VIDEO. Basta sanzioni al Venezuela: in 2 minuti la sintesi di una strategia criminale

 

La CELAG ha realizzato uno studio in cui mostra che il blocco finanziario internazionale contro il Venezuela dal 2013 ha comportato una perdita di 350 miliardi nella produzione di beni e servizi tra il 2013 e il 2017. In questo video dell’AntiDiplomatico vi abbiamo riassunto tutti i passaggi di come le sanzioni – assolutamente illegali…

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‘Gennaio rosso’: proteste dei popoli indigeni in tutto il Brasile

31 gennaio 2019

 

A un mese dalla sua entrata in carica, in Brasile e nel mondo sono in corso proteste contro le politiche anti-indigene del nuovo presidente Jair Bolsonaro.

Con i loro cartelli, i manifestanti chiedono “Fermiamo il genocidio degli Indiani brasiliani” e “Bolsonaro: proteggi le terre indigene”.

Le proteste sono guidate dall’Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile APIB nell’ambito della campagna “Sangue indigeno ¬ non una goccia in più”, nota anche come “Gennaio rosso”.

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La conferenza di Varsavia contro l’Iran finisce in un flop

Moon of Alabama 13 febbraio 2019 Gli Stati Uniti avevano chiesto un incontro anti-Iran ad alto livello in Polonia. Lo scopo era allineare alleati e barboncini all’agenda degli USA sull’Iran, per spingerli almeno a emettere sanzioni più severe. Ma gli europei l’hanno respinto.

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Le sfaccettature del continuo colpo di Stato in Venezuela

L’autoproclamazione di Juan Guaidó con il sostegno degli Stati Uniti e il blocco finanziario contro il Venezuela fanno parte del continuo colpo di stato. | Foto: Reuters12 febbraio 2019 Le guarimbas in Venezuela sono state uno strumento di violenza dell’opposizione per raggiungere il potere. Una strategia di colpo di stato che continua anche oggi.

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La Russia sospende il Trattato INF in “risposta speculare” all’interruzione statunitense dell’accordo

2 febbraio 2019 15:09 Un lancio di un missile da un sistema russo Iskander. Gli Stati Uniti dicono che 9M729, uno dei missili lanciati da Iskander, viola INF. © Sputnik / StringerIl presidente Vladimir Putin ha detto che Mosca sta fermando la sua partecipazione all’accordo nucleare dell’era della Guerra Fredda dopo la decisione di Washington…

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Fermiamo il cancro CETA

La protesta contro l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada ha portata continentale

stop-ttip-italia.net
Il 21 settembre il CETA ha compiuto un anno dalla sua entrata in vigore provvisoria, che ha fatto cadere oltre il 90% dei dazi in vigore e, a fronte di una crescita delle poche imprese esportatrici verso il Canada in linea con quanto ottenuto negli anni precedenti senza il CETA, ha messo al lavoro la ventina di Comitati riservati che stanno lavorando ai fianchi regole e standard importanti per la nostra salute e sicurezza. Per questo in Germania, Francia e anche in Italia, a Milano e Udine, oggi sabato 29 settembre migliaia di cittadini europei torneranno a farsi vedere e sentire per chiedere lo stop definitivo a questo e a tutti  i brutti fratelli del CETA.
In un’impeto promozionale, rispetto a un trattato che non vince a livello commerciale, e non convince a livello di diritti, la commissaria europea al commercio Cecilia Malmstrom è volata dal ministro al Commercio canadese Jim Carr per lanciare insieme, come grande passo avanti, l’inserimento nel testo del CETA di un passaggio in cui le parti si impegnano “Promuovere il sostegno reciproco delle politiche commerciali e climatiche”, in riferimento al loro impegno nei confronti dell’accordo di Parigi. Peccato che, come rilevato anche da autorevoli esperti, questi impegni come quelli già presenti nel capitolo del trattato dedicato allo Sviluppo sostenibile, sono pure parole senza impegni numerici ne’ meccanismi di controllo e sanzione nel caso non venissero rispettate.
Nel frattempo, invece, come abbiamo avuto modo anche di denunciare con questo Documento consegnato al Governo italiano nella seconda riunione della Task Force istituita presso il Mise per valutare opportunità e problemi dei negoziati commerciali in corso, i Comitati istituiti dal CETA attaccano standard e regole su temi importanti come pesticidi, Ogm e glifosate.
Come si può leggere nell’appunto, infatti, il 18 gennaio 2018 il Comitato sulla Cooperazione regolatoria (RCF) costituito dal trattato ha pubblicato una Call to action in cui chiunque poteva presentare una lista di proposte su regole diverse tra Europa e Canada da avvicinare nel futuro non in parlamento ma nell’ambito del Comitato stesso .
Il 27-28 Marzo nel primo Comitato sulla sicurezza sanitaria e fitosanitaria il Canada ha chiesto all’Europa di motivare formalmente il differente trattamento del glifosato in alcuni Paesi UE  come l’Italia, in cui ne è parzialmente vietato l’uso, poi il mancato rinnovo da parte dell’UE della commercializzazione per i prodotti contenenti Picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici, oltre all’annosa questione dei MRL (livelli residui dei pesticidi) tra i livelli tollerati in Eu, nei diversi Paesi e quelli (più di larga manica) protetti dal Codex Alimentarius.

