È crisi umanitaria a Gaza stretta nel blocco di Israele ed Egitto

Il Cairo ha nuovamente chiuso il valico di Rafah gettando nella disperazione migliaia di palestinesi che attendevano da settimane il passaggio del confine. L’allarme dell’Oms per il sistema sanitario al collasso.

Gerusalemme, 28 febbraio 2018, Nena News – «È stato solo un inganno, gli egiziani dicevano che avrebbero aperto il transito di Rafah per quattro giorni e invece l’hanno chiuso dopo appena 24 ore». Jamil Hammouda, un giornalista che abbiamo raggiunto telefonicamente a Gaza, ci ha riferito della disperazione di migliaia di palestinesi che contavano di poter raggiungere il Cairo.

Persone gravemente ammalate, genitori che non vedono i figli da mesi, studenti diretti ad università in altri Paesi arabi. Dovranno aspettare ancora e per quanto non si sa. «E dall’altra parte ad El Arish – ha ricordato Hammouda – ci sono centinaia di persone che attendono da settimane di tornare a casa».

Il valico di Rafah, tra Gaza e il Sinai, è l’unica porta che due milioni di palestinesi hanno sul resto del mondo arabo. L’altro, quello di Erez a nord è accessibile solo a quei pochi che, dopo lunghe attese, riescono ad ottenere un permesso israeliano per superarlo. Il blocco di Gaza, anzi, è più giusto chiamarlo assedio, da parte di Israele ed Egitto è ferreo. E lo pagano oltre 2 milioni di civili e non, come affermano Tel Aviv e il Cairo, il movimento islamico Hamas che dicono di voler colpire.

L’Egitto ha motivato la chiusura di Rafah con la mancanza della necessaria sicurezza per i palestinesi in viaggio per il Cairo. «In realtà il valico è stato chiuso non appena sono transitati quei pochi che hanno potuto pagare tremila dollari (alle autorità egiziane, ndr)», ha spiegato Hammouda riferendosi alle “tariffe” che garantiscono il passaggio sicuro del valico.

Congelati gli accordi di riconciliazione tra Hamas e il partito Fatah del presidente dell’Anp Abu Mazen, Gaza sta precipitando in una crisi umanitaria devastante. Gli stessi israeliani nei giorni scorsi hanno lanciato un appello al finanziamento urgente di un loro piano per Gaza: con il blocco strangolano la Striscia e con le donazioni vorrebbero far respirare un territorio che hanno contribuito a trasformare in una enorme prigione.

Ben diverso è l’appello che ha lanciato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a favore del sistema sanitario di Gaza al collasso e su 1.715 palestinesi che stanno per morire tra cui 113 neonati, 100 pazienti in terapia intensiva e 702 in emodialisi. L’Oms chiede aiuti per 11,2 milioni di dollari necessari a soddisfare i bisogni di salute per i prossimi tre mesi. E solleva il velo dell’indifferenza sugli interventi chirurgici rimandati, sulle culle di terapia intensiva che ospitano talvolta quattro neonati, sui 6.000 operatori sanitari che da mesi ricevono il 40% del loro salario.

«Senza finanziamenti nel 2018 – avverte l’Oms – 14 ospedali e 49 strutture di cure primaria dovranno affrontare una chiusura totale o parziale, con un impatto su 1,27 milioni di persone». Tre ospedali e 13 cliniche di assistenza primaria hanno già chiuso per la mancanza di energia elettrica. Scarseggiano i farmaci salvavita.

Ad appesantire il quadro c’è lo stato di emergenza proclamato dai municipi di Gaza. Senza più fondi le amministrazioni locali sono state costrette a dimezzare i loro servizi fra cui la nettezza urbana e la gestione del sistema fognario e a vietare, per il forte inquinamento, i bagni in mare. L’erogazione dell’acqua nelle case è stata limitata ad un’ora appena al giorno.

E intanto resta alto il rischio di un nuovo conflitto con Israele che nei giorni scorsi, in risposta ad un attacco a una sua pattuglia lungo il confine, ha lanciato ripetuti raid aerei contro presunte postazioni di Hamas. Quello della scorsa settimana è stato l’attacco dal cielo più ampio dalla guerra del 2014. Il generale Yoav Mordechai ha avvertito che Israele reagirà con forza a nuove manifestazioni di protesta sul confine. Negli ultimi mesi 15 dimostranti di Gaza sono stati uccisi da fuoco israeliano.

Sorgente: È crisi umanitaria a Gaza stretta nel blocco di Israele ed Egitto

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Gaza in crisi: settore sanitario in pericolo

Imemc. Domenica Basem Naeem, presidente del settore ambientale e sanitario nel comitato amministrativo di Gaza, ha dichiarato che il divieto d’entrata di medicinali e di latte per i bambini, i tagli ai salari del personale medico, insieme ai tagli al carburante e all’energia, hanno provocato la crisi del settore sanitario.

