò invece nel luglio del 2012. Infatti, Monti e l’allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola riuscirono ad autorizzare alla chetichella – e sempre in barba alla Costituzione italiana – l’impiego bellico dei caccia tricolore che erano stati inviati in Afghanistan in precedenza per i soli compiti di ricognizione. E i parlamentari, con poche eccezioni, scelsero di sonnecchiare.

Questa volta, qualcuno li ha svegliati.

Pertanto i caccia italiani dislocati a Baghdad rimarranno senza bombe per ora – e, più precisamente, per tutto il tempo necessario al dibattito parlamentare. “Rimanere senza bombe” non significa, naturalmente, che questi aerei non partecipino già ai combattimenti. Anzi, per dirla alla Giovanni Sarrubi, “scattando le foto degli obiettivi da bombardare, sono già un po’ come i complici di un omicidio.” Tuttavia il passaggio da ricognizione a lancio di ordigni non è poco ed è pur sempre gravido di conseguenze.

I pacifisti italiani, dunque, come tutti i cittadini, possono ora usare il margine di tempo ottenuto per alzare la loro voce e far ricordare al Parlamento che il “conflitto” in corso in Iraq è, per ammissione dello stesso governo statunitense, una guerra. Pertanto l’eventuale partecipazione italiana al conflitto non potrà, in nessun modo, essere travestita da “missione di peacekeeping” o di “addestramento delle forze armate irachene”. L’eventuale partecipazione italiana configurerebbe una vera e propria cobelligeranza e pertanto necessita di una formale approvazione parlamentare come tale.

Il parlamento italiano deve dunque decidere se vuole o meno provocare, bombardando l’Iraq, altri morti, altre devastazioni, altri flussi di profughi in Europa – il tutto, poi, non per eliminare l’autoproclamato Stato Islamico (perché ciò non è mai stato il vero obiettivo della cosiddetta Operazione Internazionale Anti-Isis, come si vedrà più avanti), ma solo per poter “contare” diplomaticamente in ipotetici futuri negoziati sulla regione. Ricordiamocelo: le bombe italiane eventualmente sganciate, seppure ai soli fini del contenimento dei jihadisti, colpiranno pur sempre aree popolate da esseri umani innocenti, da infrastrutture civili vitali e da famiglie che, poi, cercheranno per forza scampo e rifugio altrove.

“Ma questi mali sarebbero minori rispetto ai mali che l’Isis infligge alla popolazione”, risponderanno sicuramente i falchi. E, come per incanto, i mass media faranno vedere le foto di orrori dell’Isis finora inediti – nuove decapitazioni o altre distruzioni di patrimoni culturali – per convincere l’opinione pubblica italiana a non opporsi al ricorso alla guerra.

Mentre, in realtà, per sconfiggere l’Isis, non serve la guerra.

Anzi, la guerra serve solo ad aumentare le fila dell’Isis, facilitando il reclutamento di nuovi combattenti jihadisti.

Per sconfiggere l’Isis, basterebbero invece pochi provvedimenti – purché realmente applicati – come i seguenti:

  1. vietare alle industrie d’armamento di Brescia e del Veneto di esportare armi che possono finire, anche indirettamente, nelle mani dell’Isis. L’osservatorio OPAL ha documentato, ad esempio, come le esportazioni italiane di armi alla Turchia siano passate da due a sette milioni di euro, un aumento di tre volte e mezzo, da quando in Siria si sono impiantate le varie formazioni dei guerriglieri. E sono noti i collegamenti tra turchi e Isis lungo il confine siriano. L’Italia deve perciò prenderne atto e ridimensionare le sue esportazioni di armi verso la Turchia, nonché verso le altre regioni confinanti. Inoltre l’Italia deve uscire dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la combriccola che coordina la consegna delle armi nel Levante – persino a gruppi designati “terroristi” dagli USA;

  1. sanzionare i paesi che forniscono, direttamente all’Isis, non solo armi ma furgoncini, attrezzature di telecomunicazioni, divise… insomma, tutto quello di cui necessita un esercito moderno. I capofila di questi paesi sono l’Arabia Saudita e il Qatar;

  1. sanzionare i paesi che consentono all’Isis di incassare i finanziamenti sauditi e qatarioti in danaro liquido per poter pagare gli stipendi dei propri mercenari – in particolare il Kuwait, che lascia passare il denaro attraverso la sua Banca Centrale;

Già questi tre provvedimenti basterebbero per eliminare l’Isis, senza sparare un colpo o sganciare una bomba.

