GAZA. Salute, un diritto negato o rimandato

Nel mese di ottobre la percentuale dei permessi israeliani per pazienti di Gaza è la più bassa in sette anni, riporta l’Oms. I più colpiti sono i pazienti oncologici che nella Striscia non trovano i medicinali adatti

di Rosa Schiano

Roma, 7 dicembre 2016, Nena News La percentuale dei permessi rilasciati da Israele a pazienti palestinesi di Gaza per l’attraverso del valico di Erez è la più bassa in sette anni, riferisce un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Delle 2.019 richieste inviate, infatti, solo il 44.08% sono state approvate:si tratta della percentuale più bassa dal mese di aprile 2009.

A 125 pazienti (6.19%) sono state negate le autorizzazioni di viaggio, tra questi vi erano cinque minori e sei persone anziane di età superiore ai 60 anni, mentre 1.004 pazienti (49.73%) non hanno ricevuto alcuna risposta, tra questi 265 minori e 116 anziani, secondo i dati dell’ufficio di collegamento palestinese.

Il 92.8% dei pazienti a cui sono state negate le autorizzazioni ad attraversare il valico – e che necessitavano di trattamenti in ortopedia, oncologia, neurochirurgia, chirurgia generale ed altre specialità – avevano appuntamenti presso ospedali a Gerusalemme est e in Cisgiordania, solo il 7.2% in ospedali in Israele.

Gli oltre 1.000 pazienti che non hanno ricevuto risposta – tra cui 265 minori – hanno perso i propri appuntamenti; la maggior parte di essi aveva bisogno di cure mediche in oncologia, ortopedia, pediatria, ematologia, oftalmologia, cardiologia, chirurgia vascolare.

Il ritardo nel rilascio dei permessi comporta il rimando di cure mediche anche urgenti. I pazienti di Gaza a volte fanno nuove richieste dopo che sono state loro negate le autorizzazioni o quando, avendo bisogno di cure nel più breve tempo possibile, non hanno ricevuto ancora risposta.

Inoltre, a coloro che inviano richieste di attraversamento del valico viene spesso chiesto dalle autorità israeliane di sottoporsi ad interrogatori della sicurezza. L’Oms riferisce che ad ottobre sono 14 i pazienti, tra cui sei donne, a cui è stato chiesto di sottoporsi ad interrogatori al valico diErez e soltanto ad uno dei pazienti è stato dato il consenso di attraversarlo.

Tra le varie specialità mediche, le richieste per trattamenti in oncologia restano le principali. Una situazione di cui soffrono soprattutto le donne colpite da cancro al seno. Difficile che siano disponibili nella Striscia farmaci essenziali, tra cui i chemioterapici, questo ha a volte comportato interruzioni dei cicli di chemioterapia, mentre la radioterapia non è disponibile, da qui la necessità per i pazienti di Gaza di trattamenti medici al di fuori della piccola enclave assediata. Nena News

Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

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Zaytouna, la barca di donne per Gaza, è a Messina. Ripartirà per la Striscia assediata

Di Mohammad Hannoun. Venerdì, la nave Zaytouna diretta nella Striscia di Gaza assediata, è approdata al porto di Messina, dopo aver lasciato prima la Spagna e poi la Francia.

La barca fa parte di una piccola flotta di sole donne, attiviste internazionali, che faranno rotta verso la Striscia di Gaza sotto assedio da quasi dieci anni, per portare la solidarietà di tutto il mondo.

 

A riceverle al porto di Messina c’erano attivisti italiani e una delegazione dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, che, insieme alle donne della flotilla, è stata ricevuta dal sindaco della città.

 

La barca-sorella, Amal-Hope, ha fatto ritorno a Barcellona per problemi tecnici.

 

Da varie parti si stati lanciati appelli per la protezione della flotilla, alla luce delle minacce israeliane.

 

La “Women’s Boat to Gaza” è un’iniziativa della coalizione per la Freedom Flotilla, composta da organizzazioni della società civile di una decina di Paesi.

 

Video: https://www.facebook.com/Benguennak/videos/1497668246917739/?pnref=story

 

 

 

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Sorgente: Zaytouna, la barca di donne per Gaza, è a Messina. Ripartirà per la Striscia assediata | Infopal

La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014

Betlemme-Ma’an. Venerdì, le Nazioni Unite hanno risposto con un comunicato all’annuncio di mercoledì di Israele,  secondo il quale l’esercito è esonerato da ogni accusa per l’attacco missilistico a una scuola dell’UNRWA, a Rafah, durante la guerra di Gaza nel 2014, che uccise 15 persone. L’agenzia Onu ha evidenziato che il caso solleva “seri dubbi” sulla condotta militare israeliana in relazione al diritto internazionale.

Secondo la dichiarazione rilasciata dal portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, nel corso di una devastante offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza assediata, il 3 agosto 2014 le forze israeliane lanciarono un missile sulla strada in cui si trovava una scuola dell’UNRWA, che era stata designata come ricovero di emergenza per i profughi palestinesi il 18 luglio e all’epoca dava riparo ad almeno 2.900 Palestinesi.

L’attacco uccise 15 civili, mentre almeno altri 30 rimasero feriti.

Secondo la dichiarazione, i funzionari dell’ONU avevano avvertito l’esercito israeliano con 33 comunicazioni separate che la scuola era usata per dar rifugio ai Palestinesi sfollati a causa degli attacchi aerei israeliani, aggiungendo di aver avvertito le autorità israeliane di nuovo un’ora prima del devastante attacco.

“Ciò solleva seri dubbi sulla condotta delle operazioni militari in relazione agli obblighi di diritto internazionale umanitario e al rispetto per l’inviolabilità e la sacralità degli edifici delle Nazioni Unite ai sensi del diritto internazionale”, ha affermato Gunness nel rapporto.

Gunness ha sottolineato che l’ONU ha continuamente richiesto l’assunzione di responsabilità dei crimini commessi dai militari israeliani durante l’offensiva israeliana del 2014, aggiungendo che “l’indicazione che la responsabilità è stata elusa sarebbe una questione di grave preoccupazione”.

“Prendiamo atto che non è stata accettata alcuna responsabilità penale per i casi riguardanti gli edifici dell’UNRWA – ha aggiunto Gunness -. Le famiglie colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento effettivo e, dal loro punto di vista, questo è certamente visto come un’ulteriore negazione dei loro diritti”.

Secondo la dichiarazione, l’Agenzia Onu non ha ancora ricevuto alcun aggiornamento da parte dell’esercito israeliano riguardo le indagini penali in corso per gli attacchi aerei sui rifugi d’emergenza dell’UNRWA a Beit Hanoun e Jabalia che causarono 29 morti tra i civili.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato che sono stati chiusi 13 indagini penali sui casi di soldati israeliani che commisero violazioni contro i civili palestinesi durante l’attacco israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza assediata. Altri 80 sono stati archiviati.

L’attacco aereo nei pressi della struttura dell’UNRWA a Rafah è stato chiuso senza richiedere un’indagine penale, perché “l’esercito israeliano aveva osservato tre presunti militari palestinesi su una motocicletta vicino alla scuola”. Secondo la dichiarazione ONU, l’esercito israeliano aveva deciso di effettuare l’attacco aereo dopo aver svolto “sorveglianza aerea sul percorso della moto” e rilevato “un ampio raggio del percorso stimato della moto, per minimizzare il rischio di danni ai civili sulla strada o nelle sue  prossimità”.

L’esercito israeliano ha ritenuto questo attacco accettabile in base al diritto nazionale e internazionale di Israele.

Secondo un rapporto pubblicato a maggio dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, delle 739 denunce presentate dall’organizzazione, i Palestinesi uccisi, feriti, usati come scudi umani, o le cui proprietà sono state danneggiate dalle forze israeliane, circa il 70 per cento ha portato a un’indagine in cui non è stata intrapresa alcuna azione, o a un’indagine mai aperta.

Solo il 3 per cento dei casi ha portato ad accuse dirette contro i soldati.

L’offensiva israeliana di 51 giorni, “Operazione margine di protezione”, provocò l’uccisione di 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini, secondo le Nazioni Unite.

La Striscia di Gaza ha sofferto a causa del blocco militare israeliano dal 2007, quando Hamas ha assunto il governo del territorio. I residenti di Gaza soffrono di alti tassi di disoccupazione e di povertà, e delle conseguenze di tre guerre devastanti di Israele dal 2008.

L’ONU ha avvertito che il territorio palestinese assediato potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020, con i suoi 1,8 milioni di abitanti che vivono in estrema povertà a causa del quasi decennale blocco israeliano che ha paralizzato l’economia.

Gli abitanti hanno continuato a sperimentare traumi nella loro vita quotidiana dopo l’offensiva israeliana del 2014, e gli sforzi per la ricostruzione hanno ritmi drammaticamente lenti. Circa 75.000 Palestinesi sono ancora sfollati dopo aver perso la casa nel 2014.

(Nella foto: ragazzine palestinesi camminano fra le macerie di edifici nel quartiere orientale di Shejaiya nella città di Gaza distrutta durante la guerra di 50 giorni tra Israele e militanti  di Hamas  nel 2014).

Traduzione di Edy Meroli

Sorgente: La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014 | Infopal

GAZA. Dopo le bombe si ricostruisce il Wafa Hospital

A due anni dall’operazione Margine Protettivo, nel quale fu distrutto dai raid israeliani, l’ospedale di Shujayah prova a tornare alla normalità. Intervista al direttore sanitario, dottor Alashi

La paziente Ayah Abadan (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

La paziente Ayah Abadan (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 03 agosto 2016, Nena News – Unico ospedale riabilitativo nella Striscia di Gaza, l’el-Wafa Rehabilitation Hospital ha accolto senza sosta anziani, lungodegenti, malati, pazienti con gravi disabilità mentali e neurologiche, paraplegici e paralitici, per più di vent’anni, nel quartiere di Shujaiyya‬, a est di Gaza City.

°Fig.4 Bombardamenti dell'IDFColpito duramente in passato da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei e di terra, durante le operazioni militari israeliane Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), l’el-Wafa soffre ancora una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio nella Striscia di Gaza non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Durante l’ultima offensiva israeliana, a seguito di tre diversi attacchi, la struttura sanitaria è stata totalmente rasa al suolo. I raid aerei israeliani sull’ospedale sono stati mirati e precisi. Alle ufficiali e reiterate richieste di spiegazione‬, da parte dell’amministrazione della struttura sanitaria, non sono mai arrivate risposte dalle autorità israeliane.

Ancora oggi, dopo due anni, del decennale lavoro dell’el-Wafa a Shujaiyya non rimangono che vecchi fogli di terapie, coperti dalle macerie. All’ospedale è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Abbiamo incontrato e intervistato il direttore generale dell’el-Wafa hospital, dr Basman Alashi.

In che modo le autorità israeliane giustificano gli attacchi e la distruzione completa dell’el-Wafa hospital?

Il target erroneo dell'aviazione militare israeliana

Il target erroneo dell’aviazione militare israeliana

Le autorità israeliane hanno usato due storie diverse per giustificare la totale demolizione della struttura ospedaliera: primo, l’esercito israeliano ha coperto l’attacco, pubblicando immagini satellitari dell’aerea del bombardamento e contrassegnando come el-Wafa, un edificio che di fatto era la sede del Right to Life Society. [vedi le immagini a lato]. Nelle stesse foto satellitari le autorità israeliane hanno etichettato, senza alcun riscontro, aree adiacenti l’el-Wafa, come siti di partenza di razzi M75, da parte del braccio armato di Hamas.

Secondo, un video distribuito dall’esercito ha cercato di raccontare i bombardamenti, ma le riprese comprendevano immagini di un attacco simile all’el-Wafa, avvenuto nel 2008-2009, durante l’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza ‘Piombo Fuso’. Il 17 luglio 2014 durante la notte, l’esercito israeliano ha costretto il personale ospedaliero e i pazienti ad evacuare l’ospedale mentre era sotto attacco. Abbiamo evacuato e bloccato l’intero ospedale per proteggere gli edifici e le attrezzature. Da quel momento l’ospedale è rimasto sotto la completa sorveglianza e il totale controllo dell’esercito israeliano. La sicurezza e la salvaguardia di di edifici e materiale erano nelle loro mani. Nonostante le affermazioni fuorvianti e le infondate accuse della presenza di militanti palestinesi in aree adiacenti, l’esercito israeliano ha continuato a colpire l’ospedale e, infine, ha raso al suolo tutti e quattro gli edifici il 23 luglio 2014.

L’ el-Wafa hospital, nel quartiere di Shujaiyya, era in una posizione strategica. A soli pochi chilometri dalla linea di confine tra Striscia di Gaza e Territori Palestinesi Occupati. E’ facile pensare che l’eliminazione fisica della costruzione avrebbe poturo aprire, nel corso dell’operazione Margine Protettivo, una via di passaggio delle truppe israeliane di terra. Qual è la sua opinione?

Credo che sia stato l’obiettivo principale dell’esercito. Hanno progettato meticolosamente l’attacco per impedire qualsiasi protesta da parte dei media. Hanno messo in piedi le storie del lancio dei razzi e dei colpi di arma da fuoco a partire dall’edificio ospedaliero, che hanno trasformato senza scrupolo in un centro di commando di Hamas. Sapevano bene che sarebbe stato difficile giustificare la distruzione di un ospedale noto, funzionante, con ottimi risultati clinici, esistente dal 1990.

Il dotto Basmna Alashi (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Il dotto Basmna Alashi (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Tutte false le giustificazioni e le ragioni raccontate, ma i media internazionali hanno rivolto lo sguardo altrove e hanno regalato a Israele per l’ennesima volta la licenza di uccidere. Il mondo dei media ha dato così il lasciapassare all’esercito israeliano: bombardare ospedali, uccidere civili innocenti e spezzare la vita di bambini nei Territori Palestinesi è consentito. E’ stato dato loro immunità e impunità.

Il periodo subito dopo il primo attacco aereo è stato un momento molto difficile: la paura e la preoccupazione dei pazienti, l’incerta evacuazione dell’ospedale. Quali sono i suoi ricordi di quei giorni?

Sono rimasto assolutamente scioccato durante il primo attacco, l’11 luglio 2014, alle 02:00 della notte. In quelle ore, abbiamo parlato con molte organizzazioni internazionali. Tutti ci hanno assicurato che il bombardamento dell’ospedale era stato un errore e non si sarebbe verificato di nuovo.

Durante la guerra, ho continuato a visitare e curare pazienti e fragili anziani. Ogni giorno e ogni notte ero profondamente preoccupato per la loro incolumità, così abbiamo deciso di spostare tutto il nostro lavoro sul primo piano dell’ospedale, per proteggere sia i pazienti sia il personale sanitario dai bombardamenti israeliani delle aree circostanti.

Non riuscivo né a capire né a credere come “l’esercito più morale del mondo” avesse potuto indirizzare bombe, granate, missili e razzi su malati, anziani e indifesi. Non riuscivo proprio a capire come una situazione del genere potesse ancora verificarsi lecitamente nel 2014.

Qual è stato il ruolo della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa durante il delicato intervento di evacuazione dei pazienti?

Abbiamo avuto continui contatti con la Croce Rossa durante il bombardamento dell’ospedale, contatti in cui è stato ribadito l’errore da parte dell’esercito israeliano di considerare come obiettivo militare l’el-Wafa. Tuttavia, gli attacchi aerei sull’ospedale non si sono fermati. Durante la giornata designata di evacuazione forzata, ho ricevuto chiamate da parte dello staff della Croce Rossa sul mio telefono personale. Queste le parole al telefono di Gail Corbett, delegata della Croce Rossa (nda infermiera inserita nei programmi di supporto della Croce Rossa neozelandese, nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati): “Mr. Alashi, ho un messaggio per lei da parte dell’esercito israeliano. Quanto tempo è necessario per l’evacuazione completa dell’ospedale?”. La mia risposta ferma è stata che avevo bisogno di almeno due ore.

La nuova sede del Wafa Hospital (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

La nuova sede del Wafa Hospital (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Dopo alcuni minuti, ho ricevuto una seconda chiamata con un secondo messaggio, sempre dalla stessa persona. Ha detto: “La massima autorità dell’esercito israeliano ha dato l’ordine di non sparare sull’el-Wafa, ma l’ordine non ha raggiunto in tempo il livello più basso dell’esercito”. Le ho chiesto “State aiutando Israele?”. Stavano ancora bombardando l’ospedale mentre parlavamo al telefono.

Il giorno successivo, abbiamo chiesto alla Croce Rossa di darci il permesso di portare via dall’ospedale alcuni farmaci e alcune attrezzature innovative e costose. La dura risposta è stata che non potevano aiutarci ad ottenere il permesso dall’esercito israeliano. La MezzaLuna Rossa gazawi è stata disponibile nella fornitura di farmaci di emergenza durante l’offensiva. Hanno contattato diverse organizzazioni internazionali e hanno contribuito alla campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di porre fine agli attacchi contro strutture sanitarie. Il loro sostegno comunque è stato limitato al funzionamento di quello che era rimasto dell’ospedale.

La sede temporanea dell’ospedale è attualmente nella zona di al-Zahara, nella periferia di Gaza City. Molti strumenti, attrezzature mediche e materiali sono stati persi. Cos’è cambiato nella vita dei vostri pazienti?

Durante i primi 12 mesi dalla distruzione dell’el-Wafa, tutto il nostro personale ospedaliero ha continuato il proprio lavoro con grande esperienza e profonda conoscenza delle sfide da combattere nel post-trauma. Uno dei miei operatori sanitari mi ha detto “Ci sentiamo come negli anni ’30. Possiamo usare solo le mani per trattare il post-trauma. Senza attrezzature mediche per la diagnosi e senza medicina per ridurre il dolore”. Oggi, con l’aiuto di organizzazioni donatrici, siamo stati in grado di riportare nell’ospedale molta dell’attrezzatura perduta.

Ci può dare una descrizione dello stato d’animo dei pazienti in quelle ore? C’è una storia speciale di un paziente che vuole condividere con noi?

La storia di una paziente potrebbe descrivere tutto. E’ quella di Ayah Abadan, una ragazza di 20 anni, con emiplegia. Ricorda il giorno in cui è stato evacuato l’ospedale: lei è stata portata via su un lenzuolo. Da allora, ogni notte, sente ancora i rumori delle esplosioni, i vetri rotti, le urla e la confusione. Ricorda tutti questi eventi. E il ricordo più terrificante è il vedere quello che accade intorno a te, ma non avere la capacità di muoverti. I suoi piedi avrebbero potuto bruciare nel fuoco dell’esplosione, mentre lei sarebbe rimasta seduta e incapace di allontanarsi. Tutte queste immagini sono oggi ferme e indelebili nella sua memoria.

La sala riabilitazione (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

La sala riabilitazione (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Ayah guarda l’ospedale distrutto dietro di sé e chiede “E ora come faccio? Come può l’esercito israeliano colpire proprio noi, pazienti e anziani paralizzati?”. L’aggressione israeliana ha creato circostanze molto complesse e difficili da risolvere per pazienti legati ad una terapia cronica, per pazienti legati ad una cura insostituibile, per pazienti la cui sola speranza, non avendo la libertà di muoversi, era legata all’unico ospedale riabilitativo presente nella Striscia di Gaza. Ayah dice che Israele deve essere ritenuto responsabile davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi contro i palestinesi.

Qual è la situazione dei servizi periferici di fisioterapia? L’ultima guerra ha causato almeno 11.000 feriti e la metà di loro ha bisogno di cure riabilitative particolari. Come riuscite a gestire tutti loro come unico ospedale di riabilitazione nella Striscia di Gaza?

Dal momento in cui Israele ha distrutto l’unico ospedale riabilitativo a Gaza, nessuno era in grado di ottenere e seguire un percorso di fisioterapia e rieducazione medica adeguato. Molti pazienti sono stati costretti a rimanere semplicemente a casa. In più, alcune delle loro case erano invivibili a causa di estesi danneggiamenti, elemento che ha sicuramente determinato un peggioramento della prognosi. Subito dopo la guerra, abbiamo iniziato un intenso programma di riabilitazione medica a Rafah e Khan Younis e seguito oltre 11.000 pazienti a domicilio. A Gaza City, ci siamo trasferiti nella nostra posizione temporanea a al-Zahra, continuando a ricevere pazienti.

E per il futuro dell’el-Wafa? La vostra idea è quella di tornare a Gaza City. I fondi e le donazioni saranno sufficienti per ricostruire un nuovo ospedale con tutti i servizi medici?

Abbiamo deciso di non ricostruire l’ospedale nella stessa posizione a Gaza City, cioè vicino al confine con Israele o nella zona di Shujaiyya.
Molte organizzazioni internazionali ci stanno aiutando nei lenti processi di ricostruzione dell’ospedale. Abbiamo ricevuto un terreno di 4.000 metri quadrati nel centro di Gaza come sede del nuovo ospedale. L’Islamic Bank di Jeddah ha stanziato 1,4 milioni di dollari per la prima fase della ricostruzione e ha promesso di aggiungere più fondi alla seconda fase. Anche i medici europei hanno promesso finanziamenti per apparecchiature medicali da destinare al nostro nuovo ospedale.

Il futuro è pieno di speranza finché ci saranno persone come lei che permettono al mondo di conoscere, passando attraverso disagi e sopraffazioni. La distruzione dell’ospedale non sarà dimenticata e la giustizia alla fine avrà la sua vittoria.

thanks to: Nena News

I malati di Gaza pagano il prezzo del blocco di Gaza

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines  in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad  Al Baba

A Palestinian pharmacist stands next shelves which empty from medicines in hospital in Rafah southern Gaza Strip on April, 15, 2012 as Gaza Strip faces a lack of medicines. Photo by Eyad Al Baba

EI. Huda Jalal è ancora in lutto per la morte di suo figlio, lo scorso maggio.

La 32enne ha partorito prematuramente, prima che i polmoni del bambino fossero sufficientemente formati. L’ospedale ha messo il piccolo Sami in un’incubatrice per essere pronto alla somministrazione di betametasone. Il farmaco è usato per stimolare la crescita dei polmoni nei neonati prematuri. Ma il betametasone, che non è un farmaco particolarmente costoso, come sostiene da Mahmoud Deeb Daher, capo del dipartimento di Gaza della World Health Organization, non era disponibile. Sami è spirato dopo appena un giorno nell’incubatrice.

“Capisco che non sia facile dare alla luce neonati all’ottavo mese, ma esistono farmaci e trattamenti sanitari che possono aiutare a salvare queste vite”, ha detto la donna, madre di altri due bimbi, a The Electronic Intifada.

Hamsa Abu Ajeen, medico all’ospedale di Al-Aqsa a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, dove Jalal ha perso suo figlio, ha parlato della carenza di medicine come risultato del blocco imposto su Gaza, ormai quasi dieci anni fa. Il ministero della salute a Gaza lotta costantemente contro la mancanza di medicine e attrezzature mediche vitali. La mancanza di fondi è una diretta conseguenza dell’assedio che penalizza l’economia.

Inoltre Israele proibisce l’accesso a Gaza a tutta una serie di prodotti e materiali da costruzione per “ragioni di sicurezza” e per la possibilità di un loro uso doppio, sia civile che militare.

Ma la lista dei prodotti vietati è in molti casi vaga e generale, includendo cose come “attrezzature di comunicazione” e, mentre medicine e prodotti sanitari non sono inclusi, macchinari a raggi x e altre attrezzature radiografiche vengono importate a mala pena e spesso trattenute in Israele.

Bambini a rischio

Osservatori internazionali come l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Nazioni Unite e personalità politiche, hanno riferito in numerose occasioni che il blocco su Gaza influenza negativamente la somministrazione di cure mediche e porta a una carenza di farmaci potenzialmente salva-vita.

Abu Ajeen ha affermato che iniezioni di betametasone dovrebbero essere somministrate a donne in condizioni di gravidanza difficoltosa e con rischio di parto prematuro, e preferibilmente prima e non dopo la nascita. Se somministrato in tempo, il betametasone può salvare molti di questi bambini; può essere iniettato anche dopo la nascita, come nel caso di Sami se la medicina fosse stata disponibile.

“Nel nostro reparto la mancanza di tali medicine e di attrezzature mediche ha eroso la nostra abilità nell’offrire cure mediche avanzate ai nostri pazienti”, ha raccontato Abu Ajeen.

Non ci sono sufficienti iniezioni per stimolare le contrazioni uterine per accelerare il parto, ha proseguito il dottore, mentre c’è un numero limitato di macchine per elettrocardiogramma funzionanti, per controllare il cuore dei neonati. Nel reparto scarseggiano anche le incubatrici e i letti, rispetto a quelle che sono le esigenze locali.

“In molti casi dobbiamo dimettere donne che hanno appena partorito per liberare i letti, persino se queste necessitano ancora di attenzioni”, ha proseguito Abu Ajeen.

In aggiunta si devono considerare le frequenti interruzioni di corrente, le autorità di Gaza non sono in grado di importare l’attrezzatura necessaria per riparare l’unica centrale elettrica della Striscia, e la scarsità di combustibile per i generatori significa che i dottori sono perennemente preoccupati che le attrezzature salva-vita e le incubatrici possano smettere di funzionare.

Carenze critiche

Secondo Munir al-Bursh, a capo del dipartimento di farmacia del ministero della Salute di Gaza, ospedali, farmacie e cliniche sono a corto di 149 farmaci, e dotati solo del 69 per cento di quanto realmente serva.

I farmaci che scarseggiano nelle farmacie ne comprendono alcuni usati per il trattamento di malattie croniche come l’emofilia, la talassemia, il cancro e le malattie del sangue, ha riferito al-Bursh. Inoltre una grave carenza di vaccini e antibiotici ha ulteriormente ostacolato la capacità dei dottori di curare i loro pazienti. In risposta un sempre maggior numero di pazienti tenta di curarsi all’estero, ma viene ostacolata dall’embargo su Gaza e dalla continua chiusura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, l’unico passaggio disponibile per quasi 1,9 milioni di residenti.

Ma non è solo l’embargo su Gaza che causa la carenza di farmaci. I contrasti politici tra Hamas, che amministra gli affari interni nella Striscia, e Fatah, che guida l’ANP con il supporto di Stati Uniti e Europa, giocano un ruolo importante.

Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute a Gaza, ha detto che non ricevono l’assegnazione di medicine concordata dal ministero della Sanità dell’ANP in Cisgiordania. Secondo il dottor al-Qedra, Gaza riceverebbe solo il 16 per cento di quello che invece dovrebbe ottenere in medicine e attrezzature mediche.

“Gaza dovrebbe avere il 40 per cento del suo fabbisogno medico sanitario soddisfatto dalla Cisgiordania. Abbiamo meno del 20 per cento. Questo significa che siamo prossimi ad una crisi sanitaria che potrebbe mettere le vite dei pazienti a rischio”, ha continuato.

La mancanza di fondi e l’esaurimento di risorse umane e materiali hanno spinto il ministro a porre fine ad alcuni dei servizi medici essenziali, ha riferito al-Qedra.

Wael Alyan ha denunciato la questione; il 43enne soffre di insufficienza renale da cinque anni e necessita di trattamenti di dialisi quattro volte a settimana. “E’ difficile adattarsi a questa nuova vita, ogni volta devo assicurarmi di arrivare in ospedale per tempo per sottopormi al trattamento”. L’uomo spera di poter ricevere delle cure fuori Gaza, ma per adesso non se ne può permettere i costi. Ha sentito le storie di pazienti abbastanza fortunati da aver ricevuto un trapianto di rene, e oggi spera che anche il suo calvario possa finire presto. “Spero di riuscire un giorno a risparmiare i soldi necessari all’operazione, per poter condurre di nuovo una vita normale”.

Cercando una soluzione

La difficoltà nel reperire farmaci ha portato alla costituzione di un team di farmacisti che oggi studiano soluzioni alternative per prolungare il ciclo vitale di alcune medicine fondamentali.

Il team ha lavorato per quattro anni e alla fine è riuscito a convalidare – si parla di farmaci da utilizzare dopo la data di scadenza indicata – 23 medicinali usati per il trattamento del cancro e della disfunzionalità renale, e per i quali gli ospedali, se dovessero trovarsi a corto, non hanno alternative.

Nahed Shaat, a capo della squadra, ha dichiarato che il gruppo ha ottenuto informazioni importanti dalla passata esperienza militare americana.

“La terribile realtà di Gaza ci ha spinto a cercare soluzioni alternative, e i tentativi effettuati dal Dipartimento della Difesa nel 1986 per convalidare 122 farmaci sono stati una guida utile nel nostro progetto”.

Naima Siam, membro del team, ha affermato che il percorso non è semplice, perché si devono seguire le rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Ogni farmaco deve essere convalidato nei termini e nelle modalità corrette. Finora siamo stati in grado di estendere il ciclo di vita fino a tre mesi”.

La dottoressa ha stimato che con il loro lavoro hanno risparmiato al ministero della Salute circa 200 mila dollari, dando contemporaneamente accesso ai pazienti a farmaci salva-vita.

“Il benessere dei nostri pazienti è la priorità”, ha affermato la dottoressa Siam, che ha dato voce alla sua rabbia sia contro Israele che contro l’ANP in Cisgiordania, le cui politiche tengono le medicine lontano da Gaza.

“Il diritto di accesso a cure e medicine dovrebbe essere rispettato per ogni abitante di Gaza, e non essere ostaggio di questo gioco politico”.

thanks to: Traduzione di Marta Bettenzoli

Agenzia stampa Infopal

Bombardamento israeliano contro la Striscia di Gaza: 5 Palestinesi feriti

shellinggazaaa-e1462442353251Gaza-Imemc e Ma’an. Domenica Israele ha lanciato una catena di bombardamenti di artiglieria e aviazione contro Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, ferendo cinque Palestinesi.

Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, Ashraf al-Qidra, ha reso noto che un giovane sui vent’anni è stato ferito dai missili dell’artiglieria israeliana.

Altre due persone sono rimaste ferite.
Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno preso di mira “postazioni di Hamas nel nord della Striscia di Gaza”.
Testimoni locali hanno riferito a Ma’an che un missile sparato da un drone israeliano ha colpito una cisterna di acqua e un altro è caduto in un’area aperta a Beit Hanoun.

Sorgente: Bombardamento israeliano contro la Striscia di Gaza: 5 Palestinesi feriti | Infopal

Analisi: La “doppia morale” israeliana sull’uso di scudi umani

336712CMa’an. Di Ben White. Nonostante gli ufficiali israeliani avessero sostenuto più volte che le fazioni palestinesi abbiano utilizzato scudi umani come mezzo di dissuasione, non ci sono prove che indicano che Hamas o altri gruppi si siano macchiati di tale crimine, così come inteso dalle leggi internazionali.
Anche se fossero stati utilizzati scudi umani, ciò non avrebbe autorizzato Israele a non attenersi alla legge. Ci sono innumerevoli prove che da parte di Israele non siano state adottate precauzioni sufficienti nel lanciare attacchi in prossimità di aree presiedute da non combattenti, e lo stesso esercito israeliano afferma che solo il 18% dei missili siano stati sparati da “mezzi civili”. Poiché la propaganda israeliana si basa unicamente su tale retorica, occorre sottolineare la scarsità di prove a supporto della tesi in merito all’utilizzo di scudi umani da parte dei palestinesi.

Al contrario, esiste un’ampia documentazione sull’utilizzo di scudi umani da parte delle forze armate israeliane nel corso di molti anni. Come riportato dall’ONG israeliana B’Tselem, durante la seconda Intifada, cominciata nel settembre del 2000, “i militari israeliani utilizzarono civili palestinesi come scudi umani” mettendo in pratica una “strategia delineata dalle autorità militari”. Secondo alcuni ufficiali l’esercito aveva fatto ricorso a scudi umani in 1200 occasioni nei cinque anni precedenti il 2005, anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato tale pratica assolutamente illecita. Ciononostante molti sono gli esempi documentati sull’uso di questa strategia anche dopo il 2005.

Nel novembre del 2006, alcuni soldati israeliani utilizzarono un uomo palestinese come scudo umano durante un’operazione militare a Betlemme. B’Tselem ha documentato almeno 14 casi in cui i militari hanno usato scudi umani, inclusi due bambini a Nablus.

Nell’ottobre del 2007, l’attuale vice capo delle forze armate, Yair Golan, dopo avere ordinato ai soldati di usare scudi umani, fu punito con un semplice rimprovero.
In un’altra occasione, quando due soldati israeliani furono condannati per l’utilizzo di scudi umani palestinesi durante un’ operazione chiamata “Cast Lead”, la pena fu di tre mesi di sospensione e una retrocessione di grado.

Talesorta di impunità fu fermamente condannata dal Comitato dell’ONU per i Diritti dei Bambini nel giugno del 2013, che in un rapporto citava 14 casi di bambini palestinesi usati come “scudi e informatori” dal gennaio 2010 alla fine di marzo 2013. Nonostante lo sdegno della comunità internazionale i militari israeliani non hanno abbandonato tale pratica: nell’aprile del 2013, alcuni soldati usarono un ragazzo ammanettato come scudo umano mentre sparavano su dei manifestanti nella Cisgiordania occupata, mentre nel giugno del 2014 alcuni militari costrinsero un membro di una famiglia a “scortarli” durante un raid presso una abitazione a Hebron.

Di sicuro tutte le accuse mosse dai portavoce israeliani contro le fazioni palestinesi- con prove inesistenti o parziali- hanno un loro parallelo nei crimini commessi dall’esercito israeliano, ampiamente documentati.

Utilizzo di case per operazioni militari? – L’esercito israeliano ha occupato numerose case palestinesi convertendole in avamposti militari, mentre i residenti venivano confinati in una stanza.

Camuffarsi da civili per commettere atti violenti? – Nel novembre del 2015, le forze di occupazione israeliane, camuffate da civili- uno addirittura nelle sembianze di una donna incinta su sedia a rotelle- durante un raid nell’ospedale di Hebron, uccisero un uomo a sangue freddo.