Naeem ha informato il Consiglio legislativo palestinese circa le drammatiche condizioni che si stanno sviluppando, aggiungendo che ritiene l’occupazione pienamente responsabile.

 

Secondo l’agenzia news Al Ray Palestinian, Naeem ha evidenziato che questa e altri crisi sono dovute all’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza.

 

Ha inoltre sottolineato che, come riportato dal ministero della Salute di Ramallah, oltre 175 tipi di medicine sono finiti.

 

Il presidente del comitato della sanità dell’OLP ha espresso grave preoccupazione per quanto riguarda la crisi sanitaria, affermando che per risolverla è necessaria la cooperazione.

 

Traduzione di F.G.

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: Gaza in crisi: settore sanitario in pericolo | Infopal

I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

L’assedio di Gaza impedisce una ricostruzione indispensabile

Imeunnamedmc. Due anni dopo lo scoppio della guerra del 2014, che costò la vita a 1.492 civili palestinesi, tra cui 551 bambini, la gran parte della Striscia di Gaza giace in rovina. Interi quartieri non vengono riforniti d’acqua, gli ospedali e le cliniche distrutte non sono ancora stati ricostruite, e decine di migliaia di persone restano senza casa.

Mentre sono iniziate alcune ricostruzioni, la situazione a Gaza rimane terribile. Meno del 10% delle 11.000 case completamente distrutte durante i 51 giorni di bombardamenti sono state ricostruite. Come conseguenza della guerra e dell’impatto del blocco imposto dal 2007 da Israele, più di 75.000 Palestinesi di Gaza restano senza una casa in cui tornare.

“Due anni dopo l’inizio della guerra, l’assedio ostacola fortemente la ricostruzione e la ripresa a Gaza. A meno che non venga tolto, i Palestinesi che vivono a Gaza non saranno in grado di vivere la loro vita in libertà, dignità e sicurezz”, ha affermato Chris Eijkemans, direttore di Oxfam Country secondo il PNN.

“Quando è iniziato il cessate il fuoco, i leader mondiali hanno promesso di lavorare per uno sviluppo sostenibile e a lungo periodo per i Palestinesi che vivono a Gaza. Tuttavia, ci sono poche prove di quelle promesse nei fatti”.

Le organizzazioni internazionali che operano nei Territori Palestinesi Occupati lanciano l’allarme per la  mancanza di progressi nella ricostruzione di Gaza a seguito delle pesanti restrizioni di Israele per l’ingresso di materiali strategici per il processo di ripresa. Le organizzazioni hanno invitato i leader mondiali e la stampa a farsi carico degli impegni assunti per la fine immediata del blocco.

Il blocco quasi decennale ha paralizzato l’economia di Gaza. Senza poter vendere ai mercati esteri, l’occupazione nel settore privato è crollata. La disoccupazione complessiva è superiore al 40%, con quella giovanile tra le più alte al mondo.

L’impatto dell’assedio sui bambini è particolarmente devastante, decine di migliaia sono ancora senza casa a causa del conflitto del 2014. “La metà della popolazione di Gaza è composta da minorenni, molti dei quali hanno vissuto tutta la loro vita sotto assedio. A centinaia necessitano di trattamenti medici essenziali, ma viene impedito di lasciare Gaza. Due anni dopo, le cause all’origine della loro sofferenza non sono ancora state affrontate”, ha spiegato Fikr Shalltoot, direttore dei Programmi di aiuto medico ai Palestinesi di Gaza.

Eijkemans ha detto che la fine del blocco è l’unica soluzione per dare alle persone l’accesso ai servizi di base di cui hanno disperatamente bisogno, per  permettere che la  ricostruzione proceda e per consentire che l’economia paralizzata di Gaza riparta.

“Il blocco è illegale secondo il diritto internazionale ed equivale alla punizione collettiva di un intero popolo. Solo la sua fine immediata porterà la sicurezza a lungo termine per i Palestinesi e gli Israeliani”.

Secondo le statistiche dell’ONU, i Palestinesi costituiscono ora la più alta percentuale di rifugiati in tutto il mondo.

Video IMEMC Archivio: 09/02/14 di Gaza City devastato Al-Shuja’eyya Suburb

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Infopal

‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’

If you keep depriving children from Gaza of everything, eventually some of them will join armed conflict and Israel will have no one to blame but themselves, Belal Dabour, a Palestinian doctor from Gaza, told RT.

Sorgente: ‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’ — RT Op-Edge

GAZA. Sanità in ginocchio, vittima del blocco e dei conflitti politici

Intervista ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002

Unrwa

Intervista di Federica Iezzi

Gaza, 10 marzo 2016, Nena News – A seguire l’intervista realizzata da Federica Iezzi ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002.

