73 European Parliament Members Call on EU to End Support to Israeli Military Companies

About 73 members of the European Parliament issued a letter to European Union High Representative Federica Mogherini and Jan Robert Smits – Director-General of DG Research and Innovation asking the EU to end its support to Israeli military companies trough Horizon2020.

Palestine News & Info Agency – WAFA – 73 European Parliament Members Call on EU to End Support to Israeli Military Companies.

La resa incondizionata del governo Tsipras

La resa incondizionata del governo Tsipras

Quella sottoscritta da Tsipras è una resa incondizionata al potere economico e politico di una UE guidata dalla Germania , che si è dimostrata tremendamente forte quanto feroce antidemocratica e ingiusta.
La Grecia come paese formalmente indipendente non esiste più, sarà istituzionalmente commissariata dalla Troika e dovrà cedere 52 MD dei suoi beni ad un fondo di garanzia per le banche gestito dalle banche stesse. La passata battuta sulla vendita del Partenone da parte di un ministro finlandese diventa realtà.
Le misure sociali e sul lavoro previste nel Memorandum sono di quanto più brutale si possa immaginare e fanno definitivamente precipitare la Grecia in una condizione di vita che non è europea. Taglio alle già bassissime pensioni minime e età pensionabile a 67 anni, taglio dei salari e aumenti dei prezzi, sanità pubblica definitivamente distrutta, libertà totale di licenziamento e fine dei contratti nazionali, privatizzazioni generalizzate. Un massacro in un popolo già ridotto alla miseria e alla disoccupazione di massa. Per restare nell’Euro i cittadini greci dovranno vivere come nei paesi del vecchio terzo mondo.
Starà al popolo greco giudicare il comportamento di un governo che ha totalmente rinunciato al mandato elettorale e che ha ignorato il 62 % di no ad una proposta della Troika infinitamente più leggera di quella ora accettata. La Grecia è stata sottoposta da tutta la UE ad una infame guerra economica e la sua resa dimostra che il potere reale europeo a trazione tedesca è nemico della democrazia e dei popoli e che la sua forza è enorme.
Per questo la tragica sconfitta del governo Tsipras e delle speranze che aveva suscitato impongono una riflessione di fondo a tutte le forze democratiche anticapitaliste o anche solo anti liberiste.
Questa UE non è riformabile, austerità e liberismo sono poteri costituenti della sua struttura. O le si accetta o si deve avere il coraggio di rompere. L’idea della maggioranza di Syriza di ottenere una svolta sociale nella UE esce distrutta e viene volutamente umiliata per dare un esempio.
La prima lezione da trarre dalla tragedia della Grecia è che la lotta per la democrazia, l’eguaglianza e la libertà in Europa debbono partire dal rifiuto di Euro UE e Nato. La sinistra che non fa questa scelta è senza futuro è destinata a sparire.

thanks to: contropiano

Euroterroristi

Euroterroristi

Commando di Euroterroristi (Foto di Archivio Pressenza)

Stanotte a Bruxelles, all’interno di un interminabile scontro durato oltre 30 ore, un commando composto da diversi terroristi mascherati in giacca e cravatta ha preso in ostaggio democrazia e sovranità popolare di un intero paese.

Per il rilascio dell’ostaggio che risponde al nome di Grecia, è stato richiesto un riscatto di 50 miliardi di euro da pagare in soli 3 giorni.

L’ostaggio, prima vessato e poi pesantemente minacciato e ricattato per avere la garanzia di essere rilasciato “vivo”, dovrà dare disposizioni per pignorare beni pubblici del proprio paese, fino al raggiungimento della cifra richiesta dai rapitori.

I terroristi, che rispondono al nome di battaglia di “Eurogruppo”, hanno messo a punto il rapimento grazie ad un dettagliato piano studiato per anni nei minimi particolari. Le autorità e le forze dell’ordine di tutto il continente brancolano nel buio assoluto, anche perché queste ultime sempre più spesso rispondono agli ordini di questi criminali.

Certi della loro impunità, è praticamente ovvio che questi “terroristi” vorranno ripetere i loro atti criminosi anche verso altre vittime, le quali da adesso in poi saranno accondiscendenti e remissive  a fronte di qualsiasi richiesta da parte dell’Eurogruppo.

Ad una prima lettura quanto riportato sopra sembrerebbe il dispaccio breve di un atto terroristico e in effetti lo è.

Il Summit che si è svolto fra i capi di Stato dell’Unione Europea, descritto dai mass media come incontro risolutore per trovare un accordo per la Grecia, è stato un vero e proprio atto terroristico perpetrato ai danni di 11 milioni di persone.

I giornali useranno toni un po’ più edulcorati per descrivere questo schifo, qualcuno giustificherà questo crimine come un atto poco elegante, doloroso ma comunque dovuto per scongiurare conseguenze peggiori.

Anche ai tempi del nazismo si giustificavano le rappresaglie e l’uccisione di 10 civili per ogni soldato tedesco colpito.  All’epoca, questa pratica veniva definita dagli occupanti come una forma di “prevenzione”, un deterrente per fiaccare la resistenza partigiana.

Ed è sempre durante l’occupazione nazifascista che i partigiani venivano chiamati “banditi” su cartelli che ne segnalavano la presenza.

La richiesta che è stata fatta alla Grecia, ovvero pignorare 50 miliardi di beni pubblici in 3 giorni e destinarli al MES, il famigerato  fondo Salvastati, è equiparabile ad una richiesta che domani  potrebbe essere fatta all’Italia.

Considerata la consistenza del paese ellenico, in proporzione,  sarebbe come se all’Italia sequestrassero 500 miliardi di euro.  Considerato come siamo messi, saremmo costretti a cedere tutti i beni artistici e i monumenti di Roma, Firenze e Napoli messi insieme e già che ci siamo, perché no, anche un pezzo di costa ligure e adriatica.

La Grecia che cosa potrà dare in cambio per raggiungere 50 miliardi di Euro?  Forse un paio di isole? Magari Corfù e Mykonos con tutti i suoi abitanti potrebbero andare bene…

Un po’ come succedeva un tempo, quando si perdeva una guerra e allo Stato perdente veniva tolta sovranità e un pezzo del proprio territorio.

Se tutto questo non fosse reale e a occupare le istituzioni europee ci fossero persone anziché terroristi in giacca e cravatta, verrebbe quasi da sorridere e a ripensare ad un famoso film dove Totò tentava di vendere il Colosseo agli stranieri…

Purtroppo tutti noi abbiamo un grosso problema: quanto sta accadendo in queste ore non è un film comico, ma è maledettamente vero.

Il problema ancora più grande è che questa mostruosità è stata pensata dai nostri “Eurogovernanti” in combutta con BCE e FMI.

Davvero un bel modello di Unione Europea quello fin qui proposto, dove alcuni Stati più forti in nome di fantomatiche “regole comuni”, cannibalizzano e occupano altri Stati più deboli.

13.07.2015 – Luca Cellini

thanks to: Pressenza

Gli Stati Puniti d’Europa

Gli Stati Puniti d’Europa

il 5 luglio 2015 per l’Europa: la storia non sarà più la stessa, qualunque sia l’esito del referendum greco. Perciò suscita particolare costernazione la pochezza del dibattito italiota, monopolizzato da personaggi di penultima fila, tanto accalorati su questioni secondarie quanto ignoranti di quelle primarie. Eppure, la questione primaria è relativamente semplice e lineare:

– De Gasperi, Adenauer, Shuman e tutti gli altri padri fondatori sognarono l’Europa dei Popoli come l’obiettivo più alto per una Politica che costruisse e consolidasse la pace e la prosperità nella casa comune attraverso la valorizzazione dei beni comuni, a cominciare dalle peculiarità etniche e culturali. Le resistenze per interessi particolari dovevano essere sciolte attraverso accordi, soprattutto economici, a cominciare dalla CECA, e così fu.

