Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis”

Migliaia di persone sono scese in piazza a Tehran per omaggiare le vittime dei brutali attentati terroristici che hanno colpito la città.  “Morte all’Arabia Saudita”. “Morte agli Stati Uniti”. I cori pià frequenti. Del resto, i leader della Repubblica islamica hanno accusato Washington e Riad di supportare gli attacchi che hanno ucciso 17 persone.

 

Questo venerdì, il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sostenuto come gli attentati aumenteranno solo l’odio dell’Iran verso gli Stati Uniti e i suoi “tirapiedi” come l’Arabia Saudita. L’attacco “non intaccherà la determinazione della nazione iraniana e il risultato sarà quello di aumentare l’odio verso il governo degli Stati Uniti e i suoi tirapiedi nella regione come l’Arabia Saudita“, ha dichiarato partecipando ai funerali. Lo riportano i media nazionali.

Durante il funerale, il Presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani ha definito gli Stati Uniti la versione “internazionale” dell’Isis. Larijani ha anche accusato Washington di scambiare democrazia con i soldi, in riferimento alle immense vendite di armi che il paese ha pattuito con l’Arabia Saudita.

La Guardia Rivoluzionaria dell’Iran ha sostenuto in un comunicato che ci sia l’Arabia Saudita dietro gli attacchi terroristici a Teheran. “Quest’attacco terrorista avviene una settimana dopo l’incontro tra il presidente degli Usa (Donald Trump) e i leader sauditi che supportano i terroristi. Il fatto che lo Stato Islamico abbia rivendicato prova che sono coinvolti negli attentati“, si legge nella nota, citata da Reuters.
In precedenca il Generale Hossein Salami, vice comandante della Guardia rivoluzionaria, aveva promesso ritorsioni per l’attacco. “Non c’è alcun dubbio che avremo vendetta per gli attacchi di oggi a Teheran, sui terroristi, sui loro compari e su chi li sostiene”, ha dichiarato. Lo riporta l’agenzia Mehr.

 

 

Notizia del: 09/06/2017

Sorgente: Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis” – World Affairs – L’Antidiplomatico

I morti di Teheran non valgono un hashtag

Diciassette morti, quaranta feriti, e nessuno con la matitina spezzata nel taschino. Nessuno con la bandierina del paese colpito come sfondo del proprio profilo social. Nessuno con l’hashtag, anche se patetico. Nessuna insulsa dimostrazione di solidarietà, di quelle che costano un clic. Improvvisa sobrietà? No, semplice indifferenza. L’indifferenza di chi non vede i morti di Teheran come morti su cui vale la pena esprimere un cordoglio, benché vittime dello stesso terrorismo che colpisce Londra, Berlino e Parigi. L’indifferenza di chi non crede che i morti di Teheran meritino nemmeno il conformismo da social-network. E infatti quei morti sono morti sbagliati, anticonformisti, contraddittori. Sono morti musulmani.

Sono morti che ci dicono che l’Iran non è uno stato terrorista, ma che subisce la violenza del terrorismo. Sono morti che ci dicono che i musulmani non sono nemici, ma che i nemici sono coloro che strumentalizzano la religione per finalità politiche. Sono morti che ci agitano un’amara verità: il nostro universale sentimento di solidarietà, non è poi così universale. La nostra empatia ha precisi limiti geografici e culturali. Ma come si può provare empatia per uno “stato canaglia”? E invece no, l’Iran non è uno stato canaglia. L’Iran non finanzia il terrorismo internazionale. Ma lo subisce, come è tristemente ovvio che sia per un paese in prima linea contro il sedicente Stato Islamico, impegnato militarmente più di ogni altro campione della libertà occidentale. Un impegno di cui non si parla mai, perché l’Iran è cattivo e non può far parte dei “nostri” eroi.

Come non sono nostri i suoi morti, perché sono morti musulmani, e non sono nostri i morti di Baghdad e di Kabul, migliaia senza nome, in pezzi per le strade, dilaniati dall’ennesimo attentato suicida di cui i nostri illuminati giornali nemmeno danno notizia. E così la bella società civile, quella che sono tutti “sciarlì“, quella che ama specchiarsi nei suoi profili digitali, non versa la pavloviana lacrimuccia. Le bombe fanno piangere solo se esplodono nelle democrazie occidentali, evidentemente.

Diciassette morti, quaranta feriti, e la coscienza europea – sublime, illuminata, superiore – non registra sussulti. Almeno fino alla prossima deflagrazione in piazza, quando il sismografo della nostra anima si agiterà quel tanto che serve a farsi belli, e un hashtag laverà via ogni male.

Sorgente: I morti di Teheran non valgono un hashtag – East Journal

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Wikileaks released a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition, which is an evidence of Trump’s assertion that Obama was the founder of ISIS.

US Secretary of State John Kerry (Photo: Getty Images / AFP / Louisa Gouliamak)

On Wednesday, Wikileaks released new evidence of US President-elect Donals Trump’s assertion that Barack Obama was the founder of ISIS – a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition at the Dutch Mission of the UN on September 22. The audio also is an evidence of the fact that mainstream media colluded with the Obama’s administration in order to push the narrative for regime change in Syria, hiding the truth about arming and funding ISIS by the US, as it exposed a 35 minute conversation that was omitted by CNN.

Kerry admits that the primary goal of the Obama’s administration in Syria was regime change and the removal of Syrian President Bahar al-Assad, as well as that Washington didn’t calculate that Assad would turn to Russia for help.

In order to achieve this goal, the White House allowed the Islamic State (IS) terrorist group to rise. The Obama’s administration hoped that growing power of the IS in Syria would force Assad to search for a diplomatic solution on US terms, forcing him to cede power.

In its turn, in order to achieve these two goals, Washington intentionally armed members of the terrorist group and even attacked a Syrian government military convoy, trying to stop a strategic attack on the IS, killing 80 Syrian soldiers.

“And we know that this was growing, we were watching, we saw that DAESH [the IS] was growing in strength, and we thought Assad was threatened,” Kerry said during the meeting.

“(We) thought, however,” he continued to say, “We could probably manage that Assad might then negotiate, but instead of negotiating he got Putin to support him.”

“I lost the argument for use of force in Syria,” Kerry concluded.

According to Wikileaks, “the audio gives a glimpse into what goes on outside official meetings. Note that it represents the US narrative and not necessarily the entire true narrative.”

Earlier the audio was published by the New York Times and CNN, however, the both outlets chose only some its part, reporting on certain aspects, and omitted the most damning comments made by Kerry. In fact, they tried to hide the statements that would allow public to understand what has actually taken place in Syria.

The full audio has never been published by the New York Times; the outlet released only selected snippets. CNN deleted the audio at all, explaining this with the request of some of the participants out of concern for their personal safety.

Sorgente: Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Iran raps West’s dual policies on terrorism

Iran’s Judiciary chief, Ayatollah Sadeq Amoli Larijani, says the West is pursuing double-standard and contradictory policies in the fight against terrorism.

“The Islamic Republic of Iran will make no compromises in the fight against terrorism and will never sacrifice its important divine, ethical and legal values for some incorrect and untrue statements and reactions by the so-called advocates of human rights,” Amoli Larijani said on Monday.

He added that Iran will always remain committed to its principles but the West and some international organizations, including the UN and the United Nations High Commissioner for Human Rights, are pursuing contradictory policies in the campaign against terrorism.

“Unfortunately, some Western and European countries as well as international organizations have shown no fitting reaction to acts of terror by the Daesh [Takfiri terrorist group] in Iraq and Syria and the beheading of people by these terrorists; however, [these countries and bodies] have declared that Iran’s legal move to combat acts of terror was in violation of human rights, and this shows their dual and contradictory attitude vis-à-vis terrorism,” the Iranian Judiciary chief said.

Amoli Larijani added that the spread of terrorist attacks to Europe and the United States was the outcome of double-standard policies in the campaign against terrorism.

“The Islamic Republic of Iran will never allow this country to become a place for terrorist moves with the support of certain reactionary countries in the region and will not allow Western states to interfere in the country’s internal affairs and its national security,” the Iranian Judiciary chief pointed out.

Amoli Larijani was referring to reactions shown to the recent hanging of a number of members of the so-called Tawhid and Jihad Takfiri terrorist group in the western Iranian province of Kordestan.

In a statement on Wednesday, Iran’s Intelligence Ministry said it had identified 102 members or supporters of the so-called Tawhid and Jihad Takfiri terrorist group in the western province.

Among those arrested, some were convicted and sentenced to death and life in prison, according to the statement.

The ministry said that 20 people were killed and 40 others injured as a result of the group’s activities during the past seven years.

The statement listed the groups’ activities, including the assassination of local officials and armed robbery, in the provincial capital city of Sanandaj over the past years.

P5+1 obstructionism

Amoli Larijani further pointed to recent remarks by Leader of the Islamic Revolution Ayatollah Seyyed Ali Khamenei regarding last year’s nuclear agreement reached between Iran and the P5+1 group of countries and the achievements it has brought about for the Islamic Republic.

“Unfortunately, contrary to what they have committed to do on paper and their removal of sanctions, they are creating obstacles in practice and behind the scenes and their lack of commitment is very clear in this regard,” he said.

On January 16, Iran and the five permanent members of the United Nations Security Council – the United States, Britain, France, China and Russia – plus Germany started implementing the nuclear agreement, known as the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), that they had clinched on July 14, 2015.

Under the agreement, all nuclear-related sanctions imposed on Iran by the European Union, the Security Council and the US were lifted. Iran has, in return, put some limitations on its nuclear activities.

The Iranian Judiciary chief said, “The Americans sought to tie the JCPOA to other issues and topics, but they have been disappointed in this area and now seek to create problems and obstacles in the way of the implementation of the JCPOA.”

Ayatollah Khamenei said on August 1 that Iran’s experience in striking a nuclear agreement with the P5+1 group of countries, including the United States, was a clear example of the enemies’ untrustworthiness.

“Today, even the diplomatic officials and those who were present in the [nuclear] negotiations reiterate the fact that the US is breaching its promises, and while speaking softly and sweetly [to Iran], is busy obstructing and damaging Iran’s economic relations with other countries,” Ayatollah Khamenei said.

Sorgente: PressTV-Iran raps West’s dual policies on terrorism

‘West silence on crimes in Syria deafening’

Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif has lashed out at the West for its “deafening” silence on the atrocities committed by the Western-backed militants in Syria.

Zarif posted a tweet on Friday after a video emerged showing US-backed terrorists brutally beheading a child.

The Iranian foreign minister said such acts of brutalities by the Western-sponsored terrorists have turned into the norm in Syria.

The footage, circulated on social media on Tuesday, shows a member of the Nureddin al-Zenki opposition group cutting off the 12-year-old Palestinian boy’s head with a knife on a public road in Aleppo.

Nureddin al-Zenki, which is largely based in Syria’s Aleppo province, has received military support in the past from the United States as part of Washington’s backing for “moderate” militants in Syria.

Before being killed, the boy, identified by activists on social media as Mahmoud Issa, is seen on the back of a truck surrounded by militants who accuse him of being a spy and a member of al-Quds Brigades, the armed wing of the Palestinian Islamic Jihad resistance movement.

However, the Palestinian group issued a statement, strongly denying that Issa was a member and saying the boy was ill. It further said he was killed apparently as revenge by a “terrorist” who had lost his brother in battles near Handarat, north of Aleppo.

Takfiri terrorists have been carrying out horrific acts of violence, such as public decapitations and crucifixions, against all communities, including Shias, Sunnis, Kurds, and Christians, in areas they have overrun in the Arab country.

Sorgente: PressTV-‘West silence on crimes in Syria deafening’

Chi è il terrorista?

Ormai è innegabile che lo Stato Islamico sia fortemente presente in Turchia. Nel paese trova infatti diversi modi per arricchire le sue casse, si appoggia su diverse realtà per ottenere nuove adesioni e per mettere in atto i suoi progetti, utilizza il territorio nazionale sia per far transitare i materiali necessari alla sua lotta sia affinché i nuovi militanti possano transitare verso i territori occupati in Siria ed Iraq. Infine l’ISIS utilizza la Turchia come un palcoscenico mettendo in atto delle stragi con l’obiettivo di mantenere alto il livello della sua politica di terrore.

 

Iniziamo analizzando alcuni fatti che proverebbero la presenza dello Stato Islamico in Turchia.

 

Nel 2012 il giornalista Isa Eren visita il campo profughi costruito nel villaggio di Apaydin, a 3 chilometri dalla Siria. Eren riesce a parlare con i militanti di un’organizzazione armata mossa da ideali religiosi. Secondo questi è il periodo in cui questo genere di organizzazioni si stanno pian piano staccando dall’Esercito Libero Siriano per agire indipendentemente. Uno dei jihadisti afferma: “Sappiamo che i nostri combattenti feriti vengono curati negli ospedali turchi vicino al confine. Noi non sapevamo come usare certe armi così ci hanno raggiunto dei combattenti dalla Libia attraverso la Turchia”.

