I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

L’assedio di Gaza impedisce una ricostruzione indispensabile

Imeunnamedmc. Due anni dopo lo scoppio della guerra del 2014, che costò la vita a 1.492 civili palestinesi, tra cui 551 bambini, la gran parte della Striscia di Gaza giace in rovina. Interi quartieri non vengono riforniti d’acqua, gli ospedali e le cliniche distrutte non sono ancora stati ricostruite, e decine di migliaia di persone restano senza casa.

Mentre sono iniziate alcune ricostruzioni, la situazione a Gaza rimane terribile. Meno del 10% delle 11.000 case completamente distrutte durante i 51 giorni di bombardamenti sono state ricostruite. Come conseguenza della guerra e dell’impatto del blocco imposto dal 2007 da Israele, più di 75.000 Palestinesi di Gaza restano senza una casa in cui tornare.

“Due anni dopo l’inizio della guerra, l’assedio ostacola fortemente la ricostruzione e la ripresa a Gaza. A meno che non venga tolto, i Palestinesi che vivono a Gaza non saranno in grado di vivere la loro vita in libertà, dignità e sicurezz”, ha affermato Chris Eijkemans, direttore di Oxfam Country secondo il PNN.

“Quando è iniziato il cessate il fuoco, i leader mondiali hanno promesso di lavorare per uno sviluppo sostenibile e a lungo periodo per i Palestinesi che vivono a Gaza. Tuttavia, ci sono poche prove di quelle promesse nei fatti”.

Le organizzazioni internazionali che operano nei Territori Palestinesi Occupati lanciano l’allarme per la  mancanza di progressi nella ricostruzione di Gaza a seguito delle pesanti restrizioni di Israele per l’ingresso di materiali strategici per il processo di ripresa. Le organizzazioni hanno invitato i leader mondiali e la stampa a farsi carico degli impegni assunti per la fine immediata del blocco.

Il blocco quasi decennale ha paralizzato l’economia di Gaza. Senza poter vendere ai mercati esteri, l’occupazione nel settore privato è crollata. La disoccupazione complessiva è superiore al 40%, con quella giovanile tra le più alte al mondo.

L’impatto dell’assedio sui bambini è particolarmente devastante, decine di migliaia sono ancora senza casa a causa del conflitto del 2014. “La metà della popolazione di Gaza è composta da minorenni, molti dei quali hanno vissuto tutta la loro vita sotto assedio. A centinaia necessitano di trattamenti medici essenziali, ma viene impedito di lasciare Gaza. Due anni dopo, le cause all’origine della loro sofferenza non sono ancora state affrontate”, ha spiegato Fikr Shalltoot, direttore dei Programmi di aiuto medico ai Palestinesi di Gaza.

Eijkemans ha detto che la fine del blocco è l’unica soluzione per dare alle persone l’accesso ai servizi di base di cui hanno disperatamente bisogno, per  permettere che la  ricostruzione proceda e per consentire che l’economia paralizzata di Gaza riparta.

“Il blocco è illegale secondo il diritto internazionale ed equivale alla punizione collettiva di un intero popolo. Solo la sua fine immediata porterà la sicurezza a lungo termine per i Palestinesi e gli Israeliani”.

Secondo le statistiche dell’ONU, i Palestinesi costituiscono ora la più alta percentuale di rifugiati in tutto il mondo.

Video IMEMC Archivio: 09/02/14 di Gaza City devastato Al-Shuja’eyya Suburb

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Infopal

‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’

If you keep depriving children from Gaza of everything, eventually some of them will join armed conflict and Israel will have no one to blame but themselves, Belal Dabour, a Palestinian doctor from Gaza, told RT.

Sorgente: ‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’ — RT Op-Edge

GAZA. Sanità in ginocchio, vittima del blocco e dei conflitti politici

Intervista ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002

Unrwa

Intervista di Federica Iezzi

Gaza, 10 marzo 2016, Nena News – A seguire l’intervista realizzata da Federica Iezzi ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002.

Com’è la situazione sanitaria a Gaza oggi?

La situazione sanitaria palestinese è frutto di tutta la sua storia. La caratteristica principale è quella della sua frammentazione. Frammentazione tra il Ministero della Sanità, l’UNRWA e le varie Organizzazioni Non Governative palestinesi e internazionali. Ognuna delle ONG ha la propria storia, loyalty, ambiti e compiti specifici. Nessuna inoltre sembra essere esente da posizioni politiche, anche se tutte si dichiarano apolitiche. Uno dei fattori principali che impattano e che sono responsabili di come si sta sviluppando o desviluppando il sistema sanitario sia in Cisgiordania sia a Gaza, risulta essere proprio la Comunità Internazionale con i suoi aiuti. L’enormità di aiuti che riceve un palestinese pro-capite è mal distribuita e consegnata con poca coerenza. E questo riflette il senso di colpa che ha la stessa Comunità Internazionale per non riuscire a risolvere la situazione politica. Anche se gli aiuti si pensa abbiano solo un impatto di tipo tecnico, in una situazione di conflitto come nei Territori Palestinesi, hanno indubbiamente un impatto sull’andamento di quello che una volta chiamavano ‘processo di pace’. Perché? Perché l’aiuto avrà un suo destinatario preciso che può essere una famiglia, un ospedale, un settore all’interno del sistema sanitario, una ONG locale, il Ministero della Sanità, l’UNRWA. Il fatto stesso che si aiuti uno e non evidentemente l’altro crea già i presupposti per un conflitto interno. Se con uno specifico aiuto viene rinforzata una sezione, viene indebolita in qualche modo l’altra, quindi inevitabilmente gli aiuti hanno un effetto divisivo nelle dinamiche interne.

L’effetto divisivo è visibile anche sulla popolazione?

Purtroppo anche sui civili. In queste ore un’enorme quantità di aiuti sta arrivando dagli Stati Uniti, per essere indirizzati esclusivamente al settore privato sanitario palestinese. Questo vuol dire che si va a rafforzare uno degli attori del sistema sanitario, a scapito dell’altro. E quindi a privilegiare uno degli attori che non dovrebbe essere il principale. Il sistema sanitario di un Paese democratico in genere dovrebbe essere gestito e governato dalla struttura politica. Le politiche sanitarie sono parte dell’entità governativa. In questo caso si rafforza un attore in un modo che decide il mondo esterno. Quindi anche il processo dell’identificazione delle priorità che, per definizione, è un percorso politico viene ad essere completamente scavalcato.

E’ una mossa politica da parte degli Stati Uniti?

Non forse esplicitamente ma in modo piuttosto ovvio, il Ministero della Sanità di Ramallah non ha mai avuto nessuna intenzione di rafforzare la sanità di Gaza, perchè il successo di questa sulla Striscia, sarebbe stato equivalente a un successo di Hamas. Le aspettative e le politiche di Fatah sono uno dei fattori principali che deframmentano il sistema sanitario gazawi.

Come l’occupazione ha modellato gli attuali sistemi sanitari a Gaza?

