Bambino di Gaza di appena quattro anni muore dopo giorni di agonia, era stato colpito da un cecchino sionista!

La foto mostra un medico che porta Ahmad Yasir Sabri Abid, 4 anni, dopo che il bambino è stato ferito durante le proteste ad Est di Khan Younis il 7 dicembre. Il bambino è morto per le ferite quattro giorni dopo.

Il ministero della salute di Gaza ha annunciato la morte della persona più giovane uccisa durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno.

Ahmad Yasir Sabri Abid, 4 anni e 8 mesi, è morto martedì per le ferite riportate il venerdì precedente durante le proteste a Khan Younis, nella parte meridionale di Gaza.

Un funzionario del ministero della Sanità ha detto al “Times of Israel” che il ragazzo “è stato colpito da proiettili di proiettile in faccia, al petto e allo stomaco durante una protesta” a seguito del fuoco israeliano.

Circa 180 palestinesi sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e quasi 6.000 feriti da incendi vivi durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno lungo il perimetro orientale e settentrionale di Gaza dal 30 marzo. Quasi tre dozzine di quelli uccisi erano bambini.

Le vittime di bambini palestinesi a causa del fuoco israeliano sono aumentate nel 2018, con più di 50 morti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, una morte alla settimana in media.

Ahmad Abid è la prima morte della Grande Marcia del Ritorno del mese di dicembre.

thanks to: Palaestina Felix

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L’acqua potabile contaminata di Gaza fa diffondere la “Sindrome del Bambino Blu”

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Al-Jazeera, Imemc. Di Il medico con le occhiaie e la barba incolta entra nel reparto pediatrico dell’ospedale Al-Nassar nella città di Gaza. E’ un giovedì sera, quasi il fine settimana. Il reparto è deserto e stranamente silenzioso, si sente solo il lamento occasionale di qualche bambino.

In ogni letto, separato dall’altro con una tenda, si assiste alla stessa scena: un bambino è sdraiato, collegato a tubi, a fili e ad un generatore, mentre una madre siede accanto come un testimone silenzioso.

Il dott. Mohamad Abu Samia, direttore di Medicina pediatrica dell’ospedale, scambia alcune parole sommesse con una delle madri, poi solleva dolcemente la vestaglia del bambino rivelando una cicatrice dovuta ad un intervento chirurgico al cuore, lunga quasi quanto la metà del suo corpo.

Il posto-letto successivo è occupato da una bambina che soffre di una grave malnutrizione. E’ sdraiata immobile, con il suo piccolo corpo collegato ad un respiratore. Dato che l’elettricità a Gaza funziona solo per quattro ore al giorno, la bambina deve stare qui dove i generatori la possono mantenere in vita.

“Abbiamo troppo lavoro -, afferma sopraffatto il medico -. I bambini soffrono di disidratazione, vomito, diarrea, febbre”. La percentuale altissima di pazienti con diarrea, il secondo più importante killer al mondo di bambini fino ai cinque anni, è sufficiente per far scattare l’allarme.

Ma negli ultimi mesi il dott. Abu Samia ha assistito ad un brusco aumento di gastroenteriti, malattie renali, cancro pediatrico, marasma – una malattia dovuta a grave malnutrizione che compare nei bambini –  e alla “sindrome del bambino blu”, un disturbo che rende labbra, viso e pelle bluastre, e sangue color cioccolato.

Fino ad ora, ha affermato il medico, vedeva “uno o due casi” di sindrome del bambino blu ogni cinque anni. Ora accade il contrario – cinque casi all’anno.

A chi gli chiede se ha a disposizione studi sui quali basarsi che sostengano la sua affermazione, dice: “Viviamo a Gaza, in una situazione di emergenza… Abbiamo solo tempo di mitigare il problema, non di effettuare delle ricerche”.

Tuttavia, le cifre del ministero della Sanità palestinese supportano le conclusioni del medico. Esse mostrano un “raddoppiamento” dei casi di diarrea, arrivata ormai a livello epidemico, così come i picchi dell’estate scorsa di salmonella e persino di febbre tifoidea.

Riviste mediche indipendenti e specializzate hanno documentato, inoltre, l’aumento della mortalità infantile, dell’anemia ed una “dimensione allarmante” nell’arresto della crescita tra i bambini di Gaza.

Uno studio della Rand Corporation ha rivelato che la cattiva qualità dell’acqua è una delle principali cause di mortalità infantile a Gaza.

In parole semplici, i bambini di Gaza stanno affrontando un’epidemia mortale di proporzioni tali che non si erano mai viste in precedenza.

“Tanta sofferenza. E’ una questione di vita o di morte”, dice il dott. Abu Samia.

Le cause di questa crisi sanitaria sono da ricercare in vari fattori, ma gli esperti di medicina concordano su quello che ritengono essere uno dei principali colpevoli: l’acqua potabile di Gaza è scarsa e contaminata, a causa dell’assedio economico di Israele, del suo ripetuto bombardamento di infrastrutture idriche e fognarie e di una falda acquifera in pessime condizioni e di scarsissima qualità, e che, pertanto, il 97% dei pozzi di acqua potabile di Gaza è al disotto degli standard minimi di salute per il consumo umano.