 

Nel Gennaio 2014, in due località diverse, Adana e Hatay, sono stati fermati dei tir insieme a qualche auto. Durante i controlli si scopre che a dirigere il viaggio dei tir, diretti in Siria, ci sono agenti dei servizi segreti turchi insieme a rappresentanti di un’organizzazione non governativa (IHH). I mezzi stanno trasportando armi. Nel luglio del 2013 il quotidiano nazionale Milliyet sottolinea in un articolo che, secondo alcune fonti, in Turchia ci sono gruppi criminali che forniscono anche auto rubate all’ISIS e si parla di circa mille mezzi consegnati solo nel 2013.

 

Secondo il portale di notizie online HaberTurk, a Gungoren nella città di Istanbul, uno dei quartieri roccaforte dei voti verso i partiti conservatori, un’associazione non governativa (HISADER), che reca il simbolo dell’ISIS all’interno del proprio logo, raccoglie aiuti “umanitari”. Nel giugno del 2013, il giornalista Soler Dagistanli ha intervistato ad Istanbul due famiglie i cui i figli hanno deciso di partire per la Siria ed unirsi ai terroristi dell’ISIS. Sempre nello stesso periodo il quotidiano nazionale Yurt ha fotografato un negozio in zona Bagcilar ad Istanbul che vende abbigliamento con i simboli dell’ISIS. Secondo il giornalista Nevzat Cicek le adesioni all’organizzazione dalla Turchia sono alte, e maggiormente nelle città di Antep, Adıyaman, Bingöl, Mardin, Diyarbakır, Kırşehir, Konya, Ankara ed İstanbul.

 

In questo periodo, per la prima volta, una figura istituzionale di alto livello ammette l’esistenza di relazioni strette tra l’ISIS e la Turchia. L’ex vice Primo Ministro Bulent Arinç durante l’inaugurazione della nuova sede dell’ONG Ardev comunica che in Turchia, attraverso associazioni e fondazioni, l’organizzazione trova nuovi adepti.

 

Il giornalista Ilkay Celen si reca in località Dilovasi nella città di Kocaeli e parla con la famiglia di Ahmet, anche lui aderente all’ISIS insieme ad altri otto amici. Secondo il padre di Ahmet, poco distante da Karamursel c’è anche un campo di addestramento dove operano istruttori provenienti dalla Bosnia. Le persone intervistate da Celen dicono che ad aderire all’ISIS siano per la maggior parte ragazzi giovani provenienti da famiglie povere.

 

Sakir Altas, governatore del villaggio di Candir, al confine con la Siria, nei pressi della città di Hatay, afferma che sia la gendarmeria ad agevolare il passaggio delle milizie dell’ISIS verso la Siria e viceversa.

 

In un servizio di Ralph Sina, del canale televisivo statale tedesco ARD, nel quartiere Fatih a Istanbul, si mostra come l’ISIS abbia un ufficio dedito all’assistenza dei jihadisti provenienti dall’Europa. Nel mese di settembre del 2014 il giornalista Zafer Samanci intervista il padre di un altro giovane che ha aderito all’ISIS e ritiene che siano circa 300 i giovani partiti per la Siria dalla sola città di Konya.

 

Il quotidiano Taraf sostiene che le cure mediche dei jihadisti dell’ISIS vengano effettuate negli ospedali della città di Mersin. Una delle notizie pubblicate dal quotidiano nazionale Bild riporta l’esistenza di una relazione di 100 pagine presentata dai servizi segreti al governo in cui si notifica la presenza di sette arsenali dell’ISIS in Turchia.

 

Il partito politico parlamentare DBP (Partito delle Aree Democratiche) denuncia che nella città di Amed ci sono circa 400 associazioni che lavorano per l’ISIS.

 

Secondo il parlamentare nazionale del Partito Popolare Repubblicano(CHP), Erdem Eren, in Turchia attualmente sono in atto 14 processi a diversi membri dell’ISIS. Eren in un suo intervento parlamentare, fatto il giorno dopo l’ultimo attentato dell’organizzazione all’aeroporto di Istanbul, specifica come le carte di questi processi siano piene di documentazione che proverebbero il fatto che i jihadisti fossero seguiti dalla polizia già da parecchio tempo.

 

Uno dei ricercati nel processo sulla strage di Ankara, 10 Ottobre 2015, I. B. dopo 3 anni di detenzione per accuse terroristiche, abbandona la Turchia nel 2011 ed aderisce all’ISIS nel 2013. Secondo le carte del processo I.B. ha attraversato il confine per ben 12 volte in un anno. Come specifica anche il parlamentare nel suo intervento, I.B. è accusato di aver lavorato per l’adesione di circa 1800 persone allo Stato Islamico. I telefoni dell’accusato sono sotto intercettazione da parte della polizia dal 2013 ed I.B. attraverso le telefonate fissa degli appuntamenti con altre persone per organizzare i viaggi. Nelle documentazioni del processo sono presenti circa altri 10.000 indirizzi intercettati in 2 anni. Tuttavia fino all’attacco terroristico consumato davanti alla stazione ferroviaria di Ankara non è stata effettuata nessun’operazione contro questo individuo ed altri come lui accusati nel processo.

 

H.B. processato in uno dei 14 processi sull’ISIS con altre 96 persone è stato rilasciato il 24 Marzo del 2016. L’accusato non può abbandonare il territorio nazionale e per tre volte a settimana deve mettere la firma presso la caserma della polizia più vicina. Nel processo composto da 315 pagine di accuse H.B. è incriminato per divulgazione dell’ideologia dell’ISIS in diverse località della Turchia e di aver lavorato per creare dei sostegni logistici all’organizzazione. Inoltre H.B. è accusato di essere il cosiddetto leader dell’ISIS in Turchia. Infatti secondo il quotidiano nazionale Taraf, in un intervento della polizia nel 2014 sono stati trovati diversi CD con le riprese che appartengono all’accusato in cui egli specifica che dopo le operazioni in Siria l’obiettivo della sua organizzazione sia quello di “conquistare la città di Istanbul”. Un altro accusato del processo è G.B. arrestato nel 2015 perché in possesso di una serie di esplosivi ed armi nella sua auto, anche G.B. è stato rilasciato nell’ultima udienza del 24 Marzo.

 

Nel suo intervento in Parlamento, Erdem Eren, mostra la documentazione inerente alla banca dati dei militanti dell’ISIS feriti in battaglia e curati in diversi ambulatori nella città di Antep in Turchia. Secondo Eren tra le carte del processo sulla strage di Ankara si nota come gli spostamenti di questi jihadisti siano stati osservati e documentati dalla polizia precedentemente.

 

Secondo un lavoro realizzato dal giornalista Firat Kozok del quotidiano nazionale Cumhuriyet, i fratelli Alagoz, due degli attentatori delle stragi di Suruç ed Ankara, sono finiti nel mirino dei giudici e della polizia già dal 2013. Uno dei due fratelli, Yunus Alagoz, è stato convocato nel tribunale per un interrogatorio in cui ha confermato la scomparsa del fratello, Abdurrahman Alagoz, e la sua eventuale adesione ad un’organizzazione armata. Tuttavia dopo l’interrogatorio Yunus Alagoz è stato rilasciato. Secondo le intercettazioni effettuate dalla polizia risultano dei dialoghi tra i due fratelli mentre si danno l’addio poco prima delle stragi. Il 20 Luglio del 2015 Abdurrahman Alagoz si fa saltare in aria uccidendo 34 persone a Suruç. Il 19 Ottobre del 2015 la Procura della Repubblica ha confermato che uno degli attentatori della strage di Ankara del 10 Ottobre 2015 fosse invece Yunus Alagoz.

 

Il 21 Marzo del 2016 in Siria è stato arrestato dalle Unità di Difesa Popolare(YPG-J) uno dei militanti dell’ISIS più ricercati in Turchia, Savas Yildiz, accusato di aver pianificato l’attentato di Taksim-Istanbul del 19 Marzo. In un’intervista/interrogatorio video diffuso su internet Yildiz ammette di appartenere all’ISIS, di essere un cittadino della Repubblica di Turchia e di aver oltrepassato parecchie volte il confine per entrare in Siria e Turchia. Secondo Yildiz il confine viene utilizzato così tranquillamente dai militanti grazie a un accordo tra l’ISIS ed il governo di Turchia. Infine Yildiz sottolinea un fatto molto interessante, ossia quello di aver collaborato con gli agenti dei servizi segreti della Turchia per attaccare le diverse sedi del Partito Democratico dei Popoli in Turchia poco prima delle elezioni nazionali del 7 Giugno 2015.

 

Lo Stato Islamico oltre a trovare nuove adesioni sul territorio nazionale della Turchia porta avanti anche un’attività economica notevole. Nel mese di Marzo del 2016 il parlamentare nazionale Idris Baluken ha avanzato una richiesta al governo per capire i dettagli di quei 12 milioni di attività commerciali tra la Turchia e la Siria, dato che le dogane di Akcakale e Karkamis sono ufficialmente chiuse e da circa 5 anni la Turchia applica delle politiche di embargo verso la Siria. Baluken che ha illustrato l’interruzione delle attività commerciali da quando queste due zone sono passate sotto il controllo delle YPG-J tuttora non ha ricevuto una risposta alla sua richiesta.

 

Ormai è evidente che l’ISIS faccia parte della vita quotidiana in Turchia. Ci lavora ed opera. Ci vive e cresce. Tuttora il sistema giuridico e le forze armate non sono stati in grado di impedire tutto questo. Inoltre il partito unico che governa e amministra il Paese da parecchi anni porta avanti un atteggiamento passivo e irresponsabile nei confronti di obblighi o doveri dovuto principalmente a pigrizia o insensibilità.

 

Dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul 3 partiti(HDP-MHP-CHP) su 4 presenti nel Parlamento nazionale hanno proposto di creare una commissione di ricerca per identificare i colpevoli dell’attentato ed i loro legami in Turchia. La proposta è stata respinta con i voti dei parlamentari dell’AKP. Poco dopo l’attentato i gruppi parlamentari di questi tre partiti hanno diffuso dei comunicati di stampa condannando l’attacco terroristico. Tuttavia il gruppo parlamentare dell’AKP, dopo aver definito l’evento come un attacco terroristico, ha specificato che si tratta di un complotto che punta ad indebolire la Turchia e la sua stabile crescita.

 

La cultura della paranoia, dei complotti e la ricerca del colpevole fa parte della cultura nazionale militarista in Turchia. Il capro espiatorio è uno dei fondamentali meccanismi utilizzato da parecchi anni dai diversi governi per identificare le ragioni ed i responsabili dei problemi. Questi nei primi anni della Repubblica erano i Greci, poi negli anni 50 tutti gli stranieri, dopo tutti i non-musulmani. Dagli anni 60 fino ad oggi “il problema” ha incluso progressivamente gli aleviti, gli armeni, i curdi e qualsiasi voce d’opposizione che abbia posto una critica al governo. Attraverso questo meccanismo non è difficile definire periodicamente “terrorista” o “traditore della Patria” tutti coloro che non stanno dalla parte del potere politico dominante. Questo è il caso dei tanti giornalisti che hanno provato a rivelare certi giochi, degli accademici che hanno firmato un appello per la pace, o ancora dei politici che hanno provato a svolgere un’attività alternativa oppure degli studenti universitari che hanno lottato per un futuro migliore, tutti soggetti accusati di “collaborazione terroristica” o di “propaganda terroristica” e rinchiusi in diversi centri di detenzione del Paese.

 

Mentre i veri terroristi riescono a circolare liberamente in Turchia come fosse il loro palcoscenico sanguinario, dall’altra parte chi si oppone al governo centrale con proprie idee e cerca di rivelare i segreti oscuri del Paese viene classificato come “terrorista”.

 

Sorgente: Pressenza – Chi è il terrorista?

Nizza, loro due ci avevano avvertito. Noi lo sapevamo che avevano ragione ma l’occidente li ha ignorati

di Federico Pieraccini 

Bashar Assad, attuale presidente della Siria in lotta contro il terrorismo (fomentato e supportato dall’occidente e dai suoi alleati del Golfo:
“Da 20 anni il terrorismo è stato esportato dalla nostra regione, in particolare dai paesi del Golfo come l’Arabia Saudita. Ora viene dall’Europa, specialmente dalla Francia. Il più grande contingente di terroristi occidentali in Siria è quello francese. Si commettono attentati in Francia. […] Il terrorismo in Europa non sta dormendo, è sveglio.
Siamo spiacenti di non vedere l’Occidente, che credevamo in grado di aiutare con l’apertura e lo sviluppo, prendere la direzione opposta. Peggio, i suoi alleati sono i paesi medievali del Golfo come l’Arabia Saudita e il Qatar.”

