Il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2017-2019

Quattro esempi per tre sezioni: Niger, Schengen militare e missione nucleare dell’F-35, Italia potenza militare
esercitazione bersaglieri
Il motivo principale per cui l’Italia ha scelto il caccia F-35: la capacità di eseguire una missione nucleare
28 gennaio 2018 – Rossana De Simone

Il Documento programmatico pluriennale (DPP) per la Difesa per il triennio 2017-2019, presentato alle Commissioni difesa di Camera e Senato nell’agosto 2017, costruisce l’evoluzione del quadro strategico nella dimensione militare sulla base dell’analisi geopolitica internazionale delineata nel Libro Bianco 2015 e si presenta suddiviso in tre parti: impegni nazionali della Difesa, sviluppo dello strumento nazionale e bilancio della difesa. https://www.difesa.it/Content/Documents/DPP/DPP_2017_2019_Approvato_light.pdf

Impegni nazionali della Difesa: Niger

Come sottolineato nel Libro Bianco della difesa, tra le priorità geo-strategiche del Paese vi sono la sicurezza della regione euro-atlantica, l’area euro-mediterranea e quella mediorientale. L’area euro-mediterranea è la regione “su cui si incentra il focus strategico nazionale” in quanto è uno spazio geopolitico estremamente interconnesso che negli ultimi anni ha visto aumentare drammaticamente l’instabilità, la conflittualità e l’insicurezza al suo interno. L’affermazione di gruppi terroristici hanno alimentato i flussi migratori e messo a rischio la libertà dei traffici commerciali e la sicurezza energetica. Tale minaccia, secondo la politica estera e di difesa italiana, permette di legittimare il superamento dei tradizionali concetti di “sicurezza” e “difesa”. In definitiva l’Italia deve divenire un attore della sicurezza globale capace di esercitare un ruolo di responsabilità a livello internazionale, operare non solo per la salvaguardia degli interessi nazionali, ma anche per la protezione e la tutela delle popolazioni nelle aree di crisi, e sviluppare la promozione di livelli crescenti di sicurezza e stabilità globale. Insomma economia, energia, migrazioni e sicurezza riguardano l’interesse nazionale e la politica di difesa, e avvallano l’uso dello strumento militare.

In questa cornice si inserisce l’approvazione della missione in Niger “Cresce impegno nell’area mediterranea, si dimezza presenza in Iraq. I militari italiani in Africa sono fondamentali per l’interesse nazionale” https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/cresce-impegno-area-mediterranea-dimezza-presenza-in-iraq.aspx Questa affermazione del ministro Pinotti deve essere letta sotto vari aspetti:

1 – Il Niger è un paese ricco di risorse minerarie: carbone, ferro, fosfati, oro, petrolio e soprattutto uranio (quinto paese al mondo per estrazione dell’uranio al opera della multinazionale francese Areva). L’Africa è molto importante per l’ENI (presente in Tunisia, Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Ghana, Libia) che assume il ruolo di “motore degli interessi strategici dell’Italia nel mondo (Gentiloni)”.

2 – Collocazione internazionale dell’Italia: necessità di inserirsi nello storico asse Francia-Germania nel campo della difesa europea (Pesco). La Germania contribuisce insieme alla Francia alla “stabilizzazione” (o meglio colonizzazione) della zona sahariana con forze sul terreno, a cui si sono aggiunte quelle statunitensi.

3 – Integrazione fra lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina.

In questa prima parte del documento sono riportate tabelle che indicano il livello di pace globale, la rotta dei migranti nel Mediterraneo centrale, l’evoluzione degli impegni operativi internazionali e nazionali compresa l’emergenza sismica. Alla base dell’analisi sulla complessità del contesto globale vi è la tendenza a teorizzare un mondo estremamente instabile e conflittuale in cui i cambiamenti climatici, il disagio sociale, la competizione per l’approvvigionamento delle risorse naturali, i mutamenti climatici, la pervasività delle nuove tecnologie e il rischio di conflitti tradizionali/ibridi giocano un ruolo fondamentale. L’interconnessione fra gli attori e fattori che si affacciano a livello mondiale ha determinato due movimenti apparentemente contraddittori: globalizzazione (anche finanziaria) e frammentazione tenuti insieme dalla centralità delle reti informatiche che ha esteso la conflittualità nello spazio cibernetico.

Sviluppo dello strumento nazionale: Schengen militare e missione nucleare dell’F-35

Prima di entrare nel merito della seconda parte è necessaria una premessa per capire come la politica estera e militare dell’Unione europea sia subordinata alla strategia statunitense.
La National defense strategy https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905-2.pdf , rilasciata dal Pentagono nel mese di dicembre 2017, si basa su quattro pilastri e tre sfide: proteggere la patria, promuovere la prosperità, la pace attraverso la forza (anche quella nucleare per mantenere il potere in ogni dominio) e far progredire l’influenza americana. Parallelamente i competitor sono i poteri revisionisti (che intendono rivedere gli equilibri mondiali in funzione anti americana) della Cina e Russia (che possono essere sia alleati sia concorrenti), i regimi canaglia come la Corea el Nord e gli attori transazionali come ISIS. Elbridge A. Colby, assistente del segretario alla Difesa James Mattis, ha dichiarato che quella presentata non è una strategia di scontro ma che conosce la realtà della competizione. Una strategia dunque che ha bisogno di costruire una forza letale, rafforzare le alleanze e riformare la struttura della difesa. Nuove capacità e alleanze più forti servono per essere più agili e letali e per convincere gli alleati a spendere di più per la difesa. L’Italia è un paese accusato di spendere poco per la difesa anche dalla NATO: “Non ci aspettiamo, afferma Stoltenberg, che tutti gli alleati rispettino l’obiettivo del 2% immediatamente, ma ci aspettiamo che tutti gli alleati fermino i tagli al settore e inizino ad aumentare la spesa per la difesa. Ed è questo il caso anche dell’Italia”.

A difesa dell’Italia è intervenuta Elizabeth Braw, professore associato presso il Consiglio Atlantico, in un articolo in cui afferma che in America l’esercito italiano viene rappresentato come la “polizia d’Europa” perché impegnata a salvare migranti e in moltissimi fronti: dall’Afghanistan ai Balcani. http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_23/elogio-stampa-usa-militari-italiani-poliziotti-d-europa-4cfaf648-87f9-11e7-a960-ee4515521d95.shtml

Elisabeth Braw aveva scritto nel 2016 un articolo per Foreign Affairs, rivista del Council on Foreign Relations, dal titolo “A Schengen Zone for NATO” in cui sosteneva la necessità di creare una “Schengen militare” affinché le truppe nei paesi della Nato, per rispondere all’aggressione russa, potessero muoversi senza alcun ritardo: “Gli stati membri della Nato sono desiderosi di difendersi l’uno con l’altro, e hanno truppe e equipaggi per farlo…. ma una cosa che frustra i comandanti è evidente: le difficoltà burocratiche da adempiere per far passare le truppe da un confine all’altro…Al prossimo summit di Varsavia i membri della Nato discuteranno di risposte unitarie contro l’aggressione russa e probabilmente decideranno di stazionare quattro battaglioni – circa 4 mila truppe – negli stati baltici e Polonia. Ma con la Russia che sta formando due nuove divisioni nelle regioni occidentali, al confine con gli Stati Baltici, 4 mila truppe in più potrebbero non essere sufficienti a fronteggiare un potenziale attacco”.

Nell’articolo “Eucom chiede una zona militare di Schengen in Europa” si riprende quanto già affermato nel documento sulla strategia USA: “L’obiettivo è consentire alla forza militare di muoversi liberamente nel teatro europeo…la velocità di reazione resta fondamentale… Più di ogni altra cosa abbiamo bisogno di una zona militare di Schengen che permetterebbe ad un convoglio militare di muoversi liberamente in tutta Europa. Adesso non è così”. http://www.ilgiornale.it/news/eucom-chiede-zona-militare-schengen-europa-1426522.htmlhttps://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen . L’intervista più interessante è però quella dell’eurodeputato Urmas Paet, ex ministro degli Esteri estone e relatore del rapporto “Unione europea di difesa”, in relazione al ruolo dell’EDA (Agenzia europea per la difesa): “Lei afferma che al di là della ricerca sulla difesa, l’UE potrebbe anche finanziare il supporto logistico alla difesa. A che tipo di supporto logistico ti stai riferendo? Oggi abbiamo il problema che manca ancora una “Schengen militare”. È piuttosto complicato e dispendioso in termini di tempo spostare truppe e attrezzature da uno Stato membro dell’UE a un altro. Questo a volte può richiedere giorni se non settimane. Tuttavia, quando si profila una crisi e vogliamo essere proattivi, dobbiamo essere molto più efficaci e più veloci in questo campo. Pertanto, le norme e le procedure applicabili alle truppe mobili e alle attrezzature militari all’interno dell’UE dovrebbero essere riformate. Alcuni finanziamenti dell’UE dai fondi strutturali potrebbero andare a progetti che sostengono le nostre forze armate come strade, ponti, caserme, ecc. In questi settori, l’UE può essere molto più favorevole alla difesa europea” https://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen

L’Unione Europea aveva già deciso nel 2015 che “Per gli Stati Ue che partecipano ai programmi dell’Agenzia europea per la Difesa è prevista l’esenzione Iva per le spese di procurement militare. Secondo il direttore esecutivo dell’agenzia la misura è “una grande opportunità di business e risparmio per gli stati”. http://www.eunews.it/2015/11/05/niente-piu-iva-sulle-spese-militari-per-la-difesa-ue/44523

Nel Documento programmatico si fa riferimento alla “capacità di muovere rapidamente uomini, mezzi e materiali nelle aree d’interesse [in quanto] rimarrà un fattore essenziale per contenere potenziali crisi prima che le stesse possano svilupparsi”, e inserisce fra i programmi operanti la voce Infrastrutture NATO: il programma attiene alla realizzazione, con fondi del NATO Security Investment Program, di infrastrutture operative per soddisfare le esigenze dell’Alleanza. Oneri definiti annualmente in ragione della percentuale di partecipazione dell’Italia al NSIP e degli impegni assunti in ambito NATO. La spesa annua prevista è di 66,6 milioni per il 2017/18/19 e di 199,7 milioni dal 2020 al 2022. Tuttavia non ci sono solo le infrastrutture cosiddette “materiali” ad essere considerate, ma anche quelle “immateriali” che riguardano le reti di telecomunicazione. Due esempi diversi sono l’ottimizzazione delle reti Intranet delle Forze armate per collegamento alla rete unificata della Difesa e il porto di Livorno. Nel primo caso l’Italia si è dotata del sistema satellitare SICRAL (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed Allarme) per le telecomunicazioni “Il sistema è in grado di garantire l’interoperabilità tra le reti della Difesa, della sicurezza pubblica, dell’emergenza civile e della gestione e controllo delle infrastrutture strategiche. Con SICRAL le Forze Armate Italiane dispongono di capacità satellitare proprietaria nelle comunicazioni satellitari per i collegamenti strategici e tattici sul territorio nazionale e nelle operazioni fuori area, con piattaforme terrestri, navali ed aeree”, associato al sistema Cosmo SKYMED per l’acquisizione di immagini e sorveglianza per mantenere la capacità di monitoraggio delle aree di interesse strategico.

