‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

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Di Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé BenoistMiddle East Eye.

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: zeitun.info

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Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l’”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell’”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull’”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull’”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

The myth of the Gaza ‘border’

The Green Line disguises the fact that Palestinians in Gaza are no longer being oppressed outside the Israeli state, but are being caged and brutalized inside it.

Palestinian protesters inside the Gaza Strip throw stones in the direction of an Israeli military position on the other side of the border fence, Gaza Strip, December 8, 2017. (Ezz Zanoun/Activestills.org)

 

Palestinian activists have long criticized the use of the word “border” to describe the 1949 armistice line that divides Gaza and Israel, and which protestors in the Great March of Return have been trying to cross at great risk to life and limb. By invoking the term, Israel insists that its open-fire policy toward the march is part of its legitimate right to defend its sovereignty and security. It further claims that, because the government dismantled its settlements in 2005, it no longer occupies the Strip and therefore bears no responsibility for its conditions.

These are disingenuous arguments. Israel’s blockade and control of Gaza stretches from its eastern and northern land crossings to the Mediterranean Sea in the west, with Egypt controlling the south. What it calls a “border” is actually a militarized network of naval ships, barbed wire, electronic barriers, lethal no-man zones, and surveillance systems that operate as the fence of an open-air prison. In legal terms, Israel retains “effective control” of the Strip (including people’s movement, its airspace, flow of goods, and other needs of daily life), and therefore remains its occupying power.

An Israeli warship approaches a Palestinian skiff, as photographed from the observation boat Olivia (photo: Rosa Schiano/Civil Peace Service Gaza CPSGAZA)

The human rights community has spent years articulating the nature of Israel’s occupation under international law and the responsibility of third-parties to end it. The law, however, is only worth as much as the will to enforce it; and half a century later, these efforts have failed to produce meaningful outcomes. It is not that the law is incorrect, but that it has been unable to mobilize political action or make Israel’s military rule less sustainable.

The Palestinians’ own ambiguities about the Green Line have further complicated matters. We focus on the military structures that have spawned since 1967, yet emphasize that the real problem is 1948. We cite Israel’s obligation to abide by international law, but chastise the law for being useless in practice. We combine settler colonialism, occupation, and apartheid as lenses to explain the ongoing Nakba, but arrive at different conclusions for what the solution entails. These debates are natural, but they also muddle the struggle’s priorities and the discourse it promotes.

Exploiting these uncertainties, Israel has turned Gaza into an area that is simultaneously separated from and annexed under Israel’s control. It is a purgatory designed to provide whatever answer is most convenient for shirking responsibility and justifying violence at any given time. This has obscured a controversial but perhaps inexorable fact: after 51 years, Gaza can hardly be described as “occupied territory” anymore. It is now a segregated, debilitated, and subjugated part of Israel; a replica of the districts, townships, and reservations that imprisoned native populations and communities of color in apartheid South Africa, the United States, and other colonial regimes. In other words, Palestinians are no longer being oppressed outside the Israeli state; they are being caged and brutalized inside it.

Israeli soldiers look on at protests in Gaza. April 13, 2018. (Oren Ziv / Activestills.org)

The Green Line has been key to disguising this complex system. Like the de facto annexation of the West Bank – where Israel’s growing settlements and military presence have similarly made the “border” there non-existent – Gaza has effectively been absorbed into Israel’s political jurisdiction. Hamas, like the Palestinian Authority, is viewed as a pseudo-government of hostile “enemy aliens,” but one that can be managed in Israel’s domain so long as it is contained behind the fence. The thousands taking part in the March of Return are not “infiltrators” trying to breach a sovereign state, but displaced and disenfranchised “citizens” breaking out of a state-built ghetto. The army is not holding off “foreign invaders,” but is killing and suppressing its own native subjects.

This framing is crucial to understand the scale and severity of Israel’s policies, and to devise stronger paths to correcting their injustices. By tearing off the mask of the Green Line, Palestinians and their allies can reverse Israel’s efforts to isolate Gaza from the West Bank and to deny its people’s rights to their ancestral homes. What Israel fears more than a Palestinian state is a Palestinian population it cannot disown, and the myth that Gaza is “separated” from Israel helps it to balance that fear. That myth must be broken, and that racist fear must be exposed. Doing so would also reveal the political solution: if Palestinians cannot win their independence along the Green Line, they will demand their full equality beyond it. The March of Return is doing just that.

Sorgente: The myth of the Gaza ‘border’

I massacri a Gaza non fermeranno la lotta del popolo palestinese per la libertà

Dichiarazione del Partito Comunista di Israele da solidnet.org Traduzione di Marx21.it

Il Partito Comunista di Israele (CPI) condanna fermamente i crimini dell’occupazione israeliana contro i manifestanti palestinesi disarmati, nel corso della Marcia per il Ritorno a Gaza: crimini che hanno ucciso più di 50 persone, compresi i bambini e le persone disabili. Questo terribile massacro non fermerà la lotta del popolo palestinese per la sua libertà, una lotta che è in corso da 70 anni.

Il CPI denuncia l’apertura ufficiale dell’ambasciata USA a Gerusalemme: è un passo provocatorio, non condiviso dalla maggioranza delle nazioni, come pure dal popolo palestinese e da tutti gli amanti della pace a livello nazionale e internazionale.

Questo passo, insieme al ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato nucleare con l’Iran, esprime la direzione impressa dal patto tra i regimi di Trump-Netanyahu-reazionari del Golfo, che cerca di confondere la vera natura del conflitto, descrivendola non come una lotta contro l’occupazione israeliana e l’egemonia statunitense, ma come un conflitto religioso, allo scopo di nascondere la questione palestinese.

Il CPI fa appello a un’ampia mobilitazione e alla partecipazione alle iniziative organizzate dal High Follow-Up Committee for the Palestinian Population in Israel nei villaggi e nelle città arabe, alla mobilitazione di massa dei suoi militanti nelle azioni organizzate nel paese dal CPI, da Hadash e dalla YCLI (la gioventù comunista).

Il Partito Comunista di Israele invita anche tutte le forze della pace a Tel Aviv e a Gerusalemme Ovest a protestare contro questi crimini di guerra e per ottenere una Pace Giusta che porti principalmente all’istituzione di uno Stato Palestinese entro i confini del 1967 e Gerusalemme Est come sua Capitale.

Il CPI invita inoltre tutti i partiti fratelli, le forze di sinistra e progressiste a rafforzare la solidarietà con il popolo palestinese contro l’occupazione israeliana e i suoi crimini, e a respingere completamente le politiche statunitensi che stanno spingendo l’intera regione verso l’abisso.

via I massacri a Gaza non fermeranno la lotta del popolo palestinese per la libertà — Falcerossa – Comuniste e comunisti

Gazans prepare for ‘Friday of martyrs’ after carnage

Palestinians are gathering for fresh protests in the Gaza Strip after Israeli massacre of more than 60 people in the besieged enclave on Monday. 

The committee which organized weekly “March of Return” rallies has called on the Gazans to come out en masse on the first day of the fasting month of Ramadan, under the slogan “Friday for the martyrs and the wounded.”

Israeli snipers, tanks and armored vehicles remain deployed near the Gaza fence after they killed at least 62 Gazans on the same day the US opened its embassy in occupied Jerusalem al-Quds.

Tens of thousands of people have been protesting along the fortified fence since March 30, calling for Palestinian refugees and their descendants to be allowed to return to their homes now inside Israel.

On Thursday, Israel carried out airstrikes on what it described as militant sites in Gaza, apparently targeting Hamas which it accuses of organizing protest rallies. The Palestinian Health Ministry said one man was injured during the attacks.

UN voting to probe Gaza attacks

Israel was also scrambling to thwart a special session by the United Nations Human Rights Council on Friday to decide whether to dispatch “an independent commission of inquiry” to investigate allegations of Israeli war crimes in Gaza.

The team would be mandated to look into “alleged violations and abuses, including those that may amount to war crimes and to identify those responsible,” read the text of a resolution submitted on Thursday night.

The commission should look at “ending impunity and ensuring legal accountability, including individual criminal and command responsibility, for such violations,” it added.

The Israeli mission at the United Nations has been ordered to prevent the investigation, said a Thursday report by Israel’s Channel 10.

Meanwhile, international condemnation of the Israeli killing, which shocked the world by its ferocity, continued. On Thursday, French President Emmanuel Macron condemned the “heinous acts” committed by Israel.