La situazione di Gaza è asimmetrica per la prevalenza di rifugiati. Ne consegue un autorevole potere dell’UNRWA, con i suoi interventi di alta qualità che operano solo in parallelo con il Ministero della Sanità gazawi. Un esempio è proprio la gestione ‘privata’ delle loro cliniche per la Primary Health Care. Uno dei progetti portati avanti dalla Ong Palestine Children’s Relief Fund Italia, al momento sostenuto dalla Regione Toscana, “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, prevede proprio l’organizzazione di un workshop per permettere prima di tutto la comunicazione tra le parti. Il fine ultimo è la collaborazione tra UNRWA, con i suoi centri sanitari che coprono il 70% del fabbisogno a Gaza, Ministero della Sanità, con i suoi servizi, i suoi ospedali e le sue strutture sanitarie, e altre ONG indipendenti. Le conseguenze dell’erogazione dei servizi in maniera frammentaria sono: le destinazioni difformi e la ripetizione degli stessi esami per la stessa persona in seno ai tre attori sanitari principali. L’impatto degli aiuti paradossalmente ha un effetto divisivo, rallenta il processo di pace e acuisce il conflitto, aumentando le divisioni e le discrepanze.

Quali sono le colpe dell’occupazione?

Alle morti legate alle offensive militari israeliane su Gaza, è da aggiungere una violenza strutturale, dovuta a una quotidiana perdita di salute per la situazione di povertà, di stress, di condizioni psicosociali degradanti. In Cisgiordania la violenza è indiretta, più subdola, fatta dalla frustrazione quotidiana di chi non riesce a muoversi, dalla demolizione delle case, dalle incursioni militari notturne, dalla paura per la tortura nelle carceri. Questo ha un impatto devastante nella stessa salute della popolazione. L’accesso ai materiali sanitari a Gaza è ridotto in modo considerevole. Per esempio, tutti i farmaci che vengono destinati alla Striscia devono attraversare il Central Store di Ramallah e spesso non ricevono il nulla-osta al passaggio.

L’ostruzionismo non è evidente, non è eclatante ma si percepisce chiaramente. Ancora, la qualità delle prestazioni mediche e dei servizi nei Territori Palestinesi continua a inclinarsi perchè se un medico palestinese non ha la libertà di partecipare a meeting o conferenze internazionali, non ha la possibilità di confrontarsi con altri medici, non può aggiornarsi per mezzo della lettura di articoli scientifici, non avrà mai uno stimolo a migliorare e ad aumentare il suo standard qualitativo. Possibile che non si possa fare in modo che i donatori si assumano le proprie responsabilità dal punto di vista di accountability? Se con un aiuto si crea un problema è responsabilità del donatore la risoluzione del problema.

La Comunità Internazionale fa di tutto per aiutare i palestinesi, però non riesce a smuovere di un millimetro la posizione di Israele da un punto di vista politico, dal punto di vista dell’occupazione. Mantenere lo status-quo vuol dire normalizzare una situazione che è inaccettabile secondo le norme del Diritto Internazionale Umanitario. E in questo modo la Comunità Internazionale si ritrova paradossalmente a sovvenzionare Israele. Secondo la quarta Convenzione di Ginevra, il Paese occupante ha la responsabilità del benessere del Paese occupato, e invece a Gaza la garanzia è data dalla Comunità Internazionale a proprie spese. E i fondi che Israele non spende per il benessere del Paese occupato, magari li spende per armamenti militari.

Come si può migliorare la salute della popolazione di Gaza?

Devono prima di tutto migliorare le condizioni di vita e i determinanti sociali, quali, il livello di occupazione, l’istruzione, la qualità della quotidianità. Ma finché si ha un Paese che viene mantenuto a livello minimo anche di alimentazione, tanti discorsi hanno poco senso. Il sistema può essere migliorato capillarizzando e uniformando i servizi sanitari di base, secondo i bisogni reali della popolazione. Sempre con l’idea del ‘primum non nocere’, quindi senza creare più divisioni di quelle che già sono presenti, a causa della non corretta distribuzione degli aiuti.

Il territorio di Gaza è ben coperto dai Primary Health Care che però non hanno tutti lo stesso livello di qualificazione. I centri dell’UNRWA sono molto più efficaci, molto meglio organizzati, molto meglio forniti rispetto a quelli del Ministero della Sanità. Perché gli investimenti sono maggiori, perché hanno un personale selezionato in base a qualità e non in base all’appartenenza politica. Nei Centri si inizia a portare avanti il programma della ‘Family Health Team’, in cui il personale sanitario lavora in maniera multidisciplinare avendo come target la famiglia nella sua interezza. Questo significa mirare l’intervento sanitario al benessere globale della famiglia.

thanks to: Nena News

Women’s Boat To Gaza «Con preghiera di diffusione»

togaza

  • [*the English text follows the Italian text*]
  • [*Le texte français suit le texte anglais*]
  • [*البيان بالعربية في الاسفل*]

Messina, Sicilia, Italia

8 Marzo, 2016: «Con preghiera di diffusione».

La Freedom Flotilla Coalition, (FFC) ha scelto l’8 Marzo, la Giornata Internazionale delle Donne (IWD) per annunciare il lancio del loro progetto della Nave delle Donne per Gaza (Women’s Boat to Gaza, WBG).

La Women’s Boat to Gaza salperà a metà Settembre di quest’anno e prevede, durante il percorso, di ormeggiare in alcuni porti lungo il Mediterraneo e di arrivare a Gaza il 1 Ottobre.

La quarta missione della Freedom Flotilla Coalition (FF4) sarà condotta da un equipaggiamento composto di sole donne ed a bordo porterà donne illustri da ogni parte del mondo, allo scopo di sottolineare il contributo innegabile apportato dalle donne palestinesi al movimento di Resistenza.
Le donne palestinesi sono state centrali nella battaglia a Gaza, nella West Bank, all’interno della Green Line e nella diaspora.

“Uno degli scopi è quello di sottolineare questa lotta ed i devastanti effetti che ha sulle donne, spesso lasciate sole a passare al setaccio le macerie ed a prendersi cura delle proprie famiglie quando i loro mariti sono imprigionati o uccisi”

ha detto Wendy Goldsmith, della campagna Canadian Boat to Gaza.

“Nella Giornata Internazionale delle Donne e tutti i giorni noi supportiamo queste donne coraggiose e resilienti e invieremo la Women’s Boat to Gaza per far loro sapere che non sono sole e per porre fine all’embargo illegale di Gaza.”

La Women’s Boat to Gaza è supportata da rinomate organizzazioni femminili da tutto il mondo, tra le quali: The Women’s Affairs Center (Gaza), The Coalition of Women for Peace (Israel), Forum de Politica Feminista (Spain), Women’s Front (Norway), Coordinadora de Solidaridad Palestina (Mexico), CODEPINK Women for Peace (US) and Fédération des femmes du Québec (Canada).

La FFC ha anche il piacere di annunciare il lancio del sito della WBG.

Per favore, fateci visita su: http://www.womensboattogaza.org per avere maggiori dettagli e per seguire i progressi della WBG/FF4.

Per ulteriori informazioni:

Laura Arau +34 (6) 36 00 36 01 prensa@rumboagaza.org

Wendy Goldsmith +1 (519) 281-3978 mediawbg@gmail.com

I gruppi della Freedom Flotilla Coalition che partecipano alla campagna in the WBG sono:

  • Canadian Boat to Gaza
  • Freedom Flotilla Italy
  • International Committee for Breaking the Siege of Gaza
  • IHH – Turkey
  • Palestine Solidarity Alliance-South Africa
  • Rumbo a Gaza-Spain
  • Ship to Gaza Norway

Altri partners internazionali della WBG sono:

  • Kia Ora Gaza – New Zealand
  • Miles of Smiles
  • US Boat to Gaza

trad. del Comunicato L. Pal – Invictapalestina

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Messina, Sicily, Italy
March 8, 2016: For Immediate Release

The Freedom Flotilla Coalition* (FFC) has chosen March 8th, which marks International Women’s Day (IWD), to announce the launch of their Women’s Boat to Gaza (WBG) project.

