Tusk contro Trump: “Con amici del genere, chi ha bisogno di nemici?”

“Guardando alle ultime decisioni di Trump qualcuno potrebbe anche pensare: con amici così, a cosa servono i nemici?”. Così il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, su Twitter. “La Ue dovrebbe essere grata a Trump – ha aggiunto -. Grazie a lui ci siamo liberati di ogni illusione. Abbiamo capito che se ti serve una mano, la trovi alla fine del tuo braccio”.

thanks to: MSN

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VACCINI / DUE SCIENZIATI INDIANI SCOPRONO LE CARTE TRUCCATE DI GLAXO

Il colosso farmaceutico britannico e numero uno dei vaccini a livello mondiale, GlaxoSmithKline, trucca le carte. Alcuni ricercatori indiani, infatti, hanno scoperto che un recente rapporto inviato all’EMA, l’Agenzia europea per il farmaco, contiene dati incompleti e fuorvianti: quindi tali da non fornire un attendibile profilo circa la sicurezza di un vaccino, Infanrix Hexa.

In sostanza, secondo quanto ricostruito, sono stati taroccati i numeri sui decessi post vaccino. Un fatto – se confermato – di eccezionale gravità.

Vediamo cosa è successo. Si tratta di un prodotto-combinazione di svariati vaccini: vale a dire contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, polio e influenza di tipo B.

GSK, ovvero GlaxoSmithKline, lo ha immesso sul mercato nel 2005, lo stesso anno in cui è entrato nel circuito commerciale un altro prodotto simile, Hexavax, realizzato da Sanofi Pasteur, la casa ‘rivale’ sul fronte dei vaccini: ebbene, nel 2005 Sanofi ha dovuto ritirarlo perchè alcune verifiche successive hanno dimostrato un aumento nelle morti di bimbi a 48 ore dall’assunzione.

Cosa succede ora per Infanrix? Qualcosa di simile, solo che fino ad oggi tutto è rimasto ben nascosto.

QUEI RICERCATORI FICCANASO

Fino al momento in cui due ricercatori indiani, Jacob Pulijel e Christina Sathyamala, hanno scoperto delle anomalie in un rapporto trasmesso dalla casa produttrice, GSK, ad EMA, l’Agenzia per mesi al centro delle polemiche per la sede trasferita da Londra (dove tra l’altro c’è il quartier generale di GSK) ad Amsterdam, mentre Milano è rimasta clamorosamente esclusa.

In particolare i due scienziati hanno passato ai raggi x il rapporto periodico sulla sicurezza, il cosiddetto PSUR, contenente dati sul vaccino prodotto da Glaxo, aggiornati a tutto il 2015. Si tratta di un report “riservato”, che per fortuna i due sono riusciti ad ottenere grazie alla legge sull’informazione che vige in India (certo più avanzata di quella esistente oggi in Italia, a botte di querele penali e citazioni civili milionarie)

n sostanza, secondo quanto ricostruito, sono stati taroccati i numeri sui decessi post vaccino. Un fatto – se confermato – di eccezionale gravità.

Vediamo cosa è successo. Si tratta di un prodotto-combinazione di svariati vaccini: vale a dire contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, polio e influenza di tipo B.

GSK, ovvero GlaxoSmithKline, lo ha immesso sul mercato nel 2005, lo stesso anno in cui è entrato nel circuito commerciale un altro prodotto simile, Hexavax, realizzato da Sanofi Pasteur, la casa ‘rivale’ sul fronte dei vaccini: ebbene, nel 2005 Sanofi ha dovuto ritirarlo perchè alcune verifiche successive hanno dimostrato un aumento nelle morti di bimbi a 48 ore dall’assunzione.

Cosa succede ora per Infanrix? Qualcosa di simile, solo che fino ad oggi tutto è rimasto ben nascosto.

Pulijel e Sathyamala sostengono poi che la casa produttrice del vaccino “deve spiegare le cifre che ha presentato alle autorità regolatorie. Fino ad ora ha sostenuto che le morti riportate dopo il vaccino sono ‘coincidenti’ e che avrebbero avuto luogo anche se non ci fossero state le vaccinazioni”.

I due ricercatori sottolineano che la loro analisi ha dimostrato e portato alla luce un dato clamoroso e drammatico: ben l’83 per cento delle morti prese in esame è avvenuto immediatamente dopo la vaccinazione, cioè nei primi 10 giorni. E solo il 17 per cento si è verificato nei successivi 10 giorni.

Quindi, “se si fosse trattato di morti ‘coincidenti’, non si sarebbero tutte raggruppate subito dopo la vaccinazione, ma sarebbero state distribuite uniformemente nel periodo di 20 giorni”.

Durissimo un altro commento degli scienziati indiani. “Qualsiasi argomento – precisano – secondo cui le morti improvvise dopo la vaccinazione sono compensate dalle vite salvate dal vaccino, non è accettabile: allo stesso modo in cui sarebbe considerato illecito uccidere una persona per usare i suoi organi per salvare altre 5 persone”.

Non è finita. Il j’accuse va avanti: “Celare le morti dopo le vaccinazioni può impedire o ritardare le valutazioni dei profili di sicurezza e ciò può portare a decessi inutili e difficilmente giustificabili  sotto il profilo etico”.

GLAXO PIGLIATUTTO 

E mettono in guardia anche le autorità indiane circa l’importazione di vaccini dagli Usa e dall’Europa, chiedendo il massimo rigore da parte del “Drug Controller General of India” e una revisione dell’attuale politica di approvazione autorizzativa all’import.

D’altro canto l’India è all’avanguardia sul fronte della produzione pubblica di vaccini, con il Serum Institute of India.

Va ricordato che ad inizio anni ’80 anche l’Italia poteva contare su un grosso polo nazionale di produzione: la vecchia e prestigiosa Sclavo, passata a inizio anni ’80 all’Eni e da questa smistata alla sua divisione chimico-farmaceutica, Anic. A fine anni ’80, poi, Eni passò il suo gioiello Sclavo al gruppo Marcucci, già oligopolista degli emoderivati e all’epoca sotto la protettiva ala di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.

MA a chi ha poi fatto un sol boccone di SclavoGlaxoSmithKline, of course: nel momento in cui il gruppo Marcucci ha deciso di tuffarsi a capofitto nei mari ‘rossi’ e miliardari. Veleggiando a bordo della sua corazzata Kedrion, che qualche anno fa ha celebrato l’ingresso nel suo azionariato (ben il 25 per cento) della nuova Iri di casa nostra, la Cassa Depositi e Prestiti, che ha ‘investito’ nella lavorazione e nel commercio di sangue ben 100 milioni di euro.

Torniamo a bomba. Farà sapere ad EMA (e non solo) i dati reali sul suo vaccino Big Glaxo? Sarà in grado di fornire prove tangibili sui profili di rischio del suo Infanrix Hexa? O dovremo aspettare il prossimo report?

E poi. Come mai EMA nel frattempo sta a guardare? Timorosa di disturbare il Manovratore? O troppo impegnata nel trasloco da Londra ad Amsterdam?

VACCINI / DUE SCIENZIATI INDIANI SCOPRONO LE CARTE TRUCCATE DI GLAXO

http://www.lavocedellevoci.it/2018/04/18/vaccini-due-scienziati-indiani-scoprono-le-carte-truccate-di-glaxo/embed/#?secret=bN55c8WfeW

Un lettore medico:

 

L’EMA questa sconosciuta. Dopo che Strasburgo a zittito l’Italia una volta per tutte, ecco che il miracolo si è compiuto. Nessuno è morto di morbillo nelle ultime settimane. Aspettiamo di vedere la punizione che la lorenzin (perchè di questo passo rimarrà al dicastero ancora per molto)  darà alle big farma. Sarà contenuta nella frase :i vaccini non sono così efficaci, lo dice la commissione parlamentare (questa viene tenuta in un cassetto pronta all’uso).
Sono più che convinto che finirà così
Buon lavoro
Dr Luca G. L.