Le truppe israeliane usarono scudi umani anche durante l’invasione di Gaza. Nel giugno del 2006, per esempio, alcuni soldati a Beit Hanon trattennero sei civili, inclusi due bambini “all’ingresso di una stanza in cui si erano posizionati, per circa 12 ore” durante “un violento scontro a fuoco con i militanti palestinesi”.

Il rapporto Goldstone ha documentato altre casistiche del genere verificatesi durante l’operazione “Piombo Fuso” nella quale alcuni civili “furono bendati, ammanettati e costretti ad entrare nelle abitazioni precedendo i militari”. La commissione di inchiesta dell’ONU nel suo rapporto conclusivo ha riportato che “la pratica di utilizzare scudi umani palestinesi è stata adottata più volte” e che “non sarebbe difficile concludere che si tratti di una pratica adottata ripetutamente… durante le operazioni militari a Gaza”.
Non ha fatto eccezione l’operazione “Protective Edge” in merito all’utilizzo di tale pratica. In un documento emesso dall’organizzazione Defense for Children International Palestina, i soldati israeliani “hanno usato un diciassettenne palestinese come scudo umano per cinque giorni, tenendolo costantemente sotto tiro per costringerlo a cercare dei tunnel” e sottoponendolo ripetutamente a violenze fisiche. Il direttore dell’ONG, Rifat Kassis, ha fatto notare che “gli ufficiali israeliani hanno mosso accuse generiche contro Hamas ed il loro utilizzo di scudi umani, mentre i loro stessi soldati si macchiano di questo ed altri crimini di guerra”.

La Commissione di inchiesta dell’Onu sul conflitto del 2014 a Gaza, ha posto l’accento sull’utilizzo da parte dei soldati israeliani di scudi umani nelle operazioni di ricerca. La commissione ha citato il caso in cui i militari “sparavano da dietro uomini nudi, usandoli come scudo umano per ore”. Agli uomini fu ordinato di restare alla finestra per impedire che i miliziani di Hamas rispondessero al fuoco. La commissione ha concluso che “il modo in cui i soldati israeliani costringono i palestinesi a stare alle finestre, entrare nelle case o in aree sottoterra e forzarli a compiere azioni di natura militare, costituiscono una violazione dell’articolo 28 della Convenzione di Ginevra che impedisce l’utilizzo di scudi umani, e che queste azioni si configurano come crimini di guerra”

Traduzione di Mafalda Insigne

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

L’assedio di Gaza impedisce una ricostruzione indispensabile

Imeunnamedmc. Due anni dopo lo scoppio della guerra del 2014, che costò la vita a 1.492 civili palestinesi, tra cui 551 bambini, la gran parte della Striscia di Gaza giace in rovina. Interi quartieri non vengono riforniti d’acqua, gli ospedali e le cliniche distrutte non sono ancora stati ricostruite, e decine di migliaia di persone restano senza casa.

Mentre sono iniziate alcune ricostruzioni, la situazione a Gaza rimane terribile. Meno del 10% delle 11.000 case completamente distrutte durante i 51 giorni di bombardamenti sono state ricostruite. Come conseguenza della guerra e dell’impatto del blocco imposto dal 2007 da Israele, più di 75.000 Palestinesi di Gaza restano senza una casa in cui tornare.

“Due anni dopo l’inizio della guerra, l’assedio ostacola fortemente la ricostruzione e la ripresa a Gaza. A meno che non venga tolto, i Palestinesi che vivono a Gaza non saranno in grado di vivere la loro vita in libertà, dignità e sicurezz”, ha affermato Chris Eijkemans, direttore di Oxfam Country secondo il PNN.

“Quando è iniziato il cessate il fuoco, i leader mondiali hanno promesso di lavorare per uno sviluppo sostenibile e a lungo periodo per i Palestinesi che vivono a Gaza. Tuttavia, ci sono poche prove di quelle promesse nei fatti”.

Le organizzazioni internazionali che operano nei Territori Palestinesi Occupati lanciano l’allarme per la  mancanza di progressi nella ricostruzione di Gaza a seguito delle pesanti restrizioni di Israele per l’ingresso di materiali strategici per il processo di ripresa. Le organizzazioni hanno invitato i leader mondiali e la stampa a farsi carico degli impegni assunti per la fine immediata del blocco.

Il blocco quasi decennale ha paralizzato l’economia di Gaza. Senza poter vendere ai mercati esteri, l’occupazione nel settore privato è crollata. La disoccupazione complessiva è superiore al 40%, con quella giovanile tra le più alte al mondo.

L’impatto dell’assedio sui bambini è particolarmente devastante, decine di migliaia sono ancora senza casa a causa del conflitto del 2014. “La metà della popolazione di Gaza è composta da minorenni, molti dei quali hanno vissuto tutta la loro vita sotto assedio. A centinaia necessitano di trattamenti medici essenziali, ma viene impedito di lasciare Gaza. Due anni dopo, le cause all’origine della loro sofferenza non sono ancora state affrontate”, ha spiegato Fikr Shalltoot, direttore dei Programmi di aiuto medico ai Palestinesi di Gaza.

Eijkemans ha detto che la fine del blocco è l’unica soluzione per dare alle persone l’accesso ai servizi di base di cui hanno disperatamente bisogno, per  permettere che la  ricostruzione proceda e per consentire che l’economia paralizzata di Gaza riparta.

“Il blocco è illegale secondo il diritto internazionale ed equivale alla punizione collettiva di un intero popolo. Solo la sua fine immediata porterà la sicurezza a lungo termine per i Palestinesi e gli Israeliani”.

Secondo le statistiche dell’ONU, i Palestinesi costituiscono ora la più alta percentuale di rifugiati in tutto il mondo.

Video IMEMC Archivio: 09/02/14 di Gaza City devastato Al-Shuja’eyya Suburb

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Infopal

Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili)

In un nuovo rapporto pubblicato il 20 luglio dall’Ong pacifista israeliana B’Tsalem viene fatta luce definitiva sul numero delle vittime complessive del massacro passato alla storia come la “Guerra di Gaza” o, da parte israeliana, “Margine Protettivo”.

Degli oltre 2200 palestinesi morti, il 63% (quasi 1400) sono civili e oltre 500 bambini (180 con età inferiore ai 6 anni). Nel presentare il rapporto dal titolo “50 giorni, 500 bambini”, la Ong ha sottolineato come fossero tutte menzogne le raccomandazioni da parte dell’esercito del regime israeliano sulla proporzionalità e sulla selezione degli obiettivi. Le cifre simboleggiano la cruda realtà di un massacro autentico.

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili) – World Affairs – L’Antidiplomatico

Napoli a Gaza: soccorso medico per i bambini palestinesi

Di Soccorso medico per i bambini palestinesi

Napoli a Gaza.
Sono appena arrivati a Gaza il team di chirurgia pediatrica, composto dai chirurghi Bruno Cigliano, Sergio D’Agostino e dall’anestesista Raffaele Aspide, assieme agli oncologi Gianpiero Cione e Luciano Keller. I due team saranno operativi presso lo Shifa Hospital, visitando i nostri piccoli pazienti, portando avanti gli interventi chirurgici ed il training del personale locale.

Sorgente: Napoli a Gaza: soccorso medico per i bambini palestinesi | Infopal

Israele continua a bombardare la Striscia dopo aver portato avanti per giorni operazioni aggressive contro la popolazione

imagesGaza. Per il terzo giorno consecutivo, l’aviazione da guerra israeliana continua a bombardare la Striscia di Gaza sotto assedio. Venerdì mattina, aerei israeliani hanno preso di mira aree aperte di Khan Yunis, nel sud della Striscia, mentre l’esercito israeliano accusa Hamas di lanciare mortai contro le aree di confine.

All’alba, l’artiglieria israeliana ha lanciato tre missili contro la parte orientale di Rafah, senza provocare vittime.

In un comunicato stampa rilasciato venerdì mattina, l’esercito israeliano ha affermato che l’aviazione ha preso di mira “le strutture del terrore di Hamas”. E ha accusato il movimento di resistenza islamica di lanciare mortai contro le forze israeliane mentre queste svolgono “operazioni difensive vicino al confine con la Striscia di Gaza”.
Per operazione difensive si intendono attività lesive nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza, con attacchi contro i contadini che lavorano nei campi, invasioni in territorio gazawi, distruzioni di terre e altro genere di aggressioni quotidiane.
thanks to: Infopal

Continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza: uccisa una donna e ferita una ragazza

artilelery-i-e1462355552500Quds Press, PIC e Ma’an. Giovedì sera, una donna palestinese, Jana Aytah al-Amuri, 55 anni, è stata uccisa in un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha colpito al-Fakhari, a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, mentre l’aviazione da guerra israeliana continua a lanciare attacchi contro le aree della Striscia meridionale.

Al-Amuri era stata ricoverata all’Ospedale Europeo di Gaza in condizioni critiche, dove è stata poi dichiarata morta.
Fonti mediche hanno reso noto che un altro attacco aereo contro al-Rayyan, a est di Rafah, ha ferito una ragazza, Khazima al-Farra, 21 anni.

F-16 israeliani hanno colpito un’area agricola a Abu al-Rus, a est di Rafah.

Un comunicato dell’esercito israeliano rilasciato nel tardo pomeriggio affermava che i bombardamenti “sono una  risposta agli attacchi in corso contro le forze israeliane. Le forze aeree israeliane hanno preso di mire quattro siti militari di Hamas nel sud della Striscia di Gaza”.

 

Sorgente: Continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza: uccisa una donna e ferita una ragazza | Infopal

L’inchiesta: il 97% dell’acqua a Gaza non è compatibile con gli standard

get_imgRamallah-PIC. Un’inchiesta palestinese mostra che la porzione individuale dell’acqua a Gaza è scesa da 91,3 litri nel 2013 a 79,7 litri nel 2014. Più del 97% dell’acqua della Striscia non è conforme agli standard dell’Organizzazione mondiale della Sanità per quanto riguarda l’acqua potabile.

L’inchiesta è stata effettuata sia dal dipartimento di statistica centrale palestinese sia dall’Autorità per l’acqua palestinese e diffusa il 22 marzo, Giornata mondiale dell’Acqua. Si rivela che la popolazione di Gaza riceve il livello minimo raccomandato dalla stessa organizzazione che è di 100 litri di acqua al giorno per persona.

L’esercito israeliano controlla le fonti principali di acqua nella zona e impedisce ai palestinesi l’accesso a tali risorse. Le pratiche israeliane impediscono anche la creazione di stazioni per il trattamento delle acque reflue, afferma il rapporto.

Viene anche sottolineato che i palestinesi devono comprare l’acqua dalla Mekorot, compagnia idrica israeliana. L’acqua acquistata ha raggiunto i 63,5 milioni di metri cubi nel 2014, con una percentuale del 18,5% dell’acqua disponibile.

Traduzione di Marta Bettenzoli

thanks to: Infopal

‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’

If you keep depriving children from Gaza of everything, eventually some of them will join armed conflict and Israel will have no one to blame but themselves, Belal Dabour, a Palestinian doctor from Gaza, told RT.

Sorgente: ‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’ — RT Op-Edge

GAZA. Sanità in ginocchio, vittima del blocco e dei conflitti politici

Intervista ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002

Unrwa

Intervista di Federica Iezzi

Gaza, 10 marzo 2016, Nena News – A seguire l’intervista realizzata da Federica Iezzi ad Angelo Stefanini, Coordinatore dei programmi sanitari della Cooperazione Italiana nei Territori Palestinesi Occupati dal 2008 al 2011 e rappresentante a Gerusalemme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002.

Com’è la situazione sanitaria a Gaza oggi?

La situazione sanitaria palestinese è frutto di tutta la sua storia. La caratteristica principale è quella della sua frammentazione. Frammentazione tra il Ministero della Sanità, l’UNRWA e le varie Organizzazioni Non Governative palestinesi e internazionali. Ognuna delle ONG ha la propria storia, loyalty, ambiti e compiti specifici. Nessuna inoltre sembra essere esente da posizioni politiche, anche se tutte si dichiarano apolitiche. Uno dei fattori principali che impattano e che sono responsabili di come si sta sviluppando o desviluppando il sistema sanitario sia in Cisgiordania sia a Gaza, risulta essere proprio la Comunità Internazionale con i suoi aiuti. L’enormità di aiuti che riceve un palestinese pro-capite è mal distribuita e consegnata con poca coerenza. E questo riflette il senso di colpa che ha la stessa Comunità Internazionale per non riuscire a risolvere la situazione politica. Anche se gli aiuti si pensa abbiano solo un impatto di tipo tecnico, in una situazione di conflitto come nei Territori Palestinesi, hanno indubbiamente un impatto sull’andamento di quello che una volta chiamavano ‘processo di pace’. Perché? Perché l’aiuto avrà un suo destinatario preciso che può essere una famiglia, un ospedale, un settore all’interno del sistema sanitario, una ONG locale, il Ministero della Sanità, l’UNRWA. Il fatto stesso che si aiuti uno e non evidentemente l’altro crea già i presupposti per un conflitto interno. Se con uno specifico aiuto viene rinforzata una sezione, viene indebolita in qualche modo l’altra, quindi inevitabilmente gli aiuti hanno un effetto divisivo nelle dinamiche interne.

L’effetto divisivo è visibile anche sulla popolazione?

Purtroppo anche sui civili. In queste ore un’enorme quantità di aiuti sta arrivando dagli Stati Uniti, per essere indirizzati esclusivamente al settore privato sanitario palestinese. Questo vuol dire che si va a rafforzare uno degli attori del sistema sanitario, a scapito dell’altro. E quindi a privilegiare uno degli attori che non dovrebbe essere il principale. Il sistema sanitario di un Paese democratico in genere dovrebbe essere gestito e governato dalla struttura politica. Le politiche sanitarie sono parte dell’entità governativa. In questo caso si rafforza un attore in un modo che decide il mondo esterno. Quindi anche il processo dell’identificazione delle priorità che, per definizione, è un percorso politico viene ad essere completamente scavalcato.

E’ una mossa politica da parte degli Stati Uniti?

Non forse esplicitamente ma in modo piuttosto ovvio, il Ministero della Sanità di Ramallah non ha mai avuto nessuna intenzione di rafforzare la sanità di Gaza, perchè il successo di questa sulla Striscia, sarebbe stato equivalente a un successo di Hamas. Le aspettative e le politiche di Fatah sono uno dei fattori principali che deframmentano il sistema sanitario gazawi.

Come l’occupazione ha modellato gli attuali sistemi sanitari a Gaza?

La situazione di Gaza è asimmetrica per la prevalenza di rifugiati. Ne consegue un autorevole potere dell’UNRWA, con i suoi interventi di alta qualità che operano solo in parallelo con il Ministero della Sanità gazawi. Un esempio è proprio la gestione ‘privata’ delle loro cliniche per la Primary Health Care. Uno dei progetti portati avanti dalla Ong Palestine Children’s Relief Fund Italia, al momento sostenuto dalla Regione Toscana, “Cooperazione sanitaria pediatrica per l’emergenza a Gaza”, prevede proprio l’organizzazione di un workshop per permettere prima di tutto la comunicazione tra le parti. Il fine ultimo è la collaborazione tra UNRWA, con i suoi centri sanitari che coprono il 70% del fabbisogno a Gaza, Ministero della Sanità, con i suoi servizi, i suoi ospedali e le sue strutture sanitarie, e altre ONG indipendenti. Le conseguenze dell’erogazione dei servizi in maniera frammentaria sono: le destinazioni difformi e la ripetizione degli stessi esami per la stessa persona in seno ai tre attori sanitari principali. L’impatto degli aiuti paradossalmente ha un effetto divisivo, rallenta il processo di pace e acuisce il conflitto, aumentando le divisioni e le discrepanze.

Quali sono le colpe dell’occupazione?

Alle morti legate alle offensive militari israeliane su Gaza, è da aggiungere una violenza strutturale, dovuta a una quotidiana perdita di salute per la situazione di povertà, di stress, di condizioni psicosociali degradanti. In Cisgiordania la violenza è indiretta, più subdola, fatta dalla frustrazione quotidiana di chi non riesce a muoversi, dalla demolizione delle case, dalle incursioni militari notturne, dalla paura per la tortura nelle carceri. Questo ha un impatto devastante nella stessa salute della popolazione. L’accesso ai materiali sanitari a Gaza è ridotto in modo considerevole. Per esempio, tutti i farmaci che vengono destinati alla Striscia devono attraversare il Central Store di Ramallah e spesso non ricevono il nulla-osta al passaggio.

L’ostruzionismo non è evidente, non è eclatante ma si percepisce chiaramente. Ancora, la qualità delle prestazioni mediche e dei servizi nei Territori Palestinesi continua a inclinarsi perchè se un medico palestinese non ha la libertà di partecipare a meeting o conferenze internazionali, non ha la possibilità di confrontarsi con altri medici, non può aggiornarsi per mezzo della lettura di articoli scientifici, non avrà mai uno stimolo a migliorare e ad aumentare il suo standard qualitativo. Possibile che non si possa fare in modo che i donatori si assumano le proprie responsabilità dal punto di vista di accountability? Se con un aiuto si crea un problema è responsabilità del donatore la risoluzione del problema.

La Comunità Internazionale fa di tutto per aiutare i palestinesi, però non riesce a smuovere di un millimetro la posizione di Israele da un punto di vista politico, dal punto di vista dell’occupazione. Mantenere lo status-quo vuol dire normalizzare una situazione che è inaccettabile secondo le norme del Diritto Internazionale Umanitario. E in questo modo la Comunità Internazionale si ritrova paradossalmente a sovvenzionare Israele. Secondo la quarta Convenzione di Ginevra, il Paese occupante ha la responsabilità del benessere del Paese occupato, e invece a Gaza la garanzia è data dalla Comunità Internazionale a proprie spese. E i fondi che Israele non spende per il benessere del Paese occupato, magari li spende per armamenti militari.

Come si può migliorare la salute della popolazione di Gaza?

Devono prima di tutto migliorare le condizioni di vita e i determinanti sociali, quali, il livello di occupazione, l’istruzione, la qualità della quotidianità. Ma finché si ha un Paese che viene mantenuto a livello minimo anche di alimentazione, tanti discorsi hanno poco senso. Il sistema può essere migliorato capillarizzando e uniformando i servizi sanitari di base, secondo i bisogni reali della popolazione. Sempre con l’idea del ‘primum non nocere’, quindi senza creare più divisioni di quelle che già sono presenti, a causa della non corretta distribuzione degli aiuti.

Il territorio di Gaza è ben coperto dai Primary Health Care che però non hanno tutti lo stesso livello di qualificazione. I centri dell’UNRWA sono molto più efficaci, molto meglio organizzati, molto meglio forniti rispetto a quelli del Ministero della Sanità. Perché gli investimenti sono maggiori, perché hanno un personale selezionato in base a qualità e non in base all’appartenenza politica. Nei Centri si inizia a portare avanti il programma della ‘Family Health Team’, in cui il personale sanitario lavora in maniera multidisciplinare avendo come target la famiglia nella sua interezza. Questo significa mirare l’intervento sanitario al benessere globale della famiglia.

thanks to: Nena News

Women’s Boat To Gaza «Con preghiera di diffusione»

togaza

  • [*the English text follows the Italian text*]
  • [*Le texte français suit le texte anglais*]
  • [*البيان بالعربية في الاسفل*]

Messina, Sicilia, Italia

8 Marzo, 2016: «Con preghiera di diffusione».

La Freedom Flotilla Coalition, (FFC) ha scelto l’8 Marzo, la Giornata Internazionale delle Donne (IWD) per annunciare il lancio del loro progetto della Nave delle Donne per Gaza (Women’s Boat to Gaza, WBG).

La Women’s Boat to Gaza salperà a metà Settembre di quest’anno e prevede, durante il percorso, di ormeggiare in alcuni porti lungo il Mediterraneo e di arrivare a Gaza il 1 Ottobre.

La quarta missione della Freedom Flotilla Coalition (FF4) sarà condotta da un equipaggiamento composto di sole donne ed a bordo porterà donne illustri da ogni parte del mondo, allo scopo di sottolineare il contributo innegabile apportato dalle donne palestinesi al movimento di Resistenza.
Le donne palestinesi sono state centrali nella battaglia a Gaza, nella West Bank, all’interno della Green Line e nella diaspora.

“Uno degli scopi è quello di sottolineare questa lotta ed i devastanti effetti che ha sulle donne, spesso lasciate sole a passare al setaccio le macerie ed a prendersi cura delle proprie famiglie quando i loro mariti sono imprigionati o uccisi”

ha detto Wendy Goldsmith, della campagna Canadian Boat to Gaza.

“Nella Giornata Internazionale delle Donne e tutti i giorni noi supportiamo queste donne coraggiose e resilienti e invieremo la Women’s Boat to Gaza per far loro sapere che non sono sole e per porre fine all’embargo illegale di Gaza.”

La Women’s Boat to Gaza è supportata da rinomate organizzazioni femminili da tutto il mondo, tra le quali: The Women’s Affairs Center (Gaza), The Coalition of Women for Peace (Israel), Forum de Politica Feminista (Spain), Women’s Front (Norway), Coordinadora de Solidaridad Palestina (Mexico), CODEPINK Women for Peace (US) and Fédération des femmes du Québec (Canada).

La FFC ha anche il piacere di annunciare il lancio del sito della WBG.

Per favore, fateci visita su: http://www.womensboattogaza.org per avere maggiori dettagli e per seguire i progressi della WBG/FF4.

Per ulteriori informazioni:

Laura Arau +34 (6) 36 00 36 01 prensa@rumboagaza.org

Wendy Goldsmith +1 (519) 281-3978 mediawbg@gmail.com

I gruppi della Freedom Flotilla Coalition che partecipano alla campagna in the WBG sono:

  • Canadian Boat to Gaza
  • Freedom Flotilla Italy
  • International Committee for Breaking the Siege of Gaza
  • IHH – Turkey
  • Palestine Solidarity Alliance-South Africa
  • Rumbo a Gaza-Spain
  • Ship to Gaza Norway

Altri partners internazionali della WBG sono:

  • Kia Ora Gaza – New Zealand
  • Miles of Smiles
  • US Boat to Gaza

trad. del Comunicato L. Pal – Invictapalestina

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Messina, Sicily, Italy
March 8, 2016: For Immediate Release

The Freedom Flotilla Coalition* (FFC) has chosen March 8th, which marks International Women’s Day (IWD), to announce the launch of their Women’s Boat to Gaza (WBG) project.

The Women’s Boat to Gaza will set sail mid-September of this year and plans to dock at a number of Mediterranean ports along its route and arrive Gaza on October the 1st.

The FFC’s fourth mission (FF4) will be sailed by an all women crew and will carry aboard, notable women from all over the world in order to highlight the undeniable contributions which have been made by Palestinian women to the resistance movement. Palestinian women have been central to the struggle in Gaza, the West Bank, inside the Green Line and in the diaspora.

“One of our goals is to highlight this struggle and the devastating effects it has had on women, often left alone, sifting through rubble to take care of their families when their husbands are imprisoned or murdered” said Wendy Goldsmith, of the Canadian Boat to Gaza campaign. “On International Women’s Day, and on every day, we stand with these brave and resilient women, and will send the Women’s Boat to Gaza to let them know they are not alone and to end the illegal blockade of Gaza.”

WBG is endorsed by renowned women’s organizations from all over the world, among them: The Women’s Affairs Center (Gaza), The Coalition of Women for Peace (Israel), Forum de Politica Feminista (Spain), Women’s Front (Norway), Coordinadora de Solidaridad Palestina (Mexico), CODEPINK Women for Peace (US) and Fédération des femmes du Québec (Canada).

The FFC is also pleased to announce the launch of the WBG website. Please visit:
http://www.womensboattogaza.org
for more details and to follow the progress of WBG / FF4.

For more information:
Laura Arau +34 (6) 36 00 36 01 prensa@rumboagaza.org
Wendy Goldsmith +1 (519) 281-3978 mediawbg@gmail.com

* Freedom Flotilla Coalition campaigns participating in the WBG are:
Canadian Boat to Gaza
Freedom Flotilla Italy
International Committee for Breaking the Siege of Gaza
IHH – Turkey
Palestine Solidarity Alliance-South Africa
Rumbo a Gaza-Spain
Ship to Gaza Norway
Ship to Gaza Sweden

* other WBG international partners:
Kia Ora Gaza – New Zealand
Miles of Smiles
US Boat to Gaza
—————–français————-

Le Bateau des femmes pour Gaza lèvera l’ancre en septembre 2016

Les femmes québécoises et palestiniennes demandent la fin du blocus et l’occupation

Montréal, le 7 mars 2016 – Des organisations québécoises et canadiennes se joignent à une coalition internationale pour mettre en œuvre le Bateau des femmes pour Gaza, dans l’objectif de mettre fin au blocus de la Bande de Gaza. Par l’organisation d’événements et fort.e.s du soutien de femmes, d’hommes, d’ONG, de groupes de la société civile et d’associations de femmes à travers le monde, le Bateau lèvera l’ancre en septembre 2016.

Le Bateau des femmes pour Gaza, ce sont des femmes du monde entier qui tiennent à rendre visible l’esprit de résistance indomptable des femmes palestiniennes, à leur manifester leur solidarité, à leur faire parvenir un message d’espoir jusque derrière les murs de leur prison à Gaza.

Le blocus doit être levé, mais même levé, Gaza continuera d’être un territoire occupé par Israël. En solidarité avec l’ensemble du peuple palestinien, il nous faut continuer la lutte pour  que les Palestiniennes et les Palestiniens, où qu’ils soient, recouvrent la totalité de leurs droits. Les groupes québécois exigent donc la fin de l’occupation, de la colonisation, le démantèlement du mur, le respect du droit de retour des réfugié.e.s (résolution 194 de l’ONU) et la reconnaissance du droit des citoyen.ne.s arabo-palestiniens d’Israël à une égalité totale.

À Gaza, les conditions de vie sont déplorables depuis l’imposition du blocus en 2007 et cela affecte en particulier les femmes : sans liberté, sans paix et sans ressources essentielles pour assurer une vie digne, Israël contrôlant tout. L’insécurité alimentaire y est de modérée à grave. Les multiples agressions militaires y ont détruit toutes les infrastructures essentielles à une vie en société : maisons, hôpitaux et cliniques, centrales électriques, usines de filtration d’eau, écoles et universités, entreprises, commerces, etc.

La vie des Palestinien.ne.s de Gaza est un enfer et un combat permanent, et pourtant, les femmes continuent de porter leur famille à bout de bras et refusent de disparaître. Elles inspirent espoir, force et détermination devant les innombrables injustices. Agir à leurs côtés est une question de dignité pour toutes et tous.

Contact:
Mme Lorraine Guay (lorraineguay@videotron.ca ou 514-278-1167) sera disponible pour répondre aux demandes d’entrevue des journalistes.

 

—————–العربية————-

ميسينا ، إيطاليا٨ آذار ٢٠١٦
للنشر الفوري
اختار تحالف اسطول الحرية تاريخ ٨ آذار ، الذي يصادف اليوم العالمي للمرأة ، للإعلان عن إطلاق مشروع ‘قارب النساء الى غزة’.
و سوف يبحر ‘قارب النساء الى غزة ‘ منتصف شهر أيلول من هذا العام . و سوف يقوم القارب بالتوقف في عدة موانئ بحرية في البحر الأبيض المتوسط في طريقه الى غزة ، على ان يصل هناك يوم ١ من تشرين الاول .
يقود مهمة اسطول الحرية الرابعة طاقم نسائي ، و سوف يكون على متن القارب نساء بارزات من مختلف أنحاء العالم بهدف تسليط الضوء على المساهمات المركزية للمرأة الفلسطينية في مقاومة الاحتلال ، في غزة والضفة الغربية، داخل الخط الأخضر و في الشتات.
ويحضى ‘قارب النساء الى غزة ‘ لتأييد مجموعة من المنظمات النسائية الرائدة في مختلف أنحاء العالم ، من بينهم : مركز شؤون المرأة (غزة)، تحالف النساء للسلام (اسرائيل )، منتدى دي بوليتيكا فمينيستا (اسبانيا)، الجبهة النسائية (النرويج)، تنسيقية التضامن مع فلسطين (المكسيك)، كودبينك نساء من اجل السلام ( الولايات المتحدة الامريكية) و اتحاد الكيبيك للنساء (كندا) .
ويسرنا الإعلان عن إطلاق موقع الواب لمشروع ‘قارب النساء الى غزة:
https://wbg.freedomflotilla.org/

:للمزيد من المعلومات الاتصال ب

العربية:  دنيا حمو
+519 878 2843
Dunia Hamou
dunia.hamou@gmail.com

لورا آراو :
01 36 00 36 (6)  34+
prensa@rumboagaza.org
ويندي غولدسميث
3978 -281 (519) 1+
mediawbg@gmail.com

*يتكون تحالف اسطول الحرية من :
– القارب الكندي الى غزة
-اسطول الحرية إيطاليا
-اللجنة الدولية لكسر حصار غزة
– IHH تركيا
-تحالف التضامن مع فلسطين،  جنوب افريقيا
-الطريق الى غزة، اسبانيا
-السفينة الى غزة ، نرويج
-السفينة الى غزة، السويد
*الشركاء الدوليون الآخرون:
– كيا اورا غزة ، نيوزيلندا
-أميال من الابتسامات
-قارب الولايات المتحدة الى غزة

Canadian Boat to Gaza:  www.canadaboatgaza.org email: canadaboatgaza@gmail.com

Israeli ordnance leaves Gaza child dead

A Palestinian child has lost his life and another sustained serious injuries when an explosive device that had been left from Israel’s last military onslaught against the Gaza Strip went off in the besieged coastal enclave.

Palestinian medical sources, speaking on condition of anonymity, said the explosion took place in the city of Jabalia, located four kilometers (2.5 miles) north of Gaza City, on Thursday evening.

They identified the slain child as five-year-old Suhayb Saqir, adding that his brother Mus’ab, 6, was gravely injured in the blast. The injured child was later taken to the Indonesian Hospital in northern Gaza Strip for treatment.

More than 7,000 unexploded bombs were left throughout the Gaza Strip following the Israeli military attacks against the impoverished Palestinian territory in summer 2014.


A Palestinian boy walks past a building, which was damaged during Israel’s war against the Gaza Strip in the summer of 2014, during a winter storm in the city of Beit Hanoun in the northern Gaza Strip on January 24, 2016. ©AFP

A report, released by the British NGO Action on Armed Violence (AOAV) last year, showed that the use of explosive artillery by Israeli forces in the 2014 war on Gaza had increased by over 530 percent compared to the Israeli regime’s military offensive on the coastal enclave six years earlier.

It further revealed that Israeli forces increased their firing of high explosive artillery by 533 percent during the 2014 war compared to the military aggression in 2008-2009.


A Palestinian worker carries metal bars on February 20, 2016 in the eastern part of Gaza City at a scrap yard, where metal from the houses that were destroyed during Israel’s 2014 war against the Gaza Strip, is collected and stored before being reused. ©AFP

The 2014 military aggression killed nearly 2,200 Palestinians, including 577 children. Over 11,100 others – including 3,374 children, 2,088 women and 410 elderly people – were also wounded in the Israeli war.

Sorgente: PressTV-Israeli ordnance leaves Gaza child dead

Gaza. Report dal campo profughi di Al Shatti.

“Eppure loro, tra una mattanza e l’altra e guardando il cielo sempre con la paura che porti la morte inviata dall’assediante, seguitano a vivere e a sognare il giorno della libertà”.

artipatrizia

 

di Patrizia Cecconi,
Gaza, 11 febbraio 2016

Al Shatti camp detto anche Beach camp è uno dei campi profughi più grandi e più densamente abitati della Striscia di Gaza. In meno di 1 kmq risiedono oltre 87.000 persone.
E’ anche uno dei primi ad essere stati costruiti, vale a dire che i suoi abitanti sono in attesa di giustizia  da quasi 70 anni.  Quando venne costruito aveva, come tutti gli altri campi, l’illusione della provvisorietà e doveva accogliere circa 23.000 persone, cioè quelle costrette a fuggire o cacciate direttamente da Jaffa, Lod, Bersheva e tanti villaggi più o meno vicini, ma nel corso degli anni ai crimini che hanno portato alla fondazione dello stato di Israele se ne sono aggiunti altri e quindi altri rifugiati si sono aggiunti ai primi e, non potendo tornare alle loro case perché distrutte o confiscate da Israele, le loro dimore, sempre meno provvisorie  si sono riempite di bambini che nonostante le condizioni di grande povertà rappresentano la vita pulsante del popolo palestinese che si accresce e si rinnova.

Qui è nato anche Ismail Haniyeh, il primo ministro di Hamas che governa la Striscia e qui Haniyeh abita ancora, ma in una casa semplice, non in una villa, come nel caso di un parlamentare a Jabalia che non ha lasciato il campo, ma che per dimora ha una villa che, moralismi a parte, cozza un po’ troppo con le abitazioni standard e con la povertà di Jabalia camp.

Anche Al Shatti è un campo molto povero e sarebbe anche molto triste se gli abitanti non avessero deciso di verniciare le facciate delle case con  colori così brillanti che si vedono anche dal mare. Al Shatti, oltre alle case colorate, ha un’infinità di bambini curiosi all’inverosimile, più di tutti quelli incontrati finora. Ti vengono vicino, cominciano a farti domande, poi ti mostrano i gabbiani come se fossero un’esclusiva della loro costa.


O forse li considerano tali perché invidiano  il loro volo libero, perché i gabbiani non sono sotto assedio e Israele non spara loro se superano le tre miglia come fa invece con i pescatori padri e fratelli di questi bambini. Comunque, dopo aver mostrato i gabbiani, ogni cosa diventa occasione di domande, di strette di mano, di sorrisi e tutti fanno a gara a ripetere le poche frasi in inglese che conoscono dandoti così il loro benvenuto e, al tempo stesso, mostrando la grande curiosità per il mondo esterno che tu rappresenti e che per la maggior parte di loro resta un sogno, perché Israele li ha chiusi dentro una scatola di cui tiene illegittimamente le chiavi.