– Quei padri sottovalutarono la potenza dell’economia e la pochezza dei politicanti loro successori. Di conseguenza, il carro dell’economia è passato davanti ai buoi della politica. “Meglio così”, osservano i neo-liberisti che idolatrano la Mano Invisibile di Adam Smith, senza sapere che per Smith quella mano apparteneva alla Divina Provvidenza, non al mercato. Partendo da questa colossale mistificazione dello stesso pensiero liberale, i suoi epigoni argomentano che anche i padri europei prevedevano una CESSIONE DI SOVRANITA’ da parte dei singoli Stati. Certo: un passo indietro delle politichette statali, ma di fronte a una più alta Politica Europea, non a quattro usurai!

– Come se non bastasse, il mercato è completamente in balia di una finanza predatrice transcontinentale. Questo lo denunciano tutti, ma nessuno reagisce, perché? Perché anche i più spregiudicati speculatori finanziari, tipo Soros, sono “poveri untorelli” a fronte delle tragedie provocate da gente rispettabilissima come un Beniamino Andreatta (1981: cosidetto divorzio del Tesoro dalla Banca d’Italia). Prima e dopo di lui, da Andreotti a Prodi che ora versa lacrime di coccodrillo, hanno ceduto la SOVRANITA’ MONETARIA non ad una “più alta Politica Europea” ma a società private che hanno come mission il profitto per i loro azionisti, non il bene comune dei popoli europei.

–  James Tobin ripeteva: “Nulla è più politico della moneta”. E allora come stupirsi se il 6/11/2011, con un colpo di stato bianco, i “sovrani monetari globali” hanno deposto il premier greco Papandreu, reo di voler indire un referendum popolare per uscire dall’abbraccio mortale dei medesimi sovrani, e lo hanno sostituito con Papademos, già vicepresidente della BCE? Come stupirsi se una settimana dopo i medesimi sovrani, per le medesime ragioni, hanno deposto il premier italiano Berlusconi e sostituito con i burattini Monti, Letta e Renzi in rapida successione?

– Ora tocca di nuovo alla Grecia, e se il popolo greco oserà ribellarsi sarà punito ancor più ferocemente di quanto non sia stato punito finora “per il suo bene”. Gli altri governi europei, invece che rinsavire e solidarizzare con la Grecia, la beccano come altrettanti “polli di Renzo” senza rendersi conto che più tardi toccherà a loro, tedeschi compresi. Che siano governi di destra o di sinistra non fa alcuna differenza perché tutti professano il pensiero unico neoliberista. In questo sono davvero tutti uniti… per le zampe, a testa in giù. La Grecia è punita per castigo, gli altri Stati per premio. Evviva gli Stati Puniti d’Europa!

Pressenza – Gli Stati Puniti d’Europa.

Farmaci: via libera Commissione Ue a pillola 5 giorni dopo senza ricetta

Farmaci: via libera Commissione Ue a pillola 5 giorni dopo senza ricetta – Adnkronos.

Il Clp: la cancellazione di Hamas dalla black-list europea è una vittoria legale dei Palestinesi

Il Clp: la cancellazione di Hamas dalla black-list europea è una vittoria legale dei Palestinesi | InfopalInfopal.

L’Europa non rinnega più il nazismo

L’Europa non rinnega più il nazismo – contropiano.org.

L’UE deve porre fine al “sostegno materiale” ai crimini di Israele, affermano i più grandi sindacati

L’UE deve porre fine al “sostegno materiale” ai crimini di Israele, affermano i più grandi sindacati | Palestina Rossa.

Europa/Africa: il bacio della morte

Nel semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea (UE) e con Federica Mogherini, Alta Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, nonché vicepresidente della UE, l’Europa ha dato il ‘bacio della morte’-così scrive Le Monde Diplomatique- all’Africa, forzandola a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA). “O firmate gli EPA- ha detto la Commissione Europea ai paesi ACP(Africa, Caraibi, Pacifico) o sarete sottoposti a un nuovo regime di tassazione delle vostre esportazioni .” E lo ha fatto , come promesso, entro il 1 ottobre 2014. E’ gravissimo che l’Europa l’abbia fatto in un momento così difficile per il continente nero, soprattutto con i paesi dell’Africa occidentale minacciati dalla tragedia di Ebola, con la zona saheliana dal Mali al Sudan in subbuglio, con il Corno d’Africa in guerra e con il Sud Sudan e il Centrafrica in guerra civile.

E’ incredibile che in questo clima, la UE abbia forzato l’Africa sub-sahariana ad arrendersi. Il primo gruppo a capitolare è stata l’Africa Occidentale,quella che più si era opposta agli EPA. Il 10 luglio, i sedici paesi della Africa occidentale, che rappresentano il 38% del commercio globale UE-ACP, per un totale di 38 miliardi di euro, hanno firmato.

Il 15 luglio si sono chiusi i negoziati con sei paesi (Botswana,Lesotho, Mozambico, Namibia, Sudafrica e Swaziland) dell’Africa Australe.Il 21 settembre hanno capitolato i cinque paesi dell’Africa Orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda). Non hanno ancora firmato i paesi del Corno d’Africa, il Sud Sudan e il Centrafrica, sconvolte da conflitti e guerre.Gli altri paesi dei Caraibi e del Pacifico avevano già capitolato prima.

“Sotto la spada di Damocle del 1 ottobre-scrive S.Squarcina su Nigrizia – si può affermare che il grosso degli EPA sono stati siglati con praticamente l’insieme degli ACP.”

Per capire quello che è avvenuto, dobbiamo ricordare che le relazioni commerciali tra UE e paesi ACP erano regolati dalla Convenzione di Lomè(1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020), con la clausola che i prodotti ACP- prevalentemente materie prime- potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati. Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico. Ora la UE chiede ai paesi ACP  di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio, che sono frutto delle spinte neoliberiste di Bruxelles. Con gli EPA infatti le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea(sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati nei paesi impoveriti. I contadini africani, infatti,, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata ed affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente per i cambiamenti climatici.

L’Europa ha vinto, gli impoveriti hanno perso. Ma non possiamo arrenderci, né demordere perché ci vorrà tempo per la ratifica e l’entrata in vigore degli EPA. Ci vorranno molti anni prima che i singoli EPA entrino in vigore. Infatti i singoli EPA dovranno essere ratificati da tutti i parlamenti UE e ACP interessati dai singoli accordi di partenariato. Bruxelles farà di tutto per chiudere il processo di ratifica entro il 2020, quando si dovrà procedere al rinnovo della Convenzione di Cotonou. A questo bisogna aggiungere che gli ACP faranno di tutto per rallentare la ratifica degli EPA. “La Commissione ha lasciato intendere-scrive J. Berthelot su Le Monde Diplomatique – che potrebbe rinviare la data limite per la ratifica al 1 ottobre 2016. La battaglia non è finita.”

Per questo chiediamo a tutti coloro che si sono impegnati in questa campagna contro gli EPA e a tutti coloro che vorranno aggregarsi a non demordere, ma di continuare a premere sui nostri parlamentari, sulla Commissione Europea, in primis sull’Alta Rappresentante per la politica estera della UE , Federica Mogherini, perché si rendano conto della profonda ingiustizia perpretata, tramite questi Accordi contro i popoli più impoveriti del Pianeta.

Siamo infatti persuasi che questi Accordi siano profondamente ingiusti perché in un’Africa già così debilitata, questi Accordi costituirebbero un colpo mortale per l’agricoltura africana, in particolare per l’industria della trasformazione e della lavorazione dei prodotti agricoli, che può e deve arrivare a sfamare la propria gente. Inoltre l’eliminazione dei dazi doganali nei paesi  ACP , che costituiscono una bella fetta del bilancio statale , metterebbero in crisi gli stati ACP.