Sorgente: VACCINI / DUE SCIENZIATI INDIANI SCOPRONO LE CARTE TRUCCATE DI GLAXO – Blondet & Friends

Cina, Global Times: Le espulsioni dei diplomatici russi indicano le reali intenzioni occidentali

Cina, Global Times: Le espulsioni dei diplomatici russi indicano le reali intenzioni occidentali
Tali azioni non sono altro che una forma di bullismo occidentale che minaccia la pace e la giustizia globali

Global Times

Il 26 marzo, Stati Uniti, Canada e diversi paesi dell’Unione Europea hanno espulso diplomatici russi dalle loro rispettive ambasciate e consolati stranieri per rappresaglia contro il presunto avvelenamento da parte della Russia dell’ex agente doppiogiochista Sergei Skripal e sua figlia. Al momento, 19 paesi, tra cui 15 Stati membri dell’UE, hanno dimostrato il loro sostegno alla Gran Bretagna applicando tali misure.

Il 4 marzo, Skripal e sua figlia Yulia sono stati portati di corsa in ospedale dopo essere stati trovati svenuti in un parco di Salisbury. In seguito è stato riferito che il padre e la figlia erano entrati in contatto con un oscuro agente nervino. Funzionari del governo britannico hanno detto che gli Skripal sono stati attaccati con il “Novichok”, un potente agente nervino chimico dell’era sovietica usato dai militari.

Il governo britannico non ha fornito prove che collegassero la Russia al crimine ma si è detto convinto fin dall’inizio che non ci sarebbe stata altra “spiegazione ragionevole” per il tentato omicidio. La Gran Bretagna era talmente convinta della teoria sulla Russia, da non perdere tempo nel prendere l’iniziativa imponendo sanzioni contro il paese, come l’espulsione di alcuni diplomatici russi da Londra. Poco dopo, i funzionari della capitale britannica hanno contattato la NATO e i loro alleati europei che hanno fornito sostegno immediato.

Le accuse che i paesi occidentali hanno lanciato contro la Russia si basano su motivi, simili a come quando i cinesi usano l’espressione “forse è vero” per cogliere l’opportunità desiderata. Da una prospettiva in terza persona, i principi e la logica diplomatica dietro a tali drastici sforzi sono viziati, per non parlare del fatto che espellere diplomatici russi quasi contemporaneamente è una forma di comportamento grossolano. Tali azioni hanno poco impatto se non quello di aumentare l’ostilità e l’odio tra la Russia e le loro controparti occidentali.

Il governo britannico dovrebbe condurre un’indagine indipendente sull’avvelenamento di Skripal con rappresentanti della comunità internazionale. Uno sforzo come questo fornirebbe risultati abbastanza forti da consentire a chi segue il caso di prendere una decisione su chi dovrebbe o non dovrebbe essere accusato dell’atto criminale. Adesso, la maggioranza di coloro che sostengono la conclusione unilaterale della Gran Bretagna sono membri della NATO e dell’UE, mentre altri si sono schierati dietro il Regno Unito a causa di relazioni di vecchia data.

Il fatto che le grandi potenze occidentali possano coalizzarsi e “condannare” un paese straniero senza seguire le stesse procedure che altri paesi rispettano e secondo i principi fondamentali del diritto internazionale è agghiacciante. Durante la Guerra Fredda, nessuna nazione occidentale avrebbe osato fare una tale provocazione, eppure oggi è portata avanti con disinvoltura. Tali azioni non sono altro che una forma di bullismo occidentale che minaccia la pace e la giustizia globali.

Negli ultimi anni lo standard internazionale è stato falsificato e manipolato in modi mai visti prima. La ragion e fondamentale alla base della riduzione degli standard globali è radicata nelle disparità di potere post guerra fredda. Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati, hanno incastrato le loro ambizioni negli standard internazionali così che le loro azioni, che dovevano seguire una serie di procedure e protocolli standardizzati, non siano altro che opportunità di profitto progettate solo per se stesse. Queste stesse nazioni occidentali si sono attivate attraverso piattaforme e agenzie di stampa per difendere e giustificare tali privilegi.

Negli ultimi tempi, altri paesi stranieri sono stati vittime di retorica occidentale e di misure diplomatiche senza senso. Alla fine, i leader di queste nazioni sono costretti a indossare un cappello con slogan e parole che affermano “opprime la propria gente”, “autoritario” o “pulizia etnica”, senza badare alla loro innocenza.

È oltraggioso come gli Stati Uniti e l’Europa abbiano trattato la Russia. Le loro azioni sono incoscienti e contaminano le relazioni internazionali. Questo è il momento perfetto per le nazioni non occidentali di rafforzare l’unità e gli sforzi di collaborazione tra di loro. Queste nazioni hanno bisogno di stabilire un livello di indipendenza al di fuori della portata dell’influenza occidentale, mentre rompono le catene del monopolio, i giudizi predeterminati, e arrivano a valutare le proprie capacità di giudizio.

È già chiaro che raggiungere tali sforzi collettivi internazionali è più facile a dirsi che a farsi, poiché richiedono un sostegno fondamentale prima che tutto possa accadere. Fino a quando non emergerà una nuova linea di alleati, le associazioni multinazionali come i BRICS, o anche la Shanghai Cooperation Organization, devono fornire valore a quelle nazioni non occidentali e creare attivamente alleanze con loro.

Ciò che la Russia sta vivendo potrebbe servire da riflesso per altre nazioni non occidentali, che così possono aspettarsi di essere trattate in un futuro non troppo lontano. Espellere i diplomatici russi contemporaneamente è appena sufficiente a scoraggiare la Russia. Nel complesso, è una tattica intimidatoria che è diventata emblematica delle nazioni occidentali e inoltre tali misure non sono supportate dal diritto internazionale e quindi ingiustificate. Ancora più importante, la comunità internazionale dovrebbe avere gli strumenti e i mezzi per controbilanciare tali azioni.

L’Occidente è solo una piccola parte del mondo e non è neanche lontanamente vicino al rappresentante globale che una volta pensava che fosse. Le minoranze silenziate all’interno della comunità internazionale devono rendersene conto e dimostrare quanto profonda sia la loro comprensione dimostrandola al mondo attraverso l’azione. Sul caso Skripal, il grande pubblico non conosce la verità, e il governo britannico deve ancora fornire uno straccio di prova che sostenga le accuse contro la Russia.

Accuse mosse da un paese all’altro che non siano i risultati finali di un’indagine approfondita e professionale non dovrebbero essere incoraggiate. Espellere simultaneamente i diplomatici è una forma di comportamento non civilizzato che deve essere abolito immediatamente.

thanks to: l’Antidiplomatico

Cosa collega l’olio di palma agli aerei da combattimento

Il divieto di olio di palma nel biocarburante rischia di essere sospeso nonostante la decisione del Parlamento Europeo. Gli interessi economici non devono avere priorità su ambiente e diritti umani!

Lo scorso 17 gennaio 2018 il Parlamento Europeo ha votato con larga maggioranza per un temporaneo abbandono da parte dell’Europa dell’uso di olio di palma come biocarburante. Ciò nonostante il divieto rischia di non essere mai applicato a causa di diffusi interessi economici che potrebbero avere la meglio sulla tutela dei diritti umani e dell’ambiente. I governi di Francia e Gran Bretagna hanno criticato il divieto in vista di possibili esportazioni militari in Malesia e anche in Germania potrebbero presto arrivare critiche al divieto a causa della candidatura di Siemens per l’aggiudicazione della costruzione di una superstrada in Malesia.

La decisione del Parlamento Europeo aveva provocato le proteste della Malesia e dell’Indonesia, i due maggiori esportatori di olio di palma. La Malesia ha accusato l’Europa di discriminazione minacciando il boicottaggio dei prodotti europei. Entro la fine del 2018 il Parlamento Europeo, la Commissione Europea e il Consiglio Europeo intendono concordare una comune politica dell’Unione Europea sulla questione dell’olio di palma.