Palestinian Foreign Minister Riyad al-Maliki, who was addressing a meeting of the Arab League, called the carnage “a bloody racist massacre committed by the Israeli occupation forces in cold blood against our defenseless people.”

More than 2,700 Palestinians were wounded as the Israeli forces used snipers, tank fire and tear gas to target the demonstrators. A Canadian physician was shot by an Israeli sniper in both legs while treating the injured.

“Canada deplores and is gravely concerned by the violence in the Gaza strip that has led to a tragic loss of life and injured countless people,” Canadian Prime Minister Justin Trudeau said on Thursday.

“We are appalled that Dr Tarek Loubani, a Canadian citizen, is among the wounded – along with so many unarmed people, including civilians, members of the media, first responders, and children.”

Palestinian protesters have hoped to draw attention to a dire humanitarian crisis in Gaza, where the economy has collapsed under an Egyptian-Israeli blockade since 2007.

Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi said on Thursday he had made a rare decision to open the Rafah crossing with Gaza for a month, allowing Palestinians to cross during the holy period of Ramadan.

The Rafah crossing is Gaza’s only gateway to the outside world not controlled by Israel, but Egypt has largely sealed it in recent years under a security cooperation agreement with Tel Aviv.

 

Sorgente: PressTV-Gazans prepare for ‘Friday of martyrs’ after carnage

Gerusalemme, a Gaza omicidi autorizzati. La legge internazionale li deve condannare.

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Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, da Amnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

thanks to: il Fatto Quotidiano

Giurista, studiosa di diritto penale internazionale

Perché i palestinesi protestano a Gaza?

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A cura del GPI. Perché i palestinesi protestano a Gaza?
95% dell’acqua non è potabile.
4 ore di elettricità al giorno.
45% disoccupati.
46% dei bambini soffrono di anemia acuta.
50% dei bambini non esprimono la volontà di vivere.
2 milioni di persone private della libertà di movimento.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

80+ INGOs demand accountability for Israel’s unlawful killing of demonstrators in Gaza strip

PNN/

AIDA, a network of more than 80 INGOs operating in the occupied Palestinian territory (oPt), on Tuesday condemned Israel’s unlawful killing of demonstrators at the border of the Gaza Strip on 14 May 2018. So far, 61 Palestinians have been killed, including one medic and eight children, and over 2,700 others have been injured, the majority by live ammunition fired at protesters by Israeli security forces, according to the Ministry of Health in Gaza. The casualties occurred in the context of protests near the fence with Israel.

“Israel’s continued use of lethal and excessive live-ammunition against protestors is not only deplorable, but also in sharp contravention of international law,” said William Bell, Head of Middle East Policy and Advocacy, Christian Aid.

Monday’s demonstration is a culmination of a sequence of protests organized since 30 March 2018 to mark 70 years since the expulsion of more than 750,000 Palestinians from their homes in 1948. More than 70 % of Gaza’s population are refugees, living under dire circumstances in the besieged Strip.

“The Gaza Strip is on the verge of a humanitarian disaster as a result of 11 years of blockade, which has crippled Gaza’s economy and increased aid dependency, with some 84 % dependent on humanitarian assistance, and an unemployment rate which stands at a staggering 45 %. Gaza is an open air prison for 2 million women, men, boys and girls, living under air, sea and land blockade. People are losing hope that the untenable situation they find themselves in will ever be resolved”, said Chris Eijkemans, Country Director for Oxfam in the occupied Palestinian territory and Israel.

Since 30 March, more than 100 Palestinians have been killed, and another 12,271 injured, including hundreds of children. In addition, medical personnel and facilities have also come under fire, resulting in the injury of 211 medical staff and damage sustained to 25 ambulances, according to WHO. Hospitals are at the brink of collapse, unable to deal with the vast number of injured as a result of a decade-long blockade and insufficient electricity and medical supplies and equipment. Due to the near impossibility of obtaining a medical referral for surgery outside of the Gaza Strip, 21 Palestinians injured during demonstrations have so far had limb amputations since 30 March.

According to international law, lethal fire may only be used in circumstances where threat to life is imminent. Israeli forces are obliged to exercise restraint and refrain from excessive use of force, and respect Palestinians’ right to life, health and freedom of assembly. Targeting medical personnel is a breach of IHL and is considered a War Crime under the Rome Statute. Preventing injured persons from accessing treatment is a violation of their right to health, and amounts to collective punishment.

AIDA called on third states to condemn Israel’s unlawful killings and to step up their pressure on Israel to immediately halt its practice of using live ammunition against unarmed demonstrators, which runs contrary to Israel’s obligations under international law, and to lift its unlawful blockade of the Gaza Strip. Echoing the words of UN Secretary General, Antonio Guterres, AIDA urges third states to demand independent and credible investigations into the incidents, and for those responsible to be held to account.

Sorgente: 80+ INGOs demand accountability for Israel’s unlawful killing of demonstrators in Gaza strip – PNN

AL NAKBA E LA MATTANZA ISRAELIANA DEL POPOLO PALESTINESE

AL NAKBA E LA MATTANZA ISRAELIANA DEL POPOLO PALESTINESE

di Paola Di Lullo

Mentre scrivo le agenzie riportano 59 martiri a Gaza. Purtroppo, anche stamattina, mi compaiono solo i 43 nomi già scritti, più un altro.

Leila al-Ghandour, 8 mesi, morta stanotte per eccessiva inalazione di gas lacrimogeni. Otto mesi, infanticidio.

Erano 900 i feriti da inalazione. Ma ciò che conta e che in molti non sanno è che i lacrimogeni sparati dai cecchini israeliani, che si aprono all’impatto con il suolo o direttamente in aria, non contengono solo elementi urticanti, ma agenti altamente tossici che, se inalati per tempo più o meno prolungato, portano ad un arresto respiratorio. Per questo motivo, i villaggi della Cisgiordania, dove ogni venerdì si svolgono manifestazioni che vorrebbero essere pacifiche, ma che vengono disperse dall’uso delle armi israeliane, hanno sempre un’ambulanza dotata di attrezzi per la rianimazione. Il gas penetra nelle vie aeree ed in un primo momento brucia e chiude la gola. Mi direte, scappa, no? E no, perché bruciano e si chiudono anche gli occhi. E stavolta la fonte sono io.

Naturalmente, Leila non poteva scappare. Forse nemmeno dare segno di sofferenza. Forse, quando i genitori se ne sono accorti, era troppo tardi. Sono ipotesi, ma non tropo azzardate.
Ora, la domanda è : davvero Israele ha mirato i “terroristi”? O ha usato indiscriminatamente la sua forza armata?

Vi segnalo un altro caso, Fadi Abu Salmi. Nel 2008, durante Cast Lead aveva perso entrambe le gambe ma la sua menomazione fisica non ha mai domato la sua sete di giustizia. E così, per cinque venerdì si è recato al border, armato della sua piccola fionda. Dev’essere stato un duro affronto per i soldatini israeliani, la sfida di quest’uomo! Con che ardire si permetteva di sfidare loro, lui povero storpio?

E così ieri hanno fatto fuoco. Per uccidere. E con Fadi, chiunque abbia premuto il grilletto, ha perso la sua dignità e la sua umanità, posto ne fosse dotato. Adesso mi piacerebbe non leggere su Breaking the Silence, associazione israeliana che fa un lavoro pregevole, che il soldatino è pentito. Breaking the Silence è stata preziosa fonte di informazioni, almeno per me, durante Protective Edge, l’offensiva israeliana del 2014 contro la Striscia. Tramite i racconti dei soldati presenti all’invasione di terra, e non solo, è stato possibile sapere come erano indottrinati. Ma oggi no. Sei un soldato, presumibilmente nemmeno di leva? Il tuo superiore ti ordina ti sparare ad un handicappato che MAI potrà nuocere né a te né al tuo paese? Diserta, affronta il carcere, salva la faccia, non sporcarti le mani ancor più di quanto non ti facciano credere sia necessario. Non mi serve sapere che dopo aver ucciso Fadi a sangue freddo hai pianto, sei andato ad ubriacarti in uno dei lussuosi bar di Tel Aviv, hai abbracciato mammina e papino. E non serve alla famiglia di Fadi. E non ci fai più pena e rabbia, ma schifo.

Stessa sorte era toccata il 14 dicembre scorso ad Ibrahim Nayef Ibrahim Abu Thurayeh, 20 anni, gambe amputate e cieco. Ibrahim era al border a manifestare contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Anche in quel caso, un uomo senza gambe fu ritenuto un pericolo imminente per la salvezza dei cecchini che lo freddarono. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, “scioccato” per il fatto, chiese un’inchiesta indipendente.