Non è concepibile che una potenza economica come la UE non abbia una seria politica estera verso i paesi più impoveriti, soprattutto verso il continente a noi più vicino, l’Africa, oggi il continente più schiacciato.

Ci appelliamo a tutti quei gruppi, associazioni, reti, istituti missionari che hanno già lavorato contro gli EPA a riprendere a martellare i nostri deputati a Bruxelles.

Non possiamo non ascoltare l’immenso grido dei poveri. E’ in ballo la vita di milioni di persone,ma è anche in ballo il futuro stesso della UE.

Napoli, 21 novembre 2014

Alex Zanotelli

thanks to: Peacelink

Oltre 300 gruppi per i diritti umani alla Morgherini: Sospendere il trattato UE-Israele

Più di 300 gruppi per i diritti umani, sindacati e partiti politici di tutta Europa, compresa l’Italia, hanno fatto appello a Federica Mogherini, la nuova responsabile per la politica estera del’UE, in partenza per Israele e Palestina, di tenere Israele responsabile per il massacro di Gaza di quest’estate e sospendere l’Accordo di associazione UE-Israele, il principale trattato tra l’UE e Israele. 

Un appello per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele

Condanniamo fermamente l’ultimo massacro israeliano dei palestinesi nella Striscia di Gaza assediata. Più di 2.160 palestinesi sono stati uccisi, oltre 10.800 i feriti e più di 500.000 i sfollati. Le Nazioni Unite e altri enti internazionali accusano Israele di aver deliberatamente preso di mira civili e infrastrutture civili, compresi scuole e ospedali, così come di aver commesso altri crimini di guerra.

Nelle parole del Commissario generale delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi Pierre Krähenbühl, “Bambini uccisi nel sonno, questo è un affronto per tutti noi, una vergogna di proporzioni universali. Oggi il mondo si trova in disgrazia”. Eppure le violazioni israeliane del diritto internazionale non sono iniziate con questo suo più recente attacco a Gaza.

Per decenni, Israele ha negato il diritto palestinese all’autodeterminazione con la deliberata confisca con la forza di terre e risorse, il trasferimento forzato dei palestinesi dalla loro terra, la sistematica discriminazione contro palestinesi e la brutale repressione di coloro che cercano di opporsi all’occupazione e alle violazioni dei diritti umani. Subito dopo la fine del massacro di Gaza, Israele ha annunciato la confisca di altri 400 ettari di terra palestinese nella regione di Betlemme della Cisgiordania palestinese occupata al fine di espandere i suoi insediamenti illegali. Le Nazioni Unite, l’Unione europea e altri organismi hanno tutti accusato Israele di violazioni del diritto internazionale nel corso della sua occupazione dei territori palestinesi.

Attraverso l’esistenza dell’Accordo di Associazione UE-Israele e il rafforzamento delle relazioni bilaterali, l’Unione europea e i suoi Stati membri trasmettono a Israele il messaggio che non è necessario rispettare il diritto internazionale. L’UE contribuisce così al clima di impunità e di mancanza di responsabilità. Continuando a premiare Israele con un accesso preferenziale ai mercati europei e l’accesso a programmi e finanziamenti europei, nonostante i suoi persistenti violazioni del diritto internazionale, l’UE fornisce sostegno materiale alle violazioni israeliane del diritto internazionale e non rispetta i propri impegni in base alla legalità internazionale.

Come organizzazioni che rifiutano ogni forma di discriminazione, compresa l’antisemitismo e l’islamofobia, e come sostenitrici del diritto di tutte le persone a vivere in libertà e con dignità, chiediamo all’Unione europea di sospendere l’Accordo di Associazione con Israele fino a quando non è conforme al diritto internazionale e alle persone in tutta Europa ad unirsi al nostro appello.

Firmato:

1. BDS Austria, Austria

2. Internationaler Versöhnungsbund, österreichischer Zweig, Austria

3. Society for Austro-Arab Relations, Austria

4. Steirische Friedensplattform, Austria

5. Women in Black (Wien), Austria

6. Askapena, Basque Country

7. Ernai, Basque Country

8. Ikasle Abertzaleak, Basque Country

9. Internazionalistak Auzolanean, Basque Country

10. Red MEWANDO, Basque Country

11. De Algemene Centrale-ABVV/La Centrale Generale-FGTB, trade union federation, Belgium

12. CNCD 11.11.11, NGO platform, Belgium

13. Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie, NGO platform, Belgium