Lo scorso 29 gennaio durante una visita in Malesia la Ministra della difesa francese Florence Parly ha però annunciato che il suo paese voterà contro il temporaneo divieto deciso dal Parlamento Europeo sostenendo l’importanza dei questa materia prima per l’economia malese. Il vero motivo per la posizione francese sembra però essere il tentativo della Francia di vendere al paese asiatico 18 aerei da combattimento Rafale di produzione francese. L’affare è minacciato dallo sforzo del governo britannico di vendere a sua volta i propri aerei da caccia Typhoon al paese asiatico. Il ministri della difesa britannico Gavin Williamson sostiene che il mancato affare del valore di 5,6 miliardi di Euro minaccerebbe 20.000 posti di lavoro nel settore dell’industria bellica. Per contro, il ministro dell’ambiente britannico Michael Gove si è espresso a favore del divieto.

Gli ostacoli alla messa in atto del divieto temporaneo all’uso di olio di palma nel biocarburante sembrano crescere in seguito alla candidatura della tedesca Siemens che insieme alla sua consociata malese George Kent mira a ottenere l’incarico della costruzione della superstrada tra Kuala Lumpur e Singapore. L’Europa evidentemente è facilmente ricattabile e molto lontana dal riuscire a decidere una comune politica estera e dell’ambiente. A sopportarne le conseguenze sono in primo luogo le popolazioni indigene le cui terre con le loro foreste vengono progressivamente e irrimediabilmente distrutte per creare piantagioni di palma da olio. Le conseguenze della distruzione ambientale a lungo andare ricadono invece sull’intera umanità.

Sorgente: Cosa collega l’olio di palma agli aerei da combattimento – Pressenza

Perché l’Europa sta finanziando i torturatori israeliani?

Ali Abunimah – 27 giugno 2017, Electronic Intifada

Un gruppo di importanti esperti di diritto internazionale è arrivato alla conclusione che l’Unione Europea sta finanziando illegalmente i torturatori israeliani e deve smettere [di farlo].

Essi affermano che il programma “LAW-TRAIN” viola le norme UE e le leggi internazionali perché uno dei partecipanti, il ministero della Sicurezza di Israele, “è responsabile o complice di torture, di altri crimini di guerra e contro l’umanità.”

“LAW -TRAIN” è iniziato nel maggio 2015 con l’apparente intento di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra i Paesi coinvolti per affrontare le nuove sfide della criminalità transnazionale.”

E’ finanziato attraverso un programma di ricerca dell’UE chiamato “Horizon 2020”, che ha anche destinato milioni di dollari all’industria bellica israeliana.

Uso massiccio della tortura

“LAW -TRAIN” coinvolge l’università israeliana di Bar-Ilan, il ministero della Sicurezza pubblica israeliano, l’università cattolica di Lovanio in Belgio, il ministero della Giustizia belga, la Guardia civile, polizia paramilitare, spagnola e la polizia rumena. Il suo comitato consultivo include Cornelia Geldermans, un pubblico ministero olandese.

Originariamente era stato coinvolto anche il Portogallo, ma lo scorso anno si è ritirato in seguito alla crescente opposizione dell’opinione pubblica nei confronti del ruolo di Israele nel programma UE.

E’ previsto che “LAW -TRAIN” prosegua fino all’aprile 2018 e che metà dei suoi quasi 6 milioni di fondi vadano ai partecipanti israeliani.

“L’uso della tortura da parte degli investigatori israeliani è stato ampiamente documentato dalla stampa internazionale ed israeliana e confermato da ricercatori internazionali e dagli stessi investigatori israeliani,” ha affermato Michel Waelbroeck, l’autore del parere giuridico e uno dei membri dell’Istituto di Diritto Internazionale [istituto con sede in Belgio che intende formulare principi giuridici generali atti a preservare la pace e l’armonia nel mondo, ndt.]. “Nel giugno 2016 la commissione dell’ONU contro la tortura ha denunciato l’uso della tortura da parte di Israele e le tecniche illegali e violente durante gli interrogatori da parte della sua polizia e del personale penitenziario.”

L’opinione è sostenuta da 25 esperti di diritto internazionale e giuristi, compresi gli ex- inquirenti per i diritti umani dell’ONU Richard Falk e John Dugard, e da Laurens Jan Brinkhorst, un ex vice-primo ministro olandese ed ex-direttore generale della Commissione Europea.

Israele presenta un elenco ampiamente documentato di torture, anche contro bambini, ed ha sistematicamente evitato di fare indagini su denunce di abusi.

Finanziamento illegale

A febbraio centinaia di docenti universitari ed artisti belgi hanno sollecitato il proprio governo a porre fine all’appoggio a favore di “LAW-TRAIN” e nel parlamento europeo sono state sollevate obiezioni sul progetto.

Organizzazioni dei diritti umani di Palestina Belgio e Spagna hanno anche scritto ai funzionari dell’UE esprimendo preoccupazione in merito all’appoggio ad organismi israeliani impegnati nella tortura. Dato che l’opposizione contro “LAW-TRAIN” è aumentata, la Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, ha realizzato una valutazione da parte di “una commissione di esperti indipendenti” che ha concluso che il programma ha dimostrato “una rispondenza da buona ad eccellente” con le leggi dell’UE, compresa la “Carta dei Diritti Fondamentali” europea.

Ma gli esperti di diritto affermano che il parere ignora le regole fondamentali dell’UE che vietano di finanziare individui o organizzazioni impegnati in “gravi comportamenti professionali illeciti” come la tortura.

Gli esperti legali hanno concluso che, poiché il ministero della Sicurezza pubblica di Israele è “responsabile di gravi e continue violazioni” del divieto europeo ed internazionale riguardo alla tortura, il finanziamento dell’UE è illegale.

Ma, lungi dal prendere provvedimenti per chiedere conto ad Israele delle torture, Carlos Moedas, il direttore di ricerca dell’UE, recentemente ha visitato Israele per celebrare la sua partecipazione a”Horizon 2020″.

Proteste in Francia

Mentre importanti funzionari dell’UE si stringono in un abbraccio con il regime di occupazione, apartheid e colonialismo di insediamento israeliano contro i palestinesi, i cittadini europei stanno continuando a chiedere di porre fine a tale complicità.

Sabato attivisti del BDS Francia hanno portato la loro protesta di fronte al padiglione dell’industria bellica israeliana Elbit Systems al Paris Air Show [Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, una delle manifestazioni internazionali più importanti di presentazione di materiali aeronautici e spaziali, ndt.].

In un video si possono vedere i contestatori che si stendono a terra e esibiscono un cartello che denuncia il fatto che Israele sperimenti le sue armi sui palestinesi.

I manifestanti hanno chiesto un embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare con Israele e il sostegno alla campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Elbit è una delle principali fabbriche di droni che Israele ha utilizzato per uccidere civili palestinesi. E’ stata incaricata dall’amministrazione Obama di fornire tecnologie per la sorveglianza lungo il confine tra USA e Messico.

Elbit ha anche notevolmente beneficiato di finanziamenti dell’UE.

(traduzione di Amedeo Rossi)

thanks to: zeitun.info

Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Le organizzazioni pacifiste denunciano le proposte che cambiano faccia all’UE: il complesso militare-industriale è “in cammino” anche a Bruxelles.

Oggi la Commissione Europea ha diffuso a Bruxelles i dettagli riguardanti nuovi piani e decisioni che andranno a favorire l’industria degli armamenti, sgretolando i limiti del proprio mandato a riguardo delle questioni legate alla difesa. Ciò aprirà la strada a nuovi affari a favore di un complesso militare-industriale europeo già largamente influente sulle politiche nazionali.