All’interno del campo, dove mi fermerò a mangiare per pochi centesimi di euro i falafel migliori di tutta la Palestina, in un caos  dove i carretti guidati da cavalli e asinelli  s’incrociano con  macchine private, services e trattori, tutto sembra normale, così come è normale essere invitati, solo perché si passa di  lì, a prendere il caffè al cardamomo che appare in ogni angolo in cui c’è vita sociale. Cioè quasi ovunque. E’ così normale, che uno dei simboli della cultura palestinese è proprio la caffettiera e la si ritrova spesso dipinta sui muri oppure esposta in forma monumentale al centro di qualche piazza, sia in questa parte della Palestina assediata da Israele, sia nella Cisgiordania occupata. E’ comunque cultura palestinese che si esprime in questo modo.

Nella visita al campo mi accompagna un amico nato nella Striscia e a sua volta figlio di profughi. Parla l’inglese e mi fa da interprete. E’ anche mio studente di italiano nel corso che tengo presso il Centro culturale Vittorio Arrigoni per conto della mia associazione, quella  cui abbiamo dato nome “Oltre il Mare” proprio ricordando le parole di Vittorio circa il Mediterraneo che ci separa e al tempo stesso ci unisce. E’ lui che chiede a un gruppo di uomini seduti in un salotto inventato tra la strada e il mare  – con l’immancabile fuoco su cui bolle l’acqua per il caffè – se posso far loro qualche domanda. Sono un po’ scettici. C’è una cosa nel mio viso che è fonte di sospetto: la carnagione molto chiara, io direi troppo chiara. Questa carnagione più volte, qui nella Striscia ha portato a farmi la domanda “you israeli?” perché gli israeliani, per chi ancora avesse qualche dubbio, non sono un popolo autoctono, ma una comunità religiosa diffusa nel mondo che ha deciso di chiamarsi popolo per legittimare l’occupazione di terra altrui  e che proviene in massima parte dall’Occidente, quindi la mia pelle ricorda loro quella di molti dei loro oppressori e sono costretta a esplicitare la mia nazionalità e il mio lavoro qui in Palestina per fugare ogni dubbio.

Una volta accolta in questa tenda-salotto sulle cui pareti di tessuto plastificato sono impressi i volti di alcuni giovani martiri, mi consentono di fare alcune domande, con mio stupore mi dicono che se Israele fosse costretto ad accogliere la proposta dei due stati riconoscendo il diritto al ritorno e Gerusalemme est capitale della Palestina il conflitto sarebbe risolto. Chi parla così non è un sostenitore di Fatah bensì di Hamas, ma in fondo già Meshal e anche Haniyeh si erano espressi così. Anche questo rompe l’immagine monolitica dell’Occidente circa le posizioni di Hamas.

Ma la cosa singolare che si verifica in questo incontro è che da intervistatrice divento presto intervistata perché loro vogliono sapere cosa dice il mondo della loro vita, e soprattutto cosa “sa” il mondo di loro. Mi chiedono se nel mio paese si sa che I’acqua di Gaza non si può bere perché è salata come quella del Mar Morto, mentre l’acqua oltre il muro, cioè quella che serve gli israeliani è potabile. Mi chiedono se nel “mio” mondo si sa  che Israele taglia loro la fornitura elettrica e impedisce loro di commerciare e di vivere del loro lavoro in modo dignitoso. Se si sa che spara ai pescatori indifesi che sopravvivono solo del poco pescato che riescono a portare a riva. Mi fanno tante domande che riguardano proprio quello che noi attivisti, tutti, cerchiamo di far sapere al nostro mondo al di qua del mare, ma poi me ne fanno una particolare. Una che è quasi commovente per il modo con cui viene espressa. Il signore che me la fa viene da Lydda, uno dei villaggi distrutti da Israele durante la Naqba.  Si chiama Abu Yussef e in un inglese molto simile al mio, con un tono che direi accorato, mi dice : “ma lo sanno loro che noi vogliamo la pace?”

Già, ma lo sa il mondo al di qua del mare che loro vogliono la pace e che sono vittime due volte? Poter entrare a Gaza e conoscerla dall’interno servirebbe a farlo sapere e a far cadere tanti pregiudizi, ma Gaza è sotto l’assedio israeliano ed entrare è talmente difficile che diventa quasi un privilegio.

In quanti sanno, solo per fare un esempio,  che in questo lembo di terra ci sono ben otto campi profughi, vale a dire otto spazi di meno di un kmq in cui vivono ammassati coloro che una volta avevano casa e terra in quello che con la forza delle armi e il sostegno occidentale è diventato lo Stato di Israele?  Quanti sanno che Israele, solo in questo campo ha demolito “in tempo di pace” 2000 rifugi senza doverne mai rendere conto a nessuno?

Eppure loro, tra una mattanza e l’altra e guardando il cielo sempre con la paura che porti la morte inviata dall’assediante, seguitano a vivere e a sognare il giorno della libertà.

E’ la voglia di conoscere la Gaza autentica, quella del quotidiano,  che mi ha portato a parlare con queste persone e che, casualmente, mi ha portato a  scoprire che la casa di Ismail Haniyeh, primo ministro di Hamas che governa la Striscia di Gaza, è accanto alle altre case, povere e colorate, che affacciano sul mare. Di fronte alla casa, seduti con aria più rilassata che non bellicosa, due giovani soldati col mitra poggiato sulle ginocchia. Sorridono, non hanno l’espressione caricaturale di altri giovani soldati abituali a far scendere i palestinesi dai bus ai check point. Questi due ragazzi mi chiedono di non fare foto alla casa che ho davanti e che solo per questo si distingue dalle altre, non essendo né particolarmente ricca né isolata da muri di protezione o da schiere di poliziotti che vietano il passaggio ai normali cittadini. Una casa normale!

Io non ho niente da spartire con un partito di ispirazione religiosa come Hamas, però devo dire che questo particolare mi ha colpito. Qui in Palestina, come altrove del resto, ho visto ville e palazzi del potere sparsi un po’ ovunque e spesso guardati da decine di militari. Mi colpisce, per contrasto, questa differenza di stile. Conoscendo un po’ la storia di Ismail Haniyeh e vedendo tutti quei bambini a El Shatti non mi è difficile immaginare che lui fosse come uno di loro quando usciva all’alba per la prima preghiera  accompagnando suo padre, muezzin poverissimo cacciato dalla sua casa ad Al Majdal, su cui poi sarebbe sorta la moderna Ashkelon ebrea.

Storie di Gaza e dei suoi personaggi, niente di più. Quelli che, istituzionali o meno, fanno parte della Gaza del quotidiano, quella distante anni luce dai pregiudizi che la mostrano come covo di feroci terroristi.

thanks to: Invicta Palestina

Pioggia di diserbanti su Gaza, Israele conferma «operazione di sicurezza»

Nei giorni scorsi aerei israeliani hanno irrorato con gli erbicidi almeno 150 ettari di terreni fertili palestinesi, distruggendo le coltivazioni di centinaia di famiglie. Si temono rischi per la salute della popolazione. ONU: nel 2015 sono morti in scontri e attacchi 170 palestinesi e 27 israeliani.

Gerusalemme, 31 dicembre 2015, Nena News«È un disastro per centinaia di famiglie contadine e non conosciamo gli effetti che questi prodotti chimici potranno avere sulla popolazione di Gaza». Scuote la testa Khalil Shahin, vice direttore del Centro per i Diritti Umani, che sta indagando sull’irrorazione, con diserbanti e defolianti, fatta nei giorni scorsi da aerei agricoli israeliani di almeno 150 ettari di terreni coltivati nella fascia orientale di Gaza, adiacente alle linee di confine. «Non è la prima volta che accade, l’Esercito israeliano sostiene che distruggendo la vegetazione si impediscono i lanci di razzi e altri attacchi» ci spiega Shahin «ma negli anni passati questa irrorazione era limitata a pochi terreni vicini alle recinzioni di confine. Nei giorni scorsi gli aerei israeliani invece si sono spinti in profondità, per molte centinaia di metri. In alcuni casi i liquidi, spinti dal vento, sono arrivati fino a due km di distanza dal confine, quindi a ridosso dei centri abitati di Gaza».

Sorgente: Pioggia di diserbanti su Gaza, Israele conferma «operazione di sicurezza»

Shot for flying a flag in Gaza

Muhammad al-Bhaisy remains in critical condition after being hit by Israeli bullet.

The boundary between Gaza and Israel has been a deadly place for Palestinians. Israeli forces killed at least 16 Palestinians during protests in that area between 1 October and 6 November.

Israel’s violence did not deter 22-year-old Muhammad al-Bhaisy from joining a demonstration at the boundary on 6 November. Accompanied by his friend Sharif Mousa, he brought along a large Palestinian flag. On the way to the protest from his home in the Deir al-Balah refugee camp, Muhammad found a stick on the street, to which he fastened the flag.

Hundreds of young Palestinians took part in the protest at the boundary that day. As Muhammad and Sharif arrived, they could see that Israeli soldiers had already begun firing tear gas and bullets.

After approximately 20 minutes, Muhammad suddenly ran towards the boundary fence, near al-Bureij, another refugee camp in Gaza. Sharif tried to hold his friend back. But he couldn’t.

A video of the incident has been uploaded to Facebook.

It shows Israeli soldiers opening fire towards Muhammad as he runs. They do not hit him, at first.

Then Muhammad arrives at the boundary fence and mounts his flag upon it. At that moment, he is shot.

Muhammad falls to the ground, but then raises an arm to let people know he is still alive. When several other young men rush to try and rescue him, Israeli soldiers fire on them, forcing them to retreat.

Finally, another group manages to run to Muhammad and carry him away. All the while, Israeli soldiers continue firing on them as they run away from the fence.

 

Sorgente: Shot for flying a flag in Gaza | The Electronic Intifada

Progetto per i neonati di Gaza

Cari amici, molti dei quali nel passato avevano già sostenuto il lavoro dell’Appello per i bambini di Gaza, torniamo a scrivervi per chiedere il vostro sostegno.

Quello che ci serve adesso è raccogliere almeno 8.500 euro (ad oggi già raccolti 3000) ) per coprire le spese di viaggio e permanenza di un giovane nefrologo e di un infermiere che lavorano in team presso gli Ospedali pediatrici Nasser e Rantissi nel dipartimento di dialisi infantile.
Hanno la possibilità di recarsi presso il dottor Pecoraro dell’Ospedale Santobono di Napoli per tre mesi di esperienza di lavoro, ad imparare tecniche e procedure che non hanno a Gaza e che favorirebbero assai l’assistenza dei bambini. La loro sede ospedaliera ha già accordato loro il permesso di fare questo periodo di specializzazione all’estero e conserverà il loro posto in modo che al rientro possano mettere in opera quanto appreso.

La storia: il dr Momen M.S. Zeineddin e l’infermiere Jomaa W.J. Younis attendono sin dal gennaio 2014 l’occasione per superare il confine di Gaza, ma sia per il valico di Rafah (verso l’Egitto) che per quello di Erez (verso Israele) è stato loro rifiutato il permesso di uscire fino al giugno 2014, quando hanno fatto l’ultimo tentativo. Gli attacchi su Gaza dell’estate 2014 e le loro conseguenze sono stati seguiti dal blocco completo dei passaggi. Ci segnalano che forse adesso potrebbero ottenere un visto di passaggio per Erez e che forse li lascerebbero uscire per il loro training. Naturalmente vorrebbero provarci.

Nella impotenza di questo lungo anno e mezzo in cui Gaza è stata distrutta e i valichi bloccati per professionisti in entrata ed uscita, noi dell’Appello per i bambini di Gaza, che avevamo “in mora” i fondi per il loro periodo di specializzazione, abbiamo deciso di spenderli per sostenere uno studio sugli effetti degli attacchi del 2014 sulla salute alla nascita dei bimbi di Gaza, che si poneva come una emergenza, la cui elaborazione è in corso e le cui conclusioni vi saranno rese note a tempo debito, e cosi adesso siamo all’opera per cercare altri fondi per coprire questo training.

Cercheremo infatti, a tutti i costi, di fare arrivare questi giovani professionisti, come già avevamo fatto per altri due giovani dottori pediatri prima che la situazione degenerasse.

Vi chiediamo un aiuto concreto, piccolo o meglio grande, ma soprattutto rapidamente, in modo da poter iniziare le lunghe pratiche per avere i permessi prima possibile.

******************************
I promotori dell’iniziativa sono docenti dell’Università di Genova:
Andrea Balduzzi (DISTAV), Mario Rocca (DIFI), Marina Rui (DCCI), un’ex docente della stessa, Paola Manduca, e Franco Camandona dell’ Ospedale Galliera -Pax Christi.
Dall’inizio l‘Associazione Onlus Maniverso… ci ha affiancato idealmente ed operativamente e ci permette di ricevere e amministrare le donazioni in modo legale e trasparente.

Nel sito di Maniverso… (http://www.maniverso.org/pages.php?Id=32), o richiedendolo ad Andrea Balduzzi (balduzzi@dipteris.unige.it) è disponibile la documentazione degli interventi fatti e delle spese sostenute.
All’indirizzohttps://dl.dropboxusercontent.com/u/28304277/call%20Gaza%20ottobre%202015.pdf potrete scaricare quest’appello
All’indirizzohttps://dl.dropboxusercontent.com/u/28304277/Progetto%20neonati%20Gaza%20dic%202014.pdf trovate una sintesi delle attività svolte finora

*********************************
Le donazioni, detraibili, sono da fare all’associazione Maniverso…,

indicando in causale “Donazione progetto neonati Gaza”,

con le seguenti modalità:

• Versamento sul conto corrente postale n° 68817899 intestato a: Associazione Maniverso… Onlus;

• Con bonifico bancario sul conto corrente:

  • Banca Credito Cooperativo di Marcon – Venezia, IBAN IT74V0868902002005010024621;
  • Banca Prossima IBAN IT29 D033 5901 6001 0000 0069 894 BIC BCITITMX intestato a: Organizzazione Umanitaria Maniverso… Onlus.

• Con assegno non trasferibile intestato a Associazione Maniverso… Onlus, da inviare in busta chiusa a: Associazione Maniverso… Onlus, via Perlan, 1 30174 Mestre, allegando i vostri dati per potervi inviare una ricevuta per la donazione effettuata.

 

Ricordiamo che l’Associazione Maniverso… è una ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) ai sensi del D. Lgs. 4.12.1997 n. 460, regolamente iscritta all’Anagrafe Unica delle ONLUS; di conseguenza le vostre donazioni sono fiscalmente deducibili (D.L. n° 35/2005) nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di euro 70.000 annui.
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Per le donazioni tramite bonifico bancario o assegno, l’estratto conto ha valore di ricevuta; In caso di versamenti con assegno, vi consigliamo di conservare anche una fotocopia dello stesso.

Perchè cresce la mortalità infantile e neonatale a Gaza

Il numero dei piccoli di Gaza morti prima di un anno di età era sceso nettamente nel corso degli ultimi decenni passando da 127 su 1000 nascite nel 1960 a 20.2/1000 nel 2008. I ricercatori dell’Unrwa invece hanno registrato nell’ultima indagine del 2013 che è tornato a salire al 22.4/1000. Ed in crescita è anche la mortalità neonatale che da 12/1000 del 2008 è passata a 20.3/1000 del 2013.

gaza

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gaza, 14 agosto 2015, Nena News – I giornali israeliani riferiscono di nuovo di trattative segrete per una tregua di 8-10 anni tra Hamas e Israele che includerebbe l’apertura di una via marittima tra la Striscia di Gaza e Cipro. Magari è vero o forse è la solita storia dell’accordo “fatto” dietro le quinte ma poi privo di seguito concreto. Sono voci che si scontrano con la realtà quotidiana di Gaza che si aggrava giorno dopo giorno. L’Unrwa (Onu) che aveva già annunciato il possibile rinvio dell’apertura delle scuole per i profughi palestinesi (non solo a Gaza) a causa di deficit di 101 milioni di dollari, ha diffuso nei giorni scorsi un rapporto allarmante che è passato senza fare rumore per le redazioni di buona parte dei mezzi d’informazione: il tasso di mortalità infantile a Gaza è tornato a salire.

Il numero dei piccoli di Gaza morti prima di un anno di età era sceso nettamente nel corso degli ultimi decenni passando da 127 su 1000 nascite nel 1960 a 20.2/1000 nel 2008. I ricercatori dell’Unrwa invece hanno registrato nell’ultima indagine del 2013 che è tornato a salire al 22.4/1000. Ed in crescita è anche la mortalità neonatale che da 12/1000 del 2008 è passata a 20.3/1000 del 2013. Akihiro Seita, direttore del programma sanitario dell’agenzia dell’Onu, non si sbilancia più di tanto sulle cause di questa pericolosa inversione di tendenza. Spiega che «È difficile conoscere l’esatta causa dell’aumento». Teme che sia parte di un trend più ampio. «Ci stiamo ora occupando dell’impatto del lungo blocco sulle strutture sanitarie, il rifornimento di medicine e le attrezzature a Gaza», ha aggiunto. Un giro di parole che porta alla causa principale: il blocco di Gaza attuato dal 2007 (da quando Hamass ha preso il potere nella Striscia) da Israele e con intensità negli ultimi due anni anche dall’Egitto. Senza dimenticare che dal 2008 Gaza ha subito tre ampie offensive militari israeliane e altre “minori”. Periodi durante i quali non è possibile svolgere l’assistenza sanitaria di routine.

Della responsabilità del blocco è convinta la dottoressa Federica Iezzi, cardiochirurgo pediatra, esperta della sanità a Gaza dove, nel quadro dei programmi di intervento della Ong PCRF, ha operato dozzine di bambini palestinesi. «L’impatto a lungo termine dell’assedio a Gaza con la conseguente carenza di materiale sanitario e di farmaci è un aspetto strettamente correlato all’aumento dei tassi di mortalità neonatale e infantile», ci spiega. «Ne sono un esempio gli antibiotici – prosegue – Israele non autotizza l’ingresso di tutti gli antibiotici a Gaza. È perciò largamente usata la ciprofloxacina. Utilizzando a tappeto sempre gli stessi antibiotici, per ogni tipo di infezione, si creano resistenze. Dunque i microrganismi diventano sempre meno sensibili (agli antibiotici) facendo crescere i tassi di mortalità». Gli esempi legati al blocco sono molti, aggiunge Iezzi, come «le complicate procedure di ingresso di vaccini contro rosolia, morbillo, parotite e poliomielite che potrebbero incidere sulle campagne di vaccinazione».

Israele sostiene di non incidere in alcun modo sulla sanità a Gaza dove entrerebbe tutto ciò che è necessario all’assistenza medica della popolazione. Le ricerche però sembrano dire l’esatto contrario. Le politiche di occupazione, restrittive e punitive, non possono non avere un impatto sulla vita di milioni di persone. E altrettanto si deve dire anche delle decisioni che prendono le strutture civili collegate all’occupazione militare. I palestinesi in questi giorni, in cui il caldo estivo è più intenso, denunciano che la società idrica israeliana “Mekorot” ha tagliato le forniture nelle aree a nord di Nablus, in Cisgiordania. Non è chiaro quanti palestinesi siano stati colpiti da questo taglio, non commentato dalla Mekorot. In ogni caso nelle colonie israeliane accanto ai villaggi palestinesi l’acqua è abbondante e riempie anche le piscine. Già la scorsa settimana gli abitanti di Kufr Qaddum, Salfit, Qarawat Bani Hassan, Biddya e Sarta avevano denunciato di essere senza acqua. Secondo la Ong “Ewash” gli israeliani, compresi i coloni, hanno accesso a 300 litri di acqua al giorno mentre la media dei palestinesi in Cisgiordania è di circa 70 litri, sotto il minimo di 100 litri raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

thanks to: Nena News

Gaza, “Venerdì nero”: indagine innovativa indica crimini di guerra israeliani a Rafah

Comunicato stampa Amnesty International

* Ricostruzione degli attacchi israeliani a Rafah tra il 1° e il 4 agosto 2014
* Prove sussistenti di crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità richiedono indagine urgente
* Forze israeliane hanno ucciso almeno 135 civili palestinesi, tra cui 75 bambini, a seguito della cattura di un soldato israeliano
* Centinaia di video, foto e immagini satellitari analizzate da esperti, riferimenti incrociati con testimonianze oculari
* Tecniche avanzate utilizzate per analizzare le prove, tra cui lo studio delle ombre dei pennacchi di fumo in molteplici video per determinare tempo e luogo di un attacco

Nuove prove che dimostrano come le forze israeliane abbiano compiuto crimini di guerra in rappresaglia alla cattura di un soldato israeliano sono state rese note in un rapporto congiunto di Amnesty International e Architettura legale. Le prove, che includono un’analisi dettagliata di grandi quantità di materiali multimediali, suggeriscono che il carattere sistematico e apparentemente deliberato dell’attacco aereo e di terra su Rafah che ha ucciso almeno 135 civili, può anche costituire crimini contro l’umanità.

Il rapporto “Venerdì nero’: carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014” presenta tecniche investigative all’avanguardia e un’analisi introdotta da Architettura legale, un gruppo di ricerca con sede a Goldsmiths, presso l’Università di Londra.

“Ci sono prove convincenti che le forze israeliane hanno commesso crimini di guerra nel loro bombardamento implacabile e massiccio delle zone residenziali di Rafah, al fine di sventare la cattura del tenente Hadar Goldin, mostrando scioccante disprezzo per la vita dei civili. Hanno effettuato una serie di attacchi sproporzionati o altrimenti indiscriminati, che si è completamente fallito di indagare in modo indipendente”, ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

“Questo rapporto presenta una richiesta urgente di giustizia che non deve essere ignorata. L’analisi combinata di centinaia di foto e video, nonché immagini satellitari e testimonianze di testimoni oculari, fornisce prove convincenti di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale da parte delle forze israeliane che devono essere indagate”.

La massiccia quantità di prove raccolte è stata presentata ai militari e ad altri esperti e poi organizzata in ordine cronologico a creare un resoconto dettagliato degli eventi dal 1° agosto, quando l’esercito israeliano ha applicato la controversa e riservata procedura “Hannibal” a seguito della cattura del tenente Hadar Goldin.

Secondo la “Direttiva Hannibal”, le forze israeliane possono rispondere alla cattura di un soldato con un’intensa potenza di fuoco, nonostante i rischi per la sua vita o per i civili nelle vicinanze. Come il rapporto illustra, l’attuazione della direttiva ha portato all’ordine di compiere attacchi illegali contro i civili.
“Dopo la cattura del tenente Hadar Goldin, le forze israeliane sembrano essersi sbarazzate dei regolamenti, utilizzando una politica “senza regole” con conseguenze devastanti per la popolazione civile. L’obiettivo era quello di sventare la sua cattura a tutti i costi. L’obbligo di prendere precauzioni per evitare la perdita di vite civili è stata completamente trascurata. Interi quartieri di Rafah, tra cui aree abitate intensamente popolate, sono state bombardate senza distinzione tra civili e obiettivi militari”, ha affermato Philip Luther.

Goldin è stato dichiarato morto il 2 agosto, suggerisce che potrebbero in parte essere stati motivati ??dal desiderio di punire la popolazione di Rafah come vendetta per la sua cattura.

Intenso bombardamento
Poco prima della cattura del tenente Goldin il 1° agosto 2014, un cessate il fuoco era stato annunciato e molti civili erano tornati alle loro case credendosi al sicuro. Un bombardamento massiccio e prolungato è iniziato senza preavviso mentre masse di persone erano in strada, e molti di loro, soprattutto quelli nelle auto, sono diventati bersagli. Quel giorno è rimasto noto in seguito a Rafah come “venerdì nero”.

I racconti dei testimoni oculari hanno descritto scene raccapriccianti di caos e panico come un inferno di fuoco da jet F-16, droni, elicotteri e artiglieria piovuto giù per le strade, colpendo civili a piedi o in auto, nonché ambulanze e altri veicoli di evacuazione i feriti.

Un testimone ha descritto gli attacchi di quel giorno come un tentativo di polverizzare i civili di Rafah, paragonando l’assalto a “una macchina per tritare le persone senza pietà”.

Analisi legale all’avanguardia
Per questa indagine, i racconti dei testimoni che descrivono la carneficina a Rafah sono stati verificati con riscontri incrociati tra centinaia di foto e video presi da varie fonti e molteplici sedi, così come con nuove immagini satellitari ad alta risoluzione ottenute da Amnesty International.

Un gruppo di ricercatori di Architettura legale ha utilizzato una serie di tecniche sofisticate per analizzare queste prove. I ricercatori hanno esaminato gli indicatori temporali all’interno di un’immagine – come l’angolo delle ombre o la forma e le dimensioni dei pennacchi di fumo, che agiscono come “orologi fisici” – per determinare con precisione gli attacchi nel tempo e nello spazio (un processo noto come geo-sincronizzazione).

L’analisi rivela che il 1° agosto gli attacchi israeliani contro Rafah hanno preso di mira diversi luoghi in cui si credeva potesse trovarsi il tenente Goldin, a prescindere dal pericolo rappresentato per i civili, il che suggerisce che gli attacchi avrebbero anche potuto ucciderlo.

In uno degli incidenti maggiormente letali, i ricercatori, con l’aiuto di militari esperti, sono stati in grado di confermare che le due bombe da una tonnellata – il più grande tipo di bomba nell’arsenale dell’aviazione israeliana – sono state sganciate su un edificio a un solo piano a al-Tannur, Rafah est. Decine di civili erano nelle immediate vicinanze in quel momento il che ha reso l’attacco esageratamente sproporzionato.

“La ferocia dell’attacco a Rafah mostra le misure estreme che le forze israeliane erano preparate a prendere per impedire la cattura in vita di un solo soldato – decine di vite civili palestinesi sono state sacrificate per questo unico scopo.” ha evidenziato Philip Luther.

L’analisi delle fotografie, dei video e degli altri elementi di prova multimediali da parte dei testimoni oculari è stato fondamentale per indagare sulle possibili violazioni in quanto le autorità israeliane hanno negato l’accesso al personale di Amnesty International nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto del 2014.
“Architettura legale unisce nuove tecnologie architettoniche e mediali per ricostruire incidenti complessi basati sulle tracce che la violenza lascia sugli edifici durante un conflitto. I modelli architettonici ci aiutano a disegnare legami tra più elementi di prova, come immagini, video caricati sui social media e testimonianze per ricostruire virtualmente lo svolgersi degli eventi” ha dichiarato Eyal Weizman, direttore di Architettura legale.

Attacchi a ospedali e operatori sanitari
Le immagini satellitari e le fotografie analizzate per il rapporto mostrano i crateri e i danni che indicano come gli ospedali e le ambulanze siano stati ripetutamente attaccati durante l’assalto a Rafah, in violazione del diritto internazionale.

Un medico ha descritto come i pazienti siano fuggiti freneticamente dall’ospedale di Abu Youssef al-Najjar dopo l’intensificarsi degli attacchi sulla zona. Alcuni sono stati spinti giù dai letti, molti avevano ancora la flebo attaccata. Un ragazzo ingessato si è trascinato a terra pur di scappare.

Un’ambulanza che portava un anziano ferito, una donna e tre bambini è stata colpita da un missile sparato da un drone, facendola in fiamme e bruciando vivo chiunque fosse all’interno, operatori sanitari compresi. Jaber Darabih, un paramedico che era arrivato ??sulla scena, ha descritto i resti carbonizzati dei corpi come “senza gambe, senza mani… gravemente ustionati”. Tragicamente ha poi scoperto che anche suo figlio, un paramedico volontario, era tra quanti sono rimasti uccisi nell’ambulanza.

“Attaccando le ambulanze e colpendo vicino agli ospedali, l’esercito di Israele ha mostrato un plateale disprezzo per le leggi di guerra. Attaccare deliberatamente strutture sanitarie e medici professionisti equivale a compiere crimini di guerra”, ha ammonito Philip Luther.

Fine del ciclo di impunità
Questa indagine su Rafah fornisce una delle prove sinora più convincenti delle gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, compresi i crimini di guerra, compiute durante il conflitto.

Nei precedenti rapporti, Amnesty International ha messo in evidenza le violazioni compiute da entrambe le parti, inclusi gli attacchi sistematici da parte di Israele sulle case civili e la sua deliberata distruzione di edifici civili multipiano; gli attacchi indiscriminati dei gruppi armati palestinesi e gli attacchi mirati ai civili in Israele, così come le uccisioni sommarie di palestinesi a Gaza.

Tuttavia, un anno dopo il conflitto, le autorità israeliane non hanno condotto indagini credibili, indipendenti e imparziali sulle violazioni del diritto umanitario internazionale. Limitate indagini militari di Israele su alcune delle azioni condotte dalle sue forze a Rafah il 1° agosto non hanno ancora accertato alcuna responsabilità.

“Finora, le autorità israeliane hanno dimostrato nel migliore dei casi di non essere in grado di svolgere indagini indipendenti sui crimini di diritto internazionale a Rafah e altrove e nel peggiore dei casi di non essere disposte a farlo. I risultati di questo rapporto aggiungono prove convincenti a un già grande mole di documentazione credibile delle gravi violazioni commesse durante il conflitto di Gaza, che richiedono indagini indipendenti, imparziali ed efficaci”, ha concluso Philip Luther.

“Le vittime e le loro famiglie hanno diritto alla giustizia e alla riparazione. E quanti sono sospettati di aver ordinato o commesso crimini di guerra devono essere perseguiti”.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 29 luglio 2015

Il rapporto “Venerdì nero’: carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014” è disponibile insieme a ulteriori documenti all’indirizzo: https://blackfriday.amnesty.org/index.php

Foreign direct investment in Israel dropped by 50% in 2014 and expert says it’s due to the Gaza war and BDS

Foreign direct investment in Israel dropped by 50% in 2014 according to a 2015 World Investment Report issued yesterday by the United Nations Conference on Trade and Development.

Newsweek reports: Foreign investment in Israel drops by 50%

Foreign direct investment (FDI) in Israel dropped by almost 50% last year in comparison to the year before as the country continues to feel the effects of last summer’s Gaza conflict, a new UN report has revealed.

The report, published by the United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), shows that only €5.7bn was invested into the country in 2014 in comparison with €10.5bn in 2013, a decrease of €4.8bn, or 46%. Israel’s FDI in other countries also decreased by 15%, from €4.2bn in in 2013 to €3.5bn last year.

Newsweek cites one of the authors of the report, Dr. Ronny Manos from the Open University of Israel, as speculating the declining investment is fallout from the Israeli military onslaught on Gaza last summer and “international boycotts” against Israel for “alleged violations of international law.”  Ynet adds that, according to Manos, “these are only conjectures that can explain the sharp decline”

As we reported in 2013 investment committees for European banks were considering recommending their institutions bar loans to Israeli companies that have economic links with the Palestinian occupied territories. At the time Haaretz reported the investment committees “submit a report to their clients with recommendations about where to invest − and where not to invest. The process of examining the Israeli companies that operate in West Bank settlements involved the exercise of due diligence.”

From Haaretz:

According to the report that landed on the relevant desks here, a large number of those investment committees considered recommending to the banks to prohibit loans or aid of any kind to Israeli companies that operate in the West Bank − manufacturing there, selling their products, building homes and so forth − and also to Israeli banks that grant mortgages to home builders or buyers across the Green Line

Investment committees do not issue recommendations to boycott or sanction per se. They make prudent investment recommendations and in the case of Israel, a recommendation of this nature functions as a warning to investors that profiting off the occupation, a business could become ensnared in being complicit and held legally responsible for crimes against international law.

Speaking of which, Palestine’s foreign minister Riad Malki visited the Hague today in his official capacity and submitted files to prosecutors at the International Criminal Court (ICC) charging Israeli with war crimes, the crime of apartheid, and other charges.

As an investor, it’s a matter of common sense not attaching your business to a potential minefield of liability.

Update:

Bisan Mitri, Palestinian BDS National Committee secretariat member said: 

Ten years after its launch, the BDS movement is being recognised by one of the authors of a UN report as starting to have major impacts on the Israeli economy.

Israel’s shift to the far-right, its intentional crimes against Palestinians and the BDS movement and rapid changes in public opinion following Israel’s massacre of Palestinians in Gaza last summer mean that Israel is increasingly becoming a less attractive investment destination.

Businesses who associate themselves with Israeli violations of international law such as G4S, Veolia and Orange are facing costly public campaigns and being held to account by the BDS movement. Major banks and investors are divesting from companies that participate in Israel’s crimes.

As Israeli fanatic right-wing ministers have been saying loudly and clearly recently, BDS is a rapidly growing grassroots movement that presents a real challenge to Israeli settler-colonialism and apartheid.

Recent economic BDS developments include:

The BNC is the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), the broad coalition of Palestinian civil society organisations that works to support the boycott, divestment and sanctions (BDS) movement. 

thanks to: Mondoweiss

Gaza un anno dopo le bombe: il ricordo di un medico

Il cardiochirurgo Saher Abughali racconta i giorni dell’operazione israeliana “Margine Protettivo”: “Mi sentivo un macellaio: tagliavo, cucivo, amputavo”. Gli ospedali della Striscia tra i target dell’aviazione di Tel Aviv.

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Gaza un anno dopo le bombe: il ricordo di un medico.