Il 26 Aprile 2018 nel primo Dialogo sull’Accesso al mercato del biotech, reso obbligatorio dal CETA, il Canada ha espresso preoccupazioni sulle presunte “lungaggini burocratiche” che non permettevano una rapida autorizzazione dei loro Ogm in Europa. E sono solo pochi tra le decine di esempi che potremmo fare nel merito dell’impatto del CETA e dei suoi brutti fratelli sulla capacità dei nostri Paesi e dell’Europa stessa di difendere, di fronte
Per questo oggi 29 settembre in Germania, Francia, Madrid e per l’Italia a Milano e Udine  si terranno oltre 100 iniziative di protesta e sensibilizzazione contro il CETA e gli altri trattati.
A Milano il Comitato Stop TTIP/Stop CETA darà vita a una “Ruota della sfiga” in diretta Facebook dalla fabbrica recuperata RiMaflow. Qui il link con tutte le informazioni sull’evento di Milano: Link Qui il link per la diretta alla pagina Fb del Comitato di Milano: Link
A Udine il Comitato Stop TTIP/StopCETA organizza una conferenza stampa insieme a Coldiretti e Banca Etica per denunciare che c’è anche un formaggio friulano tra i falsi made in Italy causati dal CETA.
Ma l’autunno caldo dei Trattati tossici è appena cominciato: la ex relatrice delle Nazioni Unite per il diritto all’acqua, la canadese Maude Barlow, premio Nobel alternativo nel 2005 e co-fondatrice della più antica organizzazione ambientalista canadese Council of Canadians sarà in Italia il 15 e 16 ottobre nostra ospite a Roma per incontrare istituzioni e associazioni e unirsi alla nostra richiesta al Governo italiano e al Parlamento Europeo di fermare al più presto il CETA.

Notizia del:

EU’s special Iran payment channel could take effect before November: Mogherini

European Union foreign policy chief Federica Mogherini looks on during the Women Foreign Ministers' Meeting in Montreal, Canada, on September 22, 2018. (Photo by AFP)
European Union foreign policy chief Federica Mogherini looks on during the Women Foreign Ministers’ Meeting in Montreal, Canada, on September 22, 2018. (Photo by AFP)

EU foreign policy chief Federica Mogherini says the bloc’s initiative to facilitate payment to/from Iran as part of efforts to save the 2015 nuclear deal could be in place before November, when the US is to re-impose the second batch of its anti-Iran sanctions.

Mogherini said Wednesday she believes the “Special Purpose Vehicle (SPV)”, which is aimed at keeping trade with Tehran flowing while the US sanctions are in place, will be established before November even though it is still at an initial stage now.

The plan to create the special payment channel was first announced in a joint statement by Mogherini and Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif on Monday, after a ministerial meeting of Iran and the remaining parties to the nuclear agreement, officially known as the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

“Mindful of the urgency and the need for tangible results, the participants [of the Monday meeting] welcomed practical proposals to maintain and develop payment channels, notably the initiative to establish a Special Purpose Vehicle to facilitate payments related to Iran’s exports, including oil, and imports, which will assist and reassure economic operators pursuing legitimate business with Iran,” the statement read.

“The participants reaffirmed their strong will to support further work aimed at the operationalization of such a Special Purpose Vehicle as well as continued engagement with regional and international partners,” it added.

The statement also said the remaining parties to the JCPOA were determined to “protect the freedom of their economic operators to pursue legitimate business with Iran.”

In her Wednesday comments, Mogherini said the US is still the EU’s strongest ally, but the bloc cannot allow other states to decide with whom European countries can do business.

Mogherini’s remarks come as the EU’s SPV plan has outraged the US officials. Secretary of State Mike Pompeo told a gathering of the so-called “United Against Nuclear Iran” in New York that he was “deeply disappointed” that the remaining countries in the nuclear deal plan to set up a special payment system with Iran to bypass US sanctions.

He also condemned the plan as “one of the most counterproductive measures imaginable”.

In an address to the same meeting, US National Security Adviser John Bolton also blasted the EU plan, and pressed the SWIFT global payments messaging system to reconsider dealing with the Islamic Republic.

He said his country would not allow the EU or anyone else to undermine the “aggressive and unwavering” enforcement of US sanctions on Iran.

“The European Union is strong on rhetoric and weak on follow-through. We will be watching the development of this structure (SPV) that doesn’t exist yet and has no target date to be created. We do not intend to allow our sanctions to be evaded by Europe or anybody else,” Bolton said.

Earlier, the EU also promised to protect firms against the impact of US sanctions for doing business with Iran.

thanks to: PressTv

“Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale”. Il libro che mancava, finalmente c’è

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di “Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale”, edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All’interno troverete molte delle risposte che cercavate.di Sonia Savioli

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri “aiuti allo sviluppo”.

 

 

 

 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall’inizio e cioè proprio dagli “aiuti allo sviluppo”. Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale o/e l’Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell’altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L’ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale “de noantri”, mettiamo l’Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l’Impregilo, o chi per lei, si “sviluppa” al ritmo di una vacca d’allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si “sviluppano”, con le terre pagate una cocuzza, l’acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.

Cosa c’entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Nell’organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell’universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l’acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre “sviluppo”, in questo caso delle multinazionali dell’agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell’ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di “commercio equo”; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/
E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.
Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli “aiuti allo sviluppo” delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.

“Fuggono dalla povertà delle campagne” dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti. Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i “loro” abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono “fuggiti dalla povertà” che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che “bianco è meglio” dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/
Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti “aiuti allo sviluppo”, oltre che svilupparsi, hanno rovinato l’industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un’inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri “aiuti alimentari” rovinano i loro agricoltori. Perché gli “aiuti alimentari” che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.
Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall’Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.
Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri “aiuti” di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l’invio. E lì non c’è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c’è nessuna raccolta e nessuna discarica. La “discarica” è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l’ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.
Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un’umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.
Che fare? Indossare i vestiti “vecchi” finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.
Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d’inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html
Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.