The Women’s Boat to Gaza will set sail mid-September of this year and plans to dock at a number of Mediterranean ports along its route and arrive Gaza on October the 1st.

The FFC’s fourth mission (FF4) will be sailed by an all women crew and will carry aboard, notable women from all over the world in order to highlight the undeniable contributions which have been made by Palestinian women to the resistance movement. Palestinian women have been central to the struggle in Gaza, the West Bank, inside the Green Line and in the diaspora.

“One of our goals is to highlight this struggle and the devastating effects it has had on women, often left alone, sifting through rubble to take care of their families when their husbands are imprisoned or murdered” said Wendy Goldsmith, of the Canadian Boat to Gaza campaign. “On International Women’s Day, and on every day, we stand with these brave and resilient women, and will send the Women’s Boat to Gaza to let them know they are not alone and to end the illegal blockade of Gaza.”

WBG is endorsed by renowned women’s organizations from all over the world, among them: The Women’s Affairs Center (Gaza), The Coalition of Women for Peace (Israel), Forum de Politica Feminista (Spain), Women’s Front (Norway), Coordinadora de Solidaridad Palestina (Mexico), CODEPINK Women for Peace (US) and Fédération des femmes du Québec (Canada).

The FFC is also pleased to announce the launch of the WBG website. Please visit:
http://www.womensboattogaza.org
for more details and to follow the progress of WBG / FF4.

For more information:
Laura Arau +34 (6) 36 00 36 01 prensa@rumboagaza.org
Wendy Goldsmith +1 (519) 281-3978 mediawbg@gmail.com

* Freedom Flotilla Coalition campaigns participating in the WBG are:
Canadian Boat to Gaza
Freedom Flotilla Italy
International Committee for Breaking the Siege of Gaza
IHH – Turkey
Palestine Solidarity Alliance-South Africa
Rumbo a Gaza-Spain
Ship to Gaza Norway
Ship to Gaza Sweden

* other WBG international partners:
Kia Ora Gaza – New Zealand
Miles of Smiles
US Boat to Gaza
—————–français————-

Le Bateau des femmes pour Gaza lèvera l’ancre en septembre 2016

Les femmes québécoises et palestiniennes demandent la fin du blocus et l’occupation

Montréal, le 7 mars 2016 – Des organisations québécoises et canadiennes se joignent à une coalition internationale pour mettre en œuvre le Bateau des femmes pour Gaza, dans l’objectif de mettre fin au blocus de la Bande de Gaza. Par l’organisation d’événements et fort.e.s du soutien de femmes, d’hommes, d’ONG, de groupes de la société civile et d’associations de femmes à travers le monde, le Bateau lèvera l’ancre en septembre 2016.

Le Bateau des femmes pour Gaza, ce sont des femmes du monde entier qui tiennent à rendre visible l’esprit de résistance indomptable des femmes palestiniennes, à leur manifester leur solidarité, à leur faire parvenir un message d’espoir jusque derrière les murs de leur prison à Gaza.

Le blocus doit être levé, mais même levé, Gaza continuera d’être un territoire occupé par Israël. En solidarité avec l’ensemble du peuple palestinien, il nous faut continuer la lutte pour  que les Palestiniennes et les Palestiniens, où qu’ils soient, recouvrent la totalité de leurs droits. Les groupes québécois exigent donc la fin de l’occupation, de la colonisation, le démantèlement du mur, le respect du droit de retour des réfugié.e.s (résolution 194 de l’ONU) et la reconnaissance du droit des citoyen.ne.s arabo-palestiniens d’Israël à une égalité totale.

À Gaza, les conditions de vie sont déplorables depuis l’imposition du blocus en 2007 et cela affecte en particulier les femmes : sans liberté, sans paix et sans ressources essentielles pour assurer une vie digne, Israël contrôlant tout. L’insécurité alimentaire y est de modérée à grave. Les multiples agressions militaires y ont détruit toutes les infrastructures essentielles à une vie en société : maisons, hôpitaux et cliniques, centrales électriques, usines de filtration d’eau, écoles et universités, entreprises, commerces, etc.

La vie des Palestinien.ne.s de Gaza est un enfer et un combat permanent, et pourtant, les femmes continuent de porter leur famille à bout de bras et refusent de disparaître. Elles inspirent espoir, force et détermination devant les innombrables injustices. Agir à leurs côtés est une question de dignité pour toutes et tous.

Contact:
Mme Lorraine Guay (lorraineguay@videotron.ca ou 514-278-1167) sera disponible pour répondre aux demandes d’entrevue des journalistes.

 

—————–العربية————-

ميسينا ، إيطاليا٨ آذار ٢٠١٦
للنشر الفوري
اختار تحالف اسطول الحرية تاريخ ٨ آذار ، الذي يصادف اليوم العالمي للمرأة ، للإعلان عن إطلاق مشروع ‘قارب النساء الى غزة’.
و سوف يبحر ‘قارب النساء الى غزة ‘ منتصف شهر أيلول من هذا العام . و سوف يقوم القارب بالتوقف في عدة موانئ بحرية في البحر الأبيض المتوسط في طريقه الى غزة ، على ان يصل هناك يوم ١ من تشرين الاول .
يقود مهمة اسطول الحرية الرابعة طاقم نسائي ، و سوف يكون على متن القارب نساء بارزات من مختلف أنحاء العالم بهدف تسليط الضوء على المساهمات المركزية للمرأة الفلسطينية في مقاومة الاحتلال ، في غزة والضفة الغربية، داخل الخط الأخضر و في الشتات.
ويحضى ‘قارب النساء الى غزة ‘ لتأييد مجموعة من المنظمات النسائية الرائدة في مختلف أنحاء العالم ، من بينهم : مركز شؤون المرأة (غزة)، تحالف النساء للسلام (اسرائيل )، منتدى دي بوليتيكا فمينيستا (اسبانيا)، الجبهة النسائية (النرويج)، تنسيقية التضامن مع فلسطين (المكسيك)، كودبينك نساء من اجل السلام ( الولايات المتحدة الامريكية) و اتحاد الكيبيك للنساء (كندا) .
ويسرنا الإعلان عن إطلاق موقع الواب لمشروع ‘قارب النساء الى غزة:
https://wbg.freedomflotilla.org/

:للمزيد من المعلومات الاتصال ب

العربية:  دنيا حمو
+519 878 2843
Dunia Hamou
dunia.hamou@gmail.com

لورا آراو :
01 36 00 36 (6)  34+
prensa@rumboagaza.org
ويندي غولدسميث
3978 -281 (519) 1+
mediawbg@gmail.com

*يتكون تحالف اسطول الحرية من :
– القارب الكندي الى غزة
-اسطول الحرية إيطاليا
-اللجنة الدولية لكسر حصار غزة
– IHH تركيا
-تحالف التضامن مع فلسطين،  جنوب افريقيا
-الطريق الى غزة، اسبانيا
-السفينة الى غزة ، نرويج
-السفينة الى غزة، السويد
*الشركاء الدوليون الآخرون:
– كيا اورا غزة ، نيوزيلندا
-أميال من الابتسامات
-قارب الولايات المتحدة الى غزة

Canadian Boat to Gaza:  www.canadaboatgaza.org email: canadaboatgaza@gmail.com

Gaza. Report dal campo profughi di Al Shatti.

