Una brutta settimana per F-22 ed F-35

Military Watch 15 ottobre 2018

Poco dopo il primo incidente di un caccia leggero monomotore di quinta generazione F-35, gli Stati Uniti mettevano a terra l’intera flotta di aviogetti. Seguirono misure analoghe da parte dell’Aeronautica israeliana ed inglese, che dipendono fortemente dall’F-35 per i programmi di ammodernamento della flotta aerea. Ciò getta un’ombra sul programma di armamenti già molto travagliato che affronta diversi gravi inconvenienti e carenze nella sua breve storia. L’importanza dell’F-35 per il futuro della potenza aerea degli Stati Uniti è senza precedenti nella storia recente, pesando gravemente per aviazione, marina e marines con oltre 2500 aviogetti previsti in futuro. I difetti dello sviluppo quindi ha gravi implicazioni per il futuro dell’efficienza bellica del Paese. Poco dopo il finanziamento di diverse centinaia di aviogetti F-35 nel mondo, apparvero notizie probabilmente più serie con implicazioni potenzialmente terribili per la flotta aerea nordamericana: la distruzione di numerosi aviogetti stealth F-22 Raptor sulla costa est degli Stati Uniti, sulla Tyndall Base Air Force, in Florida, dall’uragano Michael. L’F-22 è senza dubbio uno dei caccia più potenti al mondo, e fu progettato come complemento bimotore all’F-35 con capacità di combattimento aria-aria di gran lunga superiori. Tuttavia, in modo molto critico e in netto contrasto coll’F-35, il Raptor è al tempo stesso inestimabile ed insostituibile, le cui linee di produzione sono chiuse da dieci anni e alcun alleato degli statunitensi produce o può produrre un caccia da superiorità aerea di quinta generazione che sostituisca gli aviogetti persi . L’F-22 è l’aereo da combattimento più costoso mai progettato, e fino all’introduzione del J-20 cinese nel 2017 era avanti a tutti i potenziali concorrenti. Qualsiasi perdita rappresenta quindi un notevole colpo per l’aviazione statunitense.
La flotta di F-22 è già pesantemente sovraestesa, con solo 187 dei 750 aviogetti originariamente previsti furono prodotti a causa dei costi estremi del Raptor, in particolare per la manutenzione. Considerando i costi di manutenzione nel corso della vita operativa, ogni F-22 dovrebbe costare circa 750 milioni di dollari, più dei budget annuali perla difesa della maggior parte dei Paesi del mondo. La perdita di almeno una mezza dozzina di Raptor potrebbe quindi essere devastante, e potrebbero essere molto più numerose, considerando in particolare la delicatezza degli aerei e il numero elevato di aerei nella base. Le potenziali implicazioni sono particolarmente cruciali dato il rapido schieramento di caccia di superiorità aerea delle potenze rivali Cina e Russia, che avevano sviluppato sia caccia da superiorità aerea di quinta generazione che avanzati aviogetti di “generazione 4 ++”, tutte minacce che solo il Raptor può affrontare. Il ruolo centrale svolto da F-35 e F-22 nei piani di guerra degli Stati Uniti contro avversari diretti nel teatro Asia-Pacifico, in particolare nell’AirSea Battle, significa che l’ottobre 2018 è presagio sul futuro dei piani per modernizzare la flotta aerea degli USA. Il danno totale alla flotta F-22 rimane da vedere, ma i militari possono tentare di compensare le perdite o aggiornando i vecchi caccia da superiorità aerea F-15 o raddoppiando gli sforzi per sviluppare un caccia di sesta generazione il più rapidamente possibile, per sostituire infine i Raptor. Sull’F-35, è probabile che la produzione continui anche se probabilmente i bug continuano ad affliggere il programma, mentre le carenze potrebbero dissuadere numerosi potenziali clienti dall’acquisire gli aviogetti in grandi quantità, come fecero col predecessore l’F-16.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurorasito

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Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb.al Jazeera. Da Zeitun.info. Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora.

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

Traduzione per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

© Agenzia stampa Infopal

via Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra — Infopal

Le “esercitazioni difensive” della NATO

Le “esercitazioni difensive” della NATO

di Fabrizio Poggi

Che la NATO sia “un’alleanza difensiva”, non affatto “diretta contro la Russia”, lo dimostrano le zone delle esercitazioni militari dell’Alleanza e i tipi specifici di manovre. Sbarchi anfibi, attraversamenti di corsi d’acqua in prossimità di confini “nemici”, evacuazione di città, ecc. Ci si esercita, insomma, “alla pace” a oriente, mentre si lanciano bombe qua e là per il mondo.

E così: caccia F-15C “Eagle” e velivoli da trasporto C-130J “Super Hercules” dell’aviazione USA sono in Ucraina, per prendere parte alle manovre “Clear Sky 2018” iniziate ieri e che andranno avanti fino al 19 ottobre nelle aree centro-occidentali (regioni di Vinnitsa e Khmelnitsa) del paese, con la partecipazione di circa 700 uomini di Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Estonia, Polonia, Stati Uniti e Romania. A parere del politologo Aleksandr Asafov, da un lato l’Ucraina costituisce “un adeguato campo di addestramento per la NATO”, in cui, tra l’altro non è nemmeno necessario prestare particolare attenzione a possibili incidenti (come quello verificatosi in Estonia lo scorso agosto), dato che già di suo “il paese è oggi territorio di illegalità; dall’altro lato, per l’Ucraina stessa, le manovre sono utili per la pratica vicinanza con truppe NATO”, diverse da quelle che vi stazionano stabilmente (ma non ufficialmente) per addestrare reparti ucraini regolari e battaglioni neonazisti. Secondo Asafov, si tratta non solo di una dimostrazione nei confronti della Russia, ma anche dell’addestramento pratico al combattimento coordinato.

A nome del Comitato per la difesa del Senato russo, Frants Klintsevic ha dichiarato che le “Clear Sky” costituiscono un aperto appoggio a Kiev nell’aggressione alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk; nel corso delle esercitazioni, potrebbe venir messo a punto un possibile scenario di utilizzo dell’aviazione contro il Donbass, d’altra parte già ipotizzato dal generale Sergej Naev: in tal modo, tutti paesi che prendono parte alle manovre, ha detto Klintsevic, diventerebbero automaticamente parte del conflitto nel Donbass.