Basel Ghattas: «Il blocco di Gaza è illegale, torneremo a sfidarlo»

FREEDOM FLOTILLA. Il deputato palestinese alla Knesset e passeggero della “Marianne”: «I soldati israeliani hanno usato violenza contro alcuni di quelli a bordo. La nostra missione è stata in ogni caso un successo perchè ha riportato in primo piano la chiusura di Gaza e la sua illegalità»

Il deputato palestinese israeliano Basel Ghattas

Intervista di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 1 luglio 2015, Nena NewsIl governo di Stoccolma, l’unico in Europa ad avere formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina, ha annunciato che presenterà una protesta formale contro Israele per l’abbordaggio della nave svedese “Marianne” della Freedom Flottila, diretta a Gaza, avvenuto nella notte tra domenica e lunedì. «Sappiamo che l’intervento della Marina israeliana ha avuto luogo in acque internazionali. Per legge solo allo Stato bandiera, in questo caso la Svezia, era permesso agire contro la nave in acque internazionali», ha comunicato ieri al quotidiano Dagens Nyheter l’ufficio stampa del ministero degli esteri svedese, aggiungendo che Stoccolma considera fondamentale la fine del blocco di Gaza. Il comunicato è giunto mentre l’ex presidente tunisino Moncef Marzouki, uno dei 18 passeggeri e membri dell’equipaggio della “Marianne”, saliva, scortato dalla polizia israeliana, su un aereo diretto a Parigi. A Tunisi lunedì centinaia di persone si erano radunate nel quartiere del Menzah per chiedere la sua immediata liberazione da parte di Israele. Sull’abbordaggio della “Marianne” e sul significato di questa nuova missione della Freedom Flotilla III , abbiamo intervistato uno dei passeggeri più noti, il deputato palestinese israeliano Basel Ghattas.

Come un po’ tutti avevano previsto, le forze armate israeliane hanno abbordato la “Marianne”, impedendo alla nave di proseguire per Gaza. Il portavoce militare ha detto che tutto si è svolto senza problemi e incidenti. Le cose sono andate davvero così?

Non è vero, c’è stata violenza. Ero lì e ho potuto registrarla di persona. Io non sono stato toccato ma un membro svedese dell’equipaggio, Charlie Andersson, che aveva protestato quando ha visto i commando israeliani, è stato colpito tre volte con il taser, la pistola che lancia scariche elettriche, ed è rimasto ferito. Ha anche ricevuto un colpo alla testa. Altri tre passeggeri che avevano tentato una difesa passiva, assolutamente pacifica, sono stati percossi dai soldati.

Prima di entrare in azione, la Marina israeliana ha preso contatto con la “Marianne”?

Via radio i militari hanno chiesto al comandante di cambiare rotta e di dirigersi verso il porto di Ashqelon (città israeliana a circa 10 km da Gaza, ndr) dove avrebbe potuto lasciare il suo carico. Lui ha risposto che la nostra destinazione era Gaza e che non avrebbe modificato la rotta. Tutti abbiamo approvato la sua scelta perchè non era certo la “Marianne” a violare le leggi internazionale ma Israele che attua da troppi anni un blocco navale illegale contro la popolazione di Gaza. Poco dopo sono intervenuti i commando che, dopo aver preso il controllo della nave, hanno intimato al comandante di dirigersi al porto di Ashdod.

Lei è un cittadino israeliano e un deputato della Knesset, che atteggiamento hanno avuto nei suoi confronti quando siete arrivati ad Ashdod.

Non hanno tenuto in alcun conto della mia immunità parlamentare. Mi hanno sequestrato il telefono e il computer e le mie proteste non sono servite a nulla. Come quelle dei miei compagni di viaggio ai quali hanno portato via tutto.

Quanto ha pesato nel suo caso l’irritazione che alla Knesset e in una porzione consistente di popolazione israeliana ha suscitato la sua scelta di partecipare alla Freedom Flotilla III

Non so dire quanto possa aver pesato. Per ciò che mi riguarda non ho compiuto nulla di illegale, perchè di illegale c’è solo il blocco inaccettabile di Gaza, che condiziona la vita di quasi due milioni di palestinesi, uomini, donne e bambini, che hanno il diritto di vivere liberi e in condizioni di normalità.

È soddisfatto della reazione internazionale all’abbordaggio della “Marianne” da parte della Marina israeliana.

Non ho ancora avuto modo di seguire con attenzione le reazioni all’estero e dei media internazionali a questo grave abuso. In ogni caso anche questa missione della Freedom Flotilla è stata un successo, perchè ha riportato in primo piano la condizione di Gaza e l’illegalità del blocco attuato da Israele. Il fatto che il governo (Netanyahu) ordini in modo sistematico di impedire alle navi della Freedom Flotilla di arrivare a Gaza non spezzerà la volontà di contesta il blocco e intende riaffermare la sovranità del diritto internazionale.

thanks to: Nena News

La Freedom Flotilla lascia Creta, prossima tappa: Gaza

Il racconto di un attivista italiano presente a bordo. A seguire la Marianne, l’imbarcazione principale, altre tre navi che stanno portando verso la Striscia 50 attivisti e tante emittenti tv.

La Marianne, principale imbarcazione della terza Freedom Flotilla

della redazione

Roma, 27 giugno 2015, Nena News – E’ sulla via di Gaza la Freedom Flotilla III, il convoglio di imbarcazioni partito da Goteborg, in Svezia, e pronto a rompere l’assedio israeliano sulla Striscia con un carico di medicinali e pannelli solari per gli abitanti della piccola enclave palestinese. Secondo quanto appreso da un attivista italiano presente a bordo, “Marianne”, l’imbarcazione principale, sarebbe salpata giovedì, seguita tra venerdì da “Vittorio”, “Rachel” e “Juliano II”. Il forte vento ne avrebbe ritardato la partenza dal porto greco di Eraklion, nell’isola di Creta.

Claudio Tamagnini ha raccontato dei training che si fanno in coppia: “Io – ha spiegato – mi occupo della parte teorica, mentre Welo, finlandese, il comandante della Marianne fino a Palermo, spiega le tecniche di resistenza. E’ stato non solo sulla Estelle, ma ha fatto tante operazioni con Greenpeace, conosce i commando francesi e degli altri paesi, così ci spiega bene come proveremo a resistere”. Forte solidarietà è stata data alla Flotilla nell’isola di Creta, dove è stato organizzato un evento con raccolta fondi per il convoglio umanitario.

Tamagnini ha inoltre parlato delle condizioni per raggiungere le imbarcazioni al porto: “Dovremmo tenere le partenze nascoste, invece ci vuole un’ora per fare arrivare macchine, caricare persone e cose, e tutto questo in centro città, con poliziotti che ci guardano. L’idea è partire dal centro a bordo di auto, raggiungere un porticciolo, e da lì con barchette si raggiungono le nostre. In teoria avremmo buone misure di sicurezza per non farci trovare, ma se poi la nostra partenza è così plateale non serve a niente”.

“Negli ultimi giorni  – racconta Claudio – sono continuati gli arrivi.  Si sono uniti a noi un deputato giordano e uno marocchino,  una suora benedettina di Montserrat, in Catalogna e vari palestinesi, tra cui un ragazzo di Gaza che studia in Grecia e palestinesi residenti in Libano e in Giordania, oltre al presidente delle comunità palestinesi in Italia, che vive a Genova. C’è anche l’ex presidente tunisino Marzouki”.

Moncef Marzouki, che ha alle spalle un passato da attivista per i diritti umani, ha guidato la Tunisia dal 2011 al 2014, nel periodo di transizione che ha seguito le rivolte della primavera araba. La sua è stata una delle prime adesioni, annunciata durante il Social Forum che si è tenuto lo scorso marzo Tunisia. Altra presenza importante è quella di Basel Ghattas, deputato di origine palestinese della Lista Araba Unita alla Knesset, che domenica scorsa aveva annunciato la sua partecipazione al convoglio diretto a Gaza, suscitando le ire quasi dell’intero parlamento israeliano.

Accusato di volersi servire della sua immunità parlamentare per scopi politici, addirittura “terroristici” secondo il leader di Yisrael Beitenu Avigdor Lieberman, Ghattas ha difeso il suo “atto politico legittimo e non-violento” alla radio militare e chiedendo in una lettera al premier Netanyahu e al ministro della Difesa Ya’alon di “istruire le forze di sicurezza israeliane a stare lontano dalla Flotilla e lasciarla continuare per la sua strada: non vi è alcun motivo per impedirci di raggiungere Gaza e fornire l’assistenza che stiamo portando con noi”.

Inoltre, come annuncia il comitato della Freedom Flotilla in un comunicato stampa, a bordo ci sarebbero circa 50 attivisti per i diritti umani, giornalisti, artisti e politici che rappresentano 17 paesi. Oltre a Ghattas, ci sarebbero membri del parlamento di Spagna, Giordania, Grecia, Algeria e deputati del Parlamento Europeo. Presenti anche alcune emittenti televisive, come al-Jazeera, Euronews, Maori Tv (Nuova Zelanda), al Quds Tv, Channel 2 (Israele) e Russia Today Tv, oltre ad altri giornalisti indipendenti della carta stampata.

Il viaggio della Flotilla è accompagnato da una lettera firmata da più di 100 parlamentari europei e indirizzato all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri  della Ue, Federica Mogherini, in  cui si chiede di sostenere il convoglio umanitario e di porre fine al blocco di Gaza. Questa, oltre alle nove singole imbarcazioni degli anni scorsi, è la terza flotilla che tenta di rompere l’assedio imposto da Tel Aviv a Gaza dal 2007, quando Hamas vinse le elezioni. Nel 2010 la Mavi Marmara, che trasportava un carico di attivisti e di materiale sanitario, fu abbordata dalla marina militare israeliana, che aprì il fuoco uccidendo nove attivisti turchi.

thanks to: Nena News

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza aprile – maggio 2015

 Relazione del viaggio a Gaza di 2 volontarie di Gazzella. 28 aprile-9 maggio 2015

Atterriamo di sera all’aeroporto di Tel Aviv dove ci aspetta il solito grasso e rassicurante autista palestinese Hakim che ci porta a Gerusalemme e ci lascia alla Porta di Giaffa vicino all’ostello di pietra che è bello e pittoresco da fuori ma, per la verità o forse per la mia età, un po’ molto spartano all’interno e da cui si gode però una vista meravigliosa sulla città vecchia fino al monte degli ulivi. Ci precipitiamo a cercare una birra prima che sia troppo tardi dato che a Gaza ne dovremo fare a meno grazie ad Hamas per cui l’alcool è visto come il male e quindi proibito a tutti. In realtà ne è proibita l’importazione, la vendita e anche il consumo ma si fa finta di non vedere e si tollera quindi che i cristiani locali si producano per il proprio e degli amici consumo sia il vino che il distillato di vinacce.

La mattina presto andiamo in taxi a Eretz, unica entrata per Gaza ormai praticabile anche se molto selettiva, da quando l’Egitto del generale golpista Al Sisi ha chiuso quella di Rafah e non si sa se, quando e per quanto tempo verrà aperto il passaggio. Da mesi se ne parla senza citare la fonte non si sa bene la fonte, ma la notizia gira e tuttavia l’evento non è ancora avvenuto e se e quando Rafah aprirà, non ci si aspetta che rimanga aperto il passaggio per più di 2 o 3 giorni. L’ingresso da Eretz non e’ pero’ utilizzabile dai palestinesi della Cisgiordania che anche se hanno parenti stretti a Gaza che possono nascere o morire, non ottengono il permesso di entrata. Il valico di Eretz è utilizzato dai palestinesi di Gaza per uscire solo con speciali permessi per es per qualche visita specialistica in un ospedale, permessi che vengono però concessi con molta difficoltà. Pare che dopo l’aggressione dell’estate scorsa gli israeliani si mostrino un pò più generosi nella concessione dei permessi e che lo facciano per migliorare l’immagine ad uso non certo dei palestinesi ma degli internazionali, che si era ancora più deteriorata. Pur avendo noi il numero del permesso della “Security” israeliana ottenuto dopo 2 mesi e piu’ di attesa dalla nostra richiesta al Consolato Italiano, come sempre siamo preoccupate che succeda qualcosa per cui non ci lasciano passare. Le procedure cambiano ogni volta e mi domando se non sia fatto appositamente per disorientare e scoraggiare chi e’ già nervoso e preoccupato. Passiamo più facilmente del solito il controllo israeliano, montiamo su una specie di motoretta che ci fa superare il sempre più lungo corridoio che attraversa la terra di nessuno, cioè presa dagli israeliani con la solita scusa del cuscinetto di sicurezza, e arrivando in terra palestinese notiamo con piacere che non c’è più un doppio controllo dell’Autorità Palestinese e di Hamas, ma un controllo unico. Ci viene a prendere la macchina dell’Associazione di Donne “Aisha” con cui abbiamo avuto il finanziamento per il progetto dall’8 X 1000 della Chiesa Valdese e con cui dobbiamo scrivere in questi giorni il resoconto dell’attività del II anno di: “Per una vita senza violenza”. Come al solito, anche con i palestinesi che controllano il permesso di entrata, c’è qualche problema. Questa volta non va bene la stampa a colori del computer, ma è necessario avere il permesso originale con timbri e firme. Grazie all’intervento della ragazza di Aisha che per fortuna e’ arrivata portando il permesso originale, siamo finalmente a Gaza e andiamo direttamente nell’ufficio dove cominciamo a lavorare.

Il giorno dopo iniziamo le visite ai bambini feriti durante l’aggressione israeliana di luglio e agosto 2014 da loro chiamata ” Margine Protettivo” che Gazzella vuole adottare e che sono stati scelti dalle donne di Aisha fra i casi più seri delle migliaia di bambini feriti, considerando la situazione familiare e oltre alle ferite fisiche anche il trauma psicologico di cui tutti questi bambini soffrono. 300000 bambini di Gaza dopo l’aggressione dell’estate scorsa, soffrono di sintomi evidenti risultanti dallo shock post traumatico dell’aggressione. Siamo inorridite. Nel viaggio dello scorso novembre avevamo visitato bambini adottati precedentemente e avevamo visto molta distruzione ma non avevamo percorso in macchina le strade dove quasi tutti i palazzi sono stati distrutti, perchè c’erano ancora le macerie per le strade ed era difficile, anzi impossibile, passare. Le macerie sono state ora rimosse e intere strade che percorriamo di Beit Hanun e Shejaya attraverso cui i carri armati israeliani sono entrati a Gaza sparando protetti dai bombardamenti aerei, sono state rase al suolo. Abbiamo visitato famiglie che per sicurezza si erano rifugiate nelle scuole dell’UNWRA che sono state poi bombardate di notte uccidendo civili che non si erano mai occupati di politica compresi donne e bambini. Vi risparmio il racconto di molte singole storie tragiche che i protagonisti ci hanno raccontato perché al solo pensiero le lacrime mi ricominciano a sgorgare dagli occhi. Abbiamo anche visitato scuole dell’UNWRA dove ancora abitano decine e decine di famiglie poverissime che hanno avuto la casa distrutta e che non hanno alcun luogo dove andare ad abitare. Fra l’altro, anche avendo i soldi che la maggior parte della gente non ha, e’ quasi impossibile ricostruirsi la casa perché non entra nella striscia il materiale da costruzione. Il poco cemento che è entrato è stato utilizzato per la ricostruzione di strade e di qualche edificio pubblico. Abbiamo notato con piacere che le strade principali che uniscono città e villaggi, sono state riparate. Soprattutto la grande strada che attraversa la Striscia da Nord a Sud lungo il mare e che aveva a novembre scorso dei lunghi tratti di sabbia, è ora tutta asfaltata. I Gazawi si lamentano perché le strade interne che vanno a scuole, ospedali e soprattutto alle loro case, sono in pessime condizioni e non solo dai bombardamenti di luglio-agosto 2014.

I 19 bambini nuovi che Gazzella ha adottato hanno storie orrende. Quasi tutti nell’aggressione israeliana della scorsa estate hanno perso almeno un fratello ma spesso più di uno. Due dei bambini adottati hanno perso, oltre a più di un fratello, la mamma. Il padre di uno di loro è in sedia a rotelle con una gamba amputata e l’altra immobilizzata. Ha perso la moglie e due figli. Un bambino ferito non parla dal giorno del bombardamento in cui ha perso la casa e parte della famiglia e la mamma depressa, non sembra reagire a stimoli esterni e di certo non può aiutarlo. Un gruppo di famiglie di 30 persone di cui abbiamo adottato vari ragazzini feriti vive in 3 stanze di uno stabile mezzo diroccato. I gruppi familiari sono collegati fra loro da vincoli familiari e vengono tutti da un grande palazzo a 4 piani che è stato raso al suolo uccidendo molte persone. La coabitazione in una situazione così difficile, ci dice la psicologa che li segue, sta anche rovinando i rapporti interpersonali. Una delle storie che mi ha più colpito è quella di una donna che abita con marito e due figli in un pian terreno restaurato alla meglio di un palazzo distrutto. In inglese ci racconta che di notte li hanno avvertiti che avevano 10 minuti per lasciare la casa che sarebbe stata bombardata. Si rifugiano con marito e 4 figli dai 7 ai 17 anni di corsa in una scuola dell’UNWRA che pensavano essere un luogo sicuro. La scuola era completamente al buio e viene bombardata. Lei sente odore di sangue mischiato all’odore della maglietta del figlio diciassettenne, lo raggiunge e piangendo lo tocca con le mani, sente il sangue e gli dice di non morire e lui le risponde di non piangere. Purtroppo il figlio muore lì nella scuola e un altro figlio, ferito grave, muore dopo 2 mesi di ospedale dove riescono ad andare la mattina seguente finiti i bombardamenti. Lei dopo un pò di tempo supera lo shock e capisce che per i due figli più piccoli sopravvissuti è importante tornare a casa e cercare di vivere una vita normale. Con il marito riparano come possono il pianterreno della loro casa dove noi li incontriamo. I 2 ragazzini, ambedue feriti sono gli unici bambini fra quelli incontrati che a scuola vanno meglio di prima del bombardamento. Tutti gli altri bambini che Gazzella ha adottato questa volta, in seguito al trauma non vanno bene a scuola come prima. Tutti i bambini che abbiamo incontrato hanno paura di stare soli soprattutto la notte, anche se grandi bagnano il letto, hanno paura del buio e non vogliono dormire nel letto da soli ecc

Ero indecisa se raccontare anche questa altra storia che è veramente brutale ma alla fine penso che serva a dare un’idea più precisa di quello che l’aggressione dell’estate scorsa ha provocato. Una delle famiglie visitate per fare la conoscenza del bambino ferito da adottare, ci riceve in una grande stanza molto ben tenuta. I genitori del bambino sono giovani e molto carini. Ci mostrano un muro con una grande macchia e ci spiegano che la macchia corrisponde al cervello del loro bambino decapitato da un colpo e ucciso insieme a un cuginetto e a uno zio e a non so chi altro in quella stanza dove si erano tutti riuniti pensando che fosse un luogo sicuro.

I bambini che Gazzella ha adottato questa volta sono stati trovati dall’associazione Aisha a cui sono stati segnalati dalle psicologhe o dalle assistenti sociali che lavorano sul territorio e che come abbiamo potuto constatare conoscono bene tutte le persone che vivono nella zona a loro assegnata e hanno un buonissimo rapporto con tutti.

Queste storie tragiche non impediscono tuttavia alla massa dei ragazzini di giocare allegramente per le strade e a quasi tutti loro di frequentare la scuola in uno dei 3 turni a loro assegnati. Le classi sono spesso di 40-45 ragazzini. Penso proprio che i risultati di tutte queste brutte storie e di queste difficoltà a far vivere ai bambini una vita normale, avrà delle conseguenze nel prossimo futuro degli abitanti di Gaza. E dunque credo che cercare con le nostre piccole-piccolissime possibilità di alleviare le loro pene e render loro la vita un po’ migliore ma anche di far conoscere al maggior numero di persone possibile la situazione reale di quella striscia di terra, sia un dovere a cui non dobbiamo sottrarci.

Con Aisha per fortuna abbiamo fatto anche cose piacevoli. Siamo andate all’apertura del corso per coppie di fidanzati, organizzato nell’ambito del progetto finanziato dall’8 per 1000 della chiesa Valdese: “Per una vita senza violenza”: E’ stato molto interessante. L’età media delle ragazze è di 18 anni e dei ragazzi forse 20. Abbiamo cercato di capire chi nella coppia aveva spinto per decidere di frequentare il corso e perché. Quasi tutti ci hanno risposto di aver preso insieme la decisione e che sperano che il corso li aiuti ad affrontare insieme con serenità la vita matrimoniale. Nessuno dei fidanzati ha un lavoro ma la cosa è talmente comune a Gaza dove la disoccupazione è del 70% almeno, che non sembra rappresentare una ragione valida per rimandare le nozze. Ci auguriamo che il corso sia utile perché è proprio in questa situazione di povertà, inattività e quindi frustrazione che nascono le violenze in famiglia contro mogli e figli. Ci sembra anche importante che se poi la violenza esplode, le donne abbiano la forza di denunciarla e che conoscano un luogo e delle persone di cui si fidano a cui rivolgersi per essere aiutate. Nel progetto, alle donne vittime di violenza viene insegnato per un anno un mestiere e vengono poi aiutate e assistite per un altro anno ad aprire una piccola attività in proprio. Quest’anno al progetto (III anno) abbiamo aggiunto la possibilità di avere un microcredito per iniziare l’attività, come per es per comprare una macchina da cucire, o il necessario per aprire un salone per parrucchiera ed estetista o una videocamera.

Prima di ripartire per l’Italia ho passato poi qualche giorno a Gerusalemme dove ho incontrato gli esperti della cooperazione italiana che mi hanno illustrato i loro progetti in Cisgiordania e a Gaza e abbiamo discusso della difficilissima situazione e di quello che si può fare. Fra l’altro con la crisi di tutto il medio oriente i soldi delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNWRA) che già erano pochi per soddisfare le esigenze minime dei palestinesi adesso sono pochissimi e non bastano neanche per le razioni alimentari degli abitanti di Gaza che vivono ancora dalla scorsa estate nelle scuole dell’UNWRA, per cui la cooperazione dei paesi europei fornisce parte dei soldi necessari a scapito naturalmente di altri progetti.

Per concludere spero di aver convinto chi leggerà questo resoconto di viaggio a Gaza di dare se possibile un contributo a Gazzella per aiutare ad alleviare almeno un pò le sofferenze dei bambini di Gaza e delle loro famiglie affinché rimettano insieme quello che resta della loro casa e della loro famiglia e possano vivere una vita decente.

S.

DIARIO MINIMO VIAGGIO A GAZA DAL 28 APRILE AL 5 MAGGIO 2015 –

28 aprile 2015 – PRIMO GIORNO: VERSO GAZA

Potrei raccontare di un viaggio a Fiumicino tranquillo, un imbarco civile e un volo in perfetto orario, ma che c’è d’importante in tutto ciò per raccontarlo? Potrei iniziare a raccontare da Gaza, eppure no anche il viaggio è parte di Gaza.

Gaza nei miei pensieri, nei miei interrogativi, nell’energia che serve per affrontare i giorni a Gaza, non per i pericoli, ma per la quotidianità di Gaza, quell’assurda e tragica realtà di Gaza dove il tempo oramai si misura da un bombardamento all’altro, un tempo scandito da macerie e morti e nuove ricostruzioni.

E’ una storia senza fine e senza prospettive eppure anche in questo momento – penso –a Gaza nascono dei bambini, muoiono delle persone. E milioni di persone vivono e si danno da fare per sopravvivere, loro e le loro famiglie.

Un caldo sconosciuto ci accoglie all’uscita dell’aeroporto e, per fortuna, anche Hakim, il nostro autista palestinese che sempre ci aspetta e che non ci vuole far cambiare i soldi all’aeroporto (non ci lascia nemmeno comperare le schede Orange – ci sono i negozi palestinesi a Gerusalemme). Nel suo scarso inglese ci offre il suo telefono per telefonare e mentre guida verso Gerusalemme ci trova un’auto per l’indomani per Gaza e quando arriviamo ci dà una manciata di ricevute, “very useful” dice.

L’ostello come al solito è accogliente, ma la stanza doppia è proprio mini-mini, e il bagno di più; in compenso ha un terrazzo praticamente privato sui tetti di Gerusalemme: una vista meravigliosa che fa dimenticare tutto. Il tutto per circa 20 euro a testa. Ce se po’ sta’.

Usciamo in cerca dell’ultima birra e qualcosa da mangiare e poi a letto!

29 aprile 2015 SECONDO GIORNO – SI VA A GAZA

Sveglia alLe 7, rapida colazione al sole sul terrazzo con panini avanzati da Roma (la città vecchia di Gerusalemme è sempre magica!) e poi via, sul selciato di pietra trascinando le valige, poi giù dalla porta di Giaffa verso l’appuntamento sulla strada ai piedi della città vecchia. Un viaggio gradevole fino ad Heretz. Il sistema di transito è cambiato, al gate esterno nessuno ti ferma, ma poi dentro doppio controllo: l’esercito per il controllo del permesso di entrata e poi la security per le ragioni dell’entrata (penso: “ma che le frega a lei dato che l’ufficio della security mi ha già dato il permesso di entrare?”). Tutto sommato – a parte quel filo di prepotenza sempre presente – tutto fila liscio e rapidamente. All’uscita dal controllo israeliano un’altra piacevole sorpresa, il carretto elettrico per il tunnel è a gratis, paga l’autorità palestinese. Così il chilometro e mezzo, che varie volte ci siamo fatte a piedi bestemmiando, vola via rapidamente. Ok autorità palestinese, “welcome to Gaza” ci dicono e sorridono. Poi taxi per i due chilometri che ci separano dal check point di Hamas. Qui nessuno sorride e praticamente non sanno l’inglese. Abbiamo il visto che ci ha mandato AISHA, ovviamente per mail. Ci dicono: non è l’originale. In inglese facciamo notare che venendo da fuori è difficile avere l’originale… Si mette in mezzo un altro palestinese che spiega in arabo. Arriva il capo e dopo discussione tra loro è ok. Noi assicuriamo che all’uscita avremo l’originale. Non ci ascolta nemmeno. Arriva una ragazza di AISHA con l’originale. Rifacciamo l’operazione. Questo ci chiede: state uscendo? Je avrei menato, mannaggia ma se abbiamo parlato 5 minuti prima…! La ragazza gli piega che dato che aveva l’originale glielo voleva far vedere. Lietamente mi porto via l’originale arricchito di 2 timbri uno rosso e uno blu. Del resto sennò che ci sta a fare?

Per arrivare a Gaza city facciamo un giro diverso, più lungo, attraverso il campo di Jabalia e Beach Camp. Poi scopriremo che era in corso una manifestazione di donne che pare sia stata dispersa dalla polizia.

Ad AISHA comincio subito a lavorare: agenda dei prossimi giorni, in particolare dovremo visitare 19 bambini e bambine feriti/e, chiudere il progetto AISHA-8X1000 valdese 2014-15 e preparare il progetto di cui si aspetta la risposta e anche avere qualche idea del possibile progetto futuro da presentare a novembre prossimo. Discutiamo subito di microcredito, come gestirlo e se può diventare un progetto futuro per i prossimi 3 anni. Le donne di AISHA ci parlano della loro esperienza della mobile-clinic per il supporto psicologico e, in caso psichiatrico, a madri e bambini traumatizzati dall’ultima aggressione che stanno sperimentando con successo. Il finanziamento OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) finirà il prossimo agosto…

Alle 16, finito il primo incontro, andiamo tutte a mangiare un pranzo-cena, in un magnifico posto sul mare: “light house”, il faro. Pieno di fiori e il cibo è troppo e buonissimo. Anche questa è Gaza, non solo i campi profughi e distruzioni, ma non per molto.

Infatti la giornata non è ancora finita: ci hanno promesso un tour nel disastro, la zona di confine più Shaja’iyya (come si scrive?) e Beit Hanun colpita dai bombardamenti via cielo e invasa dai carri armati. Ci troviamo di fronte ad una successione infinita di distruzioni; era la parte più industriale di Gaza (si fa per dire..), fabbrichette di materiale per l’edilizia, l’unica industria che sopravvive a Gaza. Oggi il 50% delle fabbrichette non esiste più. Visitiamo anche una scuola UNRWA trasformata in centro sfollati. Vi abitano 44 famiglie in altrettanti aule con una media di 7-8 persone per classe. Una donna con la quale parliamo (è lei che parla con noi) ha più di 20 figli e “in omaggio” a ciò ha avuto assegnate due aule! Urla che non sa cosa far mangiare ai suoi figli.

Qui dentro ci stanno ancora i poveracci, quelli più poveri dei poveri, quelli che hanno avuto la casa distrutta e non hanno risorse per trovarsene un’altra, o parenti che li possano ospitare ed andarsene. Ma, nella breve conversazione che abbiamo (tradotta da Mariam) ci dicono che da due mesi l’UNWRA non gli fornisce più il pacco cibo. Evidentemente vogliono che se ne vadano. Ma dove?

Insomma dopo questo giro penso proprio che ci sono tante Gaze, quella dei grattacieli che circondano il nostro albergo e quella di chi non sa cosa mangiare e, in mezzo, diversi gradi di povertà e ricchezza. Ci sono delle povertà incancrenite da decenni dove la gente non riesce ad alzare lo sguardo fuori e chi, lentamente si è arricchito, qualcuno anche molto, utilizzando i tunnel, il fatto che Gaza sia uno spazio chiuso; chi si è arricchito con le droghe (pare che una – proveniente dall’Egitto si chiama “Tranadol” – che ironia, presumo sia un antidepressivo…) che pare siano consumate soprattutto dagli uomini. Nel nostro programma pare che visiteremo anche un gruppo di donne con mariti drogati. Anche un progetto di AISHA.

Il pranzo cena è stato tanto abbondante e anche a causa del cuore grosso, decidiamo di non cenare. Ce ne andiamo a mangiare uno yogurt in stanza e poi via al computer per riversare foto e scrivere queste note.

Buona notte. Domani 4 bambini feriti ci attendono.

Giovedì 30 aprile 2015 – TERZO GIORNO – GAZA

Quando si può! Hamas ha deciso di spostare il 1 maggio al 30 aprile! Quindi oggi è festa a Gaza. Il primo maggio avrebbe disturbato il venerdì musulmano, e così già che c’erano hanno regalato un lungo ponte ai Gazani. Ugualmente abbiamo in programma per oggi la visita a 4 bambini dei 19 nuove adozioni di bambini feriti nel luglio ed agosto 2014, adozioni attivate tramite l’associazione AISHA, che per noi è un’esperienza nuova rispetto a quelle attivate con le tre associazioni ‘storiche’ che collaborano con Gazzella.

Prima visita una famiglia dimezzata: sono morte la madre e due sorelle, due sorelle gravemente ferite, con solo qualche scheggia sul corpo due bambini. Siamo a Beach Camp sopra Gaza City, sul mare. E’ morto anche un cugino. La casa di 4 piani è venuta tutta già, solo macerie. Spostando le macerie dal piano terra, il padre ha costruito 3 stanze, dei buchi per le finestre le porte, rifiniti solo con le cornici in attesa degli infissi. Abbiamo chiesto se aveva ricevuto dei soldi per la perdita della casa. No quello che ha costruito lo ha fatto con i soldi ricevuti come rimborso per le morti! La costruzione è veramente essenziale, in blocchi di cemento forati, ci vivono la nonna sopravvissuta, il padre e i 4 figli, le due sorelle rispettivamente di 9 e 10 anni e due bimbetti sui 4 e 5. Ci vive inoltre la sorella del padre, nubile. La bimba di 9 anni è la bimba adottata dal Centro Donna (mando le tre foto a parte). Splendida bimba con un braccio che non so se tornerà a posto, oltre a tantissime piccole cicatrici in tutto il corpo e in viso. La sorella ha anche un braccio che non si piega più e ferite diffuse sul corpo. Ma sono vive. Ricevono aiuto dalla mobile-clinic psichiatrica di AISHA. Tutta la famiglia viene aiutata ad elaborare la tragedia.

Ugualmente la seconda famiglia del campo di Jabalia è stata colpita da un missile che ha attraversato i muri ed ha ucciso due bimbi che stavano in una stanza a piano terra (sono visibili le riparazioni che hanno chiuso il foro di entrata. Erano due cugini. Mi dispiace dirlo: i cervelli spiaccicati sul muro. Era agosto e giocavano nella stanza più fresca della casa. Anche un altro bambino è stato gravemente ferito. Ha una brutta ferita lungo il corpo e segni in testa. E’ stato per tre mesi in Germania per essere “sistemato” in particolare all’apparato digerente. Da solo. Anche questa famiglia riceve un supporto psicologico da AISHA. Sono rimasti vivi il bambino ferito e altri due fratelli. La madre è incinta di quattro mesi. La vita continua. La famiglia è sembrata molto unita.

Ho la telecamera e ho filmato i luoghi che visitiamo, tutto intorno ci sono le macerie.

Esco da questa casa scossa. Da molti anni quando vengo a Gaza visito bambini feriti, ma sono bambini che sono stati feriti anni prima, le famiglie continuano a ricevere aiuti, ma questi sono diversi, sono ancora traumatizzati e nei loro occhi si legge paura e angoscia. Come potranno elaborare tutto questo?

Infatti l’ultimo bambini ferito che visitiamo è soprattutto sotto stress, non alza gli occhi da terra, è disturbato. Il padre fa vedere le foto prima di luglio scorso ed è la foto di un bambino sorridente, a quanto pare era anche bravo a scuola, ora non più. Ha un ghigno fisso in volto e gli occhi bassi. Faccio fatica a fotografarlo. Anche questa famiglia ha perso la casa e in sette persone in due camere in affitto. Anche il padre ha avuto uno shock e si deve riprendere. La moglie lo guarda spesso con faccia preoccupata. Anche loro vengono aiutati psicologicamente. Anche loro non hanno avuto soldi per ricostruire e, non avendo fondi loro, hanno affittato praticamente un buco di due stanze a Jabalia camp.

Effettivamente per le famiglie colpite (non solo da morti) ma anche semplicemente per le case distrutte, per figli o genitori feriti è durissimo riprendere la vita normale. L’associazione AISHA ha ricevuto dei fondi dall’OCHA per il sostegno psicologico alle famiglie dei feriti e si aggirano con psicologhe e psichiatre nelle varie zone di Gaza , in parte su segnalazione UNRWA, in parte di familiari e di conoscenti. Così saranno tutti i 19 bambini che visiteremo. Ma le ferite, non solo quelle visibili, sono profonde, ogni volta mi richiedo come facciano. Io non so se riuscirei a riprendermi se avessi vissuto questo disastro e la perdita di casa, figli, marito….

Ad ogni famiglia visitata hanno consegnato un piccolo ventilatore che serve sia per rinfrescare che per riscaldare. Tipo caldobagno. Ne avranno bisogno: a Gaza siamo già sui 27-30 gradi, non voglio pensare a luglio ed agosto.