Ma si potrebbe fare anche di più, ad esempio:

  1. sanzionare i paesi che comprano i tesori archeologici rubati dall’Isis nonché il petrolio che l’Isis ruba agli impianti siriani ed iracheni caduti nelle sue mani e che poi vende sottocosto sul mercato nero – qui la lista dei paesi da sanzionare sarebbe lunga e comprenderebbe alcuni ben conosciuti al lettore;

  1. sanzionare i paesi che ammettono i terroristi dell’Isis, feriti o malati, nei loro ospedali per le necessarie cure, prima di rispedirli in combattimento – segnatamente, Israele;

  1. sanzionare i paesi che permettono il continuo transito sul proprio territorio, e il passaggio verso i territori controllati dall’Isis, di lunghissime carovane di Tir carichi di viveri – nella fattispecie, la Turchia. E che dire degli USA, la cui aviazione si guarda bene dal bombardare quelle carovane, perfettamente visibili, ad esempio, mentre attraversano i valichi?

Anzi, che dire degli USA, i cui esponenti di rilievo ammettono di aver creato i tagliagole dell’Isis – anzitutto per rovesciare Assad in Siria e poi per cacciare al Maliki dal potere in Iraq e frammentare il paese per meglio dominarlo. Per convincersene, basta digitare in YouTube Isis Hillary Clinton, oppure Isis General Wesley Clark oppure Isis John McCain. Perciò, l’ultimo provvedimento utile per eliminare l’Isis sarebbe quello di: 

     7.  deferire davanti alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per crimini contro l’umanità i paesi oggettivamente responsabile per la creazione e il foraggiamento dell’Isis. Prove obiettive di colpa per l’”istigazione alla guerra civile” (reato internazionale) abbondano: ad esempio, i leader sauditi e qatarioti si sono spesso vantati in pubblico del loro interventismo.

Conclusione

Il Parlamento italiano viene chiamato in questi giorni ad autorizzare o meno la cobelligeranza italiana in Iraq. E’ dunque il momento ideale, per pacifisti e per chiunque, di sollevare le domande scottanti che normalmente i mass media tenderebbero a censurare. Eccone quattro – e ce ne sono molte altre.

Riterrà il Parlamento italiano che la creazione del gruppo terrorista Isis da parte degli Stati Uniti – nonché la loro creazione del gruppo terrorista al Qaeda in Afghanistan per rovesciare l’allora governo filo-sovietico – conferisca loro d’ufficio la designazione di “Stato Terrorista”? E, in caso affermativo, quali provvedimenti vorrà il Parlamento adottare contro gli USA in conseguenza di tale designazione?

Vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di eliminare l’Isis alla radice, chiudendo i rubinetti dei soldi, delle armi, dei viveri, dell’assistenza e sanzionando i paesi che forniscono tutto ciò, ossia i paesi elencati qui sopra? Certo, esiste un organismo internazionale, il GCFI creatosi proprio a Roma il 19-20 marzo scorso, che dovrebbe fare questo lavoro. Il problema è che è composto in primo luogo proprio dei paesi elencati qui sopra, ossia i paesi che foraggiano l’Isis – proprio come lo è la Coalizione che pretende di “combatterlo”. Perciò, esattamente come i finti bombardamenti alleati contro l’Isis, il finto contrasto del CGFI ai finanziatori dell’Isis è servito a poco. O meglio, è servito solo per “dimostrare” l’estraneità dei paesi membri alla creazione e al foraggiamento dell’Isis, nonché per rassicurare l’opinione pubblica che qualcosa si sta facendo per eliminarlo. Siamo al sommo grado del doppiogiochismo;