A proposito di spazi aerei, nei giorni scorsi un drone dell’aviazione USA RQ-4 Global Hawk, partito da Sigonella, ha sorvolato per circa 11 ore il territorio adiacente alle frontiere centro-settentrionali russe. Sorvolando Ucraina e Polonia, il drone, dallo spazio aereo lituano ha condotto alcune ore di ricognizione della regione di Kaliningrad. Passando poi ai cieli di Estonia e Lettonia, ha condotto oltre tre ore di esplorazione alle frontiere occidentali delle regioni di Leningrado e di Pskov. Il Global Hawk è simile al Lockheed U-2, il famoso aereo spia yankee in servizio sopra i cieli dell’URSS dagli anni ’50, che non ha affatto cessato il proprio “lavoro”, tanto che nei giorni scorsi topwar.ru scriveva dei nuovi sistemi d’addestramento dei piloti, ancor più selettivi che in passato, per adeguarli alle moderne apparecchiature elettroniche dei U-2S.

Tornano alle manovre, quest’anno, da ottobre a dicembre, si svolgono anche le biennali “Anaconda-18”, principalmente in territorio polacco, oltre ad aree di Lituania (tra l’altro, nei giorni scorsi è morto qui un militare tedesco, durante una esercitazione condotta dai famigerati “battaglioni multinazionali”, cui l’Italia partecipa per la Lettonia), Estonia e Lettonia e mar Baltico (in quest’ultimo, nel mese di agosto, la NATO aveva svolto esercitazioni navali con la partecipazione di una squadra giapponese). Per le “Anaconda”, Varsavia ha annunciato la presenza sul proprio territorio di 12.

500 militari, numero che, in base al Protocollo di Vienna, consente alla Polonia di non invitare osservatori stranieri. Suddivise in tre tappe, le manovre prevedono in ottobre il concentramento dei soldati; poi, dal 7 al 16 novembre, le manovre militari e dal 26 novembre al 6 dicembre esercitazioni a livello di comando. Alcuni momenti riguarderanno esercitazioni in ambiente urbano, in centri quali Bia?ystok e Che?m, a nord e a sud della bielorussa Brest, compreso poi l’attraversamento della Vistola da parte dei mezzi corazzati. Un po’ lo stesso “gioco” delle manovre “Saber Strike-2018”, condotte lo scorso giugno in Lituania con la partecipazione di 18.000 soldati di 19 paesi membri e partner della NATO, allorché a esser forzate furono le acque del Nemunas, che scorre in Bielorussia, Lituania e Russia». A metà novembre, poi, nella zona di Wielbark, nel nord della Polonia, le forze aeree si alleneranno ad atterraggi fuori delle piste aeroportuali, ipotizzando che missili russi “Iskander” e “Polonez” mettano fuori uso gli aeroporti polacchi. Nell’area di Bia?ystok, l’esercitazione coinvolgerà indirettamente anche gruppi di civili, allorché guardie di frontiera e difesa territoriale si eserciteranno a evacuare la popolazione dalle aree viciniore alla Bielorussia: fece lo stesso a suo tempo, nota sarcasticamente rusvesna, la Wehrmacht nel 1941 nell’avvicinamento alle frontiere dell’URSS.

Prima di “Anaconda”, dal 9 al 21 settembre si erano svolte il Lettonia le “Steadfast Pyramid 2018” e “Steadfast Pinnacle 2018”, con la partecipazione di una sessantina di alti ufficiali di N??? e Finlandia. Obiettivo formale dell’esercitazione: migliorare l’attitudine dei comandi alla pianificazione e gestione delle operazioni integrate. A sud, dal 2 al 9 settembre, esercitazioni simili – “Agile Spirit-2018 – si erano invece svolte alla base di Senaki, in Georgia, con la partecipazione di 237 ufficiali comandanti di USA, Georgia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Grecia, Ucraina, Repubblica Ceca e Turchia.

Prima ancora, a giugno, durante le “Baltops”, vascelli NATO avevano scaricato fanteria di marina yankee, rumena e polacca, insieme a cingolati anfibi, carri armati e veicoli ausiliari, che si addestravano a sbarcare sulle coste polacche del mar Baltico.

E il Baltico sarà ancora teatro di manovre dal 25 ottobre al 7 novembre, per le “Trident Juncture” che, quest’anno, tra Norvegia, mar Baltico e Atlantico settentrionale, vedranno impegnati 45.000 uomini di 29 paesi membri NATO, oltre ai due partner Svezia e Finlandia. A quanto pare, quelle di quest’anno, saranno le “Trident Juncture” più estese degli ultimi anni: quelle svoltesi nel 2015, avevano impegnato 36.000 militari; ma anche le più estese (sinora) in assoluto, quelle del 2002, denominate “Strong Resolve”, in Norvegia e Polonia, avevano coinvolto 40.000 soldati. In vista delle “Trident-2018”, i 5.000 uomini della cosiddetta Spearhead Force, altrimenti nota come Task Force Joint ad altissima prontezza, o VJTF, si stanno esercitando in Norvegia.

Come per tutte le altre esercitazioni, anche l’obiettivo delle “Trident Juncture”, come si era preoccupato di sottolineare l’ammiraglio James G. Foggo III, comandante del Joint Force Command di Napoli, presentando l’evento lo scorso giugno, è quello “innanzitutto di dimostrare che la NATO è un’alleanza difensiva”. Pare che ci riesca…

thanks to: l’Antidiplomatico

Il vero “deficit” di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

Il vero deficit di cui nessuno parla: i 70 milioni di euro al giorno per le spese militari!

di Manlio Dinucci*, Il Manifesto 2 ottobre 2018

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro.

Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale.

Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.

500 miliardi di dollari.

Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica BAE Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin.

In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla US Air Force l’elicottero da attacco AW139.

In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla US Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore 

thanks to: l’Antidiplomatico

Solo la vittoria russo-siriana vendicherà gli attacchi israelo-francesi

Tony Cartalucci, LDR 19 settembre 2018

Fonti mediatiche occidentali e russe hanno riportato un presunto attacco congiunto israelo-francese in Siria il 17 settembre. L’attacco includeva aerei da guerra israeliani e fregate missilistiche francesi operanti sul Mediterraneo al largo delle coste della Siria. Nell’attacco, un aereo da ricognizione Il-20 russo con 14 operatori al bordo scomparve. L’attacco immediatamente spingeva commentatori, analisti ed esperti a chiedere la rappresaglia immediata all’aggressione militare ingiustificata, avvertendo che la non reazione avrebbe lasciato la Russia debole. Alcuni hanno persino chiesto le dimissioni del Presidente Vladimir Putin.