Per quanto riguarda il porto di Livorno si stanno potenziando gli scali fluviali e ferroviari della base americana fra Pisa e Livorno. “Ponte mobile e nuova ferrovia: la base Usa sarà potenziata. Maxi progetto con la realizzazione di opere strategiche militari e per la sicurezza nazionale” http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/05/26/news/ponte-mobile-e-nuova-ferrovia-la-base-usa-sara-potenziata-1.15397995

Un caso particolare è simboleggiato dalla Sicilia in quanto rappresenta un hub dell’intelligence americana. Non solo per il Muos di Niscemi, sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, per la base Nato di Sigonella, il complesso portuale di Augusta, le stazioni aeree di Birgi e le stazioni radar, ma per Sicily Hub, snodo importante per la struttura della rete Internet che veicola il traffico dati attraverso cavi sottomarini già attenzionata dalla NATO. “Il Mediterraneo è un bacino strategico in cui si sono già verificati sabotaggi ai cavi sottomarini: La Russia si sta chiaramente interessando alle infrastrutture sottomarine delle nazioni Nato”. L’apparente attenzione dei russi sui cavi che forniscono connessioni Internet e altre comunicazioni verso il Nord America e l’Europa, potrebbe dare al Cremlino il potere di tagliare o attingere a linee dati vitali”. https://www.washingtonpost.com/world/europe/russian-submarines-are-prowling-around-vital-undersea-cables-its-making-nato-nervous/2017/12/22/d4c1f3da-e5d0-11e7-927a-e72eac1e73b6_story.html?hpid=hp_hp-top-table-main_russiasubs712pm%3Ahomepage%2Fstory&utm_term=.6f8b9205f535

Sicily Hub di Palermo è un nuovo data center, snodo fondamentale per lo scambio di traffico internet generato in Africa, Mediterraneo e Medio Oriente, realizzato da Sparkle (Telecom) e De-Cix, gestore di una internet exchange neutrale tra le più importanti nel mondo (altri sono quelli di Francoforte, Marsiglia, Londra e Amsterdam). Un altro punto nodale è quello operato da Fastweb e Med Opern Hub. “La Sicilia al centro del traffico dati: le reti sottomarine” http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/palermo_si_accende_l_hub_neutrale_di_carini_la_sicilia_al_centro_del_business_tlc-164047993/
Sostanzialmente nella povera Sicilia, drammaticamente insufficiente nelle infrastrutture principali, trasporto ferroviario, strade, ponti e rete idrica, si gioca una battaglia per il controllo dell’informazione:“Il grande orecchio americano in ascolto dai cavi di Palermo” http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-25/grande-orecchio-americano-ascolto-063713.shtml?uuid=AbnNrRxI&

“Una volta si diceva che l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, adesso è diventata una porta per tutte le comunicazioni del Mediterraneo: lo snodo strategico per il traffico internazionale di telefonate, mail, Web” http://espresso.repubblica.it/internazionale/2013/10/24/news/cosi-ci-spiano-stati-uniti-e-gran-bretagna-1.138890
Mappa dei cavi sottomarini dove passa il 90% delle informazioni mondiali https://www.submarinecablemap.com/

La costruzione di un apposito Comando interforze per le operazioni cibernetiche (CIOC) deve dirigere e coordinare operazioni militari nello spazio cibernetico in collaborazione con NATO e UE. Attraverso l’elaborazione Piano nazionale per la sicurezza https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2017/05/piano-nazionale-cyber-2017.pdf , deve individuare gli obiettivi funzionali necessari a garantire la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale. http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/04/indag/c04_cibernetico/2017/01/25/indice_stenografico.0009.html

In questa seconda parte del DPP sono indicati gli indirizzi strategici, l’analisi delle esigenze operative e le linee di sviluppo dello strumento militare e i principali programmi d’investimento della difesa in esecuzione e di quelli che si ritiene necessario avviare.
Oltre al potenziamento degli strumenti di difesa cibernetica e nell’ambito dell’intelligence, le altre componenti che esprimono “la piena operatività dello Strumento militare” sono quella navale, aerospaziale e terrestre.

Programma Interforze: sistema NGIFF (Leonardo) per rendere gli assetti nazionali in teatri operativi pienamente interoperabili con le forze dei paesi NATO. Velivolo Joint Airborne Multisensor Multimission System per lo sviluppo della capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione in sostituzione di Alenia G222VS (accordo stipulato tra Italia e Israele nel 2012). Dispositivo crittografico per ammodernamento delle capacità crypto della NATO. Sistemi satellitari: Sicral e Cosmo Skymed. Pantera: sistema di analisi delle informazioni. Velivolo NH-90 (Airworthiness).

Programma Esercito: Carro armato Ariete (ammodernamento). Disturbatori di frequenza portabili contro gli RC-IED. Per le Forze speciali è previsto l’acquisizione di materiali d’armamento, equipaggiamenti, dispositivi optoelettronici per la visione notturna/sorveglianza e veicoli speciali. Costituzione di un Centro Security Force Assistance per la formazione.

Programma Marina: Forse speciali G.O.I – Gruppo operativo Incursori. Capacità di aviolancio con battelli gonfiabili chiglia rigida RHIB. Giubbotti anti proiettili per nuclei ispettivi Brigata Marina San Marco rispondenti alle operazioni di traffici illeciti di migranti e salvaguardia degli interessi nazionali. Nuovo siluro pesante U-212A.

Programma Aeronautica: Sistema d’arma EC-27J variante da guerra elettronica del velivolo C-27J. Forze speciali A.M. Potenziamento delle capacità operative degli Incursori. Aeromobili a pilotaggio remoto (capacità di contrasto classe mini/micro. Aggiornamento stazioni di pianificazione del sistema d’arma “Storm Shadow”. Aggiornamento della piattaforma Predator. Capacità aerea non convenzionale della piattaforma avionica del velivolo Tornado (decontaminazione equipaggi) per il mantenimento delle capacità di Force Protection in ambiente degradato.
I programmi in attesa di finanziamenti riguardano la Preparazione alle forze, Proiezione delle forze, Protezione delle forze e capacità d’ingaggio, Sostegno delle forze, Comando e controllo e Superiorità conoscitiva.
Fra i programmi operanti nella voce “Spese non riconducibili a capacità” è inserita la Ricerca scientifica e tecnologica (48,1 milioni annuali per tre anni). I programmi riguardano il settore sistemi/armamenti terrestri, sistemi/armamenti navali, sistemi/armamenti aerei, informatica, sanitaria e sistemi di gestione della difesa.

I programmi più costosi fra quelli operanti, che superano i 100 milioni annui, troviamo il programma NH-90 (elicotteri di trasporto tattico)avviato in cooperazione con Francia, Germania ed Olanda. Costo complessivo per 116 elicotteri 4.068,53 milioni. Nel triennio la spesa è di 600 euro finanziati dal MISE.
Unità navale LHD. Fabbisogno complessivo 1.171,3 milioni. Nel triennio 589,8 milioni finanziati dal MISE.
Programma per fregate FREMM avviato con la Francia. Fabbisogno complessivo 5.992,3 milioni. Nel triennio 477,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma per pattugliatori d’altura PPA. Fabbisogno complessivo di 3.853,6 milioni. Nel triennio 1.285,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma velivoli F-2000 (EFA) in cooperazione con Germania, Regno Unito e Spagna. Fabbisogno complessivo 21.100 milioni. Nel triennio 1.729 finanziati dal MISE.
Programma elicotteri HH-101 CSAR. Fabbisogno di 1.050 milioni. Nel triennio 361 milioni finanziati dal MISE.

Ultimo programma, perché più importante e costoso, è il caccia Joint Strike Fighter F-35. Programma in cooperazione con USA, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia e Turchia. Fabbisogno complessivo per la FASE 1 di 7.093 milioni di euro. Nel triennio la previsione di spesa è di 2.198 milioni finanziati dal Ministero della Difesa. La FASE 2 sarà avviata dal 2021 e comporterà il finanziamento di talune componenti a lunga lavorazione dei velivoli ad essa associati già a partire dal 2019, con contribuzioni al momento non ancora definite. Nella tabella viene prevista una spesa dal 2020 al 2022 di 2.217 milioni.
Ma perché il caccia F-35 è il programma più importante della Difesa? Questo programma iniziato nel 1996 avrebbe dovuto completarsi nel 2012, ma una serie infinita di problemi ne ha rinviato la data a metà del 2030. Secondo l’ultima previsione effettuata dal governo degli Stati Uniti i costi del programma sono balzati dai 147 miliardi di euro previsti nel 2001 ai 240 miliardi di euro di quest’anno. Come accade in Italia, anche il Ministero della Difesa britannico è stato incolpato di non fornire una stima dei costi di acquisto, manutenzione e gestione, limitandosi a indicare una cifra complessiva fino al 2026. Il The Times ha pubblicato una serie di articoli in cui si riportano affermazioni gravi “è troppo costoso, inaffidabile, pieno di problemi tecnici e potenzialmente pericoloso. https://publications.parliament.uk/pa/cm201719/cmselect/cmdfence/326/32608.htmhttps://www.parliament.uk/business/committees/committees-a-z/commons-select/defence-committee/news-parliament-2017/f35-procurement-report-published-17-19/

Negli USA è il Pentagono ad affermare che gli sforzi per migliorare l’affidabilità sono “stagnanti”: Why the Pentagon Isn’t Happy With the F-35 https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-01-24/lockheed-f-35-s-reliability-progress-has-stalled-pentagon-told Tuttavia all’interno del Pentagono vi sono voci discordanti. Ad esempio sul fatto che l’F-35 abbia ancora notevoli problemi tecnici (la versione A non ha ancora raggiunto la Full Operational Capability FOC e sulla certificazione IOC, Initial Operational Capability, il Joint Program Office ha enumerato seri problemi che la rendono “fumo negli occhi”). Come fa un velivolo progettato con l’obbligo di trasportare il carico utile nucleare portare avanti tale missione se i collaudi hanno evidenziato l’impossibilità di usare un cannone o l’uso di armamento stand off (bombe guidate di precisione) perché non ha la capacità di illuminare i bersagli per le missioni CAS (missione svolta da aerei da attacco al suolo ai quali è richiesto di attaccare le forze di terra nemiche)? Eppure per il tenente gen. Chris Bogdan, armare l’F-35 con la bomba nucleare richiederà solo un po’ di addestramento extra per i piloti, nulla di straordinario. http://docs.house.gov/meetings/AS/AS25/20160323/104712/HHRG-114-AS25-Wstate-BogdanUSAFC-20160323.pdf

L’Air Force nel 2015 ha ricevuto 15,6 milioni per lavorare sulla doppia capacità e altri 4,9 milioni nel 2016. Stati Uniti e NATO sembrerebbero pronti ad aiutare gli Stati che non riuscissero a rispettare l’impegno.
In Italia sono stati I gruppi pacifisti e antimilitaristi a denunciare il doppio uso dell’F-35A. Forse perché è questo il motivo principale per cui l’Italia ha scelto questo caccia: la capacità di eseguire una missione nucleare. La versione A prevede hardware e software avanzati per trasportare e rilasciare le nuove bombe nucleari B61-12. Nella scheda emessa dalla Camera “Il programma Joint Strike Fighter- F35” http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/DI0289.pdf la missione nucleare non viene menzionata ma neanche i suoi sostenitori ne hanno mai fatto cenno. L’adesione ufficiale al programma è avvenuta durante il governo D’Alema: il 23.12.1998 che ha firmato il Memorandum of Agreement per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari.
Nell’articolo “l dibattito sulle armi nucleari tattiche in Italia: tra impegni di disarmo e solidarietà atlantiche” http://www.iai.it/sites/default/files/iai1104.pdf si legge che “Nonostante l’esplicito impegno a “creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari”, il nuovo Concetto strategico della Nato adottato a Lisbona il 19 novembre 2010 ribadisce che “fintanto che ci sono armi nucleari nel mondo, la Nato rimarrà un’Alleanza nucleare”. Cinque paesi dell’Alleanza atlantica, Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia continuano ad ospitare armi nucleari tattiche (Ant) statunitensi all’interno dei propri confini”. In Italia è ancora dominante l’idea, colta da Lawrence Freedman, che la Nato non sia una “semplice alleanza militare”, ma un elemento fondamentale per il mantenimento di una comunità transatlantica; “i fattore critico nella garanzia nucleare degli Usa verso l’Europa non è la credibilità della strategia, ma l’autenticità della ‘comunità atlantica’”.