“Eppure loro, tra una mattanza e l’altra e guardando il cielo sempre con la paura che porti la morte inviata dall’assediante, seguitano a vivere e a sognare il giorno della libertà”.

artipatrizia

 

di Patrizia Cecconi,
Gaza, 11 febbraio 2016

Al Shatti camp detto anche Beach camp è uno dei campi profughi più grandi e più densamente abitati della Striscia di Gaza. In meno di 1 kmq risiedono oltre 87.000 persone.
E’ anche uno dei primi ad essere stati costruiti, vale a dire che i suoi abitanti sono in attesa di giustizia  da quasi 70 anni.  Quando venne costruito aveva, come tutti gli altri campi, l’illusione della provvisorietà e doveva accogliere circa 23.000 persone, cioè quelle costrette a fuggire o cacciate direttamente da Jaffa, Lod, Bersheva e tanti villaggi più o meno vicini, ma nel corso degli anni ai crimini che hanno portato alla fondazione dello stato di Israele se ne sono aggiunti altri e quindi altri rifugiati si sono aggiunti ai primi e, non potendo tornare alle loro case perché distrutte o confiscate da Israele, le loro dimore, sempre meno provvisorie  si sono riempite di bambini che nonostante le condizioni di grande povertà rappresentano la vita pulsante del popolo palestinese che si accresce e si rinnova.

Qui è nato anche Ismail Haniyeh, il primo ministro di Hamas che governa la Striscia e qui Haniyeh abita ancora, ma in una casa semplice, non in una villa, come nel caso di un parlamentare a Jabalia che non ha lasciato il campo, ma che per dimora ha una villa che, moralismi a parte, cozza un po’ troppo con le abitazioni standard e con la povertà di Jabalia camp.

Anche Al Shatti è un campo molto povero e sarebbe anche molto triste se gli abitanti non avessero deciso di verniciare le facciate delle case con  colori così brillanti che si vedono anche dal mare. Al Shatti, oltre alle case colorate, ha un’infinità di bambini curiosi all’inverosimile, più di tutti quelli incontrati finora. Ti vengono vicino, cominciano a farti domande, poi ti mostrano i gabbiani come se fossero un’esclusiva della loro costa.


O forse li considerano tali perché invidiano  il loro volo libero, perché i gabbiani non sono sotto assedio e Israele non spara loro se superano le tre miglia come fa invece con i pescatori padri e fratelli di questi bambini. Comunque, dopo aver mostrato i gabbiani, ogni cosa diventa occasione di domande, di strette di mano, di sorrisi e tutti fanno a gara a ripetere le poche frasi in inglese che conoscono dandoti così il loro benvenuto e, al tempo stesso, mostrando la grande curiosità per il mondo esterno che tu rappresenti e che per la maggior parte di loro resta un sogno, perché Israele li ha chiusi dentro una scatola di cui tiene illegittimamente le chiavi.

All’interno del campo, dove mi fermerò a mangiare per pochi centesimi di euro i falafel migliori di tutta la Palestina, in un caos  dove i carretti guidati da cavalli e asinelli  s’incrociano con  macchine private, services e trattori, tutto sembra normale, così come è normale essere invitati, solo perché si passa di  lì, a prendere il caffè al cardamomo che appare in ogni angolo in cui c’è vita sociale. Cioè quasi ovunque. E’ così normale, che uno dei simboli della cultura palestinese è proprio la caffettiera e la si ritrova spesso dipinta sui muri oppure esposta in forma monumentale al centro di qualche piazza, sia in questa parte della Palestina assediata da Israele, sia nella Cisgiordania occupata. E’ comunque cultura palestinese che si esprime in questo modo.

Nella visita al campo mi accompagna un amico nato nella Striscia e a sua volta figlio di profughi. Parla l’inglese e mi fa da interprete. E’ anche mio studente di italiano nel corso che tengo presso il Centro culturale Vittorio Arrigoni per conto della mia associazione, quella  cui abbiamo dato nome “Oltre il Mare” proprio ricordando le parole di Vittorio circa il Mediterraneo che ci separa e al tempo stesso ci unisce. E’ lui che chiede a un gruppo di uomini seduti in un salotto inventato tra la strada e il mare  – con l’immancabile fuoco su cui bolle l’acqua per il caffè – se posso far loro qualche domanda. Sono un po’ scettici. C’è una cosa nel mio viso che è fonte di sospetto: la carnagione molto chiara, io direi troppo chiara. Questa carnagione più volte, qui nella Striscia ha portato a farmi la domanda “you israeli?” perché gli israeliani, per chi ancora avesse qualche dubbio, non sono un popolo autoctono, ma una comunità religiosa diffusa nel mondo che ha deciso di chiamarsi popolo per legittimare l’occupazione di terra altrui  e che proviene in massima parte dall’Occidente, quindi la mia pelle ricorda loro quella di molti dei loro oppressori e sono costretta a esplicitare la mia nazionalità e il mio lavoro qui in Palestina per fugare ogni dubbio.

Una volta accolta in questa tenda-salotto sulle cui pareti di tessuto plastificato sono impressi i volti di alcuni giovani martiri, mi consentono di fare alcune domande, con mio stupore mi dicono che se Israele fosse costretto ad accogliere la proposta dei due stati riconoscendo il diritto al ritorno e Gerusalemme est capitale della Palestina il conflitto sarebbe risolto. Chi parla così non è un sostenitore di Fatah bensì di Hamas, ma in fondo già Meshal e anche Haniyeh si erano espressi così. Anche questo rompe l’immagine monolitica dell’Occidente circa le posizioni di Hamas.

Ma la cosa singolare che si verifica in questo incontro è che da intervistatrice divento presto intervistata perché loro vogliono sapere cosa dice il mondo della loro vita, e soprattutto cosa “sa” il mondo di loro. Mi chiedono se nel mio paese si sa che I’acqua di Gaza non si può bere perché è salata come quella del Mar Morto, mentre l’acqua oltre il muro, cioè quella che serve gli israeliani è potabile. Mi chiedono se nel “mio” mondo si sa  che Israele taglia loro la fornitura elettrica e impedisce loro di commerciare e di vivere del loro lavoro in modo dignitoso. Se si sa che spara ai pescatori indifesi che sopravvivono solo del poco pescato che riescono a portare a riva. Mi fanno tante domande che riguardano proprio quello che noi attivisti, tutti, cerchiamo di far sapere al nostro mondo al di qua del mare, ma poi me ne fanno una particolare. Una che è quasi commovente per il modo con cui viene espressa. Il signore che me la fa viene da Lydda, uno dei villaggi distrutti da Israele durante la Naqba.  Si chiama Abu Yussef e in un inglese molto simile al mio, con un tono che direi accorato, mi dice : “ma lo sanno loro che noi vogliamo la pace?”

Già, ma lo sa il mondo al di qua del mare che loro vogliono la pace e che sono vittime due volte? Poter entrare a Gaza e conoscerla dall’interno servirebbe a farlo sapere e a far cadere tanti pregiudizi, ma Gaza è sotto l’assedio israeliano ed entrare è talmente difficile che diventa quasi un privilegio.

In quanti sanno, solo per fare un esempio,  che in questo lembo di terra ci sono ben otto campi profughi, vale a dire otto spazi di meno di un kmq in cui vivono ammassati coloro che una volta avevano casa e terra in quello che con la forza delle armi e il sostegno occidentale è diventato lo Stato di Israele?  Quanti sanno che Israele, solo in questo campo ha demolito “in tempo di pace” 2000 rifugi senza doverne mai rendere conto a nessuno?