M. Gheddafi:
 l’ex presidente della Libia, ucciso dopo la criminale invasione della Nato nel 2011
«La scelta è tra me o Al Qaeda. L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione (…) Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo». E lanciava, senza successo, un appello: «La situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo?»

Da che Al Qaeda era un’organizzazione di poche centinaia di combattenti incapaci negli anni 90′, siam passati ad un quasi stato daesh con qualche centinaio di migliaia di affiliati.
L’occidente ha sviluppato su scala industriale il terrorismo per raggiungere i propri obiettivi geopolitici, attaccando i suoi avversari in nord africa, medio oriente, Caucaso e ora non riesce più a controllarlo subendone le conseguenze.
La prossima volta che governanti e politici vi parleranno di terrorismo, ricordatevi che in realtà si tratta di una guerra con il terrore scatenata contro l’umanità tutta.
Notizia del: 15/07/2016

Sorgente: Nizza, loro due ci avevano avvertito. Noi lo sapevamo che avevano ragione ma l’occidente li ha ignorati – World Affairs – L’Antidiplomatico

The Legacy of the Obama Administration: An Interview With Noam Chomsky

President Barack Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)President Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)

 

Anyone looking attentively at contemporary developments in the United States will surely notice that the country is undergoing a profound crisis of purpose and institutional legitimacy under a neoliberal regime in overdrive. And this is occurring less than eight years after the election of Barack Obama, whose political campaign raised hopes for a shift away from the neoconservative fallacies and imperial crimes that characterized the administration of George W. Bush.

Welcome to the future of the past. The United States is a nation in disarray whose economic and political elite are still trying to recapture and reproduce the Gilded Age at a time when the overwhelming majority of citizens are experiencing a sharp decline in their standard of living and an increase in large-scale economic insecurity, coupled with sharply diminishing social services, a collapsing infrastructure and loss of hope in the future. Hence the explanation for the rise of political charlatans like Donald Trump, a man who aspires to become president without even pretending to have what may be loosely described as a coherent ideology (which is why the popular version among certain segments of the US progressive movement that Donald Trump is a “fascist” is a crude joke). Hence, also, the appearance on the national political stage of Bernie Sanders, whose message about the need for a more democratic United States resonates extremely well with young people, many of whom fear that, given the current conditions, their future will involve massive unemployment and economic insecurity.

Be that as it may, it seems beyond reasonable doubt at this point that the November election will be between a Republican candidate who believes that the rich deserve to get richer off the brutal exploitation of the working class and a Democrat who has fully embraced neoconservatism on foreign policy issues and is in bed with the Wall Street wolves. In this respect, Hillary Clinton hardly offers a meaningful alternative to Donald Trump, whose incoherent mumblings have scared even the Republican establishment to the point that his opponent can count on measurable support, both in terms of money and votes, from traditional conservatives and many neoconservatives.

With the November election still several months away, it would be instructive to reflect on the state of the country and the world under the Obama administration as the past always shapes and conditions the present. Noam Chomsky, one of the US’ premier dissidents, social critics and intellectuals for more than half a century, was among a handful of souls who never “bought” the promotion of Barack Obama as a real reformer, let alone a sincere progressive. In this exclusive interview with Truthout, Chomsky lays bare the reasons why Obama’s election did not lead to any significant changes in the realms of foreign and economic policy making, although it did represent some kind of progress after eight grim years of neoconservative rule under a messianic administration.

CJ Polychroniou: Barack Obama was elected in 2008 as president of the United States in a wave of optimism, but at a time when the country was in the full grip of the financial crisis brought about, according to Obama himself, by “the reckless behavior of a lot of financial institutions around the world” and “the folks on Wall Street.” Obama’s rise to power has been well documented, including the funding of his Illinois political career by the well-known Chicago real estate developer and power peddler Tony Rezko, but the legacy of his presidency has yet to be written. First, in your view, did Obama rescue the US economy from a meltdown, and, second, did he initiate policies to ensure that “reckless financial behavior” would be kept at bay?

Noam Chomsky: On the first question, the matter is debated. Some economists argue that the bank rescues were not necessary to avoid a serious depression, and that the system would have recovered, probably with some of the big banks broken up. Dean Baker for one. I don’t trust my own judgment enough to take a strong position.

On the second question, Dodd-Frank takes some steps forward — making the system more transparent, greater reserve requirements, etc. — but congressional intervention has cut back some of the regulation, for example, of derivative transactions, leading to strong protests [of] Frank. Some commentators, Matt Taibbi for one, have argued that [the] Wall Street-Congress conniving undermined much of the force of the reform from the start.

What do you think were the real factors behind the 2008 financial crisis?

The immediate cause of the crisis was the housing bubble, based substantially on very risky subprime mortgage loans along with exotic financial instruments devised to distribute risk, reaching such complexity that few understand who owes what to whom. The more fundamental reasons have to do with basic market inefficiencies. If you and I agree on some transaction (say, you sell me a car), we may make a good bargain for ourselves, but we do not take into account the effect on others (pollution, traffic congestion, increase in price of gas, etc.). These “externalities,” so called, can be very large. In the case of financial institutions, the effect is to underprice risk by ignoring “systemic risk.” Thus if Goldman Sachs lends money, it will, if well-managed, take into account the potential risk to itself if the borrower cannot pay, but not the risk to the financial system as a whole. The result is that risk is underpriced. There is too much risk for a sound economy. That can, in principle, be controlled by sound regulation, but financialization of the economy has been accompanied by deregulation mania, based on theological notions of “efficient markets” and “rational choice.” Interestingly enough, several of the people who had primary responsibility for these destructive policies were chosen as Obama’s leading economic policy advisers (Robert Rubin, Larry Summers, Tim Geithner and others) during his first term in the White House. Alan Greenspan, the great hero of a few years ago, eventually conceded quietly that he did not understand how markets work — which is quite remarkable.

There are also other devices that lead to underpricing risk. Government rules on corporate governance provide perverse incentives: CEOs are highly rewarded for taking short-term risks, and can leave the ruins to someone else, floating away on their “golden parachutes,” when collapse comes. And there is much more.

Didn’t the 2008 financial crisis reveal once again that capitalism is a parasitic system?

It is worth bearing in mind that “really existing capitalism” is remote from capitalism — at least in the rich and powerful countries. Thus in the US, the advanced economy relies crucially on the dynamic state sector to socialize cost and risk while privatizing eventual profit — and “eventual” can be a long time: In the case of the core of the modern high-tech economy, computers and the internet, it was decades. There is much more mythology that has to be dismantled if the questions are to be seriously posed.

Existing state-capitalist economies are indeed “parasitic” on the public, in the manner indicated, and others: bailouts (which are very common, in the industrial system as well), highly protectionist “trade” measures that guarantee monopoly pricing rights to state-subsidized corporations, and many other devices.

During his first term as president, you admitted that Obama faced an exceptionally hostile crowd in Capitol Hill, which of course remained hostile throughout his two terms. Be that as it may, was Obama ever a real reformer or was he more of a public manipulator who used popular political rhetoric to sideline the progressive mood of the country in an era of great inequality and mass discontent over the future of the USA?

Obama had congressional support for his first two years in office, the time when most presidential initiatives are introduced. I never saw any indication that he intended substantive progressive steps. I wrote about him before the 2008 primaries, relying on the webpage in which he presented himself as a candidate. I was singularly unimpressed, to put it very mildly. Actually, I was shocked, for the reasons I discussed.

Consider what Obama and his supporters regard as his signature achievement, the Affordable Care Act. At first, a public option (effectively, national health care) was dangled. It had almost two-thirds popular support. It was dropped without apparent consideration. The outlandish legislation barring the government from negotiating drug prices was opposed by some 85 percent of the population, but was kept with little discussion. The Act is an improvement on the existing international scandal, but not by much, and with fundamental flaws.

Consider nuclear weapons. Obama had some nice things to say — nice enough to win the Nobel Peace Prize. There has been some progress, but it has been slight and current moves are in the wrong direction.

In general: much smooth rhetoric, some positive steps, some regression, overall not a very impressive record. That seems to me a fair assessment, even putting aside the quite extraordinary stance of the Republican party, which made it clear right after Obama’s election that they were, substantially, a one-issue party: prevent the president from doing anything, no matter what happens to the country and the world. It is difficult to find analogues among industrial democracies. Small wonder that the most respected conservative political analysts (such as Thomas Mann or Norman Ornstein of the conservative American Enterprise Institute) refer to the party as a “radical insurgency” that has abandoned normal parliamentary politics.

In the foreign policy realm, Obama claimed to strive for a new era in the US, away from the militarism of his predecessor and towards respect for international law and active diplomacy. How would you judge US foreign and military strategy under the Obama administration?

He has been more reluctant to engage troops on the ground than some of his predecessors and advisers, and instead has rapidly escalated special operations and his global assassination (drone) campaign, a moral disaster and arguably illegal as well [on the latter matter, see Mary Ellen O’Connell, American Journal of International Law volume 109, 2015, 889f]. On other fronts, it is a mixed story. Obama has continued to bar a nuclear weapons-free (technically, WMD-free) zone in the Middle East, evidently motivated by the need to protect Israeli nuclear weapons from scrutiny. By so doing, he is endangering the Nonproliferation Treaty, the most important disarmament treaty, which is contingent on establishing such a zone. He is dangerously escalating tensions along the Russian border, extending earlier policies. His trillion-dollar program for modernizing the nuclear weapons system is the opposite of what should be done. The investor-rights agreements (called “free trade agreements”) are likely to be generally harmful to populations, [and] beneficial to the corporate sector. Sensibly, he bowed to strong hemispheric pressures and took steps towards normalization of relations with Cuba. These and other moves amount to a mixed story, ranging from criminal to moderate improvement.

Looking at the state of the US economy, one can easily argue that the effects of the financial crisis of 2007-08 are not only still around, but that we have in place a set of policies which continue to suppress the standard of living for the working population and produce immense economic insecurity. Is this because of neoliberalism and the peculiarities of the nature of the US economy, or are there global and systemic forces at play such as the free movement of capital, automation and the end of industrialization?

The neoliberal assault on the population remains intact, though less so in the US than in Europe. Automation is not a major factor, and industrialization isn’t ending, just being off-shored. Financialization has of course exploded during the neoliberal period, and the general policies, pretty much global in character, are designed to enhance private and corporate power. That sets off a vicious cycle in which concentration of wealth leads to concentration of political power, which in turn yields legislation and administrative practices that carry the process forward. There are countervailing forces, and they might become more powerful. The potential is there, as we can see from the Sanders campaign and even the Trump campaign, if the white working class to which Trump appeals can become organized to focus on their real interests instead of being in thrall to their class enemy.

To the extent that Trump’s programs are coherent, they fall into the same general category of those of Paul Ryan, who has granted us the kindness of spelling them out: increase spending on the military (already more than half of discretionary spending and almost as much as the rest of the world combined), and cut back taxes, mainly on the rich, with no new revenue sources. In brief, nothing much is left for any government program that might be of benefit to the general population and the world. Trump produces so many arbitrary and often self-contradictory pronouncements that it isn’t easy to attribute to him a program, but he regularly keeps within this range — which, incidentally, means that his claims about supporting Social Security and Medicare are worthless.

Since the white working class cannot be mobilized to support the class enemy on the basis of their actual programs, the “radical insurgency” called “the Republican Party” appeals to its constituency on what are called “social-cultural issues”: religion, fear, racism, nationalism. The appeals are facilitated by the abandonment of the white working class by the Democratic Party, which offers them very little but “more of the same”…. It is then facile for the liberal professional classes to accuse the white working class of racism and other such sins, though a closer look often reveals that the manifestations of [this] deep-rooted sickness of the society are simply taking different forms among various sectors.

Obama’s charisma and undoubtedly unique rhetorical skills were critical elements in his struggle to rise to power, while Donald Trump is an extrovert who seeks to project the image of a powerful personality who knows how to get things done even if he relies on the use of banalities to create the image he was to create about himself as a future leader of a country. Do personalities really matter in politics, especially in our own era?

I am very much down on charismatic leaders, and as for strong ones, [it] depends on what they are working for. The best, in our own kind of societies, I think, are the FDR types, who react to, are sympathetic to and encourage popular movements for significant reform. Sometimes, at least.

And politicians to be elected to a national office have to be pretty good actors, right?