Le organizzazioni e gli esperti delle organizzazioni pacifiste riunite nella rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) alzano la propria voce per mettere l’opinione pubblica in guardia a riguardo di questo ulteriore tentativo della Commissione UE di banalizzare la produzione di armi ed estendere insidiosamente il proprio ambito di competenza sulla difesa: “Queste proposte non porteranno maggiore pace e sicurezza, ma sicuramente andranno ad incrementare i profitti dell’industria militare spingendo ulteriormente la corsa al riarmo globale” commenta Wendela de Vries dell’organizzazione olandese Stop Wapenhandel.

I nuovi fondi UE per l’industria bellica rendono più opachi gli ambiti di competenza della Commissione UE

La proposta legislativa della Commissione UE prevede in particolare di allocare a favore dell’industria a produzione militare 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal “Defence Action Plan” del Novembre 2016. Il denaro verrà recuperato da linee di bilancio non spese nel biennio 2019-20. “E’ particolarmente preoccupante che la politica della Commissione Europea ora si focalizzi nello spostare somme di denaro non spese sull’industria delle armi, piuttosto che tentare di migliorare i programmi di intervento già previsti” commenta Ann Feltham della campagna britannica CAAT. Parallelamente pochissimi fondi sono destinati ad ambiti cruciali per la Pace, come ad esempio il programma UE per i diritti umani o gli interventi per le prevenzione e risoluzione dei conflitti condotti da attori locali della società civile che ricevono solamente 6 milioni di euro all’anno dall’Unione.

Secondo le previsioni i fondi a disposizione delle aziende armate andranno addirittura ad aumentare dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. Recenti documenti interni delle istituzioni europee hanno svelato come la Commissione Europea abbia tenuto decine di incontri con i rappresentanti delle industrie belliche: “Queste nuove proposte non sono nell’interesse dei cittadini europei – sottolinea Bram Vranken dell’organizzazione belga Vredesactie – ma solo a beneficio di un industria che sta fornendo la benzina per il fuoco dei conflitti armati in tutto il mondo”.

La Commissione propone eccezioni alle regole di austerità di bilancio per la spesa in armi

La bozza di proposta illustrata oggi a Bruxelles prevede inoltre che eventuali contributi volontari da parte degli Stati Membri a questo fondo UE siano considerati al di fuori del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea ai propri Paesi. In altre parole tali fondi non sarebbero considerati nel conteggio del limite di debito al 3% (sul PIL) che tutte le Nazioni UE sono tenute a rispettare. “E’ davvero scioccante che mentre i cittadini europei stanno ancora pagando il prezzo delle misure di austerità nella propria vita quotidiana la spesa comunitaria in armamenti venga considerata investimento che merita un trattamento speciale e al contrario l’educazione, la salute, la spesa sociale, la difesa dell’ambiente solo dei pesi problematici” commenta Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo.

L’Unione Europea ha un ruolo critico nell’affrontare le maggiori sfide e i numerosi problemi dell’epoca attuale. Il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e la crescente disuguaglianza su scala globale sono solo alcune tra le principali. Ma questi problemi non saranno mai risolti da un maggiore investimento in armamenti. Al contrario, una spesa militare sempre più alta significa in automatico meno denaro a disposizione per poter affrontare tali sfide in maniera sostenibile.

Una linea di azione guidata dall’industria senza una visione politiche che non produrrà alcun risparmio

Una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per sé stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. “Finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura. E le difficoltà sperimentate nel raggiungere un accordo anche solo su un punto basilare e minimale come quello di un centro di comando congiunto, a dieci anni dai Trattati di Lisbona, dimostra drammaticamente e ancora una volta l’assenza di volontà politica in tal senso, ed anche la mancanza di fiducia tra gli Stati Membri” sottolinea Laetitia Sedou dell’ufficio ENAAT di Bruxelles.

Senza una leadership politica, ciò che rimane è solo un piano di azione industriale. Il risultato pratico è una sere di proposte che vanno solamente a favorire le compagnie produttrici di armi e le loro opportunità di esportare armamenti sofisticati anche al di fuori dell’UE. Il tutto con fondi pubblici comunitari. “Non ci sarà alcun tipo di risparmio, nemmeno su questo aspetto – commenta Jordi Calvo Rufanges del Centre Delas – poiché i paesi UE membri della NATO si stanno indirizzando verso una crescita della propria spesa militare e il contributo dell’Unione sarà solo ulteriore aggiunta rispetto alla spesa nazionale. Oltretutto, quale Stato accetterà di vedere smantellato il proprio sistema di produzione armiero a vantaggio di quello del vicino?”

Questa nuova proposta della Commissione Europea sulle questioni della difesa non sarà solo un grande spreco di denaro pubblico, ma favorirà la crescita dell’instabilità globale senza contribuire in alcun modo a “difendere” l’Europa.

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Ulteriori e più approfondite informazioni si possono trovare sul sito di Rete Disarmo > www.disarmo.org e nella sezione apposita del sito ENAAT > http://new.enaat.org/european-union/enaat-documents-and-interesting-links-related-to-the-eu

Su Facebook è attiva la campagna https://www.facebook.com/noEUmoney4arms

Reference ulteriori sulla questione

European military industry: EU, give us 3.5 billion euros for military research

http://www.euractiv.com/section/security/opinion/mon-eu-should-give-more-funds-to-peace-not-subsidise-the-arms-industry/?nl_ref=19904567

http://www.euractiv.com/section/global-europe/opinion/how-the-arms-industry-is-staging-a-european-coup/

http://www.euractiv.com/section/defence-policy/opinion/eu-defence-policy-ready-for-psychiatric-treatment/

La Rete europea ENAAT (The European Network Against Arms Trade) è stata fondata nel 1984 e coinvolge gruppi ed individui che vedono nell’incontrollato commercio di armamenti una minaccia per la pace, la sicurezza, lo sviluppo. La Rete è composta da 14 organismi, campagne, gruppi di ricerca nazionali di 13 Paesi europei differenti, e da 3 organizzazioni internazionali europee.

Sorgente: Pressenza – Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro

di Oleg Gromov
All’inizio dell’anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell’istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei.  È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.

 

«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca  Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l’anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l’anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.

 

Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015.  A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire.  I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.

 

Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti.  Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all’ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull’import dei quali la Russia ha introdotto l’embargo perdendo così  10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti  49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all’embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell’esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.

 

Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell’economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti   per sostenere l’embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese,  qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.

Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA – 0,4%, Francia – 5,6%, Gran Bretagna – 4,1%.

La Germania dopo l’introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall’eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già “ieri”. Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l’industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.

 

Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell’introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia” e spera che “il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.

 

Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.

 

La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell’Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell’istituto austriaco: “Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non  possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela”.

 

Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell’abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l’anno 2017. “Zeit der Veränderung” – il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione.  Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca.  Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi “non possono produrre alcun cambiamento notevole all’economia né tanto meno modificare l’assetto generale”.

 

In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori –  o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche.

 

Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste – World Affairs – L’Antidiplomatico

La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

Le lobby controllano la politica #SorosLeaks

Per scoprire come si diventa uno degli uomini più ricchi del mondo basta leggere il curriculum di George Soros. Nel 1992 una sua operazione finanziaria porta alla svalutazione della lira e della sterlina. Quel giochetto costa lacrime e sangue agli italiani: arrivano le tasse, il prelievo forzoso e le riforme delle pensioni di Amato e Ciampi. Oggi George Soros non ha cambiato pelle. Lo dimostrano migliaia di file della sua Fondazione diffusi e pubblicati da alcuni hacker. Leggendo bene questi documenti si scopre il tentativo di influenzare e manipolare nuovamente la democrazia: ci sono scritti nero su bianco i finanziamenti ad associazioni e ONG durante le elezioni europee del 2014, gli interessi geopolitici delle multinazionali in Ucraina e i “suggerimenti” su come affrontare la crisi dei migranti, c’è disegnata l’architrave dell’euro e i piani per svendere i diritti sociali dei cittadini (vedi Jobs Act).