Eppure loro, tra una mattanza e l’altra e guardando il cielo sempre con la paura che porti la morte inviata dall’assediante, seguitano a vivere e a sognare il giorno della libertà.

E’ la voglia di conoscere la Gaza autentica, quella del quotidiano,  che mi ha portato a parlare con queste persone e che, casualmente, mi ha portato a  scoprire che la casa di Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas che governa la Striscia di Gaza, è accanto alle altre case, povere e colorate, che affacciano sul mare. Di fronte alla casa, seduti con aria più rilassata che non bellicosa, due giovani soldati col mitra poggiato sulle ginocchia. Sorridono, non hanno l’espressione caricaturale di altri giovani soldati abituali a far scendere i palestinesi dai bus ai check point. Questi due ragazzi mi chiedono di non fare foto alla casa che ho davanti e che solo per questo si distingue dalle altre, non essendo né particolarmente ricca né isolata da muri di protezione o da schiere di poliziotti che vietano il passaggio ai normali cittadini. Una casa normale!

Io non ho niente da spartire con un partito di ispirazione religiosa come Hamas, però devo dire che questo particolare mi ha colpito. Qui in Palestina, come altrove del resto, ho visto ville e palazzi del potere sparsi un po’ ovunque e spesso guardati da decine di militari. Mi colpisce, per contrasto, questa differenza di stile. Conoscendo un po’ la storia di Ismail Haniyeh e vedendo tutti quei bambini a El Shatti non mi è difficile immaginare che lui fosse come uno di loro quando usciva all’alba per la prima preghiera  accompagnando suo padre, muezzin poverissimo cacciato dalla sua casa ad Al Majdal, su cui poi sarebbe sorta la moderna Ashkelon ebrea.

Storie di Gaza e dei suoi personaggi, niente di più. Quelli che, istituzionali o meno, fanno parte della Gaza del quotidiano, quella distante anni luce dai pregiudizi che la mostrano come covo di feroci terroristi.

thanks to: Invicta Palestina

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri | MAKTUB

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani

Il confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto spacca la città di Rafah, un tempo tutta palestinese. Chiuso da più di cento giorni, il valico è stato riaperto il 4 e 5 dicembre.
Nell’urgente necessità di uscire: 25 mila persone. Titolari, in teoria, del diritto: stranieri, studenti, malati in espatrio per cure mediche. Effettivamente usciti: 658 persone.

In questa Parte Prima (*), la testimonianza di un giovane Palestinese che ha vissuto l’odissea del viaggio, fra stanchezza, attese, prevaricazioni.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani | MAKTUB

Ministero della Salute di Gaza: 4 mila pazienti hanno urgente bisogno di cure all’estero

Memo. Lunedì 21 dicembre, il ministero della Sanità palestinese ha annunciato che 4 mila pazienti a Gaza hanno bisogno urgentemente di trattamenti fuori dalla Striscia. Il portavoce Ashraf Al-Qidra ha invitato le autorità egiziane ad aprire il Valico di Rafah per renderlo accessibile, ha affermato Anadolu.

“La chiusura del Valico di Rafah e l’embargo di nove anni su Gaza hanno minato il sistema sanitario”, ha spiegato al-Qidra. “C’è una mancanza del 30% di medicinali per patologie croniche renali, cardiache, neoplastiche e del sangue”.

Tali dichiarazioni sono giunte durante una manifestazione organizzata al passaggio di frontiera.

Quest’anno, le autorità egiziane hanno lasciato il confine aperto soltanto durante 21 giorni. 

Nonostatnte i pazienti palestinesi cerchino di passare attraverso il Valico di Rafah per avere accesso a cure specializzate, sia in Egitto che in altri Paesi, il passaggio di Erez in Israele è un’altra opzione, sebbene limitata. Tuttavia, questo valico è “usato come trappola” dagli israeliani sui pazienti palestinesi e familiari, ha affermato al-Qidra, riferendosi alla politica israeliana di cercare di “corrompere” i palestinesi a diventare informatori in cambio di poter lasciare Gaza per trattamenti.

Il funzionario del ministero ha anche evidenziato che con l’ultima restrizione imposta ai palestinesi che cercano cure per gravi malattie, gli uomini accompagnanti devono avere almeno 55 anni e le donne almeno 50. La misura è stata criticata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Israele sta, di fatto, politicizzando l’assistenza sanitaria. Diversi pazienti palestinesi e i loro rispettivi accompagnatori sono stati arrestati dagli israeliani a Erez.

Traduzione di F.H.L

Sorgente: Ministero della Salute di Gaza: 4 mila pazienti hanno urgente bisogno di cure all’estero | InfopalInfopal

Spain: City Council Announces Support for BDS, Warrant Issued for Netanyahu’s Arrest

The Santiago de Compostela City Council (capital of Spain’s Galicia region) passed a motion declaring itself a space free of discrimination against the Palestinian people and in support of the BDS campaign on 10 November.

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According to the Alternative Information Center (AIC), the BDS Galicia group reports that ruling electoral alliance in the City Hall, Compostela Aberta, and two of the groups in the opposition, the Socialist Party (PSdeG-PSOE) and the Galizan Nationalist Bloc (BNG) voted in favour, while the People’s Party (PP) abstained.

Such initiatives were set in motion in 2010 by the South African Municipal Workers Union (SAMWU), which after the Israeli massacre in Gaza in 2008-09 started spreading this Apartheid Israel Free zone idea.

BDS Galicia provides us with the full text of the motion passed by Santiago City Council:

Emergency motion presented by the Compostela Aberta municipal group at the plenary meeting of the city council regarding the request for Santiago City Council to support the global BDS movement.

Concepción Fernández Fernández, councillor for Social Policy, Diversity and Healthcare, tabled the following emergency motion for approval at the city council plenary meeting:

In July 2005 a broad-based coalition of Palestinian groups launched the Global BDS Campaign (boycotts, divestment and sanctions against Israeli settlements, apartheid and occupation) against Israel, urging “people of conscience around the world to impose broad boycotts and implement divestment initiatives against Israel” as a measure designed to help put an end to the increasingly bloody ethnic cleansing inflicted on the Palestinian people.

Trade unions, universities, grassroots organisations, consumer associations, pacifist movements, municipalities, artists, students and professionals from all walks of life and from all around the world have come together in a peaceful, citizen’s movement whose influence increases daily. This global movement has become the touchstone for solidarity with Palestine. It is a global movement that Galiza cannot afford not to be part of.

For these reasons, the Compostela Aberta municipal group tables to following motion before the plenary session of Santiago de Compostela City Council for its approval:

1.- To declare Santiago City Council as a space free from discrimination against the Palestinian people and supporting the BDS Campaign with the following aims:

– To end occupation and settlements in all of the Palestinian territories and to dismantle the wall;

-To recognise the basic rights of the Arab-Palestinian citizens living in Israel to full equality;

-To recognise the right of the Palestinian refugees to return to their homes and properties as stated in United Nations General Assembly Resolution 194;

2.- To refrain from collaborating with the State of Israel, its public bodies and its official representatives in the Spanish State and in any kind of agricultural, educational, trade, cultural or security projects;

3.- To spread awareness of the BDS Campaign and to support it in all areas (economy, culture, sports, academia and public institutions).