Non è la prima provocazione
Eppure l’attacco ricorda l’abbattimento dei turchi di un aereo russo nel 2015, dopo di che furono fatte analoghe richieste di ritorsione, insieme a condanne similari alla Russia come “debole”. E dal 2015, l’approccio paziente e metodico della Russia per aiutare la Siria nella guerra procura con Stati Uniti-NATO-GCC e Israele ha comunque dato enormi dividendi. La Russia poi aiutava la Siria a liberare Aleppo. Palmyra fu tolta al cosiddetto Stato islamico in Siria e Iraq (SIIL), Homs, Hama, Ghuta e Dara furono anche liberate lasciando praticamente l’ovest dell’Eufrate sotto il controllo di Damasco. Di fatto, la quasi vittoria totale è stata raggiunta da Russia ed alleati ignorando le provocazioni in serie condotte da Stati Uniti-NATO-GCC e Israele, concentrandosi semplicemente sul ripristino sistematico di sicurezza e stabilità nella nazione afflitta dal conflitto. Le forze siriane sostenute dalla Russia sono ora ai margini d’Idlib. Finora squilibrato, il bilanciamento del potere si è ribaltato a favore di Damasco tanto che persino la Turchia cerca di negoziare con la Russia sull’ultimo territorio occupato dalle forze filo-occidentali.

La realtà delle provocazioni occidentali
Siria ed alleati vincevano la guerra per procura sul futuro della nazione prima che Israele e Francia attaccassero, e ancora vincono la guerra per procura dopo l’aggressione congiunta. La Siria ha resistito a centinaia di tali attacchi, grandi e piccoli, negli ultimi 7 anni. Gli aerei da guerra israeliani lanciavano a distanza le loro armi a lungo raggio. I missili lanciati dalle fregate francesi sono armi di portata strategica, evitando il rischio di sorvolare il territorio siriano e di essere intercettati o abbattuti dalle difese aeree siriane. La moderna dottrina della guerra ammette che alcuna guerra può essere vinta con la sola forza aerea. Ciò significa che una nazione che sorvola la nazione bersaglio non può vincere senza forze di terra che si coordinano con la forza aerea. Se la potenza aerea da sola rende impossibile la vittoria, la forza aerea a distanza rende la vittoria ancora più futile. Ma c’è un altro possibile motivo dietro gli attacchi seriali occidentali. La moderna guerra elettronica include rilevamento e contrasto dei sistemi di difesa aerea. Ogni volta che viene attivato un sistema di difesa aerea, posizione e caratteristiche possono essere accertate. Anche se i sistemi di difesa aerea sono mobili, le informazioni che forniscono durante una provocazione mentre cercano d’individuare e abbattere gli obiettivi sono inestimabili per la pianificazione militare. La Russia dovrebbe impegnare i sistemi di difesa aerea più sofisticati durante le provocazioni, offrendo all’occidente un quadro completo della propria tecnologia in generale e della disposizione delle proprie difese in Siria, se l’occidente decidesse di lanciare un colpo decisivo totale? L’assalto aereo sarebbe molto più efficace. Questo è esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti nel 1990 durante l’Operazione Desert Storm affrontando le formidabili difese aeree dell’Iraq. La campagna aerea fu preceduta da circa 40 droni-bersaglio BQM-74C utilizzati per ingannare le difese aeree irachene accendendo le apparecchiature monitorate dagli aerei da guerra elettronica statunitensi che volavano al confine tra Iraq e Arabia Saudita. Fu la divulgazione della disposizione e delle caratteristiche dei sistemi antiaerei dell’Iraq, più che una qualche tecnologia “stealth”, che permise agli Stati Uniti di sopraffare le difese aeree irachene. Considerando che centinaia di provocazioni contro la Siria, possiamo supporre che da qualche parte si siano verificati seri tentativi di sorveglianza elettronica e di ricognizione. Possiamo anche supporre che la competente leadership militare russa ne fosse consapevole e abbia adottato misure per salvaguardare disposizione e capacità dei suoi avanzati sistemi di difesa aerea fin quando non era assolutamente necessario rivelarle.

La migliore vendetta sarà la vittoria sulla NATO
Gli aerei siriani e russi abbattuti, e le vittime inflitte alle forze siriane ed alleate sul campo di battaglia sono difficili da notare senza suscitare desideri di vendetta immediata. Tuttavia, bisogna tenere presente che la vendetta immediata raramente è utile per la strategia orientata alla vittoria. L’antico signore della guerra cinese e stratega Sun Tzu nel suo trattato senza tempo, “L’arte della guerra”, metteva in guardia i generali contemporanei e futuri sui pericoli delle emozioni a scapito della strategia, dchiarando: “Spostati non se non vedi un vantaggio; non usare le tue truppe a meno che non ci sia qualcosa da guadagnare; non combattere a meno che la posizione sia critica. Nessun sovrano dovrebbe mettere le truppe in campo solo per gratificare le proprie viscere; nessun generale dovrebbe combattere una battaglia semplicemente per dispetto. Se è a tuo vantaggio, fai una mossa in avanti; se no, rimani dove sei. La rabbia può cambiare in gioia; la rabbia può essere sostituita dal contenimento. Ma un regno distrutto una volta non potrà mai più rinascere; né i morti potranno mai essere riportati in vita. Quindi il sovrano illuminato è attento e il buon generale cautp. Questo è il modo per mantenere un Paese in pace e un esercito intatto”.
Non vantaggioso per la Russia affondare le fregate francesi o esporre la piena potenza dei suoi sistemi di difesa aerea abbattendo qualche aereo da guerra israeliano per soddisfare il desiderio pubblico di vendetta immediata o proteggere nozioni inesistenti sull’invincibilità russa. Invece, è vantaggioso per la Russia semplicemente vincere la guerra per procura in Siria. Proprio come nel 2015, quando fu pretesa vendetta immediata per l’aereo russo abbattuto dalla Turchia, Siria, Russia e Iran continuarono ad avanzare, lentamente e metodicamente, liberando il territorio siriano dagli ascari stranieri che cercavano di dividere e distruggere il Paese, farne il trampolino di lancio sull’Iran, e alla fine dirigersi sulla Russia meridionale. Vendicarsi delle provocazioni seriali è infinitamente meno importante della vittoria completa in Siria. Il destino della Siria come nazione, la sicurezza e la stabilità dell’Iran come risultato, e persino l’autoconservazione della Russia sono in gioco. La straordinaria responsabilità di chi ha pianificato ed eseguito la vittoria della Siria sulle forze di agenti dalle più grandi e potenti economie e forze militari sulla Terra potrebbe dare grande beneficio a un pubblico che sa comprendere la differenza tra gratificazione effimera e successo a lungo termine, col primo che quasi certamente e incautamente mette in pericolo il secondo. La prima “vendetta” possibile su chi ha inflitto tale guerra al popolo siriano, è la sua sconfitta assoluta e totale.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cosa permette a Israele di entrare nel conflitto siriano senza che si levino voci di condanna e richieste di sanzioni?

Cosa permette a Israele di entrare nel conflitto siriano senza che si levino voci di condanna e richieste di sanzioni?

