The Palestine Nakba: Decolonising History, Narrating the Subaltern, Reclaiming Memory

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via The Palestine Nakba: Decolonising History, Narrating the Subaltern, Reclaiming Memory — FALASTIN Press

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Perché commemoriamo la giornata della terra?

Di Sulaiman Hijazi. Perché commemoriamo la giornata della terra? Le prime proteste che sarebbero poi state ricordate come “Giornata della Terra” si svolsero il 30 marzo 1976. Il ministero israeliano delle Finanze aveva confiscato 5500 ettari di terra palestinese tra i villaggi palestinesi di Sakhnin e Arraba, in Galilea,  per costruire 8 villaggi industriali sionisti progettati sul terreno sequestrato.

Il 30 marzo del 1976, le città palestinesi dal Negev alla Galilea lanciarono una giornata di proteste nonviolente e scioperi in solidarietà con Sakhnin e Arraba: sei civili palestinesi furono uccisi e più di 100 feriti dalle forze armate e polizia israeliane che repressero violentemente le proteste. Quel giorno, Khair Mohammad Yasin, Raja Husein Abu Ria, Khader Abd Khalaileh, Khadijeh Shawahneh, Mohammad Yousef Taha e Rafat Al Zuheiri persero la vita per difendere i loro diritti. In 300 furono arrestati.

Ogni anno, dal 1976, i Palestinesi ricordano quegli eventi attraverso la Giornata della Terra, o Youm al-Ard, in arabo.

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: Perché commemoriamo la giornata della terra? | Infopal

Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

Israele e miti sionisti – seconda parte

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici. Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi. Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione. Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale. Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”. Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese. Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.  Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi. Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.  Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania. L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nellistruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: Cry Beloved Country, in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:

https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards

thanks to: Brescia Anticapitalista

Israele e i miti sionisti

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’  voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori  della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani.  Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.  La questione in definitiva è assai semplice da capire: Israele è uno Stato ad insediamento coloniale concepito in modo tale da rimpiazzare una popolazione pre-esistente, quella palestinese appunto, con una nuova di provenienza in gran parte europea. E, altrettanto semplicemente, la conseguenza del progetto sionista volto a costruire uno stato istituzionalmente ebraico. Il problema pertanto non è unicamente confinabile ai territori conquistati con la guerra del giugno del 1967: tutto il processo di insediamento coloniale sionista si caratterizza come un’occupazione del suolo su cui si sorgevano i villaggi palestinesi e sulla requisizione con la forza delle loro terre agricole e fonti acquifere e sullo spostamento violento dei loro abitanti.

Sebbene la realtà dei palestinesi sia ormai ben nota, sulla maggioranza degli organi di stampa la storia della formazione di Israele e della sua evoluzione nel tempo continua ad essere caratterizzata da miti che fungono da sostegno alle politiche del governo contro il popolo palestinese, fornendo altresì l’alibi alla colpevole Europa  di non fare assolutamente nulla di concreto. In questo contesto lo storico Ilan Pappé – originariamente docente all’Università di Haifa, ma da dieci anni professore presso la University of Exeter in Gran Bretagna (1)- ha prodotto un volume il cui obiettivo consiste nella demolizione dei principali miti con cui viene presentato e descritto Israele. Il volume si articola in dieci capitoli di cui l’ultimo tratta molto criticamente della questione dei due Stati come soluzione del problema.

“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra” costituisce lo slogan fondatore dell’ideologia sionista. La frase contiene due miti cui sono dedicati i primi due capitoli del libro. Agli inizi del ventesimo secolo la prima parte dello slogan fu smontata completamente da Max Nordau, cofondatore e vice presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Egli scrisse al presidente dell’organizzazione Theodor Herzl che la promessa sposa, cioè la Palestina, era già maritata, intendendo con questo che il paese già apparteneva a coloro che vi abitavano e che contavano oltre mezzo milione di persone. Pappé mostra molto bene e succintamente come la Palestina del periodo Ottomano avesse i tratti di una società evoluta in termini di centri urbani e di ceti culturali, forse tra le più avanzate del mondo arabo. Alcune delle riforme amministrative introdotte dal governo ottomano contribuirono a rendere la fisionomia territoriale della Palestina più omogenea, mentre la designazione dei confini mandatari da parte del governo britannico dopo la Prima Guerra Mondiale ne rafforzò la coerenza. Grazie ai lavori dello storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi, Pappé rileva come un movimento nazionale specificatamente palestinese si stesse formando prima del soprassalto prodotto dalla colonizzazione sionista. (2) Egli fa inoltre notare che se non fosse per il fatto che i sionisti richiedessero ed imponessero alla comunità ebraica palestinese un’ubbidienza totale, la formazione di un movimento nazionale palestinese avrebbe incluso, come nel caso dei cristiani, anche degli ebrei appartenenti alla locale comunità.

Di maggiore complessità è la critica alla seconda parte dello slogan. In verità mi sembra che l’autore non affronti la questione se gli ebrei siano o meno “un popolo senza terra”. Per farlo avrebbe dovuto discutere teoricamente della questione nazionale e ciò é assente dalle pagine del volume in questione che evita ogni argomentazione concettuale marxista. Il metodo scelto da Pappé è quello di tracciare il sentiero che collega il sionismo cristiano della prima metà dell’800 al sionismo nato successivamente nell’ambito del mondo ebraico europeo. Il primo consiste in quelle posizioni del protestantesimo e anglicanesimo che, dalla terza decade del diciannovesimo secolo fino al primo conflitto mondiale, sostenevano l’auspicabilità di far ‘tornare’ gli ebrei alla supposta terra di origine come atto di redenzione e di eliminazione di un ‘problema’ europeo. E’ da osservare che per i cristiano-sionisti, prevalentemente protestanti e anglicani la questione ebraica emanava dalla loro stessa concezione antisemita in quanto – dopo aver per secoli  contribuito teologicamente e praticamente a castigare “l’ebreo” in nome della cristianità – imputavano ai medesimi ebrei un’ innata volontà di rifiutare ogni integrazione. Ergo, meglio rispedirli al loro mitologico luogo d’origine.

Pappé evidenzia l’integrazione tra le visioni cristiano-sioniste ed il personale politico che andava formulando le politiche imperialiste britanniche nell’area mediorientale sia per il periodo in cui Londra sosteneva l’impero ottomano, che per la fase in cui mirava a subentrarvi. In conclusione, le due correnti rappresentate dal sionismo cristiano e da quello nazionalista ebraico confluirono “in una potente alleanza che trasformò l’antisemita e millenaristica idea del trasferimento degli ebrei dall’Europa alla Palestina in un concreto progetto di colonizzazione a spese della popolazione autoctona della Palestina. Quest’alleanza diventò di pubblico dominio con la proclamazione della Dichiarazione Balfour il 2 novembre 1917 –  una lettera del ministro degli esteri britannico ai leader della comunità ebraica inglese in cui in pratica veniva promessa la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina” (p. 19, mia traduzione).

Il terzo capitolo del libro discute l’affermazione sionista di rappresentare tutto l’ebraismo. Questo, scrive l’autore, alla fine dell’Ottocento si divideva in due gruppi, formati rispettivamente da ebrei religiosi chiusi nelle proprie comunità e da ebrei  riformatori e laici il cui modo di vita non si distingueva dal resto della popolazione (purché del medesimo ceto sociale, aggiungo) eccetto per alcune ricorrenze. In ambo i casi il movimento sionista fu visto negativamente e in proposito Pappé cita dichiarazioni di rabbini e di varie autorità ebraiche. Particolarmente dura contro il sionismo appare, nello stesso periodo, la posizione del movimento riformatore ebraico statunitense. Esistevano però già allora dei rabbini che appoggiavano l’idea base del programma sionista e, sebbene minoritari, essi segnalarono la nascita dell’ala religiosa del sionismo oggi dominante. Per la maggioranza dei rabbini il sionismo costitutiva una grave violazione del dettato religioso-metafisico secondo il quale il ‘ritorno’ degli ebrei si sarebbe avverato solo con l’arrivo del Messia mentre per il gruppo minoritario il sionismo costituiva la realizzazione del dettato biblico. L’ostacolo principale all’accettazione del neonazionalismo da parte dei religiosi risiedeva però nella dimensione antropologico-culturale del sionismo il quale, in tutte le sue componenti, si proponeva di creare un nuovo ebreo, non particolarmente religioso, lavoratore agricolo e combattente, fisicamente robusto e non stortignaccolo come invece veniva raffigurato dalla propaganda antisemita pienamente condivisa dai sionisti.

Nella creazione dell’immagine del ‘nuovo ebreo’  i sionisti modificarono l’uso della Bibbia trattandola come un libro di storia effettivamente accaduta concentrandosi sul possesso del territorio promesso da “Elohim” a Moshé. Furono soprattutto i movimenti del sionismo socialista ad usare la Bibbia in senso storico da cui, come ammise uno dei loro esponenti, scaturì “il mito del nostro diritto di possedere questa terra” (p. 31). Arrivati in Palestina con simili idee in testa, i coloni non potevano che vedere i legittimi abitanti come degli alieni sebbene i veri stranieri fossero i nuovi arrivati: spulciando negli archivi israeliani ove sono conservati dei diari degli immigrati dei primi del ‘900, Pappé riporta dei passi illuminanti in quanto riflettono il bagaglio culturale orientalista, nel senso di Edward Said, (3) a sua volta mutuato dalla cultura profondamente eurocentrica e/o russocentrica, di cui i coloni e i loro mentori teorici erano zuppi fino al midollo (lo stesso Max Nordau, il vice di Herzl, che pur aveva colto bene la realtà che la Palestina fosse ormai sposata ai palestinesi, era un’espressione estrema e preoccupante dell’eugenismo eurobianco). Se Ilan Pappé avesse preso in considerazione l’antico ma validissimo saggio di Maxime Rodinson, uno dei maggiori mediorientalisti e pensatore marxista, avrebbe trattato il tema del rapporto sionismo e ebraismo con maggiore chiarezza. (4)  Secondo Pappé nel corso della storia varie popolazioni si sono costituite come gruppo nazionale e quindi anche gli ebrei possono passare attraverso un simile processo. Tuttavia, osserva, se ciò implica la spoliazione ed espulsione di un altro popolo la richiesta di autonomia nazionale diventa illegittima. Ma gli ebrei non sono un popolo a sé, essi appartengono alle nazioni dove abitano per cui il sionismo sarebbe rimasto un movimento marginale senza gli eventi in Germania negli anni Trenta e quelli terribili degli anni Quaranta del secolo scorso. A mio avviso Pappé avrebbe dovuto prima smantellare sia l’idea di popolo ebraico, che l’idea di una Terra di Israele, indipendentemente dal fatto che la Palestina fosse abitata o meno. Esplicitamente e stranamente Ilan Pappé non dà importanza all’assioma fondatore del sionismo, vale a dire la presunta continuità tra gli ebrei dell’antichità e quelli degli ultimi duemila anni. Egli afferma, a ragione, che anche altri casi di colonialismo di insediamento hanno visto i loro fautori appellarsi a concezioni religiose. A mio avviso, la demolizione che la leggenda della continuità tra ebrei antichi e moderni ha subito dal lato storico-antropologico è molto importante, a cominciare da Koestler 50 anni or sono, per arrivare a Shlomo Sand, docente di Storia all’Università di Tel Aviv autore di due recenti volumi sul tema. (5)

Tutti i sionisti hanno sostenuto, e – se non fossero ormai dominati da una visione biblico-religiosa della Palestina alla stregua dei fondamentalisti cristiani negli USA – ancora sosterrebbero, che il loro movimento deve essere considerato come un movimento nazionale, al pari di quello risorgimentale italiano e, per alcuni segmenti, addirittura rivoluzionario in senso socialista. Infatti nel 1920  il partito sionista marxista Paolé Zion fu invitato alla conferenza di Baku, il primo vero e proprio congresso mondiale anticolonialista, organizzata dal governo sovietico e diretta da Grigorii Zinoviev. In quell’occasione si precisò ulteriormente la differenza tra la questione nazionale dal punto di vista marxista rispetto al sionismo. Il documento presentato da Poalé Zion, che sosteneva la colonizzazione ebraica, fu l’unico a ricevere una lunga risposta severamente critica da parte del Partito Comunista russo, PC(b).

I sionisti non considerano dunque la loro ideologia e movimento politico come appartenente alle correnti del colonialismo da insediamento volto inevitabilmente a spodestare la popolazione locale. Il quarto capitolo del volume si propone pertanto di sfatare il mito secondo il quale il sionismo non é colonialismo. Sul piano storico concreto la demolizione risulta assai facile. Ogni persona razionale capisce che c’era una popolazione preesistente, che l’organizzazione dell’insediamento dei coloni, in particolare l’Agenzia Ebraica, si incaricava di acquistare le terre, e sfrattarne i residenti per adibirle unicamente alla costruzione di insediamenti ebraici. Così, ad esempio, nacque Tel Aviv nel 1909. La Naqba cominciò subito, addirittura prima della fondazione ufficiale del movimento sionista. Di fronte a tale realtà la reazione sionista si incentra sull’affermazione della priorità ebraica in quanto gli ebrei avrebbero il diritto e, secondo l’ideologia sionista mai emendata, il dovere  di  ritornare alla loro legittima terra. Un ulteriore pilastro della posizione sionista risiede nella negazione del carattere  storico e permanente della presenza palestinese sul territorio presentandola come labile e circonstanziale in un paese sostanzialmente disabitato e arretrato. Il tutto poi si condensava nei tre slogan delle organizzazioni coloniali sioniste operanti in Palestina: conquista della Terra, lavoro ebraico, produzione nazionale. Si intende ovviamente solo produzione dello Yishuv ebraico, (Yishuv significa insediamento), con la quale si preconizza la formazione di uno Stato nazionale esclusivamente ebraico. Da ciò scaturisce la posizione storiografica ufficiale israeliana che, come scrive Pappé “rifiuta ai Palestinesi perfino un modico di diritto morale a resistere alla colonizzazione ebraica della loro patria che iniziò nel 1882” (p.43). Il capitolo mostra come ogni atto della colonizzazione abbia sistematicamente comportato la spoliazione dei palestinesi. Pappé riporta che la popolazione locale accolse positivamente i primi arrivi stabilendo con gli immigrati dei buoni rapporti non ricambiati dai coloni. Fu quando emerse la volontà sionista di espropriare i fellahin – contadiniche cominciarono gli scontri. In Israele i moti del 1921 e del 1929, in quest’ultimo caso ci furono delle uccisioni di ebrei a Hebron, vengono raccontati come esplosioni di antisemitismo ma in realtà la loro natura fu diversa. Su questo punto Pappé apporta un chiarimento molto importante. Nel 1928 le autorità britanniche proposero una rappresentanza paritetica tra ebrei dello Yishuv e i palestinesi.  Fino al 1928 i dirigenti dello Yishuv erano favorevoli a tale rappresentanza mentre i leader palestinesi erano contrari. Ma, sottolinea Pappé, nel 1928 la dirigenza palestinese accettò la proposta britannica e furono invece le organizzazioni sioniste a rifiutarla. L’insurrezione palestinese del 1929 nacque da questo rifiuto. Avviandosi alla conclusione del capitolo Pappé scrive che “il Sionismo può essere presentato come un movimento di insediamento coloniale ed il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista” (p.47).

DALLA SPOLIAZIONE ALL’ESPULSIONE SISTEMATICA

Dall’inizio della colonizzazione fino al 1945 le organizzazioni sioniste erano riuscite ad accaparrarsi non più del 7% del territorio della Palestina mandataria con una popolazione ebraica che assommava a mezzo milione di persone su un totale di 2 milioni. In aiuto al progetto sionista vennero le Nazioni Unite che, con l’Unione Sovietica in prima fila e in maniera molto più decisa degli USA, posero le basi per la spoliazione dei palestinesi, proponendo la spartizione della Palestina in due Stati. Allo Stato ebraico, con una popolazione minoritaria rispetto all’insieme della Palestina, sarebbe andato il 55% del territorio mentre all’interno stesso dello Stato ebraico la popolazione palestinese ammontava al 45% del totale. La destra nazionalista sionista, il cui referente maggiore fu il giornalista di Odessa, inizialmente totalmente russofono, Vladimir Jabotinski, ha sempre sostenuto molto apertamente che la Palestina – quantomeno dal Giordano al Mediterraneo, quindi l’area che oggi costituisce l’intero territorio sotto il controllo d’Israele – dovesse essere ebraica nella totalità o quasi della popolazione. Pertanto i seguaci di Jabotinski hanno sempre auspicato un trasferimento concordato della popolazione palestinese oltre il Giordano, tanto erano ‘arabi’ come gli abitanti dei paesi vicini. Un ottimo esempio di ciò che Edward Said ha definito come ‘orientalismo’. Della stessa esatta posizione erano i sionisti socialisti, specialmente l’ala facente capo a David Ben Gurion, di gran lunga maggioritaria. La differenza riguardo i nazionalisti consisteva nel fatto che i sionisti socialisti non lo dicevano apertamente esprimendo la loro posizione in scritti, memorie e dichiarazioni all’interno degli organismi delle loro istituzioni tramite le quali controllavano in tutto e per tutto la vita dello Yishuv. In tal senso Pappé riporta affermazioni di Ben Gurion e quelle del maggiore ideologo in situ dell’espansione coloniale sionista, il socialista Berl Katzenelson. Anche per i sionisti socialisti  il trasferimento (espulsione) degli ’arabi’ doveva avvenire fuori dalla Palestina e quando nel 1937 gli inglesi proposero di spostare dei palestinesi all’interno stesso dei territori mandatari sia Ben Gurion che Katzenelson espressero il loro disappunto: per loro le destinazioni degli abitanti della Palestina dovevano essere la Siria e l’Iraq.  E’ da sottolineare che per trasferimento concordato della popolazione ‘araba’ della Palestina verso i paesi ‘arabi’ si intendeva un accordo di espulsione da raggiungere con le autorità di detti paesi sopra la testa della popolazione palestinese la quale, come già successe con la famigerata “dichiarazione Balfour” del 1917, non doveva in alcun modo essere interpellata. Lo storico palestinese-israeliano Nur Masahla in due ottimi lavori ha analizzato sia la formulazione da parte sionista dell’idea di trasferimento della popolazione autoctona, che il terreno e le condizioni di attuazione violenta nel 1948. (6) I suoi lavori si accompagnano benissimo col noto volume di Ilan Pappé sulla pulizia etnica della Palestina.

Nel 1937, riporta Pappé, in una lettera a suo figlio Amos, Ben Gurion aveva già preconizzato l’eventualità di un’espulsione violenta dei legittimi abitanti della Palestina. Questa avvenne dal dicembre del 1947 alla fine del 1948 ed é nota col termine di Naqba che in arabo significa catastrofe. Il governo del neo-Stato di Israele era ben consapevole dell’enormità di ciò che aveva combinato, soprattutto in considerazione della risoluzione dell’ONU 194 votata nel dicembre del 1948 che menzionava il diritto dei profughi di ritornare alle loro case ed a ricevere degli indennizzi. La risoluzione dell’ONU riconosceva di fatto responsabilità di Israele nel causare l’esodo, fermandosi però ad un passo dalla richiesta di misure di pressione e anche qui grazie soprattutto al lavoro pro-israeliano della delegazione sovietica dato che allora Stalin attribuiva la colpa della guerra del 1948 interamente ai paesi arabi ed alla Gran Bretagna. In tale contesto, il governo israeliano si pose il problema di come reagire alla questione dei profughi palestinesi sul piano dell’immagine e dei rapporti internazionali. Nacque così il mito di un esodo palestinese eterodiretto dai governi ‘arabi’ alimentato dalla promessa di ritornare vincitori. Il quinto capitolo del libro di Pappé intende smantellare tale mito e così facendo ci svela delle informazioni importanti circa l’attendibilità delle fonti storiografiche israeliane.

E’ doveroso dire che la parte di questo mito riguardo l’appello dei governi arabi alla popolazione palestinese – delle zone corrispondenti allo Stato ebraico proposto dalla commissione dell’ONU – a lasciare le loro case, venne dimostrata falsa già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da un giornalista irlandese della BBC, Erskine Barton Childers che sull’argomento scrisse nel 1961 un famoso articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator. (7) Più recentemente l’esistenza di esortazioni a partire è stata smentita anche da uno storico statunitense molto filo-israeliano, Howard Sachar, il quale, nel suo noto libro di testo sulla storia di Israele, ha scritto di aver cercato delle prove in lungo e in largo senza riuscire a trovarle. (8) Dal canto suo Pappé riporta che dopo l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, David Ben Gurion fece commissionare una ricerca per dimostrare che nel 1948 i palestinesi delle zone assegnate allo Stato ebraico furono sollecitati a partire da appelli in tal senso da parte dei governi vicini. La mossa di Ben Gurion nasceva dal fatto che il neopresidente USA aveva aumentato le pressioni su Israele affinché si decidesse a risolvere la questione dei profughi del 1948. A Ben Gurion serviva della documentazione che scagionasse Israele da ogni responsabilità.

La vicenda della ricerca commissionata dal governo israeliano è assai interessante in quanto le conclusioni firmate dal responsabile della ricerca, Rony Gabay, che poco più tardi emigrerà per sempre in Australia per diventare un docente alla University of Western Australia a Perth, non corrispondono a quanto egli avesse realmente scritto nella sua relazione conclusiva, pertanto oscurata.  Nel 2013 un giornalista di Ha-aretz, Shay Hazkani, rivelò al pubblico l’intera storia intervistandone i protagonisti. Nella sua ricerca Gabay, cui era stato permesso l’accesso a documenti riservati, non aveva trovato alcuna prova riguardo i presunti appelli da parte dei governanti ed i media arabi. Le cause dell’esodo furono individuate nelle espulsioni, nelle minacce e nell’intimidazione della popolazione palestinese, cause ribadite nella ricerca di dottorato poi svolta da Gabay.  Nel rapporto finale firmato da Gabay l’esodo di massa é invece attribuito agli appelli dall’esterno. Intervistato da Ha-aretz, Gabay ha ribadito le conclusioni originarie della sua ricerca, nonché di non aver mai scritto il rapporto su cui, invece, appare la sua firma. La verità consiste nel fatto che le conclusioni iniziali non piacquero a Ben Gurion che ne ordinò la riscrittura effettuata da Moshé Maoz, uno dei maggiori orientalisti israeliani che oggi ha delle posizioni molto diverse di quelle ufficiali di allora le quali, piuttosto che la documentazione oggettiva, guidarono le conclusioni consegnate a Ben Gurion nel 1962. Tra le altre cose la vicenda testimonia del fatto che l’affidabilità degli archivi israeliani – la cui costruzione riflette sempre l’obiettivo colonizzatore dei dirigenti e delle istituzioni del paese – é alquanto problematica. Nur Masalha nei suoi lavori è stato un critico puntuale dell’affidabilità dei suddetti archivi mostrando come spesso offuschino le cause della Naqba.

Nel capitolo in discussione, Pappé sottolinea come la guerra del 1948, ufficialmente iniziata dagli Stati arabi all’ indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele il 14 maggio, non fu la causa principale dell’esodo dato che oltre la metà di questo era avvenuta già a fine aprile. Inoltre, scrive Pappé, la guerra fu indotta dalla pulizia etnica che da mesi la dirigenza sionista stava conducendo in Palestina. Secondo Pappé é sbagliato pensare che il governo israeliano fosse intenzionato ad arrivare ad un accordo. Nell’arco della sua storia Israele ha mostrato di rifiutare il piano di pace contenuto nella risoluzione dell’ONU 194, approvata questa volta senza opposizione araba, dell’11 dicembre del 1949 che richiedeva, come parte dell’accordo, il rientro incondizionato dei profughi palestinesi alle proprie case, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la la ridefinizione territoriale dei due Stati sulla base delle nuove realtà. Tuttavia proprio durante il periodo della guerra Ben Gurion raggiunse un patto segreto col re hashemita Abdullah circa la spartizione dello Stato Palestinese tra Israele e la Giordania accordandosi quindi sulla sua cancellazione. Analogamente il governo israeliano rifiuterà di prendere in considerazione le proposte siriane del 1949, i tentativi di Nasser alcuni anni dopo (tramite il leader maltese Dom Mintoff), il tentativo di Kissinger del 1972 di mediare col monarca hashemita Hussein riguardo lo status della Cisgiordania, nonché di prendere in considerazione la dichiarazione pubblicamente espressa dal presidente egiziano Anwar Sadat secondo la quale o si intavolavano dei negoziati affinché Israele evacuasse il Sinai, oppure la guerra – che effettivamente scoppiò nell’ottobre del 1973 – sarebbe diventata inevitabile.  Questo é, a mio avviso, il principale capitolo del libro. Esso si conclude con delle considerazioni da parte dell’autore circa la necessità di arrivare ad un riconoscimento giuridico ufficiale della Naqba per dar vita ad un processo simile a quello avvenuto in Sudafrica.

Il sesto ed il settimo capitolo possono essere esaminati congiuntamente. Molti dei temi del settimo, che tratta del mito di Israele come unico Stato democratico nel Medioriente, appartengono in realtà alla fase storica che va dal 1949 alla guerra del giugno 1967 nei confronti della quale il sesto capitolo si propone di smontare l’idea che fosse stata una guerra preventivo-difensiva imposta dalla concentrazione di truppe egiziane nel Sinai. Molto opportunamente Pappé rimonta al 1960 in cui si verificò una situazione analoga con Nasser che inviò delle truppe nel Sinai. Il contesto era il medesimo del 1967: il tentativo di Israele di impossessarsi delle acque del Giordano alle sue fonti, nonché della zona smilitarizzata al confine con le alture del Golan. Ciò portava a ripetuti scontri militari con la Siria che allora faceva parte con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Perché dunque la guerra non scoppiò nel 1960? Il fatto che in quell’occasione Nasser non avesse richiesto lo sgombero delle forze dell’ONU dagli Stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso, non può essere preso come l’elemento principale di differenza tra i due eventi. Infatti l’azione di Nasser nel 1960 costituiva una violazione degli accordi presi dopo la guerra franco-anglo-israeliana del 1956. Mentre USA e URSS avevano imposto ai due vecchi rottami euroimperialisti un ritiro immediato e senza condizioni, per sloggiare Ben Gurion dal Sinai e dalla striscia di Gaza ci vollero oltre due mesi. Il ritiro di Israele avvenne dopo che il Sinai fu dichiarato zona smilitarizzata sotto garanzia dell’ONU, con i caschi blu posti a sorveglianza degli Stretti di Tiran al fine di assicurare il libero passaggio delle navi israeliane provenienti dal Mar Rosso e dirette al piccolissimo porto di Eilat, vicino ad Aqaba. Sebbene i ‘falchi’ israeliani mordessero il freno, Ben Gurion, ossessionato di trovarsi con troppa popolazione araba sotto giurisdizione israeliana, vietò nel 1960 tassativamente ogni azione militare globale. In questo fu aiutato dal Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld  il quale criticò duramente Nasser per la violazione dello status del Sinai esigendo ed ottenendo il ritiro delle forze egiziane.

Al cospetto degli eventi di sette anni prima la situazione sviluppatasi da marzo a giugno del 1967 si situava in un contesto interno israeliano completamente diverso. Ben Gurion, osserva Pappé, aveva lasciato la direzione del paese e questa volta per sempre e ciò aveva ridato fiato ai ‘falchi’, cioè a coloro che ambivano alla conquista definitiva di tutta la Palestina. Sul piano regionale Nasser si trovava a combattere contro l’Arabia Saudita nello Yemen e la performance militare egiziana non era tra le migliori. Inoltre il governo israeliano era molto preoccupato dai movimenti nazionalistici palestinesi anti-Hussein in Cisgiordania, che si svolgevano ad ondate crescenti dal 1963. Pappé si concentra prevalentemente sulla volontà dei ‘falchi’ di conquistare la Cisgiordania e completare così l’operazione del 1948. E’ necessario quindi approfondire la presentazione del quadro politico che precedette la guerra del 1967.

Ad indebolire il regime hashemita fu la sua passività nei confronti delle violente operazioni di rappresaglia israeliane in risposta a tentativi di infiltrazione e di rientro di contadini palestinesi resi profughi sia dalla Naqba del 1948 sia dalla conquista, dopo il 1949, da parte dell’esercito israeliano della zona cuscinetto smilitarizzata stabilita con gli accordi di Rodi del 1949. In questo caso furono i kibbutzim – spesso appartenenti all’estrema sinistra sionista – ed i moshavim a spingere per ripulire i territori di frontiera dai palestinesi rimasti (che avrebbero dovuto essere cittadini di Israele) e prendersi di conseguenza le loro terre. Vi fu quindi una seconda e meno conosciuta Naqba anche negli anni successivi alla fine della guerra del 1948. Con la formazione nel 1964 di Al-Fatah fondato e diretto da Yasser Arafat iniziarono una serie di attività basate prevalentemente sulla posa di mine sulle strade lungo la linea armistiziale del 1949 chiamata linea verde, creando in tal modo nuove occasioni rappresaglie israeliane sempre dirette contro i civili palestinesi. L’11 novembre del 1966 una camionetta dei reparti di frontiera saltò in aria lungo la linea verde, causando la morte di tre soldati israeliani. Due giorni dopo Israele lanciò un’operazione di rappresaglia contro il villaggio di Samu, a sud di Hebron, investendo ed uccidendo forze giordane, facendo esplodere decine di abitazioni e sequestrando circa un centinaio di civili. Bisogna tener presente che dal 1963 erano in corso  incontri segreti tra Re Hussein di Giordania e Golda Meir e Abba Eban per arrivare ad accordi di pace e di sicurezza riguardo le frontiere. L’operazione di Samu, in cui Israele attaccò violentemente l’esercito e la polizia della Giordania mentre essi facevano di tutto per impedirne le infiltrazioni in Israele, ebbe tre effetti. Da un lato mandò in frantumi il lavorio dei contatti tra le due parti, dall’altro indebolì enormemente la posizione di Hussein di Giordania che dovette far fronte a massicce manifestazioni di protesta. Ma é il terzo aspetto ad essere il più rilevante. L’operazione contro il villaggio di Samu convinse il comando israeliano che per conquistare la Cisgiordania sarebbe bastata una forza militare assai ridotta.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Sebbene l’attacco a Samu sia considerato come un elemento importante nel percorso che porterà al conflitto militare generalizzato, la chiusura del cerchio avvenne nuovamente sul fronte siriano. La dinamica la rivelò proprio uno dei principali falchi, Moshé Dayan in un’intervista a Yediot Aharonot del 1976, ma pubblicata solo oltre vent’anni dopo il 27 aprile del 1997. Nell’intervista Dayan é perentorio: la Siria, afferma, non é mai stata una minaccia per Israele. Egli continua dicendo che ogni anno, all’inizio della stagione agricola, l’esercito israeliano mandava un trattore nella zona smilitarizzata al confine spingendolo sempre più avanti fintanto che i siriani non cominciavano a sparare e a quel punto Israele faceva intervenire l’esercito e l’aviazione. Nel 1967 lo scontro  – che, afferma Dayan, era per l’80% dei casi provocato da Israele – si spinse molto avanti con una battaglia aerea in aprile sui cieli di Damasco assieme a bellicose dichiarazioni da parte di alti militari israeliani riguardo un eventuale colpo al regime baathista. Fu in questo contesto che Nasser inviò le truppe nel Sinai, chiedendo poco dopo il ritiro dei caschi blu dell’ONU dagli stretti di Tiran. Infatti, malgrado lo scioglimento in precedenza della Repubblica Araba Unita, l’Egitto rimaneva legato alla Siria da un patto di alleanza. Ed é qui che sorge la questione del pericolo mortale che doveva fronteggiare Israele giustificando così l’attacco aereo scatenato il 5 giugno del 1967.

In maniera sorprendente Pappé tratta della questione senza alcun mordente perdendosi in osservazioni di dettaglio. Stranamente non menziona il grande dibattito sul pericolo di sterminio che si sviluppò sulla stampa israeliana, ed esclusivamente in ebraico, dopo la vittoria nella guerra di giugno. Il mito che Israele stesse correndo un rischio mortale per cui l’attacco del 5 giugno fu un’operazione preventiva dettata dalla necessità – non vogliamo un pollice di territorio arabo dichiarò Dayan confermando appunto nei fatti questa posizione, si fa per dire – fu smantellato per intero da quel dibattito diretto prevalentemente da generali che durò dal mese di febbraio del 1968 addirittura fino al 1972. Uno dopo l’altro, generali come Itzhak Rabin, capo di Stato maggiore durante la guerra, Haim Bar-Lev, un altro capo di Stato maggiore, Ezer Weizmann, capo del settore operativo, Maititiahu Peled, comandante dei sistemi logistici, affermarono senza mezzi termini che alla vigilia della guerra l’esistenza di Israele non era assolutamente in pericolo. Il più succinto e preciso fu il generale Ezer Weizmann che dal 1993 al 2000 diventerà il presidente dello Stato di Israele. Su Maariv del 4 aprile del 1972 Weizman dichiarò che “non c’é mai stato alcun pericolo di sterminio. Questa ipotesi non venne mai presa in considerazione in alcuna riunione importante”. (9) Nella fatidica riunione del gabinetto del Primo Ministro Levi Eshkol nella notte tra il primo ed il 2 giugno Matitiahu Peled ricoprì il ruolo principale nello spingere il governo ad attaccare. Il figlio di Peled, Miko, da anni residente in California e attivista in favore dei diritti dei palestinesi, é andato a spulciare nei verbali desecretati delle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’epoca. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico). La guerra del 1967 non fu una scelta obbligata, scaturì dalla volontà di terminare l’opera del 1948 e nel caso dell’aggressione alla Siria, come racconta Dayan nella succitata intervista, dalla cupidigia colonialista dei kibbutzim – quindi della sinistra israeliana di cui i kibbutzim erano l’asse portante anche sul piano militare – verso le terre agricole e le fonti acquifere del Golan, cosa che richiedeva non solo l’occupazione dell’altipiano ma anche l’espulsione della sua popolazione arabo-druza, puntualmente effettuata.

Prima parte (Continua)

Note

1 Ilan Pappé era originariamente docente di storia presso l’Università di Haifa. Nell’estate del 2006 accettò una cattedra presso la University ofExeter ove insegna tutt’ora. La partenza da Haifa fu dovuta ad un clima di intolleranza verso le sue ricerche e le sue attività, al punto tale di ricevere delle minacce di stile mafioso. Inoltre il direttore del suo dipartimento aveva descritto le sue posizioni come un tradimento sul campo di battaglia. L’università di Haifa aprì nei suoi confronti una procedura per diffamazione poi sospesa ma non chiusa. Pappé che inizialmente proveniva dal sionismo di sinistra per poi abbandonarlo del tutto, ha raccontato la sua esperienza a Haifa nel volume autobiografico Out of the Frame, London: Pluto Press, 2010. Una chiara recensione del libro autobiografico si trova sulla rivista britannica Ceasfire al link seguente: https://ceasefiremagazine.co.uk/book-review-pappe/

2 Khalid, Rashidi: Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness, Columbia University Press, 1997. Negli USA lopera ha ricevuto dei premi importanti.

3 Edward Said, Orientalismo. L ’ immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 395

4 Maxime Rodinson: Israel fait colonial? in: Les Temps Modernes, 1967, no. 253 BIS, pp. 17-88.

5 Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico, Milano: Rizzoli 2010; nonché: The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, London: Verso, 2014. Le ricerche di Sand toccano gli aspetti geografici e antropologici della storia degli ebrei antichi. Egli svolge le seguenti osservazioni. (1) Non vi fu alcuna deportazione della popolazione palestinese, ebraica quindi, da parte dei romani. Le legioni non producevano cibo ma ne avevano bisogno e questo proveniva dalla terra lavorata dai contadini palestinesi (dagli ebrei) del tempo. (2) Sand stima a 4 milioni le persone di religione ebraica su un’area che andava dalla Persia alla Mesopotamia, alla Palestina, allo Yemen financo all’ Africa centrale. Si tratta di un numero enorme data l’epoca che non poteva essere raggiunto senza azioni di proselitismo. Pertanto la stragrande maggioranza delle persone di religione ebraica non aveva nulla a che vedere con la Palestina. (3) la scarsa consistenza di ebrei in Palestina all’epoca dell’arrivo dei primi coloni sionisti, era dovuta alla loro conversione all’Islam attraverso i secoli. Sand riporta che Ben Gurion ne era consapevole il quale affermò che i palestinesi moderni erano i discendenti degli antichi ebrei. (4) Il mito della discendenza degli ebrei moderni dall’antichità é stato creato da ebrei sionisti di estrazione ashkenazita prevalentemente abitanti dell’impero zarista. A tal proposito Sand sostiene la stessa tesi di Arthur Koestler circa la conversione in massa all’ebraismo della popolazione khazara originaria del Mar Caspio. In tal senso considero rilevanti anche le ricerche condotte dagli eminenti archeologi israeliani Israël Finkelstein e Neil Asher Silberman : La Bible dévoilé e : Les Nouvelles révélations de larchéologie, Paris: Bayard, 2002; ristampato nelle edizioni tascabili FOLIO della Gallimard.

6 Nur Masalha: Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 . Beirut: Institute of Palestine Studies, 1992; A Land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians, 1949-96. London: Faber & Faber, 1997.

7 https://web.archive.org/web/20091015133337/http://www.users.cloud9.net/~recross/israel-watch/ErskinChilders.html

8 https://archive.org/details/HistoryOfIsraelFromTheRiseOfZionismToOurTimeAHowardMSachar1977

9 Lelenco delle dichiarazioni degli esponenti militari e politici israeliani del periodo si trova tradotto in inglese sul sito di Alan Hart:

http://www.alanhart.net/the-lies-about-the-1967-war-are-still-more-powerful-than-the-truth-2/

 

thanks to: Brescia Anticapitalista

Il padre dell’antisemitismo: Theodor Herzl

Il fondatore del sionismo incoraggiò l’antisemitismo per manipolarci!

“È essenziale che le sofferenze degli ebrei … peggiorino … ciò agevolerà la realizzazione dei nostri piani … Ho una ottima idea … Provocherò i sentimenti di antisemitismo in modo da distruggere il patrimonio degli ebrei … Gli antisemiti quindi ci assisteranno intensificando la persecuzione e l’oppressione degli ebrei. Gli antisemiti saranno i nostri migliori alleati.” — Theodor Herzl, fondatore del sionismo, 1897.

Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

Are Jews White?

In his latest radio segment Rabbi Yaakov Shapiro brings down compelling arguments on the topic “Are Jews White?”.
Here is a summary of the Rabbi’s show. In case you missed it you can listen to the recording below.

Tune in December 22nd from 9:30-10pm to Rabbi Shapiro’s latest segment “Is Jerusalem the Jewish Capital?” live on WSNR 620 AM or by calling 616-597-1984.

“Are Jews White?” with Rabbi Yaakov Shapiro

Recently, in Texas, a “Rabbi” representing Hillel (a Zionistic Jewish campus organization) lost an argument with a Neo-Nazi… about Judaism. Richard Spencer, the leader of the National Policy Institute (a USA-based white supremacist organization) was giving a speech about his desire for the United States to become a white supremacist nation, one that excludes Black people, Jews, Mexicans, and any other racial minority.

The “Rabbi” stood up in the middle of Spencer’s speech and said to him: “You are teaching radical exclusion, I teach radical inclusion, let’s learn Torah together.”. Spencer quickly replied: “Do you really want radical inclusion in the State of Israel? Be honest… Jews have continued to exist because of radical exclusion; they refused to intermarry with the gentiles. I respect that, you have a culture and that is what I want for my people (white people)”. The “Rabbi” stumbled and did not have a rebuttal for Spencer.

Basically what Richard Spencer argued was that the State of Israel does not want Jews to be a minority. They want to have a Jewish majority to keep their culture “pure”. If you believe that there should be a Jewish state in Israel then why can’t the white supremacists have a WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) state over here? The Jewish people are their model as they have succeeding in creating a State for themselves.

The “Rabbi” did not have an answer for Spencer. The next day he told reporters that he simply isn’t an experienced debater. He squashed his argument in 30 seconds- The Neo-Nazi destroyed the “Rabbi’s” argument using a coherent argument.

The Rabbi was not actually talking to the Neo-Nazi about Judaism- he was talking about Zionism. Jews and Nazis agree on one thing: Israel represents the Jews and the Jews are a religion/nation/race. What does Israel have to do with Torah Judaism? The Jews did not create the state, the Zionists did. Jews are members of a religion – Zionists are members of a political movement. When one of Rabbi Shapiro’s student’s was in law school, a professor said that in Israel they allow torture. A religious, Jewish student argued that torture is against Judaism. Everyone was confused and thought that Israeli law is Jewish law. It’s not.

Many articles have been written recently by various Zionists claiming that the Jewish people are not white- they are an ethnicity called Jewish. The truth is that Jews are not an ethnicity, you can’t convert to an ethnicity. Jews can be Black, White, Asian, etc. The Jewish people are only a people because of the Torah. If we didn’t have the Torah we wouldn’t be Jews. The only reason we exist as Jews is because of our religion. For thousands of years this is how the Jewish people understood themselves.

Then came the Zionists who said that the Jewish people are not a religion. They wanted to be atheists but we still want to be “Jews”. Herzl had an idea that in order to fix the Jews he will convert all the Jews to Christianity. He quickly realized that it was easier to assimilate then to stage a mass coversion. Assimilation didn’t work because the non-Jews persecuted them anyway, even though they weren’t religious. When the assimilated saw that it didn’t work, they came up with Plan-B: Zionism.

Zionism means that Jews are going to become a nation with a culture. However, Torah Jews don’t have a culture, there are all kinds of different Jewish cultures. Yemenite Jews, Hungarian Jews, Moroccan Jews, etc. We don’t even have a common language as most Jews do not speak biblical Hebrew. The only thing that we have in common is our religion. We don’t even have a common land as we are in exile.

The founders of Zionism created a language, which is a national characteristic (Ivrit) because they wanted to create a culture. They created a land- “Israel”. They rewrote Jewish history and said they are now the real Jews; the nation of Israel.

Many people (Zionists included) don’t realize that you can’t be an atheist Jew just like you can’t be an atheist Muslim or Christian. However, if you asked an atheist what makes you a Jew they may say “I’m a national Jew” – do you live in Israel “no” they what makes you a Jew? “Well I’m an ethnic Jew” but there are Chinese Jews. Jews have no ethnic characteristics. There are Zionists that say Judaism is a tribe. That can’t be though because tribal affiliations go by the father. But if that’s the case then why does Judaism go through the mother?

The Nazis also wanted the Jews to be a race, not a religion. Nazis are racist antisemites and they want to exclude Jews from their countries. They view them as an ethnic minority. The Zionists and the antisemites have common ground. They say that Judaism is a race. Torah authorities say that those who believe in Jewish Nationalism are idol worshippers. You could even eat kosher, put on tefillin, you are still an idol worshipper. It’s a terrible thing. The nazis where nationalists. We learned how horrible it is because of the Jews who were the victims of this. It is treason against the Jewish people and Hashem (G-d) to believe in Jewish nationalism. The Zionists rewrote history.

When the Zionists started their movement they changed the definition of Judaism. Unfortunately both the Rabbi in Texas and Neo-Nazi Richard Spencer believe in the concept as Jews as a nation.

At the end of the day this is what we have: this new neo-Nazi movement wants to take over the United States and exclude Jews and other minorities. Never mind that the movement is disgusting, the idea that Jews are not white, but are a specific nationality is a racist idea and a Zionist idea. Neo-Nazis quote that in the 1700’s, the beginning of the United States, only free white people were allowed to immigrate. They fail to mention that Jews were included in the founding fathers definition of free white people.

thanks to: True Torah Jews

The Business of Anti-Semitism

Every good marketer will tell you that one of the first steps in selling a product is convincing a prospective buyer of their need for a product and/or service. If the consumer feels no lack in living without this particular object, then the entire impetus to buy is lost. Selling a country to people is no different. With a nation such as “Israel”, whose international reputation leaves much to be desired, they must create an impetus for people to take them seriously on the world stage. The answer – immigration. Though many libels have been directed at the Jewish People throughout their history, idiocy has not been one of them. If there is mass immigration to “Israel” by educated Jews from stable countries then, so the logic goes, there must be something to it. Now another problem rears its ugly head. How does one create an incentive on the other side? How do you persuade Diaspora Jews to move to such a…ummm…peaceful country?

Luckily for those in the Israeli immigration business, there is a solution. Media exposure. By adding their commentary to every minor incident that could possibly be interpreted as anti-Semitism, they create a feeling of uneasiness in Jews everywhere. A recent example is Israeli Knesset member Isaac Herzog’s (Zionist Union Party) statement last week where he expressed outrage, “… over the wave of anti-Semitic incidents and threats in the United States and said Israel should be preparing for the worst – a wave of Diaspora Jews fleeing to the Jewish state. I call on the government to urgently prepare and draw up a national emergency plan for the possibility of waves of immigration of our Jewish brothers to Israel.” Translation to Diaspora Jews: “you’re in grave danger, come over to us before it’s too late!” A decent impetus if there ever was one. Buy or die.

Isaac Herzog is only following tradition. The architect of the Zionist Dream/Nightmare, Theodor Herzl, wrote:

“It would be an excellent idea to call in respectable, accredited anti-Semites as liquidators of property. To the people they would vouch for the fact that we do not wish to bring about the impoverishment of the countries that we leave. At first they must not be given large fees for this; otherwise we shall spoil our instruments and make them despicable as ‘stooges of the Jews.’ Later their fees will increase, and in the end we shall have only Gentile officials in the countries from which we have emigrated. The anti-Semites will become our most dependable friends, the anti-Semitic countries our allies.” (The Complete Diaries of Theodor Herzl. Vol. 1, pg. 83-84)

“Israel’s” first prime minister, David Ben-Gurion, proudly preserved Herzl’s tradition. In an April, 1963, New York Times article he claimed that,

“Jews are in truth a separate element in the midst of the peoples among whom they live – an element that cannot be completely absorbed by any nation – and for this reason no nation can calmly tolerate it in its midst.” Delightful.

When those waiting for an excuse to release a bit of pent-up anti-Jewish feeling strike, then their point is authenticated and they take to the stage to trumpet their premonition of imminent disaster. The cycle becomes ever more vicious till many Jews feel no other alternative than to immigrate. As one French couple, Yohan and Yael Sahal, who moved several months ago to the West Bank settlement of Brukhin, said, “There are terror attacks and anti-Semitism in Paris as well, so it’s better to be in your own land, where at least you’ll have someone to protect you. If you have to be afraid, then at least you should be afraid somewhere that’s your home.” With “Israel” having a violent death rate over 9 times greater than France, the Sahal’s claim that there is “someone to protect you” falls a little flat. Not so strangely, the recent rise in French Jewish immigration to the Zionist State was followed by a sharp rise in anti-Semitic activity in France as a result of “Israel’s” Gaza offensive, Operation Protective Edge. As an aside, the worst year in terms of violent incidents against Jews around the globe in the last two decades was 2009, directly following Operation Cast Lead.

With the anti-Semitism stew bubbling away on the burner, what is the next step? Step in Nefesh B’Nefesh. No can deny that organizations such as Nefesh B’Nefesh are among a select group of marketers. When they recently held their annual “Israel” Mega Event in Manhattan, they drew a larger than ever crowd of more than 1,500, all interested in leaving the hazardous environment of America for the safe shores of “Israel”, where one can live in peace without constantly fearing for ones life (insert sarcasm). The NYC Mega Event isn’t the only one. Nefesh B’Nefesh plans to hold events this year in Toronto, Montreal and Los Angeles.

The constant media exposure which insinuates that the terms “Israel” and “Jew” are somehow synonyms only fortifies the position of both Zionists and Anti-Semites.

Our Sages knew for thousands of years that keeping a low profile is the best defense against bigotry. Over-exposure only gives license to those seeking an excuse to wreak havoc. Out of sight out of mind. True Torah Jews wishes to say this:

Just as our forefathers throughout the long years of our exile wished only to unassumingly serve G-d, so this is our wish. We don’t wish to be headlines on the worlds newspapers or top stories on the evening news. And we don’t wish to be associated in any way, shape or form with the State of “Israel” and their yes-men. This is the sentiment of the hundreds of thousands of Anti-Zionist Jews throughout the world. To “Israel” – leave us alone.

thanks to: True Torah Jews

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST
Article by Rabbi Gedalya Liebermann – Australia
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“Spiritually and Physically Responsible “

From its’ inception, many rabbis warned of the potential dangers of Zionism and openly declared that all Jews loyal to G-d should stay away from it like one would from fire. They made their opinions clear to their congregants and to the general public. Their message was that Zionism is a chauvinistic racist phenomenon which has absolutely naught to do with Judaism. They publicly expressed that Zionism would definitely be detrimental to the well being of Jews and Gentiles and that its effects on the Jewish religion would be nothing other than destructive. Further, it would taint the reputation of Jewry as a whole and would cause utter confusion in the Jewish and non-Jewish communities. Judaism is a religion. Judaism is not a race or a nationality. That was and still remains the consensus amongst the rabbis.

We were given the Holy Land by G-d in order to be able to study and practice the Torah without disturbance and to attain levels of holiness difficult to attain outside of the Holy Land. We abused the privilege and we were expelled. That is exactly what all Jews say in their prayers on every Jewish festival, “Umipnay chatoenu golinu mayartsaynu” – “Because of our sins we were expelled from our land”.

We have been forsworn by G-d “not to enter the Holy Land as a body before the predestined time”, “not to rebel against the nations”, to be loyal citizens, not to do anything against the will of any nation or its honour, not to seek vengeance, discord, restitution or compensation; “not to leave exile ahead of time.” On the contrary; we have to be humble and accept the yoke of exile.

(Talmud Tractate Ksubos p. 111a).

To violate the oaths is not only a sin, it is a heresy because it is against the fundamentals of our Belief. Only through complete repentance will the Almighty alone, without any human effort or intervention, redeem us from exile. This will be after G-d will send the prophet Elijah and Moshiach who will induce all Jews to complete repentance. At that time there will be universal peace.

THE UNHEEDED CRY

All of the leading Jewish religious authorities of that era predicted great hardship to befall humanity generally and the Jewish People particularly, as a result of Zionism. To be a Jew means that either one is born to a Jewish mother or converts to the religion with the condition that he or she make no reservations with regard to Jewish Law. Unfortunately there are many Jews who have no inkling whatsoever as to the duties of a Jew. Many of them are not to blame, for in many cases they lacked a Jewish education and upbringing. But there are those who deliberately distort the teachings of our tradition to suit their personal needs. It is self understood that not just anyone has the right or the ability to make a decision regarding the philosophy or law of a religion. Especially matters in which that person has no qualification. It follows then that those individuals who “decided” that Judaism is a nationality are to be ignored and even criticized. It is no secret that the founders of Zionism had never studied Jewish Law nor did they express interest in our holy tradition. They openly defied Rabbinical authority and self-appointed themselves as leaders of the Jewish “nation”. In Jewish history, actions like those have always spelled disaster. To be a Jew and show open defiance of authority or to introduce “amendment” or “innovation” without first consulting with those officially appointed as Jewish spiritual leaders is the ideal equation to equal catastrophe. One can not just decide to “modernize” ancient traditions or regulations. The spiritual leaders of contemporary Judaism better known as Orthodox rabbis have received ordination to judge and interpret matters pertaining to the Jewish faith. These rabbis have received their rights and responsibilities and form a link in the unbroken chain of the Jewish tradition dating all the way back to Moses who received the Torah from Almighty G-d Himself. It was these very rabbis who, at the time of the formation of the Zionist movement, foresaw the pernicious outcome that was without a doubt lined up. It was a man possessing outstanding Judaic genius, and a level of uncontested holiness who enunciated the Jewish stance regarding Zionism.

This charismatic individual, the Rebbe of Satmar, Grand Rabbi Joel Teitelbaum, did not mince any words. Straight to the point he called Zionism “the work of Satan”, “a sacrilege” and “a blasphemy”. He forbade any participation with anything even remotely associated with Zionism and said that Zionism was bound to call the wrath of G-d upon His people. He maintained this stance with unwavering bravery from the onset of Zionism whilst he was still in Hungary up until his death in New York where he lead a congregation numbering in the hundreds of thousands. Grand Rabbi Teitelbaum, scion to a legacy of holy mystics and Hassidic Masters unfortunately had his prediction fulfilled. We lost more than six million of our brothers, sisters, sons and daughters in a very horrible manner. This, more than six million holy people had to experience as punishment for the Zionist stupidity. The Holocaust, he wept, was a direct result of Zionism, a punishment from G-d.

IT IS COMMON KNOWLEDGE THAT ALL THE SAGES AND SAINTS IN EUROPE AT THE TIME OF HITLER’S RISE DECLARED THAT HE WAS A MESSENGER OF DIVINE WRATH, SENT TO CHASTEN THE JEWS BECAUSE OF THE BITTER APOSTASY OF ZIONISM AGAINST THE BELIEF IN THE EVENTUAL MESSIANIC REDEMPTION.

But it doesn’t end there. It wasn’t enough for the Zionist leaders to have aroused the wrath of G-d. They made a point of displaying abysmal contempt for their Jewish brothers and sisters by actively participating in their extermination. Just the idea alone of Zionism, which the rabbis had informed them would cause havoc, was not enough for them. They made an effort to pour fuel on an already burning flame. They had to incite the Angel of Death, Adolf Hitler. They took the liberty of telling the world that they represented World Jewry. Who appointed these individuals as leaders of the Jewish People?? It is no secret that these so-called “leaders” were ignoramuses when it came to Judaism. Atheists and racists too. These are the “statesmen” who organized the irresponsible boycott against Germany in 1933. This boycott hurt Germany like a fly attacking an elephant – but it brought calamity upon the Jews of Europe. At a time when America and England were at peace with the mad-dog Hitler, the Zionist “statesmen” forsook the only plausible method of political amenability; and with their boycott incensed the leader of Germany to a frenzy. Genocide began, but these people, if they can really be classified as members of the human race, sat back.

“No Shame”

President Roosevelt convened the Evian conference July 6-15 1938, to deal with the Jewish refugee problem. The Jewish Agency delegation headed by Golda Meir (Meirson) ignored a German offer to allow Jews to emigrate to other countries for $250 a head, and the Zionists made no effort to influence the United States and the 32 other countries attending the conference to allow immigration of German and Austrian Jews. [Source]

On Feb 1, 1940 Henry Montor executive vice-President of the United Jewish Appeal refused to intervene for a shipload of Jewish refugees stranded on the Danube river, stating that “Palestine cannot be flooded with… old people or with undesirables.” [Source]

Read “The Millions That Could Have Been Saved” by I.DombIt is an historical fact that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that: a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

The Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

The answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments: a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees. b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war. c) No ransom will be paid This response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

These treacherous Zionist leaders betrayed their own flesh and blood. Zionism was never an option for Jewish salvation. Quite the opposite, it was a formula for human beings to be used as pawns for the power trip of several desperadoes. A perfidy! A betrayal beyond description!

In 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved. The same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

The British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

On December 17, 1942 both houses of the British Parliament declared its readiness to find temporary refuge for endangered persons. The British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany. This motion received within two weeks a total of 277 Parliamentary signatures. On Jan. 27, when the next steps were being pursued by over 100 M.P.’s and Lords, a spokesman for the Zionists announced that the Jews would oppose the motion because Palestine was omitted. [Source]

On Feb. 16, 1943 Roumania offered 70,000 Jewish refugees of the Trans-Dniestria to leave at the cost of $50 each. This was publicized in the New York papers. Yitzhak Greenbaum, Chairman of the Rescue Committee of the Jewish Agency, addressing the Zionist Executive Council in Tel Aviv Feb. 18 1943 said, “when they asked me, “couldn’t you give money out of the United Jewish Appeal funds for the rescue of Jews in Europe, I said NO! and I say again, NO!…one should resist this wave which pushes the Zionist activities to secondary importance.” On Feb. 24, 1943 Stephen Wise, President of the American Jewish Congress and leader of the American Zionists issued a public refusal to this offer and declared no collection of funds would seem justified. In 1944, the Emergency Committee to Save the Jewish People called upon the American government to establish a War Refugee Board. Stephen Wise testifying before a special committee of Congress objected to this proposal. [Source]

During the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizman, the first “Jewish statesman” stated: “The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important”. Weizman’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation “One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

And then, after the bitterest episode in Jewish history, these Zionist “statesmen” lured the broken refugees in the DP camps to remain in hunger and deprivation, and to refuse relocation to any place but Palestine; only for the purpose of building their State.

In 1947 Congressman William Stration sponsored a bill to immediately grant entry to the United States of 400,000 displaced persons. The bill was not passed after it was publicly denounced by the Zionist leadership. [Source]

These facts are read with consternation and unbearable shame. How can it be explained that at a time during the last phase of the war, when the Nazis were willing to barter Jews for money, partly because of their desires to establish contact with the Western powers which, they believed, were under Jewish influence, how was it possible one asks that the self-proclaimed “Jewish leaders” did not move heaven and earth to save the last remnant of their brothers?

On Feb. 23, 1956 the Hon. J. W. Pickersgill, Minister for Immigration was asked in the Canadian House of Commons “would he open the doors of Canada to Jewish refugees”. He replied “the government has made no progress in that direction because the government of Israel….does not wish us to do so”. [Source]

In 1972, the Zionist leadership successfully opposed an effort in the United States Congress to allow 20,000-30,000 Russian refugees to enter the United States. Jewish relief organizations, Joint and HIAS, were being pressured to abandon these refugees in Vienna, Rome and other Europiean cities. [Source]
The pattern is clear!!! Humanitarian rescue efforts are subverted to narrow Zionist interests.

There were many more shocking crimes committed by these abject degenerates known as “Jewish statesmen”, we could list many more example, but for the time being let anyone produce a valid excuse for the above facts.

Zionist responsibility for the Holocaust is threefold.

1. The Holocaust was a punishment for disrespecting The Three Oaths (see Talmud, Tractate Kesubos p. 111a).

2. Zionist leaders openly withheld support, both financially and otherwise, to save their fellow brothers and sisters from a cruel death.

3. The leaders of the Zionist movement cooperated with Hitler and his cohorts on many occasions and in many ways.

Zionists Offer a Military Alliance with Hitler

It would be wishful thinking if it could be stated that the leaders of the Zionist movement sat back and ignored the plight of their dying brothers and sisters. Not only did they publicly refuse to assist in their rescue, but they actively participated with Hitler and the Nazi regime. Early in 1935, a passenger ship bound for Haifa in Palestine left the German port of Bremerhaven. Its stern bore the Hebrew letter for its name, “Tel Aviv”, while a swastika banner fluttered from the mast. And although the ship was Zionist owned, its captain was a National Socialist Party (Nazi) member. Many years later a traveler aboard the ship recalled this symbolic combination as a “metaphysical absurdity”. Absurd or not, this is but one vignette from a little-known chapter of history: The wide ranging collaboration between Zionism and Hitler’s Third Reich. In early January 1941 a small but important Zionist organization submitted a formal proposal to German diplomats in Beirut for a military-political alliance with wartime Germany. The offer was made by the radical underground “Fighters for the Freedom of Israel”, better known as the Lehi or Stern Gang. Its leader, Avraham Stern, had recently broken with the radical nationalist “National Military Organization” (Irgun Zvai Leumi – Etzel) over the group’s attitude toward Britain, which had effectively banned further Jewish settlement of Palestine. Stern regarded Britain as the main enemy of Zionism.

This remarkable proposal “for the solution of the Jewish question in Europe and the active participation on the NMO [Lehi] in the war on the side of Germany” is worth quoting at some length:

“The NMO which is very familiar with the goodwill of the German Reich government and its officials towards Zionist activities within Germany and the Zionist emigration program takes the view that: 1.Common interests can exist between a European New Order based on the German concept and the true national aspirations of the Jewish people as embodied by the NMO. 2.Cooperation is possible between the New Germany and a renewed, folkish-national Jewry. 3.The establishment of the Jewish state on a national and totalitarian basis, and bound by treaty, with the German Reich, would be in the interest of maintaining and strengthening the future German position of power in the Near East.

“On the basis of these considerations, and upon the condition that the German Reich government recognize the national aspirations of the Israel Freedom Movement mentioned above, the NMO in Palestine offers to actively take part in the war on the side of Germany.

“This offer by the NMO could include military, political and informational activity within Palestine and, after certain organizational measures, outside as well. Along with this the “Jewish” men of Europe would be militarily trained and organized in military units under the leadership and command of the NMO. They would take part in combat operations for the purpose of conquering Palestine, should such a front be formed.

“The indirect participation of the Israel Freedom Movement in the New Order of Europe, already in the preparatory stage, combined with a positive-radical solution of the European-Jewish problem on the basis of the national aspirations of the Jewish people mentioned above, would greatly strengthen the moral foundation of the New Order in the eyes of all humanity.

“The cooperation of the Israel Freedom Movement would also be consistent with a recent speech by the German Reich Chancellor, in which Hitler stressed that he would utilize any combination and coalition in order to isolate and defeat England”.

(Original document in German Auswertiges Amt Archiv, Bestand 47-59, E224152 and E234155-58. Complete original text published in: David Yisraeli, The Palestinian Problem in German Politics 1889-1945 (Israel: 1947) pp. 315-317).

On the basis of their similar ideologies about ethnicity and nationhood, National Socialists and Zionists worked together for what each group believed was in its own national interests.

This is just one example of the Zionist movements’ collaboration with Hitler for the purpose of possibly receiving jurisdiction over a minute piece of earth, Palestine.

And to top it all up, brainwashing!

How far this unbelievable Zionist conspiracy has captured the Jewish masses, and how impossible it is for any different thought to penetrate their minds, even to the point of mere evaluation, can be seen in the vehemence of the reaction to any reproach. With blinded eyes and closed ears, any voice raised in protest and accusation is immediately suppressed and deafened by the thousandfold cry: “Traitor,” “Enemy of the Jewish People.”

Source for paragraphs marked “[Source]”: The Wall Street Journal December 2, 1976

The data presented on this page was prepared by AJAZ.

thanks to: True Torah Jews

Yom HaShoah In “Israel” – The Art Of Fabrication

Holocaust Remembrance Day is a national holiday in “Israel”, one replete with official ceremonies which are, of course, sufficiently solemn. “Never again!” is liberally sprinkled like confetti at a parade. Officials stand by with folded hands at memorial sites looking, again, sufficiently solemn.

In truth, “standing by with folded hands” is precisely what the nascent State of “Israel’s” first leaders did before, during and after the dark years of World War II. The only difference is that then they weren’t passively standing at memorials, they were accomplices at crime scenes.

Yom HaShoah is, at best, a limp attempt at salving the collective guilty conscious of the Zionist Establishment and, at worst, a blatant and cumbersome piece of propaganda. Someone must have forgotten to tell the “Israeli” government. Fiction needs to be plausible.

Though pontificating might somehow satisfy this writer’s outrage at “Israel’s” presumption to commemorate the suffering of European Jewry, their own words should be adequate condemnation.

American rabbi Abraham Jacobson once said,

“’How many times have we heard the impious wish uttered in despair over the apathy of American Jews to Zionism that a Hitler descend upon them? Then they would realize the need for Palestine.”
(New Palestine. Abraham Jacobson)

When the only way to convince someone of your political views is mass murder by proxy, you’re on very shaky ground indeed.

“Israel’s” first president, Chaim Weizmann, sympathized (so to speak),

“The only dignified and really effective reply to all that is being inflicted upon the Jews of Germany is the edifice erected by our great and beautiful work in the land of Israel.”
(Weizmann – Last of the Patriarchs, p. 182)

Considering saving the Jews of Germany and other European countries was apparently neither dignified nor effective.

Perhaps one of the most unabashed statements was made by Enzo Sereni, a World War II era, prominent Italian Zionist and co-founder of Kibbutz Givat Brenner.

“We have nothing to be ashamed of in the fact that we used persecution of the Jews in Germany for upbuilding of Palestine.”
(Zionism Today)

Rabbi Michoel Ber Weissmandel, of blessed memory, a Slovakian rabbi who almost single-handedly saved thousands of Jews during the Holocaust, wrote a letter in 1942(?) to the Jewish Agency in Switzerland pleading for money to stop transports of Czech Jewry to the gas chambers in Auschwitz. Nathan Schwalb, then serving as the Agency’s representative in Zurich, had this to say:

“As to the cry that comes from your country, we must be aware that all the nations of the Allies are spilling much blood and if we do not bring sacrifices, with what will we achieve the right to sit at the table when they make the distribution of nations and territories after the war? And so it would be foolish and impertinent on our side to ask the nations whose blood is being spilled for permission to send money into the land of their enemies in order to protect our own blood. Because only through blood will the land be ours. As to yourselves – members of the group – you will get out, and for this purpose we are providing you with funds by this courier.”

The Temple of Zionism requires “sacrifices” be brought to its altar.

In 1948, Rabbi Weissmandel published his “10 Questions to The Zionists”. Below are his questions.

1. IS IT TRUE that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that:
a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and
b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and
c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

2. IS IT TRUE that the Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

3. IS IT TRUE that the answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments:
a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees.
b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war.
c) No ransom will be paid.

4. IS IT TRUE that this response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

5. IS IT TRUE that in 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved.

6. IS IT TRUE that the same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

7. IS IT TRUE that during the height of the killings in the war, 270 Members of the British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany.

8. IS IT TRUE that this offer was rejected by the Zionist leaders with the observation “Only to Palestine!”

9. IS IT TRUE that the British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

10. IS IT TRUE that during the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizmann, the first “Jewish statesman” stated:

“The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important.”

Weizmann’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation,

“One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

thanks to: True Torah Jews

L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan

ZiaZiad al-Fadil, Syrian Perspective 13/9/2016

Qunaytra: a sud-ovest della capitale provinciale di Qunaytra, tra i villaggi di al-Burayq e Bir al-Ajam, ad ovest di Sasa, la rete della Difesa Aerea Siriana poteva finalmente aprire il fuoco contro i bombardieri dei ratti sionisti. Questa volta, l’aggressore era un F-16 prodotto e fornito dagli USA ed orgoglio dello Stato colono sionista. L’uomo che ha dato l’ordine e preso le coordinate del lancio del missile S-300 contro l’avvoltoio invasore è il Capitano Rayan Dhahar, nipote di mia moglie. Ha confermato il suo ruolo chiamando Layth e fornendo informazioni generiche sull’attacco. Ho ricevuto informazioni a conferma anche dalla moglie di Munzar a Damasco, informando che Munzar era ad al-Baath e aveva visto con i propri occhi il bombardiere sionista abbattuto. Il pilota non fu visto lanciarsi, probabilmente è arrostito sul seggiolino dato che le bombe dell’aereo sono esplose con il missile antiaereo. L’aviogetto è caduto in una zona vicina alle posizioni di al-Qaida e si presume che i terroristi, aperti alleati del sionismo, restituiranno i resti carbonizzati ai loro padroni. I sionisti ora probabilmente studiano attentamente i relitti per trovare qualche parte del pilota nella tipicamente macabra, orribile e raccapricciante pratica sionista di salvare tutte le parti di un corpo. L’Alto Comando siriano ha anche annunciato l’abbattimento del bombardiere e di un drone senza pilota nel Golan occupato. Le Forze Armate siriane sono poste in piena allerta sul fronte occidentale. I sionisti l’hanno negato, indicando alcuna voglia di usare questo fatto come casus belli. L’attacco al bombardiere sionista è avvenuto intorno alla 1:00 del 13 settembre, Damasco. L’aggressore stava sparando su un avamposto dell’Esercito Arabo Siriano mentre i nostri soldati impiegavano l’artiglieria contro i movimenti dei ratti di al-Nusra/al-Qaida. Nel tentativo di sollevare il morale dei parassiti, i terroristi sionisti sono decollati per dimostrasi seri alleati di terroristi e Arabia Saudita.
Salutiamo il Capitano Rayan Dhahar per il suo eroismo nel difendere i cieli siriani e il nostro grande Esercito Arabo Siriano.
14358994 La decisione di far decollare gli F-16 per sostenere i terroristi di al-Qaida, alleati del sionismo, era dovuta agli eventi iniziati l’11 settembre 2016, quando i terroristi effettuarono un feroce attacco nella zona di Tal Hamriya, a sud di Hadhar. Il contrattacco dall’EAS distruggeva un autocarro carico di terroristi di al-Qaida, tutti carbonizzati. Tra i ratti arrostiti vi erano capi sul campo come:
Muhamad Yusuf al-Subayhi (alias Abu Qinwa, noto molestatore di bambini e feticista fecale. Era un capo di al-Qaida)
Ibrahim Umar al-Ahmad (capo della liwa al-Sibatayn, riferimento a due tribù: araba e ebraica)
In questo momento, l’esercito sionista ha inviato degli aiuti sul campo alle rabbiose iene di al-Qaida. Tuttavia, l’attacco è fallito e al-Qaida ha subito perdite molto consistenti in ratti e materiale; tuttavia poté ritirarsi sotto il pesante fuoco dell’artiglieria sionista. I terroristi si sarebbero lamentati di non ricevere aiuti adeguati nella lotta contro l’EAS. Le mie fonti dicono che il principe Muhamad Ibn Salman, Viceprincipe buffone ed architetto del disastro nello Yemen, aveva ricevuto un messaggio urgente da Abu Muthana al-Shami. Contattando i suoi “alleati” dello Stato dell’Apartheid sionista, ne mendicava l’intervento, subito effettuato il 13 settembre 2016. Da quella data, l’EAS ha effettuato un contrattacco eliminando i 3 principali capi sul campo di al-Qaida ed altri 9 capi alleati a Tal Hamriya:
Muhamad Amin Sulayman al-Hariri (tale pappone era il capo di un gruppo ex-ELS (firqat Amud Huran) ora coinvolto nella fantasia chiamata maraqat Qadisiyat al-Janub o battaglia di Qadisiya del Sud, che noia.
Abu Muthana al-Shami (un irsuto suino che comandava tutti i campi di Ahrar al-Sham nel sud, aveva contattato gli scarafaggi sauditi per tentare di aiutare i suoi ratti).
L’Esercito arabo siriano ha resistito sul Golan utilizzando le unità per operazioni speciali di Qutayfa colpendo lo snodo di Abu Hudayj, tra le colline di al-Jarajir nel Qalamun. La zona è controllata dallo SIIL. I commando dell’EAS erano entrati furtivamente in una casa di 2 piani in cui i ratti dormivano, uccidendo l’unica sentinella e collocandovi esplosivi. Quando la casa è andata in fumo, i camerati dei ratti in zona si precipitarono ad estrarre i cadaveri prima che fossero trasformati in pane tostato. Mentre i cameratti si riunivano presso la casa distrutta, i commando inviarono un messaggio riguardante la situazione e l’artiglieria dell’EAS bombardava l’area friggendo altri 11 ratti che, come si è scoperto, erano mercenari di lingua urdu.
A Dayr al-Zur, gli alleati di Obama dello SIIL commettevano un altro macabro atto sgozzando dei patrioti siriani dopo averli appesi a ganci da macellai, come pecore in un grottesco Ayd al-Adha. Erano accusati di spionaggio a favore dei nemici dello Stato islamico, di seguire i movimenti dei terroristi e fotografare i ratti islamisti urinare sul Corano:

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alalam_636093601467773725_25f_4x3Ecco i nomi dei patrioti il cui assassinio è stato trasmesso dalla TV dei terroristi:
1. Ibrahim Ali al-Musa
2. Jumah Jaasim al-Abid
3. Amir Faysal al-Yusuf
4. Ibrahim Taha al-Yusuf
5. Abdurahman Salih al-Ahmad
6. Salih Ahmad al-Abdullah
7. Bashar Ahmad al-Ajil
8. Qasim Qalil Alí al-Sulayman
9. Abdullah Muhamad al-Qalifa
10. Muhamad Ibrahim al-Uzaba
11. Abdulmaliq Hasan al-Uzaba
12. Haydar Muhamad al-Abdullah

Sorgente: L’F-16 sionista abbattuto dalla difesa siriana sul Golan | Aurora

Livingstone fired over Hitler remarks

The former mayor of London, Ken Livingstone, is fired from his radio show for saying Hitler supported Zionism.

Livingstone said last month that “let’s remember when Hitler won his election in 1932, his policy then was that Jews should be moved to Israel. He was supporting Zionism before he went mad and ended up killing six million Jews.”

Sorgente: PressTV-Livingstone fired over Hitler remarks

Martina Lauer: un’attivista tedesca per la Palestina in Canada

Qui di seguito la mia intervista con l’attivista e traduttrice pro-palestinese Martina Lauer. Martina Lauer è nata in Germania meridionale e vive in Canada da 20 anni. In Germania ha studiato germanistica e storia presso l’Università di Friburgo in Germania e ha lavorato come insegnante e lettrice in Germania, Inghilterra e Peru. Dal 2008-09, all’indomani dei violenti bombardamenti israeliani contro Gaza, ha iniziato ad impegnarsi nel movimento pro-palestinese. Ha scritto per il sito Itisapartheid, ora Adsfor Apartheid e traduce articoli e testi sulla resistenza palestinese per i siti pro-palestinesi ProMosaik e Palästina Portal. Vorrei ringraziare Martina per le sue risposte così dettagliate ed importanti alle nostre domande. Spero che grazie alle sue parole molte lettrici e molti lettori comprenderanno l’importanza di un impegno attivo e “creativo” a favore del popolo palestinese. Ognuno di noi può e deve impegnarsi a favore della Palestina e dei diritti umani. La critica nei confronti di Israele e l’antisionismo in questo contesto significano un posizionamento chiaro a favore dei diritti umani e a favore dei popoli oppressi e colonizzati anche al di fuori della Palestina occupata.

Sorgente: Pressenza – Martina Lauer: un’attivista tedesca per la Palestina in Canada

L’antisémitisme, arme d’intimidation massive

Dans un monde où le ressassement médiatique tient lieu de preuve irréfutable, certains mots sont des mots-valises, des signifiants interchangeables dont l’usage codifié à l’avance est propice à toutes les manipulations. De perpétuels glissements de sens autorisant le passage insidieux d’un terme à l’autre, rien ne s’oppose à l’inversion maligne par laquelle le bourreau se fait victime, la victime se fait bourreau, et l’antisionisme devient un antisémitisme, comme l’a affirmé Manuel Valls, premier chef de gouvernement français à avoir proféré une telle insulte. Au moment où « l’intifada des couteaux », en outre, est renvoyée par certains à la haine ancestrale pour les juifs, il n’est pas inutile de se demander pourquoi cette assimilation classique et néanmoins frauduleuse occupe une fonction essentielle dans le discours dominant.

Depuis soixante-dix ans, tout se passe comme si l’invisible remords de l’holocauste garantissait à l’entreprise sioniste une impunité absolue. Avec la création de l’Etat hébreu, l’Europe se délivrait miraculeusement de ses démons séculaires. Elle s’octroyait un exutoire au sentiment de culpabilité qui la rongeait secrètement pour ses turpitudes antisémites. Portant sur ses épaules la responsabilité du massacre des juifs, elle cherchait le moyen de se débarrasser à tout prix de ce fardeau. L’aboutissement du projet sioniste lui offrit cette chance. En applaudissant à la création de l’État juif, l’Europe se lavait de ses fautes. Simultanément, elle offrait au sionisme l’opportunité d’achever la conquête de la Palestine.
Ce rachat par procuration de la conscience européenne, Israël s’y prêta doublement. Il reporta d’abord sa violence vengeresse sur un peuple innocent de ses souffrances, puis il offrit à l’Occident les avantages d’une alliance dont il fut payé en retour. L’un et l’autre liaient ainsi leur destin par un pacte néo-colonial. Le triomphe de l’Etat hébreu soulageait la conscience européenne, tout en lui procurant le spectacle narcissique d’une victoire sur les barbares. Unis pour le meilleur et pour le pire, ils s’accordaient mutuellement l’absolution sur le dos du monde arabe en lui transférant le poids des persécutions antisémites. En vertu d’une convention tacite, Israël pardonnait à l’Europe sa passivité face au génocide, et l’Europe lui laissait les mains libres en Palestine.
Son statut exceptionnel, Israël le doit à ce transfert de dette par lequel l’Occident s’est défaussé de ses responsabilités sur un tiers. Parce qu’il fut l’antidote au mal absolu, qu’il plongeait ses racines dans l’enfer des crimes nazis, Israël ne pouvait être que l’incarnation du bien. Mieux encore qu’une sacralité biblique aux références douteuses, c’est cette sacralité historique qui justifie l’immunité d’Israël dans la conscience européenne. En y adhérant implicitement, les puissances occidentales l’inscrivent dans l’ordre international. Le résultat est indéniable : avalisée par les maîtres du monde, la profession de foi sioniste devient loi d’airain planétaire.
L’invocation du sacré démonisant toujours son contraire, cette sacralité d’Israël ôte alors toute légitimité aux oppositions qu’il suscite. Toujours suspecte, la réprobation d’Israël frôle la profanation. Contester l’entreprise sioniste est le blasphème par excellence, car c’est porter atteinte à ce qui est inviolable pour la conscience européenne. C’est pourquoi le déni de légitimité morale opposé à l’antisionisme repose sur un postulat simplissime dont l’efficacité ne faiblit pas avec l’usage : l’antisionisme est un antisémitisme. Combattre Israël, ce serait, par essence, haïr les juifs, être animé du désir de rejouer la Shoah, rêver les yeux ouverts de réitérer l’holocauste.
L’antisionisme a beau se définir comme un refus raisonné du sionisme, l’admettre comme tel serait encore faire un compromis avec l’inacceptable. Empreint d’une causalité diabolique, l’antisionisme est moralement disqualifié, mis hors jeu en vertu de l’anathème qui le frappe. On a beau rappeler que la Palestine n’est pas la propriété d’une ethnie ou d’une confession, que la résistance palestinienne n’a aucune connotation raciale, que le refus du sionisme est fondé sur le droit des peuples à l’autodétermination, ces arguments rationnels n’ont aucune chance d’être entendus. L’antisionisme s’inscrit depuis un siècle dans le champ politique, mais il se voit constamment opposer une forme d’irrationalité qui n’a décidément rien de politique.
L’assimilation frauduleuse de l’antisémitisme et de l’antisionisme, il est vrai, procure deux avantages symboliques. Le premier est à usage interne. Cette assimilation limite drastiquement la liberté d’expression, elle tétanise toute pensée non conforme en l’inhibant à la source. Elle génère une autocensure qui, sur fond de culpabilité inconsciente, impose par intimidation, ou suggère par prudence, un mutisme de bon aloi sur les exactions israéliennes. Mais cette assimilation mensongère est aussi à usage externe. Elle vise alors à disqualifier l’opposition politique et militaire à l’occupation sioniste. Cible privilégiée de cet amalgame, la résistance arabe se voit renvoyée à la haine supposée ancestrale qu’éprouveraient les musulmans pour les juifs.

Ce qui anime les combattants arabes relèverait d’une répulsion instinctive pour une race maudite, et non d’une aspiration légitime à la fin de l’occupation étrangère. La chaîne des assimilations abusives, en dernière instance, conduit à l’argument éculé qui constitue l’ultime ressort de la doxa : la « reductio ad hitlerum », la souillure morale par nazification symbolique, dernier degré d’une calomnie dont il reste toujours quelque chose. Terroriste parce qu’antisioniste, antisioniste parce qu’antisémite, la résistance arabe cumulerait donc les infamies. Les attaques au couteau ne seraient pas l’effet explosif d’une humiliation collective, dit-on, mais le fruit de la haine inextinguible pour les juifs. Seule force qui ne cède pas devant les exigences de l’occupant, la résistance, pour prix de son courage, subira alors le tir croisé des accusations occidentales et des brutalités sionistes. Et comme si la supériorité militaire de l’occupant ne suffisait pas, il faut encore qu’il se targue d’une supériorité morale dont ses crimes coloniaux, pourtant, attestent l’inanité.

 

Sorgente: TLAXCALA: L’antisémitisme, arme d’intimidation massive

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

Viaggio in Sardegna con Alan Hart…e i sionisti alle costole

di Diego Ragusa

 

Avevamo preparato accuratamente il viaggio in Sardegna col mio amico Nabil Khair, coordinatore delle comunità palestinesi in Italia, per consentire ad Alan Hart di presentare il suo libro “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” dopo le polemiche romane del dicembre 2015, scatenate dalla comunità ebraica che, non sapendo come imbavagliare le voci libere, accusa tutti e tutto di “antisemitismo”. L’anno scorso a Roma, come sanno i miei dell’ANPI. L’evento fu salvato grazie alla disponibilità della Comunità Cristiana di Base di S. Paolo Fuori le Mura che mise a disposizione il proprio salone.

 

Prima di partire per Cagliari, Alan mi scrive dicendomi se sono state previste delle sale di riserva. Mi sorprendo e chiedo ad Alan il perché. “Perché in Inghilterra, tutte le volte che incontro il pubblico, mezz’ora prima mi negano la sala su pressione degli ebrei sionisti”. Lo rassicuro e gli dico che in Sardegna abbiamo l’amicizia dell’ARCI e della CGIL che hanno messo a disposizione le loro strutture. Non è convinto. E ha ragione. In Inghilterra lo hanno isolato: la BBC, per la quale ha lavorato tanti anni, ha l’ordine di non intervistarlo e di non citare mi il suo nome, i giornali, le radio, i bollettini parrocchiali, insomma …. Di Alan Hart non bisogna parlare. Così vogliono gli ebrei sionisti e tutti chinano la testa.

 

Il giorno prima di partire con un aereo per Cagliari, mi arriva la notizia che i sionisti sono già in azione. Un consigliere regionale del Partito Sardo d’Azione presenta una interrogazione e attacca noi e gli organizzatori. Il sito internet buongiornoalghero.it titola: «Arci e Cgil organizzano un evento antisemita – Marcello Orrù: “Indecente”». Pubblico la sua dichiarazione nella mia pagina face book e il soggetto in questione viene sommerso da decine di epiteti. Questo il testo di Orrù:

 

lettori, fu sufficiente che una sezione volenterosa dell’ANPI organizzasse un mio incontro per determinare, immediatamente, la reazione rabbiosa dell’estrema destra sionista romana che si scagliò contro il libro, contro Hart e contro la mia persona con la solita barzelletta dell’antisemitismo. I dirigenti romani e nazionali, tradendo la lezione dei martiri della nostra Resistenza, si piegarono e mi impedirono di parlare nella sede

 

«Rimango indignato nell’apprendere che il prossimi 12 aprile a Sassari, la mia città, si tenga un evento che definire di dubbio gusto significherebbe essere troppo buoni. L’evento, organizzato dalla Cgil e l’Arci, è la presentazione del libro del giornalista inglese Alan Hart intitolato “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” e prevede la presenza oltrechè dell’autore anche dell’italiano Diego Siragusa. I due signori sono molto conosciuti negli ambienti nostrani della sinistra radicale in quanto il primo è uno dei campioni di complottismo anti-Israele avendo persino affermato che la strage dell’11 settembre fu causata probabilmente dagli agenti del Mossad che avrebbero -udite udite – deviato la rotta degli aerei, il secondo è conosciuto come un simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra. E’ veramente incredibile che il sindacato più importante del nostro Paese, nella nostra città, si renda fautore di una presenza simile. A Roma qualche mese fa l’Anpi, associazione partigiani, ha ritirato la propria presenza allo stesso evento perché chiaramente antisemita. Ecco che ora qualche “benpensante” nostro concittadino pretende di insultare Israele, la sua storia e il suo popolo nella nostra città. Non è accettabile, la sinistra abbia rispetto per Israele e per la sua dolorosa storia. Chiedo con urgenza al sindaco Sanna che intervenga sugli organizzatori, in qualità di massimo responsabile dell’ordine e della sicurezza in città, al fine di ottenere l’annullamento di questa indecente manifestazione. Sassari – conclude Marcello Orrù – non merita di essere lo scenario di un evento antisemita».

 

 

L’11 aprile parto per Cagliari. All’aeroporto mi attende Nabil. Due ore dopo arriva da Londra Alan. È il nostro primo incontro. Ho avuto la fortuna di tradurre il primo volume del suo libro e di scrivere la prefazione. In una precedente lettera, Alan mi aveva gratificato con parole generose e riconoscenti per il mio lavoro. Qualche ora dopo arriva anche un vecchio amico di Alan, Alfredo Giannantonio, che sarà il nostro interprete. Alfredo è nato e vissuto negli USA fino a 19 anni. L’inglese è la sua lingua madre e conosce molto bene la situazione mediorientale. Mentre andiamo in albergo un nostro amico dell’ARCI ci informa che la CGIL di Sassari ritira il patrocinio dell’evento, cancella la sala e chiede la rimozione del proprio logo dalle locandine. Siamo sconcertati. Nabil è furibondo. È iscritto alla CGIL, il suo sindacato! Alan e Alfredo non sono sorpresi. Lo sapevano. Chiediamo spiegazioni. Ci dicono che i sionisti hanno fatto pressioni a Roma e da lì è arrivata la telefonata alla CGIL di Sassari. Riservatamente ci confermano che sia stata la segretaria generale in persona: Susanna Camusso. Ma non abbiamo le prove. L’ARCI si muove e raccoglie la disponibilità della sala di Amnesty International. La manifestazione è salva. La giornata si conclude con meste considerazioni sul ruolo infame del PD di Matteo Renzi che ormai ha svenduto il partito ai sionisti e si è portato dietro settori dell’ANPI e della stessa CGIL. Tutti costoro, senza aver letto il libro e senza sapere chi è Alan Hart, si sono prostrati e hanno obbedito “perinde ac cadaver”.

 

 

 

Il giorno dopo, 12 aprile, facciamo un lungo viaggio in macchina fino a Sassari. Alle 18,30 siamo nella sede di Amnesty International. È venuto anche un amico, conosciuto dieci giorni prima, e una cara amica di mio figlio diventata antropologa e docente universitaria. Persone collegate con me tramite facebook si presentano e, finalmente, le posso conoscere direttamente. La sala si riempie. Introduco l’autore e il libro. Alan attrae l’attenzione dell’uditorio coi suoi aneddoti e rivelando gli incontri con personaggi della storia mediorientale, vivi e morti, che ha conosciuto e che gli hanno raccontato i loro segreti. Alan, prima di lavorare in Medioriente, era stato preparato dalla BBC seguendo la solita narrazione israeliana. Solo in seguito, a contatto diretto con la realtà, ha dovuto cambiare opinione e scoprire che lo stato di Israele era stato creato con grandi menzogne e che i palestinesi erano le vittime sacrificali di un delirio nazionalistico chiamato sionismo. Quando Alan parla del suo incontro riservato col presidente Jimmy Carter che gli rivela i veri motivi per cui gli israeliani hanno fatto fallire il suo tentativo di pace condiviso dai dirigenti sovietici, allora l’attenzione del pubblico diventa tesa e pronta a cogliere ogni parola. Questa è la storia vera, non quella raffazzonata dei giornali e delle riviste di grande tiratura.

 

Alla fine il pubblico è soddisfatto e acquista molte copie del libro di Hart e, inaspettatamente, anche il mio “Terrorismo impunito”. Poco dopo, a cena, si brinda a questo primo ceffone dato ai sionisti.

 

 

 

13 aprile. Siamo a Nuoro presso la Biblioteca “Satta”: ore 18,30. Prima di iniziare, gli attivisti e i palestinesi presenti in città, hanno già venduto 40 copie del libro. Un bel lavoro era già stato fatto da un caro amico, il medico palestinese Amjad. La sala della biblioteca è molto grande ma vi sono circa 50 persone. Nessuna traccia di sionisti né di minacce e sfracelli di antisemitismo. Come a Sassari, la presentazione segue un copione collaudato fine alla fine. Secondo successo e secondo smacco per i sionisti.

 

Andiamo a cena. Alan è sofferente e si tocca il basso ventre. Gli chiedo se ha male e annuisce. Informo Nabil e Amjad, entrambi medici. A tavola c’è anche una loro collega primaria. Si consultano e decidono di portare Alan al Pronto Soccorso. Cominciamo a mangiare preoccupati. Più tardi Amjad ci telefona per dirci che c’è una sospetta ernia strozzata. Forse bisogna intervenire chirurgicamente. Finiamo la cena e andiamo al Pronto Soccorso dell’ospedale che è nelle vicinanze. Per fortuna tutto si risolve bene e Alan riappare commosso per le cure che gli sono state riservate. È sorpreso per la pulizia dell’ambulatorio e per l’efficienza del servizio sanitario di Nuoro. Così veniamo a sapere che in Inghilterra, un tempo patria del migliore servizio sanitario del mondo, ora le cose sono molto cambiate: l’assistenza è ai minimi livelli.

 

 

 

14 aprile. Ripartiamo per Cagliari. Ore 18,30 presentazione a Iglesias. Siamo ospiti dell’ARCI. Una bella sede la sala piena. Prende la parola anche il vicesindaco del PD che pronuncia parole giuste e da tutti condivise. Molte domande dal pubblico notevolmente interessato. Terzo successo consecutivo. È sera e andiamo a cercare un ristorante nel centro della città. Iglesias, come Sassari, ha dei palazzi pregevoli. Gli amici dell’ARCI ci portano in una piazza e ci mostrano il palazzo vescovile e il palazzo del comune. “Qui – dicono – presenteremo il prossimo anno il secondo volume di Hart”. Alan osserva ammirato.

 

 

 

15 aprile. Quarta tappa del nostro giro: Monserrato, vicino Cagliari. Ero già stato qui per presentare il mio libro sul terrorismo israeliano. E i sionisti? Arrivano, arrivano!! Sul sito internet http://www.castedduonline.it/ compare il testo di una interrogazione del consigliere comunale Franco Magi rivolta al sindaco di Cagliari Mazzimo Zedda. Il titolo:

 

 

«Magi: “Zedda patrocina le manifestazioni antisemite: è inaccettabile”. La prima interrogazione nella storia della Città Metropolitana accende la polemica a Cagliari» – La presentazione del libro del giornalista inglese Alan Hart dal titolo “Sionismo, il vero nemico degli ebrei, che si terrà sabato alla Mem, fa scoppiare la polemica. E arriva anche la prima interrogazione al consiglio metropolitano. Franco Magi neo consigliere metropolitano non ci sta a quella che ritiene una manifestazione antisemita in un luogo pubblico e ha depositato oggi una interrogazione diretta al Sindaco metropolitano Massimo Zedda. Per Magi è inaccettabile che venga patrocinata dal comune di Cagliari una manifestazione, a detta sua, antisemita. Si legge nel documento che ha pubblicato pochi minuti fa su facebook: Tale presentazione, che prevede la presenza oltreché dell’autore inglese anche dell’italiano Diego Siragusa, si caratterizza incontrovertibilmente per antisemitismo e becero pacifismo radical chic. I due signori sono infatti molto conosciuti negli ambienti nostrani della sinistra radicale, in quanto il primo è uno dei campioni di complottismo anti-Israele, avendo persino affermato che la strage dell’11 settembre fu causata probabilmente dagli agenti del Mossad che avrebbero deviato la rotta degli aerei, il secondo è conosciuto come un simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra.»

 

Per Magi l’evento è un elevato concentrato di banalità, mistificazioni e bugie di tali premenzionate e ridicole affermazioni. E ricorda quanto recentemente fatto dalla CGIL a Sassari, e da Roma l’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani, le quali hanno ritirato la propria presenza allo stesso evento perché chiaramente antisemita. Si ritiene oltremodo indegno ed inopportuno che una pubblica amministrazione patrocini o offra ospitalità ad un “convegno” – continua – che invero rappresenta un ombrello di copertura sotto il quale si celano numerose organizzazioni radicali contrarie ai processi di pace – contro lo Stato laico e democratico di Israele, ritenuto di offrire un breve cenno sullo Stato di Israele, in quanto talvolta gli organi di stampa veicolano notizie artatamente deformate e prive di veridicità.” Per Magi Israele è l’unica democrazia di tutto il Medio-Oriente, all’interno del quale convivono liberamente tutte le religioni, le culture, gli orientamenti politici e sessuali.

 

 

 

Non sapevo di essere il “simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra”!! Come si può vedere, questo solerte consigliere ha fatto copia/incolla del precedente testo di Orrù (certamente redatto dagli ebrei sionisti) e lo ha dato ai giornali. Ripeto ad Alan, a Nabil e ad Alfredo che tutto questo è un buon segno: “Ci stanno facendo pubblicità gratis, insisto. A Roma, l’anno scorso è accaduta la stessa cosa: i sionisti, col rabbino capo in testa, hanno fatto una comica sceneggiata. Risultato? Tanta gente ha comprato il libro e la prima edizione si è esaurita”. Infatti, anche a Monserrato l’incontro si rivela soddisfacente. Quarta sconfitta per i sionisti.

 

Incontro il mio amico Fawzi Ismail che mi aveva organizzato, tre anni prima, il mio primo incontro in Sardegna per presentare il mio libro IL TERRORISMO IMPUNITO. Anch’egli è un medico molto attivo sulla scena culturale cagliaritana. Mi informa che domani, 16 aprile, l’ultimo incontro si svolgerà al MEM, Mediateca del Mediterraneo, un centro modernissimo dotato di sale per conferenze e attrezzature audiovisive e didattiche di prim’ordine.

 

 

16 aprile. Al mattino in albergo viene il giornalista Simone Spiga di Cagliaripad per intervistare Alan. Abbiamo ascoltato le dichiarazioni in un video dell’alfiere del sionismo cagliaritano, Franco Magi, e le abbiamo tradotte per Alan. Il giornalista gli chiede di commentarle e Alan, sicuro e perentorio, commenta: “Gli hanno fatto il lavaggio del cervello”. L’intervista prosegue su argomenti più seri.

 

Nel pomeriggio Alfredo deve ripartire per la sua città. Siamo stati molto bene insieme e questa esperienza è stata indimenticabile. Troviamo due interpreti al suo posto. Alle 17,30 siamo al MEM. Osservo il salone ampio, luminoso e conto le sedie: sono più di cento. Quante resteranno vuote? Chi verrà a sentirci? Nabil e Fawzi mi dicono di non preoccuparmi. “La gente verrà” – mi dicono. Hanno ragione: lentamente la sala si riempie completamente e c’è gente in piedi. Dobbiamo fare in fretta. L’aereo di Alan parte alle ore 21 e alle 19,30 dobbiamo terminare. Nabil fa una introduzione appassionata sul futuro dell’Autorità Nazionale Palestinese e sul suo ruolo e invita Alan per un altro convegno coi responsabili europei delle varie comunità palestinesi della diaspora. A me non resta che rammentare che coloro che si sono associati ai sionisti in quest’opera di censura preventiva senza aver letto il libro, dovranno rendere conto di questa condotta liberticida e contraria alla storia delle loro organizzazioni di appartenenza.

 

Alan comincia mostrando la foto di Golda Meir con una dedica per lui “Ad un caro amico, Alan Hart. Golda Meir”. Voi pensate che Golda Meir avrebbe avuto con me un’amicizia così intensa se io fossi un antisemita? Esordisce Alan. Il pubblico lo segue nella sua analisi e nel racconto di fatti privati e pubblici che nessun giornale ha mai riferito ma che dimostrano quanto distante sia dalla realtà la ricostruzione dozzinale di giornalisti improvvisati e privi di struttura morale.

 

Ore 19,30. Alan deve partire. Firma le copie dei libri ormai tutte vendute. Abbiamo contato circa 150 persone. E i sionisti? Continuano nella loro paranoia. Un altro attacco arriva da un certo Alessandro Matta dell’Associazione Memoriale Sardo della Shoah:

 

 

 

LETTERA AL SINDACO MASSIMO ZEDDA SULLA PRESENTAZIONE DI SABATO 16 APRILE 2016 :

 

Sindaco , Annulli la Concessione della Mem per la Manifestazione Antisemita di Sabato!

 

Dallo scorso 12 al 16 Aprile , la Sardegna sta ospitando a Sassari , Nuoro , Iglesias , Monserrato e Cagliari , una serie di conferenze di presentazione tenute da Diego Siragusa insieme al giornalista Alan Hart , in collaborazione con la Associazione Sardegna Palestina , in presentazione dal libro di quest’ultimo dal titolo : “Sionismo , il vero nemico degli ebrei” . Come si evince dal link qui sotto riportato :

 

http://diegosiragusa.blogspot.it/…/con-alan-hart-in-sardegn…

 

Siamo del tutto sconcertati da una simile presentazione . Siamo convinti che presentare un libro che ha come per titolo “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” , sarebbe pari a creare solo zizzania in un qualunque possibile dialogo o processo di pace tra Israeliani e Palestinesi. E’ come se noi della Associazione o una delle Altre Associazioni vicine ad Israele presenti qui a Cagliari, organizzassimo una conferenza dal titolo “Palestina , Lo stato che non esisterà mai” , o qualcosa del genere .

 

Inoltre , Diego Siragusa non è nuovo a posizioni Antisemite ed Antistoriche , dove si parla di Israele come di uno stato etnico e confessionale che sta praticando un Genocidio dei Palestinesi .

 

Siamo del parere, come Associazione Memoriale Sardo della Shoah , che parlare di un Genocidio dei Palestinesi mentre la Popolazione Palestinese in questi ultimi anni è addirittura raddoppiata , o presentare libri con titoli carichi di odio come questo di Hart fomenti solo odio Antisemita e carne al fuoco di organizzazioni Islamiste vicine al terrorismo Antisemita. Già a Sassari , la Cgil ha ritenuto opportuno ritirare il suo logo da una simile manifestazione non dando più la disponibilità degli spazi.

 

Le chiediamo, Sindaco Zedda , di fare Altrettanto su Cagliari , impedendo che la Mem-Mediateca del Mediterraneo , ospiti l’iniziativa prevista per Sabato Pomeriggio . Iniziativa per la quale tra l’altro , la responsabile della Mem ci ha scritto sostenendo l’assurda tesi secondo la quale a suo giudizio non si tratterebbe di una manifestazione Antisemita , con un argomentazione secondo la quale si dovrebbero a questo punto presentare i libri di tutti , compresi quelli magari dei terroristi Islamisti. La invitiamo , sindaco , a annullare la disponibilità della Mem per questa presentazione di un libro non certo amico della soluzione “due popoli e due stati”.

 

Alessandro Matta , Associazione Memoriale Sardo della Shoah

 

 

In tutta questa congerie di fesserie non c’è una sola parola sui massacri di palestinesi, sulla loro espulsione, sulla distruzione delle loro case, sul furto continuo di terra, sulla loro disumanizzazione, sui complotti, sulle violazioni del diritto internazionale e sulle minacce che i sionisti si permettono di rivolgere a chiunque non si assoggetti ai loro voleri totalitari e fanatici. Nulla di nulla. La cecità totale, crudele, disumana, irredimibile che tanti ebrei onesti, vicini alla causa di questo popolo oppresso, hanno sempre denunciato con vigore morale.

 

Cinque eventi, cinque vittorie contro questa setta di stolti che da un secolo insanguina il Medioriente. Alan mi abbraccia e parte. Ci aspettano altre battaglie. Sto lavorando alla traduzione del secondo volume e lo presenteremo a dicembre alla Fiera del Libro di Roma. A presto, Alan!

 

( Fonte: Civg.it)

Sorgente: 10-5-16_Viaggio-Alan-Hart

CACCIATO PER AVER CITATO IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO A GERUSALEMME.

L’ex sindaco di Londra cacciato dal Partito Laburista per aver detto una cosa che sta scritta nel Museo dell’Olocausto e Centro Documentazione Yad Vashem di Gerusalemme (e anche in quello di Washington, by the way…). Booooo!

Per chi non è aggiornato: Ken Livingstone, ex sindaco laburista di Londra, è stato appena cacciato dal Partito con la bolla infame di Antisemita per aver detto che i leader Sionisti ebrei emigrati in Palestina nei primi del ‘900, collaborarono poi attivamente con Hitler. 

Booo??!! E’ vero! Non capisco.

Sta scritto nero su bianco in “The Transfer Agreement and the Boycott Movement: A Jewish Dilemma on the Eve of the Holocaust”, di Yf’aat Weiss, Yad Vashem Studies Vol. XXVI, Jerusalem 1998, pp 129-172. E’ uno dei più autorevoli documenti sul tema del ventilato Accordo di Trasferimento (Pulizia Etnica) degli ebrei europei che sarebbe dovuto avvenire per opera dei Nazisti con l’entusiasta collaborazione dei Sionisti ebrei di Palestina, ed è parte, di nuovo, del Centro Documentazione dello Yad Vashem, mica meno.

Non capisco, ma che gli prende a Jeremy Corbyn, sto sedicente fesso austero sedicente finto socialista leader dei Laburisti inglesi? Ma studiano una pagina almeno una volta all’anno sti cagasotto? Ciò che ha affermato Livingstone lo affermano i massimi storici dell’Olocausto d’Israele. Booo!!!???

La documentazione sul piano di pulizia etnica dei Palestinesi da parte dei Sionisti a partire dal Primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897 è ormai talmente schiacciante che da Golda Meir a Moshe Dayan a Rabin, Begin, Shamir e oggi Netanyahu è stata da loro ampiamente ammessa senza tanti giri di parole. Il padre fondatore del Sionismo, Theodor Herzl, lo lasciò scritto prima del 1904: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…” (Herzl, Theodor, «The complete diaries» N.Y. Herzl Press, 1969 vol. I, p. 88.)

I Sionisti intenti a cacciare i Palestinesi dalla loro (dei Palestinesi) terra avevano tutto l’interesse che il maggior numero di ebrei europei possibile emigrasse in Palestina per scalzare la maggioranza araba. E il Nazismo con la sua espressa intenzione di liberarsi degli ebrei rappresentava per loro una ghiotta occasione. Bussarono, i Sionisti, al Terzo Reich e offrirono collaborazione alla pulizia etnica ebraica in Europa. Fine, è vero, sta scritto allo Yad Vashem. E ho personalmente filmato al Museo dell’Olocausto a Washington le citazioni dei vari leader occidentali cui Hitler voleva spedire in massa gli ebrei per sbarazzarsene. Nessuno li volle, e mi ricordo ancora la risposta australiana: “Non abbiamo un problema ebraico da noi, e non ne vogliamo uno adesso”. Carini eh? Ma oggi il povero Ken Livingstone dice la verità e lo cacciano.

La cosa grottesca è come noi occidentali quando si tratta dei Sionisti siamo disposti a strisciare bavosi e tremebondi persino superando loro! nella difesa dei loro crimini. Siamo i patetici ‘più realisti del Re’… come quel tizio che ho affrontato a Quinta Colonna e che urlava come un pazzo mentre contraddiceva le parole di un ministro israeliano che mi dava ragione. Lui, sto urlante, ne sapeva di più di un ministro d’Israele sui crimini contro la Palestina… I ‘più realisti del Re’.

Bè, che pena tutta sta roba, che tragedia dell’intelletto. Booo??!! Povero Ken.

Sorgente: Paolo Barnard – [Alcune considerazioni su…]

‘Zionist corruption of UK politics exposed’

The current witch-hunt for anti-Semites in the United Kingdom demonstrates just how corrupt the British political establishment has become under the influence of foreign interests and exposes the tactics of infiltration, extortion, and bribery used by the Zionist lobby,  a political analyst has said.

Barry Grossman, who is based on the Indonesian island of Bali, made the remarks in an interview with Press TV on Monday while commenting on Britain’s Labour Party Leader Jeremy Corbyn’s refusal to give in to calls from Israeli officials and British Jewish figures to denounce Islamic resistance movements Hamas and Hezbollah.

Corbyn has come under pressure from a number of Labour lawmakers, Israeli Ambassador to London Mark Regev and Jewish leaders in the UK to distance himself from Labour politicians’ recent remarks condemning Israeli crimes against Palestinians, as well as groups fighting against the Tel Aviv regime’s occupation of the Palestinian lands.

Pro-Israeli figures have accused the Labour Party leader of being soft on “anti-Semitism” in the party, which was forced to launch an inquiry into how to tackle the issue.

One Labour Party donor, Michael Foster, said that Jews have not given any money to the party since Corbyn took office because those around him “vilify” Jews and “shout down” people who attempt to defend Israel.

Israeli interference in Britain’s political process

“The ongoing machinations in the United Kingdom are fascinating, as anything but progressive Labour Party insiders relegated to the margins by Jeremy Corbyn’s rise to power, actually work with the Conservative Party and members of Israel’s Knesset to make unprecedented demands of the British Labour leader,” Grossman said.

“These machinations and the nothing less than outrageous interference in Britain’s political process not just by Israeli bagmen, but by Netanyahu himself and a virtual ‘who’s who’ of Israeli political elite, exposes the stand-over tactics long used by Zionists to strong-arm politicians around the world into uncritically embracing and promoting their agenda, no matter how obscene, unlawful and unjust it may be,” he added.

“If that is not already enough, the really quite absurd complaints made by the Labour Party’s shadow chancellor to the effect that ‘no-one of Jewish faith has given money to the central party since Mr. Corbyn took office because those around him vilify Jews and shout down people who attempt to defend Israel,’ also exposes the effectiveness of Israel’s preferred tactic of bribing foreign politicians in order influence their government’s foreign policy,” he stated.

Embarrassingly corrupt witch-hunt

“Watching this embarrassingly corrupt witch-hunt that, without coincidence, has unfolded just as the British prepare to go to the polls, demonstrates just how corrupt the sell-outs comprising the British old guard in politics on both sides of the contrived ideological divide have become,” Grossman said.

“On the Labour side, those who are openly opposed to their own leader and the party’s majority quite clearly prefer the money of foreign lobbyists, to embracing their own party leadership, even if that means occupying the opposition benches for the foreseeable future,” he stated.

“As for the laughable accusations of anti-Semitism being flung about, those orchestrating this with-hunt may well be salivating over the traction they are getting in Britain’s corrupt, pro-Zionist media;  but the British people – self-obsessed and apathetic about foreign affairs as they may often be –  are certainly not stupid,” he noted.

“It does not take any great degree of genius to understand that criticizing Israel’s excesses and war crimes or referring to the historical relationship which the Political Zionist leadership had with the Nazi Party is in no way anti-Semitic, no matter that the Zionist lobby has gone so far as to compel the publisher of Webster’s International Dictionary of the English Language to redefine anti-Semitism as including any support for the enemies of Israel or criticism of Israel itself. In any case, Webster’s is an American publication which promotes a regional variation of English which is hardly English at all,” the analyst pointed out.

“The tightly controlled British media’s enthusiasm to echo the  preposterous allegations being bandied about within the Labour Party and against members like Ken Livingstone, Naz Shah, George Galloway and Jeremy Corbyn who, in reality, have little in common, only exposes the extent to which the tightly controlled British media is also fully under the sway of foreigners and executives who have sold out to the Zionist lobby in the same way the bulk of Britain’s  once embarrassingly proud political establishment now dances to the tune of the all powerful Zionist lobby,” he said.

Hats off to Mr. Corbyn!

“Bearing in mind the violent Zionist occupation of Palestine and the related cultural genocide which have persisted now for more than 6 decades, claims expressed by Israeli politicians in the context of this witch-hunt that Hezbollah and Hamas are also anti-Semitic come across as being all the more absurd. Bearing in mind how the Zionist lobby has redefined the anti-Semitism to include any and all opposition to Zionist policy, it would be ludicrous for anyone to expect organizations representing Palestinian interests to be anything but opposed to their occupiers. If they want to call that anti-Semitism, then so be it,” Grossman said.

“All we can do is take our hats off and salute the courage of Mr. Corbyn to reject calls to demonize Hezbollah, Hamas and Palestinians even if the practical realities of the now fully corrupted British political process sometimes requires him to make compromises in order to retain power and advance his progressive agenda,” he said.

“It is indeed refreshing to at last see a senior Atlantic World politician refuse to be intimidated and stick to his well-developed and informed sense that Hezbollah, Hamas, and the Palestinian people – unlike their occupiers – are no enemy of the United Kingdom,  despite the unforgivable crimes committed by the British in selling out Palestinians to the Zionist terrorists starting immediately after WW1 right through until their unilateral declaration of independence made in direct violation of the international community’s efforts in 1948 to find a solution for Palestine that preserved the rights of both Palestinians and those European Jews who, in the aftermath of WW2, streamed illegally into Palestine often still wearing concentration camp uniforms on their arrival years after the Nazis were defeated and the camps liberated,” the commentator emphasized.

“Meanwhile, British citizens from all walks of life from the progressives, who  supporter Jeremy Corbyn in vast numbers, to the absurd hard right  comprising Britain First’s constituency would do well to ask themselves just when their nation’s political establishment became so pathetically obsequious in their pandering to foreign interests,” Grossman concluded.

Sorgente: PressTV-‘Zionist corruption of UK politics exposed’

‘Zionist-Nazi relation is historical fact’

American writer Ralph Schoenman says the historical relationship between Zionism and Nazism is well-documented.

An American writer and political activist says the historical relationship between Zionism and Nazism is well-documented and that those who accuse the British Labour Party of anti-Semitism are trying to prevent  party members from criticizing Zionism and its crimes against the Palestinian people.

Ralph Schoenman, former personal secretary of British philosopher Bertrand Russell, made the remarks in an interview with Press TV on Friday while commenting on former mayor of London Ken Livingstone’s recent remarks in which he linked Zionism to Nazism.

Britain’s opposition Labour Party suspended Livingstone on Thursday after he denounced Israel’s crimes against the Palestinian people and argued that Adolf Hitler was a supporter of Zionism.

“When Hitler won his election in 1932 his policy then was that Jews should be moved to Israel. He was supporting Zionism before he went mad and ended up killing six million Jews,” Livingstone said.

Schoenman said, “The issue of the relationship of Zionism to the Nazis and to the fate of the Jews, and the extermination plans, is well-documented.”

“It’s documented in my book; it’s documented in many of the studies about the nature of Zionism, and the history with respect to the subjugation of Palestinian people,” added the author of the Hidden History of Zionism.

“And it’s that which Livingstone and others in the British Labour Party have been pointing to, because they are defending those who oppose the Zionist state, and those who oppose the Zionist state include many prominent Jews themselves who have long been anti-Zionist, and this is who defend the Palestinian people. And that’s what this expulsion of Ken Livingstone attempted to prevent, and attempted to suppress,” he concluded.

Former mayor of London Ken Livingstone speaking on radio station LBC on Saturday.

In an interview with radio station LBC on Saturday, Livingstone refused to apologize to Jews for his comments linking Zionism to Nazism, saying “I can’t bring myself to deny the truth.”

He said he regretted bringing Hitler into the debate, but what he said was nothing but the truth. “I’m sorry that I said that because it’s wasted all this time; but I can’t bring myself to deny the truth, and I’m not going to do that. I’m sorry it’s caused disruption.”

“I never regret saying something that is true,” said Livingstone, who last week put forward a fiery defense of Naz Shah, a member of the British Parliament who recently resigned as an aide to the party’s shadow chancellor last week after being forced to apologize for backing calls for Israel to “relocate” to the United States.

Bradford MP Naz Shah

Both Livingstone and Shah have been accused of anti-Semitism by the mainstream British media for criticizing Israel’s policies against Palestinians.

Sorgente: PressTV-‘Zionist-Nazi relation is historical fact’

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Sionismo (ma non avete mai osato chiedere)

A proposito di bufale, tarallucci e vino… ovvero “una terra senza popolo per un popolo senza terra”

A 70 anni dall’occupazione della Palestina, progetto ordito a partire dagli ultimi anni del XIX secolo, qualcosa appare chiara e vera per quanto, razionalmente, possa sembrare incredibile

La narrazione sionista ha attraversato circa 120 anni fondamentalmente in maniera impunita nonostante molte risoluzioni ONU lasciate cadere nel vuoto. Solo negli ultimi decenni, ad opera anche di molti autori ebrei, si è iniziato a svelare l’occupazione, le centinaia di villaggi distrutti e quella che poi correttamente è stata definita la pulizia etnica in Palestina. Ma occorre ribadire che queste verità faticano a superare la cortina fumogena fatta di censura da parte della stragrande maggioranza dei media mondiali, tutti sotto il pugno di ferro della narrazione sionista (in Italia i tre maggiori quotidiani quali La Stampa, Repubblica e Corriere della Sera sono nelle mani di altrettante dirigenze sioniste). I maggiori partiti di destra come di “sinistra” sono anch’essi al servizio del sionismo (recentemente Renzi segretario del PD e Presidente del Consiglio ha vergognosamente dichiarato che le nostre radici ed il nostro futuro sono in Israele, oltre ad essersi attorniato di persone con cittadinanza italo-israeliana), inoltre vi è una parte che vive sotto il ricatto dell’antisemitismo, lo spauracchio infelice e idiota con cui spesso sparano addosso a chiunque denunci semplicemente i crimini contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni.

La narrazione sionista, con la complicità anche di agenti palestinesi, ha guidato in maniera lineare tutto il confronto tra sionisti e palestinesi, fino a convogliare dentro i binari della loro narrazione tutta la solidarietà verso la Palestina, anche quella parte più genuina, facendo credere che una soluzione fosse possibile attraverso le trattative, attraverso i vari contatti tra dirigenti sionisti e palestinesi, magari con la “mediazione” statunitense o europea.

E badate bene, nonostante i 120 anni trascorsi, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che nessun passo avanti sia stato fatto, quella narrazione è lungi dall’essere mandata al diavolo come dovrebbe, tutti continuano a seguirla come e peggio di una chimera (idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia: le sue speranze non sono che vane).

Posiamo i piedi per terra e vediamo di trovare una sola frase, in questi 120 anni, che possa far pensare al fatto che l’idea sionista preveda uno stato palestinese, piccolo, medio o grande che sia. Solo pochi mesi fa Netaniahu ha chiaramente ribadito che non permetterà la nascita di uno stato palestinese.

Andiamo a ritroso e vediamo se nel passato c’è qualche accenno allo stato per i palestinesi. Il terrorista Sharon poco prima di entrare in un salutare coma, a chi gli chiedeva quali fossero i confini di Israele rispondeva che se ne sarebbe parlato da lì a 50 anni, non prima.

Facciamo un salto ancora indietro e troviamo queste perle di disponibilità allo stato per i palestinesi:

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.

«Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono». Golda Meir, Primo ministro d’Israele, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.

«La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutta quanto. E per sempre». Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’ONU sulla divisione della Palestina.

«E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre». Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.

E ci si limita a riportare le dichiarazioni più “gentili”, dichiarazioni rilasciate da chiunque, ma dai massimi dirigenti sionisti di ieri e di oggi.

Davanti a queste terribili ma concrete e veritiere dichiarazioni, come si fa a non comprendere che loro NON permetteranno MAI uno stato palestinese? Lo dichiarano un giorno si e l’altro pure, che Israele è uno stato per soli ebrei. E quanto sta succedendo negli ultimi anni lo conferma decisamente in maniera chiara: “uno stato ebraico per soli ebrei”. Ed a questo dato non si oppone nessuno in Israele anzi, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi esseri umani o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo.

Loro sanno che non avrebbero potuto realizzare il loro progetto da un giorno all’altro, ma a quel giorno si sta arrivando e si arriverà se non si inizia a destrutturare la narrazione sionista e con essa mandare alle ortiche tutti i traditori all’interno della dirigenza palestinese, a partire dal golpista Abu Mazen e ogni altro leader che si oppone all’unità del popolo palestinese contro l’occupazione.

Che fare? Direbbe qualcuno che nel momento giusto seppe che fare.

Innanzitutto i palestinesi hanno bisogno di nuovi leader, di nuovi intellettuali (non è un caso che i sionisti hanno fatto una strage di intellettuali palestinesi così come di onesti dirigenti palestinesi, o anche di attivisti come Vittorio Arrigoni o Juliano Mer Khamis, lasciando illesi quelli che in qualche modo accettano di “trattare”). Occorre ricomporre un nuovo pensiero politico e di resistenza, che sappia costruire unità al fine di porre nuove analisi e strategie alternative che portino ad una nuova azione politica. L’attuale sistema politico palestinese non tiene conto in nessun modo del popolo, cerca di comprarlo dove può, offrendogli dei privilegi, miseri, ma che nella disperazione di nessuna prospettiva diventano allettanti. Provate a pensare ai ruoli che ricoprono i dirigenti palestinesi nell’attuale sistema politico: un leader cui è scaduto il mandato e nessuno pensa di sostituirlo. Questo modo di stare nella realtà palestinese coinvolge tutti, destra, centro, ma anche sinistra, purtroppo. Come detto serve una nuova classe dirigente che per prima cosa si liberi, senza se e senza ma, delle catene degli accordi di Oslo, ovvero rigettare quella schiavitù e oppressione che prosegue da decenni.

Rilanciare in maniera forte, costante e chiara il BDS contro l’occupante, chiamando a raccolta tutte le forze che dicono di sostenere i palestinesi. Quindi che d’ora in poi si utilizzino nuove e chiare parole d’ordine, chiamando le cose con il vero nome, l’occupazione è occupazione, e da che mondo e mondo all’occupazione si risponde con la RESISTENZA, ovviamente declinandola in molte forme di cui i palestinesi spesso si son mostrati maestri.

La solidarietà italiana cosa può fare per sostenere la giusta legittima lotta di liberazione palestinese?

  • Svelare e contrastare la narrazione sionista

  • Sostenere la Resistenza

  • Costruire solidarietà verso i prigionieri palestinesi

  • Sostenere ed ampliare il BDS

  • Costruire relazioni politiche con i palestinesi

  • Non collaborare con progetti che normalizzano l’occupazione

  • Rigettare il turismo “politico” (i palestinesi hanno le qualità per fare un lavoro di controinformazione, aiutiamoli nel recupero delle risorse).

  • Lottare contro i sionisti nel nostro paese

p.s. Che Israele non abbia intenzione di fermarsi agli attuali confini, anche se non segnati, lo dimostra, ad esempio, il fatto che è sempre attivo nel tentare di disgregare i paesi arabi vicini, come Siria e Libano. È di questi giorni la notizia, ovviamente censurata dai giornali italiani, che un nuovo progetto sionista è riemerso contro il Libano e la sua integrità territoriale. Come riportato da alcuni politici libanesi e pubblicato in questi giorni dal quotidiano di Beirut Assafir, Israele sta cercando di convincere la comunità internazionale della mancanza di una documentazione “certa” relativa al confine meridionale del Libano. Durante un’interpellanza in sede ONU un diplomatico israeliano ha dichiarato che “non esistono dei confini terresti riconosciuti tra Israele ed il Libano, visto che lo stato libanese non ha mai fornito una documentazione relativa alla sua linea di confine meridionale mai veramente marcata”.

Questo il modo di agire dei sionisti, incuranti di seguire una qualsiasi legge, loro si sentono fuori dalla legge, perché sanno che il loro progetto della Grande Israele non è solo umanamente schifoso, ma del tutto illegale.

Proponiamo in allegato un documento che riteniamo molto adeguato alla riflessione proposta, per ragione di spazio riportiamo alcune “immagini”, ma rimandiamo alla lettura integrale, attraverso il sito: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/ong-nella-valle-del-giordano

“L’assistenza scalza la lotta politica palestinese, normalizza la situazione di occupazione, e rinvia una soluzione permanente”. Le ONG internazionali stanno lavorando in maniera estensiva nei villaggi palestinesi, nei paesi e nelle città delle aree A* e B*, mentre i palestinesi dell’area C* (inclusa la maggior parte della Valle del Giordano) sono sistematicamente esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione, alla sanità e all’energia. […] queste ONG stanno lavorando entro le leggi militari imposte sulla Cisgiordania dalle forze di occupazione.

Mentre Oslo iniziò il processo di normalizzazione dell’occupazione, le maggiori ONG internazionali stanno continuando questo processo lavorando entro i confini imposti loro dallo Stato di Israele, e concentrando la maggior parte del loro lavoro nelle aree A e B.

Le ONG “stanno lavorando qui dall’invasione della potenza occupante, e niente è cambiato. Funzionalmente, loro alleggeriscono i governi dalle loro obbligazioni verso i propri popoli. Le ONG spesso non riconoscono gli Stati e le loro politiche economiche, come le maggiori cause di povertà e sofferenza.

Nel caso della Palestina, molte ONG non si concentrano necessariamente sulla critica dell’occupazione israeliana, ma piuttosto tendono ad allenare i palestinesi a muoversi e servire una nuova società civile post-Oslo, caratterizzata dalla partecipazione dei palestinesi al capitalismo del libero mercato.

Chiunque conduca ricerche sulle ONG e sulle donazioni in questa area, sarà costretto ad ammettere che le donazioni intese a giungere in quest’area risultano, negli ultimi 15 anni, milioni. Ma questi soldi vengono incanalati in progetti che, in maniera conveniente, evitano la questione dell’occupazione israeliana. Una ONG viene garantita di mezzo milione di euro dall’UE per prevenire l’estinzione dei gufi nella Valle del Giordano, mentre la gente non ha acqua potabile da bere.

Poiché queste organizzazioni ricevono finanziamenti da diverse fonti, loro devono proteggere i propri interessi monetari non valicando certi limiti e restando incollati allo status quo. Infatti, le organizzazioni che criticano le politiche di Israele rischiano di essere deprivate dei finanziamenti e penalizzate, e questa è una eventualità ben conosciuta. Come il caso di INCITE – Donne di Colore Contro la Violenza. Sul loro sito web, loro spiegano che iniziarono a ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford nel 2000. Poi, “in maniera del tutto inaspettata il 30 luglio 2004, la Fondazione Ford spedì un’altra lettera, spiegando che aveva rivalutato la propria decisione a causa del sostegno alla lotta di liberazione palestinese da parte dell’organizzazione. L’amministrazione militare israeliana non si assume più la responsabilità di garantire il benessere della gente dell’area C. Loro possono anche smettere di sorvegliare tali aree palestinesi, in quanto adesso ci sono le ONG che lo fanno per loro”.

Questo è evidente per il fatto che “loro hanno case fantastiche, salari spaziali e uffici enormi. Loro hanno altissimi costi di esercizio, finanziati dalle fondazioni – in teoria in nome del popolo palestinese. Le tasse che pagano ammontano al 22% dei loro budget e loro implementano il loro lavoro mediante ditte esterne – pagando alti salari agli ‘specialisti’ ed ai ‘consulenti’ internazionali”. Ciò che resta alla fine per la gente, è niente.

thanks to: Palestina Rossa

US Needs Israel to Extend Power in Middle East, and Is Willing to Pay Big

US Vice President Joe Biden arrived in Israel on Tuesday, after Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu canceled a visit to the White House scheduled for later in March. Professor Ghada Talhami told Sputnik’s Brian Becker that the relationship between Israel and the US is still defined by Washington lobbyists, and by America’s dominating outlook.

The US has long turned a blind eye to Israeli settlements on occupied Palestinian territories, and during Biden’s previous official visit to Israel, the Netanyahu government announced the construction of additional settlements. According to Talhami, one of the reasons why the US cannot take effective action against Israel, America’s biggest recipient of foreign aid, is the power of the Israeli lobby in Washington, DC.

“The work of the Israeli lobby has been unbelievable in the United States, to the extent that [Arabs in the US] call the United States Congress ‘Israeli occupied territory'” Talhami said. “This is quite a machine; it has been built over the years and…has managed to restrain the chief executive in our government.”

Considering that 2016 is an election year in the US, the Democratic party, represented by Biden and Obama, “cannot afford” an estranged relationship with Israel, Talhami said. This would appear to explain Biden’s visit to the Middle East country.

“Everybody had great hope for [Obama],” the professor stated. “People expected some kind of a different attitude towards at least the Israeli settlements, but he was doing exactly the same thing as his predecessors.”

The power of the Israeli lobby is not the only factor maintaining the strong historic alignment between Israel and the United States, the professor asserted. There is also America’s geostrategic outlook, in which the US needs Israel to extend its power in the Middle East, a resource-rich and geostrategically important part of the world.

That is, in part, why Israel receives $4 billion from the US annually, mostly in military armament. And now America plans to increase its aid by more than $40 billion over the next ten years.

“United States is not such a weak country that it can be led by the nose by the Israel lobby,” Talhami said. “Clearly there are people in the American government…probably the CIA and the military, who still see their interests combined with the interests of Israel, and actually they are happy with the relationship the way it is.”

As for the clashes between Israeli settlers, citizens and Palestinians, the professor blames corporate-owned media outlets for feeding the American public lies, as it continually presents the Palestinians as terrorists.

“There are few Israeli soldiers or civilians, settlers who actually get killed. Most of the people who get killed are Palestinian kids,” she said. “The Palestinians also have a right to defend themselves. [They] have rights under international law, and their rights under international law are they should not be occupied, their land should not be taken from them, they should not be abused at the checkpoints on a daily basis.”

According to the professor, the only hope now is that Obama “has the courage” to take some action in the final months of his presidency, for example, by withholding American economic aid from Israel, which the country spends to enlarge and secure settlements in illegally-seized territories.

thanks to: Sputniknews

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

“Gaza e l’industria israeliana della violenza”, il libro di Alfredo Tradardi, Diana Carminati e Enrico Bartolomei, edito da Derive Approdi, spiega approfonditamente le strategie e le menzogne della politica internazionale contemporanea (non solo israeliana) su quanto accade ai palestinesi: dal progetto originario di Theodor Herzl al disegno di frantumazione degli stati arabi mediorientali.

di Vera Pegna

La Palestina è avvolta, dilaniata, sconvolta dalle nebbie oscure delle strategie della menzogna della politica contemporanea, sempre più raffinate e scientifiche. P.142

Questa frase riassume i temi principali del libro: lo stato attuale della Palestina, le nebbie oscure che ci impediscono di capire cosa vi succede e perché, le strategie della menzogna messe in atto da Israele e dalla politica contemporanea; strategie sempre più raffinate e scientifiche perché oggetto di continuo studio e evoluzione da parte di centinaia (o forse più) cervelli di uomini e donne in vari paesi che dedicano la loro vita a perfezionare dei sistemi di dominio tali da configurare persino crimini contro l’umanità. Ma non solo, lavorano anche per meglio ingannare la gente, per meglio ingannarci. È la fabbrica del falso che lavora a ciclo continuo.

Nel caso specifico della Palestina, che cos’è che rende necessario per la politica contemporanea (quindi non solo per quella israeliana) l’uso della menzogna e che cosa si vuole coprire? L’efferatezza dei crimini commessi dai governi israeliani? Le violazioni del diritto internazionale? Certo anche questi ma ciò che rende prioritariamente indispensabile la menzogna è l’obiettivo ultimo, è il progetto sionista in quanto tale, un progetto “a vocazione genocidaria” come disse Tradardi: ovvero non uno stato ebraico in Palestina (del resto Israele è già riconosciuto come stato ebraico – lo leggiamo e lo sentiamo sui media ogni giorno -), ma una Palestina tutta ebraica, ebraica quanto l’Inghilterra è inglese, disse Theodor Herzl, il fondatore del progetto sionista. È vero che il libro ce lo fa capire, in un certo senso ce lo documenta pure, però vorrei rilevare che parlare delle strategie della menzogna e del sionismo (che come tutti gli ismi, essendo un’astrazione, si presta a interpretazioni diverse) non basta. Bisogna additare il progetto sionista, bollarlo con marchio d’infamia poiché, lungi dall’essere un’astrazione, è una road map precisa, enunciato esplicitamente e ripetutamente dai massimi leaders sionisti fino e anche dopo la proclamazione dello stato d’Israele e poi prudentemente messo in sordina perché inaccettabile – per lo meno pubblicamente anche dagli alleati più stretti di Israele: il fine del progetto sionista dunque non è uno stato ebraico in quanta parte della Palestina si riesce a conquistare, ma la terra d’Israele, la grande Israele, egemone dal Nilo all’Eufrate, con ciò che necessariamente ne consegue: guerre, pulizia etnica, violazioni dei diritti e del diritto internazionale e atrocità di ogni genere. Inoltre, il progetto sionista prevede la frammentazione degli stati vicini, indispensabile affinché Israele possa esercitare la propria egemonia sull’intera regione mediorientale. E infatti, già nell’introduzione viene citato un documento del 1982, intitolato ”Una strategia per Israele negli anni ottanta” del giornalista e stratega israeliano Oder Yinon’s che spiega con dovizia di particolari come dividere il Medio Oriente in tanti staterelli. Tale frammentazione, coincidente ormai con gli interessi geopolitici degli USA, e in una certa misura anche dell’Europa, è attualmente in corso di realizzazione in Irak, Siria e Libia.

Di questo ci parla il capitolo 10: Gaza e il piano di destabilizzazione e di frammentazione del Medio Oriente è da leggere con attenzione per l’analisi complessiva che viene fatta degli interessi, delle alleanze, dei progetti per il futuro del Medio Oriente (e ritroviamo punto per punto il piano Yinon’s). Uno degli aspetti più apprezzabili di questo libro è il grande respiro con cui gli autori presentano l’intero scacchiere mediorientale (e non solo, con riferimenti anche all’Ucraina, per esempio), i protagonisti, le logiche che vengono seguite e lo spregevole doppio gioco dell’Occidente che va fino alla sponsorizzazione del terrorismo. Ci ricordano quanto una guerra infinita rappresenti un successo per il complesso militare-industriale-securitario occidentale. Nel caso della guerra di lunga durata, prevedibile per frammentare gli stati mediorientali, ci fanno notare anche le conseguenze che spese militari di questa entità avranno sul bilancio dello stato con le inevitabili ricadute sociali (welfare) nei paesi coinvolti. Un elemento che spesso viene sottovalutato. Come sottovalutiamo o diamo un’accezione troppo limitata al concetto di complicità che invece qui viene sviscerato a fondo.

Spesso quando parliamo di complicità dell’Europa con le politiche aggressive dei governi israeliani dimentichiamo sia gli accordi commerciali (è di questi giorni la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania), sia le centinaia di collaborazioni sul piano culturale fra le università israeliane e quelle europee, non ultima quella di Torino; ma è anche complicità partecipare alle nebbie oscure di cui sopra, offuscando o negando la realtà di Gaza. Cito: Complicità nell’ignorare e nel non denunciare le violazioni e i crimini di guerra che Israele commette continuamente, e nell’offrire sostegno al diritto di Israele a difendersi mentre compie programmaticamente, come è stato dimostrato, genocidi. Programmaticamente, dunque in filigrana c’è sempre il progetto sionista.

Altri spunti di riflessione sull’indifferenza generale, di una opinione pubblica impassibile, Assuefazione alla violenza e alla sua spettacolarizzazione. Confusione organizzata ad arte con la complicità dei referenti politici. Il senso di impotenza per chi conserva ancora uno spirito critico nelle nostre società che sempre meno sono società di cittadini con diritti e sempre più società di individui che non contano più, dove ha vinto un senso comune neoliberista e, come scrive uno studioso canadese, l’interesse personale è l’unico principio dell’agire, il consumo l’unico obbligo per essere cittadini. E non si può non essere d’accordo con Edward Said che insiste sulla necessità di sviluppare la capacità critica e il senso di responsabilità personale. Ai quali, però, vorrei aggiungere l’intransigenza.

Il capitolo sulla violenza della menzogna e il doppio linguaggio usato da Israele (repressione=sicurezza, resistenza=terrorismo e Palestina=Israele) mi sembra uno dei capitoli più illuminanti perché collega le menzogne alle strategie messe in atto per realizzare il progetto sionista. Leggo: Per arrivare alla realtà storica è necessario rompere la gabbia mentale del linguaggio sionista egemone. Un esempio ce lo ha dato a varie riprese Giorgio Napolitano quando era presidente affermando che: l’antisionismo è una forma di antisemitismo. Ecco che torna in mente il concetto di complicità. Ma questa riflessione sull’uso acritico del linguaggio sionista ha una valenza generale.

Il libro ci ricorda il linguaggio adoperato da politici, giornalisti, ecc. ai talk show dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Un altro esempio di uso acritico o deliberato del linguaggio egemone riguarda il canale di Suez. Nasser non nazionalizzò il canale, il quale non smise mai di essere egiziano, ma la Compagnie du Canal de Suez composta essenzialmente da europei la quale faceva profitti mostruosi investiti direttamente all’estero; far credere che Nasser nazionalizzò il canale, il corso d’acqua, serviva ad alimentare i sospetti verso il nuovo regime degli ufficiali liberi che avevano cacciato re Faruk.

Ottima la scelta di riferire i metodi e le strategie usati dai governi israeliani ai miti fondanti dello stato d’Israele. Nel suo elenco, Ilan Pappe dedica il primo posto allo slogan Un popolo senza terra per una terra senza popolo. E a proposito di questo slogan, ci tengo a portarvi una mia testimonianza personale. Avevo 14 anni quando fu proclamato lo stato d’Israele e vivevamo ad Alessandria d’Egitto. Mio nonno mi spiegò che Theodor Herzl – l’ideatore del progetto sionista – era un miscredente come lui e che il popolo ebraico nel cui nome diceva di parlare non esisteva: si trattava di un sotterfugio inventato per potere accampare il diritto di creare uno Stato. Dopo lunghe ricerche era giunto alla conclusione che l’espressione ‘popolo ebraico’ si trovava soltanto nell’Antico Testamento e che nessuno l’aveva mai usata, se non in senso biblico, fino alla nascita del progetto sionista alla fine dell’800. L’inganno di Herzl stava dunque nell’avere contrabbandato un mito biblico per una realtà vivente. Per noi che vivevamo in Egitto, era chiaro che lo slogan fondante del sionismo: Un popolo senza terra per una terra senza popolo non era altro che una doppia impostura. Il popolo senza terra, gli ebrei, non erano un popolo in senso politico e la terra senza popolo, la Palestina, lo aveva sì un popolo, altrimenti chi produceva le arance di Giaffa e l’olio d’oliva di Nablus che il nonno ci portava al ritorno dei suoi viaggi di affari in Palestina? Nonostante la nebbia fitta che ha avvolto il termine di popolo ebraico sia stata squarciata da numerosi studiosi alla metà del secolo scorso, questo è uno dei miti più duri a morire, grazie alla diffusa complicità di cui gode Israele.

Il libro s’intitola Gaza e l’industria israeliana della violenza e 8 degli 11 capitoli sono infatti dedicati ad altrettanti aspetti della violenza la quale, assurta a sistema, colpisce le persone in primo luogo ma anche l’economia, il territorio, lo stesso processo di pace; una violenza che diventa genocida, viene esportata, si globalizza entrando in simbiosi con le peggiori forze di repressione presenti nei cinque continenti. E ciò ci fa capire meglio sia il militarismo totale che contraddistingue la società israeliana sia il senso imperituro del progetto sionista e quindi della frammentazione degli stati mediorientali in atto.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite su Gaza, riportato dall’Afp lo scorso 3 settembre, se le condizioni economiche e demografiche non cambieranno il territorio diventerà “inabitabile” entro cinque anni. Colpa di otto anni di embargo economico e di tre interventi militari di Israele negli ultimi sei anni, che non permettono ai palestinesi di rialzarsi. Eppure. Eppure, la storia ci insegna che i colonizzatori sottovalutano sempre il coraggio e la determinazione di cui sono capaci i colonizzati per conquistare la libertà. Infatti, i gazawi rimangono in piedi, resistono, consapevoli che sumud richiede intransigenza; intransigenza che per loro significa, cito: Liberazione è l’antitesi di Oslo, è l’antitesi della soluzione razzista dei due stati. Ogni alternativa rivoluzionaria offerta dalla resistenza sul terreno deve separarsi nettamente da ogni accordo precedente.

Intanto, come tutti i popoli oppressi i palestinesi e in particolare i gazawi si sono inventati le loro forme di resistenza. I loro tunnel mi ricordano quelli che scavavano i vietnamiti sotto le bombe americane negli anni 60. Allora stavo a Milano e la mia sezione del Pci cercava di far conoscere le parole d’ordine dei vietnamiti. Yankee go home e rivoluzione fino alla vittoria. Il Pci ci chiese di evitare di diffondere questa seconda parola d’ordine. Non è anche questa una forma di connivenza se non di complicità con l’aggressore?

thanks to: La Città Futura

 

Giornata della Memoria – La verità dietro i cancelli di Auschwitz

David Cole è uno storico revisionista ebreo, e in quanto tale più difficilmente attaccabile dalla critica e agevolato nello studiare l’olocausto senza il timore di essere bollato come antisemita.

 

 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber

HolocaustCartoon.jpg

(La vignetta tradotta:

1° commento: “Non penso siano ebrei”

2° commento: noi DOBBIAMO arrivare a 6.000.000, in OGNI caso)

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Dachau_gas-chamber-never-used-mai-usata.jpgAd esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco.

(nella foto la targa UFFICIALE posta dentro la ex “camera a gas” di Dachau)

Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec.

Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”.

Auschwitz_plaque_4mil.jpgA Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)(Sulla tale “confessione” si legga QUI l’analisi di Carlo Mattogno)

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore. (5)

Boris Polevoi- Russian Jewish writer Boris Polevoi-1945-elettroesecuzione-articolo-pravda.jpg(In foto, Boris Polevoi ,giornalista propagandista ebreobolscevico della Pravda che,il 2 Febbraio 1945 ,5 giorni dopo l’occupazione russa dell’ abbandonato lager di Auschwitz, inventò, in un articolo l’elettro esecuzione nel KL di Auschwitz, evidentemente DOPO aver ascoltato i SOPRAVVISSUTI lì rimasti, che EVIDENTEMENTE non sapevano di CAMERE a GAS e della carneficina di “4.000.000” di ebrei appena conclusasi ! )

Qui sotto quello che dovrebbe essere stato il sistema di sterminio nella fantasia giudeobolscevica

 auschwitz-elettroesecuzione-maggio-1945-pravda-pavlov-ebreo.jpg

 Il 2 febbraio1945 la Pravda pubblicò un articolo del suo corrispondente Boris Poljevoi intitolato «Il complesso della morte ad Auschwitz», nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue:

«Essi [i Tedeschi] spianarono la collina delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale, fecero saltare e distrussero le tracce del nastro trasportatore elettrico (eljektrokonvjeijera) dove erano stati uccisi centinaia di detenuti alla volta con la corrente elettrica (eljektriceskim tokom); i cadaveri venivano messi su un nastro trasportatore che si muoveva lentamente e scorreva fino a un forno a pozzo (sciachtnuju pje­), dove i cadaveri bruciavano completamente»(consulta la fonte coi riferimenti, cliccando QUI)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.

Testimonianze inattendibili

vrba_wetzler1.jpgGli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili.

Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) (Cliccando QUI si leggerà di 2 falsari olocaustici,ebrei,per eccellenza,foto sopra!)

Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto:

Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibiliNon è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)

Documenti tedeschi confiscati

Haavara_in_inglese.jpg(A sin un documento originale INCONTESTABILE: il PATTO di COLLABORAZIONE tra ebrei sionisti tedeschi e III° Reich sulla EMIGRAZIONE ebraica dalla Germania,firmato il 25 Agosto 1933!)

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva… La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.

Hitler e la “soluzione finale”

[Sul “problema” (per gli olosterminazionisti in S.P.E.) dell’ORDINE (mancante!) di sterminio di Adof Hitler, si legga il CAPITOLO V dello studio “Hilberg e le conoscenze della storiografia olocausticasul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici” di Carlo Mattogno, cliccando QUI]

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario.

Schlegelberger document marzo-aprile1942.JPGUn documento (foto, German Federal Archives (BA) file R.22/52) confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra:

Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto… Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)

Le SS di Himmler e i campi

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(Nella foto alcuni internati del lager di Campo di concentramento di Mittelbau-Dora ,addetti alla produzione di componenti per missili V2, CliccandoQUI maggiori informazioni su tale attività)

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che

“i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi.

Veniva inoltre ordinato:

I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo… I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili.

Infine, la direttiva sottolineava che il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo. (13)

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.

“Olocaustomania” a senso unico

holokauszt.holocash.jpgBenché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

holocaustianità-auschwitziana-delirio-pazzia-demenza-paranoia-ebraica-ebrei-juden-jews.jpgPer molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Elie Wiesel Holocaust -hoaxer.jpgIl noto scrittore ebreo Elie Wiesel (nel fotomontaggio) è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time:

Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virileper ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco. (18)

(Su tale wiesel elie ,sulle sue  storie si sedicente sopravvissuto, la demolizione sistematica di un VERO ex internato ,nello studio dedicato di Carlo Mattogno,cliccare QUI)

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato:

arbeit-macht-frei-palestinian-holocaust.jpgPer ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

(nella foto un esempio della scellerata e genocida attività criminale dell’entità sionista di Palestina che si VUOLE e DEVE  giustificare e coprire)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che

“invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge:

“Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche… L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”.

germany-pays.gifFinkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale

allo scopo di estorcere miliardi di dollari (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.

Conclusione

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.(“REATO” che si vuole perseguire anche in Italia ,cliccare QUI,da parte di tale pacifici riccardo,ebreo di Roma)(nella foto : pacifici riccardo)

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto.

Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 Note

1. Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: ‘No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, “Auschwitz Revisionism,” The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson, “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap”, in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, “Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler’s War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342…)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive ‘Six Million’” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1.

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber, The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

 N.B.Colore,foto,evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale
http://olo-truffa.myblog.it/adolf-hitler/

Il ventesimo anniversario del rapporto Leuchter

INTERVISTA CON FRED LEUCHTER

Di Richard A. Widmann

Forse il più importante di tutti gli studi revisionisti, Il Rapporto Leuchter: Un rapporto tecnico sulle presunte camere a gas di esecuzione di Auschwitz, Birkenau e Majdanek, in Polonia, celebra quest’anno il ventesimo anniversario della sua pubblicazione. Sebbene la maggior parte dei revisionisti conoscano bene la gestazione di questo lavoro pionieristico, è bene fare un breve riassunto.

Nel 1988 Ernst Zündel si trovò sotto processo per aver violato in Canada una legge contro la diffusione di “false notizie”. Il “crimine” di Zündel era quello di aver pubblicato un opuscolo che contestava la versione ortodossa dell’Olocausto, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?], di Richard Harwood. In seguito alla raccomandazione del professor Robert Faurisson, il team di legali di Zündel cercò un esperto delle camere a gas che potesse fornire una valutazione sulle presunte camere a gas in Polonia e riferire sulla loro capacità omicida.

Bill Armontrout, il direttore del penitenziario di stato del Missouri disse che Fred Leuchter era il solo esperto degli Stati Uniti nella progettazione, nel funzionamento e nella manutenzione delle camere a gas. Dal 1979 al 1988, Leuchter lavorò con la maggior parte degli stati americani che effettuavano esecuzioni capitali. Si specializzò nella progettazione e nella fabbricazione di attrezzature di esecuzione, inclusi sistemi di elettrocuzione, di iniezione di sostanze letali, di impiccagione, e di attrezzature per camere a gas. Leuchter era la scelta giusta: era infatti il solo esperto di camere a gas negli Stati Uniti, e credeva nel genocidio nazista degli ebrei.

A Leuchter venne chiesto dal team di Zündel di andare in Polonia e di intraprendere un’ispezione e un’analisi forense delle presunte camere a gas. Il 25 Febbraio del 1988, Leuchter si recò in Polonia per esaminare le presunte camere a gas di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Leuchter esaminò gli edifici descritti nella letteratura specializzata come camere a gas omicide. Condusse anche un’ispezione forense, per la quale vennero presi dei campioni di mattoni e di malta, che vennero portati negli Stati Uniti per essere sottoposti ad analisi chimica.

Il risultato delle scoperte di Leuchter venne sottoposto al Tribunale canadese. Leuchter scrisse nel suo rapporto che “il sottoscritto non ha trovato prove che nessuna delle strutture normalmente ritenute camere a gas omicide siano mai state utilizzate come tali e, inoltre, ritiene che a causa della progettazione e della costruzione di tali strutture, queste non possano essere state utilizzate come camere a gas omicide”.

Il giudice, Ron Thomas, decise che Leuchter era qualificato come esperto nella progettazione, costruzione, manutenzione e funzionamento della camere a gas. A Leuchter venne permesso di fornire il suo parere sul funzionamento e l’idoneità delle dette strutture ad operare come camere a gas omicide. Il suo Rapporto, però, non venne ammesso come prova. Sebbene il Rapporto non venne accettato dalla Corte, ebbe però un effetto sbalorditivo. A causa delle sue scoperte molte persone diventarono scettiche della versione comunemente accettata dell’Olocausto.

Forse l’impatto più importante del lavoro di Leuchter fu quello che ebbe sullo storico inglese David Irving. Poco dopo aver visto il Rapporto per la prima volta, Irving scrisse: “Mi sono state mostrate queste prove per la prima volta quando sono stato chiamato come perito al processo Zündel a Toronto nell’Aprile del 1988, i rapporti di laboratorio erano sconvolgenti”. Prosegue Irving: “Nessuna traccia significativa [di composti di cianuro] venne trovata negli edifici…definiti come le famigerate camere a gas del campo. Né, come l’autore spaventosamente ferrato del rapporto mette in chiaro, la progettazione e la costruzione di questi edifici rendevano fattibile il loro utilizzo come camere a gas omicide” (Leuchter Report: Focal Point Edition p.6).

Nonostante sia stato universalmente riconosciuto quale esperto nel campo delle attrezzature di esecuzione, Leuchter ora si ritrova sotto attacco per la sua testimonianza. Si può dire che è stata la forza del Rapporto Leuchter, l’analisi scientifica irrefutabile e la credibilità del suo autore a spingere coloro che difendono la versione ortodossa dell’Olocausto ad attaccarlo nel modo maligno con cui hanno agito. Vennero fatte minacce ai funzionari delle carceri che avevano scelto di lavorare con Leuchter. Venne calunniato sui giornali e in televisione. Vennero utilizzati cavilli legali per impedirgli di lavorare. Contro di lui venne impiegata anche la repressione giudiziaria.

Non c’è dubbio che Fred Leuchter ha pagato un prezzo estremamente alto per difendere la libertà di Ernst Zündel. Fred, tuttavia, è uno di quei rari soggetti che capiscono che quando è in pericolo la libertà di una persona, è in pericolo la libertà di tutti. Fred conosce anche l’importanza della verità storica. Il suo Rapporto non era motivato dall’interesse personale. Non era ispirato dall’inimicizia contro qualcuno e non era il frutto di un’agenda nascosta, nonostante quello che i suoi detrattori vorrebbero far credere. Allora, come adesso, Fred Leuchter è un vero personaggio. Germar Rudolf l’ha definito “un pioniere”. Io direi che è un eroe.

Il 30 Giugno di quest’anno, Fred Leuchter mi ha permesso di fargli la seguente intervista:

Widmann: Signor Leuchter, il suo lavoro, il “Rapporto Leuchter” ha vent’anni. In esso lei ha espresso la sua opinione di tecnico, basata su anni di esperienza come tecnico in attrezzature di esecuzione, che “le presunte camere a gas nei siti ispezionati non potevano essere, allora come adesso, utilizzate come camere a gas di esecuzione”. Lei è ancora di quest’opinione e, in caso affermativo, perché?

Leuchter: Quella era e rimane la mia opinione di tecnico. Il tempo ha solo cementato quell’opinione. Il laboratorio della Polizia di Stato polacca, Germar Rudolf, Walter Lüftl, e molti altri hanno proseguito le mie indagini e hanno confermato le mie scoperte. Se qualcuno contestava all’epoca le mie risultanze e la mia opinione, ora non può. Io certamente non lo faccio. Non presi le mie indagini alla leggera. Ho fatto lo stesso lavoro diverse altre volte negli Stati Uniti relativamente ad attrezzature di esecuzione difettose e a condanne a morte eseguite malamente. Prendo il mio lavoro e la mia reputazione molto seriamente. Le presunte camere a gas non furono né allora né mai della camere a gas di esecuzione.

Widmann: Lei ha pagato un prezzo molto alto per il suo coinvolgimento nel revisionismo dell’Olocausto. Se lei potesse rifare tutto daccapo, rifarebbe adesso quel suo viaggio, diventato famoso, nei campi di concentramento in Polonia?

Leuchter: Non mi piace quello che mi è accaduto! Non potrei in buona coscienza prendere le distanze da Zündel, non lo,potevo allora e neppure adesso. Aveva diritto alla migliore difesa possibile e quella difesa era imperniata su di me. Inoltre, credo che chiunque abbia diritto alla libertà di parola e di pensiero. Sì, lo farei di nuovo.

Widmann: Si tiene al corrente degli studi e delle opinioni dei revisionisti? In particolare, ha letto il rapporto di Germar Rudolf, che sostanzialmente conferma la maggior parte delle conclusioni del suo rapporto? In tal caso, qual è la sua opinione del lavoro di Rudolf?

Leuchter: Sì, mi tengo al corrente. E sì, ho letto il suo rapporto. Credo che il rapporto di Germar sia un lavoro eccellente. Germar è un chimico e come tale il suo approccio alla questione è differente dal mio. Quello che ci differenzia è secondario e deriva da questioni disciplinari. Sono onorato che Germar Rudolf sia d’accordo con il mio lavoro e che lo abbia confermato!

Widmann: Qual è la sua opinione sulla legislazione anti-revisionista di gran parte dell’Europa, che ha messo fuori legge i punti di vista alternativi sull’Olocausto?

Leuchter: Credo che questa legislazione sia esiziale per il libero pensiero e per la libertà di parola e quei paesi e quei politici che la sostengono dovrebbero vergognarsi. Gli elettori di quei paesi dovrebbero vergognarsi che una tale legislazione sia stata approvata e rafforzata in loro nome e dovrebbero rimuovere i politici che ne sono responsabili. Stanno creando un Gulag nei loro stessi paesi.

Widmann: Che consiglio darebbe per quei giovani che possono trovarsi a fronteggiare una forma tremenda di ostilità contro idee e ideali che essi sentono, e sanno, essere giusti? Dovrebbero prendere posizione anche alla luce di una forte ostilità?

Leuchter: Non sono sicuro che questa sia una domanda da fare a me, a Zündel, a Faurisson, a Germar o a chiunque altro che è stato preso dalla lotta, e che è stato punito così duramente per aver detto la verità. Tutti noi, diremmo, in modo inequivocabile, “Prendete posizione, e combattete”. Più duro è il combattimento, più tosti dobbiamo essere.

Widmann: Sicuramente la sua è stata una vita interessante e qualcuno direbbe anche sorprendente. Ha pensato di scrivere le sue memorie?

Leuchter: Forse. Veda se riesce a trovare qualcuno che faccia un’offerta!

 

http://www.codoh.com/author/portraits/port2leu.htmlhttp://www.nizkor.org/hweb/people/l/leuchter-fred/ihr-v12n4.html

hitbush.jpgPrescott Sheldon Bush (bisnonno di George W. Bush), Come i suoi discendenti, fu membro della Skull & Bones, società che gli permise di entrare in contatto con le famiglie Harriman e Walker, formatesi anch’esse all’universita di Yale. L’unione con Dorothy Walker, figlia del ricco industriale George Herbert Walker, era destinata anche a generare grandi affari tra il clan dei Bush e quello dei Walker (sempre sotto l’ala protettrice degli Harriman, Rotshilds e dei Rockefeller, famiglie di origine ebrea).

Il 20 ottobre 1942, dieci mesi dopo la dichiarazione di guerra al Giappone e alla Germania da parte degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt ordinò la confisca delle azioni della UBC in quanto accusata di finanziare Hitler e di avere ceduto quote azionarie a importanti gerarchi nazisti.

Prescott Bush era allora azionista e direttore dell’UBC. Una questione del massimo interesse, considerato che, dopo essere salito al potere nel 1933, Hitler aveva decretato l’abolizione del debito estero tedesco, contratto in larga parte in seguito al Trattato di Versailles.

Il 28 ottobre 1942, Roosevelt ordinò la confisca delle azioni di due compagnie statunitensi che contribuivano ad armare Hitler, la Holland American Trading Corporation e la Seamless Equipment Corporation, entrambe amministrate dalla banca di proprietà della famiglia Harriman, di cui era allora direttore Bush.Tanto per fare un esempio, per Hitler e Stalin sarebbe stato molto più complicato sostenere una guerra aperta se la banda Harriman-Bush-Walker non avesse allo stesso tempo armato Hitler fino ai denti e rifornito di carburante le truppe russe. Era dagli anni Venti che la famiglia Walker estraeva petrolio da Baku (Azerbaigian) per poi rivenderlo all’Armata Rossa.Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, e ancora durante il conflitto, una joint venture legava la Standard 0il, di proprietà della famiglia Rockefeller, alla I.G. Farben, un’imponente industria chimica tedesca. Molti degli stabilimenti comuni alla Standard Oil e alla I.G. Farben situati nelle immediate vicinanze dei campi di concentramento nazisti – tra cui Auschwitz, per esempio – sfruttavano il lavoro dei prigionieri per produrre un’ampia gamma di prodotti chimici, tra cui il Cyclon-B, gas letale molto diffuso nei lager per sterminare le stesse persone che erano costrette a produrlo.

E nonostante il bombardamento sistematico con cui rasero al suolo moltissime città tedesche durante la guerra, le truppe statunitensi agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire zone in prossimità di questi stabilimenti chimici. Nel 1945 la Germania era sotto un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti erano tutti intatti. Quando fu eletto vicepresidente nel 1980, George Bush senior incaricò un personaggio misterioso, tale William Farish III, di amministrare e gestire tutti i suoi beni. Il sodalizio tra i Bush e i Farish si colloca molto indietro nel tempo, addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: William Farish dirigeva negli Stati Uniti il cartello formato dalla Standard Oil of New Jersey (l’attuale Exxon) e la I.G. Farben di Hítler. Fu precisamente questo consorzio a determinare l’apertura del campo di concentramento di Auschwitz nel 1940 allo scopo di produrre gomma sintetica e nafta dal carbone. All’epoca, quando questa notizia cominciò a diffondersi agli organi di stampa, il Congresso statunitense apri un’inchiesta. Se si fosse davvero spinta fino alle ultime conseguenze, avrebbe irrimediabilmente compromesso il clan Rockefeller. Ma non avvenne nulla di tutto ciò: ci si limitò a silurare il direttore esecutivo della Standard Oil, William Farish I. In occasione di quel congresso, W. Averell Harriman si occupò personalmente di far arrivare a New York i maggiori ideologi del nazismo, prendendo accordi con la Hamburg-Amerika Line , di proprietà dei Walker e dei Bush. Tra quegli “scienziati” vi era anche il principale fautore delle teorie razziste durante il regime di Hitler, lo psichiatra Ernst Rüdin, che conduceva a Berlino studi sulle razze finanziati dalla famiglia Rockefeller.
La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale.
La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo.

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura.

Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti.«La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta.

Perchè famiglie Ebree finanziarono i loro maggiori persecutori? Perchè esiste una legge che impedisce di ricostruire i fatti storici in merito all’olocausto?

A voi la sentenza. Pace alle vittime di ogni guerra, contro ogni male e ed ogni ingiustizia.

 

Israele vuole cancellare la Costituzione italiana?

Il totale asservimento dei media italiani ai governi guerrafondai di Israele, proprio in questi giorni, ha trovato una nuova conferma: i direttori di alcuni fra i più autorevoli organi di stampa, come Repubblica, Rainews e Corriere della Sera, hanno subito pressioni (presumiamo da ambienti filoisraeliani molto influenti, perché solo questi hanno la forza di fare questo) per licenziare decine di giornalisti colpevoli – citiamo direttamente dal sito di Progetto Dreyfus licenziamenti di massa nelle redazioni  – “di aver riportato, in forme totalmente stravolte, gli attentati commessi dai terroristi palestinesi in Israele”.
L’articolo di cui sopra pubblicato sul sito di Progetto Dreyfus, megafono della Comunità ebraica romana – quella stessa che lo storico Diego Siragusa ha definito come la “sezione italiana dell’estrema destra israeliana” -, è un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, sia pure maldestramente camuffato dietro la richiesta di una più corretta informazione. Continuiamo a leggere l’articolo:‘’La disinformazione, al limite della propaganda, perpetrata da questi ultras dalla penna vicina ai terroristi palestinesi è finalmente terminata. Si è infatti interessato persino il presidente dell’ordine dei giornalisti che ha minacciato di ritirare diversi tesserini, di rispedire alcuni dei titolisti a corsi di formazione di giornalismo con particolare focus sull’etica ed escludere come estrema ratio dall’ordine alcuni degli autori più recidivi’’ 1.
Siamo di fronte ad affermazioni molto gravi e lesive dei principi che sono alle fondamenta della nostra Costituzione e in particolare di quell’articolo specifico che garantisce la piena libertà e il pluralismo dell’informazione.
In parole povere, secondo questi signori, chi fornisce un’ informazione non gradita al governo israeliano e al Likud dovrebbe essere allontanato o licenziato dai giornali per cui lavora e addirittura cacciato dall’ordine dei giornalisti. Si tratta di una minaccia ben precisa, un modo subdolo per rovinare la vita (non solo professionale) di decine se non centinaia di persone che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Tutto lascia dunque supporre che le redazioni di alcuni giornali verranno sfoltite a causa di licenziamenti politici, perché di questo si tratterebbe. Domanda: La “sinistra” italiana si mobiliterà in difesa di questi lavoratori forse prossimi al licenziamento (per ragioni politiche, è bene sottolinearlo) e per difendere il sacrosanto diritto alla libertà di stampa e di opinione così palesemente sotto attacco da parte dei gruppi di potere sionisti? Oppure tutto ciò passerà in sordina, dal momento che, da SEL fino al PCL, sembrano decisamente più impegnati ad occuparsi di “diritti civili, femminismo, liberalizzazione dei costumi e istanze lgbt” piuttosto che di conflitto sociale, lavoro e antimperialismo? Verranno licenziati, espulsi dall’Ordine dei Giornalisti o peggio ancora mediaticamente “linciati” dei giornalisti critici di Israele? Questioni secondarie. La “sinistra capitalista” ha ben altre urgenze e priorità….
Ma qual è l’agghiacciante tesi di Progetto Dreyfus, un sito che, fra le altre cose, trasuda islamofobia da tutti i pori (è sufficiente dargli un’occhiata per rendersene conto), sul conflitto in corso? Leggiamo: “L’unica cosa che contava per questi pseudo giornalisti era riportare il numero dei morti, alto da parte palestinese perché tanti, oltre 150, sono stati gli attentatori. Allo stesso tempo era basso, circa 25 in totale, il numero di persone barbaramente uccise con coltelli e macchine che hanno investito donne e bambini da parte israeliana”.
E chi sarebbero questi pericolosi attentatori, questi ‘’terroristi’’? Forse Afula di Asraa Abed, una donna indifesa, accerchiata dai militari israeliani, fino a che non le hanno sparato diverse pallottole. Per il giornalista di Haaretz, Gideon Levy, questo è “palesemente un assassinio. Quei poliziotti erano troppo codardi o assetati di vendetta e perciò meritano di essere processati, non encomiati” 2. Per un giornalista israeliano, certamente di Sinistra e democratico, quei soldati erano solo dei codardi che “meritano di essere processati”, mentre per i sionisti, quegli assassini sono degli ‘’eroi’’.
La Palestina è chiaramente sotto occupazione, definire ‘’terrorista’’ chi difende il proprio diritto alla libertà, all’indipendenza e a una dignitosa esistenza libera dalla dominazione neocoloniale, dovrebbe suscitare profonda indignazione. Un’ indignazione di massa che purtroppo tarda ad arrivare. E’ possibile restare in silenzio di fronte alle minacce e al terrorismo mediatico di Israele? E chi sarebbero poi i ‘’terroristi’’? Scrive ancora Levy: ‘’Ancor più macabra è l’esecuzione di Fadi Alon a Gerusalemme. Dopo che ha gettato a terra il coltello con cui aveva ferito un giovane ebreo, ha cercato di scappare dalla folla inferocita verso un poliziotto, che la gente incitava con parole volgari ad ucciderlo. Rispondendo alla richiesta della marmaglia, il poliziotto ha sparato a morte al ragazzo, senza motivo, e poi ha fatto rotolare il suo corpo in strada’’. Altri video dimostrano che una gran parte delle azioni dell’IDF (l’esercito israeliano) sono semplici atti di crudeltà, che hanno origine nel razzismo e nel particolarismo etnico e religioso ormai da tempo egemone in Israele.
Vogliamo parlare di Gaza ? Ashraf al-Qadra, membro del ministero della Salute palestinese, documenta che: ”L’occupazione persiste nell’utilizzo di armi non convenzionali contro i cittadini di Gaza, essa ne ha fatto uso in passato e continua tuttora”. 3 E continua: “Le tipologie delle ferite, curate negli ospedali della Striscia di Gaza in seguito agli attacchi israeliani, provano che l’occupazione ha usato armi incendiarie e non convenzionali, vietate a livello internazionale. Ciò si evince dai corpi delle vittime, che arrivano negli ospedali di Gaza con ustioni di grandi dimensioni e amputazioni in molte parti del corpo, oltre alle lacerazioni dei tessuti interni delle vittime. Tutto ciò dimostra che vi è un uso eccessivo della violenza contro i civili di Gaza, e che l’occupazione colpisce deliberatamente le aree popolate per aumentare il numero delle vittime tra i civili”. Il risultato è questo: oltre 43.000 persone, oggi a Gaza, vivono in condizioni di disabilità 4. E’ inutile girarci attorno: solo una persona in malafede può mettere sullo stesso piano un sasso lanciato da un ragazzo palestinese (o anche una coltellata sferrata con rabbia e disperazione), con i bombardamenti al fosforo e le bombe dirompenti dei cacciabombardieri israeliani.

Quello israeliano è un chiaro progetto di pulizia etnica, una sorta di lento e silenzioso genocidio portato avanti anche grazie all’impunità di cui gode Israele che, oltre a rappresentare una costante minaccia per i popoli arabi e/o mussulmani, sta mettendo in campo una strategia per attentare, come abbiamo appena visto, alle più elementari libertà democratiche – fra cui la libertà di stampa ed di informazione – in Europa.
Solo poche settimane fa la presentazione a Roma del libro di Alan Hart, “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei“, è stata boicottata, come spiega nel suo blog lo storico Diego Siragusa l’Anpi siamo anche noi , traduttore e autore della prefazione, al punto tale che anche l’ANPI provinciale di Roma ha deciso di annullare l’evento. E’ lecito pensare a pressioni”, spiega Siragusa nel suo articolo, e non possiamo che condividere la sua ipotesi.
Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria violazione del diritto che si traduce nel tentativo (ma è molto di più di un semplice tentativo) di mettere il bavaglio alla libera informazione, di zittire con le minacce i giornalisti non allineati al pensiero unico e ovviamente di orientare e condizionare la politica estera del paese (come se non fosse già del tutto prona agli interessi degli USA e di Israele). Tutto ciò dimostra peraltro, qualora ce ne fosse bisogno, quale sia il tasso di autonomia politica di questo paese .
E ancora: a chi giova l’iranofobia fomentata dai media filoisraeliani? La domanda è complessa e per questo, escludendo di rivolgerla (perché sarebbe del tutto inutile) ad un qualsiasi “funzionario mediatico” di regime, la giriamo alla giornalista Tiziana Ciavardini, colta ed esperta conoscitrice della Repubblica Islamica dell’Iran:
Dall’Islamofobia crescente in Occidente intensificatasi dopo i recenti attacchi terroristici in Francia e nei paesi mediorientali il senso di paura patologica nei confronti dell’IRAN fortunatamente sta in parte sta cambiando. La mia esperienza ultra decennale nella Repubblica Islamica dell’Iran mi ha portato ad avere una visione della cultura e della società contemporanea prettamente in contrasto con quelle che sono le notizie spesso capziose e confuse che i mass media ormai da anni stanno cercando di divulgare. Mi rivolgo in particolare a quella ‘paura dell’IRAN’ quella ‘IRANOFOBIA’ che vedeva nell’IRAN il male assoluto. Negli ultimi decenni l’Iran é stato piú volte presentato come un paese insicuro e da evitare caratterizzato da problemi politici interni che le cronache hanno inevitabilmente evidenziato creando un latente pregiudizio ancora oggi difficile da superare. Con l’elezione del Presidente Hassan Rohani l’Iran sta vivendo peró, un cauto cambiamento. Nello scenario mediorientale oggi questo Paese rappresenta l’unico Stato con una elevata stabilità politica ed istituzionale e rappresenta l’unica superpotenza regionale con una propria specifica identità. Purtroppo in Occidente siamo ancora ancorati al nostro etnocentrismo, convinti che la nostra civiltà occidentale si sia sparsa e imposta in tutto il mondo grazie alla superiorità morale del sistema democratico-parlamentare su altri sistemi politici. In realtá il sistema politico iraniano é troppo complesso e difficilmente comprensibile da un punto di vista occidentale e lo sbaglio maggiore é quello di voler attribuire regole e decisioni ad una sola persona quando non é esattamente cosí. L’Iran sta aprendo le proprie porte a nuove sorprendenti dinamiche un motivo in piú per intensificare il dialogo

La lobby sionista: vietato parlarne?

Ma c’è anche un’altra domanda a cui siamo chiamati a rispondere: esiste la lobby israeliana (sionista), cioè un centro (o vari centri) di potere impegnato(i) a difendere lo Stato di Israele e la sua politica di sostanziale e anche formale apartheid nei confronti del popolo palestinese? La risposta è semplice: sì, esiste. Cerchiamo di inquadrare il problema ripercorrendo le opinioni di importanti studiosi appartenenti alla Sinistra antimperialista italiana. Anche perché, molto spesso la sinistra confonde il “sionismo” con l’ “ebraismo”,eppure i rabbini Neturei Karta sono contrari allo Stato ebraico. . La destra, oggigiorno, è filosionista: condivide con questo sia l’imperialismo economico e politico che la sua funzione “messianica”.
Secondo lo storico marxista Mauro Manno “Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denuncino la pericolosità’ 5. Il Partito Radicale (Pannella e Bonino in testa … ) così come il quotidiano La Repubblica (solo per citarne alcuni perchè l’elenco sarebbe infinitamente più lungo) sono apertamente schierati dalla parte di Israele.
Per il filosofo “post-marxista”, Costanzo Preve, nessuna persona intellettualmente onesta potrebbe negare l’esistenza della lobby filoisraeliana, “però anche solo fare un riferimento a questa realtà incontrovertibile, è immediatamente assimilato all’antisemitismo, identificato nel simbolismo comune mediatico manipolato con l’approvazione, esplicita o implicita, ai crimini sterministici di Hitler. Il tradimento degli intellettuali consiste nel non denunciare questo fatto…” 6.
Quindi, come mettere al riparo l’informazione e la libertà di stampa da questa progressiva involuzione antidemocratica? In regime capitalistico chi possiede i mezzi di produzione controlla e possiede anche i mezzi di informazione: egemonia di classe e costruzione del consenso camminano di pari passo. Israele è un paese imperialista (al vertice della catena di comando insieme a Usa e Gran Bretagna ), mentre l’Italia è un paese sub-imperialistico a sovranità limitata. I rapporti di forza fra questi stati rendono proni i governanti e i giornalisti italiani alle classi dirigenti americane e israeliane.
Lo storico Diego Siragusa ci ha spiegato molto bene come “Decisiva è, quindi, la tecnica dell’inganno. Il motto del MOSSAD, il famigerato servizio segreto israeliano, è questo “PER MEZZO DELL’INGANNO FAREMO LA GUERRA”. In modo esplicito gli israeliani confessano il loro metodo fondamentale col quale hanno costruito il loro stato e la loro potenza: la disinformazione sistematica come la quintessenza del loro progetto sionista. Possedere il controllo dell’informazione planetaria è la condizione necessaria per il successo dell’inganno” 7.Fino a quando tale inganno avrà successo? Da più di sessant’anni a questa parte a fare le spese degli appetiti di questa potenza imperialista cinica, arrogante e aggressiva sono i popoli dell’area mediorientale e in particolare quello palestinese.
La battaglia per ristabilire una verità storica e oggettiva su Israele, sui suoi crimini e sulla natura imperialista del sionismo, deve diventare quindi una priorità per chiunque sia animato da uno spirito democratico e da onestà intellettuale.

1)http://www.progettodreyfus.com/stop-alla-disinformazione-licenziamenti-di-massa-nelle-redazioni-dei-quotidiani-online/

2)http://www.bocchescucite.org/la-pena-di-morte-illegale-e-senza-processo-di-israele-e-accolta-dagli-applausi-delle-masse/

3)http://www.infopal.it/fonte-ufficiale-palestinese-israele-ha-trasformato-gaza-in-un-campo-di-sperimentazione-per-armi-vietate-a-livello-globale/

4)http://www.infopal.it/piu-di-43-600-disabili-a-gaza/

5)http://palestinanews.blogspot.it/2009/02/in-ricordo-di-mauro-manno-esiste-la.html

6)http://www.comunismoecomunita.org/?p=4115

7)http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=308%3Ala-disinformazione-e-la-formazione-del-consenso-attraverso-i-media&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=101

thanks to: l’interferenza

US NGOs sued over $280bn tax-deductible aid sent to Israel

A lawsuit has reportedly been filed against the US Treasury Department, alleging that some 150 NGOs sent as much as $280 billion worth of tax-deductible donations to Israel in the past 20 years.

Sorgente: US NGOs sued over $280bn tax-deductible aid sent to Israel – report — RT USA

I SIONISTI SONO RAZZISTI E I VERI NEGAZIONISTI

I sionisti riscrivono la storia a loro uso e consumo. Questo lo si sapeva già, ma anche nella guerra della propaganda i sionisti si rivelano come veri nemici dei semiti, arabi o ebrei che siano. Sempre più simili alle escrescenze nazistoidi che si diffondono nel centro imperialista, soprattutto europeo, indugiano sul cosiddetto “negazionismo” antisemita.

Proprio nello stesso giorno in cui la Procura francese ha chiesto il proscioglimento per Marine Le Pen riguardo alle dichiarazioni fatte durante un comizio, dove aveva paragonato le preghiere musulmane nelle strade, all’occupazione nazista della Francia durante la II° Guerra Mondiale, il primo ministro di Israele ha scagionato Hitler dalle sue responsabilità di sterminio delle comunità ebraiche europee. Addossandole ai palestinesi, nella figura del gran Muftì di Gerusalemme.

Adolf Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei, voleva solo espellerli, ma fu convinto dal gran muftì Haj Amin al-Husseini” ha affermato Nethanyau, aggiungendo che “Hitler non voleva sterminare gli ebrei, solo espellerli”. Ma in un incontro avvenuto nel 1941 a Berlino, il muftì disse al leader nazista: “Se tu li espelli, verranno tutti qui (in Palestina)”. Allora, secondo Netanyahu, Hitler gli chiese: “Cosa dovrei fare con loro?”. E la risposta del muftì sarebbe stata: “Bruciali”. Tutti i maggiori mass media hanno riportato tali farneticazioni, ma nessuna figura istituzionale le ha stigmatizzate; a dimostrazione del livello di integrazione di un sistema politico borghese, ormai sionistizzato.

Con la “Intifada dei coltelli” che sta montando in tutta la Palestina, sbarazzandosi, nel fuoco della lotta, delle differenze localiste, faziose, religiose e di genere, che per troppo tempo hanno mantenuto frammentato e impotente il fronte della Resistenza contro l’Occupazione e il colonialismo; nell’Entità sionista, occupanti e colonizzatori stanno perdendo quel poco di lume rimastogli.

Presi dal panico provocatogli dalla rivolta palestinese, questi (sionisti) non esitano a linciare brutalmente persone inermi e indifese, non “ariane” come il loro razzismo viscerale gli suggerisce e come accaduto, appena due giorni fa, all’eritreo Haftom Zarhum (29 anni), colpevole di avere il colore di pelle “sbagliata”, quindi prima abbattuto con un colpo di fucile dai militari israeliani, poi da questi lasciato ferito nelle mani di una folla delirante, che lo ha fatto letteralmente a pezzi.

Non sorprende, quindi, che la sedicente “unica democrazia mediorientale”, si spinga, disperata, verso la riscrittura della Storia, tentando di falsificarla contro la sua stessa “natura” e titillando i suoi compari europei, provando a prendere i classici due piccioni con una fava: deresponsabilizzare i carnefici di ieri (nazisti), criminalizzare le vittime di oggi (palestinesi).

In questo quadro infame, ancora “sorprendente” risulta l’ostinazione dei collaborazionisti dell’ANP che, in piena rivolta popolare, invece di troncare le famigerate collaborazioni di sicurezza con l’Occupazione, si ostinano a mantenerle contro l’Intifada, per paura di essere spazzati via anch’essi dall’emergere di una nuova generazione di partigiani palestinesi.

Limitandosi a balbettare, tramite l’esponente dell’ANP Saeb Erekat, che queste affermazioni “hanno l’effetto di approfondire le divisioni in un momento in cui una pace giusta e durature è più necessaria che mai…”.

Una ignavia e una sudditanza all’Occupazione che grida vendetta per le vittime ebraiche di ieri e quelle palestinesi di oggi, così come la grida contro i carnefici nazisti di ieri e quelli sionisti attuali.

CONTRO IL NAZI-SIONISMO E IL COLLABORAZIONISMO!
AL FIANCO DELL’INTIFADA PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA!

thanks to: Fronte Palestina

L’invenzione sionista della minaccia iraniana – intervista con il Prof. Yakov Rabkin

Buonasera dalla redazione italiana di ProMosaik e.V.,

In queste settimane, all’indomani dello storico accordo di Vienna, raggiunto finalmente in data 14 luglio 2015 dopo un impegno durato 12 anni, abbiamo già parlato diverse volte dell’Iran e di Israele. L’unico stato che si oppone a questo accordo è Israele che parla della minaccia iraniana per lo Stato sionista.

Abbiamo parlato con il Prof. Yakov Rabkin dell’università di Montreal di questa invenzione e di questa cultura della paura su cui si basa il sionismo. Vorrei ringraziare il Prof. Rabkin per la sua disponibilità.  


Abbiamo già pubblicato il suo grandioso articolo sull’Iran e Netanyahu prima della conclusione dell’accordo di Vienna (vedi
http://promosaik.blogspot.com.tr/2015/03/netanyahu-and-iran-must-read-by-prof.html), in occasione del discorso di Netanyahu rivolto al Congresso statunitense sulla cosiddetta “minaccia iraniana”.

Grazie della vostra attenzione e buona lettura!

Potete mandarci i vostri commenti e i vostri suggerimenti a
info@promosaik.com

Cordiali saluti


Dr. phil. Milena Rampoldi

ProMosaik e.V.


Dr. phil. Milena Rampoldi:
In che modo Israele ha inventato la minaccia iraniana e con quali mezzi cerca di mantenerla?
Prof. Yakov Rabkin:
In un mio articolo precedente ho trattato della storia di questa invenzione (http://www.acjna.org/acjna/articles_detail.aspx?id=575 ). Israele ha usato i suoi alleati ed agenti per trasformare la questione iraniana in un problema internazionale. In questo modo il regime israeliano è riuscito a distrarre il mondo dalla questione palestinese per poter continuare a violare con impunità i diritti dei palestinesi. Un altro aspetto non meno importante: questa invenzione ha offerto alla società israeliana una “nuova minaccia esistenziale”. Apparentemente l’inesistente bomba atomica iraniana ora è stata rimpiazzata da un’altra “minaccia esistenziale”, quella del movimento BDS, una campagna internazionale pacifica volta all’applicazione del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni economiche per costringere Israele a cambiare la sua politica nei confronti dei palestinesi. Alcuni israeliani sono dell’idea che la loro società imploderebbe senza queste minacce esistenziali. Infatti la paura è la forza di coesione sociale.  
Dr. phil. Milena Rampoldi:
Come possiamo oggi, rifiutando l’ideologia sionista, promuovere l’amicizia tra il popolo ebraico e quelli musulmani in generale e quello iraniano in particolare?

Prof. Yakov Rabkin:
È fondamentale sottolineare che il sionismo rappresenta una rottura con e una ribellione nei confronti del giudaismo. Molti ebrei si opposero ad esso quando fu fondato alla fine dell’Ottocento. Si devono abbandonare tutte le teorie cospiratorie antisemite e capire che gli ebrei sparsi per il mondo, indipendentemente dal fatto se sostengono Israele o meno, non esercitano alcuna influenza sulla politica israeliana. Non vanno ritenuti responsabili di quello che Israele rappresenta e di come agisce. Allora si percepisce che l’ebraismo e l’islam sono le religioni più simili tra loro e che gli ebrei vivevano molto meglio nei regimi islamici che non in quelli cristiani e che numerose opere dell’ebraismo furono redatte in lingua araba. Inoltre, gli ebrei, grazie alla loro esperienza dell’antisemitismo nei paesi cristiani, possono anche aiutare tantissimo i musulmani nell’affrontare la crescente islamofobia.  


Dr. phil. Milena Rampoldi:
Che cosa vorresti dire al Presidente del Consiglio degli ebrei in Germania, il Dr. Schuster, il quale afferma che l’accordo con l’Iran rappresenterebbe una minaccia per Israele e per la stabilità dell’intero Medio Oriente?

Prof. Yakov Rabkin: 

I sostenitori di Israele in tutto il mondo non fanno che dire quello che viene ordinato loro dai loro padroni. Con tutto il rispetto per i funzionari delle organizzazioni ebraiche in Germania: esse non possono essere informate meglio dei loro governi che hanno firmato l’accordo di Vienna. Questo sostegno a favore di Israele non è affatto innocente. Di recente è emerso (http://972mag.com/for-the-first-time-in-history-jews-can-take-part-in-war-from-home/109087/) che le organizzazioni ebraiche erano state usate di nascosto dall’esercito israeliano per diffondere il suo messaggio durante la guerra di Gaza del 2014. Ovviamente dei funzionari ebrei pronti ad agire in questo modo espongono tutti i membri della loro comunità a rappresaglie anche violente. E questo è particolarmente grave, visto che gran parte degli ebrei, almeno negli Stati Uniti, si dichiara a favore dell’accordo di Vienna con l’Iran. Inoltre gli ebrei americani lo sostengono di più degli americani medi (http://www.jpost.com/Diaspora/US-Jews-much-likelier-to-back-Iran-deal-than-non-Jews-poll-410094). Questo fatto mostra il crescente alienamento degli ebrei americani nei confronti di Israele, cosa che non fa che corroborare la tesi espressa nella mia domanda precedente. Dunque ci si deve chiedere: Chi rappresentano esattamente questi funzionari delle organizzazioni ebraiche? Gli ebrei nei loro paesi o lo stato di Israele?

Dr. phil. Milena Rampoldi:
Quanto ci metterà la gente a capire che Netanyahu ha torto? Come possiamo spiegare loro questo fatto per farli cambiare idea?

Prof. Yakov Rabkin:
Netanyahu fa affidamento sul supporto di uno dei grandi sponsor del Partito Repubblicano. Dunque probabilmente la credibilità del primo ministro rimarrà invariata in quei circoli e media. Comunque, altrove, sembra essere molto più debole. Ma la questione non riguarda la sua personalità. La maggioranza politica israeliana sostiene Netanyahu nella sua opposizione all’accordo di Vienna.
Fa parte di un inesorabile spostamento del pubblico israeliano verso destra (http://972mag.com/for-the-first-time-in-history-jews-can-take-part-in-war-from-home/109087/) che causa il progressivo isolamento di Israele nel mondo, incluso l’isolamento dagli ebrei nei paesi più importanti.  
Il Prof. Yakov Myronovytsch Rabkin (nato a San Pietroburgo nel 1945) è professore di storia all’Università di Montréal (in Québec). I suoi ambiti di specializzazione sono la storia sovietica e la storia della scienza e la storia ebraica contemporanea. È autore dell’opera A Threat from Within: A Century of Jewish Opposition to Zionism (Nel nome della Torah – L’opposizione ebraica al sionismo), tradotta in 12 lingue e di Comprendre l’État d’Israël (Comprendere lo stato di Israele). Il suo nuovo libro intitolato What is Modern Israel?, verrà pubblicato nel maggio del 2016 da Pluto Press a Londra.

thanks to: ProMosaik e.V.

Israele perde anche la faccia

Notte fonda per il Sionismo

Israele risulta la grande perdente dei negoziati sul nucleare iraniano e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate.

Le manifestazioni di gioia incontenibile del popolo iraniano nelle piazze di Teheran saranno ricordate a lungo. Rappresentano la vittoria del buon senso, della diplomazia e, per una volta, della giustizia sull’oscurantismo e la bieca propaganda del terrore. L’Iran vive un momento catartico, un pesante debito con la giustizia viene pagato e si infligge un colpo durissimo alle ambizioni dei Neocon americani di lanciare la guerra definitiva, finale aggredendo la nazione persiana.

Soprattutto, il corso storico che ha portato all’annullamento delle insensate sanzioni all’Iran rappresenta un punto di svolta storico e un punto di partenza per una nuova visione dello scenario mediorientale. In questi giorni si sta aprendo finalmente la stagione propizia per rompere definitivamente l’abbraccio mortale tra Occidente (USA in primis, dunque il carrozzone delle nazioni europee ad essi legati) e Israele, già fortemente allentatosi negli ultimi mesi. La nazione sionista risulta la grande perdente dei negoziati e oramai nel paese serpeggia un clima da fine Impero, da cittadella assediata, da ultima spiaggia. Netanyahu è riuscito a farsi rieleggere puntando forte sulla psicosi iraniana, e accodando al Likud una carovana di partiti sciovinisti, razzisti e guerrafondai, e ora paga lo scotto delle sue politiche scriteriate. Accusare di terrorismo internazionale un Iran attivo più di ogni altro attore nella lotta all’ISIS, a cui invece Tel Aviv fa numerosi favori con i raid aerei illegali contro Assad e Hezbollah, è qualcosa di insostenibile.

A un anno dai massacri di Gaza, il popolo israeliano si rivela sempre più intollerante; per il suo governo il mondo si è fermato a George W. Bush, alle sue genuflessioni nei confronti del potere sionista, ai giorni in cui l’IDF era lasciata libera di irrorare col fosforo bianco gli orfanatrofi e i quartieri residenziali di Gaza o Beirut senza grandi risposte da parte della comunità internazionale. Era un altro mondo, gli USA erano profondamente impegnati in Medio Oriente, cingevano d’assedio Teheran attraverso le operazioni in Iraq e Afghanistan e le dure sanzioni ora giustamente abolite.

Per il sionismo è attualmente notte fonda: la maschera di menzogne con cui il governo di Tel Aviv è sempre riuscito a farsi schermo è definitivamente divelta; Israele si sta autoescludendo dai consessi internazionali, barricandosi in una torre d’avorio di pregiudizi e manie patologiche. Chiuso tra uno scacchiere sempre più caotico e i tentativi azzardati di rompere l’impasse quali gli abboccamenti coi sauditi, Netanyahu vede arenarsi il progetto di egemonia regionale che oramai Israele da settant’anni porta avanti. La diplomazia internazionale forte del supporto iraniano potrebbe in questo caso manovrare abilmente e condurre un blitz irruento per dare decisi contorni e limiti all’agire di Israele. Capitalizzare la vittoria ottenuta nei confronti della propaganda oscurantista sionista significherebbe agire per mettere pressione a Israele affinché cominci a obbedire alle regole del gioco, concedendo ispezioni ai suoi siti nucleari come farà Teheran e dando garanzie sul rispetto dei diritti umani nei territori abitati dai palestinesi.

Il grande rischio in tutto ciò è quello di una reazione alla dottor Stranamore: il timore che Israele possa diventare una vera e propria scheggia impazzita è tutt’altro che remoto, sebbene eventuali attacchi a sorpresa lanciati nei confronti dell’Iran sarebbero condannati dalla totalità delle nazioni; tutto potrebbe cambiare a fine 2016: se a Obama, al quale va riconosciuto il buon senso di aver capito che l’esclusione dell’Iran era controproducente, succederà un “falco” repubblicano o la sua collega di partito Hillary Clinton, Israele tornerà al centro della strategia mediorientale NATO. Con tutte le nefande conseguenze del caso.

18 luglio 2015

thanks to:

L’Intellettuale Dissidente

 

Behind the Balfour Declaration – Britain’s Great War Pledge To Lord Rothschild

By Robert John

Acknowledgements

To Benjamin H. Freedman, who committed himself to finding and telling the facts about Zionism and Communism. and encouraged others to do the same. The son of one of the founders of the American Jewish Committee, which for many years was anti-Zionist, Ben Freedman founded the League for Peace with Justice in Palestine in 1946. He gave me copies of materials on the Balfour Declaration which I might never have found on my own and encouraged my own research. (He died in April 1984.)

The Institute for Historical Review is providing means for the better understanding of the events of our time.

Attempts to review historical records impartially often reveal that blame, culpability, or dishonor are not to be attached wholly to one side in the conflicts of the last hundred years. To seek to untangle fact from propaganda is a worthy study, for it increases understanding of how we got where we are and it should help people resist exploitation by powerful and destructive interests in the present and future, by exposing their working in the past.

May I recommend to the Nobel Prize Committee that when the influence of this organization’s historical review and search for truth has prevailed the societies of its contributors — say about 5 years or less from now — that they consider the IHR for the Nobel Peace Prize.

Regrettably, some of the company in that award would be hard to bear!


The Balfour Declaration may be the most extraordinary document produced by any Government in world history. It took the form of a letter from the Government of His Britannic Majesty King George the Fifth, the Government of the largest empire the world has even known, on which — once upon a time — the sun never set; a letter to an international financier of the banking house of Rothschild who had been made a peer of the realm.

Arthur Koestler wrote that in the letter “one nation solemnly promised to a second nation the country of a third.” More than that, the country was still part of the Empire of a fourth, namely Turkey.

It read:

Foreign Office, November 2nd,1917

Dear Lord Rothschild,

I have much pleasure in conveying to you on behalf of His Majesty’s Government the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations, which has been submitted to and approved by the Cabinet:

“His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.”

I should be grateful if you would bring this Declaration to the knowledge of the Zionist Federation.

Yours sincerely,

Arthur James Balfour.[1]

It was decided by Lord Allenby that the “Declaration” should not then be published in Palestine where his forces were still south of the Gaza-Beersheba line. This was not done until after the establishment of the Civil Administration in 1920.

Then why was the “Declaration” made a year before the end of what was called The Great War?

“The people” were told at the time that it was given as a return for a debt of gratitude which they were supposed to owe to the Zionist leader (and first President of Israel), Chaim Weizman, a Russian-born immigrant to Britain from Germany who was said to have invented a process of fermentation of horse chestnuts into scarce acetone for production of high explosives by the Ministry of Munitions.

This horse chestnut propaganda production was not dislodged from the mass mind by the short bursts of another story which was used officially between the World Wars.

So let us dig into the records and bury the chestnuts forever.

To know where to explore we must stand back from the event and look over some parts of the relevant historical background. The terrain is extensive and the mud deep, so I shall try to proceed by pointing out markers.

Herzl on the Jewish Problem

Support for a “national home” for the Jews in Palestine from the government of the greatest empire in the world was in part a fulfillment of the efforts and scheming of Theodore Herzl (1860-1904), descendant of Sephardim (on his rich father’s side) who had published Der Judenstaat (The Jewish State) in Vienna in l896. It outlined the factors which he believed had created a universal Jewish problem, and offered a program to regulate it through the exodus of unhappy and unwanted Jews to an autonomous territory of their own in a national-socialist setting.

Herzl offered a focus for a Zionist movement founded in Odessa in 1881, which spread rapidly through the Jewish communities of Russia, and small branches which had sprung up in Germany, England and elsewhere. Though “Zion” referred to a geographical location, it functioned as a utopian conception in the myths of traditionalists, modernists and Zionists alike. It was the reverse of everything rejected in the actual Jewish situation in the “Dispersion,” whether oppression or assimilation.

In his diary Herzl describes submitting his draft proposals to the Rothschild Family Council, noting: “I bring to the Rothschilds and the big Jews their historical mission. I shall welcome all men of goodwill — we must be united — and crush all those of bad.” [2]

He read his manuscript “Addressed to the Rothschilds” to a friend, Meyer-Cohn, who said,

Up till now I have believed that we are not a nation — but more than a nation. I believed that we have the historic mission of being the exponents of universalism among the nations and therefore were more than a people identified with a specific land.

Herzl replied:

Nothing prevents us from being and remaining the exponents of a united humanity, when we have a country of our own. To fulfill this mission we do not have to remain literally planted among the nations who hate and despite us. If, in our present circumstances, we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.” [2a]

In this era, there were a number of Christians and Messianic groups who looked for a Jewish “return.” One of these was the Protestant chaplain at the British Embassy in Vienna, who had published a book in 1882: The Restoration of the Jews to Palestine According to the Prophets. Through him, Herzl obtained an audience of the Grand Duke of Baden, and as they waited for their appointment to go to the castle, Herzl said to Chaplain Hechler, ”When I go to Jerusalem I shall take you with me.”

The Duke gave Herzl’s proposal his consideration, and agreed to Herzl’s request that he might refer to it in his meetings outside of Baden. He then used this to open his way to higher levels of power.

Through intermediaries, he endeavoured to ingratiate himself with the Sultan of Turkey by activities designed to reduce the agitation by émigré Armenian committees in London and Brussels for Turkish reforms and cessation of oppression [A] and started a press campaign to calm public opinion in London on the Armenian question. But when offered money for Palestine, the Sultan replied that his people had won their Empire with blood, and owned it. ”The Jews may spend their millions. When my Empire is divided, perhaps they will get Palestine for nothing. But only our corpse can be divided. I will never consent to vivisection. ” [2b]

Herzl met the Papal Nuncio in Vienna and promised the exclusion of Jerusalem, Bethlehem and Nazareth from the Jewish state. He started a Zionist newspaper, Die Welt, and was delighted to hear from the United States that a group of rabbis headed by Dr. Gustave Gottheil favored a Zionist movement. All this, and more, in a few months.

It was Herzl who created the first Zionist Congress at Basel, Switzerland, 29-31 August 1897, [B] There were 197 “delegates”; some were orthodox, some nationalist, liberal, atheist, culturalist, anarchist, socialist and some capitalist.

”We want to lay the foundation stone of the house which is to shelter the Jewish nation,” and ”Zionism seeks to obtain for the Jewish people a publicly recognized, legally secured homeland in Palestine.” declared Herzl. And his anti-assimilationist dictum that “Zionism is a return to the Jewish fold even before it is a return to the Jewish land,” was an expression of his own experience which was extended into the official platform of Zionisn as the aim of “strengthening the Jewish national sentiment and national consciousness.” [3]

Another leading figure who addressed the Congress was Max Nordau, a Hungarian Jewish physician and author, who delivered a polemic against assimilated Jews. “For the first time the Jewish problem was presented forcefully before a European forum,” wrote Weizmann. But the Russian Jews thought Herzl was patronizing them as Askenazim. They found his “western dignity did not sit well with our Russian-Jewish realism; and without wanting to, we could not help irritating him.” [4]

As a result of the Congress, the “Basic Protocol,” keystone of the world Zionist movement, was adopted as follows:

Zionism strives to create for the Jewish people a home in Palestine secured by public law. The Congress contemplates the following means to the attainment of this end:

1. The promotion on suitable lines of the colonization of Palestine by Jewish agricultural and industrial workers.

2. The organization and binding together of the whole of Jewry by means of appropriate institutions, local and international, in accordance with the laws of each country.

3. The strengthening and fostering of Jewish national sentiment and consciousness.

4. Preparatory steps towards obtaining Government consent where necessary to the attainment of the aim of Zionism.[5]

The British Chovevei-Zion Association declined an invitation to be represented at the Congress, and the Executive Committee of the Association of Rabbis in Germany protested that:

1. The efforts of so-called Zionists to found a Jewish national state in Palestine contradict the messianic promise of Judaism as contained in the Holy Writ and in later religious sources.

2. Judaism obligates its adherents to serve with all devotion the Fatherland to which they belong, and to further its national interests with all their heart and with all their strength.

3. However, those noble aims directed toward the colonization of Palestine by Jewish peasants and farmers are not in contradiction to these obligations, because they have no relation whatsoever to the founding of a national state.[6]

In conversation with a delegate at the First Congress, Litman Rosenthal, Herzl said,

It may be that Turkey will refuse or be unable to understand us. This will not discourage us. We will seek other means to accomplish our end. The Orient question is now the question of the day. Sooner or later it will bring about a conflict among the nations. A European war is imminent. . The great European War must come. With my watch in hand do I await this terrible moment. After the great European war is ended the Peace Conference will assemble. We must be ready for that time. We will assuredly be called to this great conference of the nations and we must prove to them the urgent importance of a Zionist solution to the Jewish Question. We must prove to them that the problem of the Orient and Palestine is one with the problem of the Jews — both must be solved together. We must prove to them that the Jewish problem is a world problem and that a world problem must be solved by the world. And the solution must be the return of Palestine to the Jewish people.[American Jewish News, 7 March 1919]

A few months later, in a message to a Jewish conference in London, Herzl wrote “the first moment I entered the Movement my eyes were directed towards England because I saw that by reason of the general situation of things there it was the Archimedean point where the lever could be applied.” Herzl showed his desire for some foothold in England, and also perhaps his respect for London as the world’s financial center, by causing the Jewish Colonial Trust, which was to be the main financial instrument of his Movement, to be incorporated in 1899 as an English company.

Herzl was indefatigable. He offered the Sultan of Turkey help in re-organizing his financial affairs in return for assistance in Jewish settlement in Palestine.[7] To the Kaiser, who visited Palestine in 1888 and again in 1898, [C] he promised support for furthering German interests in the Near East; a similar offer was made to King Edward VII of England; and he personally promised the Pope to respect the holy places of Christendom in return for Vatican support.[D] But only from the Czar did he receive, through the Minister of the Interior, a pledge of “moral and material assistance with respect to the measures taken by the movement which would lead to a diminution of the Jewish population in Russia.” [8]

He reported his work to the Sixth Zionist Congress at Basle on 23 August 1903, but stated, “Zion is not and can never be. It is merely an expedient for colonization purposes, but, be it well understood, an expedient founded on a national and political basis.” [9]

When pressed for Jewish colonization in Palestine, the Turkish Sublime Porte offered a charter for any other Turkish territory [with acceptance by the settlers of Ottoman citizenship] which Herzl refused.[11] The British Establishment, aware of Herzl’s activities through his appearance before the Royal Commission on Alien Immigration, [E] and powerful press organs such as the Daily Chronicle and Pall Mall Gazette which were demanding a conference of the Powers to consider the Zionist program, [12] somewhat characteristically, had shown a willingness to negotiate about a Jewish colony in the Egyptian territory of El-‘Arish on the Turco-Egyptian frontier in the Sinai Peninsula. But the Egyptian Government objected to making Nile water available for irrigation; the Turkish Government, through its Commissioner in Cairo, objected; and the British Agent in Cairo, Lord Cromer, finally advised the scheme’s rejection.[13]

Meanwhile, returning from a visit to British East Africa in the Spring of 1903, Prime Minister Joseph Chamberlain put to Herzl the idea of a Jewish settlement in what was soon to become the Colony of Kenya, but through a misunderstanding Herzl believed that Uganda was intended, and it was referred to as the “Uganda scheme.” Of the part of the conversation on the El-‘Arish proposal, Herzl wrote in his diary that he had told Chamberlain that eventually we shall gain our aims “not from the goodwill but from the jealously of the Powers.” [14] With the failure of the El-‘Arish proposal, Herzl authorized the preparation of a draft scheme for settlement in East Africa. This was prepared by the legal firm of Lloyd George, Roberts and Company, on the instructions of Herzl’s go-between with the British Government, Leopold Greenberg.[15]

Herzl urged acceptance of the “Uganda scheme,” favoring it as a temporary refuge, but he was opposed from all sides, and died suddenly of heart failure on 3 July 1904. Herzl’s death rid the Zionists of an “alien,” and he was replaced by David Wolffsohn (the Litvak [F]).[16]

The “Uganda proposal” split the Zionist movement. Some who favored it formed the Jewish Territorial Organization, under the leadership of Israel Zangwill (1864-1926). For these territorialists, the renunciation of “Zion” was not generally felt as an ideological sacrifice; instead they contended that not mystical claims to “historic attachment” but present conditions should determine the location of a Jewish national homeland.[17]

In Turkey, the “Young Turk” (Committee of Union and Progress) revolution of 1908 was ostensibly a popular movement opposed to foreign influence. However, Jews and crypto-Jews known as Dunmeh had played a leading part in the Revolution.[19]

The Zionists opened a branch of the Anglo-Palestine Bank in the Turkish capital, and the bank became the headquarters of their work in the Ottoman Empire. Victor Jacobson [G] was brought from Beirut, “ostensibly to represent the Anglo-Palestine Company, but really to make Zionist propaganda among the Turkish Jews.” [20] His contacts included both political parties, discussions with Arab members of Parliament from Syria and Palestine, and a general approach to young Ottoman intellectuals through a newspaper issued by the Zionist office.[21] In Turkey, as in Germany, “Their own native Jews were resentful of the attempt to segregate them as Jews and were opposed to the intrusion of Jewish nationalism in their domestic affairs.” Though several periodicals in French “were subvened” by the Zionist-front office under Dr. Victor Jacobson, [22] (the first Zionist who aspired to be not a Zionist leader but a “career” diplomat,) and although he built up good political connections through social contacts, “always avoiding the sharpness of a direct issue, and waiting in patient oriental fashion for the insidious seed of propaganda to fructify,” [23] yet some of those engaged in the work, notably Vladimir (Zev) Jabotinsky (1880-1940), came to despair of success so long as the Ottoman Empire controlled Palestine. They henceforth pinned their hopes on its collapse.[24]

At the Tenth Zionist Congress in 1911, David Wolffsohn, who had succeeded Herzl, said in his presidential address that what the Zionists wanted was not a Jewish state but a homeland, [26] while Max Nordau denounced the “infamous traducers,” who alleged that “the Zionists … wanted to worm their way into Turkey in order to seize Palestine . It is our duty to convince (the Turks) that … they possess in the whole world no more generous and self-sacrificing friends than the Zionists.” [H][27]

The mild sympathy which the Young Turks had shown for Zionism was replaced by suspicion as growing national unrest threatened the Ottoman Empire, especially in the Balkans. Zionist policy then shifted to the Arabs, so that they might think of Zionism as a possible make-weight against the Turks. But Zionists soon observed that their reception by Arab leaders grew warmer as the Arabs were disappointed in their hopes of gaining concessions from the Turks, but cooled swiftly when these hopes revived. The more than 60 Arab parliamentary delegates in Constantinople and the newly active Arabic press kept up “a drumfire of complaints” against Jewish immigration, land purchase and settlement in Palestine.[28]

“After many years of striving, the conviction was forced upon us that we stood before a blank wall, which it was impossible for us to surmount by ordinary political means,” said Weizmann of the last pre-war Zionist Congress. But the strength of the national will forged for itself two main roads towards its goal — the gradual extension and strengthening of our Yishuv (Hebrew: literally, “settlement,” a collective name for the Jewish settlers) in Palestine and the spreading of the Zionist idea throughout the length and breadth of Jewry.[29]

The Turks were doing all they could to keep Jews out of Palestine. But this barrier was covertly surmounted, partly due to the venality of Turkish officials, [30] (as delicately put in a Zionist report — “it was always possible to get round the individual official with a little artifice”); [32] and partly to the diligence of the Russian consuls in Palestine in protecting Russian Jews and saving them from expulsion.[33]

But if Zionism were to succeed in its ambitions, Ottoman rule of Palestine must end. Arab independence could be prevented by the intervention of England and France, Germany or Russia. The Eastern Jews hated Czarist Russia. With the entente cordiale in existence, it was to be Germany or England, with the odds slightly in Britain’s favor in potential support of the Zionist aim in Palestine, as well as in military power.[I] On the other hand, Zionism was attracting some German and Austrian Jews with important financial interests and had to take into account strong Jewish anti-Zionist opinion in England.

But before Zionism had finally reckoned it could gain no special consideration in Palestine from Turkey, the correspondent of The Times was able to report in a message published 14 April 1911, of the Zionist organ Jeune Turc’s [J] “violent hostility to England” and “its germanophile enthusiasm,” and to the propaganda carried on among Turkish Jews by “German Zionist agents.” When the policy line altered, this impression in England had to be erased.[34] The concern of the majority of rich English Jews was not allayed by articles in the Jewish Chronicle, edited by Leopold Greenberg, pointing out that in the Basle program there was “not a word of any autonomous Jewish state,” [35] and in Die Welt, the official organ of the Movement, the article by Nahum Sokolow, then the General Secretary of the Zionist Organization, in which he protested that there was no truth in the allegation that Zionism aimed at the establishment of an independent Jewish State.[36] Even at the 11th Congress in 1913, Otto Warburg, speaking as chairman of the Zionist Executive, gave assurances of loyalty to Turkey, adding that in colonizing Palestine and developing its resources, Zionists would be making a valuable contribution to the progress of the Turkish Empire.[37]


[A]  A letter entered in Herzl’s diary on 15 May 1896 states that the head of the Armenian movement in London is Avetis Nazarhek, “and he directs the paper Huntchak (The Bell). He will be spoken to.”
[B]  On either side of the main doorway of the hall hung white banners with two blue stripes, and over the doorway was placed a six-pointed “Shield of David.” It was the invention of David Wolffsohn, who employed the colors of the traditional Jewish prayer shawl. Fifty years later, the combined emblems became the flag of the Zionist state. The “Shield of David” is of Assyrian origin: previously a decorative motif or magical emblem. It appeared on the heraldic flag of the Jews in Prague in 1527.
[C]  On the latter trip he was accompanied by his Empress. Their yacht, the Hohenzollern, put in at Haifa, and they were escorted to Jerusalem by 2,000 Turkish soldiers.
[D]  Pope Pius X told him that the Church could not support the return of “infidel Jews” to the Holy Land.[10]
[E]  In 1880, there were about 60,000 Jews in England. Between 1881 and 1905, there was an immigration of some 100,000 Eastern Jews. Though cut by the Aliens Bill of the Balfour Government, which became law in the summer of 1905, immigration continued so that by 1914 there was a Jewish population in England of some 300,000. A leader of the fight against the Aliens Bill and against tightening up naturalization regulations in 1903-1904 was Winston S. Churchill.[18]
[F]  The Eastern Jews referred to each other as “Litvaks” (Lithuania), “Galizianers” (Galicia), “Polaks,” “Hungarians,” and geographical regions of their ancestral origin, e.g., “Pinskers”; never by the term Jew.
[G]  (1869 — 1935). Born in the Crimea, and nurtured in the atmosphere of assimilation and revolutionary agitation in Russia, Jacobson had organized clubs and written about Zionism in Russian Jewish newspapers. After the First World War, the era of the direct and indirect bribe and the contact man gave way to one in which the interests of nationalities, represented by diplomat-attorneys, had to be met, wrote Lipsky: “In this new world into which Jacobson was thrown, he laboured with the delicacy and concentration of an artist . . working persistently and with vision to build up an interest in the cause. He had to win sympathy as well as conviction.” [25]
[H]  In the Zionist Congress of 1911, (22 years before Hitler came to power, and three years before World War I), Nordau said, “How dare the smooth talkers, the clever official blabbers, open their mouths and boast of progress … Here they hold jubilant peace conferences in which they talk against war… But the same righteous governments, who are so nobly, industriously active to establish the eternal peace, are preparing, by their own confession, complete annihilation for six million people, and there is nobody, except the doomed themselves, to raise his voice in protest although this is a worse crime than any war … ” [31]
[I]  Approximate annual expenditure for military purposes by the European Powers in the first years of the century were: France — £38,400,000; Germany — £38,000,000; Italy — £15,000,000; Russia — £43,000,000; United States — £38,300,000; Great Britain — £69,000,000 at pre-1914 values of sterling.
[J]  Its business manager was a German Jew, Sam Hochberg. Among invited contributors was the immensely wealthy Russian Jew Alexander Helphand who, as “Parvus,” was later to suggest to the German left-wing parties that Lenin and his associates be sent to Russia in 1917 to demoralize still further the beaten Russian armies.


The Great War

Until mid-1914, the surface of European diplomatic relations was placid, reflecting successfully negotiated settlements of colonial and other questions. But certain British journalists were charged by their contemporaries “that they deliberately set out to poison Anglo-German relations and to create by their scaremongering such a climate of public opinion that war between the two Great Powers became inevitable.” (The Scaremongers: The Advocacy of War and Rearmament 1896-1914, A. J. A. Morris, Routledge & Kegan Paul, 1984)

Were they paid or pure? Every anti-German diatribe in British newspapers added to German government concern as to whether it was part of a policy instigated or condoned by Downing Street. Further, there were groups in every major European country which could see only in war the possible means to further their interests or to thwart the ambitions of their rivals. This is why the assassination of Archduke Franz Ferdinand, heir-apparent to the Austro-Hungarian throne, on 28 June in Sarajevo, soon set Europe crackling with fire, a fire which naturally spread through the lines of communications to colonial territories as far away as China.

On 28 July, Austria declared war on Serbia. Germany sent an ultimatum to Russia threatening hostilities if orders for total mobilization of the Russian army and navy were not countermanded.

A telegram dated 29 July 1914 from the Czar Nicholas to the Emperor Wilhelm, proposing that the Austro-Serbian dispute should be referred to the Hague Tribunal, remained unanswered. At the same time Germany sent a message to France asking if she would remain neutral; but France, which had absorbed issue after issue of Russian railroad bonds in addition to other problems, was unequivocal in supporting Russia. Amid mounting tension and frontier violations, Germany declared war on Russia and France.

The French Chief-of-Staff, General Joseph Joffre, was prepared to march into Belgium if the Germans first violated its neutrality [38] which had been guaranteed by Britain, France, Prussia, Austria and Russia. German troops crossed the Belgian frontier (on 4 August at 8 a.m.) and the United Kingdom declared war on Germany.

First Pledge

Lord Kitchener, who had left London at 11:30 on the morning of 3 August to return to Egypt after leave, was stopped at Dover and put in charge of the War Office.[39] At the first meeting of the War Council he warned his colleagues of a long struggle which would be won not at sea but on land, for which Britain would have to raise an army of millions of men and maintain them in the field for several years.[40] When the defense of Egypt was discussed at the meeting, Winston Churchill suggested that the ideal method of defending Egypt was to attack the Gallipoli Peninsula which, if successful, would give Britain control of the Dardenelles. But this operation was very difficult, and required a large force. He preferred the alternative of a feint at Gallipoli, and a landing at Haifa or some other point on the Syrian coast.

In Turkey, the Sultan had taken the title of Khalif-al-IsIam, or supreme religious leader of Moslems everywhere, and emissaries were dispatched to Arab chiefs with instructions that in the event of Turkey being involved in the European hostilities, they were to declare a jihad, or Moslem holy war. A psychological and physical force which Kitchener of Khartoum, the avenger of General Gordon’s death, understood very well.

Kitchener planned to draw the sting of the jihad, which could affect British-Indian forces and rule in the East, by promoting an Arab revolt to be led by Hussein, who had been allowed by the Turks to assume his hereditary dignity as Sherif of Mecca and titular ruler of the Hejaz. Kitchener cabled on 13 October 1914 to his son, Abdullah, in Mecca, saying that if the Arab nation assisted England in this war, England would guarantee that no internal intervention took place in Arabia, and would give the Arabs every assistance against external aggression.

A series of letters passed between Sherif Hussein and the British Government through Sir Henry McMahon, High Commissioner for Egypt, designed to secure Arab support for the British in the Great War. One dated 24 October 1915 committed HMG to the inclusion of Palestine within the boundaries of Arab independence after the war, but excluded the area now known as Lebanon. This is clearly recognized in a secret “Memorandum on British Commitments to King Hussein” prepared for the inner group at the Peace Conference in 1919. (See Appendix) I found a copy in 1964 among the papers of the late Professor Wm. Westermann, who had been adviser on Turkish affairs to the American Delegation to the Peace Conference.

The Second Pledge

As the major ally, France’s claim to preference in parts of Syria could not be ignored. The British Foreign Minister, Sir Edward Grey, told the French Ambassador in London, Mr. Paul Gambon, on 21 October 1915, of the exchanges of correspondence with Sherif Hussein, and suggested that the two governments arrive at an understanding with their Russian ally on their future interests in the Ottoman Empire.

M. Picot was appointed French representative with Sir Mark Sykes, now Secretary of the British War Cabinet, to define the interests of their countries and to go to Russia to include that country’s views in their agreement.

In the subsequent secret discussions with Foreign Secretary Sazonov, Russia was accorded the occupation of Constantinople, both shores of the Bosporus and some parts of “Turkish” Armenia.[K] France claimed Lebanon and Syria eastwards to Mosul. Palestine did in fact have inhabitants and shrines of the Greek and Russian Orthodox and Armenian churches, and Russia at first claimed a right to the area as their protector. This was countered by Sykes-Picot and the claim was withdrawn to the extent that Russia, in consultation with the other Allies, would only participate in deciding a form of international administration for Palestine.

The Sykes-Picot Agreement was incompatible with the pledges made to the Arabs. When the Turks gave Hussein details of the Agreement after the Russian revolution, he confined his action to a formal repudiation.

Like the Hussein-McMahon Correspondence, the Tripartite Agreement made no mention of concessions to Zionism in the future disposition of Palestine, or even mention of the word “Jew.” However it is now known that before the departure of Sykes [L] for Petrograd on 27 February 1916 for discussions with Sazonov, he was approached with a plan by Herbert Samuel, who had a seat in the Cabinet as President of the Local Government Board and was strongly sympathetic to Herzl’s Zionism.[41]

The plan put forward by Samuel was in the form of a memorandum which Sykes thought prudent to commit to memory and destroy, Commenting on it, Sykes wrote to Samuel suggesting that if Belgium should assume the administration of Palestine it might be more acceptable to France as an alternative to the international administration which she wanted and the Zionists did not.[42] Of boundaries marked on a map attached to the memorandum he wrote, “By excluding Hebron and the East of the Jordan there is less to discuss with the Moslems, as the Mosque of Omar then becomes the only matter of vital importance to discuss with them and further does away with any contact with the bedouins, who never cross the river except on business. I imagine that the principal object of Zionism is the realization of the ideal of an existing center of nationality rather than boundaries or extent of territory. The moment I return I will let you know how things stand at Pd.” [43]

However, in conversations both with Sykes and the French ambassador, Sazonov was careful not to commit himself as to the extent of the Russian interest in Palestine, but made it clear that Russia would have to insist that not only the holy places, but all towns and localities in which there were religious establishments belonging to the Orthodox Church, should be placed under international administration, with a guarantee for free access to the Mediterranean.[44]

Czarist Russia would not agree to a Zionist formula for Palestine; but its days were numbered.

The Third Pledge

In 1914, the central office of the Zionist Organization and the seat of its directorate, the Zionist Executive, were in Berlin. It already had adherents in most Eastern Jewish communities, including all the countries at war, though its main strength was in Russia and Austria-Hungary.[45] Some important institutions, namely, the Jewish Colonial Trust, the Anglo-Palestine Company and the Jewish National Fund, were incorporated in England. Of the Executive, two members (Otto Warburg [M] and Arthur Hantke) were German citizens, three (Yechiel Tschlenow, Nahum Sokolow and Victor Jacobson) were Russians and one (Shmarya Levin) had recently exchanged his Russian for Austro-Hungarian nationality. The 25 members of the General Council included 12 from Germany and Austria-Hungary, 7 from Russia…Chaim Weizmann and Leopold Kessler) from England, and one each from Belgium, France, Holland and Rumania.[46]

Some prominent German Zionists associated themselves with a newly founded organization known as the Komitee fur den Osten, whose aims were: “To place at the disposal of the German Government the special knowledge of the founders and their relations with the Jews in Eastern Europe and in America, so as to contribute to the overthrow of Czarist Russia and to secure the national autonomy of the Jews.” [47]

Influential Zionists outside the Central Powers were disturbed by the activities of the K.f.d.O. and anxious for the Zionist movement not to be compromised. Weizmann’s advice was that the central office be moved from Berlin and that the conduct of Zionist affairs during the war should he entrusted to a provisional executive committee for general Zionist affairs in the United States.

At a conference in New York on 30 August 1914, this committee was set up under the chairmanship of Louis D. Brandeis, with the British-born Dr. Richard Gottheil and Jacob de Haas, Rabbi Stephen Wise and Felix Frankfurter, among his principal lieutenants. For Shmarya Levin, the representative of the Zionist Executive in the United States, and Dr. Judah Magnes, to whom the alliance of England and France with Russia seemed “unholy,” Russian czarism was the enemy against which their force should be pitted.[48] But on 1 October 1914 Gottheil, first President of the Zionist Organization of America, wrote from the Department of Semitic Languages, Columbia University, to Brandeis in Boston enclosing a memorandum on what the organization planned to seek from the belligerents, with respect to the Russian Jews:

We have got to be prepared to work under the Government of any one of the Powers … shall be glad to have any suggestion from you in regard to this memorandum, and shall be glad to know if it meets with your approval. I recognize that I ought not to have put it out without first consulting you; but the exigencies of the situation demanded immediate action. We ought to be fully prepared to take advantage of any occasion that offers itself.[49]

In a speech on 9 November, four days after Britain’s declaration of war on Turkey, Prime Minister Asquith said that the traditional eastern policy had been abandoned and the dismemberment of the Turkish Empire had become a war aim. “It is the Ottoman Government,” he declared, “and not we who have rung the death knell of Ottoman dominion not only in Europe but in Asia.” [50] The statement followed a discussion of the subject at a Cabinet meeting earlier that day, at which we know, from Herbert Samuel’s memoirs, that Lloyd George, who had been retained as legal counsel by the Zionists some years before, [51] “referred to the ultimate destiny of Palestine.” In a talk with Samuel after the meeting, Lloyd George assured him that “he was very keen to see a Jewish state established in Palestine.”

On the same day, Samuel developed the Zionist position more fully in a conversation with the Foreign Secretary, Sir Edward Grey. He spoke of Zionist aspirations for the establishment in Palestine of a Jewish state, and of the importance of its geographical position to the British Empire. Such a state, he said, ”could not be large enough to defend itself.” and it would therefore be essential that it should be by constitution, neutral. Grey asked whether Syria as a whole must necessarily go with Palestine, and Samuel replied that this was not only unnecessary but inadvisable, since it would bring in a large and unassimilable Arab population. ”It would,” he said be a great advantage if the remainder of Syria were annexed by France, as it would be far better for the state to have a European Power as a neighbor than the Turk. ” [52]

In January 1915 Samuel produced a Zionist memorandum on Palestine after discussions with Weizmann and Lloyd George. It contained arguments in favor of combining British annexation of Palestine with British support for Zionist aspirations, and ended with objections to any other solution.[53] Samuel circulated it to his colleagues in the Cabinet. Lloyd George was already a Zionist ”partisan”; Lord Haldane, to whom Weizmann had had access, wrote expressing a friendly interest; [54] though privately expressing Zionist sympathies, the Marquess of Crewe presumably did not express any views in the Cabinet on the memorandum; [55] Zionism had a strong sentimental attraction for Grey[56] but his colleagues, including his cousin Edwin Montagu, did not give him much encouragement. Prime Minister Asquith wrote: “I confess that I am not attracted by the proposed addition to our responsibilities, but it is a curious illustration of Dissy’s favorite maxim that race is everything to find this almost lyrical outburst proceeding from the well-ordered and methodical brain of H.S.” [57]

After further conversations with Lloyd George and Grey.[58] Samuel circulated a revised text to the Cabinet in the middle of March 1915.

It is not known if the memorandum was formally considered by the Cabinet, but Asquith wrote in his diary on 13 March 1915 of Samuel’s “dithyrambic memorandum” of which Lloyd George was ”the only other partisan. ” [59] Certainly, at this time, Zionist claims and aspirations were secondary to British policy towards Russia and the Arabs.

Britain, France and Germany attached considerable importance to the attitudes of Jewry towards them because money and credit were needed for the war. The international banking houses of Lazard Frères, Eugene Mayer, J. & W. Seligman, Speyer Brothers and M.M. Warburg, were all conducting major operations in the United States, as were the Rothschilds through the New York banking house of Kuhn, Loeb & Co.[N] Apart from their goodwill. the votes of America’s Jewish community of 3,000,000 were important to the issue of that country’s intervention or non-intervention in the war, and the provision of military supplies. The great majority represented the one-third of the Jews of Eastern Europe. including Russia, who had left their homelands and come to America between 1880 and 1914. Many detested Czarist Russia and wished to see it destroyed. Of these Jews, not more than 12,000 were enrolled members of the Zionist Organization.[60]

The goodwill of Jewry, and especially America’s Jews, was assessed by both sides in the war as being very important. The once-poor Eastern European Jews had achieved a dominant position in New York’s garment industry. and had become a significant political force. In 1914 they sent a Russian-born socialist to the Congress of the United States. They produced dozens of Yiddish periodicals; they patronized numerous Yiddish theatres and music halls; their sons and daughters were filling the metropolitan colleges and universities.[61]

From the beginning of the war, the German Ambassador in Washington. Count Bernstorff, was provided. by the Komitee fuer den Osten, with an adviser on Jewish Affairs (Isaac Straus); and when the head of the Zionist Agency in Constantinople appealed, in the winter of 1914, to the German Embassy to do what it could to relieve the pressure on the Jews in Palestine, it was reinforced by a similar appeal to Berlin from Bernstorff.[62] In November 1914, therefore, the German Embassy in Constantinople received instructions to recommend that the Turks sanction the re-opening of the Anglo-Palestine Company’s Bank — a key Zionist institution. In December the Embassy made representations which prevented a projected mass deportation of Jews of Russian nationality.[63] In February 1915 German influence helped to save a number of Jews in Palestine from imprisonment or expulsion, and “a dozen or twenty times” the Germans intervened with the Turks at the request of the Zionist office in Turkey, “thus saving and protecting the Yishuv.” [65] The German representations reinforced those of the American Ambassador in Turkey (Henry Morgenthau).[O][66] Moreover, both the German consulates in Palestine and the head of the German military mission there frequently exerted their influence on behalf of the Jews.[67]

German respect for Jewish goodwill enabled the Constantinople Zionist Agency from December 1914 to use the German diplomatic courier service and telegraphic code for communicating with Berlin and Palestine.[68] On 5 June 1915 Victor Jacobson was received at the German Foreign Office by the Under-Secretary of State (von Zimmerman) and regular contact commenced between the Berlin Zionist Executive (Warburg, Hantke and Jacobson) and the German Foreign Office.[69]

Zionist propagandists in Germany elaborated and publicized the idea that Turkey could become a German satellite and its Empire in Asia made wide open to German enterprise; support for “a revival of Jewish life in Palestine” would form a bastion of German influence in that part of the world.[70] This was followed by solicitation of the German Foreign Office to notify the German consuls in Palestine of the German Government’s friendly interest in Zionism. Such a course was favored by von Neurath [P] when asked by Berlin for his views in October, and in November of 1915, the text for such a document was agreed upon and circulated after the approval of the German Chancellor (Bethmann-Hollweg). It was cautiously and vaguely worded so as not to upset Turkish susceptibilities, stating to the Palestine consuls that the German Government looked favorably on “Jewish activities designed to promote the economic and cultural progress of the Jews in Turkey, and also on the immigration and settlement of Jews from other countries.” [71]

The Zionists felt that an important advance toward a firm German commitment to their aims had been made, but when the Berlin Zionist Executive pressed for a public assurance of sympathy and support, the Government told them to wait until the end of the war, when a victorious Germany would demonstrate its goodwill.[72]

When Zionist leaders in Germany met Jemal Pasha, by arrangement with the Foreign Office, during his visit to Berlin in the summer of 1917, they were told that the existing Jewish population would be treated fairly but that no further Jewish immigrants would he allowed. Jews could settle anywhere else but not in Palestine. The Turkish Government, Jemal Pasha declared, wanted no new nationality problems, nor was it prepared to antagonize the Palestinian Arabs, “who formed the majority of the population and were to a man opposed to Zionism.” [73]

A few weeks after the interview, the Berlin Zionists’ pressure was further weakened by the uncovering by Turkish Intelligence of a Zionist spy ring working for General Allenby’s Intelligence section under an Aaron Aaronssohn. “It is no wonder that the Germans, tempted as they may have been by its advantages, shrank from committing themselves to a pro-Zionist declaration.” [74]

It was fortunate for Zionism that the American Jews as a whole showed no enthusiasm for the Allied cause, wrote Stein, political secretary of the Zionist Organization from 1920 to 1929, “If they had all along been reliable friends, there would have been no need to pay them any special attention.” [75]

In 1914 the French Government had sponsored a visit to the United States by Professor Sylvain Levy and the Grand Rabbi of France with the object of influencing Jewish opinion in their favor, but without success. A year later, it tried to reply to disturbing reports from its embassy in Washington about the sympathies of American Jews [76] by sending a Jew of Hungarian origin (Professor Victor Basch) to the United States in November 1915.[77]

Ostensibly he represented the Ministry of Public Instruction, but his real mission was to influence American Jews through contact with their leaders.[78] Though armed with a message to American Jewry from Prime Minister Briand, he encountered an insuperable obstacle — the Russian alliance. “For Russia there is universal hatred and distrust … We are reproached with one thing only, the persecution of the Russian Jews, which we tolerate — a toleration which makes us accomplices … It is certain that any measures in favor of Jewish emancipation would be equivalent to a great battle lost by Germany.” [79] Basch had to report to French President Poincare the failure of his mission.[80]

At the same time that Basch had been dispatched to the United States, the French Government approved the setting up of a “Comité de propagande Francais aupres des Juifs neutres,” and Jacques Bigart, the Secretary of the Alliance Israelite, accepted a secretaryship of the Comité. Bigart suggested to Lucien Wolf, of the Jewish Conjoint Foreign Committee in London, that a similar committee be set up there. Wolf consulted the Foreign Office and was invited by Lord Robert Cecil to provide a full statement of his views.[81]

In December 1915 Wolf submitted a memorandum in which he analyzed the characteristics of the Jewish population of the United States and reached the conclusion that “the situation, though unsatisfactory, is far from unpromising.” Though disclaiming Zionism, be wrote that “In America, the Zionist organizations have lately captured Jewish opinion.” If a statement of sympathy with their aspirations were made, “I am confident they would sweep the whole of American Jewry into enthusiastic allegiance to their cause.” [82]

Early in 1916 a further memorandum was submitted to the British Foreign Office as a formal communication from the Jewish Conjoint Foreign Committee. This stated that “the London (Conjoint) and Paris Committees formed to influence Jewish opinion in neutral countries in a sense favorable to the Allies” had agreed to make representations to their respective Governments. First, the Russian Government should be urged to ease the position of their Jews by immediate concessions for national-cultural autonomy secondly, “in view of the great organized strength of the Zionists in the United States,” (in fact out of the three million Jews in the U.S. less than 12,000 had enrolled as Zionists in 1913), [83] the Allied Powers should give assurances to the Jews of facilities in Palestine for immigration and colonization, liberal local self-government for Jewish colonists, the establishment of a Jewish university, and for the recognition of Hebrew as one of the vernaculars of the land — in the event of their victory.[84]

On 9 March 1916 the Zionists were informed by the Foreign Office that “your suggested formula is receiving (Sir Edward Grey’s) careful and sympathetic attention, but it is necessary for H.M.G. to consult their Allies on the subject.” [85] A confidential memorandum was accordingly addressed to the Russian Minister of Foreign Affairs in Petrograd, to ascertain his views, though its paternity, seeing that Asquith was still Prime Minister, “remains to be discovered.” [86] No direct reply was received, but in a note addressed to the British and French ambassadors four days later, Sazonov obliquely assented, subject to guarantees for the Orthodox Church and its establishments, to raise no objection to the settlement of Jewish colonists in Palestine.[87]

Nothing came of these proposals. On 4 July the Foreign Office informed the Conjoint Committee that an official announcement of support was inopportune.[88] They must be considered alongside the Sykes-Picot Agreement being negotiated at this time, and the virtual completion of the Hussein-McMahon Correspondence by 10 March 1916, with the hope that an Arab revolt and other measures would bring victory near.

But 1916 was a disastrous year for the Allies. “In the story of the war” wrote Lloyd George,

the end of 1916 found the fortunes of the Allies at their lowest ebb. In the offensives on the western front we had lost three men for every two of the Germans we had put out of action. Over 300,000 British troops were being immobilized for lack of initiative or equipment or both by the Turks in Egypt and Mesopotamia, and for the same reason nearly 400,000 Allied soldiers were for all purposes interned in the malarial plains around Salonika.[89]

The voluntary system of enlistment was abolished, and a mass conscript army of continental pattern was adopted, something which had never before occurred in British history.[Q][90] German submarine activity in the Atlantic was formidable; nearly 11/2 million tons of merchant shipping had been sunk in 1916 alone. As for paying for the war, the Allies at first had used the huge American debts in Europe to pay for war supplies, but by 1916 the resources of J.P. Morgan and Company, the Allies’ financial and purchasing agents in the United States, were said to be nearly exhausted by increased Allied demands for American credit.[91] There was rebellion in Ireland. Lord Robert Cecil stated to the British Cabinet: “France is within measurable distance of exhaustion. The political outlook of Italy is menacing. Her finance is tottering. In Russia, there is great discouragement. She has long been on the verge of revolution. Even her man-power seems coming near its limits. ” [94]

Secretary of State Kitchener was gone — drowned when the cruiser Hampshire sank on 5 June 1916 off the Orkneys when he was on his way to Archangel and Petrograd to nip the revolution in the bud. He had a better knowledge of the Middle East than anyone else in the Cabinet. The circumstances suggest espionage and treachery. Walter Page, the U.S. Ambassador in London, entered in his diary: “There was a hope and feeling that he (Lord Kitchener) might not come back… as I make out.”

There was a stalemate on all fronts. In Britain, France and Germany, hardly a family numbered all its sons among the living. But the British public — and the French, and the German — were not allowed to know the numbers of the dead and wounded. By restricting war correspondents, the American people were not allowed to know the truth either.

The figures that are known are a recital of horrors.[R]

In these circumstances, a European tradition of negotiated peace in scores of wars, might have led to peace at the end of 1916 or early 1917.

Into this gloomy winter of 1916 walked a new figure. He was James Malcolm, [S] an Oxford educated Armenian [T] who, at the beginning of 1916, with the sanction of the British and Russian Governments, had been appointed by the Armenian Patriarch a member of the Armenian National Delegation to take charge of Armenian interests during and after the war. In this official capacity, and as adviser to the British Government on Eastern affairs, [95] he had frequent contacts with the Cabinet Office, the Foreign Office, the War Office and the French and other Allied embassies in London, and made visits to Paris for consultations with his colleagues and leading French officials. He was passionately devoted to an Allied victory which he hoped would guarantee the national freedom of the Armenians then under Turkish and Russian rule.

Sir Mark Sykes, with whom he was on terms of family friendship, told him that the Cabinet was looking anxiously for United States intervention in the war on the side of the Allies, but when asked what progress was being made in that direction, Sykes shook his head glumly, “Precious little,” he replied.

James Malcolm now suggested to Mark Sykes that the reason why previous overtures to American Jewry to support the Allies had received no attention was because the approach had been made to the wrong people. It was to the Zionist Jews that the British and French Governments should address their parleys.

“You are going the wrong way about it,” said Mr. Malcolm. “You can win the sympathy of certain politically-minded Jews everywhere, and especially in the United States, in one way only, and that is, by offering to try and secure Palestine for them.” [96]

What really weighed most heavily now with Sykes were the terms of the secret Sykes-Picot Agreement. He told Malcolm that to offer to secure Palestine for the Jews was impossible. “Malcolm insisted that there was no other way and urged a Cabinet discussion. A day or two later, Sykes told him that the matter had been mentioned to Lord Milner who had asked for further information. Malcolm pointed out the influence of Judge Brandeis of the American Supreme Court, and his strong Zionist sympathies.” [97]

In the United States, the President’s adviser, Louis D. Brandeis, a leading advocate of Zionism, had been inducted as Associate Justice of the Supreme Court on 5 June 1916. That Wilson was vulnerable was evident, in that as early as 1911, he had made known his profound interest in the Zionist idea and in Jewry.[98]

Malcolm described Wilson as being “attached to Brandeis by ties of peculiar hardness,” a cryptic reference to the story that Wilson had been blackmailed for $40,000 for some hot love letters he had written to his neighbor’s wife when he was President of Princeton. He did not have the money, and the go-between, Samuel Untermeyer, of the law firm of Guggenheim, Untermeyer & Marshall, said he would provide it if Wilson would appoint to the next vacancy on the Supreme Court a nominee selected by Mr. Untermeyer. The money was paid, the letters returned, and Brandeis had been the nominee.

Wilson had written to the Senate, where opposition to the nominee was strong: “I have known him. I have tested him by seeking his advice upon some of the most difficult and perplexing public questions about which it was necessary for me to form a judgment When Brandeis had been approved by the Senate, Wilson wrote to Henry Morgenthau: “I never signed any commission with such satisfaction.” “Relief” might have been a more appropriate word.

The fact that endorsement of Wilson’s nominee by the Senate Judiciary Committee had only been made “after hearings of unprecedented length” [99] was not important. Brandeis had the President’s ear; he was “formally concerned with the Department of State.” [100] This was the significant development, said Malcolm, which compelled a new approach to the Zionists by offering them the key to Palestine.

The British Ambassador to the United States (Sir Cecil Spring-Rice) had written from Washington in January 1914 that “a deputation came down from New York and in two days ‘fixed’ the two Houses so that the President had to renounce the idea of making a new treaty with Russia.” [101] In November 1914 he had written to the British Foreign Secretary of the German Jewish bankers who were extending credits to the German Government and were getting hold of the principal New York papers” thereby “bringing them over as much as they dare to the German side and “toiling in a solid phalanx to compass our destruction.” [102]

This anti-Russian sentiment was part of a deep concern for the well-being of Russian and Polish Jews. Brandeis wrote to his brother from Washington on 8 December 1914: “… You cannot possibly conceive the horrible sufferings of the Jews in Poland and adjacent countries. These changes of control from German to Russian and Polish anti-semitism are bringing miseries as great as the Jews ever suffered in all their exiles.” [U][103]

In a speech to the Russian Duma on 9 February (27 January Gregorian) 1915, Foreign Minister Sazonov denied the calumnious stories which, he said, were circulated by Germany, of accounts of alleged pogroms against the Jews and of wholesale murders of Jews by the Russian armies. “If the Jewish Population suffered in the war zone, that circumstance unfortunately was inevitably associated with war, and the same conditions applied in equal measure to all people living within the region of military activity.” He added to the rebuttal with accounts of hardship in areas of German military action in Poland, Belgium and Serbia.[104]

It is noteworthy that the chairman of the non-Zionist American Jewish Committee responded to an appeal by the Brandeis group that all American Jews should organize to emphasize Zionist aims in Palestine before the Great Powers in any negotiations during or at the end of the war, by dissociating his community from the suggestion that Jews of other nationalities were to be accorded special status. He said that “the very thought of the mass of the Jews of America having a voice in the matter of deciding the welfare of the Jews in the world made him shrink in horror.”[107]

The new approach to the Zionist movement by Mark Sykes with James Malcolm as preliminary interlocutor took the form of a series of meetings at Chaim Weizmann’s London house, with the knowledge and approval of the Secretary of the War Cabinet, Sir Maurice Hankey.

A Programme for a New Administration of Palestine in Accordance with the Aspirations of the Zionist Movement was issued by the English Political Committee of the Zionist Organization in October 1916, and submitted to the British Foreign Office as a basis for discussion in order to give an official character to the informal house-talks. It included the following:

(1) The Jewish Chartered Company is to have power to exercise the right of pre-emption over Crown and other lands and to acquire for its own use all or any concessions which may at any time be granted by the suzerain government or governments.

(2) The present population, being too small, too poor and too little trained to make rapid progress, requires the introduction of a new and progressive element in the population. (But the rights of minority nationalities were to be protected).

Other Points were, (3) recognition of separate Jewish nationality in Palestine; participation of the Palestine Jewish population in local self-government; (5) Jewish autonomy in purely Jewish affairs; (6) official recognition and legalization of existing Jewish institutions for colonization in Palestine.[108]

This Programme does not appear to have reached Cabinet level at the time it was issued, probably because of Asquith’s known lack of sympathy, but as recorded by Samuel Landman, the Zionist Organization was given official British facilities for its international correspondence.[109]

Lloyd George, an earnest and powerful demagogue, was now prepared to oust Asquith, his chief, by a coup de main. With the death of Kitchener in the summer of 1916, he had passed from Munitions to the War Office and he saw the top of the parliamentary tree within his grasp. In this maneuver he was powerfully aided by the newspaper proprietor Northcliffe, [V] who turned all his publications from The Times downwards to depreciate Asquith, and by the newspaper-owing M.P., Max Aitken (later Lord Beaverbrook).

With public sympathy well prepared, Lloyd George demanded virtual control of war policy. It was intended that Asquith should refuse. He did. Lloyd George resigned. Asquith also resigned to facilitate the reconstruction of the Government. The King then sent for the Conservative leader, Bonar Law, who, as prearranged, advised him to offer the premiership to Lloyd George.[110]

Asquith and Grey were out; Lloyd George and Balfour were in. With Lloyd George as Prime Minister from December 1916, Zionist relations with the British Government developed fast. Lloyd George had been legal counsel for the Zionists, and while Minister of Munitions, had had assistance from the Zionist leader Chaim Weizmann; the new Foreign Minister, Arthur Balfour, was already known for his Zionist sympathies.

The Zionists were undermining the wall between them and their Palestine objective which they had found impossible “to surmount by ordinary political means” prior to the war.[111] Herzl’s suggestion that they would get Palestine “not from the goodwill but from the jealousy of the Powers,” [112] was being made to come true.

The Zionists moved resolutely to exploit the new situation now that the Prime Minister and Foreign Secretary were their firm supporters.

Landman, in his Secret History of the Balfour Declaration, wrote:

Through General McDonogh, Director of Military Operations, who was won over by Fitzmaurice (formerly Dragoman of the British Embassy in Constantinople and a friend of James Malcolm), Dr. Weizmann was able, about this time, to secure from the Government the services of half a dozen younger Zionists for active work on behalf of Zionism. At the time, conscription was in force, and only those who were engaged on work of national importance could be released from active service at the Front. I remember Dr. Weizmann writing a letter to General McDonogh and invoking his assistance in obtaining the exemption from active service of Leon Simon, (who later rose to high rank in the Civil Service as Sir Leon Simon, C.B.), Harry Sacher, (on the editorial staff of the Manchester Guardian), Simon Marks, [W] Yamson Tolkowsky and myself. At Dr. Weizmann’s request I was transferred from the War Office (M.I.9), where I was then working, to the Ministry of Propaganda, which was under Lord Northcliffe, and later to the Zionist office, where I commenced work about December 1916. Simon Marks actually arrived at the Office in khaki, and immediately set about the task of organizing the office which, as will be easily understood, had to maintain constant communications with Zionists in most countries.

From that time onwards for several years, Zionism was considered an ally of the British Government, and every help and assistance was forthcoming from each government department. Passport or travel difficulties did not exist when a man was recommended by our office. For instance. a certificate signed by me was accepted by the Home Office at that time as evidence that an Ottoman Jew was to be treated as a friendly alien and not as an enemy, which was the case with the Turkish subjects.


[K]  This new offer to Russia of a direct outlet into the Mediterranean is a measure of the great importance attached by Britain and France to continued and wholehearted Russian participation in the war. British policy from the end of the Napoleonic wars had been directed against Russia’s efforts to extend its conquests to the Golden Horn and the Mediterranean (threatening Egypt and the way to India). For this reason, Britain and France had formed an alliance and fought the Crimean War (1854-56), which ended in the Black Sea being declared neutral; no warships could enter it nor could arsenals be built on its shores.
But Russian concern for the capture of Constantinople was more than economic and strategic. It was not unusual for priests to declare that the Russian people had a sacred duty to drive out the “infidel” Turk and raise the orthodox cross on the dome of Santa Sophia.
In 1877, the Russian armies again moved towards Constantinople with the excuse of avenging cruelties practiced on Christians. Again England frustrated these designs and the aggression ended with the Congress of Berlin, and British occupation of Cyprus.
[L]  Sir Mark Sykes, Secretary of the British War Cabinet, sent to Russia to negotiate the Tripartite (Sykes-Picot) Agreement for the Partition of the Ottoman Empire. M. Picot was the French representative in the negotiations. Neither Hussein nor Sir Henry McMahon were made aware of these secret discussions. Among other things, the agreement called for parts of Palestine to be placed under “an international administration.”
[M]  Of the Warburg international banking family. Although ostensibly a second Secretary in the Wilhelmstrasse, Warburg has been reported as having the same postition in German counterintelligence as Adrmiral Canaris in World War II.
[N]  Jacob Schiff, German-born senior partner in Kuhn, Loeb & Co. and “the most influential figure of his day in American Jewish life,” wrote in The Menorah Journal of April 1915: “It is well known that I am a German sympathizer … England has been contaminated by her alliance with Russia … am quite convinced that in Germany anti-Semitism is a thing of the past.[64] The Jewish Encyclopedia for 1906 states that “Schiff’s firm subscribed for and floated the large Japanese war loan in 1904-05” (for the Russo-Japanese war). “in recognition of which the Mikado conferred on Schiff the second order of the Sacred Treasure of Japan.” Partners with Schiff were Felix M. Warburg and his brother Paul who had come to New York in 1902 from Hamburg, and organized the Federal Reserve System.
[O]  An award for Morgenthau’s heavy financial support for Wilson’s presidential campaign.
[P]  Later, Foreign Minister (1932-38) and Protector of Bohemia (1939-43).
[Q]  Russian nationals resident in the United Kingdom (nearly all of them Jews), not having become British subjects, some 25,000 of military age, still escaped military service.[92] This prompted Jabotinsky and Weizmann to urge the formation of a special brigade for Russian Jews, but the idea not favorably received by the Government, and the Zionists joined non-Zionists in an effort to persuade Russian Jews of military age to volunteer as individuals for service in the British army. The response was negligible, and in July 1917 the Military Service (Conventions with Allies) Act was given Royal assent. Men of military age were invited to serve in the British army or risk deportation to Russia. However, the Russian revolution prevented its unhindered application.[93]
[R]  Half a million Frenchmen were lost in the first four months of war, 1 million lost by the end of 1915, and 5 million by 1918. Who can imagine that the Allies lost 600,000 men in one battle, the Somme, and the British more officers in the first few months than all wars of the previous hundred years put together?
At Stalingrad, in the Second World War, the Wehrmacht had 230,000 men in the field. The German losses at Verdun alone were 325,000 killed or wounded.
By this time a soldier in one of the better divisions could count on a maximum of three months’ service without being killed or wounded, and the life expectancy for an officer at the front was down to five months in an ordinary regiment and six weeks in a crack one.
[S]  See his Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution .
[T]  Born in Persia, where his family had settled before Elizabethan days. He was sent to school in England in 1881, being placed in the care of a friend and agent of his family, Sir Albert (Abdullah) Sassoon. Early in 1915, he founded the Russia Society in London among the British public as a means of improving relations between the two countries. Unlike the Zionists, he had no animus towards Czarist Russia.
[U]  A reference to the 1914 invasion of Austria and East Prussia by the Russians with such vigor that many people believed that the “Russian steamroller” would soon reach Berlin and end the war. Only the diversion of whole army divisions from the Western to the Eastern Front under the command of General von Hindenburg saved Berlin, and in turn saved Paris.
There was a direct effort by certain groups to support anti-Imperial activities in Russia from the United States, [105][106] but Brandeis was apparently not implicated.
[V]  Northcliffe was small-minded enough to have Lloyd George called to the telephone, in front of friends, to demonstrate the politician’s need of the Press.
[W]  Associated with Israel M. Sieff, another of Weizmann’s inner circle, in the business which later became Marks & Spencer, Ltd. Sieff was appointed an economic consultant to the U.S. Administration (OPA) in March 1924. As subsequent supporters, with Lord Melchett, of “Political and Economic Planning” (PEP), they exercised considerable influence on British inter-war policy.


The Declaration, 1917

The informal committee of Zionists and Mark Sykes as representative of the British Government, met on 7 February 1917 at the house of Moses Gaster, [X] the Chief Rabbi of the Sephardic (Spanish and Portuguese) congregations in England. Gaster opened the meeting with a statement that stressed Zionist support for British strategic interests in Palestine which were to be an integral part of any agreement between them. As these interests might be considered paramount to British statesmen, support for Zionist aims there, Caster said, was fully justified. Zionism was irrevocably opposed to any internationalization proposals, even an Anglo-French condominium.[113]

Herbert Samuel followed with an expression of the hope that Jews in Palestine would receive full national status, which would be shared by Jews in the Diaspora. The question of conflict of nationality was not mentioned and a succeeding speaker, Harry Sacher, suggested that the sharing should not involve the political implications of citizenship.[114] Weizmann spoke of the necessity for unrestricted immigration. It is clear that the content of each speech was thoroughly prepared before the meeting.

Sykes outlined the obstacles: the inevitable Russian objections, the opposition of the Arabs, and strongly pressed French claims to all Syria, including Palestine.[115] James de Rothschild and Nahum Sokolow, the international Zionist leader, also spoke. The meeting ended with a summary of Zionist objectives:

1. International recognition of Jewish right to Palestine;

2. Juridical nationhood for the Jewish community in Palestine;

3. The creation of a Jewish chartered company in Palestine with rights to acquire land;

4. Union and one administration for Palestine; and

5. Extra-territorial status for the holy places.[117]

The first three points are Zionist, the last two were designed to placate England and Russia, respectively [118] and probably Italy and the Vatican. Sokolow was chosen to act as Zionist representative, to negotiate with Sir Mark Sykes.

The Zionists were, of course, coordinating their activities internationally. On the same day as the meeting in London, Rabbi Stephen Wise in the United States wrote to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes: ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [118a]

The reports reaching England of impending dissolution of the Russian state practically removed the need for Russian endorsement of Zionist aims, but made French and Italian acceptance even more urgent. This at any rate was the belief of Sykes, Balfour, Lloyd George and Winston Churchill, who, as claimed in their subsequent statements, were convinced that proclaimed Allied support for Zionist aims would especially influence the United States. Events in Russia made the cooperation of Jewish groups with the Allies much easier. At a mass meeting in March 1917 to celebrate the revolution which had then taken place, Rabbi Stephen Wise, who had succeeded Brandeis as chairman of the American Provisional Zionist Committee after Brandeis’s appointment to the Supreme Court, said: “I believe that of all the achievements of my people, none has been nobler than the part the sons and daughters of Israel have taken in the great movement which has culminated in free Russia.” [119]

Negotiations for a series of loans totalling $190,000,000 by the United States to the Provisional Government in Russia of Alexander Kerensky were begun on the advice of the U.S. ambassador to Russia, David R. Francis, who noted in his telegram to Secretary of State Lansing, “financial aid now from America would be a master-stroke. Confidential. Immeasurably important to the Jews that revolution succeed… ” [120]

On 22 March 1917 Jacob H. Schiff of Kuhn, Loeb & Co., wrote to Mortimer Schiff, “We should be somewhat careful not to appear as overzealous but you might cable Cassel because of recent action of Germany (the declaration of unlimited U-boat warfare) and developments in Russia we shall no longer abstain from Allied Governments financing when opportunity offers.”

He also sent a congratulatory cable to the Minister of Foreign Affairs in the first Provisional Government, referring to the previous government as “the merciless persecutors of my co-religionists.”

In the same month, Leiber Davidovich Bronstein, alias Leon Trotsky, a Russian-born U.S. immigrant, had left the Bronx, New York, for Russia, with a contingent of followers, while V.I. Ulyanov (Lenin) and a party of about thirty were moving across Germany from Switzerland, through Scandinavia to Russia. Some evidence exists that Schiff and other sponsors like Helphand financed these revolutionaries.

In March 1917, President Wilson denounced as “a little group of willful men,” the non-interventionists who filibustered an Administration-sponsored bill that would have empowered Wilson to wage an undeclared naval war against Germany. The opposition to Wilson was led by Senators La Follette and Norris.

On 5 April, the day before the United States Congress adopted a resolution of war, Schiff had been informed by Baron Gunzburg of the actual signing of the decrees removing all restrictions on the Jews in Russia.

At a special session of Congress on 2 April 1917, President Wilson referred to American merchant ships taking supplies to the Allies which had been sunk during the previous month by German submarines (operating a counter-blockade; the British and French fleets having blockaded the Central Powers from the beginning of the war); and then told Congress that “wonderful and heartening things have been happening within the last few weeks in Russia.”

He asked for a declaration of war with a mission:

for democracy, for the right of those who submit to authority to have a voice in their own governments, for the rights and liberties of small nations, for a universal dominion of right by such a concert of free peoples as shall bring peace and safety to all nations and make the world itself at last free.

To such a task we can dedicate our lives and our fortunes, everything that we are and everything that we have, with the pride of those who know that the day has come when America is privileged to spend her blood and her might for the principles that gave her birth and happiness and the peace that she has treasured. God helping her, she can do no other. (emphasis supplied)

That night crowds filled the streets, marching, shouting, singing Dixie” or “The Star Spangled Banner.” Wilson turned to his secretary, Tumulty: “Think what that means, the applause. My message tonight was a message of death, How strange to applaud that!”

So, within six months of Malcolm’s specific suggestion to Sykes, the United States of America, guided by Woodrow Wilson, was on the side of the Allies in the Great War.

Was Wilson guided by Brandeis away from neutrality — to war?

In London, the War Cabinet led by Lloyd George lost no time committing British forces first to the capture of Jerusalem, and then to the total expulsion of the Turks from Palestine. The attack on Egypt, launched on 26 March 1917, attempting to take Gaza, ended in failure. By the end of April a second attack on Gaza had been driven back and it had become clear that there was no prospect of a quick success on this Front.

From Cairo, where he had gone hoping to follow the Army into Jerusalem with Weizmann, Sykes telegraphed to the Foreign Office that, if the Egyptian Expeditionary Force was not reinforced then it would be necessary “to drop all Zionist projects … Zionists in London and U.S.A. should be warned of this through M. Sokolow… ” [120a]

Three weeks later, Sykes was told that reinforcements were coming from Salonika. The War Cabinet also decided to replace the Force’s commander with General Allenby.

Sykes was the official negotiator for the whole project of assisting the Zionists. He acted immediately after the meeting at Gaster’s house by asking his friend M. Picot to meet Nahum Sokolow at the French Embassy in London in an attempt to induce the French to give way on the question of British suzerainty in Palestine.[121] James Malcolm was then asked to go alone to Paris to arrange an interview for Sokolow directly with the French Foreign Minister. Sokolow had been previously unsuccessful in obtaining the support of French Jewry for a meeting with the Minister; since the richest and most influential Jews in the United States and England, with the notable exception of the Rothschilds, who could have arranged such a meeting, were opposed to the political implications of Zionism. In Paris, the powerful Alliance Israélite Universelle had made every effort to dissuade him from his mission.[122] Not that the Zionists had no supporters in France other than Edmond de Rothschild, [Y]but the Ministry of Foreign Affairs had no reason to entangle itself with them.[123] Now James Malcolm opened the door directly to them as he had done in London.

Sykes joined Malcolm and Sokolow in Paris. Sykes and Malcolm, apart from the consideration of Zionism and future American support for the war, were concerned with the possibility of an Arab-Jewish-Armenian entente which, through amity between Islamic, Jewish and Christian peoples, would bring peace, stability and a bright new future for the inhabitants of this area where Europe, Asia Minor and Africa meet. Sokolow went along for the diplomatic ride, but in a letter to Weizmann (20 April 1917) he wrote: “I regard the idea as quite fantastic. It is difficult to reach an understanding with the Arabs, but we will have to try. There are no conflicts between Jews and Armenians because there are no common interests whatever.” [Z][124]

Several conversations were held with Picot, including one on 9 April when other officials included Jules Cambon, the Secretary-General of the Foreign Ministry, and the Minister’s Chef de Cabinet, Exactly what assurances were given to Sokolow is uncertain, but he wrote to Weizmann “that they accept in principle the recognition of Jewish nationality in terms of a national home, local autonomy, etc.” [125] And to Brandeis and Tschlenow, he telegraphed through French official channels: “… Have full confidence Allied victory will realise our Palestine Zionist aspirations.” [126]

Sokolow set off for Rome and the Vatican. “There, thanks to the introductions of Fitzmaurice on the one hand and the help of Baron Sidney Sonnino [AA] on the other,” a Papal audience and interviews with the leading Foreign Office officials were quickly arranged.[127]

When Sokolow returned to Paris, he requested and received a letter from the Foreign Minister dated 4 June 1917, supporting the Zionist cause in general terms. He hastily wrote two telegrams which he gave to M. Picot for dispatch by official diplomatic channels. One was addressed to Louis D. Brandeis in the United States. It read: “Now you can move. We have the formal assurance of the French Government.” [BB][128]

“After many years, ‘ wrote M. Picot, “I am still moved by the thanks he poured out to me as he gave me the two telegrams … do not say that it was the cause of the great upsurge of enthusiasm which occurred in the United States, but I say that Judge Brandeis, to whom this telegram was addressed, was certainly one of the elements determining the decision of President Wilson.” [129]

But Wilson had declared war one month before!

It is natural that M. Picot should want to believe that he had played a significant part in bringing America into the war and therefore helping his country’s victory. The evidence certainly supports his having a part in helping a Zionist victory.

Their objective was in sight, but had still to be taken and held.

Although the United States was now a belligerent, no declaration of support had been made for the Zionist program for Palestine, either by Britain or the United States, and some of the richest and most powerful Jews in both countries were opposed to it.

The exception among these Jewish merchant princes was, of course, the House of Rothschild. From London on 25 April 1917, James de Rothschild cabled to Brandeis that Balfour was coming to the United States, and urged American Jewry to support “a Jewish Palestine under British Protection,,, as well as to press their government to do so. He advised Brandeis to meet Balfour.[134] The meeting took place at a White House luncheon, “You are one of the Americans I wanted to meet,” said the British Foreign Secretary.[135] Brandeis cabled Louis de Rothschild: “Have had a satisfactory talk with Mr. Balfour, also with Our President. This is not for Publication. ” [136]

On the other hand, a letter dated 17 May 1917 appeared in The Times (London) signed by the President of the Jewish Board of Deputies and the President of the Anglo-Jewish Association (Alexander and Montefiore, both men of wealth and eminence) stating their approval of Jewish settlement in Palestine as a source of inspiration for all Jews, but adding that they could not favor the Zionist’s political scheme. Jews, they believed, were a religious community and they opposed the creation of “a secular Jewish nationality recruited on some loose and obscure principle of race and ethnological peculiarity.” They particularly took exception to Zionist Pressure for a Jewish chartered company invested with political and economic privileges in which Jews alone would participate, Since this was incompatible with the desires of world Jewry for equal rights wherever they lived.[137]

A controversy then ensued in the British press, in Jewish associations and in the corridors of government, between the Zionist and non-Zionist Jews. In this, Weizmann really had less weight, but he mobilized the more forceful team. The Chief Rabbi dissociated himself from the non-Zionist statement and charged that the Alexander-Montefiore letter did not represent the views of their organizations.[138] Lord Rothschild wrote: “We Zionists cannot see how the establishment of an autonomous Jewish State under the aegis of one of the Allied Powers could be subversive to the loyalty of Jews to countries of which they were citizens. In the letter you have published, the question is also raised of a chartered company.” He continued: “We Zionists have always felt that if Palestine is to be colonized by the Jews, some machinery must be set up to receive the immigrants, settle them on the land and develop the land, and to be generally a directing agency. I can only again emphasize that we Zionists have no wish for privileges at the expense of other nationalities, but only desire to be allowed to work out our destinies side by side with other nationalities in an autonomous state under the suzerainty of one of the Allied Powers.” [139] This letter stressed the colonialist aspect of Zionism, but detracted from the strong statist declaration of Weizmann. The Zionist body in Palestine was to be of a more organizational character for the Jewish community.

Perhaps feeling that his statement had been a little too strong for liberal acceptance, Weizmann also joined this correspondence in the Times. Writing as President of the English Zionist Federation, he first claimed that,

it is strictly a question of fact that the Jews are a nationality. An overwhelming majority of them had always had the conviction that they were a nationality, which has been shared by non-Jews in all countries.”

The letter continued:

The Zionists are not demanding in Palestine monopolies or exclusive privileges, nor are they asking that any part of Palestine should he administered by a chartered company to the detriment of others. It always was and remains a cardinal principle of Zionism as a democratic movement that all races and sects in Palestine should enjoy full justice and liberty, and Zionists are confident that the new suzerain whom they hope Palestine will acquire as a result of the war will, in its administration of the country, be guided by the same principle.[140] (emphasis supplied)

The competition for the attention of the British public and British Jewry by the Zionists and their Jewish opponents continued in the press and in their various special meetings. A manifesto of solidarity with the opinions of Alexander and Montefiore was sent to The Times on 1 June 1917; and in the same month at Buffalo, N.Y., the President of the Annual Convention of the Central Conference of American Rabbis added his weight against Jewish nationalism: “I am not here to quarrel with Zionism. Mine is only the intention to declare that we, as rabbis, who are consecrated to the service of the Lord … have no place in a movement in which Jews band together on racial or national grounds, and for a political State or even for a legally-assured Home.” [141]

But while the controversy continued, the Zionists worked hard to produce a draft document which could form a declaration acceptable to the Allies, particularly Britain and the United States, and which would be in the nature of a charter of international status for their aims in Palestine. This was treated as a matter of urgency, as Weizmann believed it would remove the support from non-Zionist Jews [142] and ensure against the uncertainties inseparable from the war.

On 13 June 1917 Weizmann wrote Sir Ronald Graham at the Foreign Office that “it appears desirable from every point of view that the British Government should give expression to its sympathy and support of the Zionist claims on Palestine. In fact, it need only confirm the view which eminent and representative members of the Government have many times expressed to us … ” [143] This was timed to coincide with a minute of the same date of one of Balfour’s advisers in which it was suggested that the time had arrived “when we might meet the wishes of the Zionists and give them an assurance that H.M.G. are in general sympathy with their aspirations. ” [144] To which Balfour remarked, “Personally, I should still prefer to associate the U.S.A. in the Protectorate, should we succeed in securing it.” [145]

The Zionists also had to counter tentative British and American plans to seek a separate peace with Turkey. When Weizmann, for the Zionists, together with Malcolm, for the Armenians, went on 10 June to the Foreign Office to protest such a plan, Weizmann broadly suggested that the Zionist leaders in Germany were being courted by the German Government, and he mentioned, to improve credibility, that approaches were made to them through the medium of a Dr. Lepsius.

The truth, probably, is that the Berlin Zionist Executive was initiating renewed contact with the German Government so as to give weight to the pleading of their counterparts in London that the risk of German competition could not be left out of account. Lepsius was actually a leading Evangelical divine, well known for his championship of the Armenians, who were then being massacred in Turkey. When Leonard Stein examined the papers of the Berlin Executive after the war, his name was not to be found, and Mr. Lichtheim of the Executive had no recollection of any overtures by Lepsius.[146]

In the U.S., in July 1917, a special mission consisting of Henry Morgenthau, Sr., and Justice Brandeis’s nephew, Felix Frankfurter, was charged by President Wilson to proceed to Turkey, against which the United States did not declare war, to sound out the possibility of peace negotiations between Turkey and the Allies. In this, Wilson may have been particularly motivated by his passion to stop the massacres of Armenian and Greek Christians which were then taking place in Turkey and for whom he expressed immense solicitude On many occasions. Weizmann, however, accompanied by the French Zionist M. Weyl, forewarned, proceeded to intercept them at Gibraltar and persuaded them to return home.[147] During 1917 and 1918 more Christians were massacred in Turkey. Had Morgenthau and Frankfurter carried out their mission successfully, maybe this would have been avoided.

This account appears in William Yale’s book The Near East: A Modern History. He was a Special Agent of the State Department in the Near East during the First World War. When I had dinner with him on 12 May 1970 at the Biltmore Hotel in New York, I asked him if Weizmann had told him how the special mission had been aborted. He replied that Weizmann said that the Governor of Gibraltar had held a special banquet in their honor, but at the end all the British officials withdrew discretely, leaving the four Jews alone. “Then,” said Weizmann, “we fixed it.”

The same evening, he told me something which he said he had never told anyone else, and which was in his secret papers which were only to be opened after his death. He later wrote to me, after he had read The Palestine Diary, saying that he would like me to deal with those papers.

One of Yale’s assignments was to follow Wilson’s preference for having private talks with key personalities capable of influencing the course of events. He did this with Lloyd George, General Allenby and Col. T.E. Lawrence, for example. Yale said he had a talk with Weizmann “somewhere in the Mediterranean in 1919,” and asked him what might happen if the British did not support a national home for the Jews in Palestine. Weizmann thumped his fist on the table and the teacups jumped, “If they don’t,” he said, “we’ll smash the British Empire as we smashed the Russian Empire.”

Brandeis was in Washington during the summer of 1917 and conferred with Secretary of State Robert S. Lansing from time to time on Turkish-American relations and the treatment of Jews in Palestine.[148] He busied himself in particular with drafts of what later became the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine, and in obtaining American approval for them.[149] A considerable number of drafts were made in London and transmitted to the United States, through War Office channels, for the use of the American Zionist Political Committee. Some were detailed, but the British Government did not want to commit itself to more than a general statement of principles.

On 18 July, such a statement, approved in the United States, was forwarded by Lord Rothschild to Lord Balfour. It read as follows:

His Majesty’s Government, after considering the aims of the Zionist Organization, accepts the principle of recognizing Palestine as the National Home [CC] of the Jewish people and the right of the Jewish people to build up its national life in Palestine under a protectorate to be established at the conclusion of peace following the successful issue of war.

His Majesty’s Government regards as essential for the realization of this principle the grant of internal autonomy to the Jewish nationality in Palestine, freedom of immigration for Jews, and the establishment of a Jewish national colonization corporation for the resettlement and economic development of the country.

The conditions and forms of the internal autonomy and a charter for the Jewish national colonizing corporation should, in the view of His Majesty’s Government, be elaborated in detail, and determined with the representatives of the Zionist Organization.[150]

It seems possible that Balfour would have issued this declaration but strong representatives against it were made directly to the Cabinet by Lucien Wolf, Claude Montefiore Sir Mathew Nathan, Secretary of State for India Edwin Montagu, [DD] and other non-Zionist Jews. It was significant they believed that “anti-semites are always very sympathetic to Zionism,” and though they would welcome the establishment in Palestine of a center of Jewish culture, some — like Philip Magnes — feared that a political declaration would antagonize other sections of the population in Palestine, and might result in the Turks dealing with the Jews as they had dealt with the Armenians.[154] The Jewish opposition was too important to ignore, and the preparation of a new draft was commenced. At about this time, Northcliffe and Reading [EE] visited Washington and had a discussion with Brandeis at which they undoubtedly discussed Zionism.[155]

Multiple pressures at key points led Lord Robert Cecil to telegraph to Col. E.M. House on 3 September 1917: “We are being pressed here for a declaration of sympathy with the Zionist movement and I should be very grateful if you felt able to ascertain unofficially if the President favours such a declaration. ” [156] House, who had performed services relating to Federal Reserve and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, [157] and was Wilson’s closest adviser, relayed the message, but a week later Cecil was still without a reply.

On 11 September the Foreign Office had ready for dispatch the following message for Sir William Wiseman, [FF] head of the British Military Intelligence Service in the United States: “Has Colonel House been able to ascertain whether the President favours sympathy with Zionist aspirations as asked in my telegram of September 3rd? We should be most grateful for an early reply as September 17th is the Jewish New Year and announcement of sympathy by or on that date would have excellent effect.” But before it was sent, a telegram from Colonel House dated 11 September reached the Foreign Office.

Wilson had been approached as requested and had expressed the opinion that “the time was not opportune for any definite statement further, perhaps, than one of sympathy, provided it can be made without conveying any real commitment.” Presumably, a formal declaration would presuppose the expulsion of the Turks from Palestine, but the United States was not at war with Turkey, and a declaration implying annexation would exclude an early and separate peace with that country.[158]

In a widely publicized speech in Cincinnati on 21 May 1916, after temporarily relinquishing his appointment as Ambassador to Turkey in favor of a Jewish colleague, Henry Morgenthau had announced that he had recently suggested to the Turkish Government that Turkey should sell Palestine to the Zionists after the war. The proposal, he said, had been well received, but its publication caused anger in Turkey.[159]

Weizmann was “greatly astonished” at this news, especially as he had “wired to Brandeis requesting him to use his influence in our favour … But up to now I have heard nothing from Brandeis.” [161]

On 19 September Weizmann cabled to Brandeis:

Following text declaration has been approved by Foreign Office and Prime Minister and submitted to War Cabinet:

1. H.M. Government accepts the principle that Palestine should be reconstituted as the national home of the Jewish people.

2. H.M. Government will use its best endeavours to secure the achievement of the object and will discuss the necessary methods and means with the Zionist Organization.[162]

Weizmann suggested that non-Zionist opposition should be forestalled, and in this it would “greatly help if President Wilson and yourself support the text. Matter most urgent.” [163] He followed this up with a telegram to two leading New York Zionists, asking them to “see Brandeis and Frankfurter to immediately discuss my last two telegrams with them,” adding that it might be necessary for him to come to the United States himself.[164]

Brandeis saw House on 23 September and drafted a message, sent the following day through the British War Office. It advised that presidential support would be facilitated if the French and Italians made inquiry about the White House attitude, but he followed this the same day with another cable stating that from previous talks with the President and in the opinion of his close advisers, he could safely say that Wilson would be in complete sympathy.[165]

Thus Brandeis had either persuaded Wilson that there was nothing in the draft (Rothschild) declaration of 19 September which could be interpreted as “conveying any real commitment,” which is difficult to believe, or he had induced the President to change his mind about the kind of declaration he could approve or was sure he and House could do so.[166]

On 7 February 1917, Stephen Wise had written to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes, ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [167] In October, after seeing House together with Wise, de Haas reported to Brandeis: ”He has told us that he was as interested in our success as ourselves.” To Wilson, House stated that “The Jews from every tribe descended in force, and they seem determined to break in with a jimmy, if they are not let in.” [168] A new draft declaration had been prepared; Wilson had to support it.

On 9 October 1917, Weizmann cabled again to Brandeis from London of difficulties from the “assimilants” Opposition: “They have found an excellent champion … in Mr. Edwin Montagu who is a member of the Government and has certainly made use of his position to injure the Zionist cause. ” [169]

Weizmann also telegraphed to Brandeis a new (Milner-Amery) formula. The same draft was cabled by Balfour to House in Washington on 14 October:

His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish race and will use its best endeavours to facilitate achievement of this object; it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of the existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed in any other country by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship.[170]

It was reinforced by a telegram from the U.S. Embassy in London direct to President Wilson (by-passing the State Department), stating that the “question of a message of sympathy with the (Zionist) movement” was being reconsidered by the British Cabinet “in view of reports that (the) German Government are making great efforts to capture (the) Zionist movement.” [171]

Brandeis and his associates found the draft unsatisfactory in two particulars. They disliked that part of the draft’s second safeguard clause which read, “by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship,” and substituted “the rights and civil political status enjoyed by Jews in any country. In addition, Brandeis apparently proposed the change of “Jewish race” to “Jewish people.” [172] Jacob de Haas, then Executive Secretary of the Provisional Zionist Committee, has written that the pressure to issue the declaration was coming from the English Zionist leaders: “they apparently needed it to stabilize their position against local anti-Zionism. If American Zionists were anxious about it, Washington would act.” De Haas continues:

Then one morning Baron Furness, one of England’s unostentatious representatives, brought to 44 East 23rd Street, at that time headquarters of the Zionist Organization, the final draft ready for issue. The language of the declaration accepted by the English Zionists based as it was on the theory of discontent was unacceptable to me. I informed Justice Brandeis of my views, called in Dr. Schmarya Levin and proceeded to change the text. Then with Dr. Wise, I hurried to Colonel House. By this time he had come to speak of Zionism as “our cause.” Quietly he perused my proposed change, discussed its wisdom and promised to call President Wilson on his private wire and urge the change. He cabled to the British Cabinet. Next day he informed me that the President had approved. I had business that week-end in Boston and it was over the long distance wire that my secretary in New York read to me the final form as repeated by cable from London. It was the text as I had altered it.[173]

“It seems clear,” wrote Stein, “that it was not without some prompting by House that Wilson eventually authorized a favourable reply to the British enquiry.” Sir William Wiseman, “who was persona grata both with the President and with House, was relied upon by the Foreign Office for dealing with the declaration at the American end. Sir William’s recollection is that Colonel House was influential in bringing the matter to the President’s attention and persuading him to approve the formula.” [174]

On 16 October 1917, after a conference with House, Wiseman telegraphed to Balfour’s private secretary: ”Colonel House put the formula before the President who approves of it but asks that no mention of his approval shall be made when His Majesty’s Government makes formula public, as he had arranged the American Jews shall then ask him for approval, which he will publicly give here.”[175]

The Balfour Declaration, as stated, was issued on 2 November 1917. Its text, seemingly so simple, had been prepared by some the craftiest of the craft of legal drafting. Leaflets containing its message were dropped by air on Germany and Austria and on the Jewish belt from Poland to the Baltic Sea.

Seven months had passed since America entered the war. It was an epochal triumph for Zionism, and some believe, for the Jews.

On the other hand, two months before the declaration, Sokolow had written of a marked falling off in “le philo-sémitisme d’autrefois,” ascribed by some to the impression that the Russian Jews were the mainspring of Bolshevism; and on the day it was issued, The Jewish Chronicle complained of “the antisemitic campaign which a section of the press in this country, indifferent to the national interests, is sedulously conducting.” [176] There only remained certain courtesies to be effected. On November 1917, Weizmann wrote a letter of thanks to Brandeis:

“… I need hardly say how we all rejoice in this great event and how grateful we all feel to you for the valuable and efficient help which you have lent to the cause in the critical hour … Once more, dear Mr. Brandeis, I beg to tender to you our heartiest congratulations not only on my own behalf but also on behalf of our friends here — and may this epoch-making be a beginning of great work for our sorely tried people and also of mankind.” [177]

The other principal Allied governments were approached with requests for similar pronouncements. The French simply supported the British Government in a short paragraph on 9 February 1918. Italian support was contained in a note dated 9 May 1918 to Mr. Sokolow by their ambassador in London in which he stressed the religious divisions of communities, grouping “a Jewish national centre” with existing religious communities.”

On 31 August 1918, President Wilson wrote to Rabbi Wise “to express the satisfaction I have felt in the progress of the Zionist movement . . since … Great Britain’s approval of the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people.” Brandeis joined in Zionist delight at the President’s endorsement and wrote: “Since the President’s letter, anti-Zionism is pretty near disloyalty and non-Zionism is slackening.” [178] Non-Zionist Jews now had a hard time if they wanted to disseminate their views; if they could not support Zionism they were asked at least to remain silent.

On 30 June 1922, the following resolution was adopted by the United States Congress:

Favouring the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people;

Resolved by the Senate and the House of Representatives of the United States of America in Congress assembled. That the United States of America favours the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, it being clearly understood that nothing shall be done which should prejudice the civil and religious rights of Christians and all other non-Jewish communities in Palestine, and that the holy places and religious buildings and sites in Palestine shall be adequately protected.[GG]

All people tend to see the world and its events in terms of their own experience, ideas and prejudices. This is natural. It is a fact used by master politicians and manipulators of opinion who form their appeals accordingly. The case of the Balfour Declaration is a fascinating example of a scheme presenting a multiplicity of images according to the facet of mind on which it reflected.

There were critics of the Balfour Declaration, although among the cacophony of many events competing for attention, few but its beneficiaries concentrated on the significance of what was being offered. One was the Jewish leader and statesman Mr. Edwin Montagu, who had no desire that Jews should be regarded as a separate race and a distinct nationality.[181] The other was Lord Curzon, who became Foreign Secretary at the end of October 1918. He prepared a memorandum dated 26 October 1917, on the penultimate and final drafts of the Balfour Declaration and related documents, and circulated it in the Cabinet. It was titled “The Future of Palestine.” Here are some extracts:

I am not concerned to discuss the question in dispute between the Zionist and anti-Zionist Jews . I am only concerned in the more immediately practical questions:

(a) What is the meaning of the phrase “a national home for the Jewish race in Palestine,” and what is the nature of the obligation that we shall assume if we accept this as a principle of British policy?

(b) If such a policy be pursued what are the chances of its successful realisation?

If I seek guidance from the latest collection of circulated papers (The Zionist Movement, G.-164) I find a fundamental disagreement among the authorities quoted there as to the scope and nature of their aim.

A “national home for the Jewish race or people” would seem, if the words are to bear their ordinary meaning, to imply a place where the Jews can be reassembled as a nation, and where they will enjoy the privileges of an independent national existence. Such is clearly the conception of those who, like Sir Alfred Mond, speak of the creation in Palestine of “an autonomous Jewish State,” words which appear to contemplate a State, i.e., a political entity, composed of Jews, governed by Jews, and administered mainly in the interests of Jews…

The same conception appears to underlie several other of the phrases employed in these papers, e.g., when we are told that Palestine is to become “a home for the Jewish nation,” “a national home for the Jewish race,” “a Jewish Palestine,” and when we read of “the resettlement of Palestine as a national centre,” and “the restoration of Palestine to the Jewish people,” all these phrases are variants of the same idea, viz., the re-creation of Palestine as it was before the days of the dispersion.

On the other hand, Lord Rothschild, when he speaks of Palestine as “a home where the Jews could speak their own language, have their own education, their own civilization, and religious institutions under the protection of Allied governments,” seems to postulate a much less definite form of political existence, one, indeed, which is quite compatible with the existence of an alien (so long as it is not Turkish) government…

Now what is the capacity as regards population of Palestine within any reasonable period of time? Under the Turks there is no such place or country as Palestine, because it is divided up between the sanjak of Jerusalem and the vilayets of Syria and Beirut. But let us assume that in speaking of Palestine in the present context we mean the old scriptural Palestine, extending from Dan to Beersheba, i.e., from Banias to Bir es-Sabi… . an area of less than 10,000 square miles. What is to become of the people of this country, assuming the Turk to be expelled, and the inhabitants not to have been exterminated by the war? There are over a half a million of these, Syrian Arabs — a mixed community with Arab, Hebrew, Canaanite, Greek, Egyptian, and possibly Crusaders’ blood. They and their forefathers have occupied the country for the best part of 1,500 years. They own the soil, which belongs either to individual landowners or to village communities. They profess the Mohammadan faith. They will not be content either to be expropriated for Jewish immigrants, or to act merely as hewers of wood and drawers of water to the latter.

Mr. Hamilton Fish replied: “As author of the first Zionist Resolution patterned on the Balfour Resolution, I denounce and repudiate the Ben Gurion statements as irreconcilable with my Resolution as adopted by Congress, and if they represent the Government of Israel and public opinion there, then I shall disavow publicly my support of my own Resolution, as I do not want to be associated with such un-American doctrines.”[180]


[X]  Born in Rumania in 1856, his imposing presence and scholarship combined with “an oracular manner suggesting that he had access to mysteries hidden from others, had made him an important figure at Zionist Congresses and on Zionist platforms in England and abroad.” It was calculated that Sykes would be impressed by his personality and background.[116]
[Y]  These included the socialist leader, Jules Cuesde, who had joined Viviani’s National Government as Minister of State; Gustave Herve: the publicist and future Minister de Monzie; and others.
[Z]  Privately, Sokolow resented Malcolm as “a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [130]
[AA]  Of Jewish extraction.[131]
[BB]  The French note represented a defeat for the “Syrian Party” in the government who believed in French dominion over the entire area. This was not only due to the strong representations of Sykes on behalf of his Government, but was assisted by those of Baron Edmond de Rothschild, [132] who prevailed upon the Alliance Israélite to back the Zionist cause.
The result of the no less successful conversations in Rome and the Vatican were cabled to the Zionist Organization over British controlled lines.[133]
[CC]  The use of the term “National Home” was a continuation of the euphemism deliberately adopted since the first Zionist Congress, when the term “Heimstaette” was used instead of any of the possible German words signifying “state.” At that time, its purpose was to avoid provoking the hostility of non-Zionist Jews.[151]
The author or inventor of the term ”Heimstaette” was Max Nordau who coined it ”to deceive by its mildness ” until such time as ”there was no reason to dissimulate our real aim.” [152]
The Arabic translation of ”National Home” ignores the intended subtlety, and the words employed: watan, qawm, and sha’b, are much stronger in meaning than an abstract notion of government.[153]
[DD]  (1879-1924). His father, the first Lord Swaythling, and Herbert Samuel’s father were brothers.
[EE]  Rufus Isaacs, a Jewish lawyer, who had quickly risen to fame in his profession, and then in politics. This was a period when elevations to the peerage for political and financial assistance to the party in power were so numerous that the whole system of British peerage was weakened. In 1916, Isaacs was a viscount; in 1917 an earl.
[FF]  Joined Kuhn, Loeb & Co. in 1921. and was responsible for their liaison with London banks, and was “in charge of financing several large enterprises.” [160]
[GG]  This was introduced by Mr. Hamilton Fish. His interpretation of his action was clarified thirty-eight years later, when the World Zionists held their 25th Congress in Jerusalem. David Ben Gurion, as Prime Minister of Israel, in his address to the gathering stated: “every religious Jew has daily violated the precepts of Judaism by remaining in the diaspora”; and, citing the authority of the Jewish sages, said: “Whoever dwells outside the land of Israel is considered to have no god.” He added: “Judaism is in danger of death by strangulation. In the free and prosperous countries it faces the kiss of death, a slow and imperceptible decline into the abyss of assimilation.” [179]


Wilson and the War

If the contract with Jewry was to bring the United States into the Great War in exchange for the promise of Palestine, did they in fact deliver, through Brandeis or anyone else?

For the German-Jewish princes of the purse in the United States, the evidence points more to the Russian revolution being the factor of most weight in determining their attitude.

Was it the resumption of Germany’s submarine blockade, the sinking of the Laconia, the Zimmerman telegram, which really influenced Wilson for war? Was it the Zionist counsel of Brandeis? In a careful study, Prof. Alex M. Arnett showed in 1937 that Wilson had decided to put the United States into the war on the side of the Allies many months before the resumption of U-boat warfare by Germany, which was promoted as a sufficient reason.[182]

In the propaganda battle for American public opinion between Britain and Germany, the former had the advantage of language, and the fact that on 5 August 1914 they had cut the international undersea cables linking Germany and the United States, thus eliminating quick communication between those two countries and giving British “news” the edge in forming public opinion.

The success of British propaganda methods were acknowledged by a German soldier of the time when he dictated his memoirs, Mein Kampf, in 1925: “In England propaganda was regarded as a weapon of the first order, whereas with us it represented the last hope of a livelihood for our unemployed politicians and a snug job for shirkers of the modest heroic type. Taken all in all, its results were negative.”

British propaganda portrayed the war as one of just defense against a barbarian aggressor akin to the hordes of Genghis Khan, who were rapers of nuns, mutilators of children, led by the Kaiser — pictured as a beast in human form, a lunatic, deformed monster, modern Judas, and criminal monarch.

Stories that German soldiers cut off the hands of Belgian children and crucified prisoners and perpetrated and all sorts of other atrocities said to have been practiced in Belgium, were circulated as widely as possible. The story about their making glycerine and soap from corpses did not appear until the end of April 1917, when new stories were created by American propagandists. One, a book called Christine, by “Alice Cholmondeley,” a collection of letters purporting to have been written by a teenage girl music student to her mother in Britain until her death in 1914, mingled a damning catalogue of alleged German character faults with emotional feelings for her fictitious mother and music. Propaganda experts rated it highly.[183]

The head of the American section of the British propaganda bureau, Sir Gilbert Parker, was able to report on his Success in the issue of his secret American Press Review for 11 October 1916 before the Presidential election: ”This week supplies satisfactory evidence of the permeation of the American Press by British influence.”

Men of British ancestry still dominated the powerful infrastructure of the economy, filled top positions in the State Department, in the influential Eastern universities, and in the communications and cultural media. Britain and France were more identified with democracy and freedom, and the Central Powers with imperial militaristic autocracy. From Oyster Bay, former President Theodore Roosevelt, recipient of the Nobel Peace Prize, performed high-pitched war dances of words in support of belligerency.

But at the Democratic convention, and in the subsequent campaign, it was William Jennings Bryan and his allied orators who created the theme and slogan: “He kept us out of war.”

Bryan had resigned as Secretary of State in June 1915 because he believed Wilson was jeopardizing American neutrality and showing partiality towards England. In his last interview, he told Wilson bitterly, “Colonel House has been Secretary of State, not I, and I have never had your full confidence.”

House, a secretive and subtle flatterer who had performed services relating to the Federal Reserve Bank and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, was perceived by Wilson as the “friend who so thoroughly understands me,” “my second personality….my independent self, His thoughts and mine are one.”

Bryan had wanted to go on a peace mission to Europe at the beginning of 1915, but the President sent House instead. House had actually sailed on the British ship Lusitania and as it approached the Irish coast on 5 February, the captain ordered the American flag to be raised.

The Intimate Papers of Colonel House record that on the morning of 7 May 1915, he and the British Foreign Secretary Grey drove to Kew. “We spoke of the probability of an ocean liner being sunk,” recorded House, “and I told him if this were done, a flame of indignation would sweep across America, which would in itself probably carry us into the war.” An hour later, House was with King George in Buckingham Palace. “We fell to talking, strangely enough,” the Colonel wrote that night, ”of the probability of Germany sinking a trans-Atlantic liner… ” He said, “Suppose they should sink the Lusitania with American passengers on board… “

That evening House dined at the American Embassy. A dispatch came in, stating that at two in the afternoon a German submarine had torpedoed and sunk the Lusitania off the southern coast of Ireland. 1,200 lives were lost, including 128 Americans. It took 60 years for the truth about its cargo to be confirmed; that it had carried munitions which exploded when the torpedo hit. But Secretary of State Bryan remarked to his wife, “I wonder if that ship carried munitions of war… . If she did carry them, it puts a different face on the whole matter! England has been using our citizens to protect her ammunition.”

In a telegram to President Wilson from England on 9 May 1915, House said he believed an immediate demand should made to Germany for assurance against a similar incident.

I should inform her that our Government expected to take measures … to ensure the safety of American citizens.

If war follows, it will not be a new war, but an endeavor to end more speedily an old one. Our intervention will save, rather than increase loss of life. We can no longer be neutral spectators .

In another telegram on 25 May, he noted that he had received from Ambassador Gerard a cable that Germany is in no need of food. “This does away with their contention that the starving of Germany justified their submarine policy.”

The next day, House lunched with Sir Edward Grey and read him all the telegrams that had passed between the President, Gerard and himself since last they had met. And he wrote on 30 May 1915, “I have concluded that war with Germany is inevitable, and this afternoon at six o’clock I decided to go home on the S.S. St. Paul on Saturday. I sent a cable to the President to this effect.” After his arrival in the United States, he wrote to the President from Rosslyn, Long Island, on 16 June 1915, a long letter which included the paragraph:

I need not tell you that if the Allies fail to win, it must necessarily mean a reversal of our entire policy.

I think we shall find ourselves drifting into war with Germany … Regrettable as this would be, there would be compensations. The war would be more speedily ended, and we would be in a strong position to aid the other great democracies in turning the world into the right paths. It is something that we have to face with fortitude, being consoled by the thought that no matter what sacrifices we make, the end will justify them. Affectionately yours, E.M. House.

Are these references related to Zionism or Palestine? I think not. Perhaps the clue is that immediately after the election of Wilson, House had anonymously published a political romance entitled Philip Dru: Administrator. Dru leads a revolt and becomes a dictator in Washington, where he formulates a new American constitution and brings about an international grouping or league of Powers.

Let us look to the other side of the water again in 1916, a year later.

About a month before Malcolm’s meeting with Sir Mark Sykes, Lloyd George gave an interview to the President of the United Press Association of America, in which he said “that Britain had only now got into her stride in her war effort, and was justifiably suspicious of any suggestion that President Wilson should choose this moment to ‘butt in’ with a proposal to stop the war before we could achieve victory.”

“The whole world … must know that there can be no outside interference at this stage. Britain asked no intervention when she was unprepared to fight. She will tolerate none now that she is prepared, until the Prussian military despotism is broken beyond repair… . The motto of the Allies was ‘Never Again!’ ” And this made worthwhile the sacrifices so far as well as those needed to end the war with victory.[184]

Grey wrote to him on the 29th of September that he was apprehensive about the effect “of the warning to Wilson in your interview… . It has always been my view that until the Allies were sure of victory the door should be kept open for Wilson’s mediation.”

But the following month, at one of the formal regular meetings with the Chief of the Imperial Staff, when Lloyd George received the familiar answers as to the course of the war — the German losses were greater than the Allies, that the Germans were gradually being worn down, and their morale shaken by constant defeat and retreat — he asked Sir Wm. Robertson for his views as “to how this sanguinary conflict was to be brought to a successful end … He just mumbled something about ‘attrition’.”

Lloyd George then asked for a formal memorandum on the subject. This was not encouraging, and said that an end could not be expected “before the summer of 1918. How long it may go on afterwards I cannot even guess.”

The facts were far from rosy, but were the hopes of Great Britain really hanging upon American entry into the war? There were two other possible courses.

One was suggested by the Marquess of Landsdowne, a member of the Cabinet and a statesman of considerable standing as the author of the Entente Cordiale in 1904. It was contained in a Memorandum Respecting a Peace Settlement, circulated to the Cabinet with the consent of the Prime Minister. Landsdowne suggested doubts as to the possibility of victory within a reasonable space of time.

What does the prolongation of the war mean? Our own casualties already amount to over 1,100,000. We have had 15,000 officers killed, not including those who are missing. There is no reason to suppose that, as the force at the front in the different theatres of war increases, the casualties will increase at a lower rate. We are slowly but surely killing off the best of the male population of these islands. The figures representing the casualties of our Allies are not before me. The total must be appalling.[185]

The other members of the Cabinet and the Chief of Staff repudiated peace without victory.

The other course was that adopted: to thrust more men and money into the holocaust (defined as a wholesale sacrifice or destruction). What would now be called political and military summit meetings were held in France to plan for it. They commenced on 15 November 1916.

In the political presentations, the only reference to America seems to have been offered by Lloyd George:

The difficulties we have experienced in making payment for our purchases abroad must be as present to the minds of French statesmen as to ourselves. Our dependence upon America is growing for food, raw material and munitions. We are rapidly exhausting the securities negotiable in America. If victory shone on our banners, our difficulties would disappear.[Asquith deleted the next sentence, which read] Success means credit: financiers never hesitate to lend to a prosperous concern: but business which is lumbering along amidst great difficulties and which is making no headway in spite of enormous expenditure will find the banks gradually closing their books against it.

This reference to Allied problems in getting more credit from the bankers in the United States, who were predominantly German-Jewish, elucidates Schiff’s agreement to arrange credit for Britain through the Jewish banker Cassel — they were not waiting for a Balfour Declaration, they were waiting for the Russian Revolution!

On the military side, there was general agreement at the summit conference that what was needed was a ”knock-out blow,” and it was decided that the 1917 plan of campaign would be an offensive on all fronts, including Palestine, with the Western Front as the principal one.

On 7 December the Asquith government fell and Lloyd George, who was pledged to a more vigorous prosecution of the war, took over the Government. Five days later, Germany and her allies put forward notes in which they stated their willingness to consider peace by compromise and negotiations.

The first of the battles opened on 9 April 1917, heralded by a bombardment of 2,700,000 shells. Another attack was launched by the French nine days later, these resulting in about a million dead and wounded on both sides. The French Army mutinied, and General Petain was put in charge.

At this time the two events which were to twist the world into a new shape were occurring, the Russian Revolution and American entry into the war.

French Government wanted to defer all offensive operations until American assistance became available, but the generals thought otherwise. Maj.-Gen. J.F.C. Fuller, whom I have met, one of the few bright military-political minds in this century, tells us that Haig “had set his heart on a decisive battle in Flanders, and so obsessed was he by it that he believed that he could beat the Germans single-handed, and before the Americans came in.” [186] I do not think that people who did not live in the great days of the British Empire can have a sense of the hubris of a Haig, unless one gets it from classical literature. Perhaps today it would be found in the head of the World Bank, from whom we taxpayers, like the common soldiers of that time, are so far removed! There was actually resentment in the England of my boyhood about Americans claiming to have played any significant part in fighting the Great War.

The outcome of the grandiosity of the generals and politicians was the costly Flanders campaign of the summer and autumn. On 7th June it was opened by the limited and successful Battle of Messines, which was preceded by a seventeen days’ bombardment of 3,500,000 shells, and initiated by the explosion of nineteen mines packed with a million pounds of high explosives.

On 31st July it was followed by the Third Battle of Ypres, for which the largest force of artillery ever seen in British history was assembled. In all, the preliminary bombardment lasted nineteen days, and during it 4,300,000 shells, some 107,000 tons in weight were hurled onto the prospective low lying battlefield. Its entire surface was upheaved; all drains, dikes, culverts and roads were destroyed, and an almost uncrossable swamp created, in which the infantry wallowed for three and a half months. When, on 10th November, the battle ended, the Germans had been pushed back a maximum depth of five miles on a frontage of ten miles, at a cost of a little under 200,000 men to themselves, and, at the lowest estimate, of 300,000 to their enemy.

Thus ended the last of the great artillery battles of attrition on the Western Front, and when in retrospect they are looked on, it becomes understandable why the politicians were so eager to escape them.

The Great War was like a greatly magnified version of the mutual destruction of noble men in the Niebelungenlied. Set against each other by the vanity and lack of vision of their rulers, the more they fought the more there was to avenge until death delivered them from their need. “At the going down of the sun and in the morning,” we should learn their lesson.

Britain’s Obligation?

In a memorandum marked in his own handwriting “Private & Confidential” to Lord Peel and other members of the Royal Commission on Palestine in 1936, James Malcolm wrote:

I have always been convinced that until the Jewish question was more or less satisfactorily settled there could be no real or permanent peace in the world, and that the solution lay in Palestine. This was one of the two main considerations which impelled me, in the autumn of 1916, to initiate the negotiations which led eventually to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine. The other, of course, was to bring America into the War.

For generations Jews and Gentiles alike have assumed in error that the cause of Anti-Semitism was in the main religious. Indeed, the Jews in the hope of obtaining relief from intolerance, engaged in the intensive and subversive propagation of materialistic doctrines productive of ”Liberalism,” Socialism, and Irreligion, resulting in de-Christianisation. On the other hand, the more materialistic the Gentiles became, the more aware they were subconsciously made of the cause of Anti-Semitism, which at bottom was, and remains to this day, primarily an economic one. A French writer — Vicomte de Poncins — has remarked that in some respects Anti-Semitism is largely a form of self-defence against Jewish economic aggression. In my opinion, however, neither the Jews nor the Gentiles bear the sole responsibility for this.

As I have already said, I had a part in initiating the negotiations in the early autumn of 1916 between the British and French Governments and the Zionist leaders, which led to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine.

The first object, of course, was to enlist the very considerable and necessary influence of the Jews, and especially of the Zionist or Nationalist Jews, to help us bring America into the War at the most critical period of the hostilities. This was publicly acknowledged by Mr. Lloyd George during a recent debate in the House of Commons.

Our second object was to enable and induce Jews all the world over to envisage constructive work as their proper field, and to take their minds off destructive and subversive schemes which, owing to their general Sense of insecurity and homelessness, even in the periods preceding the French Revolution, had provoked so much trouble and unrest in various countries, until their ever-increasing violence culminated in the Third International and the Russian Communist Revolution. But to achieve this end it was necessary to promise them Palestine in consideration of their help, as already explained, and not as a mere humanitarian experiment or enterprise, as represented in certain quarters.

It is no wonder that Weizmann did not refer to Malcolm in his autobiography, and Sokolow privately resented Malcolm “as a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [187]

It is also worth noting that on page seven of his memorandum Malcolm quoted General Ludendorff, former Quartermaster General of the German Army, and perhaps at least remembered for heading an unsuccessful coup in Munich in 1923, as saying that the Balfour Declaration was “the cleverest thing done by the Allies in the way of propaganda and that he wished Germany had thought of it first.”

On the other hand, might it not have provided some cold comfort for Ludendorff to believe that the Zionist Jews were a major factor in the outcome of the war — if that is what he is implying?