Electoral campaigns, especially in the US, are being run by the advertising industry. The 2008 political campaign of Barack Obama was voted by the advertising industry as the best marketing campaign of the year.

Obama’s last State of the Union address had all the rhetoric of someone running for president, not someone who has been in office for more than seven years. What do you make of this — Obama’s vision of how the country should be and function eight to 10 years from now?

He spoke as if he had not been elected eight years ago. Obama had plenty of opportunities to change the course of the country. Even his “signature” achievement, the reform of the health care system, is a watered-down version, as I pointed out earlier. Despite the huge propaganda assault denouncing government involvement in health care, and the extremely limited articulate response, a majority of the population (and a huge majority of Democrats) still favor national health care, Obama didn’t even try, even when he had congressional support.

You have argued that nuclear weapons and climate change represent the two biggest threats facing humankind. In your view, is climate change a direct effect of capitalism, the view taken by someone like Naomi Klein, or related to humanity and progress in general, a view embraced by the British philosopher John Gray?

Geologists divide planetary history into eras. The Pleistocene lasted millions of years, followed by the Holocene, which began at about the time of the agricultural revolution 10,000 years ago and recently the Anthropocene, corresponding to the era of industrialization. What we call “capitalism,” in practice various varieties of state-capitalism, tends in part to keep to market principles that ignore non-market factors in transactions: so-called externalities, the cost to Tom if Bill and Harry make a transaction. That is always a serious problem, like systemic risk in the financial system, in which case the taxpayer is called upon to patch up the “market failures.” Another externality is destruction of the environment — but in this case the taxpayer cannot step in to restore the system. It’s not a matter of “humanity and progress,” but rather of a particular form of social and economic development, which need not be specifically capitalist; the authoritarian Russian statist (not socialist) system was even worse. There are important steps that can be taken within existing systems (carbon tax, alternative energy, conservation, etc.), and they should be pursued as much as possible, along with efforts to reconstruct society and culture to serve human needs rather than power and profit.

What do you think of certain geoengineering undertakings to clean up the environment, such as the use of carbon negative technologies to suck carbon from the air?

These undertakings have to be evaluated with great care, paying attention to issues ranging from narrowly technical ones to large-scale societal and environmental impacts that could be quite complex and poorly understood. Sucking carbon from the air is done all the time — planting forests — and can presumably be carried considerably further to good effect, but I don’t have the special knowledge required to provide definite answers. Other more exotic proposals have to be considered on their own merits — and with due caution.

Some major oil-producing countries, such as Saudi Arabia, are in the process of diversifying their economies, apparently fully aware of the fact that the fossil fuel era will soon be over. In the light of this development, wouldn’t US foreign policy toward the Middle East take a radically new turn once oil has ceased being the previous commodity that it has been up to now?

Saudi Arabian leaders are talking about this much too late. These plans should have been undertaken seriously decades ago. Saudi Arabia and the Gulf states may become uninhabitable in the not-very-distant future if current tendencies persist. In the bitterest of ironies, they have been surviving on the poison they produce that will destroy them — a comment that holds for all of us, even if less directly. How serious the plans are is not very clear. There are many skeptics. One Twitter comment is that they split the electricity ministry and the water ministries for fear of electrocution. That captures much of the general sentiment. It would be good to be surprised.


thanks to: C.J. Polychroniou

truthout

Israeli muderer of Dawabsheh family released

The top Israeli terror suspect, Meir Ettinger (20) who led the arson attack on the Dawabsheh home in Duma village was released after 10 months of administrative detention on Wednesday morning.

Ettinger, the grandson of the slain far-right activist Meir Kahane, was detained following the murder of the Dawabsheh family last July, in which baby Ali Dawabsheh and both his parents were killed. Ahmad, their five year old son spent some ten months in hospital recovering from third degree burns on 70% of his body.

Ettinger was placed in administrative detention for six months. His detention was later extended by a further four months. Now, the Shin Bet security service did not seek to extend the administrative detention order again.

However, Haaretz reported that Ettinger remains under various restrictions, including a ban from the West Bank and East Jerusalem and a curfew. He is also barred from making contact with 93 people.

Following his detention, a judge noted that Ettinger encouraged acts of violence that harmed Israel’s security, and that he organized a violent revolt aimed at toppling the state.

According to Haaretz, in the original administrative detention order against Ettinger, Justice Avraham Tal noted that “according to intelligence information presented by the Shin Bet, in September 2013 Ettinger founded an organization that aimed to bring forward a violent revolt that would topple the Israeli state by carrying out acts that would hurt the state’s weak points. The revolt was meant to include four stages – public relations, recruitment of activists, the uprising’s breakout and the disturbances phase.”

It was also claimed that Ettinger was personally involved in the arson of a home in Khirbet Abu Falah in the West Bank in November 2014.

Sorgente: Israeli muderer of Dawabsheh family released – PNN

George Soros è collegato al terrorismo

Soros è un importante sostenitore di Hillary Clinton
Wayne Madsen, Infowars 23 maggio 2016

cia_clandestine_ops_v139_400xIn un’epoca di continue “false flag” terroristiche, un documento Top Secret della Central Intelligence Agency, il National Intelligence Daily del 4 febbraio 1987, suggerisce un legame tra George Soros e un attentato terroristico nell’ex-Cecoslovacchia.
Nel 1986-1987 si videro i primi effetti della glasnost di Mikhail Gorbaciov che entrava in vigore in Europa orientale. George Soros, la cui speculazione monetaria ne fece uno dei pochi vampiri di Wall Street a sfruttare finanziariamente il “crash dell’ottobre 1987”, cominciò ad approfittare della situazione in Europa orientale. Due settimane dopo il “Lunedì nero” del 1987, Soros cortocircuitò il dollaro statunitense col suo Quantum Fund che chiuse con un guadagno del 13 per cento. Soros riciclò il denaro presso dei gruppi in Europa orientale, i cui fondi della CIA erano chiamati “cash kosher”. Soros voleva indebolire i governi comunisti di allora. Uno dei primi obiettivi fu la Cecoslovacchia. Soros, che aveva già legami con la CIA avendo partecipato e finanziato vari gruppi della CIA, tra cui il Council on Foreign Relations, inviò molto contante a gruppi di pressione “pro-democrazia” come Charta 77 in Cecoslovacchia o Solidarnosc, ora noti come null’altro che facciate della CIA. Infatti, la Fondazione Charta 77 ricevette un terzo dei finanziamenti da Soros, e una notevole quantità del finanziamento residuo da enti legati alla CIA come il National Endowment for Democracy (NED). Soros iniziò ad infiltrasi in Europa orientale nel 1984, quando la sua Fondazione di New York firmò un accordo con l’Ungheria per creando la Fondazione Soros di Budapest. Infine, la Fondazione Soros di Budapest si fuse con il fronte della guerra fredda della CIA a Parigi, la filiale francese del Congresso per la libertà della cultura. Il campionario di “rivoluzioni” a tema di Soros con la pratica della piazza “non violenta” ha spesso portato i gruppi di Soros a commettere violenze. Questo s’è visto a Kiev, Tbilisi, Caracas, Cairo, Sana e Damasco. Agenti e soldi di Soros inondarono la Cecoslovacchia a sostegno di Carta 77 e dei capi Vaclav Havel e Karel Schwarzenberg dell’opposizione ceca a Vienna.
Soros alzò la posta contribuendo a finanziare attentati terroristici in Cecoslovacchia? Il rapporto della CIA afferma che “il recente attentato al quartier generale del Partito Comunista cecoslovacco a Ceske Budejovice e i successivi attentati ad edifici del partito in altre città allarmavano le autorità, aumentando la sicurezza delle strutture nel Paese a livelli senza pari (scriveva la fonte delle informazioni della CIA)“. La CIA rivela che l’allora governo di Praga accusò agitatori stranieri che agivano tramite “bande giovanili”. I principali finanziatori dei gruppi di agitazione giovanili contro il governo comunista, all’epoca erano Soros e NED. La domanda resta: George Soros autorizzò atti di terrorismo contro il governo cecoslovacco? Se è così, perché Soros non è in carcere per favoreggiamento del terrorismo in Europa? L’analisi della CIA degli attentati terroristici concluse che le violenze fossero opera di un “gruppo estero”. Ancora una volta, il dito puntava su Soros. Un intero paragrafo della relazione sugli attentati cecoslovacchi è ancora censurato dalla CIA, che riteneva che gli attentati furono attuati per mobilitare la popolazione cecoslovacca “di solito apatica”. La CIA ha una sua sordida storia nel risvegliare le popolazioni apatiche con l’utilizzo di attentati terroristici false flag. Soros è un importante contribuente della campagna di Hillary Clinton. Le possibili attività di Soros nel 1986 e 1987 possono finalmente dimostrare che la campagna di Clinton è finanziata dal cassiere del terrorismo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sorgente: George Soros è collegato al terrorismo | Aurora

Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

thanks to: Ansa

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

1986: Gheddafi a Enzo Biagi “L’America è uno stato terrorista”

Il 14 aprile 1986 Enzo Biagi intervista Gheddafi nel compound di Bab-al-Azyzia, alle porte di Tripoli.
Otto ore dopo, il giorno 15, gli Stati Uniti lanciano contro Tripoli l’Operazione El Dorado Canyon. Il bombardamento colpì pesantemente la casa di Gheddafi, uccise la figlia adottiva e quaranta libici; una vittima americana per l’abbattimento di un aereo. Francia Spagna e Italia avevano negato all’aviazione USA il diritto di sorvolo.

Sorgente: 1986: Gheddafi a Enzo Biagi “L’America è uno stato terrorista” | MAKTUB

Le radici del terrorismo statunitense: come Obama se ne andrà

dt.common.streams.StreamServer.clsI presidenti si giudicano dal loro curriculum in economia, politica, diplomazia e guerra. Possono anche essere giudicati per quello che avrebbero potuto fare ma non hanno fatto. Tragicamente, il primo presidente afro-americano sarà diffamato dagli storici per quello che ha combinato. Questo sito è dedicato alla guerra in Siria e qualsiasi analisi dell’inettitudine di Obama dovrà concentrarsi sulle miserie che ha aggravato o deliberatamente creato. Quest’uomo non è di sinistra; non è rivoluzionario; non è socialista, né idealista, non è l’umanitario meritevole del Premio Nobel per la Pace. La nostra posizione è che sia solo un imbecille, un uccello che arruffa le piume. Pochi giorni fa, l’urbano ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov era seduto allo stesso tavolo con la controparte dell’Arabia Saudita per una conferenza stampa conclusiva. Un microfono puntato verso la bocca del signor Lavrov ha raccolto qualcosa d’insolito per questo affabile diplomatico di carriera. Mentre il saudita Adil al-Jubayr confutava ogni ipotesi di cooperazione con il governo legittimo del Dottor Bashar al-Assad, Lavrov fu registrato borbottare in russo, senza alcuna sorpresa: “Che fottuto imbecille!” La Cage aux folles degli alleati degli USA in mostra. Fin dall’inizio del conflitto, Obama e la sua squadra di diplomatici dementi e spettrali come Robert Ford, Hillary Clinton e Christopher Stephens, sono complici dello spargimento di sangue che inonda la Siria da marzo 2011 a oggi. Ford, uno dei peggiori criminali di guerra della storia, era intento a sfruttare la cosiddetta “primavera araba” come copertura per un piano covato anni prima per destabilizzare il governo siriano baathista, al fine di allontanare Damasco da Iran e Hezbollah. La trama non aveva niente a che fare con democrazia o libertà di riunione, ma con il crescente potere iraniano e relativa proiezione sul Mediterraneo, riflettendo anche la sensibilità statunitense alle denunce di alleati come Qatar e Arabia Saudita che guardavano gli sviluppi minacciosi nell’energia, che mettono in dubbio il futuro di tali plutocrazie feudali.

Le radici del terrorismo statunitense: come Obama se ne andrà | Aurora.

Poveri terroristi ebrei!

Territori Occupati. A Gerusalemme le aggressioni ai palestinesi fanno parte della routine quotidiana. Chi le condanna?

I funerali del piccolo Ali (Foto: EPA)

di Zvi Schuldiner – Il Manifesto

Roma, 1 agosto 2015, Nena News – Appic­care il fuoco a una casa, bru­ciare vivi un neo­nato — che è morto -, e sua madre e la sorel­lina — che lot­tano per la vita -, è orri­bile. Ma atten­zione all’ipocrisia domi­nante, alle con­danne ver­bali prive di contenuto. Il mini­stro dell’educazione israe­liano Naf­tali Ben­nett con­danna il cri­mine; è ter­ro­ri­smo, è inac­cet­ta­bile. Il mini­stro dimen­tica che fra i saggi rab­bini che creano e ali­men­tano lo spi­rito del suo par­tito, c’è Dov Lior.