Com’è la situazione sanitaria a Gaza oggi?

La situazione sanitaria palestinese è frutto di tutta la sua storia. La caratteristica principale è quella della sua frammentazione. Frammentazione tra il Ministero della Sanità, l’UNRWA e le varie Organizzazioni Non Governative palestinesi e internazionali. Ognuna delle ONG ha la propria storia, loyalty, ambiti e compiti specifici. Nessuna inoltre sembra essere esente da posizioni politiche, anche se tutte si dichiarano apolitiche. Uno dei fattori principali che impattano e che sono responsabili di come si sta sviluppando o desviluppando il sistema sanitario sia in Cisgiordania sia a Gaza, risulta essere proprio la Comunità Internazionale con i suoi aiuti. L’enormità di aiuti che riceve un palestinese pro-capite è mal distribuita e consegnata con poca coerenza. E questo riflette il senso di colpa che ha la stessa Comunità Internazionale per non riuscire a risolvere la situazione politica. Anche se gli aiuti si pensa abbiano solo un impatto di tipo tecnico, in una situazione di conflitto come nei Territori Palestinesi, hanno indubbiamente un impatto sull’andamento di quello che una volta chiamavano ‘processo di pace’. Perché? Perché l’aiuto avrà un suo destinatario preciso che può essere una famiglia, un ospedale, un settore all’interno del sistema sanitario, una ONG locale, il Ministero della Sanità, l’UNRWA. Il fatto stesso che si aiuti uno e non evidentemente l’altro crea già i presupposti per un conflitto interno. Se con uno specifico aiuto viene rinforzata una sezione, viene indebolita in qualche modo l’altra, quindi inevitabilmente gli aiuti hanno un effetto divisivo nelle dinamiche interne.

L’effetto divisivo è visibile anche sulla popolazione?

Purtroppo anche sui civili. In queste ore un’enorme quantità di aiuti sta arrivando dagli Stati Uniti, per essere indirizzati esclusivamente al settore privato sanitario palestinese. Questo vuol dire che si va a rafforzare uno degli attori del sistema sanitario, a scapito dell’altro. E quindi a privilegiare uno degli attori che non dovrebbe essere il principale. Il sistema sanitario di un Paese democratico in genere dovrebbe essere gestito e governato dalla struttura politica. Le politiche sanitarie sono parte dell’entità governativa. In questo caso si rafforza un attore in un modo che decide il mondo esterno. Quindi anche il processo dell’identificazione delle priorità che, per definizione, è un percorso politico viene ad essere completamente scavalcato.

E’ una mossa politica da parte degli Stati Uniti?

Non forse esplicitamente ma in modo piuttosto ovvio, il Ministero della Sanità di Ramallah non ha mai avuto nessuna intenzione di rafforzare la sanità di Gaza, perchè il successo di questa sulla Striscia, sarebbe stato equivalente a un successo di Hamas. Le aspettative e le politiche di Fatah sono uno dei fattori principali che deframmentano il sistema sanitario gazawi.

Come l’occupazione ha modellato gli attuali sistemi sanitari a Gaza?

La situazione di Gaza è asimmetrica per la prevalenza di rifugiati. Ne consegue un autorevole potere dell’UNRWA, con i suoi interventi di alta qualità che operano solo in parallelo con il Ministero della Sanità gazawi. Un esempio è proprio la gestione ‘privata’ delle loro cliniche per la Primary Health Care. Uno dei progetti portati avanti dalla Ong Palestine Children’s Relief Fund Italia, al momento sostenuto dalla Regione Toscana, “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, prevede proprio l’organizzazione di un workshop per permettere prima di tutto la comunicazione tra le parti. Il fine ultimo è la collaborazione tra UNRWA, con i suoi centri sanitari che coprono il 70% del fabbisogno a Gaza, Ministero della Sanità, con i suoi servizi, i suoi ospedali e le sue strutture sanitarie, e altre ONG indipendenti. Le conseguenze dell’erogazione dei servizi in maniera frammentaria sono: le destinazioni difformi e la ripetizione degli stessi esami per la stessa persona in seno ai tre attori sanitari principali. L’impatto degli aiuti paradossalmente ha un effetto divisivo, rallenta il processo di pace e acuisce il conflitto, aumentando le divisioni e le discrepanze.

Quali sono le colpe dell’occupazione?

Alle morti legate alle offensive militari israeliane su Gaza, è da aggiungere una violenza strutturale, dovuta a una quotidiana perdita di salute per la situazione di povertà, di stress, di condizioni psicosociali degradanti. In Cisgiordania la violenza è indiretta, più subdola, fatta dalla frustrazione quotidiana di chi non riesce a muoversi, dalla demolizione delle case, dalle incursioni militari notturne, dalla paura per la tortura nelle carceri. Questo ha un impatto devastante nella stessa salute della popolazione. L’accesso ai materiali sanitari a Gaza è ridotto in modo considerevole. Per esempio, tutti i farmaci che vengono destinati alla Striscia devono attraversare il Central Store di Ramallah e spesso non ricevono il nulla-osta al passaggio.