Gravissima provocazione verso i cieli siriani. Da oggi siamo tutti un po’ più a rischio

di Patrizia Cecconi

Ieri sera, lunedì 17 settembre, con una trappola chiara anche ai bambini, Israele ha fatto abbattere un aereo russo dalla contraerea siriana, esattamente quella fornita dalla stessa Russia all’esercito di Assad.
L’abbattimento è avvenuto grazie ad un intreccio di informazioni radar conseguenti al bombardamento di Latakia da parte di quattro  F-16 israeliani provenienti dal Mediterraneo i quali hanno usato l’IL-20 russo come copertura, facendone target per la difesa siriana.

Mosca accusa Israele, poiché sapeva della presenza dell’aereo russo con funzione di rilevazione dati. Israele provocatoriamente risponde che non ha giustificazioni da dare agli stranieri. Mosca minaccia ritorsioni.

A questo punto è d’obbligo chiedersi : Primo, cosa permette a Israele di entrare nel conflitto siriano senza che si levino voci di condanna e richieste di sanzioni da parte delle istituzioni internazionali e sovranazionali. Secondo, e più importante, qual è il motivo per cui Israele ha provocato la Russia facendone abbattere un aereo che, peraltro, aveva solo funzione di rilevazione dati.

Guardando indietro nel tempo e mettendo in fila ogni scelta israeliana da quando ancora lo Stato ebraico era in embrione, vediamo che politici e strateghi israeliani mai nulla hanno lasciato al caso e che un disegno, sconosciuto fino al giorno del suo compimento, è sempre stato dietro ogni loro azione.

Allora ci si chiede se Israele voleva dare un avvertimento alla Russia affinché ridimensionasse il suo intervento accanto a Bassar Al Assad, o se ha provocato la Russia affinché scenda in uno scontro diretto che vada oltre la martoriata Siria. O, ancora,  se possa esserci altro motivo che al momento resta da analizzare in modo approfondito prima di lanciarsi in ipotesi intuitive ma non documentate.

Resta il fatto che in questo momento siamo tutti meno sicuri e che Israele, nel suo cinismo assoluto, non solo può permettersi di assassinare quotidianamente i palestinesi e far assassinare in giro per il mondo ingegneri e scienziati che vede come suoi nemici, ma può – sentendosi impunibile – sfidare una delle massime potenze mondiali rischiando di precipitare il mondo in una catastrofe ancora peggiore di quella vissuta dai siriani o dagli yemeniti, solo per fermarci a due casi tra i tanti.

Minuto per minuto la situazione può cambiare, a noi resta solo la possibilità di monitorarla e darne conto sapendo che la nostra informazione, sebbene parziale e con pochi megafoni atti a diffonderla è comunque informazione libera al contrario di quella dei valletti mediatici che seguiranno le veline fornitegli dai loro “datori di lavoro” .

I sionisti abbattono un aereo russo, Shojgu: “ci riserviamo il diritto di rispondere”

Alessandro Lattanzio, 18/9/2018

Il 17 settembre, le difese aeree siriane abbattevano diversi missili lanciati presso Lataqia, mirando alla sede dell’Agenzia delle Industrie Tecniche, facendo sette feriti. I missili erano stati lanciati da almeno 4 cacciabombardieri F-16I israeliani. L’attacco arriva poche ore dopo che Russia e Turchia avevano negoziato la parziale smilitarizzazione della provincia d’Idlib, ultima roccaforte dei terroristi di al-Qaida (Hayat Tahrir al-Sham o Jabhat al-Nusra).
Un aereo da ricognizione Iljushin Il-20M, con a bordo 14 militari russi, scompariva dagli schermi radar mentre i 4 cacciabombardieri F-16 sionisti attaccavano la città di Lataqia. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa dichiarava che nell’operazione sionista, un aereo da ricognizione russo Iljushin Il-20M veniva abbattuto per errore dalla difesa aerea siriana dopo che gli aviogetti sionisti l’avevano usato per coprire la rotta d’attacco al largo delle coste siriane. Il velivolo da ricognizione Iljushin Il-20M veniva abbattuto durante il raid di 4 cacciabombardieri F-16I israeliani sulla provincia di Lataqia, assistiti dalla fregata francese Auvergne. Il velivolo Il-20 precipitava sul Mar Mediterraneo verso le 23:00 del 17 settembre, a 35 chilometri dalle coste della Siria. I piloti israeliani l’avevano usato come copertura per cercare d’ingannare la difesa aerea siriana, mentre il governo israeliano evitava d’avvertire il comando russo dell’aggressione in corso alla Siria.
Secondo il portavoce Ministero della Difesa russo, Maggior-Generale Igor Konashenkov, gli aviogetti sionisti avevano deliberatamente posto in una situazione pericolosa il velivolo russo, e il comando dell’aviazione sionista non poteva ignorare che l’aereo russo stava rientrando per atterrare sulla base aerea di Humaymim; “I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura e l’hanno messo sulla linea di tiro delle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha una sezione radar molto più grande dell’F-16, veniva abbattuto da un missile del sistema S-200″, dichiarava il Ministero. Israele non ha avvertito il comando delle truppe russe in Siria in merito all’operazione, abbiamo ricevuto una notifica tramite la linea diretta meno di un minuto prima dell’attacco che non ha permesso che l’aeromobile russo venisse diretto verso una zona di sicurezza”, dichiarava il Maggior-Generale Igor Konashenkov. Da parte sua il colonnello francese Patrik Steiger affermava che Parigi negava “qualsiasi coinvolgimento nell’incidente”, con evidente confessione di avervi invece partecipato. Ma i russi avevano registrato lanci di missili dalla fregata francese Tipo FREMM Auvergne, che si trovava al largo della Siria.
La Russia si riserva il diritto di rispondere ad Israele, dichiarava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu in una conversazione telefonica coll’omologo sionista Avigdor Lieberman, “La colpa per l’abbattimento dell’aereo russo e la morte dei membri dell’equipaggio è solo degli israeliani. Le azioni dell’esercito israeliano non erano in linea con lo spirito della partnership russo-israeliana, quindi ci riserviamo il diritto di rispondere”, nel frattempo la Duma di Stato della Federazione Russa definiva l’aggressione israeliano alla Siria atto di aggressione alla Federazione Russa. Shojgu quindi indicava che la colpa dell’abbattimento dell’aereo russo e della morte dell’equipaggio ricadeva interamente sugli israeliani, e ricordava che Mosca aveva ripetutamente invitato Israele ad astenersi dall’aggredire la Siria, minacciando i militari russi. Il Ministero della Difesa sottolineava che l’irresponsabilità israeliana era costata la vita a quindici militari russi. L’operato dei militari israeliani violava il partenariato bilaterale tra Federazione Russa ed entità sionista. L’ambasciatore israeliano a Mosca veniva convocato al Ministero degli Esteri della Federazione Russa.
La Marina Militare russa individuava i resti dell’aereo Iljushin Il-20 abbattuto sul Mediterraneo, “Prendono parte alla ricerca dell’equipaggio dell’aereo russo Iljushin Il-20, precipitato al largo di Lataqia, otto navi della Marina Militare russa, che hanno identificato il sito dello schianto del velivolo nel Mediterraneo. Baniyas, nella provincia di Lataqia”. La nave russa Professor Nikolaj Muru raccoglieva corpi, oggetti personali e rottami dell’aereo. La nave Proekt 11982 Seliger si dirigeva verso l’area, trasportando droni e mezzi per la navigazione e sonar.