I let­tori del mani­fe­sto, così come i miei alunni e la mag­gio­ranza degli israe­liani non neces­sa­ria­mente cono­scono il libro The Law of the King, nel quale due saggi rab­bini ana­liz­zano i diversi pos­si­bili punti di vista sull’attualità, e quando e come sia pos­si­bile ucci­dere non ebrei, bam­bini compresi…Lior spiega, nella breve pre­fa­zione – che nel lin­guag­gio reli­gioso si chia­me­rebbe let­tera di accordo, una sorta di avallo o giu­sti­fi­ca­zione -, come si tratti di un libro impor­tan­tis­simo; e si dice felice della pub­bli­ca­zione di una base reli­giosa in grado di gui­darci nell’attualità attra­verso l’esegesi di impor­tanti norme reli­giose. Meglio non defi­nire quel testo; è un mani­fe­sto raz­zi­sta, anti­de­mo­cra­tico, criminale…

È cro­naca recente l’attacco di un fana­tico con­tro i par­te­ci­panti alla sfi­lata gay a Geru­sa­lemme. Una delle vit­time accol­tel­late è in peri­colo di vita. Tutti con­dan­nano, ma dimen­ti­cano che l’incitamento alla vio­lenza fa ormai parte della nostra esi­stenza quo­ti­diana. Oggi è «orri­bile e depre­ca­bile», ma una parte delle orga­niz­za­zioni che hanno isti­gato ad azioni con­tro i par­te­ci­panti al gay pride di gio­vedì sono le stesse che sobil­lano attac­chi con­tro gli arabi e i pochi mili­tanti della sini­stra rimasti.

A Geru­sa­lemme le aggres­sioni ai pale­sti­nesi fanno parte della rou­tine quo­ti­diana. Chi le condanna?

Il coro nazio­nale, in testa a tutti il nostro grande primo mini­stro, deplora il rogo. Un atto di ter­rore, un cri­mine, inac­cet­ta­bile. Faremo tutto quanto è neces­sa­rio per cat­tu­rare i col­pe­voli. Il coro è forte, le parole volano alte, tutti siamo sod­di­sfatti e cer­ta­mente fuori di Israele molti si mera­vi­gliano per la grande prova di etica e demo­cra­zia da parte dei nostri governanti.

Ucci­dere, bru­ciare un bimbo è certo ter­ri­bile. Ma non sem­pre. Cosa rispon­de­reb­bero il coro nazio­nale e gli imbe­cilli che dichia­rano ami­ci­zia a Israele in Europa se faces­simo una domanda molto sem­plice: di che colore era il san­gue dei circa cin­que­cento bam­bini che le forze israe­liane hanno ucciso l’anno scorso, nell’ultima guerra di Gaza? Sì, guerra.

Certo si parla di difesa…hanno ucciso set­tanta sol­dati israe­liani e sei o sette civili, fra i quali un bel­lis­simo bam­bino. Ma l’esercito più morale del mondo ha ammaz­zato oltre due­mila pale­sti­nesi e rico­no­sce che parte dei morti non erano ter­ro­ri­sti ma effetti col­la­te­rali della logica della guerra.

Non mi emo­ziono gran­ché ascol­tando tutti gli ipo­criti che giorno dopo giorno creano il ter­reno fer­tile nel quale ven­gono semi­nati cri­mini come l’attacco con­tro la sfi­lata dell’amore omo­ses­suale, gio­vedì, o il rogo e l’assassinio in una casa pale­sti­nese, adesso. Israele è in preda a un cre­scente raz­zi­smo, fomen­tato e appro­vato dai cori­fei del fon­da­men­ta­li­smo reli­gioso nella sua ver­sione nazio­na­li­sta, insieme agli ultra­na­zio­na­li­sti di destra. La loro reto­rica è la base che induce le bande di attacco a met­tere in pra­tica i mes­saggi dei ver­tici, sem­pre avvolti nella dema­go­gia nazio­na­li­sta stile «siamo l’unica demo­cra­zia e lot­tiamo per la sopravvivenza».

Respi­riamo, man­giamo, viviamo in un momento tra­gico per la società israe­liana, una società i cui lea­der evo­cano strom­baz­zando ogni giorno peri­coli esterni, men­tre get­tano le basi del raz­zi­smo colo­nia­li­sta che è la base del nostro domi­nio nei ter­ri­tori occu­pati. Quat­tro milioni di pale­sti­nesi chiusi nell’enorme car­cere gestito dalla «unica demo­cra­zia del Medio Oriente».

Quando i poli­tici locali par­lano e star­naz­zano, quando i poli­tici occi­den­tali mani­fe­stano loro sim­pa­tia, biso­gne­rebbe chie­dere a tutti chi ali­menta le fiamme di un raz­zi­smo nazio­na­li­sta che ha ucciso a Gaza cen­ti­naia di bam­bini — per mano dell’esercito rego­lare — e che ieri ne ha bru­ciato vivo un altro, per mano di qual­che ter­ro­ri­sta creato dalla sacra unione fondamentalista-nazionalista.

(tra­du­zione di Mari­nella Correggia)

Zvi Schuldiner: “Coro di ipocriti”.

Euroterroristi

Euroterroristi
Commando di Euroterroristi (Foto di Archivio Pressenza)

Stanotte a Bruxelles, all’interno di un interminabile scontro durato oltre 30 ore, un commando composto da diversi terroristi mascherati in giacca e cravatta ha preso in ostaggio democrazia e sovranità popolare di un intero paese.

Per il rilascio dell’ostaggio che risponde al nome di Grecia, è stato richiesto un riscatto di 50 miliardi di euro da pagare in soli 3 giorni.

L’ostaggio, prima vessato e poi pesantemente minacciato e ricattato per avere la garanzia di essere rilasciato “vivo”, dovrà dare disposizioni per pignorare beni pubblici del proprio paese, fino al raggiungimento della cifra richiesta dai rapitori.

I terroristi, che rispondono al nome di battaglia di “Eurogruppo”, hanno messo a punto il rapimento grazie ad un dettagliato piano studiato per anni nei minimi particolari. Le autorità e le forze dell’ordine di tutto il continente brancolano nel buio assoluto, anche perché queste ultime sempre più spesso rispondono agli ordini di questi criminali.

Certi della loro impunità, è praticamente ovvio che questi “terroristi” vorranno ripetere i loro atti criminosi anche verso altre vittime, le quali da adesso in poi saranno accondiscendenti e remissive  a fronte di qualsiasi richiesta da parte dell’Eurogruppo.

Ad una prima lettura quanto riportato sopra sembrerebbe il dispaccio breve di un atto terroristico e in effetti lo è.

Il Summit che si è svolto fra i capi di Stato dell’Unione Europea, descritto dai mass media come incontro risolutore per trovare un accordo per la Grecia, è stato un vero e proprio atto terroristico perpetrato ai danni di 11 milioni di persone.

I giornali useranno toni un po’ più edulcorati per descrivere questo schifo, qualcuno giustificherà questo crimine come un atto poco elegante, doloroso ma comunque dovuto per scongiurare conseguenze peggiori.

Anche ai tempi del nazismo si giustificavano le rappresaglie e l’uccisione di 10 civili per ogni soldato tedesco colpito.  All’epoca, questa pratica veniva definita dagli occupanti come una forma di “prevenzione”, un deterrente per fiaccare la resistenza partigiana.

Ed è sempre durante l’occupazione nazifascista che i partigiani venivano chiamati “banditi” su cartelli che ne segnalavano la presenza.

La richiesta che è stata fatta alla Grecia, ovvero pignorare 50 miliardi di beni pubblici in 3 giorni e destinarli al MES, il famigerato  fondo Salvastati, è equiparabile ad una richiesta che domani  potrebbe essere fatta all’Italia.

Considerata la consistenza del paese ellenico, in proporzione,  sarebbe come se all’Italia sequestrassero 500 miliardi di euro.  Considerato come siamo messi, saremmo costretti a cedere tutti i beni artistici e i monumenti di Roma, Firenze e Napoli messi insieme e già che ci siamo, perché no, anche un pezzo di costa ligure e adriatica.

La Grecia che cosa potrà dare in cambio per raggiungere 50 miliardi di Euro?  Forse un paio di isole? Magari Corfù e Mykonos con tutti i suoi abitanti potrebbero andare bene…

Un po’ come succedeva un tempo, quando si perdeva una guerra e allo Stato perdente veniva tolta sovranità e un pezzo del proprio territorio.

Se tutto questo non fosse reale e a occupare le istituzioni europee ci fossero persone anziché terroristi in giacca e cravatta, verrebbe quasi da sorridere e a ripensare ad un famoso film dove Totò tentava di vendere il Colosseo agli stranieri…

Purtroppo tutti noi abbiamo un grosso problema: quanto sta accadendo in queste ore non è un film comico, ma è maledettamente vero.

Il problema ancora più grande è che questa mostruosità è stata pensata dai nostri “Eurogovernanti” in combutta con BCE e FMI.

Davvero un bel modello di Unione Europea quello fin qui proposto, dove alcuni Stati più forti in nome di fantomatiche “regole comuni”, cannibalizzano e occupano altri Stati più deboli.

13.07.2015 – Luca Cellini

thanks to: Pressenza

Le parole di fuoco del grande scrittore Eduardo Galeano su Gaza

Per giustificarsi, il terrorismo di Stato produce terroristi: semina odio e raccoglie alibi. Tutto sta ad indicare che questa carneficina a Gaza, che secondo i suoi autori vuole eliminare i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948, i palestinesi vivono condannati ad una umiliazione perpetua. Non possono nemmeno respirare senza permesso. Hanno perso la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà il loro tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i loro governanti. Quando votano chi non devono votare vengono puniti.

Gaza sta subendo una punizione. Da quando Hamas ha vinto in modo regolare le elezioni del 2006, è diventata una trappola senza uscita. Qualcosa di simile era successo anche nel 1932, quando il Partito Comunista trionfò nelle elezioni de El Salvador. Zuppi di sangue i salvadoregni dovettero espiare la loro cattiva condotta e da allora hanno dovuto vivere sottomessi alle dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

Sono figli dell’impotenza i razzi rudimentali che i militanti di Hamas, assediati a Gaza, lanciano con scarsa precisione sulle terre che un tempo erano dei palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della follia suicida, è la madre delle bravate che negano il diritto all’esistenza d’Israele. Urla senza alcuna efficacia. Mentre la efficacissima guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina. Ormai rimane poco della Palestina. Giorno dopo giorno, Israele la sta cancellando dalle mappe. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati ne modificano i confini. I proiettili consacrano l’espropriazione alla legittima difesa. Non esiste guerra aggressiva che non dichiari di essere una guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Irak per evitare che l’Irak invadesse il mondo. In ciascuna delle sue guerre difensive, Israele si è mangiato un pezzo della Palestina e i banchetti vanno avanti. Questo divorare è giustificato dai titoli di proprietà che la Bibbia ha ceduto, per i duemila anni di persecuzione che il popolo giudaico ha subito, e per il panico che i palestinesi creano all’assedio.

Israele è il paese che non ha mai rispettato le raccomandazioni, né le risoluzioni delle Nazioni Unite, che non ha mai raccolto le sentenze dei tribunali internazionali, che si prende gioco delle leggi internazionali, è l’unico paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri. Chi gli ha regalato il diritto di negare il diritto? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza a Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per eliminare l’ETA. Il governo britannico non avrebbe potuto distruggere l’Irlanda per liquidare l’IRA. Per caso la tragedia dell’Olocausto implica una polizza di eterna impunità? O questa luce verde proviene dalla potenza capetto che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli? L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato al mondo, sa chi ammazza. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su 10 danni collaterali, 3 sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello sventramento umano che l’industria militare sta provando con successo in questa operazione di pulizia etnica. E come sempre, è sempre la stessa storia: a Gaza, cento a uno. A fronte di cento palestinesi morti, un israeliano. Persone pericolose, avverte l’altro bombardamento, a cura dei grandi media di manipolazione, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale cento vite palestinesi. Questi stessi media ci invitano a credere che sono umanitarie le duecento testate atomiche d’Israele e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha raso al suolo Hiroshima e Nagasaki.

La cosiddetta Comunità Internazionale esiste?

Oltre ad essere un club di commercianti, banchieri e guerrieri, cos’altro è? Cos’altro è oltre a un nome artistico che gli USA usano per le loro performance teatrali?
Di fronte alla tragedia di Gaza, l’ipocrisia mondiale ancora una volta si fa notare. Come sempre l’indifferenza, i discorsi di circostanza, le vuote dichiarazioni, le declamazioni altisonanti, le posizioni ambigue, rendono tributo alla sacra impunità.