Riterrà il Parlamento italiano che, dal momento che l’Isis va sradicato usando mezzi economici e politici (non militari), i caccia e i soldati tricolore, attualmente dislocati in Iraq per scopi parabellici, vadano subito richiamati a casa? L’Italia non deve continuare a fare da “complice agli omicidi” che i suoi alleati stanno commettendo nel Levante. Se l’Italia vuole avere un pretesto per stare in Iraq onde tutelare i suoi interessi petroliferi laggiù, scelga la cooperazione economica, sociale e culturale, non la guerra;

Infine, vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di dire al proprio elettorato che la responsabilità per gli orrori che vediamo nel Levante da quattro anni non è attribuibile in primo luogo al popolo siriano o al popolo iracheno, e nemmeno (totalmente) ai loro leader? Vorrà riconoscere che la responsabilità primaria è dell’Occidente? L’Occidente infatti, cacciato dal Medio Oriente cinque anni fa, ora cerca di tornarci:

  • destabilizzando la regione in vario modo – ultimamente con l’Isis – per avere la scusa di impiantare di nuovo le proprie basi militari (e ci sta riuscendo), e

  • frantumando l’Iraq e la Siria, geograficamente e demograficamente, in zone contrapposte, costantemente in guerra civile, aperta o strisciante. Il tutto per consentire un più facile dominio occidentale della regione (“tra due litiganti…”).

Inoltre – e va pure detto all’elettorato, per quanto scottante – la frantumazione dell’Iraq e della Siria e il loro invischiamento in guerre civili striscianti, ha un ulteriore scopo: consente allo Stato israeliano di sbarazzarsi di altre due potenze regionali in grado di tenerle testa. (Israele ha già ottenuto la distruzione della Giamahiria Libica, nemico giurato, e sta attivamente perseguendo la destabilizzazione della Repubblica dell’Iran, così da avere mano libera nell’intera regione.)

Un anno fa chi scrive ha già denunciato tutte queste nefandezze in un articolo su Peacelink intitolato “La III Guerra in Iraq è iniziata”, facendo alcune previsioni e raccomandando le misure indicate qui sopra (sanzioni, deferimenti). Purtroppo, 14 mesi dopo, le previsioni si sono rivelate esatte ma le raccomandazioni sono state totalmente ignorate. Ed ora? C’è chi vorrà riproporle mentre siamo ancora in tempo?

Ecco, dunque, quattro quesiti scottanti che i pacifisti (e non) potranno rivolgere ai propri parlamentari durante questa pausa di riflessione.

Il Parlamento ci ascolterà questa volta? Oppure sceglierà di timbrare d’ufficio la richiesta di cui il sig. Carter è stato il latore oggi: la cobelligeranza italiana in Iraq?

La cobelligeranza significherà – ed ogni parlamentare deve esserne consapevole – far partecipare l’Italia alla crudele farsa dei “bombardamenti anti Isis”. Crudele perché, ancora una volta, causerà necessariamente morti, distruzioni, sfollamenti. Farsa perché questi bombardamenti sono programmaticamente, come già detto, di puro contenimento e forse neanche quello. Infatti, non hanno eliminato nessuno dei più importanti depositi e centri di comando dell’Isis, quelli che la Russia, invece, sta distruggendo ora – e sul serio – mettendo a nudo l’Operazione Anti Isis (ma sarebbe meglio chiamarla Operazione Big Bluff) del Pentagono.

E’ questo il ruolo che l’Italia vorrà svolgere nel mondo? Comparsa in una crudele ed inutile farsa?

Ci auguriamo di no. L’Italia può fare di meglio. Questo articolo suggerisce alcuni provvedimenti anti Isis più efficaci delle bombe e che porrebbero pure fine all’intervento russo.  Ma se sembrano troppo radicali, non importa, ce ne saranno sicuramente altri: serve ora l’immaginazione al potere.

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Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

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Fonti:
Analisis Militares
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Fars
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Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora