L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan

ZiaZiad al-Fadil, Syrian Perspective 13/9/2016

Qunaytra: a sud-ovest della capitale provinciale di Qunaytra, tra i villaggi di al-Burayq e Bir al-Ajam, ad ovest di Sasa, la rete della Difesa Aerea Siriana poteva finalmente aprire il fuoco contro i bombardieri dei ratti sionisti. Questa volta, l’aggressore era un F-16 prodotto e fornito dagli USA ed orgoglio dello Stato colono sionista. L’uomo che ha dato l’ordine e preso le coordinate del lancio del missile S-300 contro l’avvoltoio invasore è il Capitano Rayan Dhahar, nipote di mia moglie. Ha confermato il suo ruolo chiamando Layth e fornendo informazioni generiche sull’attacco. Ho ricevuto informazioni a conferma anche dalla moglie di Munzar a Damasco, informando che Munzar era ad al-Baath e aveva visto con i propri occhi il bombardiere sionista abbattuto. Il pilota non fu visto lanciarsi, probabilmente è arrostito sul seggiolino dato che le bombe dell’aereo sono esplose con il missile antiaereo. L’aviogetto è caduto in una zona vicina alle posizioni di al-Qaida e si presume che i terroristi, aperti alleati del sionismo, restituiranno i resti carbonizzati ai loro padroni. I sionisti ora probabilmente studiano attentamente i relitti per trovare qualche parte del pilota nella tipicamente macabra, orribile e raccapricciante pratica sionista di salvare tutte le parti di un corpo. L’Alto Comando siriano ha anche annunciato l’abbattimento del bombardiere e di un drone senza pilota nel Golan occupato. Le Forze Armate siriane sono poste in piena allerta sul fronte occidentale. I sionisti l’hanno negato, indicando alcuna voglia di usare questo fatto come casus belli. L’attacco al bombardiere sionista è avvenuto intorno alla 1:00 del 13 settembre, Damasco. L’aggressore stava sparando su un avamposto dell’Esercito Arabo Siriano mentre i nostri soldati impiegavano l’artiglieria contro i movimenti dei ratti di al-Nusra/al-Qaida. Nel tentativo di sollevare il morale dei parassiti, i terroristi sionisti sono decollati per dimostrasi seri alleati di terroristi e Arabia Saudita.
Salutiamo il Capitano Rayan Dhahar per il suo eroismo nel difendere i cieli siriani e il nostro grande Esercito Arabo Siriano.
14358994 La decisione di far decollare gli F-16 per sostenere i terroristi di al-Qaida, alleati del sionismo, era dovuta agli eventi iniziati l’11 settembre 2016, quando i terroristi effettuarono un feroce attacco nella zona di Tal Hamriya, a sud di Hadhar. Il contrattacco dall’EAS distruggeva un autocarro carico di terroristi di al-Qaida, tutti carbonizzati. Tra i ratti arrostiti vi erano capi sul campo come:
Muhamad Yusuf al-Subayhi (alias Abu Qinwa, noto molestatore di bambini e feticista fecale. Era un capo di al-Qaida)
Ibrahim Umar al-Ahmad (capo della liwa al-Sibatayn, riferimento a due tribù: araba e ebraica)
In questo momento, l’esercito sionista ha inviato degli aiuti sul campo alle rabbiose iene di al-Qaida. Tuttavia, l’attacco è fallito e al-Qaida ha subito perdite molto consistenti in ratti e materiale; tuttavia poté ritirarsi sotto il pesante fuoco dell’artiglieria sionista. I terroristi si sarebbero lamentati di non ricevere aiuti adeguati nella lotta contro l’EAS. Le mie fonti dicono che il principe Muhamad Ibn Salman, Viceprincipe buffone ed architetto del disastro nello Yemen, aveva ricevuto un messaggio urgente da Abu Muthana al-Shami. Contattando i suoi “alleati” dello Stato dell’Apartheid sionista, ne mendicava l’intervento, subito effettuato il 13 settembre 2016. Da quella data, l’EAS ha effettuato un contrattacco eliminando i 3 principali capi sul campo di al-Qaida ed altri 9 capi alleati a Tal Hamriya:
Muhamad Amin Sulayman al-Hariri (tale pappone era il capo di un gruppo ex-ELS (firqat Amud Huran) ora coinvolto nella fantasia chiamata maraqat Qadisiyat al-Janub o battaglia di Qadisiya del Sud, che noia.
Abu Muthana al-Shami (un irsuto suino che comandava tutti i campi di Ahrar al-Sham nel sud, aveva contattato gli scarafaggi sauditi per tentare di aiutare i suoi ratti).
L’Esercito arabo siriano ha resistito sul Golan utilizzando le unità per operazioni speciali di Qutayfa colpendo lo snodo di Abu Hudayj, tra le colline di al-Jarajir nel Qalamun. La zona è controllata dallo SIIL. I commando dell’EAS erano entrati furtivamente in una casa di 2 piani in cui i ratti dormivano, uccidendo l’unica sentinella e collocandovi esplosivi. Quando la casa è andata in fumo, i camerati dei ratti in zona si precipitarono ad estrarre i cadaveri prima che fossero trasformati in pane tostato. Mentre i cameratti si riunivano presso la casa distrutta, i commando inviarono un messaggio riguardante la situazione e l’artiglieria dell’EAS bombardava l’area friggendo altri 11 ratti che, come si è scoperto, erano mercenari di lingua urdu.
A Dayr al-Zur, gli alleati di Obama dello SIIL commettevano un altro macabro atto sgozzando dei patrioti siriani dopo averli appesi a ganci da macellai, come pecore in un grottesco Ayd al-Adha. Erano accusati di spionaggio a favore dei nemici dello Stato islamico, di seguire i movimenti dei terroristi e fotografare i ratti islamisti urinare sul Corano:

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alalam_636093601467773725_25f_4x3Ecco i nomi dei patrioti il cui assassinio è stato trasmesso dalla TV dei terroristi:
1. Ibrahim Ali al-Musa
2. Jumah Jaasim al-Abid
3. Amir Faysal al-Yusuf
4. Ibrahim Taha al-Yusuf
5. Abdurahman Salih al-Ahmad
6. Salih Ahmad al-Abdullah
7. Bashar Ahmad al-Ajil
8. Qasim Qalil Alí al-Sulayman
9. Abdullah Muhamad al-Qalifa
10. Muhamad Ibrahim al-Uzaba
11. Abdulmaliq Hasan al-Uzaba
12. Haydar Muhamad al-Abdullah

Sorgente: L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan | Aurora

Livingstone fired over Hitler remarks

The former mayor of London, Ken Livingstone, is fired from his radio show for saying Hitler supported Zionism.

Livingstone said last month that “let’s remember when Hitler won his election in 1932, his policy then was that Jews should be moved to Israel. He was supporting Zionism before he went mad and ended up killing six million Jews.”

Sorgente: PressTV-Livingstone fired over Hitler remarks

Martina Lauer: un’attivista tedesca per la Palestina in Canada

Qui di seguito la mia intervista con l’attivista e traduttrice pro-palestinese Martina Lauer. Martina Lauer è nata in Germania meridionale e vive in Canada da 20 anni. In Germania ha studiato germanistica e storia presso l’Università di Friburgo in Germania e ha lavorato come insegnante e lettrice in Germania, Inghilterra e Peru. Dal 2008-09, all’indomani dei violenti bombardamenti israeliani contro Gaza, ha iniziato ad impegnarsi nel movimento pro-palestinese. Ha scritto per il sito Itisapartheid, ora Adsfor Apartheid e traduce articoli e testi sulla resistenza palestinese per i siti pro-palestinesi ProMosaik e Palästina Portal. Vorrei ringraziare Martina per le sue risposte così dettagliate ed importanti alle nostre domande. Spero che grazie alle sue parole molte lettrici e molti lettori comprenderanno l’importanza di un impegno attivo e “creativo” a favore del popolo palestinese. Ognuno di noi può e deve impegnarsi a favore della Palestina e dei diritti umani. La critica nei confronti di Israele e l’antisionismo in questo contesto significano un posizionamento chiaro a favore dei diritti umani e a favore dei popoli oppressi e colonizzati anche al di fuori della Palestina occupata.

Sorgente: Pressenza – Martina Lauer: un’attivista tedesca per la Palestina in Canada

L’antisémitisme, arme d’intimidation massive

Dans un monde où le ressassement médiatique tient lieu de preuve irréfutable, certains mots sont des mots-valises, des signifiants interchangeables dont l’usage codifié à l’avance est propice à toutes les manipulations. De perpétuels glissements de sens autorisant le passage insidieux d’un terme à l’autre, rien ne s’oppose à l’inversion maligne par laquelle le bourreau se fait victime, la victime se fait bourreau, et l’antisionisme devient un antisémitisme, comme l’a affirmé Manuel Valls, premier chef de gouvernement français à avoir proféré une telle insulte. Au moment où « l’intifada des couteaux », en outre, est renvoyée par certains à la haine ancestrale pour les juifs, il n’est pas inutile de se demander pourquoi cette assimilation classique et néanmoins frauduleuse occupe une fonction essentielle dans le discours dominant.

Depuis soixante-dix ans, tout se passe comme si l’invisible remords de l’holocauste garantissait à l’entreprise sioniste une impunité absolue. Avec la création de l’Etat hébreu, l’Europe se délivrait miraculeusement de ses démons séculaires. Elle s’octroyait un exutoire au sentiment de culpabilité qui la rongeait secrètement pour ses turpitudes antisémites. Portant sur ses épaules la responsabilité du massacre des juifs, elle cherchait le moyen de se débarrasser à tout prix de ce fardeau. L’aboutissement du projet sioniste lui offrit cette chance. En applaudissant à la création de l’État juif, l’Europe se lavait de ses fautes. Simultanément, elle offrait au sionisme l’opportunité d’achever la conquête de la Palestine.
Ce rachat par procuration de la conscience européenne, Israël s’y prêta doublement. Il reporta d’abord sa violence vengeresse sur un peuple innocent de ses souffrances, puis il offrit à l’Occident les avantages d’une alliance dont il fut payé en retour. L’un et l’autre liaient ainsi leur destin par un pacte néo-colonial. Le triomphe de l’Etat hébreu soulageait la conscience européenne, tout en lui procurant le spectacle narcissique d’une victoire sur les barbares. Unis pour le meilleur et pour le pire, ils s’accordaient mutuellement l’absolution sur le dos du monde arabe en lui transférant le poids des persécutions antisémites. En vertu d’une convention tacite, Israël pardonnait à l’Europe sa passivité face au génocide, et l’Europe lui laissait les mains libres en Palestine.
Son statut exceptionnel, Israël le doit à ce transfert de dette par lequel l’Occident s’est défaussé de ses responsabilités sur un tiers. Parce qu’il fut l’antidote au mal absolu, qu’il plongeait ses racines dans l’enfer des crimes nazis, Israël ne pouvait être que l’incarnation du bien. Mieux encore qu’une sacralité biblique aux références douteuses, c’est cette sacralité historique qui justifie l’immunité d’Israël dans la conscience européenne. En y adhérant implicitement, les puissances occidentales l’inscrivent dans l’ordre international. Le résultat est indéniable : avalisée par les maîtres du monde, la profession de foi sioniste devient loi d’airain planétaire.
L’invocation du sacré démonisant toujours son contraire, cette sacralité d’Israël ôte alors toute légitimité aux oppositions qu’il suscite. Toujours suspecte, la réprobation d’Israël frôle la profanation. Contester l’entreprise sioniste est le blasphème par excellence, car c’est porter atteinte à ce qui est inviolable pour la conscience européenne. C’est pourquoi le déni de légitimité morale opposé à l’antisionisme repose sur un postulat simplissime dont l’efficacité ne faiblit pas avec l’usage : l’antisionisme est un antisémitisme. Combattre Israël, ce serait, par essence, haïr les juifs, être animé du désir de rejouer la Shoah, rêver les yeux ouverts de réitérer l’holocauste.
L’antisionisme a beau se définir comme un refus raisonné du sionisme, l’admettre comme tel serait encore faire un compromis avec l’inacceptable. Empreint d’une causalité diabolique, l’antisionisme est moralement disqualifié, mis hors jeu en vertu de l’anathème qui le frappe. On a beau rappeler que la Palestine n’est pas la propriété d’une ethnie ou d’une confession, que la résistance palestinienne n’a aucune connotation raciale, que le refus du sionisme est fondé sur le droit des peuples à l’autodétermination, ces arguments rationnels n’ont aucune chance d’être entendus. L’antisionisme s’inscrit depuis un siècle dans le champ politique, mais il se voit constamment opposer une forme d’irrationalité qui n’a décidément rien de politique.
L’assimilation frauduleuse de l’antisémitisme et de l’antisionisme, il est vrai, procure deux avantages symboliques. Le premier est à usage interne. Cette assimilation limite drastiquement la liberté d’expression, elle tétanise toute pensée non conforme en l’inhibant à la source. Elle génère une autocensure qui, sur fond de culpabilité inconsciente, impose par intimidation, ou suggère par prudence, un mutisme de bon aloi sur les exactions israéliennes. Mais cette assimilation mensongère est aussi à usage externe. Elle vise alors à disqualifier l’opposition politique et militaire à l’occupation sioniste. Cible privilégiée de cet amalgame, la résistance arabe se voit renvoyée à la haine supposée ancestrale qu’éprouveraient les musulmans pour les juifs.

Ce qui anime les combattants arabes relèverait d’une répulsion instinctive pour une race maudite, et non d’une aspiration légitime à la fin de l’occupation étrangère. La chaîne des assimilations abusives, en dernière instance, conduit à l’argument éculé qui constitue l’ultime ressort de la doxa : la « reductio ad hitlerum », la souillure morale par nazification symbolique, dernier degré d’une calomnie dont il reste toujours quelque chose. Terroriste parce qu’antisioniste, antisioniste parce qu’antisémite, la résistance arabe cumulerait donc les infamies. Les attaques au couteau ne seraient pas l’effet explosif d’une humiliation collective, dit-on, mais le fruit de la haine inextinguible pour les juifs. Seule force qui ne cède pas devant les exigences de l’occupant, la résistance, pour prix de son courage, subira alors le tir croisé des accusations occidentales et des brutalités sionistes. Et comme si la supériorité militaire de l’occupant ne suffisait pas, il faut encore qu’il se targue d’une supériorité morale dont ses crimes coloniaux, pourtant, attestent l’inanité.

 

Sorgente: TLAXCALA: L’antisémitisme, arme d’intimidation massive

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

Viaggio in Sardegna con Alan Hart…e i sionisti alle costole

di Diego Ragusa

 

Avevamo preparato accuratamente il viaggio in Sardegna col mio amico Nabil Khair, coordinatore delle comunità palestinesi in Italia, per consentire ad Alan Hart di presentare il suo libro “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” dopo le polemiche romane del dicembre 2015, scatenate dalla comunità ebraica che, non sapendo come imbavagliare le voci libere, accusa tutti e tutto di “antisemitismo”. L’anno scorso a Roma, come sanno i miei dell’ANPI. L’evento fu salvato grazie alla disponibilità della Comunità Cristiana di Base di S. Paolo Fuori le Mura che mise a disposizione il proprio salone.

 

Prima di partire per Cagliari, Alan mi scrive dicendomi se sono state previste delle sale di riserva. Mi sorprendo e chiedo ad Alan il perché. “Perché in Inghilterra, tutte le volte che incontro il pubblico, mezz’ora prima mi negano la sala su pressione degli ebrei sionisti”. Lo rassicuro e gli dico che in Sardegna abbiamo l’amicizia dell’ARCI e della CGIL che hanno messo a disposizione le loro strutture. Non è convinto. E ha ragione. In Inghilterra lo hanno isolato: la BBC, per la quale ha lavorato tanti anni, ha l’ordine di non intervistarlo e di non citare mi il suo nome, i giornali, le radio, i bollettini parrocchiali, insomma …. Di Alan Hart non bisogna parlare. Così vogliono gli ebrei sionisti e tutti chinano la testa.

 

Il giorno prima di partire con un aereo per Cagliari, mi arriva la notizia che i sionisti sono già in azione. Un consigliere regionale del Partito Sardo d’Azione presenta una interrogazione e attacca noi e gli organizzatori. Il sito internet buongiornoalghero.it titola: «Arci e Cgil organizzano un evento antisemita – Marcello Orrù: “Indecente”». Pubblico la sua dichiarazione nella mia pagina face book e il soggetto in questione viene sommerso da decine di epiteti. Questo il testo di Orrù:

 

lettori, fu sufficiente che una sezione volenterosa dell’ANPI organizzasse un mio incontro per determinare, immediatamente, la reazione rabbiosa dell’estrema destra sionista romana che si scagliò contro il libro, contro Hart e contro la mia persona con la solita barzelletta dell’antisemitismo. I dirigenti romani e nazionali, tradendo la lezione dei martiri della nostra Resistenza, si piegarono e mi impedirono di parlare nella sede

 

«Rimango indignato nell’apprendere che il prossimi 12 aprile a Sassari, la mia città, si tenga un evento che definire di dubbio gusto significherebbe essere troppo buoni. L’evento, organizzato dalla Cgil e l’Arci, è la presentazione del libro del giornalista inglese Alan Hart intitolato “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” e prevede la presenza oltrechè dell’autore anche dell’italiano Diego Siragusa. I due signori sono molto conosciuti negli ambienti nostrani della sinistra radicale in quanto il primo è uno dei campioni di complottismo anti-Israele avendo persino affermato che la strage dell’11 settembre fu causata probabilmente dagli agenti del Mossad che avrebbero -udite udite – deviato la rotta degli aerei, il secondo è conosciuto come un simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra. E’ veramente incredibile che il sindacato più importante del nostro Paese, nella nostra città, si renda fautore di una presenza simile. A Roma qualche mese fa l’Anpi, associazione partigiani, ha ritirato la propria presenza allo stesso evento perché chiaramente antisemita. Ecco che ora qualche “benpensante” nostro concittadino pretende di insultare Israele, la sua storia e il suo popolo nella nostra città. Non è accettabile, la sinistra abbia rispetto per Israele e per la sua dolorosa storia. Chiedo con urgenza al sindaco Sanna che intervenga sugli organizzatori, in qualità di massimo responsabile dell’ordine e della sicurezza in città, al fine di ottenere l’annullamento di questa indecente manifestazione. Sassari – conclude Marcello Orrù – non merita di essere lo scenario di un evento antisemita».

 

 

L’11 aprile parto per Cagliari. All’aeroporto mi attende Nabil. Due ore dopo arriva da Londra Alan. È il nostro primo incontro. Ho avuto la fortuna di tradurre il primo volume del suo libro e di scrivere la prefazione. In una precedente lettera, Alan mi aveva gratificato con parole generose e riconoscenti per il mio lavoro. Qualche ora dopo arriva anche un vecchio amico di Alan, Alfredo Giannantonio, che sarà il nostro interprete. Alfredo è nato e vissuto negli USA fino a 19 anni. L’inglese è la sua lingua madre e conosce molto bene la situazione mediorientale. Mentre andiamo in albergo un nostro amico dell’ARCI ci informa che la CGIL di Sassari ritira il patrocinio dell’evento, cancella la sala e chiede la rimozione del proprio logo dalle locandine. Siamo sconcertati. Nabil è furibondo. È iscritto alla CGIL, il suo sindacato! Alan e Alfredo non sono sorpresi. Lo sapevano. Chiediamo spiegazioni. Ci dicono che i sionisti hanno fatto pressioni a Roma e da lì è arrivata la telefonata alla CGIL di Sassari. Riservatamente ci confermano che sia stata la segretaria generale in persona: Susanna Camusso. Ma non abbiamo le prove. L’ARCI si muove e raccoglie la disponibilità della sala di Amnesty International. La manifestazione è salva. La giornata si conclude con meste considerazioni sul ruolo infame del PD di Matteo Renzi che ormai ha svenduto il partito ai sionisti e si è portato dietro settori dell’ANPI e della stessa CGIL. Tutti costoro, senza aver letto il libro e senza sapere chi è Alan Hart, si sono prostrati e hanno obbedito “perinde ac cadaver”.

 

 

 

Il giorno dopo, 12 aprile, facciamo un lungo viaggio in macchina fino a Sassari. Alle 18,30 siamo nella sede di Amnesty International. È venuto anche un amico, conosciuto dieci giorni prima, e una cara amica di mio figlio diventata antropologa e docente universitaria. Persone collegate con me tramite facebook si presentano e, finalmente, le posso conoscere direttamente. La sala si riempie. Introduco l’autore e il libro. Alan attrae l’attenzione dell’uditorio coi suoi aneddoti e rivelando gli incontri con personaggi della storia mediorientale, vivi e morti, che ha conosciuto e che gli hanno raccontato i loro segreti. Alan, prima di lavorare in Medioriente, era stato preparato dalla BBC seguendo la solita narrazione israeliana. Solo in seguito, a contatto diretto con la realtà, ha dovuto cambiare opinione e scoprire che lo stato di Israele era stato creato con grandi menzogne e che i palestinesi erano le vittime sacrificali di un delirio nazionalistico chiamato sionismo. Quando Alan parla del suo incontro riservato col presidente Jimmy Carter che gli rivela i veri motivi per cui gli israeliani hanno fatto fallire il suo tentativo di pace condiviso dai dirigenti sovietici, allora l’attenzione del pubblico diventa tesa e pronta a cogliere ogni parola. Questa è la storia vera, non quella raffazzonata dei giornali e delle riviste di grande tiratura.

 

Alla fine il pubblico è soddisfatto e acquista molte copie del libro di Hart e, inaspettatamente, anche il mio “Terrorismo impunito”. Poco dopo, a cena, si brinda a questo primo ceffone dato ai sionisti.

 

 

 

13 aprile. Siamo a Nuoro presso la Biblioteca “Satta”: ore 18,30. Prima di iniziare, gli attivisti e i palestinesi presenti in città, hanno già venduto 40 copie del libro. Un bel lavoro era già stato fatto da un caro amico, il medico palestinese Amjad. La sala della biblioteca è molto grande ma vi sono circa 50 persone. Nessuna traccia di sionisti né di minacce e sfracelli di antisemitismo. Come a Sassari, la presentazione segue un copione collaudato fine alla fine. Secondo successo e secondo smacco per i sionisti.

 

Andiamo a cena. Alan è sofferente e si tocca il basso ventre. Gli chiedo se ha male e annuisce. Informo Nabil e Amjad, entrambi medici. A tavola c’è anche una loro collega primaria. Si consultano e decidono di portare Alan al Pronto Soccorso. Cominciamo a mangiare preoccupati. Più tardi Amjad ci telefona per dirci che c’è una sospetta ernia strozzata. Forse bisogna intervenire chirurgicamente. Finiamo la cena e andiamo al Pronto Soccorso dell’ospedale che è nelle vicinanze. Per fortuna tutto si risolve bene e Alan riappare commosso per le cure che gli sono state riservate. È sorpreso per la pulizia dell’ambulatorio e per l’efficienza del servizio sanitario di Nuoro. Così veniamo a sapere che in Inghilterra, un tempo patria del migliore servizio sanitario del mondo, ora le cose sono molto cambiate: l’assistenza è ai minimi livelli.

 

 

 

14 aprile. Ripartiamo per Cagliari. Ore 18,30 presentazione a Iglesias. Siamo ospiti dell’ARCI. Una bella sede la sala piena. Prende la parola anche il vicesindaco del PD che pronuncia parole giuste e da tutti condivise. Molte domande dal pubblico notevolmente interessato. Terzo successo consecutivo. È sera e andiamo a cercare un ristorante nel centro della città. Iglesias, come Sassari, ha dei palazzi pregevoli. Gli amici dell’ARCI ci portano in una piazza e ci mostrano il palazzo vescovile e il palazzo del comune. “Qui – dicono – presenteremo il prossimo anno il secondo volume di Hart”. Alan osserva ammirato.

 

 

 

15 aprile. Quarta tappa del nostro giro: Monserrato, vicino Cagliari. Ero già stato qui per presentare il mio libro sul terrorismo israeliano. E i sionisti? Arrivano, arrivano!! Sul sito internet http://www.castedduonline.it/ compare il testo di una interrogazione del consigliere comunale Franco Magi rivolta al sindaco di Cagliari Mazzimo Zedda. Il titolo:

 

 

«Magi: “Zedda patrocina le manifestazioni antisemite: è inaccettabile”. La prima interrogazione nella storia della Città Metropolitana accende la polemica a Cagliari» – La presentazione del libro del giornalista inglese Alan Hart dal titolo “Sionismo, il vero nemico degli ebrei, che si terrà sabato alla Mem, fa scoppiare la polemica. E arriva anche la prima interrogazione al consiglio metropolitano. Franco Magi neo consigliere metropolitano non ci sta a quella che ritiene una manifestazione antisemita in un luogo pubblico e ha depositato oggi una interrogazione diretta al Sindaco metropolitano Massimo Zedda. Per Magi è inaccettabile che venga patrocinata dal comune di Cagliari una manifestazione, a detta sua, antisemita. Si legge nel documento che ha pubblicato pochi minuti fa su facebook: Tale presentazione, che prevede la presenza oltreché dell’autore inglese anche dell’italiano Diego Siragusa, si caratterizza incontrovertibilmente per antisemitismo e becero pacifismo radical chic. I due signori sono infatti molto conosciuti negli ambienti nostrani della sinistra radicale, in quanto il primo è uno dei campioni di complottismo anti-Israele, avendo persino affermato che la strage dell’11 settembre fu causata probabilmente dagli agenti del Mossad che avrebbero deviato la rotta degli aerei, il secondo è conosciuto come un simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra.»

 

Per Magi l’evento è un elevato concentrato di banalità, mistificazioni e bugie di tali premenzionate e ridicole affermazioni. E ricorda quanto recentemente fatto dalla CGIL a Sassari, e da Roma l’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani, le quali hanno ritirato la propria presenza allo stesso evento perché chiaramente antisemita. Si ritiene oltremodo indegno ed inopportuno che una pubblica amministrazione patrocini o offra ospitalità ad un “convegno” – continua – che invero rappresenta un ombrello di copertura sotto il quale si celano numerose organizzazioni radicali contrarie ai processi di pace – contro lo Stato laico e democratico di Israele, ritenuto di offrire un breve cenno sullo Stato di Israele, in quanto talvolta gli organi di stampa veicolano notizie artatamente deformate e prive di veridicità.” Per Magi Israele è l’unica democrazia di tutto il Medio-Oriente, all’interno del quale convivono liberamente tutte le religioni, le culture, gli orientamenti politici e sessuali.

 

 

 

Non sapevo di essere il “simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra”!! Come si può vedere, questo solerte consigliere ha fatto copia/incolla del precedente testo di Orrù (certamente redatto dagli ebrei sionisti) e lo ha dato ai giornali. Ripeto ad Alan, a Nabil e ad Alfredo che tutto questo è un buon segno: “Ci stanno facendo pubblicità gratis, insisto. A Roma, l’anno scorso è accaduta la stessa cosa: i sionisti, col rabbino capo in testa, hanno fatto una comica sceneggiata. Risultato? Tanta gente ha comprato il libro e la prima edizione si è esaurita”. Infatti, anche a Monserrato l’incontro si rivela soddisfacente. Quarta sconfitta per i sionisti.

 

Incontro il mio amico Fawzi Ismail che mi aveva organizzato, tre anni prima, il mio primo incontro in Sardegna per presentare il mio libro IL TERRORISMO IMPUNITO. Anch’egli è un medico molto attivo sulla scena culturale cagliaritana. Mi informa che domani, 16 aprile, l’ultimo incontro si svolgerà al MEM, Mediateca del Mediterraneo, un centro modernissimo dotato di sale per conferenze e attrezzature audiovisive e didattiche di prim’ordine.

 

 

16 aprile. Al mattino in albergo viene il giornalista Simone Spiga di Cagliaripad per intervistare Alan. Abbiamo ascoltato le dichiarazioni in un video dell’alfiere del sionismo cagliaritano, Franco Magi, e le abbiamo tradotte per Alan. Il giornalista gli chiede di commentarle e Alan, sicuro e perentorio, commenta: “Gli hanno fatto il lavaggio del cervello”. L’intervista prosegue su argomenti più seri.

 

Nel pomeriggio Alfredo deve ripartire per la sua città. Siamo stati molto bene insieme e questa esperienza è stata indimenticabile. Troviamo due interpreti al suo posto. Alle 17,30 siamo al MEM. Osservo il salone ampio, luminoso e conto le sedie: sono più di cento. Quante resteranno vuote? Chi verrà a sentirci? Nabil e Fawzi mi dicono di non preoccuparmi. “La gente verrà” – mi dicono. Hanno ragione: lentamente la sala si riempie completamente e c’è gente in piedi. Dobbiamo fare in fretta. L’aereo di Alan parte alle ore 21 e alle 19,30 dobbiamo terminare. Nabil fa una introduzione appassionata sul futuro dell’Autorità Nazionale Palestinese e sul suo ruolo e invita Alan per un altro convegno coi responsabili europei delle varie comunità palestinesi della diaspora. A me non resta che rammentare che coloro che si sono associati ai sionisti in quest’opera di censura preventiva senza aver letto il libro, dovranno rendere conto di questa condotta liberticida e contraria alla storia delle loro organizzazioni di appartenenza.

 

Alan comincia mostrando la foto di Golda Meir con una dedica per lui “Ad un caro amico, Alan Hart. Golda Meir”. Voi pensate che Golda Meir avrebbe avuto con me un’amicizia così intensa se io fossi un antisemita? Esordisce Alan. Il pubblico lo segue nella sua analisi e nel racconto di fatti privati e pubblici che nessun giornale ha mai riferito ma che dimostrano quanto distante sia dalla realtà la ricostruzione dozzinale di giornalisti improvvisati e privi di struttura morale.

 

Ore 19,30. Alan deve partire. Firma le copie dei libri ormai tutte vendute. Abbiamo contato circa 150 persone. E i sionisti? Continuano nella loro paranoia. Un altro attacco arriva da un certo Alessandro Matta dell’Associazione Memoriale Sardo della Shoah:

 

 

 

LETTERA AL SINDACO MASSIMO ZEDDA SULLA PRESENTAZIONE DI SABATO 16 APRILE 2016 :

 

Sindaco , Annulli la Concessione della Mem per la Manifestazione Antisemita di Sabato!

 

Dallo scorso 12 al 16 Aprile , la Sardegna sta ospitando a Sassari , Nuoro , Iglesias , Monserrato e Cagliari , una serie di conferenze di presentazione tenute da Diego Siragusa insieme al giornalista Alan Hart , in collaborazione con la Associazione Sardegna Palestina , in presentazione dal libro di quest’ultimo dal titolo : “Sionismo , il vero nemico degli ebrei” . Come si evince dal link qui sotto riportato :

 

http://diegosiragusa.blogspot.it/…/con-alan-hart-in-sardegn…

 

Siamo del tutto sconcertati da una simile presentazione . Siamo convinti che presentare un libro che ha come per titolo “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” , sarebbe pari a creare solo zizzania in un qualunque possibile dialogo o processo di pace tra Israeliani e Palestinesi. E’ come se noi della Associazione o una delle Altre Associazioni vicine ad Israele presenti qui a Cagliari, organizzassimo una conferenza dal titolo “Palestina , Lo stato che non esisterà mai” , o qualcosa del genere .

 

Inoltre , Diego Siragusa non è nuovo a posizioni Antisemite ed Antistoriche , dove si parla di Israele come di uno stato etnico e confessionale che sta praticando un Genocidio dei Palestinesi .

 

Siamo del parere, come Associazione Memoriale Sardo della Shoah , che parlare di un Genocidio dei Palestinesi mentre la Popolazione Palestinese in questi ultimi anni è addirittura raddoppiata , o presentare libri con titoli carichi di odio come questo di Hart fomenti solo odio Antisemita e carne al fuoco di organizzazioni Islamiste vicine al terrorismo Antisemita. Già a Sassari , la Cgil ha ritenuto opportuno ritirare il suo logo da una simile manifestazione non dando più la disponibilità degli spazi.

 

Le chiediamo, Sindaco Zedda , di fare Altrettanto su Cagliari , impedendo che la Mem-Mediateca del Mediterraneo , ospiti l’iniziativa prevista per Sabato Pomeriggio . Iniziativa per la quale tra l’altro , la responsabile della Mem ci ha scritto sostenendo l’assurda tesi secondo la quale a suo giudizio non si tratterebbe di una manifestazione Antisemita , con un argomentazione secondo la quale si dovrebbero a questo punto presentare i libri di tutti , compresi quelli magari dei terroristi Islamisti. La invitiamo , sindaco , a annullare la disponibilità della Mem per questa presentazione di un libro non certo amico della soluzione “due popoli e due stati”.

 

Alessandro Matta , Associazione Memoriale Sardo della Shoah

 

 

In tutta questa congerie di fesserie non c’è una sola parola sui massacri di palestinesi, sulla loro espulsione, sulla distruzione delle loro case, sul furto continuo di terra, sulla loro disumanizzazione, sui complotti, sulle violazioni del diritto internazionale e sulle minacce che i sionisti si permettono di rivolgere a chiunque non si assoggetti ai loro voleri totalitari e fanatici. Nulla di nulla. La cecità totale, crudele, disumana, irredimibile che tanti ebrei onesti, vicini alla causa di questo popolo oppresso, hanno sempre denunciato con vigore morale.

 

Cinque eventi, cinque vittorie contro questa setta di stolti che da un secolo insanguina il Medioriente. Alan mi abbraccia e parte. Ci aspettano altre battaglie. Sto lavorando alla traduzione del secondo volume e lo presenteremo a dicembre alla Fiera del Libro di Roma. A presto, Alan!

 

( Fonte: Civg.it)

Sorgente: 10-5-16_Viaggio-Alan-Hart

CACCIATO PER AVER CITATO IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO A GERUSALEMME.

L’ex sindaco di Londra cacciato dal Partito Laburista per aver detto una cosa che sta scritta nel Museo dell’Olocausto e Centro Documentazione Yad Vashem di Gerusalemme (e anche in quello di Washington, by the way…). Booooo!

Per chi non è aggiornato: Ken Livingstone, ex sindaco laburista di Londra, è stato appena cacciato dal Partito con la bolla infame di Antisemita per aver detto che i leader Sionisti ebrei emigrati in Palestina nei primi del ‘900, collaborarono poi attivamente con Hitler. 

Booo??!! E’ vero! Non capisco.

Sta scritto nero su bianco in “The Transfer Agreement and the Boycott Movement: A Jewish Dilemma on the Eve of the Holocaust”, di Yf’aat Weiss, Yad Vashem Studies Vol. XXVI, Jerusalem 1998, pp 129-172. E’ uno dei più autorevoli documenti sul tema del ventilato Accordo di Trasferimento (Pulizia Etnica) degli ebrei europei che sarebbe dovuto avvenire per opera dei Nazisti con l’entusiasta collaborazione dei Sionisti ebrei di Palestina, ed è parte, di nuovo, del Centro Documentazione dello Yad Vashem, mica meno.

Non capisco, ma che gli prende a Jeremy Corbyn, sto sedicente fesso austero sedicente finto socialista leader dei Laburisti inglesi? Ma studiano una pagina almeno una volta all’anno sti cagasotto? Ciò che ha affermato Livingstone lo affermano i massimi storici dell’Olocausto d’Israele. Booo!!!???

La documentazione sul piano di pulizia etnica dei Palestinesi da parte dei Sionisti a partire dal Primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897 è ormai talmente schiacciante che da Golda Meir a Moshe Dayan a Rabin, Begin, Shamir e oggi Netanyahu è stata da loro ampiamente ammessa senza tanti giri di parole. Il padre fondatore del Sionismo, Theodor Herzl, lo lasciò scritto prima del 1904: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…” (Herzl, Theodor, «The complete diaries» N.Y. Herzl Press, 1969 vol. I, p. 88.)

I Sionisti intenti a cacciare i Palestinesi dalla loro (dei Palestinesi) terra avevano tutto l’interesse che il maggior numero di ebrei europei possibile emigrasse in Palestina per scalzare la maggioranza araba. E il Nazismo con la sua espressa intenzione di liberarsi degli ebrei rappresentava per loro una ghiotta occasione. Bussarono, i Sionisti, al Terzo Reich e offrirono collaborazione alla pulizia etnica ebraica in Europa. Fine, è vero, sta scritto allo Yad Vashem. E ho personalmente filmato al Museo dell’Olocausto a Washington le citazioni dei vari leader occidentali cui Hitler voleva spedire in massa gli ebrei per sbarazzarsene. Nessuno li volle, e mi ricordo ancora la risposta australiana: “Non abbiamo un problema ebraico da noi, e non ne vogliamo uno adesso”. Carini eh? Ma oggi il povero Ken Livingstone dice la verità e lo cacciano.

La cosa grottesca è come noi occidentali quando si tratta dei Sionisti siamo disposti a strisciare bavosi e tremebondi persino superando loro! nella difesa dei loro crimini. Siamo i patetici ‘più realisti del Re’… come quel tizio che ho affrontato a Quinta Colonna e che urlava come un pazzo mentre contraddiceva le parole di un ministro israeliano che mi dava ragione. Lui, sto urlante, ne sapeva di più di un ministro d’Israele sui crimini contro la Palestina… I ‘più realisti del Re’.

Bè, che pena tutta sta roba, che tragedia dell’intelletto. Booo??!! Povero Ken.

Sorgente: Paolo Barnard – [Alcune considerazioni su…]

‘Zionist corruption of UK politics exposed’

The current witch-hunt for anti-Semites in the United Kingdom demonstrates just how corrupt the British political establishment has become under the influence of foreign interests and exposes the tactics of infiltration, extortion, and bribery used by the Zionist lobby,  a political analyst has said.

Barry Grossman, who is based on the Indonesian island of Bali, made the remarks in an interview with Press TV on Monday while commenting on Britain’s Labour Party Leader Jeremy Corbyn’s refusal to give in to calls from Israeli officials and British Jewish figures to denounce Islamic resistance movements Hamas and Hezbollah.

Corbyn has come under pressure from a number of Labour lawmakers, Israeli Ambassador to London Mark Regev and Jewish leaders in the UK to distance himself from Labour politicians’ recent remarks condemning Israeli crimes against Palestinians, as well as groups fighting against the Tel Aviv regime’s occupation of the Palestinian lands.

Pro-Israeli figures have accused the Labour Party leader of being soft on “anti-Semitism” in the party, which was forced to launch an inquiry into how to tackle the issue.

One Labour Party donor, Michael Foster, said that Jews have not given any money to the party since Corbyn took office because those around him “vilify” Jews and “shout down” people who attempt to defend Israel.

Israeli interference in Britain’s political process

“The ongoing machinations in the United Kingdom are fascinating, as anything but progressive Labour Party insiders relegated to the margins by Jeremy Corbyn’s rise to power, actually work with the Conservative Party and members of Israel’s Knesset to make unprecedented demands of the British Labour leader,” Grossman said.

“These machinations and the nothing less than outrageous interference in Britain’s political process not just by Israeli bagmen, but by Netanyahu himself and a virtual ‘who’s who’ of Israeli political elite, exposes the stand-over tactics long used by Zionists to strong-arm politicians around the world into uncritically embracing and promoting their agenda, no matter how obscene, unlawful and unjust it may be,” he added.

“If that is not already enough, the really quite absurd complaints made by the Labour Party’s shadow chancellor to the effect that ‘no-one of Jewish faith has given money to the central party since Mr. Corbyn took office because those around him vilify Jews and shout down people who attempt to defend Israel,’ also exposes the effectiveness of Israel’s preferred tactic of bribing foreign politicians in order influence their government’s foreign policy,” he stated.

Embarrassingly corrupt witch-hunt

“Watching this embarrassingly corrupt witch-hunt that, without coincidence, has unfolded just as the British prepare to go to the polls, demonstrates just how corrupt the sell-outs comprising the British old guard in politics on both sides of the contrived ideological divide have become,” Grossman said.

“On the Labour side, those who are openly opposed to their own leader and the party’s majority quite clearly prefer the money of foreign lobbyists, to embracing their own party leadership, even if that means occupying the opposition benches for the foreseeable future,” he stated.

“As for the laughable accusations of anti-Semitism being flung about, those orchestrating this with-hunt may well be salivating over the traction they are getting in Britain’s corrupt, pro-Zionist media;  but the British people – self-obsessed and apathetic about foreign affairs as they may often be –  are certainly not stupid,” he noted.

“It does not take any great degree of genius to understand that criticizing Israel’s excesses and war crimes or referring to the historical relationship which the Political Zionist leadership had with the Nazi Party is in no way anti-Semitic, no matter that the Zionist lobby has gone so far as to compel the publisher of Webster’s International Dictionary of the English Language to redefine anti-Semitism as including any support for the enemies of Israel or criticism of Israel itself. In any case, Webster’s is an American publication which promotes a regional variation of English which is hardly English at all,” the analyst pointed out.

“The tightly controlled British media’s enthusiasm to echo the  preposterous allegations being bandied about within the Labour Party and against members like Ken Livingstone, Naz Shah, George Galloway and Jeremy Corbyn who, in reality, have little in common, only exposes the extent to which the tightly controlled British media is also fully under the sway of foreigners and executives who have sold out to the Zionist lobby in the same way the bulk of Britain’s  once embarrassingly proud political establishment now dances to the tune of the all powerful Zionist lobby,” he said.

Hats off to Mr. Corbyn!

“Bearing in mind the violent Zionist occupation of Palestine and the related cultural genocide which have persisted now for more than 6 decades, claims expressed by Israeli politicians in the context of this witch-hunt that Hezbollah and Hamas are also anti-Semitic come across as being all the more absurd. Bearing in mind how the Zionist lobby has redefined the anti-Semitism to include any and all opposition to Zionist policy, it would be ludicrous for anyone to expect organizations representing Palestinian interests to be anything but opposed to their occupiers. If they want to call that anti-Semitism, then so be it,” Grossman said.

“All we can do is take our hats off and salute the courage of Mr. Corbyn to reject calls to demonize Hezbollah, Hamas and Palestinians even if the practical realities of the now fully corrupted British political process sometimes requires him to make compromises in order to retain power and advance his progressive agenda,” he said.

“It is indeed refreshing to at last see a senior Atlantic World politician refuse to be intimidated and stick to his well-developed and informed sense that Hezbollah, Hamas, and the Palestinian people – unlike their occupiers – are no enemy of the United Kingdom,  despite the unforgivable crimes committed by the British in selling out Palestinians to the Zionist terrorists starting immediately after WW1 right through until their unilateral declaration of independence made in direct violation of the international community’s efforts in 1948 to find a solution for Palestine that preserved the rights of both Palestinians and those European Jews who, in the aftermath of WW2, streamed illegally into Palestine often still wearing concentration camp uniforms on their arrival years after the Nazis were defeated and the camps liberated,” the commentator emphasized.

“Meanwhile, British citizens from all walks of life from the progressives, who  supporter Jeremy Corbyn in vast numbers, to the absurd hard right  comprising Britain First’s constituency would do well to ask themselves just when their nation’s political establishment became so pathetically obsequious in their pandering to foreign interests,” Grossman concluded.

Sorgente: PressTV-‘Zionist corruption of UK politics exposed’

‘Zionist-Nazi relation is historical fact’

American writer Ralph Schoenman says the historical relationship between Zionism and Nazism is well-documented.

An American writer and political activist says the historical relationship between Zionism and Nazism is well-documented and that those who accuse the British Labour Party of anti-Semitism are trying to prevent  party members from criticizing Zionism and its crimes against the Palestinian people.

Ralph Schoenman, former personal secretary of British philosopher Bertrand Russell, made the remarks in an interview with Press TV on Friday while commenting on former mayor of London Ken Livingstone’s recent remarks in which he linked Zionism to Nazism.

Britain’s opposition Labour Party suspended Livingstone on Thursday after he denounced Israel’s crimes against the Palestinian people and argued that Adolf Hitler was a supporter of Zionism.

“When Hitler won his election in 1932 his policy then was that Jews should be moved to Israel. He was supporting Zionism before he went mad and ended up killing six million Jews,” Livingstone said.

Schoenman said, “The issue of the relationship of Zionism to the Nazis and to the fate of the Jews, and the extermination plans, is well-documented.”

“It’s documented in my book; it’s documented in many of the studies about the nature of Zionism, and the history with respect to the subjugation of Palestinian people,” added the author of the Hidden History of Zionism.

“And it’s that which Livingstone and others in the British Labour Party have been pointing to, because they are defending those who oppose the Zionist state, and those who oppose the Zionist state include many prominent Jews themselves who have long been anti-Zionist, and this is who defend the Palestinian people. And that’s what this expulsion of Ken Livingstone attempted to prevent, and attempted to suppress,” he concluded.

Former mayor of London Ken Livingstone speaking on radio station LBC on Saturday.

In an interview with radio station LBC on Saturday, Livingstone refused to apologize to Jews for his comments linking Zionism to Nazism, saying “I can’t bring myself to deny the truth.”

He said he regretted bringing Hitler into the debate, but what he said was nothing but the truth. “I’m sorry that I said that because it’s wasted all this time; but I can’t bring myself to deny the truth, and I’m not going to do that. I’m sorry it’s caused disruption.”

“I never regret saying something that is true,” said Livingstone, who last week put forward a fiery defense of Naz Shah, a member of the British Parliament who recently resigned as an aide to the party’s shadow chancellor last week after being forced to apologize for backing calls for Israel to “relocate” to the United States.

Bradford MP Naz Shah

Both Livingstone and Shah have been accused of anti-Semitism by the mainstream British media for criticizing Israel’s policies against Palestinians.

Sorgente: PressTV-‘Zionist-Nazi relation is historical fact’

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Sionismo (ma non avete mai osato chiedere)

A proposito di bufale, tarallucci e vino… ovvero “una terra senza popolo per un popolo senza terra”

A 70 anni dall’occupazione della Palestina, progetto ordito a partire dagli ultimi anni del XIX secolo, qualcosa appare chiara e vera per quanto, razionalmente, possa sembrare incredibile

La narrazione sionista ha attraversato circa 120 anni fondamentalmente in maniera impunita nonostante molte risoluzioni ONU lasciate cadere nel vuoto. Solo negli ultimi decenni, ad opera anche di molti autori ebrei, si è iniziato a svelare l’occupazione, le centinaia di villaggi distrutti e quella che poi correttamente è stata definita la pulizia etnica in Palestina. Ma occorre ribadire che queste verità faticano a superare la cortina fumogena fatta di censura da parte della stragrande maggioranza dei media mondiali, tutti sotto il pugno di ferro della narrazione sionista (in Italia i tre maggiori quotidiani quali La Stampa, Repubblica e Corriere della Sera sono nelle mani di altrettante dirigenze sioniste). I maggiori partiti di destra come di “sinistra” sono anch’essi al servizio del sionismo (recentemente Renzi segretario del PD e Presidente del Consiglio ha vergognosamente dichiarato che le nostre radici ed il nostro futuro sono in Israele, oltre ad essersi attorniato di persone con cittadinanza italo-israeliana), inoltre vi è una parte che vive sotto il ricatto dell’antisemitismo, lo spauracchio infelice e idiota con cui spesso sparano addosso a chiunque denunci semplicemente i crimini contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni.

La narrazione sionista, con la complicità anche di agenti palestinesi, ha guidato in maniera lineare tutto il confronto tra sionisti e palestinesi, fino a convogliare dentro i binari della loro narrazione tutta la solidarietà verso la Palestina, anche quella parte più genuina, facendo credere che una soluzione fosse possibile attraverso le trattative, attraverso i vari contatti tra dirigenti sionisti e palestinesi, magari con la “mediazione” statunitense o europea.

E badate bene, nonostante i 120 anni trascorsi, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che nessun passo avanti sia stato fatto, quella narrazione è lungi dall’essere mandata al diavolo come dovrebbe, tutti continuano a seguirla come e peggio di una chimera (idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia: le sue speranze non sono che vane).

Posiamo i piedi per terra e vediamo di trovare una sola frase, in questi 120 anni, che possa far pensare al fatto che l’idea sionista preveda uno stato palestinese, piccolo, medio o grande che sia. Solo pochi mesi fa Netaniahu ha chiaramente ribadito che non permetterà la nascita di uno stato palestinese.

Andiamo a ritroso e vediamo se nel passato c’è qualche accenno allo stato per i palestinesi. Il terrorista Sharon poco prima di entrare in un salutare coma, a chi gli chiedeva quali fossero i confini di Israele rispondeva che se ne sarebbe parlato da lì a 50 anni, non prima.

Facciamo un salto ancora indietro e troviamo queste perle di disponibilità allo stato per i palestinesi:

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.

«Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono». Golda Meir, Primo ministro d’Israele, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.

«La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutta quanto. E per sempre». Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’ONU sulla divisione della Palestina.

«E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre». Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.

E ci si limita a riportare le dichiarazioni più “gentili”, dichiarazioni rilasciate da chiunque, ma dai massimi dirigenti sionisti di ieri e di oggi.

Davanti a queste terribili ma concrete e veritiere dichiarazioni, come si fa a non comprendere che loro NON permetteranno MAI uno stato palestinese? Lo dichiarano un giorno si e l’altro pure, che Israele è uno stato per soli ebrei. E quanto sta succedendo negli ultimi anni lo conferma decisamente in maniera chiara: “uno stato ebraico per soli ebrei”. Ed a questo dato non si oppone nessuno in Israele anzi, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi esseri umani o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo.

Loro sanno che non avrebbero potuto realizzare il loro progetto da un giorno all’altro, ma a quel giorno si sta arrivando e si arriverà se non si inizia a destrutturare la narrazione sionista e con essa mandare alle ortiche tutti i traditori all’interno della dirigenza palestinese, a partire dal golpista Abu Mazen e ogni altro leader che si oppone all’unità del popolo palestinese contro l’occupazione.

Che fare? Direbbe qualcuno che nel momento giusto seppe che fare.

Innanzitutto i palestinesi hanno bisogno di nuovi leader, di nuovi intellettuali (non è un caso che i sionisti hanno fatto una strage di intellettuali palestinesi così come di onesti dirigenti palestinesi, o anche di attivisti come Vittorio Arrigoni o Juliano Mer Khamis, lasciando illesi quelli che in qualche modo accettano di “trattare”). Occorre ricomporre un nuovo pensiero politico e di resistenza, che sappia costruire unità al fine di porre nuove analisi e strategie alternative che portino ad una nuova azione politica. L’attuale sistema politico palestinese non tiene conto in nessun modo del popolo, cerca di comprarlo dove può, offrendogli dei privilegi, miseri, ma che nella disperazione di nessuna prospettiva diventano allettanti. Provate a pensare ai ruoli che ricoprono i dirigenti palestinesi nell’attuale sistema politico: un leader cui è scaduto il mandato e nessuno pensa di sostituirlo. Questo modo di stare nella realtà palestinese coinvolge tutti, destra, centro, ma anche sinistra, purtroppo. Come detto serve una nuova classe dirigente che per prima cosa si liberi, senza se e senza ma, delle catene degli accordi di Oslo, ovvero rigettare quella schiavitù e oppressione che prosegue da decenni.

Rilanciare in maniera forte, costante e chiara il BDS contro l’occupante, chiamando a raccolta tutte le forze che dicono di sostenere i palestinesi. Quindi che d’ora in poi si utilizzino nuove e chiare parole d’ordine, chiamando le cose con il vero nome, l’occupazione è occupazione, e da che mondo e mondo all’occupazione si risponde con la RESISTENZA, ovviamente declinandola in molte forme di cui i palestinesi spesso si son mostrati maestri.

La solidarietà italiana cosa può fare per sostenere la giusta legittima lotta di liberazione palestinese?

  • Svelare e contrastare la narrazione sionista

  • Sostenere la Resistenza

  • Costruire solidarietà verso i prigionieri palestinesi

  • Sostenere ed ampliare il BDS

  • Costruire relazioni politiche con i palestinesi

  • Non collaborare con progetti che normalizzano l’occupazione

  • Rigettare il turismo “politico” (i palestinesi hanno le qualità per fare un lavoro di controinformazione, aiutiamoli nel recupero delle risorse).

  • Lottare contro i sionisti nel nostro paese

p.s. Che Israele non abbia intenzione di fermarsi agli attuali confini, anche se non segnati, lo dimostra, ad esempio, il fatto che è sempre attivo nel tentare di disgregare i paesi arabi vicini, come Siria e Libano. È di questi giorni la notizia, ovviamente censurata dai giornali italiani, che un nuovo progetto sionista è riemerso contro il Libano e la sua integrità territoriale. Come riportato da alcuni politici libanesi e pubblicato in questi giorni dal quotidiano di Beirut Assafir, Israele sta cercando di convincere la comunità internazionale della mancanza di una documentazione “certa” relativa al confine meridionale del Libano. Durante un’interpellanza in sede ONU un diplomatico israeliano ha dichiarato che “non esistono dei confini terresti riconosciuti tra Israele ed il Libano, visto che lo stato libanese non ha mai fornito una documentazione relativa alla sua linea di confine meridionale mai veramente marcata”.

Questo il modo di agire dei sionisti, incuranti di seguire una qualsiasi legge, loro si sentono fuori dalla legge, perché sanno che il loro progetto della Grande Israele non è solo umanamente schifoso, ma del tutto illegale.

Proponiamo in allegato un documento che riteniamo molto adeguato alla riflessione proposta, per ragione di spazio riportiamo alcune “immagini”, ma rimandiamo alla lettura integrale, attraverso il sito: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/ong-nella-valle-del-giordano

“L’assistenza scalza la lotta politica palestinese, normalizza la situazione di occupazione, e rinvia una soluzione permanente”. Le ONG internazionali stanno lavorando in maniera estensiva nei villaggi palestinesi, nei paesi e nelle città delle aree A* e B*, mentre i palestinesi dell’area C* (inclusa la maggior parte della Valle del Giordano) sono sistematicamente esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione, alla sanità e all’energia. […] queste ONG stanno lavorando entro le leggi militari imposte sulla Cisgiordania dalle forze di occupazione.

Mentre Oslo iniziò il processo di normalizzazione dell’occupazione, le maggiori ONG internazionali stanno continuando questo processo lavorando entro i confini imposti loro dallo Stato di Israele, e concentrando la maggior parte del loro lavoro nelle aree A e B.

Le ONG “stanno lavorando qui dall’invasione della potenza occupante, e niente è cambiato. Funzionalmente, loro alleggeriscono i governi dalle loro obbligazioni verso i propri popoli. Le ONG spesso non riconoscono gli Stati e le loro politiche economiche, come le maggiori cause di povertà e sofferenza.

Nel caso della Palestina, molte ONG non si concentrano necessariamente sulla critica dell’occupazione israeliana, ma piuttosto tendono ad allenare i palestinesi a muoversi e servire una nuova società civile post-Oslo, caratterizzata dalla partecipazione dei palestinesi al capitalismo del libero mercato.

Chiunque conduca ricerche sulle ONG e sulle donazioni in questa area, sarà costretto ad ammettere che le donazioni intese a giungere in quest’area risultano, negli ultimi 15 anni, milioni. Ma questi soldi vengono incanalati in progetti che, in maniera conveniente, evitano la questione dell’occupazione israeliana. Una ONG viene garantita di mezzo milione di euro dall’UE per prevenire l’estinzione dei gufi nella Valle del Giordano, mentre la gente non ha acqua potabile da bere.

Poiché queste organizzazioni ricevono finanziamenti da diverse fonti, loro devono proteggere i propri interessi monetari non valicando certi limiti e restando incollati allo status quo. Infatti, le organizzazioni che criticano le politiche di Israele rischiano di essere deprivate dei finanziamenti e penalizzate, e questa è una eventualità ben conosciuta. Come il caso di INCITE – Donne di Colore Contro la Violenza. Sul loro sito web, loro spiegano che iniziarono a ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford nel 2000. Poi, “in maniera del tutto inaspettata il 30 luglio 2004, la Fondazione Ford spedì un’altra lettera, spiegando che aveva rivalutato la propria decisione a causa del sostegno alla lotta di liberazione palestinese da parte dell’organizzazione. L’amministrazione militare israeliana non si assume più la responsabilità di garantire il benessere della gente dell’area C. Loro possono anche smettere di sorvegliare tali aree palestinesi, in quanto adesso ci sono le ONG che lo fanno per loro”.

Questo è evidente per il fatto che “loro hanno case fantastiche, salari spaziali e uffici enormi. Loro hanno altissimi costi di esercizio, finanziati dalle fondazioni – in teoria in nome del popolo palestinese. Le tasse che pagano ammontano al 22% dei loro budget e loro implementano il loro lavoro mediante ditte esterne – pagando alti salari agli ‘specialisti’ ed ai ‘consulenti’ internazionali”. Ciò che resta alla fine per la gente, è niente.

thanks to: Palestina Rossa

US Needs Israel to Extend Power in Middle East, and Is Willing to Pay Big

US Vice President Joe Biden arrived in Israel on Tuesday, after Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu canceled a visit to the White House scheduled for later in March. Professor Ghada Talhami told Sputnik’s Brian Becker that the relationship between Israel and the US is still defined by Washington lobbyists, and by America’s dominating outlook.

The US has long turned a blind eye to Israeli settlements on occupied Palestinian territories, and during Biden’s previous official visit to Israel, the Netanyahu government announced the construction of additional settlements. According to Talhami, one of the reasons why the US cannot take effective action against Israel, America’s biggest recipient of foreign aid, is the power of the Israeli lobby in Washington, DC.

“The work of the Israeli lobby has been unbelievable in the United States, to the extent that [Arabs in the US] call the United States Congress ‘Israeli occupied territory'” Talhami said. “This is quite a machine; it has been built over the years and…has managed to restrain the chief executive in our government.”

Considering that 2016 is an election year in the US, the Democratic party, represented by Biden and Obama, “cannot afford” an estranged relationship with Israel, Talhami said. This would appear to explain Biden’s visit to the Middle East country.

“Everybody had great hope for [Obama],” the professor stated. “People expected some kind of a different attitude towards at least the Israeli settlements, but he was doing exactly the same thing as his predecessors.”

The power of the Israeli lobby is not the only factor maintaining the strong historic alignment between Israel and the United States, the professor asserted. There is also America’s geostrategic outlook, in which the US needs Israel to extend its power in the Middle East, a resource-rich and geostrategically important part of the world.

That is, in part, why Israel receives $4 billion from the US annually, mostly in military armament. And now America plans to increase its aid by more than $40 billion over the next ten years.

“United States is not such a weak country that it can be led by the nose by the Israel lobby,” Talhami said. “Clearly there are people in the American government…probably the CIA and the military, who still see their interests combined with the interests of Israel, and actually they are happy with the relationship the way it is.”

As for the clashes between Israeli settlers, citizens and Palestinians, the professor blames corporate-owned media outlets for feeding the American public lies, as it continually presents the Palestinians as terrorists.

“There are few Israeli soldiers or civilians, settlers who actually get killed. Most of the people who get killed are Palestinian kids,” she said. “The Palestinians also have a right to defend themselves. [They] have rights under international law, and their rights under international law are they should not be occupied, their land should not be taken from them, they should not be abused at the checkpoints on a daily basis.”

According to the professor, the only hope now is that Obama “has the courage” to take some action in the final months of his presidency, for example, by withholding American economic aid from Israel, which the country spends to enlarge and secure settlements in illegally-seized territories.

thanks to: Sputniknews

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

“Gaza e l’industria israeliana della violenza”, il libro di Alfredo Tradardi, Diana Carminati e Enrico Bartolomei, edito da Derive Approdi, spiega approfonditamente le strategie e le menzogne della politica internazionale contemporanea (non solo israeliana) su quanto accade ai palestinesi: dal progetto originario di Theodor Herzl al disegno di frantumazione degli stati arabi mediorientali.

di Vera Pegna

La Palestina è avvolta, dilaniata, sconvolta dalle nebbie oscure delle strategie della menzogna della politica contemporanea, sempre più raffinate e scientifiche. P.142

Questa frase riassume i temi principali del libro: lo stato attuale della Palestina, le nebbie oscure che ci impediscono di capire cosa vi succede e perché, le strategie della menzogna messe in atto da Israele e dalla politica contemporanea; strategie sempre più raffinate e scientifiche perché oggetto di continuo studio e evoluzione da parte di centinaia (o forse più) cervelli di uomini e donne in vari paesi che dedicano la loro vita a perfezionare dei sistemi di dominio tali da configurare persino crimini contro l’umanità. Ma non solo, lavorano anche per meglio ingannare la gente, per meglio ingannarci. È la fabbrica del falso che lavora a ciclo continuo.

Nel caso specifico della Palestina, che cos’è che rende necessario per la politica contemporanea (quindi non solo per quella israeliana) l’uso della menzogna e che cosa si vuole coprire? L’efferatezza dei crimini commessi dai governi israeliani? Le violazioni del diritto internazionale? Certo anche questi ma ciò che rende prioritariamente indispensabile la menzogna è l’obiettivo ultimo, è il progetto sionista in quanto tale, un progetto “a vocazione genocidaria” come disse Tradardi: ovvero non uno stato ebraico in Palestina (del resto Israele è già riconosciuto come stato ebraico – lo leggiamo e lo sentiamo sui media ogni giorno -), ma una Palestina tutta ebraica, ebraica quanto l’Inghilterra è inglese, disse Theodor Herzl, il fondatore del progetto sionista. È vero che il libro ce lo fa capire, in un certo senso ce lo documenta pure, però vorrei rilevare che parlare delle strategie della menzogna e del sionismo (che come tutti gli ismi, essendo un’astrazione, si presta a interpretazioni diverse) non basta. Bisogna additare il progetto sionista, bollarlo con marchio d’infamia poiché, lungi dall’essere un’astrazione, è una road map precisa, enunciato esplicitamente e ripetutamente dai massimi leaders sionisti fino e anche dopo la proclamazione dello stato d’Israele e poi prudentemente messo in sordina perché inaccettabile – per lo meno pubblicamente anche dagli alleati più stretti di Israele: il fine del progetto sionista dunque non è uno stato ebraico in quanta parte della Palestina si riesce a conquistare, ma la terra d’Israele, la grande Israele, egemone dal Nilo all’Eufrate, con ciò che necessariamente ne consegue: guerre, pulizia etnica, violazioni dei diritti e del diritto internazionale e atrocità di ogni genere. Inoltre, il progetto sionista prevede la frammentazione degli stati vicini, indispensabile affinché Israele possa esercitare la propria egemonia sull’intera regione mediorientale. E infatti, già nell’introduzione viene citato un documento del 1982, intitolato ”Una strategia per Israele negli anni ottanta” del giornalista e stratega israeliano Oder Yinon’s che spiega con dovizia di particolari come dividere il Medio Oriente in tanti staterelli. Tale frammentazione, coincidente ormai con gli interessi geopolitici degli USA, e in una certa misura anche dell’Europa, è attualmente in corso di realizzazione in Irak, Siria e Libia.

Di questo ci parla il capitolo 10: Gaza e il piano di destabilizzazione e di frammentazione del Medio Oriente è da leggere con attenzione per l’analisi complessiva che viene fatta degli interessi, delle alleanze, dei progetti per il futuro del Medio Oriente (e ritroviamo punto per punto il piano Yinon’s). Uno degli aspetti più apprezzabili di questo libro è il grande respiro con cui gli autori presentano l’intero scacchiere mediorientale (e non solo, con riferimenti anche all’Ucraina, per esempio), i protagonisti, le logiche che vengono seguite e lo spregevole doppio gioco dell’Occidente che va fino alla sponsorizzazione del terrorismo. Ci ricordano quanto una guerra infinita rappresenti un successo per il complesso militare-industriale-securitario occidentale. Nel caso della guerra di lunga durata, prevedibile per frammentare gli stati mediorientali, ci fanno notare anche le conseguenze che spese militari di questa entità avranno sul bilancio dello stato con le inevitabili ricadute sociali (welfare) nei paesi coinvolti. Un elemento che spesso viene sottovalutato. Come sottovalutiamo o diamo un’accezione troppo limitata al concetto di complicità che invece qui viene sviscerato a fondo.

Spesso quando parliamo di complicità dell’Europa con le politiche aggressive dei governi israeliani dimentichiamo sia gli accordi commerciali (è di questi giorni la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania), sia le centinaia di collaborazioni sul piano culturale fra le università israeliane e quelle europee, non ultima quella di Torino; ma è anche complicità partecipare alle nebbie oscure di cui sopra, offuscando o negando la realtà di Gaza. Cito: Complicità nell’ignorare e nel non denunciare le violazioni e i crimini di guerra che Israele commette continuamente, e nell’offrire sostegno al diritto di Israele a difendersi mentre compie programmaticamente, come è stato dimostrato, genocidi. Programmaticamente, dunque in filigrana c’è sempre il progetto sionista.

Altri spunti di riflessione sull’indifferenza generale, di una opinione pubblica impassibile, Assuefazione alla violenza e alla sua spettacolarizzazione. Confusione organizzata ad arte con la complicità dei referenti politici. Il senso di impotenza per chi conserva ancora uno spirito critico nelle nostre società che sempre meno sono società di cittadini con diritti e sempre più società di individui che non contano più, dove ha vinto un senso comune neoliberista e, come scrive uno studioso canadese, l’interesse personale è l’unico principio dell’agire, il consumo l’unico obbligo per essere cittadini. E non si può non essere d’accordo con Edward Said che insiste sulla necessità di sviluppare la capacità critica e il senso di responsabilità personale. Ai quali, però, vorrei aggiungere l’intransigenza.

Il capitolo sulla violenza della menzogna e il doppio linguaggio usato da Israele (repressione=sicurezza, resistenza=terrorismo e Palestina=Israele) mi sembra uno dei capitoli più illuminanti perché collega le menzogne alle strategie messe in atto per realizzare il progetto sionista. Leggo: Per arrivare alla realtà storica è necessario rompere la gabbia mentale del linguaggio sionista egemone. Un esempio ce lo ha dato a varie riprese Giorgio Napolitano quando era presidente affermando che: l’antisionismo è una forma di antisemitismo. Ecco che torna in mente il concetto di complicità. Ma questa riflessione sull’uso acritico del linguaggio sionista ha una valenza generale.

Il libro ci ricorda il linguaggio adoperato da politici, giornalisti, ecc. ai talk show dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Un altro esempio di uso acritico o deliberato del linguaggio egemone riguarda il canale di Suez. Nasser non nazionalizzò il canale, il quale non smise mai di essere egiziano, ma la Compagnie du Canal de Suez composta essenzialmente da europei la quale faceva profitti mostruosi investiti direttamente all’estero; far credere che Nasser nazionalizzò il canale, il corso d’acqua, serviva ad alimentare i sospetti verso il nuovo regime degli ufficiali liberi che avevano cacciato re Faruk.

Ottima la scelta di riferire i metodi e le strategie usati dai governi israeliani ai miti fondanti dello stato d’Israele. Nel suo elenco, Ilan Pappe dedica il primo posto allo slogan Un popolo senza terra per una terra senza popolo. E a proposito di questo slogan, ci tengo a portarvi una mia testimonianza personale. Avevo 14 anni quando fu proclamato lo stato d’Israele e vivevamo ad Alessandria d’Egitto. Mio nonno mi spiegò che Theodor Herzl – l’ideatore del progetto sionista – era un miscredente come lui e che il popolo ebraico nel cui nome diceva di parlare non esisteva: si trattava di un sotterfugio inventato per potere accampare il diritto di creare uno Stato. Dopo lunghe ricerche era giunto alla conclusione che l’espressione ‘popolo ebraico’ si trovava soltanto nell’Antico Testamento e che nessuno l’aveva mai usata, se non in senso biblico, fino alla nascita del progetto sionista alla fine dell’800. L’inganno di Herzl stava dunque nell’avere contrabbandato un mito biblico per una realtà vivente. Per noi che vivevamo in Egitto, era chiaro che lo slogan fondante del sionismo: Un popolo senza terra per una terra senza popolo non era altro che una doppia impostura. Il popolo senza terra, gli ebrei, non erano un popolo in senso politico e la terra senza popolo, la Palestina, lo aveva sì un popolo, altrimenti chi produceva le arance di Giaffa e l’olio d’oliva di Nablus che il nonno ci portava al ritorno dei suoi viaggi di affari in Palestina? Nonostante la nebbia fitta che ha avvolto il termine di popolo ebraico sia stata squarciata da numerosi studiosi alla metà del secolo scorso, questo è uno dei miti più duri a morire, grazie alla diffusa complicità di cui gode Israele.

Il libro s’intitola Gaza e l’industria israeliana della violenza e 8 degli 11 capitoli sono infatti dedicati ad altrettanti aspetti della violenza la quale, assurta a sistema, colpisce le persone in primo luogo ma anche l’economia, il territorio, lo stesso processo di pace; una violenza che diventa genocida, viene esportata, si globalizza entrando in simbiosi con le peggiori forze di repressione presenti nei cinque continenti. E ciò ci fa capire meglio sia il militarismo totale che contraddistingue la società israeliana sia il senso imperituro del progetto sionista e quindi della frammentazione degli stati mediorientali in atto.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite su Gaza, riportato dall’Afp lo scorso 3 settembre, se le condizioni economiche e demografiche non cambieranno il territorio diventerà “inabitabile” entro cinque anni. Colpa di otto anni di embargo economico e di tre interventi militari di Israele negli ultimi sei anni, che non permettono ai palestinesi di rialzarsi. Eppure. Eppure, la storia ci insegna che i colonizzatori sottovalutano sempre il coraggio e la determinazione di cui sono capaci i colonizzati per conquistare la libertà. Infatti, i gazawi rimangono in piedi, resistono, consapevoli che sumud richiede intransigenza; intransigenza che per loro significa, cito: Liberazione è l’antitesi di Oslo, è l’antitesi della soluzione razzista dei due stati. Ogni alternativa rivoluzionaria offerta dalla resistenza sul terreno deve separarsi nettamente da ogni accordo precedente.

Intanto, come tutti i popoli oppressi i palestinesi e in particolare i gazawi si sono inventati le loro forme di resistenza. I loro tunnel mi ricordano quelli che scavavano i vietnamiti sotto le bombe americane negli anni 60. Allora stavo a Milano e la mia sezione del Pci cercava di far conoscere le parole d’ordine dei vietnamiti. Yankee go home e rivoluzione fino alla vittoria. Il Pci ci chiese di evitare di diffondere questa seconda parola d’ordine. Non è anche questa una forma di connivenza se non di complicità con l’aggressore?

thanks to: La Città Futura

 

Giornata della Memoria – La verità dietro i cancelli di Auschwitz

David Cole è uno storico revisionista ebreo, e in quanto tale più difficilmente attaccabile dalla critica e agevolato nello studiare l’olocausto senza il timore di essere bollato come antisemita.

 

 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber

HolocaustCartoon.jpg

(La vignetta tradotta:

1° commento: “Non penso siano ebrei”

2° commento: noi DOBBIAMO arrivare a 6.000.000, in OGNI caso)

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Dachau_gas-chamber-never-used-mai-usata.jpgAd esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco.

(nella foto la targa UFFICIALE posta dentro la ex “camera a gas” di Dachau)

Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec.

Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”.

Auschwitz_plaque_4mil.jpgA Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)(Sulla tale “confessione” si legga QUI l’analisi di Carlo Mattogno)

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore. (5)

Boris Polevoi- Russian Jewish writer Boris Polevoi-1945-elettroesecuzione-articolo-pravda.jpg(In foto, Boris Polevoi ,giornalista propagandista ebreobolscevico della Pravda che,il 2 Febbraio 1945 ,5 giorni dopo l’occupazione russa dell’ abbandonato lager di Auschwitz, inventò, in un articolo l’elettro esecuzione nel KL di Auschwitz, evidentemente DOPO aver ascoltato i SOPRAVVISSUTI lì rimasti, che EVIDENTEMENTE non sapevano di CAMERE a GAS e della carneficina di “4.000.000” di ebrei appena conclusasi ! )

Qui sotto quello che dovrebbe essere stato il sistema di sterminio nella fantasia giudeobolscevica

 auschwitz-elettroesecuzione-maggio-1945-pravda-pavlov-ebreo.jpg

 Il 2 febbraio1945 la Pravda pubblicò un articolo del suo corrispondente Boris Poljevoi intitolato «Il complesso della morte ad Auschwitz», nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue:

«Essi [i Tedeschi] spianarono la collina delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale, fecero saltare e distrussero le tracce del nastro trasportatore elettrico (eljektrokonvjeijera) dove erano stati uccisi centinaia di detenuti alla volta con la corrente elettrica (eljektriceskim tokom); i cadaveri venivano messi su un nastro trasportatore che si muoveva lentamente e scorreva fino a un forno a pozzo (sciachtnuju pje­), dove i cadaveri bruciavano completamente»(consulta la fonte coi riferimenti, cliccando QUI)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.

Testimonianze inattendibili

vrba_wetzler1.jpgGli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili.

Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) (Cliccando QUI si leggerà di 2 falsari olocaustici,ebrei,per eccellenza,foto sopra!)

Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto:

Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibiliNon è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)

Documenti tedeschi confiscati

Haavara_in_inglese.jpg(A sin un documento originale INCONTESTABILE: il PATTO di COLLABORAZIONE tra ebrei sionisti tedeschi e III° Reich sulla EMIGRAZIONE ebraica dalla Germania,firmato il 25 Agosto 1933!)

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva… La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.

Hitler e la “soluzione finale”

[Sul “problema” (per gli olosterminazionisti in S.P.E.) dell’ORDINE (mancante!) di sterminio di Adof Hitler, si legga il CAPITOLO V dello studio “Hilberg e le conoscenze della storiografia olocausticasul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici” di Carlo Mattogno, cliccando QUI]

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario.

Schlegelberger document marzo-aprile1942.JPGUn documento (foto, German Federal Archives (BA) file R.22/52) confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra:

Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto… Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)

Le SS di Himmler e i campi

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(Nella foto alcuni internati del lager di Campo di concentramento di Mittelbau-Dora ,addetti alla produzione di componenti per missili V2, CliccandoQUI maggiori informazioni su tale attività)

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che

“i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi.

Veniva inoltre ordinato:

I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo… I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili.

Infine, la direttiva sottolineava che il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo. (13)

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.

“Olocaustomania” a senso unico

holokauszt.holocash.jpgBenché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

holocaustianità-auschwitziana-delirio-pazzia-demenza-paranoia-ebraica-ebrei-juden-jews.jpgPer molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Elie Wiesel Holocaust -hoaxer.jpgIl noto scrittore ebreo Elie Wiesel (nel fotomontaggio) è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time:

Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virileper ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco. (18)

(Su tale wiesel elie ,sulle sue  storie si sedicente sopravvissuto, la demolizione sistematica di un VERO ex internato ,nello studio dedicato di Carlo Mattogno,cliccare QUI)

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato:

arbeit-macht-frei-palestinian-holocaust.jpgPer ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

(nella foto un esempio della scellerata e genocida attività criminale dell’entità sionista di Palestina che si VUOLE e DEVE  giustificare e coprire)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che

“invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge:

“Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche… L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”.

germany-pays.gifFinkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale

allo scopo di estorcere miliardi di dollari (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.

Conclusione

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.(“REATO” che si vuole perseguire anche in Italia ,cliccare QUI,da parte di tale pacifici riccardo,ebreo di Roma)(nella foto : pacifici riccardo)

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto.

Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 Note

1. Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: ‘No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, “Auschwitz Revisionism,” The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson, “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap”, in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, “Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler’s War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342…)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive ‘Six Million’” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1.

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber, The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

 N.B.Colore,foto,evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale
http://olo-truffa.myblog.it/adolf-hitler/

Il ventesimo anniversario del rapporto Leuchter

INTERVISTA CON FRED LEUCHTER

Di Richard A. Widmann

Forse il più importante di tutti gli studi revisionisti, Il Rapporto Leuchter: Un rapporto tecnico sulle presunte camere a gas di esecuzione di Auschwitz, Birkenau e Majdanek, in Polonia, celebra quest’anno il ventesimo anniversario della sua pubblicazione. Sebbene la maggior parte dei revisionisti conoscano bene la gestazione di questo lavoro pionieristico, è bene fare un breve riassunto.

Nel 1988 Ernst Zündel si trovò sotto processo per aver violato in Canada una legge contro la diffusione di “false notizie”. Il “crimine” di Zündel era quello di aver pubblicato un opuscolo che contestava la versione ortodossa dell’Olocausto, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?], di Richard Harwood. In seguito alla raccomandazione del professor Robert Faurisson, il team di legali di Zündel cercò un esperto delle camere a gas che potesse fornire una valutazione sulle presunte camere a gas in Polonia e riferire sulla loro capacità omicida.

Bill Armontrout, il direttore del penitenziario di stato del Missouri disse che Fred Leuchter era il solo esperto degli Stati Uniti nella progettazione, nel funzionamento e nella manutenzione delle camere a gas. Dal 1979 al 1988, Leuchter lavorò con la maggior parte degli stati americani che effettuavano esecuzioni capitali. Si specializzò nella progettazione e nella fabbricazione di attrezzature di esecuzione, inclusi sistemi di elettrocuzione, di iniezione di sostanze letali, di impiccagione, e di attrezzature per camere a gas. Leuchter era la scelta giusta: era infatti il solo esperto di camere a gas negli Stati Uniti, e credeva nel genocidio nazista degli ebrei.

A Leuchter venne chiesto dal team di Zündel di andare in Polonia e di intraprendere un’ispezione e un’analisi forense delle presunte camere a gas. Il 25 Febbraio del 1988, Leuchter si recò in Polonia per esaminare le presunte camere a gas di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Leuchter esaminò gli edifici descritti nella letteratura specializzata come camere a gas omicide. Condusse anche un’ispezione forense, per la quale vennero presi dei campioni di mattoni e di malta, che vennero portati negli Stati Uniti per essere sottoposti ad analisi chimica.

Il risultato delle scoperte di Leuchter venne sottoposto al Tribunale canadese. Leuchter scrisse nel suo rapporto che “il sottoscritto non ha trovato prove che nessuna delle strutture normalmente ritenute camere a gas omicide siano mai state utilizzate come tali e, inoltre, ritiene che a causa della progettazione e della costruzione di tali strutture, queste non possano essere state utilizzate come camere a gas omicide”.

Il giudice, Ron Thomas, decise che Leuchter era qualificato come esperto nella progettazione, costruzione, manutenzione e funzionamento della camere a gas. A Leuchter venne permesso di fornire il suo parere sul funzionamento e l’idoneità delle dette strutture ad operare come camere a gas omicide. Il suo Rapporto, però, non venne ammesso come prova. Sebbene il Rapporto non venne accettato dalla Corte, ebbe però un effetto sbalorditivo. A causa delle sue scoperte molte persone diventarono scettiche della versione comunemente accettata dell’Olocausto.

Forse l’impatto più importante del lavoro di Leuchter fu quello che ebbe sullo storico inglese David Irving. Poco dopo aver visto il Rapporto per la prima volta, Irving scrisse: “Mi sono state mostrate queste prove per la prima volta quando sono stato chiamato come perito al processo Zündel a Toronto nell’Aprile del 1988, i rapporti di laboratorio erano sconvolgenti”. Prosegue Irving: “Nessuna traccia significativa [di composti di cianuro] venne trovata negli edifici…definiti come le famigerate camere a gas del campo. Né, come l’autore spaventosamente ferrato del rapporto mette in chiaro, la progettazione e la costruzione di questi edifici rendevano fattibile il loro utilizzo come camere a gas omicide” (Leuchter Report: Focal Point Edition p.6).

Nonostante sia stato universalmente riconosciuto quale esperto nel campo delle attrezzature di esecuzione, Leuchter ora si ritrova sotto attacco per la sua testimonianza. Si può dire che è stata la forza del Rapporto Leuchter, l’analisi scientifica irrefutabile e la credibilità del suo autore a spingere coloro che difendono la versione ortodossa dell’Olocausto ad attaccarlo nel modo maligno con cui hanno agito. Vennero fatte minacce ai funzionari delle carceri che avevano scelto di lavorare con Leuchter. Venne calunniato sui giornali e in televisione. Vennero utilizzati cavilli legali per impedirgli di lavorare. Contro di lui venne impiegata anche la repressione giudiziaria.

Non c’è dubbio che Fred Leuchter ha pagato un prezzo estremamente alto per difendere la libertà di Ernst Zündel. Fred, tuttavia, è uno di quei rari soggetti che capiscono che quando è in pericolo la libertà di una persona, è in pericolo la libertà di tutti. Fred conosce anche l’importanza della verità storica. Il suo Rapporto non era motivato dall’interesse personale. Non era ispirato dall’inimicizia contro qualcuno e non era il frutto di un’agenda nascosta, nonostante quello che i suoi detrattori vorrebbero far credere. Allora, come adesso, Fred Leuchter è un vero personaggio. Germar Rudolf l’ha definito “un pioniere”. Io direi che è un eroe.

Il 30 Giugno di quest’anno, Fred Leuchter mi ha permesso di fargli la seguente intervista:

Widmann: Signor Leuchter, il suo lavoro, il “Rapporto Leuchter” ha vent’anni. In esso lei ha espresso la sua opinione di tecnico, basata su anni di esperienza come tecnico in attrezzature di esecuzione, che “le presunte camere a gas nei siti ispezionati non potevano essere, allora come adesso, utilizzate come camere a gas di esecuzione”. Lei è ancora di quest’opinione e, in caso affermativo, perché?

Leuchter: Quella era e rimane la mia opinione di tecnico. Il tempo ha solo cementato quell’opinione. Il laboratorio della Polizia di Stato polacca, Germar Rudolf, Walter Lüftl, e molti altri hanno proseguito le mie indagini e hanno confermato le mie scoperte. Se qualcuno contestava all’epoca le mie risultanze e la mia opinione, ora non può. Io certamente non lo faccio. Non presi le mie indagini alla leggera. Ho fatto lo stesso lavoro diverse altre volte negli Stati Uniti relativamente ad attrezzature di esecuzione difettose e a condanne a morte eseguite malamente. Prendo il mio lavoro e la mia reputazione molto seriamente. Le presunte camere a gas non furono né allora né mai della camere a gas di esecuzione.

Widmann: Lei ha pagato un prezzo molto alto per il suo coinvolgimento nel revisionismo dell’Olocausto. Se lei potesse rifare tutto daccapo, rifarebbe adesso quel suo viaggio, diventato famoso, nei campi di concentramento in Polonia?

Leuchter: Non mi piace quello che mi è accaduto! Non potrei in buona coscienza prendere le distanze da Zündel, non lo,potevo allora e neppure adesso. Aveva diritto alla migliore difesa possibile e quella difesa era imperniata su di me. Inoltre, credo che chiunque abbia diritto alla libertà di parola e di pensiero. Sì, lo farei di nuovo.

Widmann: Si tiene al corrente degli studi e delle opinioni dei revisionisti? In particolare, ha letto il rapporto di Germar Rudolf, che sostanzialmente conferma la maggior parte delle conclusioni del suo rapporto? In tal caso, qual è la sua opinione del lavoro di Rudolf?

Leuchter: Sì, mi tengo al corrente. E sì, ho letto il suo rapporto. Credo che il rapporto di Germar sia un lavoro eccellente. Germar è un chimico e come tale il suo approccio alla questione è differente dal mio. Quello che ci differenzia è secondario e deriva da questioni disciplinari. Sono onorato che Germar Rudolf sia d’accordo con il mio lavoro e che lo abbia confermato!

Widmann: Qual è la sua opinione sulla legislazione anti-revisionista di gran parte dell’Europa, che ha messo fuori legge i punti di vista alternativi sull’Olocausto?

Leuchter: Credo che questa legislazione sia esiziale per il libero pensiero e per la libertà di parola e quei paesi e quei politici che la sostengono dovrebbero vergognarsi. Gli elettori di quei paesi dovrebbero vergognarsi che una tale legislazione sia stata approvata e rafforzata in loro nome e dovrebbero rimuovere i politici che ne sono responsabili. Stanno creando un Gulag nei loro stessi paesi.

Widmann: Che consiglio darebbe per quei giovani che possono trovarsi a fronteggiare una forma tremenda di ostilità contro idee e ideali che essi sentono, e sanno, essere giusti? Dovrebbero prendere posizione anche alla luce di una forte ostilità?

Leuchter: Non sono sicuro che questa sia una domanda da fare a me, a Zündel, a Faurisson, a Germar o a chiunque altro che è stato preso dalla lotta, e che è stato punito così duramente per aver detto la verità. Tutti noi, diremmo, in modo inequivocabile, “Prendete posizione, e combattete”. Più duro è il combattimento, più tosti dobbiamo essere.

Widmann: Sicuramente la sua è stata una vita interessante e qualcuno direbbe anche sorprendente. Ha pensato di scrivere le sue memorie?

Leuchter: Forse. Veda se riesce a trovare qualcuno che faccia un’offerta!

 

http://www.codoh.com/author/portraits/port2leu.htmlhttp://www.nizkor.org/hweb/people/l/leuchter-fred/ihr-v12n4.html

hitbush.jpgPrescott Sheldon Bush (bisnonno di George W. Bush), Come i suoi discendenti, fu membro della Skull & Bones, società che gli permise di entrare in contatto con le famiglie Harriman e Walker, formatesi anch’esse all’universita di Yale. L’unione con Dorothy Walker, figlia del ricco industriale George Herbert Walker, era destinata anche a generare grandi affari tra il clan dei Bush e quello dei Walker (sempre sotto l’ala protettrice degli Harriman, Rotshilds e dei Rockefeller, famiglie di origine ebrea).

Il 20 ottobre 1942, dieci mesi dopo la dichiarazione di guerra al Giappone e alla Germania da parte degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt ordinò la confisca delle azioni della UBC in quanto accusata di finanziare Hitler e di avere ceduto quote azionarie a importanti gerarchi nazisti.

Prescott Bush era allora azionista e direttore dell’UBC. Una questione del massimo interesse, considerato che, dopo essere salito al potere nel 1933, Hitler aveva decretato l’abolizione del debito estero tedesco, contratto in larga parte in seguito al Trattato di Versailles.

Il 28 ottobre 1942, Roosevelt ordinò la confisca delle azioni di due compagnie statunitensi che contribuivano ad armare Hitler, la Holland American Trading Corporation e la Seamless Equipment Corporation, entrambe amministrate dalla banca di proprietà della famiglia Harriman, di cui era allora direttore Bush.Tanto per fare un esempio, per Hitler e Stalin sarebbe stato molto più complicato sostenere una guerra aperta se la banda Harriman-Bush-Walker non avesse allo stesso tempo armato Hitler fino ai denti e rifornito di carburante le truppe russe. Era dagli anni Venti che la famiglia Walker estraeva petrolio da Baku (Azerbaigian) per poi rivenderlo all’Armata Rossa.Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, e ancora durante il conflitto, una joint venture legava la Standard 0il, di proprietà della famiglia Rockefeller, alla I.G. Farben, un’imponente industria chimica tedesca. Molti degli stabilimenti comuni alla Standard Oil e alla I.G. Farben situati nelle immediate vicinanze dei campi di concentramento nazisti – tra cui Auschwitz, per esempio – sfruttavano il lavoro dei prigionieri per produrre un’ampia gamma di prodotti chimici, tra cui il Cyclon-B, gas letale molto diffuso nei lager per sterminare le stesse persone che erano costrette a produrlo.

E nonostante il bombardamento sistematico con cui rasero al suolo moltissime città tedesche durante la guerra, le truppe statunitensi agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire zone in prossimità di questi stabilimenti chimici. Nel 1945 la Germania era sotto un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti erano tutti intatti. Quando fu eletto vicepresidente nel 1980, George Bush senior incaricò un personaggio misterioso, tale William Farish III, di amministrare e gestire tutti i suoi beni. Il sodalizio tra i Bush e i Farish si colloca molto indietro nel tempo, addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: William Farish dirigeva negli Stati Uniti il cartello formato dalla Standard Oil of New Jersey (l’attuale Exxon) e la I.G. Farben di Hítler. Fu precisamente questo consorzio a determinare l’apertura del campo di concentramento di Auschwitz nel 1940 allo scopo di produrre gomma sintetica e nafta dal carbone. All’epoca, quando questa notizia cominciò a diffondersi agli organi di stampa, il Congresso statunitense apri un’inchiesta. Se si fosse davvero spinta fino alle ultime conseguenze, avrebbe irrimediabilmente compromesso il clan Rockefeller. Ma non avvenne nulla di tutto ciò: ci si limitò a silurare il direttore esecutivo della Standard Oil, William Farish I. In occasione di quel congresso, W. Averell Harriman si occupò personalmente di far arrivare a New York i maggiori ideologi del nazismo, prendendo accordi con la Hamburg-Amerika Line , di proprietà dei Walker e dei Bush. Tra quegli “scienziati” vi era anche il principale fautore delle teorie razziste durante il regime di Hitler, lo psichiatra Ernst Rüdin, che conduceva a Berlino studi sulle razze finanziati dalla famiglia Rockefeller.
La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale.
La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo.

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura.

Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti.«La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta.

Perchè famiglie Ebree finanziarono i loro maggiori persecutori? Perchè esiste una legge che impedisce di ricostruire i fatti storici in merito all’olocausto?

A voi la sentenza. Pace alle vittime di ogni guerra, contro ogni male e ed ogni ingiustizia.

 

Israele vuole cancellare la Costituzione italiana?

Il totale asservimento dei media italiani ai governi guerrafondai di Israele, proprio in questi giorni, ha trovato una nuova conferma: i direttori di alcuni fra i più autorevoli organi di stampa, come Repubblica, Rainews e Corriere della Sera, hanno subito pressioni (presumiamo da ambienti filoisraeliani molto influenti, perché solo questi hanno la forza di fare questo) per licenziare decine di giornalisti colpevoli – citiamo direttamente dal sito di Progetto Dreyfus licenziamenti di massa nelle redazioni  – “di aver riportato, in forme totalmente stravolte, gli attentati commessi dai terroristi palestinesi in Israele”.
L’articolo di cui sopra pubblicato sul sito di Progetto Dreyfus, megafono della Comunità ebraica romana – quella stessa che lo storico Diego Siragusa ha definito come la “sezione italiana dell’estrema destra israeliana” -, è un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, sia pure maldestramente camuffato dietro la richiesta di una più corretta informazione. Continuiamo a leggere l’articolo:‘’La disinformazione, al limite della propaganda, perpetrata da questi ultras dalla penna vicina ai terroristi palestinesi è finalmente terminata. Si è infatti interessato persino il presidente dell’ordine dei giornalisti che ha minacciato di ritirare diversi tesserini, di rispedire alcuni dei titolisti a corsi di formazione di giornalismo con particolare focus sull’etica ed escludere come estrema ratio dall’ordine alcuni degli autori più recidivi’’ 1.
Siamo di fronte ad affermazioni molto gravi e lesive dei principi che sono alle fondamenta della nostra Costituzione e in particolare di quell’articolo specifico che garantisce la piena libertà e il pluralismo dell’informazione.
In parole povere, secondo questi signori, chi fornisce un’ informazione non gradita al governo israeliano e al Likud dovrebbe essere allontanato o licenziato dai giornali per cui lavora e addirittura cacciato dall’ordine dei giornalisti. Si tratta di una minaccia ben precisa, un modo subdolo per rovinare la vita (non solo professionale) di decine se non centinaia di persone che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Tutto lascia dunque supporre che le redazioni di alcuni giornali verranno sfoltite a causa di licenziamenti politici, perché di questo si tratterebbe. Domanda: La “sinistra” italiana si mobiliterà in difesa di questi lavoratori forse prossimi al licenziamento (per ragioni politiche, è bene sottolinearlo) e per difendere il sacrosanto diritto alla libertà di stampa e di opinione così palesemente sotto attacco da parte dei gruppi di potere sionisti? Oppure tutto ciò passerà in sordina, dal momento che, da SEL fino al PCL, sembrano decisamente più impegnati ad occuparsi di “diritti civili, femminismo, liberalizzazione dei costumi e istanze lgbt” piuttosto che di conflitto sociale, lavoro e antimperialismo? Verranno licenziati, espulsi dall’Ordine dei Giornalisti o peggio ancora mediaticamente “linciati” dei giornalisti critici di Israele? Questioni secondarie. La “sinistra capitalista” ha ben altre urgenze e priorità….
Ma qual è l’agghiacciante tesi di Progetto Dreyfus, un sito che, fra le altre cose, trasuda islamofobia da tutti i pori (è sufficiente dargli un’occhiata per rendersene conto), sul conflitto in corso? Leggiamo: “L’unica cosa che contava per questi pseudo giornalisti era riportare il numero dei morti, alto da parte palestinese perché tanti, oltre 150, sono stati gli attentatori. Allo stesso tempo era basso, circa 25 in totale, il numero di persone barbaramente uccise con coltelli e macchine che hanno investito donne e bambini da parte israeliana”.
E chi sarebbero questi pericolosi attentatori, questi ‘’terroristi’’? Forse Afula di Asraa Abed, una donna indifesa, accerchiata dai militari israeliani, fino a che non le hanno sparato diverse pallottole. Per il giornalista di Haaretz, Gideon Levy, questo è “palesemente un assassinio. Quei poliziotti erano troppo codardi o assetati di vendetta e perciò meritano di essere processati, non encomiati” 2. Per un giornalista israeliano, certamente di Sinistra e democratico, quei soldati erano solo dei codardi che “meritano di essere processati”, mentre per i sionisti, quegli assassini sono degli ‘’eroi’’.
La Palestina è chiaramente sotto occupazione, definire ‘’terrorista’’ chi difende il proprio diritto alla libertà, all’indipendenza e a una dignitosa esistenza libera dalla dominazione neocoloniale, dovrebbe suscitare profonda indignazione. Un’ indignazione di massa che purtroppo tarda ad arrivare. E’ possibile restare in silenzio di fronte alle minacce e al terrorismo mediatico di Israele? E chi sarebbero poi i ‘’terroristi’’? Scrive ancora Levy: ‘’Ancor più macabra è l’esecuzione di Fadi Alon a Gerusalemme. Dopo che ha gettato a terra il coltello con cui aveva ferito un giovane ebreo, ha cercato di scappare dalla folla inferocita verso un poliziotto, che la gente incitava con parole volgari ad ucciderlo. Rispondendo alla richiesta della marmaglia, il poliziotto ha sparato a morte al ragazzo, senza motivo, e poi ha fatto rotolare il suo corpo in strada’’. Altri video dimostrano che una gran parte delle azioni dell’IDF (l’esercito israeliano) sono semplici atti di crudeltà, che hanno origine nel razzismo e nel particolarismo etnico e religioso ormai da tempo egemone in Israele.
Vogliamo parlare di Gaza ? Ashraf al-Qadra, membro del ministero della Salute palestinese, documenta che: ”L’occupazione persiste nell’utilizzo di armi non convenzionali contro i cittadini di Gaza, essa ne ha fatto uso in passato e continua tuttora”. 3 E continua: “Le tipologie delle ferite, curate negli ospedali della Striscia di Gaza in seguito agli attacchi israeliani, provano che l’occupazione ha usato armi incendiarie e non convenzionali, vietate a livello internazionale. Ciò si evince dai corpi delle vittime, che arrivano negli ospedali di Gaza con ustioni di grandi dimensioni e amputazioni in molte parti del corpo, oltre alle lacerazioni dei tessuti interni delle vittime. Tutto ciò dimostra che vi è un uso eccessivo della violenza contro i civili di Gaza, e che l’occupazione colpisce deliberatamente le aree popolate per aumentare il numero delle vittime tra i civili”. Il risultato è questo: oltre 43.000 persone, oggi a Gaza, vivono in condizioni di disabilità 4. E’ inutile girarci attorno: solo una persona in malafede può mettere sullo stesso piano un sasso lanciato da un ragazzo palestinese (o anche una coltellata sferrata con rabbia e disperazione), con i bombardamenti al fosforo e le bombe dirompenti dei cacciabombardieri israeliani.

Quello israeliano è un chiaro progetto di pulizia etnica, una sorta di lento e silenzioso genocidio portato avanti anche grazie all’impunità di cui gode Israele che, oltre a rappresentare una costante minaccia per i popoli arabi e/o mussulmani, sta mettendo in campo una strategia per attentare, come abbiamo appena visto, alle più elementari libertà democratiche – fra cui la libertà di stampa ed di informazione – in Europa.
Solo poche settimane fa la presentazione a Roma del libro di Alan Hart, “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei“, è stata boicottata, come spiega nel suo blog lo storico Diego Siragusa l’Anpi siamo anche noi , traduttore e autore della prefazione, al punto tale che anche l’ANPI provinciale di Roma ha deciso di annullare l’evento. E’ lecito pensare a pressioni”, spiega Siragusa nel suo articolo, e non possiamo che condividere la sua ipotesi.
Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria violazione del diritto che si traduce nel tentativo (ma è molto di più di un semplice tentativo) di mettere il bavaglio alla libera informazione, di zittire con le minacce i giornalisti non allineati al pensiero unico e ovviamente di orientare e condizionare la politica estera del paese (come se non fosse già del tutto prona agli interessi degli USA e di Israele). Tutto ciò dimostra peraltro, qualora ce ne fosse bisogno, quale sia il tasso di autonomia politica di questo paese .
E ancora: a chi giova l’iranofobia fomentata dai media filoisraeliani? La domanda è complessa e per questo, escludendo di rivolgerla (perché sarebbe del tutto inutile) ad un qualsiasi “funzionario mediatico” di regime, la giriamo alla giornalista Tiziana Ciavardini, colta ed esperta conoscitrice della Repubblica Islamica dell’Iran:
Dall’Islamofobia crescente in Occidente intensificatasi dopo i recenti attacchi terroristici in Francia e nei paesi mediorientali il senso di paura patologica nei confronti dell’IRAN fortunatamente sta in parte sta cambiando. La mia esperienza ultra decennale nella Repubblica Islamica dell’Iran mi ha portato ad avere una visione della cultura e della società contemporanea prettamente in contrasto con quelle che sono le notizie spesso capziose e confuse che i mass media ormai da anni stanno cercando di divulgare. Mi rivolgo in particolare a quella ‘paura dell’IRAN’ quella ‘IRANOFOBIA’ che vedeva nell’IRAN il male assoluto. Negli ultimi decenni l’Iran é stato piú volte presentato come un paese insicuro e da evitare caratterizzato da problemi politici interni che le cronache hanno inevitabilmente evidenziato creando un latente pregiudizio ancora oggi difficile da superare. Con l’elezione del Presidente Hassan Rohani l’Iran sta vivendo peró, un cauto cambiamento. Nello scenario mediorientale oggi questo Paese rappresenta l’unico Stato con una elevata stabilità politica ed istituzionale e rappresenta l’unica superpotenza regionale con una propria specifica identità. Purtroppo in Occidente siamo ancora ancorati al nostro etnocentrismo, convinti che la nostra civiltà occidentale si sia sparsa e imposta in tutto il mondo grazie alla superiorità morale del sistema democratico-parlamentare su altri sistemi politici. In realtá il sistema politico iraniano é troppo complesso e difficilmente comprensibile da un punto di vista occidentale e lo sbaglio maggiore é quello di voler attribuire regole e decisioni ad una sola persona quando non é esattamente cosí. L’Iran sta aprendo le proprie porte a nuove sorprendenti dinamiche un motivo in piú per intensificare il dialogo

La lobby sionista: vietato parlarne?

Ma c’è anche un’altra domanda a cui siamo chiamati a rispondere: esiste la lobby israeliana (sionista), cioè un centro (o vari centri) di potere impegnato(i) a difendere lo Stato di Israele e la sua politica di sostanziale e anche formale apartheid nei confronti del popolo palestinese? La risposta è semplice: sì, esiste. Cerchiamo di inquadrare il problema ripercorrendo le opinioni di importanti studiosi appartenenti alla Sinistra antimperialista italiana. Anche perché, molto spesso la sinistra confonde il “sionismo” con l’ “ebraismo”,eppure i rabbini Neturei Karta sono contrari allo Stato ebraico. . La destra, oggigiorno, è filosionista: condivide con questo sia l’imperialismo economico e politico che la sua funzione “messianica”.
Secondo lo storico marxista Mauro Manno “Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denuncino la pericolosità’ 5. Il Partito Radicale (Pannella e Bonino in testa … ) così come il quotidiano La Repubblica (solo per citarne alcuni perchè l’elenco sarebbe infinitamente più lungo) sono apertamente schierati dalla parte di Israele.
Per il filosofo “post-marxista”, Costanzo Preve, nessuna persona intellettualmente onesta potrebbe negare l’esistenza della lobby filoisraeliana, “però anche solo fare un riferimento a questa realtà incontrovertibile, è immediatamente assimilato all’antisemitismo, identificato nel simbolismo comune mediatico manipolato con l’approvazione, esplicita o implicita, ai crimini sterministici di Hitler. Il tradimento degli intellettuali consiste nel non denunciare questo fatto…” 6.
Quindi, come mettere al riparo l’informazione e la libertà di stampa da questa progressiva involuzione antidemocratica? In regime capitalistico chi possiede i mezzi di produzione controlla e possiede anche i mezzi di informazione: egemonia di classe e costruzione del consenso camminano di pari passo. Israele è un paese imperialista (al vertice della catena di comando insieme a Usa e Gran Bretagna ), mentre l’Italia è un paese sub-imperialistico a sovranità limitata. I rapporti di forza fra questi stati rendono proni i governanti e i giornalisti italiani alle classi dirigenti americane e israeliane.
Lo storico Diego Siragusa ci ha spiegato molto bene come “Decisiva è, quindi, la tecnica dell’inganno. Il motto del MOSSAD, il famigerato servizio segreto israeliano, è questo “PER MEZZO DELL’INGANNO FAREMO LA GUERRA”. In modo esplicito gli israeliani confessano il loro metodo fondamentale col quale hanno costruito il loro stato e la loro potenza: la disinformazione sistematica come la quintessenza del loro progetto sionista. Possedere il controllo dell’informazione planetaria è la condizione necessaria per il successo dell’inganno” 7.Fino a quando tale inganno avrà successo? Da più di sessant’anni a questa parte a fare le spese degli appetiti di questa potenza imperialista cinica, arrogante e aggressiva sono i popoli dell’area mediorientale e in particolare quello palestinese.
La battaglia per ristabilire una verità storica e oggettiva su Israele, sui suoi crimini e sulla natura imperialista del sionismo, deve diventare quindi una priorità per chiunque sia animato da uno spirito democratico e da onestà intellettuale.

1)http://www.progettodreyfus.com/stop-alla-disinformazione-licenziamenti-di-massa-nelle-redazioni-dei-quotidiani-online/

2)http://www.bocchescucite.org/la-pena-di-morte-illegale-e-senza-processo-di-israele-e-accolta-dagli-applausi-delle-masse/

3)http://www.infopal.it/fonte-ufficiale-palestinese-israele-ha-trasformato-gaza-in-un-campo-di-sperimentazione-per-armi-vietate-a-livello-globale/

4)http://www.infopal.it/piu-di-43-600-disabili-a-gaza/

5)http://palestinanews.blogspot.it/2009/02/in-ricordo-di-mauro-manno-esiste-la.html

6)http://www.comunismoecomunita.org/?p=4115

7)http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=308%3Ala-disinformazione-e-la-formazione-del-consenso-attraverso-i-media&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=101

thanks to: l’interferenza

US NGOs sued over $280bn tax-deductible aid sent to Israel

A lawsuit has reportedly been filed against the US Treasury Department, alleging that some 150 NGOs sent as much as $280 billion worth of tax-deductible donations to Israel in the past 20 years.

Sorgente: US NGOs sued over $280bn tax-deductible aid sent to Israel – report — RT USA

I SIONISTI SONO RAZZISTI E I VERI NEGAZIONISTI

I sionisti riscrivono la storia a loro uso e consumo. Questo lo si sapeva già, ma anche nella guerra della propaganda i sionisti si rivelano come veri nemici dei semiti, arabi o ebrei che siano. Sempre più simili alle escrescenze nazistoidi che si diffondono nel centro imperialista, soprattutto europeo, indugiano sul cosiddetto “negazionismo” antisemita.

Proprio nello stesso giorno in cui la Procura francese ha chiesto il proscioglimento per Marine Le Pen riguardo alle dichiarazioni fatte durante un comizio, dove aveva paragonato le preghiere musulmane nelle strade, all’occupazione nazista della Francia durante la II° Guerra Mondiale, il primo ministro di Israele ha scagionato Hitler dalle sue responsabilità di sterminio delle comunità ebraiche europee. Addossandole ai palestinesi, nella figura del gran Muftì di Gerusalemme.

Adolf Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei, voleva solo espellerli, ma fu convinto dal gran muftì Haj Amin al-Husseini” ha affermato Nethanyau, aggiungendo che “Hitler non voleva sterminare gli ebrei, solo espellerli”. Ma in un incontro avvenuto nel 1941 a Berlino, il muftì disse al leader nazista: “Se tu li espelli, verranno tutti qui (in Palestina)”. Allora, secondo Netanyahu, Hitler gli chiese: “Cosa dovrei fare con loro?”. E la risposta del muftì sarebbe stata: “Bruciali”. Tutti i maggiori mass media hanno riportato tali farneticazioni, ma nessuna figura istituzionale le ha stigmatizzate; a dimostrazione del livello di integrazione di un sistema politico borghese, ormai sionistizzato.

Con la “Intifada dei coltelli” che sta montando in tutta la Palestina, sbarazzandosi, nel fuoco della lotta, delle differenze localiste, faziose, religiose e di genere, che per troppo tempo hanno mantenuto frammentato e impotente il fronte della Resistenza contro l’Occupazione e il colonialismo; nell’Entità sionista, occupanti e colonizzatori stanno perdendo quel poco di lume rimastogli.

Presi dal panico provocatogli dalla rivolta palestinese, questi (sionisti) non esitano a linciare brutalmente persone inermi e indifese, non “ariane” come il loro razzismo viscerale gli suggerisce e come accaduto, appena due giorni fa, all’eritreo Haftom Zarhum (29 anni), colpevole di avere il colore di pelle “sbagliata”, quindi prima abbattuto con un colpo di fucile dai militari israeliani, poi da questi lasciato ferito nelle mani di una folla delirante, che lo ha fatto letteralmente a pezzi.

Non sorprende, quindi, che la sedicente “unica democrazia mediorientale”, si spinga, disperata, verso la riscrittura della Storia, tentando di falsificarla contro la sua stessa “natura” e titillando i suoi compari europei, provando a prendere i classici due piccioni con una fava: deresponsabilizzare i carnefici di ieri (nazisti), criminalizzare le vittime di oggi (palestinesi).

In questo quadro infame, ancora “sorprendente” risulta l’ostinazione dei collaborazionisti dell’ANP che, in piena rivolta popolare, invece di troncare le famigerate collaborazioni di sicurezza con l’Occupazione, si ostinano a mantenerle contro l’Intifada, per paura di essere spazzati via anch’essi dall’emergere di una nuova generazione di partigiani palestinesi.

Limitandosi a balbettare, tramite l’esponente dell’ANP Saeb Erekat, che queste affermazioni “hanno l’effetto di approfondire le divisioni in un momento in cui una pace giusta e durature è più necessaria che mai…”.

Una ignavia e una sudditanza all’Occupazione che grida vendetta per le vittime ebraiche di ieri e quelle palestinesi di oggi, così come la grida contro i carnefici nazisti di ieri e quelli sionisti attuali.

CONTRO IL NAZI-SIONISMO E IL COLLABORAZIONISMO!
AL FIANCO DELL’INTIFADA PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA!

thanks to: Fronte Palestina

L’invenzione sionista della minaccia iraniana – intervista con il Prof. Yakov Rabkin

Buonasera dalla redazione italiana di ProMosaik e.V.,

In queste settimane, all’indomani dello storico accordo di Vienna, raggiunto finalmente in data 14 luglio 2015 dopo un impegno durato 12 anni, abbiamo già parlato diverse volte dell’Iran e di Israele. L’unico stato che si oppone a questo accordo è Israele che parla della minaccia iraniana per lo Stato sionista.

Abbiamo parlato con il Prof. Yakov Rabkin dell’università di Montreal di questa invenzione e di questa cultura della paura su cui si basa il sionismo. Vorrei ringraziare il Prof. Rabkin per la sua disponibilità.  


Abbiamo già pubblicato il suo grandioso articolo sull’Iran e Netanyahu prima della conclusione dell’accordo di Vienna (vedi
http://promosaik.blogspot.com.tr/2015/03/netanyahu-and-iran-must-read-by-prof.html), in occasione del discorso di Netanyahu rivolto al Congresso statunitense sulla cosiddetta “minaccia iraniana”.

Grazie della vostra attenzione e buona lettura!

Potete mandarci i vostri commenti e i vostri suggerimenti a
info@promosaik.com

Cordiali saluti


Dr. phil. Milena Rampoldi

ProMosaik e.V.


Dr. phil. Milena Rampoldi:
In che modo Israele ha inventato la minaccia iraniana e con quali mezzi cerca di mantenerla?
Prof. Yakov Rabkin:
In un mio articolo precedente ho trattato della storia di questa invenzione (http://www.acjna.org/acjna/articles_detail.aspx?id=575 ). Israele ha usato i suoi alleati ed agenti per trasformare la questione iraniana in un problema internazionale. In questo modo il regime israeliano è riuscito a distrarre il mondo dalla questione palestinese per poter continuare a violare con impunità i diritti dei palestinesi. Un altro aspetto non meno importante: questa invenzione ha offerto alla società israeliana una “nuova minaccia esistenziale”. Apparentemente l’inesistente bomba atomica iraniana ora è stata rimpiazzata da un’altra “minaccia esistenziale”, quella del movimento BDS, una campagna internazionale pacifica volta all’applicazione del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni economiche per costringere Israele a cambiare la sua politica nei confronti dei palestinesi. Alcuni israeliani sono dell’idea che la loro società imploderebbe senza queste minacce esistenziali. Infatti la paura è la forza di coesione sociale.  
Dr. phil. Milena Rampoldi:
Come possiamo oggi, rifiutando l’ideologia sionista, promuovere l’amicizia tra il popolo ebraico e quelli musulmani in generale e quello iraniano in particolare?

Prof. Yakov Rabkin:
È fondamentale sottolineare che il sionismo rappresenta una rottura con e una ribellione nei confronti del giudaismo. Molti ebrei si opposero ad esso quando fu fondato alla fine dell’Ottocento. Si devono abbandonare tutte le teorie cospiratorie antisemite e capire che gli ebrei sparsi per il mondo, indipendentemente dal fatto se sostengono Israele o meno, non esercitano alcuna influenza sulla politica israeliana. Non vanno ritenuti responsabili di quello che Israele rappresenta e di come agisce. Allora si percepisce che l’ebraismo e l’islam sono le religioni più simili tra loro e che gli ebrei vivevano molto meglio nei regimi islamici che non in quelli cristiani e che numerose opere dell’ebraismo furono redatte in lingua araba. Inoltre, gli ebrei, grazie alla loro esperienza dell’antisemitismo nei paesi cristiani, possono anche aiutare tantissimo i musulmani nell’affrontare la crescente islamofobia.  


Dr. phil. Milena Rampoldi:
Che cosa vorresti dire al Presidente del Consiglio degli ebrei in Germania, il Dr. Schuster, il quale afferma che l’accordo con l’Iran rappresenterebbe una minaccia per Israele e per la stabilità dell’intero Medio Oriente?

Prof. Yakov Rabkin: 

I sostenitori di Israele in tutto il mondo non fanno che dire quello che viene ordinato loro dai loro padroni. Con tutto il rispetto per i funzionari delle organizzazioni ebraiche in Germania: esse non possono essere informate meglio dei loro governi che hanno firmato l’accordo di Vienna. Questo sostegno a favore di Israele non è affatto innocente. Di recente è emerso (http://972mag.com/for-the-first-time-in-history-jews-can-take-part-in-war-from-home/109087/) che le organizzazioni ebraiche erano state usate di nascosto dall’esercito israeliano per diffondere il suo messaggio durante la guerra di Gaza del 2014. Ovviamente dei funzionari ebrei pronti ad agire in questo modo espongono tutti i membri della loro comunità a rappresaglie anche violente. E questo è particolarmente grave, visto che gran parte degli ebrei, almeno negli Stati Uniti, si dichiara a favore dell’accordo di Vienna con l’Iran. Inoltre gli ebrei americani lo sostengono di più degli americani medi (http://www.jpost.com/Diaspora/US-Jews-much-likelier-to-back-Iran-deal-than-non-Jews-poll-410094). Questo fatto mostra il crescente alienamento degli ebrei americani nei confronti di Israele, cosa che non fa che corroborare la tesi espressa nella mia domanda precedente. Dunque ci si deve chiedere: Chi rappresentano esattamente questi funzionari delle organizzazioni ebraiche? Gli ebrei nei loro paesi o lo stato di Israele?

Dr. phil. Milena Rampoldi:
Quanto ci metterà la gente a capire che Netanyahu ha torto? Come possiamo spiegare loro questo fatto per farli cambiare idea?

Prof. Yakov Rabkin:
Netanyahu fa affidamento sul supporto di uno dei grandi sponsor del Partito Repubblicano. Dunque probabilmente la credibilità del primo ministro rimarrà invariata in quei circoli e media. Comunque, altrove, sembra essere molto più debole. Ma la questione non riguarda la sua personalità. La maggioranza politica israeliana sostiene Netanyahu nella sua opposizione all’accordo di Vienna.
Fa parte di un inesorabile spostamento del pubblico israeliano verso destra (http://972mag.com/for-the-first-time-in-history-jews-can-take-part-in-war-from-home/109087/) che causa il progressivo isolamento di Israele nel mondo, incluso l’isolamento dagli ebrei nei paesi più importanti.  
Il Prof. Yakov Myronovytsch Rabkin (nato a San Pietroburgo nel 1945) è professore di storia all’Università di Montréal (in Québec). I suoi ambiti di specializzazione sono la storia sovietica e la storia della scienza e la storia ebraica contemporanea. È autore dell’opera A Threat from Within: A Century of Jewish Opposition to Zionism (Nel nome della Torah – L’opposizione ebraica al sionismo), tradotta in 12 lingue e di Comprendre l’État d’Israël (Comprendere lo stato di Israele). Il suo nuovo libro intitolato What is Modern Israel?, verrà pubblicato nel maggio del 2016 da Pluto Press a Londra.

thanks to: ProMosaik e.V.

Israele perde anche la faccia

Notte fonda per il Sionismo

Israele risulta la grande perdente dei negoziati sul nucleare iraniano e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate.

Le manifestazioni di gioia incontenibile del popolo iraniano nelle piazze di Teheran saranno ricordate a lungo. Rappresentano la vittoria del buon senso, della diplomazia e, per una volta, della giustizia sull’oscurantismo e la bieca propaganda del terrore. L’Iran vive un momento catartico, un pesante debito con la giustizia viene pagato e si infligge un colpo durissimo alle ambizioni dei Neocon americani di lanciare la guerra definitiva, finale aggredendo la nazione persiana.

Soprattutto, il corso storico che ha portato all’annullamento delle insensate sanzioni all’Iran rappresenta un punto di svolta storico e un punto di partenza per una nuova visione dello scenario mediorientale. In questi giorni si sta aprendo finalmente la stagione propizia per rompere definitivamente l’abbraccio mortale tra Occidente (USA in primis, dunque il carrozzone delle nazioni europee ad essi legati) e Israele, già fortemente allentatosi negli ultimi mesi. La nazione sionista risulta la grande perdente dei negoziati e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate. Accusare di terrorismo internazionale un Iran attivo più di ogni altro attore nella lotta all’ISIS, a cui invece Tel Aviv fa numerosi favori con i raid aerei illegali contro Assad e Hezbollah, è qualcosa di insostenibile.

A un anno dai massacri di Gaza, il popolo israeliano si rivela sempre più intollerante; per il suo governo il mondo si è fermato a George W. Bush, alle sue genuflessioni nei confronti del potere sionista, ai giorni in cui l’IDF era lasciata libera di irrorare col fosforo bianco gli orfanatrofi e i quartieri residenziali di Gaza o Beirut senza grandi risposte da parte della comunità internazionale. Era un altro mondo, gli USA erano profondamente impegnati in Medio Oriente, cingevano d’assedio Teheran attraverso le operazioni in Iraq e Afghanistan e le dure sanzioni ora giustamente abolite.

Per il sionismo è attualmente notte fonda: la maschera di menzogne con cui il governo di Tel Aviv è sempre riuscito a farsi schermo è definitivamente divelta; Israele si sta autoescludendo dai consessi internazionali, barricandosi in una torre d’avorio di pregiudizi e manie patologiche. Chiuso tra uno scacchiere sempre più caotico e i tentativi azzardati di rompere l’impasse quali gli abboccamenti coi sauditi, Netanyahu vede arenarsi il progetto di egemonia regionale che oramai Israele da settant’anni porta avanti. La diplomazia internazionale forte del supporto iraniano potrebbe in questo caso manovrare abilmente e condurre un blitz irruento per dare decisi contorni e limiti all’agire di Israele. Capitalizzare la vittoria ottenuta nei confronti della propaganda oscurantista sionista significherebbe agire per mettere pressione a Israele affinché cominci a obbedire alle regole del gioco, concedendo ispezioni ai suoi siti nucleari come farà Teheran e dando garanzie sul rispetto dei diritti umani nei territori abitati dai palestinesi.

Il grande rischio in tutto ciò è quello di una reazione alla dottor Stranamore: il timore che Israele possa diventare una vera e propria scheggia impazzita è tutt’altro che remoto, sebbene eventuali attacchi a sorpresa lanciati nei confronti dell’Iran sarebbero condannati dalla totalità delle nazioni; tutto potrebbe cambiare a fine 2016: se a Obama, al quale va riconosciuto il buon senso di aver capito che l’esclusione dell’Iran era controproducente, succederà un “falco” repubblicano o la sua collega di partito Hillary Clinton, Israele tornerà al centro della strategia mediorientale NATO. Con tutte le nefande conseguenze del caso.

18 luglio 2015

thanks to:

L’Intellettuale Dissidente

 

Behind the Balfour Declaration – Britain’s Great War Pledge To Lord Rothschild

By Robert John

Acknowledgements

To Benjamin H. Freedman, who committed himself to finding and telling the facts about Zionism and Communism. and encouraged others to do the same. The son of one of the founders of the American Jewish Committee, which for many years was anti-Zionist, Ben Freedman founded the League for Peace with Justice in Palestine in 1946. He gave me copies of materials on the Balfour Declaration which I might never have found on my own and encouraged my own research. (He died in April 1984.)

The Institute for Historical Review is providing means for the better understanding of the events of our time.

Attempts to review historical records impartially often reveal that blame, culpability, or dishonor are not to be attached wholly to one side in the conflicts of the last hundred years. To seek to untangle fact from propaganda is a worthy study, for it increases understanding of how we got where we are and it should help people resist exploitation by powerful and destructive interests in the present and future, by exposing their working in the past.

May I recommend to the Nobel Prize Committee that when the influence of this organization’s historical review and search for truth has prevailed the societies of its contributors — say about 5 years or less from now — that they consider the IHR for the Nobel Peace Prize.

Regrettably, some of the company in that award would be hard to bear!


The Balfour Declaration may be the most extraordinary document produced by any Government in world history. It took the form of a letter from the Government of His Britannic Majesty King George the Fifth, the Government of the largest empire the world has even known, on which — once upon a time — the sun never set; a letter to an international financier of the banking house of Rothschild who had been made a peer of the realm.

Arthur Koestler wrote that in the letter “one nation solemnly promised to a second nation the country of a third.” More than that, the country was still part of the Empire of a fourth, namely Turkey.

It read:

Foreign Office, November 2nd,1917

Dear Lord Rothschild,

I have much pleasure in conveying to you on behalf of His Majesty’s Government the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations, which has been submitted to and approved by the Cabinet:

“His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.”

I should be grateful if you would bring this Declaration to the knowledge of the Zionist Federation.

Yours sincerely,

Arthur James Balfour.[1]

It was decided by Lord Allenby that the “Declaration” should not then be published in Palestine where his forces were still south of the Gaza-Beersheba line. This was not done until after the establishment of the Civil Administration in 1920.

Then why was the “Declaration” made a year before the end of what was called The Great War?

“The people” were told at the time that it was given as a return for a debt of gratitude which they were supposed to owe to the Zionist leader (and first President of Israel), Chaim Weizman, a Russian-born immigrant to Britain from Germany who was said to have invented a process of fermentation of horse chestnuts into scarce acetone for production of high explosives by the Ministry of Munitions.

This horse chestnut propaganda production was not dislodged from the mass mind by the short bursts of another story which was used officially between the World Wars.

So let us dig into the records and bury the chestnuts forever.

To know where to explore we must stand back from the event and look over some parts of the relevant historical background. The terrain is extensive and the mud deep, so I shall try to proceed by pointing out markers.

Herzl on the Jewish Problem

Support for a “national home” for the Jews in Palestine from the government of the greatest empire in the world was in part a fulfillment of the efforts and scheming of Theodore Herzl (1860-1904), descendant of Sephardim (on his rich father’s side) who had published Der Judenstaat (The Jewish State) in Vienna in l896. It outlined the factors which he believed had created a universal Jewish problem, and offered a program to regulate it through the exodus of unhappy and unwanted Jews to an autonomous territory of their own in a national-socialist setting.

Herzl offered a focus for a Zionist movement founded in Odessa in 1881, which spread rapidly through the Jewish communities of Russia, and small branches which had sprung up in Germany, England and elsewhere. Though “Zion” referred to a geographical location, it functioned as a utopian conception in the myths of traditionalists, modernists and Zionists alike. It was the reverse of everything rejected in the actual Jewish situation in the “Dispersion,” whether oppression or assimilation.

In his diary Herzl describes submitting his draft proposals to the Rothschild Family Council, noting: “I bring to the Rothschilds and the big Jews their historical mission. I shall welcome all men of goodwill — we must be united — and crush all those of bad.” [2]

He read his manuscript “Addressed to the Rothschilds” to a friend, Meyer-Cohn, who said,

Up till now I have believed that we are not a nation — but more than a nation. I believed that we have the historic mission of being the exponents of universalism among the nations and therefore were more than a people identified with a specific land.

Herzl replied:

Nothing prevents us from being and remaining the exponents of a united humanity, when we have a country of our own. To fulfill this mission we do not have to remain literally planted among the nations who hate and despite us. If, in our present circumstances, we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.” [2a]

In this era, there were a number of Christians and Messianic groups who looked for a Jewish “return.” One of these was the Protestant chaplain at the British Embassy in Vienna, who had published a book in 1882: The Restoration of the Jews to Palestine According to the Prophets. Through him, Herzl obtained an audience of the Grand Duke of Baden, and as they waited for their appointment to go to the castle, Herzl said to Chaplain Hechler, ”When I go to Jerusalem I shall take you with me.”

The Duke gave Herzl’s proposal his consideration, and agreed to Herzl’s request that he might refer to it in his meetings outside of Baden. He then used this to open his way to higher levels of power.

Through intermediaries, he endeavoured to ingratiate himself with the Sultan of Turkey by activities designed to reduce the agitation by émigré Armenian committees in London and Brussels for Turkish reforms and cessation of oppression [A] and started a press campaign to calm public opinion in London on the Armenian question. But when offered money for Palestine, the Sultan replied that his people had won their Empire with blood, and owned it. ”The Jews may spend their millions. When my Empire is divided, perhaps they will get Palestine for nothing. But only our corpse can be divided. I will never consent to vivisection. ” [2b]

Herzl met the Papal Nuncio in Vienna and promised the exclusion of Jerusalem, Bethlehem and Nazareth from the Jewish state. He started a Zionist newspaper, Die Welt, and was delighted to hear from the United States that a group of rabbis headed by Dr. Gustave Gottheil favored a Zionist movement. All this, and more, in a few months.

It was Herzl who created the first Zionist Congress at Basel, Switzerland, 29-31 August 1897, [B] There were 197 “delegates”; some were orthodox, some nationalist, liberal, atheist, culturalist, anarchist, socialist and some capitalist.

”We want to lay the foundation stone of the house which is to shelter the Jewish nation,” and ”Zionism seeks to obtain for the Jewish people a publicly recognized, legally secured homeland in Palestine.” declared Herzl. And his anti-assimilationist dictum that “Zionism is a return to the Jewish fold even before it is a return to the Jewish land,” was an expression of his own experience which was extended into the official platform of Zionisn as the aim of “strengthening the Jewish national sentiment and national consciousness.” [3]

Another leading figure who addressed the Congress was Max Nordau, a Hungarian Jewish physician and author, who delivered a polemic against assimilated Jews. “For the first time the Jewish problem was presented forcefully before a European forum,” wrote Weizmann. But the Russian Jews thought Herzl was patronizing them as Askenazim. They found his “western dignity did not sit well with our Russian-Jewish realism; and without wanting to, we could not help irritating him.” [4]

As a result of the Congress, the “Basic Protocol,” keystone of the world Zionist movement, was adopted as follows:

Zionism strives to create for the Jewish people a home in Palestine secured by public law. The Congress contemplates the following means to the attainment of this end:

1. The promotion on suitable lines of the colonization of Palestine by Jewish agricultural and industrial workers.

2. The organization and binding together of the whole of Jewry by means of appropriate institutions, local and international, in accordance with the laws of each country.

3. The strengthening and fostering of Jewish national sentiment and consciousness.

4. Preparatory steps towards obtaining Government consent where necessary to the attainment of the aim of Zionism.[5]

The British Chovevei-Zion Association declined an invitation to be represented at the Congress, and the Executive Committee of the Association of Rabbis in Germany protested that:

1. The efforts of so-called Zionists to found a Jewish national state in Palestine contradict the messianic promise of Judaism as contained in the Holy Writ and in later religious sources.

2. Judaism obligates its adherents to serve with all devotion the Fatherland to which they belong, and to further its national interests with all their heart and with all their strength.

3. However, those noble aims directed toward the colonization of Palestine by Jewish peasants and farmers are not in contradiction to these obligations, because they have no relation whatsoever to the founding of a national state.[6]

In conversation with a delegate at the First Congress, Litman Rosenthal, Herzl said,

It may be that Turkey will refuse or be unable to understand us. This will not discourage us. We will seek other means to accomplish our end. The Orient question is now the question of the day. Sooner or later it will bring about a conflict among the nations. A European war is imminent. . The great European War must come. With my watch in hand do I await this terrible moment. After the great European war is ended the Peace Conference will assemble. We must be ready for that time. We will assuredly be called to this great conference of the nations and we must prove to them the urgent importance of a Zionist solution to the Jewish Question. We must prove to them that the problem of the Orient and Palestine is one with the problem of the Jews — both must be solved together. We must prove to them that the Jewish problem is a world problem and that a world problem must be solved by the world. And the solution must be the return of Palestine to the Jewish people.[American Jewish News, 7 March 1919]

A few months later, in a message to a Jewish conference in London, Herzl wrote “the first moment I entered the Movement my eyes were directed towards England because I saw that by reason of the general situation of things there it was the Archimedean point where the lever could be applied.” Herzl showed his desire for some foothold in England, and also perhaps his respect for London as the world’s financial center, by causing the Jewish Colonial Trust, which was to be the main financial instrument of his Movement, to be incorporated in 1899 as an English company.

Herzl was indefatigable. He offered the Sultan of Turkey help in re-organizing his financial affairs in return for assistance in Jewish settlement in Palestine.[7] To the Kaiser, who visited Palestine in 1888 and again in 1898, [C] he promised support for furthering German interests in the Near East; a similar offer was made to King Edward VII of England; and he personally promised the Pope to respect the holy places of Christendom in return for Vatican support.[D] But only from the Czar did he receive, through the Minister of the Interior, a pledge of “moral and material assistance with respect to the measures taken by the movement which would lead to a diminution of the Jewish population in Russia.” [8]

He reported his work to the Sixth Zionist Congress at Basle on 23 August 1903, but stated, “Zion is not and can never be. It is merely an expedient for colonization purposes, but, be it well understood, an expedient founded on a national and political basis.” [9]

When pressed for Jewish colonization in Palestine, the Turkish Sublime Porte offered a charter for any other Turkish territory [with acceptance by the settlers of Ottoman citizenship] which Herzl refused.[11] The British Establishment, aware of Herzl’s activities through his appearance before the Royal Commission on Alien Immigration, [E] and powerful press organs such as the Daily Chronicle and Pall Mall Gazette which were demanding a conference of the Powers to consider the Zionist program, [12] somewhat characteristically, had shown a willingness to negotiate about a Jewish colony in the Egyptian territory of El-‘Arish on the Turco-Egyptian frontier in the Sinai Peninsula. But the Egyptian Government objected to making Nile water available for irrigation; the Turkish Government, through its Commissioner in Cairo, objected; and the British Agent in Cairo, Lord Cromer, finally advised the scheme’s rejection.[13]

Meanwhile, returning from a visit to British East Africa in the Spring of 1903, Prime Minister Joseph Chamberlain put to Herzl the idea of a Jewish settlement in what was soon to become the Colony of Kenya, but through a misunderstanding Herzl believed that Uganda was intended, and it was referred to as the “Uganda scheme.” Of the part of the conversation on the El-‘Arish proposal, Herzl wrote in his diary that he had told Chamberlain that eventually we shall gain our aims “not from the goodwill but from the jealously of the Powers.” [14] With the failure of the El-‘Arish proposal, Herzl authorized the preparation of a draft scheme for settlement in East Africa. This was prepared by the legal firm of Lloyd George, Roberts and Company, on the instructions of Herzl’s go-between with the British Government, Leopold Greenberg.[15]

Herzl urged acceptance of the “Uganda scheme,” favoring it as a temporary refuge, but he was opposed from all sides, and died suddenly of heart failure on 3 July 1904. Herzl’s death rid the Zionists of an “alien,” and he was replaced by David Wolffsohn (the Litvak [F]).[16]

The “Uganda proposal” split the Zionist movement. Some who favored it formed the Jewish Territorial Organization, under the leadership of Israel Zangwill (1864-1926). For these territorialists, the renunciation of “Zion” was not generally felt as an ideological sacrifice; instead they contended that not mystical claims to “historic attachment” but present conditions should determine the location of a Jewish national homeland.[17]

In Turkey, the “Young Turk” (Committee of Union and Progress) revolution of 1908 was ostensibly a popular movement opposed to foreign influence. However, Jews and crypto-Jews known as Dunmeh had played a leading part in the Revolution.[19]

The Zionists opened a branch of the Anglo-Palestine Bank in the Turkish capital, and the bank became the headquarters of their work in the Ottoman Empire. Victor Jacobson [G] was brought from Beirut, “ostensibly to represent the Anglo-Palestine Company, but really to make Zionist propaganda among the Turkish Jews.” [20] His contacts included both political parties, discussions with Arab members of Parliament from Syria and Palestine, and a general approach to young Ottoman intellectuals through a newspaper issued by the Zionist office.[21] In Turkey, as in Germany, “Their own native Jews were resentful of the attempt to segregate them as Jews and were opposed to the intrusion of Jewish nationalism in their domestic affairs.” Though several periodicals in French “were subvened” by the Zionist-front office under Dr. Victor Jacobson, [22] (the first Zionist who aspired to be not a Zionist leader but a “career” diplomat,) and although he built up good political connections through social contacts, “always avoiding the sharpness of a direct issue, and waiting in patient oriental fashion for the insidious seed of propaganda to fructify,” [23] yet some of those engaged in the work, notably Vladimir (Zev) Jabotinsky (1880-1940), came to despair of success so long as the Ottoman Empire controlled Palestine. They henceforth pinned their hopes on its collapse.[24]

At the Tenth Zionist Congress in 1911, David Wolffsohn, who had succeeded Herzl, said in his presidential address that what the Zionists wanted was not a Jewish state but a homeland, [26] while Max Nordau denounced the “infamous traducers,” who alleged that “the Zionists … wanted to worm their way into Turkey in order to seize Palestine . It is our duty to convince (the Turks) that … they possess in the whole world no more generous and self-sacrificing friends than the Zionists.” [H][27]

The mild sympathy which the Young Turks had shown for Zionism was replaced by suspicion as growing national unrest threatened the Ottoman Empire, especially in the Balkans. Zionist policy then shifted to the Arabs, so that they might think of Zionism as a possible make-weight against the Turks. But Zionists soon observed that their reception by Arab leaders grew warmer as the Arabs were disappointed in their hopes of gaining concessions from the Turks, but cooled swiftly when these hopes revived. The more than 60 Arab parliamentary delegates in Constantinople and the newly active Arabic press kept up “a drumfire of complaints” against Jewish immigration, land purchase and settlement in Palestine.[28]

“After many years of striving, the conviction was forced upon us that we stood before a blank wall, which it was impossible for us to surmount by ordinary political means,” said Weizmann of the last pre-war Zionist Congress. But the strength of the national will forged for itself two main roads towards its goal — the gradual extension and strengthening of our Yishuv (Hebrew: literally, “settlement,” a collective name for the Jewish settlers) in Palestine and the spreading of the Zionist idea throughout the length and breadth of Jewry.[29]

The Turks were doing all they could to keep Jews out of Palestine. But this barrier was covertly surmounted, partly due to the venality of Turkish officials, [30] (as delicately put in a Zionist report — “it was always possible to get round the individual official with a little artifice”); [32] and partly to the diligence of the Russian consuls in Palestine in protecting Russian Jews and saving them from expulsion.[33]

But if Zionism were to succeed in its ambitions, Ottoman rule of Palestine must end. Arab independence could be prevented by the intervention of England and France, Germany or Russia. The Eastern Jews hated Czarist Russia. With the entente cordiale in existence, it was to be Germany or England, with the odds slightly in Britain’s favor in potential support of the Zionist aim in Palestine, as well as in military power.[I] On the other hand, Zionism was attracting some German and Austrian Jews with important financial interests and had to take into account strong Jewish anti-Zionist opinion in England.

But before Zionism had finally reckoned it could gain no special consideration in Palestine from Turkey, the correspondent of The Times was able to report in a message published 14 April 1911, of the Zionist organ Jeune Turc’s [J] “violent hostility to England” and “its germanophile enthusiasm,” and to the propaganda carried on among Turkish Jews by “German Zionist agents.” When the policy line altered, this impression in England had to be erased.[34] The concern of the majority of rich English Jews was not allayed by articles in the Jewish Chronicle, edited by Leopold Greenberg, pointing out that in the Basle program there was “not a word of any autonomous Jewish state,” [35] and in Die Welt, the official organ of the Movement, the article by Nahum Sokolow, then the General Secretary of the Zionist Organization, in which he protested that there was no truth in the allegation that Zionism aimed at the establishment of an independent Jewish State.[36] Even at the 11th Congress in 1913, Otto Warburg, speaking as chairman of the Zionist Executive, gave assurances of loyalty to Turkey, adding that in colonizing Palestine and developing its resources, Zionists would be making a valuable contribution to the progress of the Turkish Empire.[37]


[A]  A letter entered in Herzl’s diary on 15 May 1896 states that the head of the Armenian movement in London is Avetis Nazarhek, “and he directs the paper Huntchak (The Bell). He will be spoken to.”
[B]  On either side of the main doorway of the hall hung white banners with two blue stripes, and over the doorway was placed a six-pointed “Shield of David.” It was the invention of David Wolffsohn, who employed the colors of the traditional Jewish prayer shawl. Fifty years later, the combined emblems became the flag of the Zionist state. The “Shield of David” is of Assyrian origin: previously a decorative motif or magical emblem. It appeared on the heraldic flag of the Jews in Prague in 1527.
[C]  On the latter trip he was accompanied by his Empress. Their yacht, the Hohenzollern, put in at Haifa, and they were escorted to Jerusalem by 2,000 Turkish soldiers.
[D]  Pope Pius X told him that the Church could not support the return of “infidel Jews” to the Holy Land.[10]
[E]  In 1880, there were about 60,000 Jews in England. Between 1881 and 1905, there was an immigration of some 100,000 Eastern Jews. Though cut by the Aliens Bill of the Balfour Government, which became law in the summer of 1905, immigration continued so that by 1914 there was a Jewish population in England of some 300,000. A leader of the fight against the Aliens Bill and against tightening up naturalization regulations in 1903-1904 was Winston S. Churchill.[18]
[F]  The Eastern Jews referred to each other as “Litvaks” (Lithuania), “Galizianers” (Galicia), “Polaks,” “Hungarians,” and geographical regions of their ancestral origin, e.g., “Pinskers”; never by the term Jew.
[G]  (1869 — 1935). Born in the Crimea, and nurtured in the atmosphere of assimilation and revolutionary agitation in Russia, Jacobson had organized clubs and written about Zionism in Russian Jewish newspapers. After the First World War, the era of the direct and indirect bribe and the contact man gave way to one in which the interests of nationalities, represented by diplomat-attorneys, had to be met, wrote Lipsky: “In this new world into which Jacobson was thrown, he laboured with the delicacy and concentration of an artist . . working persistently and with vision to build up an interest in the cause. He had to win sympathy as well as conviction.” [25]
[H]  In the Zionist Congress of 1911, (22 years before Hitler came to power, and three years before World War I), Nordau said, “How dare the smooth talkers, the clever official blabbers, open their mouths and boast of progress … Here they hold jubilant peace conferences in which they talk against war… But the same righteous governments, who are so nobly, industriously active to establish the eternal peace, are preparing, by their own confession, complete annihilation for six million people, and there is nobody, except the doomed themselves, to raise his voice in protest although this is a worse crime than any war … ” [31]
[I]  Approximate annual expenditure for military purposes by the European Powers in the first years of the century were: France — £38,400,000; Germany — £38,000,000; Italy — £15,000,000; Russia — £43,000,000; United States — £38,300,000; Great Britain — £69,000,000 at pre-1914 values of sterling.
[J]  Its business manager was a German Jew, Sam Hochberg. Among invited contributors was the immensely wealthy Russian Jew Alexander Helphand who, as “Parvus,” was later to suggest to the German left-wing parties that Lenin and his associates be sent to Russia in 1917 to demoralize still further the beaten Russian armies.


The Great War

Until mid-1914, the surface of European diplomatic relations was placid, reflecting successfully negotiated settlements of colonial and other questions. But certain British journalists were charged by their contemporaries “that they deliberately set out to poison Anglo-German relations and to create by their scaremongering such a climate of public opinion that war between the two Great Powers became inevitable.” (The Scaremongers: The Advocacy of War and Rearmament 1896-1914, A. J. A. Morris, Routledge & Kegan Paul, 1984)

Were they paid or pure? Every anti-German diatribe in British newspapers added to German government concern as to whether it was part of a policy instigated or condoned by Downing Street. Further, there were groups in every major European country which could see only in war the possible means to further their interests or to thwart the ambitions of their rivals. This is why the assassination of Archduke Franz Ferdinand, heir-apparent to the Austro-Hungarian throne, on 28 June in Sarajevo, soon set Europe crackling with fire, a fire which naturally spread through the lines of communications to colonial territories as far away as China.

On 28 July, Austria declared war on Serbia. Germany sent an ultimatum to Russia threatening hostilities if orders for total mobilization of the Russian army and navy were not countermanded.

A telegram dated 29 July 1914 from the Czar Nicholas to the Emperor Wilhelm, proposing that the Austro-Serbian dispute should be referred to the Hague Tribunal, remained unanswered. At the same time Germany sent a message to France asking if she would remain neutral; but France, which had absorbed issue after issue of Russian railroad bonds in addition to other problems, was unequivocal in supporting Russia. Amid mounting tension and frontier violations, Germany declared war on Russia and France.

The French Chief-of-Staff, General Joseph Joffre, was prepared to march into Belgium if the Germans first violated its neutrality [38] which had been guaranteed by Britain, France, Prussia, Austria and Russia. German troops crossed the Belgian frontier (on 4 August at 8 a.m.) and the United Kingdom declared war on Germany.

First Pledge

Lord Kitchener, who had left London at 11:30 on the morning of 3 August to return to Egypt after leave, was stopped at Dover and put in charge of the War Office.[39] At the first meeting of the War Council he warned his colleagues of a long struggle which would be won not at sea but on land, for which Britain would have to raise an army of millions of men and maintain them in the field for several years.[40] When the defense of Egypt was discussed at the meeting, Winston Churchill suggested that the ideal method of defending Egypt was to attack the Gallipoli Peninsula which, if successful, would give Britain control of the Dardenelles. But this operation was very difficult, and required a large force. He preferred the alternative of a feint at Gallipoli, and a landing at Haifa or some other point on the Syrian coast.

In Turkey, the Sultan had taken the title of Khalif-al-IsIam, or supreme religious leader of Moslems everywhere, and emissaries were dispatched to Arab chiefs with instructions that in the event of Turkey being involved in the European hostilities, they were to declare a jihad, or Moslem holy war. A psychological and physical force which Kitchener of Khartoum, the avenger of General Gordon’s death, understood very well.

Kitchener planned to draw the sting of the jihad, which could affect British-Indian forces and rule in the East, by promoting an Arab revolt to be led by Hussein, who had been allowed by the Turks to assume his hereditary dignity as Sherif of Mecca and titular ruler of the Hejaz. Kitchener cabled on 13 October 1914 to his son, Abdullah, in Mecca, saying that if the Arab nation assisted England in this war, England would guarantee that no internal intervention took place in Arabia, and would give the Arabs every assistance against external aggression.

A series of letters passed between Sherif Hussein and the British Government through Sir Henry McMahon, High Commissioner for Egypt, designed to secure Arab support for the British in the Great War. One dated 24 October 1915 committed HMG to the inclusion of Palestine within the boundaries of Arab independence after the war, but excluded the area now known as Lebanon. This is clearly recognized in a secret “Memorandum on British Commitments to King Hussein” prepared for the inner group at the Peace Conference in 1919. (See Appendix) I found a copy in 1964 among the papers of the late Professor Wm. Westermann, who had been adviser on Turkish affairs to the American Delegation to the Peace Conference.

The Second Pledge

As the major ally, France’s claim to preference in parts of Syria could not be ignored. The British Foreign Minister, Sir Edward Grey, told the French Ambassador in London, Mr. Paul Gambon, on 21 October 1915, of the exchanges of correspondence with Sherif Hussein, and suggested that the two governments arrive at an understanding with their Russian ally on their future interests in the Ottoman Empire.

M. Picot was appointed French representative with Sir Mark Sykes, now Secretary of the British War Cabinet, to define the interests of their countries and to go to Russia to include that country’s views in their agreement.

In the subsequent secret discussions with Foreign Secretary Sazonov, Russia was accorded the occupation of Constantinople, both shores of the Bosporus and some parts of “Turkish” Armenia.[K] France claimed Lebanon and Syria eastwards to Mosul. Palestine did in fact have inhabitants and shrines of the Greek and Russian Orthodox and Armenian churches, and Russia at first claimed a right to the area as their protector. This was countered by Sykes-Picot and the claim was withdrawn to the extent that Russia, in consultation with the other Allies, would only participate in deciding a form of international administration for Palestine.

The Sykes-Picot Agreement was incompatible with the pledges made to the Arabs. When the Turks gave Hussein details of the Agreement after the Russian revolution, he confined his action to a formal repudiation.

Like the Hussein-McMahon Correspondence, the Tripartite Agreement made no mention of concessions to Zionism in the future disposition of Palestine, or even mention of the word “Jew.” However it is now known that before the departure of Sykes [L] for Petrograd on 27 February 1916 for discussions with Sazonov, he was approached with a plan by Herbert Samuel, who had a seat in the Cabinet as President of the Local Government Board and was strongly sympathetic to Herzl’s Zionism.[41]

The plan put forward by Samuel was in the form of a memorandum which Sykes thought prudent to commit to memory and destroy, Commenting on it, Sykes wrote to Samuel suggesting that if Belgium should assume the administration of Palestine it might be more acceptable to France as an alternative to the international administration which she wanted and the Zionists did not.[42] Of boundaries marked on a map attached to the memorandum he wrote, “By excluding Hebron and the East of the Jordan there is less to discuss with the Moslems, as the Mosque of Omar then becomes the only matter of vital importance to discuss with them and further does away with any contact with the bedouins, who never cross the river except on business. I imagine that the principal object of Zionism is the realization of the ideal of an existing center of nationality rather than boundaries or extent of territory. The moment I return I will let you know how things stand at Pd.” [43]

However, in conversations both with Sykes and the French ambassador, Sazonov was careful not to commit himself as to the extent of the Russian interest in Palestine, but made it clear that Russia would have to insist that not only the holy places, but all towns and localities in which there were religious establishments belonging to the Orthodox Church, should be placed under international administration, with a guarantee for free access to the Mediterranean.[44]

Czarist Russia would not agree to a Zionist formula for Palestine; but its days were numbered.

The Third Pledge

In 1914, the central office of the Zionist Organization and the seat of its directorate, the Zionist Executive, were in Berlin. It already had adherents in most Eastern Jewish communities, including all the countries at war, though its main strength was in Russia and Austria-Hungary.[45] Some important institutions, namely, the Jewish Colonial Trust, the Anglo-Palestine Company and the Jewish National Fund, were incorporated in England. Of the Executive, two members (Otto Warburg [M] and Arthur Hantke) were German citizens, three (Yechiel Tschlenow, Nahum Sokolow and Victor Jacobson) were Russians and one (Shmarya Levin) had recently exchanged his Russian for Austro-Hungarian nationality. The 25 members of the General Council included 12 from Germany and Austria-Hungary, 7 from Russia…Chaim Weizmann and Leopold Kessler) from England, and one each from Belgium, France, Holland and Rumania.[46]

Some prominent German Zionists associated themselves with a newly founded organization known as the Komitee fur den Osten, whose aims were: “To place at the disposal of the German Government the special knowledge of the founders and their relations with the Jews in Eastern Europe and in America, so as to contribute to the overthrow of Czarist Russia and to secure the national autonomy of the Jews.” [47]

Influential Zionists outside the Central Powers were disturbed by the activities of the K.f.d.O. and anxious for the Zionist movement not to be compromised. Weizmann’s advice was that the central office be moved from Berlin and that the conduct of Zionist affairs during the war should he entrusted to a provisional executive committee for general Zionist affairs in the United States.

At a conference in New York on 30 August 1914, this committee was set up under the chairmanship of Louis D. Brandeis, with the British-born Dr. Richard Gottheil and Jacob de Haas, Rabbi Stephen Wise and Felix Frankfurter, among his principal lieutenants. For Shmarya Levin, the representative of the Zionist Executive in the United States, and Dr. Judah Magnes, to whom the alliance of England and France with Russia seemed “unholy,” Russian czarism was the enemy against which their force should be pitted.[48] But on 1 October 1914 Gottheil, first President of the Zionist Organization of America, wrote from the Department of Semitic Languages, Columbia University, to Brandeis in Boston enclosing a memorandum on what the organization planned to seek from the belligerents, with respect to the Russian Jews:

We have got to be prepared to work under the Government of any one of the Powers … shall be glad to have any suggestion from you in regard to this memorandum, and shall be glad to know if it meets with your approval. I recognize that I ought not to have put it out without first consulting you; but the exigencies of the situation demanded immediate action. We ought to be fully prepared to take advantage of any occasion that offers itself.[49]

In a speech on 9 November, four days after Britain’s declaration of war on Turkey, Prime Minister Asquith said that the traditional eastern policy had been abandoned and the dismemberment of the Turkish Empire had become a war aim. “It is the Ottoman Government,” he declared, “and not we who have rung the death knell of Ottoman dominion not only in Europe but in Asia.” [50] The statement followed a discussion of the subject at a Cabinet meeting earlier that day, at which we know, from Herbert Samuel’s memoirs, that Lloyd George, who had been retained as legal counsel by the Zionists some years before, [51] “referred to the ultimate destiny of Palestine.” In a talk with Samuel after the meeting, Lloyd George assured him that “he was very keen to see a Jewish state established in Palestine.”

On the same day, Samuel developed the Zionist position more fully in a conversation with the Foreign Secretary, Sir Edward Grey. He spoke of Zionist aspirations for the establishment in Palestine of a Jewish state, and of the importance of its geographical position to the British Empire. Such a state, he said, ”could not be large enough to defend itself.” and it would therefore be essential that it should be by constitution, neutral. Grey asked whether Syria as a whole must necessarily go with Palestine, and Samuel replied that this was not only unnecessary but inadvisable, since it would bring in a large and unassimilable Arab population. ”It would,” he said be a great advantage if the remainder of Syria were annexed by France, as it would be far better for the state to have a European Power as a neighbor than the Turk. ” [52]

In January 1915 Samuel produced a Zionist memorandum on Palestine after discussions with Weizmann and Lloyd George. It contained arguments in favor of combining British annexation of Palestine with British support for Zionist aspirations, and ended with objections to any other solution.[53] Samuel circulated it to his colleagues in the Cabinet. Lloyd George was already a Zionist ”partisan”; Lord Haldane, to whom Weizmann had had access, wrote expressing a friendly interest; [54] though privately expressing Zionist sympathies, the Marquess of Crewe presumably did not express any views in the Cabinet on the memorandum; [55] Zionism had a strong sentimental attraction for Grey[56] but his colleagues, including his cousin Edwin Montagu, did not give him much encouragement. Prime Minister Asquith wrote: “I confess that I am not attracted by the proposed addition to our responsibilities, but it is a curious illustration of Dissy’s favorite maxim that race is everything to find this almost lyrical outburst proceeding from the well-ordered and methodical brain of H.S.” [57]

After further conversations with Lloyd George and Grey.[58] Samuel circulated a revised text to the Cabinet in the middle of March 1915.

It is not known if the memorandum was formally considered by the Cabinet, but Asquith wrote in his diary on 13 March 1915 of Samuel’s “dithyrambic memorandum” of which Lloyd George was ”the only other partisan. ” [59] Certainly, at this time, Zionist claims and aspirations were secondary to British policy towards Russia and the Arabs.

Britain, France and Germany attached considerable importance to the attitudes of Jewry towards them because money and credit were needed for the war. The international banking houses of Lazard Frères, Eugene Mayer, J. & W. Seligman, Speyer Brothers and M.M. Warburg, were all conducting major operations in the United States, as were the Rothschilds through the New York banking house of Kuhn, Loeb & Co.[N] Apart from their goodwill. the votes of America’s Jewish community of 3,000,000 were important to the issue of that country’s intervention or non-intervention in the war, and the provision of military supplies. The great majority represented the one-third of the Jews of Eastern Europe. including Russia, who had left their homelands and come to America between 1880 and 1914. Many detested Czarist Russia and wished to see it destroyed. Of these Jews, not more than 12,000 were enrolled members of the Zionist Organization.[60]

The goodwill of Jewry, and especially America’s Jews, was assessed by both sides in the war as being very important. The once-poor Eastern European Jews had achieved a dominant position in New York’s garment industry. and had become a significant political force. In 1914 they sent a Russian-born socialist to the Congress of the United States. They produced dozens of Yiddish periodicals; they patronized numerous Yiddish theatres and music halls; their sons and daughters were filling the metropolitan colleges and universities.[61]

From the beginning of the war, the German Ambassador in Washington. Count Bernstorff, was provided. by the Komitee fuer den Osten, with an adviser on Jewish Affairs (Isaac Straus); and when the head of the Zionist Agency in Constantinople appealed, in the winter of 1914, to the German Embassy to do what it could to relieve the pressure on the Jews in Palestine, it was reinforced by a similar appeal to Berlin from Bernstorff.[62] In November 1914, therefore, the German Embassy in Constantinople received instructions to recommend that the Turks sanction the re-opening of the Anglo-Palestine Company’s Bank — a key Zionist institution. In December the Embassy made representations which prevented a projected mass deportation of Jews of Russian nationality.[63] In February 1915 German influence helped to save a number of Jews in Palestine from imprisonment or expulsion, and “a dozen or twenty times” the Germans intervened with the Turks at the request of the Zionist office in Turkey, “thus saving and protecting the Yishuv.” [65] The German representations reinforced those of the American Ambassador in Turkey (Henry Morgenthau).[O][66] Moreover, both the German consulates in Palestine and the head of the German military mission there frequently exerted their influence on behalf of the Jews.[67]

German respect for Jewish goodwill enabled the Constantinople Zionist Agency from December 1914 to use the German diplomatic courier service and telegraphic code for communicating with Berlin and Palestine.[68] On 5 June 1915 Victor Jacobson was received at the German Foreign Office by the Under-Secretary of State (von Zimmerman) and regular contact commenced between the Berlin Zionist Executive (Warburg, Hantke and Jacobson) and the German Foreign Office.[69]

Zionist propagandists in Germany elaborated and publicized the idea that Turkey could become a German satellite and its Empire in Asia made wide open to German enterprise; support for “a revival of Jewish life in Palestine” would form a bastion of German influence in that part of the world.[70] This was followed by solicitation of the German Foreign Office to notify the German consuls in Palestine of the German Government’s friendly interest in Zionism. Such a course was favored by von Neurath [P] when asked by Berlin for his views in October, and in November of 1915, the text for such a document was agreed upon and circulated after the approval of the German Chancellor (Bethmann-Hollweg). It was cautiously and vaguely worded so as not to upset Turkish susceptibilities, stating to the Palestine consuls that the German Government looked favorably on “Jewish activities designed to promote the economic and cultural progress of the Jews in Turkey, and also on the immigration and settlement of Jews from other countries.” [71]

The Zionists felt that an important advance toward a firm German commitment to their aims had been made, but when the Berlin Zionist Executive pressed for a public assurance of sympathy and support, the Government told them to wait until the end of the war, when a victorious Germany would demonstrate its goodwill.[72]

When Zionist leaders in Germany met Jemal Pasha, by arrangement with the Foreign Office, during his visit to Berlin in the summer of 1917, they were told that the existing Jewish population would be treated fairly but that no further Jewish immigrants would he allowed. Jews could settle anywhere else but not in Palestine. The Turkish Government, Jemal Pasha declared, wanted no new nationality problems, nor was it prepared to antagonize the Palestinian Arabs, “who formed the majority of the population and were to a man opposed to Zionism.” [73]

A few weeks after the interview, the Berlin Zionists’ pressure was further weakened by the uncovering by Turkish Intelligence of a Zionist spy ring working for General Allenby’s Intelligence section under an Aaron Aaronssohn. “It is no wonder that the Germans, tempted as they may have been by its advantages, shrank from committing themselves to a pro-Zionist declaration.” [74]

It was fortunate for Zionism that the American Jews as a whole showed no enthusiasm for the Allied cause, wrote Stein, political secretary of the Zionist Organization from 1920 to 1929, “If they had all along been reliable friends, there would have been no need to pay them any special attention.” [75]

In 1914 the French Government had sponsored a visit to the United States by Professor Sylvain Levy and the Grand Rabbi of France with the object of influencing Jewish opinion in their favor, but without success. A year later, it tried to reply to disturbing reports from its embassy in Washington about the sympathies of American Jews [76] by sending a Jew of Hungarian origin (Professor Victor Basch) to the United States in November 1915.[77]

Ostensibly he represented the Ministry of Public Instruction, but his real mission was to influence American Jews through contact with their leaders.[78] Though armed with a message to American Jewry from Prime Minister Briand, he encountered an insuperable obstacle — the Russian alliance. “For Russia there is universal hatred and distrust … We are reproached with one thing only, the persecution of the Russian Jews, which we tolerate — a toleration which makes us accomplices … It is certain that any measures in favor of Jewish emancipation would be equivalent to a great battle lost by Germany.” [79] Basch had to report to French President Poincare the failure of his mission.[80]

At the same time that Basch had been dispatched to the United States, the French Government approved the setting up of a “Comité de propagande Francais aupres des Juifs neutres,” and Jacques Bigart, the Secretary of the Alliance Israelite, accepted a secretaryship of the Comité. Bigart suggested to Lucien Wolf, of the Jewish Conjoint Foreign Committee in London, that a similar committee be set up there. Wolf consulted the Foreign Office and was invited by Lord Robert Cecil to provide a full statement of his views.[81]

In December 1915 Wolf submitted a memorandum in which he analyzed the characteristics of the Jewish population of the United States and reached the conclusion that “the situation, though unsatisfactory, is far from unpromising.” Though disclaiming Zionism, be wrote that “In America, the Zionist organizations have lately captured Jewish opinion.” If a statement of sympathy with their aspirations were made, “I am confident they would sweep the whole of American Jewry into enthusiastic allegiance to their cause.” [82]

Early in 1916 a further memorandum was submitted to the British Foreign Office as a formal communication from the Jewish Conjoint Foreign Committee. This stated that “the London (Conjoint) and Paris Committees formed to influence Jewish opinion in neutral countries in a sense favorable to the Allies” had agreed to make representations to their respective Governments. First, the Russian Government should be urged to ease the position of their Jews by immediate concessions for national-cultural autonomy secondly, “in view of the great organized strength of the Zionists in the United States,” (in fact out of the three million Jews in the U.S. less than 12,000 had enrolled as Zionists in 1913), [83] the Allied Powers should give assurances to the Jews of facilities in Palestine for immigration and colonization, liberal local self-government for Jewish colonists, the establishment of a Jewish university, and for the recognition of Hebrew as one of the vernaculars of the land — in the event of their victory.[84]

On 9 March 1916 the Zionists were informed by the Foreign Office that “your suggested formula is receiving (Sir Edward Grey’s) careful and sympathetic attention, but it is necessary for H.M.G. to consult their Allies on the subject.” [85] A confidential memorandum was accordingly addressed to the Russian Minister of Foreign Affairs in Petrograd, to ascertain his views, though its paternity, seeing that Asquith was still Prime Minister, “remains to be discovered.” [86] No direct reply was received, but in a note addressed to the British and French ambassadors four days later, Sazonov obliquely assented, subject to guarantees for the Orthodox Church and its establishments, to raise no objection to the settlement of Jewish colonists in Palestine.[87]

Nothing came of these proposals. On 4 July the Foreign Office informed the Conjoint Committee that an official announcement of support was inopportune.[88] They must be considered alongside the Sykes-Picot Agreement being negotiated at this time, and the virtual completion of the Hussein-McMahon Correspondence by 10 March 1916, with the hope that an Arab revolt and other measures would bring victory near.

But 1916 was a disastrous year for the Allies. “In the story of the war” wrote Lloyd George,

the end of 1916 found the fortunes of the Allies at their lowest ebb. In the offensives on the western front we had lost three men for every two of the Germans we had put out of action. Over 300,000 British troops were being immobilized for lack of initiative or equipment or both by the Turks in Egypt and Mesopotamia, and for the same reason nearly 400,000 Allied soldiers were for all purposes interned in the malarial plains around Salonika.[89]

The voluntary system of enlistment was abolished, and a mass conscript army of continental pattern was adopted, something which had never before occurred in British history.[Q][90] German submarine activity in the Atlantic was formidable; nearly 11/2 million tons of merchant shipping had been sunk in 1916 alone. As for paying for the war, the Allies at first had used the huge American debts in Europe to pay for war supplies, but by 1916 the resources of J.P. Morgan and Company, the Allies’ financial and purchasing agents in the United States, were said to be nearly exhausted by increased Allied demands for American credit.[91] There was rebellion in Ireland. Lord Robert Cecil stated to the British Cabinet: “France is within measurable distance of exhaustion. The political outlook of Italy is menacing. Her finance is tottering. In Russia, there is great discouragement. She has long been on the verge of revolution. Even her man-power seems coming near its limits. ” [94]

Secretary of State Kitchener was gone — drowned when the cruiser Hampshire sank on 5 June 1916 off the Orkneys when he was on his way to Archangel and Petrograd to nip the revolution in the bud. He had a better knowledge of the Middle East than anyone else in the Cabinet. The circumstances suggest espionage and treachery. Walter Page, the U.S. Ambassador in London, entered in his diary: “There was a hope and feeling that he (Lord Kitchener) might not come back… as I make out.”

There was a stalemate on all fronts. In Britain, France and Germany, hardly a family numbered all its sons among the living. But the British public — and the French, and the German — were not allowed to know the numbers of the dead and wounded. By restricting war correspondents, the American people were not allowed to know the truth either.

The figures that are known are a recital of horrors.[R]

In these circumstances, a European tradition of negotiated peace in scores of wars, might have led to peace at the end of 1916 or early 1917.

Into this gloomy winter of 1916 walked a new figure. He was James Malcolm, [S] an Oxford educated Armenian [T] who, at the beginning of 1916, with the sanction of the British and Russian Governments, had been appointed by the Armenian Patriarch a member of the Armenian National Delegation to take charge of Armenian interests during and after the war. In this official capacity, and as adviser to the British Government on Eastern affairs, [95] he had frequent contacts with the Cabinet Office, the Foreign Office, the War Office and the French and other Allied embassies in London, and made visits to Paris for consultations with his colleagues and leading French officials. He was passionately devoted to an Allied victory which he hoped would guarantee the national freedom of the Armenians then under Turkish and Russian rule.

Sir Mark Sykes, with whom he was on terms of family friendship, told him that the Cabinet was looking anxiously for United States intervention in the war on the side of the Allies, but when asked what progress was being made in that direction, Sykes shook his head glumly, “Precious little,” he replied.

James Malcolm now suggested to Mark Sykes that the reason why previous overtures to American Jewry to support the Allies had received no attention was because the approach had been made to the wrong people. It was to the Zionist Jews that the British and French Governments should address their parleys.

“You are going the wrong way about it,” said Mr. Malcolm. “You can win the sympathy of certain politically-minded Jews everywhere, and especially in the United States, in one way only, and that is, by offering to try and secure Palestine for them.” [96]

What really weighed most heavily now with Sykes were the terms of the secret Sykes-Picot Agreement. He told Malcolm that to offer to secure Palestine for the Jews was impossible. “Malcolm insisted that there was no other way and urged a Cabinet discussion. A day or two later, Sykes told him that the matter had been mentioned to Lord Milner who had asked for further information. Malcolm pointed out the influence of Judge Brandeis of the American Supreme Court, and his strong Zionist sympathies.” [97]

In the United States, the President’s adviser, Louis D. Brandeis, a leading advocate of Zionism, had been inducted as Associate Justice of the Supreme Court on 5 June 1916. That Wilson was vulnerable was evident, in that as early as 1911, he had made known his profound interest in the Zionist idea and in Jewry.[98]

Malcolm described Wilson as being “attached to Brandeis by ties of peculiar hardness,” a cryptic reference to the story that Wilson had been blackmailed for $40,000 for some hot love letters he had written to his neighbor’s wife when he was President of Princeton. He did not have the money, and the go-between, Samuel Untermeyer, of the law firm of Guggenheim, Untermeyer & Marshall, said he would provide it if Wilson would appoint to the next vacancy on the Supreme Court a nominee selected by Mr. Untermeyer. The money was paid, the letters returned, and Brandeis had been the nominee.

Wilson had written to the Senate, where opposition to the nominee was strong: “I have known him. I have tested him by seeking his advice upon some of the most difficult and perplexing public questions about which it was necessary for me to form a judgment When Brandeis had been approved by the Senate, Wilson wrote to Henry Morgenthau: “I never signed any commission with such satisfaction.” “Relief” might have been a more appropriate word.

The fact that endorsement of Wilson’s nominee by the Senate Judiciary Committee had only been made “after hearings of unprecedented length” [99] was not important. Brandeis had the President’s ear; he was “formally concerned with the Department of State.” [100] This was the significant development, said Malcolm, which compelled a new approach to the Zionists by offering them the key to Palestine.

The British Ambassador to the United States (Sir Cecil Spring-Rice) had written from Washington in January 1914 that “a deputation came down from New York and in two days ‘fixed’ the two Houses so that the President had to renounce the idea of making a new treaty with Russia.” [101] In November 1914 he had written to the British Foreign Secretary of the German Jewish bankers who were extending credits to the German Government and were getting hold of the principal New York papers” thereby “bringing them over as much as they dare to the German side and “toiling in a solid phalanx to compass our destruction.” [102]

This anti-Russian sentiment was part of a deep concern for the well-being of Russian and Polish Jews. Brandeis wrote to his brother from Washington on 8 December 1914: “… You cannot possibly conceive the horrible sufferings of the Jews in Poland and adjacent countries. These changes of control from German to Russian and Polish anti-semitism are bringing miseries as great as the Jews ever suffered in all their exiles.” [U][103]

In a speech to the Russian Duma on 9 February (27 January Gregorian) 1915, Foreign Minister Sazonov denied the calumnious stories which, he said, were circulated by Germany, of accounts of alleged pogroms against the Jews and of wholesale murders of Jews by the Russian armies. “If the Jewish Population suffered in the war zone, that circumstance unfortunately was inevitably associated with war, and the same conditions applied in equal measure to all people living within the region of military activity.” He added to the rebuttal with accounts of hardship in areas of German military action in Poland, Belgium and Serbia.[104]

It is noteworthy that the chairman of the non-Zionist American Jewish Committee responded to an appeal by the Brandeis group that all American Jews should organize to emphasize Zionist aims in Palestine before the Great Powers in any negotiations during or at the end of the war, by dissociating his community from the suggestion that Jews of other nationalities were to be accorded special status. He said that “the very thought of the mass of the Jews of America having a voice in the matter of deciding the welfare of the Jews in the world made him shrink in horror.”[107]

The new approach to the Zionist movement by Mark Sykes with James Malcolm as preliminary interlocutor took the form of a series of meetings at Chaim Weizmann’s London house, with the knowledge and approval of the Secretary of the War Cabinet, Sir Maurice Hankey.