Della tragedia di Gaza, i paesi arabi se ne lavano le mani. Come sempre. E come sempre, i paesi europei se le sfregano le mani.

La vecchia Europa, così piena di bellezza e perversità, sparge qualche lacrima mentre segretamente celebra questa tiro maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da più di mezzo secolo, questo debito storico lo si sta facendo pagare ai palestinesi, anch’essi semiti, che mai sono stati né lo sono, antisemiti. Stanno pagando con il sangue contante e sonante un conto non loro.


Eduardo Galeano

thanks to: forumpalestina

Chi è un terrorista?

11.01.2015 Anna Polo
Chi è un terrorista?
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Le immagini dell’enorme manifestazione dell’11 gennaio a Parigi suscitano due reazioni opposte: da una parte commozione per la quantità di gente comune che ha voluto testimoniare con la sua presenza il rifiuto dell’odio e della violenza, dall’altra indignazione per quella prima fila di “grandi” solo in apparenza diversissima dai terroristi col kalashnikov.

Se intendiamo per terrorista una persona che nutre il più assoluto disprezzo per la vita e la dignità altrui, che per i propri fini e interessi è pronta a compiere azioni spietate, con conseguenze gravissime per centinaia di migliaia di suoi simili, giustificandole con necessità superiori e regole da rispettare, allora possiamo tranquillamente inserire in questa categoria leaders presenti alla manifestazione di Parigi come l’inglese Cameron, lo spagnolo Rajoy e il greco Samaras, tanto per citarne alcuni.

Non è terrorismo varare, come ha fatto il governo Cameron, leggi e provvedimenti grazie a cui 3,5 milioni di bambini vivono in povertà, 1 milione di persone si nutre solo grazie alle mense gratuite, centinaia di migliaia ottengono solo lavori precari e 3,6 milioni di disabili vengono colpiti dai tagli?  Non è terrorismo sfrattare 300.000 famiglie perché non possono permettersi di pagare l’affitto o il mutuo, come accade in Spagna con il governo Rajoy? Non è terrorismo tagliare a tal punto la sanità da costringere i malati di tumore a chiedere donazioni per pagarsi le medicine, o i giovani ad emigrare perché uno su tre è disoccupato, come succede in Grecia con il governo Samaras?

Come la violenza non è solo fisica, ma anche economica, psicologica, razziale ecc, così il terrorismo non è rappresentato solo dal fanatico islamico con il turbante e il kalashnikov, ma anche dall’irreprensibile uomo d’affari che prospera sul commercio delle armi e dal capo di governo che riduce in miseria enormi strati di popolazione e alimenta razzismo, insicurezza e paura del diverso, mentre grazie alla sua politica pochi privilegiati si arricchiscono a dismisura.

E le responsabilità dei cosiddetti “grandi” non finiscono qui: non si può chiudere gli occhi sul fatto che le esecrabili azioni costate tante vite a Parigi sono una mostruosa risposta alle guerre scatenate dall’Occidente per garantirsi profitti e materie prime, alla prepotenza di chi invade e distrugge altri paesi senza curarsi degli enormi costi umani delle sue azioni, alimentando un’infinita spirale di odio e violenza.

Come dice Noam Chomsky, “c’è un modo molto semplice di combattere il terrorismo: smettere di praticarlo.”

thanks to: pressenza

L’Italia alleva terroristi

di Luca Fiore

Sarà il caldo, sarà che d’estate mancano la maggior parte delle notizie di politica che d’inverno riempiono tg e giornali. Ma sembra proprio che in questi giorni ci sia stata un’impennata di femminicidi e di omicidi in ambito familiare.

Per lo più i media li trattano come mera cronaca, senza indagare veramente le cause di quelli che vengono descritti come improvvisi raptus e il contesto di una violenza contro le donne che sembra sempre più diffusa. Eppure ci sarebbe molto da indagare: da dove vengono le armi che certi personaggi hanno a portata di mano? Perché gente più volte denunciata per percosse, minacce e stalking gode della più completa libertà di continuare aggressioni sempre più violente nei confronti delle proprie mogli, fidanzate o ex senza che nessuno dei tanti corpi di Polizia intervenga? Perché in questo paese non esiste nessuna rete di prevenzione e assistenza di tipo psicologico che permetta di evitare che persone che, se correttamente seguite potrebbero gestite i propri problemi, si trasformino in efferati assassini?

Domande da un milione di euro a parte, uno degli episodi più efferati degli ultimi giorni ha attirato più di altri la nostra attenzione. Quello che ha avuto per protagonista Federico Leonelli, 35enne, che in una villa dell’Eur (quartiere ‘bene’ di Roma) ha ucciso e decapitato a colpi di mannaia la giovane colf ucraina Oksana Martseniuk. La polizia lo ha abbattuto a colpi di arma da fuoco, affermando che proprio non c’era altro modo per fermare la furia omicida del giovane vestito con pantaloni mimetici e mascherina sul viso. La Questura, con una nota, è intervenuta sulla vicenda precisando che gli agenti intervenuti sulla scena del delitto sono stati “costretti ad esplodere colpi d’arma da fuoco nei confronti del 35enne per difendersi dai fendenti a loro indirizzati”. Delle versioni della polizia si dovrebbe sempre dubitare vista la completa mancanza di trasparenza da parte degli apparati di sicurezza e il moltiplicarsi di casi di cosiddetta ‘malapolizia’. Di far luce su quanto è veramente accaduto all’Eur si incaricheranno, speriamo, la perizia balistica e le autopsie.

Anche sul movente non c’è molta chiarezza: un tentativo di stupro sfociato in omicidio, un raptus derivante dalla profonda depressione di cui si dice soffrisse Leonelli dopo la morte della fidanzata ormai due anni fa, oppure una fissazione per i giochi di guerra e i coltelli in particolare.

Fatto sta che dalle indagini coordinate dalla Procura di Roma è emerso ora che l’uomo appassionato per le lame – il che aveva anche originato discussioni con la colf poi vittima dell’omicidio – aveva una vera e propria ossessione per quanto sta accadendo a Gaza. Nessuna empatia per le vittime o sensibilità per i palestinesi aggrediti. Al contrario, una voglia irrefrenabile di ‘andare a combattere’ per e con Israele. Secondo quanto è emerso Leonelli aveva tentato più volte di ottenere il visto per andare a combattere contro i palestinesi insieme all’esercito israeliano. Richiesta frustrata però – pare – dalle autorità di Tel Aviv per ben due volte, il che avrebbe innescato la follia omicida del figlio di un alto ufficiale dell’esercito. Insieme forse al timore di essere mandato via da quella villa di Via Birmania che lo ospitava da due mesi dopo la scoperta del piccolo arsenale di coltelli che aveva acquistato, insieme ad abbigliamento di tipo militare, anche su un sito Internet israeliano. Racconta in alcune interviste pubblicate da quotidiani romani Giovanni Cialella, il proprietario della villa di Via Birmania: “Quando l’ho conosciuto era totalmente ateo, abbiamo parlato più volte di Dio ma diceva di non credere in niente, poi diceva di aver scoperto di essere di origini ebraiche, ha cominciato a studiare la storia, durante la notte sparava a tutto volume filmati sulla religione, parlavano alcuni rabbini, diceva di conoscerne uno anche a Roma, e si era convinto a voler andare in Israele per arruolarsi nell’esercito e combattere contro i palestinesi che lanciavano razzi contro Israele, aveva anche contattato il consolato”.
Nessuna morale dalla vicenda e nessuna pretesa di generalizzare. Solo molta, molta inquietudine…

 

thanks to: contropiano.org

forumpalestina

Esce in libreria la ristampa di “Vivere con la spada” – Il terrorismo sacro di Israele

LIVIA ROKACH

VIVERE CON LA SPADA

Il terrorismo sacro di Israele

Prefazione di Noam Chomsky

Introduzione di Diego Siragusa

Formato 14×20,5 cm. 160 pp. 9,00 €

1. edizione, febbraio 2014

ISBN 978 88 87826 99 9

 

Questo libro in Italia fu censurato preventivamente e pubblicato solo in America e in Germania con introduzione di Noam Chomsky nel 1980. Livia Rokach, attraverso i diari di Moshe Sharett, già Pri- mo Ministro e Ministro degli Esteri israeliano, diari che il governo israeliano aveva tentato di non far pubblicare, rivela i sistemi, le provocazioni, i falsi complotti della politica israeliana già dai tempi di Ben Gurion.

Il documento è stato paragonato ai «Documenti del Pentagono» per il suo valore di verità. Il ministro Sharett con?da al suo diario, non destinato alla pubblicazione e, in quanto tale, altamente cre- dibile, la riprovazione per i crimini, le menzogne, i massacri che i sionisti perpetrarono in modo sistematico contro i palestinesi e le popolazioni arabe.

(Diego Siragusa)

Terrorista a chi?

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Dagli anni ’20 ai ’60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell’ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l’odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l’influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l’invenzione folle del Regno dell’Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell’Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l’allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l’assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all’ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell’ENI di quegli anni.

Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E’ successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l’Iran, si stata avvicinando a Qasim quest’ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall’ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un’opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l’indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l’affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.

Il futuro è nero, come l’oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell’Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l’ex-leader del partito Ba’th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l’impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l’enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L’istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L’amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni ’80 Washington era preoccupata dall’intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del ’79.

Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all’Iran gli USA finanziarono tra l’altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l’URSS – la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell’industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell’epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall’avanzata dell’ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all’Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l’esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l’intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L’operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un’eccessivo indebolimento dell’Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.

L’11 settembre
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l’Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l’Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l’imminente attacco all’Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c’è l’inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L’avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell’ISIS è soltanto l’ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

Cosa fare adesso?
L’ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l’esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E’ evidente che la comunità internazionale e l’Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.

1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l’intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l’hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’ALBA, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell’abbattimento dell’aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull’Iraq.
3) L’Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L’economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell’ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E’ logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del ‘900. L’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l’insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L’Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L’energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre».” Alessadro Di Battista

Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull’assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l’attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l’Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch’egli colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest’ottica va letta l’invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all’intermediazione criminale di Dell’Utri.

thanks to: beppegrillo

Syria: un brindisi al terrorismo di Stato israeliano – Syria: a Toast to Israeli State Terrorism

di Julie Webb-Pulman*

Mentre gli Stati Uniti spacciano la minaccia di uso di armi chimiche per giustificare l’armamento dell’ ”opposizione” in Siria, Israele distrugge un centro di ricerca chimica nei pressi di Damasco che avrebbe potuto sviluppare tali armi – liberando così ogni singola particella potenzialmente velenosa sulla popolazione siriana.

In questo modo è garantito che, indipendentemente dal fatto che effettivamente vi fossero armi chimiche in fase di sviluppo o già fabbricate, indipendentemente dal fatto che il regime di Assad in realtà avesse intenzione di usarle contro il popolo siriano, il popolo siriano ora è esposto – e in modo del tutto incontrollato – non solo ai noti effetti tossici di tutto ciò che era in quella struttura, ma anche agli effetti imprevedibili della casuale miscelazione di tali sostanze chimiche in condizioni di calore estremo, e alla loro diffusione chissà a quali distanze, provocando chissà quali entità di danni ambientali e sanitari.

Ad Assad non deve essere consentito di farlo – ma Israele può, e con la benedizione degli Stati Uniti.

Obama lo ha immediatamente definito “il diritto di Israele di difendere i propri interessi”.

Altri potrebbero definirlo un attacco omicida a sangue freddo contro la popolazione civile siriana.
Altri potrebbero chiamarlo terrorismo.

Terrorismo di Stato.

Dopo gli attacchi alle Torri Gemelle nel 2001, la consuetudine degli attacchi preventivi sia da parte degli Stati Uniti che da Israele per motivi di ‘antiterrorismo’ o per ‘difendere gli interessi della sicurezza’ è aumentata fino a diventare la più grave minaccia militare per i civili in qualsiasi punto del pianeta.

Massacro dopo massacro di civili da parte di droni, di razzi, di incauti “omicidi mirati” in Afghanistan, Gaza, Yemen, Arabia Saudita, Pakistan – l’elenco potrebbe continuare. L’elenco dei responsabili, tuttavia, è breve – solo due. Gli Stati Uniti e Israele.

Sono ammissibili tali aggressioni nel diritto internazionale?

No – il diritto internazionale è molto chiaro su questo. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite consente solo azioni militari per legittima difesa in caso di attacco diretto.

La Siria ha forse attaccato Israele?

No.

La Siria ha portato avanti un qualche tipo di azione militare di minaccia nei confronti di Israele?

No.