Il dott. Majdi Dhair, direttore della Medicina di prevenzione del ministero della Sanità palestinese, riferisce di un “enorme incremento” delle malattie trasmesse con l’acqua che afferma siano “collegate direttamente all’acqua potabile” e alla contaminazione con le acque fognarie non trattate che vanno a finire, senza alcuna depurazione, direttamente nel Mediterraneo.

Una visita presso il campo rifugiati densamente abitato di Shati’ (o “Spiaggia”) di Gaza aiuta a spiegarne il motivo. Qui, 87.000 rifugiati con le famiglie al seguito – scacciati dalle loro case e villaggi nel 1948 durante la creazione di Israele – sono racchiusi in mezzo chilometro quadrato in strutture di blocchi di cemento, di fianco al Mediterraneo.

“Acqua ed elettricità”? Dimenticatevele, afferma Atef Nimnim che vive con madre, moglie e due generazioni più giovani – 19 Nimnim in tutto – in una piccola abitazione di tre stanze, a Shati’.

L’acqua dell’acquedotto di Gaza che esce dai rubinetti è troppo salata, quasi nessuno a Gaza la beve ancora. Per l’acqua potabile il figlio quindicenne di Atef carica bidoni di plastica su una sedia a rotelle e le porta in una moschea, dove li riempie, “per gentile concessione di Hamas”.

La maggior parte delle famiglie, anche nei campi rifugiati, spende fino a metà del modesto reddito che ha a disposizione nell’acqua desalinizzata proveniente dai pozzi non regolamentati di Gaza. Ma anche questo sacrificio ha un costo.

Contaminazione fecale.

I test dell’Autorità Palestinese per l’Acqua dimostrano che fino al 70% dell’acqua desalinizzata consegnata da un piccolo esercito di camion privati, ed immagazzinata nei contenitori situati sopra ai tetti del campo, è soggetta a contaminazione fecale.

Anche microscopiche quantità di E.Coli possono far sviluppare gravi crisi sanitarie.

La ragione di questo, come spiega Gregor von Medeazza, esperto dell’UNICEF per l’acqua e le infrastrutture igieniche di Gaza, è che maggior tempo l’E.Coli rimane nell’acqua, più “inizia a svilupparsi” e quindi la situazione non fa che peggiorare. Ciò provoca la diarrea cronica, che a sua volta può portare alla scarsa crescita nei bambini di Gaza, come ha documentato di recente una rivista medica britannica. Uno degli effetti, aggiunge von Medeazza, è sullo “sviluppo cerebrale” con un “effetto rilevabile sul QI” dei bambini affetti.

Gli alti livelli di salinità e di nitrati presenti nella malridotta falda acquifera di Gaza, sovra-pompata talmente male da farvi confluire anche acqua di mare – sono alla radice di molti dei problemi sanitari presenti a Gaza. Elevati livelli di nitrati provocano ipertensione e malattie renali, e sono legati direttamente all’incremento della sindrome del bambino blu. Malattie collegate all’acqua, come la diarrea infantile, salmonella e febbre tifoidea, sono provocate dalla contaminazione fecale –  sia dall’acqua desalinizzata immagazzinata sui tetti che dai 110 milioni di litri di liquami grezzi o scarsamente trattati che ogni giorno finiscono nel Mediterraneo.

A causa dell’elettricità che resta staccata per 20 ore al giorno, l’impianto fognario di Gaza è praticamente inutilizzabile, pertanto i liquami arrivano direttamente al mare attraverso lunghe tubature, 24 ore al giorno per 7 giorni, proprio in una spiaggia che si trova a nord della città di Gaza. Nonostante ciò, durante l’estate i bambini continuano a nuotare lungo tutte le spiagge di Gaza.

Nel 2016 Mohammad Al-Sayis, 5 anni, ingoiò acqua di mare contaminata dalle acque reflue, ingerendo batteri fecali che gli provocarono un’infezione fatale al cervello. Mohammad è stato il primo bambino deceduto accertato a Gaza causato dai liquami.

A peggiorare le cose, i missili e le granate israeliane hanno danneggiato o distrutto le torri e le condutture dell’acqua, pozzi ed impianti di depurazione causando danni stimati in circa 34 milioni di dollari. Ciò ha ulteriormente paralizzato la fornitura di acqua pulita e sicura, facendo peggiorare la catastrofe sanitaria di questo luogo. Un impatto ancora maggiore deriva dal blocco economico di Israele, che il dott. Abu Samia ritiene diretto responsabile della dilagante malnutrizione presente a Gaza.

Le gravi carenze di acqua ed elettricità, assieme all’aumento della povertà, hanno danneggiato i livelli nutrizionali, afferma il dott. Abu Samia.

“Sta colpendo i bambini”.