thanks to: Aurorasito

Provocazione israeliana contro la Russia

Un comunicato ufficiale del Ministero della Difesa russo, appena rilasciato, recita:

“Lunedì Sera quattro Jet F-16 ‘Israeliani’ (virgolettato mio) hanno attaccato Latakia arrivando dal Mediterraneo. I jet ‘israeliani’ sono arrivati a bassa altitudine creando una situazione di pericolo per altri aerei nell’area. I piloti ‘Israeliani’ hanno usato l’aereo Il-20 Russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze Siriane di difesa aerea. Il Il-20 che ha una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 Siriano. Il ministero della difesa Russo ha sottolineato come ‘Israele’ fosse a conoscenza dell’aereo Russo presente nell’area, ma ciò non ha fermato la provocazione ‘Israeliana’. ‘Israele’ ha anche fallito nell’avvisare Mosca dell’attacco, notificandoli solo un minuto prima dell’attacco, non lasciando tempo all’aereo Russo di spostarsi dall’area. La Federazione Russa si riserva di rispondere nei tempi e nei modi che preferisce”.

Si noti come i Russi ADDEBITINO l’abbattimento alle sconsiderate azioni del regime sionista ma non accusino direttamente, infatti il colpo che MATERIALMENTE ha centrato l’Il-20 é stato scagliato dalla contraerea siriana, impegnata a intercettare missili e bombe guidate lanciate dagli aggressori imperialisti.

thanks to: Palaestina Felix

La Repubblica Democratica Popolare di Corea e le trattative sulla denuclearizzazione

La questione della denuclearizzazione della intera penisola coreana è, ormai, al centro del dibattito tra Corea del Nord, quella del Sud, gli Usa, la Cina e la Federazione Russa.

Ciò lo abbiamo visto, simbolicamente ma in modo molto chiaro, nella recentissima parata militare di Pyongyang per il 70° anniversario della fondazione della Repubblica del Nord: non c’è stata, infatti, la tradizionale e tuttavia forte sottolineatura dell’apparato nucleare e missilistico nordcoreano, ma piuttosto una bilanciata rappresentanza delle forze armate e delle varie componenti sociali, alle quali il sistema socialista del Nord affida la sua egemonia nella Repubblica Democratica Popolare della Corea. Che è una egemonia vera, non una costrizione.

Chi voglia destabilizzare Pyongyang con le solite chiacchiere sul liberalismo si troverebbe in gravi difficoltà.

Si pensi, poi, alla simbologia della rappresentanza dei quadri e delle figure di rilievo del regime intorno a Kim Jong-Un, sul palco.

Anche qui, erano moltissimi quelli che hanno partecipato a molte, moltissime, manifestazioni, mentre i nuovi arrivati, molto pochi, si confondevano nell’insieme dei consueti collaboratori di Kim Jong-Un.

Segno evidente che il Leader ha il pieno e totale controllo, nella fase più delicata delle trattative con il Sud e gli Usa, sul suo apparato di potere.

Chi volesse, quindi, come qualcuno ha detto all’interno degli apparati di sicurezza Usa, destabilizzare la Corea del Nord con una congiura di Palazzo “liberale” non avrebbe certo fortuna.

Un ruolo particolare, simbolico e quindi pienamente politico, lo hanno avuto, nella parata del 70° anniversario, le Forze Speciali. Le Special Forces più vaste e numerose del mondo, peraltro.

Le “tigri di Kim” hanno avuto una missione particolare, quella di controllare strettamente le postazioni Usa e della Corea del Sud nella parte meridionale della penisola; esse sono poi composte da circa 180.000 elementi, una cifra rilevantissima, lo dicevamo sopra, per un Paese piccolo come quello che ha per capitale Pyongyang.

Hanno peraltro una divisa molto simile a quella del 707simo Battaglione per le Operazioni Speciali di Seoul, creato subito dopo il massacro degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco; ma operano, i nordcoreani, sia nel Riconoscimento, con una specifica brigata, sia in ambito marittimo, poi operano come reparti di artiglieria leggera nelle retrovie e sono tutti addestrati, come è facile immaginare, per svolgere le funzioni delle forze aviotrasportate.

Hanno compiuto operazioni leggendarie, le “tigri di Kim” come nel 1968 nella Corea del Sud, con il tentativo di assassinare, da parte della 124° Unità dell’Esercito di Pyongyang, il dittatore sudcoreano Park Chung-Hee.

E le Forze Speciali di Kim Jong-Un sono presenti anche nella Repubblica Araba Siriana di Bashar el Assad, per aggiornare le difese missilistiche.

Ciò accade soprattutto in relazione al rifiuto, opposto dai russi, di armare le forze di Damasco con missili a media e lunga gittata. Ma le forze di Kim Jong-Un in Siria stanno svolgendo varie missioni, tali da renderle, oggi, con ogni probabilità, la migliore forza asiatica nel settore dell’antiterrorismo.

Sul piano sanitario, Assad ha talvolta ringraziato ufficialmente la Corea del Nord per il sostegno apportato in questo settore al Paese mediorientale, mentre vi sono ancora truppe di artiglieria della Corea del Nord attive sul terreno siriano.

Peraltro, le statistiche occidentali ci indicano che il totale del personale militare della Corea del Nord è oggi di 6.445.000 elementi, con una quota di militari attivi di 945.000 tra soldati e ufficiali e ben 5,500.000 elementi della riserva.

Un Paese in armi, quindi, di quasi impossibile conquista da parte di chiunque provenga da fuori.

Sempre con le cifre raccolte dai Servizi dei Paesi occidentali, sappiamo che Pyongyang dovrebbe possedere 994 aerei militari di vario tipo, con 458 velivoli da combattimento e da superiorità aerea e 516 da attacco, con altri ulteriori 119 aerei da trasporto, 169 da addestramento, 202 elicotteri, di cui 20 da attacco.