Ieri, Il Kuwait, piccolo Paese arabo del Golfo e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, ha annunciato oggi che presenterà una richiesta per una riunione di emergenza dell’organismo esecutivo dell’Onu per i fatti a Gaza. Il Consiglio dovrebbe riunirsi oggi, dopo che Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un comunicato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un’inchiesta indipendente sugli scontri mortali nella Striscia di Gaza.

Nella bozza di testo che la France Presse è riuscita a ottenere, “il Consiglio di Sicurezza esprime indignazione e tristezza di fronte alla morte di civili palestinesi che esercitano il loro diritto a manifestare pacificamente”.

Il Consiglio “chiede un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire” che sia fatta luce a riguardo, ha aggiunto il testo.

Intanto, il Sudafrica ha convocato il proprio ambasciatore, il ministro degli Esteri iraniano,  Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che  “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo mentre protestano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e nel frattempo (il presidente Usa Donald) Trump celebra lo spostamento del’ambasciata illegale Usa. Un giorno di grande vergogna”.

Francia ed Italia condannano le violenze, ma oltre non vanno.

La Turchia ha invece accusato gli Stati Uniti di essere “complici” di Israele per il “massacro” a Gaza, dove oltre 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre stavano protestando contro il trasferimento del ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Purtroppo, gli Stati Uniti si sono messi a fianco del governo israeliano nel massacro di civili e sono diventati complici di questo crimine contro l’umanità”, ha detto ai giornalisti il primo ministro turco Binali Yildirim ad Ankara. “Condanniamo fermamente questo vile massacro”. In precedenza, il portavoce del governo turco Bekir Bozdag ha dichiarato su Twitter che “l’amministrazione statunitense è responsabile quanto Israele per questo massacro”.
Ed Abu Mazen? Il presidente palestinese si è limitato a  proclamare tre giorni di lutto e  ad affermare che “gli Stati Uniti non sono più un mediatore in Medio Oriente” e che la nuova ambasciata equivale a “un nuovo avamposto coloniale americano” a Gerusalemme.

Davvero di più non si poteva? Davvero una denuncia per crimini di guerra, dopo l’istruttoria presentata a L’Aia nel 2015, di cui io ho perso le tracce, non sarebbe stata più adeguata? Che ne è stato della I istruttoria? Congelata, ritirata o boicottata? Non sarebbe giusto che il mondo sapesse se gli eletti governano anche a L’Aia?

Intanto oggi ricorre anche il 70° anniversario della Nakba e sono attesi nuovi scontri, dal momento che nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce ai palestinesi in Palestina di manifestare pubblicamente lutto e dolore in questa data.

Al Nakba, la Catastrofe, è  il temine che sta a designare l’esodo forzoso della popolazione Palestinese costretta ad abbandonare le proprie terre e le proprie case, all’indomani della fine del mandato britannico in Palestina e della fondazione dello stato d’Israele, secondo quanto previsto dal Piano di Partizione della Palestina ( risoluzione 181 del 29 novembre 1947 ). Il 14 maggio 1948, alla scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion autoproclamò lo Stato d’Israele.

Il 15 maggio del 1948 l’esercito sionista invase i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.
L’Inghilterra facilitò la strada agli ebrei, arrivati da Europa, Russia e America, per creare il proprio stato su terreni altrui, per colonizzare lentamente Il territorio palestinese, a poco a poco e con ogni possibile mezzo e modo.

Se risulta vero che immigrazioni di ebrei in Palestina, si erano già registrate sin dagli inizi del 1900, è altrettanto vero che, con la Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, esse si intensificarono. L’allora ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour scriveva a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo Palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone, l’85% dei palestinesi, sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi, sono state cacciate dalla terra che divenne Israele. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare, o si sono ribellati, o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista, sono stati uccisi.

La comunità internazionale era al corrente di questa pulizia etnica, ma decise, soprattutto in occidente, di non scontrarsi con la comunità ebraica in Palestina dopo l’Olocausto. Le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia e dalla memoria. Sulle rovine dei villaggi palestinesi gli israeliani costruiscono insediamenti per i coloni chiamandoli con nomi che richiamano quello precedente. Un monito ai palestinesi: ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di far tornare indietro l’orologio. Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, goderla nel divertimento e nel piacere. È un strumento formidabile per un atto di “memoricidio”.

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese. Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa otto milioni di rifugiati e continua ad espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne del peggiore apartheid. Il tutto sotto lo sguardo complice della “comunità internazionale”.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.

Tutti i rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è sancito da una risoluzione ONU, la 194, una delle oltre 70 che Israele continua impunemente a violare.

Names and faces of this weeks martyrs

Gaza killings: Names and faces of those killed by Israeli forces this week Eight-month-old Laila is youngest Palestinian killed in Gaza on Monday, the deadliest day since 2014 war * * * * List of names and ages … 1. Laila Anwar Al-Ghandoor, 8 months old 2. Ezz el-din Musa Mohamed Alsamaak, 14 years old […]

via NAMES AND FACES OF THIS WEEK’S MARTYRS — Desertpeace

Live Blog: Massacre in Gaza as US and Israel celebrate embassy move to Jerusalem

Today is unfolding as a horrifying and tragic day in Palestine. The Israeli military has opened fire on Gaza protesters as the U.S. and Israeli governments prepare to mark the move of the U.S. embassy to Jerusalem. Today has been the deadliest day in Gaza since the end of Operation Protective Edge in 2014.

According to the Gaza Ministry of Health (as of 18:50 GMT):

  • 55 killed, including 7 minors and 1 paramedic
  • 2,771 injured – including 225 minors, 11 journalists, 17 paramedics
  • 130 in serious and critical condition
  • 1,359 shot by Israeli soldiers using live Israeli ammunition.

Since the beginning of the Great March of Return on March 30,105 Palestinians have been killed, over 3,000 protesters have been shot with live ammunition, and almost 13,000 injured.

We will be updating this post with updates throughout the day and have embedded our Twitter feed below that will most likely include the most up-to-date news.


Live video of the U.S. Embassy dedication ceremony in Jerusalem


Updated 19:17 GMT

Phil Weiss: ‘Gaza, Gaza’ is chant from Palestinians demonstrating near new US embassy

The demonstrations I just left near the new American embassy in Jerusalem were a dismal object lesson in Jewish sovereignty. The police beat up Palestinians merely for holding Palestinian flags and chanting that Palestine would be free. The police crumpled the flags, while women on an apartment balcony four floors up were spraying water on the Palestinian demonstrators.

All That's Left demonstration near US embassy in Jerusalem, May 14, 2018.


Updated 19:10 GMT

Jonathan Ofir: Israeli government minister justifies Gaza massacre by calling Palestinians ‘Nazis’

Gilad Erdan, Israel’s minister of Strategic Affairs and Hasbara, referred to Gazans as “Nazis” twice within five minutes today.

Israel does not wish to escalate and doesn’t want the death of residents of the Gaza Strip. Those who want this are solely the leadership of the Hamas terrorist organization, which uses a cynical and malicious use of bloodshed. The number of killed doesn’t indicate anything – just as the number of Nazis who died in the world war doesn’t make Nazism something you can explain or understand.


Updated 18:55 GMT
South Africa has recalled its ambassador to Israel, Sisa Ngombane, “with immediate effect until further notice,” citing Israel’s use of lethal force against Palestinian protesters in Gaza today that killed at least 50.

A statement released by South Africa’s Department of International Relations and Corporation said,

“The South African government condemns in the strongest terms possible the latest act of violent aggression carried out by Israeli armed forces along the Gaza border, which has led to the deaths of over 40 civilians. The victims were taking part in a peaceful protest against the provocative inauguration of the U.S. embassy in Jerusalem.

This latest attack has resulted in scores of other Palestinian citizens reported injured, and the wanton destruction of property.


Updated: 18:15 GMT

MSNBC’s Ayman Mohyeldin noticed the White House omitted a paragraph from their official transcript of Jared Kushner’s speech today where he condemned protesters in Gaza. The section the White House did not include is in bold below:

“President Trump was very clear that his decision and today’s celebration do not reflect a departure from our strong commitment to lasting peace. A peace that overcomes the conflicts of the past in order to give our children a brighter and more boundless future.

