Missili, satelliti e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

“Non siamo disposti ad accettare verità distorte e di comodo e se non ci sarà un cambio di marcia da parte degli inquirenti e delle autorità dell’Egitto, il governo potrà ricorrere a misure immediate e proporzionate”. Il 5 aprile 2016, intervenendo al Senato sul caso di Giulio Regeni, barbaramente torturato e ucciso al Cairo il 25 gennaio, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha promesso il massimo sforzo per far luce sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio del nostro giovane connazionale. Dopo il rifiuto degli inquirenti egiziani di consegnare i tabulati di una decine di utenze telefoniche, il premier Renzi ha richiamato in Italia l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari.

 

Per tanti analisti, il governo – stavolta – sembra voler fare sul serio. Peccato però che ad oggi non esista atto concreto che rimetta in discussione la consolidata partnership politico-militare-industriale tra Italia ed Egitto o quantomeno congeli i trasferimenti di sistemi d’arma pesanti e leggeri alle forze armate e di polizia del sanguinario regime di Al-Sisi. Al contrario, nelle stesse ore in cui il ministro Gentiloni faceva la sua minacciosa sortita in Parlamento, un’azienda leader nel settore aerospaziale controllata in parte dalla holding Finmeccanica, Thales Alenia Space, annunciava la firma di un contatto di 600 milioni di euro per la fornitura di un sistema di telecomunicazione militare satellitare al governo egiziano. L’accordo è stato raggiunto nel corso della recente visita al Cairo del presidente Francois Hollande, sicuramente uno dei più accreditati sostenitori internazionali dei dittatori d’Egitto. Oltre al satellite co-prodotto da Italia e Francia, Hollande si è impegnato a fornire ai militari egiziani cacciabombardieri e unità navali. In particolare, i cantieri francesi DCNS consegneranno nel 2017 una corvetta tipo “Gowind 2500” a cui seguiranno altre tre unità dello stesso tipo prodotte nei cantieri egiziani di Alessandria tra il 2018 e il 2019. La commessa ha un valore superiore al miliardo di euro, a cui si aggiungeranno altri 3-400 milioni per la fornitura dei sistemi da combattimento che in buona parte saranno prodotti da imprese controllate interamente o parzialmente dal colosso Finmeccanica. Le quattro corvette “Gowind” saranno armate infatti con cannoni 76/62 Super Rapido di Oto Melara (società di Finmeccanica S.p.A. con stabilimenti a Brescia e La Spezia), missili antinave MM 40 Block 3 Exocet e VL MICA di produzione MBDA (Matra BAE Dynamics Alenia), il maggior consorzio europeo nel settore missilistico, controllato per il 75% da Aibus e BAE System e per il restante 25% da Finmeccanica.

 

Alla marina militare egiziana è giunta pure una fregata multiruolo tipo FREMM  realizzata nei cantieri navali del gruppo DCNS. Anche in questo caso molti dei sistemi di combattimento parleranno italiano. La nuova fregata sarà armata con i cannoni da 76 millimetri Super Rapido di Oto Melara, con i missili antiaerei superficie/aria Aster 15 di Eurosam (un consorzio europeo formato da MBDA e Thales), con quelli da crociera Scalp Naval e antinave Exocet MM40 (di produzione MBDA) e con i siluri anti-sommergibili MU90 (prodotti dal consorzio Eurotorp, costituito dalle società Thales e DCNS e dalla Wass di Livorno del gruppo Finmeccanica). Proprio grazie alle commesse missilistiche per la fregata FREMM all’Egitto e per i cacciabombardieri Rafale che la Francia fornirà al regime del Qatar, il consorzio MBDA – Matra BAE Dynamics Alenia ha registrato nel 2015 un fatturato record di 5,2 miliardi di euro.