Il tardo pomeriggio siamo libere. Ci facciamo una bella passeggiata rigeneratrice sulla spiaggia, in mezzo a molte famiglie: ci sono anche donne totalmente velate che entrano in acqua completamente vestite, spesso per far immergere i loro figli. Sono incredibili, alcune con il chador, con il volto tutto coperto e con l’acqua fino alle ginocchia, altre ancora hanno solo il velo, ma sotto ci sono i jeans (quelle più giovani) coperti poi da una specie di mantello fino ai piedi. Magari così si rinfrescano. L’impressione è di un giorno di festa, intere famiglie siedono intorno ai tavolini ricoperti di sacchetti di plastica e varie pentole protetti dall’ombra degli ombrelloni. Ostia my love!

Il mare è bello, con onde lunghe pieno di bambini vocianti che si tuffano e fanno finta di nuotare. Più in là dei ragazzi giocano al pallone, passa un uomo a cavallo. Dov’è il problema? Qui si vive una vita normale dentro l’assurdità e forse per molti con un pesante dolore nel cuore. Ma si vive. E, lo riscopriamo ogni volta che veniamo a Gaza, e non è poco. Sul molo dei pescatori, restaurato, con nuove illuminazioni solari ci sono centinaia di famiglie a godersi il chiasso, il mare e qualche schifezza che comprano ai bambini. Non mancano qualche aquilone, i palloncini e lo zucchero filato (di un preoccupante colore rosa) per i bambini.

Sera: passeggiata lungo lo stradone che costeggia il mare, dove si trova il nostro albergo (come al solito siamo le uniche ospiti) in mezzo al clamore delle macchine che vanno a clackson; in alcuni locali c’è il solito rimbombo dei bassi che indicano un matrimonio in corso.. Che voglia…! Più in là, mentre ci passiamo davanti, frotte di uomini escono dalla moschea: è iniziato il venerdì e sono andati alla predica. Noi invece andiamo al nostro solito ristorante di pesce a due passi dalla spiaggia, una via più in là dopo la moschea: un fritto misto di calamari e gamberi, una magnifica orata al forno e i soliti antipasti palestinesi. Meno di 15 euro a testa. Se po’ fa.

E poi a letto a scrivere e leggere. Non prima però di aver lavato almeno i piedi, carichi dell’onnipresente sabbia e secchi come acciughe. Un altro giorno a Gaza e passato. E domani è venerdì.

Venerdì 1 maggio 2015 QUARTO GIORNO – GAZA

Oggi è per noi un giorno off perché lo è per Gaza. Non abbiamo impegni ne appuntamenti e non ci sono i cooperanti italiani da vedere e con i quali discutere: non sono autorizzati a soggiornare qui.

Risveglio più lento, la solita colazione (ci siamo affezionate al cameriere che neanche per sbaglio cambia qualcosa alla colazione che ci porta e che consiste in frittatina larga distesa, pane arabo, labane, formaggio più solido, olio di oliva in piattino, za’tar, marmellata di fragole – sempre – e i panini arabi). Ci scherziamo sempre, scommettiamo se cambierà qualcosa. E regolarmente perdiamo la scommessa. Ma anche noi abbiamo le nostre solite medicine: io il Cotareg e Sancia una varietà maggiore di pillole.

In camera io mi metto ancor le gocce per l’occhio, ma è tutto per oggi.

E si esce. Mattina. Bella giornata. Il deserto nelle strade. Ci manca il clamore dei clackson e i taxisti privati che suonando ci offrono un passaggio. Ho sottovalutato Sancia, è una trekkista tremenda, nonostante abbia 10 anni più di me. Io ogni tanto con le mie ginocchia impongo una pausa, sempre all’ombra. Una pausa lunga infine ce la prendiamo in un bellissimo parco, con panchine, tenuto pulito, una piccola Svizzera. Potrebbe essere un parco curato della riviera ligure. Stiamo sedute per un po’ in mezzo a filari di ibisco, buganville, palme, giacarande. Un paradiso. Ad un certo punto veniamo circondate da ragazze giovani, tutte velate due completamente meno gli occhi. Ci cominciano a fotografare con loro, ridono e si divertono. Noi con loro. Qualcuna parla inglese, ci diciamo i vari nomi (un classico a Gaza è sentirsi rivolgere “What’s your name”). Alla fine io riesco a farmi fotografare con una tutta velata tra i suoi tentativi (poco convinti) di sottrarsi alla foto e io che la branchio con convinzione. Alla fine le metto una mano davanti agli occhi tra il tripudio delle altre e ci fotografano. Conservo con un sorriso la foto sul telefonino.

Ci riavviamo: meta il mercato più importante di Gaza. Qui è tutto come ogni giorno: caos, macchine in tripla fila che si contendono lo spazio con i carretti tirati da asini, banchi di verdura, frutta, galline, jeans, paccottiglia varia, un pavimento di verdure scartate e buttata per terra, un casino come al solito. Con Sancia andiamo in cerca della moschea più antica di Gaza; una vecchia chiesa templare-crociata. Sancia l’aveva vista molti anni fa. Io la trovo bellissima. La troviamo dopo aver costeggiato un cimitero e un altro mercato molto più tranquillo. Ed eccola. Ma..ma abbiamo dimenticato di portare con noi i foulard. Ci mettiamo in cerca di un negozio, con 20 shekel ne compriamo uno a testa. E ritentiamo la moschea. Dentro si entra, ma è venerdì e dopo un po’ (Sancia si aggirava come una turista dentro una chiesa e arriva fino a pochi passi dal gruppo in preghiera con Imam…) veniamo cortesemente invitate ad uscire. Oggi non si può stare dentro. Sgrido Sancia per come si è comportata da turista curiosa invece di sedersi discreta e ce ne andiamo. Ma intanto l’abbiamo vista. Facciamo il giro dell’edificio fino al minareto un vero e proprio gioiello.

Alla piazza vicina convinco Sancia a prendere un taxi… per il ritorno. Pranzo pomeriggio in spiaggia, con un succo di mango io, Sancia uno di limone-menta: sembra di stare in vacanza in un paese tropicale, i grattacieli in riva, il mare ondoso: chi ha detto che non si possa andare in vacanza a Gaza? Un bel libro da leggere, un bicchiere di succo tropicale, un sole che scalda: questa è vita! Anche noi siamo risucchiate dalla normalità di Gaza, anche se i bambini feriti visti ieri mi sono ancora dentro, ma qui si fa di tutto per vivere una vita normale e in questo primo venerdì di maggio quasi ci riusciamo!

Pomeriggio al computer, sera a mangiare in un locale di ashishe. Cena quasi occidentale che fa da intervallo alle nostre cene di pesce gazese. E poi una rapida visita al matrimonio in corso nel nostro albergo, lussuoso. Conto 40 mazzoni di fiori (hanno una struttura che stanno in piedi, tutti celofanati). Si presentano lo sposo e sua madre e ci invitano a danzare, resistiamo (anche perché i nostri abiti occidentali casual fanno a botte con la loro eleganza, con le loro scarpette a tacco alto…, i loro volti truccati.., salutiamo ed andiamo. Ad ogni matrimonio non riesco a non pensare quale sarà il futuro della sposa. Pare che qui la violenza sulle donne sia in verticale aumento. La media di figli a famiglia sono di 4,5. Gli orizzonti si chiudono, ma stasera si balla si fa festa e non ci si pensa.

E domani ricominciamo a visitare i bambini feriti nel luglio-agosto 2014. E poi nel pomeriggio incontreremo le coppie di fidanzati, che partecipano al progetto per impostare una relazione di coppia più egualitaria, che fa parte del progetto 8×1000. Vedremo. Registrerò l’incontro, ahimè in arabo con sintetica traduzione in inglese.

Sabato 2 maggio 2015 QUINTO GIORNO – GAZA

Ed eccomi alla sera con una giornata intensa da raccontare.

Oggi è sabato ed ancora festivo, ma abbiamo 4 bambini feriti da visitare. 9.30 puntuali aspettiamo la macchina con la nostra interprete. Prima cerchiamo di stampare la lista finalmente in inglese, ma il nostro file è docx e l’albergo è ancora in doc. Ci rinunciamo e partiamo.

Per arrivare a Shaja’iyya (nord est di Gaza, praticamente al confine) facciamo un lungo tratto di strada con tutte le case distrutte. Fa impressione. Le ho riprese senza riuscire a vedere nel piccolo schermo molto bene, ma penso che qualcosa di buono ci sia. E’ la strada seguita dai tank israeliani per entrare a Gaza. Hanno fatto piazza pulita. Nulla è rimasto in piedi. Case di comune abitazione tutte distrutte, un deserto, ricordava le immagini di Desdra dopo i bombardamenti alleati. Dentro c’erano famiglie che ci vivevano. Molte sono riuscite a scappare, altre no. Ci inoltriamo ed anche una moschea con un bellissimo minareto (antico e quindi immagino che anche la moschea lo fosse) non c’è proprio più, è rimasto il vuoto. Quando arriva l’assistente sociale di AISHA che abita in una casa danneggiata (ma non distrutta, dove si vedono le riparazioni fatte nel frattempo, buchi rinchiusi, tetto di ondulato) ci spiega che nell’ultimo bombardamento chi stava ad est e aveva parenti lungo il mare si è spostato, così come nel 2012, quando c’è stato l’attacco dal mare era successo il contrario.

Oggi visitiamo 3 famiglie, in una sono stati adottati 2 bambini. Il disastro. La prima famiglia che visitiamo ha un quattordicenne ferito alla gamba che gira con le stampelle. Sta aspettando di avere un’altra operazione al ginocchio. Era in strada ed è morto un cugino, lui solo colpito alla parte superiore della gamba compreso il ginocchio. Ma non basta, la sorella oggi di soli 20 anni è vedova, ha perso il marito dopo quattro mesi di matrimonio l’anno scorso (defensive edge l’anno chiamata!) La famiglia ha perso la casa ed è in affitto alla meno peggio, in una casa senza elettrodomestici.

La seconda visita è ad una famiglia con una figlia alla quale è stato quasi staccato un braccio. Pare che un medico ritenesse che era meglio tagliarlo, un altro invece ha deciso di provare a riattacarlo, ha funzionato, ora ha solo una mano che dal polso in giù è piegata ha un tutore che le fa male mettere, anche lei aspetta di essere rioperata. Ma il braccio c’è, è quello sinistro e forse per lei meno importante anche se ha perso (la recupererà?) la funzionalità della mano.

Penso che questi chirurghi palestinesi di Gaza sono diventati veramente degli esperti in braccia, gambe, sistemi nervosi, teste e quant’altro. Soprattutto pensando in quale macelleria stavano operando..! Tutti i feriti che ho visto finora hanno avuto gravi ferite e spesso anche diffuse sul corpo per schegge e quant’altro.

Infine l’ultima famiglia è ancora in uno shelter di una scuola UNRWA. Ogni famiglia ha a disposizione un’aula. Quelli che visitiamo ci vivono in 7: genitori e 5 figli dai 3 ai 13 anni. Su un muro una lunga lavagna, di fronte degli attaccapanni. Loro adesso hanno una serie di materassi sottili impilati, in un angolo, un altro angolo serve probabilmente da gabinetto mobile (ci sono solo due gabinetti al piano per tutte le famiglie) in un altro angolo è organizzata la cucina con una bombola a gas da campeggio, piatti e stoviglie appoggiati su un pianale. Un vecchio tv è acceso in un altro angolo su un programma per bambini. Con l’aiuto dei vicini racimolano 5 sedie per metterci sedute. In questa famiglia una ragazza di 9 anni e suo fratello di 11 sono stati feriti nel corpo. Il padre era un contadino, ha avuto la casa, i campi e gli ulivi distrutti, non ha soldi per riprendere le attività e ha paura a tornare ai campi proprio vicino al confine est.

Non ci sono parole. E’ vero che quando i numeri diventano volti concreti (e fotografati) e storie di bambini e bambine, genitori, senza casa, senza risorse, l’orrore di questi attacchi si fa vivo e reale, vicino, e l’orrore puro ti assale, l’impotenza ti irrigidisce il corpo e annebbia il cervello.

Riportiamo a casa l’assistente sociale e siamo attese a casa di Mariam, la responsabile dei progetti di AISHA. Hanno una casa in mezzo a Shaja’iyya, lambita dai bombardamenti (la casa vicina dello zio che però si affaccia sull’ampio giardino comune ha perso il tetto, e anche qualche pezzo dell’ultimo piano.

Ci aspetta un pranzo luculiano preparato dalla madre: foglie di vite con riso (le più buone mai assaggiate) un riso ricco di pistacchi e tante altre cose, pollo, tabbule. In quantità enormi. In giardino ci ritroviamo con il padre e la madre. Lui è furioso, forse meglio dire profondamente arrabbiato per le aggressioni israeliane, ci porta in giro per il giardino e ci mostra tutti gli ulivi abbattuti, le strutture danneggiate, i colpi di mortaio contro la casa e le varie cose. Mostra gli ulivi tranciati come se fossero figli, o forse meglio gli antenati. Di ognuno dice l’età, da chi è stato piantato. Qui scopriamo che ad ogni attacco gli abitanti di Gaza si spostano, a seconda da dove vengono: se dal mare o da terra, da est o da ovest, presso parenti. Solo così la strage viene in parte limitata.

Nell’ultimo attacco la loro famiglia (si intende sempre allargata, quindi non meno di 20 persone ed anche di più con i bambini) si era rifugiata tutta presso parenti vicino al mare. Si continua a parlare degli attacchi israeliani. Chiedo a Mariam se lei si aspetta un attacco quest’estate. Esita un po’ e poi dice forse quest’anno no, ma il prossimo si. Le chiedo come si fa a vivere così; mi risponde: “che altro possiamo fare?” Insisto “ma come fai a pensare che magari l’anno prossimo la vostra casa viene giù e perdete tutto… ?” Mi risponde “Proprio l’anno scorso avevamo cambiato il salotto e gli infissi della casa. Sono partiti solo i vetri per effetto dei colpi contro la casa dello zio“. “E allora?” Mi risponde di nuovo “what else can we do?” Ed è proprio così. Che altro possono fare? Non hanno il volano nelle loro mani. E non ce l’ha nemmeno Hamas, che tra l’altro, a quanto pare non paga gli impiegati pubblici da 9 mesi se non con pochi acconti. Benvenuti all’inferno, eppure ieri eravamo in spiaggia, al sole, e come noi tanti abitanti di Gaza, e le donne continuano a fare figli, e la vita scorre.

Più tardi incontriamo Elham del Medical Relief, discutiamo dei bambini adottati con l’aiuto del Medical Relief, alcuni dei quali ormai sopra i 18 anni. Chiedo se non potrebbero essere sostituiti da bambini più piccoli e feriti di recente. Risponde che in questo momento non si può togliere gli aiuti alle famiglie perché tutti hanno bisogno. Allora come fare? Come si fa a togliere ad una famiglia misera per darne ad un’altra? Anche AISHA ci dice che ha un numero ben maggiore di bambini feriti se “volessimo”. Sì, ma in Italia nessuno adotta più, o molti pochi. E poi è come versare acqua in un deserto. Ce ne vorrebbe troppa. Ma come diceva Mariam: “what else can we do?”

Pomeriggio, altro contrattempo (nulla rispetto a quello che abbiamo sentito e veduto). Stamani non mi sono trovata il telefonino. Pensavo di averlo lasciato in stanza, ma al ritorno non c’era. Ho provato a chiamarlo, dopo una lunga attesa la linea si è interrotto e alla successiva chiamata il telefono non era più raggiungibile. Mi è stato rubato, ma non capisco dove, perché me n’ero accorta ancora in macchina prima di scendere e tutto sommato ci sembra improbabile che sia stato il cameriere dell’albergo. Intanto l’ho perso e a Roma quando arrivo mi dovrò arrangiare con una scheda Jawwal per comunicare con la macchina. Ma questo è un altro problema, vedrò poi.

Buonanotte. Ho fatto le 23.45, local time.

Domenica 3 maggio 2015 SESTO GIORNO – GAZA

Da dove cominciare? Dalle 9.30 quando abbiamo cominciato il giro per visitare ben 11 bambini feriti nell’ultimo attacco israeliano. E abbiamo sceso un altro girone dell’inferno. Come ieri, storie strazianti. Famiglie dimezzate. Prima famiglia: due figli di 15 e 17 anni morti, altri due feriti gravemente, madre e padre pure, due figlie vivevano altrove perché sposate salve, un bimbetto illeso. Di notte, in un centro di raccolta dell’UNRWA in una scuola, bombardata perché ospitava “terroristi”. La madre al buio ha ritrovato il figlio per l’odore della maglietta e ha immerso le mani nel sangue. Ha raccontato che si è messa a gridare “don’t died” e il figlio “don’t cry”, Morto per strada nell’autoambulanza che trasportava lui ed altri due feriti. L’altro morto per strada. Il padre operaio di una azienda agricola, trattorista, il trattore è distrutto, è disoccupato anche se spera di ricominciare a lavorare. Lei maestra d’asilo ha una mano rovinata ed è a casa. Niente soldi. AISHA ha chiesto l’adozione dei due bambini. Sono ritornati nella loro casa da cui erano fuggiti per paura e, ironia della sorte è rimasta intatta. Ancora oggi si dicono: “se fossimo rimasti qui non sarebbe successo. Il palazzo è danneggiato, ma l’appartamento è intero e anche arredato dignitosamente”. Anche questo succede: si scappa in un luogo che sembra sicuro e si muore!

Siamo a Beit Hanun la cittadina più vicina al confine, le ultime case sono in linea d’aria a meno di un chilometro da Eretz che si vede benissimo.

Altra famiglia: ovvero 5 famiglie riunite in uno spazio di 3 stanze una cucina e un bagno. In tutto 30 persone, bambini compresi. Due capifamiglia hanno perso la moglie e vivono lì con i figli. Uno, maestro, è su una sedia a rotelle con una gamba di meno sopra al ginocchio e un’altra totalmente deturpata messa in orizzontale e sostenuta da vari lacci. Impressionante. Gli sono rimasti due figli, oltre la moglie è morto un figlio. Un altro, sta bene, ha avuto solo piccole ferite, ma è rimasto solo con due figli, un maschio ed una piccolina di due anni, con una larga ferita sopra la caviglia e una lunga cicatrice sul corpo. In questo gruppo familiare, AISHA ha proposto 5 bambini in adozione a distanza. Indispensabili. Li fotografiamo, parlano le donne, parlano gli uomini. Tutte e 5 le famiglie hanno perso la casa e ora sono ricoverate qui. Una donna mi porta fuori in strada e mi indica il vuoto dove prima era la sua casa: non ci sono che macerie. Che posso dire. Spero che almeno il mio volto abbia parlato!

Perdere la casa poi non è come essere sfrattati. Lo spazio dov’era è semplicemente ricoperto da macerie con vari gradi di distruzione. Da dove ricominciare? Questa famiglia riceve dall’UNRWA solo riso. Nessuno lavora. Probabilmente hanno ricevuto dal governo un importo per le morti. Ma sono ripagabili? Chi ricostruirà le case?

Ed è cosi dopo ogni attacco israeliano, solo che questa volta è stato molto più feroce e distruttivo. Sono entrati profondamente con i carri armati, hanno accompagnato questa aggressione con voli F24 e droni. Hanno creato una lunga striscia lunga chilometri e profonda almeno 1-2 di no house e people zone. Per sicurezza. Di chi? Ieri mi guardavo le statistiche del 2014, In tutto sono morti 63 soldati israeliani (quanti suicidi?) dall’altra parte più di 2000 morti, uomini, donne e bambini e feriti più di 11mila e ho visto come. Ferite che rimarranno per sempre nel corpo e non solo.

AISHA in questa zona ha organizzato una mobile psichiatric clinic e identificato le famiglia bisognose di avere i bambini adottati. Sono famiglie con bambini stressati, nervosi, un bambino di 5 anni da un anno non parla più, è in cura psichiatrica del Centro comunitario per la salute psichica, ma non sono riusciti ancora a sbloccarlo, la madre è depressa, la sorellina di due anni (aveva 5 mesi nel luglio scorso) era rimasta ferita in culla ed è visibilmente nervosa. Molte bambine se gli davi la mano la ritraevano cercando la mamma. Che disastro.

Un altro nucleo familiare che abbiamo visitato era composto da 50 persone, ma in un compound ampio con vari edifici. Contadini vivevano in varie case costruite dai vari nuclei familiari che cresceva di un piano ogni volta che un figlio si sposa. Molte di queste sono danneggiate, ma tutto sommato si sono potuti riorganizzare. In questo compound sono 2 i bambini adottati, nelle famiglie con più difficoltà o con la casa semi distrutta. Abbiamo le foto di tutti questi bambini e bambine, i loro occhi parlano per loro.

Alle 13 circa finiamo il giro delle famiglie. Avremmo bisogno di un bel bicchiere di vino, ma qui la vite al massimo la usano per fare gli involtini di foglie di vite e uva. Ma, guardando in giro ho visto della vite… Impegnandosi si potrebbe fare…

Altro appuntamento importante:l’incontro con i fidanzati per superare relazioni violente in famiglia. –quest’anno qui a Beit Hanun ci sono 10 coppie di fidanzati che hanno deciso di partecipare. Io pensavo che fosse la fine del corso, invece sta iniziando. E’ il loro primo incontro.

Ma ora sono troppo stanca, lascerei qui perché anche quell’incontro è stato importante e sono emerse molte cose interessanti che vorrei fissare. Non ultima l’incontro finale con il comitato che gestisce questa casa che è una via di mezzo tra un sindacato e una delegazione del ministero del lavoro.

Ma sono troppo stanca per andare avanti per un’altra pagina. A domani. BUONANOTTE se potete.

Seconda parte di Domenica 3 maggio 2015

Sono giornate intense che si prolungano e si passa da un tema all’altro. Lasciando però una scia di profonda angoscia ed anche di rabbia. In pulmino stiamo tutte zitte. Di ritorno dalle ultime due famiglie (gruppi di famiglie) nessun commento possibile.

Mi dico che in tutti i luoghi di guerra (e oggi ce ne sono molti) è così. Cose insensate che sopportiamo solo perché ci alieniamo da loro. I feriti sono numeri, i morti sono numeri ma sono insopportabili quando ci si avvicina alla loro realtà. Anche solo immaginarla. Così è anche per i morti del Mediterraneo, le famiglie disperse in Siria, il conflitto in Ucraina e in tutte le guerre che attraversano oggi il mondo.

La guerra non è gentile. Come facciamo a dimenticarlo? E non risolve quasi mai niente, anzi crea altri problemi. Qui poi, più che di guerra bisognerebbe parlare di attacco, di aggressione infinita e feroce.

Nel primo pomeriggio ci aspetta un incontro di verifica del lavoro di AISHA negli incontri per “i fidanzati” (di fatto sono le coppie che firmano per il matrimonio in Tribunale). Attraversiamo in lungo Beit Hanun ed arriviamo in una specie di centro sociale-sindacale locale, legato al Ministero del Lavoro, qui si svolgeranno gli incontri di 12 coppie di fidanzati. Veramente io pensavo che avessero già finito e fosse più che altro un incontro di “restituzione” del progetto. Invece era la prima volta. Interessantissimo. Un contesto “urbano” e non contadino come l’anno scorso. Fa impressione: sono tutti giovani dai 22 ai 16 anni (le ragazze sono tutte più giovani), praticamente tutti disoccupati e si sposano lo stesso. Molte ragazze non hanno finito le superiori. Chiediamo come pensano di vivere. “Nella casa di famiglia dell’uomo” rispondono. Di fatto la famiglia estesa è la chiave della solidarietà economica. Non voglio pensare alla vita della nuora nella casa della suocera! Eppure emerge che le coppie hanno “negoziato” (è il termine che usano) tra loro la decisione di partecipare a questi incontri. Lo scopo è quello di stabilire una relazione armoniosa, rispettosa e solidale tra le coppie (questo grosso modo è il titolo del corso).

Si parla anche di violenza in famiglia. Alcuni ragazzi dicono che fanno questo corso proprio per imparare come vivere in coppia. Come aiutarsi. Sembra quasi che vogliano creare una cesura tra la famiglia da cui provengono e il loro modo di impostare la relazione di coppia. L’assistente sociale a fine incontro mi dice “magari parlano così perché non sono ancora sposati” ma ugualmente bisogna tentare. Anche le ragazze sono diverse dalle donne sposate incontrate. In molte coppie di famiglie colpite dai bombardamenti sono le donne che parlano e raccontano, gli uomini tacciono. Qui è un po’ il contrario. Parlano più i ragazzi. Le ragazze assentono, meno un paio che sono più decise. Una addirittura si rifiuta di rispondere (“è troppo timida” dice il suo fidanzato).

Comunque qui a Gaza il diritto di famiglia è peggiore che in West bank anche se è lo stesso, viene applicato di più. In caso di divorzio i bambini non vengono affidati alla madre ma alla madre della madre, e solo fino i 9 anni le bambine e 11 anni i bambini. Poi vanno con il padre (ovvero con la famiglia del padre). E’ vero che spesso il padre, che si è fatto un’altra famiglia non li richiede (sono bocche da sfamare…).

Molto divertente alla fine la discussione sul velo. Siccome sembrava che tutto andasse bene, io ho chiesto cosa pensavano ragazzi e e ragazze del velo. Si è scatenato un putiferio. Chi ha detto che è un fatto religioso, chi ha detto che è la loro tradizione musulmana. Io ho ricordato che nell’88 praticamente solo le donne anziane portavano un velo e solo morbidamente intorno al capo. Uno ha detto: noi siamo chiusi dentro, non abbiamo più contatti con l’Europa e allora ci rinchiudiamo, torniamo a tradizioni più vecchie delle nostre nonne. Una ragazza ha detto che con il velo si sente a posto e protetta. Nessuna però ha manifestato la voglia di non averlo. E’ parte dell’abito e così sono ragazze serie. L’assistente sociale (che porta il velo e il mantello lungo ai piedi) mi ha detto che la discussione verrà utilizzata nel corso.

Stavamo andandocene quando siamo state invitate dal direttore del centro di passare da lui per 5’.

Comandi! Con Sancia ci siamo trovate davanti ad 8 uomini, tutti scuri di pelle come contadini calabresi. Volevano sapere cosa facevamo, hanno detto che erano molto lieti di ospitare quel corso, che per loro era importante, ma il loro problema è la disoccupazione, il fatto che i loro prodotti non li possono esportare, che sono costretti a comperare le merci israeliane, che un’economia chiusa non può svilupparsi. Che nell’ultima guerra (Hamas preferisce parlare di guerra e non di attacco…) hanno perso il 50% della già misera industria che avevano (sostanzialmente legata all’edilizia) ed ora dipendono per molti prodotti (perfino la malta e il cemento) da Israele che li centellina e quindi l’attività edile va a rilento. Sono rimasta colpita. Evidentemente non erano di Hamas anche perché si stavano “degnando” di parlare con delle donne per di più non velate ed occidentali. Tutto il colloquio mi ha dato la sensazione che qualcosa stia cambiando a Gaza a livello politico. Forse (perché non parlando la lingua non si capisce poi molto), forse la gente è stufa della contrapposizione Hamas-Fatah e cerca altre vie. Ma quali? Fanno i conti con i tremendi danni e perdite del bombardamento dell’anno scorso e vogliono un po’ di pace, per le loro vite, per le loro famiglie. Questo emerge anche dai colloqui con i giovani. Ma come al solito è uno spicchio della realtà quindi è difficile affermarlo in assoluto. Ma il muro si sta incrinando.

Torniamo a casa alle 18, distrutte, ci buttiamo sul letto e poi andiamo a cena, facendo una camminata fino ad Al Marna, un ristorante “occidentalizzato” un po’ di pollo alla francese ci fa bene.

Ritorniamo, tranquille e senza problemi, al buio all’albergo, intorno a noi il fragore dei tamburi dei molti matrimoni che sfilano nelle strade dove passiamo. Non finiamo di stupirci della quantità dei matrimoni, che poi vuol dire bambini, vita dura, ma vita.

A letto, non leggo, scrivo un po’, anche per liberare la mente e poi al buio continuo a rimuginare, ed è subito mattina.

Lunedì 4 maggio 2015 SETTIMO GIORNO – GAZA

Oggi ci aspettano due incontri con donne che hanno seguito i corsi di formazione, tutte sottolineano il bisogno di fondi per iniziare le loro attività. Devo dire che è così insistente che mi viene in mente che forse Mariam abbia parlato con loro dicendo che noi abbiamo intenzione di lanciare il microcredito.

Tutte storie interessanti. Le ho appuntate e le voglio trascrivere. Sono storie che pur tutte più o meno uguali, in realtà sono diverse, come diverso è il modo di raccontare. Parecchie ragazze sono ancora single (4) ed una addirittura ha divorziato (lei!) dopo 4 mesi di matrimonio. E’ una ragazza forte. Non indaghiamo le cause, dice che non andavano bene. E’ un tunnel nel quale non entriamo.

Una che ha fatto il corso per coiffeur mi offre di sistemarmi i capelli. Evidentemente devo averli in uno stato penoso. Sopravviverò.

Altro incontro con mogli di drogati. Durissimo. Se hanno un soldo lo devono nascondere al marito e avere una “doppia contabilità. Spesso sono picchiate dai mariti. A queste donne hanno insegnato a difendersi, a metter via i coltelli, cercare compagnia, e mandare dalla nonna i bambini. La droga che ora va per la maggiore si chiama “Tronadol” (Ho visto una pubblicità contro fuori da un dispensario medico)

E poi il pomeriggio a parlare con Mariam e Reem dei vari progetti. Quello che stanno chiudendo, come realizzare quello che forse verrà approvato che comprende il microcredito, e in caso si sposti sull’attività delle cliniche psico-psichiatrice mobili, perché ce n’è tanto bisogno, discutiamo dei metodi del microcredito, e infine di cosa presentare di nuovo per un nuovo ciclo di 3 anni. Qui le idee sono un po’ confuse perché si capisce che il loro core business e il lavoro di sostegno, incontro con le donne, loro formazione, empowerment e difesa legale. E le donne a Gaza non mancano. Ma non si può presentare un progetto 8×1000 uguale per più di tre anni. Lasciamo depositare le idee ripromettendoci scambi di mail e chiacchierate via skype. Io sonderò a Roma quale progetto potrebbe essere accolto, loro vedranno tra i vari finanziamenti che hanno quale parte del lavoro e scoperto.

Si ragiona anche sui bambini e bambine ferite. Ci sarebbe bisogno di altre adozioni. Toccherà vedere a Roma se si riattiva la campagna per le adozioni. Gazzella a un calo di persone/gruppi adottanti e sta dando fondo ai fondi ricevuti senza obblighi.

Torniamo all’albergo. Abbiamo due ore libere prima di andare a casa di Elias, il presidente di AISHA, e poi insieme al ristorante. Con Sancia si ragiona che questo modo di entrare nelle famiglie e di incontrare delle donne e uomini “normali” è veramente unico. Nelle visite che si fanno normalmente gli incontri sono più “politici” e manca la sensazione di quello che pensa la gente e di come vive. Noi, invece, abbiamo la possibilità di incontrare almeno un piccolo spicchio di ordinary people. A casa (ops, in albergo), senza pranzo, ci aspetta uno snack di tarallucci e cubetti di parmigiano e qualche mandorla tostata. Sappiamo cosa ci aspetta a cena.

Vero, la cena, di nuovo al Faro, splendido ristorante della riviera ligure, siamo in 9, Khalil economista del Human Rights di Gaza e suo figlio, Elias e sua moglie e i loro 3 figli. Bella cena, con molte discussioni economiche, kebab, insalate gazawi, e shisha finale. L’amicizia è importante e permette di condividere quanto visto in questi giorni, ascoltare le loro reazioni, discutere del futuro di gaza e delle prospettive politiche. Anche la moglie di Elias, bella donna, lavora al Human Rights Gaza e discutiamo tutti insieme.

I figli, come in Italia, sono ripiegati sui loro telefonini intelligenti e tablet.

In albergo, monto la valigia e mi infilo sotto le coperte. La serata, ce lo diciamo con Sancia, è durata un’ora di più di quanto potevamo resistere. Ma è finita.

Domani ci aspetta una visita a Khan Younis alla scuola per audiolesi e poi Eretz. Gerusalemme e Roma.

A Gerusalemme potrò parlare con Carla e AnnaRita e poi ROMA con Gaza nel cuore.

FINE

Gianna

Pubblicato il 14 giugno 2015 da Gazzella

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Guerra a Gaza, Rapporto medico: «Gravi violazioni»

23/06/2015  «Gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario». È questa la sintesi di “No safe place” (Nessun luogo sicuro), il primo rapporto medico indipendente su “Margine protettivo”, l’operazione attuata dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza tra l’8 luglio e il 26 agosto 2014.

Lo studio è stato redatto, su richiesta di Medici per i Diritti Umani–Israele e in collaborazione con tre associazioni umanitarie palestinesi, da un team di otto esperti internazionali. Hanno raccolto testimonianze di feriti (a Gaza, in Cisgiordania, Israele e Giordania), letto cartelle cliniche, analizzato foto di cadaveri, intervistato i medici che durante i 50 giorni di scontri hanno assistito i palestinesi, ma anche i soldati e i residenti israeliani.

Alla firma della tregua, il bollettino di guerra contava tra gli abitanti di Gaza 2.100 morti (almeno il 70% civili, oltre 500 bambini), 11 mila feriti e 100 mila rimasti senza tetto, mentre gli israeliani uccisi erano 67 soldati e 6 civili, tra cui un bambino e un lavoratore migrante. I feriti erano 469 militari e 255 civili.

In particolare, ora gli esperti internazionali puntano il dito contro i vertici dell’esercito israeliano per la mancanza di «distinzione tra obiettivi militari legittimi e popolazione civile» e per le modalità che hanno causato un incremento delle vittime. «Fallimento dei meccanismi di allarme, assenza di vie di fuga, collasso del sistema dei feriti e attacchi contro le squadre di soccorso», sintetizzano.