Per le Forze di terra, sono oggi a disposizione del regime di Pyongyang 5243 carri armati, 9935 veicoli armati e corazzati, gli elementi di artiglieria sono poi 2250, mentre le postazioni di artiglieria pesante sono oggi ancora 4300, con ben 5000 lanciatori di missili di varia gittata e potenza.

Le navi della marina militare della Corea del Nord sono 967, con sole 10 fregate, 2 corvette, ma comunque 86 sommergibili, 438 navi da pattugliamento e 25 cacciamine. Il resto è ignoto ai Servizi occidentali.

Ma, alla parata del 70°, erano presenti anche vari gruppi di civili, i tanti ritratti di Kim Il Sung, definito come “fondatore del chosun socialista” (il chosun è la stessa Corea, intesa come Patria) mentre vi sono stati numerosi cartelloni che inneggiavano al chosun juche, ovvero all’autosostentamento della Nazione coreana del Nord  proprio attraverso il concetto di, appunto, juche: secondo Kim Il Sung, lo juche significa che “l’uomo è il padrone di tutto perché è padrone del mondo e della storia”.

Ovvero, qui si teorizza l’autodeterminazione piena della Corea di Pyongyang, senza alcun affidamento di sovranità o di sostegno economico a potenze “terze”, nemmeno se esse appartengano al “campo socialista”.

Da qui la divisione ufficiale del popolo, sia pure reso omogeneo e unificato dall’ideologia socialista, della Corea del Nord in contadini, lavoratori delle industrie e samuwon, quelli che in Occidente chiameremmo “intellettuali”, tre categorie egualmente necessarie per lo sviluppo delle società.

Si ricordi che, peraltro, in nessuna teoria comunista derivata dalla Terza Internazionale vi è un ruolo sociale specifico per i lavoratori della mente, gli “intellettuali”.

Una notevole parte della Parata del 70° è stata inoltre dedicata ad un altro pilastro dell’ideologia nordcoreana, l’unità profonda tra civili e militari.

“Socialismo, una sola grande famiglia”, un altro degli slogan tipici della Parata del 70°.

Nella simbologia tradizionale di Pyongyang, in questo contesto della “grande famiglia” il Leader è il Padre, il Partito è la Madre, i cittadini sono i figli.

Che è questo poi, al di là del simbolismo familista, il punto simbolico di avvio della trasformazione parallela dell’economia e del sistema militare nordcoreano. E la presenza massiccia delle Forze Speciali è, lo ripetiamo, un segno da non trascurare affatto.

Riferimenti alla storia degli anni ’50 e a quelli dell’inizio del regime di Pyongyang, che sono stati molto presenti nella Parata del 70°; ma anche riferimenti mitici ai cavalli Chollima e Mallima.

Il primo è un cavallo alato, simbolo comune a tutte le mitologie asiatiche (e a quelle della Grecia in comunicazione con l’Asia centrale) ma qui significa evidentemente la necessaria rapidità dello sviluppo economico della Corea del Nord, che sarà il vero prossimo obiettivo di Kim Jong-Un.

Mallima è un altro cavallo alato della tradizione cinese e giapponese. Un altro, evidentissimo, simbolo.

Qui la citazione iconografica ripete una specifica osservazione che Kim Jong-Un ha fatto nel suo recente discorso di capodanno, il 5 gennaio scorso.

Il riferimento era infatti alla totale modernizzazione dell’economia nazionale e alla completa meccanizzazione dell’agricoltura, citando proprio i due cavalli alati come simboli della rapidità con la quale la Corea del Nord intraprende oggi il suo cammino di completa modernizzazione, sia civile che militare.

Tra i carri simbolici della parata del 70° vi erano anche delle sagome di navi che portavano sulle fiancate la scritta “una solida fondazione per costruire il potere economico” e “per un sistema flessibile della manifattura”.

Cosa significa tutto ciò? Che Kim Jong-Un vuole innescare uno sviluppo autopropulso della Corea del Nord per equilibrare la potenza militare con quella economica. Il suo progetto iniziale, che oggi si declina con lo slogan “prima di tutto l’economia”.

Il che non vuol dire che Pyongyang abbandona le sue reti militari, ma che le rende utili per una trattativa che spinga direttamente la Corea del Nord verso il Terzo Millennio.

Sempre sul piano simbolico, che sempre è uno degli aspetti essenziali della politica, non lasciamoci infatti illudere dal mito economicista che copre gran parte della cultura politica occidentale, bisogna osservare come l’ospite più gradito, la figura centrale del rapporto tra la Corea del Nord e il mondo esterno, è stato, durante tutta la Parata del 70°, l’inviato Li Zhanshu, delegato del Presidente cinese Xi Jinping.

Li è il presidente dello Standing Committee del Congresso Nazionale del Popolo, l’organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese.

 Già governatore dell’Heilongjiang, regione ai vertici dell’innovazione economica cinese e del rapporto fattivo con le imprese straniere, Li Zhanshu è poi diventato, nel recente 18° Congresso, uno dei più fidati e ascoltati consiglieri di Xi Jinping, essendo peraltro già a capo dell’Ufficio Generale del Partito Comunista della Cina.

E’ anche membro, a pieno titolo, del 18° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese.

Una figura quindi di notevole rilievo, con fortissimi e personali legami con Xi Jinping, che è stato scelto per rappresentare non solo la Cina, ma la forza durevole dei rapporti che legano, ancora oggi, Pechino e Pyongyang.

Li e Kim Jong-Un hanno salutato spesso la folla insieme, con le mani unite.

Uno dei punti da osservare, in questa nuova configurazione del sistema politico nordcoreano, è la recente dottrina nucleare di Kim Jong-Un.

Il Leader di Pyongyang ha detto che occorre che il Nord e il Sud della Corea, al fine di evitare l’orrore della guerra nucleare, dovrebbero rafforzare i loro tentativi per raggiungere una penisola coreana libera da ogni tipo di arma nucleare.

Precedentemente, Kim Jong Un aveva detto, nel luglio 2017, che la Corea del Nord non avrebbe mai ritirato il proprio armamento nucleare se gli Usa non avessero nettamente cessato la loro politica ostile e la loro minaccia nucleare indirizzata verso Pyongyang.

Il cambiamento di tono è evidentissimo. Ed è in linea con la dichiarazione comune tra Corea del Nord e Usa della Conferenza di Panmunjom del 27 aprile 2018, quando la stessa Corea settentrionale ha accettato di “lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana”.

Nella dichiarazione di Singapore del giugno 2018, peraltro, Pyongyang non si era data un obiettivo temporale, ma aveva accettato un processo, quello appunto della denuclearizzazione completa della penisola.

Con le sue ultime affermazioni, Kim Jong Un vuole, infine, accettare la linea degli Usa, la denuclearizzazione completa della penisola coreana, ma, in ogni caso, alle sue condizioni e, soprattutto, ai suoi tempi.