L’ostruzionismo non è evidente, non è eclatante ma si percepisce chiaramente. Ancora, la qualità delle prestazioni mediche e dei servizi nei Territori Palestinesi continua a inclinarsi perchè se un medico palestinese non ha la libertà di partecipare a meeting o conferenze internazionali, non ha la possibilità di confrontarsi con altri medici, non può aggiornarsi per mezzo della lettura di articoli scientifici, non avrà mai uno stimolo a migliorare e ad aumentare il suo standard qualitativo. Possibile che non si possa fare in modo che i donatori si assumano le proprie responsabilità dal punto di vista di accountability? Se con un aiuto si crea un problema è responsabilità del donatore la risoluzione del problema.

La Comunità Internazionale fa di tutto per aiutare i palestinesi, però non riesce a smuovere di un millimetro la posizione di Israele da un punto di vista politico, dal punto di vista dell’occupazione. Mantenere lo status-quo vuol dire normalizzare una situazione che è inaccettabile secondo le norme del Diritto Internazionale Umanitario. E in questo modo la Comunità Internazionale si ritrova paradossalmente a sovvenzionare Israele. Secondo la quarta Convenzione di Ginevra, il Paese occupante ha la responsabilità del benessere del Paese occupato, e invece a Gaza la garanzia è data dalla Comunità Internazionale a proprie spese. E i fondi che Israele non spende per il benessere del Paese occupato, magari li spende per armamenti militari.

Come si può migliorare la salute della popolazione di Gaza?

Devono prima di tutto migliorare le condizioni di vita e i determinanti sociali, quali, il livello di occupazione, l’istruzione, la qualità della quotidianità. Ma finché si ha un Paese che viene mantenuto a livello minimo anche di alimentazione, tanti discorsi hanno poco senso. Il sistema può essere migliorato capillarizzando e uniformando i servizi sanitari di base, secondo i bisogni reali della popolazione. Sempre con l’idea del ‘primum non nocere’, quindi senza creare più divisioni di quelle che già sono presenti, a causa della non corretta distribuzione degli aiuti.

Il territorio di Gaza è ben coperto dai Primary Health Care che però non hanno tutti lo stesso livello di qualificazione. I centri dell’UNRWA sono molto più efficaci, molto meglio organizzati, molto meglio forniti rispetto a quelli del Ministero della Sanità. Perché gli investimenti sono maggiori, perché hanno un personale selezionato in base a qualità e non in base all’appartenenza politica. Nei Centri si inizia a portare avanti il programma della ‘Family Health Team’, in cui il personale sanitario lavora in maniera multidisciplinare avendo come target la famiglia nella sua interezza. Questo significa mirare l’intervento sanitario al benessere globale della famiglia.

thanks to: Nena News

Women’s Boat To Gaza «Con preghiera di diffusione»

togaza

  • [*the English text follows the Italian text*]
  • [*Le texte français suit le texte anglais*]
  • [*البيان بالعربية في الاسفل*]

Messina, Sicilia, Italia

8 Marzo, 2016: «Con preghiera di diffusione».

La Freedom Flotilla Coalition, (FFC) ha scelto l’8 Marzo, la Giornata Internazionale delle Donne (IWD) per annunciare il lancio del loro progetto della Nave delle Donne per Gaza (Women’s Boat to Gaza, WBG).

La Women’s Boat to Gaza salperà a metà Settembre di quest’anno e prevede, durante il percorso, di ormeggiare in alcuni porti lungo il Mediterraneo e di arrivare a Gaza il 1 Ottobre.

La quarta missione della Freedom Flotilla Coalition (FF4) sarà condotta da un equipaggiamento composto di sole donne ed a bordo porterà donne illustri da ogni parte del mondo, allo scopo di sottolineare il contributo innegabile apportato dalle donne palestinesi al movimento di Resistenza.
Le donne palestinesi sono state centrali nella battaglia a Gaza, nella West Bank, all’interno della Green Line e nella diaspora.

“Uno degli scopi è quello di sottolineare questa lotta ed i devastanti effetti che ha sulle donne, spesso lasciate sole a passare al setaccio le macerie ed a prendersi cura delle proprie famiglie quando i loro mariti sono imprigionati o uccisi”

ha detto Wendy Goldsmith, della campagna Canadian Boat to Gaza.

“Nella Giornata Internazionale delle Donne e tutti i giorni noi supportiamo queste donne coraggiose e resilienti e invieremo la Women’s Boat to Gaza per far loro sapere che non sono sole e per porre fine all’embargo illegale di Gaza.”