A Programme for a New Administration of Palestine in Accordance with the Aspirations of the Zionist Movement was issued by the English Political Committee of the Zionist Organization in October 1916, and submitted to the British Foreign Office as a basis for discussion in order to give an official character to the informal house-talks. It included the following:

(1) The Jewish Chartered Company is to have power to exercise the right of pre-emption over Crown and other lands and to acquire for its own use all or any concessions which may at any time be granted by the suzerain government or governments.

(2) The present population, being too small, too poor and too little trained to make rapid progress, requires the introduction of a new and progressive element in the population. (But the rights of minority nationalities were to be protected).

Other Points were, (3) recognition of separate Jewish nationality in Palestine; participation of the Palestine Jewish population in local self-government; (5) Jewish autonomy in purely Jewish affairs; (6) official recognition and legalization of existing Jewish institutions for colonization in Palestine.[108]

This Programme does not appear to have reached Cabinet level at the time it was issued, probably because of Asquith’s known lack of sympathy, but as recorded by Samuel Landman, the Zionist Organization was given official British facilities for its international correspondence.[109]

Lloyd George, an earnest and powerful demagogue, was now prepared to oust Asquith, his chief, by a coup de main. With the death of Kitchener in the summer of 1916, he had passed from Munitions to the War Office and he saw the top of the parliamentary tree within his grasp. In this maneuver he was powerfully aided by the newspaper proprietor Northcliffe, [V] who turned all his publications from The Times downwards to depreciate Asquith, and by the newspaper-owing M.P., Max Aitken (later Lord Beaverbrook).

With public sympathy well prepared, Lloyd George demanded virtual control of war policy. It was intended that Asquith should refuse. He did. Lloyd George resigned. Asquith also resigned to facilitate the reconstruction of the Government. The King then sent for the Conservative leader, Bonar Law, who, as prearranged, advised him to offer the premiership to Lloyd George.[110]

Asquith and Grey were out; Lloyd George and Balfour were in. With Lloyd George as Prime Minister from December 1916, Zionist relations with the British Government developed fast. Lloyd George had been legal counsel for the Zionists, and while Minister of Munitions, had had assistance from the Zionist leader Chaim Weizmann; the new Foreign Minister, Arthur Balfour, was already known for his Zionist sympathies.

The Zionists were undermining the wall between them and their Palestine objective which they had found impossible “to surmount by ordinary political means” prior to the war.[111] Herzl’s suggestion that they would get Palestine “not from the goodwill but from the jealousy of the Powers,” [112] was being made to come true.

The Zionists moved resolutely to exploit the new situation now that the Prime Minister and Foreign Secretary were their firm supporters.

Landman, in his Secret History of the Balfour Declaration, wrote:

Through General McDonogh, Director of Military Operations, who was won over by Fitzmaurice (formerly Dragoman of the British Embassy in Constantinople and a friend of James Malcolm), Dr. Weizmann was able, about this time, to secure from the Government the services of half a dozen younger Zionists for active work on behalf of Zionism. At the time, conscription was in force, and only those who were engaged on work of national importance could be released from active service at the Front. I remember Dr. Weizmann writing a letter to General McDonogh and invoking his assistance in obtaining the exemption from active service of Leon Simon, (who later rose to high rank in the Civil Service as Sir Leon Simon, C.B.), Harry Sacher, (on the editorial staff of the Manchester Guardian), Simon Marks, [W] Yamson Tolkowsky and myself. At Dr. Weizmann’s request I was transferred from the War Office (M.I.9), where I was then working, to the Ministry of Propaganda, which was under Lord Northcliffe, and later to the Zionist office, where I commenced work about December 1916. Simon Marks actually arrived at the Office in khaki, and immediately set about the task of organizing the office which, as will be easily understood, had to maintain constant communications with Zionists in most countries.

From that time onwards for several years, Zionism was considered an ally of the British Government, and every help and assistance was forthcoming from each government department. Passport or travel difficulties did not exist when a man was recommended by our office. For instance. a certificate signed by me was accepted by the Home Office at that time as evidence that an Ottoman Jew was to be treated as a friendly alien and not as an enemy, which was the case with the Turkish subjects.


[K]  This new offer to Russia of a direct outlet into the Mediterranean is a measure of the great importance attached by Britain and France to continued and wholehearted Russian participation in the war. British policy from the end of the Napoleonic wars had been directed against Russia’s efforts to extend its conquests to the Golden Horn and the Mediterranean (threatening Egypt and the way to India). For this reason, Britain and France had formed an alliance and fought the Crimean War (1854-56), which ended in the Black Sea being declared neutral; no warships could enter it nor could arsenals be built on its shores.
But Russian concern for the capture of Constantinople was more than economic and strategic. It was not unusual for priests to declare that the Russian people had a sacred duty to drive out the “infidel” Turk and raise the orthodox cross on the dome of Santa Sophia.
In 1877, the Russian armies again moved towards Constantinople with the excuse of avenging cruelties practiced on Christians. Again England frustrated these designs and the aggression ended with the Congress of Berlin, and British occupation of Cyprus.
[L]  Sir Mark Sykes, Secretary of the British War Cabinet, sent to Russia to negotiate the Tripartite (Sykes-Picot) Agreement for the Partition of the Ottoman Empire. M. Picot was the French representative in the negotiations. Neither Hussein nor Sir Henry McMahon were made aware of these secret discussions. Among other things, the agreement called for parts of Palestine to be placed under “an international administration.”
[M]  Of the Warburg international banking family. Although ostensibly a second Secretary in the Wilhelmstrasse, Warburg has been reported as having the same postition in German counterintelligence as Adrmiral Canaris in World War II.
[N]  Jacob Schiff, German-born senior partner in Kuhn, Loeb & Co. and “the most influential figure of his day in American Jewish life,” wrote in The Menorah Journal of April 1915: “It is well known that I am a German sympathizer … England has been contaminated by her alliance with Russia … am quite convinced that in Germany anti-Semitism is a thing of the past.[64] The Jewish Encyclopedia for 1906 states that “Schiff’s firm subscribed for and floated the large Japanese war loan in 1904-05” (for the Russo-Japanese war). “in recognition of which the Mikado conferred on Schiff the second order of the Sacred Treasure of Japan.” Partners with Schiff were Felix M. Warburg and his brother Paul who had come to New York in 1902 from Hamburg, and organized the Federal Reserve System.
[O]  An award for Morgenthau’s heavy financial support for Wilson’s presidential campaign.
[P]  Later, Foreign Minister (1932-38) and Protector of Bohemia (1939-43).
[Q]  Russian nationals resident in the United Kingdom (nearly all of them Jews), not having become British subjects, some 25,000 of military age, still escaped military service.[92] This prompted Jabotinsky and Weizmann to urge the formation of a special brigade for Russian Jews, but the idea not favorably received by the Government, and the Zionists joined non-Zionists in an effort to persuade Russian Jews of military age to volunteer as individuals for service in the British army. The response was negligible, and in July 1917 the Military Service (Conventions with Allies) Act was given Royal assent. Men of military age were invited to serve in the British army or risk deportation to Russia. However, the Russian revolution prevented its unhindered application.[93]
[R]  Half a million Frenchmen were lost in the first four months of war, 1 million lost by the end of 1915, and 5 million by 1918. Who can imagine that the Allies lost 600,000 men in one battle, the Somme, and the British more officers in the first few months than all wars of the previous hundred years put together?
At Stalingrad, in the Second World War, the Wehrmacht had 230,000 men in the field. The German losses at Verdun alone were 325,000 killed or wounded.
By this time a soldier in one of the better divisions could count on a maximum of three months’ service without being killed or wounded, and the life expectancy for an officer at the front was down to five months in an ordinary regiment and six weeks in a crack one.
[S]  See his Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution .
[T]  Born in Persia, where his family had settled before Elizabethan days. He was sent to school in England in 1881, being placed in the care of a friend and agent of his family, Sir Albert (Abdullah) Sassoon. Early in 1915, he founded the Russia Society in London among the British public as a means of improving relations between the two countries. Unlike the Zionists, he had no animus towards Czarist Russia.
[U]  A reference to the 1914 invasion of Austria and East Prussia by the Russians with such vigor that many people believed that the “Russian steamroller” would soon reach Berlin and end the war. Only the diversion of whole army divisions from the Western to the Eastern Front under the command of General von Hindenburg saved Berlin, and in turn saved Paris.
There was a direct effort by certain groups to support anti-Imperial activities in Russia from the United States, [105][106] but Brandeis was apparently not implicated.
[V]  Northcliffe was small-minded enough to have Lloyd George called to the telephone, in front of friends, to demonstrate the politician’s need of the Press.
[W]  Associated with Israel M. Sieff, another of Weizmann’s inner circle, in the business which later became Marks & Spencer, Ltd. Sieff was appointed an economic consultant to the U.S. Administration (OPA) in March 1924. As subsequent supporters, with Lord Melchett, of “Political and Economic Planning” (PEP), they exercised considerable influence on British inter-war policy.


The Declaration, 1917

The informal committee of Zionists and Mark Sykes as representative of the British Government, met on 7 February 1917 at the house of Moses Gaster, [X] the Chief Rabbi of the Sephardic (Spanish and Portuguese) congregations in England. Gaster opened the meeting with a statement that stressed Zionist support for British strategic interests in Palestine which were to be an integral part of any agreement between them. As these interests might be considered paramount to British statesmen, support for Zionist aims there, Caster said, was fully justified. Zionism was irrevocably opposed to any internationalization proposals, even an Anglo-French condominium.[113]

Herbert Samuel followed with an expression of the hope that Jews in Palestine would receive full national status, which would be shared by Jews in the Diaspora. The question of conflict of nationality was not mentioned and a succeeding speaker, Harry Sacher, suggested that the sharing should not involve the political implications of citizenship.[114] Weizmann spoke of the necessity for unrestricted immigration. It is clear that the content of each speech was thoroughly prepared before the meeting.

Sykes outlined the obstacles: the inevitable Russian objections, the opposition of the Arabs, and strongly pressed French claims to all Syria, including Palestine.[115] James de Rothschild and Nahum Sokolow, the international Zionist leader, also spoke. The meeting ended with a summary of Zionist objectives:

1. International recognition of Jewish right to Palestine;

2. Juridical nationhood for the Jewish community in Palestine;

3. The creation of a Jewish chartered company in Palestine with rights to acquire land;

4. Union and one administration for Palestine; and

5. Extra-territorial status for the holy places.[117]

The first three points are Zionist, the last two were designed to placate England and Russia, respectively [118] and probably Italy and the Vatican. Sokolow was chosen to act as Zionist representative, to negotiate with Sir Mark Sykes.

The Zionists were, of course, coordinating their activities internationally. On the same day as the meeting in London, Rabbi Stephen Wise in the United States wrote to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes: ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [118a]

The reports reaching England of impending dissolution of the Russian state practically removed the need for Russian endorsement of Zionist aims, but made French and Italian acceptance even more urgent. This at any rate was the belief of Sykes, Balfour, Lloyd George and Winston Churchill, who, as claimed in their subsequent statements, were convinced that proclaimed Allied support for Zionist aims would especially influence the United States. Events in Russia made the cooperation of Jewish groups with the Allies much easier. At a mass meeting in March 1917 to celebrate the revolution which had then taken place, Rabbi Stephen Wise, who had succeeded Brandeis as chairman of the American Provisional Zionist Committee after Brandeis’s appointment to the Supreme Court, said: “I believe that of all the achievements of my people, none has been nobler than the part the sons and daughters of Israel have taken in the great movement which has culminated in free Russia.” [119]

Negotiations for a series of loans totalling $190,000,000 by the United States to the Provisional Government in Russia of Alexander Kerensky were begun on the advice of the U.S. ambassador to Russia, David R. Francis, who noted in his telegram to Secretary of State Lansing, “financial aid now from America would be a master-stroke. Confidential. Immeasurably important to the Jews that revolution succeed… ” [120]

On 22 March 1917 Jacob H. Schiff of Kuhn, Loeb & Co., wrote to Mortimer Schiff, “We should be somewhat careful not to appear as overzealous but you might cable Cassel because of recent action of Germany (the declaration of unlimited U-boat warfare) and developments in Russia we shall no longer abstain from Allied Governments financing when opportunity offers.”

He also sent a congratulatory cable to the Minister of Foreign Affairs in the first Provisional Government, referring to the previous government as “the merciless persecutors of my co-religionists.”

In the same month, Leiber Davidovich Bronstein, alias Leon Trotsky, a Russian-born U.S. immigrant, had left the Bronx, New York, for Russia, with a contingent of followers, while V.I. Ulyanov (Lenin) and a party of about thirty were moving across Germany from Switzerland, through Scandinavia to Russia. Some evidence exists that Schiff and other sponsors like Helphand financed these revolutionaries.

In March 1917, President Wilson denounced as “a little group of willful men,” the non-interventionists who filibustered an Administration-sponsored bill that would have empowered Wilson to wage an undeclared naval war against Germany. The opposition to Wilson was led by Senators La Follette and Norris.

On 5 April, the day before the United States Congress adopted a resolution of war, Schiff had been informed by Baron Gunzburg of the actual signing of the decrees removing all restrictions on the Jews in Russia.

At a special session of Congress on 2 April 1917, President Wilson referred to American merchant ships taking supplies to the Allies which had been sunk during the previous month by German submarines (operating a counter-blockade; the British and French fleets having blockaded the Central Powers from the beginning of the war); and then told Congress that “wonderful and heartening things have been happening within the last few weeks in Russia.”

He asked for a declaration of war with a mission:

for democracy, for the right of those who submit to authority to have a voice in their own governments, for the rights and liberties of small nations, for a universal dominion of right by such a concert of free peoples as shall bring peace and safety to all nations and make the world itself at last free.

To such a task we can dedicate our lives and our fortunes, everything that we are and everything that we have, with the pride of those who know that the day has come when America is privileged to spend her blood and her might for the principles that gave her birth and happiness and the peace that she has treasured. God helping her, she can do no other. (emphasis supplied)

That night crowds filled the streets, marching, shouting, singing Dixie” or “The Star Spangled Banner.” Wilson turned to his secretary, Tumulty: “Think what that means, the applause. My message tonight was a message of death, How strange to applaud that!”

So, within six months of Malcolm’s specific suggestion to Sykes, the United States of America, guided by Woodrow Wilson, was on the side of the Allies in the Great War.

Was Wilson guided by Brandeis away from neutrality — to war?

In London, the War Cabinet led by Lloyd George lost no time committing British forces first to the capture of Jerusalem, and then to the total expulsion of the Turks from Palestine. The attack on Egypt, launched on 26 March 1917, attempting to take Gaza, ended in failure. By the end of April a second attack on Gaza had been driven back and it had become clear that there was no prospect of a quick success on this Front.

From Cairo, where he had gone hoping to follow the Army into Jerusalem with Weizmann, Sykes telegraphed to the Foreign Office that, if the Egyptian Expeditionary Force was not reinforced then it would be necessary “to drop all Zionist projects … Zionists in London and U.S.A. should be warned of this through M. Sokolow… ” [120a]

Three weeks later, Sykes was told that reinforcements were coming from Salonika. The War Cabinet also decided to replace the Force’s commander with General Allenby.

Sykes was the official negotiator for the whole project of assisting the Zionists. He acted immediately after the meeting at Gaster’s house by asking his friend M. Picot to meet Nahum Sokolow at the French Embassy in London in an attempt to induce the French to give way on the question of British suzerainty in Palestine.[121] James Malcolm was then asked to go alone to Paris to arrange an interview for Sokolow directly with the French Foreign Minister. Sokolow had been previously unsuccessful in obtaining the support of French Jewry for a meeting with the Minister; since the richest and most influential Jews in the United States and England, with the notable exception of the Rothschilds, who could have arranged such a meeting, were opposed to the political implications of Zionism. In Paris, the powerful Alliance Israélite Universelle had made every effort to dissuade him from his mission.[122] Not that the Zionists had no supporters in France other than Edmond de Rothschild, [Y]but the Ministry of Foreign Affairs had no reason to entangle itself with them.[123] Now James Malcolm opened the door directly to them as he had done in London.

Sykes joined Malcolm and Sokolow in Paris. Sykes and Malcolm, apart from the consideration of Zionism and future American support for the war, were concerned with the possibility of an Arab-Jewish-Armenian entente which, through amity between Islamic, Jewish and Christian peoples, would bring peace, stability and a bright new future for the inhabitants of this area where Europe, Asia Minor and Africa meet. Sokolow went along for the diplomatic ride, but in a letter to Weizmann (20 April 1917) he wrote: “I regard the idea as quite fantastic. It is difficult to reach an understanding with the Arabs, but we will have to try. There are no conflicts between Jews and Armenians because there are no common interests whatever.” [Z][124]

Several conversations were held with Picot, including one on 9 April when other officials included Jules Cambon, the Secretary-General of the Foreign Ministry, and the Minister’s Chef de Cabinet, Exactly what assurances were given to Sokolow is uncertain, but he wrote to Weizmann “that they accept in principle the recognition of Jewish nationality in terms of a national home, local autonomy, etc.” [125] And to Brandeis and Tschlenow, he telegraphed through French official channels: “… Have full confidence Allied victory will realise our Palestine Zionist aspirations.” [126]

Sokolow set off for Rome and the Vatican. “There, thanks to the introductions of Fitzmaurice on the one hand and the help of Baron Sidney Sonnino [AA] on the other,” a Papal audience and interviews with the leading Foreign Office officials were quickly arranged.[127]

When Sokolow returned to Paris, he requested and received a letter from the Foreign Minister dated 4 June 1917, supporting the Zionist cause in general terms. He hastily wrote two telegrams which he gave to M. Picot for dispatch by official diplomatic channels. One was addressed to Louis D. Brandeis in the United States. It read: “Now you can move. We have the formal assurance of the French Government.” [BB][128]

“After many years, ‘ wrote M. Picot, “I am still moved by the thanks he poured out to me as he gave me the two telegrams … do not say that it was the cause of the great upsurge of enthusiasm which occurred in the United States, but I say that Judge Brandeis, to whom this telegram was addressed, was certainly one of the elements determining the decision of President Wilson.” [129]

But Wilson had declared war one month before!

It is natural that M. Picot should want to believe that he had played a significant part in bringing America into the war and therefore helping his country’s victory. The evidence certainly supports his having a part in helping a Zionist victory.

Their objective was in sight, but had still to be taken and held.

Although the United States was now a belligerent, no declaration of support had been made for the Zionist program for Palestine, either by Britain or the United States, and some of the richest and most powerful Jews in both countries were opposed to it.

The exception among these Jewish merchant princes was, of course, the House of Rothschild. From London on 25 April 1917, James de Rothschild cabled to Brandeis that Balfour was coming to the United States, and urged American Jewry to support “a Jewish Palestine under British Protection,,, as well as to press their government to do so. He advised Brandeis to meet Balfour.[134] The meeting took place at a White House luncheon, “You are one of the Americans I wanted to meet,” said the British Foreign Secretary.[135] Brandeis cabled Louis de Rothschild: “Have had a satisfactory talk with Mr. Balfour, also with Our President. This is not for Publication. ” [136]

On the other hand, a letter dated 17 May 1917 appeared in The Times (London) signed by the President of the Jewish Board of Deputies and the President of the Anglo-Jewish Association (Alexander and Montefiore, both men of wealth and eminence) stating their approval of Jewish settlement in Palestine as a source of inspiration for all Jews, but adding that they could not favor the Zionist’s political scheme. Jews, they believed, were a religious community and they opposed the creation of “a secular Jewish nationality recruited on some loose and obscure principle of race and ethnological peculiarity.” They particularly took exception to Zionist Pressure for a Jewish chartered company invested with political and economic privileges in which Jews alone would participate, Since this was incompatible with the desires of world Jewry for equal rights wherever they lived.[137]

A controversy then ensued in the British press, in Jewish associations and in the corridors of government, between the Zionist and non-Zionist Jews. In this, Weizmann really had less weight, but he mobilized the more forceful team. The Chief Rabbi dissociated himself from the non-Zionist statement and charged that the Alexander-Montefiore letter did not represent the views of their organizations.[138] Lord Rothschild wrote: “We Zionists cannot see how the establishment of an autonomous Jewish State under the aegis of one of the Allied Powers could be subversive to the loyalty of Jews to countries of which they were citizens. In the letter you have published, the question is also raised of a chartered company.” He continued: “We Zionists have always felt that if Palestine is to be colonized by the Jews, some machinery must be set up to receive the immigrants, settle them on the land and develop the land, and to be generally a directing agency. I can only again emphasize that we Zionists have no wish for privileges at the expense of other nationalities, but only desire to be allowed to work out our destinies side by side with other nationalities in an autonomous state under the suzerainty of one of the Allied Powers.” [139] This letter stressed the colonialist aspect of Zionism, but detracted from the strong statist declaration of Weizmann. The Zionist body in Palestine was to be of a more organizational character for the Jewish community.

Perhaps feeling that his statement had been a little too strong for liberal acceptance, Weizmann also joined this correspondence in the Times. Writing as President of the English Zionist Federation, he first claimed that,

it is strictly a question of fact that the Jews are a nationality. An overwhelming majority of them had always had the conviction that they were a nationality, which has been shared by non-Jews in all countries.”

The letter continued:

The Zionists are not demanding in Palestine monopolies or exclusive privileges, nor are they asking that any part of Palestine should he administered by a chartered company to the detriment of others. It always was and remains a cardinal principle of Zionism as a democratic movement that all races and sects in Palestine should enjoy full justice and liberty, and Zionists are confident that the new suzerain whom they hope Palestine will acquire as a result of the war will, in its administration of the country, be guided by the same principle.[140] (emphasis supplied)

The competition for the attention of the British public and British Jewry by the Zionists and their Jewish opponents continued in the press and in their various special meetings. A manifesto of solidarity with the opinions of Alexander and Montefiore was sent to The Times on 1 June 1917; and in the same month at Buffalo, N.Y., the President of the Annual Convention of the Central Conference of American Rabbis added his weight against Jewish nationalism: “I am not here to quarrel with Zionism. Mine is only the intention to declare that we, as rabbis, who are consecrated to the service of the Lord … have no place in a movement in which Jews band together on racial or national grounds, and for a political State or even for a legally-assured Home.” [141]

But while the controversy continued, the Zionists worked hard to produce a draft document which could form a declaration acceptable to the Allies, particularly Britain and the United States, and which would be in the nature of a charter of international status for their aims in Palestine. This was treated as a matter of urgency, as Weizmann believed it would remove the support from non-Zionist Jews [142] and ensure against the uncertainties inseparable from the war.

On 13 June 1917 Weizmann wrote Sir Ronald Graham at the Foreign Office that “it appears desirable from every point of view that the British Government should give expression to its sympathy and support of the Zionist claims on Palestine. In fact, it need only confirm the view which eminent and representative members of the Government have many times expressed to us … ” [143] This was timed to coincide with a minute of the same date of one of Balfour’s advisers in which it was suggested that the time had arrived “when we might meet the wishes of the Zionists and give them an assurance that H.M.G. are in general sympathy with their aspirations. ” [144] To which Balfour remarked, “Personally, I should still prefer to associate the U.S.A. in the Protectorate, should we succeed in securing it.” [145]

The Zionists also had to counter tentative British and American plans to seek a separate peace with Turkey. When Weizmann, for the Zionists, together with Malcolm, for the Armenians, went on 10 June to the Foreign Office to protest such a plan, Weizmann broadly suggested that the Zionist leaders in Germany were being courted by the German Government, and he mentioned, to improve credibility, that approaches were made to them through the medium of a Dr. Lepsius.

The truth, probably, is that the Berlin Zionist Executive was initiating renewed contact with the German Government so as to give weight to the pleading of their counterparts in London that the risk of German competition could not be left out of account. Lepsius was actually a leading Evangelical divine, well known for his championship of the Armenians, who were then being massacred in Turkey. When Leonard Stein examined the papers of the Berlin Executive after the war, his name was not to be found, and Mr. Lichtheim of the Executive had no recollection of any overtures by Lepsius.[146]

In the U.S., in July 1917, a special mission consisting of Henry Morgenthau, Sr., and Justice Brandeis’s nephew, Felix Frankfurter, was charged by President Wilson to proceed to Turkey, against which the United States did not declare war, to sound out the possibility of peace negotiations between Turkey and the Allies. In this, Wilson may have been particularly motivated by his passion to stop the massacres of Armenian and Greek Christians which were then taking place in Turkey and for whom he expressed immense solicitude On many occasions. Weizmann, however, accompanied by the French Zionist M. Weyl, forewarned, proceeded to intercept them at Gibraltar and persuaded them to return home.[147] During 1917 and 1918 more Christians were massacred in Turkey. Had Morgenthau and Frankfurter carried out their mission successfully, maybe this would have been avoided.

This account appears in William Yale’s book The Near East: A Modern History. He was a Special Agent of the State Department in the Near East during the First World War. When I had dinner with him on 12 May 1970 at the Biltmore Hotel in New York, I asked him if Weizmann had told him how the special mission had been aborted. He replied that Weizmann said that the Governor of Gibraltar had held a special banquet in their honor, but at the end all the British officials withdrew discretely, leaving the four Jews alone. “Then,” said Weizmann, “we fixed it.”

The same evening, he told me something which he said he had never told anyone else, and which was in his secret papers which were only to be opened after his death. He later wrote to me, after he had read The Palestine Diary, saying that he would like me to deal with those papers.

One of Yale’s assignments was to follow Wilson’s preference for having private talks with key personalities capable of influencing the course of events. He did this with Lloyd George, General Allenby and Col. T.E. Lawrence, for example. Yale said he had a talk with Weizmann “somewhere in the Mediterranean in 1919,” and asked him what might happen if the British did not support a national home for the Jews in Palestine. Weizmann thumped his fist on the table and the teacups jumped, “If they don’t,” he said, “we’ll smash the British Empire as we smashed the Russian Empire.”

Brandeis was in Washington during the summer of 1917 and conferred with Secretary of State Robert S. Lansing from time to time on Turkish-American relations and the treatment of Jews in Palestine.[148] He busied himself in particular with drafts of what later became the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine, and in obtaining American approval for them.[149] A considerable number of drafts were made in London and transmitted to the United States, through War Office channels, for the use of the American Zionist Political Committee. Some were detailed, but the British Government did not want to commit itself to more than a general statement of principles.

On 18 July, such a statement, approved in the United States, was forwarded by Lord Rothschild to Lord Balfour. It read as follows:

His Majesty’s Government, after considering the aims of the Zionist Organization, accepts the principle of recognizing Palestine as the National Home [CC] of the Jewish people and the right of the Jewish people to build up its national life in Palestine under a protectorate to be established at the conclusion of peace following the successful issue of war.

His Majesty’s Government regards as essential for the realization of this principle the grant of internal autonomy to the Jewish nationality in Palestine, freedom of immigration for Jews, and the establishment of a Jewish national colonization corporation for the resettlement and economic development of the country.

The conditions and forms of the internal autonomy and a charter for the Jewish national colonizing corporation should, in the view of His Majesty’s Government, be elaborated in detail, and determined with the representatives of the Zionist Organization.[150]

It seems possible that Balfour would have issued this declaration but strong representatives against it were made directly to the Cabinet by Lucien Wolf, Claude Montefiore Sir Mathew Nathan, Secretary of State for India Edwin Montagu, [DD] and other non-Zionist Jews. It was significant they believed that “anti-semites are always very sympathetic to Zionism,” and though they would welcome the establishment in Palestine of a center of Jewish culture, some — like Philip Magnes — feared that a political declaration would antagonize other sections of the population in Palestine, and might result in the Turks dealing with the Jews as they had dealt with the Armenians.[154] The Jewish opposition was too important to ignore, and the preparation of a new draft was commenced. At about this time, Northcliffe and Reading [EE] visited Washington and had a discussion with Brandeis at which they undoubtedly discussed Zionism.[155]

Multiple pressures at key points led Lord Robert Cecil to telegraph to Col. E.M. House on 3 September 1917: “We are being pressed here for a declaration of sympathy with the Zionist movement and I should be very grateful if you felt able to ascertain unofficially if the President favours such a declaration. ” [156] House, who had performed services relating to Federal Reserve and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, [157] and was Wilson’s closest adviser, relayed the message, but a week later Cecil was still without a reply.

On 11 September the Foreign Office had ready for dispatch the following message for Sir William Wiseman, [FF] head of the British Military Intelligence Service in the United States: “Has Colonel House been able to ascertain whether the President favours sympathy with Zionist aspirations as asked in my telegram of September 3rd? We should be most grateful for an early reply as September 17th is the Jewish New Year and announcement of sympathy by or on that date would have excellent effect.” But before it was sent, a telegram from Colonel House dated 11 September reached the Foreign Office.

Wilson had been approached as requested and had expressed the opinion that “the time was not opportune for any definite statement further, perhaps, than one of sympathy, provided it can be made without conveying any real commitment.” Presumably, a formal declaration would presuppose the expulsion of the Turks from Palestine, but the United States was not at war with Turkey, and a declaration implying annexation would exclude an early and separate peace with that country.[158]

In a widely publicized speech in Cincinnati on 21 May 1916, after temporarily relinquishing his appointment as Ambassador to Turkey in favor of a Jewish colleague, Henry Morgenthau had announced that he had recently suggested to the Turkish Government that Turkey should sell Palestine to the Zionists after the war. The proposal, he said, had been well received, but its publication caused anger in Turkey.[159]

Weizmann was “greatly astonished” at this news, especially as he had “wired to Brandeis requesting him to use his influence in our favour … But up to now I have heard nothing from Brandeis.” [161]

On 19 September Weizmann cabled to Brandeis:

Following text declaration has been approved by Foreign Office and Prime Minister and submitted to War Cabinet:

1. H.M. Government accepts the principle that Palestine should be reconstituted as the national home of the Jewish people.

2. H.M. Government will use its best endeavours to secure the achievement of the object and will discuss the necessary methods and means with the Zionist Organization.[162]

Weizmann suggested that non-Zionist opposition should be forestalled, and in this it would “greatly help if President Wilson and yourself support the text. Matter most urgent.” [163] He followed this up with a telegram to two leading New York Zionists, asking them to “see Brandeis and Frankfurter to immediately discuss my last two telegrams with them,” adding that it might be necessary for him to come to the United States himself.[164]

Brandeis saw House on 23 September and drafted a message, sent the following day through the British War Office. It advised that presidential support would be facilitated if the French and Italians made inquiry about the White House attitude, but he followed this the same day with another cable stating that from previous talks with the President and in the opinion of his close advisers, he could safely say that Wilson would be in complete sympathy.[165]

Thus Brandeis had either persuaded Wilson that there was nothing in the draft (Rothschild) declaration of 19 September which could be interpreted as “conveying any real commitment,” which is difficult to believe, or he had induced the President to change his mind about the kind of declaration he could approve or was sure he and House could do so.[166]

On 7 February 1917, Stephen Wise had written to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes, ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [167] In October, after seeing House together with Wise, de Haas reported to Brandeis: ”He has told us that he was as interested in our success as ourselves.” To Wilson, House stated that “The Jews from every tribe descended in force, and they seem determined to break in with a jimmy, if they are not let in.” [168] A new draft declaration had been prepared; Wilson had to support it.

On 9 October 1917, Weizmann cabled again to Brandeis from London of difficulties from the “assimilants” Opposition: “They have found an excellent champion … in Mr. Edwin Montagu who is a member of the Government and has certainly made use of his position to injure the Zionist cause. ” [169]

Weizmann also telegraphed to Brandeis a new (Milner-Amery) formula. The same draft was cabled by Balfour to House in Washington on 14 October:

His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish race and will use its best endeavours to facilitate achievement of this object; it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of the existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed in any other country by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship.[170]

It was reinforced by a telegram from the U.S. Embassy in London direct to President Wilson (by-passing the State Department), stating that the “question of a message of sympathy with the (Zionist) movement” was being reconsidered by the British Cabinet “in view of reports that (the) German Government are making great efforts to capture (the) Zionist movement.” [171]

Brandeis and his associates found the draft unsatisfactory in two particulars. They disliked that part of the draft’s second safeguard clause which read, “by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship,” and substituted “the rights and civil political status enjoyed by Jews in any country. In addition, Brandeis apparently proposed the change of “Jewish race” to “Jewish people.” [172] Jacob de Haas, then Executive Secretary of the Provisional Zionist Committee, has written that the pressure to issue the declaration was coming from the English Zionist leaders: “they apparently needed it to stabilize their position against local anti-Zionism. If American Zionists were anxious about it, Washington would act.” De Haas continues:

Then one morning Baron Furness, one of England’s unostentatious representatives, brought to 44 East 23rd Street, at that time headquarters of the Zionist Organization, the final draft ready for issue. The language of the declaration accepted by the English Zionists based as it was on the theory of discontent was unacceptable to me. I informed Justice Brandeis of my views, called in Dr. Schmarya Levin and proceeded to change the text. Then with Dr. Wise, I hurried to Colonel House. By this time he had come to speak of Zionism as “our cause.” Quietly he perused my proposed change, discussed its wisdom and promised to call President Wilson on his private wire and urge the change. He cabled to the British Cabinet. Next day he informed me that the President had approved. I had business that week-end in Boston and it was over the long distance wire that my secretary in New York read to me the final form as repeated by cable from London. It was the text as I had altered it.[173]

“It seems clear,” wrote Stein, “that it was not without some prompting by House that Wilson eventually authorized a favourable reply to the British enquiry.” Sir William Wiseman, “who was persona grata both with the President and with House, was relied upon by the Foreign Office for dealing with the declaration at the American end. Sir William’s recollection is that Colonel House was influential in bringing the matter to the President’s attention and persuading him to approve the formula.” [174]

On 16 October 1917, after a conference with House, Wiseman telegraphed to Balfour’s private secretary: ”Colonel House put the formula before the President who approves of it but asks that no mention of his approval shall be made when His Majesty’s Government makes formula public, as he had arranged the American Jews shall then ask him for approval, which he will publicly give here.”[175]

The Balfour Declaration, as stated, was issued on 2 November 1917. Its text, seemingly so simple, had been prepared by some the craftiest of the craft of legal drafting. Leaflets containing its message were dropped by air on Germany and Austria and on the Jewish belt from Poland to the Baltic Sea.

Seven months had passed since America entered the war. It was an epochal triumph for Zionism, and some believe, for the Jews.

On the other hand, two months before the declaration, Sokolow had written of a marked falling off in “le philo-sémitisme d’autrefois,” ascribed by some to the impression that the Russian Jews were the mainspring of Bolshevism; and on the day it was issued, The Jewish Chronicle complained of “the antisemitic campaign which a section of the press in this country, indifferent to the national interests, is sedulously conducting.” [176] There only remained certain courtesies to be effected. On November 1917, Weizmann wrote a letter of thanks to Brandeis:

“… I need hardly say how we all rejoice in this great event and how grateful we all feel to you for the valuable and efficient help which you have lent to the cause in the critical hour … Once more, dear Mr. Brandeis, I beg to tender to you our heartiest congratulations not only on my own behalf but also on behalf of our friends here — and may this epoch-making be a beginning of great work for our sorely tried people and also of mankind.” [177]

The other principal Allied governments were approached with requests for similar pronouncements. The French simply supported the British Government in a short paragraph on 9 February 1918. Italian support was contained in a note dated 9 May 1918 to Mr. Sokolow by their ambassador in London in which he stressed the religious divisions of communities, grouping “a Jewish national centre” with existing religious communities.”

On 31 August 1918, President Wilson wrote to Rabbi Wise “to express the satisfaction I have felt in the progress of the Zionist movement . . since … Great Britain’s approval of the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people.” Brandeis joined in Zionist delight at the President’s endorsement and wrote: “Since the President’s letter, anti-Zionism is pretty near disloyalty and non-Zionism is slackening.” [178] Non-Zionist Jews now had a hard time if they wanted to disseminate their views; if they could not support Zionism they were asked at least to remain silent.

On 30 June 1922, the following resolution was adopted by the United States Congress:

Favouring the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people;

Resolved by the Senate and the House of Representatives of the United States of America in Congress assembled. That the United States of America favours the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, it being clearly understood that nothing shall be done which should prejudice the civil and religious rights of Christians and all other non-Jewish communities in Palestine, and that the holy places and religious buildings and sites in Palestine shall be adequately protected.[GG]

All people tend to see the world and its events in terms of their own experience, ideas and prejudices. This is natural. It is a fact used by master politicians and manipulators of opinion who form their appeals accordingly. The case of the Balfour Declaration is a fascinating example of a scheme presenting a multiplicity of images according to the facet of mind on which it reflected.

There were critics of the Balfour Declaration, although among the cacophony of many events competing for attention, few but its beneficiaries concentrated on the significance of what was being offered. One was the Jewish leader and statesman Mr. Edwin Montagu, who had no desire that Jews should be regarded as a separate race and a distinct nationality.[181] The other was Lord Curzon, who became Foreign Secretary at the end of October 1918. He prepared a memorandum dated 26 October 1917, on the penultimate and final drafts of the Balfour Declaration and related documents, and circulated it in the Cabinet. It was titled “The Future of Palestine.” Here are some extracts:

I am not concerned to discuss the question in dispute between the Zionist and anti-Zionist Jews . I am only concerned in the more immediately practical questions:

(a) What is the meaning of the phrase “a national home for the Jewish race in Palestine,” and what is the nature of the obligation that we shall assume if we accept this as a principle of British policy?

(b) If such a policy be pursued what are the chances of its successful realisation?

If I seek guidance from the latest collection of circulated papers (The Zionist Movement, G.-164) I find a fundamental disagreement among the authorities quoted there as to the scope and nature of their aim.

A “national home for the Jewish race or people” would seem, if the words are to bear their ordinary meaning, to imply a place where the Jews can be reassembled as a nation, and where they will enjoy the privileges of an independent national existence. Such is clearly the conception of those who, like Sir Alfred Mond, speak of the creation in Palestine of “an autonomous Jewish State,” words which appear to contemplate a State, i.e., a political entity, composed of Jews, governed by Jews, and administered mainly in the interests of Jews…

The same conception appears to underlie several other of the phrases employed in these papers, e.g., when we are told that Palestine is to become “a home for the Jewish nation,” “a national home for the Jewish race,” “a Jewish Palestine,” and when we read of “the resettlement of Palestine as a national centre,” and “the restoration of Palestine to the Jewish people,” all these phrases are variants of the same idea, viz., the re-creation of Palestine as it was before the days of the dispersion.

On the other hand, Lord Rothschild, when he speaks of Palestine as “a home where the Jews could speak their own language, have their own education, their own civilization, and religious institutions under the protection of Allied governments,” seems to postulate a much less definite form of political existence, one, indeed, which is quite compatible with the existence of an alien (so long as it is not Turkish) government…

Now what is the capacity as regards population of Palestine within any reasonable period of time? Under the Turks there is no such place or country as Palestine, because it is divided up between the sanjak of Jerusalem and the vilayets of Syria and Beirut. But let us assume that in speaking of Palestine in the present context we mean the old scriptural Palestine, extending from Dan to Beersheba, i.e., from Banias to Bir es-Sabi… . an area of less than 10,000 square miles. What is to become of the people of this country, assuming the Turk to be expelled, and the inhabitants not to have been exterminated by the war? There are over a half a million of these, Syrian Arabs — a mixed community with Arab, Hebrew, Canaanite, Greek, Egyptian, and possibly Crusaders’ blood. They and their forefathers have occupied the country for the best part of 1,500 years. They own the soil, which belongs either to individual landowners or to village communities. They profess the Mohammadan faith. They will not be content either to be expropriated for Jewish immigrants, or to act merely as hewers of wood and drawers of water to the latter.

Mr. Hamilton Fish replied: “As author of the first Zionist Resolution patterned on the Balfour Resolution, I denounce and repudiate the Ben Gurion statements as irreconcilable with my Resolution as adopted by Congress, and if they represent the Government of Israel and public opinion there, then I shall disavow publicly my support of my own Resolution, as I do not want to be associated with such un-American doctrines.”[180]


[X]  Born in Rumania in 1856, his imposing presence and scholarship combined with “an oracular manner suggesting that he had access to mysteries hidden from others, had made him an important figure at Zionist Congresses and on Zionist platforms in England and abroad.” It was calculated that Sykes would be impressed by his personality and background.[116]
[Y]  These included the socialist leader, Jules Cuesde, who had joined Viviani’s National Government as Minister of State; Gustave Herve: the publicist and future Minister de Monzie; and others.
[Z]  Privately, Sokolow resented Malcolm as “a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [130]
[AA]  Of Jewish extraction.[131]
[BB]  The French note represented a defeat for the “Syrian Party” in the government who believed in French dominion over the entire area. This was not only due to the strong representations of Sykes on behalf of his Government, but was assisted by those of Baron Edmond de Rothschild, [132] who prevailed upon the Alliance Israélite to back the Zionist cause.
The result of the no less successful conversations in Rome and the Vatican were cabled to the Zionist Organization over British controlled lines.[133]
[CC]  The use of the term “National Home” was a continuation of the euphemism deliberately adopted since the first Zionist Congress, when the term “Heimstaette” was used instead of any of the possible German words signifying “state.” At that time, its purpose was to avoid provoking the hostility of non-Zionist Jews.[151]
The author or inventor of the term ”Heimstaette” was Max Nordau who coined it ”to deceive by its mildness ” until such time as ”there was no reason to dissimulate our real aim.” [152]
The Arabic translation of ”National Home” ignores the intended subtlety, and the words employed: watan, qawm, and sha’b, are much stronger in meaning than an abstract notion of government.[153]
[DD]  (1879-1924). His father, the first Lord Swaythling, and Herbert Samuel’s father were brothers.
[EE]  Rufus Isaacs, a Jewish lawyer, who had quickly risen to fame in his profession, and then in politics. This was a period when elevations to the peerage for political and financial assistance to the party in power were so numerous that the whole system of British peerage was weakened. In 1916, Isaacs was a viscount; in 1917 an earl.
[FF]  Joined Kuhn, Loeb & Co. in 1921. and was responsible for their liaison with London banks, and was “in charge of financing several large enterprises.” [160]
[GG]  This was introduced by Mr. Hamilton Fish. His interpretation of his action was clarified thirty-eight years later, when the World Zionists held their 25th Congress in Jerusalem. David Ben Gurion, as Prime Minister of Israel, in his address to the gathering stated: “every religious Jew has daily violated the precepts of Judaism by remaining in the diaspora”; and, citing the authority of the Jewish sages, said: “Whoever dwells outside the land of Israel is considered to have no god.” He added: “Judaism is in danger of death by strangulation. In the free and prosperous countries it faces the kiss of death, a slow and imperceptible decline into the abyss of assimilation.” [179]


Wilson and the War

If the contract with Jewry was to bring the United States into the Great War in exchange for the promise of Palestine, did they in fact deliver, through Brandeis or anyone else?

For the German-Jewish princes of the purse in the United States, the evidence points more to the Russian revolution being the factor of most weight in determining their attitude.

Was it the resumption of Germany’s submarine blockade, the sinking of the Laconia, the Zimmerman telegram, which really influenced Wilson for war? Was it the Zionist counsel of Brandeis? In a careful study, Prof. Alex M. Arnett showed in 1937 that Wilson had decided to put the United States into the war on the side of the Allies many months before the resumption of U-boat warfare by Germany, which was promoted as a sufficient reason.[182]

In the propaganda battle for American public opinion between Britain and Germany, the former had the advantage of language, and the fact that on 5 August 1914 they had cut the international undersea cables linking Germany and the United States, thus eliminating quick communication between those two countries and giving British “news” the edge in forming public opinion.

The success of British propaganda methods were acknowledged by a German soldier of the time when he dictated his memoirs, Mein Kampf, in 1925: “In England propaganda was regarded as a weapon of the first order, whereas with us it represented the last hope of a livelihood for our unemployed politicians and a snug job for shirkers of the modest heroic type. Taken all in all, its results were negative.”

British propaganda portrayed the war as one of just defense against a barbarian aggressor akin to the hordes of Genghis Khan, who were rapers of nuns, mutilators of children, led by the Kaiser — pictured as a beast in human form, a lunatic, deformed monster, modern Judas, and criminal monarch.

Stories that German soldiers cut off the hands of Belgian children and crucified prisoners and perpetrated and all sorts of other atrocities said to have been practiced in Belgium, were circulated as widely as possible. The story about their making glycerine and soap from corpses did not appear until the end of April 1917, when new stories were created by American propagandists. One, a book called Christine, by “Alice Cholmondeley,” a collection of letters purporting to have been written by a teenage girl music student to her mother in Britain until her death in 1914, mingled a damning catalogue of alleged German character faults with emotional feelings for her fictitious mother and music. Propaganda experts rated it highly.[183]

The head of the American section of the British propaganda bureau, Sir Gilbert Parker, was able to report on his Success in the issue of his secret American Press Review for 11 October 1916 before the Presidential election: ”This week supplies satisfactory evidence of the permeation of the American Press by British influence.”

Men of British ancestry still dominated the powerful infrastructure of the economy, filled top positions in the State Department, in the influential Eastern universities, and in the communications and cultural media. Britain and France were more identified with democracy and freedom, and the Central Powers with imperial militaristic autocracy. From Oyster Bay, former President Theodore Roosevelt, recipient of the Nobel Peace Prize, performed high-pitched war dances of words in support of belligerency.

But at the Democratic convention, and in the subsequent campaign, it was William Jennings Bryan and his allied orators who created the theme and slogan: “He kept us out of war.”

Bryan had resigned as Secretary of State in June 1915 because he believed Wilson was jeopardizing American neutrality and showing partiality towards England. In his last interview, he told Wilson bitterly, “Colonel House has been Secretary of State, not I, and I have never had your full confidence.”

House, a secretive and subtle flatterer who had performed services relating to the Federal Reserve Bank and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, was perceived by Wilson as the “friend who so thoroughly understands me,” “my second personality….my independent self, His thoughts and mine are one.”

Bryan had wanted to go on a peace mission to Europe at the beginning of 1915, but the President sent House instead. House had actually sailed on the British ship Lusitania and as it approached the Irish coast on 5 February, the captain ordered the American flag to be raised.

The Intimate Papers of Colonel House record that on the morning of 7 May 1915, he and the British Foreign Secretary Grey drove to Kew. “We spoke of the probability of an ocean liner being sunk,” recorded House, “and I told him if this were done, a flame of indignation would sweep across America, which would in itself probably carry us into the war.” An hour later, House was with King George in Buckingham Palace. “We fell to talking, strangely enough,” the Colonel wrote that night, ”of the probability of Germany sinking a trans-Atlantic liner… ” He said, “Suppose they should sink the Lusitania with American passengers on board… “

That evening House dined at the American Embassy. A dispatch came in, stating that at two in the afternoon a German submarine had torpedoed and sunk the Lusitania off the southern coast of Ireland. 1,200 lives were lost, including 128 Americans. It took 60 years for the truth about its cargo to be confirmed; that it had carried munitions which exploded when the torpedo hit. But Secretary of State Bryan remarked to his wife, “I wonder if that ship carried munitions of war… . If she did carry them, it puts a different face on the whole matter! England has been using our citizens to protect her ammunition.”

In a telegram to President Wilson from England on 9 May 1915, House said he believed an immediate demand should made to Germany for assurance against a similar incident.

I should inform her that our Government expected to take measures … to ensure the safety of American citizens.

If war follows, it will not be a new war, but an endeavor to end more speedily an old one. Our intervention will save, rather than increase loss of life. We can no longer be neutral spectators .

In another telegram on 25 May, he noted that he had received from Ambassador Gerard a cable that Germany is in no need of food. “This does away with their contention that the starving of Germany justified their submarine policy.”

The next day, House lunched with Sir Edward Grey and read him all the telegrams that had passed between the President, Gerard and himself since last they had met. And he wrote on 30 May 1915, “I have concluded that war with Germany is inevitable, and this afternoon at six o’clock I decided to go home on the S.S. St. Paul on Saturday. I sent a cable to the President to this effect.” After his arrival in the United States, he wrote to the President from Rosslyn, Long Island, on 16 June 1915, a long letter which included the paragraph:

I need not tell you that if the Allies fail to win, it must necessarily mean a reversal of our entire policy.

I think we shall find ourselves drifting into war with Germany … Regrettable as this would be, there would be compensations. The war would be more speedily ended, and we would be in a strong position to aid the other great democracies in turning the world into the right paths. It is something that we have to face with fortitude, being consoled by the thought that no matter what sacrifices we make, the end will justify them. Affectionately yours, E.M. House.

Are these references related to Zionism or Palestine? I think not. Perhaps the clue is that immediately after the election of Wilson, House had anonymously published a political romance entitled Philip Dru: Administrator. Dru leads a revolt and becomes a dictator in Washington, where he formulates a new American constitution and brings about an international grouping or league of Powers.

Let us look to the other side of the water again in 1916, a year later.

About a month before Malcolm’s meeting with Sir Mark Sykes, Lloyd George gave an interview to the President of the United Press Association of America, in which he said “that Britain had only now got into her stride in her war effort, and was justifiably suspicious of any suggestion that President Wilson should choose this moment to ‘butt in’ with a proposal to stop the war before we could achieve victory.”

“The whole world … must know that there can be no outside interference at this stage. Britain asked no intervention when she was unprepared to fight. She will tolerate none now that she is prepared, until the Prussian military despotism is broken beyond repair… . The motto of the Allies was ‘Never Again!’ ” And this made worthwhile the sacrifices so far as well as those needed to end the war with victory.[184]

Grey wrote to him on the 29th of September that he was apprehensive about the effect “of the warning to Wilson in your interview… . It has always been my view that until the Allies were sure of victory the door should be kept open for Wilson’s mediation.”

But the following month, at one of the formal regular meetings with the Chief of the Imperial Staff, when Lloyd George received the familiar answers as to the course of the war — the German losses were greater than the Allies, that the Germans were gradually being worn down, and their morale shaken by constant defeat and retreat — he asked Sir Wm. Robertson for his views as “to how this sanguinary conflict was to be brought to a successful end … He just mumbled something about ‘attrition’.”

Lloyd George then asked for a formal memorandum on the subject. This was not encouraging, and said that an end could not be expected “before the summer of 1918. How long it may go on afterwards I cannot even guess.”

The facts were far from rosy, but were the hopes of Great Britain really hanging upon American entry into the war? There were two other possible courses.

One was suggested by the Marquess of Landsdowne, a member of the Cabinet and a statesman of considerable standing as the author of the Entente Cordiale in 1904. It was contained in a Memorandum Respecting a Peace Settlement, circulated to the Cabinet with the consent of the Prime Minister. Landsdowne suggested doubts as to the possibility of victory within a reasonable space of time.

What does the prolongation of the war mean? Our own casualties already amount to over 1,100,000. We have had 15,000 officers killed, not including those who are missing. There is no reason to suppose that, as the force at the front in the different theatres of war increases, the casualties will increase at a lower rate. We are slowly but surely killing off the best of the male population of these islands. The figures representing the casualties of our Allies are not before me. The total must be appalling.[185]

The other members of the Cabinet and the Chief of Staff repudiated peace without victory.

The other course was that adopted: to thrust more men and money into the holocaust (defined as a wholesale sacrifice or destruction). What would now be called political and military summit meetings were held in France to plan for it. They commenced on 15 November 1916.

In the political presentations, the only reference to America seems to have been offered by Lloyd George:

The difficulties we have experienced in making payment for our purchases abroad must be as present to the minds of French statesmen as to ourselves. Our dependence upon America is growing for food, raw material and munitions. We are rapidly exhausting the securities negotiable in America. If victory shone on our banners, our difficulties would disappear.[Asquith deleted the next sentence, which read] Success means credit: financiers never hesitate to lend to a prosperous concern: but business which is lumbering along amidst great difficulties and which is making no headway in spite of enormous expenditure will find the banks gradually closing their books against it.

This reference to Allied problems in getting more credit from the bankers in the United States, who were predominantly German-Jewish, elucidates Schiff’s agreement to arrange credit for Britain through the Jewish banker Cassel — they were not waiting for a Balfour Declaration, they were waiting for the Russian Revolution!

On the military side, there was general agreement at the summit conference that what was needed was a ”knock-out blow,” and it was decided that the 1917 plan of campaign would be an offensive on all fronts, including Palestine, with the Western Front as the principal one.

On 7 December the Asquith government fell and Lloyd George, who was pledged to a more vigorous prosecution of the war, took over the Government. Five days later, Germany and her allies put forward notes in which they stated their willingness to consider peace by compromise and negotiations.

The first of the battles opened on 9 April 1917, heralded by a bombardment of 2,700,000 shells. Another attack was launched by the French nine days later, these resulting in about a million dead and wounded on both sides. The French Army mutinied, and General Petain was put in charge.

At this time the two events which were to twist the world into a new shape were occurring, the Russian Revolution and American entry into the war.

French Government wanted to defer all offensive operations until American assistance became available, but the generals thought otherwise. Maj.-Gen. J.F.C. Fuller, whom I have met, one of the few bright military-political minds in this century, tells us that Haig “had set his heart on a decisive battle in Flanders, and so obsessed was he by it that he believed that he could beat the Germans single-handed, and before the Americans came in.” [186] I do not think that people who did not live in the great days of the British Empire can have a sense of the hubris of a Haig, unless one gets it from classical literature. Perhaps today it would be found in the head of the World Bank, from whom we taxpayers, like the common soldiers of that time, are so far removed! There was actually resentment in the England of my boyhood about Americans claiming to have played any significant part in fighting the Great War.

The outcome of the grandiosity of the generals and politicians was the costly Flanders campaign of the summer and autumn. On 7th June it was opened by the limited and successful Battle of Messines, which was preceded by a seventeen days’ bombardment of 3,500,000 shells, and initiated by the explosion of nineteen mines packed with a million pounds of high explosives.

On 31st July it was followed by the Third Battle of Ypres, for which the largest force of artillery ever seen in British history was assembled. In all, the preliminary bombardment lasted nineteen days, and during it 4,300,000 shells, some 107,000 tons in weight were hurled onto the prospective low lying battlefield. Its entire surface was upheaved; all drains, dikes, culverts and roads were destroyed, and an almost uncrossable swamp created, in which the infantry wallowed for three and a half months. When, on 10th November, the battle ended, the Germans had been pushed back a maximum depth of five miles on a frontage of ten miles, at a cost of a little under 200,000 men to themselves, and, at the lowest estimate, of 300,000 to their enemy.

Thus ended the last of the great artillery battles of attrition on the Western Front, and when in retrospect they are looked on, it becomes understandable why the politicians were so eager to escape them.

The Great War was like a greatly magnified version of the mutual destruction of noble men in the Niebelungenlied. Set against each other by the vanity and lack of vision of their rulers, the more they fought the more there was to avenge until death delivered them from their need. “At the going down of the sun and in the morning,” we should learn their lesson.

Britain’s Obligation?