Dunque l’Italia non si pone il problema che la condivisione nucleare, utilizzando velivoli a doppio uso (fino a ora il Tornado), violi l’articolo I del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). L’Italia non è una nazione nucleare secondo i termini del TNP, ma rimane parte degli accordi di condivisione nucleare della NATO: “Assessing an F-35-based nuclear deterrent” http://www.basicint.org/sites/default/files/Assessing%20an%20F-35-based%20nuclear%20deterrent.%20%20Kevan%20Jones%20MP..pdf

Nell’articolo “Il disarmo nucleare è a rischio”, il direttore della Stampa scrive che Washington e Mosca hanno iniziato ad accusarsi di violare il Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Inf), ponendo le premesse per una corsa al riarmo nucleare e innescando un domino di imprevedibili rischi per la sicurezza dell’Europa. http://www.lastampa.it/2017/10/29/cultura/opinioni/editoriali/il-disarmo-nucleare-a-rischio-NscDFBMLwV2Q3ipam4gVAI/pagina.html
Perchè Trump vuole testate nucleari a basso rendimento? “Lo scopo finale delle armi nucleari è il medesimo elaborato alla fine degli anni ’40: scoraggiare un attacco armato contro gli Stati Uniti e proteggere i suoi alleati. Per definizione, “gli asset nucleri sono uno strumento per impedire l’aggressione di qualsiasi tipo contro gli interessi nazionali e vitali dell’America”. E’ il concetto della garanzia politica. E’ il medesimo che si applica, ad esempio, per la bomba nucleare tattica guidata B-61 in Europa. Le B-61 dovrebbero rappresentare un deterrente strategico ritenuto in grado di dissuadere anche gli stessi alleati dallo sviluppare armi nucleari fatte in casa. Vanno quindi intese come una garanzia politica degli Stati Uniti, che ne detengono la proprietà e la discrezionalità, a protezione dell’Europa. La responsabilità condivisa per le armi nucleari si basa sulla solidarietà degli alleati della Nato e l’unità di intenti a protezione dell’integrità territoriale. Ma è ancora valido il concetto di arma nucleare tattica o arma nucleare non strategica? No. Non esiste alcuna arma nucleare tattica” http://www.ilgiornale.it/news/mondo/perch-trump-vuole-testate-nucleari-basso-rendimento-1483778.html

Secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists le lancette del Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse che simboleggia l’avvicinamento dell’umanità al punto di non ritorno, ora mancano due minuti alla mezzanotte, soglia oltre la quale l’impatto dell’uomo sul pianeta sarà irreversibile. Oggi, secondo gli esperti, il rischio di un simile scenario non è mai stato così alto, soprattutto a causa di due minacce gemelle: le armi nucleari e i cambiamenti climatici. “Si tratta naturalmente di una valutazione, che gli esperti multidisciplinari del Bulletin fanno valutando tutti i fattori geopolitici che aggravano e avvicinano il rischio della guerra nucleare” scrive Angelo Baracca sul sito del Forum contro guerra. Il Forum aveva organizzato il 20 gennaio davanti alla base di Ghedi (che ospita le B61 e che riceverà quelle aggiornate B61-12) una manifestazione per dire no alle guerre e si al disarmo nucleare. Al termine della manifestazione si è annunciato un rilancio della mobilitazione antinucleare attorno a tutti i luoghi nevralgici del Potere nucleare in Italia, dalle aerobasi ai porti, dai siti di stoccaggio ai luoghi di produzione dei vettori (in Italia gli F35), in tutti quei luoghi cioè dove non si ha la certezza assoluta che queste armi non ci siano. Una iniziativa alla Base di Aviano il 18 marzo 2018 è il prossimo appuntamento. http://www.forumcontrolaguerra.org/2018/01/26/guerra-nucleare-piu-vicina/

Il bilancio della difesa: Italia potenza militare

Secondo diversi studi che analizzano fattori diversi, l’Italia è ottava o undicesima potenza militare nel mondo. Credit Suisse, società di servizi finanziari con sede in Svizzera, nel suo report sulla ricerca e sviluppo, dopo aver preso in considerazione il budget stanziato per la spesa militare, numero di personale impegnato e livello di addestramento, avanzamento tecnologico delle armi, numero di aeromobili/aircraft, carri armati, sottomarini da guerra, disponibilità di eventuali armi nucleari (armate e totali) e sistemi di alleanze, ha inserito l’Italia all’ottavo posto. http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=EE7A6A5D-D9D5-6204-E9E6BB426B47D054
GlobalFirepower, altra società che fornisce dati riguardanti oltre 130 moderne potenze militari, ha analizzato la potenziale capacità di guerra (convenzionale) di ogni nazione attraverso terra, mare e aria, valori relativi a risorse, finanze e geografia e altri 50 fattori diversi per determinare la classifica annuale. L’Italia viene posta all’undicesimo posto nel mondo e quarta in Europa. https://www.globalfirepower.com/countries-listing-europe.asphttps://www.globalfirepower.com/countries-listing.asp

La terza parte del DPP che illustra il bilancio della difesa mostra dei grafici riepilogativi dei bilanci destinati dal 2008 al 2017. Da questi si possono ricavare almeno due considerazioni: le spese totali possono essere calcolate prendendo in considerazione gli stanziamenti a bilancio ordinario, quelli delle missioni internazionali (997,2 milioni), i contributi del MISE per i programmi tecnologicamente avanzati (2.550 milioni di cui 25 nel triennio vigente) e i costi dell’Arma dei Carabinieri, oppure considerando solo il bilancio ordinario. Il grafico che illustra le risorse destinate alla difesa vede un picco nel 2011 con la cifra di 24.174,3 mentre nel 2017 lo stanziamento è pari a 23.478,3. Se si fa riferimento al solo bilancio ordinario della difesa il picco si trova nel 2008 con 21.132,4 e nel 2013 con 20.702,3 milioni. Nel 2017 lo stanziamento è pari a 20.269,1.

Se si guardano invece i grafici sul rapporto spese per la difesa/pil 2008-2017 emerge che se si considerano le risorse della difesa il pil è pari a 1,37%, mentre con il solo bilancio ordinario si scende all’ 1,19% e a 0,80 se si esclude la funzione difesa del territorio.
Gli stanziamenti per le missioni internazionali hanno visto un picco nel 2011 con 1.497 milioni. Nel 2017 è pari a 997,2 milioni.
L’incremento dei finanziamenti del MISE è pari al 78% passando da 1.515,2 del 2008 a 2.704 milioni del 2017.
La funzione difesa del 2017 vede una spesa di 9.799 milioni per il personale, 1.272 milioni per l’esercizio e 2.141 milioni per l’investimento.
Il personale militare è diminuito di 1501 unità. La voce esercizio considera la formazione e l’addestramento, manutenzione e supporto logistico, funzionamento Enti, comandi e Unità ed esigenze interforze. Vi è stata una riduzione delle risorse dai 2,7 miliardi ai 1,3 attuali.

Il settore investimento riguarda quella parte di spesa che serve a dotare un esercito di mezzi, materiali ed equipaggiamenti tecnologicamente avanzati. Ed è esplicitamente la parte di spesa che interessa l’industria bellica (che non manca mai di lamentarsi della scarsità di fondi statali). Le risorse previste per l’anno 2017, 2018 e 2019 sono rispettivamente di 2.141,1 milioni, 2.122,8 e 2.164,1 a cui bisogna aggiungere però i finanziamenti MISE. Con entrambi i finanziamenti sono stati e sono sostenuti i programmi dei velivoli EFA, le fregate FREMM, i veicoli blindati VBM 8×8, l’elicottero NH-90, il programma navale, l’elicottero AW-101 Combat SAR, la digitalizzazione della componente terrestre FORZA NEC, i velivoli M-346 e T-345 e il sistema di controllo del territorio per l’Arma dei carabinieri SI.CO.TE.

Con la legge n. 208 del 2015 https://www.difesa.it/Amministrazionetrasparente/Pagine/Programma-Biennale-degli-acquisti-di-beni-e-servizi-e-relativi-aggiornamenti-annuali.aspx sono stati avviati i programmi di ammodernamento dei sistemi missilistici antiaereo a medio raggio FSAF e PAAMS (consorzio EUROSAM), del futuro elicottero di esplorazione e scorta (FEES) e Blindo Pesante Centauro 11.
Nella voce Funzione sicurezza del territorio viene compresa la sfera militare (che riguarda la difesa della Patria, partecipazione alle operazioni militari anche all’estero e altro) e la sfera di ordine e sicurezza pubblica (controllo del territorio, contrasto alla criminalità organizzata e comune, tutela dell’ordine pubblico).
Se si comprendono anche le funzioni del Corpo forestale dello stato, 492 milioni, lo stanziamento è pari a circa 6.519,8 milioni. La funzione sicurezza del territorio è così suddivisa: personale 6.145,7 milioni, esercizio 345,8 milioni e investimento 28,3 milioni.
Vi sono poi le spese per funzioni esterne: rifornimento idrico delle isole minori, contributi a vari enti e associazioni, indennizzi per servitù militari, esercizio del satellite meteorologico METEOSAT e EUMETSAT (satelliti europei), ammortamento mutui alloggi. Per il 2017 sono previsti 141 milioni, 135,6 e 135,3 per il 2018 e 2019. Per le pensioni provvisorie del personale in ausiliaria sono previsti 396,5 milioni nel 2017, 399,5 e 400,5 milioni nel 2018 e 2019.
Infine il DDP fa riferimento al bilancio della difesa in chiave NATO. Il budget in chiave NATO si discosta da quello della Difesa perché detrae o aggiunge voci in maniera diversa.

thanks to: PeaceLink

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US State Department admits Al-Nusra affiliate using chemical weapons in Syria

US State Department has acknowledged that a terrorist group affiliated with Al-Nusra Front is using chemical weapons in Syria.

The US Department of State admitted that militants linked to Al-Nusra Front are carrying out terrorist attacks using chemical weapons in Syria. Russia’s defense ministry says it’s the first admission of its kind.

The assertion was made in the latest Syria travel warning issued by the State Department on Wednesday. It also mentions Islamic State [IS, formerly ISIS/ISIL].

“Terrorist and other violent extremist groups including ISIS and Al-Qaeda linked Hayat Tahrir Al-Sham [dominated by Al-Qaeda affiliate Jabhat Al-Nusra, a designated Foreign Terrorist Organization], operate in Syria,” the travel warning reads.

“Tactics of ISIS, Hayat Tahrir al-Sham, and other violent extremist groups include the use of suicide bombers, kidnapping, small and heavy arms, improvised explosive devices, and chemical weapons,” it said.

Terror groups have targeted roadblocks, border crossings, government buildings and other public areas in major Syrian cities of Damascus, Aleppo, Hama, Daraa, Homs, Idlib, and Deir-ez-Zor, the State Department acknowledged.