Malcolm’s belief in the Balfour Declaration as a means of bringing the United States into the war was confirmed by Samuel Landman, secretary to the Zionist leaders Weizmann and Sokolow, and later secretary of the World Zionist Organization. As

the only way (which proved so to be) to induce the American President to come into the war was to secure the cooperation of Zionist Jews by promising them Palestine, and thus enlist and mobilize the hitherto unsuspectedly powerful forces of Zionist Jews in America and elsewhere in favour of the Allies on a quid pro quo contract basis. Thus, as will be seen, the Zionists having carried out their part, and greatly helped to bring America in, the Balfour Declaration of 1917 was but the public confirmation of the necessarily secret “gentlemens’ ” agreement of 1916, made with the previous knowledge, acquiescence, and or approval of the Arabs, and of the British, and of the French and other Allied governments, and not merely a voluntary, altruistic and romantic gesture on the part of Great Britain as certain people either through pardonable ignorance assume or unpardonable ill-will would represent or rather misrepresent …[188]

Speaking in the House of Commons on 4 July 1922, Winston Churchill asked rhetorically,

Are we to keep our pledge to the Zionists made in 1917…? Pledges and promises were made during the war, and they were made, not only on the merits, though I think the merits are considerable. They were made because it was considered they would be of value to us in our struggle to win the war. It was considered that the support which the Jews could give us all over the world, and particularly in the United States, and also in Russia, would be a definite palpable advantage. I was not responsible at that time for the giving of those pledges, nor for the conduct of the war of which they were, when given, an integral part. But like other members I supported the policy of the War Cabinet. Like other members, I accepted and was proud to accept a share in those great transactions, which left us with terrible losses, with formidable obligations, but nevertheless with unchallengeable victory.

However, Hansard notes, one member, Mr. Gwynne, plaintively complained that “the House has not yet had an opportunity of discussing it.”

Writing to The Times on 2 November 1949, Malcolm Thomson, the official biographer of Lloyd George, noted that this was the thirty-second anniversary of the Balfour Declaration and it seemed a

suitable occasion for stating briefly certain facts about its origin which have recently been incorrectly recorded.

When writing the official biography of Lloyd George, I was able to study the original documents bearing on this question. From these it was clear that although certain members of the Cabinets of 1916 and 1917 sympathized with Zionist aspirations, the efforts of Zionist leaders to win any promise of support from the British Government had proved quite ineffectual, and the secret Sykes-Picot agreement with the French for partition of spheres of interest in the Middle East seemed to doom Zionist aims. A change of attitude was, however, brought about through the initiative of Mr. James A. Malcolm, who pressed on Sir Mark Sykes, then Under-Secretary to the War Cabinet, the thesis that an allied offer to restore Palestine to the Jews would swing over from the German to the allied side the very powerful influence of American Jews, including Judge Brandeis, the friend and adviser of President Wilson. Sykes was interested, and at his request Malcolm introduced him to Dr. Weizmann and the other Zionist leaders, and negotiations were opened which culminated in the Balfour Declaration.

These facts have at one time or another been mentioned in various books and articles, and are set out by Dr. Adolf Boehm in his monumental history of Zionism, “Die Zionistische Bewegung,” Vol. 1, p.656. It therefore surprised me to find in Dr. Weizmann’s autobiography, “Trial and Error,” that he makes no mention of Mr. Malcolm’s crucially important intervention, and even attributes his own introduction to Sir Mark Sykes to the late Dr. Caster. As future historians might not unnaturally suppose Dr. Weizmann’s account to be authentic, I have communicated with Mr. Malcolm, who not only confirms the account I have given, but holds a letter written to him by Dr. Weizmann on March 5, 1941, saying: “You will be interested to hear that some time ago I had occasion to write to Mr. Lloyd George about your useful and timely initiative in 1916 to bring about the negotiations between myself and my Zionist colleagues and Sir Mark Sykes and others about Palestine and Zionist support of the allied cause in America and elsewhere.”

No doubt a complexity of motives lay behind the Balfour Declaration, including strategic and diplomatic considerations and, on the part of Balfour, Lloyd George, and Smuts, a genuine sympathy with Zionist aims. But the determining factor was the intervention of Mr Malcolm with his scheme for engaging by some such concession the support of American Zionists for the allied cause in the first world war.

Yours, & c.,

MALCOLM THOMSON

According to Lloyd George’s Memoirs of the Peace Conference, where, as planned many years before, the Zionists were strongly represented,

There is no better proof of the value of the Balfour Declaration as a military move than the fact that Germany entered into negotiations with Turkey in an endeavor to provide an alternative scheme which would appeal to Zionists. A German-Jewish Society, the V.J.O.D., [HH] was formed, and in January 1918, Talaat, the Turkish Grand Vizier, at the instigation of the Germans, gave vague promises of legislation by means of which “all justifiable wishes of the Jews in Palestine would be able to meet their fulfillment.”

Another most cogent reason for the adoption by the Allies of the policy of the Declaration lay in the state of Russia herself. Russian Jews had been secretly active on behalf of the Central Powers from the first; they had become the chief agents of German pacifist propaganda in Russia; by 1917 they had done much in preparing for that general disintegration of Russian society, later recognised as the Revolution. It was believed that if Great Britain declared for the fulfillment of Zionist aspirations in Palestine under her own pledge, one effect would be to bring Russian Jewry to the cause of the Entente.

It was believed, also, that such a declaration would have a potent influence upon world Jewry outside Russia, and secure for the Entente the aid of Jewish financial interests. In America, their aid in this respect would have a special value when the Allies had almost exhausted the gold and marketable securities available for American purchases. Such were the chief considerations which, in 1917, impelled the British Government towards making a contract with Jewry.[189]

As for getting the support of Russian Jewry, Trotsky’s aims were to overthrow the Provisional Government and turn the imperialist war into a war of international revolution. In November 1917 the first aim was accomplished. Military factors primarily influenced Lenin to sign the peace treaty of Brest-Litovsk in 1918.

The Zionist sympathizers Churchill and George seemed never to lose an opportunity to tell the British people that they had an obligation to support the Zionists.

But what had the Zionists done for Britain?

Where was the documentation?

“Measured by British interests alone,” wrote the Oxford historian Elizabeth Monroe in 1963, the Balfour Declaration “was one of the greatest mistakes in our imperial history!”

The Zionists had the Herzlian tradition — shall we call it — of Promises, “promises.” Considerable credit for the diplomacy which brought into existence the Jewish national home must go to Weizmann. A British official who came into contact with him summarized his diplomatic method in the following words:

When (the First World War) began, his cause was hardly known to the principal statesman of the victors. It had many enemies, and some of the most formidable were amongst the most highly placed of his own people … He once told me that 2,000 interviews had gone into the making of the Balfour Declaration. With unerring skill he adapted his arguments to the special circumstances of each statesman. To the British and Americans he could use biblical language and awake a deep emotional undertone; to other nationalities he more often talked in terms of interest. Mr. Lloyd George was told that Palestine was a little mountainous country not unlike Wales; with Lord Balfour the philosophical background of Zionism could be surveyed; for Lord Cecil the problem was placed in the setting of a new world organization; while to Lord Milner the extension of imperial power could be vividly portrayed. To me, who dealt with these matters as a junior officer of the General Staff, he brought from many sources all the evidences that could be obtained of the importance of a Jewish national home to the strategical position of the British Empire, but he always indicated by a hundred shades and inflections of the voice that he believed that I could also appreciate better than my superiors other more subtle and recondite arguments.[190]


[HH]   Vereinigung Jüdischer Organisationen in Deutschland zur Wahrung der Rechte des Osten. (Alliance of the Jewish Organizations of Germany for the Safeguarding of the Rights of the East.)


Triumph and Tragedy

Herzl correctly predicted a great war between the Great Powers. His followers organized to be ready for that time to further their ambitions through exploiting the rivalry of the Great Powers. They had a vested interest in promoting that war and in its continuance until Palestine was wrested from Turkey by British soldiers.

They prepared for the Peace Conference at Versailles although they had no belligerent standing, but they had the weight of the Rothschilds, Bernard Baruch, Felix Frankfurter, and others, which made room for them.

In the Introduction to The Palestine Diary I wrote,

The establishment in 1948 of a “Jewish state” in Palestine was a phenomenal achievement. In fifty years from the Zionist Congress in Basle, Switzerland, in 1897 — attended by a small number of Jews who represented little more than themselves — the Zionist idea had captivated the vast majority of world Jewry, and enlisted in particular Britain, America and the United Nations to intervene in Palestine in its support.

In 1983, seventy-five years after the Balfour Declaration and nearly ninety years after the first Zionist Congress in Switzerland a meeting was held there of the International Conference on the Question of Palestine — but the conferees were not Jews — they were Palestinians — two million are in exile — displaced by Jews!

Where is the meaning for us?

On a day-to-day level, we can look in our newspapers for Zionist tactics of influence and leverage which we can document they have used successfully in the past.

Then there is a long-term strategy, From the mass of material in a century of history and in our complex society of today I see the underlying effect of two themes, They influence the lives of every one of us, and will continue to do so unless a change is made.

We can see them clearly in their early formulation, before they had been fed as valid data into the information processing and software systems of our society, with the result that most of the answers we get are wrong!

They are found in the conversation of Herzl and Meyer-Cohn in 1895. The sets of ideas are those associated with Jewish nationalism and racism on the Right [191] — racism being defined by Sir Andrew Huxley P.R.S. as the belief in the subjugation of one race by another, and on the other hand the concept of “universalism.”

Acceptance of this input from the Right into our computations has resulted in the transfer of some $50 billion from our pockets into theirs.[192] In 1983, budgeted American tax money, labeled “aid,” alone amounts to $625 for every man, woman and child in Israel.[193] It results in our acceptance of concentration camps for Palestinians containing thousands of people without a squeak from the so-called “international community” in acceptance of their assassination, torture, deportation, closing of their schools and colleges, even of their massacre.[194] The lives of American troops — men and women, are committed to supporting these crimes.[195] Criticism is called “antisemitism,” a word which computes as “unemployable social outcast.”

Jewish nationalism and Israeli policy planned the present destabilization of Lebanon in 1955.[196] This is part of larger schemes to fragment and enfeeble possible challenges to their supremacy in the Middle East.[197]

On the other hand we have “universalism.” This, I believe was the factor motivating Woodrow Wilson through House in his telegram of 30 May 1916 and letter of 16 June 1915 to the President, to which I have referred. “The League of Nations,” the United Nations Organization, are its printouts. Just as House was a coefficient of the international bankers, so the United Nations and the international bankers have been part of the coefficient whereby over $400 billion of the earnings of workers in countries where universalism is a significant force, has been transferred to the peoples of Asia, Africa, South America and Communist countries; money needed for our capital investment.

People should ask: How is it that, with such multiplication of industrial power and resources, our peoples’ standard of living and possibilities to have and support children have not multiplied accordingly? Why do so many of our women have to work? Why does no public figure — politician, labor leader — dare to ask — and raise the roof?

Universalism and Marxism compete superficially for first place as finalists in western culture distortion. Both promote its ethnic dilution, but deny us the reality of racial differences. Against our individuality and our nationalism, they and the global capitalists and their corporations unite as transnationals to reduce all but themselves to a common consumer market of blurred boundaries and one color. They would like one law — which they would make; one armed force — which they would control. Universalism would impose — not a global peace, but a global tyranny!

Universalism has come up with “interdependence,” an expression used as a cover for the expropriation of our earnings as foreign aid in various forms; it has anesthetized the sense of self-defense of our countries so that those who have tried to stop their colonization by people from exploding populations of Africa, Asia and Latin America have been made to feel that they were depriving others of their “human rights.”

In countries where they live other than Israel, Zionists are in the forefront of opposition to restrictions on immigration. Note that even in 1903 a leader of the fight against the Alien’s Bill and against tightening up naturalization regulations in Britain was the pro-Zionist Winston S. Churchill, and the super-Zionist Herzl appeared before the Royal Commission on Alien Immigration to oppose any restriction.

And yet, my Arab friends born in Jerusalem are cast out and cannot return.

“If,” said Herzl, “we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.

In a hundred years they have almost won that struggle.

In a conversation with Joseph Chamberlain in 1903, Theodore Herzl was asked how the Jewish colony would survive in the distant future. Herzl said, “We shall play the role of a small buffer state. We shall attain this not through the goodwill but from the jealousy of the Powers.”

This is the game that Israel plays today, obtaining its military supplies, its high technology, and its billions of dollars from the pay packets of American workers, using the rivalry of the USSR and the U.S.A.

We should not allow ourselves to be made pawns in the games of others.


Appendix

SECRET

Political Intelligence Department,

Foreign Office.

Special 3.

Memorandum on British Commitments to King Husein

(Page 9) With regard to Palestine, His Majesty’s Government are committed by Sir H. McMahon’s letter to the Sherif on the 24th October, 1915, to its inclusion in the boundaries of Arab independence. But they have stated their policy regarding the Palestinian Holy Places and Zionist colonisation in their message to him of the 4th January, 1918:

“That so far as Palestine is concerned, we are determined that no people shall be subjected to another, but that in view of the fact:

“(a.) That there are in Palestine shrines, Wakfs, and Holy Places, sacred in some cases to Moslems alone, to Jews alone, to Christians alone, and in others to two or all three, and inasmuch as these places are of interest to vast masses of people outside Palestine and Arabia, there must be a special regime to deal with these places approved of by the world.

“(b.) That as regards the Mosque of Omar, it shall be considered as a Moslem concern alone, and shall not be subjected directly or indirectly to any non-Moslem authority.

“That since the Jewish opinion of the world is in favour of a return of Jews to Palestine, and inasmuch as this opinion must remain a constant factor, and further, as His Majesty’s Government view with favour the realisation of this aspiration. His Majesty’s Government are determined that in so far as is compatible with the freedom of the existing population, both economic and political, no obstacle should be put in the way of the realisation of this ideal.”

This message was delivered personally to King Husein by Commander Hogarth, and the latter reported on his reception of it as follows:

“The King would not accept an independent Jewish State in Palestine, nor was I instructed to warn him that such a State was contemplated by Great Britain. He probably knows nothing of the actual or possible economy of Palestine, and his ready assent to Jewish settlement there is not worth very much. But I think he appreciates the financial advantage of Arab co-operation with the Jews.”


Notes

[1]A Survey of Palestine, 1945-1946, H.M.S.O., vol. I, p.1.
[2]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl. pp.35.
[2a]Ibid., p.63.
[2b]Ibid., pp. 128-129, 132, 152, 176.
[3]Ibid., p.215.
[4]  Weizmann, Trial and Error, p.45-46.
[5]  Stein, Leonard, Zionism (London: Kegan Paul, Trench, Trubaer and Ca., 1932). p.62.
[6]  Bela. Alex., Theodor Herzl (tr. Maurice Samuel). (Philadelphia: Jewish Palestine Society), pp. 304-305; Halpern. The Ideal of a Jewish State, p.144.
[7]Ibid,. For financial details. see pp. 262-264.
[8]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl, p.398.
[9]  Lewisohn, Ludwig, Theodor Herzl. (New York: World. 1955). pp. 335-341.
[10] Bela. Theodor Herzl, p.490.
[11]Ibid., pp. 361ff. 378f.
[12] Ziff, William B., The Rape of Palestine. (New York: Longmans & Green, 1938), p. 43.
[13] British Foreign Office to Herzl, 19 lane 1903, Zionist Archives, Jerusalem.
[14]Tagebuecher,vol.111, pp, 412-413 (24 April 1903), Berlin 1922.
[15] Stein. Leonard, The Balfour Declaration. (New York: Simon & Schuster, 1916),
[16] Lipsky, Louis, A Gallery of Zionist Profiles (New York: Farrar, Straus & Cudahy, 1956), p.37.
[17] Halpern, The Idea of a Jewish State, pp. 154-155.
[18] Stein, The Balfour Declaration, p.78. [19]Ibid., p. 35.
[20] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.94.
[21] Alsberg, F.A., Ha-Sh’ela ha-Aravit, vol. I, Shivat Zion, IV, pp. 161-209. Quoted by Halpern in The Idea of a Jewish State, p.267.
[22] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.36.
[23]Ibid., p. 98.
[24] Halpern, The Idea of a Jewish State, p.267.
[25] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, pp.95.98.
[26] Protocols of the 10th Zionist Congress, p.11.
[27] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.26.
[28] Halpern. The Idea of a Jewish State, p. 267.
[29] Report of the 12th Zionist Congress (London: Central Office of the Organization. 1922) pp. 13ff.
[30] Bela, A., Return to the Soil. (Jerusalem: Zionist Organization. 1952) p.27.
[31] Hecht, Ben, Perfidy (New York: Julian Messner, Inc., 1961), p.254.
[32] Reports submitted by the Executive of the Zionist Organization to the 12th Zionist Congress, London, 1921, Palestine Report. p.7.
[33] Hyamson, A.M., The Near East, 31 Oct. 1913 (London, 1917), p.68.
[34]Ibid., pp.39-40.
[35]Jewish Chronicle, 16 October 1908.
[36]Die Welt, 22 January 1909.
[37] Protocols of the 11th Zionist Congress, p.6.
[38] Joffre, Joseph J.C., The Memoirs of Marshal Joffre (London and New York: Harper & Brothers, 1932), Vol.1, pp.38-39.
[39] Chamberlain, Austen, Down the Years (London: Cassell & Co., 1935), p.104.
[40] Churchill, Winston L.S., The World Crisis, 1911-1918 (London: T. Butterworth, 1931), Vol.1, p.234.
[41] Stein, The Balfour Declaration, pp.104-105.
[42]Ibid., p.109.
[43]Ibid., pp.233-234.
[44] Adamov, E., Ed., Die Europaeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.91.
[45] Stein, The Balfour Declaration, p.97.
[46] For details see 1921 Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London, 1921.
[47] Letter from Max Bodheimer to Otto Warburg, 22 November 1914 Jerusalem: Zionist Archives), quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.98, n.8.
[48] Stein, The BalfourDeclaration, pp.197-198.
[49] Gottheil to Louis 0. Brandeis, 1 October 1914 (unpublished).
[50] London: The Times, 10 November 1914.
[51] Letter from Greenberg to Herzl, 4 July 1903, quoted in Stein, TheBalfour Declaration, p.28. This seems to indicate Lloyd George’s first contact with the Zionist movement: ‘Lloyd George, as you know, is an M.P.; he, therefore, knows the ropes of these things and can be helpful to us.’
[52] Samuel, Viscount Herbert, Memoirs (London: Cresset Press, 1945), pp 139ff.
[53] Letter from Samuel to Weizmann, 11 January 1915, quoted in Stein, The BalfourDeclaration, p.109, fo. 24; also Samuel, Memoirs, p.144.
[54] Samuel, Memoirs, p.143. In a letter of 20 November 1912 to the Zionist Executive, Weizmann mentioned Haldane as one of the important persons to whom he thought he could gain access: Zionist Archives.
[55] Stein, The BalfourDeclaration, p.111, fn. 33; Crewe’s mother-in-law was the Countess of Rosebery, daughter of Baron Mayer de Rothschild, see p.112, fn. 34.
[56] Samuel, Memoirs, p.141.
[57] Oxford and Asquith, Earl, Memories and Reflections (London: Cassell, 1928), Vol. II , p. 59.
[58] Samuel, Memoirs, pp.143-144.
[59] Oxford and Asquith, Memories and Reflections, Vol. II, p. 65.
[60]Ibid., p. 188; Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London 1921. ‘Organization Report.’ p. 113, gives a much smaller figure.
[61] Rischin, Moses, The Promised City: New York’s Jews, 1870-1914 (Cambridge: Harvard University Press, 1962).
[62] German Foreign Office Documents at London Record Office, Washington to Berlin K 692/K 176709-10, and K 692/K 17611-12-Berlin to Washington, 1 November 1914. ‘Some time ago we already strongly advised Turkey, on account of international Jewry, to protect Jews of every nationality, and we are now reverting to the matter once again.’
[63] German Foreign Office Documents, K 692/K 176723 and 176745.
[64] Stein, The Balfour Declaration, p.201.
[65] Richard Lichtheim to Leonard Stein, 12 February 1952, The Balfour Declaration, p.209, fn. 9.
[66] Report dated 8 March 1915, Papers of Nahum Sokolow, Quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.210, fn. 10.
[67]Palestine Report to 1921 Zionist Congress, p. 34.
[68] Lichtheim, Richard, Memoirs, published in Hebrew version as She’ar Yashoov (Tel Aviv: Newman, 1953), Chapter XV.
[69]Ibid., Chapter XVIII.
[70]The Timesof history of the War; Vol. XIV, pp. 320-321; Stein, The Balfour Declaration, pp. 212-213; e.g., Preussicher Jahrbuecher, August-September 1915, article by Kurt Blumenfeld.
[71] Lichtheim, Memoirs, Chapter XVIII; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 213-214, fns. 21.22.
[72] Stein, The Balfour Declaration, p.214, fn. 23.
[73] Stein, The Balfour Declaration, pp. 536-537; Note of the interview in memorandum 28 August 1917, Zionist Archives.
[74] Stein, The Balfour Declaration, p.537. Even in 1959, Aaronssohn’s superior, Colonel Richard Meinertzhagen. wrote: “I am not at liberty to divulge any of his exploits as it would publicize methods better kept secret”- Middle East Diary 1917-1956 (New York: Yoseloff, 1960) p.5.
[75] Stein, The Balfour Declaration, p.217.
[76] Conjoint Foreign Committee 1916/210, 5 April 1916; Stein, The Balfour Declaration, p.218.
[77]Hatikvah (Antwerp), December 1927, contains article by Basch.
[78] Conjoint Foreign Committee, 1915/340.
[79]Ibid., 1916/183ff; Translated in Stein, The Balfour Declaration, p.219.
[80] Poincare, R., Au Service de la France (Paris: Plon, 1926), Vol. VIII, p.220,15 May 1916.
[81] Conjoint Foreign Committee, 1916/110, 124; Stein, The Balfour Declaration, p 220.
[82] Conjoint Foreign Committee, 1916/11ff; Stein, The Balfour Declaration, pp. 220-221.
[83]Die Welt, 1913, No. 35, p. 1146; Stein, The Balfour Declaration, p. 67.
[84] Conjoint Foreign Committee, 1916/130ff, 18 February 1916; Stein. The Balfour Declaration, p. 221.
[85] Conjoint Foreign Committee, 1916/206; Stein, The Balfour Declaration, p. 223.
[86] Stein. The Balfour Declaration, p.225.
[87] Adamov, E., Ed., Die Europoeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.80.
[88] Conjoint Foreign Committee, 1916/387.
[89] Lloyd George, WarMemoirs, 1915-1916, p.434.
[90] Falls, Cyril, The Great War (New York; Putnam, 1959), p.180.
[91] Yale, William, The Near East: A Modern History (Ann Arbor: The University of Michigan Press. 1958) p. 263.
[92] Caster (Moses) Papers, quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.285, fn.
[93] Stein, The Balfour Declaration, pp. 488-490.
[94] Lloyd George, War Memoirs, 1915-1916, p.276.
[95] Landman, S., in World Jewry, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal, 1935), Vol.2, No.43, 22 February 1935.
[96] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Malcolm, Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution, pp. 2-3.
[97] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Link, A.S., Wilson, The New Freedom (Princeton: University Press. 1956) pp. 10ff, 13ff.
[98] Ziff, The Rape of Palestine, p. 58.
[99] Mason, Alphoos T.M., Brandeis, A Free Man’s Life (New York: Viking Press, 1956), p. 451.
[100]Ibid., p. 452.
[101] Gwynn, Stephen, Ed., Letters and Friendships of Sir Cecil Spring Rice (London: Constable, 1929), Vol. II, pp. 200-201.
[102] Yale, The Near East, p.268.
[103] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 448.
[104]The TimesDocumentary History of the War, London, 1917, Vol. IX, Part 3, p. 303.
[105] National Archives. Department of State, Decimal File 1910-1929, No. 881.4018/325.
[106]Jewish Advocate, 13 August 1915.
[107]Boston Post, 4 October 1915.
[108] The ESCO (Ethel Silverman Cohn) Foundation of Palestine. Inc., Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies (New Haven: Yale University Press 1947), Vol. I, pp.87-89.
[109] Sykes, Two Studies in Virtue, p.187.
[110] Somervell, D.C., British Politics Since 1900 (New York: Oxford University Press 1950), p. 113.
[111] Report of the Twelfth Zionist Congress (London: Central Office of the Zionist Organization, 1922), p. 13ff.
[112] Stein, The Balfour Declaration, p. 25.
[113] Antonius, The Arab Awakening, p. 263.
[114] Taylor. Alan, Prelude to Israel (New York: Philosophical Library, 1959), p. 19.
[115] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 92-93
[116] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 286-287.
[117] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 94.
[118] Taylor. Alan, Prelude to Israel, p. 20.
[118a] Stein, p 509 citing Brandeis’ papers.
[119]New York Times 24 March 1917.
[120] United States: State Department Document 861.00/288, 19 March 1917.
[120a] 120a. Stein, p 332 fn.
[121] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 196.
[122] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 140. Stein, TheBalfourDeclaration, p. 396, fn. 10.
[123] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 396-397.
[124]Ibid., p. 394 fn 3.
[125] Letter from Sokolow to Weizmann, quoted in TheBalfourDeclaration, p. 400, fn. 27.
[126] Stein, TheBalfourDeclaration, p.400. fn. 29.
[127] Landman, S., in World Jewry, BalfourDeclaration: Scent Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal 1935), 1 March 1935.
[128]Les Origines de la Déclaration Balfour, Question d’Israel (Paris, 1939), Vol. 17, p. 680 (Translation)
[129]Ibid.
[130] Translation from Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[131] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 414.
[132] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 211.
[133] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 141.
[134] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.452.
[135] Dugdale, Blanche E.C., Arthur James Balfour (London, Hutchinson, 1936), Vol, II. p. 231.
[136] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, pp. 452-453.
[137]The Times (London), 24 May 1917.
[138]Ibid., 28 May 1917.
[139] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 148.
[140]Ibid., p 149.
[141]Ibid., p 153.
[142] Weizmann, Trial and Error, p. 179.
[143] Stein, p. 462.
[144]Ibid.
[145]Ibid.
[146]Ibid., pp 463-64.
[147] Yale, The Near East: A Modern History, p. 241 Also article by William Yale in World Politics (New Haven: April 1949), Vol. I, No.3, pp. 308-320 on ‘Ambassador Morgenthau’s Special Mission of 1917’; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 352-360.
[148] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[149]Ibid., p 453.
[150] Jeffries, Palestine: The Reality, pp. 163-164.
[151] De Haas, Jacob, Theodor Herzl: A Biographical Study (Chicago: University Press, 1027), Vol. I, pp. 194 et seq
[152] Sykes, Two Studies in Virtue: On the basis of Nordan’s manuscript, ‘The Prosperity of His Servant.’ p 160 fn 1.
[153] Sadaqu Najib, Qadiyet Falastin (Beirut: 1946) pp. 19, 31.
[154] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 526.
[155] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.673.
[156] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 504, fn. 5.
[157] Seymour, Charles (ed. by), The Intimate Papers of Col. House (New York: Houghton Mifflin, 1926), pp. 161, 174.
[158] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 504-505, fn. 5, 7.
[159] The Jewish Chronicle, 26 May 1916. In a personal communication, Prof. W. Yale notes that the Cairo publisher Dr. Faris Nimr told him that Morgenthau had talked with the Khedive, Abbas Hilmi, in 1914, regarding a role in promoting the cession of Palestine to Egypt.
[160]New York Times, Obituary, 18 June, 1962.
[161]Chaim Weizmann Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[162] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[163]Ibid., p.453. Stein, TheBalfourDeclaration, p.506.
[164] Brandeis to de Haas and Lewin-Epstein. 20 September 1917, Brandeis Papers, in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[165]Ibid., Brandeis to House, 24 September 1917.
[166] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 507-508.
[167]The Brandeis Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p.509.
[168]The Wilson Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 509.
[169] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.453.
[170]Ibid.
[171] Adler. ‘The Palestine Question in the Wilson Era,’ pp. 305-306. Quoted in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 528.
[172] See ‘The Zionist-Israel Juridical claims to constitute “The Jewish people” nationality entity and to confer membership in it: Appraisal in public international law.’ W.T. Mallinson, Jr., George Washington Law Review, Vol. 32, No.5, (June 1964). pp. 983-1075, particularly p. 1015.
[173]The New Palestine published by the Zionist Organization of America, 28 October 1927, pp. 321, 343.
[174] William Wiseman to Leonard Stein, 7 November 1952: in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 529.
[175] In a dispatch dated 19 May 1919 from Balfour to Curzon, ‘The correspondence with Sir William Wiseman in October 1917’ is mentioned as evidence of endorsement of the Balfour Declaration. Document on British Foreign Policy, First Series, Vol. IV, No.196, fn. 4, p.281.
[176] Stein, pp. 561-62.
[177] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.454.
[178]Ibid., p.455.
[179]The New York Times, 8 January 1961, 53:6.
[180]Ibid., 14 January 1961, 22:5.
[181] Lloyd George, Memoirs of the Peace Conference, Vol. II, p. 732.
[182]Claude Kitchen and the Wilson War Policies, 1937, reprinted 1971, Russel.
[183] Knightley, Phillip, The First Casualty (N.Y.: Harcourt Brace, 1975), p. 122.
[184]War Memoirs of David Lloyd George (Boston: Little, Brown, 1933), pp. 280-3.
[185]War Memoirs, p.291.
[186]The Conduct of War, J.F.C. Fuller (New Brunswick: Rutgers, 1961), p.171
[187] Translation from the Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[188]Great Britain, the Jews and Palestine (London, 1936), pp. 4-5, New Zionist Press.
[189] George, Memoirsof the Peace Conference, p. 726.
[190] Taylor, Prelude to Israel, p.24.
[191] Example: resigning Israeli Chief of Staff, Gen. Rafael Eytan, following the invasion of Lebanon, likened the Palestinians to “cockroaches.”
[192] The U.S. General Accounting Office figure for military and economic aid to Israel from 1948 through 1982 was $24 billion. To this must be added the tax-free contributions to Israeli organizations, loss on investment of funds in Israeli bonds by American cities such as New York, by labor unions, and other entities. To the add the costs of transfer of American technology to Israel. Since 1982, IJ.S. annual taxpayer levies for Israel have been increased by Congress. so that the cost of Israel for the United States could easily climb to well in excess of $100 billion over the next decade.
[193]The New York Times, 10 July 1983.
[194] I recall distinctly how our soldiers fired their weapons at the elderly, at women and children, all on order of their commanders. I witnessed the pleas and cries of small children after their mothers were brutally killed in front of them by our soldiers. Some of the soldiers even fired phosphorus canisters into Ein El-Helweh shelters, where hundreds of civilians had taken refuge. None of them survived.” Account by Lt. Eytan Kleibneuf in Haolam Hazeh, Israel, 7 July 1982. Kleibneuf is a member of Mi’jan Michael Kibbutz and member of Mapam’s United Kibbutzim Movement, and a reserve officer in the Israel infantry forces.
The West German weekly Stern, 24 August 1982, carried an article by Austria’s Jewish Chancellor, Bruno Kreisky, stating that Israel had committed “gigantic crimes” in its invasion of Lebanon. “Israel stands morally naked. Its leaders have shown their true face,” he concluded.
During Israel’s invasion of Lebanon, the U.S. Jewish Press carried a regular column by Rabbi Meir Kahane advocating the killing of Palestinians of all ages. This he wrote, was G-d’s will as expressed in the Torah. Not to do so, opposed that will. This is the Holy War (herem) which God “commanded” the Hebrews to wage against the Canaanites for the possession of the Promised Land. The Old Testament repeatedly refers to the terror that the herem would produce and to Israel’s obligation to destroy all persons with their property who remain in the land, lest they become slaves or corrupting influences. The Hebrew word herem designates a sacred sphere where ordinary standards do not apply, and in a military context … herem is a total war of annihilation without limits against men, women, animals and property. For a discussion of the herem and its revival by the Zealots as reflected in the Dead Sea Scrolls, see de Vaux, R., Ancient Israel, New York: McGraw-Hill. 1972, pp.258-267.
In psychological terms, the defense for indulgence in the horror of herem is projection -projection of ideas of herem as being held by others, or indulging in behavior which invites the ”Group-Fantasy of Martyrdom.” See Journal of Psychohistory, Vol.6, No.2, Fall 1978, H.F. Stein, “The Psychodynamic Paradox of Survival Through Persecution,” pp.151-210.
[195] Within three weeks of the presentation of this lecture at the IHR conference, 241 U.S. Marines and 58 French servicemen were killed in Beirut on 23 October 1983.
[196]Israel’s Sacred Terrorism by Livia Rokach. Belmont 1980: Assoc. of Arab-Amer. Grads. Amer. Grads. Contains the Memoirs of Moshe Sharett 1953-57, Israel’s first Foreign Minister and second Prime Minister.
[197] “A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties,” by Oded Yinon, a former officer in the Israeli Foreign Ministry. In Kivunim (Directions), the Hebrew-language journal of the Department of Information of the World Zionist Organization, February 1982. “The dissolution of Syria and Iraq … into ethnically or religious unique areas such as in Lebanon, is Israel’s primary target on the eastern front in the long run, while the dissolution of the military power of those states serves as the short term target,” the presentation reads in part.


From The Journal of Historical Review, Winter 1985-6 (Vol. 6, No. 4), pages 389-450, 498. This paper was first presented by the author at the Fifth IHR Conference, 1983. It was also the basis for the booklet, Behind the Balfour Declaration: The Hidden Origin of Today’s Mideast Crisis, published by the Institute for Historical Review in 1988.

About the Author

Robert John — foreign affairs analyst, diplomatic historian, author and psychiatrist — was educated in England . He graduated from University of London King’s College, and then studied at the Middle Temple , Inns of Court, in London . He was the author, with Sami Hadawi, of The Palestine Diary: British, American and United Nations Intervention, 1914-1948. This detailed two-volume work, first published in 1970, includes a foreword by British historian Arnold Toynbee. Robert John died on June 4, 2007, age 86.

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Se vi è un paese, governato da veri terroristi, allora è Israele.

Pierre Stambul, professore di matematica a Marsiglia, è copresidente dell’Union Juive Française pour la Paix , organizzazione paifista e antisionista di grande importanza, dato che in Francia vive la comunità ebraica più numerosa d’Europa.

Quali sono le differenze fondamentali tra ebraismo e sionismo?

L’ebraismo è un concetto religioso, ossia la forma assunta dalla religione nel corso di circa due millenni. L’ebraismo religioso oggi comprende diverse tendenze, tra cui in particolare figurano gli haredim (gli ebrei ortodossi), contrapposti a quelli liberali …

A partire dalla fine del 19esimo secolo, numerosi ebrei (soprattutto in Europa) non sono più credenti. Si può parlare di “ebraismo laico” di cui facevano parte numerose personalità quali Einstein, Freud, Arendt e Kafka. Tra questi ebrei non-credenti si sviluppò un importante movimento di ebrei progressisti o rivoluzionari, che consideravano la loro emancipazione inseparabile da quella dell’umanità intera.

Il sionismo è un’ideologia, una teoria della separazione tra ebrei e non-ebrei che secondo i sionisti non potrebbero convivere. Si tratta di un’idea colonialista che mira a cacciare il popolo autoctono (ovvero i palestinesi) dalla sua/loro terra, di un nazionalismo che ha inventato un popolo, una lingua e una terra. Si tratta di una gigantesca strumentalizzazione della storia, della memoria e delle identità ebraiche. Per i sionisti, gli ebrei hanno vissuto per 2000 anni in esilio e ora ritornano in patria. Questa storia è del tutto inventata.

La maggior parte dei fondatori del sionismo non erano credenti, ma utilizzavano la Bibbia per giustificare la loro conquista coloniale.

Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico si religioso. Dove si ritrovano infatti, nella storia recente dell’ebraismo, il razzismo, il militarismo o la negazione dell’altro?

Come vorrebbe sostenere il popolo palestinese? Quali sono le strategie migliori?

La guerra che lo stato di Israele conduce contro il popolo palestinese non è né razziale, né religiosa o comunitaria. Ci porta dunque a considerare tre aspetti fondamentali: il rifiuto del colonialismo e del razzismo e l’eguaglianza dei diritti. Sebbene sia fondamentale, che in Israele esista una piccola minoranza anticolonialista, è anche importante che in Francia esista una componente ebraica nel movimento di solidarietà con la Palestina. Possiamo spiegare dall’interno la deriva ideologica in corso. Visto che spesso il genocidio nazista e l’antisemitismo fanno parte della nostra storia familiare ed intima, siamo in grado di denunciare più facilmente il carattere osceno del sionismo, che accusa di essere antisemita qualsiasi persona che critica Israele.

A volte ci dicono che siamo coraggiosi. Invece non facciamo che salvare la nostra pelle. L’ideologia sionista infatti non rappresenta solo un crimine contro il popolo palestinese, ma è totalmente suicida per gli ebrei sia laici sia religiosi.

Facciamo notare che esiste oramai da secoli una tradizione ebraica universalista, molto impegnata in tutte le lotte progressiste. Noi vorremmo esserne gli eredi. Infatti, come dice il militante israeliano anticolonialista Eitan Bronstein, “non saremo liberi fino a che non lo saranno i palestinesi.” La nostra presenza all’interno del movimento di solidarietà palestinese conferisce un senso alla “convivenza nell’eguaglianza dei diritti” che rappresenta il solo esito non barbarico di questa guerra. Allo stesso tempo in Francia colleghiamo tutte le lotte contro le diverse forme di discriminazione e contro il razzismo.

Che cosa significa per Lei la pace come ebreo francese?

In Israele tutti dicono di essere a favore della “pace”. Per loro infatti significa che della pace non gliene frega niente. Vogliono mantenere lo status quo del colonialismo. Per loro la pace, significa soprattutto il riconoscimento del crimine fondatore, della Nakba del 1948, quando la maggioranza dei palestinesi sono stati espulsi in maniera deliberata dal loro paese. La pace invece significa la riparazione di questo crimine. Il filo conduttore consiste nel diritto internazionale e nell’eguaglianza dei diritti. È ingiusto ed illusorio ripetere il processo di Oslo, oramai morto e sepolto. Il sionismo ha frammentato la Palestina in diverse entità, tutte discriminate ed oppresse: la Cisgiordania (a sua volta frammentata in 3 zone), Gerusalemme Est, Gaza, i Palestinesi di Israele, i profughi, i prigionieri …. L’appello palestinese al BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) nel 2005 ci mostra la via verso la pace. Esige la libertà (la fine dell’occupazione, del colonialismo, la distruzione del muro, la fine del blocco di Gaza e la liberazione dei prigionieri), l’eguaglianza (per i palestinesi di Israele, che subiscono l’apartheid) e la giustizia (diritto dei rifugiati di ritornare in patria).

Come ebreo francese, vorrei aggiungere che, quando Netanyahu è venuto in Francia per spiegarci che ci siamo sbagliati, che siamo stranieri a casa nostra e che il nostro paese sarebbe Israele, non ha fatto che metterci volutamente in pericolo. La pace significa la fine di questa concezione omicida che persegue l’obiettivo di dividere gli ebrei dal resto del mondo, espellendo i palestinesi.

Quali sono gli obiettivi fondamentali dell’Union Juive Française  pour la Paix?

In Medio Oriente noi ci battiamo per una pace fondata sull’eguaglianza dei diritti e sulla giustizia. Condividiamo del tutto le rivendicazioni del BDS. L’UJFP fa parte di BDS Francia. La questione delle sanzioni gioca un ruolo essenziale. Non ci saranno cambiamenti, se questo stato canaglia non dovrà rispondere degli atti dei suoi dirigenti. L’UJFP sostiene la resistenza palestinese e gli anticolonialisti israeliani. Diffonde i loro scritti e le loro azioni.

In Francia contestiamo le associazioni ebraiche comunitarie che dicono di parlare a nostro nome, mentre invece non fanno che sostenere in maniera incondizionata i crimini delle forze dell’occupazione. Denunciamo anche il modo in cui strumentalizzano l’antisemitismo. Lottiamo contro tutte le forme di razzismo (antisemitismo, islamofobia…) e contro tutte le forme di discriminazione (zingari, immigrati illegali …).

Per favore può spiegare questa sua frase: Il sionismo rappresenta per la storia dell’ebraismo quello che Milosevic rappresenta per la storia del popolo serbo.

Milosevic affermava, che la Serbia si estendeva a tutte le regioni in cui vivevano o avevano vissuto i serbi. Ha riscritto la storia della Serbia. Prima dello scoppio delle guerre jugoslave a Kosovo Polje, aveva tenuto un discorso revisionista ad un pubblico di centinaia di migliaia di serbi, affermando che nel 1389 i serbi si erano sacrificati per salvare l’occidente dai turchi musulmani, identificando gli albanesi con essi. E durante la guerra, sebbene fossero commesse delle atrocità su tutti i fronti, fu egli a ordinare dei massacri orrendi: gli stupri collettivi, i campi di concentramento e i pesanti bombardamenti contro i villaggi assediati…

Comunque la grande maggioranza del popolo serbo aveva dimostrato un coraggio esemplare nella resistenza contro i nazisti. Rifiutando il nazionalismo e le divisioni etniche, la resistenza jugoslava, composta in gran parte da serbi, ha liberato territori estesi del paese. Ma nessun popolo, nessuna comunità umana, si può salvare del tutto da una caduta collettiva nella barbarie.

Il sionismo è nato come risposta al sionismo, che comunque è una risposta terribile che consiste nella conquista coloniale e nella pulizia etnica. Come Milosevic, anche i sionisti hanno inventato una storia idilliaca, ovvero la teoria dell’esilio degli ebrei e del loro “ritorno in patria”. Si tratta di una storia manipolatoria come nel caso della teoria della “Grande Serbia”. Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico sia religioso. Per creare l’israeliano nuovo, si deve distruggere l’ebreo con i suoi valori universali.

In che modo si possono cambiare i media attuali per lottare per i diritti dei palestinesi?

Per i media fa comodo pensare che gli arabi siano a favore dei palestinesi e gli ebrei a favore di Israele. Fa comodo spiegare questa guerra come guerra religiosa o comunitaria, mentre invece si tratta di una guerra coloniale. Eccezion fatta per il massacro di Gaza dell’estate scorsa, i media in generale hanno ignorato l’UJFP. Quando partecipiamo a delle conferenze, spesso ci dicono: “Non sapevamo che ci fossero degli ebrei come voi”. Nelle manifestazioni lo striscione comune che abbiamo con i nostri compagni dell’Association des Travailleurs Maghrébins de France (“Juifs et Arabes unis pour la justice”) attira moltissimo, e la gente aderisce alle nostre associazioni. Passo per passo, la nostra voce trova ascolto. Per i media spesso il palestinese viene assimilato al terrorista. Ma se vi è un paese, governato da veri terroristi (Menachem Begin e Yitzhak Shamir), allora è Israele.

Un video importante:

https://www.youtube.com/watch?v=ERNXoBDtjso

Traduzione dal francese a cura di Promosaik

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

thanks to: Pressenza

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax

In the early hours of Tuesday morning, Pierre Stambul and his partner were violently awoken by police at their home in the French port city of Marseille.

“It was a bad moment because the cops came in my home very, very violently,” Stambul, co-president of the French Jewish Union for Peace (Union Juive Française pour la Paix – UFJP), told The Electronic Intifada. “They broke the doors to enter. I was handcuffed for one hour and spent seven hours in jail.”

The ordeal was the result of an anonymous, false tip-off to police that Stambul had murdered his wife.

Stambul, a strong critic of Israel, believes it was intended to stop him giving a speech in Toulouse that evening on anti-Semitism and anti-Zionism.

Stambul says police put him in a cell for three hours before he was questioned. When he told them his suspicions of who had given the tip-off, they held him for another three hours while they checked out the story.

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax | The Electronic Intifada.

COME ‘ASFALTARE’ CHI DIFENDE ISRAELE CON 10 AUTOREVOLI RISPOSTE

di PAOLO BARNARD – Aprile 2015 (leggete fino in fondo)

Guida imbattibile per distruggere uno per uno gli argomenti usati dai personaggi mediatici asserviti alla menzogna quando difendono il Terrorismo d’Israele e il genocidio dei Palestinesi.
Scritta a portata di tutti, e con fonti storiche autorevolissime unicamente Occidentali ed ebraiche.
Potete memorizzare le risposte, o sbatterle in faccia ai servi d’Israele leggendole. PB
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ATTENZIONE: Anti-Sionismo NON significa Antisemitismo. Sionisti = Elite ebrea criminale genocida dominante in Palestina dall’800 a oggi. Semiti sono i normali ebrei e palestinesi, d’Israele, della Palestina o del mondo. Solo gli ignoranti, o i falsari amici dei Sionisti, spacciano un anti-sionista per antisemita.
______________________________________________________

1)

Difensore d’Israele (di seguito DdI): Prima cosa, i palestinesi hanno sempre odiato gli ebrei che emigravano in Palestina per sfuggire alle persecuzioni europee. Li hanno da subito attaccati.

Risposta (di seguito R.): Menzogna storica totale. Per tutto il XIX secolo e oltre i palestinesi accolsero l’emigrazione ebraica europea con favore, amicizia ed entusiasmo. Al punto che le massime autorità religiose ebraiche d’Europa lo testimoniarono.

Fonti: Ne cito tre fra le tante: il 16 Luglio del 1947 l’eminente Rabbino Yosef Tzvi Dushinsky testimoniò presso lo Speciale Comitato delle Nazioni Unite sulla Palestina, e le sue parole furono inequivocabili: “Non vi fu mai un momento nell’immigrazione degli ebrei ortodossi europei in Palestina (si riferisce ad epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) nel quale gli arabi abbiano opposto resistenza alcuna. Al contrario, quegli ebrei erano i benvenuti per via dei benefici economici e del progresso che ricadevano sugli abitanti locali, che mai temettero di essere sottomessi. Era risaputo che quegli ebrei giungevano solo per motivi religiosi e non ebbero difficoltà a stabilire rapporti di fiducia e di vera amicizia con le comunità locali”. (1)

Dello stesso tono le parole pronunciate molti anni dopo da un altro Rabbino di grande fama, Baruch Kaplan, noto per essere stato a capo della Beis Yaakov Girls School di Brooklin, ma che passò la giovinezza nella Yeshiva (scuola religiosa) di Hebron in Palestina negli anni ’20: “Gli arabi furono sempre assai amichevoli, e noi ebrei condividemmo la vita con loro a Hebron secondo relazioni di buona amicizia”, dichiarò il Rabbino, che aggiunse anche: “Sono a conoscenza di una lettera del Gran Rabbino del Gerrer Hassidim di allora, il polacco Avraham Mordechai Alter, che riguardava un suo viaggio nella Terra Santa risalente ai tempi in cui si parlava di emigrare laggiù. Lo scopo del suo viaggio fu di capire che tipo di persone erano i palestinesi, così da poter poi dire alla sua gente se andarci o no. Nella lettera egli scrisse che gli arabi erano un popolo amichevole e assai apprezzabile”. (2)

E poi. Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929: “…prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza… negli 80 anni precedenti (epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) non ci sono memorie di scontri violenti (fra i due popoli)”.(3)

2)

DdI: E poi non esisteva un vero popolo palestinese. Si trattava di tribù sparse, e di pochi individui che vivevano sulle terre bibliche. Infatti un fondatore sionista storico (del Movimento ebreo sionista d’Europa), Israel Zangwill, dichiarò a inizio secolo che “La Palestina è una terra senza popolo, noi ebrei siamo un popolo senza terra”.

R.: Menzogna smentita di nuovo dall’interno dello stesso movimento sionista europeo che iniziò la colonizzazione su larga scala della Palestina alla fine del XIX secolo.

Fonti: Al 7° Congresso Sionista del 1905, un leader di nome Yitzhak Epstein si alzò e lasciò agli atti questa frase: “Diciamoci la verità. Esiste nella nostra cara terra d’Israele un’intera nazione palestinese, che vi ha vissuto per secoli, e che non ha mai pensato di abbandonarla”. (4)

3)

DdI: E’ ignobile definire i Sionisti, che emigravano in Palestina per fuggire alle persecuzioni europee, degli aggressori coloniali! Era il contrario, erano i palestinesi a disprezzarli.

R.: Menzogna. Il movimento Sionista europeo nacque razzista, violento e prevaricatore (come è oggi). All’arrivo in Palestina trattarono subito i palestinesi come bestie, perché li consideravano poco più che bestie. Furono i sionisti a iniziare violenze e atrocità contro i palestinesi pacifici.

Fonti: A inizio ‘900, in uno scambio fra un fondatore del movimento Sionista ebreo europeo Chaim Weizmann (che sarà il primo presidente d’Israele nel 1948, nda) e gli allora padroni coloniali inglesi, si legge “Gli inglesi ci hanno detto che in Palestina ci sono qualche migliaio di negri (kushim), che non valgono nulla.” (5)

Ma soprattutto: il più celebre umanista sionista della Storia, Ahad Ha’am, lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): “E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d’improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un’inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose”. (6) Era il 1891!
Già allora il razzismo e la violenza sionista faceva questo a palestinesi innocenti.