«Le prove raccolte», aggiungono, «dovrebbero essere utilizzate per l’accertamento legale attraverso le istituzioni giudiziarie locali e internazionali». Secondo l’inchiesta, la quasi totalità delle lesioni mortali sono il risultato di esplosioni o traumi da schiacciamento, spesso subiti nella propria abitazione o in quella di vicini e parenti. Sono stati registrati «numerosi casi di attacco double tap (doppio colpo), o una serie di attacchi consecutivi su una singola zona».

E l’elenco continua con «esplosivi pesanti nei quartiere residenziali, soccorittori feriti o uccisi in particolare a Shuja’iya a Gaza, l’utilizzo di mine tsefa shirion in una strada residenziale di Khuza’a a Khan Yunis, l’attacco deliberato all’ospedale Shuhada Al Aqsa di Deir Al Balah (21 luglio 2014)».

Il lungo elenco delle violazioni dei diritti umani

Il rapporto documenta che nella città di Khuza’a, il 23 luglio, è stato attaccato un convoglio che trasportava centinaia di civili in fuga; quando poi si sono rifugiati in una clinica medica, i missili hanno colpito anche questa struttura, causando ulteriori morti e feriti. Il giorno dopo, «è stata negata assistenza medica a un bambino di 6 anni ferito gravemente. Dopo che la sua evacuazione è stata ostacolata nonostante fosse stato visto dalle truppe di terra, il bambino è deceduto». Sempre a Khuza’a «in una casa occupata da soldati israeliani», denunciano gli esperti internazionali, «i civili hanno subito abusi e maltrattamenti, sono stati percossi, si sono visti rifiutare acqua e cibo e infine sono stati usati come scudi umani. Uno di essi è stato ucciso a distanza ravvicinata».

Dal punto di vista medico, le conseguenze dei 50 giorni dell’operazione sono legate anche «alle restrizioni imposte agli ospedali di Gaza, agli effetti della distruzione di circa 18 mila abitazioni, ai danni a lungo termine sulla salute psicosociale e mentale dei civili, all’aumento della richiesta di servizi di riabilitazione».

Per l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (Unrwa), «praticamente tutti i bambini di Gaza contano un familiare o un amico ucciso, menomato o ferito durante il conflitto, spesso davanti ai loro occhi. Mille dei 3.000 bambini feriti rimarranno disabili per il resto della vita».

Nel frattempo, il portavoce Unrwa Chris Gunness denuncia che «a sei mesi di distanza, i soldi promessi dai donatori internazionali non sono arrivati». Per questo, da febbraio la sua Agenzia ha dovuto interrompere il programma “Salva vita” per le famiglie sfollate. All’inizio del 2015 Gaza è stata colpita dalla tempesta Huda: quattro bambini sono morti per ipotermia. Salma, la più piccola, aveva solo 40 giorni. Da quando una bomba ha distrutto la casa, la sua famiglia abita a Beit Hanoun in una baracca di legno coperta da un telone di plastica che sventola ad ogni folata di vento gelido. «Quel giorno eravamo tutti bagnati fino alle ossa», ha raccontato la madre, «perché la pioggia entrava in casa e ha bagnato la copertina di Salma. L’ho trovata che tremava, il corpo freddo come il ghiaccio».

Stefano Pasta

thanks to: Famiglia Cristiana

Monsanto Linked to Israel’s Use of White Phosphorous in Gaza ‘War’

Phos - 620

Agribusiness giant Monsanto – best known for their genetically modified soybeans and “probably carcinogenic” herbicide – has supplied the US government with white phosphorous used in incendiary weapons for at least 20 years, and some of that made its way to Israel for use in Operation Cast Lead.

Monsanto Linked to Israel’s Use of White Phosphorous in Gaza ‘War’.

La Freedom Flotilla parte dalla Sicilia per Gaza

ship to gaza marianne (1)

Riceviamo da Tiziano Ferri, Freedom Flotilla Italia, e pubblichiamo.

La Freedom Flotilla parte dalla Sicilia per Gaza. 

Il prossimo lunedì 15 giugno, ore 16.00 attraccherà a Palermo, al porticciolo della Cala, la Marianne av Goteborg, un peschereccio partito dalla Svezia un mese fa, per raggiungere, entro pochi giorni, il resto delle imbarcazioni della Freedom Flotilla 3, e insieme proseguire verso Gaza, il porto della Palestina.

La città di Palermo sarà la prima delle 2 tappe siciliane del viaggio di “Marianne”; il programma delle iniziative pubbliche a Palermo, tutte presso l’approdo della “Marianne” alla Cala, è il seguente:

15 giugno

ore 16.00 arrivo “Marianne av Goteborg”, manifestazione d’accoglienza (Anpi, Auser, Cesie, Moltivolti, e altri)

ore 18.00 Racconti di Viaggio dell’equipaggio composto da attivisti

ore 19.30 flash mob “onebillionraising” delle “Donne di Palermo contro la violenza”

ore 20.30 cena offerta dalla comunità araba locale

ore 21.30 esibizione artistica

ore 22.00 trasmissione video ed immagini

16 giugno

ore 12.00 conferenza stampa per incontrare gli attivisti a bordo della Marianne, con la presenza di Rosario Crocetta, Presidente della Regione Sicilia, Vincenzo Cannatella, Commissario Straordinario Autorità Portuale di Palermo, Zaher Darwish, Presidente del Coordinamento di solidarietà con la Palestina di Palermo e Paola Mandato della Freedom Flotilla Italia. Prossima destinazione siciliana della “Marianne”, prima di salpare per Gaza? Sarà annunciata nel corso della conferenza stampa.

ore 17.30 dibattito

ore 20.00 intervento artistico

17 giugno

ore 16.00 “Marianne” lascia il porto di Palermo (comitato di saluto delle barche del Velaclub Palermo)

Facciamo appello a voi, professionisti dell’informazione, per divulgare la notizia del coinvolgimento del porto italiano di Palermo in questa iniziativa umanitaria, coordinata a livello internazionale, che chiede il ripristino della legalità e dei diritti umani in una parte del Mediterraneo che ha bisogno urgente di trovare giustizia e pace.

Contatti :

Tiziano Ferri – Freedom Flotilla Italia

+39 334 1737274 freedomflotillaitalia@gmail.com

Zaher Darwish – Coordinamento di Solidarietà con la Palestina e Freedom Flotilla Sicilia

+39 340 1723999 palermopalestinese@gmail.com

Alcune informazioni sulla Freedom Flotilla 3:

La FF3 è una coalizione internazionale di attivisti non violenti – di cui fa parte anche la Freedom Flotilla Italia – che organizzano periodicamente delle flottiglie umanitarie con l’obiettivo principale di interrompere il blocco militare imposto da Israele ai palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza fin dal 2007.

La Striscia di Gaza è stata oggetto, per la terza volta dal 2008, di una recente operazione militare israeliana denominata “Protective Edge” – tra il 7 luglio e il 26 agosto del 2014 – che ha provocato la morte di 2.220 palestinesi, tra i quali 1.492 civili e, tra essi, 550 bambini, e la distruzione totale o parziale di oltre 19.000 unità abitative (dati OCHA).

Finita la guerra, e spenti i riflettori accesi sulla Striscia, non sono finite tuttavia le sofferenze dei palestinesi di Gaza. La Striscia di Gaza, infatti, ormai da 8 anni, è sottoposta ad un disumano blocco totale imposto dalle autorità israeliane.

L’obiettivo principale della Freedom Flotilla 3 è dunque quello di far sì che il mondo non si dimentichi di Gaza e della Palestina, di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su questa tragica e irrisolta ingiustizia che costringe i palestinesi della Striscia a una vita di stenti e di miseria.

E gli attivisti a bordo della Marianne lo fanno a loro rischio e pericolo, perché Israele non “ama” le flottiglie, dato che mettono in evidenza il blocco militare imposto a Gaza che, in quanto punizione collettiva, è proibito dal diritto internazionale e costituisce un crimine umanitario. Così nel 2011, nel corso di una delle precedenti spedizioni, la marina israeliana uccise dieci attivisti turchi imbarcati a bordo della nave Mavi Marmara, abbordata da un commando di una unità speciale denominata Shayetet 13.

La Freedom Flotilla 3, con la sua imbarcazione Marianne, farà tappa a Palermo il 15 giugno, dopo essere stata in vari porti europei tra cui Brest e Lisbona. A riceverla a Palermo sarà il Presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta e una folta rappresentanza della cittadinanza palermitana. Sono previsti, a contorno, dibattiti e momenti di spettacolo, mentre le donne del Coordinamento di solidarietà con il popolo palestinese – Palermo stanno preparando un video messaggio per portare alle donne di Gaza una testimonianza di sostegno e di solidarietà.

Oltre all’obiettivo principale della missione – che consiste nel denunciare l’illegalità del blocco israeliano e nel chiedere la riapertura del porto di Gaza – la Marianne tenterà di portare a Gaza dei pannelli solari per l’ospedale al-Shifa ed equipaggiamento medico per l’ospedale al-Wafa, e soprattutto porterà con sé un dono dall’importanza inestimabile: i disegni dei bambini di tante scuole italiane, anche di Palermo, che saranno consegnati ai bambini delle scuole della Striscia di Gaza, come segno di affetto, di solidarietà e di attenzione, cose di cui i Palestinesi hanno bisogno tanto quanto degli aiuti umanitari.

thanks to: Infopal

“Gaza e l’industria israeliana della violenza”

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Il saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana è stato scritto da Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi con una postfazione di Anna Delfina Arcostanzo.

Il saggio sarà nelle librerie a partire dal 24 giugno 2015.

Per presentazioni sarà disponibile a partire dal 16 giugno.

La richiesta di presentazioni va inviata a:

Alfredo Tradardi alfredo.tradardi@gmail.com o a

Enrico Bartolomei bartolomeienrico@yahoo.it

Per la scheda di presentazione del saggio scaricare il file seguente:

Scheda del saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana

La scheda di presentazione contiene la foto della copertina, una dedica , una sintesi del saggio, l’indice e i curricula degli autori.

La dedica del saggio:

Nel gennaio 2014, uno degli autori ha partecipato con un gruppo di

attivisti a una missione di solidarietà nella Striscia di Gaza.

Una mattina, mentre raccoglieva conchiglie sulla spiaggia vicino al

porto, un gruppo di bambini si è avvicinato entusiasta, riempiendogli

il palmo delle mani con un mucchietto di conchiglie.

Il 16 luglio del 2014 i corpicini di Ahed e Zakaria, 10 anni, Mohamed,

11 anni, Ismail, 9 anni, tutti cugini della famiglia Bakr, venivano fatti a pezzi

da due missili mentre giocavano sulla stessa spiaggia

Questo libro è dedicato alla loro  memoria, con la promessa di restituire

un giorno quelle conchiglie alla spiaggia di una Gaza liberata

thanks to: ISM-Italia

GAZA, tra le macerie della sanità

Strutture demolite o inagibili, mancanza di posti letto, di elettricità, di farmaci e di attrezzature mediche: trascorso quasi un anno dalla fine della guerra, la situazione degli ospedali nella Striscia resta drammatica

Dyalisis service in al-Najjar hospital - Rafah

Testo e foto di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 25 maggio 2015, Nena News – Secondo gli ultimi dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani, nella Striscia di Gaza 17 dei 32 ospedali e 50 dei 97 centri sanitari di base sono stati danneggiati durante l’operazione Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana. Sei ospedali sono stati costretti a chiudere, nel corso del conflitto, e quattro centri sanitari di base sono stati completamente distrutti.

Ne è un esempio il Mohammed al-Durrah children’s hospital, il solo ospedale della Striscia di Gaza che fornisce assistenza sanitaria ai bambini, nella zona est di Gaza City, che conta almeno 300.000 abitanti. Riaperto al pubblico alla fine dello scorso gennaio, fatica ancora a rientrare nella quotidianità. Secondo le statistiche del ministero palestinese della Salute, rispetto ai primi sei mesi del 2014, in cui sono stati visitati 3.453 bambini, circa 500 al mese, dall’inizio del 2015 i piccoli pazienti visitati negli ambulatori dell’ospedale sono stati 1.789.

Oggi l’al-Durrah hospital conta circa un centinaio di posti letto. E’ diventato il nucleo coordinatore di tutti i centri di cure primarie pediatriche sulla Striscia. Sono di nuovo attivi gli ambulatori di neurologia, di endocrinologia, di malattie infettive, di nefrologia, di ematologia e della clinica gastrointestinale. Ancora ferme invece le sale operatorie, per mancanza di macchinari ed elettricità.

Il servizio di dialisi pediatrico è totalmente affidato all’Abdel al-Rantisi hospital, a Gaza City. A causa dell’instabile fornitura di energia elettrica, le tre macchine per dialisi non hanno un costante funzionamento.

I mesi successivi alla guerra hanno visto ulteriori difficoltà. Personale ospedaliero non pagato ormai da più di 18 mesi. Distribuita acqua corrente per 6-8 ore al giorno. Erogato solo il 46% di elettricità richiesta per il funzionamento di respiratori automatici, monitor e macchinari. La carenza di carburante frena l’utilizzo dei generatori elettrici. Per insufficienti forniture di carburante, ridotti anche i servizi in ambulanza.

Paediatric department in al-NajjaNell’Abu Youssef al-Najjar hospital a Rafah, a sud della Striscia di Gaza, attualmente i dipartimenti funzionanti sono quelli di medicina generale e pediatria. Ripresa quasi a pieno ritmo l’attività del centro dialisi, che garantisce il servizio nell’intera zona sud della Striscia.

Il personale sanitario gestisce nelle sole due sale operatorie interventi di ortopedia, chirurgia generale e chirurgia pediatrica, senza una terapia intensiva. In lista otto interventi di elezione ogni giorno più 1-2 eventuali interventi d’urgenza.

Inizialmente creato per essere solo un centro per le cure primarie, grazie ai risultati della campagna “Rafah needs a hospital”, il governo palestinese stanzierà 24 milioni di dollari e quattro ettari di terreno, per l’adeguamento dell’ospedale all’assistenza delle almeno 230.000 persone, residenti nell’area di oltre 4.000 metri quadrati. L’obiettivo è quello di far arrivare l’al-Najjar hospital a 230 posti letto. Attualmente vengono occupati 101 posti letto, distribuiti in medicina generale, pediatria, servizio dialisi, pronto soccorso e day hospital, di cui appena 60 quotidianamente funzionanti.

A Rafah in seguito all’attacco israeliano del primo agosto scorso persero la vita 112 persone e nei due giorni successivi ne morirono altre 120. Durante l’operazione Margine Protettivo, nella sola Rafah, hanno perso la vita 454 persone, di cui 128 bambini. 1052 furono i feriti. Molti dei quali ricevettero un blando antidolorifico e non furono ammessi in ospedale per mancanza di spazio.

Attualmente solo due ospedali forniscono servizi medici alla popolazione del distretto sud della Striscia di Gaza, l’Abu Youseff al-Najjar hospital e l’European Gaza Hospital di Khan Younis. Mentre le cure nel primo sono limitate dalla mancanza di attrezzature e materiali medico-chirurgici, le cure nel secondo sono di difficile accesso, soprattutto durante le guerre, a causa della posizione vicino ai confini nordorientali con Israele.

In collaborazione con il ministero della Salute palestinese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha finora completato la ristrutturazione nell’al-Durrah hospital e nell’ospedale di Beit Hanoun. Inoltre, ha finanziato la fornitura di attrezzature mediche e chirurgiche a nove ospedali pubblici. E ha partecipato ai lavori di ricostruzione nelle sale operatorie dell’European Gaza Hospital e nel Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, di Deir al-Balah.

Completamente demolito l’el-Wafa rehabilitation hospital, nel quartiere di Shujaiyya, a est di Gaza City, da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei, durante Margine Protettivo. Oggi l’ospedale utilizza ancora una sede temporanea nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Locazione condivisa con l’el-Wafa elderly care center.

Attualmente la disponibilità di posti letto è scesa da 145 a 40. Sono di nuovo funzionanti i servizi di fisioterapia e lungodegenza. Soppressi almeno 19 servizi clinici. Dallo scorso settembre ripreso il servizio domiciliare di fisioterapia, ai circa 6000 pazienti disabili e feriti gravemente dal conflitto. All’aria 13,5 milioni di dollari tra edificio, attrezzature e strumenti medicali totalmente distrutti. Dalla fine del conflitto sono stati ricevuti dall’ospedale solo la metà tra dotazioni e macchinari persi, grazie a donazioni internazionali.

Ematology departmenIn tutti gli ospedali della Striscia, si convive ancora con una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio israeliano non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Secondo il Central Drug Store di Gaza, farmaci essenziali e materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino, cioè le quantità presenti nel magazzino centrale non sono sufficienti a coprire i bisogni di un mese.

L’incremento dei casi di cancro è stato drammatico nella Striscia di Gaza. I dati del ministero della Salute palestinese parlano di 73 casi su 100.000 abitanti. La principale causa sarebbe ancora una volta il fosforo bianco, usato dall’esercito di Tel Aviv già durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008. Nel dipartimento dei tumori dell’al-Shifa hospital, a Gaza City, non si riescono più a fronteggiare i trattamenti anti-tumorali, a causa della mancanza di attrezzature e medicinali.

Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chiedono il permesso di ingresso in Cisgiordania, Israele e Egitto per cure mediche, riceve un appropriato trattamento anti-tumorale.

thanks to: Nena News

Missione italiana di cardiochirurgia pediatrica diretta a Gaza

di Martina Luisi


E’ partito il team italiano di cardiochirurgia pediatrica diretto a Gaza, al fine di portare avanti il programma “Healing Hearts” di PCRF presso l’EGH di Khan Yunis.

Partecipano alla missione:
Luisi Vincenzo Stefano (cardiochirurgo capo-missione)
Del Sarto Paolo (anestesista FTGM/Ospedale del Cuore di Massa)
Tumbarello Roberto (cardiologo AOU Brotzu diu Cagliari)
Iezzi Federica (cardiochirurgo Ospedale di Ancona)
Dal Soglio Paola (perfusionista AOUI Verona)
Fichera Dario (perfusionista AO Padova)
Padalino Massimo (cardiochirurgo AO Padova)
Prendin Angela (infermiera Unità Cure Intensive AO Padova)
Vullo Carmelo (anestesista AOU Pisa)
Carollo Cristiana (anestesista AO Padova)
Pettenuzzo Tommaso (anestesista AOU Padova)
Chicu Tatiana (anestesista AOU Padova)
Con loro anche la giornalista Eleonora Pochi, che tra le altre cose si occuperà anche di sindrome da stress post traumatico, molto diffusa tra i bambini di Gaza dopo l’offensiva militare israeliana della scorsa estate.
Tra i materiali sanitari e i medicinali acquistati in Italia, anche un apparecchio molto importante: si tratta di un ventilatore respiratorio che FTGM (Fondazione Toscana Gabriele Monasterio che gestisce l’Ospedale del Cuore di Massa) ha donato all’EGH. E’ la seconda donazione materiale che enti terzi fanno a Pcrf-Italia quest’anno. Abbiamo ricevuto anche una macchina sterilizzatrice donata dalla Fondazione ARPA di Pisa che sarà trasportata via mare a cura dell’ente Porto di Carrara.
Nelle foto 1 e 2: il team in partenza
Nella foto 3: Stefano Luisi (Pcrf-Italia) assieme a Elisabetta Donnini (FTGM) e Francesco Pedrinzani (Porto di Carrara) al momento della consegna del venitlatore
Nella foto 4 che non c’è: il nostro ricordo di Paolo Arciprete. Quelli come lui non muoiono mai e presto anche Pcrf ne darà prova.
Buon proseguimento a tutti e buona missione ai nostri volontari!

Foto 1

Foto 2

Foto 3

 

thanks to: forumpalestina

Italian Pediatric Surgery Team Starts Week Saving Lives in Gaza

On May 22nd, a team of doctors and nurses from Italy arrived in the besieged Gaza Strip to being a week of providing pediatric cardiac surgery on children born with congenital heart disease. Led by the great surgeon, Dr. V. Stefano Luisi, who has led over two dozen missions to Palestine with the PCRF, the team includes surgeons Dr. Federica Iezzi Pediatric and Dr. Massimo Padalino Pediatric cardiologist Dr. Roberto Tumbarello, Anesthesiologist & Intensivist Dr. Tommaso Pettenuzz, Dr. Cristiana Carollo, Dr. Paolo Delsarto, Dr. Tatiana Chicu and Dr. Carmelo Vullo, perfusionists Paola Dal Soglio and Dario Fichera, and ICU nurse Angela Prendin. We are so proud and grateful to work with such brave and generous humanitarians.

Help us now

 

thanks to: PCRF

“…but still with a few hope in our hearts” “… Ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori”

20th May 2015 | Inas Jam | Khuzaa, Gaza.

Editor’s note: This is the testimony of a 23 year old woman who survived the land invasion of Khuzaa, Gaza, in the summer of 2014. This is the original version of her writings and no edits have been made.

We were in Khuzaa in our grandfather’s house when the war started. We thought Khuzaa was the safest area. But the 23rd July Khuzaa was a surrounded by tanks, drones and we started hearing many bombs.

We went to the basement to hide from the shooting but my grandfather stayed in the first floor with the other men…
Four days passed by very slowly and with a lot of difficulty, in the last day someone came to tell us that we had to leave Khuzaa.

We accepted and hurried up to the street, we were frightened, the planes were upon us, we were surprised because we thought there was nobody left in Khuzaa, but we saw many people crying, shouting, men injured by gunshot, they were walking covered in blood.
All was very sad.
While we were walking we saw the smoke from the bombs. Everyone was crying, men, women, old people and children.
The trepidation got into our hearts.
Some bombs felled in front of our eyes.
The streets were full of people running.
At some point we had to return back because we found in the street a big hole made by a rocket that prevented us to continue.

Casa Khhuzaa 2

When we returned back we found many families in the ground floor.
At night Apache helicopters started hitting the homes with the families inside.
We heard the footsteps of the occupation soldiers; the children were very quiet, they were afraid that the soldiers would hear them.
We heard many people getting killed in their homes.

In the morning somebody came and told us we must leave Khuzaa because Israel was killing everyone, they were shooting at everything, moving or not…
We forced ourselves to go out, but my grandfather refused to leave “I want to die in my home, not in the street like the people from Shijaia”.

Khuzaa casa

We went out thinking that we would be killed by the zionist occupiers, but still with a few hope in our hearts.
I left with my mother, my sister and some other people; we saw rubble, glass and corpses in the street.

I saw a child in the street with his stomach and bowels out. I started shouting what was that, where was the world, where were the Arab countries… and kept crying while going on.

We couldn’t do anything because we were afraid we would get killed by an helicopter or by any kind of weapon, we didn’t know where were the zionist soldiers.

We kept running and running. When we arrived to the entrance of the village we saw many tanks and many soldiers, I was crying so much, and the soldiers started laughing at me.
I’m so sorry I couldn’t stop crying!

When we arrived to Khan Younis we received the bad news, my grandfather had been killed by the occupation. My uncle, who also stayed in Khuzaa, explained me what happened: “grandfather went out from the basement to tell the soldiers that there were just men, women and children in those homes, who had no weapons to defend themselves. But the soldiers killed him putting two bullets in his heart. Everybody was crying then, we were frightened. After that they took us out and took the men to the homes that they were using as base and put them in front of the windows, as human shields. Later they started hitting the men with sticks. Then ordered Alaa Qudaih (the nephew of my grandfather)to take off the clothes of my grandfather. Alaa couldn’t stop crying while doing it. After he covered him with a red blanket. Finally the occupation ordered us to leave Khuzaa and go to Khan Younes.

Casa Khuzaa 1

After three days the occupation allowed us to finally take the corpses to the Hospital.
There were many corpses in the streets, in their homes and under the rubble.

By Inas Jam.

“… Ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori”

20 Maggio 2015 | Inas Jam | Khuzaa, Gaza.

Nota del redattore: Questa è la testimonianza di una donna di 23 anni che è sopravvissuta all’invasione di terra di Khuzaa, Gaza, nell’estate del 2014. Questa è la versione originale dei suoi scritti e non sono state apportate modifiche.

Eravamo a Khuzaa nella casa di nostro nonno, quando è iniziata la guerra. Abbiamo pensato che Khuzaa era la zona più sicura. Ma il 23 luglio  Khuzaa è stata circondata da carri armati, e sorvolata da droni e abbiamo cominciato a sentire tante bombe.

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Siamo andati al piano seminterrato per nasconderci dalle bombe, ma mio nonno è stato al primo piano con gli altri uomini …
Quattro giorni sono passati molto lentamente e con molte difficoltà, e negli ultimi giorni qualcuno è venuto a dirci che avremmo dovuto lasciare Khuzaa.

Abbiamo accettato e siamo corsi fino alla strada, eravamo spaventati, gli aerei erano su di noi, siamo rimasti sorpresi perché abbiamo pensato che non era rimasto nessuno a Khuzaa, ma abbiamo visto molte persone piangere, gridare, feriti da arma da fuoco, persone che camminavano coperti di sangue.
Tutto era molto triste.
Mentre stavamo camminando abbiamo visto il fumo delle bombe. Tutti piangevano, uomini, donne, vecchi e bambini.
La trepidazione era nei nostri cuori.
Alcune bombe sono cadute davanti ai nostri occhi.
Le strade erano piene di gente che correva.
Ad un certo punto abbiamo dovuto tornare indietro perché abbiamo trovato in strada un grande buco fatto da un razzo che ci ha impedito di continuare.

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Quando siamo tornati indietro abbiamo trovato molte famiglie al piano terra.
Di notte gli elicotteri Apache hanno iniziato a colpire le case con le famiglie all’interno.
Abbiamo sentito i passi dei soldati occupanti; i bambini erano molto tranquilli, avevano paura che i soldati li sentissero.
Abbiamo sentito di molte persone uccise nelle loro case.

La mattina qualcuno è venuto e ci ha detto che dovevamo lasciare Khuzaa perché Israele stava uccidendo tutti, sparavano a tutto, in movimento o no …
Ci siamo costretti ad andare fuori, ma mio nonno ha rifiutato di lasciare la casa “Voglio morire a casa mia, non in strada, come la gente di Shijaia”.

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Siamo andati fuori pensando che saremmo stati uccisi dagli occupanti sionisti, ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori.
Sono partita con mia madre, mia sorella e alcune altre persone; abbiamo visto macerie, vetro e cadaveri in strada.

Ho visto un bambino in strada con lo stomaco e le viscere fuori. Ho cominciato a gridare che cosa era, dove era il mondo, dove sono i paesi arabi … e continuavo a piangere, mentre correvo.

Non abbiamo potuto fare niente perché avevamo paura che ci avrebbero uccisi da un elicottero o da qualsiasi tipo di arma, non sapevamo dove erano i soldati sionisti.

Abbiamo continuato a correre e correre. Quando siamo arrivati ​​all’ingresso del villaggio abbiamo visto carri armati e molti soldati, molti, piangevo tanto, e i soldati hanno iniziato a ridere di me.
Mi dispiace tanto che non riuscivo a smettere di piangere!

Quando siamo arrivati ​​a Khan Younis abbiamo ricevuto la brutta notizia, mio ​​nonno era stato ucciso dall’occupazione. Mio zio, che ha anche soggiornato a Khuzaa, mi ha spiegato cosa era successo: “il nonno è uscito dalla cantina per dire ai soldati che vi erano solo uomini, donne e bambini in quelle case, che non avevano armi per difendersi. Ma i soldati lo hanno ucciso mettendogli due proiettili nel cuore. Tutti piangevano allora, eravamo spaventati. Dopo di che ci hanno portato fuori e hanno preso gli uomini dalle case che stavano usando come base per metterli di fronte alle finestre, come scudi umani. Poi hanno iniziato a colpire gli uomini con bastoni. Poi hanno ordinato a Alaa Qudaih (il nipote di mio nonno) di togliere i vestiti di mio nonno. Alaa non riusciva a smettere di piangere allo stesso tempo. Dopo lo ha coperto con una coperta rossa. Infine l’occupazione ci ha ordinato di lasciare Khuzaa e andare a Khan Younes”.

Dopo tre giorni l’occupazione ci ha permesso di portare finalmente i cadaveri all’ospedale.
Ci sono stati molti cadaveri per le strade, nelle loro case e sotto le macerie.

Di Inas Jam.

thanks to: ISM

Rete italiana ISM

Militare israeliano: “Abbiamo bombardato i civili per divertimento”



gazaaDays of Palestine (Parigi). “In quel momento non vi erano combattenti di Hamas, nessuno ci aveva sparato addosso, il comandante disse scherzando: ‘Dobbiamo inviare a Bureij un buongiorno da parte dell’esercito israeliano”, ha riferito Arieh su quanto detto dal suo comandante. 

“Ricordo che un giorno un soldato della nostra unità fu ucciso ed il nostro comandante ci chiese di vendicarlo, così ho puntato il carro-armato casualmente in direzione di un grande edificio residenziale bianco” ha detto Arieh.

Un soldato israeliano ha dichiarato che lui ed i suoi colleghi hanno bombardato civili nella Striscia di Gaza durante l’offensiva israeliana dello scorso anno “per divertimento”.

Durante un’intervista rilasciata martedì’ scorso, il soldato israeliano Arieh, ventenne, ha dichiarato: “Sono stato chiamato in servizio all’inizio di luglio 2014 e sono stato dispiegato nella Striscia di Gaza, ma fino a quel momento l’operazione [Operazione Margine Protettivo] non era ancora stata annunciata.

“Soltanto alcuni soldati ipotizzavano che ci sarebbe stata una guerra, dopodiché il nostro comandante ci disse di immaginare un raggio di 200 metri e di colpire immediatamente qualsiasi cosa che si muiovesse all’interno di questo cerchio”.

Egli ha sottolneato: “Abbiamo colpito obiettivi civili per divertimento”, precisando che “un giorno, circa alle 8 del mattino, siamo andati ad al-Bureij, un campo per rifugiati molto popoloso nel centro di Gaza, ed il comandante ci disse di individuare un obiettivo a caso e di sparargli”.

“In quel momento non abbiamo visto nessun combattente di Hamas, nessuno ci ha sparato, ma il comandante ci disse scherzando: ‘Dobbiamo inviare a Bureij un buongiorno da parte dell’esercito israeliano’”.

“Ricordo che un giorno un soldato della nostra unita’ fu ucciso ed il nostro comandante ci chiese di vendicarlo, così ho puntato il carro-armato casualmente in direzione di un grande edificio residenziale bianco, distante solo quattro chilometri da noi, ed ho sparato una granata verso l’undicesimo piano. Sicuramente ho ucciso civili che erano assolutamente innocenti”, ha continuato.

Ha inoltre sottolineato che l’obiettivo era di distruggere le infrastrutture di Gaza, non soltanto Hamas, affermando: “Siamo entrati nella Striscia di Gaza il 19 luglio 2014 alla ricerca dei tunnel di Hamas, tra Gaza ed ‘Israele’, ma il nostro vero obiettivo era distruggere Hamas e le infrastrutture della Striscia di Gaza”.

La ragione di tutto ciò, ha detto “Per creare il maggior danno possibile ai terreni agricoli e all’economia. Hamas doveva pagare un conto molto oneroso in modo che la prossima volta ci pensasse due volte prima di entrare in una nuova guerra contro di noi”.

“Abbiamo distrutto molti edifici palestinesi, aziende agricole e pali elettrici. Ci era stato detto di ‘evitare il più possibile le vittime civili’, ma come avremmo potuto farlo quando ci avevano chiesto di lasciare dietro di noi una tale distruzione?”, si è inoltre domandato.

Arieh ha detto: “Durante le operazioni nella Striscia di Gaza, il comandante dell’unità aveva detto ‘Se vedete qualcuno davanti al carro-armato che non scappa immediatamente, dovete ucciderlo’ dimostrando così che poteva benissimo sapere che si trattava di civili”.

Ha inoltre continuato: “Usavamo granate in quantità enormi, anche quando non vedevamo niente che si muovesse, se una finestra era aperta, le sparavamo contro. Se vedevamo un auto in movimento, le sparavamo contro un razzo. Lanciavamo missili ad oggetti in movimento e non alle persone. Non notavamo persone che si muovessero nelle zone circostanti, ma sparavamo in ogni caso”.

“Posso confermare che abbiamo visto soltanto civili, non abbiamo visto nessun combattente di Hamas. Sapevamo che loro si muovevano attraverso i tunnel”.

Arieh è uno dei circa 60 militari israeliani che hanno accettato di testimoniare in un rapporto preparato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Breaking the Silence.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Le parole di fuoco del grande scrittore Eduardo Galeano su Gaza

Per giustificarsi, il terrorismo di Stato produce terroristi: semina odio e raccoglie alibi. Tutto sta ad indicare che questa carneficina a Gaza, che secondo i suoi autori vuole eliminare i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948, i palestinesi vivono condannati ad una umiliazione perpetua. Non possono nemmeno respirare senza permesso. Hanno perso la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà il loro tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i loro governanti. Quando votano chi non devono votare vengono puniti.

Gaza sta subendo una punizione. Da quando Hamas ha vinto in modo regolare le elezioni del 2006, è diventata una trappola senza uscita. Qualcosa di simile era successo anche nel 1932, quando il Partito Comunista trionfò nelle elezioni de El Salvador. Zuppi di sangue i salvadoregni dovettero espiare la loro cattiva condotta e da allora hanno dovuto vivere sottomessi alle dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

Sono figli dell’impotenza i razzi rudimentali che i militanti di Hamas, assediati a Gaza, lanciano con scarsa precisione sulle terre che un tempo erano dei palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della follia suicida, è la madre delle bravate che negano il diritto all’esistenza d’Israele. Urla senza alcuna efficacia. Mentre la efficacissima guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina. Ormai rimane poco della Palestina. Giorno dopo giorno, Israele la sta cancellando dalle mappe. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati ne modificano i confini. I proiettili consacrano l’espropriazione alla legittima difesa. Non esiste guerra aggressiva che non dichiari di essere una guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Irak per evitare che l’Irak invadesse il mondo. In ciascuna delle sue guerre difensive, Israele si è mangiato un pezzo della Palestina e i banchetti vanno avanti. Questo divorare è giustificato dai titoli di proprietà che la Bibbia ha ceduto, per i duemila anni di persecuzione che il popolo giudaico ha subito, e per il panico che i palestinesi creano all’assedio.