— —

In related news, Turkish news site, Yenis Afak, recently reported that a Spanish court has found Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and six other senior officials guilty of crimes against humanity for their role in the 2010 raid on Gaza-bound aid ship, Mavi Marmara.

Nine activists were killed, including one Turkish-American, and dozens injured when Israeli commandos boarded the lead ship of a Gaza-bound flotilla, Mavi Marmara, when it attempted to breach the blockade of the Palestinian territory. Spanish activists were also on board the ships.

The Madrid-based Supreme Court has ordered arrest of Prime Minister Benjamin Netanyahu, ex-foreign minister Avigdor Lieberman, ex-defense minister Ehud Barak, then-deputy PMs Moshe Ya’alon and Eli Yishai, and then-state minister Benny Begin. Israel’s ex-Navy Commander Eliezer Marom is among the co-defendants found guilty by the Spanish judge.

Also from AIC: 11/12/15 Bill Banning BDS Supporters Passes First Stage

thanks to: IMEMC News

Basel Ghattas: «Il blocco di Gaza è illegale, torneremo a sfidarlo»

FREEDOM FLOTILLA. Il deputato palestinese alla Knesset e passeggero della “Marianne”: «I soldati israeliani hanno usato violenza contro alcuni di quelli a bordo. La nostra missione è stata in ogni caso un successo perchè ha riportato in primo piano la chiusura di Gaza e la sua illegalità»

Il deputato palestinese israeliano Basel Ghattas

Intervista di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 1 luglio 2015, Nena NewsIl governo di Stoccolma, l’unico in Europa ad avere formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina, ha annunciato che presenterà una protesta formale contro Israele per l’abbordaggio della nave svedese “Marianne” della Freedom Flottila, diretta a Gaza, avvenuto nella notte tra domenica e lunedì. «Sappiamo che l’intervento della Marina israeliana ha avuto luogo in acque internazionali. Per legge solo allo Stato bandiera, in questo caso la Svezia, era permesso agire contro la nave in acque internazionali», ha comunicato ieri al quotidiano Dagens Nyheter l’ufficio stampa del ministero degli esteri svedese, aggiungendo che Stoccolma considera fondamentale la fine del blocco di Gaza. Il comunicato è giunto mentre l’ex presidente tunisino Moncef Marzouki, uno dei 18 passeggeri e membri dell’equipaggio della “Marianne”, saliva, scortato dalla polizia israeliana, su un aereo diretto a Parigi. A Tunisi lunedì centinaia di persone si erano radunate nel quartiere del Menzah per chiedere la sua immediata liberazione da parte di Israele. Sull’abbordaggio della “Marianne” e sul significato di questa nuova missione della Freedom Flotilla III , abbiamo intervistato uno dei passeggeri più noti, il deputato palestinese israeliano Basel Ghattas.

Come un po’ tutti avevano previsto, le forze armate israeliane hanno abbordato la “Marianne”, impedendo alla nave di proseguire per Gaza. Il portavoce militare ha detto che tutto si è svolto senza problemi e incidenti. Le cose sono andate davvero così?

Non è vero, c’è stata violenza. Ero lì e ho potuto registrarla di persona. Io non sono stato toccato ma un membro svedese dell’equipaggio, Charlie Andersson, che aveva protestato quando ha visto i commando israeliani, è stato colpito tre volte con il taser, la pistola che lancia scariche elettriche, ed è rimasto ferito. Ha anche ricevuto un colpo alla testa. Altri tre passeggeri che avevano tentato una difesa passiva, assolutamente pacifica, sono stati percossi dai soldati.

Prima di entrare in azione, la Marina israeliana ha preso contatto con la “Marianne”?

Via radio i militari hanno chiesto al comandante di cambiare rotta e di dirigersi verso il porto di Ashqelon (città israeliana a circa 10 km da Gaza, ndr) dove avrebbe potuto lasciare il suo carico. Lui ha risposto che la nostra destinazione era Gaza e che non avrebbe modificato la rotta. Tutti abbiamo approvato la sua scelta perchè non era certo la “Marianne” a violare le leggi internazionale ma Israele che attua da troppi anni un blocco navale illegale contro la popolazione di Gaza. Poco dopo sono intervenuti i commando che, dopo aver preso il controllo della nave, hanno intimato al comandante di dirigersi al porto di Ashdod.

Lei è un cittadino israeliano e un deputato della Knesset, che atteggiamento hanno avuto nei suoi confronti quando siete arrivati ad Ashdod.

Non hanno tenuto in alcun conto della mia immunità parlamentare. Mi hanno sequestrato il telefono e il computer e le mie proteste non sono servite a nulla. Come quelle dei miei compagni di viaggio ai quali hanno portato via tutto.

Quanto ha pesato nel suo caso l’irritazione che alla Knesset e in una porzione consistente di popolazione israeliana ha suscitato la sua scelta di partecipare alla Freedom Flotilla III

Non so dire quanto possa aver pesato. Per ciò che mi riguarda non ho compiuto nulla di illegale, perchè di illegale c’è solo il blocco inaccettabile di Gaza, che condiziona la vita di quasi due milioni di palestinesi, uomini, donne e bambini, che hanno il diritto di vivere liberi e in condizioni di normalità.

È soddisfatto della reazione internazionale all’abbordaggio della “Marianne” da parte della Marina israeliana.

Non ho ancora avuto modo di seguire con attenzione le reazioni all’estero e dei media internazionali a questo grave abuso. In ogni caso anche questa missione della Freedom Flotilla è stata un successo, perchè ha riportato in primo piano la condizione di Gaza e l’illegalità del blocco attuato da Israele. Il fatto che il governo (Netanyahu) ordini in modo sistematico di impedire alle navi della Freedom Flotilla di arrivare a Gaza non spezzerà la volontà di contesta il blocco e intende riaffermare la sovranità del diritto internazionale.

thanks to: Nena News

La Freedom Flotilla lascia Creta, prossima tappa: Gaza

Il racconto di un attivista italiano presente a bordo. A seguire la Marianne, l’imbarcazione principale, altre tre navi che stanno portando verso la Striscia 50 attivisti e tante emittenti tv.

La Marianne, principale imbarcazione della terza Freedom Flotilla

della redazione

Roma, 27 giugno 2015, Nena News – E’ sulla via di Gaza la Freedom Flotilla III, il convoglio di imbarcazioni partito da Goteborg, in Svezia, e pronto a rompere l’assedio israeliano sulla Striscia con un carico di medicinali e pannelli solari per gli abitanti della piccola enclave palestinese. Secondo quanto appreso da un attivista italiano presente a bordo, “Marianne”, l’imbarcazione principale, sarebbe salpata giovedì, seguita tra venerdì da “Vittorio”, “Rachel” e “Juliano II”. Il forte vento ne avrebbe ritardato la partenza dal porto greco di Eraklion, nell’isola di Creta.

Claudio Tamagnini ha raccontato dei training che si fanno in coppia: “Io – ha spiegato – mi occupo della parte teorica, mentre Welo, finlandese, il comandante della Marianne fino a Palermo, spiega le tecniche di resistenza. E’ stato non solo sulla Estelle, ma ha fatto tante operazioni con Greenpeace, conosce i commando francesi e degli altri paesi, così ci spiega bene come proveremo a resistere”. Forte solidarietà è stata data alla Flotilla nell’isola di Creta, dove è stato organizzato un evento con raccolta fondi per il convoglio umanitario.