In a memorandum marked in his own handwriting “Private & Confidential” to Lord Peel and other members of the Royal Commission on Palestine in 1936, James Malcolm wrote:

I have always been convinced that until the Jewish question was more or less satisfactorily settled there could be no real or permanent peace in the world, and that the solution lay in Palestine. This was one of the two main considerations which impelled me, in the autumn of 1916, to initiate the negotiations which led eventually to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine. The other, of course, was to bring America into the War.

For generations Jews and Gentiles alike have assumed in error that the cause of Anti-Semitism was in the main religious. Indeed, the Jews in the hope of obtaining relief from intolerance, engaged in the intensive and subversive propagation of materialistic doctrines productive of ”Liberalism,” Socialism, and Irreligion, resulting in de-Christianisation. On the other hand, the more materialistic the Gentiles became, the more aware they were subconsciously made of the cause of Anti-Semitism, which at bottom was, and remains to this day, primarily an economic one. A French writer — Vicomte de Poncins — has remarked that in some respects Anti-Semitism is largely a form of self-defence against Jewish economic aggression. In my opinion, however, neither the Jews nor the Gentiles bear the sole responsibility for this.

As I have already said, I had a part in initiating the negotiations in the early autumn of 1916 between the British and French Governments and the Zionist leaders, which led to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine.

The first object, of course, was to enlist the very considerable and necessary influence of the Jews, and especially of the Zionist or Nationalist Jews, to help us bring America into the War at the most critical period of the hostilities. This was publicly acknowledged by Mr. Lloyd George during a recent debate in the House of Commons.

Our second object was to enable and induce Jews all the world over to envisage constructive work as their proper field, and to take their minds off destructive and subversive schemes which, owing to their general Sense of insecurity and homelessness, even in the periods preceding the French Revolution, had provoked so much trouble and unrest in various countries, until their ever-increasing violence culminated in the Third International and the Russian Communist Revolution. But to achieve this end it was necessary to promise them Palestine in consideration of their help, as already explained, and not as a mere humanitarian experiment or enterprise, as represented in certain quarters.

It is no wonder that Weizmann did not refer to Malcolm in his autobiography, and Sokolow privately resented Malcolm “as a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [187]

It is also worth noting that on page seven of his memorandum Malcolm quoted General Ludendorff, former Quartermaster General of the German Army, and perhaps at least remembered for heading an unsuccessful coup in Munich in 1923, as saying that the Balfour Declaration was “the cleverest thing done by the Allies in the way of propaganda and that he wished Germany had thought of it first.”

On the other hand, might it not have provided some cold comfort for Ludendorff to believe that the Zionist Jews were a major factor in the outcome of the war — if that is what he is implying?

Malcolm’s belief in the Balfour Declaration as a means of bringing the United States into the war was confirmed by Samuel Landman, secretary to the Zionist leaders Weizmann and Sokolow, and later secretary of the World Zionist Organization. As

the only way (which proved so to be) to induce the American President to come into the war was to secure the cooperation of Zionist Jews by promising them Palestine, and thus enlist and mobilize the hitherto unsuspectedly powerful forces of Zionist Jews in America and elsewhere in favour of the Allies on a quid pro quo contract basis. Thus, as will be seen, the Zionists having carried out their part, and greatly helped to bring America in, the Balfour Declaration of 1917 was but the public confirmation of the necessarily secret “gentlemens’ ” agreement of 1916, made with the previous knowledge, acquiescence, and or approval of the Arabs, and of the British, and of the French and other Allied governments, and not merely a voluntary, altruistic and romantic gesture on the part of Great Britain as certain people either through pardonable ignorance assume or unpardonable ill-will would represent or rather misrepresent …[188]

Speaking in the House of Commons on 4 July 1922, Winston Churchill asked rhetorically,

Are we to keep our pledge to the Zionists made in 1917…? Pledges and promises were made during the war, and they were made, not only on the merits, though I think the merits are considerable. They were made because it was considered they would be of value to us in our struggle to win the war. It was considered that the support which the Jews could give us all over the world, and particularly in the United States, and also in Russia, would be a definite palpable advantage. I was not responsible at that time for the giving of those pledges, nor for the conduct of the war of which they were, when given, an integral part. But like other members I supported the policy of the War Cabinet. Like other members, I accepted and was proud to accept a share in those great transactions, which left us with terrible losses, with formidable obligations, but nevertheless with unchallengeable victory.

However, Hansard notes, one member, Mr. Gwynne, plaintively complained that “the House has not yet had an opportunity of discussing it.”

Writing to The Times on 2 November 1949, Malcolm Thomson, the official biographer of Lloyd George, noted that this was the thirty-second anniversary of the Balfour Declaration and it seemed a

suitable occasion for stating briefly certain facts about its origin which have recently been incorrectly recorded.

When writing the official biography of Lloyd George, I was able to study the original documents bearing on this question. From these it was clear that although certain members of the Cabinets of 1916 and 1917 sympathized with Zionist aspirations, the efforts of Zionist leaders to win any promise of support from the British Government had proved quite ineffectual, and the secret Sykes-Picot agreement with the French for partition of spheres of interest in the Middle East seemed to doom Zionist aims. A change of attitude was, however, brought about through the initiative of Mr. James A. Malcolm, who pressed on Sir Mark Sykes, then Under-Secretary to the War Cabinet, the thesis that an allied offer to restore Palestine to the Jews would swing over from the German to the allied side the very powerful influence of American Jews, including Judge Brandeis, the friend and adviser of President Wilson. Sykes was interested, and at his request Malcolm introduced him to Dr. Weizmann and the other Zionist leaders, and negotiations were opened which culminated in the Balfour Declaration.

These facts have at one time or another been mentioned in various books and articles, and are set out by Dr. Adolf Boehm in his monumental history of Zionism, “Die Zionistische Bewegung,” Vol. 1, p.656. It therefore surprised me to find in Dr. Weizmann’s autobiography, “Trial and Error,” that he makes no mention of Mr. Malcolm’s crucially important intervention, and even attributes his own introduction to Sir Mark Sykes to the late Dr. Caster. As future historians might not unnaturally suppose Dr. Weizmann’s account to be authentic, I have communicated with Mr. Malcolm, who not only confirms the account I have given, but holds a letter written to him by Dr. Weizmann on March 5, 1941, saying: “You will be interested to hear that some time ago I had occasion to write to Mr. Lloyd George about your useful and timely initiative in 1916 to bring about the negotiations between myself and my Zionist colleagues and Sir Mark Sykes and others about Palestine and Zionist support of the allied cause in America and elsewhere.”

No doubt a complexity of motives lay behind the Balfour Declaration, including strategic and diplomatic considerations and, on the part of Balfour, Lloyd George, and Smuts, a genuine sympathy with Zionist aims. But the determining factor was the intervention of Mr Malcolm with his scheme for engaging by some such concession the support of American Zionists for the allied cause in the first world war.

Yours, & c.,

MALCOLM THOMSON

According to Lloyd George’s Memoirs of the Peace Conference, where, as planned many years before, the Zionists were strongly represented,

There is no better proof of the value of the Balfour Declaration as a military move than the fact that Germany entered into negotiations with Turkey in an endeavor to provide an alternative scheme which would appeal to Zionists. A German-Jewish Society, the V.J.O.D., [HH] was formed, and in January 1918, Talaat, the Turkish Grand Vizier, at the instigation of the Germans, gave vague promises of legislation by means of which “all justifiable wishes of the Jews in Palestine would be able to meet their fulfillment.”

Another most cogent reason for the adoption by the Allies of the policy of the Declaration lay in the state of Russia herself. Russian Jews had been secretly active on behalf of the Central Powers from the first; they had become the chief agents of German pacifist propaganda in Russia; by 1917 they had done much in preparing for that general disintegration of Russian society, later recognised as the Revolution. It was believed that if Great Britain declared for the fulfillment of Zionist aspirations in Palestine under her own pledge, one effect would be to bring Russian Jewry to the cause of the Entente.

It was believed, also, that such a declaration would have a potent influence upon world Jewry outside Russia, and secure for the Entente the aid of Jewish financial interests. In America, their aid in this respect would have a special value when the Allies had almost exhausted the gold and marketable securities available for American purchases. Such were the chief considerations which, in 1917, impelled the British Government towards making a contract with Jewry.[189]

As for getting the support of Russian Jewry, Trotsky’s aims were to overthrow the Provisional Government and turn the imperialist war into a war of international revolution. In November 1917 the first aim was accomplished. Military factors primarily influenced Lenin to sign the peace treaty of Brest-Litovsk in 1918.

The Zionist sympathizers Churchill and George seemed never to lose an opportunity to tell the British people that they had an obligation to support the Zionists.

But what had the Zionists done for Britain?

Where was the documentation?

“Measured by British interests alone,” wrote the Oxford historian Elizabeth Monroe in 1963, the Balfour Declaration “was one of the greatest mistakes in our imperial history!”

The Zionists had the Herzlian tradition — shall we call it — of Promises, “promises.” Considerable credit for the diplomacy which brought into existence the Jewish national home must go to Weizmann. A British official who came into contact with him summarized his diplomatic method in the following words:

When (the First World War) began, his cause was hardly known to the principal statesman of the victors. It had many enemies, and some of the most formidable were amongst the most highly placed of his own people … He once told me that 2,000 interviews had gone into the making of the Balfour Declaration. With unerring skill he adapted his arguments to the special circumstances of each statesman. To the British and Americans he could use biblical language and awake a deep emotional undertone; to other nationalities he more often talked in terms of interest. Mr. Lloyd George was told that Palestine was a little mountainous country not unlike Wales; with Lord Balfour the philosophical background of Zionism could be surveyed; for Lord Cecil the problem was placed in the setting of a new world organization; while to Lord Milner the extension of imperial power could be vividly portrayed. To me, who dealt with these matters as a junior officer of the General Staff, he brought from many sources all the evidences that could be obtained of the importance of a Jewish national home to the strategical position of the British Empire, but he always indicated by a hundred shades and inflections of the voice that he believed that I could also appreciate better than my superiors other more subtle and recondite arguments.[190]


[HH]   Vereinigung Jüdischer Organisationen in Deutschland zur Wahrung der Rechte des Osten. (Alliance of the Jewish Organizations of Germany for the Safeguarding of the Rights of the East.)


Triumph and Tragedy

Herzl correctly predicted a great war between the Great Powers. His followers organized to be ready for that time to further their ambitions through exploiting the rivalry of the Great Powers. They had a vested interest in promoting that war and in its continuance until Palestine was wrested from Turkey by British soldiers.

They prepared for the Peace Conference at Versailles although they had no belligerent standing, but they had the weight of the Rothschilds, Bernard Baruch, Felix Frankfurter, and others, which made room for them.

In the Introduction to The Palestine Diary I wrote,

The establishment in 1948 of a “Jewish state” in Palestine was a phenomenal achievement. In fifty years from the Zionist Congress in Basle, Switzerland, in 1897 — attended by a small number of Jews who represented little more than themselves — the Zionist idea had captivated the vast majority of world Jewry, and enlisted in particular Britain, America and the United Nations to intervene in Palestine in its support.

In 1983, seventy-five years after the Balfour Declaration and nearly ninety years after the first Zionist Congress in Switzerland a meeting was held there of the International Conference on the Question of Palestine — but the conferees were not Jews — they were Palestinians — two million are in exile — displaced by Jews!

Where is the meaning for us?

On a day-to-day level, we can look in our newspapers for Zionist tactics of influence and leverage which we can document they have used successfully in the past.

Then there is a long-term strategy, From the mass of material in a century of history and in our complex society of today I see the underlying effect of two themes, They influence the lives of every one of us, and will continue to do so unless a change is made.

We can see them clearly in their early formulation, before they had been fed as valid data into the information processing and software systems of our society, with the result that most of the answers we get are wrong!

They are found in the conversation of Herzl and Meyer-Cohn in 1895. The sets of ideas are those associated with Jewish nationalism and racism on the Right [191] — racism being defined by Sir Andrew Huxley P.R.S. as the belief in the subjugation of one race by another, and on the other hand the concept of “universalism.”

Acceptance of this input from the Right into our computations has resulted in the transfer of some $50 billion from our pockets into theirs.[192] In 1983, budgeted American tax money, labeled “aid,” alone amounts to $625 for every man, woman and child in Israel.[193] It results in our acceptance of concentration camps for Palestinians containing thousands of people without a squeak from the so-called “international community” in acceptance of their assassination, torture, deportation, closing of their schools and colleges, even of their massacre.[194] The lives of American troops — men and women, are committed to supporting these crimes.[195] Criticism is called “antisemitism,” a word which computes as “unemployable social outcast.”

Jewish nationalism and Israeli policy planned the present destabilization of Lebanon in 1955.[196] This is part of larger schemes to fragment and enfeeble possible challenges to their supremacy in the Middle East.[197]

On the other hand we have “universalism.” This, I believe was the factor motivating Woodrow Wilson through House in his telegram of 30 May 1916 and letter of 16 June 1915 to the President, to which I have referred. “The League of Nations,” the United Nations Organization, are its printouts. Just as House was a coefficient of the international bankers, so the United Nations and the international bankers have been part of the coefficient whereby over $400 billion of the earnings of workers in countries where universalism is a significant force, has been transferred to the peoples of Asia, Africa, South America and Communist countries; money needed for our capital investment.

People should ask: How is it that, with such multiplication of industrial power and resources, our peoples’ standard of living and possibilities to have and support children have not multiplied accordingly? Why do so many of our women have to work? Why does no public figure — politician, labor leader — dare to ask — and raise the roof?

Universalism and Marxism compete superficially for first place as finalists in western culture distortion. Both promote its ethnic dilution, but deny us the reality of racial differences. Against our individuality and our nationalism, they and the global capitalists and their corporations unite as transnationals to reduce all but themselves to a common consumer market of blurred boundaries and one color. They would like one law — which they would make; one armed force — which they would control. Universalism would impose — not a global peace, but a global tyranny!

Universalism has come up with “interdependence,” an expression used as a cover for the expropriation of our earnings as foreign aid in various forms; it has anesthetized the sense of self-defense of our countries so that those who have tried to stop their colonization by people from exploding populations of Africa, Asia and Latin America have been made to feel that they were depriving others of their “human rights.”

In countries where they live other than Israel, Zionists are in the forefront of opposition to restrictions on immigration. Note that even in 1903 a leader of the fight against the Alien’s Bill and against tightening up naturalization regulations in Britain was the pro-Zionist Winston S. Churchill, and the super-Zionist Herzl appeared before the Royal Commission on Alien Immigration to oppose any restriction.

And yet, my Arab friends born in Jerusalem are cast out and cannot return.

“If,” said Herzl, “we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.

In a hundred years they have almost won that struggle.

In a conversation with Joseph Chamberlain in 1903, Theodore Herzl was asked how the Jewish colony would survive in the distant future. Herzl said, “We shall play the role of a small buffer state. We shall attain this not through the goodwill but from the jealousy of the Powers.”

This is the game that Israel plays today, obtaining its military supplies, its high technology, and its billions of dollars from the pay packets of American workers, using the rivalry of the USSR and the U.S.A.

We should not allow ourselves to be made pawns in the games of others.


Appendix

SECRET

Political Intelligence Department,

Foreign Office.

Special 3.

Memorandum on British Commitments to King Husein

(Page 9) With regard to Palestine, His Majesty’s Government are committed by Sir H. McMahon’s letter to the Sherif on the 24th October, 1915, to its inclusion in the boundaries of Arab independence. But they have stated their policy regarding the Palestinian Holy Places and Zionist colonisation in their message to him of the 4th January, 1918:

“That so far as Palestine is concerned, we are determined that no people shall be subjected to another, but that in view of the fact:

“(a.) That there are in Palestine shrines, Wakfs, and Holy Places, sacred in some cases to Moslems alone, to Jews alone, to Christians alone, and in others to two or all three, and inasmuch as these places are of interest to vast masses of people outside Palestine and Arabia, there must be a special regime to deal with these places approved of by the world.

“(b.) That as regards the Mosque of Omar, it shall be considered as a Moslem concern alone, and shall not be subjected directly or indirectly to any non-Moslem authority.

“That since the Jewish opinion of the world is in favour of a return of Jews to Palestine, and inasmuch as this opinion must remain a constant factor, and further, as His Majesty’s Government view with favour the realisation of this aspiration. His Majesty’s Government are determined that in so far as is compatible with the freedom of the existing population, both economic and political, no obstacle should be put in the way of the realisation of this ideal.”

This message was delivered personally to King Husein by Commander Hogarth, and the latter reported on his reception of it as follows:

“The King would not accept an independent Jewish State in Palestine, nor was I instructed to warn him that such a State was contemplated by Great Britain. He probably knows nothing of the actual or possible economy of Palestine, and his ready assent to Jewish settlement there is not worth very much. But I think he appreciates the financial advantage of Arab co-operation with the Jews.”


Notes

[1]A Survey of Palestine, 1945-1946, H.M.S.O., vol. I, p.1.
[2]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl. pp.35.
[2a]Ibid., p.63.
[2b]Ibid., pp. 128-129, 132, 152, 176.
[3]Ibid., p.215.
[4]  Weizmann, Trial and Error, p.45-46.
[5]  Stein, Leonard, Zionism (London: Kegan Paul, Trench, Trubaer and Ca., 1932). p.62.
[6]  Bela. Alex., Theodor Herzl (tr. Maurice Samuel). (Philadelphia: Jewish Palestine Society), pp. 304-305; Halpern. The Ideal of a Jewish State, p.144.
[7]Ibid,. For financial details. see pp. 262-264.
[8]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl, p.398.
[9]  Lewisohn, Ludwig, Theodor Herzl. (New York: World. 1955). pp. 335-341.
[10] Bela. Theodor Herzl, p.490.
[11]Ibid., pp. 361ff. 378f.
[12] Ziff, William B., The Rape of Palestine. (New York: Longmans & Green, 1938), p. 43.
[13] British Foreign Office to Herzl, 19 lane 1903, Zionist Archives, Jerusalem.
[14]Tagebuecher,vol.111, pp, 412-413 (24 April 1903), Berlin 1922.
[15] Stein. Leonard, The Balfour Declaration. (New York: Simon & Schuster, 1916),
[16] Lipsky, Louis, A Gallery of Zionist Profiles (New York: Farrar, Straus & Cudahy, 1956), p.37.
[17] Halpern, The Idea of a Jewish State, pp. 154-155.
[18] Stein, The Balfour Declaration, p.78. [19]Ibid., p. 35.
[20] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.94.
[21] Alsberg, F.A., Ha-Sh’ela ha-Aravit, vol. I, Shivat Zion, IV, pp. 161-209. Quoted by Halpern in The Idea of a Jewish State, p.267.
[22] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.36.
[23]Ibid., p. 98.
[24] Halpern, The Idea of a Jewish State, p.267.
[25] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, pp.95.98.
[26] Protocols of the 10th Zionist Congress, p.11.
[27] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.26.
[28] Halpern. The Idea of a Jewish State, p. 267.
[29] Report of the 12th Zionist Congress (London: Central Office of the Organization. 1922) pp. 13ff.
[30] Bela, A., Return to the Soil. (Jerusalem: Zionist Organization. 1952) p.27.
[31] Hecht, Ben, Perfidy (New York: Julian Messner, Inc., 1961), p.254.
[32] Reports submitted by the Executive of the Zionist Organization to the 12th Zionist Congress, London, 1921, Palestine Report. p.7.
[33] Hyamson, A.M., The Near East, 31 Oct. 1913 (London, 1917), p.68.
[34]Ibid., pp.39-40.
[35]Jewish Chronicle, 16 October 1908.
[36]Die Welt, 22 January 1909.
[37] Protocols of the 11th Zionist Congress, p.6.
[38] Joffre, Joseph J.C., The Memoirs of Marshal Joffre (London and New York: Harper & Brothers, 1932), Vol.1, pp.38-39.
[39] Chamberlain, Austen, Down the Years (London: Cassell & Co., 1935), p.104.
[40] Churchill, Winston L.S., The World Crisis, 1911-1918 (London: T. Butterworth, 1931), Vol.1, p.234.
[41] Stein, The Balfour Declaration, pp.104-105.
[42]Ibid., p.109.
[43]Ibid., pp.233-234.
[44] Adamov, E., Ed., Die Europaeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.91.
[45] Stein, The Balfour Declaration, p.97.
[46] For details see 1921 Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London, 1921.
[47] Letter from Max Bodheimer to Otto Warburg, 22 November 1914 Jerusalem: Zionist Archives), quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.98, n.8.
[48] Stein, The BalfourDeclaration, pp.197-198.
[49] Gottheil to Louis 0. Brandeis, 1 October 1914 (unpublished).
[50] London: The Times, 10 November 1914.
[51] Letter from Greenberg to Herzl, 4 July 1903, quoted in Stein, TheBalfour Declaration, p.28. This seems to indicate Lloyd George’s first contact with the Zionist movement: ‘Lloyd George, as you know, is an M.P.; he, therefore, knows the ropes of these things and can be helpful to us.’
[52] Samuel, Viscount Herbert, Memoirs (London: Cresset Press, 1945), pp 139ff.
[53] Letter from Samuel to Weizmann, 11 January 1915, quoted in Stein, The BalfourDeclaration, p.109, fo. 24; also Samuel, Memoirs, p.144.
[54] Samuel, Memoirs, p.143. In a letter of 20 November 1912 to the Zionist Executive, Weizmann mentioned Haldane as one of the important persons to whom he thought he could gain access: Zionist Archives.
[55] Stein, The BalfourDeclaration, p.111, fn. 33; Crewe’s mother-in-law was the Countess of Rosebery, daughter of Baron Mayer de Rothschild, see p.112, fn. 34.
[56] Samuel, Memoirs, p.141.
[57] Oxford and Asquith, Earl, Memories and Reflections (London: Cassell, 1928), Vol. II , p. 59.
[58] Samuel, Memoirs, pp.143-144.
[59] Oxford and Asquith, Memories and Reflections, Vol. II, p. 65.
[60]Ibid., p. 188; Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London 1921. ‘Organization Report.’ p. 113, gives a much smaller figure.
[61] Rischin, Moses, The Promised City: New York’s Jews, 1870-1914 (Cambridge: Harvard University Press, 1962).
[62] German Foreign Office Documents at London Record Office, Washington to Berlin K 692/K 176709-10, and K 692/K 17611-12-Berlin to Washington, 1 November 1914. ‘Some time ago we already strongly advised Turkey, on account of international Jewry, to protect Jews of every nationality, and we are now reverting to the matter once again.’
[63] German Foreign Office Documents, K 692/K 176723 and 176745.
[64] Stein, The Balfour Declaration, p.201.
[65] Richard Lichtheim to Leonard Stein, 12 February 1952, The Balfour Declaration, p.209, fn. 9.
[66] Report dated 8 March 1915, Papers of Nahum Sokolow, Quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.210, fn. 10.
[67]Palestine Report to 1921 Zionist Congress, p. 34.
[68] Lichtheim, Richard, Memoirs, published in Hebrew version as She’ar Yashoov (Tel Aviv: Newman, 1953), Chapter XV.
[69]Ibid., Chapter XVIII.
[70]The Timesof history of the War; Vol. XIV, pp. 320-321; Stein, The Balfour Declaration, pp. 212-213; e.g., Preussicher Jahrbuecher, August-September 1915, article by Kurt Blumenfeld.
[71] Lichtheim, Memoirs, Chapter XVIII; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 213-214, fns. 21.22.
[72] Stein, The Balfour Declaration, p.214, fn. 23.
[73] Stein, The Balfour Declaration, pp. 536-537; Note of the interview in memorandum 28 August 1917, Zionist Archives.
[74] Stein, The Balfour Declaration, p.537. Even in 1959, Aaronssohn’s superior, Colonel Richard Meinertzhagen. wrote: “I am not at liberty to divulge any of his exploits as it would publicize methods better kept secret”- Middle East Diary 1917-1956 (New York: Yoseloff, 1960) p.5.
[75] Stein, The Balfour Declaration, p.217.
[76] Conjoint Foreign Committee 1916/210, 5 April 1916; Stein, The Balfour Declaration, p.218.
[77]Hatikvah (Antwerp), December 1927, contains article by Basch.
[78] Conjoint Foreign Committee, 1915/340.
[79]Ibid., 1916/183ff; Translated in Stein, The Balfour Declaration, p.219.
[80] Poincare, R., Au Service de la France (Paris: Plon, 1926), Vol. VIII, p.220,15 May 1916.
[81] Conjoint Foreign Committee, 1916/110, 124; Stein, The Balfour Declaration, p 220.
[82] Conjoint Foreign Committee, 1916/11ff; Stein, The Balfour Declaration, pp. 220-221.
[83]Die Welt, 1913, No. 35, p. 1146; Stein, The Balfour Declaration, p. 67.
[84] Conjoint Foreign Committee, 1916/130ff, 18 February 1916; Stein. The Balfour Declaration, p. 221.
[85] Conjoint Foreign Committee, 1916/206; Stein, The Balfour Declaration, p. 223.
[86] Stein. The Balfour Declaration, p.225.
[87] Adamov, E., Ed., Die Europoeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.80.
[88] Conjoint Foreign Committee, 1916/387.
[89] Lloyd George, WarMemoirs, 1915-1916, p.434.
[90] Falls, Cyril, The Great War (New York; Putnam, 1959), p.180.
[91] Yale, William, The Near East: A Modern History (Ann Arbor: The University of Michigan Press. 1958) p. 263.
[92] Caster (Moses) Papers, quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.285, fn.
[93] Stein, The Balfour Declaration, pp. 488-490.
[94] Lloyd George, War Memoirs, 1915-1916, p.276.
[95] Landman, S., in World Jewry, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal, 1935), Vol.2, No.43, 22 February 1935.
[96] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Malcolm, Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution, pp. 2-3.
[97] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Link, A.S., Wilson, The New Freedom (Princeton: University Press. 1956) pp. 10ff, 13ff.
[98] Ziff, The Rape of Palestine, p. 58.
[99] Mason, Alphoos T.M., Brandeis, A Free Man’s Life (New York: Viking Press, 1956), p. 451.
[100]Ibid., p. 452.
[101] Gwynn, Stephen, Ed., Letters and Friendships of Sir Cecil Spring Rice (London: Constable, 1929), Vol. II, pp. 200-201.
[102] Yale, The Near East, p.268.
[103] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 448.
[104]The TimesDocumentary History of the War, London, 1917, Vol. IX, Part 3, p. 303.
[105] National Archives. Department of State, Decimal File 1910-1929, No. 881.4018/325.
[106]Jewish Advocate, 13 August 1915.
[107]Boston Post, 4 October 1915.
[108] The ESCO (Ethel Silverman Cohn) Foundation of Palestine. Inc., Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies (New Haven: Yale University Press 1947), Vol. I, pp.87-89.
[109] Sykes, Two Studies in Virtue, p.187.
[110] Somervell, D.C., British Politics Since 1900 (New York: Oxford University Press 1950), p. 113.
[111] Report of the Twelfth Zionist Congress (London: Central Office of the Zionist Organization, 1922), p. 13ff.
[112] Stein, The Balfour Declaration, p. 25.
[113] Antonius, The Arab Awakening, p. 263.
[114] Taylor. Alan, Prelude to Israel (New York: Philosophical Library, 1959), p. 19.
[115] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 92-93
[116] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 286-287.
[117] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 94.
[118] Taylor. Alan, Prelude to Israel, p. 20.
[118a] Stein, p 509 citing Brandeis’ papers.
[119]New York Times 24 March 1917.
[120] United States: State Department Document 861.00/288, 19 March 1917.
[120a] 120a. Stein, p 332 fn.
[121] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 196.
[122] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 140. Stein, TheBalfourDeclaration, p. 396, fn. 10.
[123] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 396-397.
[124]Ibid., p. 394 fn 3.
[125] Letter from Sokolow to Weizmann, quoted in TheBalfourDeclaration, p. 400, fn. 27.
[126] Stein, TheBalfourDeclaration, p.400. fn. 29.
[127] Landman, S., in World Jewry, BalfourDeclaration: Scent Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal 1935), 1 March 1935.
[128]Les Origines de la Déclaration Balfour, Question d’Israel (Paris, 1939), Vol. 17, p. 680 (Translation)
[129]Ibid.
[130] Translation from Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[131] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 414.
[132] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 211.
[133] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 141.
[134] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.452.
[135] Dugdale, Blanche E.C., Arthur James Balfour (London, Hutchinson, 1936), Vol, II. p. 231.
[136] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, pp. 452-453.
[137]The Times (London), 24 May 1917.
[138]Ibid., 28 May 1917.
[139] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 148.
[140]Ibid., p 149.
[141]Ibid., p 153.
[142] Weizmann, Trial and Error, p. 179.
[143] Stein, p. 462.
[144]Ibid.
[145]Ibid.
[146]Ibid., pp 463-64.
[147] Yale, The Near East: A Modern History, p. 241 Also article by William Yale in World Politics (New Haven: April 1949), Vol. I, No.3, pp. 308-320 on ‘Ambassador Morgenthau’s Special Mission of 1917’; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 352-360.
[148] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[149]Ibid., p 453.
[150] Jeffries, Palestine: The Reality, pp. 163-164.
[151] De Haas, Jacob, Theodor Herzl: A Biographical Study (Chicago: University Press, 1027), Vol. I, pp. 194 et seq
[152] Sykes, Two Studies in Virtue: On the basis of Nordan’s manuscript, ‘The Prosperity of His Servant.’ p 160 fn 1.
[153] Sadaqu Najib, Qadiyet Falastin (Beirut: 1946) pp. 19, 31.
[154] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 526.
[155] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.673.
[156] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 504, fn. 5.
[157] Seymour, Charles (ed. by), The Intimate Papers of Col. House (New York: Houghton Mifflin, 1926), pp. 161, 174.
[158] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 504-505, fn. 5, 7.
[159] The Jewish Chronicle, 26 May 1916. In a personal communication, Prof. W. Yale notes that the Cairo publisher Dr. Faris Nimr told him that Morgenthau had talked with the Khedive, Abbas Hilmi, in 1914, regarding a role in promoting the cession of Palestine to Egypt.
[160]New York Times, Obituary, 18 June, 1962.
[161]Chaim Weizmann Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[162] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[163]Ibid., p.453. Stein, TheBalfourDeclaration, p.506.
[164] Brandeis to de Haas and Lewin-Epstein. 20 September 1917, Brandeis Papers, in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[165]Ibid., Brandeis to House, 24 September 1917.
[166] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 507-508.
[167]The Brandeis Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p.509.
[168]The Wilson Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 509.
[169] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.453.
[170]Ibid.
[171] Adler. ‘The Palestine Question in the Wilson Era,’ pp. 305-306. Quoted in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 528.
[172] See ‘The Zionist-Israel Juridical claims to constitute “The Jewish people” nationality entity and to confer membership in it: Appraisal in public international law.’ W.T. Mallinson, Jr., George Washington Law Review, Vol. 32, No.5, (June 1964). pp. 983-1075, particularly p. 1015.
[173]The New Palestine published by the Zionist Organization of America, 28 October 1927, pp. 321, 343.
[174] William Wiseman to Leonard Stein, 7 November 1952: in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 529.
[175] In a dispatch dated 19 May 1919 from Balfour to Curzon, ‘The correspondence with Sir William Wiseman in October 1917’ is mentioned as evidence of endorsement of the Balfour Declaration. Document on British Foreign Policy, First Series, Vol. IV, No.196, fn. 4, p.281.
[176] Stein, pp. 561-62.
[177] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.454.
[178]Ibid., p.455.
[179]The New York Times, 8 January 1961, 53:6.
[180]Ibid., 14 January 1961, 22:5.
[181] Lloyd George, Memoirs of the Peace Conference, Vol. II, p. 732.
[182]Claude Kitchen and the Wilson War Policies, 1937, reprinted 1971, Russel.
[183] Knightley, Phillip, The First Casualty (N.Y.: Harcourt Brace, 1975), p. 122.
[184]War Memoirs of David Lloyd George (Boston: Little, Brown, 1933), pp. 280-3.
[185]War Memoirs, p.291.
[186]The Conduct of War, J.F.C. Fuller (New Brunswick: Rutgers, 1961), p.171
[187] Translation from the Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[188]Great Britain, the Jews and Palestine (London, 1936), pp. 4-5, New Zionist Press.
[189] George, Memoirsof the Peace Conference, p. 726.
[190] Taylor, Prelude to Israel, p.24.
[191] Example: resigning Israeli Chief of Staff, Gen. Rafael Eytan, following the invasion of Lebanon, likened the Palestinians to “cockroaches.”
[192] The U.S. General Accounting Office figure for military and economic aid to Israel from 1948 through 1982 was $24 billion. To this must be added the tax-free contributions to Israeli organizations, loss on investment of funds in Israeli bonds by American cities such as New York, by labor unions, and other entities. To the add the costs of transfer of American technology to Israel. Since 1982, IJ.S. annual taxpayer levies for Israel have been increased by Congress. so that the cost of Israel for the United States could easily climb to well in excess of $100 billion over the next decade.
[193]The New York Times, 10 July 1983.
[194] I recall distinctly how our soldiers fired their weapons at the elderly, at women and children, all on order of their commanders. I witnessed the pleas and cries of small children after their mothers were brutally killed in front of them by our soldiers. Some of the soldiers even fired phosphorus canisters into Ein El-Helweh shelters, where hundreds of civilians had taken refuge. None of them survived.” Account by Lt. Eytan Kleibneuf in Haolam Hazeh, Israel, 7 July 1982. Kleibneuf is a member of Mi’jan Michael Kibbutz and member of Mapam’s United Kibbutzim Movement, and a reserve officer in the Israel infantry forces.
The West German weekly Stern, 24 August 1982, carried an article by Austria’s Jewish Chancellor, Bruno Kreisky, stating that Israel had committed “gigantic crimes” in its invasion of Lebanon. “Israel stands morally naked. Its leaders have shown their true face,” he concluded.
During Israel’s invasion of Lebanon, the U.S. Jewish Press carried a regular column by Rabbi Meir Kahane advocating the killing of Palestinians of all ages. This he wrote, was G-d’s will as expressed in the Torah. Not to do so, opposed that will. This is the Holy War (herem) which God “commanded” the Hebrews to wage against the Canaanites for the possession of the Promised Land. The Old Testament repeatedly refers to the terror that the herem would produce and to Israel’s obligation to destroy all persons with their property who remain in the land, lest they become slaves or corrupting influences. The Hebrew word herem designates a sacred sphere where ordinary standards do not apply, and in a military context … herem is a total war of annihilation without limits against men, women, animals and property. For a discussion of the herem and its revival by the Zealots as reflected in the Dead Sea Scrolls, see de Vaux, R., Ancient Israel, New York: McGraw-Hill. 1972, pp.258-267.
In psychological terms, the defense for indulgence in the horror of herem is projection -projection of ideas of herem as being held by others, or indulging in behavior which invites the ”Group-Fantasy of Martyrdom.” See Journal of Psychohistory, Vol.6, No.2, Fall 1978, H.F. Stein, “The Psychodynamic Paradox of Survival Through Persecution,” pp.151-210.
[195] Within three weeks of the presentation of this lecture at the IHR conference, 241 U.S. Marines and 58 French servicemen were killed in Beirut on 23 October 1983.
[196]Israel’s Sacred Terrorism by Livia Rokach. Belmont 1980: Assoc. of Arab-Amer. Grads. Amer. Grads. Contains the Memoirs of Moshe Sharett 1953-57, Israel’s first Foreign Minister and second Prime Minister.
[197] “A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties,” by Oded Yinon, a former officer in the Israeli Foreign Ministry. In Kivunim (Directions), the Hebrew-language journal of the Department of Information of the World Zionist Organization, February 1982. “The dissolution of Syria and Iraq … into ethnically or religious unique areas such as in Lebanon, is Israel’s primary target on the eastern front in the long run, while the dissolution of the military power of those states serves as the short term target,” the presentation reads in part.


From The Journal of Historical Review, Winter 1985-6 (Vol. 6, No. 4), pages 389-450, 498. This paper was first presented by the author at the Fifth IHR Conference, 1983. It was also the basis for the booklet, Behind the Balfour Declaration: The Hidden Origin of Today’s Mideast Crisis, published by the Institute for Historical Review in 1988.

About the Author

Robert John — foreign affairs analyst, diplomatic historian, author and psychiatrist — was educated in England . He graduated from University of London King’s College, and then studied at the Middle Temple , Inns of Court, in London . He was the author, with Sami Hadawi, of The Palestine Diary: British, American and United Nations Intervention, 1914-1948. This detailed two-volume work, first published in 1970, includes a foreword by British historian Arnold Toynbee. Robert John died on June 4, 2007, age 86.

thanks to:

Se vi è un paese, governato da veri terroristi, allora è Israele.

Pierre Stambul, professore di matematica a Marsiglia, è copresidente dell’Union Juive Française pour la Paix , organizzazione paifista e antisionista di grande importanza, dato che in Francia vive la comunità ebraica più numerosa d’Europa.

Quali sono le differenze fondamentali tra ebraismo e sionismo?

L’ebraismo è un concetto religioso, ossia la forma assunta dalla religione nel corso di circa due millenni. L’ebraismo religioso oggi comprende diverse tendenze, tra cui in particolare figurano gli haredim (gli ebrei ortodossi), contrapposti a quelli liberali …

A partire dalla fine del 19esimo secolo, numerosi ebrei (soprattutto in Europa) non sono più credenti. Si può parlare di “ebraismo laico” di cui facevano parte numerose personalità quali Einstein, Freud, Arendt e Kafka. Tra questi ebrei non-credenti si sviluppò un importante movimento di ebrei progressisti o rivoluzionari, che consideravano la loro emancipazione inseparabile da quella dell’umanità intera.

Il sionismo è un’ideologia, una teoria della separazione tra ebrei e non-ebrei che secondo i sionisti non potrebbero convivere. Si tratta di un’idea colonialista che mira a cacciare il popolo autoctono (ovvero i palestinesi) dalla sua/loro terra, di un nazionalismo che ha inventato un popolo, una lingua e una terra. Si tratta di una gigantesca strumentalizzazione della storia, della memoria e delle identità ebraiche. Per i sionisti, gli ebrei hanno vissuto per 2000 anni in esilio e ora ritornano in patria. Questa storia è del tutto inventata.

La maggior parte dei fondatori del sionismo non erano credenti, ma utilizzavano la Bibbia per giustificare la loro conquista coloniale.

Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico si religioso. Dove si ritrovano infatti, nella storia recente dell’ebraismo, il razzismo, il militarismo o la negazione dell’altro?

Come vorrebbe sostenere il popolo palestinese? Quali sono le strategie migliori?

La guerra che lo stato di Israele conduce contro il popolo palestinese non è né razziale, né religiosa o comunitaria. Ci porta dunque a considerare tre aspetti fondamentali: il rifiuto del colonialismo e del razzismo e l’eguaglianza dei diritti. Sebbene sia fondamentale, che in Israele esista una piccola minoranza anticolonialista, è anche importante che in Francia esista una componente ebraica nel movimento di solidarietà con la Palestina. Possiamo spiegare dall’interno la deriva ideologica in corso. Visto che spesso il genocidio nazista e l’antisemitismo fanno parte della nostra storia familiare ed intima, siamo in grado di denunciare più facilmente il carattere osceno del sionismo, che accusa di essere antisemita qualsiasi persona che critica Israele.

A volte ci dicono che siamo coraggiosi. Invece non facciamo che salvare la nostra pelle. L’ideologia sionista infatti non rappresenta solo un crimine contro il popolo palestinese, ma è totalmente suicida per gli ebrei sia laici sia religiosi.

Facciamo notare che esiste oramai da secoli una tradizione ebraica universalista, molto impegnata in tutte le lotte progressiste. Noi vorremmo esserne gli eredi. Infatti, come dice il militante israeliano anticolonialista Eitan Bronstein, “non saremo liberi fino a che non lo saranno i palestinesi.” La nostra presenza all’interno del movimento di solidarietà palestinese conferisce un senso alla “convivenza nell’eguaglianza dei diritti” che rappresenta il solo esito non barbarico di questa guerra. Allo stesso tempo in Francia colleghiamo tutte le lotte contro le diverse forme di discriminazione e contro il razzismo.

Che cosa significa per Lei la pace come ebreo francese?

In Israele tutti dicono di essere a favore della “pace”. Per loro infatti significa che della pace non gliene frega niente. Vogliono mantenere lo status quo del colonialismo. Per loro la pace, significa soprattutto il riconoscimento del crimine fondatore, della Nakba del 1948, quando la maggioranza dei palestinesi sono stati espulsi in maniera deliberata dal loro paese. La pace invece significa la riparazione di questo crimine. Il filo conduttore consiste nel diritto internazionale e nell’eguaglianza dei diritti. È ingiusto ed illusorio ripetere il processo di Oslo, oramai morto e sepolto. Il sionismo ha frammentato la Palestina in diverse entità, tutte discriminate ed oppresse: la Cisgiordania (a sua volta frammentata in 3 zone), Gerusalemme Est, Gaza, i Palestinesi di Israele, i profughi, i prigionieri …. L’appello palestinese al BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) nel 2005 ci mostra la via verso la pace. Esige la libertà (la fine dell’occupazione, del colonialismo, la distruzione del muro, la fine del blocco di Gaza e la liberazione dei prigionieri), l’eguaglianza (per i palestinesi di Israele, che subiscono l’apartheid) e la giustizia (diritto dei rifugiati di ritornare in patria).

Come ebreo francese, vorrei aggiungere che, quando Netanyahu è venuto in Francia per spiegarci che ci siamo sbagliati, che siamo stranieri a casa nostra e che il nostro paese sarebbe Israele, non ha fatto che metterci volutamente in pericolo. La pace significa la fine di questa concezione omicida che persegue l’obiettivo di dividere gli ebrei dal resto del mondo, espellendo i palestinesi.

Quali sono gli obiettivi fondamentali dell’Union Juive Française  pour la Paix?

In Medio Oriente noi ci battiamo per una pace fondata sull’eguaglianza dei diritti e sulla giustizia. Condividiamo del tutto le rivendicazioni del BDS. L’UJFP fa parte di BDS Francia. La questione delle sanzioni gioca un ruolo essenziale. Non ci saranno cambiamenti, se questo stato canaglia non dovrà rispondere degli atti dei suoi dirigenti. L’UJFP sostiene la resistenza palestinese e gli anticolonialisti israeliani. Diffonde i loro scritti e le loro azioni.

In Francia contestiamo le associazioni ebraiche comunitarie che dicono di parlare a nostro nome, mentre invece non fanno che sostenere in maniera incondizionata i crimini delle forze dell’occupazione. Denunciamo anche il modo in cui strumentalizzano l’antisemitismo. Lottiamo contro tutte le forme di razzismo (antisemitismo, islamofobia…) e contro tutte le forme di discriminazione (zingari, immigrati illegali …).

Per favore può spiegare questa sua frase: Il sionismo rappresenta per la storia dell’ebraismo quello che Milosevic rappresenta per la storia del popolo serbo.

Milosevic affermava, che la Serbia si estendeva a tutte le regioni in cui vivevano o avevano vissuto i serbi. Ha riscritto la storia della Serbia. Prima dello scoppio delle guerre jugoslave a Kosovo Polje, aveva tenuto un discorso revisionista ad un pubblico di centinaia di migliaia di serbi, affermando che nel 1389 i serbi si erano sacrificati per salvare l’occidente dai turchi musulmani, identificando gli albanesi con essi. E durante la guerra, sebbene fossero commesse delle atrocità su tutti i fronti, fu egli a ordinare dei massacri orrendi: gli stupri collettivi, i campi di concentramento e i pesanti bombardamenti contro i villaggi assediati…

Comunque la grande maggioranza del popolo serbo aveva dimostrato un coraggio esemplare nella resistenza contro i nazisti. Rifiutando il nazionalismo e le divisioni etniche, la resistenza jugoslava, composta in gran parte da serbi, ha liberato territori estesi del paese. Ma nessun popolo, nessuna comunità umana, si può salvare del tutto da una caduta collettiva nella barbarie.

Il sionismo è nato come risposta al sionismo, che comunque è una risposta terribile che consiste nella conquista coloniale e nella pulizia etnica. Come Milosevic, anche i sionisti hanno inventato una storia idilliaca, ovvero la teoria dell’esilio degli ebrei e del loro “ritorno in patria”. Si tratta di una storia manipolatoria come nel caso della teoria della “Grande Serbia”. Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico sia religioso. Per creare l’israeliano nuovo, si deve distruggere l’ebreo con i suoi valori universali.

In che modo si possono cambiare i media attuali per lottare per i diritti dei palestinesi?

Per i media fa comodo pensare che gli arabi siano a favore dei palestinesi e gli ebrei a favore di Israele. Fa comodo spiegare questa guerra come guerra religiosa o comunitaria, mentre invece si tratta di una guerra coloniale. Eccezion fatta per il massacro di Gaza dell’estate scorsa, i media in generale hanno ignorato l’UJFP. Quando partecipiamo a delle conferenze, spesso ci dicono: “Non sapevamo che ci fossero degli ebrei come voi”. Nelle manifestazioni lo striscione comune che abbiamo con i nostri compagni dell’Association des Travailleurs Maghrébins de France (“Juifs et Arabes unis pour la justice”) attira moltissimo, e la gente aderisce alle nostre associazioni. Passo per passo, la nostra voce trova ascolto. Per i media spesso il palestinese viene assimilato al terrorista. Ma se vi è un paese, governato da veri terroristi (Menachem Begin e Yitzhak Shamir), allora è Israele.

Un video importante:

https://www.youtube.com/watch?v=ERNXoBDtjso

Traduzione dal francese a cura di Promosaik

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

thanks to: Pressenza

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax

In the early hours of Tuesday morning, Pierre Stambul and his partner were violently awoken by police at their home in the French port city of Marseille.

“It was a bad moment because the cops came in my home very, very violently,” Stambul, co-president of the French Jewish Union for Peace (Union Juive Française pour la Paix – UFJP), told The Electronic Intifada. “They broke the doors to enter. I was handcuffed for one hour and spent seven hours in jail.”

The ordeal was the result of an anonymous, false tip-off to police that Stambul had murdered his wife.

Stambul, a strong critic of Israel, believes it was intended to stop him giving a speech in Toulouse that evening on anti-Semitism and anti-Zionism.

Stambul says police put him in a cell for three hours before he was questioned. When he told them his suspicions of who had given the tip-off, they held him for another three hours while they checked out the story.

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax | The Electronic Intifada.

COME ‘ASFALTARE’ CHI DIFENDE ISRAELE CON 10 AUTOREVOLI RISPOSTE

di PAOLO BARNARD – Aprile 2015 (leggete fino in fondo)

Guida imbattibile per distruggere uno per uno gli argomenti usati dai personaggi mediatici asserviti alla menzogna quando difendono il Terrorismo d’Israele e il genocidio dei Palestinesi.
Scritta a portata di tutti, e con fonti storiche autorevolissime unicamente Occidentali ed ebraiche.
Potete memorizzare le risposte, o sbatterle in faccia ai servi d’Israele leggendole. PB
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ATTENZIONE: Anti-Sionismo NON significa Antisemitismo. Sionisti = Elite ebrea criminale genocida dominante in Palestina dall’800 a oggi. Semiti sono i normali ebrei e palestinesi, d’Israele, della Palestina o del mondo. Solo gli ignoranti, o i falsari amici dei Sionisti, spacciano un anti-sionista per antisemita.
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1)

Difensore d’Israele (di seguito DdI): Prima cosa, i palestinesi hanno sempre odiato gli ebrei che emigravano in Palestina per sfuggire alle persecuzioni europee. Li hanno da subito attaccati.

Risposta (di seguito R.): Menzogna storica totale. Per tutto il XIX secolo e oltre i palestinesi accolsero l’emigrazione ebraica europea con favore, amicizia ed entusiasmo. Al punto che le massime autorità religiose ebraiche d’Europa lo testimoniarono.

Fonti: Ne cito tre fra le tante: il 16 Luglio del 1947 l’eminente Rabbino Yosef Tzvi Dushinsky testimoniò presso lo Speciale Comitato delle Nazioni Unite sulla Palestina, e le sue parole furono inequivocabili: “Non vi fu mai un momento nell’immigrazione degli ebrei ortodossi europei in Palestina (si riferisce ad epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) nel quale gli arabi abbiano opposto resistenza alcuna. Al contrario, quegli ebrei erano i benvenuti per via dei benefici economici e del progresso che ricadevano sugli abitanti locali, che mai temettero di essere sottomessi. Era risaputo che quegli ebrei giungevano solo per motivi religiosi e non ebbero difficoltà a stabilire rapporti di fiducia e di vera amicizia con le comunità locali”. (1)

Dello stesso tono le parole pronunciate molti anni dopo da un altro Rabbino di grande fama, Baruch Kaplan, noto per essere stato a capo della Beis Yaakov Girls School di Brooklin, ma che passò la giovinezza nella Yeshiva (scuola religiosa) di Hebron in Palestina negli anni ’20: “Gli arabi furono sempre assai amichevoli, e noi ebrei condividemmo la vita con loro a Hebron secondo relazioni di buona amicizia”, dichiarò il Rabbino, che aggiunse anche: “Sono a conoscenza di una lettera del Gran Rabbino del Gerrer Hassidim di allora, il polacco Avraham Mordechai Alter, che riguardava un suo viaggio nella Terra Santa risalente ai tempi in cui si parlava di emigrare laggiù. Lo scopo del suo viaggio fu di capire che tipo di persone erano i palestinesi, così da poter poi dire alla sua gente se andarci o no. Nella lettera egli scrisse che gli arabi erano un popolo amichevole e assai apprezzabile”. (2)

E poi. Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929: “…prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza… negli 80 anni precedenti (epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) non ci sono memorie di scontri violenti (fra i due popoli)”.(3)

2)

DdI: E poi non esisteva un vero popolo palestinese. Si trattava di tribù sparse, e di pochi individui che vivevano sulle terre bibliche. Infatti un fondatore sionista storico (del Movimento ebreo sionista d’Europa), Israel Zangwill, dichiarò a inizio secolo che “La Palestina è una terra senza popolo, noi ebrei siamo un popolo senza terra”.

R.: Menzogna smentita di nuovo dall’interno dello stesso movimento sionista europeo che iniziò la colonizzazione su larga scala della Palestina alla fine del XIX secolo.

Fonti: Al 7° Congresso Sionista del 1905, un leader di nome Yitzhak Epstein si alzò e lasciò agli atti questa frase: “Diciamoci la verità. Esiste nella nostra cara terra d’Israele un’intera nazione palestinese, che vi ha vissuto per secoli, e che non ha mai pensato di abbandonarla”. (4)

3)

DdI: E’ ignobile definire i Sionisti, che emigravano in Palestina per fuggire alle persecuzioni europee, degli aggressori coloniali! Era il contrario, erano i palestinesi a disprezzarli.

R.: Menzogna. Il movimento Sionista europeo nacque razzista, violento e prevaricatore (come è oggi). All’arrivo in Palestina trattarono subito i palestinesi come bestie, perché li consideravano poco più che bestie. Furono i sionisti a iniziare violenze e atrocità contro i palestinesi pacifici.

Fonti: A inizio ‘900, in uno scambio fra un fondatore del movimento Sionista ebreo europeo Chaim Weizmann (che sarà il primo presidente d’Israele nel 1948, nda) e gli allora padroni coloniali inglesi, si legge “Gli inglesi ci hanno detto che in Palestina ci sono qualche migliaio di negri (kushim), che non valgono nulla.” (5)

Ma soprattutto: il più celebre umanista sionista della Storia, Ahad Ha’am, lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): “E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d’improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un’inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose”. (6) Era il 1891!
Già allora il razzismo e la violenza sionista faceva questo a palestinesi innocenti.

4)

DdI: Voi anti-semiti ve la prendete con il popolo ebraico che fuggiva disperato dall’orrore dell’Olocausto e cercava rifugio nella Terra Promessa, vergogna!

R.: Menzogna totale. Per quasi 50 anni PRIMA dell’Olocausto, i sionisti che emigravano in Palestina aggredirono i palestinesi e programmarono nei dettagli la Pulizia Etnica della Palestina, con metodi feroci e terroristici. Ripeto: 50 anni prima di Hitler.

Fonti: il massimo padre del movimento sionista, Theodore Herzl morì nel 1904. Già prima aveva dichiarato: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…”. (7)

Poi: un’altra personalità sionista di fine ‘800, Leo Motzkin, sancì: “La colonizzazione della Palestina si fa colonizzando tutta l’Israele biblica, e deportando i palestinesi da altre parti”. (8)

E’ quindi ovvio che il destino di Pulizia Etnica dei palestinesi fu progettato 50 anni PRIMA dell’Olocausto. Ma anche nelle decadi successive alla fine ‘800, il razzismo e la pulizia etnica contro i palestinesi rimasero priorità ebraiche. Alla fine degli anni ’30, il leader sionista Yossef Weitz aveva anticipato gli infami protocolli nazisti di Wannsee (che, fra le altre cose, listavano gli ebrei d’Europa da deportare) scrivendo i ‘Registri dei Villaggi’ dove si indicavano tutte le famiglie palestinesi da cacciare a forza. (9)

Peggio: addirittura Ephraim Katzir (che diventerà presidente di Israele, pensate) arrivò a lavorare in laboratorio per trovare un veleno per accecare i palestinesi. Il leader storico sionista, Ben Gurion, aveva redatto il piano ‘Dalet’ per la completa Pulizia Etnica della Palestina PRIMA dell’arrivo in Palestina dei profughi dai Campi di Sterminio tedeschi. Nel suo stesso diario, Gurion scrisse cose atroci su come colpire i palestinesi innocenti: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”. (10)

La violenza sionista contro i civili palestinesi fin dall’800 (Ahad Ha’am più sopra), il sadismo della pulizia etnica contro di loro, le stragi di palestinesi, donne e bambini (documentate dallo storico ebraico Benni Morris), le torture dei prigionieri – e tutto ciò PRIMA che l’Olocausto avesse un impatto sulla Palestina – portarono un ministro del primo governo d’Israele, Aharon Cizling, a dichiarare nel 1948: “Ora anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e ne sono sconvolto”.(11)

5)

DdI: E allora l’aggressione araba contro gli ebrei del 1948? Tutte le nazioni arabe attorno alla Palestina tentarono di sterminare gli ebrei, che per fortuna vinsero quella guerra, se no sarebbe stato un altro Olocausto! Infatti i leader arabi incitarono via radio i palestinesi ad abbandonare i loro villaggi per permettere lo sterminio degli ebrei! I palestinesi se ne andarono volontariamente.

R.: Menzogna completa. Prima cosa bisogna capire che allo scoppio della guerra arabo-ebraica del 1948, e come provato prima, già gli ebrei sionisti avevano inflitto 50 anni di atrocità, pulizia etnica e stragi ai civili palestinesi, per cui la reazione araba aveva una giustificazione pluri-decennale. Poi la tanto millantata guerra del 1948 fu una messa in scena totale, una vera bufala già organizzata affinché i sionisti vincessero, grazie ad accordi segreti fra Ben Gurion e il Re arabo della Transgiordania Abdullah. Esistono le prove che l’invito via radio di cui sopra è una bufala storica inventata dai sionisti.