 

Nel 2013, un’altra importante azienda del gruppo Finmeccanica, AgustaWestland, si assicurò un contratto di 17,3 milioni di dollari per la manutenzione e l’assistenza al parco elicotteri delle forze armate egiziane. A fine 2012, sempre AgustaWestland consegnò all’Egitto due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso (SAR) e trasporto truppe, armamenti e materiali. Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, fu sottoscritto con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito Usa che trasferì poi alle autorità egiziane i due mezzi italiani attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Ad AgustaWestland furono pure assegnate le attività addestrative dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio degli elicotteri. Nel dicembre 2010, anche l’azienda DRS Technologies, con sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America ma intermante controllata da Finmeccanica, firmò con l’esercito Usa un contratto di 65,7 milioni di dollari per consegnare alle forze armate egiziane veicoli, sistemi di sorveglianza e altre apparecchiature elettroniche.

 

“L’Italia è l’unico paese dell’Unione europea che, dalla presa del potere del generale al-Sisi, ha inviato armi utilizzabili per la repressione interna nonostante la sospensione delle licenze di esportazione verso l’Egitto decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione europea”, denunciano la Rete italiana per il disarmo e l’Osservatorio permanente armi leggere (Opal) di Brescia. “Nel 2014 l’Italia ha fornito alle forze di polizia egiziane 30.000 pistole, prodotte nel bresciano e nel 2015 di 3.661 fucili, per la maggior parte prodotti da un’azienda in provincia di Urbino. Nel 2012 il valore delle esportazioni di armi italiane all’Egitto ha raggiunto i 28 milioni di euro e ha riguardato fucili d’assalto e lanciagranate della Beretta, munizioni della Fiocchi, blindati della Iveco di Torino e apparecchiature specializzate per l’addestramento militare”.
Sempre secondo i ricercatori della Rete per il disarmo e di Opal, nel 2011 il governo italiano autorizzò l’esportazione alle forze armate egiziane di 14.730 colpi completi per carri armati a cui si aggiunsero l’anno successivo 692 colpi con spoletta più altri 673, tutti prodotti da Simmel Difesa di Colleferro, Roma. Sempre nel 2011, fu autorizzata l’esportazione di 355 componenti per la centrale di tiro Skyguard per missili Sparrow/Aspide a cui sono seguiti, nel 2012, altre 1.000 componenti per la stessa centrale di tiro prodotta dalla Rheinmetall Italia Spa di Roma. Quello stesso anno il governo italiano autorizzò pure l’esportazione di 55 veicoli blindati Lizard prodotti dalla società Iveco, attrezzature del cannone navale 76/62 Super Rapido di Oto Melara e apparecchiature elettroniche e software di Selex Elsag (oggi Selex ES), altra azienda del gruppo Finmeccanica.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Missili, satelliti e fucili italiani per i torturatori d’Egitto

Hacking Team, le carte smentiscono il governo: il software spia venduto al Consiglio nazionale di difesa egiziano

Alla fine è toccato al sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, in carica da appena tre mesi, metterci la faccia. La settimana scorsa, l’ultimo arrivato al ministero guidato fino a poco fa dalla dimissionaria Federica Guidi ed ora retto ad interim dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha firmato la risposta ad un’interrogazione della deputata di Scelta civica (Sc) Adriana Galgano sul caso Hacking Team (HT) e i suoi rapporti con l’Egitto dove, solo qualche mese fa, è stato rapito e ucciso il giovane ricercatore friulano Giulio Regeni. Ma la versione fornita da Scalfarotto è smentita, in uno dei suoi passaggi fondamentali, da un documento esclusivo che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare.

Sorgente: Hacking Team, le carte smentiscono il governo: il software spia venduto al Consiglio nazionale di difesa egiziano – Il Fatto Quotidiano

“No alla normalizzazione con Israele”

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2016/03/Moshe-yaalon-2.jpgMemo. Di Seif al-Din Abdel-FattahIl ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso, durante il discorso tenuto alla conferenza annuale dell’Aipac – la maggior lobby sionista statunitense di supporto a Israele – che il rovesciamento di Mohammed Morsi e la presa del potere egiziano da parte di Abdel Fatah Al-Sisi sono stati programmati in accordo con i generali degli eserciti egiziani e del Golfo, nonché di agenzie di intelligence. Egli ha anche detto che gli interessi di Israele saranno sempre assicurati dalla presenza di regimi militari nel mondo arabo, specialmente in Egitto.
Egli si è scusato per il disprezzo della democrazia dei regimi militari usualmente dimostrato in Egitto, ma ha chiesto alla lobby di fornire maggior supporto ad Al-Sisi. Ya’alon ha anche dichiarato esplicitamente: «Noi abbiamo deciso di permettere al generale Al-Sisi, che allora era ministro della difesa, di prendere il potere mobilitando l’esercito al fine di farlo diventare presidente. L’Occidente dovrebbe considerare ciò di strategico interesse anche per sé».