4)

DdI: Voi anti-semiti ve la prendete con il popolo ebraico che fuggiva disperato dall’orrore dell’Olocausto e cercava rifugio nella Terra Promessa, vergogna!

R.: Menzogna totale. Per quasi 50 anni PRIMA dell’Olocausto, i sionisti che emigravano in Palestina aggredirono i palestinesi e programmarono nei dettagli la Pulizia Etnica della Palestina, con metodi feroci e terroristici. Ripeto: 50 anni prima di Hitler.

Fonti: il massimo padre del movimento sionista, Theodore Herzl morì nel 1904. Già prima aveva dichiarato: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…”. (7)

Poi: un’altra personalità sionista di fine ‘800, Leo Motzkin, sancì: “La colonizzazione della Palestina si fa colonizzando tutta l’Israele biblica, e deportando i palestinesi da altre parti”. (8)

E’ quindi ovvio che il destino di Pulizia Etnica dei palestinesi fu progettato 50 anni PRIMA dell’Olocausto. Ma anche nelle decadi successive alla fine ‘800, il razzismo e la pulizia etnica contro i palestinesi rimasero priorità ebraiche. Alla fine degli anni ’30, il leader sionista Yossef Weitz aveva anticipato gli infami protocolli nazisti di Wannsee (che, fra le altre cose, listavano gli ebrei d’Europa da deportare) scrivendo i ‘Registri dei Villaggi’ dove si indicavano tutte le famiglie palestinesi da cacciare a forza. (9)

Peggio: addirittura Ephraim Katzir (che diventerà presidente di Israele, pensate) arrivò a lavorare in laboratorio per trovare un veleno per accecare i palestinesi. Il leader storico sionista, Ben Gurion, aveva redatto il piano ‘Dalet’ per la completa Pulizia Etnica della Palestina PRIMA dell’arrivo in Palestina dei profughi dai Campi di Sterminio tedeschi. Nel suo stesso diario, Gurion scrisse cose atroci su come colpire i palestinesi innocenti: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”. (10)

La violenza sionista contro i civili palestinesi fin dall’800 (Ahad Ha’am più sopra), il sadismo della pulizia etnica contro di loro, le stragi di palestinesi, donne e bambini (documentate dallo storico ebraico Benni Morris), le torture dei prigionieri – e tutto ciò PRIMA che l’Olocausto avesse un impatto sulla Palestina – portarono un ministro del primo governo d’Israele, Aharon Cizling, a dichiarare nel 1948: “Ora anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e ne sono sconvolto”.(11)

5)

DdI: E allora l’aggressione araba contro gli ebrei del 1948? Tutte le nazioni arabe attorno alla Palestina tentarono di sterminare gli ebrei, che per fortuna vinsero quella guerra, se no sarebbe stato un altro Olocausto! Infatti i leader arabi incitarono via radio i palestinesi ad abbandonare i loro villaggi per permettere lo sterminio degli ebrei! I palestinesi se ne andarono volontariamente.

R.: Menzogna completa. Prima cosa bisogna capire che allo scoppio della guerra arabo-ebraica del 1948, e come provato prima, già gli ebrei sionisti avevano inflitto 50 anni di atrocità, pulizia etnica e stragi ai civili palestinesi, per cui la reazione araba aveva una giustificazione pluri-decennale. Poi la tanto millantata guerra del 1948 fu una messa in scena totale, una vera bufala già organizzata affinché i sionisti vincessero, grazie ad accordi segreti fra Ben Gurion e il Re arabo della Transgiordania Abdullah. Esistono le prove che l’invito via radio di cui sopra è una bufala storica inventata dai sionisti.

Fonti: Il comandante delle truppe arabe era un ufficiale arabo-inglese di nome Glubb Pasha. Lasciò scritto nelle sue memorie che la guerra del 1948 fu una “Guerra Bufala” (The Phony War), perché il leader sionista Ben Gurion si era già messo d’accordo segretamente col Re della Transgiordania, Abdullah, di combattersi per finta, e alla fine spartirsi la Palestina. Abdullah controllava le uniche truppe che potevano impensierire gli ebrei, il resto erano eserciti con le pezze al sedere e armi dell’800. Gli egiziani erano per la metà Fratelli Musulmani con le ciabatte ai piedi; i libanesi non combatterono mai; i siriani erano armati ma erano 4 gatti; e gli iracheni erano sotto gli ordini del traditore Abdullah, per cui fecero nulla. Infatti dai Diari di Ben Gurion risulta che in piena guerra del ’48 egli scrisse all’esercito ebraico Hagana dicendo: “Tenete il meglio delle truppe per la Pulizia Etnica della Palestina, secondo il Piano Dalet (di cui sopra)”. (12)

E a proposito di quelle fantomatiche trasmissioni radio, esse furono smentite dalla BBC di Londra che monitorò tutte le comunicazioni nel Medioriente nel 1948 e di cui si possono trovare le trascrizioni al British Museum. In esse non vi è traccia di un singolo ordine di evacuazione da parte di alcuna radio araba dentro o fuori dalla Palestina, e al contrario, si possono leggere gli appelli ai civili palestinesi affinché rimanessero a presidiare le loro case. Nel 1948 la Pulizia Etnica sionista aveva già espulso 750.000 palestinesi, tutti civili. (13)

6)

DdI: E di nuovo, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 gli arabi tentarono di sterminare gli israeliani, che in una prova di eroismo militare riuscirono ad evitare un altro Olocausto.

R.: Questa versione è una farsa, distrutta vergognosamente dai documenti segreti del governo americano e della CIA. Non solo gli israeliani non corsero alcun reale pericolo nella cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, ma gli arabi tentarono di tutto per non combattere, e furono ignorati da Tel Aviv e dagli USA. Il governo israeliano invece terrorizzò la popolazione ebraica in quell’occasione, sapendo perfettamente che avrebbe attaccato per primo e avrebbe stravinto.

Fonti: La realtà, rivelata nel 2005 dai documenti segreti declassificati del governo americano (libreria del Presidente Johnson), prova precisamente che fu Israele ad aggredire gli arabi, non il contrario. (14)
Gli israeliani sapevano benissimo che avrebbero distrutto le armate arabe in due minuti. La CIA era perfettamente tranquilla, e non gli necessitò di fornire alcun aiuto militare particolare ad Israele, perché Israele avrebbe annientato gli arabi. Quando il capo del Mossad (servizi segreti di Isr.), Meir Amit, il 3 Giugno del 1967 s’incontra col ministro della Difesa USA McNamara al Pentagono,
McNamara gli chiede: “Quanto durerà questa guerra?” e Meir Amit, risponde: “Durerà sette giorni”. Lo disse il 3 Giugno! la guerra scoppia il 5-6 Giugno. Cioè sapevano PRIMA dello scoppio della guerra che sarebbe durata un niente. (15)

Nel frattempo parliamo di Nasser (il Presidente egiziano). Voi sapete che la narrativa ufficiale vi racconta che Nasser, minaccioso, fa un patto con la Siria, fa un patto con la Giordania, sta per attaccare Israele ecc. Invece nel frattempo Nasser disperatamente tentava i contatti con gli inglesi e con gli americani per evitare la guerra. Mentre Meir Amit era a Washington a dichiarare al governo americano che avrebbero attaccato preventivamente e che avrebbero distrutto gli arabi in sette giorni, Nasser mandava Zakariya Mohieddin, il suo ministro degli esteri, a Washington per cercare di mediare la pace. Mentre Mohieddin sta per partire per l’America, gli israeliani attaccano l’Egitto e distruggono l’esercito egiziano. (16)

Il premier israeliano Menahem Begin, molti anni dopo confessò che l’aggressione araba era una ‘bufala’, e confessò la vera aggressione israeliana al New York Times: “Nel giugno del 1967 di nuovo affrontammo una scelta. Le armate egiziane nel Sinai non erano per nulla la prova che Nasser ci stesse attaccando. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi decidemmo di attaccare lui”. (17)

Questa è un’altra grande bugia che ci hanno raccontato, è un modello della storiografia su Israele.
Ci raccontano sempre questa cosa, che Israele è la vittima, che sta per soccombere agli arabi cattivi, mentre la realtà è esattamente diametralmente l’opposto. L’elite bellica sionista/israeliana ha bisogno delle finte aggressioni arabe, ha bisogno dei pericoli, ha bisogno della minaccia inventata o gonfiata per mantenersi al potere.

7)

DdI: E chi fu che rifiutò il piano di pace dell’ONU, risoluzione 181 del 1947? I Palestinesi!
Fin da allora rifiutarono la pace sempre! Sono loro che rifiutano la pace!

R.: Menzogna e mistificazione usata a bombardamento dai difensori d’Israele. Sono i Sionisti/Israeliani che hanno sempre rifiutato i tentativi di pace, fino a oggi. La leadership Sionista visse, e sopravvive oggi, solo grazie alla strategia della tensione che loro creano provocando violenze, proprie o palestinesi, continue. Se la leadership Sionista accettasse la pace dovrebbe confrontarsi con un Paese, Israele, che essa gestisce da cani e gli israeliani li caccerebbero.

Qui mi dilungo un po’, qui bisogna asfaltarli molto bene.

Fonti: Il Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181, consegnava agli ebrei il 56% delle terre quando erano la minoranza assoluta. Poi il Negev andava agli ebrei con 90.000 arabi e solo 600 ebrei residenti. Poi l’unico porto commerciale vitale, Haifa, andava agli ebrei. Poi l’86% delle terre fertili, aranceti, ulivi, e grano andava agli ebrei! Poi ai palestinesi erano negati confini con la Siria, dove vi sono le fonti di acqua. E Gerusalemme rimaneva internazionale, ma di fatto in mano ebraica. Questa è la vergognosa realtà. Come potevano i palestinesi accettare? (18)

Lord Alan Cunningham, l’ultimo Alto Commissario inglese in Palestina, scrisse al leader supremo sionista Ben Gurion nel marzo 1948 che “i palestinesi sono calmi e ragionevoli, voi Sionisti fate di tutto per provocare violenza”. (19)

Il diplomatico americano Mark Ethridge, inviato alla conferenza di Pace di Losanna nel 1949, dichiarò furioso: “Se non siamo arrivati alla pace è primariamente colpa d’Israele…” (20)

Nel 1971 il presidente egiziano Sadat aveva offerto la pace a Israele in cambio del suo Sinai illegalmente occupato. Tel Aviv reagì mandando Ariel Sharon a fare la Pulizia Etnica del Sinai, dove Sharon fece orrende stragi condannate dall’ONU (più sotto), e che causò la Guerra del Kippur 1973. (21) Ecco chi vuole la pace…

La criminosa invasione israeliana del Libano nel 1982 (19.000 morti civili arabi) fu causata non da minacce a Israele, ma dall’esatto CONTRARIO. Un eminente storico israeliano scrisse: “Israele affrontò un problema serio nel 1982: l’offerta di pace dell’OLP di Arafat!”. Capite? (22)

Arafat e la sua Autorità Palestinese fecero di tutto per fermare gli estremisti islamici, infatti lo stesso capo dei servizi segreti ebraici Shab’ak, cioè Ami Ayalon, dichiarò al governo di Tel Aviv che “Arafat sta facendo un ottimo lavoro, si è lanciato anima e corpo contro i terroristi” (23).

La massima occasione per la pace fu l’incontro a Camp David nel luglio del 2000 fra Clinton, Arafat e il premier israeliano Ehud Barak. La stampa mondiale riportò che fu Arafat a rifiutare la pace, ma è falso. Fu il contrario. Ai palestinesi non fu presentata alcuna proposta scritta, gli fu chiesto di cedere un 9% di terre, e di ricevere un misero 1%, gli fu negata ogni discussione sul ritorno dei profughi cacciati dalla Pulizia Etnica pre 1948 (come invece sancisce la Risoluzione ONU 194), e non gli fu concesso nulla su come dividersi Gerusalemme. Come poteva Arafat accettare? (24)

E’ provato che mentre Israele predicava la pace, in segreto pianificava altra Pulizia Etnica della Palestina, l’uccisione di Arafat e guerra ai civili. Sono stati scoperti 5 piani segreti della Difesa israeliana a questo scopo: 1996 piano Field of Thorns; 2000, secondo piano Field of Thorns; 2001 piano Dagan; luglio 2001, piano Shaul Mofaz chiamato La Distruzione dell’ANP di Arafat (che collaborava); 2002, piano Eitam con gli stessi scopi. (25)

Nel 2003 gli USA propongono la pace nel documento The Road Map, dove si parla anche di un “Israele che cessi ogni violenza contro i civili palestinesi”. I palestinesi l’accettarono e dichiararono il cessate il fuoco. Tel Aviv portò 14 emendamenti alla proposta americana e di fatto la distrusse. Ma non solo. Ariel Sharon intensificò gli assassinii di sospetti (ma non processati) membri di Hamas ammazzandogli spesso anche mogli e bambini, ovviamente esacerbando le tensioni. Fine della Road Map. (26)

I cessate il fuoco di Hamas furono praticamente sempre violati da Israele, al punto che nel 2006 in una conversazione segreta fra i leader di Hamas in Gaza e Damasco, si sente dire “Non abbiamo ricevuto nessun beneficio dal nostro cessate il fuoco di un intero anno, Israele continua la violenza contro i civili, e stiamo perdendo la reputazione coi civili palestinesi”. (27)

Nel famoso rapimento da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit, viene omessa una verità scomoda, e cioè che il giorno prima Israele aveva rapito due medici palestinesi senza alcun mandato legale, e li ha fatti sparire incommunicado (mai rilasciati né processati). La provocazione fu quindi israeliana. (28)

In un articolo sul Washington Post del luglio 2006, il leader di Hamas Ismail Haniyeh RICONOBBE pienamente il diritto d’Israele DI ESISTERE e la pace fra “tutti i popoli semiti dell’area”. Lo fece nonostante sapesse che quando Arafat riconobbe Israele nel 1993 non ottenne assolutamente nulla, solo violenza. Tel Aviv ignorò l’offerta di Haniyeh. (29)

Nel 2007 gli Stati Uniti offrono la pace nel Trattato di Annapolis. Ma poiché il testo della Casa Bianca contiene la frase “cessare il terrorismo sia da parte palestinese che israeliana”, Israele boicottò tutto l’accordo. Fine Trattato di Annapolis. (30)

Persino da dentro l’establishment militare d’Israele arriva l’ammissione che è Tel Aviv che boicotta la pace. L’ex capo del Mossad, Efraim Halevy, dicharò nel 2009: “Se Israele volesse veramente eliminare la minaccia dei razzi di Hamas (rudimentali aggeggi), dovrebbe permettere ai civili di Gaza di sopravvivere permettendogli di ricevere i beni vitali attraverso la frontiera con l’Egitto, non strangolarli alla fame. Questo garantirebbe la pace a Israele per decenni.” (31)

Robert Pastor, docente all’American University, era un inviato dell’ex Presidente USA Jimmy Carter nei territori occupati, cioè Cisgiordania e Gaza. Le sue parole sono esplicite, è Israele che boicotta la pace: “Hamas aveva fermato il lancio dei razzi dal giugno al novembre 2008, ma Tel Aviv non solo rinnegò la promessa di allentare lo strangolamento dei civili di Gaza per cibo, medicinali, e acqua, ma bombardò un tunnel della disperazione, quelli che fanno passare poche cose dall’Egitto ai palestinesi… Comunicai chiaramente al governo israeliano che Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco se l’assedio di Gaza si fosse allentato, mi ignorarono totalmente”. (32)

Scrive il mitico reporter d’inchiesta americano Symour Hersh: “L’attacco a Gaza (2008) da parte d’Israele, e i massacri conseguenti, vennero guarda caso quando il governo turco era riuscito a mediare con diplomatici di Tel Aviv un accordo completo per il ritiro israeliano dal Golan occupato illegalmente da Israele. Ma è ovvio che l’assalto a Gaza distrusse tutta la mediazione.
Non una coincidenza”. (33)

L’Huffington Post scrive: “Il cessate il fuoco di Hamas del 2008 reggeva benissimo. Fu Israele a uccidere per primo, il 4 novembre. Poi sempre un raid aereo israeliano uccise altri 6 palestinesi, nonostante il cessate il fuoco… Abbiamo fatto un seria ricerca su chi, fra Israele e Hamas, ha rotto più volte il cessate il fuoco in quasi 10 anni, con l’aiuto dell’organizzazione israeliana B’Tselem.
E’ indubbiamente Israele che uccide per primo durante un cessate il fuoco, nel 78% dei casi precisamente. Hamas ha violato le tregue solo nell’8% dei casi. Ma se parliamo di tregue lunghe più di 9 giorni, Israele le ha violate per primo nel 100% dei casi”. (34)

Come si può affermare di fronte a queste prove che sono i palestinesi a rifiutare la pace? A spezzare le tregue? E’ l’esatto contrario. Questo senza dimenticare che anche in tempi di cessate il fuoco, Israele continua la sua politica di Pulizia Etnica palestinese e di violenze gratuite e distruttive contro i villaggi palestinesi, contro il loro diritto di nutrirsi, con rapimenti di minori che spariscono incommunicado, torture di prigionieri senza processo e senza tutele legali.

8)

DdI: Israele è l’unico Stato democratico della zona, ed è vergognoso chiamarlo Stato razzista!

R.: Il razzismo (si legga anche più sopra) fu ed è la linfa vitale di tutto il movimento sionista. Oggi Israele è l’unico stato moderno che mantiene un sistema di Apartheid feroce contro i palestinesi, talmente rivoltante da essere stato condannato in tutto il mondo. La democrazia d’Israele riguarda solo la popolazione ebraica, e neppure tutta.

Fonti: Quelle risalenti ai primi del XX secolo sono già citate all’inizio di questo libretto. Pochi sanno che le leggi emanate nei decenni dal Jewish National Fund sulle terre di Palestina da loro occupate attraverso la Pulizia Etnica, sanciscono che tali terreni sono riservati al 90 agli ebrei; ai palestinesi è proibito affittare o comprare quei terreni che una volta erano loro (prima della colonizzazione sionista). Nel 2003 l’Istituto Israeliano per la Democrazia fece un sondaggio fra gli ebrei israeliani che diede questi risultati: il 53% sostenne che i palestinesi non avevano diritto all’eguaglianza civica con gli ebrei, e il 57% disse che andavano semplicemente cacciati a forza. (35) Grande senso democratico…

Il Comitato dell’ONU sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ha denunciato in termini tragici la mancanza di democrazia in Israele: anche i cittadini israeliani di origine araba sono esclusi dalla residenza nel 93% delle terre; sono esclusi dalla maggior parte dei sindacati, dei servizi pubblici come acqua, elettricità, alloggi, sanità, e sono relegati alle scuole peggiori. I loro salari sono sempre inferiori a quelli degli ebrei. Infine, dice il rapporto dell’ONU, il trattamento da parte israeliana dei beduini è al limite dei crimini contro l’umanità. Una vera democrazia davvero! (36)

Ed è decisamente ‘democratica’ la seguente dichiarazione dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, rilasciata alla stampa europea: “Non c’è Stato ebraico senza la cacciata dei palestinesi e l’espropriazione della loro terra.” (37)

Ma niente meno che scioccante fu la dichiarazione ufficiale scritta da un giurista sudafricano, quindi un esperto di Apartheid, e inviato dalle Nazioni Unite in Israele e Territori Occupati. Il Prof. John Dugard consegnò all’ONU le seguenti parole: “Le leggi e le azioni d’Israele nei Territori Occupati (illegalmente), certamente rispecchiano parti dell’Apartheid sudafricana… Si può forse negare che lo scopo di tali azioni e di tali leggi è di mantenere il dominio di una razza (ebrei) su un’altra razza (palestinesi), per schiacciarli sistematicamente?”. (38) Grande democrazia!

Israele tollera inoltre fra i partiti dell’arco costituzionale il National Union Party, che chiede apertamente la distruzione della popolazione palestinese e nega ai palestinesi il diritto di esistere, mentre Hamas, come dimostrato sopra, ha già riconosciuto il diritto di esistere di Israele ufficialmente. Israele è l’unico Stato al mondo dove nel 1995 il governo ha introdotto il concetto di “gruppi di popolazione”, distinguendo il gruppo “ebrei e altri” dal gruppo “arabi“. Il primo comprende ebrei e cristiani non arabi, il secondo musulmani e arabi cristiani. L’unico altro Stato al mondo che aveva, ma oggi non ha più, questa distinzione settaria era il Rwanda… (39)

Ma peggio: una rappresentante del partito israeliano Jewish Home, cioè Ayelet Shaked, e un accademico israeliano che si chiama Mordechai Kedar (Univ. di Bar Ilan in Israele) hanno scritto che le famiglie, cioè bambini, mogli, nonni dei ‘terroristi’ di Hamas “vanno sterminate”, e che le loro sorelle e madri “vanno stuprate” (dopo 80 anni di orrori ebraici contro quelle famiglie e madri e sorelle). Infine, a chi rimangono dei dubbi sul razzismo osceno d’Israele consiglio di leggere il Prof. Joel Beinin, che ricopre la carica di Donald J. McLachlan Professor of History alla Stanford University USA, nel saggio dal titolo “Il razzismo è il pilastro dell’operazione Protective Edge di Israele”. (40)

Non risulta che Apartheid, razzismo e discriminazione di razza siano i tratti distintivi di una democrazia.

9)

DdI: Israele è uno Stato pacifico costantemente minacciato dal terrorismo palestinese e ha il diritto di difendersi! Come osate chiamare Israele terrorista?

R.: Questa frase sarebbe perfettamente e storicamente giustissima se la si ribaltasse di 180 gradi, cioè: la Palestina era una nazione pacifica che è da oltre 100 anni minacciata dal terrorismo sionista/israeliano, e che ha il diritto di difendersi. Il fatto tragico è che le opinioni pubbliche occidentali non sanno nulla dei 60 anni di atrocità sioniste contro i palestinesi innocenti, che PRECEDONO la nascita del terrorismo palestinese, ripeto, dopo 60 anni di esasperazione, stragi, Pulizia Etnica, stupri, persecuzioni, torture sioniste. In metafora, oggi il mondo vede un uomo che picchia un altro per la strada, e condanna il primo. Ma se sapesse che la vittima ha per anni stuprato la figlia del picchiatore, gli ha rubato ogni avere, lo ha seviziato, ha fatto uccidere sua moglie… allora tutto cambierebbe. OLP, Hamas e i gruppi armati palestinesi sono arrivati alla violenza SOLO DOPO 60 anni di orrori subiti nell’indifferenza di tutto il mondo. Il loro non è, né mai fu, Terrorismo. Fu ed è REAZIONE. La cosa è immensamente diversa. Il vero Grande terrorista fu ed è ancora il Sionismo d’Israele. Anche qui non posso essere brevissimo, visto che la menzogna del diritto d’Israele a difendersi è in assoluto la più diffusa argomentazione dei difensori di Tel Aviv. Eccolo il Vero terrorismo in Palestina, a cui l’OLP e Hamas hanno REAGITO dopo decenni di orrori. Notate che il primo attacco suicida palestinese contro Israele arriva nel 1994, esattamente dopo un secolo di terrore sionista/israeliano.

Fonti:

I PRIMI 50 ANNI DI TERRORISMO SIONISTA CONTRO I PALESTINESI.

Dagli archivi coloniali del governo britannico. “Durante gli anni della Seconda Guerra l’uso del Terrorismo da parte sionista è descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora”. (41)

“Il ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo ebraico Stern, al Cairo. Le azioni terroristiche dei gruppi ebraici Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità ebraica”. (42)

Il 22 luglio 1946 la campagna condotta dalle organizzazioni terroristiche sioniste raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un’ala dell’hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo inglese e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi, ebrei e inglesi, e 5 passanti [58 i feriti, nda]. (43)

Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti, dichiarò alla Camera dei Comuni: “Se i nostri sogni per il Sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del Sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo”. (44)

“La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l’Amministrazione (ONU) a reprimere il terrorismo sionista”. “Uno dei più scabrosi atti di terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra nell’aprile del 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme confessò: Il 9 aprile abbiamo subìto una sconfitta morale, quando due gang (sioniste) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin… Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche.
Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro terrorismo… Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire… e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate”. (45)

Nel 1948 gli ebrei non furono solo in grado di difendersi, ma anche di commettere enormi atrocità sui civili palestinesi. Secondo l’ex direttore degli archivi dell’esercito israeliano: “In quasi tutti i villaggi occupati da noi durante la guerra di indipendenza, furono commessi atti che sono definiti come crimini di guerra, come gli assassini, i massacri e gli stupri…”. Uri Milstein, l’autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va persino oltre dichiarando che “ogni schermaglia finì in un massacro di arabi”. (46)

“Folke Bernadotte (che salvò ebrei dall’Olocausto, nda) fu nominato mediatore (in Palestina) dall’Assemblea Generale dell’ONU… ma prima che l’ONU potesse considerare le sue osservazioni sul campo, egli fu assassinato dalla gang (sionista) Stern”. (47)

TERRORISMO D’ISRAELE SUCCESSIVO.

Nel 1953 la Risoluzione 101 condannava i massacri terroristici della notoria Unità 101 israeliana comandata da Ariel Sharon, il futuro premier, responsabile in particolare della strage di Qibya in Cisgiordania del 14 ottobre 1953. Sharon, fece saltare in quella occasione 45 abitazioni uccidendo 69 civili arabi, di cui la metà erano donne e bambini. (48)

Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e durante il trentennio successivo il terrorismo israeliano si riversa in particolare nei Territori Occupati dal 1967 con una miriade di atti criminosi contro la popolazione civile palestinese, al punto da richiedere nel 1977 l’intervento indignato dell’ONU con una Risoluzione di condanna che parla chiaro: “L’Assemblea condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: … c) L’evacuazione, la deportazione, l’espulsione, e il trasferimento degli abitanti arabi dei Territori Occupati e la negazione del loro diritto di ritorno – d) L’espropriazione e la confisca delle proprietà arabe nei Territori Occupati – e) La distruzione e la demolizione delle case (arabe) – f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba – g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)… che sono considerati crimini di guerra e un affronto all’umanità (sic)”.(49)

1981. L’allora primo ministro Menahem Begin, ammette la volontaria distruzione delle infrastrutture civili palestinesi per mano dell’esercito di Tel Aviv con relative vittime: “… ci sono state ripetute azioni di rappresaglia contro le popolazioni civili arabe; l’aviazione (israeliana) li ha colpiti; il danno fu mirato a strutture come i canali, i ponti e i trasporti”. (50)

L’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban commentò poco dopo quelle parole, e in modo agghiacciante: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili palestinesi, in un’atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome.” (51)

Nel 1982 Israele invade nuovamente il Libano; il ministro della Difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra e atti di terrorismo degli ultimi cinquant’anni accade proprio sotto il controllo di Sharon. Parlo del massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. “Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato… Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta.
Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini (palestinesi) furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti”. La complicità israeliana in quel crimine di guerra è documentata oltre ogni dubbio. La commissione d’inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell’8 febbraio 1983 dichiara infatti: “Menachem Begin (l’allora premier di Israele, nda) fu responsabile… Ariel Sharon fu responsabile… La nostra conclusione è che il ministro della Difesa (Sharon) è personalmente responsabile”. (52)

L’invasione israeliana del Libano nel 1982 costò la vita a circa 19.000 civili innocenti (più di sei volte i morti dell’11 settembre in USA), sterminati dall’uso indiscriminato dei bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane sui centri abitati. Non solo terrorismo ma vero crimine di guerra. (53)

Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione popolare) palestinese, la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani vota una Risoluzione che denuncia ancora il terrorismo di Israele: “Nella Risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei Territori Occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi”. (54)

La distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi, dei loro campi e dei loro mezzi di sostentamento da parte delle forze di sicurezza israeliane nei Territori Occupati è una delle più odiose pratiche terroristiche documentate (parte del piano di Pulizia Etnica di inizio secolo). Essa vide la luce fin dal lontano 1967, ed è intesa come “punizione collettiva” (totalmente illegale secondo ogni legge) dei palestinesi, senza processo, senza alcuna possibilità di difesa. Nel 1999 Amnesty International pubblicava un rapporto dove la durezza della condanna delle Demolizioni è chiara: “Dal 1967, anno dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte… si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. I palestinesi vengono colpiti per nessun’altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi”. (55)

Uno dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, è l’indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Anche questa indicibile pratica è documentata oltre ogni dubbio. “Le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale”. (56)

Questa ignobile pratica continua oggi identica.

Il primo attacco suicida palestinese contro Israele è dell’aprile 1994 ad Afula, esattamente DOPO UN SECOLO di terrore e di crimini sionisti/israeliani contro i civili palestinesi, come sopra documentato. (57)

Israele sferra attacchi mostruosi su Gaza e sui suoi civili da anni, col solito pretesto di difendersi dai razzi di Hamas. Prima cosa, come detto e ridetto, Hamas REAGISCE a un secolo di terrorismo ebraico sopra dimostrato; in secondo luogo i cosiddetti razzi palestinesi sono rudimentali tubi di metallo il cui potenziale letale è minimo. Infatti in 14 anni di vita questi ‘razzi’ hanno ucciso dai 33 ai 50 civili israeliani (58)… mentre in soli 6 anni Israele ha assassinato un totale di 2.221 civili palestinesi! Solo nell’Operazione Piombo Fuso di bombardamenti indiscriminati su Gaza nel dicembre 2008, gli israeliani uccisero 759 civili palestinesi, di cui 344 bambini e 110 donne. Nell’Operazione Scudo Protettivo del luglio 2014 Israele uccise 1.462 civili palestinesi, di cui 495 erano bambini e 253 donne. Non v’è bisogno di commentare la sproporzione orripilante delle cifre. (59)

Per concludere: chi è stato per decenni il Grande Terrorista in Palestina? Si può dire che sono i palestinesi armati, che hanno REAGITO 60 anni dopo l’inizio del loro calvario, a essere i terroristi? Chi ha il maggior diritto di difendersi dopo un secolo di orrori sionisti e mostruose sproporzioni di vittime civili?

10)

DdI: Ci sono degli “squinternati” in Italia, come un tal giornalista Paolo Barnard amico di Hamas, o come l’attivista pro Palestina Samantha Commizzoli, che addirittura accusano i sionisti (passati e attuali) di essere aggressori neo-nazisti. Basterebbe questo per stendere un velo pietoso su tutto l’argomento.

R.: Caro ignorante, ci spiace per te se non leggi la Storia. E siamo felici di essere accomunati ad altri due squinternati che chiamarono i Sionisti “affini ai nazisti e ai fascisti”, cioè quel ‘mentecatto’ di Albert Einstein e quella ‘antisemita’ di Hannah Arendt…

Fonti: Il primo personaggio incontestabile, perché grande amico dei Sionisti e uomo ultra conservatore, che li chiamò ‘nazisti’ fu niente meno che Winston Churchill, che in una riunione di Gabinetto a Londra definì l’esercito sionista “… una nova specie di gangsters degni della Germania Nazista”. (60)

Nella stessa epoca, 1948, Albert Einstein e Hannah Arendt (non hanno bisogno di presentazioni) scrissero di loro pugno sul New York Times una protesta veemente contro la brutale ferocia sionista contro i palestinesi, definendola “simile in organizzazione e metodi ai partiti Nazisti e Fascisti” (61)

Lo stesso anno, fu addirittura un ministro del primo governo dello Stato d’Israele, Aharon Cizling a dichiarare “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e io sono sotto shock” (62)

Scrive il professore di scienze politiche americano, ed ebreo, Norman G. Finkelstein: “Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l’esercito ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l’armata tedesca combatté nel Ghetto di Varsavia ”(sic). Lo stesso Finkelstein, figlio di vittime dell’Olocausto, scrive ancora in modo lapidario: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti”.(63)

NOTE
1) The U.N. Special Committee on Palestine: Statement by Chief Rabbi Yosef Tzvi Dushinsky, July 16, 1947, United Nations Trusteeship Library.
2) Neturei Karta: Interview with Rabbi Baruch Kaplan, 2003. Pubblicazione di alcuni passaggi trascritti da una intervista registrata con Kaplan circa vent’anni prima.
3) ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p. 150.
4) 7° Congresso Sionista del 1905, trascrizioni degli interventi.
5) Nur-eldeen Masalha, Towards the Palestinian Refugees, 08/2000
6) ONU: La questione palestinese, Kohn, Hans, Ahad Ha’am: Nationalists with a difference, in Smith, Gary (ed.), Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974)
7) ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodor, «The complete diaries» (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p. 88.
8) Sefer Motzkin, ed. Alex Bein, Jerusalem, 1939
9) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine. – The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
10) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
11) Trascrizione della riunione di Gabinetto israeliana del 17 novembre 1948, dagli archivi del Kibbutz Meuhad, citata da David McDowall, Palestine and Israel, I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 195.
12) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition
13) Ibidem
14) Office of National Estimates, “Appraisal of an estimate of the Arab-Israeli Crisis by the Israeli Intelligence Service,” 25 May 1967,FRUS, 1964–1968, XIX, doc. 61; Freshwater, 3–4; Helms, A Look Over My Shoulder, 299.
15) Helms, A Look Over My Shoulder, 299–300; Michael B. Oren, Six Days of War: June 1967 and the Making of the Middle East (New York: Oxford University Press, 2002), 146, citing interview with and writings of Meir Amit; Meir Amit quoted inThe Six-Day War: A Retrospective, ed. Richard B. Parker (Gainesville: University Press of Florida, 1996), 136, 139; Ian Black and Benny Morris, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services (New York: Grove Weidenfeld, 1991), 220–22;
16) Nolte reported in telegram 8471 from Cairo, June 4, that the Embassy had informed Riad of the contents of telegram 207861 to Cairo (see footnote 2, Document 134), and that he planned to take up the subject of Mohieddin’s visit with Nasser when presenting his credentials on June 5. (National Archives and Records Administration, RG 59, Central Files 1967-69, POL ARAB-ISR) Rusk responded to the latter point in telegram 207994, June 4, which reads in part: “The great value of Mohieddin’s visit is opportunity for private discussions. The less said about it the better.” (Johnson Library, National Security File, Country File, Middle East Crisis, Anderson Cables)
17) New York Times, 21 agosto, 1982.
18) Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181
19) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine.
20) FRUS, Ethridge, US delegate at Laussanne, Top Secret, Paris, Paris June 12, 1949, pp.1124-25
21) Ha’aretz, Oct. 6, 2006, Danny Yatom and Moshe Amirav
22) Avner Yaniv, Political Science Professor, Univ. of Haifa
23) Riportato dal quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 6 aprile 1998.
24) Paolo Barnard: Intervista a Robert Malley dell’International Crisis Group registrata a Washington poco prima della scomparsa di Yasser Arafat.
25) Le prime rivelazioni sul piano Fields of Thorns furono rivelate da Amir Oren sul quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 23 novembre 2001 – Alcuni estratti del piano del 15 ottobre 2000 furono pubblicati il 6 luglio 2001 sul «Ma’ariv». Per la cronologia degli attacchi terroristici palestinesi: Israel Ministry of Foreign Affairs, Suicide and Other Bombing Attacks in Israel Since the Declaration of Principles 1993 (pubbl. 2005). – Amos Harel, Rightist ex general propose massive invasion of territories, «Ha’aretz daily», 31 gennaio 2002.
26) Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
27) Seymour Hersh, The New Yorker, August 16, 2006
28) Gideon Levy, “A Black Flag,” Ha’aretz, July 2, 2006; Christopher Gunness, “Statements by the United Nations Agencies Working in the Occupied Palestinian Territory,” July 8, 2006; Amnesty International press release, “Israel/Occupied Territories: Deliberate Attacks a War Crime,” AI Index: MDE 15/061/2006 (Public), News Service No. 169, June 30, 2006. – Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
29) Aggression under false pretenses, The Washington Post, July 11, 2006
30) Annapolis Agrrement: full text, US Department of State, Novembre 2007
31) Counter Terrorism and State Political Violence, Critical Terrorism Studies, Scott Poynting & David Whyte
32) Democracy Now: January 22, 2009, Ex-Carter Admin Official: Israel Ignored Hamas Offer Days Before Attacking Gaza; Violated Ceasefire with Attacks, Blockade
33) Seymour Hersh: The New Yorker, 31/3/2009
34) Huffington Post, Nancy Kanwisher, Reigniting Violence: How do ceasefires end? 2012
35) Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002 – Israeli Democracy Institute, May 2003 Report
36) UN Committee on Economic Social Cultural Rights, 23 May 2003
37) Agence France Press, Nov. 1998
38) Prof. John Dugard, Rapporto come Special Rapporteur on Human Right in Palestina per l’ONU, 2007
39) Steven Zunes, Asia Times, The Rise and Rise of Hamas, July 7, 2007 – Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002
40) Ha’aretz, 22 lugio 2014 – Joel Beinin, Donald J. McLachlan Professor of History Stanford University USA, “RACISM IS THE FOUNDATION OF ISRAEL’S OPERATION PROTECTIVE EDGE”
41) ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p. 30).
42) Ibidem
43) Ibidem
44) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73.
45) ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p. 28. 47 ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, «The Faithful City» (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72.
46) The Origin of the Palestine-Israel Conflict, Published by Jews for Justice in the Middle East P.O. Box 14561, Berkeley, CA, 94712.
47) ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018.
48) Foreign Relations of the United States, 1958-1960, Volume XII, Near East Region; Iraq; Iran; Arabian Peninsula: Statement by the National Security Council of Long Range U.S. Policy Toward the Near East. 100 United Nations Security Council Resolution 101 (1953), 24 November 1953.
49) ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 December 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 February 1977.
50) Menahem Begin, letter, «Ha’aretz», August 4, 1981.
51) Abba Eban, Morality and Warfare, «Jerusalem Post», August 16, 1981.
52) Rapporto della Commissione d’Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983). –
53) Stime delle vittime civili dell’invasione israeliana del Libano del 1982 tratte da: Estimates of 5 March 1991 AP – Israel: 657 killed, Syrians: 370, PLO: 1,000, Lebanese and Palestinians: 19,000 +, mostly civilians, e Robert Fisk, The Awesome Cruelty of a Doomed People, «The Independent», 12 settembre 2001, p. 6.
54) ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988.
55) Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 Israel and the Occupied Territories
Demolitions and Dispossession.
56) Amnesty International Reports, London. Israel/Occupied Territories 03/2002, Attacks on health personnel and disrupted health care.
57) BBC, Analysis: Palestinian suicide attacks, 29/01/2007.
58) IDF. “Rocket Attacks on Israel from Gaza Strip”. idfblog.com/facts-figures/. Israel Defense Forces. Retrieved 15 August 2014. “Attacks on Israeli civilians by Palestinians”. B’Tselem. 24 July 2014.
59) BBC: Gaza Crisis, toll of operations in Gaza, 1 settembre 2014, dati ONU e B’Tselem.
60) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73
61) The NYT, Books’ section p. 12, 4 dic. 1948)
62) Riunione di Gabinetto del 17 nov. 1948, Kibbutz Meuhad Archives, section 9 file 1)
63) Norman G. Finkelstein, First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine, 14 aprile 2002 & «Ha’aretz», 25 gennaio 2002, 01 febbraio 2002.

Un grazie a Dario Zamperin
In ricordo di Vik Arrigoni

thanks to: Paolo Barnard

“Sionisti carogne tornate nelle fogne” Milano 25 aprile, vergognosa presenza degli amici di Israele.

Finalmente quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia. Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre appariva palese.

Andiamo per ordine. Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della 8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria britannica.

Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946. Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “ è l’attuale bandiera di Israele”.

A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera sionista”.

In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.

I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele, unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.

Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir, banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.

La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli alleati non è dato capire.

Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi con i nazisti.

Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto, 11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”. La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato a tutto.

Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ” Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista. Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.

Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern, con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?

Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione ( ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia, op.cit.).

Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.

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Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese. Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1° settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza 83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite: 701.

*********

Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano giuridico, politico, storico ed etico?

E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi” ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale indignazione: l’occupazione della Palestina?

Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.

Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”. Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico, confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua sia stata solo una boutade elettorale?

Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.

Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012, rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25 Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.

Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?

  • La pace e il ripudio della guerra, valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank

  • La libertà, valore contraddetto dai milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro, dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza

  • L’uguaglianza, valore contraddetto dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con cittadinanza israeliana

  • La giustizia, valore contraddetto dalle continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni

  • Il valore della resistenza e della autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia etnica in corso.

Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.

Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25 Aprile rappresenta.

Ugo Giannangeli

thanks to: Palestina Rossa

Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)

La guerra, che continua ininterrottamente da 66 anni in Palestina, ha conosciuto una nuova svolta con le operazioni israeliane “Guardiani dei nostri fratelli”, e poi “Roccia inamovibile” (stranamente tradotta dalla stampa occidentale con l’espressione “Margine protettivo”).

Chiaramente, Tel Aviv – che aveva scelto di strumentalizzare la scomparsa di tre giovani israeliani per lanciare queste operazioni e “sradicare Hamas” al fine di sfruttare il gas naturale di Gaza, secondo il piano enunciato nel 2007 dall’attuale  Ministro della Difesa [1] – è stata spiazzata dalla reazione della Resistenza. Il Jihad islamico ha risposto inviando razzi di media gittata molto difficili da intercettare, che si aggiungono a quelli lanciati da Hamas.

La violenza degli eventi che hanno già ucciso oltre 1.500 palestinesi e 62 israeliani (ma le cifre israeliane sono soggette a censura militare e sono probabilmente minimizzate) ha sollevato un’ondata di proteste in tutto il mondo. Oltre ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, riunitosi il 22 luglio, ha dato la parola ad altri 40 Stati che intendevano esprimere il loro sdegno per il comportamento di Tel Aviv e la sua “cultura dell’impunità”. La sessione anziché durare le solite 2 ore, si è protratta per 9 ore [2].

Simbolicamente, la Bolivia ha dichiarato Israele uno “Stato terrorista” e ha abrogato l’accordo sulla libera circolazione che lo riguardava. Ma in generale, le dichiarazioni di protesta non sono state seguite da un aiuto militare, ad eccezione di quelle dell’Iran e simbolicamente della Siria. Entrambi sostengono la popolazione palestinese attraverso il Jihad islamico, l’ala militare di Hamas (ma non la sua ala politica, membro dei Fratelli Musulmani), e tramite il FPLP-CG.

A differenza dei casi precedenti (operazioni “Piombo fuso” nel 2008 e “Colonna di nuvola” nel 2012), i due Stati che proteggono Israele presso il Consiglio (Stati Uniti e Regno Unito) hanno favorito l’elaborazione di una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza che sottolineava gli obblighi umanitari di Israele [3]. 
In realtà, al di là della questione di fondo di un conflitto che dura dal 1948, si assiste a un consenso per condannare almeno il ricorso da parte di Israele di un uso sproporzionato della forza.

Tuttavia, questo consenso apparente maschera analisi assai diverse: alcuni autori interpretano il conflitto come una guerra di religione tra ebrei e musulmani; altri lo vedono al contrario come una guerra politica secondo uno schema coloniale classico. Che cosa dobbiamo pensarne?

Che cosa è il sionismo?

A metà del XVII secolo, i calvinisti britannici si riunirono intorno a Oliver Cromwell e rimisero in questione la fede e la gerarchia del regime. Dopo aver rovesciato la monarchia anglicana, il “Lord Protettore” pretese di consentire al popolo inglese di raggiungere la purezza morale necessaria ad attraversare una tribolazione di sette anni, dare il benvenuto al ritorno del Cristo e di vivere in pace con lui per 1000 anni (il “Millennium”). Per far ciò, secondo la sua interpretazione della Bibbia, gli ebrei dovevano essere dispersi fino agli estremi confini della terra, poi raggruppati in Palestina, dove ricostruire il tempio di Salomone. Su questa base, instaurò un regime puritano, levò nel 1656 il divieto che era stato fatto agli ebrei di stabilirsi in Inghilterra e annunciò che il suo paese s’impegnava a creare in Palestina lo Stato di Israele.

Poiché la setta di Cromwell fu a sua volta rovesciata alla fine della “Prima Guerra civile inglese”, i suoi sostenitori uccisi o esiliati, e poiché la monarchia anglicana fu restaurata, il sionismo (cioè il progetto della creazione di uno Stato per gli ebrei) fu abbandonato. Riapparve nel XVIII secolo con la “Seconda guerra civile inglese” (secondo il nome dei manuali di storia delle scuole secondarie nel Regno Unito) che il resto del mondo conosce come la “Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti” (1775-1783). Contrariamente alla credenza popolare, essa non fu intrapresa in nome degli ideali dell’Illuminismo che animarono pochi anni dopo la Rivoluzione francese, ma fu finanziata dal re di Francia e condotta per motivi religiosi al grido di «Il nostro re è Gesù!».

George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, per citarne alcuni, si sono presentati come i successori dei sostenitori esiliati di Oliver Cromwell. Gli Stati Uniti hanno dunque logicamente ripreso il suo progetto sionista.

Nel 1868, in Inghilterra, la regina Victoria nominò Primo Ministro l’ebreo Benjamin Disraeli. Questi propose di concedere una parte di democrazia ai discendenti dei sostenitori di Cromwell in modo da poter contare su tutto il popolo per estendere il potere della Corona nel mondo. Soprattutto, propose di allearsi alla diaspora ebraica per condurre una politica imperialista di cui essa sarebbe stata l’avanguardia. Nel 1878, fece iscrivere “la restaurazione di Israele” all’ordine del giorno del Congresso di Berlino sulla nuova spartizione del mondo.

È su questa base sionista che il Regno Unito ristabilì i suoi buoni rapporti con le sue ex colonie divenute nel frattempo gli Stati Uniti alla fine della ” Terza guerra civile inglese” – nota negli Stati Uniti come la “guerra civile americana” e nell’Europa continentale come la “guerra di Secessione” (1861-1865) – che vide la vittoria dei successori dei sostenitori del Cromwell, gli WASP (White Anglo-Saxon Puritans) [4]. Anche in questo caso, è del tutto sbagliato che si presenti questo conflitto come una lotta contro la schiavitù, intanto che cinque stati del nord la praticavano ancora.

Fino quasi alla fine del XIX secolo, il sionismo è solo un progetto puritano anglo-sassone al quale solo un’élite ebraica aderisce. È fortemente condannato dai rabbini che interpretano la Torah come un’allegoria e non come un piano politico.

Tra le conseguenze attuali di questi fatti storici, dobbiamo ammettere che se il sionismo mira alla creazione di uno Stato per gli ebrei, è anche il fondamento degli Stati Uniti. Pertanto, la questione se le decisioni politiche d’insieme siano prese a Washington o a Tel Aviv ha solo interesse relativo. È la stessa ideologia ad essere al potere in entrambi i paesi. Inoltre, poiché il sionismo ha permesso la riconciliazione tra Londra e Washington, il fatto di sfidarlo significa affrontare questa alleanza, la più potente del mondo.

L’adesione del popolo ebraico al sionismo anglosassone

Nella Storia ufficiale attuale, è consuetudine ignorare il periodo dal XVII al XIX secolo e presentare Theodor Herzl come il fondatore del sionismo. Tuttavia, secondo le pubblicazioni interne dell’Organizzazione Sionista Mondiale, anche questo punto è falso.

Il vero fondatore del sionismo contemporaneo non era ebreo, bensì cristiano dispenzionalista. Il reverendo William E. Blackstone era un predicatore americano per il quale i veri cristiani non avrebbero dovuto partecipare alle prove della fine del tempo. Basava l’insegnamento su coloro che sarebbero stati elevati al cielo durante la battaglia finale (il “rapimento della Chiesa”, in inglese “the rapture”). Nella sua visione, gli ebrei avrebbero combattuto questa battaglia e ne sarebbero usciti allo stesso tempo convertiti a Cristo e vittoriosi.

È la teologia del reverendo Blackstone che è servita da base per il sostegno immancabile di Washington alla creazione di Israele. E questo molto prima che l’AIPAC (la lobby pro-Israele) venisse creata e prendesse il controllo del Congresso. In realtà, il potere della lobby non risiede tanto nel suo denaro e la sua capacità di finanziare le campagne elettorali, quanto in questa ideologia ancora presente negli Stati Uniti [5].