Fonti: Il comandante delle truppe arabe era un ufficiale arabo-inglese di nome Glubb Pasha. Lasciò scritto nelle sue memorie che la guerra del 1948 fu una “Guerra Bufala” (The Phony War), perché il leader sionista Ben Gurion si era già messo d’accordo segretamente col Re della Transgiordania, Abdullah, di combattersi per finta, e alla fine spartirsi la Palestina. Abdullah controllava le uniche truppe che potevano impensierire gli ebrei, il resto erano eserciti con le pezze al sedere e armi dell’800. Gli egiziani erano per la metà Fratelli Musulmani con le ciabatte ai piedi; i libanesi non combatterono mai; i siriani erano armati ma erano 4 gatti; e gli iracheni erano sotto gli ordini del traditore Abdullah, per cui fecero nulla. Infatti dai Diari di Ben Gurion risulta che in piena guerra del ’48 egli scrisse all’esercito ebraico Hagana dicendo: “Tenete il meglio delle truppe per la Pulizia Etnica della Palestina, secondo il Piano Dalet (di cui sopra)”. (12)

E a proposito di quelle fantomatiche trasmissioni radio, esse furono smentite dalla BBC di Londra che monitorò tutte le comunicazioni nel Medioriente nel 1948 e di cui si possono trovare le trascrizioni al British Museum. In esse non vi è traccia di un singolo ordine di evacuazione da parte di alcuna radio araba dentro o fuori dalla Palestina, e al contrario, si possono leggere gli appelli ai civili palestinesi affinché rimanessero a presidiare le loro case. Nel 1948 la Pulizia Etnica sionista aveva già espulso 750.000 palestinesi, tutti civili. (13)

6)

DdI: E di nuovo, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 gli arabi tentarono di sterminare gli israeliani, che in una prova di eroismo militare riuscirono ad evitare un altro Olocausto.

R.: Questa versione è una farsa, distrutta vergognosamente dai documenti segreti del governo americano e della CIA. Non solo gli israeliani non corsero alcun reale pericolo nella cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, ma gli arabi tentarono di tutto per non combattere, e furono ignorati da Tel Aviv e dagli USA. Il governo israeliano invece terrorizzò la popolazione ebraica in quell’occasione, sapendo perfettamente che avrebbe attaccato per primo e avrebbe stravinto.

Fonti: La realtà, rivelata nel 2005 dai documenti segreti declassificati del governo americano (libreria del Presidente Johnson), prova precisamente che fu Israele ad aggredire gli arabi, non il contrario. (14)
Gli israeliani sapevano benissimo che avrebbero distrutto le armate arabe in due minuti. La CIA era perfettamente tranquilla, e non gli necessitò di fornire alcun aiuto militare particolare ad Israele, perché Israele avrebbe annientato gli arabi. Quando il capo del Mossad (servizi segreti di Isr.), Meir Amit, il 3 Giugno del 1967 s’incontra col ministro della Difesa USA McNamara al Pentagono,
McNamara gli chiede: “Quanto durerà questa guerra?” e Meir Amit, risponde: “Durerà sette giorni”. Lo disse il 3 Giugno! la guerra scoppia il 5-6 Giugno. Cioè sapevano PRIMA dello scoppio della guerra che sarebbe durata un niente. (15)

Nel frattempo parliamo di Nasser (il Presidente egiziano). Voi sapete che la narrativa ufficiale vi racconta che Nasser, minaccioso, fa un patto con la Siria, fa un patto con la Giordania, sta per attaccare Israele ecc. Invece nel frattempo Nasser disperatamente tentava i contatti con gli inglesi e con gli americani per evitare la guerra. Mentre Meir Amit era a Washington a dichiarare al governo americano che avrebbero attaccato preventivamente e che avrebbero distrutto gli arabi in sette giorni, Nasser mandava Zakariya Mohieddin, il suo ministro degli esteri, a Washington per cercare di mediare la pace. Mentre Mohieddin sta per partire per l’America, gli israeliani attaccano l’Egitto e distruggono l’esercito egiziano. (16)

Il premier israeliano Menahem Begin, molti anni dopo confessò che l’aggressione araba era una ‘bufala’, e confessò la vera aggressione israeliana al New York Times: “Nel giugno del 1967 di nuovo affrontammo una scelta. Le armate egiziane nel Sinai non erano per nulla la prova che Nasser ci stesse attaccando. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi decidemmo di attaccare lui”. (17)

Questa è un’altra grande bugia che ci hanno raccontato, è un modello della storiografia su Israele.
Ci raccontano sempre questa cosa, che Israele è la vittima, che sta per soccombere agli arabi cattivi, mentre la realtà è esattamente diametralmente l’opposto. L’elite bellica sionista/israeliana ha bisogno delle finte aggressioni arabe, ha bisogno dei pericoli, ha bisogno della minaccia inventata o gonfiata per mantenersi al potere.

7)

DdI: E chi fu che rifiutò il piano di pace dell’ONU, risoluzione 181 del 1947? I Palestinesi!
Fin da allora rifiutarono la pace sempre! Sono loro che rifiutano la pace!

R.: Menzogna e mistificazione usata a bombardamento dai difensori d’Israele. Sono i Sionisti/Israeliani che hanno sempre rifiutato i tentativi di pace, fino a oggi. La leadership Sionista visse, e sopravvive oggi, solo grazie alla strategia della tensione che loro creano provocando violenze, proprie o palestinesi, continue. Se la leadership Sionista accettasse la pace dovrebbe confrontarsi con un Paese, Israele, che essa gestisce da cani e gli israeliani li caccerebbero.

Qui mi dilungo un po’, qui bisogna asfaltarli molto bene.

Fonti: Il Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181, consegnava agli ebrei il 56% delle terre quando erano la minoranza assoluta. Poi il Negev andava agli ebrei con 90.000 arabi e solo 600 ebrei residenti. Poi l’unico porto commerciale vitale, Haifa, andava agli ebrei. Poi l’86% delle terre fertili, aranceti, ulivi, e grano andava agli ebrei! Poi ai palestinesi erano negati confini con la Siria, dove vi sono le fonti di acqua. E Gerusalemme rimaneva internazionale, ma di fatto in mano ebraica. Questa è la vergognosa realtà. Come potevano i palestinesi accettare? (18)

Lord Alan Cunningham, l’ultimo Alto Commissario inglese in Palestina, scrisse al leader supremo sionista Ben Gurion nel marzo 1948 che “i palestinesi sono calmi e ragionevoli, voi Sionisti fate di tutto per provocare violenza”. (19)

Il diplomatico americano Mark Ethridge, inviato alla conferenza di Pace di Losanna nel 1949, dichiarò furioso: “Se non siamo arrivati alla pace è primariamente colpa d’Israele…” (20)

Nel 1971 il presidente egiziano Sadat aveva offerto la pace a Israele in cambio del suo Sinai illegalmente occupato. Tel Aviv reagì mandando Ariel Sharon a fare la Pulizia Etnica del Sinai, dove Sharon fece orrende stragi condannate dall’ONU (più sotto), e che causò la Guerra del Kippur 1973. (21) Ecco chi vuole la pace…

La criminosa invasione israeliana del Libano nel 1982 (19.000 morti civili arabi) fu causata non da minacce a Israele, ma dall’esatto CONTRARIO. Un eminente storico israeliano scrisse: “Israele affrontò un problema serio nel 1982: l’offerta di pace dell’OLP di Arafat!”. Capite? (22)

Arafat e la sua Autorità Palestinese fecero di tutto per fermare gli estremisti islamici, infatti lo stesso capo dei servizi segreti ebraici Shab’ak, cioè Ami Ayalon, dichiarò al governo di Tel Aviv che “Arafat sta facendo un ottimo lavoro, si è lanciato anima e corpo contro i terroristi” (23).

La massima occasione per la pace fu l’incontro a Camp David nel luglio del 2000 fra Clinton, Arafat e il premier israeliano Ehud Barak. La stampa mondiale riportò che fu Arafat a rifiutare la pace, ma è falso. Fu il contrario. Ai palestinesi non fu presentata alcuna proposta scritta, gli fu chiesto di cedere un 9% di terre, e di ricevere un misero 1%, gli fu negata ogni discussione sul ritorno dei profughi cacciati dalla Pulizia Etnica pre 1948 (come invece sancisce la Risoluzione ONU 194), e non gli fu concesso nulla su come dividersi Gerusalemme. Come poteva Arafat accettare? (24)

E’ provato che mentre Israele predicava la pace, in segreto pianificava altra Pulizia Etnica della Palestina, l’uccisione di Arafat e guerra ai civili. Sono stati scoperti 5 piani segreti della Difesa israeliana a questo scopo: 1996 piano Field of Thorns; 2000, secondo piano Field of Thorns; 2001 piano Dagan; luglio 2001, piano Shaul Mofaz chiamato La Distruzione dell’ANP di Arafat (che collaborava); 2002, piano Eitam con gli stessi scopi. (25)

Nel 2003 gli USA propongono la pace nel documento The Road Map, dove si parla anche di un “Israele che cessi ogni violenza contro i civili palestinesi”. I palestinesi l’accettarono e dichiararono il cessate il fuoco. Tel Aviv portò 14 emendamenti alla proposta americana e di fatto la distrusse. Ma non solo. Ariel Sharon intensificò gli assassinii di sospetti (ma non processati) membri di Hamas ammazzandogli spesso anche mogli e bambini, ovviamente esacerbando le tensioni. Fine della Road Map. (26)

I cessate il fuoco di Hamas furono praticamente sempre violati da Israele, al punto che nel 2006 in una conversazione segreta fra i leader di Hamas in Gaza e Damasco, si sente dire “Non abbiamo ricevuto nessun beneficio dal nostro cessate il fuoco di un intero anno, Israele continua la violenza contro i civili, e stiamo perdendo la reputazione coi civili palestinesi”. (27)

Nel famoso rapimento da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit, viene omessa una verità scomoda, e cioè che il giorno prima Israele aveva rapito due medici palestinesi senza alcun mandato legale, e li ha fatti sparire incommunicado (mai rilasciati né processati). La provocazione fu quindi israeliana. (28)

In un articolo sul Washington Post del luglio 2006, il leader di Hamas Ismail Haniyeh RICONOBBE pienamente il diritto d’Israele DI ESISTERE e la pace fra “tutti i popoli semiti dell’area”. Lo fece nonostante sapesse che quando Arafat riconobbe Israele nel 1993 non ottenne assolutamente nulla, solo violenza. Tel Aviv ignorò l’offerta di Haniyeh. (29)

Nel 2007 gli Stati Uniti offrono la pace nel Trattato di Annapolis. Ma poiché il testo della Casa Bianca contiene la frase “cessare il terrorismo sia da parte palestinese che israeliana”, Israele boicottò tutto l’accordo. Fine Trattato di Annapolis. (30)

Persino da dentro l’establishment militare d’Israele arriva l’ammissione che è Tel Aviv che boicotta la pace. L’ex capo del Mossad, Efraim Halevy, dicharò nel 2009: “Se Israele volesse veramente eliminare la minaccia dei razzi di Hamas (rudimentali aggeggi), dovrebbe permettere ai civili di Gaza di sopravvivere permettendogli di ricevere i beni vitali attraverso la frontiera con l’Egitto, non strangolarli alla fame. Questo garantirebbe la pace a Israele per decenni.” (31)

Robert Pastor, docente all’American University, era un inviato dell’ex Presidente USA Jimmy Carter nei territori occupati, cioè Cisgiordania e Gaza. Le sue parole sono esplicite, è Israele che boicotta la pace: “Hamas aveva fermato il lancio dei razzi dal giugno al novembre 2008, ma Tel Aviv non solo rinnegò la promessa di allentare lo strangolamento dei civili di Gaza per cibo, medicinali, e acqua, ma bombardò un tunnel della disperazione, quelli che fanno passare poche cose dall’Egitto ai palestinesi… Comunicai chiaramente al governo israeliano che Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco se l’assedio di Gaza si fosse allentato, mi ignorarono totalmente”. (32)

Scrive il mitico reporter d’inchiesta americano Symour Hersh: “L’attacco a Gaza (2008) da parte d’Israele, e i massacri conseguenti, vennero guarda caso quando il governo turco era riuscito a mediare con diplomatici di Tel Aviv un accordo completo per il ritiro israeliano dal Golan occupato illegalmente da Israele. Ma è ovvio che l’assalto a Gaza distrusse tutta la mediazione.
Non una coincidenza”. (33)

L’Huffington Post scrive: “Il cessate il fuoco di Hamas del 2008 reggeva benissimo. Fu Israele a uccidere per primo, il 4 novembre. Poi sempre un raid aereo israeliano uccise altri 6 palestinesi, nonostante il cessate il fuoco… Abbiamo fatto un seria ricerca su chi, fra Israele e Hamas, ha rotto più volte il cessate il fuoco in quasi 10 anni, con l’aiuto dell’organizzazione israeliana B’Tselem.
E’ indubbiamente Israele che uccide per primo durante un cessate il fuoco, nel 78% dei casi precisamente. Hamas ha violato le tregue solo nell’8% dei casi. Ma se parliamo di tregue lunghe più di 9 giorni, Israele le ha violate per primo nel 100% dei casi”. (34)

Come si può affermare di fronte a queste prove che sono i palestinesi a rifiutare la pace? A spezzare le tregue? E’ l’esatto contrario. Questo senza dimenticare che anche in tempi di cessate il fuoco, Israele continua la sua politica di Pulizia Etnica palestinese e di violenze gratuite e distruttive contro i villaggi palestinesi, contro il loro diritto di nutrirsi, con rapimenti di minori che spariscono incommunicado, torture di prigionieri senza processo e senza tutele legali.

8)

DdI: Israele è l’unico Stato democratico della zona, ed è vergognoso chiamarlo Stato razzista!

R.: Il razzismo (si legga anche più sopra) fu ed è la linfa vitale di tutto il movimento sionista. Oggi Israele è l’unico stato moderno che mantiene un sistema di Apartheid feroce contro i palestinesi, talmente rivoltante da essere stato condannato in tutto il mondo. La democrazia d’Israele riguarda solo la popolazione ebraica, e neppure tutta.

Fonti: Quelle risalenti ai primi del XX secolo sono già citate all’inizio di questo libretto. Pochi sanno che le leggi emanate nei decenni dal Jewish National Fund sulle terre di Palestina da loro occupate attraverso la Pulizia Etnica, sanciscono che tali terreni sono riservati al 90 agli ebrei; ai palestinesi è proibito affittare o comprare quei terreni che una volta erano loro (prima della colonizzazione sionista). Nel 2003 l’Istituto Israeliano per la Democrazia fece un sondaggio fra gli ebrei israeliani che diede questi risultati: il 53% sostenne che i palestinesi non avevano diritto all’eguaglianza civica con gli ebrei, e il 57% disse che andavano semplicemente cacciati a forza. (35) Grande senso democratico…

Il Comitato dell’ONU sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ha denunciato in termini tragici la mancanza di democrazia in Israele: anche i cittadini israeliani di origine araba sono esclusi dalla residenza nel 93% delle terre; sono esclusi dalla maggior parte dei sindacati, dei servizi pubblici come acqua, elettricità, alloggi, sanità, e sono relegati alle scuole peggiori. I loro salari sono sempre inferiori a quelli degli ebrei. Infine, dice il rapporto dell’ONU, il trattamento da parte israeliana dei beduini è al limite dei crimini contro l’umanità. Una vera democrazia davvero! (36)

Ed è decisamente ‘democratica’ la seguente dichiarazione dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, rilasciata alla stampa europea: “Non c’è Stato ebraico senza la cacciata dei palestinesi e l’espropriazione della loro terra.” (37)

Ma niente meno che scioccante fu la dichiarazione ufficiale scritta da un giurista sudafricano, quindi un esperto di Apartheid, e inviato dalle Nazioni Unite in Israele e Territori Occupati. Il Prof. John Dugard consegnò all’ONU le seguenti parole: “Le leggi e le azioni d’Israele nei Territori Occupati (illegalmente), certamente rispecchiano parti dell’Apartheid sudafricana… Si può forse negare che lo scopo di tali azioni e di tali leggi è di mantenere il dominio di una razza (ebrei) su un’altra razza (palestinesi), per schiacciarli sistematicamente?”. (38) Grande democrazia!

Israele tollera inoltre fra i partiti dell’arco costituzionale il National Union Party, che chiede apertamente la distruzione della popolazione palestinese e nega ai palestinesi il diritto di esistere, mentre Hamas, come dimostrato sopra, ha già riconosciuto il diritto di esistere di Israele ufficialmente. Israele è l’unico Stato al mondo dove nel 1995 il governo ha introdotto il concetto di “gruppi di popolazione”, distinguendo il gruppo “ebrei e altri” dal gruppo “arabi“. Il primo comprende ebrei e cristiani non arabi, il secondo musulmani e arabi cristiani. L’unico altro Stato al mondo che aveva, ma oggi non ha più, questa distinzione settaria era il Rwanda… (39)

Ma peggio: una rappresentante del partito israeliano Jewish Home, cioè Ayelet Shaked, e un accademico israeliano che si chiama Mordechai Kedar (Univ. di Bar Ilan in Israele) hanno scritto che le famiglie, cioè bambini, mogli, nonni dei ‘terroristi’ di Hamas “vanno sterminate”, e che le loro sorelle e madri “vanno stuprate” (dopo 80 anni di orrori ebraici contro quelle famiglie e madri e sorelle). Infine, a chi rimangono dei dubbi sul razzismo osceno d’Israele consiglio di leggere il Prof. Joel Beinin, che ricopre la carica di Donald J. McLachlan Professor of History alla Stanford University USA, nel saggio dal titolo “Il razzismo è il pilastro dell’operazione Protective Edge di Israele”. (40)

Non risulta che Apartheid, razzismo e discriminazione di razza siano i tratti distintivi di una democrazia.

9)

DdI: Israele è uno Stato pacifico costantemente minacciato dal terrorismo palestinese e ha il diritto di difendersi! Come osate chiamare Israele terrorista?

R.: Questa frase sarebbe perfettamente e storicamente giustissima se la si ribaltasse di 180 gradi, cioè: la Palestina era una nazione pacifica che è da oltre 100 anni minacciata dal terrorismo sionista/israeliano, e che ha il diritto di difendersi. Il fatto tragico è che le opinioni pubbliche occidentali non sanno nulla dei 60 anni di atrocità sioniste contro i palestinesi innocenti, che PRECEDONO la nascita del terrorismo palestinese, ripeto, dopo 60 anni di esasperazione, stragi, Pulizia Etnica, stupri, persecuzioni, torture sioniste. In metafora, oggi il mondo vede un uomo che picchia un altro per la strada, e condanna il primo. Ma se sapesse che la vittima ha per anni stuprato la figlia del picchiatore, gli ha rubato ogni avere, lo ha seviziato, ha fatto uccidere sua moglie… allora tutto cambierebbe. OLP, Hamas e i gruppi armati palestinesi sono arrivati alla violenza SOLO DOPO 60 anni di orrori subiti nell’indifferenza di tutto il mondo. Il loro non è, né mai fu, Terrorismo. Fu ed è REAZIONE. La cosa è immensamente diversa. Il vero Grande terrorista fu ed è ancora il Sionismo d’Israele. Anche qui non posso essere brevissimo, visto che la menzogna del diritto d’Israele a difendersi è in assoluto la più diffusa argomentazione dei difensori di Tel Aviv. Eccolo il Vero terrorismo in Palestina, a cui l’OLP e Hamas hanno REAGITO dopo decenni di orrori. Notate che il primo attacco suicida palestinese contro Israele arriva nel 1994, esattamente dopo un secolo di terrore sionista/israeliano.

Fonti:

I PRIMI 50 ANNI DI TERRORISMO SIONISTA CONTRO I PALESTINESI.

Dagli archivi coloniali del governo britannico. “Durante gli anni della Seconda Guerra l’uso del Terrorismo da parte sionista è descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora”. (41)

“Il ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo ebraico Stern, al Cairo. Le azioni terroristiche dei gruppi ebraici Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità ebraica”. (42)

Il 22 luglio 1946 la campagna condotta dalle organizzazioni terroristiche sioniste raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un’ala dell’hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo inglese e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi, ebrei e inglesi, e 5 passanti [58 i feriti, nda]. (43)

Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti, dichiarò alla Camera dei Comuni: “Se i nostri sogni per il Sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del Sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo”. (44)

“La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l’Amministrazione (ONU) a reprimere il terrorismo sionista”. “Uno dei più scabrosi atti di terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra nell’aprile del 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme confessò: Il 9 aprile abbiamo subìto una sconfitta morale, quando due gang (sioniste) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin… Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche.
Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro terrorismo… Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire… e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate”. (45)

Nel 1948 gli ebrei non furono solo in grado di difendersi, ma anche di commettere enormi atrocità sui civili palestinesi. Secondo l’ex direttore degli archivi dell’esercito israeliano: “In quasi tutti i villaggi occupati da noi durante la guerra di indipendenza, furono commessi atti che sono definiti come crimini di guerra, come gli assassini, i massacri e gli stupri…”. Uri Milstein, l’autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va persino oltre dichiarando che “ogni schermaglia finì in un massacro di arabi”. (46)

“Folke Bernadotte (che salvò ebrei dall’Olocausto, nda) fu nominato mediatore (in Palestina) dall’Assemblea Generale dell’ONU… ma prima che l’ONU potesse considerare le sue osservazioni sul campo, egli fu assassinato dalla gang (sionista) Stern”. (47)

TERRORISMO D’ISRAELE SUCCESSIVO.

Nel 1953 la Risoluzione 101 condannava i massacri terroristici della notoria Unità 101 israeliana comandata da Ariel Sharon, il futuro premier, responsabile in particolare della strage di Qibya in Cisgiordania del 14 ottobre 1953. Sharon, fece saltare in quella occasione 45 abitazioni uccidendo 69 civili arabi, di cui la metà erano donne e bambini. (48)

Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e durante il trentennio successivo il terrorismo israeliano si riversa in particolare nei Territori Occupati dal 1967 con una miriade di atti criminosi contro la popolazione civile palestinese, al punto da richiedere nel 1977 l’intervento indignato dell’ONU con una Risoluzione di condanna che parla chiaro: “L’Assemblea condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: … c) L’evacuazione, la deportazione, l’espulsione, e il trasferimento degli abitanti arabi dei Territori Occupati e la negazione del loro diritto di ritorno – d) L’espropriazione e la confisca delle proprietà arabe nei Territori Occupati – e) La distruzione e la demolizione delle case (arabe) – f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba – g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)… che sono considerati crimini di guerra e un affronto all’umanità (sic)”.(49)

1981. L’allora primo ministro Menahem Begin, ammette la volontaria distruzione delle infrastrutture civili palestinesi per mano dell’esercito di Tel Aviv con relative vittime: “… ci sono state ripetute azioni di rappresaglia contro le popolazioni civili arabe; l’aviazione (israeliana) li ha colpiti; il danno fu mirato a strutture come i canali, i ponti e i trasporti”. (50)

L’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban commentò poco dopo quelle parole, e in modo agghiacciante: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili palestinesi, in un’atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome.” (51)

Nel 1982 Israele invade nuovamente il Libano; il ministro della Difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra e atti di terrorismo degli ultimi cinquant’anni accade proprio sotto il controllo di Sharon. Parlo del massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. “Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato… Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta.
Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini (palestinesi) furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti”. La complicità israeliana in quel crimine di guerra è documentata oltre ogni dubbio. La commissione d’inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell’8 febbraio 1983 dichiara infatti: “Menachem Begin (l’allora premier di Israele, nda) fu responsabile… Ariel Sharon fu responsabile… La nostra conclusione è che il ministro della Difesa (Sharon) è personalmente responsabile”. (52)

L’invasione israeliana del Libano nel 1982 costò la vita a circa 19.000 civili innocenti (più di sei volte i morti dell’11 settembre in USA), sterminati dall’uso indiscriminato dei bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane sui centri abitati. Non solo terrorismo ma vero crimine di guerra. (53)

Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione popolare) palestinese, la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani vota una Risoluzione che denuncia ancora il terrorismo di Israele: “Nella Risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei Territori Occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi”. (54)

La distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi, dei loro campi e dei loro mezzi di sostentamento da parte delle forze di sicurezza israeliane nei Territori Occupati è una delle più odiose pratiche terroristiche documentate (parte del piano di Pulizia Etnica di inizio secolo). Essa vide la luce fin dal lontano 1967, ed è intesa come “punizione collettiva” (totalmente illegale secondo ogni legge) dei palestinesi, senza processo, senza alcuna possibilità di difesa. Nel 1999 Amnesty International pubblicava un rapporto dove la durezza della condanna delle Demolizioni è chiara: “Dal 1967, anno dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte… si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. I palestinesi vengono colpiti per nessun’altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi”. (55)

Uno dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, è l’indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Anche questa indicibile pratica è documentata oltre ogni dubbio. “Le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale”. (56)

Questa ignobile pratica continua oggi identica.

Il primo attacco suicida palestinese contro Israele è dell’aprile 1994 ad Afula, esattamente DOPO UN SECOLO di terrore e di crimini sionisti/israeliani contro i civili palestinesi, come sopra documentato. (57)

Israele sferra attacchi mostruosi su Gaza e sui suoi civili da anni, col solito pretesto di difendersi dai razzi di Hamas. Prima cosa, come detto e ridetto, Hamas REAGISCE a un secolo di terrorismo ebraico sopra dimostrato; in secondo luogo i cosiddetti razzi palestinesi sono rudimentali tubi di metallo il cui potenziale letale è minimo. Infatti in 14 anni di vita questi ‘razzi’ hanno ucciso dai 33 ai 50 civili israeliani (58)… mentre in soli 6 anni Israele ha assassinato un totale di 2.221 civili palestinesi! Solo nell’Operazione Piombo Fuso di bombardamenti indiscriminati su Gaza nel dicembre 2008, gli israeliani uccisero 759 civili palestinesi, di cui 344 bambini e 110 donne. Nell’Operazione Scudo Protettivo del luglio 2014 Israele uccise 1.462 civili palestinesi, di cui 495 erano bambini e 253 donne. Non v’è bisogno di commentare la sproporzione orripilante delle cifre. (59)

Per concludere: chi è stato per decenni il Grande Terrorista in Palestina? Si può dire che sono i palestinesi armati, che hanno REAGITO 60 anni dopo l’inizio del loro calvario, a essere i terroristi? Chi ha il maggior diritto di difendersi dopo un secolo di orrori sionisti e mostruose sproporzioni di vittime civili?

10)

DdI: Ci sono degli “squinternati” in Italia, come un tal giornalista Paolo Barnard amico di Hamas, o come l’attivista pro Palestina Samantha Commizzoli, che addirittura accusano i sionisti (passati e attuali) di essere aggressori neo-nazisti. Basterebbe questo per stendere un velo pietoso su tutto l’argomento.

R.: Caro ignorante, ci spiace per te se non leggi la Storia. E siamo felici di essere accomunati ad altri due squinternati che chiamarono i Sionisti “affini ai nazisti e ai fascisti”, cioè quel ‘mentecatto’ di Albert Einstein e quella ‘antisemita’ di Hannah Arendt…

Fonti: Il primo personaggio incontestabile, perché grande amico dei Sionisti e uomo ultra conservatore, che li chiamò ‘nazisti’ fu niente meno che Winston Churchill, che in una riunione di Gabinetto a Londra definì l’esercito sionista “… una nova specie di gangsters degni della Germania Nazista”. (60)

Nella stessa epoca, 1948, Albert Einstein e Hannah Arendt (non hanno bisogno di presentazioni) scrissero di loro pugno sul New York Times una protesta veemente contro la brutale ferocia sionista contro i palestinesi, definendola “simile in organizzazione e metodi ai partiti Nazisti e Fascisti” (61)

Lo stesso anno, fu addirittura un ministro del primo governo dello Stato d’Israele, Aharon Cizling a dichiarare “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e io sono sotto shock” (62)

Scrive il professore di scienze politiche americano, ed ebreo, Norman G. Finkelstein: “Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l’esercito ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l’armata tedesca combatté nel Ghetto di Varsavia ”(sic). Lo stesso Finkelstein, figlio di vittime dell’Olocausto, scrive ancora in modo lapidario: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti”.(63)

NOTE
1) The U.N. Special Committee on Palestine: Statement by Chief Rabbi Yosef Tzvi Dushinsky, July 16, 1947, United Nations Trusteeship Library.
2) Neturei Karta: Interview with Rabbi Baruch Kaplan, 2003. Pubblicazione di alcuni passaggi trascritti da una intervista registrata con Kaplan circa vent’anni prima.
3) ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p. 150.
4) 7° Congresso Sionista del 1905, trascrizioni degli interventi.
5) Nur-eldeen Masalha, Towards the Palestinian Refugees, 08/2000
6) ONU: La questione palestinese, Kohn, Hans, Ahad Ha’am: Nationalists with a difference, in Smith, Gary (ed.), Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974)
7) ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodor, «The complete diaries» (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p. 88.
8) Sefer Motzkin, ed. Alex Bein, Jerusalem, 1939
9) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine. – The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
10) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
11) Trascrizione della riunione di Gabinetto israeliana del 17 novembre 1948, dagli archivi del Kibbutz Meuhad, citata da David McDowall, Palestine and Israel, I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 195.
12) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition
13) Ibidem
14) Office of National Estimates, “Appraisal of an estimate of the Arab-Israeli Crisis by the Israeli Intelligence Service,” 25 May 1967,FRUS, 1964–1968, XIX, doc. 61; Freshwater, 3–4; Helms, A Look Over My Shoulder, 299.
15) Helms, A Look Over My Shoulder, 299–300; Michael B. Oren, Six Days of War: June 1967 and the Making of the Middle East (New York: Oxford University Press, 2002), 146, citing interview with and writings of Meir Amit; Meir Amit quoted inThe Six-Day War: A Retrospective, ed. Richard B. Parker (Gainesville: University Press of Florida, 1996), 136, 139; Ian Black and Benny Morris, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services (New York: Grove Weidenfeld, 1991), 220–22;
16) Nolte reported in telegram 8471 from Cairo, June 4, that the Embassy had informed Riad of the contents of telegram 207861 to Cairo (see footnote 2, Document 134), and that he planned to take up the subject of Mohieddin’s visit with Nasser when presenting his credentials on June 5. (National Archives and Records Administration, RG 59, Central Files 1967-69, POL ARAB-ISR) Rusk responded to the latter point in telegram 207994, June 4, which reads in part: “The great value of Mohieddin’s visit is opportunity for private discussions. The less said about it the better.” (Johnson Library, National Security File, Country File, Middle East Crisis, Anderson Cables)
17) New York Times, 21 agosto, 1982.
18) Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181
19) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine.
20) FRUS, Ethridge, US delegate at Laussanne, Top Secret, Paris, Paris June 12, 1949, pp.1124-25
21) Ha’aretz, Oct. 6, 2006, Danny Yatom and Moshe Amirav
22) Avner Yaniv, Political Science Professor, Univ. of Haifa
23) Riportato dal quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 6 aprile 1998.
24) Paolo Barnard: Intervista a Robert Malley dell’International Crisis Group registrata a Washington poco prima della scomparsa di Yasser Arafat.
25) Le prime rivelazioni sul piano Fields of Thorns furono rivelate da Amir Oren sul quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 23 novembre 2001 – Alcuni estratti del piano del 15 ottobre 2000 furono pubblicati il 6 luglio 2001 sul «Ma’ariv». Per la cronologia degli attacchi terroristici palestinesi: Israel Ministry of Foreign Affairs, Suicide and Other Bombing Attacks in Israel Since the Declaration of Principles 1993 (pubbl. 2005). – Amos Harel, Rightist ex general propose massive invasion of territories, «Ha’aretz daily», 31 gennaio 2002.
26) Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
27) Seymour Hersh, The New Yorker, August 16, 2006
28) Gideon Levy, “A Black Flag,” Ha’aretz, July 2, 2006; Christopher Gunness, “Statements by the United Nations Agencies Working in the Occupied Palestinian Territory,” July 8, 2006; Amnesty International press release, “Israel/Occupied Territories: Deliberate Attacks a War Crime,” AI Index: MDE 15/061/2006 (Public), News Service No. 169, June 30, 2006. – Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
29) Aggression under false pretenses, The Washington Post, July 11, 2006
30) Annapolis Agrrement: full text, US Department of State, Novembre 2007
31) Counter Terrorism and State Political Violence, Critical Terrorism Studies, Scott Poynting & David Whyte
32) Democracy Now: January 22, 2009, Ex-Carter Admin Official: Israel Ignored Hamas Offer Days Before Attacking Gaza; Violated Ceasefire with Attacks, Blockade
33) Seymour Hersh: The New Yorker, 31/3/2009
34) Huffington Post, Nancy Kanwisher, Reigniting Violence: How do ceasefires end? 2012
35) Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002 – Israeli Democracy Institute, May 2003 Report
36) UN Committee on Economic Social Cultural Rights, 23 May 2003
37) Agence France Press, Nov. 1998
38) Prof. John Dugard, Rapporto come Special Rapporteur on Human Right in Palestina per l’ONU, 2007
39) Steven Zunes, Asia Times, The Rise and Rise of Hamas, July 7, 2007 – Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002
40) Ha’aretz, 22 lugio 2014 – Joel Beinin, Donald J. McLachlan Professor of History Stanford University USA, “RACISM IS THE FOUNDATION OF ISRAEL’S OPERATION PROTECTIVE EDGE”
41) ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p. 30).
42) Ibidem
43) Ibidem
44) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73.
45) ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p. 28. 47 ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, «The Faithful City» (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72.
46) The Origin of the Palestine-Israel Conflict, Published by Jews for Justice in the Middle East P.O. Box 14561, Berkeley, CA, 94712.
47) ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018.
48) Foreign Relations of the United States, 1958-1960, Volume XII, Near East Region; Iraq; Iran; Arabian Peninsula: Statement by the National Security Council of Long Range U.S. Policy Toward the Near East. 100 United Nations Security Council Resolution 101 (1953), 24 November 1953.
49) ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 December 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 February 1977.
50) Menahem Begin, letter, «Ha’aretz», August 4, 1981.
51) Abba Eban, Morality and Warfare, «Jerusalem Post», August 16, 1981.
52) Rapporto della Commissione d’Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983). –
53) Stime delle vittime civili dell’invasione israeliana del Libano del 1982 tratte da: Estimates of 5 March 1991 AP – Israel: 657 killed, Syrians: 370, PLO: 1,000, Lebanese and Palestinians: 19,000 +, mostly civilians, e Robert Fisk, The Awesome Cruelty of a Doomed People, «The Independent», 12 settembre 2001, p. 6.
54) ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988.
55) Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 Israel and the Occupied Territories
Demolitions and Dispossession.
56) Amnesty International Reports, London. Israel/Occupied Territories 03/2002, Attacks on health personnel and disrupted health care.
57) BBC, Analysis: Palestinian suicide attacks, 29/01/2007.
58) IDF. “Rocket Attacks on Israel from Gaza Strip”. idfblog.com/facts-figures/. Israel Defense Forces. Retrieved 15 August 2014. “Attacks on Israeli civilians by Palestinians”. B’Tselem. 24 July 2014.
59) BBC: Gaza Crisis, toll of operations in Gaza, 1 settembre 2014, dati ONU e B’Tselem.
60) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73
61) The NYT, Books’ section p. 12, 4 dic. 1948)
62) Riunione di Gabinetto del 17 nov. 1948, Kibbutz Meuhad Archives, section 9 file 1)
63) Norman G. Finkelstein, First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine, 14 aprile 2002 & «Ha’aretz», 25 gennaio 2002, 01 febbraio 2002.

Un grazie a Dario Zamperin
In ricordo di Vik Arrigoni

thanks to: Paolo Barnard

“Sionisti carogne tornate nelle fogne” Milano 25 aprile, vergognosa presenza degli amici di Israele.

Finalmente quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia. Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre appariva palese.

Andiamo per ordine. Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della 8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria britannica.

Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946. Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “ è l’attuale bandiera di Israele”.

A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera sionista”.

In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.

I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele, unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.

Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir, banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.

La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli alleati non è dato capire.

Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi con i nazisti.

Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto, 11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”. La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato a tutto.

Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ” Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista. Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.

Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern, con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?

Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione ( ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia, op.cit.).

Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.

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Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese. Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1° settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza 83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite: 701.

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Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano giuridico, politico, storico ed etico?

E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi” ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale indignazione: l’occupazione della Palestina?

Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.

Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”. Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico, confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua sia stata solo una boutade elettorale?

Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.

Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012, rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25 Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.

Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?

  • La pace e il ripudio della guerra, valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank

  • La libertà, valore contraddetto dai milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro, dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza

  • L’uguaglianza, valore contraddetto dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con cittadinanza israeliana

  • La giustizia, valore contraddetto dalle continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni

  • Il valore della resistenza e della autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia etnica in corso.

Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.

Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25 Aprile rappresenta.

Ugo Giannangeli

thanks to: Palestina Rossa

Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)

La guerra, che continua ininterrottamente da 66 anni in Palestina, ha conosciuto una nuova svolta con le operazioni israeliane “Guardiani dei nostri fratelli”, e poi “Roccia inamovibile” (stranamente tradotta dalla stampa occidentale con l’espressione “Margine protettivo”).

Chiaramente, Tel Aviv – che aveva scelto di strumentalizzare la scomparsa di tre giovani israeliani per lanciare queste operazioni e “sradicare Hamas” al fine di sfruttare il gas naturale di Gaza, secondo il piano enunciato nel 2007 dall’attuale  Ministro della Difesa [1] – è stata spiazzata dalla reazione della Resistenza. Il Jihad islamico ha risposto inviando razzi di media gittata molto difficili da intercettare, che si aggiungono a quelli lanciati da Hamas.

La violenza degli eventi che hanno già ucciso oltre 1.500 palestinesi e 62 israeliani (ma le cifre israeliane sono soggette a censura militare e sono probabilmente minimizzate) ha sollevato un’ondata di proteste in tutto il mondo. Oltre ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, riunitosi il 22 luglio, ha dato la parola ad altri 40 Stati che intendevano esprimere il loro sdegno per il comportamento di Tel Aviv e la sua “cultura dell’impunità”. La sessione anziché durare le solite 2 ore, si è protratta per 9 ore [2].

Simbolicamente, la Bolivia ha dichiarato Israele uno “Stato terrorista” e ha abrogato l’accordo sulla libera circolazione che lo riguardava. Ma in generale, le dichiarazioni di protesta non sono state seguite da un aiuto militare, ad eccezione di quelle dell’Iran e simbolicamente della Siria. Entrambi sostengono la popolazione palestinese attraverso il Jihad islamico, l’ala militare di Hamas (ma non la sua ala politica, membro dei Fratelli Musulmani), e tramite il FPLP-CG.

A differenza dei casi precedenti (operazioni “Piombo fuso” nel 2008 e “Colonna di nuvola” nel 2012), i due Stati che proteggono Israele presso il Consiglio (Stati Uniti e Regno Unito) hanno favorito l’elaborazione di una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza che sottolineava gli obblighi umanitari di Israele [3]. 
In realtà, al di là della questione di fondo di un conflitto che dura dal 1948, si assiste a un consenso per condannare almeno il ricorso da parte di Israele di un uso sproporzionato della forza.

Tuttavia, questo consenso apparente maschera analisi assai diverse: alcuni autori interpretano il conflitto come una guerra di religione tra ebrei e musulmani; altri lo vedono al contrario come una guerra politica secondo uno schema coloniale classico. Che cosa dobbiamo pensarne?

Che cosa è il sionismo?

A metà del XVII secolo, i calvinisti britannici si riunirono intorno a Oliver Cromwell e rimisero in questione la fede e la gerarchia del regime. Dopo aver rovesciato la monarchia anglicana, il “Lord Protettore” pretese di consentire al popolo inglese di raggiungere la purezza morale necessaria ad attraversare una tribolazione di sette anni, dare il benvenuto al ritorno del Cristo e di vivere in pace con lui per 1000 anni (il “Millennium”). Per far ciò, secondo la sua interpretazione della Bibbia, gli ebrei dovevano essere dispersi fino agli estremi confini della terra, poi raggruppati in Palestina, dove ricostruire il tempio di Salomone. Su questa base, instaurò un regime puritano, levò nel 1656 il divieto che era stato fatto agli ebrei di stabilirsi in Inghilterra e annunciò che il suo paese s’impegnava a creare in Palestina lo Stato di Israele.

Poiché la setta di Cromwell fu a sua volta rovesciata alla fine della “Prima Guerra civile inglese”, i suoi sostenitori uccisi o esiliati, e poiché la monarchia anglicana fu restaurata, il sionismo (cioè il progetto della creazione di uno Stato per gli ebrei) fu abbandonato. Riapparve nel XVIII secolo con la “Seconda guerra civile inglese” (secondo il nome dei manuali di storia delle scuole secondarie nel Regno Unito) che il resto del mondo conosce come la “Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti” (1775-1783). Contrariamente alla credenza popolare, essa non fu intrapresa in nome degli ideali dell’Illuminismo che animarono pochi anni dopo la Rivoluzione francese, ma fu finanziata dal re di Francia e condotta per motivi religiosi al grido di «Il nostro re è Gesù!».

George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, per citarne alcuni, si sono presentati come i successori dei sostenitori esiliati di Oliver Cromwell. Gli Stati Uniti hanno dunque logicamente ripreso il suo progetto sionista.

Nel 1868, in Inghilterra, la regina Victoria nominò Primo Ministro l’ebreo Benjamin Disraeli. Questi propose di concedere una parte di democrazia ai discendenti dei sostenitori di Cromwell in modo da poter contare su tutto il popolo per estendere il potere della Corona nel mondo. Soprattutto, propose di allearsi alla diaspora ebraica per condurre una politica imperialista di cui essa sarebbe stata l’avanguardia. Nel 1878, fece iscrivere “la restaurazione di Israele” all’ordine del giorno del Congresso di Berlino sulla nuova spartizione del mondo.

È su questa base sionista che il Regno Unito ristabilì i suoi buoni rapporti con le sue ex colonie divenute nel frattempo gli Stati Uniti alla fine della ” Terza guerra civile inglese” – nota negli Stati Uniti come la “guerra civile americana” e nell’Europa continentale come la “guerra di Secessione” (1861-1865) – che vide la vittoria dei successori dei sostenitori del Cromwell, gli WASP (White Anglo-Saxon Puritans) [4]. Anche in questo caso, è del tutto sbagliato che si presenti questo conflitto come una lotta contro la schiavitù, intanto che cinque stati del nord la praticavano ancora.

Fino quasi alla fine del XIX secolo, il sionismo è solo un progetto puritano anglo-sassone al quale solo un’élite ebraica aderisce. È fortemente condannato dai rabbini che interpretano la Torah come un’allegoria e non come un piano politico.

Tra le conseguenze attuali di questi fatti storici, dobbiamo ammettere che se il sionismo mira alla creazione di uno Stato per gli ebrei, è anche il fondamento degli Stati Uniti. Pertanto, la questione se le decisioni politiche d’insieme siano prese a Washington o a Tel Aviv ha solo interesse relativo. È la stessa ideologia ad essere al potere in entrambi i paesi. Inoltre, poiché il sionismo ha permesso la riconciliazione tra Londra e Washington, il fatto di sfidarlo significa affrontare questa alleanza, la più potente del mondo.

L’adesione del popolo ebraico al sionismo anglosassone

Nella Storia ufficiale attuale, è consuetudine ignorare il periodo dal XVII al XIX secolo e presentare Theodor Herzl come il fondatore del sionismo. Tuttavia, secondo le pubblicazioni interne dell’Organizzazione Sionista Mondiale, anche questo punto è falso.

Il vero fondatore del sionismo contemporaneo non era ebreo, bensì cristiano dispenzionalista. Il reverendo William E. Blackstone era un predicatore americano per il quale i veri cristiani non avrebbero dovuto partecipare alle prove della fine del tempo. Basava l’insegnamento su coloro che sarebbero stati elevati al cielo durante la battaglia finale (il “rapimento della Chiesa”, in inglese “the rapture”). Nella sua visione, gli ebrei avrebbero combattuto questa battaglia e ne sarebbero usciti allo stesso tempo convertiti a Cristo e vittoriosi.

È la teologia del reverendo Blackstone che è servita da base per il sostegno immancabile di Washington alla creazione di Israele. E questo molto prima che l’AIPAC (la lobby pro-Israele) venisse creata e prendesse il controllo del Congresso. In realtà, il potere della lobby non risiede tanto nel suo denaro e la sua capacità di finanziare le campagne elettorali, quanto in questa ideologia ancora presente negli Stati Uniti [5].

La teologia del rapimento per quanto stupida possa sembrare è oggi molto potente negli Stati Uniti. Rappresenta un fenomeno nel mercato dei libri e nel cinema (si veda il film Left Behind, con Nicolas Cage, che uscirà ad ottobre).

Theodor Herzl era un ammiratore del magnate dei diamanti Cecil Rhodes, teorico dell’imperialismo britannico e fondatore del Sudafrica, della Rhodesia (cui diede il suo nome) e dello Zambia (ex Rhodesia del Nord). Herzl non era israelita praticante né aveva circonciso suo figlio. Ateo come molti borghesi europei del suo tempo, si batté all’inizio per assimilare gli ebrei convertendoli al cristianesimo. Tuttavia, riprendendo la teoria di Benjamin Disraeli, giunse alla conclusione che la soluzione migliore fosse quella di farli partecipare al colonialismo britannico creando uno stato ebraico, collocato nell’attuale Uganda o in Argentina. Seguì l’esempio di Rhodes nella maniera di acquistare terreni e di costruire l’Agenzia Ebraica.

Blackstone riuscì a convincere Herzl a unire le preoccupazioni dei dispenzionalisti a quelle dei colonialisti. Era sufficiente per tutto questo considerare di stabilire Israele in Palestina e di moltiplicare i riferimenti biblici. Grazie a questa idea assai semplice, giunsero a far aderire la maggioranza degli ebrei europei al loro progetto. Oggi Herzl è sepolto in Israele (sul monte Herzl) e lo Stato ha posto nella sua bara la Bibbia annotata che Blackstone gli aveva offerto.

Il sionismo non ha dunque mai avuto come obiettivo quello di «salvare il popolo ebraico dandogli una patria», bensì quello di far trionfare l’imperialismo anglosassone associandovi gli ebrei. Inoltre, non solo il sionismo non è un prodotto della cultura ebraica, ma la maggior parte dei sionisti non è mai stata ebrea, mentre la maggioranza dei sionisti ebrei non sono israeliti dal punto di vista religioso. I riferimenti biblici, onnipresenti nel discorso pubblico israeliano, rispecchiano il pensiero solo della parte credente del paese e sono destinati principalmente a convincere la popolazione statunitense.

Il patto anglosassone per la creazione di Israele in Palestina

La decisione di creare uno Stato ebraico in Palestina è stata presa congiuntamente dai governi britannico e statunitense. È stata negoziata dal primo giudice ebreo della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, sotto gli auspici del reverendo Blackstone e fu approvata sia dal presidente Woodrow Wilson sia dal primo ministro David Lloyd George, sulla scia degli accordi franco-britannici Sykes-Picot sulla spartizione del “Vicino Oriente”. Questo accordo fu progressivamente reso pubblico.

Il futuro Segretario di Stato per le Colonie, Leo Amery, ebbe l’incarico di inquadrare gli anziani del “Corpo dei mulattieri di Sion” per creare, con i due agenti britannici Ze’ev Jabotinsky e Chaim Weizmann, la “Legione ebraica” in seno all’esercito britannico.

Il ministro degli Esteri Lord Balfour inviò una lettera aperta a Lord Walter Rothschild per impegnarsi a creare un “focolare nazionale ebraico” in Palestina (2 novembre 1917). Il presidente Wilson annoverò tra i suoi obiettivi di guerra ufficiali (il 12° dei 14 punti presentati al Congresso l’8 gennaio 1918) la creazione di Israele.

Pertanto, la decisione di creare Israele non ha nulla a che fare con la distruzione degli ebrei d’Europa sopravvenuta due decenni più tardi, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Durante la Conferenza di pace di Parigi, l’emiro Faisal (figlio dello Sharif della Mecca e futuro re dell’Iraq britannico) firmò, in data 3 gennaio 1919, un accordo con l’Organizzazione Sionista, impegnandosi a sostenere la decisione anglosassone.

La creazione dello Stato di Israele, che è fatta contro la popolazione della Palestina, era quindi fatta anche con l’accordo dei monarchi arabi. Inoltre, all’epoca, lo Sharif della Mecca, Hussein bin Ali, non interpretava il Corano alla maniera di Hamas. Non pensava che “una terra musulmana non può essere governata da non-musulmani.”

La creazione giuridica dello Stato d’Israele

Nel maggio 1942, le organizzazioni sioniste tennero il loro congresso al Biltmore Hotel di New York. I partecipanti decisero di trasformare il «focolare nazionale ebraico» della Palestina in «Commonwealth ebraico» (riferendosi al Commonwealth con cui Cromwell aveva brevemente sostituito la monarchia britannica) e di autorizzare l’immigrazione di massa degli ebrei verso la Palestina. In un documento segreto, venivano precisati tre obiettivi:

«(1) lo Stato ebraico avrebbe abbracciato l’intera Palestina e probabilmente la Transgiordania;
(2) il trasferimento delle popolazioni arabe in Iraq 
(3) la presa in mano da parte degli ebrei dei settori dello sviluppo e del controllo dell’economia in tutto il Medio Oriente».

Quasi tutti i partecipanti ignoravano allora che la «soluzione finale della questione ebraica» (die Endlösung der Judenfrage) aveva appena preso inizio segretamente in Europa.

In definitiva, mentre i britannici non sapevano più come soddisfare sia gli ebrei sia gli arabi, le Nazioni Unite (che a quel tempo annoveravano appena 46 Stati membri) proposero un piano per spartire la Palestina a partire dalle indicazioni che gli fornirono i britannici. Uno Stato bi-nazionale doveva essere creato, comprendente uno Stato ebraico, uno Stato arabo e una zona soggetta a un “regime internazionale speciale” per amministrare i luoghi santi (Gerusalemme e Betlemme). Questo progetto fu adottato attraverso la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale. [6]

Senza attendere il seguito dei negoziati, il presidente dell’Agenzia Ebraica, David Ben Gurion, proclamò unilateralmente lo Stato di Israele, subito riconosciuto dagli Stati Uniti. Gli arabi del territorio israeliano furono sottoposti alla legge marziale, i loro movimenti furono limitati, i loro passaporti confiscati. I paesi arabi di recente indipendenza intervennero. Ma senza eserciti ancora costituiti, furono rapidamente sconfitti. Durante questa guerra, Israele procedette a una pulizia etnica e costrinse almeno 700.000 arabi a fuggire.

L’ONU inviò un mediatore, il conte Folke Bernadotte, un diplomatico svedese che aveva salvato migliaia di ebrei durante la guerra. Constatò che i dati demografici trasmessi dalle autorità britanniche erano falsi e pretese la piena attuazione del piano di spartizione della Palestina. Al dunque, la risoluzione 181 implica il ritorno dei 700.000 arabi espulsi, la creazione di uno Stato arabo e l’internazionalizzazione di Gerusalemme.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite fu assassinato, il 17 Settembre 1948, su ordine del futuro primo ministro Yitzhak Shamir.

Furibonda, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 194, che riafferma i principi della risoluzione 181 e, inoltre, proclama il diritto inalienabile dei palestinesi a tornare alle loro case e ad essere risarciti per il danno che avevano appena subito [7].

Tuttavia, poiché Israele aveva arrestato gli assassini di Bernadotte, e poi li processò e condannò, fu accolto in seno all’ONU con la promessa di onorare le risoluzioni. Ma erano nient’altro che bugie. Subito dopo gli assassini furono graziati e lo sparatore divenne la guardia del corpo personale del Primo Ministro David Ben Gurion.

Fin dalla sua adesione all’Onu, Israele non ha mai smesso di violare le risoluzioni che si sono accumulate all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza. I suoi legami organici con due membri del Consiglio che dispongono del diritto di veto lo hanno collocato di fuori del diritto internazionale. È diventato uno Stato off-shore che permette agli Stati Uniti e al Regno Unito di fingere di rispettare anche loro il diritto internazionale, mentre lo violano dietro questo pseudo-Stato.

È assolutamente sbagliato ritenere che il problema posto da Israele riguardi solo il Medio Oriente. Oggi Israele agisce militarmente in tutto il mondo a copertura dell’imperialismo anglosassone. In America Latina, ci furono agenti israeliani che organizzarono la repressione durante il colpo di stato contro Hugo Chávez (2002) o il rovesciamento di Manuel Zelaya (2009). In Africa, erano ovunque presenti durante la guerra dei Grandi Laghi e hanno organizzato l’arresto di Muammar el-Gheddafi. In Asia, hanno condotto l’assalto e il massacro delle Tigri Tamil (2009), ecc. Ogni volta, Londra e Washington giurano che non c’entrano per nulla. Inoltre, Israele controlla numerose istituzioni mediatiche e finanziarie (come la Federal Reserve statunitense).

La lotta contro l’imperialismo

Fino alla dissoluzione dell’URSS, era evidente a tutti che la questione israeliana scaturisse dalla lotta contro l’imperialismo. I palestinesi erano sostenuti da tutti gli anti-imperialisti del mondo – perfino dai membri dell’Armata Rossa giapponese – che venivano a combattere al loro fianco.

Oggi, la globalizzazione della società dei consumi e la perdita di valori che ne è seguita hanno fatto perdere coscienza del carattere coloniale dello Stato ebraico. Solo arabi e musulmani si sentono coinvolti. Essi mostrano empatia per la condizione dei palestinesi, ma ignorano i crimini israeliani nel resto del mondo e non reagiscono ad altri crimini imperialisti.

Tuttavia, nel 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini spiegò ai suoi fedeli iraniani che Israele era solo una bambola nelle mani degli imperialisti e che l’unico vero nemico era l’alleanza degli Stati Uniti e del Regno Unito. Per il fatto di affermare questa semplice verità, Khomeini fu caricaturizzato in Occidente e gli sciiti furono presentati come eretici in Oriente. Oggi l’Iran è l’unico paese al mondo ad inviare grandi quantità di armi e consiglieri per aiutare la Resistenza palestinese, mentre i regimi sionisti arabi se ne stanno a discutere amabilmente in videoconferenza con il presidente israeliano durante le riunioni del Consiglio di sicurezza del Golfo [8].

NOTE

[1] “La guerra del gas si estende al Levante“, di Thierry Meyssan, Al-Watan/Rete Voltaire, 21 luglio 2014.

[4] The Cousins’ Wars: Religion, Politics, Civil Warfare and the Triumph of Anglo-America, par Kevin Phillips, Basic Books (1999).

[5] Cfr. American Theocracy (2006) di Kevin Phillips, uno storico eccezionale che fu uno dei consiglieri di Richard Nixon.

[6] «Résolution 181 de l’Assemblée générale de l’Onu», Réseau Voltaire, 29 novembre 1947.

[7] “Résolution 194 de l’Assemblée générale de l’ONU“, Réseau Voltaire, 11 Dicembre 1948.

Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano“Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla “Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”, in francese sul “Réseau Voltaire”.

Thierry Meyssan, 3 agosto 2014.

Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.

thanks to: Megachip

Università di Torino, Daniela Santus si è rifiutata di presiedere la seduta di laurea di due studentesse che presentavano una tesi sulla Palestina

Questa mattina abbiamo appreso dai quotidiani locali che una docente della facoltà di Lingue dell’Università di Torino, Daniela Santus, si è rifiutata di presiedere la seduta di laurea di due studentesse che presentavano una tesi sulla Palestina (qui un articolo sulla vicenda).

 
Alcuni anni fa – era il 2005 – organizzammo diverse iniziative e petizioni perché fosse impedito l’invito di rappresentanti istituzionali di Israele a iniziative o lezioni organizzate dalle facoltà di Torino. 
La nostra posizione era un chiaro rifiuto alla presenza di sionisti e oppressori promotori dell’apartheid in Palestina: per noi non esiste l’ebreo o il non ebreo – solo l’oppresso e l’oppressore – per cui critichiamo ogni governo e ogni Stato che riproduca al suo interno le forme moderne dell’oppressione sociale, le stesse che sono alla radice di un presente di precarietà e crisi che mette a repentaglio le vite di noi giovani.
Una docente, in particolare, tentò in tutti i modi di alzare il livello delle tensioni in università, invitando in ateneo alcuni membri dell’allora governo Sharon (quello che fece costruire il muro della vergogna in Cisgiordania) e richiedendo una militarizzazione di tipo cileno all’interno di Palazzo Nuovo.
E’ triste vedere come, a distanza di anni, quella stessa docente faccia sfoggio della sua intolleranza e incapacità di dialogo rifiutandosi addirittura di ascoltare la tesi di due studentesse, colpevoli evidentemente di non pensarla come lei.

Ma come, l’università non è forse il luogo della libera espressione, della circolazione di idee e del confronto intellettuale?
Forse, per qualcuno che sostiene l’oppressione di un popolo come modello democratico da esportare, probabilmente no.

 
Collettivo Universitario Autonomo – Torino

Il caso esemplare della Kibbutz Contemporary Dance Company

Aide Memoire spettacolo programmato con il sostegno dell’Ambasciata di Israele in Italia in collaborazione con Torino Spiritualita (il 27 e il 28 settembre al teatro carignano), recita il programma ufficiale.

I contestatori/boicottatori sostengono che gli artisti israeliani sono degli ambasciatori “culturali” del governo israeliano.

Nel caso della KCDC lo scrivono loro stessi sul sito http://www.kcdc.co.il/en/support.html.

“La KCDC è un ambasciatore e un rappresentante della cultura e delle arti della Galilea e di Israele in generale. La compagnia è una incredibile fonte di orgoglio per Israele. Oggi, circa 60 danzatori vivono, lavorano e creano nel villaggio internazionale della danza nel Kibbutz Ga’aton, sotto la direzione artistica e la leadership di Rami Be’er. Questi danzatori lavorano in modo molto duro, impegnati nel perseguire il sogno del fondatore visionario Yehudit Arnon; un sopravvissuto all’Olocausto, vincitore dell’Israeli Prize 45 anni fa. Da allora, la visione ha prodotto un impatto indescrivibile su numerosissime persone nel nome della danza, del Sionismo, dell’eccellenza, e di valori fondamentali; tutti investimenti importanti per creare un futuro migliore in Israele. KCDC è uno degli emissari principali di Israele. Come una delle più importanti compagnie di danza in Israele e nel mondo, le attività della KCDC esemplificano valori che vanno al di là dell’arte.

La sua attività rappresenta il meglio del valori sionisti.

Sostegno del Ministero degli Affari Esteri
Kibbutz Contemporary Dane Company ringrazia il ministero degli esteri israeliano che ha scelto la KCDC come rappresentante di Israele nel mondo, tutti gli anni.”

Haaretz 2011/10/06 Israel Culture Ministry offers prize for ‘Zionist-oriented’ art (il ministero israeliano della cultura offre un premio per l’arte ‘orientata al sionismo’) By Nir Hasson

“Un premio di 50,000 NIS teso a ‘rispecchiare la storia e i valori sionisti’, dopo una bufera sul boicottaggio del centro culturale dell’insediamento di Ariel in Cisgiordania.

Un regolamento per un nuovo premio da assegnare all’arte “Zionist-oriented” è stato emesso mercoledì, in modo da essere sicuri che si possano qualificare per esso solo coloro il cui lavoro soddisfa i criteri politici corretti.

Il ministro della cultura Limor Livnat ha introdotto recentemente un premio di 50,000 prize, teso a ‘rispecchiare la storia e i valori sionisti’, dopo una bufera sul boicottaggio del centro culturale nell’insediamento di Ariel in Cisgiordania.
Può l’arte essere ‘Zionist-oriented’? (si domanda giustamente Nir Hasson, ndt)”
In Israele viene promossa un arte sionista! E il principio dell’autonomia della cultura?
Avrà la KCDC ricevuto anche il premio previsto dal ministro della cultura Limor Livnat?
Non ne siamo certi perché l’elenco dei premiati è solo in ebraico, ma è molto probabile.
L’arte di regime non ha fatto ricordare al ministro tragici precedenti?
In tutto questo che cosa c’entra Torino Spiritualità? E in generale la spiritualità?

 

thanks to: ISM Italia

 

Antisemitismo: una forma di esorcismo

Secondo Hajo Meyer, un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, morto lo scorso mese: http://www.intifada-palestine.com/2014/08/zionism-nothing-judaism-holocaust-survivor-dr-hajo-meyer
“Il sionismo e il giudaismo sono l’opposto l’uno dell’altro. Perché il giudaismo è universale e umano, e il sionismo è esattamente l’opposto. E’ molto limitato, molto nazionalistico, razzista, colonialista, e tutto questo insieme. Non c’è un “giudaismo nazionale”. C’è il sionismo c’è il giudaismo, e sono completamente diversi.

Una volta un antisemita era qualcuno che odiava gli ebrei perché erano ebrei e a causa della loro natura ebraica e della loro razza… Ai nostri giorni un antisemita è qualcuno che è odiato da un certo tipo di sionisti. Come disse uno dei più importanti leader nazisti, Göring, “Io stabilisco chi è ebreo.” Allo stesso modo i sionisti stabiliscono chi è antisemita. E, come ho detto, sono orgoglioso di essere uno di questi.”

thanks to: ISM Italia

Sopravvissuto ad Auschwitz: “Mi identifico con i giovani palestinesi”


27/8/2014 The Electronic IntifadaAdri Nieuwhof.

Hajo Meyer, autore del libro La fine del giudaismo, è nato a Bielefeld, in Germania, nel 1924. Nel 1939, a 14 anni scappò da solo in Olanda per sfuggire al regime nazista, e non poté frequentare la scuola. L’anno seguente, quando i tedeschi occuparono l’Olanda, visse in clandestinità con un documento d’identità malamente contraffatto. Meyer  fu catturato dalla Gestapo nel marzo 1944 e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz la settimana dopo. E’ uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz.

Adri Nieuwhof: Cosa vorrebbe dire per presentarsi ai lettori di EI?

Hajo Meyer: Dovetti lasciare il liceo a Bielefeld dopo la Notte dei Cristalli [il pogrom di due giorni contro gli ebrei nella Germania nazista], del novembre 1938. Fu un’esperienza terribile per un ragazzino curioso e i suoi genitori. Pertanto, posso identificarmi completamente con i giovani palestinesi che subiscono restrizioni nell’istruzione. E non mi posso in alcun modo identificare con i criminali che rendono impossibile l’istruzione ai giovani palestinesi. 

AN: Cosa l’ha spinta a scrivere il libro, La fine del giudaismo?

HM: In passato, i media europei scrissero ampiamente dei politici di estrema destra come Joerg Haider in Austria e Jean-Marie Le Pen in Francia. Ma quando Ariel Sharon fu eletto [Primo Ministro] in Israele nel 2001, i media rimasero in silenzio. Ma nel 1980 capirono il pensiero profondamente fascista di questi politici. Con il libro ho voluto prendere le distanze da tutto questo. Sono cresciuto con l’eguaglianza di rapporti tra esseri umani nel giudaismo come valore fondamentale. Ho appreso del giudaismo nazionalista solamente quando ho sentito i coloni difendere, nelle interviste, le loro vessazioni contro i palestinesi.

Quando un editore mi ha chiesto di scrivere del mio passato, ho deciso di scrivere questo libro, in un certo senso, per affrontare il mio passato. Le persone di un gruppo che disumanizzano persone di un altro gruppo, lo possono fare o perché hanno imparato dai loro genitori, o perché è stato fatto loro il lavaggio del cervello dai leader politici. Questo è successo per decenni, in Israele, nel senso che manipolano l’Olocausto per i loro fini politici. A lungo andare il paese si sta distruggendo, portando i cittadini ebrei alla paranoia.

Nel 2005 [l’allora primo ministro Ariel] Sharon ha illustrato ciò dichiarando alla Knesset [il parlamento israeliano]: “Sappiamo che non possiamo fidarci di nessuno, possiamo fidarci solo di noi stessi”. Questa è la più breve definizione possibile di qualcuno che soffre di paranoia clinica. Una delle cose che mi dà più fastidio, è che Israele, con l’inganno, si definisce uno stato ebraico, mentre in realtà è sionista. Vuole il massimo del territorio con un numero minimo di palestinesi. Ho avuto 4 nonni ebrei. Sono ateo. Condivido l’eredità socio-culturale ebraica e ho imparato a conoscere l’etica ebraica. Non voglio essere rappresentato da uno stato sionista. Non hanno idea dell’Olocausto. Usano l’Olocausto per far crescere la paranoia nei loro figli.

AN: Nel suo libro, lei scrive delle lezioni che ha appreso dal suo passato. Può spiegare come il passato ha influenzato la sua percezione di Israele e Palestina?

HM: Non sono mai stato un sionista. Dopo la guerra, gli ebrei sionisti parlavano del miracolo di avere ”il nostro paese”. Da ateo convinto ho pensato, se questo è un miracolo di Dio, avrei voluto che avesse compiuto il più piccolo miracolo che si possa immaginare, creando lo stato 15 anni prima. Così i  miei genitori non sarebbero morti.

Posso scrivere una lista infinita di analogie tra la Germania nazista e Israele. L’acquisizione di terreni e di proprietà, il negare l’accesso all’istruzione e restringere la possibilità di guadagnarsi da vivere e distruggere la loro speranza, il tutto con lo scopo di cacciare la gente dalla propria terra. E quello che io personalmente trovo più sconvolgente: sporcarsi le mani uccidendo le persone. Ciò sta creando situazioni in cui le persone iniziano a uccidersi a vicenda. Quindi la distinzione tra vittime e colpevoli diventa debole. Seminando discordia in una situazione dove non c’è unità, ampliando il divario tra i popoli – come Israele sta facendo a Gaza.

AN: Nel suo libro lei scrive del ruolo degli ebrei nel movimento per la pace dentro e fuori Israele, e i refusenik dell’esercito israeliano. Come valuta il ​​loro contributo?

HM: Certo è positivo che parte della popolazione ebrea di Israele cerchi di vedere i palestinesi come esseri umani e come loro pari. Tuttavia, mi turba un po’  il numero che protesta ed è veramente anti-sionista. Siamo arrivati ad ottenere quello che è successo nella Germania di Hitler. Se si esprimeva un minimo accenno di critica all’epoca, si finiva nel campo di concentramento di Dachau. Se si esprimeva una critica, eri morto. Gli ebrei in Israele hanno diritti democratici. Possono protestare per le strade, ma non lo fanno.

AN: Può commentare la notizia che i ministri israeliani hanno approvato un progetto di legge che vieta la commemorazione della Nakba, o l’esproprio della Palestina storica? La legge propone pene fino a tre anni di carcere.

HM: E’ così razzista, così terribile. Sono a corto di parole. E’ l’espressione di quello che già sappiamo. [L’organizzazione israeliana commemorazione della Nakba] Zochrot è stata fondata per contrastare gli sforzi di Israele di spazzare via i segni che ricordano la vita palestinese. Per proibire ai palestinesi di commemorare pubblicamente la Nakba. Non possono agire in un modo più nazi-fascista. Forse aiuterà a svegliare il mondo.

AN: Quali sono i suoi progetti per il futuro?

HM: [Ride] Sai quanti anni ho? Ho quasi 85 anni. Dico sempre cinicamente e con autoironia che ho una scelta: o sono sempre stanco perché voglio fare così tanto, o mi siedo in attesa del tempo di morire. Beh, ho intenzione di essere stanco, perché ho ancora tanto da dire.

Adri Nieuwhof è consulente e difensore dei diritti umani in Svizzera.

Traduzione di Edy Meroli

(Nella foto: Hajo Meyer ritratto da Christiane Tilanus)

thanks to: The Electronic Intifada

Edy Meroli

Infopal

Sionismo = esclusivismo, occupazione, intolleranza…

di Luca Debenedettis

Risposta all’articolo “Il grillino antisionista e la censura mancata” del “giornalista” Toni Jop, pubblicato su L’Unità in data 30 luglio 2013.

Qui accanto, può visionare personalmente il testo originale della Risoluzione con la quale le Nazioni Unite, nel novembre del 1975, votarono a maggioranza dichiarando, e lo si legge chiaro nell’ultimo periodo, …il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale.Sig. Toni Jop, il suo articolo apparso sull’Unità il 30 luglio scorso poteva essere, cogliendo lo spunto offertole dal parlamentare del movimento 5 stelle, Paolo Bernini, l’occasione per discutere autorevolmente di un tema, il sionismo, che eticamente dovrebbe trovare tutti sempre e comunque schierati contro, trattandosi della più bieca tra le ideologie nazional-colonialiste dell’ultimo secolo, anche peggiore dell’apartheid sudafricana, (secondo le parole dello stesso premio Nobel per la pace, Nelson Mandela), ma invece si è trasformato nella sua ennesima difesa aprioristica, scevra peraltro di argomenti.

Sa, non erano le parole del giovane parlamentare summenzionato, ma l’esito della votazione dell’Assemblea Generale dell’ONU in seduta plenaria. Tutti antisemiti? Ma cerchiamo di fare ordine. Il sionismo nacque nella seconda metà del XIX come movimento politico-nazionalista fondato sull’idea del ritorno di tutti gli ebrei sparsi per il mondo ad Eretz Israel, la “terra promessa da Dio al popolo eletto”, con l’obiettivo  di  costruire  uno  Stato  indipendente  per assicurare loro condizioni di vita dignitose, non più soggette all’umore dei popoli che li ospitavano. Non avendo, però, trovato alcun paese disposto a cedere parte della propria sovranità territoriale per consentire ai sionisti di crearselo, questi puntarono sulla Palestina spacciandolo per un territorio disabitato e desertico, e coniando la celebre frase “un popolo senza terra [ebrei] per una terra senza popolo [Palestina]”, pur sapendo perfettamente che in realtà era tutt’altro che disabitata e deserta. Furono, quindi, la consapevole negazione dell’esistenza della popolazione nativa palestinese e la decisione del Sionismo di realizzare il suo obiettivo (oggi quasi completato) a danno del germogliante diritto nazionale di un’altra collettività ad accendere la miccia della secolare questione.

Detto ciò, e stiamo parlando del 1897 (1° Congresso mondiale sionista), quindi di mezzo secolo prima della 2a guerra mondiale e delle tragiche persecuzioni nazifasciste, fu la Gran Bretagna a decidere, senza averne titoli, il destino di quella terra e dei suoi abitanti con la famosa Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917), con la quale il governo di sua maestà si ritenne favorevole all’istituzione in Palestina di un “focolare nazionale ebraico”. Il che dette avvio a ripetute ondate migratorie clandestine di ebrei provenienti dall’Europa che andarono pian piano soffocando i propositi emancipatori della popolazione indigena palestinese, dopo secoli di sudditanza a popoli e sovrani, in barba alle promesse d’indipendenza e di autodeterminazione fattele da Londra in cambio del suo sostegno all’esercito britannico per abbattere l’impero ottomano. Fu allora che il sionismo teorico si trasformò in sionismo pratico innescando quello che è erroneamente conosciuto come “conflitto” israelo-palestinese, pur trattandosi di mera occupazione coloniale.

Ora, sig. Toni Jop, la tristemente nota risoluzione di spartizione della Palestina n°181, votata dall’Assemblea Generale il 29 novembre 1947, stabilì quali confini avrebbero avuto i due territori e che fosse garantita la libertà ai singoli individui di scegliere in quale dei due vivere; oltre a ciò, previde un’amministrazione internazionale per Gerusalemme gestita dall’ONU. Tutte chiacchiere, purtroppo, poiché subito dopo la sua approvazione le forze militari sioniste (e le suggerisco la lettura del testo storico del prof. israeliano Ilan PappeLa pulizia etnica della Palestina”) avviarono un’operazione di “epurazione” della popolazione nativa dai villaggi palestinesi venuti a cadere all’interno dei confini del futuro Stato sionista, che causò una prima cacciata di 250.000 di essi e la distruzione di 531 dei loro villaggi, sulle cui rovine sono poi stati intenzionalmente edificati insediamenti urbani o creati parchi naturali e luoghi di svago, per occultarne la testimonianza storica. Alla dichiarazione unilaterale della nascita dello stato di Israele, il 15 maggio 1948, per bocca di Ben Gurion che ne divenne il primo Primo ministro, seguì la reazione di alcuni Stati arabi che cercarono invano di bloccare l’avanzata dell’esercito sionista per dare sostegno alla popolazione. Quella che conosciamo come “Prima guerra arabo-israeliana”, si concluse con la cacciata di un altro mezzo milione di palestinesi, l’occupazione di Gerusalemme Ovest e quella di oltre la metà del, poi, mai nato Stato di Palestina.In seguito le Nazioni Unite, nonostante non avessero alcuna competenza in materia (la Carta dell’ONU non conferisce, infatti, all’organizzazione titoli di arbitrarietà su questioni territoriali), volendo offrire una ricompensa alla comunità ebraica falcidiata dalle persecuzioni naziste in Europa, piuttosto che accogliere i sopravvissuti decisero inspiegabilmente di spartire la Palestina in due territori, uno da assegnare agli ebrei sionisti e l’altro da lasciare ai nativi palestinesi e di cedere, ancor più inspiegabilmente, alla minoranza ebraica che rappresentava 1/3 della popolazione totale (composta in massima parte da immigrati senza alcun vincolo reale col posto) ed era proprietaria del 6-8% delle terre palestinesi, il 56% della regione. Cosa che non era, tuttavia, abbastanza a soddisfare i piani coloniali dei leader del movimento sionista i quali, è il caso di chiarirlo, prospettarono fin dall’inizio la conquista di tutta la Palestina storica,  Giordania e porzioni di Libano e  Siria inclusi:  proprio ciò che,  fatalità, è  successo.  Le parole  del  più rappresentativo di essi, David Ben Gurion: “Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti”[1]  e  “Non esistono confini territoriali per il futuro stato ebraico”[2],  e il simbolo del gruppo paramilitare terroristico Irgun (in alto) guidato dal futuro Primo ministro, nonché premio “Nobel per la pace”, Menachem Begin, rendono bene l’idea.

A quel punto, per cercare di porre rimedio ad una decisione lapalissianamente scellerata, le Nazioni Unite adottarono la risoluzione n°194 (11 dicembre 1948) che sancì il diritto al ritorno dei profughi palestinesi intimando ad Israele di facilitarne il rientro. Lo stato sionista risultò inadempiente anche questa volta e quando l’anno seguente fu decretato il suo ingresso nell’ONU con la risoluzione n°273 (11 maggio 1949), tra gli obblighi vincolanti in essa previsti per renderne efficace il dispositivo, vi era quello di ottemperare alle due precedenti risoluzioni (n°181 e n°194). Cosa fece Israele? Incassò l’ingresso nelle Nazioni Unite e si fece beffa dei suoi obblighi. Quindi, senza il bisogno di evocare le dichiarazioni di improbabili cattivoni antisemiti, Israele, risultando inadempiente su tutto, risoluzione che ne decretò la creazione in primis, ha reso da subito nullo il suo status giuridico di Nazione e quello di membro dell’ONU, ponendosi autonomamente al di fuori del diritto internazionale e mettendo, altresì, in discussione il suo diritto ad esistere. Lo ha fatto da solo! Se le norme di diritto internazionale, nate anche in seguito a quell’ignominia che fu il nazifascismo, sono state ideate per essere universali è fondamentale che vengano rispettate universalmente.

Dopodiché, senza portarla avanti per le lunghe, nei 65 anni di “gloriosa” esistenza, Israele ha violato:

  • Tutti i 30 articoli della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo
  • La Dichiarazione dei Diritti del fanciullo e la Convenzione contro la tortura
  • La 4a Convenzione di Ginevra sul trattamento dei civili in tempo di guerra, in particolare:
    • Il divieto di usare civili a protezione di truppe o avamposti militari (art.28)
    • Il divieto di esercitare coercizioni fisiche o morali per ottenere informazioni (art.31)
    • Il divieto di impartire punizioni collettive per reati non commessi personalmente (art.33)
    • Il diritto di potersi allontanare dal territorio interessato dagli scontri (art.35)
    • Il divieto per la potenza occupante di deportare civili dai territori occupati e di rimpiazzarli con una parte della propria popolazione: i coloni (art.49)
    • Il diritto dei minori all’educazione e a cure appropriate (art.50)
    • Il divieto di distruzione di beni e proprietà private (art.53)
    • Il diritto della popolazione sotto occupazione a ricevere vettovagliamento sufficiente (art.55)
    • Il diritto a garantire alla popolazione sotto occupazione le adeguate cure sanitarie (art.56)
    • 445 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale dell’ONU, 19 delle quali di condanna per il programma nucleare militare sviluppato illegalmente e in collaborazione col governo razzista sudafricano in piena apartheid.

Nello stesso lasso temporale, Israele ha:

  • Occupato, armi in pugno, oltre l’80% della Palestina storica (quando la Carta delle Nazioni Unite definisce illegale, per cui nulla, la conquista di territori con l’uso della forza), Gerusalemme inclusa.
  • Demolito, a partire dal 1967, oltre 25.000 edifici civili palestinesi ed edificato più di 450 insediamenti illegali nei quali alloggiano 530.000 coloni israeliani abusivi, mentre aspettano il rientro in patria 5.200.000 palestinesi ancora ospiti nei campi profughi dell’UNRWA
  • Approvato 1.500 reati per i quali è previsto l’arresto ed imprigionato circa 750.000 palestinesi
  • Istallato 500 checkpoint nei territori palestinesi con i quali umilia e condiziona quotidianamente la vita della popolazione sotto occupazione
  • Costruito un muro di separazione in Cisgiordania, dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia, alto il doppio e spesso il triplo di quello di Berlino, che una volta completato sarà lungo 730km e lascerà isolati 97 villaggi palestinesi per un totale di 373.000 abitanti.
  • Fatto uso ripetuto contro i civili di armi non convenzionali, vietate da trattati internazionali (fosforo bianco, bombe a grappolo, DIME, ecc.)

Inoltre, Israele, la tanto acclamata “unica democrazia del medio oriente”: non riconosce la nazionalità israeliana sui documenti d’identità dei propri cittadini, ma li classifica in ebrei, cristiani, musulmani, beduini o drusi, con tutte le discriminazioni che ne conseguono; proibisce i matrimoni misti tra israeliani e palestinesi, pena la perdita della cittadinanza; non ha confini territoriali dichiarati, in chiara prospettiva espansionistica; non si è mai dato una costituzione, poiché garantirebbe uguali diritti a tutti i suoi cittadini ed è arrivata, tra l’altro, persino ad impedire la proliferazione della comunità ebraica dei falashà etiopi, evidentemente considerati di serie B, somministrando loro coattamente un potente anticoncezionale.

Ecco, sig. Jop, cos’è il sionismo: esclusivismo, occupazione, intolleranza, prepotenza, discriminazione, razzismo. Un’ideologia, fattasi movimento politico, condannata dai più autorevoli rappresentanti dell’autentica ortodossia giudaica per aver sconvolto l’originale messaggio ebraico infangando, così, anche la memoria delle vittime delle persecuzioni nazifasciste. Posso immaginare cosa voglia dire dover adattare la propria (teorica) integrità professionale alla linea di un direttore di testata, ma se in questi 65 anni aveste fatto il vostro lavoro, informando criticamente e su basi oggettive la gente sulla natura del sionismo e sui soprusi perpetrati senza soluzione di continuità contro la popolazione palestinese invece di assoggettarvi ai diktat di editori collusi con gruppi di potere filo-sionisti internazionali (mediatici, religiosi, politici e finanziari), l’intera questione sarebbe stata risolta in un niente e con un risparmio di vite incalcolabile.  Ora, continui pure a difendere il Sionismo, ma la invito a citarne almeno un aspetto positivo: vedrà che non lo troverà!


[1] David Ben Gurion, 1937, Ben Gurion and the Palestine Arabs, Oxford University Press, 1985.
[2] Alla luce del respingimento dei palestinesi della risoluzione 181 dell’Onu. Diary di Ben Gurion, 7 ottobre 1947.

thanks to: articolo21.org

La Comunità Ebraica di Roma ama tanto Gad Lerner

COMUNICAZIONE UFFICIALE DEL CONSIGLIO STRAORDINARIO CER

Ieri, giovedì 23 Gennaio 2014 ( 22 Shevat 5774 ), il Consiglio Straordinario della Comunità Ebraica di Roma, con i presenti:

Dora Piperno, Emanuele Pace, Massimo Bassan, Ruth Dureghello, Claudio Moscati, Ruben Della Rocca, Massimo Misano, Angelo Sed, Riccardo Pacifici, Eugenio Calò, Antonio Spizzichino, Gianni Ascarelli, Joseph Di Porto, Alberto Piazza, Marco Sed (avv), Robert Sassun, Raffaele Sassun, Livia Ottolenghi, Giacomo Moscati, Victor Magiar, Serena Terracina, Bruno Anav
ha approvato all’unanimità il seguente documento.

Il Consiglio della Comunità Ebraica di Roma (CER) riunitosi in seduta straordinaria a seguito degli eventi verificatisi il 14 gennaio, preso atto del monito ricevuto da Rav Di Segni durante la sua lezione dello scorso 22 gennaio e raccolto il suo invito ad un’attenta riflessione sul tema, delibera quanto segue :

PREMESSO

che la CER è luogo nel quale ogni iscritto può e deve esprimere liberamente le proprie opinioni e che il confronto democratico, anche serrato, è indice di pluralismo di idee, vitalità e ricchezza irrinunciabili.

CONDANNA

fermamente ogni tipo d’intimidazione e di violenza verbale, fisica o psicologica, alla quale la riunione del 14 gennaio ha dato luogo e l’uso degli insulti di “fascista” ed “antisemita” indirizzati contro qualunque ebreo.

CONDANNA

altresì l’uso dell’aggressione fisica, denunciata da alcuni presenti, ed esprime la propria solidarietà a tutti coloro che ne sono stati vittime.

MANIFESTA DISAGIO

per la campagna mediatica, aggressiva e strumentale che, a partire dalla grave insinuazione rivolta al Presidente dal Blog di Gad Lerner è stata messa in atto contro i vertici della nostra Comunità. Parimenti, esprime preoccupazione per le esternazioni comparse sui social network, non consone all’ haavat israel.

RINNOVA

La sua gratitudine ai volontari della Sicurezza che, con la loro vigile presenza sono stati in grado di arginare le contrapposizioni che si sono prodotte, e a tutti i consiglieri della Cer e dell’Ucei, presenti in quell’occasione, che si sono adoperati per smorzare i toni.

DEPLORA

Che gli organizzatori dell’evento non abbiano mostrato la dovuta attenzione alle varie sensibilita della Comunità ebraica romana, anche nell’apertura a persone la cui ostilità’ verso il mondo ebraico e’ ben nota.

ESPRIME

la propria vicinanza agli oratori presenti ma ritiene che uno di essi abbia riportato informazioni evidentemente false.

FA APPELLO

a tutti gli iscritti affinché mantengano quello spirito di unità e fratellanza che da sempre distingue la storia bimillenaria della nostra Comunità secondo il dettame Alachico.

SI IMPEGNA

a promuovere tutte quelle iniziative che, nel pieno rispetto delle diverse sensibilità, possano favorire e sviluppare un dibattito democratico a sostegno della sicurezza dello Stato d’Israele.

E IMPEGNA

tutte le strutture comunitarie a lavorare per migliorare il clima di convivenza e di reciproco rispetto.

Il Consiglio s’impegna infine a sostenere con forza ogni iniziativa, proposta sia da singoli che da associazioni, volta a contrastare, nello spazio pubblico come nel web, la criminalizzazione dello Stato d’Israele e ogni forma di antisionismo.

thanks to: romaebraica

Museo dell’Olocausto Palestinese

THE PALESTINIAN HOLOCAUST        From the beginning of the 20th century when Zionism first put its foot in Palestine until today, the Palestinians suffer a systematic Holocaust in terms of collective massacres, murders, expulsions, repression, encroachment of land, apartheid, control and checkpoints. This gallery represents a ZIONIST TERROR MUSEUM. It is presented in pictures, videos and illustrates the hardships of the Palestinian people, while the world looks elsewhere, leaving an entire people to suffer a Holocaust as the terror of Zionism continues to claim more and more victims of the Palestinian people every day.

thanks to:

Pace è guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Convegni di studio su “Gli accordi di Oslo – 20 anni dopo”

Roma 3 ottobre, Milano 4 ottobre, Torino 5 ottobre 2013

Relazione di Joseph Massad* a Milano e Torino

Pace è Guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Fin dall’inizio del suo progetto coloniale, il sionismo ha insistito nel sostenere che avrebbe cercato di colonizzare la Palestina “pacificamente”, che la colonizzazione del paese non avrebbe danneggiato la popolazione autoctona, che invece ne avrebbe tratto beneficio. Lo stesso fondatore del movimento, Theodor Herzl, ha fornito due visioni di questo futuro, una visione pubblica romanzata, pubblicizzata nel suo romanzo utopico Altneuland, secondo la quale la Palestina sarebbe diventata uno stato ebraico che avrebbe favorito la coesistenza con gli arabi, arabi che sarebbero stati felici e grati di essere colonizzati e civilizzati dagli ebrei europei, e una strategia segreta, logistica e pratica, per espellere la popolazione araba fuori dal paese, espressa con dovizia di particolari nei suoi Diaries. Il doppio approccio di Herzl, di dichiarare intenzioni pacifiche a uso e consumo pubblico, dietro le quali cercava di nascondere la violenta strategia sionista di conquista della terra dei palestinesi sarebbe stata adottata in seguito completamente dalla politica israeliana e continua ancora oggi a esserne una pietra miliare.

In effetti, molto prima che George Orwell rendesse popolare l’espressione “guerra è pace”, nel suo romanzo del 1949, il sionismo aveva già chiaro che la sua strategia coloniale dipendeva da una deliberata e insistente confusione dei termini binari “guerra” e “pace”, in modo che ciascuno di essi si nascondesse dietro l’altro, all’interno di una stessa strategia: “pace” sarà sempre il termine usato in pubblico per indicare una guerra coloniale e “guerra”, quando diventasse necessaria e pubblica nella forma di invasioni, verrebbe definita come il mezzo principale per raggiungere l’anelata “pace.” Condurre guerra come pace è così centrale per la propaganda sionista e israeliana che l’invasione del Libano del 1982, nella quale furono uccisi 20.000 civili, fu denominata operazione “Pace in Galilea”. Guerra e pace, quindi, sono gli strumenti di un unico obiettivo strategico finale, la colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei europei e la sottomissione e l’espulsione della popolazione nativa della Palestina.

Per portare a compimento l’espulsione dei palestinesi e la costituzione di una colonia di insediamento ebraica, Herzl cercò l’appoggio delle potenze che controllavano il destino della Palestina. Mentre i suoi assidui sforzi di corteggiare gli ottomani e di persuaderli di concedergli una possibilità sono falliti, la leadership sionista dopo di lui ha adottato la sua strategia e con successo si è assicurata l’appoggio della Gran Bretagna che si impadronì della Palestina dopo la prima guerra mondiale, come pure della clientela hashemita che la Gran Bretagna mise a capo dell’Iraq e della Transgiordania. Gli inglesi stessi si impegnarono nella loro famigerata Dichiarazione Balfour a far sì che la colonizzazione da parte degli ebrei europei della Palestina avvenisse pacificamente, sotto la loro egida, in modo che “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”. Dopo la seconda guerra mondiale, i sionisti si sono assicurati con successo l’appoggio statunitense al loro progetto coloniale.

Il leader sionista Vladimir Jabotinsky, seguendo la strategia di Herzl volta a garantirsi la protezione delle maggiori potenze mondiali, ha formulato come segue la posizione sionista:

La colonizzazione sionista deve o fermarsi, oppure procedere senza riguardo alla popolazione nativa. Il che significa che può procedere e svilupparsi solamente sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione nativa dietro un muro di ferro che la popolazione nativa non può abbattere. Questa è la nostra politica verso gli arabi; non quella che dovrebbe essere, ma quelle che realmente è, che lo si ammetta o no. Che bisogno c’è, altrimenti, della Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese condizioni di amministrazione e di sicurezza tali che se la popolazione nativa volesse contrastare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile.

Questo non significa che i sionisti avevano abbandonato le loro assicurazioni pubbliche che la colonizzazione “pacifica” del paese non avrebbe danneggiato i palestinesi, mentre contemporaneamente impiegavano i mezzi più violenti per espellerli dalla loro terra È stato questo impegno pubblico sionista per la “pace” con i palestinesi la cui terra cercavano di conquistare che provocò l’ira di Jabotinski. L’assunto dei leader sionisti che i palestinesi erano corruttibili, che potevano essere comprati e che avrebbero accettato la dominazione degli ebrei in cambio di benefici economici nominali, fu decostruito da Jabotinsky punto per punto. Già nel 1923, dichiarò che:

I nostri mercanti di pace stanno cercando di persuaderci che gli arabi sono o stupidi al punto che possiamo ingannarli mascherando i nostri propositi reali, o corrotti al punto da poter essere indotti con il denaro a lasciare a noi la loro rivendicazione di priorità in Palestina, in cambio di vantaggi economici e culturali. Respingo questa concezione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni dietro di noi, non hanno né la nostra resistenza, né la nostra determinazione; ma sono buoni psicologi come noi…Noi possiamo raccontargli qualsiasi cosa ci piaccia sulla innocenza dei nostri obiettivi, attenuandoli e addolcendoli con  parole melliflue per renderli graditi, ma loro sanno ciò che vogliamo, come noi sappiamo ciò che loro non vogliono. Essi sentono almeno lo stesso amore istintivo e geloso della Palestina, come i vecchi aztechi lo sentivano per il vecchio Messico, e i Sioux per le loro praterie ondulate.

Per Jabotinsky, il razzismo della leadership sionista la stava accecando fino a minare la sua strategia. A suo avviso nessuna quantità di denaro e nessun profluvio di parole melliflue ha mai convinto un popolo a consegnare il suo paese a conquistatori stranieri ed era, quindi, convinto che i palestinesi dovevano essere sconfitti militarmente come precondizione per la loro acquiescenza al progetto sionista di rubare il loro paese. A questo proposito ha aggiunto:

Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che [i palestinesi] permetteranno
volontariamente la realizzazione del sionismo, in cambio di convenienze morali e materiali che il colono ebraico porta con sé, è una nozione puerile, che ha al fondo una sorta di disprezzo per il popolo arabo; significa che disprezzano la razza araba, che la considerano una plebaglia corrotta che può essere comprata o venduta, pronta a rinunciare alla sua patria per un buon sistema ferroviario…Non c’è nessuna ragionevolezza in queste opinioni. Può succedere che qualche arabo prenda una tangente. Ma questo non significa che il popolo arabo della Palestina, nel suo complesso, venderà quel fervente patriottismo che difendono così gelosamente e che nemmeno gli abitanti della Papuasia venderebbero mai. Ogni popolazione nativa nel mondo resiste ai colonialisti fino a quando ha la più piccola speranza di sbarazzarsi del pericolo di esserecolonizzata.

Quindi per Jabotinsky il modo appropriato e corretto di assicurarsi l’acquiescenza palestinese è quello di rimuovere qualsiasi possibilità che essi possano mai fermare la colonizzazione del loro paese o rovesciarla una volta che sia stata ottenuta. Tutto questo sarà portato avanti, innanzitutto, assicurandosi uno sponsor imperiale per la costituzione di una colonia di insediamento ebraica e creando quello che ha chiamato un “muro di ferro”, difeso da un esercito sionista che i palestinesi non siano in grado di sconfiggere. Solo allora, ha concluso, i palestinesi saranno pronti per un accordo pacifico con i loro conquistatori coloniali:

Questo non significa che non ci può essere nessun accordo con gli arabi palestinesi. Quello che è impossibile è un accordo volontario. Fino a quando gli arabi sentiranno che c’è la minima speranza di liberarsi di noi, rifiuteranno di rinunciare a questa speranza in cambio di parole gentili o di pane e burro, perché non sono una feccia, ma un popolo vivo. E quando un popolo vivo cede su questioni di carattere così vitale, questo avviene solo quando non c’è più alcuna speranza di sbarazzarsi di noi, perché non possono fare alcuna breccia nel muro di ferro. Non abbandoneranno, fino a quel momento, i loro leader estremisti il cui slogan è: “Mai”! Poi la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…E quando questo accadrà, sono convinto che noi ebrei saremo pronti a dare loro garanzie soddisfacenti, affinché entrambi i popoli possano vivere insieme in pace come buoni vicini.

Le tesi di Jabotinsky avrebbero guidato tutti i settori del movimento sionista dopo di lui, compreso il Labor Sionista dominante, guidato da Ben Gurion. Come Herzl, Ben Gurion avrebbe sostenuto la pace con i palestinesi pubblicamente, affermando che gli interessi dei colonialisti e dei nativi non erano in contraddizione, ma nello stesso tempo pianificava, in modo strategico, la guerra contro i palestinesi negli incontri con la leadership sionista. Ma a guidarlo sarebbe stata la logica degli argomenti di Jabotinsky. Nel 1936, durante la grande rivolta palestinese contro la colonizzazione sionista e l’occupazione britannica, Ben Gurion dichiara:

”Non è per stabilire la pace che noi abbiamo bisogno di un accordo. Senz’altro la pace è un problema vitale per noi. È impossibile costruire un paese in uno stato di guerra permanente, ma pace è per noi un mezzo. Lo scopo finale è la completa e piena realizzazione del sionismo. Noi abbiamo bisogno di un accordo solo per questo”.

Facendo eco alle parole di Jabotinsky, Ben Gurion capiva che un accordo complessivo di pace con i palestinesi era inconcepibile negli anni ’30, quando i coloni ebraici erano ancora una minoranza armata e bellicosa nella terra dei palestinesi. E concludeva:

”soltanto dopo una totale perdita di speranza da parte degli arabi, perdita che avverrà non solo per il fallimento dei disordini e dei tentativi di rivolta, ma anche come conseguenza della nostra crescita nel paese, gli arabi accetteranno di consentire a un Israele ebraico”.

Elaborando il concetto che pace è guerra Ben Gurion spiegava in modo molto chiaro ai suoi seguaci sionisti che qualsiasi accordo con gli arabi doveva essere definito formalizzando la loro capitolazione alla colonizzazione sionista. Questo dichiarò nei primi mesi del 1949, dopo il trionfo militare dei sionisti e la costituzione di una colonia di insediamento. “L’Egitto…è un grande Stato. Se potessimo arrivare a concludere con lui la pace, sarebbe per noi una notevole conquista”. Questa “conquista” doveva aspettare 30 anni, ma quando fu realizzata con gli accordi di Camp David con Anwar Sadat nel 1978, avrebbe sancito il riconoscimento da parte dell’Egitto della legittimità della colonia d’insediamento ebraica e il rifiuto della sovranità e dei diritti dei palestinesi, a eccezione di qualche piano “autonomo” differito e il consenso dell’Egitto a non ristabilire mai la sovranità sul Sinai, che Israele avrebbe restituito a un controllo egiziano parziale senza sovranità. La “conquista” dell’Egitto, della quale Ben Gurion parlò nel 1949, fu completata
a Camp David. In quel momento i palestinesi, rappresentati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), non avevano ancora accettato formalmente il fatto che la colonizzazione del loro paese fosse irreversibile e continuarono a tentare la sua liberazione dal colonialismo ebraico europeo.Il concetto di pace come mezzo per ottenere maggiori conquiste coloniali ha continuato a essere radicato nelle considerazioni sioniste e sarebbe stato perseguito insieme alla guerra convenzionale, anche dopo Camp David, come è dimostrato dalle numerose invasioni del Libano negli anni ’70, ’80, ’90 e nel nuovo secolo. Anche se queste guerre sono state condotte esplicitamente come parte della ricerca israeliana di “pace” per conseguire i suoi obiettivi coloniali. La convocazione statunitense della “conferenza di pace” del 1991 a Madrid, alla quale furono invitati Israele e tutti i protagonisti arabi, escludendo l’OLP, non avrebbe inaugurato una nuova fase nella strategia israeliana, formalizzata nel suo nuovo approccio a partire dal 1977 – in particolare concludendo accordi di “pace” con leader arabi e palestinesi che, nelle parole di Jabotinsky, avevano “rinunciato alla speranza”, si erano arresi completamente al colonialismo ebraico, e avevano promesso non solo di non resistere a Israele, ma di aiutarlo mentre continuava la guerra contro gli arabi e contro i palestinesi che continuavano a resistere alla logica coloniale del sionismo.

Anche per il cosiddetto “processo di pace” a guida statunitense, che era stato inaugurato dopo la guerra del 1973, il governo degli Stati Uniti, rappresentato dal Segretario di Stato Henry Kissinger, avrebbe completamente adottato il modello di Jabotinsky. Il piano di Kissinger, che avrebbe condotto in pochi anni alla resa dell’Egitto a Camp David, era quello di coinvolgere eventualmente l’OLP nei negoziati di “pace” alla fine, in modo che l’organizzazione sarebbe stata invitata solo dopo che Egitto, Giordania e Siria avessero riconosciuto e accettato l’irreversibilità della colonia d’insediamento ebraica. Kissinger dichiarò: ”Noi abbiamo bisogno di tenerli (l’OLP) sotto controllo e di coinvolgerli solo alla fine del processo”. Riconoscendo che l’OLP degli anni ’70, che già allora voleva cedere su molti dei diritti del popolo palestinese, non era ancora pronto a rassegnarsi completamente alla irreversibilità della colonizzazione di insediamento ebraica, Kissinger aggiunse: ”Noi (ora) non possiamo accettare la minima richiesta dell’OLP, allora perché parlare con loro?” Kissinger spiegò che “il riconoscimento avverrà solo dopo che i governi arabi saranno soddisfatti.” Mentre gli Stati Uniti non potevano concedere il minimo all’OLP negli anni ’70, Israele ne sarebbe stato capace negli anni ’90.

È in questo scenario che venti anni fa l’OLP si arrese completamente a Israele e accettò la colonizzazione della Palestina, in quelli che sono noti come gli Accordi di Oslo. L’abbandono della lotta anti-coloniale sarebbe stata prima formalizzata con la dissoluzione ufficiosa dell’OLP, in particolare nella parte del suo nome “Liberazione”, e il suo riemergere come Autorità Nazionale Palestinese, una autorità che non cercava più di liberare nulla, ancor meno di offrire una qualche resistenza al colonialismo. Invece l’ANP avrebbe offerto i suoi servizi a Israele collaborando con le sue forze nel sopprimere qualsiasi resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica, cercando da Israele garanzie per un minimo di privilegi che potessero mantenerli al potere.

L’ANP, in verità, ha dimostrato di essere un collaboratore di Israele molto più di quanto Jabotinsky avesse pensato fosse possibile. Jabotinsky aveva proposto che dopo essersi rassegnati alla loro sconfitta, i leader palestinesi che chiedevano la liberazione completa sarebbero stati cacciati e “la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…”. L’ANP, come tutti sanno, non ha mai fatto queste richieste, ha abbandonato completamente i cittadini palestinesi di Israele, che non sono stati mai menzionati a Oslo e ha anche fatto la sua parte nello spostare i palestinesi in Cisgiordania a vantaggio dei progetti di costruzione sponsorizzati da uomini d’affari palestinesi, mentre acconsentiva a nuovi spostamenti di palestinesi dalla loro terra, nuovi, come ad esempio nella Valle del Giordano. Per quanto riguarda l’“integrità nazionale”, l’ANP non ha mai rivendicato di averne una, ancor meno di chiedere a Israele che la garantisse. Le aspettative di Jabotinsky sono state pessimistiche rispetto alla resa dei palestinesi, in particolare sul fatto che “noi non possiamo offrire adeguate compensazioni agli arabi palestinesi per il ritorno in Palestina. E quindi non c’è nessuna probabilità che un accordo volontario possa essere raggiunto. Così tutti coloro che vedono tale accordo come una condizione sine qua non per il sionismo, possono dire “no” e ritirarsi dal sionismo”. Contrariamente al pessimismo di Jabotinsky, tuttavia, e come parte degli accordi di Oslo, una somma consistente di compensazione finanziaria fu offerta e senz’altro accettata dall’ANP in cambio della Palestina. La somma ammonta finora a 23 miliardi di dollari, ma molto di più sta per arrivare.

Come ho affermato al tempo della firma di Oslo, la formula di Israele per un accordo di pace, in particolare “terra per pace” che l’OLP aveva accettato,

pregiudica l’intero processo di pace presupponendo che Israele abbia “terra” che vorrebbe concedere agli “arabi”, e che gli “arabi”, visti come responsabili dello stato di guerra con Israele, possano garantire a Israele la pace per la quale da lungo tempo si è aspettato…questa formula è in effetti un riflesso dei punti di vista razziali che caratterizzano gli israeliani (ebrei europei), i palestinesi e gli altri arabi. Mentre gli israeliani sono stati richiesti e sono ostentatamente presentati come desiderosi di negoziare sulla proprietà, il diritto borghese occidentale per eccellenza, i palestinesi e gli altri arabi sono stati invitati a rinunciare alla violenza – o più precisamente ai “loro” mezzi violenti – che è un diritto illegittimo e non riconosciuto, attribuibile solo a barbari incivili.

Spiegai allora che gli Accordi di Oslo consistevano in quel che segue:

Israele continuerà a controllare la terra, le acque, i confini, l’economia, gli insediamenti ebraici, in breve, tutto quello che ha cercato di controllare, senza la resistenza palestinese e con la sua necessaria soppressione, che potrebbe causare la possibile morte di ragazzi ebrei durante il processo. L’OLP si è impegnata a non permettere questa resistenza. I ragazzi palestinesi dovrebbero uccidere loro i ragazzi e le ragazze palestinesi che i ragazzi ebrei di Israele dovrebbero uccidere, rischiando anche loro nel processo. Nel frattempo, gli israeliani ricorderanno al mondo che le loro precedenti campagne di assassinio contro i palestinesi devono essere giustificate, visto che, ora, i palestinesi stessi riconoscono la necessità di controllare una popolazione selvaggia e recalcitrante.

In linea con Jabotinsky e Ben-Gurion, il ministro degli esteri israeliano in quel periodo, ora presidente di Israele, Shimon Peres hanno riconosciuto che quando Israele alla fine ha riconosciuto l’OLP come il rappresentante dei palestinesi, lo fece perché l’OLP non cercò più di rovesciare il colonialismo ebraico. Ha correttamente dichiarato: “Noi non siamo cambiati, è l’OLP che è cambiata”.

A partire da Oslo, la colonizzazione ebraica della West Bank e di Gerusalemme Est è raddoppiata, ma se escludiamo Gerusalemme Est, che fu annessa a Israele formalmente nel 1980, la colonizzazione ebraica della West Bank, da Oslo, si è nei fatti triplicata. Questo triplicarsi della colonizzazione è avvenuto pacificamente, sotto l’ombrello di Oslo. Ogni tentativo palestinese di impedirla, sia durante la seconda intifada, o attraverso il successo elettorale di Hamas, o atti giornalieri di resistenza contro l’esercito israeliano, sarebbe stato impedito da Israele e dalla ANP. Nel caso di Hamas, la sua repressione sarebbe stata molto intensificata con la collaborazione del regime di Mubarak in Egitto, e più recentemente con il colpo di stato quasi-fascista del generale Sisi.

Con la strategia “pace è guerra” Israele ha pure cercato di cambiare il vocabolario usato per descrivere il suo progetto coloniale, insistendo che i palestinesi devono sottomettersi alla sua terminologia, che i media USA e europei usano per descrivere il colonialismo sionista.

Nella storia delle guerre coloniali e della resistenza anti-coloniale, specialmente nel contesto delle colonie di insediamento, le lotte dei nativi contro i colonizzatori europei sono sempre state denominate lotte di “liberazione”. Esempi: la lotta di liberazione algerina contro il colonialismo e i colonialisti francesi, la lotta di liberazione del popolo dello Zimbabue contro il colonialismo e i colonialisti britannici, e la lotta anti-apartheid per la liberazione nel Sudafrica contro i privilegi razziali dei colonizzatori bianchi. In nessuno di questi casi la lotta di liberazione dal colonialismo è stata indicata, in un modo o nell’altro, come un “conflitto”. Di certo non c’è mai stata una cosa come il “conflitto” franco-algerino, o un “conflitto” bianchi-neri in Rhodesia o in Sudafrica, nemmeno per gli stessi colonizzatori. In questi casi, sia i colonizzatori di insediamento sia coloro che resistevano non si vergognavano chiamando la loro lotta come una lotta per il privilegio razziale e coloniale o rispettivamente per la liberazione dal razzismo e dal colonialismo di insediamento. Questa terminologia dovrebbe applicarsi al colonialismo di insediamento sionista in Palestina e alla resistenza palestinese. Il progetto della colonizzazione ebraica europea della Palestina, che iniziò negli anni 1880, e che da allora è continuato, resta il fatto più spettacolare dell’incontro palestinese con il sionismo, ma allo stesso tempo è il segreto più strenuamente conservato. Al punto che riferirsi a Israele come il “colonizzatore di insediamento ebraico”, in Israele o in Europa o negli USA, pro-israeliane (che è come i palestinesi e gli arabi lo hanno sempre descritto), è un tabù che non si può rompere e che suscita un’ampia condanna in quei rari casi in cui viene rotto. Infatti, non solo la colonizzazione europea e ebraica della Palestina è stata ridenominata dal sionismo e dai suoi alleati europei e americani come il cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese, ma il sionismo ha insistito affinché i palestinesi e gli arabi adottassero questa terminologia come una precondizione per qualsiasi tipo di “dialogo”, e una minima accettazione come partner per un “dialogo” o per negoziati di “pace”.

Il sionismo comprende che vive in un mondo dove il colonialismo, e certamente il colonialismo di insediamento, non sono più molto di moda, e allora questa ridenominazione è centrale per la sua propaganda. I palestinesi hanno capito bene la strategia di Israele e hanno continuato apertamente a insistere nella loro terminologia di liberazione. L’organizzazione palestinese che ha rappresentato la resistenza palestinese fino al 1993 si è chiamata Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi gruppi di guerriglia costituenti si sono chiamati Movimento per la Liberazione della Palestina (conosciuto con il suo acronimo Fateh), Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, tutti hanno compreso che il loro incontro con il sionismo era quello con un colonialismo di insediamento, e con le sue strutture razziste, contro il quale insistono nel resistere per rovesciarlo. Dopo il 1993, l’OLP si è trasformata nell’Autorità Nazionale Palestinese, che non solo ha stabilito come nuovo obiettivo della leadership palestinese la creazione di una “autorità nazionale” al posto della liberazione della Palestina e dei palestinesi dal colonialismo di insediamento; la stessa parola colonialismo è anche scomparsa dal suo vocabolario. La nuova definizione del colonialismo ebraico europeo come un conflitto israelo-palestinese che dovrebbe essere “risolto” con un “accordo di pace” tramite negoziati, divenne operativa attraverso l’offensiva di “pace”, che Israele ha condotto contro il popolo palestinese nel 1991.Venti anni di negoziati di “pace” hanno portato più colonialismo, più furto di terre palestinesi, più morti di palestinesi, più povertà palestinese, più restrizioni nei movimenti dei palestinesi, più disoccupazione, in breve più oppressione su ogni fronte. Ancora, la ANP continua a dichiarare senza equivoco che riconosce il diritto degli ebrei di colonizzare la Palestina e di stabilire una colonia di insediamento ebraica sulle terre che i sionisti hanno conquistato nel 1948, così come i diritti di quegli stessi ebrei come coloni di insediamento nella West Bank e a Gerusalemme Est conquistate nel 1967. Quello che chiede, tuttavia, è che gli israeliani non aumentino il numero esistente di coloni ebraici nella West Bank (ma non a Gerusalemme Est) e che uno stato tipo Bantustan si formi per consentire alla ANP di governare i palestinesi senza sovranità. Gli israeliani sono sgomenti per queste condizioni e continuano a spingere affinché la ANP dichiari apertamente e senza equivoci che qualsiasi accordo Israele concederà ai leader dell’ANP, nella forma di uno “stato” Bantustan, le
condizioni di Israele sono comunque che i palestinesi devono accettare non solo il diritto dei coloni ebrei esistenti di continuare a colonizzare tutte le parti della Palestina, ma anche i loro diritti futuri di colonizzare più terra, altrimenti, insistono gli israeliani, non ci sarà alcun accordo.

Naturalmente, Israele insiste che continuerà, nel frattempo, a perseguire la “pace” per convincere la leadership della ANP dell’importanza della loro piena acquiescenza al suo progetto coloniale complessivo. Gli attuali negoziati segreti tra Israele e la ANP mirano a escogitare un piano nel quale la ANP e Israele trovino la giusta formula per arrivare a questa acquiescenza, in modo che la colonizzazione ebraica dell’intera terra dei palestinesi sarà finalmente sostenuta e celebrata dagli stessi palestinesi e la centenaria guerra del sionismo contro il popolo palestinese sarà finalmente vinta sotto lo striscione della “pace”.L’unico problema è che il popolo palestinese si rifiuta di essere acquiescente con il progetto coloniale sionista, in quanto non ha rinunciato alla speranza, ma rimane fiducioso che la colonizzazione della sua terra è reversibile e che la sua resistenza condurrà a una sua fine, a dispetto degli accordi conclusi dalla loro leadership collaborazionista e della conduzione, da parte di Israele, della pace come guerra.

* Joseph Massad insegna alla Columbia University e scrive sulla politica araba moderna e sulla storia intellettuale. Ha un interesse speciale nelle teorie dell’identità e della cultura – incluse le teorie del nazionalismo, sessualità, razza e religione. Ha ricevuto il suo Ph.D. dalla Columbia University nel 1998. È autore di Desiring Arabs (2007), di The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinian Question (2006) e di Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (2001). Il suo libro Daymumat al-Mas’alah al-Filastiniyyah è stato pubblicato da Dar Al-Adab nel 2009, e La persistence de la question palestinienne da La Fabrique nel 2009. I suoi articoli sono apparsi in Public Culture, Interventions, Middle East Journal, Psychoanalysis and History, Critique e nel Journal of Palestine Studies; scrive spesso per Al-Ahram Weekly. Tiene corsi sulla cultura araba moderna, di psicoanalisi in relazione alla civilizzazione e alla identità, su genere e sessualità nel mondo arabo e sulla società e la politica israelo-palestinesi, con seminari sul nazionalismo in Medio Oriente come idea e pratica e anche su Orientalismo e Islam.