La Women’s Boat to Gaza è supportata da rinomate organizzazioni femminili da tutto il mondo, tra le quali: The Women’s Affairs Center (Gaza), The Coalition of Women for Peace (Israel), Forum de Politica Feminista (Spain), Women’s Front (Norway), Coordinadora de Solidaridad Palestina (Mexico), CODEPINK Women for Peace (US) and Fédération des femmes du Québec (Canada).

La FFC ha anche il piacere di annunciare il lancio del sito della WBG.

Per favore, fateci visita su: http://www.womensboattogaza.org per avere maggiori dettagli e per seguire i progressi della WBG/FF4.

Per ulteriori informazioni:

Laura Arau +34 (6) 36 00 36 01 prensa@rumboagaza.org

Wendy Goldsmith +1 (519) 281-3978 mediawbg@gmail.com

I gruppi della Freedom Flotilla Coalition che partecipano alla campagna in the WBG sono:

  • Canadian Boat to Gaza
  • Freedom Flotilla Italy
  • International Committee for Breaking the Siege of Gaza
  • IHH – Turkey
  • Palestine Solidarity Alliance-South Africa
  • Rumbo a Gaza-Spain
  • Ship to Gaza Norway

Altri partners internazionali della WBG sono:

  • Kia Ora Gaza – New Zealand
  • Miles of Smiles
  • US Boat to Gaza

trad. del Comunicato L. Pal – Invictapalestina

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Messina, Sicily, Italy
March 8, 2016: For Immediate Release

The Freedom Flotilla Coalition* (FFC) has chosen March 8th, which marks International Women’s Day (IWD), to announce the launch of their Women’s Boat to Gaza (WBG) project.

The Women’s Boat to Gaza will set sail mid-September of this year and plans to dock at a number of Mediterranean ports along its route and arrive Gaza on October the 1st.

The FFC’s fourth mission (FF4) will be sailed by an all women crew and will carry aboard, notable women from all over the world in order to highlight the undeniable contributions which have been made by Palestinian women to the resistance movement. Palestinian women have been central to the struggle in Gaza, the West Bank, inside the Green Line and in the diaspora.

“One of our goals is to highlight this struggle and the devastating effects it has had on women, often left alone, sifting through rubble to take care of their families when their husbands are imprisoned or murdered” said Wendy Goldsmith, of the Canadian Boat to Gaza campaign. “On International Women’s Day, and on every day, we stand with these brave and resilient women, and will send the Women’s Boat to Gaza to let them know they are not alone and to end the illegal blockade of Gaza.”

WBG is endorsed by renowned women’s organizations from all over the world, among them: The Women’s Affairs Center (Gaza), The Coalition of Women for Peace (Israel), Forum de Politica Feminista (Spain), Women’s Front (Norway), Coordinadora de Solidaridad Palestina (Mexico), CODEPINK Women for Peace (US) and Fédération des femmes du Québec (Canada).

The FFC is also pleased to announce the launch of the WBG website. Please visit:
http://www.womensboattogaza.org
for more details and to follow the progress of WBG / FF4.

For more information:
Laura Arau +34 (6) 36 00 36 01 prensa@rumboagaza.org
Wendy Goldsmith +1 (519) 281-3978 mediawbg@gmail.com

* Freedom Flotilla Coalition campaigns participating in the WBG are:
Canadian Boat to Gaza
Freedom Flotilla Italy
International Committee for Breaking the Siege of Gaza
IHH – Turkey
Palestine Solidarity Alliance-South Africa
Rumbo a Gaza-Spain
Ship to Gaza Norway
Ship to Gaza Sweden

* other WBG international partners:
Kia Ora Gaza – New Zealand
Miles of Smiles
US Boat to Gaza
—————–français————-

Le Bateau des femmes pour Gaza lèvera l’ancre en septembre 2016

Les femmes québécoises et palestiniennes demandent la fin du blocus et l’occupation

Montréal, le 7 mars 2016 – Des organisations québécoises et canadiennes se joignent à une coalition internationale pour mettre en œuvre le Bateau des femmes pour Gaza, dans l’objectif de mettre fin au blocus de la Bande de Gaza. Par l’organisation d’événements et fort.e.s du soutien de femmes, d’hommes, d’ONG, de groupes de la société civile et d’associations de femmes à travers le monde, le Bateau lèvera l’ancre en septembre 2016.

Le Bateau des femmes pour Gaza, ce sont des femmes du monde entier qui tiennent à rendre visible l’esprit de résistance indomptable des femmes palestiniennes, à leur manifester leur solidarité, à leur faire parvenir un message d’espoir jusque derrière les murs de leur prison à Gaza.