Il finanziere americano studia il potere per poterlo influenzare ed ecco che vengono schedati con fotografia e numero di telefono dell’ufficio circa 200 europarlamentari, molti dei quali sono italiani. Nell’elenco ci sono Brando Benifei, Sergio Cofferati, Andrea Cozzolino, Isabella De Monte, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Cecile Kyenge, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Antonio Panzeri, Gianni Pittella, Elly Schlein, Daniele Viotti e Barbara Spinelli. Sono tutti del Pd, tranne quest’ultima eletta nella Lista Tsipras. Questi politici come hanno risposto alle telefonate dei lobbisti? Non è possibile saperlo…

La democrazia deve essere trasparente. Lobby e affaristi devono sparire dal Parlamento europeo e invece ci sono deputati che, per loro stessa ammissione, sono sul libro paga delle multinazionali o sono loro stessi il volto dell’industria, così come dimostrato dal dossier “Whose representatives?” commissionato da tre ONG europee. Ecco la bussola che muove l’attuale classe politica europea: soldi, affari, piaceri alle lobby.

Il Movimento 5 Stelle dipende solo dal contributo dei cittadini. Ecco perché ogni manifestazione, ogni campagna elettorale, ogni sogno targato 5 stelle si può realizzare solo con una donazione da parte di tutti i cittadini liberi e onesti.

Ecco la notizia ripresa da alcuni siti di informazione:

https://www.rt.com/usa/355919-soros-hacked-files-released/

“Più di 2.500 file relativi alle organizzazioni gestite dal miliardario George Soros sono stati diffusi da alcuni hacker. Le rivelazioni, pubblicate sabato dal sito DC, comprendono centinaia di documenti interni provenienti da più divisioni dei gruppi di Soros, prevalentemente dalla Open Society Foundations. (…) Questi documenti rivelano piani di lavoro, strategie, priorità e altre attività di Soros e includono rapporti sulle elezioni europee del 2014, i flussi migratori e l’asilo in Europa. (fonte: RT.com)

http://www.breizh-info.com/2016/08/16/48051/sorosleaks-milliers-de-fichiers-de-fondation-open-society-soros-devoiles

“Raccolti dal sito Soros DC Leaks, i file contengono una serie di informazioni che mostrano l’influenza che cerca di manifestare il miliardario pro-globalizzazione (e pro-immigrazione) in tutto il mondo. (…) 100.000 dollari sono stati assegnati all’associazione “United for Intercultural Action” per l’insieme dei Paesi dell’Unione europea. L’obiettivo? Contrastare i partiti populisti in Europa alle elezioni europee. In collaborazione con la “Rete europea contro il razzismo e la speranza non l’odio”, questa associazione condurrà una campagna di comunicazione particolarmente focalizzata su Francia, Grecia, Ungheria, Italia e Paesi Bassi. (…) In tutta Europa, centinaia di ONG “indipendenti” lavorano con Open Society di Soros, alla pari di Istituzioni come l’Unione Europea. Uno dei progetti della Fondazione è chiaramente indicato: “fare accettare agli europei l’insediamento dei migranti e far sparire progressivamente i confini.” (fonte. breizh.info)

http://observer.com/2016/08/dc-leak-exposes-top-clinton-donor-george-soros-manipulating-elections/

“Uno dei più grandi donatori di Hillary Clinton, il miliardario George Soros, è stato scoperto tramite un massiccio attacco informatico nel tentativo di manipolare le elezioni in Europa attraverso le sue organizzazioni non governative. (…) I preoccupanti legami tra Soros e Clinton si estendono al suo mandato di Segretario di Stato. Una e-mail pubblicata da Wikileaks ha rivelato che, nel 2011, Soros ordinò a Clinton di intervenire nella politica albanese – consiglio poi messo in pratica. Soros ha usufruito direttamente dell’appoggio di Clinton per l’accordo di libero scambio con Panama nel 2011: molte holding di Soros sono state coinvolte nel recente scandalo in quel Paese. Questo accordo ha aperto il Paese a miliardari e milionari pronti a sfruttarlo come paradiso fiscale”. (fonte: Observer.com)

Sorgente: Il blog delle stelle – Le lobby controllano la politica #SorosLeaks

US, EU Accused of Paying Lip Service to Global Arms Treaty

UNITED NATIONS, Aug 22 2016 (IPS) – The Arms Trade Treaty (ATT), which was aimed at curbing the flow of small arms and light weapons to war zones and politically-repressive regimes, is being openly violated by some of the world’s arms suppliers, according to military analysts and human rights organizations.

 

The ongoing conflicts and civil wars in Iraq, Libya, Afghanistan, Syria, Yemen, South Sudan and Ukraine are being fueled by millions of dollars in arms supplies – mostly from countries that have either signed or ratified the ATT, which came into force in December 2014.

Dr. Natalie Goldring, UN Consultant for the Acronym Institute for Disarmament Diplomacy and a Senior Fellow with the Security Studies Program at Georgetown University, told IPS: “The Arms Trade Treaty is incredibly important. Put simply, if fully implemented, it has the potential to save lives.”

But if implementation is not robust, the risk is that “business as usual” will continue, resulting in continued violations of international humanitarian and human rights law, she warned.

“Recent and proposed arms sales by States Parties and signatories to the ATT risk undermining the treaty,” said Dr Goldring, who has closely monitored the 20 year long negotiations for the ATT, which was adopted by the UN General Assembly in April 2013.

The reported violations of the international treaty have coincided with a weeklong meeting in Geneva, beginning August 22 through August 26, of ATT’s second Conference of States Parties (CSP).

Recent reports from Amnesty International, Human Rights Watch, Control Arms, Forum on Arms Trade and other non-governmental organizations (NGOs) document the continued transfer of conventional weapons that may be used to violate international humanitarian and human rights law.

Brian Wood, Head of Arms Control and Human Rights at Amnesty International, said the ATT has the potential to save millions of lives, which makes it especially alarming when states who have signed or even ratified the treaty seem to think they can continue to supply arms to forces known to commit and facilitate war crimes, and issue export licenses even where there is an overriding risk the weapons will contribute to serious human rights violations.

“There must be zero tolerance for states who think they can just pay lip service to the ATT.”

He said the need for more effective implementation is painfully obvious: “from Yemen to Syria to South Sudan, every day children are being killed and horribly maimed by bombs, civilians are threatened and detained at gunpoint, and armed groups are committing abuses with weapons produced by countries who are bound by the treaty,” he noted.

Providing a list of “unscrupulous arms transfers,” Amnesty International pointed out that the US, which has signed the ATT, and European Union (EU) member states who have ratified it, including Bulgaria, the Czech Republic, France and Italy, have continued to lavish small arms, light weapons, ammunition, armoured vehicles and policing equipment on Egypt, “despite a brutal crackdown on dissent by the authorities which has resulted in the unlawful killing of hundreds of protesters, thousands of arrests and reports of torture by detainees since 2013.”

In 2014, France issued export licences that again included sophisticated Sherpa armoured vehicles used by security forces to kill hundreds of protesters at the Rabaa al-Adawiya sit in just a year earlier.

Arms procured from ATT signatories have also continued to fuel bloody civil wars, the London-based human rights organization said.

In 2014, Amnesty International said, Ukraine approved the export of 830 light machine guns and 62 heavy machine guns to South Sudan.

Six months after signing the ATT, Ukrainian authorities issued an export licence on 19 March 2015 to supply South Sudan with an undisclosed number of operational Mi-24 attack helicopters.

Three of those attack helicopters are currently in service with South Sudan government forces, and they are reportedly awaiting the delivery of another.

Additionally, in March 2015 the US State Department approved possible military sales of equipment and logistical support to Saudi Arabia worth over $24 billion, and between March 2015 and June 2016, the UK approved the export of £3.4 billion (approximately $4.4 billion) worth of arms to Saudi Arabia.