Israele è il paese che non ha mai rispettato le raccomandazioni, né le risoluzioni delle Nazioni Unite, che non ha mai raccolto le sentenze dei tribunali internazionali, che si prende gioco delle leggi internazionali, è l’unico paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri. Chi gli ha regalato il diritto di negare il diritto? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza a Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per eliminare l’ETA. Il governo britannico non avrebbe potuto distruggere l’Irlanda per liquidare l’IRA. Per caso la tragedia dell’Olocausto implica una polizza di eterna impunità? O questa luce verde proviene dalla potenza capetto che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli? L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato al mondo, sa chi ammazza. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su 10 danni collaterali, 3 sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello sventramento umano che l’industria militare sta provando con successo in questa operazione di pulizia etnica. E come sempre, è sempre la stessa storia: a Gaza, cento a uno. A fronte di cento palestinesi morti, un israeliano. Persone pericolose, avverte l’altro bombardamento, a cura dei grandi media di manipolazione, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale cento vite palestinesi. Questi stessi media ci invitano a credere che sono umanitarie le duecento testate atomiche d’Israele e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha raso al suolo Hiroshima e Nagasaki.

La cosiddetta Comunità Internazionale esiste?

Oltre ad essere un club di commercianti, banchieri e guerrieri, cos’altro è? Cos’altro è oltre a un nome artistico che gli USA usano per le loro performance teatrali?
Di fronte alla tragedia di Gaza, l’ipocrisia mondiale ancora una volta si fa notare. Come sempre l’indifferenza, i discorsi di circostanza, le vuote dichiarazioni, le declamazioni altisonanti, le posizioni ambigue, rendono tributo alla sacra impunità.

Della tragedia di Gaza, i paesi arabi se ne lavano le mani. Come sempre. E come sempre, i paesi europei se le sfregano le mani.

La vecchia Europa, così piena di bellezza e perversità, sparge qualche lacrima mentre segretamente celebra questa tiro maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da più di mezzo secolo, questo debito storico lo si sta facendo pagare ai palestinesi, anch’essi semiti, che mai sono stati né lo sono, antisemiti. Stanno pagando con il sangue contante e sonante un conto non loro.


Eduardo Galeano

thanks to: forumpalestina

Nella Striscia di Gaza

A colloquio con mons. Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, al rientro da Gaza. Racconto di una visita ai territori occupati.
Intervista di Rosa Siciliano

“Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini, belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza….. Inshallah – Se Dio vuole, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte!”. 

Con questo sms inviatoci il 3 marzo scorso, mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, ci comunicava le sue sensazioni all’arrivo a Gaza, per una visita ai Territori Occupati, accompagnato da don Nandino Capovilla, che idealmente ha sposato questa martoriata terra di Palestina. Al suo rientro, abbiamo rivolto a mons. Ricchiuti. alcune domande sul suo viaggio.

Da neopresidente di Pax Christi come hai vissuto la visita nella Striscia di Gaza: quali sentimenti ti hanno accompagnato?

L’invito a visitare la Striscia di Gaza mi era stato rivolto sin dal mese di dicembre 2014 da don Nandino Capovilla, già coordinatore nazionale del nostro movimento e promotore della Campagna Ponti e non Muri (a 10 anni dalla costruzione del muro costruito dagli israeliani) e da Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra, una Ong presente nei territori occupati. Accettai con molto piacere l’invito perché mi offriva la possibilità di dare inizio al mio mandato con un gesto che mi appariva molto significativo. E di quei giorni conservo negli occhi e nella memoria un ricordo incancellabile. Ai moltissimi che ancora oggi mi domandano come sia andato questo viaggio in Palestina rispondo che le parole e le immagini non sono sufficienti a descrivere la drammatica situazione che si vive in quei territori. Le macerie e la distruzione di interi quartieri di Gaza e di piccoli paesi, i volti delle persone, specialmente degli anziani, e gli occhi dei bambini… non credevo ai miei occhi per quanto osservavo e ascoltavo!

La città, la gente, lo scorrere del quotidiano sotto occupazione: prova a descrivere, come in una fotografia viva, le immagini dei luoghi e delle persone che hai incontrato in Palestina.

La sera del 2 marzo vengo accompagnato, percorrendo a piedi una stradina laterale, lungo la strada che va da Gerusalemme a Betlemme, a visitare e a conoscere Dahoud, un agricoltore palestinese che non intende cedere la sua terra (quella dei miei padri, raccontava) per un nuovo insediamento israeliano. E questa sua resistenza la metteva in atto rispondendo alle frequenti intimidazioni dei soldati israeliani invocando legalità e giustizia. Aveva  inciso su una pietra posta all’ingresso della sua casa queste parole: Noi non abbiamo nemici. Bellissimo! Abbiamo trascorso, poi, due giorni a Gaza passando prima in alcuni piccoli paesi: paesaggi da seconda guerra mondiale, case e palazzi abbattuti, uomini, donne e bambini come fantasmi tra le macerie, racconti di vite spezzate, di progetti e e di sogni infranti, rovine… rovine dappertutto, rabbia mista a rassegnazione, ma, allo stesso tempo, fede, dignità e volontà di rimanere e di ricominciare lì dove è anche la loro terra. Devo confidare, come raccontavo in un sms in quei giorni, che soprattutto la due-giorni a Gaza mi ha dolorosamente impressionato tanto da faticare a prender sonno: non c’è motivazione alcuna perché un popolo venga umiliato e offeso in quel modo, nessuna giustificazione all’arroganza e al progetto di Israele che intende molto probabilmente annientare nella sua dignità il popolo palestinese. Quanti abbiamo incontrato e ascoltato ci hanno raccomandato  di raccontare ciò che stavamo vedendo mentre ci confidavano, come i pescatori di Gaza, la loro determinazione a continuare a vivere lì e a sperare in un futuro migliore.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese da parte del Parlamento italiano: cosa ne pensi del dibattito che lo ha preceduto? Quali ricadute può avere a livello politico e culturale in senso lato?

Grande è stata la delusione per la decisione del nostro Parlamento di approvare due mozioni, tra loro discordanti, sul riconoscimento dello Stato palestinese. Una decisione poco coraggiosa che tra l’altro non ha saputo raccogliere il desiderio di tanti italiani desiderosi di veder sorgere un giorno nuovo nei rapporti tra Israele e Palestina. Da decenni i due popoli non fanno che contare i loro morti in un crescendo continuo, di incomprensione,  di odio, di violenza e di guerra che allontana la speranza. E, da parte di Israele, la continua espansione e occupazione del territorio palestinese alimenta una cultura di sopraffazione e di emarginazione inaccettabile. Politicamente significa destabilizzazione in un’area, quale quelle mediorientale, da tutti ritenuta decisiva per la pace nel mondo.

Dai leaders cristiani di quella terra ci giungono continui appelli contro l’occupazione israeliana. Come Chiesa italiana possiamo unire la nostra voce, e in che modo?

La terra abitata oggi da israeliani e palestinesi in qualche modo la sentiamo, noi cristiani, per ragioni storiche, religiose e fraterne, che tutti noi conosciamo, anche nostra. E la presenza di cristiani, tra gli ebrei e gli arabi, è presenza di pace, di riconciliazione e di carità. Purtroppo anche i cristiani, in particolare le comunità che vivono nei territori occupati, non ce la fanno più a resistere e moltissimi, se possono, vanno via privando così quel territorio di una presenza molto significativa. L’incontro a Gaza con il parroco e il vicario parrocchiale della Parrocchia della Santa Famiglia, 150 cattolici (ci vivono anche 1200 ortodossi a Gaza) è stata occasione per me di raccogliere ancora una volta il loro appello perché non li abbandoniamo. Ed è uno dei tanti appelli che le Chiese che sono in Italia non possono non raccogliere entrando  in rapporti e in relazioni di conoscenza (penso ai nostri pellegrinaggi) con i cristiani di Palestina per far sentire loro vicinanza di fraternità e di aiuto. Non possiamo lasciarli soli!

thanks to: mosaico di pace

Israele e i suoi valori umani: 850 borse di studio universitarie per chi ha partecipato al massacro di Gaza

BeitHanounBtselem

Alternativenews.org. L’Università di Tel Aviv ha recentemente premiato con borse di studio 850 studenti che hanno preso parte all’aggressione militare israeliana dell’estate scorsa contro la Striscia di Gaza. La “Borsa di Studio del Presidente per Servizi resi durante l’Operazione Margine Protettivo”, che ammonta fino a 2.000 shekel israeliani, è stata assegnata ai vincitori come credito per l’insegnamento.

Già durante l’attacco, che ha ucciso circa 2.200 Palestinesi e ne ha feriti oltre 10.800, il preside dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter, aveva annunciato che queste borse di studio sarebbero state rese possibili grazie ad una campagna di raccolta fondi creata espressamente per questo scopo.

Al culmine dell’attacco, l’Università di Tel Aviv aveva pubblicato sul suo sito in inglese che “il preside prof. Klafter aveva espresso la sua profonda stima per quegli studenti che avevano lasciato i loro studi per servire il loro paese, sottolineando che lo scopo delle borse di studio era di aiutarli a recuperare le lezioni che avevano perso in modo tale da non mettere a repentaglio il completamento della loro laurea e delle loro ricerche”.

E’ stato citato Klafter anche quando afferma che “molti studenti e laureati dell’Università di Tel Aviv hanno prestato servizio in tutte le guerre ed operazioni militari di Israele, compreso il conflitto in corso, in tutti i vari ruoli di comando. Per di più molti dei nostri ricercatori hanno vinto il premio Israel Defense per le loro attività svolte al servizio dello stato”.

Gli studenti che effettuano un regolare programma di laurea o di master all’università, che erano studenti durante l’anno accademico 2013-2014 e che hanno prestato servizio per almeno sette giorni a seguito di una chiamata di emergenza militare durante l’attacco, e che continuano i loro studi durante l’anno accademico 2014-2015, posseggono i requisiti per la borsa di studio.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

viaIsraele e i suoi valori umani: 850 borse di studio universitarie per chi ha partecipato al massacro di Gaza | InfopalInfopal.

Denuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967

Solo a Gaza oltre 1.500 civili uccisi, tra cui 550 bambini

Denuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967

Gerusalemme, 26 mar. (askanews) – Il 2014 ha fatto registrare il più alto numero di civili palestinesi uccisi a partire dalla guerra dei sei giorni del 1967. E’ quanto si legge in un rapporto diffuso oggi dalle Nazioni Unite. “I civili palestinesi continuano a subire minacce alla loro vita, alla loro sicurezza fisica e alla loro libertà”, e “il 2014 ha conosciuto il peggior bilancio di vittime civili dal 1967”, si legge nel documento. “Nella Striscia di Gaza, 1,8 milioni di palestinesi hanno vissuto la peggiore escalation di ostilità dal 1967: più di 1.500 civili sono stati uccisi, oltre 11.000 sono rimasti feriti e circa in 100.000 sono rimasti sfollati” perchè alla fine del 2014 non avevano ancora trovato una casa. Complessivamente sono stati 2.200 i palestinesi uccisi la scorsa estate nell’offensiva militare lanciata da Israele a Gaza, tra cui 550 bambini; da parte israeliana hanno perso la vita 73 persone, tra cui 67 soldati. Nel documento annuale diffuso dall’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), intitolato “Vite spezzate”, viene anche lanciato un appello a una maggiore moderazione: “Tutte le parti in conflitto devono rispettare i loro obblighi legali di agire secondo il diritto internazionale in caso di conflitto, per garantire la protezione di tutti i civili e assicurare che i responsabili rispondano di quanto commesso”. Nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme nel 2014 sono stati uccisi 58 palestinesi e altri 6.028 sono rimasti feriti; si tratta anche in questo caso del bilancio più grave registrato da anni. Nello stesso periodo sono stati uccisi 12 israeliani. Anche il numero di palestinesi detenuti “per ragioni di sicurezza” è aumentato del 24%, con una media mensile di 5.258 prigionieri. In Cisgiordania e a Gerusalemme Est, 1.215 palestinesi sono stati cacciati dalle loro case, distrutte dalle autorità israeliane; anche in questo caso si tratta del numero più alto registrato a partire dal 2008, quando l’Ocha ha cominciato a tenerne il conteggio. Nel rapporto viene denunciata anche la politica israeliana di costruzione di colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, sottolineando che “le attività di insediamento continuano, violando il diritto internazionale e contribuendo alla vulnerabilità umanitaria delle comunità palestinesi”. Cam

viaDenuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967.

Haniyeh: Palestinian cause at turning point, but requires political will

Ismail Haniyeh

Ismail Haniyeh, deputy head of the political bureau of Hamas, said the national unity government train still has not reached its desired station, which requires the application of all reconciliation agreements.

During his Friday prayer sermon in Al-Katiba Mosque in Gaza, Haniyeh said that there had been an agreement on five issues in the reconciliation agreement, i.e. the formation of the government, activating the Palestinian legislative Council, holding legislative elections, community reconciliation, and activating the leadership framework of the PLO.

He also noted that government was formed, but all the other issues were suspended, adding that the leadership hadn’t met since the formation of the government.

“The government must bear all its responsibilities in Gaza and the West Bank,” pointing out the fact that there are three main tasks assigned to the government: reconstruction, preparing for elections, and unifying the Palestinian institutions in Gaza and the West Bank.

Haniyeh also stressed that the Palestinian cause is at a turning point that requires political will in order for the people to devote themselves to their core cause, which is Jerusalem and Al-Aqsa Mosque.

In this context, Haniyeh stated that the decisions made by the PLO Central Council in which it announced the end of security coordination with the occupation were “a step in the right direction”, calling for its immediate implementation.

“The true test of these decisions is its transformation from theory to practical implementation,” calling for the end of security coordination and negotiations with the occupation and urged the building of a unified national strategy.

During the PLO Central Council’s closing session of its two-day meeting in Ramallah yesterday evening, it decided to stop all forms of security coordination with Israel and to hold Israel responsible for the Palestinian people as an occupying force.

In a separate context, the deputy head of the political bureau of Hamas rejected the Egyptian court’s decisions against Hamas and Al-Qassam Brigades.

He stressed that these decisions reflected a departure from the Egyptian constants, not the Palestinian constants, adding “we will leave the address of the judicial situation in Egypt to our brothers there.”

Haniyeh also noted that Hamas has no security or military intervention in Sinai or anywhere else in Egypt or the Arab world. He added, “We respect Egypt’s national security and would never harm it. We have never thought about harming Egyptian or Arab national security.”

Images by MEMO photographer Mohammed Asad

thanks to: Memo

I bambini di Gaza

4 marzo 2015 – Tonio Dell’Olio

Non c’è pace davanti alla distruzione. Anche se non ci sono più i boati terribili delle bombe e le corse in ambulanza verso l’ospedale. Gaza resta una città martire, figlia spettrale di una violenza inaudita. In questi giorni, nella Striscia, c’è una delegazione italiana di cui fa parte anche il vescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi. Ieri sera, molto tardi, ci ha inviato un messaggio: “Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza… IMSHALLA’, SE DIO VUOLE, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte! + don Giovanni”.

thanks to: mosaicodipace

Per non dimenticare… il diritto al ritorno: missione multipla ad agosto 2015

luoghi della diaspora palestinese
 

Siamo donne e uomini che ritengono che il diritto al ritorno sia un punto irremovibile e centrale per il futuro del popolo di Palestina. Nessun risarcimento potrà mai ripagare le sofferenze e le privazioni di decenni di diaspora, ma il riconoscimento di questo diritto è l’unico modo per dare una soluzione all’occupazione delle terre palestinesi.

Crediamo perciò che si debba ricordare a noi e al mondo che l’occupazione ha generato un esodo forzato del popolo di Palestina e che oggi ci sono palestinesi in Libano, come in Giordania, Siria, Iraq e altri Paesi – non ultimo il nostro Occidente – ma che ci sono palestinesi rifugiati nella stessa Palestina.

Partendo da queste considerazioni stiamo organizzando per il prossimo mese di agosto una iniziativa internazionale per portare contemporaneamente quattro missioni a Gaza, Cisgiordania, Libano e Giordania. L’obiettivo è la riaffermazione del diritto al ritorno.

L’ebraicizzazione di Israele – punta più alta del programma neocoloniale del sionismo – esclude il diritto al ritorno dei non ebrei, e dunque dei palestinesi nati in quelle stesse terre e dei loro discendenti. La nostra presenza in quei paesi vuole denunciare questo trattamento intollerabile e razzista. Una missione che metta al centro la questione dei diritti dei rifugiati, tutti i loro diritti.

Il tema del diritto al ritorno per il popolo di Palestina, ignorato da troppi, dentro e fuori il mondo arabo-mediorientale, non può essere eluso o messo da parte in nome di altre e pretestuose compatibilità. Le quattro delegazioni ricorderanno le vittime delle stragi e porteranno ai palestinesi la solidarietà politica e il sostegno umano.

Per realizzare questo progetto lanciamo da oggi una sottoscrizione nazionale, dando così continuità al positivo lavoro messo in campo da anni dal Forum Palestina e dal Comitato per non dimentica Sabra e Chatila e proseguito nel dicembre 2013 / gennaio 2014 a Gaza dalla delegazione “Tutti a Gaza 2013”.

Siamo quindi pronti per raccogliere le vostre adesioni per formare le quattro delegazioni Per non dimenticare il diritto al ritorno. Quello del prossimo agosto sarà un appuntamento importante perché ci darà la possibilità di conoscere la realtà di Gaza, Cisgiordania, Libano e Giordania incontrando tutte le forze e le organizzazioni politiche e sociali che lì lavorano e operano.

Vogliamo che l’iniziativa che ci accingiamo a prendere, in collaborazione con i nostri amici palestinesi, con i quali da anni lavoriamo insieme nel Comitato internazionale Per non dimenticare Sabra e Chatila e con il quotidiano libanese Assafir, sia un momento, centrale, di un percorso che deve prevedere iniziative su tutto il territorio italiano da svolgersi prima e dopo il mese di agosto con al centro “il diritto al ritorno”. Intendiamo, inoltre, tessere un filo con il lavoro che il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila ha svolto negli ultimi anni. La nostra presenza in Libano, come a Gaza, Cisgiordania, Giordania è finalizzata a denunciare una realtà inaccettabile e drammatica che ha origine dall‘occupazione della Palestina.

Il nostro invito è rivolto a quanti in questi anni hanno lavorato a fianco del popolo palestinese, combattendo l’occupazione e condannando il sionismo. Siamo senza equilibrismi dalla parte dei diritti dei palestinesi, “senza se e senza ma..”, ma nello stesso tempo respingiamo qualsiasi approccio antisemita e razzista. La pregiudiziale antifascista e anticoloniale è pertanto per noi centrale.

Vi chiediamo di farci pervenire nel tempo più breve possibile le vostre intenzioni di partecipare – attraverso la scheda qui allegata – per consentirci di organizzare al meglio la visita. Nelle prossime settimane vi faremo sapere regole date e costi della missione.

Bassam Saleh, Ismail Fawzi, Nabil Kheir, Sami Hallac, Yousef Salman, Ahmed Dawud, Ma’moun Al Barghouti, Hakeem Abu Jaleela, Mohammed Hamdan, Mariagiulia Agnoletto (Salaam ragazzi dell’Olivo – Milano), Enzo Apicella (cartoonist), Goretta Bonacorsi, Enzo Brandi, Sergio Cararo (direttore di Contropiano), Andrea Catone (direttore di Marx XXI), Antonietta Chiarini, Tullia Chiarini, Blanca Clemente, Mimmo Colaninno, Geraldina Colotti (Monde Diplomatique), Comitato Fasano per la Palestina (Fasano, BR), Marinella Correggia (giornalista, attivista per la pace), Tonia De Guido (Comitato Palestina – Bologna), Eliana Ferrari, Mirca Garuti (laboratorio multimediale Alkemia – Modena), Rodolfo Greco (www.palestinarossa.it – Milano), Luciano Ianni (attivista pro-Palestina – Roma), Enzo Infantino (attivista pro-Palestina – Calabria), Kalamu (gruppo musicale calabrese), Tonio Leone (attivista per la Palestina – Fasano), Alessia Leonello, Stefania Limiti (giornalista, Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Roma), Pati Luceri (docente e attivista pro-Palestina – Lecce), Francesco Maringiò (presidenza internazionale Centro Studi Correspondances Internacionales), Miriam Marino, Marcella Masperi, Mariano Mingarelli (Associazione Italo Palestinese – Firenze), Nicol? Monti (direttore Labaro TV), Maurizio Musolino (giornalista, Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Roma), Loretta Mussi (attivista pro-Palestina – Roma), Flavio Novara (Laboratorio multimediale Alkemia – Modena), Gustavo Pasquali (Comitato per non dimenticare il diritto al ritorno – Roma), Ivano Poppi, Laura Pugnaghi (Rete 1° marzo), Roberta Ravoni, Carmen Ricci, Dominique Sbiroli (Comitato con la Palestina nel cuore – Roma), Massimo Sgarzi, Elio Teresi (direttore Radio Aut per l’antimafia sociale – Palermo), Ornella Terracini, Marta Turilli (Comitato con la Palestina nel cuore – Roma), Jacopo Venier (direttore Libera TV), Maria Raffaella Violano (Presidente Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese), Lucio Vitale.

QUI LA SCHEDA DI PREADESIONE

thanks to: Forum Palestina

Gaza – dietro le quinte della missione italiana di cardiochirurgia pediatrica

Molto è quello che vorremmo raccontare perché molte sono le difficoltà ma anche le soddisfazioni sia del personale italiano in missione che dei colleghi palestinesi, le sofferenze dei bambini e le speranze dei loro genitori. E per questo vi riportiamo almeno qualche dato e alcune immagini dal campo legati a questa importante iniziativa. E nomi. Nomi di persone reali, che vivono oggi, che fanno oggi. Perché questo è reale grazie a tutti loro. E’ la cooperazione come la intendiamo noi.

Ogni giorno sono stati eseguiti 2 interventi e ad oggi sono 8 i bambini che sono stati operati. Sono Abdallah (1 mese di età), Sara (2 mesi), Abdul e Firas (2 anni), Eid e Saqer (4 anni), Mahmoud (7 anni) e Mahdi (8 anni). Molti di essi rappresentano casi complessi, ma fortunatamente tutti gli interventi hanno avuto esito positivo. Questi bambini stanno finalmente superando una prova importantissima nella loro vita.

I chirurghi locali si chiamano Saher e Ibrahim. A turno lavorano come assistenti ai chirurghi italiani Stefano, Enrico e Federica, così come i cardiologi Raheem e Mohammed che affiancano Vittoria. Quest’ultimo si è laureato e specializzato in cardiologia interventistica a Milano e adesso, con orgoglio e tante difficoltà legate al contesto, lavora a Gaza.

Il tecnico di circolazione extracorporea è Shady. La scorsa estate ha partecipato ad un training presso l’Ospedale del Cuore di Massa e sta affiancando il collega pressoché coetaneo Danilo dello stesso Ospedale. Danilo è anche suo amico, con lui ha passato giorni durissimi in Italia quando improvvisamente il suo paese veniva bombardato e non poteva fare ritorno perché tutte le frontiere erano chiuse.

Il tecnico di anestesia che aiuta nel lavoro in sala operatoria si chiama Sami. A sostenere il suo lavoro c’è Pier Antonio, un altro medico ormai “di casa” a Gaza.

Gli infermieri strumentisti di sala operatoria sono tutti locali (Shady, Ahmed e Ali), così come quelli della terapia intensiva (11 persone) che coprono o il turno diurno dalle 8.00 alle 14.00 o quello pomeriggio-notte dalle 14.00 alle 8.00 della mattina dopo.

C’è infine una giovane donna, la pediatra Shayma, che segue tutti i lavori con estrema serietà e dedizione.

Siamo orgogliosi di questa equipe italo-palestinese che con ogni sforzo cerchiamo di far incontrare sempre più spesso per rafforzare insieme il Sistema Sanitario Palestinese.

Per concludere ringraziamo infinitamente Federica, costretta tra la sala operatoria e i reportage per la nostra comunicazione. Sei una grande, Fede!

PCRF-Italia

http://www.pcrf.net

 

 

 

 

 

 

 thanks to: forumpalestina

‘A Gaza è un lento morire’- Intervista ad Egidia Beretta, madre dell’attivista Vittorio Arrigoni

di Maria Cristina Giovannitti

Nella Giornata della Memoria è bene ricordare il silente olocausto che si sta consumando nella Striscia di Gaza, nell’infinito conflitto israelo-palestinese dove a pagarne le spese è la preziosa vita dei civili e la violazione dei loro diritti umani. A denunciare questo ‘volontario orrore cinico’ è stato Vittorio Arrigoni, attivista, giornalista e blogger, assassinato a Gaza la notte tra il 14 e il 15 aprile 2011. Oggi a dargli voce, è sua madre, Egidia Beretta sul blog del giornale FanPage.

“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia che è la famiglia umana” è questo uno dei suoi più bei pensieri messi per iscritto dal giovane attivista Vittorio Arrigoni, giornalista per ‘Il Manifesto’ e blogger per ‘Guerrillaradio’, arrivato a Gaza dopo anni ed anni di volontariato in altri Paesi in difficoltà. ‘Restiamo Umani’ era, oltre che l’omonimo libro, la chiusura di ogni pensiero, un motto che ha racchiuso il senso della sua vita in difesa dei diritti umani, a prescindere da territori e razze.

Così oggi, 27 gennaio Giornata della Memoria, mentre proliferano iniziative per ricordare l’olocausto degli ebrei e s’inneggia a slogan con scritte “Mai più genocidi”, è bene non dimenticare – come invece accade con troppa facilità – il più evidente olocausto silente che si consuma nella claustrofobica Striscia di Gaza, vittima dell’infinito conflitto israelo-palestinese. Aldilà delle motivazioni e delle ragioni, la guerra arabo-ebrea ha come unica grave conseguenza la morte dei civili e la violazione dei loro diritti umani. Così Vittorio Arrigoni parlava della Palestina: “Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che difficilmente riuscirò a raccontare ai miei eventuali futuri figli. Sentirsi isolati e abbandonati è desolante non meno della vista di un quartiere di Gaza dopo una campagna di raid aerei”.

Le denunce in loco, scritte e documentate da Vittorio, saranno spente la notte tra il 14 ed il 15 aprile 2011 quando, rapito a Gaza, è stato ucciso barbaramente. Dopo di lui, fortunatamente sono ancora tanti i giovani attivisti che operano nella Striscia di Gaza. Intanto a raccontarci di Vittorio è la sua coraggiosa madre, Egidia Beretta, anche autrice de “Il viaggio di Vittorio”, Dalai editore, lì dove ricorda la storia di suo figlio.

Ci racconta delle esperienze e la formazione di Vittorio prima di arrivare a Gaza?

Il percorso di Vittorio è stato lungo. Vittorio non era arrivato a Gaza per caso. In lunghi anni, passando le estati, ma non solo, come volontario in campi di lavoro in molti paesi, era arrivato a capire che le ragioni del suo esistere, sempre inseguite, erano il mettersi al servizio specie dei più deboli, degli oppressi. Con le braccia e con la forte condivisione dei loro bisogni.

Poi sceglie la Palestina, perché?

In Palestina, Vittorio ha raggiunto la piena consapevolezza di essere arrivato nel luogo dove la sua umanità, assetata di giustizia, nutrita con gli ideali della Resistenza, avrebbe trovato il modo giusto per realizzarsi. L’anelito alla libertà di un popolo, l’amore per la terra depredata, erano i suoi, e così si è identificato con i fratelli Palestinesi e al loro fianco ha combattuto, con le sole armi della parola e della testimonianza, per difendere i loro diritti.

Sull’imbarcazione “Free Gaza”, Vittorio nel 2008 rompe l’embargo israeliano via mare. Un grande successo che da subito ha evidenziato la sua determinazione. Come le raccontava quel momento?

Con una gioia immane. La scelta definitiva era compiuta. Baciando quella terra, la sua utopia era diventata realtà. Poi la realtà divennero i pescatori e i contadini da proteggere, anche fisicamente, con i compagni dell’ISM, dagli attacchi giornalieri di un esercito e di una marina, israeliani, che volevano e vogliono tuttora impedire ai contadini di coltivare e ai pescatori di pescare in terre e acque palestinesi. La realtà divennero i giovani da affiancare e sostenere nella ricerca delle libertà negate. Indignandosi per i soprusi e scrivendo, sempre scrivendo e filmando ciò che accadeva, perché il mondo sapesse.

Ha sempre condiviso ogni sua scelta, seppur pericolosa?

Noi, che a casa seguivamo con trepidazione la sua vita, gli eravamo vicini e solidali, coscienti che Vittorio era là proprio dove avrebbe voluto essere. Io, in particolare, che l’ho nutrito a pane e ideali, l’ho sempre sostenuto e ammirato, ammonendolo alla prudenza, ma senza mai tentare di oppormi alle sue scelte.

Vittorio ha vissuto nell’inferno di Gaza, in condizioni di assoluta precarietà. Quando vi sentivate, c’erano episodi in particolare che lo turbavano e che le raccontava con particolare emozione?

Ciò che turbava Vittorio era la crudezza dell’assedio, il rendersi conto di quanto poco contasse la vita dei palestinesi. Non temeva per sé, quanto per i gazawi sottoposti ogni giorno ai soprusi israeliani. Raccontava poco dei pericoli ai quali anch’egli andava incontro, non ci voleva preoccupare. La volta, nel 2008, che rimase ferito a bordo di un peschereccio e gli ricucirono la schiena con dieci punti di sutura, ci informò dopo due giorni!

Ha mai ammesso di aver paura di vivere a Gaza e/o di rinunciare alla sua missione?

Paura mai, se non durante Piombo Fuso (fine dicembre 2008-gennaio 2009). Ma ciò non lo fece desistere dal rimanere, rifiutando l’invito del consolato italiano a uscire dalla Striscia, perché si rendeva conto quanto fosse importante sostenere, con i compagni dell’ISM, il lavoro dei medici e dei paramedici accompagnandoli sulle ambulanze e ancor più quanto fosse necessario scrivere quotidianamente, dall’interno, come testimone diretto della strage che si stava compiendo nella pressoché totale indifferenza del mondo.

Quando lo sentiva, invece, davvero felice?

Più che felice, lo sentivo appagato e contento. Ho fotografie che lo ritraggono con i giovani gazawi durante le manifestazioni. Nei suoi occhi leggevo la serenità di chi ha raggiunto la meta agognata.

Lo stesso Vittorio consigliava ai genitori di mettere il suo volume, ‘Restiamo Umani’, alla portata dei bambini. Educare ai diritti e all’amore fin da subito, così come ha fatto lei?

La nostra famiglia ha cercato di praticare la solidarietà, l’interessamento agli gli altri, sia vicini sia distanti. Credo che questo abbia costituito una delle base delle scelte che Vittorio ha compiuto, così come le sollecitazioni alla conoscenza, alla lettura, all’approfondimento di ciò che avveniva nella nostra società e nel mondo.

Alla violenza, Vik rispondeva con tantissimo amore fin dai suoi calorosi abbracci “grandi come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce”. Lui, cittadino del mondo, non pensa sia una bella risposta a questa crescita del razzismo in Italia ed Europa?

La più bella risposta è quella che Vittorio stesso ha dato ricordandoci che quel suo “Restiamo Umani” è: “un invito a ricordarsi della natura dell’uomo. Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia che è la famiglia umana”.

Ha mai pensato che Vittorio potesse perdere la vita per i suoi ideali?

Non l’ho mai pensato. Forse lui sì, quando scriveva: “ci sono molte vite a perdere, la mia è una di queste”.

Con la sua morte, molti sono stati i palestinesi che hanno pianto e sofferto. Lei è in contatto con qualcuno di loro?

Pur non avendo molti contatti diretti, so che Vittorio è nel cuore dei Palestinesi nei quali ha accresciuto la spinta verso la libertà, la giustizia e la pace, so che lo considerano un eroe e un martire. Quando incontro, qui, qualche giovane palestinese, è un incalzare di espressioni di riconoscenza, di stima, di affetto e un grande rimpianto perché Vittorio non c’é più.

In ultimo, da mamma, che ricordo ha di ‘Vittorio figlio’ e cosa le manca di più di lui?

Non ho le parole per rispondere. O meglio, potrei inondarvi di parole, ma le tengo nel cuore.

Nel Giorno della Memoria è quindi fondamentale ricordare di ‘Restare Umani’ sempre.

thanks to: Fanpage

Intervista a Rosa Schiano, “imputata” di solidarietà con la Palestina

  • Lunedì, 01 Dicembre 2014 09:19

Intervista a Rosa Schiano, "imputata" di solidarietà con la Palestina

Ciao Rosa da parte della redazione napoletana di Contropiano e solidarietà per i volgari attacchi subiti da parte del quotidiano di Caltagirone “il Mattino”. Insomma hai condiviso un link su facebook sulla questione palestinese e ti sei ritrovata protagonista di una vergognosa campagna stampa che ti dipinge come filoterrorista, con tanto di foto d’archivio che  ti ritrae vicino a un uomo dal viso coperto e un’arma in pugno. Partiamo proprio da qui. La tua versione dei fatti.