Le blocus doit être levé, mais même levé, Gaza continuera d’être un territoire occupé par Israël. En solidarité avec l’ensemble du peuple palestinien, il nous faut continuer la lutte pour  que les Palestiniennes et les Palestiniens, où qu’ils soient, recouvrent la totalité de leurs droits. Les groupes québécois exigent donc la fin de l’occupation, de la colonisation, le démantèlement du mur, le respect du droit de retour des réfugié.e.s (résolution 194 de l’ONU) et la reconnaissance du droit des citoyen.ne.s arabo-palestiniens d’Israël à une égalité totale.

À Gaza, les conditions de vie sont déplorables depuis l’imposition du blocus en 2007 et cela affecte en particulier les femmes : sans liberté, sans paix et sans ressources essentielles pour assurer une vie digne, Israël contrôlant tout. L’insécurité alimentaire y est de modérée à grave. Les multiples agressions militaires y ont détruit toutes les infrastructures essentielles à une vie en société : maisons, hôpitaux et cliniques, centrales électriques, usines de filtration d’eau, écoles et universités, entreprises, commerces, etc.

La vie des Palestinien.ne.s de Gaza est un enfer et un combat permanent, et pourtant, les femmes continuent de porter leur famille à bout de bras et refusent de disparaître. Elles inspirent espoir, force et détermination devant les innombrables injustices. Agir à leurs côtés est une question de dignité pour toutes et tous.

Contact:
Mme Lorraine Guay (lorraineguay@videotron.ca ou 514-278-1167) sera disponible pour répondre aux demandes d’entrevue des journalistes.

 

—————–العربية————-

ميسينا ، إيطاليا٨ آذار ٢٠١٦
للنشر الفوري
اختار تحالف اسطول الحرية تاريخ ٨ آذار ، الذي يصادف اليوم العالمي للمرأة ، للإعلان عن إطلاق مشروع ‘قارب النساء الى غزة’.
و سوف يبحر ‘قارب النساء الى غزة ‘ منتصف شهر أيلول من هذا العام . و سوف يقوم القارب بالتوقف في عدة موانئ بحرية في البحر الأبيض المتوسط في طريقه الى غزة ، على ان يصل هناك يوم ١ من تشرين الاول .
يقود مهمة اسطول الحرية الرابعة طاقم نسائي ، و سوف يكون على متن القارب نساء بارزات من مختلف أنحاء العالم بهدف تسليط الضوء على المساهمات المركزية للمرأة الفلسطينية في مقاومة الاحتلال ، في غزة والضفة الغربية، داخل الخط الأخضر و في الشتات.
ويحضى ‘قارب النساء الى غزة ‘ لتأييد مجموعة من المنظمات النسائية الرائدة في مختلف أنحاء العالم ، من بينهم : مركز شؤون المرأة (غزة)، تحالف النساء للسلام (اسرائيل )، منتدى دي بوليتيكا فمينيستا (اسبانيا)، الجبهة النسائية (النرويج)، تنسيقية التضامن مع فلسطين (المكسيك)، كودبينك نساء من اجل السلام ( الولايات المتحدة الامريكية) و اتحاد الكيبيك للنساء (كندا) .
ويسرنا الإعلان عن إطلاق موقع الواب لمشروع ‘قارب النساء الى غزة:
https://wbg.freedomflotilla.org/

:للمزيد من المعلومات الاتصال ب

العربية:  دنيا حمو
+519 878 2843
Dunia Hamou
dunia.hamou@gmail.com

لورا آراو :
01 36 00 36 (6)  34+
prensa@rumboagaza.org
ويندي غولدسميث
3978 -281 (519) 1+
mediawbg@gmail.com

*يتكون تحالف اسطول الحرية من :
– القارب الكندي الى غزة
-اسطول الحرية إيطاليا
-اللجنة الدولية لكسر حصار غزة
– IHH تركيا
-تحالف التضامن مع فلسطين،  جنوب افريقيا
-الطريق الى غزة، اسبانيا
-السفينة الى غزة ، نرويج
-السفينة الى غزة، السويد
*الشركاء الدوليون الآخرون:
– كيا اورا غزة ، نيوزيلندا
-أميال من الابتسامات
-قارب الولايات المتحدة الى غزة

Canadian Boat to Gaza:  www.canadaboatgaza.org email: canadaboatgaza@gmail.com

Gaza. Report dal campo profughi di Al Shatti.