Ovvero, per la Corea del Nord la denuclearizzazione si attua in una trattativa nella quale sia le strutture di Pyongyang che quelle nel sud vengono sistematicamente smantellate, nello stesso tempo e nello stesso modo.

Per quanto riguarda le relazioni internazionali della Corea del Nord, visto il rapporto ottimale ricostruitosi tra la Cina e Pyongyang con la visita di Kim Jong-Un del 25-28 marzo scorsi; la soluzione, per gli Usa, sarà quella di mettersi prima d’accordo con Pechino, Mosca e, poi, con le altre capitali asiatiche amiche, come Tokyo, Seoul e perfino Hanoi.

Se Washington farà da sola, non farà nulla.

Ma c’è un ulteriore, importante questione. Ovvero, la futura partecipazione della Corea del Nord alla Belt and Road Initiative cinese.

Pyongyang non ha i capitali interni, anche dopo una forte riduzione del sistema militare e nucleare, cosa che, comunque, non farà. E farà bene a non farla.

Non ha nemmeno a disposizione i Foreign Direct Investments che potrebbero essere utilizzati per entrare, autonomamente, nel mercato-mondo che l’aspetta.

E, ancora, la Corea settentrionale ha però riserve minerarie che valgono almeno 6 trilioni di dollari, tra ferro, oro, zinco, rame, molibdeno e grafite. E anche molte terre rare.

Ma, oltre la rete della “Belt and Road”, vi è anche la Eurasia Initiative messa in piedi dalla Corea del Sud nell’ottobre 2013 e che integra la Corea del Sud nello spazio economico eurasiatico, via Russia, e permette anche una collaborazione sulla sicurezza che inserisce in questo quadro anche la Corea del Nord.

Tramite la Iniziativa Eurasiatica, comunque, potrebbero venire integrate economicamente la Corea del Sud, quella del Nord e le province del Nord-Est cinese, notoriamente ancora poco sviluppate economicamente.

Ci sono anche le grandi infrastrutture da mettere in ponte: la ferrovia verso l’Ovest, la Pusan-Seoul-Shinuju-Dandong e quindi la rete primaria dell’Est, la Pusan-Wonsan-Chongjin-Tumangang-Khasan, che sono linee le quali connettono le due Coree tra di loro e, entrambe, con la Cina e la Federazione Russa e, da lì, verso la penisola europea.

La formula produttiva sarebbe quindi: lavoro a basso prezzo nordcoreano, capitali cinesi e tecnologia sudcoreana.

Il porto di Rason metterebbe in contatto entrambe le Coree con il Giappone, il che favorirebbe anche l’economia regionale del nord-est cinese, con l’ulteriore espansione delle reti energetiche russe in tutta questa nuova area.

E tutto questo riguarda quindi la denuclearizzazione, parallela e rapida, della rete Usa in Corea del Sud e di quella presente nella Corea del Nord.

Senza l’accordo tra Cina, Russia, Usa e Giappone la nuova rete economica rimarrebbe senza significato e utilità. E qui il gioco è ancora in mano agli Stati Uniti.

Una operazione, quella della denuclearizzazione, da compiere con l’assoluta garanzia per tutte le parti, con il sostegno della IAEA ma anche, e soprattutto, dei Paesi vicini.

Sarebbe utile, infatti, una Commissione paritaria tra Usa, Corea del Nord, quella del Sud, Russia e Cina per verificare e accelerare il meccanismo della denuclearizzazione di tutta la penisola coreana.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France

thanks to: Foglio Verde

ORRORI ERITREI O ORRORI COLONIALISTI?

Macron e “manifesto” uniti nella lotta

di Fulvio Grimaldi

(Precedenti articoli sul blog “Il prezzo è lo Yemen?” e “Pacificazione nel Corno”)

Eritrei manifestano a Ginevra contro le calunnie al loro paese

Avviso ai naviganti: Facebook, dopo avermi sospeso e rimosso ripetutamente miei articoli, ora rimuove anche i semplici titoli che posto senza il pezzo, indicando che questo si può trovare sia sul mio blog, sia sul facebook alternativo VK, al quale invito tutti a iscriversi. Cioè rimuove senza neanche conoscere il contenuto, prova che sono stato segnalato come da eliminare tout court. Succede a me come a Byoblu e a tanti altri, qui e nel mondo, vittime di queste liste di proscrizioni compilate dai governi occidentali. Ricordate Niemoeller: “Prima sono venuti a prendere gli zingari….” Eppure non si muove foglia. I cari amici e compagni, lungi dal mobilitarsi, protestare, scrivere, firmare, come è successo negli Usa, stanno alla finestra. Attenti a non cadere.

C’erano tutti nell’abbordaggio politico-umanitario alla motovedetta della Guardia Costiera “Diciotti”, comandata dal signor Massimo Kothmeir (nomen omen) che alle sue virtù marinare e umanitarie aggiunge la rara perizia dell’arte marziale praticata dalle forze speciali di Israele e colà appresa. Ognuno ne tragga le conclusioni che vuole, alla luce del curiosissimo fatto che ha visto una quasi totalità di giovani maschi eritrei (otto donne) tra i 170 migranti raccolti da un barcone in perfetta efficienza in acque di spettanza maltese, trasportati verso Lampedusa e infine dirottati dal governo a Catania.

Tutti, vuol dire il fior fiore dei portatori dei migliori sentimenti umani, in Italia, Europa e sul pianeta, autentici o meno (ma questi ultimi i più accaniti e vociferanti): Ong umanitarie del giro Nato-Soros, giornale e televisione unici nazionali e internazionali, destri-sinistri (vale a dire: tutti destri), il papa, preti e suore, cooperative di Comunione e Liberazione (non importa se logorate da inchieste giudiziarie), renziani, franceschiniani, martiniani, bersaniani, fratoianniani, arancioni demagistriniani, spiaggiati rifondaroli, centri sociali affumicati, poterealpopulisti… Consacrati, tutti quanti, da una magistratura che, con un guizzo da centometrista, incrimina il ministro fellone per non aver scaricato subito quella fetta di dolente umanità. Una magistratura in cui, come suol dirsi, abbiamo tutti la massima fiducia, che si tratti di quelli che hanno inchiodato i Woodcock, i De Magistris, i Robledo, i De Matteo, le Raggi e hanno sorvolato sui Renzi del Consip, o di Banca Etruria.

Dall’altra parte, reietti, solo i populisti, la maggioranza di chi vota in Italia. Convitato di pietra, ma una pietra su cui erigere l’enorme cattedrale della solidarietà, l’UE e il suo rifiuto di filarsi le richieste di ricollocazione del governo italiano, enorme assist a quelli sotto la nave col cartello “welcome”.