Meanwhile, Russia’s Defense Ministry said a precedent had been set by Washington acknowledging that Al-Nusra linked terrorists use chemical weapons in Syria.

“This is the first official recognition by the State Department not only of the presence, but the very use of chemical weapons by Al-Nusra terrorists to carry out terrorist attacks, which we repeatedly warned about,” General Igor Konashenkov, spokesman for the ministry, commented on Friday.

Previously, the US military reported chemical attacks in Syria.  Last November, Colonel John Dorrian, a spokesman for the US-led coalition in Iraq, said it is “concerned about Islamic State’s use of chemical weapons.”

“[Islamic State] has used them in Iraq and Syria in the past, and we expect them to continue employing these types of weapons,” Dorrian said in an emailed statement to the New York Times.

The military official said the terrorist group’s ability to stage chemical attacks is “rudimentary,” adding that US, Iraqi and other coalition forces are capable of dealing with the impact of these attacks, namely “rockets, mortar shells or artillery shells filled with chemical agents.”

Earlier in April, the US launched 59 Tomahawk missiles at the Syrian military’s airbase Shayrat in response to an alleged chemical attack in Syria’s Idlib Province, where dozens of civilians including children died from suspected gas poisoning in the rebel-occupied territory. Washington was prompt to point the finger at the Syrian government for the incident.

Moscow said international efforts to investigate the alleged chemical attack did not help to establish hard facts.

“There is a Joint Investigative Mechanism [JIM], established in 2015 by the UN and the Organization for Prohibition of Chemical Weapons, to find those behind [the use of chemical weapons in Syria],” Mikhail Ulyanov, director of Russian Foreign Ministry’s Non-Proliferation and Arms Control Department, told TASS.

He said the Joint Mechanism’s experts have visited Shayrat airfield on October 8 and 9, but did not collect ground samples at the site.

“The JIM are categorically refusing to carry out this important function,” the diplomat said, adding, “we can’t say this investigation is of any quality… this is an unprofessional approach that raises huge questions.”

Sorgente: US State Department admits Al-Nusra affiliate using chemical weapons in Syria — RT America

Siria, capo terrorista conferma ‘la cooperazione diretta’ con Israele

 Siria, capo terrorista conferma 'la cooperazione diretta' con Israele
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Il capo di un gruppo armato siriano ha rivelato i “contatti e la cooperazione diretta” della sua fazione con le forze armate del regime di Tel Aviv (IDF).

Secondo il ‘Time of Israel’, Abu Hamad capo di un gruppo armato, ha ammesso che i suoi uomini “hanno avuto contatti diretti con Israele per ricevere il sostegno” da questo regime.

Abu Hamad ha quindi rigettato le affermazioni dell’esercito israeliano, il quale ha sempre sostenuto di inviare aiuti solo ai civili e alle organizzazioni non governative situate sul confine siriano con i territori palestinesi occupati.

In dichiarazioni rese in una videoconferenza con i giornalisti tramite Skype, e da una casa ben arredata che si trova nella parte non occupata del Golan nella provincia meridionale siriana di Quneitra, Abu Hamad, incappucciato per evitare di essere identificato, ha riconosciuto che il regime di Tel Aviv ha anche offerto aiuto ad altre bande armate nella zona.

Tuttavia, il leader terrorista ha rifiutato di specificare i nomi dei gruppi, tanto meno il proprio, temendo di perdere l’assistenza israeliana, aggiunge il sito web israeliano.

Questa testimonianza è l’ennesima conferma dell’appoggio di Israele ai gruppi armati che combattono contro il legittimo governo siriano. Anche l’ONU, lo scorso 15 giugno, rivelò l’esistenza di contatti diretti tra Israele e i gruppi terroristici come Al Nusra, braccio di al Qaeda in Siria.

Fonte: Timesofisrael
Notizia del: 25/08/2017

La scoperta di armi chimiche degli Stati Uniti in Siria è la prova che l’Occidente sostiene i terroristi

Alcuni paesi si impegnano, da un lato, verbalmente per il diritto internazionale, ma da un altro armano i terroristi con sostanze vietate, ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

La scoperta di armi chimiche di produzione statunitense e britannica in Siria è la prova che i paesi occidentali, direttamente o indirettamente sostengono i terroristi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Russia.

“È giunto il tempo in cui, dopo diversi anni di guerra in Siria, è stato portato alla luce ciò che è stato discusso molte volte in tutti i livelli”, ha dichiarato la portavoce nel corso di un programma della radio russa Vesti, e citata da TASS.

“Sì, è così. I paesi occidentali e le potenze regionali hanno fornito direttamente o indirettamente sostanze tossiche vietate ai ribelli,ai terroristi ed estremisti che sono sotto il loro comando nel territorio della Siria”, ha spiegato Zakharova, aggiungendo si sommano ad altre forme di assistenza, comprese le armi, il denaro e il supporto informatico.

Dopo citato anche una serie di fatti e fornito prova confermate da esperti internazionali, la portavoce ha aggiunto che i paesi responsabili per il sostegno al terrorismo “verbalmente sono impegnati a rispettare i principi democratici e del diritto internazionale, ma in realtà forniscono tutto il necessario per gli estremisti affinché sostengono la loro lotta armata nel territorio sovrano della Siria. “

L’ONU come testimone

Zakharova ha sottolineato che le Nazioni Unite hanno ricevuto molti di queste prove, ed sono state testimone di alcune delle discussionisu questo argomento.

“Alcuni di questi dati sono stati comunicati alle Nazioni Unite, e sono stati discussi nel corso di negoziati bilaterali, per esempio, tra gli Stati Uniti e la Russia”, ha precisato la portavoce.

Da parte sua, il rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, Vasili Nebenzia ha sostenuto che la fornitura di agenti tossici per le forze ribelli in Siria costituisce una violazione della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.

Sostanze proibite

Ieri,il vice ministro degli esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva dichiarato che nella parte orientale di Damasco sono state trovate “bombe a mano e munizioni per lanciagranate” dotate di gas irritanti tossici CS e CN, realizzato da aziende statunitensi e inglesi.

Fonte: Tass

Notizia del: 17/08/2017

 

 

Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.
This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.

The Lebanese army has discovered a weapons cache left behind by defeated militants from the Jabhat Fateh al-Sham terror group, formerly known as al-Nusra Front, in the northeast of the country.

The Lebanese National News Agency (NNA), citing an unnamed official from Lebanon’s General Directorate of General Security, reported on Friday that a patrol of the intelligence agency had found an ammunition and missile cache in Wadi Hamid Valley east of the border town of Arsal, without providing further details.

However, Reuters quoted an unnamed security source as saying on Friday that the cache contained at least a surface-to air missile (SAM) and a number of US-made TOW anti-tank missiles as well as plenty of other types of shells and rockets.

The following photos of the cache were provided by the security source.

On July 29, commanders of Lebanon’s Hezbollah resistance movement said the group had successfully concluded a week-long military offensive against al-Nusra on the outskirts of Arsal and the adjacent town of Flita in Syria, seizing land in the rugged, mountainous area and killing about 150 terrorists.

This photo taken on August 17, 2017, during a tour guided by the Lebanese army shows soldiers holding a position in a mountainous area near the eastern village of Ras Baalbek during an operation against terrorists. (Via AFP)

In August 2014, the al-Nusra and Daesh Takfiri terrorist groups overran Lebanon’s northeastern border town of Arsal, killing a number of Lebanese forces. They took 30 soldiers hostage, most of whom have been released.

Since then, Hezbollah and the Lebanese military have been defending Lebanon on the country’s northeastern border.

Friday’s development come as the Lebanese army has been targeting Daesh hideouts along the Syrian border over the past several days, regaining more areas from the terror group. It also comes after Syria accused the US and the UK of supplying chemical weapons to terrorists in the country.

Sat Aug 19, 2017 2:19AM

Sorgente: PressTV-Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis”

Migliaia di persone sono scese in piazza a Tehran per omaggiare le vittime dei brutali attentati terroristici che hanno colpito la città.  “Morte all’Arabia Saudita”. “Morte agli Stati Uniti”. I cori pià frequenti. Del resto, i leader della Repubblica islamica hanno accusato Washington e Riad di supportare gli attacchi che hanno ucciso 17 persone.

 

Questo venerdì, il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sostenuto come gli attentati aumenteranno solo l’odio dell’Iran verso gli Stati Uniti e i suoi “tirapiedi” come l’Arabia Saudita. L’attacco “non intaccherà la determinazione della nazione iraniana e il risultato sarà quello di aumentare l’odio verso il governo degli Stati Uniti e i suoi tirapiedi nella regione come l’Arabia Saudita“, ha dichiarato partecipando ai funerali. Lo riportano i media nazionali.

Durante il funerale, il Presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani ha definito gli Stati Uniti la versione “internazionale” dell’Isis. Larijani ha anche accusato Washington di scambiare democrazia con i soldi, in riferimento alle immense vendite di armi che il paese ha pattuito con l’Arabia Saudita.

La Guardia Rivoluzionaria dell’Iran ha sostenuto in un comunicato che ci sia l’Arabia Saudita dietro gli attacchi terroristici a Teheran. “Quest’attacco terrorista avviene una settimana dopo l’incontro tra il presidente degli Usa (Donald Trump) e i leader sauditi che supportano i terroristi. Il fatto che lo Stato Islamico abbia rivendicato prova che sono coinvolti negli attentati“, si legge nella nota, citata da Reuters.
In precedenca il Generale Hossein Salami, vice comandante della Guardia rivoluzionaria, aveva promesso ritorsioni per l’attacco. “Non c’è alcun dubbio che avremo vendetta per gli attacchi di oggi a Teheran, sui terroristi, sui loro compari e su chi li sostiene”, ha dichiarato. Lo riporta l’agenzia Mehr.

 

 

Notizia del: 09/06/2017

Sorgente: Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis” – World Affairs – L’Antidiplomatico

I morti di Teheran non valgono un hashtag

Diciassette morti, quaranta feriti, e nessuno con la matitina spezzata nel taschino. Nessuno con la bandierina del paese colpito come sfondo del proprio profilo social. Nessuno con l’hashtag, anche se patetico. Nessuna insulsa dimostrazione di solidarietà, di quelle che costano un clic. Improvvisa sobrietà? No, semplice indifferenza. L’indifferenza di chi non vede i morti di Teheran come morti su cui vale la pena esprimere un cordoglio, benché vittime dello stesso terrorismo che colpisce Londra, Berlino e Parigi. L’indifferenza di chi non crede che i morti di Teheran meritino nemmeno il conformismo da social-network. E infatti quei morti sono morti sbagliati, anticonformisti, contraddittori. Sono morti musulmani.

Sono morti che ci dicono che l’Iran non è uno stato terrorista, ma che subisce la violenza del terrorismo. Sono morti che ci dicono che i musulmani non sono nemici, ma che i nemici sono coloro che strumentalizzano la religione per finalità politiche. Sono morti che ci agitano un’amara verità: il nostro universale sentimento di solidarietà, non è poi così universale. La nostra empatia ha precisi limiti geografici e culturali. Ma come si può provare empatia per uno “stato canaglia”? E invece no, l’Iran non è uno stato canaglia. L’Iran non finanzia il terrorismo internazionale. Ma lo subisce, come è tristemente ovvio che sia per un paese in prima linea contro il sedicente Stato Islamico, impegnato militarmente più di ogni altro campione della libertà occidentale. Un impegno di cui non si parla mai, perché l’Iran è cattivo e non può far parte dei “nostri” eroi.