“Eppure loro, tra una mattanza e l’altra e guardando il cielo sempre con la paura che porti la morte inviata dall’assediante, seguitano a vivere e a sognare il giorno della libertà”.

artipatrizia

 

di Patrizia Cecconi,
Gaza, 11 febbraio 2016

Al Shatti camp detto anche Beach camp è uno dei campi profughi più grandi e più densamente abitati della Striscia di Gaza. In meno di 1 kmq risiedono oltre 87.000 persone.
E’ anche uno dei primi ad essere stati costruiti, vale a dire che i suoi abitanti sono in attesa di giustizia  da quasi 70 anni.  Quando venne costruito aveva, come tutti gli altri campi, l’illusione della provvisorietà e doveva accogliere circa 23.000 persone, cioè quelle costrette a fuggire o cacciate direttamente da Jaffa, Lod, Bersheva e tanti villaggi più o meno vicini, ma nel corso degli anni ai crimini che hanno portato alla fondazione dello stato di Israele se ne sono aggiunti altri e quindi altri rifugiati si sono aggiunti ai primi e, non potendo tornare alle loro case perché distrutte o confiscate da Israele, le loro dimore, sempre meno provvisorie  si sono riempite di bambini che nonostante le condizioni di grande povertà rappresentano la vita pulsante del popolo palestinese che si accresce e si rinnova.

Qui è nato anche Ismail Haniyeh, il primo ministro di Hamas che governa la Striscia e qui Haniyeh abita ancora, ma in una casa semplice, non in una villa, come nel caso di un parlamentare a Jabalia che non ha lasciato il campo, ma che per dimora ha una villa che, moralismi a parte, cozza un po’ troppo con le abitazioni standard e con la povertà di Jabalia camp.

Anche Al Shatti è un campo molto povero e sarebbe anche molto triste se gli abitanti non avessero deciso di verniciare le facciate delle case con  colori così brillanti che si vedono anche dal mare. Al Shatti, oltre alle case colorate, ha un’infinità di bambini curiosi all’inverosimile, più di tutti quelli incontrati finora. Ti vengono vicino, cominciano a farti domande, poi ti mostrano i gabbiani come se fossero un’esclusiva della loro costa.


O forse li considerano tali perché invidiano  il loro volo libero, perché i gabbiani non sono sotto assedio e Israele non spara loro se superano le tre miglia come fa invece con i pescatori padri e fratelli di questi bambini. Comunque, dopo aver mostrato i gabbiani, ogni cosa diventa occasione di domande, di strette di mano, di sorrisi e tutti fanno a gara a ripetere le poche frasi in inglese che conoscono dandoti così il loro benvenuto e, al tempo stesso, mostrando la grande curiosità per il mondo esterno che tu rappresenti e che per la maggior parte di loro resta un sogno, perché Israele li ha chiusi dentro una scatola di cui tiene illegittimamente le chiavi.

All’interno del campo, dove mi fermerò a mangiare per pochi centesimi di euro i falafel migliori di tutta la Palestina, in un caos  dove i carretti guidati da cavalli e asinelli  s’incrociano con  macchine private, services e trattori, tutto sembra normale, così come è normale essere invitati, solo perché si passa di  lì, a prendere il caffè al cardamomo che appare in ogni angolo in cui c’è vita sociale. Cioè quasi ovunque. E’ così normale, che uno dei simboli della cultura palestinese è proprio la caffettiera e la si ritrova spesso dipinta sui muri oppure esposta in forma monumentale al centro di qualche piazza, sia in questa parte della Palestina assediata da Israele, sia nella Cisgiordania occupata. E’ comunque cultura palestinese che si esprime in questo modo.

Nella visita al campo mi accompagna un amico nato nella Striscia e a sua volta figlio di profughi. Parla l’inglese e mi fa da interprete. E’ anche mio studente di italiano nel corso che tengo presso il Centro culturale Vittorio Arrigoni per conto della mia associazione, quella  cui abbiamo dato nome “Oltre il Mare” proprio ricordando le parole di Vittorio circa il Mediterraneo che ci separa e al tempo stesso ci unisce. E’ lui che chiede a un gruppo di uomini seduti in un salotto inventato tra la strada e il mare  – con l’immancabile fuoco su cui bolle l’acqua per il caffè – se posso far loro qualche domanda. Sono un po’ scettici. C’è una cosa nel mio viso che è fonte di sospetto: la carnagione molto chiara, io direi troppo chiara. Questa carnagione più volte, qui nella Striscia ha portato a farmi la domanda “you israeli?” perché gli israeliani, per chi ancora avesse qualche dubbio, non sono un popolo autoctono, ma una comunità religiosa diffusa nel mondo che ha deciso di chiamarsi popolo per legittimare l’occupazione di terra altrui  e che proviene in massima parte dall’Occidente, quindi la mia pelle ricorda loro quella di molti dei loro oppressori e sono costretta a esplicitare la mia nazionalità e il mio lavoro qui in Palestina per fugare ogni dubbio.

Una volta accolta in questa tenda-salotto sulle cui pareti di tessuto plastificato sono impressi i volti di alcuni giovani martiri, mi consentono di fare alcune domande, con mio stupore mi dicono che se Israele fosse costretto ad accogliere la proposta dei due stati riconoscendo il diritto al ritorno e Gerusalemme est capitale della Palestina il conflitto sarebbe risolto. Chi parla così non è un sostenitore di Fatah bensì di Hamas, ma in fondo già Meshal e anche Haniyeh si erano espressi così. Anche questo rompe l’immagine monolitica dell’Occidente circa le posizioni di Hamas.