14. European Coordination of Committees and Associations for Palestine, NGO platform, Belgium

15. Broederlijk Delen, NGO, Belgium

16. Médecine pour le Tiers-Monde – M3M (Third World Health Aid), NGO, Belgium

17. Parti Communiste, political party, Belgium

18. PTB-PVDA, political party, Belgium

19. Agir pour la Paix, Belgium

20. Artistes Contre le Mur, Belgium

21. Association Belgo-Palestinienne, Belgium

22. Brussel Brecht Eisler Koor, Belgium

23. CADTM Belgique, Belgium

24. Checkpoint Singers, Belgium

25. CVDT, Belgium

26. ForMENA – Council for MENA Affairs, Belgium

27. FOS – Socialistische Solidariteit, Belgium

28. Gents ActiePlatform Palestina (GAPP), Belgium

29. Groupe Proche-Orient Santé, Belgium

30. HOPE – ESPOIR – HOOP, Belgium

31. Intal, Belgium

32. Käthe Kollwitz Peace Run, Belgium

33. Kif Kif, Belgium

34. La Coordination Nationale d’Action pour la Paix et la Démocratie (CNAPD) , Belgium

35. LAP – Leuvense Actiegroep Palestina, Belgium

36. LEF-FGE, Belgium

37. Links Ecologisch Forum, Belgium

38. Mouvement Citoyen Palestine, Belgium

39. Mouvement Ouvrier Chrétien, Belgium

40. OXFAM Wereldwinkel Mariakerke , Belgium

41. Oxfam Wereldwinkel Tielt, Belgium

42. Paix Juste au Proche Orient, Belgium

43. Paix Juste au Proche Orient Ittre, Belgium

44. Paix Juste au Proche Orient Mazerine, Belgium

45. Paix Juste au Proche Orient Nivelles, Belgium

46. Palestina Solidaritet, Belgium

47. Pax Christi Flanders, Belgium

48. Plateforme Watermael-Boitsfort Plaestine, Belgium

49. Service Civil International Belgique, Belgium

50. Solidarité Socialiste, Belgium

51. Solidarity with Bedouins, Belgium

52. Uilekot vzw, Belgium

53. Union des Progressistes Juifs de Belgique (UPJB), Belgium

54. ViaVelo Palestina, Belgium

55. Vrede vzw, Belgium

56. Vredesactie, Belgium

57. Vrouwen in het Zwart, Belgium

58. vzw AZIZ, Belgium

59. Friends of Palestine, Czech Republic

60. International Solidarity Movement – Czech Republic Group, Czech Republic

61. Levá perspektiva, Czech Republic

62. Not in Our Name! — Czech Initiative for a Just Peace in the Middle East, Czech Republic

63. Palestinian Club in Czech republic, Czech Republic

64. Socialist Solidarity (Socialistická Solidarita), Czech Republic

65. World Without Wars and Violence, Czech republic

66. Enhedslisten – The Red-Green Alliance, political party, Denmark

67. United Federation of Danish Workers (3F), trade union, Denmark

68. Internationalt Forum, Denmark

69. Socialistisk UngdomsFront, Denmark

70. The Left Youth of Finland, political party, Finland

71. Finnish Peace Committee – Suomen Rauhanpuolustajat, Finland

72. Finnish-Arab Friendship Society – Arabikansojen ystävyysseura ry, Finland

73. Human Rights Education Organisation Aina, Finland

74. ICAHD Finland, Finland

75. Physicians for Social Responsibility, Finland

76. Psychologists for Social Responsibility, Finland

77. Plateforme des ONG françaises pour la Palestine, NGO platform, France

78. Gauche Unitaire, political party, France

79. Parti Communiste Francais, political party, France

80. Parti de Gauche, political party, France

81. Union Syndicale Solidaires, trade union federation, France

82. Confédération Paysanne, trade union, France

83. Artisans du Monde, France

86. Artisans du Monde, France

84. Association France Palestine Solidarité, France

85. ATTAC France, France

86. BDS France, France

87. Collectif Interuniversitaire pour la Coopération avec les Universités Palestiniennes, France

88. Emmaüs International, France

89. Fédération Artisans du Monde, France

90. Fondation Frantz- Fanon , France

91. Forum France-Algérie, France

92. Initiatives pour un autre monde, France

93. L’association le collectif RPS, France

94. La Cimade, France

95. Le collectif 69 Palestine, France

96. Le Mouvement de la Paix, France

97. Mouvement contre le Racisme et pour l’Amitié entre les peuples, France

98. Mouvement pour une Alternative Non-violente, France

99. Sans, France

100. Snes-FSU, France

101. Une Autre Voix Juive, France

102. Union juive française pour la paix, France

103. IPPNW Germany, NGO, Germany

104. Pax Christi Germany, NGO, Germany

105. AK Nahost Berlin, Germany

106. Attac – AG Globalisierung und Krieg Deutschland, Germany

107. BAB – Berlin Academic Boycott of Israel, Germany

108. BDS Berlin, Germany

109. Deutsch-Palästinensische Gesellschaft e.V., Germany

110. Deutsch-Palästinensische Medizinische Geselschaft, Germany

111. Deutsch-Palästinensischer Frauenverein e.V., Germany

112. Frauen wagen Frieden, Germany

113. Frauen wagen Frieden, Germany

114. Frauen wagen Frieden Pfalz, Germany

115. Frauennetzwerk für Frieden e.V., Germany

116. ICAHD-Germany, Germany

117. Institut für Palästinakunde e.V., Germany

118. Jüdisch-Palästinensische Dialoggruppe München, Germany

119. Jüdische Stimme für gerechten Frieden in Nahost, Germany

120. Laika Verlag, Germany

121. Netzwerk EAPPI, Germany

122. Palästina Netzwerk Berlin (PNB), Germany

123. Palästina/Nahost-Intiative Heidelberg, Germany

124. Palestine Solidarity Committee Stuttgart, Germany

125. Irish Congress of Trade Unions, trade union federation, Ireland

126. Communication Workers Union, trade union, Ireland

127. Mandate Trade Union, trade union, Ireland

128. Services Industrial Professional and Technical Union (SIPTU), trade union, Ireland

129. Technical Engineering and Electrical Union – The Power Union, trade union, Ireland

130. Trócaire, NGO, Ireland

131. National University of Ireland Galway Students’ Union, student union, Ireland

132. Academics for Palestine, Ireland

133. Derry Anti War Coalition, Ireland

134. Gaza Action Ireland, Ireland

135. HOPE Foundation, Ireland

136. Ireland Palestine Solidarity Campaign, Ireland

137. Irish Anti War Movement, Ireland

138. National University of Ireland Galway Palestine Solidarity Society, Ireland

139. Sadaka – Ireland Palestine Alliance, Ireland

140. Trade Union Friends of Palestine, Ireland

141. Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Italy

142. FIOM-Cgil –  Italy

143. USB Unione Sindacale di Base, Italy

144. Comunità Palestinese di Roma,  Italy

145. 100 Idee per la Pace, Italy

146. Arci Pinerolo, Italy

147. Arci Sud Sardegna, Italy

148. ARCI Valle Susa, Italy

149. ArciI Messina, Italy

150. Associazione Amicizia Sardegna Palestina, Italy

151. Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Italy

152. AssoPacePalestina, Italy

153. BDS Italia, Italy

154. BDS Sardegna, Italy

155. Cagliari Social Forum, Italy

156. Circolo ARCI  » Montefortino 93″, Italy

157. Comitato « Con la Palestina nel cuore », Italy

158. Comitato Acqua Pubblica Salerno, Italy

159. Comitato Acqua Pubblica Salerno, Italy

160. Coordinamento Nord Sud del Mondo , Italy

161. Partito dei Comunisti Italiani, Italy

162. Rete Della Pace, Italy

163. Rete Italiana per il Disarmo, Italy

164. Rete No War Roma, Italy

165. Rete Radié Resch, Italy

166. Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese , Italy

167. Reti Promotrici, Italy

168. Salaam ragazzi dell’olivo Trieste, Italy

169. Sbilanciamoci, Italy

170. Scuola di Italiano Libera la Parola, Italy

171. Statunitensi contro la Guerra (Firenze) , Italy

172. Tavolo Interventi Civili di pace, Italy

173. Women in Black, Italy

174. ATTAC Luxembourg, Luxembourg

175. CPJPO-Luxembourg, Luxembourg

176. Les Amis Du Monde Diplomatique, Luxembourg

177. Socialistische Partij , political party, Netherlands

178. Netherlands Palestine Committee (NPK),  Netherlands

179. Diensten en Onderzoek Centrum Palestina (docP), Netherlands

180  Women in Black, Amsterdam, Netherlands

181.  Women-Men in Black, Groningen, Netherlands

182. Internationale Socialisten, Netherlands

183  Palestine Link, Netherlands

184. Palestina Komitee Rotterdam, Netherlands

185. Palestina Komitee Nijmegen, Netherlands

186. Stichting Palestina

187. Breed Platform Palestina (BPP), Haarlem

188. Palestijnse Gemeenschap in Nederland (PGN), Netherlands

189. Ander Europa

19O. International Committee Against Disappearances (ICAD), Netherlands

191. VIA (Netherlands branch of SCI)

192.  HOPE Foundation

193.  Grenzeloos, Netherlands

194.  Stichting Groningen-Jabalya, Netherlands

195. VD AMOK, Netherlands

196. Utrecht4Palestine, Netherlands

197.  Tiye International, Netherlands

198. Palestijnse Huis HPH, Netherlands

199.  Werkgroup Keerpunt Netherlands

200. Al-Awda, Netherlands, Netherlands

201. Stichting Palestijnse Vrouwen in Nederland, Netherlands

202. EMCEMO, Netherlands

203. Komiteé Marokkaanse Arbeiders Nederland (KMAN), Netherlands