“These approvals were given when the Saudi Arabia-led coalition was carrying out continuous, indiscriminate and disproportionate airstrikes and ground attacks on civilians in Yemen, some of which may amount to war crimes,” Amnesty International said in a statement released August 22.

Jeff Abramson of the Forum on the Arms Trade said the Geneva meeting takes place during a time of ongoing conflict and controversy over the responsible transfer and use of conventional weapons.

He said key topics that may be addressed, either formally or informally, include better promoting transparency in the arms trade and arming of Saudi Arabia, in light of the humanitarian catastrophe in Yemen — including recent US notification of possible tank sales to Riyadh

Dr Goldring told IPS the US government recently proposed to sale of 153 M1A2 Abrams tanks to Saudi Arabia.

She said the written notification of the proposed sale notes that 20 of the tanks are intended as “battle damage replacements for their existing fleet.”

As Brookings Institution Scholar Bruce Riedel has noted, the Saudis are only using tanks in combat along the Saudi-Yemeni border.

“The US government’s response to apparent Saudi bombings of civilian targets is to sell them more weapons? This makes no sense. This is part of a pattern of continued arms transfers taking place despite a high risk that they will be used to violate international human rights and humanitarian law,. ” declared Dr Goldring.

She said States parties to the ATT are required to address the risks of diversion or misuse of the weapons they provide. But if this criteria are taken seriously, it’s virtually impossible to justify continued weapons deals with countries such as Saudi Arabia and Egypt.

Countries without strong export control systems have argued that it will take time to fully implement the ATT, while other countries such as the United States have domestic impediments to ratifying the treaty.

But one of the treaty’s strengths, Dr Goldring, argued is its specification of conditions under which arms transfers should be blocked. States do not have to wait for ratification or accession to the treaty to begin implementing such standards.

“The ATT is a new treaty, but we can’t afford to ‘ease into’ it. While we discuss the treaty, lives are being lost around the world. We need to aggressively implement the ATT from the start,” Dr Goldring said.

Another important issue in full implementation of the ATT, she noted, is making the global weapons trade transparent, so that citizens can understand the commitments their governments are making in their names.

“Governments should not be transferring weapons unless they are willing to take responsibility for them. Their opposition to openness and transparency raises questions about what they’re trying to hide,” she added.

But in the end, although it’s important to bring transparency to the discussion of these issues, the real issue is whether the transfers are being controlled. Recent sales raise significant concerns in this regard, Dr Goldring said.

“The Conference of States Parties that is being held this week in Geneva presents a critical opportunity to face these issues. To strengthen the Arms Trade Treaty, the conference must focus on this key substantive concern of the risks entailed in continuing business as usual. States should not allow their attention to be diverted to process issues,” said Dr Goldring who is currently participating in the Geneva meeting,

The writer can be contacted at thalifdeen@aol.com

Sorgente: US, EU Accused of Paying Lip Service to Global Arms Treaty | Inter Press Service

Cyprus breaks with EU on Russia sanctions

The parliament in Cyprus has adopted a resolution, urging the government to help pave the way for the removal of EU sanctions on Russia.

The resolution drafted by members of the Progressive Party of Working People (AKEL) was supported by 33 MPs out of 54, with 17 abstentions on Thursday. No one voted against the resolution.

The document said the anti-Moscow embargoes “have negatively affected trade and economic relations between Cyprus and Russia during a period of continuing economic crisis.”

Referring to the ongoing standoff between Russia and the West over the deadly conflict in Ukraine, the resolution said EU sanctions had proven “counterproductive and in no way helped to resolve the crisis in Ukraine.”

The lawmakers also called for the implementation of Minsk peace deal reached last year between Kiev and the pro-Moscow forces operating in eastern Ukraine.

Meanwhile, the Russian Foreign Ministry has welcomed the vote, saying it reflected “the will of a sweeping majority of the people of Cyprus to restore mutually beneficial commercial and economic ties with Russia.”

Nicosia enjoys close relations with Moscow as a sizeable Russian community lives on the Mediterranean island.

On July 1, the EU formally extended anti-Russia sanctions by six months until the end of January 2017.

Russian President Vladimir Putin has also responded to the EU decision with signing a decree to extend the existing embargo on imports of agricultural produce, dairy, meat and most other foods from the West until December 31, 2017.

This is while major EU powers are now divided over the future of the sanctions policy towards Moscow. NATO wants the economic sanctions to remain on Russia until Moscow “changes its behavior” regarding the conflict in Ukraine.

However, German Foreign Minister Frank-Walter Steinmeier has recently slammed NATO for its bellicose policy towards Russia and urged the Western military alliance to consider lifting the anti-Moscow bans in phases.

His French counterpart Jean-Marc Ayrault also called on EU leaders to hold talks on possible offers for the easing of anti-Moscow bans if there is progress in the implementation of the peace deals on Ukraine.

The West’s sanctions against Russia were initially introduced after the Black Sea Crimean Peninsula declared independence from Ukraine and voted for reunification with the Russian Federation in March 2014.

Washington and its European allies accuse Moscow of destabilizing Ukraine. Moscow, however, rejects having a hand in the crisis gripping the Eastern European state.

Ukraine’s eastern provinces of Donetsk and Lugansk have witnessed deadly clashes between pro-Moscow forces and the Ukrainian army since Kiev launched military operations in April 2014 to crush pro-Moscow protests there. The crisis has left around 9,400 people dead and over 22,000 others injured.

Sorgente: PressTV-Cyprus breaks with EU on Russia sanctions

Israele ha distrutto 120 progetti finanziati dall’Unione Europea dallo scorso gennaio

Ramallah – PICL’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i diritti dell’Uomo ha pubblicato una relazione statistica in cui viene reso noto che le forze israeliane, durante i primi tre mesi del 2016, hanno distrutto più di 120 progetti dell’Unione Europea in Cisgiordania.

Il rapporto accusa i partiti europei di starsene con le mani in mano di fronte alle violazioni israeliane e agli attacchi aggressivi condotti contro la Striscia di Gaza nel corso degli ultimi anni e che hanno portato a danneggiare numerosi progetti finanziati dall’UE.

L’Euro-Med ha dichiarato che «la demolizione israeliana e la confisca dei progetti finanziati dall’UE sono aumentati dopo che gli stati europei, lo scorso anno, hanno adottato misure per contrassegnare i prodotti delle colonie israeliane».

Il rapporto stima 65 milioni di euro di aiuti finanziari dell’UE persi dal 2001.

È stata documentata la perdita di almeno 23 milioni di euro durante l’aggressione israeliana contro Gaza nel 2004.

Il rapporto dell’Euro-Med ha, inoltre, invitato l’UE ad indagare e divulgare i dati relativi alle operazioni di demolizione israeliana e ha chiesto ad Israele di pagare i risarcimenti necessari.

Ha, inoltre, chiesto di applicare sanzioni ad Israele qualora proseguisse tali pratiche senza bloccare l’aiuto e l’investimento dell’UE.

Traduzione di Giovanna Vallone

Sorgente: Israele ha distrutto 120 progetti finanziati dall’Unione Europea dallo scorso gennaio | Infopal

L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo

La Relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione Europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti

La Rete italiana per il disarmo (RID) insieme all’European Network Against Arms Trade (ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione Europea «per non prendere sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». Le due organizzazioni rendono nota la loro posizione in un comunicato congiunto emesso oggi a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento Europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE.»

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione Europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek, ricercatore dell’associazione olandese Stop Wapenhandel. <<I dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece di migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile e le esplicite richieste del Parlamento Europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento Europeo ha chiesto che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo. <<Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerino destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen, regimi repressivi come l’Arabia Saudita, Israele e l’Egitto: tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee, ma contemporaneamente permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione Europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimarrà un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avverrà un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaign Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito.

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’UE

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale», di fatto l’Unione Europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti, coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della “Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”.  «Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dalla responsabilità per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi, limitando il controllo democratico»

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli.