Ma la cosa singolare che si verifica in questo incontro è che da intervistatrice divento presto intervistata perché loro vogliono sapere cosa dice il mondo della loro vita, e soprattutto cosa “sa” il mondo di loro. Mi chiedono se nel mio paese si sa che I’acqua di Gaza non si può bere perché è salata come quella del Mar Morto, mentre l’acqua oltre il muro, cioè quella che serve gli israeliani è potabile. Mi chiedono se nel “mio” mondo si sa  che Israele taglia loro la fornitura elettrica e impedisce loro di commerciare e di vivere del loro lavoro in modo dignitoso. Se si sa che spara ai pescatori indifesi che sopravvivono solo del poco pescato che riescono a portare a riva. Mi fanno tante domande che riguardano proprio quello che noi attivisti, tutti, cerchiamo di far sapere al nostro mondo al di qua del mare, ma poi me ne fanno una particolare. Una che è quasi commovente per il modo con cui viene espressa. Il signore che me la fa viene da Lydda, uno dei villaggi distrutti da Israele durante la Naqba.  Si chiama Abu Yussef e in un inglese molto simile al mio, con un tono che direi accorato, mi dice : “ma lo sanno loro che noi vogliamo la pace?”

Già, ma lo sa il mondo al di qua del mare che loro vogliono la pace e che sono vittime due volte? Poter entrare a Gaza e conoscerla dall’interno servirebbe a farlo sapere e a far cadere tanti pregiudizi, ma Gaza è sotto l’assedio israeliano ed entrare è talmente difficile che diventa quasi un privilegio.

In quanti sanno, solo per fare un esempio,  che in questo lembo di terra ci sono ben otto campi profughi, vale a dire otto spazi di meno di un kmq in cui vivono ammassati coloro che una volta avevano casa e terra in quello che con la forza delle armi e il sostegno occidentale è diventato lo Stato di Israele?  Quanti sanno che Israele, solo in questo campo ha demolito “in tempo di pace” 2000 rifugi senza doverne mai rendere conto a nessuno?

Eppure loro, tra una mattanza e l’altra e guardando il cielo sempre con la paura che porti la morte inviata dall’assediante, seguitano a vivere e a sognare il giorno della libertà.

E’ la voglia di conoscere la Gaza autentica, quella del quotidiano,  che mi ha portato a parlare con queste persone e che, casualmente, mi ha portato a  scoprire che la casa di Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas che governa la Striscia di Gaza, è accanto alle altre case, povere e colorate, che affacciano sul mare. Di fronte alla casa, seduti con aria più rilassata che non bellicosa, due giovani soldati col mitra poggiato sulle ginocchia. Sorridono, non hanno l’espressione caricaturale di altri giovani soldati abituali a far scendere i palestinesi dai bus ai check point. Questi due ragazzi mi chiedono di non fare foto alla casa che ho davanti e che solo per questo si distingue dalle altre, non essendo né particolarmente ricca né isolata da muri di protezione o da schiere di poliziotti che vietano il passaggio ai normali cittadini. Una casa normale!

Io non ho niente da spartire con un partito di ispirazione religiosa come Hamas, però devo dire che questo particolare mi ha colpito. Qui in Palestina, come altrove del resto, ho visto ville e palazzi del potere sparsi un po’ ovunque e spesso guardati da decine di militari. Mi colpisce, per contrasto, questa differenza di stile. Conoscendo un po’ la storia di Ismail Haniyeh e vedendo tutti quei bambini a El Shatti non mi è difficile immaginare che lui fosse come uno di loro quando usciva all’alba per la prima preghiera  accompagnando suo padre, muezzin poverissimo cacciato dalla sua casa ad Al Majdal, su cui poi sarebbe sorta la moderna Ashkelon ebrea.

Storie di Gaza e dei suoi personaggi, niente di più. Quelli che, istituzionali o meno, fanno parte della Gaza del quotidiano, quella distante anni luce dai pregiudizi che la mostrano come covo di feroci terroristi.

thanks to: Invicta Palestina

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

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Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani

Il confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto spacca la città di Rafah, un tempo tutta palestinese. Chiuso da più di cento giorni, il valico è stato riaperto il 4 e 5 dicembre.
Nell’urgente necessità di uscire: 25 mila persone. Titolari, in teoria, del diritto: stranieri, studenti, malati in espatrio per cure mediche. Effettivamente usciti: 658 persone.

In questa Parte Prima (*), la testimonianza di un giovane Palestinese che ha vissuto l’odissea del viaggio, fra stanchezza, attese, prevaricazioni.

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