Prima dell’assedio, dice, non aveva nessun paziente malnutrito.

Ora gli capita frequentemente di visitare bambini con malattie dovute alla malnutrizione.

“Stiamo vedendo bambini che soffrono di marasma” – una grave malattia nutrizionale. “Negli ultimi due anni è sempre di più in aumento”.

Gli abitanti di Gaza ricordano molto bene le ciniche parole del ministro israeliano Dov Weissglas pronunciate nel 2006, quando ha tristemente paragonato il blocco ad “un incontro con un dietologo… Dobbiamo farli diventare più magri, ma non troppo da farli morire”.

Gaza diverrà inabitabile dal 2020.

A parte le centinaia di morti dovute ai razzi, missili e proiettili durante le ultime tre guerre scatenate contro Gaza, ora i bambini si ammalano e muoiono anche a causa delle acque contaminate e per le malattie infettive da esse causate.

“L’occupazione e l’assedio sono i principali ostacoli al miglioramento della salute pubblica nella Striscia di Gaza”, ha riportato uno studio del 2018 su Lancet, che parla di “effetti significativi e deleteri sull’assistenza sanitaria”.

Senza un maggiore intervento da parte della comunità internazionale, ed in tempi brevi, le associazioni umanitarie avvertono che Gaza diverrà inabitabile dal 2020 – a mala a pena poco più di un anno da ora.

Il mancato intervento urgente comporterà “un enorme collasso”, dice Adnan Abu Hasna, il portavoce dell’UNRWA a Gaza, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, alla quale l’amministrazione Trump ha recentemente tagliato tutti i finanziamenti degli USA.

In caso contrario Abu Hasna aggiunge che, in meno di due anni, “Gaza non sarà più un posto vivibile”.

E comunque, vivibile o no, la grande maggioranza dei due milioni di abitanti di Gaza non ha altro posto dove andare. Molti di loro stanno semplicemente cercando di vivere la vita nel modo più normale possibile in circostanze estremamente anomale.

Nel crepuscolo di una notte d’estate, su uno sperone di roccia e terra nel mezzo del porto di Gaza, cinque di quei due milioni di persone cercano di godersi qualche minuto di tranquillità.

Attorno ad Ahmad e Rana Dilly ed ai loro tre bambini, il porto si riempie di vita. I pescatori tirano a riva le loro reti. I bambini si mettono in posa per scattare dei selfie su blocchi di cemento distrutti e tondini di ferro – resti di un ormai passato bombardamento.

Rana versa succo di mango; Ahmad insiste nel voler distribuire alcuni wafer al cioccolato.

“Tu stai con i Palestinesi”, sorride, respingendo quelli che li rifiutano.

I loro tre bambini piccoli sgranocchiano le patatine.

La famiglia Dilly ha gli stessi problemi che hanno molte altre famiglie di Gaza.

Ahmad, che lavora come cambiavalute, ha dovuto ricostruire il suo negozio nel 2014 dopo che un missile israeliano lo aveva distrutto.

Come molti altri gazawi, anche questa famiglia deve fare i conti con l’acqua salata che esce dai rubinetti e con i rischi intrinseci delle malattie dovute all’acqua rifornita dai camion sulla quale fanno affidamento. Ma questi problemi sono niente se confrontati con il loro desiderio di sentirsi al sicuro e di poter godere di fugaci momenti di vita come una famiglia normale.

“So che la situazione è orribile, ma io desidero solo che i miei figli possano usufruire di qualche piccolo cambiamento di volta in volta” afferma Ahmad. “Voglio che vedano qualcosa di diverso, voglio che la mia famiglia si senta al sicuro”.

In lontananza echeggia il rumore di un’esplosione. Ahmad si ferma per un breve momento, poi lo ignora.

Aggiunge “Sono venuto qui al mare per dimenticarmi di tutto il resto”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

La 1ª parte dell’articolo è reperibile qui.

thanks to: Infopal

Le incursioni israeliane a Gaza sono la regola, non l’eccezione

Secondo le Nazioni Unite, le truppe israeliane  sono entrate a Gaza oltre 70 volte quest’anno. E quelle sono solo le incursioni che si conoscono.

Henriette Chacar  – 13 novembre 2018

Foto di copertina: Soldati israeliani schierati lungo il confine di Gaza. (Miriam Alster / Flash90)

Da quando a Gaza domenica notte le forze speciali israeliane si sono  impegnate in un micidiale conflitto a fuoco con i commando di Hamas, Israele ha lanciato dozzine di bombe e missili sulla Striscia e Hamas ha lanciato centinaia di missili contro Israele.

Il New York Times ha definito il raid delle forze speciali come “la prima incursione israeliana a Gaza dai tempi dell’Operazione Margine Protettivo , nel luglio 2014”.

Ciò  non potrebbe essere più lontano dalla verità.