As we have seen from the protest of the last month and even today those provoking violence are part of the problem and not part of the solution. The United States is prepared to support a peace agreement in every way that we can. We believe that it is possible for both sides to gain more than they give so that all people can live in peace safe from danger, free from fear and able to pursue their dreams.

The United States recognizing the sensitivity surrounding Jerusalem, a city that means so much to so many. Jerusalem is a city unique in the history of civilization. No other place on earth can claim significance to three major religions.

Each day Jews pray at the Western Hall. Muslims bow in prayer at Al Asqa mosque, and Christians worship at the Church of the Holy Sepulchre. That is why President Trump has called many times, including right now, on all parties to maintain the status quo at Jerusalem’s Holy sites.”


Updated 17:55 GMT

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu gave a speech this afternoon with strong religious overtones commemorating the opening of the U.S. embassy in Jerusalem.

“In Jerusalem, King David established our capital three thousand years ago,” Netanyahu said before citing biblical landmark events that took place in the ancient city. He added that relocating the embassy is a foundation for reaching a peace deal with the Palestinians, despite communication between Palestinian negotiators and the Trump administration abruptly halting last December when the moving the embassy was first announced,

“I want to thank Jared, Jason and David for your tireless efforts to advance peace, and for your tireless efforts to advance the truth. The truth and peace are interconnected. A peace that is built on lies will crash on the rocks of Middle Eastern reality. You can only build peace on truth, and the truth is that Jerusalem has been and will always be the capital of the Jewish people, the capital of the Jewish state.”

Netanyahu concluded his remarks by reciting the shehecheyanu, a Jewish prayer said when marking new or exceptional events.


Updated 17:40 GMT

President Donald Trump delivered a video message this afternoon celebrating the relocation of the U.S. embassy to Jerusalem, “the true capital of Israel.” Trump said the embassy opening today comes “many, many years ahead of schedule,” noting, “The United States remains fully committed to facilitating a lasting peace agreement and we continue to support the status quo at Jerusalem’s holy sites including at the Temple Mount also known as Haram al-Sharif.”


Updated 16:55 GMT

Palestinian President Mahmoud Abbas spoke to reporters in Ramallah today, announcing three days of mourning across the occupied Palestinian territory where schools will close and shops will shutter. In his speech, he described the U.S. embassy in Jerusalem as a “settlement” and said he would soon begin implementing decisions passed by the Palestinian legislature in a meeting earlier this month.

This morning in Washington DC, the Palestinian Ambassador Husam Zomlot released a statement calling the U.S.’s decision to relocate the embassy to Jerusalem an endorsement of “full-fledged apartheid,”

“Today will go down in history as the day the U.S. encouraged Israel to cross the line towards what numerous U.S. and international leaders have been warning from: A full-fledged apartheid. The reality has evolved into a system of privileging one group and continuing to deny the human and national rights, all granted by international law, of over 12 million Palestinians.”


Updated 16:28 GMT

This is a stunning statement from Gilad Erdan, the Israeli Minister of Public Security and Strategic Affairs.


Updated 16:20 GMT

Yossi Gurvitz: Here are the questions any journalist talking to the Israeli military should ask


Updated 16:10 GMT

The Jewish Insider reports Jared Kushner and Ivanka Trump received a blessing last night from the Sephardic Chief Rabbi Yitzchok Yosef who called black people “monkeys” and used racial slurs when referring to Ethiopian Jews.


Updated 15:17 GMT

James North: As Israel massacres more Gazans, ‘NY Times’ continues its distorted coverage — with one honorable exception


Updated 15:07 GMT

Jonathan Cook: Israel repurposes Nakba myths to justify massacre in Gaza


Updated 14:35 GMT

This morning Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu with a Congressional delegation led by Joe Wilson (R-SC) and a Senatorial delegation led by Lindsey Graham (R-SC).  Florida Gov. Rick Scott was also in attendance.


Updated 14:30 GMT

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu welcomed the delegation from the White House last night in Jerusalem. President Donald Trump is not attending the embassy opening. The team sent by the administration is headed by his daughter Ivanka Trump, son-in-law Jared Kushner, Secretary of the Treasury Steve Mnuchin, Deputy Secretary John Sullivan, special envoy Jason Greenblatt and the U.S. Ambassador to Israel David Friedman.

Netanyahu dedicated about a third of his speech to welcome the White House officials by applauding President Trump for pulling out the Iran agreement:

“And to achieve peace, we have to do one other thing: We must confront the enemies of peace, and I thank President Trump for his decision to confront Iran rather than to appease it. Pulling out of the nuclear deal means that the world’s greater sponsor of terrorism, greatest sponsor of terrorism, is no longer on a glide-path to attaining an arsenal of nuclear weapons. This is good for Israel, this is good for the region, it’s good for the world.

Now, I have something to say to part of the world: With all due respect to those sitting in European capitals, we here in the capitals of the Middle East—in Jerusalem, in Riyadh and elsewhere—we’ve seen the disastrous consequences of the Iran deal. And so when President Trump decides to pull out of this deal, to walk away from it, we know that when he walks away from a bad deal, he’s doing a good thing for our region, for the United States and for the world.”

Netanyahu also spoke of the close personal relationship between his family and Jared Kushner’s:

“I’ve known Jared for 105 years, and there’s a special bond between our families, but I think the fact that you and Ivanka are here is a special, personal testament, but also a national and international statement. It is one that touches our hearts, and we are all delighted by your presence at any time, at any day, but especially on this day. Thank you.”

In addition to firing on Gaza protesters, Israel has also started bombing Gaza as well:

 

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40 martiri e almeno 2000 feriti. A Gaza è una carneficina. L’Onu parli ora o resterà imbavagliato per sempre

40 martiri e almeno 2000 feriti. A Gaza è una carneficina. L'Onu parli ora o resterà imbavagliato per sempreOggi, giornata della Nakba per i palestinesi, Trump ha reso, col suo appoggio da vecchio padrino, ancor più violenta la reazione di Israele alle giuste richieste di rispetto della legalità internazionale portate avanti in Palestina.

In particolare, in Cisgiordania, le proteste riguardano il tentativo di “rapina” di Gerusalemme, e lungo la Striscia di Gaza la  rivendicazione del diritto al ritorno (Risoluzione Onu 194 ignorata da Israele) e la rottura dell’illegale assedio israeliano.

La giornata lungo la STRISCIA DI GAZA è iniziata così: BRUCIANDO I VILLAGGI simboleggiati dalle tende degli accampamenti. Infatti stamattina poco dopo l’alba Israele ha mandato i suoi “aquiloni”. Ma non erano innocui né ironici aquiloni con la codina in fiamme. Erano piccoli aerei carichi di benzina con i quali ha volutamente dato fuoco alle TENDE DI ALCUNE FAMIGLIE della marcia. Sei feriti per cominciare. Ed era solo da poco passata l’alba.

Al momento, dopo la preghiera di metà giornata, si contano 40 martiri e la cifra è in continuo aggiornamento. Vogliamo ricordare che per i palestinesi si tratta di martiri e non semplicemente di vittime, e questo ha un significato che in ogni azione o guerra di resistenza nel mondo ha lo stesso significato: dare una spinta in avanti alla lotta e aggiungere coraggio e determinazione nei superstiti. I feriti al momento sono oltre 2000 e i carri armati stanno sparando colpi di mortaio all’interno della Striscia, nella zona a nord di Beit Lahia.

Intanto il portavoce israeliano delle forze armate, Avijaa Adraei,  ha comunicato in TV che se le proteste non cesseranno verrà bombardata Gaza con l’aviazione militare.

Davanti a una dichiarazione pubblica di tale criminale portata ci si aspetta una presa di posizione dell’ONU. Sulla base delle esperienze passate pensiamo che una presa di posizione arriverà e sarà un rimprovero a Israele per l’esagerata reazione alle proteste. Tutto qui.

Questo non risolverà ma probabilmente aggraverà il problema, perché il problema ha un nome preciso, anzi due: assedio e occupazione.

Se l’ONU mostrerà ancora una volta di essere impotente oltre che inefficace rispetto alle violazioni ed ai crimini israeliani, il mondo tutto, e non solo il Medio Oriente, ne pagheranno il prezzo. La legalità internazionale verrà ad essere concretamente quel che al momento è solo  una percezione  che però si alimenta sempre più di prove concrete, cioè diventerà carta straccia e il mondo sarà solo una giungla.