204. Vrouwen voor Vrede, Netherlands, Netherlands

205. HTIB, Netherlands

206. DIDF, Netherlands

207. Verenigde Wereldburgers voor Internationaal Recht, Netherlands

208.  Middle-East Committee, Green Left Party, Netherlands

209.  Stichting Kifaia, Netherlands

210. PAIS Werkgroep Rotterdam Rijnmond, Netherlands

211. Humanist Peace Council (HVB), Netherlands

212. Vereniging Burgerinitiatief ‘Sloop de Muur’, Netherlands

213. Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), Netherlands

214. Kairos Palestina, Netherlands

215. Nederlands-Arabische Vrouwenkring

216. Transnational Institute (TNI), Netherlands

217. Stop de Bezetting, Netherlands

218. Kampania Palestyna, Poland

219. Ogólnopolski Związek Zawodowy Inicjatywa Pracownicza, Poland

220. BDS – Portugal, Portugal

221. Comité de Solidariedade com a Palestina, Portugal

222. Grupo Acção Palestina, Portugal

223. Iniciatíva za spravodlivý mier na Blízkom východe / Slovak Initiative for a Just Peace in the Middle East, Slovakia

224. Inštitút ľudských práv / Human Rights Institute, Slovakia

225. Palestínsky klub na Slovensku, Slovakia

226. Sieť proti chudobe / Slovak Anti-Poverty Network, Slovakia

227. Slovensko bez náckov, Slovakia

228. Utopia, o. z., Slovakia

229. Zjednotení za mier, Slovakia

230. Association for Nonviolent Communication, Slovenia

231. BDS Slovenija, Slovenia

232. Cultural Artistic Association Transformator, Slovenia

233. Društvo ŠKUC, Slovenia

234. Društvo UP, Slovenia

235. Društvo za človekove pravice in človeku prijazne dejavnosti Humanitas, Slovenia

236. Institute Abraham, Slovenia

237. Journalists Union, Slovenia

238. Peace Institute, Slovenia

239 Zavod Krog, Slovenia

240. Zofijini ljubimci – društvo za razvoj humanistike, Slovenia

242. Zavod Nur, Slovenia

243.Slovenska Filantropija, Slovenia

244. Equo, political party, Spain

245. Izquierda Abierta, political party, Spain

246. Izquierda Anticapitalista, political party, Spain

247. Izquierda Unida, political party, Spain

248. Podemos, political party, Spain

249. Confederación General del Trabajo (CGT), trade union, Spain

250. Sindicato Andaluz de Trabajadores, trade union, Spain

251. Sindicato único de Trabajadores Solidaridad Obrera, trade union, Spain

252. Unión Sindical Obrera (USO), trade union, Spain

253. Sindicato Cobas Canaias, trade union, Spain

254. ACSUR-Las Segovias, Spain

255. AIETI, Spain

256. Al-Quds association for solidarity with the people in arab countries, Spain

257. Antikapitalistak, Spain

258. Arquitectos sin Fronteras, Spain

259. Asociación de Inmigrantes del Sahara Occidental en Canarias- AISOC, Spain

260. Asociación Palestina BILADI, Spain

261. Asociación Paz Ahora, Spain

262. Asociación Paz con Dignidad, Spain

263. Asociación Sociocultural Café d’Espacio, Spain

264. Comité de Solidaridad con la Causa Árabe, Spain

265. Comunidad Hispano Palestina, Spain

266. Comunidad Palestina de Valencia, Spain

267. Comunidad Palestina en Canarias, Spain

268. Coordinadora 25S, Spain

269. Coordinadora ONGD Navarra, Spain

270. Coordinadora Sindical Canaria de Apoyo al Pueblo Saharaui , Spain

271. Corriente Roja, Spain

272. Dones en Rebel·lia, Spain

273. Eirene cultura para la paz., Spain

274. Fundación Madrid Paz y Solidaridad, Spain

275. General Union of Palesitnian Communities in Europe, Spain

276. Intersindical Alternativa de Catalunya, Spain

277. Intersindical Canaria, Spain

278. Los Verdes – Grupo Verde, Spain

279. Mujeres por la Paz y Acción Solidaria con Palestina, Spain

280. MUNDUBAT, Spain

281. NOVACT International Institute for Nonviolent Action, Spain

282. NUEVA CANARIAS, Spain

283. Ong Al Zaituna, Spain

284. Palestina Digital, Spain

285. Palestina Toma La Calle, Spain

286. Plataforma 2015 y más Fundación Mundubat, Spain

287. Plaza de los Pueblos 15M Madrid, Spain

288. Red Roja, Spain

289. Red Solidaria contra la Ocupación de Palestina RESCOP-BDS, Spain

290. Revolta Global-Esquerra Anticapitalista, Spain

291. Rumbo a Gaza, Spain

292. Unadikum, Spain

293. Unión de Juventudes Comunistas de España , Spain

294. SODePAZ, Spain

295. The Palestine Solidarity Association of Sweden (PGS), Sweden

296. Boycott Israel Network, UK

297. British Committee for Universities of Palestine, UK

298. Caabu – Advancing Arab-British Understanding, UK

299. ICAHD UK, UK

300. Jews for Boycotting Israeli Goods, UK

301. Jews for Justice for Palestinians, UK

302. Kairos Britain, UK

303. Lawyers for Palestinian Human Rights, UK

304. Liverpool Friends of Palestine, UK

305. Muslim Association Of Britain, UK

306. Palestine Legal Action Network, UK

307. Plymouth Palestine Solidarity Campaign, UK

308. Scottish Friends of Palestine, UK

309. Scottish Palestine Solidarity Campaign, UK

Fonte: European Coordination of Committees and Associations for Palestine (ECCP)
Traduzione di BDS Italia

Commissione Europea passa al secondo stadio sull’Ilva di Taranto, ecco il parere motivato

Comunicato stampa di Peacelink su parere motivato della Commissione Europea su inquinamento Ilva
16 ottobre 2014 – Redazione Peacelink

Peacelink accoglie con grande soddisfazione la decisione odierna della Commissione Europea di passare al secondo stadio (il “parere motivato”) della procedura d’infrazione lanciata contro l’Italia a causa dell’inquinamento dello stabilimento siderurgico ILVA di Taranto.

La Commissione Europea ha annunciato stamane di aver preso nuove misure per via dell’impatto generato dall’ILVA, la più grande acciaieria d’Europa. L’Italia, scrive la Commissione, non ha assicurato che l’ILVA operasse in conformità con la legislazione europea sulle emissioni industriali, con conseguenze potenzialmente pericolose per la salute e l’ambiente. Non è cioè stata rispettata la Direttiva sulle Emissioni Industriali e tutta la legislazione europea in materia ambientale.

La Commissione afferma di aver riscontrato una serie d’infrazioni alla legge e il parere motivato lanciato in data odierna riguarda proprio il mancato rispetto delle condizioni stabilite dall’AIA, l’inadeguata gestione di sotto-prodotti, dei rifiuti e del materiale di scarico, e l’insufficiente protezione del suolo e della falda acquifera. Molti dei problemi riscontrati derivano dall’alto livello delle emissioni non controllate: la Direttiva sulle Emissioni industriali afferma che le attività produttive ad alto impatto inquinante devono essere realizzate con un permesso specifico ma l’ILVA non possiede nessun permesso per tali attività fortemente inquinanti e continua a non rispettare le prescrizioni in un serie di aree. Di conseguenza, la Commissione ha attestato che fumi molto densi e polveri fuoriescono dallo stabilimento, con conseguenze dirette potenzialmente fortemente negative per la salute e l’ambiente della popolazione locale.

Gli esami condotti hanno evidenziato un pesante inquinamento dell’aria, del suolo, della superficie e delle acque di falda sia sul sito ILVA che nella città di Taranto. La contaminazione del quartiere Tamburi, scrive la Commissione, può essere attribuita alle emissioni che fuoriescono dallo stabilimento.

L’AIA del 4 luglio 2011, aggiornata il 26 ottobre 2012 e il 14 marzo 2014, è al centro del parere motivato. La Commissione Europea dichiara che non è stata garantita l’attuazione della direttiva sulle emissioni industriali. I permessi per la produzione, scrive la Commissione, possono essere concessi solo se alcune condizioni ambientali sono rispettate, in modo che le compagnie produttrici siano direttamente responsabili della prevenzione e della riduzione di ogni inquinamento causato. I permessi devono garantire che le misure di prevenzione siano adrguate e vengano messe in atto e che il ciclo dei rifiuti sia garantito al meglio per evitare ulteriore inquinamento.

Ogni Stato membro dell’Unione Europea è responsabile dell’applicazione del diritto europeo sul suo territorio e i Trattati assegnano alla Commissione il compito di assicurare la corretta applicazione di tale diritto.

Ricordiamo che una procedura d’infrazione si articola in tre fasi:

1. la lettera di messa in mora;

2. il parere motivato;

3. il ricorso in Corte di Giustizia.

La prima fase, “messa in mora”, ha lo scopo di indurre lo Stato membro a mettersi volontariamente in regola.

La seconda fase, “parere motivato”, quella alla quale siamo arrivati oggi, consiste nella reiterazione dei motivi dell’infrazione. Il parere motivato è la conferma da parte della Commissione Europea che lo Stato membro continua a mancare agli obblighi a esso incombenti.