Dall’inizio del 2015 fino alla fine dell’ottobre 2018, l’esercito israeliano ha compiuto 262 tra incursioni e operazioni di terra all’interno della Striscia di Gaza, di cui oltre 70 solo quest’anno. Questi numeri non includono le operazioni segrete come quella andata male domenica.

Come un generale israeliano in pensione ha spiegato alla televisione nazionale, tali incursioni segrete attraverso le linee nemiche sono in realtà di routine. “Attività di cui la maggior parte dei civili non è a conoscenza si svolgono ogni notte e in ogni regione”, ha detto Tal Russo al canale israeliano Channel 10 mentre si discuteva degli eventi di Gaza.

Secondo i dati ottenuti da +972 dall’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) nei Territori Palestinesi occupati, nel 2014 Israele ha effettuato 21 incursioni a Gaza (esclusa la guerra di sette settimane). L’anno successivo, nel 2015, quel numero è più che raddoppiato, salendo a 56. Nel 2016 e nel 2017 si sono svolte rispettivamente 68 e 65 incursioni. Secondo i dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’ottobre 2018, erano stati registrati 73 incidenti del genere.

Ciò che è eccezionale nell’azione di domenica non è che i soldati israeliani siano entrati a Gaza, ma che l’operazione militare sia stata scoperta-

Ibtisam Zaqout, responsabile del lavoro sul campo  del Centro Palestinese per i Diritti Umani ha spiegato a +972 che  il più delle volte, quando  le forze israeliane si infiltrano nell’enclave costiera, rimangono tra i 200 e i 300 metri dalla barriera di confine.

Solitamente i soldati non attraversano la barriera a piedi, ma con i bulldozer militari, principalmente per radere al suolo edifici e livellare la terra, così da mantenere sgombra la visuale nella “zona cuscinetto” mantenuta da Israele lungo il confine, ha aggiunto.

Israele non ha determinato il perimetro di questa area riservata agli accessi lungo la barriera con Gaza, e ha spesso impiegato una violenza letale per allontanare gli abitanti di Gaza. Secondo il rapporto Gisha pubblicato ad agosto, tra il 2010 e il 2017 le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso lungo la recinzione di Gaza-Israele almeno 161 Palestinesi e ne hanno feriti più di 3.000

Queste continue restrizioni di movimento vicino alla barriera, che il rapporto descrive come “arbitrarie” e “incoerenti”, non solo mettono in pericolo la vita delle persone, ma danneggiano anche gravemente i mezzi di sostentamento di decine di migliaia di agricoltori e di pastori di Gaza, soffocando lo sviluppo economico della Striscia.

La limitazione di movimento lungo la recinzione, oltre alle incursioni diurne e palesi che colpiscono gli agricoltori e i raccoglitori di rottami, sono solo due esempi dei modi in cui Israele continua a esercitare il controllo sui Palestinesi a Gaza nonostante il “disimpegno” del 2005. Da quando Hamas ha preso il controllo della striscia nel giugno 2007, Israele ha anche mantenuto un rigoroso blocco di terra, aria e mare.

L’incursione segreta di domenica sera dimostra qualcosa di ancora più ampio. Il raid è stato compiuto al culmine dei più seri colloqui di cessate il fuoco che  ci siano mai stati tra Israele e Hamas dal 2014. Inoltre si è verificato poche ore dopo che il primo ministro israeliano Netanyahu aveva dichiarato che stava facendo di tutto per evitare un’altra guerra, dichiarazione che suggerirebbe che Israele non avrebbe intenzione di innescare un’escalation. In altre parole, non c’era nulla di speciale nell’incursione transfrontaliera se non il fatto di aver lasciato sette persone morte.

Interrogato lunedì sulla frequenza delle incursioni a Gaza negli ultimi anni, un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che l’esercito “non discute tali questioni”.

[Nota dell’editore: in conformità con i nostri obblighi legali, questo articolo è stato inviato al Censor IDF per la revisione prima della pubblicazione. Non ci è consentito indicare se e dove l’articolo è stato censurato.]

thanks to:  972mag

Traduzione di Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

 

Striscia di Gaza, i bombardamenti israeliani hanno ucciso 13 palestinesi, ferito 28 altri e danneggiato e distrutto centinaia di edifici

14/11/2018

Gaza-PIC e Quds Press. Il capo dell’Ufficio informazioni del governo palestinese nella Striscia di Gaza, Salama Maaruf, ha affermato che 13 palestinesi sono stati uccisi e 28 altri sono rimasti feriti da domenica 11 novembre, inizio dell’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza.

Da domenica sono stati effettuati 150 raid aerei israeliani durante i quali sono stati presi di mira 80 edifici e istituzioni, incluse strutture governative e civili.

Prendere di mira le aree civili, ha affermato Maaruf, “è un chiaro crimine di guerra che ha bisogno di un intervento internazionale urgente”.

Il ministro dei Lavori pubblici e degli alloggi a Gaza, Mufid al-Hasayneh, ha confermato che le stime preliminari dell’aggressione israeliana a Gaza indicano che 880 unità abitative sono state danneggiate, parzialmente o totalmente distrutte dalle forze di occupazione.