Come non sono nostri i suoi morti, perché sono morti musulmani, e non sono nostri i morti di Baghdad e di Kabul, migliaia senza nome, in pezzi per le strade, dilaniati dall’ennesimo attentato suicida di cui i nostri illuminati giornali nemmeno danno notizia. E così la bella società civile, quella che sono tutti “sciarlì“, quella che ama specchiarsi nei suoi profili digitali, non versa la pavloviana lacrimuccia. Le bombe fanno piangere solo se esplodono nelle democrazie occidentali, evidentemente.

Diciassette morti, quaranta feriti, e la coscienza europea – sublime, illuminata, superiore – non registra sussulti. Almeno fino alla prossima deflagrazione in piazza, quando il sismografo della nostra anima si agiterà quel tanto che serve a farsi belli, e un hashtag laverà via ogni male.

Sorgente: I morti di Teheran non valgono un hashtag – East Journal

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Wikileaks released a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition, which is an evidence of Trump’s assertion that Obama was the founder of ISIS.

US Secretary of State John Kerry (Photo: Getty Images / AFP / Louisa Gouliamak)

On Wednesday, Wikileaks released new evidence of US President-elect Donals Trump’s assertion that Barack Obama was the founder of ISIS – a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition at the Dutch Mission of the UN on September 22. The audio also is an evidence of the fact that mainstream media colluded with the Obama’s administration in order to push the narrative for regime change in Syria, hiding the truth about arming and funding ISIS by the US, as it exposed a 35 minute conversation that was omitted by CNN.

Kerry admits that the primary goal of the Obama’s administration in Syria was regime change and the removal of Syrian President Bahar al-Assad, as well as that Washington didn’t calculate that Assad would turn to Russia for help.

In order to achieve this goal, the White House allowed the Islamic State (IS) terrorist group to rise. The Obama’s administration hoped that growing power of the IS in Syria would force Assad to search for a diplomatic solution on US terms, forcing him to cede power.

In its turn, in order to achieve these two goals, Washington intentionally armed members of the terrorist group and even attacked a Syrian government military convoy, trying to stop a strategic attack on the IS, killing 80 Syrian soldiers.

“And we know that this was growing, we were watching, we saw that DAESH [the IS] was growing in strength, and we thought Assad was threatened,” Kerry said during the meeting.

“(We) thought, however,” he continued to say, “We could probably manage that Assad might then negotiate, but instead of negotiating he got Putin to support him.”

“I lost the argument for use of force in Syria,” Kerry concluded.

According to Wikileaks, “the audio gives a glimpse into what goes on outside official meetings. Note that it represents the US narrative and not necessarily the entire true narrative.”

Earlier the audio was published by the New York Times and CNN, however, the both outlets chose only some its part, reporting on certain aspects, and omitted the most damning comments made by Kerry. In fact, they tried to hide the statements that would allow public to understand what has actually taken place in Syria.

The full audio has never been published by the New York Times; the outlet released only selected snippets. CNN deleted the audio at all, explaining this with the request of some of the participants out of concern for their personal safety.

Sorgente: Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Iran raps West’s dual policies on terrorism

Iran’s Judiciary chief, Ayatollah Sadeq Amoli Larijani, says the West is pursuing double-standard and contradictory policies in the fight against terrorism.

“The Islamic Republic of Iran will make no compromises in the fight against terrorism and will never sacrifice its important divine, ethical and legal values for some incorrect and untrue statements and reactions by the so-called advocates of human rights,” Amoli Larijani said on Monday.

He added that Iran will always remain committed to its principles but the West and some international organizations, including the UN and the United Nations High Commissioner for Human Rights, are pursuing contradictory policies in the campaign against terrorism.

“Unfortunately, some Western and European countries as well as international organizations have shown no fitting reaction to acts of terror by the Daesh [Takfiri terrorist group] in Iraq and Syria and the beheading of people by these terrorists; however, [these countries and bodies] have declared that Iran’s legal move to combat acts of terror was in violation of human rights, and this shows their dual and contradictory attitude vis-à-vis terrorism,” the Iranian Judiciary chief said.

Amoli Larijani added that the spread of terrorist attacks to Europe and the United States was the outcome of double-standard policies in the campaign against terrorism.

“The Islamic Republic of Iran will never allow this country to become a place for terrorist moves with the support of certain reactionary countries in the region and will not allow Western states to interfere in the country’s internal affairs and its national security,” the Iranian Judiciary chief pointed out.

Amoli Larijani was referring to reactions shown to the recent hanging of a number of members of the so-called Tawhid and Jihad Takfiri terrorist group in the western Iranian province of Kordestan.

In a statement on Wednesday, Iran’s Intelligence Ministry said it had identified 102 members or supporters of the so-called Tawhid and Jihad Takfiri terrorist group in the western province.

Among those arrested, some were convicted and sentenced to death and life in prison, according to the statement.

The ministry said that 20 people were killed and 40 others injured as a result of the group’s activities during the past seven years.

The statement listed the groups’ activities, including the assassination of local officials and armed robbery, in the provincial capital city of Sanandaj over the past years.

P5+1 obstructionism

Amoli Larijani further pointed to recent remarks by Leader of the Islamic Revolution Ayatollah Seyyed Ali Khamenei regarding last year’s nuclear agreement reached between Iran and the P5+1 group of countries and the achievements it has brought about for the Islamic Republic.

“Unfortunately, contrary to what they have committed to do on paper and their removal of sanctions, they are creating obstacles in practice and behind the scenes and their lack of commitment is very clear in this regard,” he said.

On January 16, Iran and the five permanent members of the United Nations Security Council – the United States, Britain, France, China and Russia – plus Germany started implementing the nuclear agreement, known as the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), that they had clinched on July 14, 2015.

Under the agreement, all nuclear-related sanctions imposed on Iran by the European Union, the Security Council and the US were lifted. Iran has, in return, put some limitations on its nuclear activities.

The Iranian Judiciary chief said, “The Americans sought to tie the JCPOA to other issues and topics, but they have been disappointed in this area and now seek to create problems and obstacles in the way of the implementation of the JCPOA.”

Ayatollah Khamenei said on August 1 that Iran’s experience in striking a nuclear agreement with the P5+1 group of countries, including the United States, was a clear example of the enemies’ untrustworthiness.

“Today, even the diplomatic officials and those who were present in the [nuclear] negotiations reiterate the fact that the US is breaching its promises, and while speaking softly and sweetly [to Iran], is busy obstructing and damaging Iran’s economic relations with other countries,” Ayatollah Khamenei said.

Sorgente: PressTV-Iran raps West’s dual policies on terrorism

‘West silence on crimes in Syria deafening’

Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif has lashed out at the West for its “deafening” silence on the atrocities committed by the Western-backed militants in Syria.

Zarif posted a tweet on Friday after a video emerged showing US-backed terrorists brutally beheading a child.

The Iranian foreign minister said such acts of brutalities by the Western-sponsored terrorists have turned into the norm in Syria.

The footage, circulated on social media on Tuesday, shows a member of the Nureddin al-Zenki opposition group cutting off the 12-year-old Palestinian boy’s head with a knife on a public road in Aleppo.

Nureddin al-Zenki, which is largely based in Syria’s Aleppo province, has received military support in the past from the United States as part of Washington’s backing for “moderate” militants in Syria.

Before being killed, the boy, identified by activists on social media as Mahmoud Issa, is seen on the back of a truck surrounded by militants who accuse him of being a spy and a member of al-Quds Brigades, the armed wing of the Palestinian Islamic Jihad resistance movement.

However, the Palestinian group issued a statement, strongly denying that Issa was a member and saying the boy was ill. It further said he was killed apparently as revenge by a “terrorist” who had lost his brother in battles near Handarat, north of Aleppo.

Takfiri terrorists have been carrying out horrific acts of violence, such as public decapitations and crucifixions, against all communities, including Shias, Sunnis, Kurds, and Christians, in areas they have overrun in the Arab country.

Sorgente: PressTV-‘West silence on crimes in Syria deafening’

Chi è il terrorista?

Ormai è innegabile che lo Stato Islamico sia fortemente presente in Turchia. Nel paese trova infatti diversi modi per arricchire le sue casse, si appoggia su diverse realtà per ottenere nuove adesioni e per mettere in atto i suoi progetti, utilizza il territorio nazionale sia per far transitare i materiali necessari alla sua lotta sia affinché i nuovi militanti possano transitare verso i territori occupati in Siria ed Iraq. Infine l’ISIS utilizza la Turchia come un palcoscenico mettendo in atto delle stragi con l’obiettivo di mantenere alto il livello della sua politica di terrore.

 

Iniziamo analizzando alcuni fatti che proverebbero la presenza dello Stato Islamico in Turchia.

 

Nel 2012 il giornalista Isa Eren visita il campo profughi costruito nel villaggio di Apaydin, a 3 chilometri dalla Siria. Eren riesce a parlare con i militanti di un’organizzazione armata mossa da ideali religiosi. Secondo questi è il periodo in cui questo genere di organizzazioni si stanno pian piano staccando dall’Esercito Libero Siriano per agire indipendentemente. Uno dei jihadisti afferma: “Sappiamo che i nostri combattenti feriti vengono curati negli ospedali turchi vicino al confine. Noi non sapevamo come usare certe armi così ci hanno raggiunto dei combattenti dalla Libia attraverso la Turchia”.

 

Nel Gennaio 2014, in due località diverse, Adana e Hatay, sono stati fermati dei tir insieme a qualche auto. Durante i controlli si scopre che a dirigere il viaggio dei tir, diretti in Siria, ci sono agenti dei servizi segreti turchi insieme a rappresentanti di un’organizzazione non governativa (IHH). I mezzi stanno trasportando armi. Nel luglio del 2013 il quotidiano nazionale Milliyet sottolinea in un articolo che, secondo alcune fonti, in Turchia ci sono gruppi criminali che forniscono anche auto rubate all’ISIS e si parla di circa mille mezzi consegnati solo nel 2013.

 

Secondo il portale di notizie online HaberTurk, a Gungoren nella città di Istanbul, uno dei quartieri roccaforte dei voti verso i partiti conservatori, un’associazione non governativa (HISADER), che reca il simbolo dell’ISIS all’interno del proprio logo, raccoglie aiuti “umanitari”. Nel giugno del 2013, il giornalista Soler Dagistanli ha intervistato ad Istanbul due famiglie i cui i figli hanno deciso di partire per la Siria ed unirsi ai terroristi dell’ISIS. Sempre nello stesso periodo il quotidiano nazionale Yurt ha fotografato un negozio in zona Bagcilar ad Istanbul che vende abbigliamento con i simboli dell’ISIS. Secondo il giornalista Nevzat Cicek le adesioni all’organizzazione dalla Turchia sono alte, e maggiormente nelle città di Antep, Adıyaman, Bingöl, Mardin, Diyarbakır, Kırşehir, Konya, Ankara ed İstanbul.

 

In questo periodo, per la prima volta, una figura istituzionale di alto livello ammette l’esistenza di relazioni strette tra l’ISIS e la Turchia. L’ex vice Primo Ministro Bulent Arinç durante l’inaugurazione della nuova sede dell’ONG Ardev comunica che in Turchia, attraverso associazioni e fondazioni, l’organizzazione trova nuovi adepti.

 

Il giornalista Ilkay Celen si reca in località Dilovasi nella città di Kocaeli e parla con la famiglia di Ahmet, anche lui aderente all’ISIS insieme ad altri otto amici. Secondo il padre di Ahmet, poco distante da Karamursel c’è anche un campo di addestramento dove operano istruttori provenienti dalla Bosnia. Le persone intervistate da Celen dicono che ad aderire all’ISIS siano per la maggior parte ragazzi giovani provenienti da famiglie povere.