È sconcertante che, attorno alla condivisione di un post su un social network, sia stato creato un caso mediatico di questa portata. C’è da chiedersi a cosa si sia ridotto il giornalismo italiano. Sapevo di essere nel mirino di chi aderisce a posizioni filo israeliane ma, una volta rientrata in Italia, pensavo che le pressioni sarebbero diminuite. Non è stato così ed ho avuto modo di sperimentarlo durante l’ultima offensiva israeliana su Gaza quando, diffondendo informazioni attraverso Twitter, ricevevo commenti con offese personali o sessiste. Si tratta di una strategia che mira a esercitare pressione psicologica. Era una comunità che tentava di screditare chi faceva informazione: la lotta si svolgeva  anche sul piano della comunicazione. Durante la mia attività di volontariato nella Striscia di Gaza più volte ho vissuto episodi simili dove sotto accusa era il mio lavoro di documentazione sul posto. Quella stessa foto usata da “Il Mattino” in questi giorni era stata già utilizzata precedentemente su altri siti filo israeliani al fine di ledere la mia immagine. Eppure, l’attività che svolgevo a Gaza con l’ISM era del tutto pacifica: accompagnamento di civili, interposizione durante il lavoro con pescatori e contadini, partecipazioni ad azioni non violente, documentazione dai luoghi attaccati e dagli ospedali. A partire dalla fine dell’ultima offensiva sulla Striscia, la situazione in Palestina è peggiorata anziché migliorata e nessun accordo previsto per il cessate il fuoco è stato rispettato, mentre le tensioni continuavano a salire a Gerusalemme est e tutta la Cisgiordania ed hanno visto attacchi a moschee ed aggressioni di coloni contro civili palestinesi, ed azioni individuali di palestinesi contro civili o soldati israeliani, nonché uccisioni (tra cui l’ultima, terribile, il 17 novembre,  del trentaduenne palestinese conducente di bus trovato impiccato nell’insidediamento di “Givat Shaul” nel villaggio di Deir Yassin, un omicidio pare commesso da coloni estremisti). È in questo contesto di aggressioni fisiche e psicologiche che si inserisce l’agguato nella sinagoga di Gerusalemme. I due palestinesi sapevano che sarebbero stati uccisi dopo l’agguato, ma l’esasperazione li ha portati a compiere questo gesto estremo. Sebbene io sostenga il diritto dei palestinesi alla resistenza armata come tra l’altro riconosciuto dal diritto internazionale ai popoli sotto occupazione, non condivido l’uccisione di civili inermi, e credo che Israele se ne serva poi per giustificare un’azione repressiva ancor più forte, oltre a fare molto male all’immagine e alla causa dei palestinesi.

La condivisione di quel post sulla mia pagina facebook, pubblicato su una pagina inglese, voleva fornire un punto di vista differente e non può essere considerata un’approvazione dell’attentato. Non ho pensato al fatto che il post potesse essere strumentalizzato al fine di attaccare me e la mia mostra fotografica in esposizione a Portici. Ho vissuto a lungo in Palestina, conosco il valore della parola “martire” ed il rispetto che le persone nutrono per coloro che sono disposti a morire per la liberazione della loro terra e l’ottenimento dei loro diritti. I nostri media hanno parlato di attentato e di terroristi isolando l’agguato dal contesto in cui è avvenuto e non permettendo così al pubblico di capire le circostantanze, non permettono di capire che non esistono lì due popoli in guerra ma un popolo oppresso ed uno stato oppressore. Potremmo dire che i civili uccisi in sinagoga e i due palestinesi che hanno eseguito l’agguato siano vittime di uno stesso sistema di potere che oltre ad annientare vite umane cancella diritti e identità di un popolo.

L’operazione del “Mattino” mi ha provocato un grande disagio sebbene io non abbia commesso alcun reato né abbia fatto o scritto le “dichiarazioni” o “esternazioni” che mi hanno attribuito. Che cosa c’è di male nell’essere solidali con un popolo oppresso? Maggiormente triste e di cattivo gusto è il collegamento tra la mia mostra fotografica “Gaza: tra assedio e speranza” e l’attentato avvenuto alla sinagoga di Gerusalemme. Nell’articolo è scritto che la mostra “rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico” e che “l’iniziativa ha scatenato la reazione indignata della comunità ebraica di Napoli all’indomani dell’attentato di Gerusalemme”. Se l’indigazione nasce per un reportage fotografico, forse dietro tale indignazione si nasconde una ragione politica? Tra l’altro, la mostra è iniziata prima dell’agguato e non dopo.

Ti sei fatta un’idea del perchè di questo attacco considerato che tu sei una dei più noti attivisti italiani  in sostegno della lotta di liberazione palestinese e le tue idee in merito sono conosciute da chiunque si interessi un minimo di Palestina? Perchè proprio ora? Il grado di mistificazione e la tempistica dell’attacco hanno una spiegazione plausibile o si è trattato semplicemente di un redattore fin troppo “solerte” nel costruire una notizia che in realtà non esiste?

Mi è stato detto che dopo l’agguato alla sinagoga di Har Nof di fatto è una situazione di guerra, in cui si guarda anche alle virgole che vengono pubblicate in rete e sui giornali. Chiaramente mi aspettavano al varco. Credo sia stata un’operazione pensata da tempo, non aspettavano altro. Credo che a coloro che hanno messo su questa operazione disturbi la mia capacità di informare su questi temi al di fuori delle solite cerchie e dentro le istituzioni, il lavoro di documentazione da Gaza accurato e puntuale, il grande affetto delle persone. Hanno tentato di denigrare la mia immagine, di stroncarmi. Credo si sia trattato di un puro tentativo di intimidazione e di un avvertimento verso chiunque in futuro voglia organizzare iniziative di solidarietà o mostre fotografiche e che avrà timore di reazioni da parte della comunità ebraica. Credo si sia trattato di un attacco non solo rivolto a me ma a tutto il mondo della solidarietà con il popolo palestinese. In quei giorni, perfino una mostra fotografica organizzata dalla Unrwa sui rifugiati palestinesi in esposizione al Museo Diffuso della Resistenza di Torino è finita nel mirino della comunità ebraica che ne ha chiesto la chiusura ed ha parlato di “mostra ostile a Israele”. Di fronte a questo tentativo di cancellare l’identità e la storia bisogna mantenere il coraggio di indignarsi, di esporsi e di denunciare.

Questa non è una lotta contro la religione, ma contro l’imperialismo di cui il sionismo è un’espressione, contro l’oppressione, la guerra e le politiche di razzismo e discriminazione, a favore della pace che non può esserci senza giustizia e del diritto dei popoli ad autodeterminarsi.
La denuncia non può  essere considerata istigazione all’odio, mentre allo stesso tempo  si lascia liberamente che in pagine facebook filo israeliane vi siano addirittura auguri di morte nei miei confronti e si faccia riferimento alla sorte toccata al nostro compagno dell’ISM Vittorio Arrigoni. Come mai nessuno si scandalizza e nessuno parla in questo caso di istigazione all’odio? La religione non può essere utilizzata per consentire tali comportamenti né per coprire crimini. Le violazioni dei diritti umani vanno considerate a prescindere dal credo di chi le ha commesse e dal paese in cui avvengono. Al contrario di queste persone, io non ho mai usato parole di violenza né di odio, neppure nelle situazioni di maggior disperazione davanti a corpi di uomini e bambini senza vita. Ho sempre lavorato per far sì che la parola pace avesse un senso. Non solo stando accanto alle vittime delle offensive militari, ma anche nel dimostrare che le parole dei politici celavano invece una realtà atroce sul campo.

Credo che in futuro, coloro che vorranno nuovamente attaccarmi, utilizzeranno nuovamente la stessa fotografia, che poi è stata scattata durante una parata militare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nella Striscia di Gaza. Non possono usare altro per gettare ombra sulla mia immagine. Sono veramente dispiaciuta del fatto che, al contrario, i bombardamenti indiscriminati da parte dell’esercito israeliano durante l’offensiva su Gaza di quest’estate, tra cui bombe su case palestinesi con famiglie all’interno, non abbiano ricevuto parole di condanna da parte della comunità ebraica, non siano state dedicate ai bombardamenti così tante pagine di giornale e non siano considerati attentati terroristici. E così, il silenzio e le menzogne hanno ucciso quelle vittime due volte.

Il Mattino, nella sua versione on line, ha addirittura pubblicato un fotomontaggio sovrapponendo l’immagine del cancello di villa Savonarola a Portici, dove si teneva la mostra, con quella dei due martiri palestinesi che avevo condiviso su facebook. Diverse persone hanno così pensato che io avessi esposto la foto dei due martiri sul cancello della villa. Successivamente sul Giornale di Sallusti è stata pubblicata una lettera diffamatoria di una residente a Gerusalemme la quale dichiara che io avrei esposto la locandina dei due martiri alla mia mostra fotografica. Insomma, restano poche parole di fronte a queste manovre di basso livello ed un senso di impotenza.

Inoltre, sul cartaceo, “Il Mattino” ha inserito nel virgolettato la traduzione del post inglese, e nei vari articoli si insiste attribuendomi “esternazioni” o “dichiarazioni” mai fatte e mai scritte, perfino da parte del rabbino Bahbout. Addirittura si lascia intendere che dopo l’attentato appaiano mie immagini “con persone armate”: falso, si tratta di una singola foto pubblicata diversi mesi fa e che tra l’altro loro hanno tagliato creando due immagini.

Non hai mai fatto segreto di sostenere con forza e determinazione la Giunta De Magistris, che tra l’altro ha dato il meglio di sè proprio nei rapporti diplomatici con lo Stato di Palestina, pensi che anche questo abbia contribuito alla virulenza dell’attacco di un quotidiano che si è sempre schierato contro questa giunta e contro il Sindaco in particolare?

Mi sembra chiaro che tanto spazio sia dovuto anche alla campagna contro De Magistris, è una occasione d’oro per attaccare anche lui. Tra l’altro i tre articoli di giornale sono stati pubblicati proprio il 20 novembre, giorno in cui la terza sezione del Consiglio di Stato si sarebbe espressa in merito ai tre ricorsi tra cui quello del Governo contro la sentenza del Tar Campania che annullava l’efficacia della sospensione del Sindaco imposta dalla Severino. Purtroppo, più ci si espone più si subiscono pressioni. Del resto negli articoli vi sono un paio di  riferimenti a De Magistris. Il PD locale invece si è  scagliato contro l’amministrazione di Portici che aveva organizzato la “Settimana dell’autodeterminazione e della pace” che avrebbe ospitato la mia mostra fotografica, mentre sul Mattino il senatore PD Enzo Cuomo fa riferimento ad “affermazioni da parte dell’autrice”, attribuendomi alcune affermazioni da me mai fatte.

Non possiamo fare a meno di chiederti un aggiornamento sulla situazione attuale a Gaza e nel resto della Palestina, dopo i tremendi fatti dei mesi scorsi con attacchi da cielo e da terra contro la popolazione palestinese. Qual è  lo stato dell’arte in questo momento?

Dopo l’ultima offensiva israeliana la situazione nella Striscia di Gaza non è affatto migliorata: all’assedio si aggiunge una maggiore miseria della vita e devastazione, mentre le temperature continuano a scendere. Sono ancora migliaia gli sfollati accolti nelle scuole (18 scuole Unrwa accolgono almeno 28.000 persone) o ospitati da altre famiglie palestinesi, mentre almeno 80.000 famiglie vivono in case che hanno subito diversi livelli di distruzione, nonostante sia pericoloso restarvi. Solo poche famiglie hanno potuto iniziare a ricostruire o riparare le proprie abitazioni. Le condizioni umanitarie peggiorano a causa del maltempo e della mancanza di energia elettrica. La stessa Unrwa ha denunciato una situazione di emergenza dovuta agli allagamenti.

Nessuno degli accordi con cui si èraggiunto il cessate il fuoco è stato rispettato: si era parlato di alleggerimento del blocco, di liberazione di prigionieri, di apertura dei valichi, di estensione del limite marittimo, del diritto ad avere un porto ed un aeroporto. Nulla è stato fatto.

Le escalation contro i pescatori palestinesi dentro il limite consentito (attualmente 6 miglia nautiche) sono anzi continuate così come arresti e confische di barche, l’unico mezzo di sopravvivenza per i pescatori e le loro famiglie. L’esercito israeliano continua a sparare nelle zone lungo il confine, e nell’utima settimana ha ucciso un palestinese, mentre alcuni civili tra cui un bambino sono rimasti feriti. Tutti ormai si preoccupano solo di inviare aiuti umanitari nella Striscia ma nessuno pensa a risolvere il problema politico alla base del conflitto. L’assedio ha avuto un impatto devastante sulla situazione economica e umanitaria, impedendo il commercio e quindi lo sviluppo economico, causando così disoccupazione e dipendenza dagli aiuti internazionali. Infine isolando la Striscia di Gaza dal resto del mondo e separandola dalla stessa Cisgiordania. L’esasperazione ha portato molti palestinesi a scappare attraverso quei pochi tunnel rimasti al confine egiziano e imbarcarsi per raggiungere le nostre coste. Purtroppo molti, moltissimi non ce l’hanno fatta, e sono stati presi dal mare, mentre altri stanno affrontando la repressione egiziana o sono stati deportati a Gaza.

In Cisgiordania tensioni sono aumentate a seguito delle restrizioni imposte sull’accesso dei palestinesi alla moschea Al Aqsa a Gerusalemme est con conseguenti scontri tra palestinesi e forze israeliane. A ciò va aggiunto il rafforzamento della presenza ebraica a Gerusalemme est e l’aumento di insediamenti coloniali. Le tensioni crescono proprio a causa delle demolizioni decise come misura di punizione collettiva da parte delle autorità israeliane: case dei palestinesi che hanno ucciso con la propria auto pedoni alla fermata del tram e dei due responsabili dell’attacco in sinagoga sono state demolite, nonostante questa pratica sia considerata una forma punitiva contraria al diritto internazionale.

Continuano le proteste in Cisgiordania, nel corso delle quali vi sono spesso feriti. Frequenti sono le incursioni dell’esercito nei villaggi palestinesi, nel corso delle quali spesso civili restano feriti e molti sono arrestati. Si contano nel mese di ottobre 6500 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane di cui 500 in detenzione amministrativa e 182 minori. Alcuni pensano ad un possibile scoppio di una terza intifada, ma questa possibilità rimane debole fin quando esiste la cooperazione tra l’ANP e la polizia israeliana.
Rapporti settimanali sulle violazioni israeliane sulla popolazione civile palestinese possono essere letti sui siti del Palestinian Centre For Human Rights (http://www.pchrgaza.org ) e delle Nazioni Unite (http://www.ochaopt.org/ ).

Napoli è notoriamente città “amica della Palestina” e adesso addirittura con un sindaco cittadino onorario palestinese. Tu sei indubbiamente la figura più nota del movimento napoletano di solidarietà al popolo palestinese e viene normale chiederti il perchè.  Perchè Napoli è così empatica nei riguardi della lotta del popolo palestinese? Vi sono delle ragioni storiche che hanno determinato questa empatia, qui si è lavorato particolarmente bene rispetto ad altri luoghi d’Italia? E in ultimo: cosa ne pensi delle forme di lotta che promuovono il Boicottaggio, il Disinvestimento e  le Sanzioni contro lo Stato d’Israele?

Napoli storicamente è una città accogliente, solidale e antifascista. I napoletani hanno liberato la città dall’occupazione nazista e, nel corso degli anni, hanno subito forme di discriminazione e razzismo. Forse sono questi i motivi, insieme all’amore per la propria terra, che spingono i napoletani a sentirsi vicini alle lotte dei popoli oppressi. Essi conoscono il significato della resistenza.

Certo, Napoli ha mostrato sempre solidarietà nei confronti del popolo palestinese e che si è concretizzata in visite, gemellaggi con città palestinesi e progetti. Tra le ultime attività dell’Amministrazione comunale concentrata sull’affermazione dei diritti umani e della pace, un tavolo aperto in occasione dell’emergenza Gaza nel corso dell’ultima offensiva israeliana sulla Striscia a cui è  seguito una deliberazione per l’avvio di azioni di sensibilizzazione, aiuto concreto e missioni umanitarie in Palestina.
In generale, Napoli e i napoletani sono sempre in prima linea nella difesa dei diritti qui e nei paesi dove vi sono conflitti.

Sostengo il BDS, credo sia attualmente lo strumento più efficace per esercitare pressione sul governo israeliano affinché rispetti il diritto internazionale e cessi l’occupazione militare. L’Unione Europea si mostra ancora troppo debole, nonostante direttive UE contro il commercio con gli insediamenti coloniali siano state approvate nel luglio dell’anno scorso ed entrate in vigore a gennaio di quest’anno, tutt’ora non se ne parla e non so se siano realmente applicate. Credo che solo il BDS a livello istituzionale possa avere un’impatto sulle politiche di Tel Aviv. I riconoscimenti simbolici dello Stato di Palestina sono molto belli ed importanti ma non sono affiancati da nessuna azione concreta.

L’Italia dovrebbe in primo luogo avere il coraggio di rivedere l’accordo di cooperazione militare con lo stato di Israele e fermare la vendita di armi.

thanks to: contropiano.org

Israeli Forces Open Fire on Palestinian Farmers near Gaza Borders

KHAN YOUNES, November 19, 2014 – (WAFA) – Israeli forces Wednesday morning opened fire on Palestinian farmers near the borders to the east of Khan Younes in the southern Gaza Strip, said WAFA correspondent.

 

 

Soldiers stationed at military watchtowers to the east of Khuzaʻa opened fire indiscriminately on Palestinian farmers, preventing them from accessing and farming their lands.

 

 

No injuries were reported.

 

 

According to ReliefWeb, The Israeli military has issued directives prohibiting any Palestinian presence on land within Gaza abutting the territory’s perimeter fence, currently up to 300 meters from the fence, but Israeli forces have frequently shot at Palestinians beyond that distance.

 

 

According to UN figures Israeli military forces have killed four and wounded more than 60 civilians near the perimeter fence with Gaza since the beginning of 2014.

 

K.F./T.R.

thanks to: Wafa

“Il Calvario oggi si trova a Gaza”

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“Parlare della sofferenza di Gaza non è semplice: oggi il Calvario non è a Gerusalemme, è in una piazza insanguinata nella Striscia di Gaza”. Usa toni forti monsignor Luigi Ginami, della Segreteria di Stato vaticana, riferendo all’AdnKronos la sua esperienza recente di una visita in quel lembo tormentato del Medio Oriente e della Terra Santa.

Confessa l’esponente vaticano, che ha fondato la onlus ‘Amici di Santina’ per il sostegno concreto all’infanzia, a Gaza come in Kenya o nelle favelas dell’America Latina: “Ho fatto fatica a prendere in mano la penna, per fissare quanto avevo visto e ho fatto passare quindici giorni di silenzio e di meditazione, perché – spiega – davanti a quanto abbiamo visto occorre rispetto, occorre riflessione e soprattutto occorre tanta preghiera per regalare significato a quanto abbiamo potuto vivere e condividere”.

A fine ottobre, monsignor Ginami con un piccolo gruppo di fidati collaboratori ha ‘vissuto’ più che semplicemente visitato Gaza e i suoi dintorni; è andato all’ospedale di Shifa, ha incontrato le vittime sopravvissute al massacro di Safa, ha persino avuto un contatto diretto con una famiglia del braccio armato di Hamas, per osservare la realtà da ogni possibile prospettiva.

“Ma è difficile ricostruire globalmente la vita nella Striscia di Gaza: essa è fatta di un mosaico di storie dell’orrore che non si riescono a capire, se non vivendo in questa realtà che a tutti gli effetti possiamo paragonare a un inferno”, afferma monsignor Ginami.

Torna ai toni forti, l’esponente della Segreteria di Stato vaticana: “Davanti a corpi carbonizzati, al fetore della decomposizione dei cadaveri, alle orrende mutilazioni avviene un fatto fisiologico: si vomita. Io, raccontando questa realtà, vorrei far ‘vomitare’ coloro che ascoltano con cuore appassionato e pulsante, avvicinandosi a questo nuovo Monte Calvario chiamato Striscia di Gaza”.

Un posto, non fatica ad ammetterlo monsignor Ginami, dove “una domanda compulsiva entra nella mente e nel cuore: perché Dio permetti questo? Ma dove sei finito? Dove sei, Signore? Tutte queste storie interrogano anche il mio vissuto di uomo religioso. Soltanto in una prolungata preghiera e confrontando queste vicende con la storia di Gesù in croce sono riuscito a vedere in fondo a questo buio tunnel di dolore un’alba lieve di luce. Solo il Crocifisso spiega quei dolori e quelle ferite, che sono le ferite di un’umanità lacerata e crocifissa dall’odio insaziabile”.

Una storia può forse valere per tutte, anche se ciascuna racconta uno spicchio diverso di verità. E’ quella di Muhammad Al Silky, abitante palestinese di Safa, piccolo rione del quartiere di Al Shujaiya nella zona orientale di Gaza City. Ha 30 anni, ha perso la gamba destra, non muove più un braccio, ha avuto l’addome dilaniato da un’esplosione di cui porta la cicatrice che ‘disegna’ una specie di enorme ragno rosso.

Ma, soprattutto, ha perso in un attimo lungo un’eternità tutti e cinque i suoi figli di 3, 5, 7, 8 e 9 anni che un istante prima del bombardamento aereo giocavano sul terrazzo che faceva da tetto alla sua casa; ha perso il padre, il fratello con i suoi tre figli ovvero i tre nipotini: 10 morti, tutti ritratti in una foto appesa alla parete. Ai figli, aveva proprio lui raccomandato di giocare sul terrazzo per non scendere in piazza, nelle quattro ore di tregua concesse dall’aviazione israeliana, perché poteva essere comunque pericoloso. Poi, le bombe dall’alto, all’improvviso.

“Quando siamo entrati in quel che resta della sua abitazione – riferisce monsignor Ginami – Muhammad non ha voluto nulla, nessuna ‘elemosina’, ma soltanto parlarci, raccontarci la sua vicenda ripercorrendola quasi minuto per minuti fino agli ultimi tragici eventi, rivendicando il diritto di raccontare l’orrore, il terrore, la nausea di una sofferenza che spacca il cuore e il cervello prima ancora che frantumare le ossa e lacerare la carne: raccontare, in una parola, il suo inferno”.

thanks to: adnkronos

Vietato l’ingresso a Gaza al dottor Mads Gilbert

Il medico norvegese che per 30 anni ha effettuato missioni volontarie all’ospedale Shifa è stato bloccato al valico di Erez. Israele avrebbe anche negato alla ministra degli esteri colombiana Holguin l’autorizzazione a recarsi a Ramallah per incontrare il presidente palestinese Abu Mazen.

Gilbert

Michele Giorgio – il Manifesto

Roma, 15 novembre 2014, Nena News – Aria da eterno ragazzo nono­stante i suoi 67 anni, sem­pre in movi­mento tra il pronto soc­corso e la tera­pia inten­siva, sor­riso pronto anche nei momenti più cri­tici per rin­cuo­rare i parenti dei feriti più gravi. Tanti all’ospedale Shifa di Gaza city ricor­dano così il medico nor­ve­gese Mads Gil­bert, un ane­ste­si­sta, impe­gnato la scorsa estate assieme ai col­le­ghi pale­sti­nesi e ad altri medici volon­tari giunti dall’estero a por­tare soc­corso ai feriti dei bom­bar­da­menti israe­liani, durante i 50 giorni dell’offensiva “Mar­gine pro­tet­tivo”. Un per­so­nag­gio che è legato alla sto­ria insan­gui­nata di Gaza, uno degli occi­den­tali più noti e sti­mati dagli abi­tanti della Stri­scia. Dopo 30 anni di mis­sioni volon­ta­rie nei Ter­ri­tori pale­sti­nesi (e in altre parti del mondo), Gil­bert non potrà più entrare a Gaza o almeno non potrà più farlo per il valico di Erez. Ieri il gior­nale nor­ve­gese Ver­dens Gang ha rife­rito che le auto­rità israe­liane, per non meglio pre­ci­sati «motivi di sicu­rezza», non per­met­te­ranno più il tran­sito a Gil­bert. Il medico potrà rive­dere i suoi col­le­ghi dello Shifa solo se le auto­rità egi­ziane lo auto­riz­ze­ranno a pas­sare per il valico di Rafah. Il mini­stero degli esteri israe­liano non ha com­men­tato la noti­zia. L’ufficio del Cogat, il Coor­di­na­tore delle atti­vità del governo israe­liano nei Ter­ri­tori occu­pati, si è limi­tato a comu­ni­care che pren­derà in esame l’accaduto.

Gil­bert ha defi­nito la deci­sione «pro­vo­ca­to­ria, irra­gio­ne­vole e total­mente inac­cet­ta­bile». E’ con­vinto che il divieto non sia altro che una «puni­zione» per la sua con­danna pub­blica dell’offensiva “Mar­gine Pro­tet­tivo”. Ripete che non ha fatto altro che con­tri­buire a sal­vare vite umane. «Non ho mai fatto niente di male in Israele. Non ho mai infranto nes­suna legge o le norme di sicurezza…E’ la popo­la­zione pale­sti­nese (biso­gnosa di assi­stenza medica, ndr) che ora viene punita per le mie idee poli­ti­che», ha spie­gato. Gil­bert è stato uno dei fir­ma­tari di una let­tera pub­bli­cata, durante i com­bat­ti­menti dello scorsa estate, sulla pre­sti­giosa rivi­sta medica The Lan­cet, che accu­sava Israele dell’uccisione di civili inno­centi a Gaza.

Israele intanto smen­ti­sce di aver negato l’ingresso in Cisgior­da­nia alla mini­stra degli esteri colom­biana Maria Angela Hol­guin, impe­gnata in un tour regio­nale. La vicenda non è ancora del tutto chiara. Secondo le noti­zie ripor­tare da diversi mezzi d’informazione, il governo Neta­nyahu due giorni avrebbe rifiu­tato a Hol­guin il per­messo di andare a Ramal­lah dove era attesa dal pre­si­dente dell’Anp Abu Mazen e dal suo col­lega Riad al Malki. Una ritor­sione, secondo i media, per l’esclusione dal tour della mini­stra di una visita anche in Israele. Il “no” è scat­tato al ponte di Allenby, al con­fine tra la Cisgior­da­nia pale­sti­nese e la Gior­da­nia dove Hol­guin era giunta da Amman. Il mini­stero degli esteri israe­liano però nega che le cose siano andate in que­sto modo e riaf­ferma gli stretti rap­porti di ami­ci­zia con la Colom­bia. La mini­stra Hol­guin, secondo un comu­ni­cato israe­liano, avrebbe rinun­ciato alla visita a causa di un calen­da­rio fitto di impegni.

Ad Amman, cro­ce­via diplo­ma­tico (e di accordi sot­ter­ra­nei), il Segre­ta­rio di stato Usa John Kerry crede di aver rag­giunto due giorni fa un «fermo accordo» per pla­care la ten­sione tra israe­liani e pale­sti­nesi intorno alla Spia­nata delle moschee, durante il ver­tice che ha avuto con il pre­mier Benya­min Neta­nyahu e re Abdal­lah, pre­ce­duto qual­che ora prima da col­lo­qui con Abu Mazen. Il primo mini­stro israe­liano si è impe­gnato a non cam­biare lo sta­tus della Spia­nata ma allo stesso tempo non ha fatto alcuna pro­messa per lo stop della colo­niz­za­zione israe­liana a Geru­sa­lemme Est, uno dei motivi prin­ci­pali delle pro­te­ste palestinesi.

Sul ter­reno la ten­sione resta alta, nono­stante la deci­sione presa ieri da Israele di non limi­tare l’ingresso ai fedeli musul­mani sulla Spia­nata delle moschee in occa­sione delle pre­ghiere del venerdì. Ieri, giorno della “mar­cia su Geru­sa­lemme”, decine di pale­sti­nesi, all’altezza del posto di blocco di Qalan­diya, hanno sca­val­cato con lun­ghe scale il Muro di sepa­ra­zione e sono rima­sti per qual­che minuto sul lato con­trol­lato da Israele, sven­to­lando ban­diere e scan­dendo slo­gan, prima di essere respinti.

Mani­fe­sta­zioni pale­sti­nesi di pro­te­sta sono avve­nute in diversi punti della Cisgior­da­nia e anche a Umm el Fahem, in Gali­lea. Intanto restano molto gravi le con­di­zioni di un bam­bino pale­sti­nese di 11 anni, Salah Man­sour, col­pito tra gli occhi da un pro­iet­tile rive­stito di gomma spa­rato dalla poli­zia israe­liana per disper­dere le pro­te­ste pale­sti­nesi nel quar­tiere di Issawiyeh.

thanks to: Nena News

COMPAGNI ED AMICI IN ITALIA, ECCO L’ASILO “VITTORIO ARRIGONI” A GAZA

 

“promettiamo a tutti voi di tenere fede e mantenere i principi per i quali Vittorio il Ribelle ha vissuto e combattuto e vi promettiamo di insegnare ai nostri figli il patriottismo, il rispetto per l’umanità ed a resistere all’oppressione ovunque si trovi”

ghassan kanafani developmental association

27.10.2014

Compagni e amici in Italia,

I nostri calorosi saluti a tutti voi da Gaza, dalla terra della fermezza e dell’eroismo.
Calorosi saluti dai bambini della scuola materna “Vittorio Arrigoni” per l’anima di Vittorio Arrigoni, quei ragazzi ai quali, con il vostro sostegno, siamo riusciti a disegnare un sorriso sui volti.
A dispetto di tutte le circostanze difficili che abbiamo vissuto nella Striscia di Gaza, in particolare durante e dopo la guerra recente lanciata dalle forze di occupazione sioniste, siamo ora orgogliosi di dirvi che abbiamo completato la realizzazione del progetto che istituisce la scuola materna di Vittorio Arrigoni, che ha scuola materna iniziato i suoi lavori con l’apertura del nuovo anno accademico 2014/2015.
Abbiamo lavorato duramente subito dopo la guerra, al fine di procedere con il completamento della preparazione e del programma dell’ asilo, per l’accoglienza dei bambini, e abbiamo già assunto il personale per la scuola materna che consiste di sette donne. E come risultato della campagna di promozione per la scuola materna, attraverso manifesti e striscioni distribuiti nel campo profughi di Bureij per annunciare l’inizio delle iscrizioni nella scuola materna “Vittorio Arrigoni”, abbiamo registrato 98 bambini che ricevono i servizi della nostra scuola materna.
Da ultimo, ma non meno importante, promettiamo a tutti voi di tenere fede e mantenere i principi per i quali Vittorio il Ribelle ha vissuto e combattuto e vi promettiamo di insegnare ai nostri figli il patriottismo, il rispetto per l’umanità ed a resistere all’oppressione ovunque si trovi.

Associazione per lo sviluppo “Ghassan Kanafani”- GKD

Indirizzo: Bait Hanoun – Al Shawa suburb
Email: Ghassan_k1972@hotmail.com
Telfax 2482540

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thanks to: Freedom Flottilla Italia

 

Federica Mogherini prende in giro i Palestinesi e gli Europei. L’unico modo per avere uno Stato Palestinese è cacciare gli ebrei dalla Palestina.

GAZA, November 8, 2014 – (WAFA) – European Union Foreign Policy Chief Federica Mogherini stated Saturday that Gaza can’t afford a fourth war and affirmed the EU’s commitment and support to Gaza reconstruction.

 

Mogherini made her remarks during a joint press conference with UNRWA Commissioner-General Pierre Krahenbuhl at al-Bahrain school in Tal al-Hawa in western Gaza city, an UNRWA-run school sheltering hundreds of internally-displaced people whose houses were destroyed during the 51-day aggression on Gaza.

 

Mogherini arrived Saturday in the Gaza Strip coming from Jerusalem through Erez border crossing point. She visited Sheja’eya neighborhood and met with the Palestinian families whose houses were destroyed during the recent Israeli onslaught on the coastal enclave and listened to their suffering.

 

 Noting that she visited Gaza to examine the humanitarian situation, Mogherini stated that she, as a mother, came to the Gaza Strip to directly see the humanitarian situation following the war, and that during the Cairo-based Gaza Reconstruction Conference she maintained that situation should change in the strip.

 

She added: “There is no time to wait. We should work more quickly in regard to Gaza reconstruction, a commitment that we have made. We should do everything to see children returning to their houses before they turn a year old.”

 

 She expressed her thanks for the UNRWA and noted that the EU stands ready to help the Palestinians in Gaza live in a better situation, adding: “We in Europe know that the only means to end this suffering is bringing this conflict to an end and establishing a Palestinian state living in peace with Israel.”

 

 Moughrini stressed that the EU needs an effective functioning Palestinian government in Gaza and expressed her hopes to see that possible soon, adding: “Most importantly, we call upon all parties to return to negotiations and resume the peace process.”

 

 She stressed the EU’s support for rebuilding Gaza, noting that the EU should put all its political weight to resume the political process and enable the Palestinian national consensus government to effectively operate in the strip.

 

 Regarding the EU’s recognition of the State of Palestine, Mogherini remarked that the EU has not yet reached a consensus to do so and that it is the decision of each EU state. Nevertheless she stressed: “We need a Palestinian state; that is the ultimate goal and is the position of all the European Union.”

 

 “What’s important for me is not whether other countries, be they European or not, recognize Palestine… I’d be happy if, during my mandate, the Palestinian state existed,’ she told French newspaper Le Monde, Newsweek reported.

 

 Mogherini reportedly met in Gaza city with four ministers in the Palestinian unity government. According to Office of the European Union Representative Office, she had a joint press conference with Prime Minister Rami Hamdallah at 3:30 p.m. at the Prime Minister’s Office and would meet President Mahmoud Abbas at 6:30 p.m.

K.F./T.R.

thanks to: WAFA

Malala: i soldi del Nobel alle scuole di Gaza

“Senza istruzione non ci sarà mai pace”. Con queste parole la giovane pachistana ha donato 50mila dollari per la ricostruzione delle strutture scolastiche nella Striscia. Sono 24 gli istituti totalmente distrutti, decine quelli danneggiati e ancora inagibli. Per 500mila studenti palestinesi quest’anno studiare sarà davvero difficile

malala

della redazione

Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.

Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.

“Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza”, ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. “I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto”. “Senza istruzione non ci sarà mai la pace”, ha concluso.

La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.

Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.

A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio.

thanks to: Nena News