“Le stime preliminari dei danni agli edifici, dopo le visite sul campo, ammontano a 80 unità abitative completamente demolite, 50 parzialmente danneggiate e 750 parzialmente e moderatamente danneggiate“, ha detto in una dichiarazione martedì sera.

Ha sottolineato che l’80% dei danni si concentra nella Città di Gaza, sottolineando che i macchinari del ministero dei Lavori pubblici e degli alloggi hanno iniziato a rimuovere le macerie. 

Al-Hasayneh ha confermato che il ministero ha iniziato l’inventario iniziale dei danni alle strutture residenziali.

thanks to: Infopal

OLP: Israele totalmente responsabile escalation di violenza a Gaza

Ramallah-Ma’an. Martedì, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) ha dichiarato che ritiene Israele interamente responsabile per la “pericolosa escalation di violenza nella Striscia di Gaza”. 232 altre parole

via OLP: Israele totalmente responsabile escalation di violenza a Gaza — Infopal

Parola d’ordine: Gaza non si inginocchia

Parola d'ordine: Gaza non si inginocchia

“Gaza è salda e non si inginocchia”, questa la parola d’ordine del 31° venerdì di protesta lungo la linea terrestre dell’assedio di Gaza.

Per fermare la protesta si è parlato di mediazioni egiziane, poi di mediatori che hanno desistito, quindi di ulteriori dissidi interni tra le due principali fazioni (Hamas e Fatah) che sembrano sempre più irresolubili e che faciliterebbero la minacciata aggressione massiccia israeliana. Poi timidamente – perché di fronte a Israele le istituzioni internazionali sono sempre timide – l’Onu ed alcuni governi hanno invitato lo Stato ebraico a limitare la forza, alias la brutale violenza omicida, ma è più elegante chiamarla forza. Quindi è sceso in campo il re di Giordania per rivendicare il diritto ai “suoi” territori in West Bank prima che Israele riesca a realizzare il suo obiettivo di annetterli completamente come sa già fin troppo bene ogni osservatore onesto.

Intanto in tutta la Palestina Israele uccide (l’ultimo ragazzo ucciso in Cisgiordania, al momento, aveva 23 anni, si chiamava Mahmud Bisharat e fino a ieri viveva a Tammun, vicino Nablus), arresta arbitrariamente, ritira i permessi di lavoro ai familiari di Aisha Al Rabi, la donna palestinese uccisa dalle pietrate dei coloni fuorilegge invertendo i ruoli tra vittima e carnefici, demolisce le abitazioni palestinesi e interi villaggi, non ultimo un villaggetto poco lontano dal sempre illegalmente minacciato Khan Al Ahmar che, a differenza di quest’ultimo, non essendo salito agli onori della cronaca è rimasto invisibile e non ha creato “fastidiose” proteste all’occupante.

Israele avanza senza freni col suo bagaglio di morte e di ingiustizia, distribuite con la naturalezza di un seminatore che sparge i semi nel suo campo, e i media democratici sussurrano con discrezione, o tacciono a meno che qualcosa non sia proprio degno di attenzione per non essere scavalcati totalmente dai social e perdere audience.

Quindi, dello stillicidio quotidiano di vite e di diritti prodotto dall’occupazione israeliana difficilmente i media danno conto, solo la Grande marcia del ritorno riesce ad attirare poco poco la loro attenzione sia perché la creatività dei manifestanti, sia perché l’altissimo numero dei morti e dei feriti – regolarmente inermi – un minimo di attenzione la sollecitano. Ricordiamo che solo ieri i martiri, solo al confine, sono stati 4 e i feriti 232 di cui 180 direttamente fucilati in campo. Tra i feriti, solo ieri, si contano 35 bambini e 4 infermieri che prestavano soccorso ad altri feriti.

Ad uso di chi leggerà quest’articolo e magari non ricorda o non sa i motivi della Grande marcia, precisiamo che i gazawi chiedono semplicemente che Israele rispetti la Risoluzione Onu 194 circa il diritto al ritorno e tolga l’assedio illegale che strangola la Striscia, cioè i gazawi chiedono quello che per legge internazionale dovrebbe già essere loro.

In 31 venerdì di protesta sono stati fucilati a morte circa 210 palestinesi tra i quali si contano bambini, invalidi sulla sedia a rotelle, paramedici e giornalisti, in violazione – come sempre IMPUNITA – del Diritto internazionale, e sono stati fucilati alle gambe migliaia e migliaia di palestinesi con l’uso di proiettili ad espansione (vietati ma regolarmente usati da Israele) i quali, se a contatto con l’osso, lo frantumano portando all’invalidità permanente. Gaza ha un numero altissimo di ragazzi e uomini con una o due gambe amputate per volere di Israele.