Israele ha effettuato un attacco militare ingiustificabile sulla base della legislazione internazionale contro la Siria, causando un danno diretto – e molto reale – a una numerosa popolazione civile.

Un esempio più chiaro – e significativo – di terrorismo di Stato sarebbe difficile da trovare.

Gli Stati Uniti hanno forse condannato questo atto, che ha esposto i siriani proprio a quel tipo di pericolo da cui Obama, come ha strombazzato in giro per il mondo, aveva detto di volerli proteggere?

No.

Ha difeso l’attacco di Israele.

Un esempio più chiaro – e significativo – di abietta ipocrisia targata USA sarebbe difficile da trovare.

Se il mondo non vuole degenerare in una piena dittatura militare “USraeli”, la comunità internazionale deve agire immediatamente per fermare quest’ultimo scivolone lungo la brutta china della deroga ai diritti umani, in cui concetti come il diritto internazionale e il giusto processo sono semplicemente pittoresche antichità, e l’auto-determinazione una nozione riservata esclusivamente a imperialisti yankee e sionisti – o potrebbe essere la fine dell’alfabeto che abbiamo raggiunto.

E a quelli negli Stati Uniti che mettono in dubbio il ruolo del loro paese in attività militari israeliane, consiglio di dare un’occhiata a dove finiscono i dollari versati con le tasse. Date un’occhiata a questa fotografia dei resti del razzo sparato da un aereo militare israeliano a un edificio che ospitava dei media a Gaza nel mese di novembre 2012, che ha distrutto proprietà civili e persone. Stai finanziando queste atrocità. Sì, TU.

Voi – e le Nazioni Unite – dovreste ricordarvi inoltre delle misure che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per prevenire e combattere il terrorismo, misure contenute nel Global Counter-Terrorism Strategy del 2006, dove si afferma la volontà di “… scovare, negare rifugio sicuro e assicurare alla giustizia, sulla base del principio di estradizione o persecuzione, qualsiasi persona che sostenga, faciliti, partecipi o cerchi di partecipare al finanziamento, alla pianificazione, alla preparazione o all’esecuzione di atti terroristici … “.

Il mondo è in attesa – soprattutto tutti i siriani appena esposti al cocktail di sostanze chimiche da cui gli Stati Uniti stavano sostenendo di proteggerli, mentre difendono il diritto di Israele con un brindisi alla sua salute.

*Julie Webb-Pullman è un’attivista e scrittrice neozelandese, che vive attualmente a Gaza. Dal 2003 scrive su questioni di giustizia sociale e politica per il sito neozelandese “Scoop Independent News”, così come per vari siti web in Australia, Canada, Stati Uniti e America Latina, e ha partecipato a diverse missioni di osservazione dei diritti umani. Questo articolo è un suo contributo per PalestineChronicle.com.

Made in the USA. (Photo: Julie Webb-Pullman)

By Julie Webb-Pullman*

While the United States peddled the threat of chemical weapon use to justify its arming of the ‘opposition’ in Syria, Israel destroyed a chemical research facility near Damascus which was allegedly developing such weapons – thus unleashing every single potentially-poisonous particle on the Syrian public.

Thus guaranteeing that regardless of whether there actually were chemical weapons being developed or manufactured, regardless of whether the Assad regime actually was intending to use them against the Syrian people, the Syrian people now HAVE been exposed – and in a totally uncontrolled fashion – to not only the known toxic effects of whatever was in the facility, but also to the unknown effects of the random mixing of such chemicals under conditions of extreme heat, and their dissemination who knows how far, causing who knows what extent of environmental and health damage.

Assad mustn’t be permitted to do it – but Israel can – and with US blessing.

Israel’s “right to defend its interests,” Obama immediately called it.

Others would call it a cold-blooded murderous attack on the Syrian civilian population.
Others would call it terrorism.

State terrorism.

Since the Twin Towers attacks in 2001, the use of pre-emptive strikes by both the US and Israel to ‘counter terrorism’ or ‘defend security interests’ have escalated to become the single most potent military threat to civilians anywhere on the planet.

Massacre after massacre of civilians by drones, by rockets, by misguided ‘targeted assassinations’ in Afghanistan, Gaza, Yemen, Saudi Arabia, Pakistan – the list goes on. The list of perpetrators, however, is short – only two. The United States and Israel.

Are such peremptory attacks permissible in international law?

No – international law is very clear on this. Article 51 of the United Nations Charter only allows military actions in self-defence when under direct attack.

Did Syria attack Israel?

No.

Did Syria make any kind of threatening military action towards Israel?

No.

Israel carried out an indefensible-in-international-law military strike in Syria causing direct – and very real – harm to a large civilian population.

A more clear – and potent – case of state terrorism would be hard to find.

Did the US condemn this act, which exposed Syrians to the very harm Obama was trumpeting around the world his intention to protect them from?

No.

He defended Israel’s attack.

A more clear – and potent – case of abject hypocrUSAy would be hard to find.

If the world is not to degenerate into a complete USraeli military dictatorship, the international community must act immediately to curtail this latest slide down the slippery slope of human rights derogation, where notions such as international law and due process are merely quaint antiquities, and self-determination a notion reserved solely for Yanqui and Zionist imperialists – or it won’t just be the end of the alphabet we have reached.

And for those in the US who doubt your country’s role in Israeli military activities, take a look at where your tax-dollars are going. Take a look at this photograph (above) of the remains of the rocket fired by an Israeli military plane at a building housing media agencies in Gaza in November 2012, destroying civilian property and persons. YOU are financing these atrocities. Yes, YOU.

You – and the United Nations – should be reminded of the UN General Assembly’s Measures to prevent and combat terrorism contained in the Global Counter-Terrorism Strategy of 2006, where it stated its resolve to “…find, deny safe haven and bring to justice, on the basis of the principle of extradite or prosecute, any person who supports, facilitates, participates or attempts to participate in the financing, planning, preparation or perpetration of terrorist acts…”

The world is waiting – especially all the Syrians just exposed to the cocktail of chemicals the US was claiming to protect them from, while defending Israel’s right to toast them.

* Julie Webb-Pullman is a New Zealand activist and writer currently based in Gaza. She has written on social and political justice issues for New Zealand Independent News website SCOOP since 2003, as well as for websites in Australia, Canada, the US, and Latin America, and participated in several human rights observation missions. She contributed this article to PalestineChronicle.com.

thanks to: Julie Webb-Pullman

                      the Palestine Chronicle

                     

Il mito della Brigata ebraica e una sopravvissuta del Ghetto di Varsavia

 

La ricorrenza del 25 aprile è stata segnata ancora una volta dalle polemica strumentali e dalle distorsioni storiche. Questa del 2013 passerà alla storia come quella della “Brigata ebraica partigiana” o anche come quella degli “israeliani che combatterono con i partigiani”. Della prima definizione si è fatto un gran parlare senza conoscere effettivamente la storia di questa brigata.

Politicamente sappiamo che piace molto alla destra, visto che elementi del Pdl milanese hanno sfilato dietro la bandiera della Brigata ebraica nel corteo del 25 aprile (con grande sconforto del giornalista Gad Lerner). Sulla seconda affermazione, dovuta ad un fanatico signore cagliaritano difensore di Israele, stendiamo un velo pietoso, visto che l’assurdità storica si commenta da sola.

Per correttezza storica, quindi, bisogna chiarire alcuni fatti sulla partecipazione di una brigata ebraica alla guerra di liberazione italiana.

In primo luogo bisogna tenere a mente che la storia della Resistenza italiana al nazifascismo nasce con il Comitato di Liberazione Nazionale, unione di soldati e popolo che hanno lottato contro l’occupante tedesco, e finisce con la liberazione delle grandi città del nord ad opera dei reparti partigiani italiani.

È una precisazione importante, perché la Brigata ebraica in questione non faceva parte delle formazioni partigiane italiane, si chiamava infatti Jewish Infantry Brigade Group ed era una formazione militare inquadrata nell’Ottava armata dell’esercito britannico.

La storia di questa brigata è da analizzare con attenzione. La sua struttura è composita: ci sono degli ebrei inglesi e alcuni addirittura vengono dalla Scozia; molti volontari vengono invece dalla Palestina mandataria britannica. E sono proprio questi ultimi volontari a creare all’interno della Brigata una struttura parallela ai comandi dell’Haganà, la principale organizzazione armata clandestina sionista in Palestina.

A riesumare l’esistenza di questa struttura parallela è stata la giornalista Joanna Paraszczuk del “Jerusalem Post”, in una intervista pubblicata il 3 dicembre del 2010 al veterano della Brigata Mordechai Gichon, professore di archeologia classica all’università di Tel Aviv. La giornalista, nel commento all’intervista, rimarca le perplessità dei britannici nei confronti dei “volontari” ebrei che venivano dalla Palestina, tanto da negare loro la possibilità di avere ufficiali di commando: “The British Army prohibited Jewish soldiers from British Mandate Palestine from occupying senior positions in the Brigade, so the Hagana created its own secret leadership structure, led by 28-year-old Shlomo Shamir. Its covert mission would become clear after the war was over”.

L’Haganà creò dunque la sua struttura segreta con relativo commando. L’amministrazione

britannica non riconosceva pubblicamente l’Haganà, anche se l’organizzazione sionista partecipò in maniera attiva nella repressione della rivolta araba del 1936-1939, in difesa degli interessi coloniali britannici (si legga a questo proposito il bel saggio di Ghassan Kanafani sulla rivolta in Palestina del 1936-39).

La brigata, dopo aver partecipato ad alcune azioni belliche, iniziò subito dopo la guerra a

distinguersi per le sue attività illegali. Gli uomini dell’Haganà cercavano infatti sopravvissuti da portare forzatamente e illegalmente in Palestina, finché i britannici non furono costretti a sciogliere la brigata: “In July 1945, the British disbanded the Brigade, feeling they could no longer tolerate the illegal activities. A year later, the final convoy of Brigade soldiers returned home to Eretz Israel. When the State of Israel declared its independence in 1948, the battle-hardened and experienced Jewish Brigade soldiers helped organize and train the Israel Defense Forces”.

L’esperienza militare acquisita da questi combattenti sionisti, contribuì quindi alla nascita

dell’esercito israeliano. Mordechai Gichon tiene comunque a precisare alla giornalista il suo punto di vista su quello che successe dopo la guerra. “’After the war, the attitude of the British to the Jews changed.’ Churchill lost the 1945 general election, and the new Labour government was decidedly less sympathetic toward the Jews. ‘Ernest Bevin, the new Foreign Minister, was anti-Semitic and anti-Israel,’ says Gichon. ‘He did not want the Jews to go to Israel.’”

Ovviamente quelli che non sono d’accordo con i sionisti sono sempre anti-semiti e anti-Israele, e i britannici entrarono nella lista.

Questa è dunque la vicenda della Brigata ebraica contaminata dall’Haganà. Rimando ogni

approfondimento sulla storia segreta della brigata al documentario Their Own Hands. The Hidden Story of the Jewish Brigade in World War II del filmmaker di Chicago Chuck Olin; mentre per l’organizzazione Haganà e la nascita dello stato di Israele, invito alla lettura del libro di Ilan Pappe La pulizia etnica della Palestina.