 

Sakir Altas, governatore del villaggio di Candir, al confine con la Siria, nei pressi della città di Hatay, afferma che sia la gendarmeria ad agevolare il passaggio delle milizie dell’ISIS verso la Siria e viceversa.

 

In un servizio di Ralph Sina, del canale televisivo statale tedesco ARD, nel quartiere Fatih a Istanbul, si mostra come l’ISIS abbia un ufficio dedito all’assistenza dei jihadisti provenienti dall’Europa. Nel mese di settembre del 2014 il giornalista Zafer Samanci intervista il padre di un altro giovane che ha aderito all’ISIS e ritiene che siano circa 300 i giovani partiti per la Siria dalla sola città di Konya.

 

Il quotidiano Taraf sostiene che le cure mediche dei jihadisti dell’ISIS vengano effettuate negli ospedali della città di Mersin. Una delle notizie pubblicate dal quotidiano nazionale Bild riporta l’esistenza di una relazione di 100 pagine presentata dai servizi segreti al governo in cui si notifica la presenza di sette arsenali dell’ISIS in Turchia.

 

Il partito politico parlamentare DBP (Partito delle Aree Democratiche) denuncia che nella città di Amed ci sono circa 400 associazioni che lavorano per l’ISIS.

 

Secondo il parlamentare nazionale del Partito Popolare Repubblicano(CHP), Erdem Eren, in Turchia attualmente sono in atto 14 processi a diversi membri dell’ISIS. Eren in un suo intervento parlamentare, fatto il giorno dopo l’ultimo attentato dell’organizzazione all’aeroporto di Istanbul, specifica come le carte di questi processi siano piene di documentazione che proverebbero il fatto che i jihadisti fossero seguiti dalla polizia già da parecchio tempo.

 

Uno dei ricercati nel processo sulla strage di Ankara, 10 Ottobre 2015, I. B. dopo 3 anni di detenzione per accuse terroristiche, abbandona la Turchia nel 2011 ed aderisce all’ISIS nel 2013. Secondo le carte del processo I.B. ha attraversato il confine per ben 12 volte in un anno. Come specifica anche il parlamentare nel suo intervento, I.B. è accusato di aver lavorato per l’adesione di circa 1800 persone allo Stato Islamico. I telefoni dell’accusato sono sotto intercettazione da parte della polizia dal 2013 ed I.B. attraverso le telefonate fissa degli appuntamenti con altre persone per organizzare i viaggi. Nelle documentazioni del processo sono presenti circa altri 10.000 indirizzi intercettati in 2 anni. Tuttavia fino all’attacco terroristico consumato davanti alla stazione ferroviaria di Ankara non è stata effettuata nessun’operazione contro questo individuo ed altri come lui accusati nel processo.

 

H.B. processato in uno dei 14 processi sull’ISIS con altre 96 persone è stato rilasciato il 24 Marzo del 2016. L’accusato non può abbandonare il territorio nazionale e per tre volte a settimana deve mettere la firma presso la caserma della polizia più vicina. Nel processo composto da 315 pagine di accuse H.B. è incriminato per divulgazione dell’ideologia dell’ISIS in diverse località della Turchia e di aver lavorato per creare dei sostegni logistici all’organizzazione. Inoltre H.B. è accusato di essere il cosiddetto leader dell’ISIS in Turchia. Infatti secondo il quotidiano nazionale Taraf, in un intervento della polizia nel 2014 sono stati trovati diversi CD con le riprese che appartengono all’accusato in cui egli specifica che dopo le operazioni in Siria l’obiettivo della sua organizzazione sia quello di “conquistare la città di Istanbul”. Un altro accusato del processo è G.B. arrestato nel 2015 perché in possesso di una serie di esplosivi ed armi nella sua auto, anche G.B. è stato rilasciato nell’ultima udienza del 24 Marzo.

 

Nel suo intervento in Parlamento, Erdem Eren, mostra la documentazione inerente alla banca dati dei militanti dell’ISIS feriti in battaglia e curati in diversi ambulatori nella città di Antep in Turchia. Secondo Eren tra le carte del processo sulla strage di Ankara si nota come gli spostamenti di questi jihadisti siano stati osservati e documentati dalla polizia precedentemente.

 

Secondo un lavoro realizzato dal giornalista Firat Kozok del quotidiano nazionale Cumhuriyet, i fratelli Alagoz, due degli attentatori delle stragi di Suruç ed Ankara, sono finiti nel mirino dei giudici e della polizia già dal 2013. Uno dei due fratelli, Yunus Alagoz, è stato convocato nel tribunale per un interrogatorio in cui ha confermato la scomparsa del fratello, Abdurrahman Alagoz, e la sua eventuale adesione ad un’organizzazione armata. Tuttavia dopo l’interrogatorio Yunus Alagoz è stato rilasciato. Secondo le intercettazioni effettuate dalla polizia risultano dei dialoghi tra i due fratelli mentre si danno l’addio poco prima delle stragi. Il 20 Luglio del 2015 Abdurrahman Alagoz si fa saltare in aria uccidendo 34 persone a Suruç. Il 19 Ottobre del 2015 la Procura della Repubblica ha confermato che uno degli attentatori della strage di Ankara del 10 Ottobre 2015 fosse invece Yunus Alagoz.

 

Il 21 Marzo del 2016 in Siria è stato arrestato dalle Unità di Difesa Popolare(YPG-J) uno dei militanti dell’ISIS più ricercati in Turchia, Savas Yildiz, accusato di aver pianificato l’attentato di Taksim-Istanbul del 19 Marzo. In un’intervista/interrogatorio video diffuso su internet Yildiz ammette di appartenere all’ISIS, di essere un cittadino della Repubblica di Turchia e di aver oltrepassato parecchie volte il confine per entrare in Siria e Turchia. Secondo Yildiz il confine viene utilizzato così tranquillamente dai militanti grazie a un accordo tra l’ISIS ed il governo di Turchia. Infine Yildiz sottolinea un fatto molto interessante, ossia quello di aver collaborato con gli agenti dei servizi segreti della Turchia per attaccare le diverse sedi del Partito Democratico dei Popoli in Turchia poco prima delle elezioni nazionali del 7 Giugno 2015.

 

Lo Stato Islamico oltre a trovare nuove adesioni sul territorio nazionale della Turchia porta avanti anche un’attività economica notevole. Nel mese di Marzo del 2016 il parlamentare nazionale Idris Baluken ha avanzato una richiesta al governo per capire i dettagli di quei 12 milioni di attività commerciali tra la Turchia e la Siria, dato che le dogane di Akcakale e Karkamis sono ufficialmente chiuse e da circa 5 anni la Turchia applica delle politiche di embargo verso la Siria. Baluken che ha illustrato l’interruzione delle attività commerciali da quando queste due zone sono passate sotto il controllo delle YPG-J tuttora non ha ricevuto una risposta alla sua richiesta.

 

Ormai è evidente che l’ISIS faccia parte della vita quotidiana in Turchia. Ci lavora ed opera. Ci vive e cresce. Tuttora il sistema giuridico e le forze armate non sono stati in grado di impedire tutto questo. Inoltre il partito unico che governa e amministra il Paese da parecchi anni porta avanti un atteggiamento passivo e irresponsabile nei confronti di obblighi o doveri dovuto principalmente a pigrizia o insensibilità.

 

Dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul 3 partiti(HDP-MHP-CHP) su 4 presenti nel Parlamento nazionale hanno proposto di creare una commissione di ricerca per identificare i colpevoli dell’attentato ed i loro legami in Turchia. La proposta è stata respinta con i voti dei parlamentari dell’AKP. Poco dopo l’attentato i gruppi parlamentari di questi tre partiti hanno diffuso dei comunicati di stampa condannando l’attacco terroristico. Tuttavia il gruppo parlamentare dell’AKP, dopo aver definito l’evento come un attacco terroristico, ha specificato che si tratta di un complotto che punta ad indebolire la Turchia e la sua stabile crescita.

 

La cultura della paranoia, dei complotti e la ricerca del colpevole fa parte della cultura nazionale militarista in Turchia. Il capro espiatorio è uno dei fondamentali meccanismi utilizzato da parecchi anni dai diversi governi per identificare le ragioni ed i responsabili dei problemi. Questi nei primi anni della Repubblica erano i Greci, poi negli anni 50 tutti gli stranieri, dopo tutti i non-musulmani. Dagli anni 60 fino ad oggi “il problema” ha incluso progressivamente gli aleviti, gli armeni, i curdi e qualsiasi voce d’opposizione che abbia posto una critica al governo. Attraverso questo meccanismo non è difficile definire periodicamente “terrorista” o “traditore della Patria” tutti coloro che non stanno dalla parte del potere politico dominante. Questo è il caso dei tanti giornalisti che hanno provato a rivelare certi giochi, degli accademici che hanno firmato un appello per la pace, o ancora dei politici che hanno provato a svolgere un’attività alternativa oppure degli studenti universitari che hanno lottato per un futuro migliore, tutti soggetti accusati di “collaborazione terroristica” o di “propaganda terroristica” e rinchiusi in diversi centri di detenzione del Paese.

 

Mentre i veri terroristi riescono a circolare liberamente in Turchia come fosse il loro palcoscenico sanguinario, dall’altra parte chi si oppone al governo centrale con proprie idee e cerca di rivelare i segreti oscuri del Paese viene classificato come “terrorista”.

 

Sorgente: Pressenza – Chi è il terrorista?

Nizza, loro due ci avevano avvertito. Noi lo sapevamo che avevano ragione ma l’occidente li ha ignorati

di Federico Pieraccini 

Bashar Assad, attuale presidente della Siria in lotta contro il terrorismo (fomentato e supportato dall’occidente e dai suoi alleati del Golfo:
“Da 20 anni il terrorismo è stato esportato dalla nostra regione, in particolare dai paesi del Golfo come l’Arabia Saudita. Ora viene dall’Europa, specialmente dalla Francia. Il più grande contingente di terroristi occidentali in Siria è quello francese. Si commettono attentati in Francia. […] Il terrorismo in Europa non sta dormendo, è sveglio.
Siamo spiacenti di non vedere l’Occidente, che credevamo in grado di aiutare con l’apertura e lo sviluppo, prendere la direzione opposta. Peggio, i suoi alleati sono i paesi medievali del Golfo come l’Arabia Saudita e il Qatar.”

M. Gheddafi:
 l’ex presidente della Libia, ucciso dopo la criminale invasione della Nato nel 2011
«La scelta è tra me o Al Qaeda. L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione (…) Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo». E lanciava, senza successo, un appello: «La situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo?»

Da che Al Qaeda era un’organizzazione di poche centinaia di combattenti incapaci negli anni 90′, siam passati ad un quasi stato daesh con qualche centinaio di migliaia di affiliati.
L’occidente ha sviluppato su scala industriale il terrorismo per raggiungere i propri obiettivi geopolitici, attaccando i suoi avversari in nord africa, medio oriente, Caucaso e ora non riesce più a controllarlo subendone le conseguenze.
La prossima volta che governanti e politici vi parleranno di terrorismo, ricordatevi che in realtà si tratta di una guerra con il terrore scatenata contro l’umanità tutta.
Notizia del: 15/07/2016

Sorgente: Nizza, loro due ci avevano avvertito. Noi lo sapevamo che avevano ragione ma l’occidente li ha ignorati – World Affairs – L’Antidiplomatico

The Legacy of the Obama Administration: An Interview With Noam Chomsky

President Barack Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)President Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)

 

Anyone looking attentively at contemporary developments in the United States will surely notice that the country is undergoing a profound crisis of purpose and institutional legitimacy under a neoliberal regime in overdrive. And this is occurring less than eight years after the election of Barack Obama, whose political campaign raised hopes for a shift away from the neoconservative fallacies and imperial crimes that characterized the administration of George W. Bush.