Questa non è la prima volta che generali e rabbini dell’occupazione israeliana ammettono la necessità di mantenere la presidenza Al-Sisi in Egitto per preservare gli interessi di Israele. Gli archivi delle relazioni tra i due paesi sono pieni di adulazioni e frasi di appoggio totale per questo governo, che, secondo Wael Qandil, Israele sognava da anni. Il colpo di stato è stato l’opportunità, per Israele, di attuare l’estorsione al fine di continuare la propria strategia di normalizzazione.
In quanto alle relazioni tra i paesi arabi e Israele, normalizzazione significa che questi paesi, o le loro istituzioni e personaggi che portano avanti progetti di cooperazione, hanno scambi economici e commerciali, e diffondono la cultura di accettazione del nemico in un contesto di veleni politici e normalizzazione culturale mentre l’occupazione continua. In questo caso, normalizzazione non significa solo permettere lo sviluppo di rapporti tra l’oppressore e l’oppresso in assenza di giustizia e sotto continue occupazione e attività di insediamento: significa anche che coloro i quali normalizzano le relazioni con Israele tolgono volontariamente a Israele l’etichetta di nemico, accusando di ostilità chi resiste all’occupazione israeliana.

Divertenti in questi giorni sono le affermazioni rilasciate da leader arabi, funzionari dell’Autorità palestinese, il coro di scrittori e intellettuali arabi «sionistizzati», che non considerano i crimini commessi da Israele. Costoro cercano di cambiare l’etichetta di «nemico» attribuita a Israele in qualcosa di associabile a cooperazione e amicizia. La normalizzazione e l’abbandono del boicottaggio è un vecchio sogno di Israele, che risale alla fondazione dello stato nella Palestina occupata. Questa visione consiste nello stabilire relazioni normali e ordinarie tra le due parti, proprio come tra due parti in tempo di pace, unite da amore e rispetto, senza alcuna forma di contrasto o di ostilità.

Vediamo tutti la rilevanza della normalizzazione nelle relazioni tra Egitto e Israele dal colpo di stato del 3 luglio 2013, a livello politico, economico, della sicurezza e sulla difesa, nonché a livello culturale, dal momento che molti intellettuali, personalità dell’informazione e sportivi egiziani hanno evocato la normalizzazione a tutti i livelli.
Le operazioni di normalizzazione hanno raggiunto un livello straordinario, superando le normali relazioni tra la maggior parte di nazioni. Francamente, hanno raggiunto un livello vicino alla dipendenza dal nemico, e nulla prova ciò meglio delle pressoché regolari dichiarazioni, ufficiali e non, rilasciate da funzionari israeliani compiaciuti.

In passato eravamo soliti criticare i mezzi di informazione arabi ed egiziani per la mancanza di interesse nella campagna di boicottaggio contro Israele e contro le multinazionali che lo appoggiavano, presenti nei paesi arabi. Ora disponiamo di diverse piattaforme mediatiche attraverso cui attivare questa campagna in modo organizzato e a lungo termine.
Per esempio, possiamo iniziare adottando una campagna unitaria coordinata attraverso queste piattaforme. Si attuerebbero programmi regolari di opposizione alle operazioni di normalizzazione che si verificano a vari livelli. Ogni programma può riferirsi a uno dei livelli, sia esso politico, economico, culturale, sportivo, sulla sicurezza o sulla difesa.
Possiamo anche iniziare organizzando programmi mirati alla riattivazione della resistenza nella nazione, comprendenti il boicottaggio di Israele e dei paesi che lo supportano, o delle multinazionali presenti in tutti i paesi arabi e musulmani.
Tutte le nostre attività si basano sul fatto che Israele è un’entità nemica coloniale sionista che si è appropriata della terra di un’altra nazione. Non è un amico o un vicino, come viene considerato dal governo del colpo di stato o come pretendono alcuni intellettuali arabi e egiziani. Israele è un’entità coloniale rappresentata da un gruppo armato che ha fondato uno stato con la forza, l’assassinio, l’espulsione, le confische, l’evacuazione e altri mezzi di colonizzazione.
Per noi non c’è differenza tra le aziende che forniscono servizi alle masse israeliane e quelle che forniscono servizi all’esercito o agli insediamenti israeliani. Come non c’è differenza tra il gruppo armato che confisca terre e uccide bambini, e i coloni armati in abiti civili o militari. Dobbiamo ricordare che il sistema di reclutamento in Israele si basa sul principio dell’«Esercito del popolo» al quale ciascuno partecipa e che si mobilita nei periodi di pericolo.