Reduci dall’inferno, ma tonici e in gran forma

Tutto un gigantesco can can buonista, con passerella di Boldrini e boldriniani sotto gli occhi compiaciuti di capitan Kothmeir, alla faccia degli odiatori di professione, dei rancorosi, invidiosi e, naturalmente xenofobi e razzisti, senza dimenticare il vizio capitale del sovranismo. Perché non far scendere quei disperati eritrei, dare subito l’asilo politico, consolare e premiare per essere sfuggiti a un’orrenda dittatura e a quei campi libici davanti alle cui atrocità lo stesso pontefice, poverino, ha dovuto inorridire, costituiva certamente un crimine contro l’umanità (per inciso, a qualcuno è parso di aver già visto quelle immagini di africani neri legati e appesi. Era subito dopo l’occupazione della Libia da parte delle milizie dei Fratelli Musulmani, quando i prodi liberatori di Misurata, quelli pro-Nato e curati dai MSF, si impegnarono a far fare quella fine ai cittadini di Tawergha, abitata da africani neri. 100mila tra assassinii mirati, case bruciate, quartieri rasi al suolo, sequestrati in campi della tortura (questa, sì, vera).

Di Misurata, nel mio documentario ”MALEDETTA PRIMAVERA, Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”, ho potuto intervistare un miliziano pentito. Se ne ascoltate il racconto agghiacciante di uccisioni e stupri di neri e soldati e civili gheddafiani, avrete un idea di cosa i nostri media umanitari hanno favorito e poi cancellato. Poi mettetelo al confronto con i latrati sulle infamie libiche e africane di oggi e traetene una valutazione su pesi e misure dei nostri media.

visionando@virgilio.it

Ma come, tutti eritrei? E dove li hanno trovati, tutta una brigata di giovanotti e giovinetti, tutti torturati, ma senza segni, tutti sfuggiti alla micidiale polizia segreta di Isaias Afewerki? Tutti integri, solo con un po’ di scabbia, dopo traversate di deserti e mari? Che mo’ in Libia si mettono a raggruppare sui barconi per nazionalità? O c’è stato una richiesta, una commissione, un appalto, un ordine di servizio? Forse quel don Mussa Zerai, quel prete che si dice eritreo, ma che gli eritrei dicono etiope e che, col suo telefono satellitare e relativo numero diffuso in tutto il Corno, governa “la fuga” degli scampati alla dittatura, da lui insistentemente definita la più orribile del mondo e che l’immancabile “manifesto” onora ogni tanto di interi paginoni?

Non ci sono stati ma conoscono crimini e criminali

Perché per questa sfida strategica agli ostacoli agli sbarchi decretata dal governo, visto che il resto dell’Europa se ne fotte e non ha neanche suddiviso per paesi, come promesso, quelli precedentemente sbarcati a Pozzallo? Per un semplice e inconfutabile motivo: degli eritrei nessuno può sfrucugliare l’accoglienza e a tutti va garantito l’asilo politico semplicemente in virtù del paese d’origine. Impedirne lo sbarco, l’accoglienza e l’occidentalizzazione (detta “integrazione”) sarebbe un crimine ancora più grave perché mai potrebbero essere definiti clandestini o illegali. Come mai questo privilegio garantito solo anche ai siriani perché fuggono dal loro paese massacrato anziché difenderlo e ricostruirlo? Per chiarire, dopo un assist fornito dal missionario comboniano Zanotelli relativo a un paese “orripilante”, ma di cui non ha mai visto neanche un’antilope, l’Avvenire, giornale dei vescovi esprime, in sostanza, questo giudizio:

L’Eritrea è governata da una delle dittature più spietate del mondo, che nega tutti i diritti pratica esecuzioni sommarie senza processo. Nel paese è in corso una tremenda carestia e vige il divieto assoluto di ottenere visti per lasciare il paese legalmente. I cittadini sono tenuti all’oscuro di quanto accade all’estero. Internet è pressochè inesistente e solo l’1% della popolazione ha accesso alla rete, i cui contenuti sono filtrati dal governo”. Analoga analisi, tanto diffamatoria quanto arbitraria e strumentale, è fatta da “Nigrizia”, organo dei missionari comboniani, quelli di padre Zanotelli.

Vaticano, foglio “comunista”, Cia: una sola voce

Questo lo dicono i vescovi e i missionari, da sempre rompighiaccio caritatevoli della penetrazione coloniale. E, se lo dicono i vescovi e i frati, in una monarchia assoluta come lo è la Chiesa cattolica, lo dice il papa. Ebbene, il papa mente. E non solo sui chierici omo e pedo. In positivo lo affermano i quasi diecimila eritrei della diaspora in Italia, i 40mila giunti da tutta Europa che hanno manifestato all’ONU di Ginevra contro le falsità diffuse dalle sue commissioni mai state in Eritrea, le migliaia in altre parti del mondo che tutti sono schierati con il loro governo e nel loro paese tornano regolarmente. In negativo lo dimostrano quei poveri eritrei della Diciotti che, ai “mediatori culturali” e agli interessatissimi dell’UNHCR, raccontano, bene istruiti, tutti esattamente la stessa storia, ridicolmente identica fin nei dettagli, dei soprusi e abusi subiti. Traversie e maltrattamenti per i quali qui avrebbero dovuto sbarcare relitti umani, non giovani dichiarati dai medici in carne e salute. Ho una bella intervista di uno di questi “mediatori culturali” che bene illustra le manipolazioni e i ricatti ai richiedenti asilo eritrei.

Eritrei a Ginevra

Naturalmente non poteva mancare “il manifesto”, sulla stessa linea dei preti, che poi è quella del governo Usa, ma anche più virulenta; che si fa per guadagnarsi una nicchia nel salotto buono! Del resto perché stupirsi con un giornale che imbratta la sua testatina schierandosi con la Cia in Nicaragua, con i latifondisti bianchi espropriati in Zimbabwe, con tutti i russofobi del regime-ombra Usa, con il PD, Juncker, McCain “destra perbene”, Fratelli Musulmani, Soros, Hillary, Amnesty. Sapete cosa è stato capace di scrivere nei titoli, a proposito dello scontro tra Roma e Parigi, su un presidente ex-bancario, uomo di tutte le lobby, combattuto da uno schieramento sociale come non lo si vedeva dai tempi del ’68, al 32% dei consensi, sepolto dagli scandali, tra cui quello di stretti collaboratori che pestano manifestanti, dal forfait dei suoi migliori ministri, che a Calais e Ventimiglia tratta i migranti come appestati? Ecco: “Macron sfida i sovranisti e prova a formare il fronte progressista”. Progressista! Macron!

 

Notizia del:
thanks to: l’Antidiplomatico (1 parte)