Intanto a Gaza un gruppo di giovani ha tagliato la rete dell’assedio ed è entrato, disarmato, in territorio israeliano. Questi giovani vogliono dimostrare che la libertà è un bene supremo e la gabbia in cui vivono da 11 anni deve essere rotta.

Ora ci sono davvero gli scontri, quelli che per un mese e mezzo non ci sono mai stati nonostante le parole scritte o pronunciate da giornalisti ignari e lontani da Gaza, erano solo omicidi e ferimenti di dimostranti pacifici. Ora ci sono scontri e sono molto duri. Da una parte la resistenza, dall’altra l’occupazione. Da una parte il desiderio di libertà, dall’altra la forza delle armi. Gli ospedali di tutta la Striscia non hanno più posti e si stanno attrezzando tutti  gli ambulatori, le cliniche, i centri medici per ospitare i feriti per l’emergenza.

Si parla per la prima volta di centinaia di giornalisti internazionali entrati per fornire le loro testimonianze. Al momento sappiamo che solo pochissimi sono realmente sul campo e saranno quelli, se l’onestà professionale avrà la meglio sulla censura, a testimoniare che se i Gazawi della “Grande marcia” seguiteranno ad essere coesi e al di sopra delle divisioni politiche dei vari leader, questo bagno di sangue segnerà una pagina di storia nel difficile percorso dell’indipendenza della Palestina. Sempre che i potenti della terra, in primis gli USA capiscano che è più conveniente scegliere la legalità internazionale piuttosto che la legge del più forte.

Patrizia Cecconi, 14 maggio 2018

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Un generale israeliano conferma che i cecchini hanno l’ordine di sparare ai bambini

Un generale israeliano ha confermato che quando i cecchini stazionati lungo il confine di Israele con Gaza sparano ai bambini, lo fanno deliberatamente, con ordini chiari e specifici.

In un’intervista radiofonica, il generale di brigata (di riserva) Zvika Fogel descrive come un cecchino identifichi il “piccolo corpo” di un bambino e riceva l’autorizzazione a sparare.

Le dichiarazioni di Fogel potrebbero essere utilizzate come prova della premeditazione se i leader israeliani saranno mai processati per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale.

Venerdì un cecchino israeliano ha ucciso il quattordicenne Muhammad Ibrahim Ayyoub.

Il ragazzo, colpito alla testa a est di Jabaliya, è il quarto minore tra gli oltre 30 palestinesi uccisi durante le manifestazioni della Grande Marcia di Ritorno iniziate a Gaza il 30 marzo.

Più di 1.600 altri palestinesi sono stati colpiti con veri proiettili che hanno causato ciò che i dottori definiscono “orribili ferite”, che probabilmente lasceranno molti di loro con disabilità permanenti.

Come hanno confermato testimoni oculari e video, quando è stato ucciso il piccolo Muhammad Ayyoub non rappresentava alcun possibile pericolo per le forze di occupazione israeliane. pesantemente armate, collocate a decine di metri dietro le recinzioni e le fortificazioni di terra dall’altra parte del confine di Gaza.

Persino il solitamente timido inviato ONU del processo di pace, Nickolay Mladenov, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione è stata “vergognosa”.

Mirare ai bambini

Sabato, il generale di brigata Fogel è stato intervistato da Ron Nesiel sulla rete radio nazionale israeliana Kan.

Fogel è l’ex capo di stato maggiore del “comando meridionale” dell’esercito israeliano, che comprende la Striscia di Gaza occupata.

Ahmad Tibi, un parlamentare palestinese nel parlamento israeliano, ha in un tweet attirato l’attenzione sull’intervista.

Una registrazione dell’intervista è online. L’intervista è stata tradotta per The Electronic Intifada da Dena Shunra e la trascrizione completa segue questo articolo.

Il conduttore Ron Nesiel chiede a Fogel se l’esercito israeliano non debba “ripensare all’uso dei cecchini” e suggerisce che chi impartisce gli ordini “abbia abbassato l’asticella nell’utilizzo delle pallottole vere”.

Fogel difende a spada tratta tali metodi, affermando: “A livello tattico, qualsiasi persona si avvicini alla barriera, chiunque possa rappresentare una futura minaccia al confine dello Stato di Israele e dei suoi residenti, deve pagare il prezzo della sua trasgressione. ”

E aggiunge: “Se un bambino o chiunque altro si avvicina alla recinzione per nascondervi un ordigno esplosivo o per controllare se ci siano zone senza copertura o per tagliare la recinzione in modo che qualcuno possa infiltrarsi nel territorio dello Stato di Israele per ucciderci …”

“Quindi viene punito con la morte?” interviene Nesiel.

“Viene punito con la morte”, risponde il generale. “Per quanto mi riguarda, sì, se puoi sparargli alle gambe o a un braccio solo per fermarlo – benissimo. Ma se è qualcosa di più allora sì, andiamo a vedere quale sangue è più importante, il nostro o il loro. “

Fogel descrive quindi l’accurato processo con cui gli obiettivi – compresi i bambini – vengono identificati e uccisi:

“So come vengono dati questi ordini. So come fa un cecchino a sparare. So di quante autorizzazioni ha bisogno prima di ricevere l’ordine di aprire il fuoco. Non è il capriccio di un cecchino qualsiasi che identifica il piccolo corpo di un bambino e decide che sparerà. Qualcuno gli indica molto bene l’obiettivo e gli dice esattamente perché deve sparare e perché quell’individuo rappresenti una minaccia. E purtroppo, a volte quando spari a un corpicino con l’intenzione di colpire un braccio o la spalla, finisci col colpire più in alto. “

Per dire “finisce più in alto”, Fogel usa un’espressione idiomatica ebraica che significa anche “costa anche di più”.

Con questa agghiacciante affermazione, in cui un generale parla di cecchini che prendono di mira il “piccolo corpo di un bambino”, Fogel dice inequivocabilmente che questa politica è deliberata e premeditata.

Presentando dei bambini palestinesi disarmati come pericolosi terroristi che meritano la morte, Fogel descrive i cecchini che li uccidono a sangue freddo come la parte innocente e vulnerabile che merita protezione.

“Ci sono i soldati lì, i nostri ragazzi, che sono stati mandati lì e ricevono istruzioni molto accurate su chi uccidere per proteggerci. Dobbiamo sostenerli”, dice.

Politica letale

Le dichiarazioni di Fogel non sono un’aberrazione ma rappresentano la politica israeliana.

“I funzionari israeliani hanno detto chiaramente che le norme sull’aprire il fuoco permettono di sparare per uccidere chiunque tenti di danneggiare la recinzione, e persino chi si avvicini a 300 metri”, ha affermato il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem in una recente analisi dell’illegale metodo israeliano di prendere di mira civili disarmati che non rappresentano alcuna minaccia.

“Ciononostante, tutti i funzionari statali e militari si sono fermamente rifiutati di cancellare quegli ordini illegali e continuano a promulgarli – e a giustificarli”, aggiunge B’Tselem.

B’Tselem ha invitato i singoli soldati a opporsi a questi ordini illegali.

In seguito all’inchiesta sulle uccisioni “pianificate” di manifestanti disarmati il 30 marzo, primo giorno delle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno a Gaza, Human Rights Watch ha concluso che la repressione letale era stata “programmata ai più alti livelli del governo israeliano “.

Due settimane fa, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha rilasciato un avvertimento senza precedenti ai leader israeliani, che potrebbero essere processati per le uccisioni di manifestanti palestinesi disarmati nella Striscia di Gaza.

I potenziali imputati starebbero facendo un gran regalo a qualsiasi pubblico ministero con l’aperta ammissione che uccidere in un territorio occupato persone disarmate che non rappresentano una minaccia oggettiva costituisca la loro politica e le loro intenzioni.

Resta da chiedersi se qualcosa possa finalmente infrangere lo scudo di impunità di cui Israele ha goduto per 70 anni.

(Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestina, recentemente pubblicato da Haymarket Books. Ha anche scritto One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse)

Trascrizione integrale dell’intervista

Il Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel intervistato sul programma Yoman Hashevua della radio israeliana Kan, il 21 aprile 2018.

Ron Nesiel: Buongiorno al Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel. L’esercito israeliano non dovrebbe riconsiderare l’uso dei cecchini? C’è l’impressione che qualcuno abbia abbassato l’asticella per l’uso di pallottole vere e questo potrebbe essere il risultato?