Firmato da:

– BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen – Germania)

– Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra – Regno Unito)

– Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona – Spagna)

– Committee of 100 (Finlandia)

– Human Rights Institute (Slovacchia)

– International Peace Bureau (IPB)

– NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca)

– Norwegian Peace Association (Norvegia)

– Observatoire des armements (Francia)

– Peace Union of Finland (Finlandia)

– Quaker Council for European Affairs (QCEA)

– Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

– Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

– Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

– Vredesactie (Belgio)

Sorgente: Pressenza – L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo

Greenpeace svela: Ttip, la dittatura di multinazionali e oligarchie

nottip

 

Il trattato di libero scambio transatlantico, il Ttip, è destinato “a fallire” se gli Stati Uniti non faranno delle concessioni. L’avvertimento era arrivato nei giorni scorsi dal ministro tedesco dell’economia Sigmar Gabriel proprio nel giorno in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si trovava in Germania anche per perorare una firma rapida del progetto, da molti dato in dirittura d’arrivo ma in realtà in ritardo abissale rispetto ai tempi previsti inizialmente. “Gli americani non vogliono aprire i loro appelli di offerte pubbliche alle imprese europee. Questo è l’esatto contrario di un accordo di libero scambio, secondo me” aveva detto Gabriel in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, aggiungendo poi che “Se gli americani resteranno su questa posizione, noi non avremo bisogno di un trattato di libero scambio e il Ttip sarà destinato a fallire”.

Il ministro tedesco ha avuto il merito di evidenziare la considerevole distanza tra due poli economici e politici in competizione tra di loro che cercano di accordarsi su alcune misure di interesse comune senza però riuscirci. Se è vero che il Ttip faciliterebbe assai le multinazionali nei confronti degli stati e dei regolamenti interni ad ogni paese, eliminando antipatici freni ai loro voraci appetiti, oltre che nei confronti dei poli geopolitici concorrenti, è altrettanto vero che ognuno dei due contraenti spera di ottenere il massimo possibile dei vantaggi a scapito dell’altro. Il che non rende affatto facile il raggiungimento di un accordo.


Accordo che sembra ancora più complicato e lontano dopo che nelle scorse ore la sezione olandese di Greenpeace ha pubblicato una lunga serie di documenti finora segreti che riguardano proprio i negoziati in corso tra Ue e Stati Uniti. I “Ttip papers”, come sono stati soprannominati, un totale di 248 pagine che stanno già scatenando un putiferio, sono stati inviati ad un gruppo ristretto di media europei (tra cui il Guardian, Le Monde, El Pais, la Sueddeutsche Zeitung, Askanews) prima della loro pubblicazione integrale sul sito web dell’organizzazione ambientalista olandese.


I documenti – che risalgono al marzo scorso e non sono aggiornati, dunque, con i risultati dell’ultimo “round” negoziale di New York, risalente alla settimana scorsa – coprono più di due terzi del totale dei testi del Ttip, e svelano per la prima volta, sulla maggior parte dei settori in discussione, una posizione negoziale degli Usa che definire intransigente e aggressiva è usare un eufemismo. Leggendo i documenti in questione, secondo Greenpeace, vengono confermate le preoccupazioni espresse dalle organizzazioni sociali, politiche, sindacali e ambientaliste sul “Partenariato transatlantico sulla liberalizzazione del commercio e la protezione degli investimenti” che appare soprattutto orientato ad abbassare, quando non direttamente a smantellare, gli standard attuali e futuri di protezione dell’ambiente e della salute applicati all’interno dell’Unione Europea, e a concedere alle lobby industriali e commerciali il diritto di orientare – più di quanto non facciano già – le decisioni comunitarie in numerosi settori chiave.


Un’istituzione sovranazionale già autoritaria e iperliberista come l’Unione Europea subirebbe un’ulteriore involuzione a vantaggio degli interessi degli oligopoli. Il Ttip rappresenta “una porta aperta per le lobby delle ‘corporation’” secondo Greenpeace, che accusa gli Stati Uniti di un “deliberato tentativo di cambiare il processo decisionale democratico dell’Ue” (ammesso che quest’ultimo esista…).


Dai “Ttip papers” appare evidente che gli statunitensi sono particolarmente aggressivi e determinati nel loro tentativo di costringere l’Ue a rinunciare al “principio di precauzione” come base per la gestione del rischio nell’approccio normativo riguardo alle politiche di protezione dell’ambiente e della salute, e in particolare per la regolamentazione delle sostanze chimiche, dei pesticidi, degli Organismi geneticamente modificati (che vengono citati nei documenti con il termine “moderne tecnologie in agricoltura” e mai con la loro sigla Ogm, per evitare evidentemente di spaventare qualcuno). In nessuno dei paragrafi del testo finora concordato su pressione statunitense appaiono “riferimenti alla regola generale di eccezione inclusa nel Gatt” dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che permette ai paesi di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute degli esseri umani, della fauna e della flora” o “per conservare le risorse naturali”. Inoltre non appare nessun accenno, secondo Greenpeace, alle misure raccomandate per evitare l’innalzamento della temperatura globale e il cambio climatico.


Ma l’organizzazione ecologista accusa direttamente anche l’establishment europeo rispetto alla volontà di rendere le organizzazioni continentali degli imprenditori degli attori decisivi nel varo delle politiche dell’Unione Europea in merito a numerose questioni, rispetto alle quali gli interessi della grande impresa diventerebbero ostativi anche dal punto di vista formale.


Non è un caso che finora i negoziatori abbiano mantenuto uno stretto riserbo a proposito dei contenuti delle misure previste dal Ttip, impedendo di fatto una informazione continua e trasparente che permettesse alle organizzazioni sociali e politiche continentali di prendere una posizione adeguata rispetto a quello che si preannuncia, se andasse in porto, come un netto peggioramento all’interno di una Unione Europea sempre più antidemocratica e antipopolare al servizio degli interessi delle oligarchie.


Un motivo in più, sabato prossimo a Roma, per scendere in piazza non solo contro il negoziato sul Ttip tra Stati Uniti ed Europa, ma per denunciare il carattere antipopolare e imperialista delle istituzioni europee e dell’Unione Europea in quanto tale. Se è vero che Bruxelles sta tentando di rintuzzare gli appetiti delle multinazionali statunitensi – e ciò spiega il ritardo nella firma del trattato – è altrettanto vero che ciò avviene esclusivamente in nome della difesa dei privilegi e degli interessi delle oligarchie europee.


Una competizione, quella tra le classi dominanti statunitensi ed europee, alla quale le classi popolari del continente, ed in particolare quelle dei paesi trasformati dal meccanismo di unificazione europea in colonie interne, non possono che opporre un progetto di rottura e di trasformazione.