Per altri interventi di Joseph Massad vedi il dossier all’indirizzo www.ism-italia.org/?p=3658: L’(Anti-) Autorità Palestinese, Al-Ahram Weekly, giugno 2006

Pinochet in Palestina, Al-Ahram Weekly, novembre 2006
Un’immacolata-concezione?, The Electronic Intifada, 14 aprile 2010
I diritti di Israele, Aljazeera, 6 maggio 2011
L’ultimo dei semiti, Aljazeera, 14 maggio 2013

(traduzione a cura di ISM-Italia)

thanks to:

Video: Joseph Massad on Zionism’s strategy of “Peace is War”

In this fascinating lecture, Columbia Professor Joseph Massad unravels the obfuscatory language of \”peace\” the Zionist movement and Israel have always used to mask their aggressive and colonial intentions towards Palestine.

viaVideo: Joseph Massad on Zionism’s strategy of “Peace is War” :: www.uruknet.info :: informazione dal medio oriente :: information from middle east :: [vs-1].

The zionist story (sottotitoli in italiano)

The zionist story, un film indipendente di Ronen Berelovich, è la storia del sionismo e dell’applicazione pratica di questa ideologia nella creazione dello stato di Israele: la pulizia etnica, il colonialismo e l’apartheid usati verso la popolazione palestinese per produrre uno stato ebraico demograficamente “puro”.
Ronen Berelovich ha prodotto questo film autonomamente, quasi senza alcun budget. Berelovich è un cittadino israeliano e ha fatto anche parte dell’esercito israeliano come riservista, esperienza che gli ha mostrato l’occupazione in prima persona.
Il documentario è liberamente condivisibile senza fini commerciali.
Sottotitoli in italiano a cura di TeleClash.

Bruxelles: Centinaia di rabbini manifestano contro Netanyahu

Bruxelles 3/7 – Centinaia di rabbini hanno manifestato di fronte alla sede dell’Unione Europea (UE) nella capitale belga, per denunciare la repressione di cui sono oggetto da parte delle autorità di Israele, che prende di mira tutti gli ebrei antisionisti. I rabbini hanno denunciato le mire espansioniste delle autorità di Tel Aviv, in Palestina e in altri punti del

Medioriente. Nel corso dell’insolita protesta che ha radunato un gran numero di rabbini, hanno espresso la loro opposizione all’uso indebito della religione per obbligare i giovani al servizio militare. Hanno fatto richiesta alle autorità della UE che conceda loro il diritto di asilo e li riconosca come rifugiati politici. Si oppongono alle politiche dei governi di Tel Aviv verso la Palestina e dichiarano la loro estraneità all’aggressione contro la Siria e l’Iran.

viaSelvas Blog: Bruxelles: Centinaia di rabbini manifestano contro Netanyahu.

Second interview with Ilan Pappé: “The basic Israeli ideology – Zionism – is the problem” e traduzione in italiano

11th July 2013 | International Solidarity Movement | Haifa

Ilan Pappé is an Israeli academic and activist. He is currently a professor at the University of Exeter (UK) and is well known for being one of the Israeli “new historians” – re-writing the Zionist narrative of the Palestinian Israeli situation. He has publicly spoken out against Israel’s policies of ethnic cleansing of Palestine and condemned the Israeli occupation and apartheid regime. He has also supported the Boycott, Divestments and Sanctions (BDS) campaign, calling for the international community to take action against Israel’s Zionist policies.

Activists from the International Solidarity Movement had the opportunity to talk to Professor Pappé about the ethnic cleansing of Palestine, Israeli politics and society and the role of the international community and solidarity activists in Palestine, resulting in a three part series of interviews which will be released on the ISM website in the coming weeks.

This is the second section; Israeli politics and society. Find part one on the ethnic cleansing of Palestine here.

International Solidarity Movement: We were following the last Israeli elections and we were surprised to see that there was no actual talk about Palestine, it was all basically about internal issues. Then after the elections, Netanyahu commented about extending the settlements. What do you think about this?

Ilan Pappé: Your observation is correct. Israeli voters think that the problem of the West Bank has been solved, so they think there is no need to either talk about it, or come up with solutions. You propose a solution as an idea for an election only if you think there is a problem, which they think is not the case here. They think that what we have is good for Palestinians and good for Israelis. They think that the world is stupidly trying to create a problem that is not there, and is trying to be involved where there is no need to be. They think that even if there are still missiles coming from Gaza, Israel has a strong army that will answer back. So, if you speak with Israelis in the subway, they will tell you that there is not a problem between Israel and Palestine.

The only thing that makes Israelis think about Palestine is when the boycott campaign is successful, like what happened recently with Stephen Hawking. Do you know what the problem is? 95% of Israelis don’t even want to go to the West Bank, so they don’t know what is really happening. Or they know what is happening only from their children who are serving as soldiers. But their children don’t tell them about the checkpoints, the arrests from homes and all the other awful things. Israelis could know if they wanted to – they have the internet – but they don’t want to. For example in Tivon, my neighbourhood, everybody votes for the left, but if you ask them if they have ever seen a checkpoint or the apartheid wall, or if any one of them wants to go to the West Bank and see what the soldiers and settlers are doing, they will say no. They’ll tell you that’s not their problem. They have other problems – standard of living, house prices, the new car, the education of their children etc.

ISM: Yair Lapid, the head of the Ministry of Finance of the new coalition government, stated on 20th May that Israel is not going to stop the colonization of the West Bank or end subsidies for illegal settlers, which in fact will not only continue but increase. Do you think that any switch of parties in power could truly make an impact on this situation?

Hallamish settlement, built on Nabi Saleh's land (Photo by ISM)

Halamish settlement, built on Nabi Saleh’s land (Photo by ISM)

IP: No. We haven’t had any party or leader different from the others, including Rabin, who became a hero after he was shot. Israelis like Lapid are always busy implementing policies so that the land has no Palestinians – so in this sense Lapid is just continuing what everyone before him was doing. The problem they have is not technical – they know how to do it, they have a script. They do not build new settlements, but they allow the natural growth of the current settlements, while Palestinians are not allowed natural growth. Then they say they’re not building a new settlement, but need to build a new neighbourhood because the settlement population has grown. So you can see from this that they do not have any technical problem, it’s more that they maintain this funny dialogue with the world: “You know that we are colonizing, you know that we are ethnically cleansing the Palestinians, you know that we are keeping them in prison, but still we are playing this game where we are speaking about a peace process.”

The only problem that Israel has – although within 10 years I unfortunately don’t believe it will be a problem anymore, unless we change something – is that they still think that what they’re doing will never be accepted by the world, so they think they need to find a new language for what they’re doing. But practically on the ground I don’t think there has been one day since 1967 that something was not built by the Israelis in the West Bank, whether it’s a house or a flat or a road or a balcony, it goes on and it will continue.

Israel knows that the EU and the USA will not stop supporting them, and they’re right. So they will talk about stopping colonization, but they will not actually stop it. This is something to worry about because that’s the reality. Lapid comes from the new generation of politicians and I think that when you are new in politics you say a bit more openly what you are doing. Then, like Silvio Berlusconi, when you have another term, you stop saying what you are actually doing. So, if Lapid were to become Prime Minister, he would stop saying what he’s doing, he’d say, “we are not building, we are just fabricating.”

Today, there is no hope for a change from within the Israeli political system. This system is just going to get more and more right wing, and less and less willing to change Israel’s unilateral policies.

ISM: There is this new far-right party “The Jewish Home” that just entered the government following the recent elections, with leader Naftali Bennet, who became Minister of Religious Services and Industry, Trade and Labour. What kind of change will that bring?

IP: He is a very clever man, he comes from a settlement, and his main agenda is to strengthen the connection between the settlements and Israel. This was not openly his agenda during the elections. At that time he was talking to young Israelis in Tel Aviv about how nice it is to be Israeli, and saying that he would bring back pride in being Israeli – and it actually worked, they liked him. It was all about this idea of the ‘great nation’. And he added Judaism to this – saying it is not just good to be Israeli, but to be a Jewish Israeli. He is young, he was in the army, he was a military hero and a successful businessman. But he is not so different from Lapid, they live the same way – “it doesn’t matter whether you are from a settlement or from Tel Aviv, we are all from Israel”.

ISM: Do you think that the settlers will have more impact on Israeli politics because of Bennet’s success?

IP: Yes, I think so, but this is not so important. It doesn’t matter if you are from a settlement or from Tel Aviv, or if you are on the right or on the left. The basic Israeli ideology – Zionism – is the problem. I think that as long as Zionism is regarded as an ideal concept, the same policies will continue. If Israel has a more right-wing government – for example Netanyahu’s government compared to the Barak government – then the differences are small. You just have a few more checkpoints and a bit more brutality. But I think in the end it’s really just the same. What matters is not the government of Israel, but how much the Palestinians are willing to accept. If they are willing to accept the current reality, then Israel will allow them to work within Israel, remove some of the checkpoints, give them some more autonomy. But the moment Palestinians show some form of resistance, Israel is going to repress them brutally. Everything is about how much Palestinians accept the Israeli diktat.

ISM: You previously said that there is no more hope for a change at the political level in Israel. But on the other side, in what way do you view today’s Israeli citizens’ commitment against the occupation? How important is it that the present and future Israeli society challenges this form of colonization?

IP: I think that the forces that oppose the occupation are very small, but there have been two positive developments. First of all, the rejection of the occupation is growing and secondly, it is led by the new generation, not like before. This is an essential element. But, pressure from the international community and the Palestinian resistance will be the main factors that will bring down the occupation. One day, when we will need to rebuild a new society, it will be much better to know that there were many Jewish people who were fighting against the occupation. When the occupation ends and takes its apartheid with it, I am sure that a lot of Jewish people will say that they were against it, like the white South Africans said at the end of their apartheid system, but everybody knows that it was not the case during that period. It is good to see that this wave is growing every day. Nonetheless, a lot of Israelis, they still don’t know that there is a military occupation! For the future it is essential that this view changes, and it is changing.

Israeli activists protesting the Gaza massacre in 2008-2009 (Photo by Activestills)

Israeli activists protesting the Gaza massacre in 2008-2009 (Photo by Activestills)

ISM: Young Israeli people often feel criticized when they travel abroad. Do you think that this criticism has an impact or influence on Israeli society?

IP: Yes, I think it’s good to criticize young Israelis abroad. Some of them have actually changed because of that, no doubt about it. There’s a wonderful YouTube clip which shows what happens to young Israelis abroad. The Israeli military used to show this clip about young Israelis going abroad, to India. It was a clip especially against the refuseniks – people who refuse to serve in the army. In the clip they’re all sitting with young nice Indian girls, then some young Europeans come along and ask the Israelis what they did in the army. One speaks about the time he was a commander and about how cool it was to be in the army, and the Europeans look at him amazed, like he’s a hero. Meanwhile, the refusenik seems ashamed, looking down, without saying anything, basically really uncomfortable because he didn’t serve in the army. So this Israeli anti-apartheid organization made a counter-video, with the same setting, but instead of being soldiers they were Israeli activists, and the ashamed person was the one who served in the army, he was the one feeling really uncomfortable.

Now in 2013, some young people do not buy the whole story of anti-Semitism. They meet people abroad of the same age who know about the occupation, and where older people might just say that the people are neo-Nazis or something, young people are more likely to see the difference between being against the occupation and being anti-Semitic. This is an important new development, which I have seen with my own eyes.

ISM: What are the long term effects, social and psychological, on Israeli youth because of military conscription?

IP: Military conscription frames your mind. It makes you see human beings through a rifle and therefore you dehumanize them. It makes you very insensitive to suffering of others and at the same time makes you very racist. It also makes you limited in the way you can think about new options in life, because power obscures your mind. In any kind of situation you will think that the only way out from a state of affairs is the use of force. This has very negative effects on Israeli youth and it is clearly just part of the heavy indoctrination they face throughout life.

Young Israelis do not often speak about the psychological problems that come afterwards. I went to the psychiatric department in Israel and the vast majority of people are young Israelis who served in the army. This is a secret in Israel, nobody talks about it.  Two days ago a young boy who just finished his military service went into a bank that refused to give him a loan. He ended up shooting four people to death. This is just one example of the impact and effects of military conscription and militarization on the Israeli society.

Israeli young female on the Israeli military service uniform

ISM: How does it feel to live in Israel and at the same time be against the state? What are the consequences?

IP: It’s a fact that there are not many cases like mine and I pay a price for my position. So far, people like me pay a price not in the sense that the government is chasing them, it is different from other countries. Israel is such a racist state that it won’t do that to Jewish people. What they do instead, is to encourage society to punish you. The fact that I had to leave Haifa University is the result of this. They aim at the place where you work. For example, we had 4 brave former pilots that refused to serve in occupied Palestine because of what Israel was doing there – they were forced to leave their jobs outside of the military.

So, the public sphere or even your family or your friends make you pay a price, because you are considered a traitor. The reward you get is that you feel better about yourself and when you go abroad, people respect you. This, I hope, will encourage people to pay the price. If the Palestinians did what some Israelis are doing, they would just find themselves in jail. The Jewish people will maybe lose their job, be insulted, be hated by their neighbours, students. It is a long but really important process.

ISM: How did they kick you out from Haifa University?

IP: What they did is something called a special university court. They wanted to judge me as a traitor and kick me out of the university. This resulted in an international outrage because luckily, I was already well known at this time in the academic world, so they couldn’t go through the court process. What they did instead was to make it impossible for me to teach: they stopped my teaching allowances, they persecuted my PhD students, they gave me small classes, they told everyone at the university not to sit with me, not to speak to me. It was the director who gave the “orders”. He told to the other teachers that they would put their own career at risk if they violated these rules. They never formally fired me but I decided that that was enough, so I left.

Today there are many similar cases throughout Israel but speaking out against Israeli policies as an academic has now become more difficult than before, since in 2012 a new law was passed in the Knesset. This law says that if you are an Israeli academic and you support openly the academic boycott of Israel or you speak against Israel’s policies and actions, they have to fire you or you could even be arrested. After all, a large number of Israeli academics against the occupation created the “Israeli Academic Committee for Boycott”. These people are suffering and will never be able to become professors or further their academic careers – but more importantly I think that they feel better than the others. After this draconian law was passed, even more people decided to speak openly against the Israeli occupation or apartheid and for now, nobody has actually been arrested. How can Israel speak about democracy when our supposed freedom of speech is being violated so clearly.

This is the second of a three part interview series: Ilan Pappé in conversation with the International Solidarity Movement. Look out for the final part on the role of the international community and solidarity activism next week.

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The last of the Semites

14 May 2013

It is Israel’s claims that it represents and speaks for all Jews that are the most anti­Semitic claims of all.

Jewish opponents of Zionism understood the movement since its early age as one that shared the precepts of anti­Semitism in its diagnosis of what gentile Europeans called the “Jewish Question”. What galled anti­Zionist Jews the most, however, was that Zionism also shared the “solution” to the Jewish Question that anti­Semites had always advocated, namely the expulsion of Jews from Europe.

It was the Protestant Reformation with its revival of the Hebrew Bible that would link the modern Jews of Europe to the ancient Hebrews of Palestine, a link that the philologists of the 18th century would solidify through their discovery of the family of “Semitic” languages, including Hebrew and Arabic. Whereas Millenarian Protestants insisted that contemporary Jews, as descendants of the ancient Hebrews, must leave Europe to Palestine to expedite the second coming of Christ, philological discoveries led to the labelling of contemporary Jews as “Semites”. The leap that the biological sciences of race and heredity would make in the 19th century of considering contemporary European Jews racial descendants of the ancient Hebrews would, as a result, not be a giant one.

Basing themselves on the connections made by anti­Jewish Protestant Millenarians, secular European figures saw the political potential of “restoring” Jews to Palestine abounded in the 19th century. Less interested in expediting the second coming of Christ as were the Millenarians, these secular politicians, from Napoleon Bonaparte to British foreign secretary Lord Palmerston (1785­1865) to Ernest Laharanne, the private secretary of Napoleon III in the 1860s, sought to expel the Jews of Europe to Palestine in order to set them up as agents of European imperialism in Asia. Their call would be espoused by many “anti­Semites”, a new label chosen by European anti­Jewish racists after its invention in 1879 by a minor Viennese journalist by the name of Wilhelm Marr, who issued a political programme titled The Victory of Judaism over Germanism. Marr was careful to decouple anti­Semitism from the history of Christian hatred of Jews on the basis of religion, emphasising, in line with Semitic philology and racial theories of the 19th century, that the distinction to be made between Jews and Aryans was strictly racial.

Assimilating Jews into European culture

Scientific anti­Semitism insisted that the Jews were different from Christian Europeans. Indeed that the Jews were not European at all and that their very presence in Europe is what causes anti­Semitism. The reason why Jews caused so many problems for European Christians had to do with their alleged rootlessness, that they lacked a country, and hence country­based loyalty. In the Romantic age of European nationalisms, anti­Semites argued that Jews did not fit in the new national configurations, and disrupted national and racial purity essential to most European nationalisms. This is why if the Jews remained in Europe, the anti­Semites argued, they could only cause hostility among Christian Europeans. The only solution was for the Jews to exit from Europe and have their own country. Needless to say, religious and secular Jews opposed this horrific anti­Semitic line of thinking. Orthodox and Reform Jews, Socialist and Communist Jews, cosmopolitan and Yiddishkeit cultural Jews, all agreed that this was a dangerous ideology of hostility that sought the expulsion of Jews from their European homelands.

The Jewish Haskalah, or Enlightenment, which emerged also in the 19th century, sought to assimilate Jews into European secular gentile culture and have them shed their Jewish culture. It was the Haskalah that sought to break the hegemony of Orthodox Jewish rabbis on the “Ostjuden” of the East European shtetl and to shed what it perceived as a “medieval” Jewish culture in favour of the modern secular culture of European Christians. Reform Judaism, as a Christian­ and Protestant­like variant of Judaism, would emerge from the bosom of the Haskalah. This assimilationist programme, however, sought to integrate Jews in European modernity, not to expel them outside Europe’s geography.

When Zionism started a decade and a half after Marr’s anti­Semitic programme was published, it would espouse all these anti­Jewish ideas, including scientific anti­Semitism as valid. For Zionism, Jews were “Semites”, who were descendants of the ancient Hebrews. In his foundational pamphlet Der Judenstaat, Herzl explained that it was Jews, not their Christian enemies, who “cause” anti­Semitism and that “where it does not exist, [anti­Semitism] is carried by Jews in the course of their migrations”, indeed that “the unfortunate Jews are now carrying the seeds of anti­Semitism into England; they have already introduced it into America”; that Jews were a “nation” that should leave Europe to restore their “nationhood” in Palestine or Argentina; that Jews must emulate European Christians culturally and abandon their living languages and traditions in favour of modern European languages or a restored ancient national language. Herzl preferred that all Jews adopt German, while the East European Zionists wanted Hebrew. Zionists after Herzl even agreed and affirmed that Jews were separate racially from Aryans. As for Yiddish, the living language of most European Jews, all Zionists agreed that it should be abandoned.

The majority of Jews continued to resist Zionism and understood its precepts as those of anti­ Semitism and as a continuation of the Haskalah quest to shed Jewish culture and assimilate Jews into European secular gentile culture, except that Zionism sought the latter not inside Europe but at a geographical remove following the expulsion of Jews from Europe. The Bund, or the General Jewish Labor Union in Lithuania, Poland, and Russia, which was founded in Vilna in early October 1897, a few weeks after the convening of the first Zionist Congress in Basel in late August 1897, would become Zionism’s fiercest enemy. The Bund joined the existing anti­Zionist Jewish coalition of Orthodox and Reform rabbis who had combined forces a few months earlier to prevent Herzl from convening the first Zionist Congress in Munich, which forced him to move it to Basel. Jewish anti­Zionism across Europe and in the United States had the support of the majority of Jews who continued to view Zionism as an anti­Jewish movement well into the 1940s.

Anti­Semitic chain of pro­Zionist enthusiasts

Realising that its plan for the future of European Jews was in line with those of anti­Semites, Herzl strategised early on an alliance with the latter. He declared in Der Judenstaat that: “The Governments of all countries scourged by anti­Semitism will be keenly interested in assisting us to obtain [the] sovereignty we want.”

He added that “not only poor Jews” would contribute to an immigration fund for European Jews, “but also Christians who wanted to get rid of them”. Herzl unapologetically confided in his Diaries that: “The anti­Semites will become our most dependable friends, the anti­Semitic countries our allies.”

Thus when Herzl began to meet in 1903 with infamous anti­Semites like the Russian minister of the interior Vyacheslav von Plehve, who oversaw anti­Jewish pogroms in Russia, it was an alliance that he sought by design. That it would be the anti­Semitic Lord Balfour, who as Prime Minister of Britain in 1905 oversaw his government’s Aliens Act, which prevented East European Jews fleeing Russian pogroms from entering Britain in order, as he put it, to save the country from the “undoubted evils” of “an immigration which was largely Jewish”, was hardy coincidental. Balfour’s infamous Declaration of 1917 to create in Palestine a “national home” for the “Jewish people”, was designed, among other things, to curb Jewish support for the Russian Revolution and to stem the tide of further unwanted Jewish immigrants into Britain.

The Nazis would not be an exception in this anti­Semitic chain of pro­Zionist enthusiasts. Indeed, the Zionists would strike a deal with the Nazis very early in their history. It was in 1933 that the infamous Transfer (Ha’avara) Agreement was signed between the Zionists and the Nazi government to facilitate the transfer of German Jews and their property to Palestine and which broke the international Jewish boycott of Nazi Germany started by American Jews. It was in this spirit that Nazi envoys were dispatched to Palestine to report on the successes of Jewish colonisation of the country. Adolf Eichmann returned from his 1937 trip to Palestine full of fantastic stories about the achievements of the racially­separatist Ashkenazi Kibbutz, one of which he visited on Mount Carmel as a guest of the Zionists.

Despite the overwhelming opposition of most German Jews, it was the Zionist Federation of Germany that was the only Jewish group that supported the Nuremberg Laws of 1935, as they agreed with the Nazis that Jews and Aryans were separate and separable races. This was not a tactical support but one based on ideological similitude. The Nazis’ Final Solution initially meant the expulsion of Germany’s Jews to Madagascar. It is this shared goal of expelling Jews from Europe as a separate unassimilable race that created the affinity between Nazis and Zionists all along.

While the majority of Jews continued to resist the anti­Semitic basis of Zionism and its alliances with anti­Semites, the Nazi genocide not only killed 90 percent of European Jews, but in the process also killed the majority of Jewish enemies of Zionism who died precisely because they refused to heed the Zionist call of abandoning their countries and homes.

The anti­Semites will become our most dependable friends, the anti­Semitic countries our allies.

Theodor Herzl , Diaries

After the War, the horror at the Jewish holocaust did not stop European countries from supporting the anti­Semitic programme of Zionism. On the contrary, these countries shared with the Nazis a predilection for Zionism. They only opposed Nazism’s genocidal programme. European countries, along with the United States, refused to take in hundreds of thousands of Jewish survivors of the holocaust. In fact, these countries voted against a UN resolution introduced by the Arab states in 1947 calling on them to take in the Jewish survivors, yet these same countries would be the ones who would support the United Nations Partition Plan of November 1947 to create a Jewish State in Palestine to which these unwanted Jewish refugees could be expelled.

The pro­Zionist policies of the Nazis

The United States and European countries, including Germany, would continue the pro­Zionist policies of the Nazis. Post­War West German governments that presented themselves as opening a new page in their relationship with Jews in reality did no such thing. Since the establishment of the country after WWII, every West German government (and every German government since unification in1990) has continued the pro­Zionist Nazi policies unabated. There was never a break with Nazi pro­Zionism. The only break was with the genocidal and racial hatred of Jews that Nazism consecrated, but not with the desire to see Jews set up in a country in Asia, away from Europe. Indeed, the Germans would explain that much of the money they were sending to Israel was to help offset the costs of resettling European Jewish refugees in the country.

After World War II, a new consensus emerged in the United States and Europe that Jews had to be integrated posthumously into white Europeanness, and that the horror of the Jewish holocaust was essentially a horror at the murder of white Europeans. Since the 1960s, Hollywood films about the holocaust began to depict Jewish victims of Nazism as white Christian­looking, middle class, educated and talented people not unlike contemporary European and American Christians who should and would identify with them. Presumably if the films were to depict the poor religious Jews of Eastern Europe (and most East European Jews who were killed by the Nazis were poor and many were religious), contemporary white Christians would not find commonality with them. Hence, the post­ holocaust European Christian horror at the genocide of European Jews was not based on the horror of slaughtering people in the millions who were different from European Christians, but rather a horror at the murder of millions of people who were the same as European Christians. This explains why in a country like the United States, which had nothing to do with the slaughter of European Jews, there exists upwards of 40 holocaust memorials and a major museum for the murdered Jews of Europe, but not one for the holocaust of Native Americans or African Americans for which the US is responsible.

Aimé Césaire understood this process very well. In his famous speech on colonialism, he affirmed that the retrospective view of European Christians about Nazism is that it is barbarism, but the supreme barbarism, the crowning barbarism that sums up all the daily barbarisms; that it is Nazism, yes, but that before [Europeans] were its victims, they were its accomplices; and they tolerated that Nazism before it was inflicted on them, that they absolved it, shut their eyes to it, legitimised it, because, until then, it had been applied only to non­European peoples; that they have cultivated that Nazism, that they are responsible for it, and that before engulfing the whole of Western, Christian civilisation in its reddened waters, it oozes, seeps, and trickles from every crack.

That for Césaire the Nazi wars and holocaust were European colonialism turned inwards is true enough. But since the rehabilitation of Nazism’s victims as white people, Europe and its American accomplice would continue their Nazi policy of visiting horrors on non­white people around the world, on Korea, on Vietnam and Indochina, on Algeria, on Indonesia, on Central and South America, on Central and Southern Africa, on Palestine, on Iran, and on Iraq and Afghanistan.

The rehabilitation of European Jews after WWII was a crucial part of US Cold War propaganda. As American social scientists and ideologues developed the theory of “totalitarianism”, which posited Soviet Communism and Nazism as essentially the same type of regime, European Jews, as victims of one totalitarian regime, became part of the atrocity exhibition that American and West European propaganda claimed was like the atrocities that the Soviet regime was allegedly committing in the pre­ and post­War periods. That Israel would jump on the bandwagon by accusing the Soviets of anti­ Semitism for their refusal to allow Soviet Jewish citizens to self­expel and leave to Israel was part of the propaganda.

Commitment to white supremacy

It was thus that the European and US commitment to white supremacy was preserved, except that it now included Jews as part of “white” people, and what came to be called “Judeo­Christian” civilisation. European and American policies after World War II, which continued to be inspired and dictated by racism against Native Americans, Africans, Asians, Arabs and Muslims, and continued to support Zionism’s anti­Semitic programme of assimilating Jews into whiteness in a colonial settler state away from Europe, were a direct continuation of anti­Semitic policies prevalent before the War. It was just that much of the anti­Semitic racialist venom would now be directed at Arabs and Muslims (both, those who are immigrants and citizens in Europe and the United States and those who live in Asia and Africa) while the erstwhile anti­Semitic support for Zionism would continue unhindered.

West Germany’s alliance with Zionism and Israel after WWII, of supplying Israel with huge economic aid in the 1950s and of economic and military aid since the early 1960s, including tanks, which it used to kill Palestinians and other Arabs, is a continuation of the alliance that the Nazi government concluded with the Zionists in the 1930s. In the 1960s, West Germany even provided military training to Israeli soldiers and since the 1970s has provided Israel with nuclear­ready German­made submarines with which Israel hopes to kill more Arabs and Muslims. Israel has in recent years armed the most recent German­supplied submarines with nuclear tipped cruise missiles, a fact that is well known to the current German government. Israel’s Defence Minister Ehud Barak told Der Spiegel in 2012 that Germans should be “proud” that they have secured the existence of the state of Israel “for many years”. Berlin financed one­third of the cost of the submarines, around 135 million euros ($168 million) per submarine, and has allowed Israel to defer its payment until 2015. That this makes Germany an accomplice in the dispossession of the Palestinians is of no more concern to current German governments than it was in the 1960s to West German Chancellor Konrad Adenauer who affirmed that “the Federal Republic has neither the right nor the responsibility to take a position on the Palestinian refugees”.

This is to be added to the massive billions that Germany has paid to the Israeli government as compensation for the holocaust, as if Israel and Zionism were the victims of Nazism, when in reality it was anti­Zionist Jews who were killed by the Nazis. The current German government does not care about the fact that even those German Jews who fled the Nazis and ended up in Palestine hated Zionism and its project and were hated in turn by Zionist colonists in Palestine. As German refugees in 1930s and 1940s Palestine refused to learn Hebrew and published half a dozen German newspapers in the country, they were attacked by the Hebrew press, including by Haartez, which called for the closure of their newspapers in 1939 and again in 1941. Zionist colonists attacked a German­owned café in Tel Aviv because its Jewish owners refused to speak Hebrew, and the Tel Aviv municipality threatened in June 1944 some of its German Jewish residents for holding in their home on 21 Allenby street “parties and balls entirely in the German language, including programmes that are foreign to the spirit of our city” and that this would “not be tolerated in Tel Aviv”. German Jews, or Yekkes as they were known in the Yishuv, would even organise a celebration of the Kaiser’s birthday in 1941 (for these and more details about German Jewish refugees in Palestine, read Tom Segev’s book The Seventh Million).

Add to that Germany’s support for Israeli policies against Palestinians at the United Nations, and the picture becomes complete. Even the new holocaust memorial built in Berlin that opened in 2005 maintains Nazi racial apartheid, as this “Memorial to the Murdered Jews of Europe” is only for Jewish victims of the Nazis who must still today be set apart, as Hitler mandated, from the other millions of non­Jews who also fell victim to Nazism. That a subsidiary of the German company Degussa, which collaborated with the Nazis and which produced the Zyklon B gas that was used to kill people in the gas chambers, was contracted to build the memorial was anything but surprising, as it simply confirms that those who killed Jews in Germany in the late 1930s and in the 1940s now regret what they had done because they now understand Jews to be white Europeans who must be commemorated and who should not have been killed in the first place on account of their whiteness. The German policy of abetting the killing of Arabs by Israel, however, is hardly unrelated to this commitment to anti­Semitism, which continues through the predominant contemporary anti­Muslim German racism that targets Muslim immigrants.

Euro­American anti­Jewish tradition

The Jewish holocaust killed off the majority of Jews who fought and struggled against European anti­Semitism, including Zionism. With their death, the only remaining “Semites” who are fighting against Zionism and its anti­Semitism today are the Palestinian people. Whereas Israel insists that European Jews do not belong in Europe and must come to Palestine, the Palestinians have always insisted that the homelands of European Jews were their European countries and not Palestine, and that Zionist colonialism springs from its very anti­Semitism. Whereas Zionism insists that Jews are a race separate from European Christians, the Palestinians insist that European Jews are nothing if not European and have nothing to do with Palestine, its people, or its culture. What Israel and its American and European allies have sought to do in the last six and a half decades is to convince Palestinians that they too must become anti­Semites and believe as the Nazis, Israel, and its Western anti­Semitic allies do, that Jews are a race that is different from European races, that Palestine is their country, and that Israel speaks for all Jews. That the two largest American pro­Israel voting blocks today are Millenarian Protestants and secular imperialists continues the very same Euro­American anti­Jewish tradition that extends back to the Protestant Reformation and 19th century imperialism.  But the Palestinians have remained unconvinced and steadfast in their resistance to anti­Semitism.

European Jews were transformed into the instruments of aggression; they became the elements of settler colonialism intimately allied to racial discrimination…

Yasser Arafat, 1974 UN speech

Israel and its anti­Semitic allies affirm that Israel is “the Jewish people”, that its policies are “Jewish” policies, that its achievements are “Jewish” achievements, that its crimes are “Jewish” crimes, and that therefore anyone who dares to criticise Israel is criticising Jews and must be an anti­Semite. The Palestinian people have mounted a major struggle against this anti­Semitic incitement. They continue to affirm instead that the Israeli government does not speak for all Jews, that it does not represent all Jews, and that its colonial crimes against the Palestinian people are its own crimes and not the crimes of “the Jewish people”, and that therefore it must be criticised, condemned and prosecuted for its ongoing war crimes against the Palestinian people. This is not a new Palestinian position, but one that was adopted since the turn of the 20th century and continued throughout the pre­WWII Palestinian struggle against Zionism. Yasser Arafat’s speech at the United Nations in 1974 stressed all these points vehemently:

Just as colonialism heedlessly used the wretched, the poor, the exploited as mere inert matter with which to build and to carry out settler colonialism, so too were destitute, oppressed European Jews employed on behalf of world imperialism and of the Zionist leadership. European Jews were transformed into the instruments of aggression; they became the elements of settler colonialism intimately allied to racial discrimination…Zionist theology was utilised against our Palestinian people: the purpose was not only the establishment of Western­style settler colonialism but also the severing of Jews from their various homelands and subsequently their estrangement from their nations. Zionism… is united with anti­Semitism in its retrograde tenets and is, when all is said and done, another side of the same base coin. For when what is proposed is that adherents of the Jewish faith, regardless of their national residence, should neither owe allegiance to their national residence nor live on equal footing with its other, non­Jewish citizens ­when that is proposed we hear anti­Semitism being proposed. When it is proposed that the only solution for the Jewish problem is that Jews must alienate themselves from communities or nations of which they have been a historical part, when it is proposed that Jews solve the Jewish problem by immigrating to and forcibly settling the land of another people ­ when this occurs, exactly the same position is being advocated as the one urged by anti­Semites against Jews.

Israel’s claim that its critics must be anti­Semites presupposes that its critics believe its claims that it represents “the Jewish people”. But it is Israel’s claims that it represents and speaks for all Jews that are the most anti­Semitic claims of all.

Today, Israel and the Western powers want to elevate anti­Semitism to an international principle around which they seek to establish full consensus. They insist that for there to be peace in the Middle East, Palestinians, Arabs and Muslims must become, like the West, anti­Semites by espousing Zionism and recognising Israel’s anti­Semitic claims. Except for dictatorial Arab regimes and the Palestinian Authority and its cronies, on this 65th anniversary of the anti­Semitic conquest of Palestine by the Zionists, known to Palestinians as the Nakba, the Palestinian people and the few surviving anti­ Zionist Jews continue to refuse to heed this international call and incitement to anti­Semitism. They affirm that they are, as the last of the Semites, the heirs of the pre­WWII Jewish and Palestinian struggles against anti­Semitism and its Zionist colonial manifestation. It is their resistance that stands in the way of a complete victory for European anti­Semitism in the Middle East and the world at large.

Joseph Massad teaches Modern Arab Politics and Intellectual History at Columbia University in New York. He is the author of The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians.

You can follow the editor on Twitter: @nyktweets

thanks to: Joseph Massad

the censuring policy of Aljazeera

restored article

Joseph Massad’s statement in full after restoration

I am heartened to know that there has been a huge and widespread upheaval among Al Jazeera journalists and staffers against this arbitrary decision, which flew in the face of professional journalistic standards and the freedom of expression. Their opposition along with the reaction and outrage expressed by the general public internationally in the last two days clearly tipped the balance against the peremptory power of the profit-seeking executives and has put the latter on notice.

While the restoration of my article is a triumph against the political commissars of Al Jazeera, the statement that Al Jazeera issued, which contained no apology, falls short of being a triumph for all those who insist on maintaining Al Jazeera’s independence and critical edge from American media restrictions. I am saddened that their principled stance has yet to fully triumph in this important fight.

It seems to me that the attempt to censor my article is the price that Al Jazeera, or at least Ehab Al Shihabi and other upper management executives, are willing to pay in order to enter the US media market. This means that Al Shihabi and other executives at Al Jazeera see no problem in sacrificing Al Jazeera’s freedom of expression and subjecting it to the severe restrictions of the American mainstream media on the question of US foreign policy in the Middle East and on the question of Israel, thus eliminating in the process Al Jazeera’s critical coverage of both. Clearly, American Zionist pressure, placed on Al Shihabi and on Al Jazeera, is intended to impart to Al Jazeera the mediocre standards of mainstream American journalism and its commitment to severe censorship of views critical of US policy and of Israeli colonialism. When Oscar Wilde was asked in 1882 upon entering the US if he had anything to declare to the customs authorities of New York, he responded: “I have nothing to declare but my genius;” Not only is Al Jazeera having to declare its journalistic independence as a foreign taxable commodity, but it is also surrendering it at the US border altogether.

As for the line that someone made a mistake and removed my article because it resembled the one I had published last December, this line was tried on me on the phone when the new Head of Al Jazeera online Imad Musa called me yesterday evening to discuss the matter. Mr. Musa used that line as an opening bid but I quickly disabused him of it, explaining that while “The Last of the Semites” was related to the article I published last December titled “Zionism, Anti-Semitism, and Colonialism,” it was a different article altogether and had a different frame and a different set of arguments and facts. I also informed him that I had a very good idea how this decision had been taken and that Al Shihabi was the man behind the ban. He offered to arrange a meeting in New York between Al Shihabi and me, but I quickly told him that we could not ponder any such meetings until after Al Jazeera restored my article and issued a public apology. I also informed him that I do not meet with people who coordinate with the likes of Rahm Emanuel.

After making a few phone calls, Mr. Musa called me back to assure me that I would be pleased with what Al Jazeera would do tomorrow (i.e. today). I explained that since he was the new Head of Al Jazeera Online (he told me that he had been appointed in this new position ten days ago), he could restore the article and issue the apology immediately and not have to wait till the next day. He explained that the matter was “more complicated than that.” I retorted: “Are you or are you not the Head of Al Jazeera Online?” He murmured embarrassingly that the matter was not in his hands. I responded by reaffirming to him that indeed it was not and that the matter was not up to him but to the higher ups who made the decision for political reasons.

At any rate, Mr. Musa never called back today, though he issued a statement on the Al Jazeera website this afternoon which does not contain an apology to the readers or to me. There are no expressions of regret either, or any acknowledgment of the motivations for the censorship. Musa repeats the shameful excuse that the reason why the article was pulled was due to its alleged similarity with the December article. I find this to be a damage control move that refuses to take responsibility for Al Jazeera’s submission to American Zionist dictates.

La continua Nakba: Il costante sfollamento forzato del popolo palestinese

Le pratiche e le politiche israeliane sono una combinazione di segregazione razziale, occupazione militare e colonializzazione utilizzate come metodo per pulire etnicamente il territorio della Palestina Storica dalla presenza indigena palestinese. Il regime israeliano non si limita ai palestinesi che vivono nei Territori Occupati Palestinesi (TOP), ma altresi ai palestinesi che risiedono nel lato israeliano,. All’interno della linea di confine dell’armistizio del 1948, cosi come coloro che vivono in esilio forzato.

Riflessioni sul fatto se la soluzione a uno o due stati sia il mezzo piu’ giusto per porre fine all’ingiustizia e la sofferenza nella Palestina storica, trascurando il fatto che un soggetto giuridico è già stato adottato in tale determinate territorio: in effetti, il trattamento d’Israele dei palestinesi non ebrei in tutta Israele e nei TOP, costituisce un regime discriminatorio finalizzato a controllare la maggior quantita di territorio con la minima quantità di indigeni palestinesi che risiedono su di esso.

Le principali componenti di tale struttura, discriminano i palestinesi in diversi settori quali la nazionalità, cittadinanza, diritti di residenza e di proprietà terriera. Questo sistema è stato originariamente applicato nel 1948, con il fine di dominare e di espropriare le proprietà di tutti i palestinesi sfollati, anche tra i 150.000 palestinesi che erano riusciti a rimanere all’interno dei confini della linea dell’armistizio del “1948, coloro che più tardi divennero cittadini palestinesi di Israele. Dopo l’occupazione della restante parte della Palestina storica da parte delle forze israeliane nel 1967, questo territorio fu sottoposto al medesimo regime israeliano. In sostanza, l’intenzione di colonizzare la Palestina storica sulle spese della sua popolazione palestinese indigena risale agli inizi del movimento sionista, decenni prima della creazione dello Stato di Israele.

Il movimento sionista

Il movimento Sionista è stato formato alla fine del XIX secolo, con l’obbiettivo di creare una patria per gli ebrei tramite la formazione di un ‘… movimento nazionale per il ritorno del popolo ebraico nella loro patria e la ripresa della sovranità ebraica nella terra d’Israele.’iIn quanto tale, l’impresa sionista ha unito il nazionalismo ebraico cui mirava a creare e promuovere, con il colonialismo trapiantando le persone, per lo più provenienti dall’ Europa in Palestina, con l’appoggio delle potenze coloniali europee. La storia Ebraica e’ stata interpretata con l’intento di creare una specifica identita’ nazionale ebraica per giustificare la colonializzazione della Palestina.

Sostanzialmente, il movimento dovette dare una definizione al “popolo ebraico”, quindi un’identità nazionale doveva essere creata e questa identità doveva essere legata alla presenza ebraica in Palestina nel primo secolo DC. E’ importante notare, che come ogni altra identità nazionale che non si è costituita da un naturale sviluppo sociale ma che invece si è creata sulla base di una concezione e sulla volonta’ dei suoi creatori, di conseguenza, gli ebrei di tutto il mondo erano parte di un solo e medesimo popolo, che ha condiviso la stessa storia, che ammirava gli stessi eroi nazionali, e che si sono uniti nel desiderio di ritornare nel loro territorio e nella loro terra d’origine. Tuttavia, come giustamente conclude Ilan Pappe, «il sionismo non era … l’unico caso nella storia in cui un progetto colonialista è stato perseguito in nome di ideali nazionali e non di ideali colonialisti. I sionisti si sono trasferiti in Palestina alla fine di un secolo in cui gli europei controllavano gran parte dell’Africa, dei Caraibi ed altri luoghi nel nome del ‘progresso’ o dell’ idealismo…». Tuttavia, la cosa unica d’Israele è l’effetto del sionismo sul popolo che ha affermato di rappresentare. Basandosi sul concetto di ebraismo come identita’ nazionale, i seguaci della fede ebraica in tutto il mondo diventerebbero, per la legge israeliana, ”cittadini” ebrei, sia che accettino o meno questa classificazione. Ad oggi, Israele continua a definire la sua cittadinanza extraterritoriale.

La creazione di uno Stato Nazionale ebraico in una terra con una piccola minoranza ebraica poteva essere concepibile solo attraverso lo spostamento forzato della popolazione indigena esistente accanto all’impianto di nuovi coloni ebrei. Per i palestinesi indigeni che sono riusciti a rimanere entro i confini di quello che divenne lo Stato d’Israele, la loro propria identità nazionale è stata relegata a rango inferiore. Per esempio, l’articolo 2 della legge statale sull’istruzione, afferma che ”L’obiettivo dell’istruzione dello stato è…di educare ogni bambino ad amare…il suo popolo e la sua terra…[di] rispettare la propria…eredità ed edentità culturale per impartire la storia della Terra di Israele…[e] di insegnare … la storia del popolo ebraico, del patrimonio e della tradizione ebraica…”.iii Oltre ad essere oggetto di discriminazione istituzionalizzata, i palestinesi che sono riusciti a rimanere all’interno della parte della Palestina storica, usurpata nel 1948 – di cui oggi vi sono oltre 1,2 milioni di palestinesi – sono costretti ad essere cittadini di uno stato in cui non sono ammissibili per la loro nazionalità.

Come accennato in precedenza, la principale manifestazione sionista di segregazione razziale, è stato il trasferimento forzato della popolazione palestinese. Il compito di stabilire e mantenere uno stato ebraico in un territorio prevalentemente non – ebreo, è stato eseguito con la forza spostando la maggioranza della popolazione non ebraica. Oggi il 70% dei palestinesi sparsi nel mondo non sono altro che i discendenti dei palestinesi sfollati con la forza da parte del regime israeliano.iv L’idea di “trasferimento” nel pensiero sionista è stato rigorosamente tracciato da Nur Masalha nel suo libro, ”Espulsione dei Palestinesi: il concetto di “trasferimento” nel pensiero politico Sionista, 1882-1948”, ed è racchiuso nelle parole di uno dei primi pensatori sionisti, Israel Zangwill. Nel 1905, Zangwill affermò, «…Se vogliamo dare una terra ad un popolo che è senza terra, è follia assoluta permettere che il paese sia dei due popoli…»v Yosef Weitz, ex direttore del Dipartimento delle Terre del Fondo Nazionale Ebraico, è stato ancora più esplicito quando, nel 1940 , ha scritto:

…Deve essere chiaro che nel paese non c’è pazio per entrambi i popoli (…) l’unica soluzione è la terra di Israele, almeno una terra occidentale di Israele senza arabi. Non vi è spazio per compromessi (…) Non vi è altro modo che trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi (…) Non vi deve essere lasciato neanche un paese neanche un (beduino) tribù “.vi

I diritti e l’etica non si dovevano mettere in mezzo, o come ha argomentato Ben Gurion nel 1948, «La guerra ci darà la terra. I concetti ”nostro” e ” non nostro” sono solamente dei concetti di pace, e nella guerra questi concetti perdono il loro valore ».vii

L’essenza del sionismo, pertanto, è giustamente riassunta come la creazione e la fortificazione di una specifica identità nazionale ebraica, l’acquisizione della massima quantità di terra palestinese, assicurando che il numero minimo di persone non ebree rimangono su quella stessa terra, e che un numero massimo di cittadini ebrei vengono impiantati su di essa. In altre parole, il sionismo, fin dal suo inizio, ha reso necessario il trasferimento di persone. Nel 1897, il movimento Sionista quando ha messo le basi per la colonializzazione della Palestina Mandataria, sotto il motto, ” un popolo senza una terra otterrà una terra senza popolo”, ha dovuto affrontare tre principali ostacoli:

  • La popolazione indigena palestinese che viveva nel territorio.
  • La proprietà privata e terriera dei palestinesi che vivevano nel territorio.
  • Carenza di una popolazione ebraica sufficiente nel territorio.

Per poter superare questi tre ostacoli, Israele aveva bisogno di creare un sistema legale che gli permetesse di mantenere il nuovo Status quo conseguito. Il movimento Sionista, e dopo Israele, non aveva interesse nel creare un sistema nel quale un gruppo ” raziale” dominasse l’altro. Lo scopo d’israele era, ed è tutt’ora, non quello di sfruttare la forza lavoro indigena o semplicemente di limitarne la loro partecipazione politica e sociale, ma piuttosto, l’intenzione era quella di stabilire uno stato ebraico-sionista omogeneo prevalentemente per gli ebrei.. Questo era chiaro dai primi anni del movimento Sionista, illustrato dal fatto che Israele ancora oggi non ha confini definiti. Come spiegato da Golda Meir, «…I confine sono determinati in base a dove vivono gli ebrei, non da dove vi è una linea s’una mappaviii» – Questa dichiarazione in combinazione con la famosa dichiarazione di Ben Gurion del 1937: «il trasferimento forzato degli arabi dalle valli dael previsto stato ebraico, ci potrebbe dare qualcosa che non abbiamo mai avuto…dobbiamo attenerci a questa conclusione allo stesso modo in cui abbiamo afferrato la Dichiarazione Balfour, più di questo, allo stesso modo con cui abbiamo afferrato al sionismo..»ix. Il sionismo stesso offre infinite possibilità per trasferire i palestinesi fuori e impiantare i coloni ebrei nel territorio.

Come illustrato da Nur Masalha, tra il 1930 e il 1948, il movimento sionista ha pianificato 9 differenti strategie per il trasferimento forzato della popolazione indigene palestinese, iniziando nel 1930 con lo schema di trasferimento di Weizmann fino al piano Dalet effettuato nel 1948x.

Per poter affrontare i tre ostacoli, il movimento sionista ha avviato una serie di misure pro-attive e preventive sottoforma di leggi, pratiche e politiche. Qui di seguito, verranno elaborate le misure piu’ importanti.

Migrazione privileggiata

Nel 1950, Israele per potersi assicurare un numero sufficiente di ebrei nei territori colonializzati, adotto la ”legge Israeliana del Ritorno”. Questa legge prevede che oqualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto alla ”nazionalità ebraica” e può immigrare in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana. Sotto questa legge, un cittadino ebreo è ” colui che è nato da madre ebrea, o che si è convertito al Giudaismo e che non fa parte di un altra religionexi”. L’Articolo 4 (a) della Legge del Ritorno prevede che “I diritti di un ebreo ai sensi della presente legge e i diritti di un olehxii ai sensi della Legge sulla Cittadinanza, così come i diritti di un oleh ai sensi di qualsiasi altro decreto legislativo, sono acquisiti  da un figlio e un nipote di un ebreo, il coniuge di un ebreo, il coniuge di un figlio di un ebreo e il coniuge di un nipote di un ebreo, ad eccezione di una persona che è stata ebrea e che ha volontariamente cambiato la sua religione “. xiii Da un lato, gli ebrei godono del diritto di poter entrare in Israele anche se non sono nati in Israele o se non hanno qualsivoglia connessione con Israele. Dall’altro lato, i palestinesi, la popolazione indigena del territorio, sono esclusi dalla legge del Ritorno sulla base del fatto che non hanno origini ebraiche, e di conseguenza non godono dello status di cittadini sotto qualsiasi legge israeliana,e non hanno un automatico diritto di entrare il paese.

Questa legge mira a semplificare ed incoraggiare l’immigrazione delle persone ebraiche in Israele, con lo scopo di ottenere lo stato ebraico immaginato dal progetto Sionista. Affianco a questo, bisogna evidenziare il ruolo svolto dall’Organizzazione Sionista Mondiale, in quanto gioca un ruolo importante nell’organizzare della migrazione ebraica in Israele e nei TOP. Gli obbiettivi di questa organizzazione furono formulati prima della creazione dello stato di Israele e furono fortificati nel 1952, anno in cui il parlamento israeliano fece passare ” la legge di Stato dell’Organizzazione Sionista” e la firma di una convenzione tra il governo Israeliano e l’esecutivo Sionista, in base alla quale le aree di responsabilità dell’organizzazione rimasero quelle relative all’immigrazione e il suo assorbimento e l’insediamento delle popolazioni ebraiche all’interno dei territori della palestina storicaxiv.

Diritti di Proprietà (xv)

In relazione al secondo ostacolo menzionato prima, la legge israeliana sulla proprietà degli assenti emanata nel 1950, fu utilizzata per confiscare le proprieta legalmente possedute degli sfollati palestinesi, dei rifugiati e degli sfollati interni.

Il termine ‘assente’ era stato definito in modo cosi ampio da includere non solo i palestinesi che erano fuggiti dopo la creazione dello stato israeliano, ma includeva anche coloro che erano fuggiti dalle loro case ma che erano rimasti all’interno degli stesi confinixvi. In fatti il termine, comprendeva anche molti ebrei. Tuttavia, una disposizione, che all’apparenza non era basata sulla razza, esentava gli assenteisti che lasciarono la loro casa per vari motivi tra cui “la paura dei nemici di Israele”; così di fatto escludendo la popolazione ebraica dalla applicazione della legge. Una volta confiscata, la terra in questione terra divenne proprietà dello Stato.

La legge sull’acquisizione della terra del 1953, è stata emanata al fine di completare il trasferimento allo stato israeliano di quelle terre confiscate ai palestinesi che non erano state abbandonate durante gli attacchi del 1948. Nelle parole dell’ex ministro delle Finanze israeliano Elilezer Kaplan, si afferma lo scopo di tale legge «… era quello di infondere la legalità in alcuni atti compiuti durante e dopo la guerraxvii”. Un processo quasi identico ha avuto luogo nei TOP in seguito all’occupazione del 1967, … l’acquisizione di terre palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza procede [va] lungo diverse linee contemporaneamente».xviii

Come risultato della strategia israeliana di confisca delle terre, i palestinesi oggi posiedono solo una piccola percentuale delle terre della Palestina mandataria o storica. xixL’espansione delle località palestinesi esistenti in Israele e nei TOP è stata drasticamente ridotta a causa della politica israeliana di pianificazione altamente disciminatoria. Dal 1967, data in cui israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, Israele non ha permesso la creazione di nuovi comuni palestinesi.xx L’ordine militare israeliano numero 418, permise di creare un regime di progettazione e di costruzione che concedeva allo stato Israeliano il pieno controllo di tutti quesi settori legati alla pianificazione e sviluppo nei TOP. Come risultato, le comunità palestinesi si trovano spesso separate dalle loro terre circostanti. Al contrario, le località ebraiche, anche le piu’ piccole, hanno dei piani di progettazione dettagliati e regolamenti edilizi riguardanti l’uso del territorioxxi. Per riassumere la situazione: ” Lo spazio territoriale israeliano è stato molto dinamico, le modifiche sono state principalmente in una sola direzione: gli ebrei espandono il loro controllo territoriale tramite una varietà di mezzi, tra cui la continua costruzione d’insediamenti, mentre i palestinesi sono stati rilegati all’interno di una geografia invariata”.xxii

Il trasferimento forzato della popolazione

L’ostacolo fondamentale per il movimento sionista, la popolazione palestinese stessa, è stato affrontato in vari modi nel corso degli ultimi sei decenni. Piu’ di sei milioni di palestinesi sono stati sfollati con la forza – inclusi i loro discendenti – dalle loro case, e la legge israeliana ”Prevenzione dall’infiltrazione” del 1955, e gli ordini militari 1649 e 1650xxiii hanno impedito ai palestinesi di tornare legalmente in Israele e nei TOP. Questo spostamento forzato, deliberato e pianificato equivale ad una politica ed una pratica di trasferimento forzato della popolazione palestinese, o di pulizia etnica.Questo processo ebbe inizio ancor prima del 1948, ed è in vigore tutt’oggi.

Quasi un milione e mezzo di palestinesi sono stati sfollati tra il dicembre 1947 e il maggio 1948. Il più grande deflusso di profughi ha avuto luogo nel mese di aprile e l’inizio del maggio 1948 in concomitanza con l’inizio delle operazioni eseguite dall’organizzazioni paramilitari sioniste.

Il movimento Sionista ha dichiarato la creazione dello stato di Israele il 15 maggio 1948, da qui circa 750.000 palestinesi erano diventati profughi. La maggior parte dei rifugiati sono stati sfollati dalle forze militari israeliane (comprese le milizie sioniste para-statali) che utilizzavano tattiche che violano i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani: attacchi sui civili, massacri e altre atrocità; espulsione, distruzione e il saccheggio delle proprietà.xxiv

Questo periodo della recente storia palestinese recente è definito come la Nakba, la catastrofe palestinese. La Nakba ha radicalmente modificato la Palestina. Tuttavia il processo del trasferimento forzato dei palestinesi indigeni non si è concluso con la creazione di Israele nel 1948, ma è tristemente iniziato quell’anno. Quasi ogni anno che passa dalla Nakba si continua comunque ad assistere ad una ondata di trasferimento forzato, in cui, alcuni anni l’onda è più alta che in altri. Per esempio, durante il 1967, altri 400.000 palestinesi divennero profughi.xxv