E’ una vergogna per ogni arabo, cristiano o musulmano che sia, permettere alle aziende che forniscono servizi a Israele di esistere nel proprio paese, soprattutto a quelle aziende del settore alimentare e delle telecomunicazioni, settori nei quali gli arabi possono trovare delle alternative. Anzi, le alternative sono già presenti: ciò di cui gli arabi hanno bisogno è la volontà di intraprendere un’azione effettiva verso il boicottaggio.
Oltre a questo, possiamo parlare anche del continuo riferirsi, di Israele, a politiche di occupazione che violano il diritto internazionale, comprese le leggi che riconoscono la realtà del colonialismo. Aziende come Orange forniscono servizi alle colonie israeliane fondate illegalmente in base al diritto internazionale, e oggetto di condanna a livello internazionale.

C’è una disapprovazione universale delle politiche espansionistiche degli insediamenti israeliani sul territorio palestinese. Questa disapprovazione viene espressa dall’opinione pubblica, non dai governi: pertanto possiamo coordinarci con i leader delle campagne lanciate su questo argomento in Europa e in tutto il mondo, facendone una campagna unitaria lanciata dall’interno e dall’esterno.

Il triangolo della normalizzazione è rappresentato dal colpo di stato, dai suoi sostenitori «sionistizzati» e dagli strumenti della normalizzazione: resistere alla normalizzazione fa parte della resistenza al colpo di stato.

Traduzione di Stefano Di Felice

thanks to: Infopal

Egypt, Gaza and the siege

The new Egyptian government has been criticized for being complicit in the siege of Gaza, having shut down its border with the Palestinian strip in 2013 and destroying hundreds of tunnels in the process.

Gaza desperately relies on the tunnels to smuggle in basic commodities. The densely-populated coastal enclave is home to over 1.8 million Palestinians. The crippling Israeli blockade by land, air, and sea — in place since 2007 — continues to cause hardships for those living there.

Hamas called on Egypt to loosen restrictions on the Gaza Strip after officials from the Palestinian group traveled to Cairo seeking to mend strained relations.

Senior official Khalil al-Haya said Hamas had asked Egypt to allow more traffic through the Rafah border crossing with the Gaza Strip, with the Hamas Interior Ministry saying that 2015 was “the worst year for Rafah in recent years.” Last year, Egypt opened the crossing for just 21 days.

Relations have soured between Hamas and Cairo since the 2013 overthrow of Egyptian President Mohammad Morsi, a member of the now-blacklisted Muslim Brotherhood movement.

What now for the tense relationship between the Palestinians and Egyptians and what impact will that have on regional dynamics?

Sorgente: PressTV-Egypt, Gaza and the siege

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

THE PRESIDENT’S MEN? Inside the Technical Research Department, the secret player in Egypt’s intelligence infrastructure

Privacy International’s new investigation, ‘THE PRESIDENT’S MEN? Inside the Technical Research Department’, sheds light on the Technical Research Department, a secret unit of the Egyptian intelligence infrastructure that has purchased surveillance equipment from German/Finnish manufacturer of monitoring centres for telecommunication surveillance, Nokia Siemens Networks, and Italian malware manufacturer, Hacking Team.