Ben diversa invece la partecipazione degli ebrei italiani alla guerra di liberazione, che facevano parte in ordine sparso dei diversi gruppi di partigiani. Grazie anche al loro sacrificio è stato possibile sconfiggere il nazifascismo, e grande è la riconoscenza che a loro dobbiamo. Pur non essendo organizzati come gruppo partigiano, esisteva una organizzazione ebrea legale, la “Delasem”, che si occupava soprattutto di assistenza ai profughi ebrei. Se in Italia il contributo degli ebrei è avvenuto nelle fila delle formazioni partigiane, di enorme importanza è stata invece la rivolta ebraica (aprile/maggio del 1943) del Ghetto di Varsavia, avvenuta mentre si stavano verificando le ultime deportazioni in direzione dei campi di sterminio. Chavka Fulman-Raban, una donna tra i pochi superstiti viventi del Ghetto di Varsavia, ha tenuto di recente un discorso commemorativo illuminante, per la pace, contro l’occupazione israeliana e per la libertà dei popoli. “Ribellatevi all’occupazione”, dice Chavka Fulman-Raban. “È vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo.” Riporto quasi integralmente il suo discorso nella traduzione italiana, giusto per far capire la differenza che passa tra una guerra di liberazione contro l’occupante militare e una brutale occupazione militare in nome di una grande tragedia umana: la Shoah. Stiamo avvicinandoci alla fine della generazione Shoah e di quella del ghetto di Varsavia. Ho sentimenti contrastanti e pensieri sul passato, presente e futuro. Io vi racconto un’esperienza. Primavera 1942. Ero un corriere per un’operazione segreta ed ero andata a trovare un mio amico del movimento giovanile, Dror Bachrubishov, nella Polonia orientale occupata. Dalla finestra della piccola stazione ferroviaria ho visto accanto ai binari della ferrovia una grande folla: migliaia di uomini, donne e bambini. Li sorvegliavano i tedeschi a cavallo. Ho notato quattro ragazzi che scavavano una fossa. I soldati hanno sparato e vi sono caduti dentro. Il mattino seguente il campo era vuoto. I treni li avevano portati alla morte. Capii che questo era l’inizio della Shoah. Consapevole di questa terribile verità sono tornata nel ghetto di Varsavia: era importante trovare armi, soprattutto dopo la deportazione di 300.000 ebrei da Varsavia a Treblinka durante l’estate del 1942. Il 19 aprile 1943, 70 anni fa, scoppiò la rivolta ebraica. Io non ne facevo parte: ero stata arrestata durante le operazioni di resistenza a Kharkov

ed era stata portata ad Auschwitz. La maggior parte dei miei amici sono morti e il mio cuore non li dimentica . Lasciate nei vostri cuori e nei vostri ricordi un posto per loro: la generazione più giovane che è caduta nell’ultima battaglia. Continuate la ribellione. Una ribellione diversa, ora contro il male, anche il male accade nel nostro paese. Ribellatevi contro il razzismo, la violenza e l’odio verso chi è diverso. Contro la disuguaglianza, le disparità economiche, la povertà, l’avidità e la corruzione. Rafforzate l’educazione umanistica, i valori dell’etica e della giustizia. Ribellatevi contro l’alcolismo e il fenomeno terribile degli attacchi contro gli anziani. Ribellatevi all’Occupazione. È vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo. La cosa più importante per noi è raggiungere la pace e porre fine al ciclo del sangue. La mia generazione sognava la pace. Ho così voglia di raggiungerla. Tutte le mie speranze sono con voi. (Da frammentivocalimo.blogspot.it)

27 aprile 2013

 

thanks to: Giuseppe Pusceddu

 Associazione Amicizia Sardegna-Palestina Solidarietà  internazionale con la lotta del popolo palestineseAssociazione Amicizia Sardegna-Palestina

Solidarietà  internazionale con la lotta del popolo palestinese

 

Study: Israel’s Secret Prisons: Terrorism at Large

The successive Israeli occupation governments adopted arbitrary policies after the occupation of theWest Bank and the Gaza Strip in 1967. Prisons and detention centers are used to crush Palestinians spiritually and psychologically. Those prisons werecrowded with tens of thousands of Palestinians including children, elders and women. Some estimate the number of Palestinians arrested by Israel since 1967 is around 750,000, including 12,000 women and tens of thousands of children.

Prisons, built first by the British Mandate of Palestine, are used by Israel to crush Palestinians. Moshe Dayan, Israel’s former Minister of Defense wanted to use these prisons to destroy Palestinians and separate them from the rest of the world. Detention centers were equipped with all needed equipments and facilities to achieve this inhumane goal.

Transferring detained people from the occupied territory to the land of the occupying power is illegal under international law. The Israeli occupation is accused of running secret prisons away from the eyes of the world in which certain people are held. The occupation is also accused of conducting medical tests on prisoners.

The execution or the suicide of Ben Zygier, also know as Prisoner X, raised the issue of Arab and Palestinian prisoners in Israel’s secret prisons. For decades, Palestinians and human rights organizations have been talking about Israel’s secret prisons. Some of these prisons belonged to the British Mandate of Palestine and others were later built.

Secret prisoners are considered a violation of international law which asks for certain standards to be met in regard to prisons’ conditions. This requires exposing these prisons and making them face worldwide public opinion, so the international community can understand why they are considered war crimes.

Israel‘s secret prisons

Israel built 28 detention and interrogation centers. In addition, it built secret prisons to serve as “graveyards for the livings” in which all international norms and rules are broken, and all forms of torture are practiced with no attempt whatsoever to follow international law.

Prisoners held in these secret prisons are called “Prisoner X”. Prisoner X is defined as the person who was kidnapped or disappeared from his/her residency area without informing his/her families or human rights organizations of the places they are being held or the charges that they are facing.

Some prisoners released from these secret prisons spoke of brutality and torture. They were held in 2-square-meter cells run by 504 Unit, which is assigned to practice all forms of torture. Israel’s Supreme Court’s decision declined the closure of the 1391 secret prison.

Missing prisoners

“May God let me see my son Majed soon,” these were the words of Ahmed Alzuboun, moments before his death. Ahmed Alzuboun is the father of Majed Alzuboun, who has been missing for 21 years now after he tried to cross the Jordan-Palestine borders. It’s not known whether he is alive or dead.

The death of the Alzuboun, the father, re-opened thecases of the 20 missing Jordanians, whose names are recorded in the National Jordanian Committee to support prisoners and the missing in the occupation jails.

Hundreds of Arab prisoners went missing. They are either imprisoned in Israel’s secret prisons or were shot dead, then buried in Israel’s “Numbers Graveyards”.

Israeli and international media sources revealed four numbers graveyards:

 1- Banat Jacob (daughters of Jacob) graveyard next to the Israel-Lebanon-Syria borders. Some estimate the number of people buried there around is 500. Most of them were killed in the 1982 war and afterward.

 2- The numbers graveyard which is located in the military zone between Jericho and Damiah bridge. It’s surrounded by a wall that has an iron gate with a banner which reads “Graveyard for the Enemies’ Victims”. 100 graveyards are there which carry numbers from 5003-5107.

 3- Refeem Graveyard in the Jordan Valley.

 4- Shiheta Graveyard next to the Sea of Galilee. The people buried there were killed between 1965 and 1975. What is most provocative is that these graves are not dug deeply enough to protect the bodies of the dead from animals looking for something to eat.

According to the above mentioned facts, there is a relation between numbers graveyards and missing prisoners. They might have been killed and their organs have been stolen.

No one can tell the number of these secret prisons. A number of people were kidnapped and Israel claimed it killed them without handing their bodies to their families or providing an evidence of their death. Examples of these are Adel and Imad awadallah (Palestine), Mohammed Atiah, Majed Alzuboun, and Laith Alkilani (Jordan) and Yehia Skaf (Lebanon).

 Some freed prisoners mentioned names of these secret prisons such as “Barack”, “Sarafand”, “1901” and “Itileet”.

Jonthan Cook of the Counterpunch says “Facility 1391, close to the Green Line, the pre-1967 border between Israel and the West Bank, is different. It is not marked on maps, it has been erased from aerial photographs and recently its numbered signpost was removed. Censors have excised all mention of its location from the Israeli media, with the government saying that secrecy is essential to “prevent harm to the country’s security”. According to lawyers, foreign journalists divulging information risk being expelled from Israel. But, despite government attempts to impose a news blackout, information about more than a decade of horrific events at Facility 1391 are beginning to leak out. As a newspaper described it, Facility 1391 is “Israel’s Guantanamo”.

In 2003 interview, Ariel Sharon, Israel’s former Prime Minister said “Israel is committed to release all Jewish captives. I have been handling this profile for the last 50 years. When I was in the paratrooper units, we used to kidnap Jordanian soldiers for future swap deals”. It’s known that Jordan never reached a prisoners swap deal with Israel. The question is, where are these Jordanian prisoners?

In the same year, the debate about the killing of Nachshon Waxman, an Israeli soldier killed as IOF tried to release him from his Hamas captors who wanted to exchange him for Palestinian prisoners. An Israeli officer said in an interview “My unit was assigned to release Waxman. We would have managed to get him the same as we did with Imad and Adel Awadallah”. This means Imad and Adel Awadallah were not killed as Israel claimed.

Torture in secret prisons

Torture varies in Israel’s secret prisons from psychological and physical torture, chaining prisoners and banning them from going to the rest room and tying them to chairs for a long time. Banning prisoners from sleeping and pouring cold water on them, threatening them of rape, stripping them kicking them, and asking them to stand for a long time. Prisoners are told that they are held “on the moon” so that they have no option but to confess.

Military courts

 X prisoners are put to trail in military courts where the whereabouts of their trials are kept secret. They are brought to the house of the judge when possible; otherwise, the judge comes to the court himself. The proceedings and hearings are kept secret. An officer writes them down on a laptop that is connected to the court’s network.

1391 secret prison

According to prisoners released from this prison, the 1391 secret prison was built during the British Mandate of Palestine in the center of Palestine. It was used later by Israel as a secret prison. Conditions in this prison are not like any other prison. Prisoners are kept individually in very small cells. The prison is surrounded by watch towers, wires and trees.

The international community needs to take action, otherwise those forgotten prisoners will die and be given new numbers in Israel’s notorious numbers graveyards.

Read Richard Falk’s review of CPDS’s the prisoners’ diaries  on Alahram Weekly here.

The study was originally published in Arabic by Alzaytouna Center for Studies and Consultations, Lebanon. Translated by Center for Political and Development Studies, Palestine.

thanks to:

                    

Amira Hass: The anti-Semitism that goes unreported

18 July 2012
By Amira Hass, Haaretz – 18 July 2012
Tens of thousands of people live in the shadow of terror

Here’s a statistic that you won’t see in research on anti-Semitism, no matter how meticulous the study is. In the first six months of the year, 154 anti-Semitic assaults have been recorded, 45 of them around one village alone. Some fear that last year’s record high of 411 attacks – significantly more than the 312 attacks in 2010 and 168 in 2009 – could be broken this year.

Fifty-eight incidents were recorded in June alone, including stone-throwing targeting farmers and shepherds, shattered windows, arson, damaged water pipes and water-storage facilities, uprooted fruit trees and one damaged house of worship. The assailants are sometimes masked, sometimes not; sometimes they attack surreptitiously, sometimes in the light of day.

There were two violent attacks a day, in separate venues, on July 13, 14 and 15. The words “death” and “revenge” have been scrawled in various areas; a more original message promises that “We will yet slaughter.”

It’s no accident that the diligent anti-Semitism researchers have left out this data. That’s because they don’t see it as relevant, since the Semites who were attacked live in villages with names like Jalud, Mughayer and At-Tuwani, Yanun and Beitilu. The daily dose of terrorizing (otherwise known as terrorism ) that is inflicted on these Semites isn’t compiled into a neat statistical report, nor is it noticed by most of the Jewish population in Israel and around the world – even though the incidents resemble the stories told by our grandparents.

The day our grandparents feared was Sunday, the Christian Sabbath; the Semites, who are not of interest to the researchers monitoring anti-Semitism, fear Saturday, the Jewish Sabbath. Our grandparents knew that the order-enforcement authorities wouldn’t intervene to help a Jewish family under attack; we know that the Israel Defense Forces, the Israel Police, the Civil Administration, the Border Police and the courts all stand on the sidelines, closing their eyes, softballing investigations, ignoring evidence, downplaying the severity of the acts, protecting the attackers, and giving a boost to those progromtchiks.The hands behind these attacks belong to Israeli Jews who violate international law by living in the West Bank. But the aims and goals behind the attacks are the flesh and blood of the Israeli non-occupation. This systemic violence is part of the existing order. It complements and facilitates the violence of the regime, and what the representatives – the brigade commanders, the battalion commanders, the generals and the Civil Administration officers – are doing while “bearing the burden” of military service.

They are grabbing as much land as possible, using pretexts and tricks made kosher by the High Court of Justice; they are confining the natives to densely populated reservations. That is the essence of the tremendous success known as Area C: a deliberate thinning of the Palestinian population in about 62 percent of the West Bank, as preparation for formal annexation.

Day after day, tens of thousands of people live in the shadow of terror. Will there be an attack today on the homes at the edge of the village? Will we be able to get to the well, to the orchard, to the wheat field? Will our children get to school okay, or make it to their cousins’ house unharmed? How many olive trees were damaged overnight?

In exceptional cases, when there is luck to be had, a video camera operated by B’Tselem volunteers documents an incident and pierces the armor of willful ignorance donned by the citizens of the only democracy in the Middle East. When there is no camera, the matter is of negligible importance, because after all, you can’t believe the Palestinians. But this routine of escalating violence is very real, even if it is underreported.

For the human rights organization Al-Haq, the escalation is reminiscent of what happened in 1993-1994, when they warned that the increasing violence, combined with the authorities’ failure to take action, would lead to mass casualties. And then Dr. Baruch Goldstein of Kiryat Arba came along and gunned down 29 Muslim worshipers at the Ibrahim Mosque. The massacre set the stage for a consistent Israeli policy of emptying the Old City of Hebron of its Palestinian residents, with the assistance of Israeli Jewish pogromtchiks. Is there someone among the country’s decision-makers and decision-implementers who is hoping for a second round?