thanks to: Contropiano

Tra pasta e acqua, erbicida glifosato finisce a tavola

– ROMA – Il discusso pesticida glifosato, che la Iarc (Agenzia dell’Organizzazione mondiale della Sanità) ha classificato come probabile cancerogeno e l’Efsa, authority europea per la sicurezza alimentare, invece assolve, finisce anche sulle tavole degli italiani. Analisi condotte da due laboratori, su iniziativa del mensile dei consumatori ‘Il Test-Salvagente’, hanno infatti rilevato in alcuni casi residui di glifosato, pur se inferiori ai limiti di legge, in corn flakes, fette biscottate, farine e paste. Il ‘Test-Salvagente’ ha svolto analisi anche su campioni di acque e in questo caso i risultati sono stati più allarmanti, perché su 26 campioni provenienti da diverse città italiane, in due casi l’Ampa, un derivato del glifosato dagli effetti tossici, è risultato superiore ai limiti di legge. Aidepi, Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, replica affermando che la pasta e i prodotti da forno italiani sono sicuri. Difatti la presenza di minime tracce di glifosato riscontrata dalle analisi de ‘Il Test-Salvagente’ non rappresenta alcun rischio per la salute. Con le quantità rilevate – osserva Aidepi – non sarebbe possibile superare i limiti di sicurezza stabiliti dalle autorità sanitarie neppure mangiando 200 kg di cibo al giorno”. Sul fronte dei controlli sull’acqua – ha denunciato il mensile dei consumatori – c’è negligenza da parte delle regioni, difatti nessuna analizza la presenza di glifosato e del suo metabolita Ampa nelle acque potabili. A puntare l’indice contro le regioni, anche Vincenzo Vizioli, presidente dell’Aiab-Associazione italiana per l’agricoltura biologica e promotore del coordinamento ‘Stop Glifosato’, che comprende 38 soggetti non solo del mondo bio, ma consumatori, ambientalisti e associazionismo agricolo. “Abbiamo chiesto alle regioni di togliere il glifosato dai disciplinari di produzione a cui vengono assicurati finanziamenti europei attraverso i piani di sviluppo rurale, ma finora abbiamo trovato un muro di gomma”.
“Il buon senso vorrebbe che in primis la Ue, nella sua decisione del mese prossimo sul rinnovo dell’autorizzazione alla vendita del glifosato, si basasse sul principio di cautela che figura peraltro nel suo statuto – sottolinea Carlo Maurizio Modonesi, docente dell’Università di Parma e membro del Gruppo Pesticidi dei Medici per l’Ambiente -, perché ancora non sappiamo i veri rischi delle continue esposizioni a tracce di residui di pesticidi”.

Sorgente: Tra pasta e acqua, erbicida glifosato finisce a tavola – Cibo & Salute – ANSA.it

Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

thanks to: Ansa

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

Can Europe Survive – Back to a Better Yesterday?

Reprint

Roberto Savio, founder and president emeritus of the Inter Press Service (IPS) news agency and publisher of Other News

ROME, Mar 11 2016 (IPS) – The last formal act of European disintegration was the last negotiation between 28 European leaders and the Prime Minister of Turkey. The deal, against all international treaties, is a total capitulation to European values. Europe will give Turkey 6 billion dollars, and in exchange Turkey will keep refugees from coming to Europe. Or better, will screen everybody, and send to Europe only the Syrians who are eligible for political asylum.

Roberto Savio

Roberto Savio

This is just a way to avoid a common position on the refugees. In fact, besides keeping people out, as the President of the EU, Donald Tusk, has explicitly warned “ keep out, you are not welcome”, there is no European policy on this issue at all. The 28 did approve by majority a plan of resettlement for 60 000 refugees (a drop in the more than a million stranded in Europe).
After seven months, a grand total of 600 refuges have been settled. And some countries, like Hungary and the Czeck Republic, have announced a referendum on the issue of accepting refugees. Clearly an illegal move, as the decisions of the Council of Ministers, once democratically taken, are binding for all members.

But Europe is facing three internal horses of the apocalypse, and a fourth external one, which is even more ominous. All this is coming together, and all the odds are against the dream of an integrated Europe.

The first is the divide between Eastern and Western Europe, which comes just after the North-South divide. The North-South divide was over the austerity that Germany and other protestant countries wanted to impose over the catholic and orthodox south. The chosen battleground was Greece, and the South lost. A very inflexible German Minister of Finance, Schauble, even went so far as to veto any program for growth at the last G20, and has just declared that Greece, flooded with refugees, “should not get distracted from its task of reforming its economy”.
Germany has been blocking any program of fiscal solidarity that could have meant a German contribution. Nothing has changed on this issue. The only exception will be for costs related to defence and security, following the terrorist attacks in Paris. But this divide has been totally superseded by the divide East- West.

The tide of migrants has made evident something that everybody has long and conveniently ignored: Eastern Europe joined European institutions to receive benefits, not obligations. They consider that Western Europe must give them the means to eliminate the economic and social gap, created by the Iron Curtain. And if Soviet domination has disappeared, it is due to the United States, and not Europe. Suddenly, Europe is asking to take refugees escaping from conflicts in which they are not directly involved like Syria and Libya, which are basically west European affairs?

What nobody wanted to see is that Eastern Europe is veering toward nationalism and xenophobia, or against the founding values of European integration. First we had the Hungarian government declaring its opposition to the democratic values of Europe. Then we had Poland, the single largest beneficiary of European funds in history, voting for an anti-European and authoritarian party, against homosexual and antichristian values of Europe.

And all over Eastern Europe, we have a clear tide of revolt against the supposed European values: solidarity, democracy, participation, social inclusion. Nato is the point of reference, as it is an American led alliance against an expansionist Russia. Nobody appears to give a thought to the absurdity of inviting Montenegro to the alliance, with its army of 3 000 soldiers. And in every single election in the last few years, the right wing parties have been consolidating. Last week a pro Nazi party obtained 14 seats in the Slovak elections.

But the decline of democracy is the second horse of the apocalypse riding European skies. In Germany this month it is possible that the Anti-europe party, ADF, will see a strong presence in the three regions where elections are being held, and in direct threat to the Socialist Party.

There is no single European country (with few exceptions like Spain, where the PP can encompass all right wing positions), where right wing and xenophobic parties have not grown since the 2009 crisis, and often are the tipping point in national parliaments. With coming elections, a tidal shift will happen all over Europe. The shift will be to the right, even in countries that have been examples of tolerance and inclusion, like the Nordic countries and the Netherlands.

Europe is now just a collection of 28 countries, each one with its own national agenda as a priority. Individually, they have resorted to a number of illegal measures, like building walls and barbed wire containment, without any European coordination. Austria has gone so far as to see if it can resurrect the old Austro-Hungarian empire, calling for an alliance between its old member countries, and the Balkans, with the exception of Greece, this last being currently and de facto the most involved in the subject of migration.
The sad episode of refugees trying to cross the border with Macedonia border, only to be repelled by a volley of tear gas grenades, was viewed with relief in Austria. And while individually every country tried to duck the issue of refugees, collectively they have made a deal with Turkey which has itself been condemned by the United Nations, and any number of legal experts. This deal occurred just a few days after Prime Minister Erdogan, sensing that Europe would have as priority her own comfort, would ignore his last attempt to take full control of Turkey, by taking over the largest daily newspaper, Zeman. He already controls the judiciary, the legislature, and the central bank, in a economy that is clearly run by his cronies.
Yet Europe has accepted to reopen the process of admission of Turkey to the EU, a country which was formerly considered too removed from European values, and that was before Erdogan’s rise to authoritarianism.

The third horse is clear to everybody. Europe has bent its rules to accommodate the UK’s David Cameron’s request to be an exception, in order to convince British citizens to remain in Europe. It is far from clear if that manoeuvre will succeed. And Cameron has declared that he will no longer recognize the European Court of Justice. He does not recognize either Europe as competent to assign refugees to the UK. But if the referendum on keeping the UK in Europe should fail, this would be total loss of legitimacy for Bruxelles, and the concessions to Great Britain would open a massive precedent that other members might be tempted to follow.

In all this there is an external threat, the forth horse of the apocalypse, which is over European heads. And is Europe in the world. In 1900, Europe constituted 24 percent of the global population. At the end of this century, it will make up only 4 percent. This is accompanied ofcourse by a decrease of European relevance in the world. In the United States of America, that has led to the unprecedented phenomenon of Donald Trump. Here, to the growth of right wing parties and movements. The winning argument is about a better yesterday…Let us go back to the time when we were powerful and rich…let us eliminate all those treaties which have reduced my power as a nation, and made me dependent on external banks, bureaucrats and values…Trump? Not at all, the Prime Minister of Poland…

The world, and especially Europe, is entering into a period of economic stagnation. That means that there is little to redistribute, and this is the basis of social democracy. Crisis plays into the hands of the right, as history tells us. The idea of an integrated Europe, with a strong social component, was somehow a progressive idea. Nationalism and xenophobia are returning. Let us thank the neoliberal vision of markets as the most important actors in society, the imposition of austerity and an end to solidarity as the new trends emerging from rich European countries.

(End)

thanks to: Inter Press Service