Sorgente: THE PRESIDENT’S MEN? Inside the Technical Research Department, the secret player in Egypt’s intelligence infrastructure | Privacy International

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri | MAKTUB

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani

Il confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto spacca la città di Rafah, un tempo tutta palestinese. Chiuso da più di cento giorni, il valico è stato riaperto il 4 e 5 dicembre.
Nell’urgente necessità di uscire: 25 mila persone. Titolari, in teoria, del diritto: stranieri, studenti, malati in espatrio per cure mediche. Effettivamente usciti: 658 persone.

In questa Parte Prima (*), la testimonianza di un giovane Palestinese che ha vissuto l’odissea del viaggio, fra stanchezza, attese, prevaricazioni.

Sorgente: Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani | MAKTUB

Ancora un piccolo sforzo per aiutare i volontari di M4P

Amici,

anche grazie al vostro supporto la missione e’ riuscita ad uscire da Alessandria e ad arrivare a Rafah. Ma i problemi non sono finiti! Abbiamo ancora bisogno del vostro aiuto. Mandate la lettera sotto alla Presidente della Camera Laura Boldrini.
La situazione dei volontari e’ estremamente pericolosa. Sono bloccati in una zona molto calda dove ieri c’e’ stata un auto bomba e al momento nella città si odono frequenti spari. Ormai la missione deve andare avanti perché anche volendo non possono riportare il carico ad Alessandria. Gli stessi ufficiali della dogana al confine di Rafah si rifiutano di rilasciare sia il lasciapassare per attraversare il confine, che il rifiuto delle merci che permetterebbe al convoglio di tornare in Italia. E’ una situazione paradossale e pericolosa ed e’ necessario l’intervento del governo italiano!

da mandare a: laura.boldrini@camera.it

Oggetto del messaggio: URGENTE convoglio umanitario Music for Peace in pericolo
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Gentile Presidente,

Le scrivo a riguardo della situazione dei volontari della missione umanitaria dei Music for Peace che oggi nonostante avessero tutti i documenti necessari ad attraversare il valico di Rafah, sono stati bloccati al confine e rimandati indietro a El Arish, in una delle zone più pericolose possano esservi in Egitto in questo momento.

Le scrivo per chiederLe di sollecitare un intervento del governo Italiano affinché venga garantito l’attraversamento del valico di Rafah ai cinque volontari
Stefano Rebora,
Valentina Gallo,
Sandra Vernocchi,
Alvaro Gando Jara,
Claudia D’Intino
ed ai sei container e all’ambulanza che il convoglio umanitario ha portato da Genova.

I volontari sono stati oggi bloccati alla frontiera. Le autorità doganali Egiziane non hanno riconosciuto parte del carico come aiuti umanitari destinati ad ospedali, nonostante tutto il carico e la sua finalità’ fossero descritte nei documenti che accompagnano la carovana.

Il materiale contestato è il seguente: l’ambulanza, donata dalla Croce Bianca Genovese e completamente attrezzata, lettini per ospedale, detergenti disinfettanti; gruppo elettrogeno, donato dall’ospedale San Martino di Genova; giocattoli per gli ospedali pediatrici.

I volontari sono stati costretti al lasciare il valico di Rafah e si trovano ora in una situazione di estremo pericolo ad El Arish.

Oggi pomeriggio nella città c’è stato un attentato. Un’ autobomba. Tre persone sono morte. I volontari al momento riferiscono di una città deserta nella quale si sentono solo colpi di arma da fuoco ed elicotteri che continuano a sorvolare nel cielo.
Chiediamo a gran voce un forte e pronto intervento del governo Italiano affinché i nostri volontari vengano fatti uscire da una situazione di chiaro pericolo e venga garantito loro l’attraversamento del valico di Rafah ed il raggiungimento di Gaza.

Due petizioni lanciate pochi giorni fa (http://links.causes.com/s/clLqJB?r=ruEW ehttp://firmiamo.it//l-egitto-lasci-passare-la-carovana-di-music-for-peace#.Ueo1-YwlVnA.facebook) hanno raccolto in totale già quasi di 5000 firme in sostegno dei volontari e chiedendo che la carovana dei Music for Peace venga fatta partire e possa raggiungere la sua destinazione.