Welcome to the future of the past. The United States is a nation in disarray whose economic and political elite are still trying to recapture and reproduce the Gilded Age at a time when the overwhelming majority of citizens are experiencing a sharp decline in their standard of living and an increase in large-scale economic insecurity, coupled with sharply diminishing social services, a collapsing infrastructure and loss of hope in the future. Hence the explanation for the rise of political charlatans like Donald Trump, a man who aspires to become president without even pretending to have what may be loosely described as a coherent ideology (which is why the popular version among certain segments of the US progressive movement that Donald Trump is a “fascist” is a crude joke). Hence, also, the appearance on the national political stage of Bernie Sanders, whose message about the need for a more democratic United States resonates extremely well with young people, many of whom fear that, given the current conditions, their future will involve massive unemployment and economic insecurity.

Be that as it may, it seems beyond reasonable doubt at this point that the November election will be between a Republican candidate who believes that the rich deserve to get richer off the brutal exploitation of the working class and a Democrat who has fully embraced neoconservatism on foreign policy issues and is in bed with the Wall Street wolves. In this respect, Hillary Clinton hardly offers a meaningful alternative to Donald Trump, whose incoherent mumblings have scared even the Republican establishment to the point that his opponent can count on measurable support, both in terms of money and votes, from traditional conservatives and many neoconservatives.

With the November election still several months away, it would be instructive to reflect on the state of the country and the world under the Obama administration as the past always shapes and conditions the present. Noam Chomsky, one of the US’ premier dissidents, social critics and intellectuals for more than half a century, was among a handful of souls who never “bought” the promotion of Barack Obama as a real reformer, let alone a sincere progressive. In this exclusive interview with Truthout, Chomsky lays bare the reasons why Obama’s election did not lead to any significant changes in the realms of foreign and economic policy making, although it did represent some kind of progress after eight grim years of neoconservative rule under a messianic administration.

CJ Polychroniou: Barack Obama was elected in 2008 as president of the United States in a wave of optimism, but at a time when the country was in the full grip of the financial crisis brought about, according to Obama himself, by “the reckless behavior of a lot of financial institutions around the world” and “the folks on Wall Street.” Obama’s rise to power has been well documented, including the funding of his Illinois political career by the well-known Chicago real estate developer and power peddler Tony Rezko, but the legacy of his presidency has yet to be written. First, in your view, did Obama rescue the US economy from a meltdown, and, second, did he initiate policies to ensure that “reckless financial behavior” would be kept at bay?

Noam Chomsky: On the first question, the matter is debated. Some economists argue that the bank rescues were not necessary to avoid a serious depression, and that the system would have recovered, probably with some of the big banks broken up. Dean Baker for one. I don’t trust my own judgment enough to take a strong position.

On the second question, Dodd-Frank takes some steps forward — making the system more transparent, greater reserve requirements, etc. — but congressional intervention has cut back some of the regulation, for example, of derivative transactions, leading to strong protests [of] Frank. Some commentators, Matt Taibbi for one, have argued that [the] Wall Street-Congress conniving undermined much of the force of the reform from the start.

What do you think were the real factors behind the 2008 financial crisis?

The immediate cause of the crisis was the housing bubble, based substantially on very risky subprime mortgage loans along with exotic financial instruments devised to distribute risk, reaching such complexity that few understand who owes what to whom. The more fundamental reasons have to do with basic market inefficiencies. If you and I agree on some transaction (say, you sell me a car), we may make a good bargain for ourselves, but we do not take into account the effect on others (pollution, traffic congestion, increase in price of gas, etc.). These “externalities,” so called, can be very large. In the case of financial institutions, the effect is to underprice risk by ignoring “systemic risk.” Thus if Goldman Sachs lends money, it will, if well-managed, take into account the potential risk to itself if the borrower cannot pay, but not the risk to the financial system as a whole. The result is that risk is underpriced. There is too much risk for a sound economy. That can, in principle, be controlled by sound regulation, but financialization of the economy has been accompanied by deregulation mania, based on theological notions of “efficient markets” and “rational choice.” Interestingly enough, several of the people who had primary responsibility for these destructive policies were chosen as Obama’s leading economic policy advisers (Robert Rubin, Larry Summers, Tim Geithner and others) during his first term in the White House. Alan Greenspan, the great hero of a few years ago, eventually conceded quietly that he did not understand how markets work — which is quite remarkable.

There are also other devices that lead to underpricing risk. Government rules on corporate governance provide perverse incentives: CEOs are highly rewarded for taking short-term risks, and can leave the ruins to someone else, floating away on their “golden parachutes,” when collapse comes. And there is much more.

Didn’t the 2008 financial crisis reveal once again that capitalism is a parasitic system?

It is worth bearing in mind that “really existing capitalism” is remote from capitalism — at least in the rich and powerful countries. Thus in the US, the advanced economy relies crucially on the dynamic state sector to socialize cost and risk while privatizing eventual profit — and “eventual” can be a long time: In the case of the core of the modern high-tech economy, computers and the internet, it was decades. There is much more mythology that has to be dismantled if the questions are to be seriously posed.

Existing state-capitalist economies are indeed “parasitic” on the public, in the manner indicated, and others: bailouts (which are very common, in the industrial system as well), highly protectionist “trade” measures that guarantee monopoly pricing rights to state-subsidized corporations, and many other devices.

During his first term as president, you admitted that Obama faced an exceptionally hostile crowd in Capitol Hill, which of course remained hostile throughout his two terms. Be that as it may, was Obama ever a real reformer or was he more of a public manipulator who used popular political rhetoric to sideline the progressive mood of the country in an era of great inequality and mass discontent over the future of the USA?

Obama had congressional support for his first two years in office, the time when most presidential initiatives are introduced. I never saw any indication that he intended substantive progressive steps. I wrote about him before the 2008 primaries, relying on the webpage in which he presented himself as a candidate. I was singularly unimpressed, to put it very mildly. Actually, I was shocked, for the reasons I discussed.

Consider what Obama and his supporters regard as his signature achievement, the Affordable Care Act. At first, a public option (effectively, national health care) was dangled. It had almost two-thirds popular support. It was dropped without apparent consideration. The outlandish legislation barring the government from negotiating drug prices was opposed by some 85 percent of the population, but was kept with little discussion. The Act is an improvement on the existing international scandal, but not by much, and with fundamental flaws.

Consider nuclear weapons. Obama had some nice things to say — nice enough to win the Nobel Peace Prize. There has been some progress, but it has been slight and current moves are in the wrong direction.

In general: much smooth rhetoric, some positive steps, some regression, overall not a very impressive record. That seems to me a fair assessment, even putting aside the quite extraordinary stance of the Republican party, which made it clear right after Obama’s election that they were, substantially, a one-issue party: prevent the president from doing anything, no matter what happens to the country and the world. It is difficult to find analogues among industrial democracies. Small wonder that the most respected conservative political analysts (such as Thomas Mann or Norman Ornstein of the conservative American Enterprise Institute) refer to the party as a “radical insurgency” that has abandoned normal parliamentary politics.

In the foreign policy realm, Obama claimed to strive for a new era in the US, away from the militarism of his predecessor and towards respect for international law and active diplomacy. How would you judge US foreign and military strategy under the Obama administration?

He has been more reluctant to engage troops on the ground than some of his predecessors and advisers, and instead has rapidly escalated special operations and his global assassination (drone) campaign, a moral disaster and arguably illegal as well [on the latter matter, see Mary Ellen O’Connell, American Journal of International Law volume 109, 2015, 889f]. On other fronts, it is a mixed story. Obama has continued to bar a nuclear weapons-free (technically, WMD-free) zone in the Middle East, evidently motivated by the need to protect Israeli nuclear weapons from scrutiny. By so doing, he is endangering the Nonproliferation Treaty, the most important disarmament treaty, which is contingent on establishing such a zone. He is dangerously escalating tensions along the Russian border, extending earlier policies. His trillion-dollar program for modernizing the nuclear weapons system is the opposite of what should be done. The investor-rights agreements (called “free trade agreements”) are likely to be generally harmful to populations, [and] beneficial to the corporate sector. Sensibly, he bowed to strong hemispheric pressures and took steps towards normalization of relations with Cuba. These and other moves amount to a mixed story, ranging from criminal to moderate improvement.

Looking at the state of the US economy, one can easily argue that the effects of the financial crisis of 2007-08 are not only still around, but that we have in place a set of policies which continue to suppress the standard of living for the working population and produce immense economic insecurity. Is this because of neoliberalism and the peculiarities of the nature of the US economy, or are there global and systemic forces at play such as the free movement of capital, automation and the end of industrialization?

The neoliberal assault on the population remains intact, though less so in the US than in Europe. Automation is not a major factor, and industrialization isn’t ending, just being off-shored. Financialization has of course exploded during the neoliberal period, and the general policies, pretty much global in character, are designed to enhance private and corporate power. That sets off a vicious cycle in which concentration of wealth leads to concentration of political power, which in turn yields legislation and administrative practices that carry the process forward. There are countervailing forces, and they might become more powerful. The potential is there, as we can see from the Sanders campaign and even the Trump campaign, if the white working class to which Trump appeals can become organized to focus on their real interests instead of being in thrall to their class enemy.

To the extent that Trump’s programs are coherent, they fall into the same general category of those of Paul Ryan, who has granted us the kindness of spelling them out: increase spending on the military (already more than half of discretionary spending and almost as much as the rest of the world combined), and cut back taxes, mainly on the rich, with no new revenue sources. In brief, nothing much is left for any government program that might be of benefit to the general population and the world. Trump produces so many arbitrary and often self-contradictory pronouncements that it isn’t easy to attribute to him a program, but he regularly keeps within this range — which, incidentally, means that his claims about supporting Social Security and Medicare are worthless.

Since the white working class cannot be mobilized to support the class enemy on the basis of their actual programs, the “radical insurgency” called “the Republican Party” appeals to its constituency on what are called “social-cultural issues”: religion, fear, racism, nationalism. The appeals are facilitated by the abandonment of the white working class by the Democratic Party, which offers them very little but “more of the same”…. It is then facile for the liberal professional classes to accuse the white working class of racism and other such sins, though a closer look often reveals that the manifestations of [this] deep-rooted sickness of the society are simply taking different forms among various sectors.

Obama’s charisma and undoubtedly unique rhetorical skills were critical elements in his struggle to rise to power, while Donald Trump is an extrovert who seeks to project the image of a powerful personality who knows how to get things done even if he relies on the use of banalities to create the image he was to create about himself as a future leader of a country. Do personalities really matter in politics, especially in our own era?

I am very much down on charismatic leaders, and as for strong ones, [it] depends on what they are working for. The best, in our own kind of societies, I think, are the FDR types, who react to, are sympathetic to and encourage popular movements for significant reform. Sometimes, at least.

And politicians to be elected to a national office have to be pretty good actors, right?

Electoral campaigns, especially in the US, are being run by the advertising industry. The 2008 political campaign of Barack Obama was voted by the advertising industry as the best marketing campaign of the year.

Obama’s last State of the Union address had all the rhetoric of someone running for president, not someone who has been in office for more than seven years. What do you make of this — Obama’s vision of how the country should be and function eight to 10 years from now?