Ma nonostante tutto questo la Grande marcia continua. La parola d’ordine di quest’ultimo venerdì non poteva essere più esplicativa, “Gaza non si inchina”, che è qualcosa di più che dire “Gaza non si arrende” perché la resa a un potere tanto forte da stritolarti potrebbe essere necessaria, ma l’inginocchiarsi davanti a quel potere non è nella natura del gazawo medio e tanto meno delle donne gazawe.

La foto di Aed Abu Amro, il ragazzo palestinese che pochi giorni fa, a petto nudo, con la bandiera in una mano e la fionda nell’altra sfidava la morte per amore della vita è la più evocativa di questa incredibile, vitale e al tempo stesso disperata volontà di vincere. La posta in gioco è la Libertà, quella per cui generazioni di uomini e di donne hanno dato la vita, non per vocazione al suicidio ma per conquistare il diritto di vivere liberi. Lo sappiamo guardando la storia antica e quella contemporanea. E Gaza non fa eccezione. I gazawi, uomini e donne che rischiano la vita per ottenere la libertà rientrano in quella categoria di resistenti che merita tutta l’attenzione e il rispetto della Storia. Ignorarlo è codardia. Confondere o invertire il ruolo tra oppresso e oppressore è codardia e disonestà.

Molti media mainstream stanno dando prova di codardia e disonestà. E’ un fatto.

La foto di Aed, scattata dal fotografo Mustafa Hassouna ha una carica vitale troppo forte per essere ignorata dai media e troppo pericolosa per la credibilità di Israele: rischia di attirare simpatie verso la resistenza gazawa e di ridurre il consenso alla propria narrazione mistificante e allora, veloce come la luce arriva la mano della Hasbara, il raffinato sistema di propaganda israeliano, che entra nel campo filo-palestinese per smontare, con argomentazioni apparentemente protettive verso i palestinesi, la forza evocativa di quella foto che orma è diventata virale.

Non potendo più essere fermata, va demolita. Quindi la forte somiglianza col dipinto di Delacroix titolato “La libertà che guida il popolo” viene definita impropria e l’accostamento addirittura osceno (v. articolo di Luis Staples su L’Indipendent). No, l’accostamento è assolutamente pertinente e lo è ancor di più se lo si richiama anche alla parola d’ordine dell’ultimo venerdì della Grande marcia, cioè “Gaza non si inginocchia”.

Intanto alla fine della marcia, mentre negli ospedali della Striscia si accalcavano i feriti, una mano ufficialmente sconosciuta faceva partire 14 razzi verso Sderot richiamando la rappresaglia israeliana sebbene 12 di questi razzi fossero stati distrutti dall’iron dome e altri 2 non avessero procurato danni.

Forse Israele non aspettava altro, forse quei razzi potrebbero essere frutto di una ben concertata manipolazione o forse di qualche gruppo esasperato e fuori controllo, o forse una precisa strategia ancora non ufficializzata, ancora non ci è dato di saperlo anche se la prestigiosa agenzia di stampa mediorientale Al Mayadeen, questa notte riportava parole della Jihad islamica la quale, pur non rivendicando il lancio dei razzi, dichiarava che “la resistenza non può accettare inerte la continua uccisione di innocenti da parte dell’occupazione israeliana“. Cosa significa? Che si è scelto consapevolmente di lasciare mano libera a Israele senza neanche fargli rischiare il timido rimprovero delle Nazioni Unite potendosi giocare il jolly della legittima difesa?

O significa che si sta spingendo Hamas all’angolo costringendolo a riprendere la strategia perdente delle brigate Al Qassam? C’entra forse lo scontro interno tra le diverse fazioni? Gli analisti più accreditati non si sbilanciano. Comunque Israele ha serenamente risposto come suo solito, ovvero con pesanti bombardamenti per l’intera nottata. L’ultimo è stato registrato nei pressi di Rafah questa mattina.

Al momento in cui scriviamo non si denunciano altre vittime ma solo pesanti distruzioni, rivendicate con fierezza da Israele come fosse una sfida anodina di tiro al piattello.

Le immagini trasmesse in diretta durante la notte sono impressionanti, ma più impressionante è il comportamento della maggior parte dei palestinesi di Gaza: al primo momento di terrore ha fatto seguito “l’abitudine”. L’abitudine ai bombardamenti israeliani che – i media non lo dicono – con maggiore o minore intensità, sono “compagni di vita quotidiana” di questa martoriata striscia di terra. E l’abitudine, coniugata con l’impotenza a reagire, ha fatto sì che la grande maggioranza dei gazawi, provando a tranquillizzare i bambini terrorizzati, abbia scelto di dormire confidando nella buona sorte, forse in Allah.
Del resto quale difesa per un popolo che, a parte i discutibili razzi, non ha altre armi che le pietre e gli aquiloni con la coda fiammante? E la foto che ritrae Aed come un moderno quadro di Delacroix cos’è se non fionda e bandiera contro assedio e assedianti ? Cos’è se non la sintesi fotografica della resistenza gazawa e, per estensione, della resistenza palestinese tout court a tutto ciò che Israele commette da oltre settant’anni senza mai subire sanzioni?