La terza fase è il deferimento alla Corze di Giustizia.

PeaceLink ha lavorato in assoluta e quotidiana continuità con la Commissione Europea ed è l’autrice della denuncia che ha portato all’apertura di una prima procedura d’infrazione lanciata il 26 settembre 2013 e di una seconda e più importante denuncia, che ha fatto svattare una seconda procedura di infrazione lanciata il 16 aprile 2014 e che ha estinto la prima assorbendone ed allargandone le motivazioni.

L’infrazione del 16 aprile 2014 costituiva un ampliamento molto importante in quanto rafforzava il quadro legale al quale la Commissione faceva riferimento, perché la Commissione non solo affermava che l’ILVA non rispettasse le condizioni previste dalla direttiva IPPC ma contestava anche all’Italia il non rispetto della Direttiva Seveso sulla prevenzione dei rischi di incidenti industriali rilevanti. Venivano toccati i punti fondamentali dei rifiuti, del loro stoccaggio, degli scarichi delle acque utilizzate negli impianti, dell’inquinamento dei suoli e delle aree vicine allo stabilimento.

Sulla base di una imponente quantità di documenti, analisi, studi, foto e video di supporto al materiale scientifico forniti nel corso degli ultimi due anni, sulla base di numerosi incontri e contatti avvenuti, PeaceLink è stata in grado di dimostrare che il Governo italiano, che gestisce lo stabilimento ILVA attraverso la Struttura di Commissariamento e che in ogni caso avrebbe dovuto vigilare anche sulla amministrazione privata, non ha messo in regola lo stabilimento come previsto dal diritto europeo e continua a tollerare che lo stabilimento produca causando eventi di inquinamento di tale portata e di tale pericolo da divenire oggetto di ben due infrazioni della Commissione Europea.

Il 14 agosto del 2014, il Commissario europeo all’Ambiente Potocnik aveva invitato un’importante lettera ad Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti e Luciano Manna nella quale rassicurava PeaceLink del fatto che la Commissione Europea continuava a monitorare da vicino la situazione a Taranto. Il Commissario si era detto in quella lettera intenzionato a portare avanti il caso finché piena tutela fosse data alla popolazione direttamente colpita e all’ambiente, così come garantisce il diritto europeo in materia.

Ricordiamo infine che Peacelink ha adito la Commissione Europea in virtù del diritto, garantito dal TFUE, che ogni cittadino europeo ha di segnalare una misura o una prassi adottata dallo Stato membro in questione che, a suo giudizio, è contraria ad una disposizione o a un principio del diritto dell’Unione.

Le tappe che hanno portato a questo risultato sono le seguenti.

Aprile 2013: Peacelink invia una lettera alla Commissione europea e al Parlamento europeo per denunciare ciò che accade a Taranto. Antonia Battaglia, che ha portato avanti e realizzato il lavoro a Bruxelles, comincia ad informare costantemente, quasi quotidianamente, Bruxelles sulla evoluzione degli eventi a Taranto. Seguono le prime risposte scritte di Commissione e Parlamento.

Luglio 2013: Peacelink incontra il Direttore all’Ambiente della Commissione e lo staff del Commissario a Bruxelles.

26 settembre 2013: viene lanciata la prima procedura di infrazione.

17 ottobre 2013: Antonia Battaglia viene invitata dalla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo a presentare la petizione su Taranto. Si intensifica il suo lavoro di presentazione di interrogazioni parlamentari, presentate assieme a Monica Frassoni, Co-Presidente dei Verdi Europei.

4 dicembre 2014: il Presidente del Parlamento europeo scrive ad Antonia Battaglia.

2 aprile 2014: Antonia Battaglia viene ricevuta dal Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

10 aprile 2014: Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti e Luciano Manna, con una delegazione dei Verdi europei composta da Monica Frassoni e Raoul Romeva, incontrano il Commissario all’Ambiente Potocnik.

16 aprile 2014: la Commissione lancia una seconda procedura di infrazione che estingue la prima e che allarga notevolmente il quadro legale di azione contro l’Italia.

Agosto 2014: Antonia Battaglia denuncia l’ultima norma pro-Ilva ( inserita come emendamento al DL 91 Competitività) alla Direzione Generale per la Concorrenza della Commissione europea, sulla possibilità che tale nuova legge convogli somme pubbliche nella gestione quotidiana dell’ILVA.

14 agosto 2014: Battaglia, Marescotti e Manna ricevono una lettera dal Commissario Potocnik, che li rassicura sul lavoro che la Commissione sta svolgendo per Taranto.

Nelle settimane successive è continuato un intenso lavoro di documentazione. PeaceLink ha inviato alla Commissione Europea altro materiale: le leggi, le analisi, i documenti e tutto ciò che riguarda la questione Taranto e Ilva. Il materiale è stato studiato e tradotti in inglese. I dati delle misurazioni ambientali sono stati illustrati e corredati di foto e video. Importante è stato l’apporto di tutti i cittadini di Taranto – in particolare le “ecosentinelle” – che hanno aiutato PeaceLink in questo procedimento di documentazione continua.

Oggi si celebra il processo ILVA. La magistratura giudicherà il passato. La Commissione Europea, con questo parere motivato, riscontra gravi problemi anche nel presente.

Per PeaceLink

Antonia Battaglia
Alessandro Marescotti

Luciano Manna

www.peacelink.it

IL VI VERTICE DEI BRICS E IL MUTAMENTO DEGLI EQUILIBRI GLOBALI

IL VI VERTICE DEI BRICS E IL MUTAMENTO DEGLI EQUILIBRI GLOBALI | eurasia-rivista.org.

EU’s Socialists & Democrats: Situation in Gaza Unsustainable

BERNE, SWITZERLAND, August 4, 2014 (WAFA) – “The situation in Gaza is becoming unsustainable. Humanitarian conditions are deteriorating,” Monday said President of the European Union’s Socialists & Democrats Group, Gianni Pittella.

 

He remarked: “Public resentment against this conflict has reached the streets of European cities, with the risk of more riots and protests,” adding: “We demand an extraordinary meeting of the European Council to be held as soon as possible to discuss the EU strategy vis-à-vis the Gaza conflict.

 

“The European Union should take concrete measures in order to stop the war going on in this region, including the adoption of an arms embargo,” added Pittella.

 

Gianni Pittella concluded by calling for a UN resolution to establish a humanitarian corridor along the Gaza Strip.

 

“The European Union should play a proactive role in the peace process and work immediately for a United Nations resolution to establish a humanitarian corridor along the Gaza Strip in order to get aid to civilians.”

 

‘It is time to act before it is too late. Business as usual is no longer acceptable.”

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

Israel joins EU research program despite settlement guidelines

Israel joins EU research program despite settlement guidelines | Maan News Agency.

Elezioni Europee, come l’Europa finanzia l’occupazione della Palestina

How Europe funds the occupation of Palestine

Gaza children paint a mural against a siege that the EU helps to finance.

(Mohammed Asad / APA images)

Has the European Union finally confessed that it is footing the bill for the occupation of Palestine?

In a roundabout way, one of its envoys may have done just that. Lars Faaborg-Andersen, the EU’s ambassador in Tel Aviv, recently warned about the consequences of the Union deciding to cut its assistance to the Palestinian Authority should the current “peace” talks prove fruitless.

“I think it is realized in Israel that this money is key to the stability of the West Bank and in Gaza,” the Dane said. “If we don’t provide the money, I think there is a great likelihood that Israel would have to provide far more.”

Faaborg-Andersen’s choice of words are instructive. He appears to believe that the EU is doing Israel a favor by providing “stability” in the territories occupied in 1967.

As far as I can see, he did not elaborate on his comments. Had he done so, he could have explained that international law obliges an occupying power to meet the basic needs of a people under occupation. By stumping up around €460 million ($622 million) to Palestine each year, the EU is relieving Israel of its legal responsibilities.