Zvika Fogel: Ron, proviamo a considerare questo problema su tre livelli. A livello tattico, che piace a tutti, il livello locale, e anche a livello dei valori, e se credi, arriveremo anche al livello strategico. A livello tattico, qualsiasi persona si avvicini alla barriera, chiunque possa rappresentare una futura minaccia al confine dello Stato di Israele e dei suoi residenti, deve pagare il prezzo della sua trasgressione. Se un bambino o chiunque altro si avvicina alla recinzione per nascondervi un ordigno esplosivo o per controllare se ci siano zone senza copertura o per tagliare la recinzione in modo che qualcuno possa infiltrarsi nel territorio dello Stato di Israele per ucciderci …

Nesiel: Quindi viene punito con la morte?.

Fogel: Viene punito con la morte. Per quanto mi riguarda, sì, se puoi sparargli alle gambe o a un braccio solo per fermarlo – benissimo. Ma se è qualcosa di più allora sì, andiamo a vedere quale sangue è più importante, il nostro o il loro. È chiaro che se una persona del genere riuscisse ad attraversare la recinzione o a nascondervi un ordigno esplosivo …

Nesiel: Ma ci è stato detto che il fuoco è usato solo quando i soldati si confrontano con un pericolo immediato.

Fogel: Dai, passiamo al livello dei valori. Supponiamo di aver compreso il livello tattico, poiché non possiamo tollerare un attraversamento del nostro confine o una violazione del nostro confine, saliamo al livello dei valori. Io non sono Ahmad Tibi [politico israeliano arabo-musulmano leader del Movimento Arabo per il Cambiamento, un partito arabo nel parlamento israeliano, ndtr.] sono Zvika Fogel. So come vengono dati questi ordini. So come fa un cecchino a sparare. So di quante autorizzazioni ha bisogno prima di ricevere l’ordine di aprire il fuoco. Non è il capriccio di un cecchino qualsiasi che identifica il piccolo corpo di un bambino e decide che sparerà. Qualcuno gli indica molto bene l’obiettivo e gli dice esattamente perché deve sparare e perché quell’individuo rappresenti una minaccia. E purtroppo, a volte quando spari a un corpicino con l’intenzione di colpire un braccio o la spalla, finisci col colpire più in alto. Non è una bella immagine. Ma se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per preservare la sicurezza e la qualità della vita dei residenti nello Stato di Israele, allora questo è il prezzo. Ma ora, se permetti, saliamo di livello e consideriamo il quadro generale. Ti è chiaro che al momento Hamas sta combattendo con consapevolezza. È chiaro a te e a me…

Nesiel: Non è dura per loro? Non gli stiamo fornendo abbastanza argomenti per questa battaglia?

Fogel: Glieli stiamo fornendo ma…

Nesiel: Perché non ci fanno molto bene, quelle immagini diffuse in tutto il mondo.

Fogel: Senti, Ron, siamo persino peggio di così. Non c’è niente da fare, David appare sempre migliore contro Golia. E in questo caso, noi siamo Golia. Non David. Questo mi è del tutto chiaro. Ma consideriamo la cosa al livello strategico: tu ed io e buona parte degli ascoltatori sappiamo perfettamente che questo non finirà con le dimostrazioni. È chiaro a tutti noi che Hamas non può continuare a tollerare il fatto che i suoi missili non riescano a ferirci, i suoi tunnel stanno intaccando …

Nesiel: Sì.

Fogel: E non ha un mucchio di suicidi con l’esplosivo che continuano a credere alla favola delle vergini che li aspettano lassù? Ci trascinerà in una guerra. Non voglio essere dalla parte che viene trascinata. Voglio essere dalla parte che prende l’iniziativa. Non voglio aspettare il momento in cui troverà un punto debole e mi attaccherà. Se domani mattina entrerà in una base militare o in un kibbutz e ucciderà delle persone e prenderà prigionieri di guerra o ostaggi, chiamali come vuoi, ci troveremmo in una sceneggiatura completamente nuova. Voglio che i leader di Hamas si sveglino domattina e vedano per l’ultima volta nella loro vita i volti sorridenti dell’IDF. Questo è quello che voglio far succedere. Ma siamo trascinati [in un’altra scena]. Quindi stiamo usando i cecchini perché vogliamo preservare i valori a cui siamo stati educati. Non possiamo sempre scattare una sola foto e metterla davanti al mondo intero. Ci sono i soldati lì, i nostri ragazzi, che sono stati mandati lì e ricevono istruzioni molto accurate su chi uccidere per proteggerci. Dobbiamo sostenerli.

Nesiel: Generale di Brigata (di riserva) Zvika Fogel, ex capo del comando militare meridionale, grazie per le tue parole.

Fogel: Che tu possa sentire solo buone notizie. Grazie.

thanks to: Ali Abunimah

( Fonte: Invictapalestina.org )

Forumpalestina

 

La scomparsa dei settarismi: il racconto mancante dalle proteste di Gaza

MEMO. Di Ramzy Baroud. Le proteste al confine di Gaza devono essere interpretate nel contesto dell’occupazione israeliana, dell’assedio e del lungo ritardo nel “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi. Dovrebbero però essere analizzate anche in un contesto parallelo: le faziosità e le lotte intestine all’interno della Palestina stessa. 

Il settarismo della società palestinese è un malessere profondamente radicato che ha, per decenni, ostacolato qualsiasi sforzo comune per mettere fine all’occupazione militare israeliana e all’Apartheid. 

La rivalità tra Fatah e Hamas è stata catastrofica poiché avvenuta proprio in questo periodo nel quale il progetto coloniale israeliano ed il furto di terre in Cisgiordania stanno avanzando a ritmo accelerato. 

A Gaza l’assedio continua ad essere soffocante e letale. Il blocco israeliano, ormai decennale, assieme ad un totale abbandono della regione e ad una prolungata faida tra le fazioni, sono solo serviti a portare gli abitanti di Gaza alla fame e alla disperazione politica. 

Le proteste oceaniche di Gaza, iniziate il 30 marzo e che termineranno il 15 maggio, sono la risposta popolare a questa realtà scoraggiante. Non si tratta solo di sottolineare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Le proteste servono anche per riportare l’attenzione sul tema, al di là delle lotte politiche e dando voce alla gente. 

Azioni una volta imperdonabili, diventano tollerabili con il passare del tempo. Così è stato per l’occupazione israeliana che, anno dopo anno, ingoia sempre più terre palestinesi. Oggi l’occupazione è, più o meno, lo status quo. 

La leadership palestinese subisce le stesse incarcerazioni della sua gente e le differenze geografiche ed ideologiche hanno compromesso l’integrità di Fatah così come quella di Hamas, riducendole ad essere irrilevanti sia all’interno del paese che sul palcoscenico mondiale. 

Ma mai prima d’ora questa divisione interna è stata così ben fomentata, arrivando al punto di riuscire efficacemente a delegittimare tutte le richieste di diritti umani fondamentali. “I Palestinesi sono divisi, quindi devono rimanere in carcere”. 

Lo stretto legame tra il presidente USA Donald Trump ed il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, è accompagnato da una linea politica che non ha alcuna simpatia per i Palestinesi. Secondo la loro descrizione, anche la situazione delle famiglie che protestano pacificamente al confine di Gaza viene definita come uno “stato di guerra”, come recentemente dichiarato dall’esercito israeliano in un documento. 

Commentando a proposito delle numerose uccisioni e ferimenti a Gaza da parte di Israele durante una visita effettuata nella regione, il segretario di stato USA, Mike Pompeo, ha ripetuto un mantra molto familiare: “Riteniamo che gli israeliani abbiano diritto a difendersi”. 

Pertanto, i Palestinesi sono ora intrappolati – gli abitanti della Cisgiordania sono sotto l’occupazione, circondati da mura, posti di blocco e colonie ebraiche, mentre i Gazawi sono soggetti ad un duro assedio che continua ormai da una decina di anni. Eppure, nonostante questa devastante realtà, Fatah e Hamas sembrano rivolgere altrove le loro attenzioni e priorità. 

Fin dalla creazione dell’Autorità Palestinese nel 1994, a seguito della firma degli Accordi di Pace di Oslo, Fatah ha dominato lo scenario politico palestinese, marginalizzando allo stesso tempo i suoi avversari, e demolendo qualsiasi tipo di opposizione. Mentre in Cisgiordania agiva sotto l’occupazione militare di Israele, ha comunque prosperato finanziariamente dato che le sono stati versati miliardi di dollari di aiuti. 