Tamagnini ha inoltre parlato delle condizioni per raggiungere le imbarcazioni al porto: “Dovremmo tenere le partenze nascoste, invece ci vuole un’ora per fare arrivare macchine, caricare persone e cose, e tutto questo in centro città, con poliziotti che ci guardano. L’idea è partire dal centro a bordo di auto, raggiungere un porticciolo, e da lì con barchette si raggiungono le nostre. In teoria avremmo buone misure di sicurezza per non farci trovare, ma se poi la nostra partenza è così plateale non serve a niente”.

“Negli ultimi giorni  – racconta Claudio – sono continuati gli arrivi.  Si sono uniti a noi un deputato giordano e uno marocchino,  una suora benedettina di Montserrat, in Catalogna e vari palestinesi, tra cui un ragazzo di Gaza che studia in Grecia e palestinesi residenti in Libano e in Giordania, oltre al presidente delle comunità palestinesi in Italia, che vive a Genova. C’è anche l’ex presidente tunisino Marzouki”.

Moncef Marzouki, che ha alle spalle un passato da attivista per i diritti umani, ha guidato la Tunisia dal 2011 al 2014, nel periodo di transizione che ha seguito le rivolte della primavera araba. La sua è stata una delle prime adesioni, annunciata durante il Social Forum che si è tenuto lo scorso marzo Tunisia. Altra presenza importante è quella di Basel Ghattas, deputato di origine palestinese della Lista Araba Unita alla Knesset, che domenica scorsa aveva annunciato la sua partecipazione al convoglio diretto a Gaza, suscitando le ire quasi dell’intero parlamento israeliano.

Accusato di volersi servire della sua immunità parlamentare per scopi politici, addirittura “terroristici” secondo il leader di Yisrael Beitenu Avigdor Lieberman, Ghattas ha difeso il suo “atto politico legittimo e non-violento” alla radio militare e chiedendo in una lettera al premier Netanyahu e al ministro della Difesa Ya’alon di “istruire le forze di sicurezza israeliane a stare lontano dalla Flotilla e lasciarla continuare per la sua strada: non vi è alcun motivo per impedirci di raggiungere Gaza e fornire l’assistenza che stiamo portando con noi”.

Inoltre, come annuncia il comitato della Freedom Flotilla in un comunicato stampa, a bordo ci sarebbero circa 50 attivisti per i diritti umani, giornalisti, artisti e politici che rappresentano 17 paesi. Oltre a Ghattas, ci sarebbero membri del parlamento di Spagna, Giordania, Grecia, Algeria e deputati del Parlamento Europeo. Presenti anche alcune emittenti televisive, come al-Jazeera, Euronews, Maori Tv (Nuova Zelanda), al Quds Tv, Channel 2 (Israele) e Russia Today Tv, oltre ad altri giornalisti indipendenti della carta stampata.

Il viaggio della Flotilla è accompagnato da una lettera firmata da più di 100 parlamentari europei e indirizzato all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri  della Ue, Federica Mogherini, in  cui si chiede di sostenere il convoglio umanitario e di porre fine al blocco di Gaza. Questa, oltre alle nove singole imbarcazioni degli anni scorsi, è la terza flotilla che tenta di rompere l’assedio imposto da Tel Aviv a Gaza dal 2007, quando Hamas vinse le elezioni. Nel 2010 la Mavi Marmara, che trasportava un carico di attivisti e di materiale sanitario, fu abbordata dalla marina militare israeliana, che aprì il fuoco uccidendo nove attivisti turchi.

thanks to: Nena News

Gaza: ancora non liberi di pescare

di Rosa Schiano


Nonostante gli accordi di cessate il fuoco le navi militari israeliane continuano ad attaccare pescatori palestinesi intenti a lavorare nelle acque di Gaza. Nel solo mese di settembre in 18 casi i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, un palestinese è rimasto ferito, 11 pescatori sono stati arrestati, 4 barche e 22 reti da pesca sono state confiscate.

Le speranze che i palestinesi riponevano negli accordi per il cessate il fuoco raggiunto il 26 agosto tra Israele e gruppi della resistenza palestinese che ha messo fine all’ultima offensiva israeliana “Margine protettivo” sono state presto disattese. Soprattutto quelle dei pescatori di Gaza. Il governo di Netanyahu aveva infatti concesso ai palestinesi un’estensione dell’area marittima fino a 6 miglia nautiche dalla costa. Un’estensione che rappresentava di fatto un ritorno all’accordo raggiunto dopo la precedente offensiva israeliana “Colonna di difesa” del novembre 2012, niente di più, niente di meno.

Navi militari israeliane hanno continuato ad attaccare pescatori palestinesi intenti a lavorare nelle acque di Gaza. Nel solo mese di settembre, riporta il Palestinian Centre for Human Rights, in 18 casi i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, un pescatore palestinese è rimasto ferito, 11 pescatori sono stati arrestati, 4 barche e 22 reti da pesca sono state confiscate. Tali aggressioni sono avvenute tutte dentro il limite delle 6 miglia nautiche dalla costa.

Il pescatore ferito il 17 settembre, Jom’aah Ahmed Mohammed Zayed, di 69 anni, era a pochi metri dalla costa sulla spiaggia a nord di Beit Lahia. Da una torre di controllo posta lungo il confine un soldato ha aperto il fuoco su un gruppo di pescatori che si trovavano nella zona. L’uomo, che si trovava ad una distanza di 200 mentri dalla barriera, era stato colpito da un proiettile alla gamba destra. Precedentemente, un pescatore vi fu ferito nel mese di maggio di quest’anno, mentre un altro giovane pescatore vi fu ucciso nel settembre 2012.

In molti casi, le aggressioni da parte della marina militare israeliana avvengono nella parte settentrionale della Striscia. Si registrano casi di arresti anche ad un miglio o un miglio e mezzo dalla costa.

In questi ultimi giorni si è registrata una escalation di attacchi. Solo nella giornata di mercoledì, sette pescatori sono stati arrestati nelle acque di Gaza, mentre giovedì scorso una barca da pesca è stata colpita ed affondata, il pescatore che era a bordo ha perso conoscenza ed è stato poi tratto in salvo. I sette pescatori arrestati fanno parte di due famiglie: cinque pescatori della famiglia Baker e due pescatori della famiglia Abu Ryala. Poi sono stati rilasciati ieri ma le loro barche, unico mezzo di sopravvivenza, sono state confiscate. Le barche vengono tenute, insieme a tante altre, nel porto israeliano di Ashdod.

Quali sono i motivi che spingono le autorità israeliane a non permettere ai pescatori palestinesi di pescare? Mentre da un lato giustificano tali aggressioni con “motivi di sicurezza” – quale pericolo essi possono costituire per Israele, a bordo delle loro piccole hasaka a remi o a motore, questo è difficile da capire – in realtà tali violazioni servono a quel rafforzamento del blocco navale sul quale pare che Tel Aviv non voglia affatto ripensare, nonostante le preoccupazioni internazionali. L’apertura del mare di Gaza potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la popolazione di Gaza assediata, così come l’apertura di altri valichi per il passaggio di beni e persone. Israele si oppone, la Striscia deve rimanere assediata.

Da un altro lato, appare necessario anche tener presente l’importante presenza di un grosso giacimento di gas naturale nelle acque territoriali palestinesi (a 30 km dalla costa, circa 19 miglia), Gaza Marine, tuttora bloccato, nel tentativo di impedire ai palestinesi di gestire le proprie risorse naturali (si legga a proposito l’articolo di Manlio Dinucci su Il Manifesto http://ilmanifesto.info/gaza-il-gas-nel-mirino/ ).