Spin

The spin constantly being put on this aid is that it improves the living conditions of the Palestinians. The statements and “fact sheets” cranked out by Brussels bureaucrats don’t explain that some of it directly finances the infrastructure of occupation.

In 2012, for example, the Union boasted about how it was giving €13 million ($17.5 million) to upgrade equipment such as X-ray machines and computer technology used at Karem Abu Salem, the crossing for goods between Gaza and present-day Israel.

There was a major omission in the announcement of this “generous” gift. Karem Abu Salem — known in Hebrew as Kerem Shalom — is controlled by Israel, which has placed severe restrictions on the flow of goods into the Strip. By lending Israel a hand, the EU was accommodating the illegal siege of Gaza. It wasn’t the first time that the Union had facilitated such illegality.

Don’t trick us

If you understand French, I’d urge you to read Palestine, la trahison européenne (Palestine, the European betrayal). Written by Véronique De Keyser, a member of the European Parliament, and the late human rights champion Stéphane Hessel, this book documents how aid ostensibly earmarked for the Palestinians actually benefits Israel. After Hamas won a democratic election in 2006, the EU refused to channel aid through an administration headed by that party. In March 2006, Benita Ferrero-Waldner, then the Union’s external affairs commissioner, decided that €40 million ($54 million) would be paid directly to Israel so that Israeli firms could deliver fuel to Gaza.

I have never argued that the EU should cease giving money to Palestine. Doing so would deprive too many people of education, healthcare and energy. Instead, what I have demanded is honesty and accountability.

The taxpayers of Europe should not be tricked into thinking that our money is always being spent in a benign fashion. We should be told straight out that it is aiding an occupation. If Israel refuses to accept its legal responsibilities, then it behoves the EU to send its aid bills to Israel and insist on reimbursement. And when Israel destroys EU-financed projects — as it has done on numerous occasions — the Union must take Israel to court. To their shame, the Union’s representatives have always been too cowardly to sue Israel.

Sinister

Fresh data contained in an official EU report on the arms trade reveals something even more sinister. It indicates that the value of export licenses for weapons issued by the Union’s governments jumped by 290 percent between 2011 and 2012: from €157 million ($212 million) to €630 million ($851.5 million).

These statistics probably don’t give a full picture of the cooperation involved. Britain (a long-standing EU member) released figures last year indicating that the sale of military items to Israel can be measured in billions, rather than millions. Still, they indicate that the Union is blithely ignoring its own law on the weapons trade. It forbids arms exports if they are likely to be used for repression or to exacerbate regional tensions.

There is, of course, a pattern forming here. Israel is treated as if it is above the law.

 

thanks to: electronicintifada

EU Missions Concerned Over Israeli Demolitions

Palestine News & Info Agency – WAFA – EU Missions Concerned Over Israeli Demolitions.

#EU concerned about freedom of expression in #Papua

EU concerned about freedom of expression in Papua | Tapol.

Le nuove linee guida testano la forza di volontà dell’Unione Europea – BDS Italia

Un gruppo di 51 membri del Parlamento Europeo ha scritto all’Alto Rappresentante della Politica Estera dell’UE Catherine Ashton, in quello che è l’ultimo di una serie di appelli rivolti all’Europa atti ad incitarla a non annacquare o ritirare le nuove linee guida che proibiscono all’Europa di riconoscere la sovranità di Israele sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza.

Annunciate a Luglio, le nuove linee guida dovrebbero nello specifico bloccare i finanziamenti europei a quei progetti israeliani locati nei Territori Occupati, e sospendere i prestiti alle compagnie e alle istituzioni israeliane che operano in Cisgiordania.

In questo momento storico, l’Unione Europea sta affrontando un importante test della sua capacità di volontà, data la grande pressione portata da Israele, dalle sue lobby presenti in Europa e dagli Stati Uniti per abrogare o annacquare queste nuove linee guida, con lo stato ebraico che ha dichiarato che non prenderà parte al nuovo grande progetto di ricerca e sviluppo Horizon 2020 se le nuove direttive non verranno per lo meno modificate.

Nella loro lettera, i membri del Parlamento Europeo, tutti di varia provenienza politica, spiegano la loro convinta credenza che le colonie israeliane non dovrebbero ricevere benefici attraverso i soldi dei contribuenti europei.

La scorsa settimana, più di 500 accademici europei hanno scritto alla Ashton per spiegare che, come partecipanti al programma di ricerca dell’Unione Europea, trovano inaccettabile l’attuale condizione per cui l’Europa si trova a incoraggiare e finanziare università e compagnie israeliane come Ahava che operano nelle colonie illegali di Israele.

Altre lettere aperte sono state pubblicate da un gruppo di 15 ex leader europei e da un gruppo di oltre 600 accademici ed artisti israeliani.

 

Le pressioni di Israele

Mentre i negoziati per la partecipazioni di Israele al miliardario programma di ricerca a sviluppo Horizon 2020 proseguono, lo stato israeliano e i suoi sostenitori hanno provato a portare pressioni all’Unione Europea affinchè questa non applicasse appieno le linee guida.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha esortato l’Unione ad abrogare le sue nuove normative, spiegando che secondo lui ostacolerebbero i negoziati di pace tra Israele e l’OLP. Una dichiarazione rilasciata da più di 40 organizzazioni della società civile palestinese ha condannato la sua posizione, definendola come “un tentativo di incitare l’Unione Europea a violare i suoi stessi doveri di rispetto della legge internazionale.”

Giovedì scorso, il Comitato per le Relazioni con Israele del Parlamento Europeo ha ospitato un meeting speciale con David Waltzer, ambasciatore di Israele presso l’Unione Europea. Un amico presente al meeting di Micheal Deas, coordinatore europeo del BNC, ha riferito il visibile stato di ira di Waltzer che urlava al micrfono mentre denunciava che l’Unione Europea starebbe “boicottando Israele”.

Tra le tante lobby pro Israele presente, c’era anche una grande delegazione della Israel Allies Foundation, l’organizzazione che sta dietro a molti caucus pro Israele al Congresso Americano, che ha nominato un nuovo direttore per il suo distaccamento europeo e ha promesso di incrementare le proprie pressioni lobbistiche a Brussels in risposta alle linee guida.

Dichiarazioni di alcuni importanti funzionari europei al seguito di questo primo round di colloqui sulla partecipazione di Israele ad Horizon 2020 hanno fatto capire come l’Europa sia ferma sulle proprie posizioni, insistendo anzi sul fatto di rafforzare le linee guida. Ma rimane il timore che alcuni dei più convinti governi filo israeliani come quello italiano, tedesco o ceco possano agire insieme per far deragliare l’applicazione delle nuove normative.

Preoccupante anche il fatto che la stessa Ashton abbia in qualche modo fatto capire la volontà di giungere ad un possibile compromesso, quando ha dichiarato la sua speranza di poter trovare un modo per applicare le nuove linee guida in maniera “sensata”.

Campagne di massa dal basso organizzate da studenti, accademici e gruppi in solidarietà con la Palestina hanno giocato un ruolo chiave nel mettere pressione all’Unione affinchè rilasciasse queste nuove direttive, e ulteriore pressione pubblica sarà richiesta per ottenerne la piena applicazione.

La profonda e continua complicità

Mentre le nuove linee guida rappresentano un’importante pietra miliare per quanto riguarda la politica europea nei confronti di Israele, l’Unione rimarrà profondamente complice dell’apartheid israeliano anche se quest’ultime verranno pienamente applicate.

L’Assosacion Agreement tra Ue ed Israele garantisce a questo una corsia preferenziale negli accordi commerciali e nella partecipazione a una vasta gamma di programmi europei. Il fatto che questo accordo rimani valido indipendemente dalla crescita delle violazioni dei diritti umanid ei palestinesi, agisce come semaforo verde per utleriori impunità israeliane.