Inoltre, l’Autorità Palestinese ha utilizzato la leva finanziaria per mantenere il controllo sui Palestinesi, aggravando quindi l’opprimente occupazione israeliana e le varie forme di controllo militare. 

Da allora, il denaro ha corrotto la causa palestinese. “Il denaro dei donatori”, miliardi di dollari ricevuti dall’Autorità Palestinese a Ramallah, ha trasformato una rivoluzione ed un progetto di liberazione nazionale in un enorme racket finanziario con molti benefattori e beneficiari. La maggior parte dei Palestinesi, tuttavia, resta povera. La disoccupazione oggi è arrivata alle stelle. 

Nel corso del suo conflitto con Hamas, Abbas non ha mai esitato a punire collettivamente i Palestinesi per ottenere vittorie politiche. Ad iniziare dall’anno scorso, egli ha intrapreso una serie di misure economiche punitive contro Gaza, tra cui i sospetti pagamenti dell’Autorità Palestinese ad Israele per le forniture elettriche a Gaza, mentre allo stesso tempo tagliava i salari a decine di migliaia di lavoratori di Gaza che avevano continuato a ricevere i loro stipendi dall’autorità della Cisgiordania. 

Questo tragico teatrino politico ha avuto luogo per oltre dieci anni senza che le parti trovassero un terreno comune per superare le loro diatribe. 

Sono stati vanificati diversi tentativi di riconciliazione, se non dalle parti stesse, da fattori esterni. L’ultimo di questi accordi era stato sottoscritto al Cairo nell’ottobre scorso. Benché all’inizio promettesse bene, l’accordo è ben presto fallito. 

Nel marzo scorso, dopo un presunto tentativo di assassinio del primo ministro dell’Autorità Palestinese, Rami Hamdallah, entrambe le fazioni si sono accusate a vicenda per la responsabilità di questo episodio. Hamas sostiene che i colpevoli dell’azione siano stati gli agenti dell’Autorità Palestinese, con il fine di distruggere l’accordo di unità, mentre Abbas prontamente ha accusato Hamas di aver tentato di uccidere il capo del suo governo. 

Hamas è alla disperata ricerca di un’ancora di salvezza per porre fine all’assedio di Gaza e l’uccisione di Hamdallah sarebbe stato soltanto un suicidio politico. La maggior parte delle infrastrutture di Gaza sono in rovina a causa delle continue guerre israeliane che hanno ucciso migliaia di Palestinesi. Lo stretto assedio sta rendendo impossibile la ricostruzione di Gaza o la riparazione delle infrastrutture colpite. 

Nonostante decine di migliaia di Palestinesi abbiano protestato lungo il confine di Gaza, sia Fatah che Hamas hanno raccontato ognuna le proprie narrazioni, cercando di utilizzare le proteste per sottolineare o far crescere la propria popolarità tra i Palestinesi. 

Frustrata dall’attenzione che le proteste hanno fornito a Hamas, Fatah ha tentato di organizzare contromisure a sostegno di Abbas in tutta la Cisgiordania. Il risultato è stato però imbarazzante, come era prevedibile, poiché solo alcuni fedelissimi di Fatah si sono ritrovati. 

Dopodiché, Abbas ha presieduto un incontro del defunto Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) a Ramallah per propagandare i suoi presunti risultati ottenuti nella lotta nazionale palestinese. 

Il CNP è considerato l’organo legislativo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). E come l’OLP, per molti anni la sua funzione è stata accantonata a favore dell’Autorità Palestinese dominata da Fatah. Il leader dell’Autorità Palestinese ha scelto nuovi membri da aggiungere al CNP soltanto per garantire che il futuro di tutte le istituzioni politiche fosse conforme alla sua volontà. 

Sullo sfondo di una realtà così sconcertante, altre migliaia di manifestanti continuano ad aggiungersi ogni settimana al confine di Gaza. 

I Palestinesi, disillusi dalle divisioni faziose, stanno lavorando per creare un nuovo spazio politico, indipendente dai capricci delle fazioni; infatti, per loro, la vera lotta è quella contro l’occupazione israeliana, per la libertà dei Palestinesi e nessun’altra.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

© Agenzia stampa Infopal

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Sicilians protest Giro d’Italia “stained with blood” of Palestinians

A protest by 200 activists delayed the start of the fourth stage of the Giro d’Italia in the Sicilian city of Catania on Tuesday.

The activists had planned to shut the prestigious cycling race down altogether to protest how it had been launched in Israel last week, but they were confronted and kettled by riot police, as the video above shows.

As members of the Israeli government-backed Israeli team went past, protesters threw out flyers and carried banners with slogans including, “Israel kills, Italy is an accomplice.”

“We made everyone hear our dissent against the exploitation of sport by a state that has for decades practiced apartheid against the Palestinians and which does not respect UN resolutions regarding occupied territories,” protest organizers said, according to an early version of a report from the newspaper La Sicilia.

“There were moments of tension with police,” who used their batons against demonstrators, the newspaper reported.

“Stained with blood”

One activist, Simone di Stefano, told Catania Today that activists had gathered to send the message that “we don’t want this Giro d’Italia that is stained with blood of the Palestinian people.”

Last week, Renzo Ulivieri, the head of the Italian football managers association, posted on Facebook that he would not be watching the Giro this year.

“I could have remained indifferent, but I fear I would have been despised by the people I respect,” Ulivieri wrote. “Viva the Palestinian people, free in their land.”

At a recent meeting of the leftist movement Potere al Popolo (power to the people), Ulivieri elaborated that “the true sporting spirit calls for the unity of people and condemns discrimination and abusive occupation like Israel’s apartheid.”

The latest actions are part of a continuing campaign by Palestinians and their supporters against Israel’s use of the Giro d’Italia to glamorize itself and distract attention from its abuses.

The human rights group Al-Haq noted that 4 May, the day the race started in Jerusalem, coincided with the sixth Friday of protests as part of the Great March of Return in Gaza.

On that day, Israeli occupation forces “injured 195 Palestinian protesters, paramedics, medical staff and journalists, in a demonstration of excessive use of force, including lethal force, against protected civilians,” according to Al-Haq.

Since the protests began, Israeli snipers with shoot-to-kill-and-maim orders have killed 50 Palestinians in Gaza, including 40 unarmed protesters, and have injured thousands more.

Gaza cyclist disabled by Israeli snipers

A particularly pernicious aspect of the Israeli policy – especially in the context of the Giro d’Italia’s purported celebration of athleticism – is “Israel’s deliberate ‘shoot-to-disable’ practice, targeting protected persons in the Gaza Strip with intention to maim and at times permanently disable Palestinians by targeting specific body parts, including the lower limbs,” Al-Haq stated.

“One of the injured protesters who required amputation is Alaa al-Dali, 21, a Palestinian cyclist who was shot by an Israeli sniper with a live bullet under his right knee on 30 March 2018, while he was standing some 200 metres away from the fence,” the human rights group stated.

Al-Dali was training for the 2018 Asian Games for months before he was shot.

“I knew the moment I was shot and fell to the ground, I knew that I would never be able to ride a bicycle again in my life,” he told Middle East Eye.

Al-Haq noted that in the months leading up to the Giro’s kickoff, the first time the race has started outside Europe, “Israel continued to unlawfully alter the status of Jerusalem, introducing legislation to alter the demography of Jerusalem, by targeting Palestinian residency rights and introducing bills to unlawfully incorporate settlement blocs into Israel’s Jerusalem municipality.”

“Giro d’Italia’s choice of location, along with its partners, sponsors and participating teams and individuals, is an indication of its support for Israel’s occupation and violations against Palestinians, including in East Jerusalem,” Al-Haq stated.

Sorgente: Sicilians protest Giro d’Italia “stained with blood” of Palestinians

Israeli forces shoot, injure 1,100 protesters in Gaza

Israeli forces have fired live rounds at Palestinians during anti-occupation protests and clashes along the border between the besieged Gaza Strip and occupied territories.

Medical sources said at least 82 people were shot and wounded, three of them critically, and over 800 more were treated for gas inhalation and other injuries along the Gaza side of the 40-kilometer border fence.

Palestinian youths reportedly rolled burning tires to within 500 meters of the fence, using the smoke as a screen to counter Israeli sharpshooters on the other side.

“If it wasn’t for the occupation, we would have lived as free as people like in other countries,” said Ahmed, 24, at a protest site east of Gaza City. “If they don’t allow us back, at least they should give us a state.”