I pescatori, il cui livello di povertà sta crescendo esponenzialmente, sono quindi tra le vittime principali del blocco navale. Andrebbe anche detto che tutto questo rientra in una strategia che mira a scoraggiare la popolazione a vivere sul proprio territorio, a resistere con la forza delle proprie braccia, a ucciderne i figli per minarne il futuro, a cercare di cancellarne l’identità, a costringela infine a scappare. A morire forse anche in quel mare, come accaduto ai tanti che hanno tentato di raggiungere dall’Egitto le coste italiane.

Le 20 miglia nautiche che erano state stabilite sotto gli accordi di Jericho nel 1994 tra Israele e l’Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP), furono ridotte a 12 miglia sotto l’Accordo Bertini nel 2002. Nel 2006, l’area acconsentita alla pesca fu poi ridotta a 6 miglia nautiche dalla costa. A seguito dell’offensiva militare israeliana “Piombo Fuso” (2008-2009) Israele ha imposto un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, impedendo ai palestinesi l’accesso all’ 85% delle acque a cui hanno diritto secondo gli accordi di Jericho del 1994. Gli accordi raggiunti tra Israele e la resistenza palestinese dopo l’offensiva militare israeliana di novembre 2012, “Colonna di Difesa”, hanno concesso ai pescatori di Gaza di ottenere nuovamente le 6 miglia nautiche dalla costa. Il 12 Marzo 2013, Israele ha imposto nuovamente un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, affermando che tale decisione era stata presa a seguito dell’invio di alcuni razzi palestinesi verso il sud di Israele.

Il 22 maggio 2013, le autorità militari israeliane hanno diffuso attraverso alcuni media la decisione di estendere nuovamente il limite a 6 miglia nautiche dalla costa. Il limite è stato poi nuovamente ridotto da Israele a 3 miglia nautiche dalla costa e ristabilito a 6 miglia con gli accordi per il cessate il fuoco raggiunti dopo l’ultima offensiva.

( Fonte:NenaNews )

Palestinian Prime Minister Says Gaza Reconstruction Possible if Israel Removes Blockade

A general view of destroyed buildings in Beit Hanoun town, in the northern Gaza Strip August 5, 2014.

A general view of destroyed buildings in Beit Hanoun town, in the northern Gaza Strip August 5, 2014.

 

MOSCOW, October 16 (RIA Novosti) – Reconstruction in the Gaza Strip will not be possible unless Israel removes its blockade against the region, the prime minister of Palestine said Thursday.

“The reconstruction of the Gaza Strip will not be possible without the removal of the Israeli blockade, which has been ongoing for seven years now,” the Jerusalem Post quoted Rami Hamdallah as saying.

Hamdallah made the comment at a Ramallah meeting with International Monetary Fund (IMF) delegates, with chief emissary to the West Bank and Gaza Christoph Duenwald heading the delegation, according to the newspaper.

At an international conference held on Sunday in Cairo, donor countries pledged $5.4 billion for the reconstruction of the Gaza Strip following the recent fifty-day war between Israel and Hamas.

According to UN estimates, over 2,100 Palestinians and 71 Israelis were killed as a result of the hostilities, with thousands of houses in Gaza being razed, before an open-ended truce between the sides was brokered by Egypt on August 26.

thanks to: RIANOVOSTI

Striscia di Gaza, bimbo di 3 anni muore al valico di Rafah – 3-year-old dies due to closure of Rafah crossing

Striscia di Gaza, bimbo di 3 anni muore al valico di Rafah – Infopal.

Gaza is half childrenGaza – Ma’an e InfoPal. Giovedì 13 marzo, un bimbo di tre anni è morto a causa della chiusura del valico di Rafah.

Il piccolo, Ahmad Ammar Abu Nahl, soffriva di problemi cardiaci e epatici e avrebbe dovuto ricevere cure mediche in Turchia, viaggiando attraverso l’Egitto, secondo quando ha dichiarato il Comitato nazionale per rompere l’assedio di Gaza.

E’ morto mentre aspettava che il valico si aprisse.

Il valico di Rafah, che collega la Striscia di Gaza e l’Egitto, è la principale via di comunicazione per 1,7 milioni di palestinesi, sotto assedio israelo-egiziano dal 2007.

L’Esercito, al potere in Egitto dopo il golpe contro il governo di Mohammad Mursi, ha continuamente chiuso il valico e sta collaborando ad assediare la popolazione della Striscia. Parallelamente, ha distrutto la maggior parte dei tunnel della “sopravvivenza”.

(MaanImages/file)
GAZA CITY (Ma’an) — A three-year-old child died on Thursday after he was unable to receive medical care abroad due to the closure of the Rafah crossing, an activist group said.

Spokesman for the National Committee to Break the Siege Adham Abu Salmieh said that Ahmad Ammar Abu Nahl was suffering from an enlarged heart and liver and had been planning to go to Turkey via Egypt for treatment.

However, the young child died Thursday while waiting for the crossing to open.

Abu Salmieh told Ma’an that the continued death of victims is unfortunate and demanded the reopening of the Rafah crossing for humanitarian cases.

The Rafah crossing into Egypt has been the principal connection between the Gaza Strip’s 1.7 million residents and the outside world since the imposition of an economic blockade by the State of Israel beginning in 2007.

The death of Abu Nahl brings the number of deaths to two as a result of the closure of the crossing since the the Egyptian military overthrew democratically-elected president Morsi, Abu Salmieh said.

Egypt’s army has repeatedly closed the Rafah border crossing since the July coup while simultaneously destroying hundreds of tunnels that Gazans used for years to import fuel, building materials and other goods, as well as to enter and exit the blockaded coastal enclave.

Israel Must End Gaza Blockade, says UN Official

NEW YORK, June 15, 2013 (WAFA) – A United Nations independent expert Friday called on Israel to end its blockade of the Gaza Strip, six years after it was tightened following the Hamas takeover in June 2007.

“The people of Gaza have endured the unendurable and suffered what is insufferable for six years,” said the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Occupied Palestinian Territory, Richard Falk. “Israel’s collective punishment of the civilian population in Gaza must end today,” he said.

“Six years of Israel’s calculated strangulation of the Gaza Strip has stunted the economy and has kept most Gazans in a state of perpetual poverty and aid dependency,” the UN expert added.

Citing statistics released by the Israeli Ministry of Defense, Falk said that in 2012, the total number of truckloads of exports leaving Gaza was 254, compared to 9,787 in 2005 before the tightening of the blockade.

In addition, the UN expert said the productive capacity of Gaza has dwindled since 2007, with 80 per cent of factories in Gaza now closed or operating at half capacity or less due to the loss of export markets and prohibitively high operating costs as a result of the blockade.

“Thirty-four percent of Gaza’s workforce is unemployed including up to half the youth population, 44% of Gazans are food insecure and 80% are aid recipients,” he said, highlighting also the lack of access to potable water, fuel and electricity.

He added that while a small proportion of Gazans can afford to obtain supplies through the tunnel economy, “tunnels alone cannot meet the daily needs of the population in Gaza.”

“It’s clear that the Israeli authorities set out six years ago to devitalize the Gazan population and economy,” the Special Rapporteur said, referring to a study undertaken by the Israeli Ministry of Defense in early 2008 detailing the minimum number of calories Palestinians in Gaza need to consume on a daily basis to avoid malnutrition.

M.S.

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