Non basteranno articoli come quello di Luis Staples su “L’Indipendent” e la coazione a ripetere del codazzo che si porteranno dietro a fermare la fame di Libertà e di Giustizia del popolo palestinese. La foto di Aed non farà solo la meritata fortuna professionale del fotografo Moustafa Hassuna, quella foto è diventata e resterà l’icona della Grande marcia, insieme alla parola d’ordine di ieri “Gaza non si inginocchia”.

Patrizia Cecconi

thanks to: l’Antidiplomatico

Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb.al Jazeera. Da Zeitun.info. Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora.

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

Traduzione per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

© Agenzia stampa Infopal

via Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra — Infopal

Fucilare i bambini palestinesi non è reato

Fucilare i bambini palestinesi non è reato
Li uccidono così, fucilandoli a freddo. Adulti e bambini senza distinzione, tanto sono palestinesi!

Sanno che per i loro continui crimini, anche se a volte configurabili come crimini di guerra, altre come crimini contro l’umanità non pagheranno alcun prezzo.

Chi sono questi serial killer finora impuniti? sono i soldati di Tsahal, le forze armate israeliane.

Ieri ne hanno uccisi sette di palestinesi inermi. Il più giovane non aveva ancora 12 anni, praticamente un cucciolo, il più vecchio ne aveva 26. Ma nessuna sanzione arriverà a fermare il grilletto dei killer, cecchini cui Israele ha dato mandato di colpire i palestinesi che manifestano lungo la linea dell’assedio.

Manifestano per rivendicare ciò che NON dovrebbe neanche essere chiesto, se l’ONU avesse un senso, perché è già loro dovuto.

Chiedono, anzi giustamente pretendono, il rispetto di due diritti essenziali e ritenuti tali da più Risoluzioni della Nazioni Unite, il diritto alla libertà e il diritto al ritorno nelle terre che furono costretti ad abbandonare.

Solo ieri i criminali israeliani ne hanno feriti circa 500 portando a oltre 20.000 il numero dei feriti complessivi della Grande marcia per il ritorno, e uccisi altri sette portando la strage di inermi, solo lungo il border, a quasi 200 martiri.

Numeri da guerra e non da due ore di manifestazione. Una vergogna insopportabile per uno Stato democratico, ma Israele non prova vergogna, perché Israele è uno Stato etnocratico e NON democratico. Sarebbe ora di dirlo a voce alta e di pretendere, dati alla mano, che le nostre istituzioni facciano altrettanto. La vergogna non appartiene a Israele se uccide o ferisce centinaia di “goym”, cioè di non ebrei, alias di non appartenenti al popolo eletto, a maggior ragione se questi sono “solo” dei palestinesi, ma appartiene a chi si riconosce nei valori democratici e per questo prova indignazione oltre che umano dolore.

Ma, al di là dell’indignazione che, in quanto democratici sinceri, proviamo davanti a tale efferata e non sanzionata violenza, cerchiamo di capire a cosa mira Israele. Non è sufficiente fermarsi all’osservazione sociologica di un dato incontestabile, e cioè ia sua sempre più evidente deriva verso una pratica a dir poco nazistoide, per dare una spiegazione convincente circa la strategia che determina tanta criminale violenza.

Netanyahu, all’assemblea dell’Onu di tre giorni fa, ha liquidato con disprezzo la questione palestinese, considerandola ormai risolta e si è tuffato sull’Iran e su Hezbollah. Ma Israele lo sa che sta rischiando e facendo rischiare molto grosso a tutto il Medio Oriente, e non solo?

Vorrà forse utilizzare una delle sue 137 o più bombe nucleari? Risulta difficile crederci. Allora cosa vuole Israele? e cosa vuol fare dei palestinesi, per restare nel tema che stiamo affrontando?

La violenza di cui stiamo parlando riguarda i palestinesi di Gaza, ma la Cisgiordania non è davvero risparmiata dagli abusi israeliani, al punto che perfino l’Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, F.

Mogherini ha preso, almeno verbalmente, posizione (v. la minacciata demolizione della scuola di gomme e del villaggio di Khan al Ahmar). Forse, rispetto a Gaza, il suo è semplicemente un gioco criminale per testare Hamas e vedere se dopo tante provocazioni risponderà, fornendogli la possibilità di dire che è stato “costretto” ad attaccare massicciamente ancora una volta la Striscia e poterla usare, come ritenuto da alcuni analisti, come laboratorio per sperimentare nuove armi.

Non abbiamo la possibilità di verificarlo e quindi lo lasciamo nella sfera del dubbio. Ma una cosa sappiamo ed è di pubblico dominio: Israele ha già più volte usato fosforo bianco e cluster bombs contro i gazawi e non ha avuto per questo alcuna sanzione.

Perché l’ONU teme Israele? forse perché le voci di lobbies ebraiche che dagli USA governano il mondo non sono semplici fantasie?
Ma anche questo non basta a capire. C’è qualcosa che va indagato più a fondo, pena il rischio di liquidare tutto in una formula che chiama la religione ebraica a sostegno dell’agire israeliano al di fuori, al di sopra e contro ogni legalità, riducendo il Diritto e le Istituzioni internazionali in cenere.