Sicura del suo pronto intervento la ringrazio per la sua attenzione

Cordiali Saluti

Aggiornamenti da Gaza di Rosa Schiano

5 luglio 2013 – Aggiornamenti da Gaza – Le autorità egiziane oggi hanno chiuso in entrambe le direzioni il valico di Rafah, alla frontiera tra Egitto e Striscia di Gaza. L’esercito egiziano ha comunicato che il valico verrà riaperto quando le condizioni di sicurezza miglioreranno.
La decisione è stata presa a seguito dell’attacco a militari egiziani avvenuto nella regione del Sinai, in cui 2 militari egiziani sono stati uccisi ed altri due feriti nel corso di diversi attacchi contro postazioni dell’esercito nel Sinai.
Hamas non ha dato un commento ufficiale sulla destituzione di Morsi, ma, secondo quanto riportato dall’AFP, il premier palestinese Ismail Haniyeh, considerando gli avvenimenti egiziani nel quadro delle primavere arabe, si è dimostrato fiducioso e si aspetta che possa nascere un qualcosa di positivo anche per la causa palestinese.
Continua intanto la crisi di carburante nella Striscia di Gaza, che costringe centinaia di palestinesi a sostare per ore alle stazioni di servizio e che incide anche sul lavoro dei pescatori palestinesi costretti a non poter lavorare per la mancanza di carburante.

From Egypt to Palestine “the oldest road in the world”

Copyright © 1920, by Egypt Exploration Society
Terms and Conditions

The Ancient Military Road between Egypt and Palestine
Author(s): Alan H. Gardiner
Source: The Journal of Egyptian Archaeology, Vol. 6, No. 2 (Apr., 1920), pp. 99-116
Published by: Egypt Exploration Society

Other Ancient Maps of Palestine

PALESTINE

Palestine Exploration Fund Map.
Survey of Egypt, 1917-1918.
Surveyed by C.R. Conder & H.H. Kitchener, 1878.
Reproduced by the Survey of Egypt, 1917-1918.
Scale bars: 1:63,360 (one inch to a statute mile); 16 mm. = 1 km.
Sheet 17, Jerusalem, reprint 1917.

SYRIA

Syria. 
Scale 1:250 000. [S.l.] : Survey Dept., Egypt, 1915-1917.
2 maps : col. ; 55 x 78 cm or smaller. (Geographical Section, General Staff ; no. 2321)
"Printed, by the Survey of Egypt, under authority from the War Office. 22nd Jan. 1917"

KARTE VON MESOPOTAMIEN UND SYRIEN

Karte von Mesopotamien und Syrien - 3b. Mardin, 1917.
Scale 1:400.000, 64 x 75 cm.

SYRIA

Palestine Campaign 1914-18: Maps: Syria: Jerusalem-Damascus: British Positions, 1918.
Scale 1:250.000 (Geographical Section, General Staff ; no. 2856)

LA JUDÉE

LA JUDEE Depuis le Retour de la Captivité, et particulierement sous Herode Le Grand et ses Enfans. Tems de N.S.Jesus-Christ.
(1752) 1783-99 Robert de Vaugondy, Gilles (1688-1766).
Paris: Delamarche and Gervais.
47 X 57 cm.
Copper Engraving: Colored.

MODERN PALESTINE

MODERN PALESTINE.
1851 Rapkin, John (1815-1876).
Drawn & Engraved by J. Rapkin.
London & New York J. & F. Tallis 
32.2 x 24.3 cm.
Steel Engraving: Partial Color.

JERUSALEM

Jerusalem.
Scale 1:8.350
From Palestine and Syria. 
Handbook for Travellers, 5th Edition, 1912.
by Karl Baedeker.

MODERN JERUSALEM ILLUSTRATING RECENT DISCOVERIES

"Modern Jerusalem Illustrating Recent Discoveries."
From Atlas of the Historical Geography of the Holy Land.
Designed and edited by George Adam Smith and prepared under the direction of J.G. Bartholomew.
London, Hodder and Stoughton, 1915.

CITY OF JERUSALEM TOWN PLANNING SCHEME

City of Jerusalem town planning scheme. Alexandria, 1918.
Scale 1:10.000 (Printed by Survey of Egypt Aug. 1918) 
by Sir William Hannah Mclean.