He spoke as if he had not been elected eight years ago. Obama had plenty of opportunities to change the course of the country. Even his “signature” achievement, the reform of the health care system, is a watered-down version, as I pointed out earlier. Despite the huge propaganda assault denouncing government involvement in health care, and the extremely limited articulate response, a majority of the population (and a huge majority of Democrats) still favor national health care, Obama didn’t even try, even when he had congressional support.

You have argued that nuclear weapons and climate change represent the two biggest threats facing humankind. In your view, is climate change a direct effect of capitalism, the view taken by someone like Naomi Klein, or related to humanity and progress in general, a view embraced by the British philosopher John Gray?

Geologists divide planetary history into eras. The Pleistocene lasted millions of years, followed by the Holocene, which began at about the time of the agricultural revolution 10,000 years ago and recently the Anthropocene, corresponding to the era of industrialization. What we call “capitalism,” in practice various varieties of state-capitalism, tends in part to keep to market principles that ignore non-market factors in transactions: so-called externalities, the cost to Tom if Bill and Harry make a transaction. That is always a serious problem, like systemic risk in the financial system, in which case the taxpayer is called upon to patch up the “market failures.” Another externality is destruction of the environment — but in this case the taxpayer cannot step in to restore the system. It’s not a matter of “humanity and progress,” but rather of a particular form of social and economic development, which need not be specifically capitalist; the authoritarian Russian statist (not socialist) system was even worse. There are important steps that can be taken within existing systems (carbon tax, alternative energy, conservation, etc.), and they should be pursued as much as possible, along with efforts to reconstruct society and culture to serve human needs rather than power and profit.

What do you think of certain geoengineering undertakings to clean up the environment, such as the use of carbon negative technologies to suck carbon from the air?

These undertakings have to be evaluated with great care, paying attention to issues ranging from narrowly technical ones to large-scale societal and environmental impacts that could be quite complex and poorly understood. Sucking carbon from the air is done all the time — planting forests — and can presumably be carried considerably further to good effect, but I don’t have the special knowledge required to provide definite answers. Other more exotic proposals have to be considered on their own merits — and with due caution.

Some major oil-producing countries, such as Saudi Arabia, are in the process of diversifying their economies, apparently fully aware of the fact that the fossil fuel era will soon be over. In the light of this development, wouldn’t US foreign policy toward the Middle East take a radically new turn once oil has ceased being the previous commodity that it has been up to now?

Saudi Arabian leaders are talking about this much too late. These plans should have been undertaken seriously decades ago. Saudi Arabia and the Gulf states may become uninhabitable in the not-very-distant future if current tendencies persist. In the bitterest of ironies, they have been surviving on the poison they produce that will destroy them — a comment that holds for all of us, even if less directly. How serious the plans are is not very clear. There are many skeptics. One Twitter comment is that they split the electricity ministry and the water ministries for fear of electrocution. That captures much of the general sentiment. It would be good to be surprised.


thanks to: C.J. Polychroniou

truthout

Israeli muderer of Dawabsheh family released

The top Israeli terror suspect, Meir Ettinger (20) who led the arson attack on the Dawabsheh home in Duma village was released after 10 months of administrative detention on Wednesday morning.

Ettinger, the grandson of the slain far-right activist Meir Kahane, was detained following the murder of the Dawabsheh family last July, in which baby Ali Dawabsheh and both his parents were killed. Ahmad, their five year old son spent some ten months in hospital recovering from third degree burns on 70% of his body.

Ettinger was placed in administrative detention for six months. His detention was later extended by a further four months. Now, the Shin Bet security service did not seek to extend the administrative detention order again.

However, Haaretz reported that Ettinger remains under various restrictions, including a ban from the West Bank and East Jerusalem and a curfew. He is also barred from making contact with 93 people.

Following his detention, a judge noted that Ettinger encouraged acts of violence that harmed Israel’s security, and that he organized a violent revolt aimed at toppling the state.

According to Haaretz, in the original administrative detention order against Ettinger, Justice Avraham Tal noted that “according to intelligence information presented by the Shin Bet, in September 2013 Ettinger founded an organization that aimed to bring forward a violent revolt that would topple the Israeli state by carrying out acts that would hurt the state’s weak points. The revolt was meant to include four stages – public relations, recruitment of activists, the uprising’s breakout and the disturbances phase.”

It was also claimed that Ettinger was personally involved in the arson of a home in Khirbet Abu Falah in the West Bank in November 2014.

Sorgente: Israeli muderer of Dawabsheh family released – PNN

George Soros è collegato al terrorismo

Soros è un importante sostenitore di Hillary Clinton
Wayne Madsen, Infowars 23 maggio 2016

cia_clandestine_ops_v139_400xIn un’epoca di continue “false flag” terroristiche, un documento Top Secret della Central Intelligence Agency, il National Intelligence Daily del 4 febbraio 1987, suggerisce un legame tra George Soros e un attentato terroristico nell’ex-Cecoslovacchia.
Nel 1986-1987 si videro i primi effetti della glasnost di Mikhail Gorbaciov che entrava in vigore in Europa orientale. George Soros, la cui speculazione monetaria ne fece uno dei pochi vampiri di Wall Street a sfruttare finanziariamente il “crash dell’ottobre 1987”, cominciò ad approfittare della situazione in Europa orientale. Due settimane dopo il “Lunedì nero” del 1987, Soros cortocircuitò il dollaro statunitense col suo Quantum Fund che chiuse con un guadagno del 13 per cento. Soros riciclò il denaro presso dei gruppi in Europa orientale, i cui fondi della CIA erano chiamati “cash kosher”. Soros voleva indebolire i governi comunisti di allora. Uno dei primi obiettivi fu la Cecoslovacchia. Soros, che aveva già legami con la CIA avendo partecipato e finanziato vari gruppi della CIA, tra cui il Council on Foreign Relations, inviò molto contante a gruppi di pressione “pro-democrazia” come Charta 77 in Cecoslovacchia o Solidarnosc, ora noti come null’altro che facciate della CIA. Infatti, la Fondazione Charta 77 ricevette un terzo dei finanziamenti da Soros, e una notevole quantità del finanziamento residuo da enti legati alla CIA come il National Endowment for Democracy (NED). Soros iniziò ad infiltrasi in Europa orientale nel 1984, quando la sua Fondazione di New York firmò un accordo con l’Ungheria per creando la Fondazione Soros di Budapest. Infine, la Fondazione Soros di Budapest si fuse con il fronte della guerra fredda della CIA a Parigi, la filiale francese del Congresso per la libertà della cultura. Il campionario di “rivoluzioni” a tema di Soros con la pratica della piazza “non violenta” ha spesso portato i gruppi di Soros a commettere violenze. Questo s’è visto a Kiev, Tbilisi, Caracas, Cairo, Sana e Damasco. Agenti e soldi di Soros inondarono la Cecoslovacchia a sostegno di Carta 77 e dei capi Vaclav Havel e Karel Schwarzenberg dell’opposizione ceca a Vienna.
Soros alzò la posta contribuendo a finanziare attentati terroristici in Cecoslovacchia? Il rapporto della CIA afferma che “il recente attentato al quartier generale del Partito Comunista cecoslovacco a Ceske Budejovice e i successivi attentati ad edifici del partito in altre città allarmavano le autorità, aumentando la sicurezza delle strutture nel Paese a livelli senza pari (scriveva la fonte delle informazioni della CIA)“. La CIA rivela che l’allora governo di Praga accusò agitatori stranieri che agivano tramite “bande giovanili”. I principali finanziatori dei gruppi di agitazione giovanili contro il governo comunista, all’epoca erano Soros e NED. La domanda resta: George Soros autorizzò atti di terrorismo contro il governo cecoslovacco? Se è così, perché Soros non è in carcere per favoreggiamento del terrorismo in Europa? L’analisi della CIA degli attentati terroristici concluse che le violenze fossero opera di un “gruppo estero”. Ancora una volta, il dito puntava su Soros. Un intero paragrafo della relazione sugli attentati cecoslovacchi è ancora censurato dalla CIA, che riteneva che gli attentati furono attuati per mobilitare la popolazione cecoslovacca “di solito apatica”. La CIA ha una sua sordida storia nel risvegliare le popolazioni apatiche con l’utilizzo di attentati terroristici false flag. Soros è un importante contribuente della campagna di Hillary Clinton. Le possibili attività di Soros nel 1986 e 1987 possono finalmente dimostrare che la campagna di Clinton è finanziata dal cassiere del terrorismo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sorgente: George Soros è collegato al terrorismo | Aurora

Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

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Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

1986: Gheddafi a Enzo Biagi “L’America è uno stato terrorista”

Il 14 aprile 1986 Enzo Biagi intervista Gheddafi nel compound di Bab-al-Azyzia, alle porte di Tripoli.
Otto ore dopo, il giorno 15, gli Stati Uniti lanciano contro Tripoli l’Operazione El Dorado Canyon. Il bombardamento colpì pesantemente la casa di Gheddafi, uccise la figlia adottiva e quaranta libici; una vittima americana per l’abbattimento di un aereo. Francia Spagna e Italia avevano negato all’aviazione USA il diritto di sorvolo.

Sorgente: 1986: Gheddafi a Enzo Biagi “L’America è uno stato terrorista” | MAKTUB

Le radici del terrorismo statunitense: come Obama se ne andrà

dt.common.streams.StreamServer.clsI presidenti si giudicano dal loro curriculum in economia, politica, diplomazia e guerra. Possono anche essere giudicati per quello che avrebbero potuto fare ma non hanno fatto. Tragicamente, il primo presidente afro-americano sarà diffamato dagli storici per quello che ha combinato. Questo sito è dedicato alla guerra in Siria e qualsiasi analisi dell’inettitudine di Obama dovrà concentrarsi sulle miserie che ha aggravato o deliberatamente creato. Quest’uomo non è di sinistra; non è rivoluzionario; non è socialista, né idealista, non è l’umanitario meritevole del Premio Nobel per la Pace. La nostra posizione è che sia solo un imbecille, un uccello che arruffa le piume. Pochi giorni fa, l’urbano ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov era seduto allo stesso tavolo con la controparte dell’Arabia Saudita per una conferenza stampa conclusiva. Un microfono puntato verso la bocca del signor Lavrov ha raccolto qualcosa d’insolito per questo affabile diplomatico di carriera. Mentre il saudita Adil al-Jubayr confutava ogni ipotesi di cooperazione con il governo legittimo del Dottor Bashar al-Assad, Lavrov fu registrato borbottare in russo, senza alcuna sorpresa: “Che fottuto imbecille!” La Cage aux folles degli alleati degli USA in mostra. Fin dall’inizio del conflitto, Obama e la sua squadra di diplomatici dementi e spettrali come Robert Ford, Hillary Clinton e Christopher Stephens, sono complici dello spargimento di sangue che inonda la Siria da marzo 2011 a oggi. Ford, uno dei peggiori criminali di guerra della storia, era intento a sfruttare la cosiddetta “primavera araba” come copertura per un piano covato anni prima per destabilizzare il governo siriano baathista, al fine di allontanare Damasco da Iran e Hezbollah. La trama non aveva niente a che fare con democrazia o libertà di riunione, ma con il crescente potere iraniano e relativa proiezione sul Mediterraneo, riflettendo anche la sensibilità statunitense alle denunce di alleati come Qatar e Arabia Saudita che guardavano gli sviluppi minacciosi nell’energia, che mettono in dubbio il futuro di tali plutocrazie feudali.

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