Il problema vero non sarebbe comunque nel liquidare tutto a problema religioso, quanto le sue conseguenze circa il Diritto internazionale. Un danno che va ben oltre le violenze contro i palestinesi e lo sprezzo per i loro diritti. Un danno che per una specie di legge fisica tracima dalla Palestina e coinvolge il mondo. 

Questo consentire a Israele di agire impunito in una sorta di riconoscimento del suo essere “über alles” tollerando, o fingendo di ignorare o addirittura acclamando le sue illegalità è un problema enorme eppure i media mainstream seguitano a fornire copertura mediatica a questo Stato fuorilegge derubricando perfino le fucilazioni di bambini a “risultati degli scontri”. Scontri impossibili per definizione data la struttura del border.

Mentre trascrivo i nomi degli ultimi sette martiri per non lasciarli solo come numeri dell’eccidio, mi viene in mente il sermone del pastore protestante Niemoeller, poi ripreso nei versi di Brecht, “vennero a prendere i comunisti ma io non dissi niente, non ero comuniista. Poi vennero a prendere gli ebrei ma io non dissi niente, non ero ebreo. Vennero….. …poi vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse parlare“.

Che ci pensino i nostri colleghi dei media mainstream, almeno quelli che si definiscono democratici, ci pensino. E non solo per sostenere la causa palestinese che noi riteniamo assolutamente giusta, ma per non lasciar decomporre quel che che resta dei valori democratici di cui troppo spesso a vuoto riempiono le loro pagine.

Oggi sono stati sepolti   Mohammed Nayef ,14 anni,  Iyad Khalil  20 anni,  Mohammed Walid Haniya, di 24 anni come  Mohammed Bassam Shaksa, il piccolo Nasser Azmi Musabeh di soli 12 anni, Mohammed Ali Anshasi, 18 anni e  Mohammed Ashraf Al-Awawdeh di 26 anni. Tutti fucilati ti senza processo da uno Stato che compiendo abitualmente questi crimini non può che essere definito CANAGLIA.

thanks to: Patrizia Cecconi – Milano 29 settembre 2018

Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane

Gaza-PIC. Sette palestinesi sono stati uccisi e 506 sono stati feriti, venerdì, nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno in corso nella Striscia di Gaza. Il ministero della Sanità ha reso noto che 7 giovani sono stati uccisi dai soldati israeliani di stanza al confine con la Striscia di Gaza: Mohammed Nayef al-Hum (14 anni), di…

via Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane — Infopal

Hamas: è tempo che Israele paghi per i suoi crimini

Il Movimento di Resistenza palestinese Hamas ha avvertito che è tempo che lo Stato di occupazione israeliano paghi a caro prezzo i suoi crimini contro il popolo palestinese e i suoi luoghi santi.

Hamas“Oggi faremo una promessa e manderemo un avvertimento. Promettiamo al nostro popolo di ottenere la vittoria e avvertiamo questo nemico (Israele) che i suoi attacchi contro il nostro popolo e i luoghi santi hanno raggiunto il suo apice ed è ora che paghi i suoi debiti”, ha dichiarato Hamas in un comunicato stampa emesso per il 30° anniversario della fondazione.

Il movimento di Resistenza palestinese ha anche sottolineato nella sua dichiarazione che “Gerusalemme è la capitale eterna della Palestina”, descrivendola come una “città araba e islamica unita senza est o ovest. Tutte le misere decisioni prese per dichiarare la città di Gerusalemme una capitale per l’occupazione (Israele) sono considerate stupide e destinate a fallire”, recita il comunicato.

Hamas ha invitato tutte le fazioni della Resistenza a condividere la responsabilità della madrepatria e a collaborare alla protezione dei diritti e delle costanti nazionali palestinesi, rinunciando a tutte le forme di cooperazione per la sicurezza con l’occupazione israeliana.

Sulla stessa lunghezza d’onda il comunicato rilasciato la scorsa settimana dai Comitati di Resistenza popolare (Lijān al-Muqāwama al-Shaʿbiyya) in cui si afferma che: “La nostra pazienza non durerà a lungo se il regime sionista non toglierà le sanzioni e l’assedio contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza. La sofferenza del nostro popolo non impedirà di combattere la battaglia per rompere l’assedio, con tutti i mezzi a nostra disposizione. I nostri missili sono pronti a colpire gli obiettivi sionisti in tutto i territori occupati della Palestina“.

I Comitati di Resistenza Popolare, attivi nella Striscia di Gaza, sono stati fondati alla fine del 2000 dall’ex leader di Fatah e dei Tanzim, Jamal Abu Samhadana. I Comitati sono composti da combattenti provenienti da al-Fath, Hamas, Jihad Islamico e Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.

di Redazione

thanks to: Il Faro Sul Mondo