An Israeli soldier, seen in the background, takes aim at Palestinian protesters from across the fence during clashes along the border with the Gaza Strip east of Khan Yunis on May 4, 2018. (Photo by AFP)

Nearly 50 Palestinians have lost their lives in clashes with Israeli forces during protests along the Gaza border since March 30.

The Israeli regime has faced international criticism over its use of live fire.

The Palestinian rally, known as the “Great March of Return,” will last until May 15, which coincides with the 70th anniversary of Nakba Day (Day of Catastrophe), when Israel was created. Every year on May 15, Palestinians all over the world hold demonstrations to commemorate the day, which marks the anniversary of the forcible eviction of hundreds of thousands of Palestinians from their homeland by Israelis in 1948.

Since 1948, the Israeli regime has denied Palestinian refugees the right to return, despite UN resolutions and international law that uphold people’s right to return to their homelands.

Israel occupied the West Bank, East Jerusalem al-Quds and parts of Syria’s Golan Heights during the Six-Day War in 1967. It later annexed East Jerusalem al-Quds in a move not recognized by the international community.

Israel is required to withdraw from all the territories seized in the war under UN Security Council Resolution 242, adopted months after the Six-Day War, in November 1967, but the Tel Aviv regime has defied that piece of international law ever since.

 

Sorgente: PressTV-Israeli forces shoot, injure 1,100 protesters in Gaza

Gaza children bearing brunt of Israeli violence: UN

Palestinian children look out from a tent near the site of clashes between Palestinian protesters and Israeli forces following a protest along the border with the occupied territories, east of Gaza City, on April 3, 2018. (Photo by AFP)

Palestinian children look out from a tent near the site of clashes between Palestinian protesters and Israeli forces following a protest along the border with the occupied territories, east of Gaza City, on April 3, 2018. (Photo by AFP)

The United Nations Children’s Fund (UNICEF) says children in the besieged Gaza Strip are the main victims of Israeli atrocities in the Palestinian sliver, amid an escalation of violence perpetrated by the Tel Aviv regime against some 1.8 million inhabitants of the coastal enclave.   

“The escalating violence in Gaza has exacerbated the suffering of children whose lives have already been unbearably difficult for several years,” said Geert Cappelaere, the regional director for the Middle East and North Africa at UNICEF, in a statement on Friday.

He added that apart from the physical injuries children sustain in Israeli attacks, they are increasingly showing symptoms of severe distress and trauma.

According to figures provided by the UN agency, over the past five weeks, five children lost their lives and hundreds more were wounded in largely peaceful protest rallies held along the border with the occupied Palestinian territories. Furthermore, at least half of the total child population in Gaza depend on humanitarian assistance, and one in four needs psychosocial care.

Cappelaere also said minors “belong in schools, homes and playgrounds” and hence, they should “never be targeted.”

Late last month, UN High Commissioner for Human Rights Zeid Ra’ad al-Hussein called on Israeli forces to curb the use of “lethal force against unarmed demonstrators” during protests, wondering “how children… can present a threat of imminent death or serious injury to heavily protected security force personnel.”

Nearly 50 Palestinians have lost their lives in clashes with Israeli forces during protests along the Gaza border since March 30. The Israeli regime has faced international criticism over its use of live fire.

The Palestinian rallies, known as the “Great March of Return,” will last until May 15, coinciding with the 70th anniversary of Nakba Day (Day of Catastrophe), when Israel was created. Every year on May 15, Palestinians all over the world hold demonstrations to commemorate the day, which marks the anniversary of the forcible eviction of hundreds of thousands of Palestinians from their homeland by Israelis in 1948.

The Gaza Strip has been under an Israeli siege since June 2007, causing a decline in living standards as well as unprecedented unemployment and poverty there.

In addition, the Israeli regime has imposed increasing power cuts and shortages in fuel in the sliver, hugely disrupting water and sanitation services. Medicines and health equipment are also in dire short supply, straining an already fragile health system.

Israel has also launched several wars on the Palestinian sliver, the last of which began in early July 2014 and ended in late August the same year. The Israeli military aggression killed nearly 2,200 Palestinians and injured over 11,100 others.

 

Sorgente: PressTV-Gaza children bearing brunt of Israeli violence: UN

3 palestinesi uccisi questo venerdì sulla frontiera

Gaza, Wafa – Tre palestinesi sono morti a causa di gravi ferite d’arma da fuoco sostenute questo venerdì, quando le forze israeliane hanno attaccato i manifestanti palestinesi per il quinto venerdì consecutivo dall’inizio delle proteste della Grande Marcia di Ritorno, lungo i confini settentrionali ed orientali tra Gaza e Israele.

Un palestinese identificato come Abdel-Salam Baker, 29 anni, è stato ucciso dopo essere stato colpito dall’esercito israeliano, quando questo attacava i manifestanti ad est della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Nel frattempo, il secondo palestinese è stato identificato come Mohammed al-Maqeed, 21 anni, mentre l’identità del terzo uomo rimane sconosciuta fino al momento.

Secondo il ministero della Sanità, almeno 611 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui due casi gravi, sia da colpi d’arma da fuoco sia soffocati dall’inalazione di gas lacrimogeni.

Tra i feriti vi sono 11 medici e giornalisti.

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Medici Senza Frontiere a Gaza osserva lesioni da arma da fuoco devastanti

Dal 1° aprile, le squadre di MSF a Gaza, in Palestina, hanno prestato assistenza post-intervento a più di 500 persone ferite da colpi di arma da fuoco durante le dimostrazioni della Marcia del Ritorno. Il numero di pazienti trattati nelle nostre cliniche nelle ultime tre settimane è più del numero che abbiamo trattato durante tutto il 2014, quando l’operazione militare di Israele è stata lanciata sulla striscia di Gaza. Lo staff medico di MSF riferisce di aver ricevuto pazienti con lesioni devastanti di una gravità insolita, che sono estremamente complesse da trattare. Le ferite riportate dai pazienti lasceranno la maggior parte con gravi disabilità fisiche a lungo termine.

Le squadre mediche negli ospedali di Gaza si preparano ad affrontare un possibile nuovo afflusso di feriti questo venerdì nelle ultime dimostrazioni della Marcia del Ritorno. I chirurghi di MSF a Gaza riferiscono devastanti ferite d’arma da fuoco tra le centinaia di persone ferite durante le proteste nelle ultime settimane. La stragrande maggioranza dei pazienti – principalmente giovani uomini, ma anche donne e bambini – ha ferite insolitamente gravi agli arti inferiori. Le equipe mediche di MSF sottolineano che le lesioni includono un livello estremo di distruzione delle ossa e dei tessuti molli e ferite di grandi dimensioni che possono avere le dimensioni di un pugno.
“La metà degli oltre 500 pazienti che abbiamo ammesso nelle nostre cliniche ha ferite in cui il proiettile ha letteralmente distrutto il tessuto dopo aver polverizzato l’osso“, ha detto Marie-Elisabeth Ingres, capo missione di MSF in Palestina. “Questi pazienti avranno bisogno di operazioni chirurgiche molto complesse e molti di loro avranno disabilità per tutta la vita“.
Gestire queste lesioni è molto difficile. Oltre alla normale assistenza infermieristica, i pazienti spesso necessitano di un ulteriore intervento chirurgico e di essere sottoposti a un lungo processo di fisioterapia e riabilitazione. Molti pazienti manterranno carenze funzionali per il resto della loro vita. Alcuni pazienti potrebbero ancora aver bisogno di un’amputazione se non vengono forniti di sufficiente cura a Gaza e se non riescono a ottenere l’autorizzazione necessaria per essere trattati al di fuori della striscia.
Per far fronte a questo massiccio afflusso di pazienti, MSF ha rafforzato le sue capacità, aumentato il numero di posti letto nelle sue cliniche post-operatorie e reclutato e formato personale medico aggiuntivo. Una quarta clinica si aprirà presto nella regione di Gaza per fornire ai pazienti le cure specialistiche necessarie.
In risposta alla crisi, MSF ha anche schierato una squadra di chirurghi (compresi chirurghi vascolari, ortopedici e ricostruttivi) e di anestesisti per operare – o riattivare – i casi più gravi. Questa squadra attualmente lavora fianco a fianco con il personale medico palestinese negli ospedali pubblici Al-Shifa e Al-Aqsa.

( Fonte: facebook.com/IlPopoloCheNonEsiste )

Sorgente: 21-4-18_MSF-Gaza-Lesioni-gravi-e-devastanti

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