Ipotizzando la possibile partecipazione di Israele al programma Horizon 2020, le nuove linee guida non potranno fare niente per bloccare i finanziamenti europei all compagnie militare israeliane: nel periodo tra il 2010 e il 2012, le compagnie militare Elbit Systems e Israeli Aerospace Industries hanno ricevuto fondi per un ammontare di almeno 3.39 mln di €, secondo i dati forniti dal Sistema di Trasparenza Finanziaria dell’Unione Europea. Molti di questi fondi hanno finanziato programmi di ricerca di tecnologie per sensori di movimento e aeromobili, che le compagnie inevitabilmente usano per rifornire sraele di un arsenale ancora più letale.

E le nuove direttive non potranno nemmeno evitare che i finanziamenti europei vadano alle università israeliane coinvolte nella ricerca militare e nello sviluppo di armamenti, che risultano essere così il cuore della pianificazione e dell’attuazione dei crimini di guerra israeliani.Secondo un report del quotidiano Haaretz, dalla sua partecipazione ad Horizon 2020, Israele di aspetta di riceve 300 mln di € in più rispetto al suo conctributo per l’ammissione, cifra che le nuove linee guida non sembrano essere in grado di ridurre.

Quindi, mentre l’unione Europea può imporre severe misure di austerità sulle popolazione di Irlanda, Grecia e Portogallo, sembra che i tempi non siano mai abbastanza duri per non allungare una bella manciata di contanti ad Israele.

 

 

 

Fonte: electronicintifada.net

Le nuove linee guida testano la forza di volontà dell’Unione Europea – BDS Italia.

 

European lawmakers tell EU to stand up to lobby pressure, implement ban on settlement funding

A group of 51 members of the European Parliament (MEPs) have written to EU foreign policy chief Catherine Ashton in the latest of a series of calls on the EU not to water down new guidelines that prevent the EU from recognizing Israeli sovereignty over the West Bank and Gaza Strip.

Announced in July, the new EU guidelines should bar it from awarding grants to Israeli projects in territory occupied since 1967 and exclude Israeli businesses and institutions that operate in the West Bank from receiving EU loans.

The EU now faces a major test of its willpower as Israel, the US and a host of Israel lobby organizations pressure it to water down its guidelines. Israel says it will not take part in the major new research funding program Horizon 2020 unless the guidelines are relaxed.

In their letter, the MEPs from across the political spectrum explain that they “feel strongly that Israeli settlements should not benefit from European taxpayers’ money.”

Last week, more than 500 European academics wrote to Ashton to explain that as participants in EU research programs they opposed the current situation, which the guidelines are supposed to prevent, whereby the EU is “encouraging and funding collaboration between European universities and Israeli companies such as Ahava that operate in illegal Israeli settlements.”

Open letters on the topic have also been published by a group of 15 former EU leaders and a group of 600 Israeli academics and artists.

Israel steps up pressure

As negotiations on Israel’s participation in the 70 billion euro Horizon 2020 research funding program continue, Israel and its supporters have been pulling out all of the stops to pressure the EU not to apply the new guidelines.

US Secretary of State John Kerry has called on the EU to drop its new guidelines, arguing that they will hinder negotiations between Israel and the Palestine Liberation Organization. A statement ​published​ by more than 40 Palestinian civil society organizations condemned his comments as amounting to “an appeal to the EU to violate its own obligations under international law.”

On Tuesday, the European Parliament committee on relations with Israel hosted a special meeting with David Waltzer, Israel’s ambassador to the EU. A friend who was at the meeting told me that Waltzer was visibly angry and almost shouting into his microphone as he denounced the EU for “boycotting Israel.”

Among the many pro-Israel lobbyists present was a large contingent from the Israel Allies Foundation, the organization behind a major pro-Israel caucus in the US Congress. The foundation appointed a new European director and pledged to step up its lobbying efforts in Brussels in response to the guidelines.

Comments from senior EU officials following the first round of negotiations on Israel’s participation in Horizon 2020 suggest that they are so far standing firm and insisting the new guidelines will be enforced. But fears remain that the more ardently pro-Israel EU governments such as those of Italy, Germany or the Czech Republic could try to derail the new guidelines altogether.

Worryingly, Ashton has also hinted at a possible compromise when she said she hoped a way could be found for the guidelines to be implemented “sensitively.”

Grassroots campaigns by students, academics and solidarity groups played a key role in pressuring the EU to announce its guidelines, and further public pressure will be required for it to implement them fully.

Deep ongoing complicity

While the new guidelines are an important milestone in terms of EU policy towards Israel, the EU will remain deeply complicit with Israeli apartheid even if and when they are fully implemented.

The EU-Israel Association Agreement grants Israel preferential trade arrangements and participation in a huge array of EU programs. The fact that this agreement remains in place no matter how Israel escalates its violations of Palestinians’ human rights acts as a green light for further Israeli impunity.

Assuming that Israel does eventually participate in the Horizon 2020 program, the new guidelines will do nothing to prevent EU grants being awarded to Israeli military companies.

In the period 2010-2012, Israeli military companies Elbit Systems and Israeli Aerospace Industries received EU grants worth at least 3.39 million euros, according to data available on the EU’s Financial Transparency System. Many of these grants were for research into aircraft and sensor technology that the companies will inevitably use to provide Israel with an even deadlier arsenal.

Nor will the new guidelines prevent funding being awarded to Israeli universities, despite their involvement in military research and weapons development projects that put them at the heart of planning and implementing Israeli war crimes.

According to one report in the newspaper Haaretz, Israel expects to receive 300 million euros more in Horizon 2020 funding than it will contribute to the scheme. This figure is unlikely to be greatly diminished by the new guidelines. So while the EU may be imposing harsh austerity measures on the peoples of Ireland, Greece and Portugal, it seems that times are never too tough to hand over a nice chunk of cash to Israel.

http://electronicintifada.net/blogs/michael-deas/european-lawmakers-tell-eu-stand-lobby-pressure-implement-ban-settlement-funding

51 MEP`s call Ashton to implement guidelines

51 MEP`s call Ashton to implement guidelines.

Quanto costa a Israele la direttiva UE?

 

Le nuove linee guida contro le colonie

A rischio enti pubblici e le compagnie private su cui Bruxelles ha fatto piovere milioni di euro

La reazione israeliana alla nuova direttiva dell’Unione Europea del 19 luglio non si è fatta attendere. Giovedì scorso il ministro della Difesa, Moshe Ya’alon, ha dato ordine all’IDF (l’esercito israeliano) e all’Amministrazione Civile (l’ente che si occupa della gestione amministrativa dei Territori Occupati) di bloccare ogni progetto di cooperazione con Bruxelles che si svolga in Area C. Tradotto: rifiutare di rilasciare nuovi permessi e di rinnovare quelli vecchi per progetti di costruzione in Area C in Cisgiordania (che rappresenta il 60% del territorio, sotto il controllo civile e militare israeliano). Restrizioni che andranno applicate anche al personale europeo che entrerà in Israele per dirigersi a Gaza e in Cisgiordania: il Ministero ne vieterà l’ingresso al confine e non concederà permessi di lavoro ai dipendenti di Bruxelles impegnati in Area C.

Un vero e proprio giro di vite che appare una reazione a caldo alla decisione forte dell’Unione Europea: con le nuove linee guida entrate in vigore due settimane fa, Bruxelles impone ai 28 Stati membri di interrompere ogni tipo di cooperazione finanziaria, accademica e bancaria con le entità israeliane di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Alture del Golan, ovvero i territori occupati militarmente da Tel Aviv con la guerra dei Sei Giorni del 1967.
«Spero che Israele continuerà a reagire contro chi compie passi unilaterali – ha commentato Yigal Delmonti, direttore generale del Consiglio delle Comunità Ebraiche di Giudea e Samaria (ovvero le colonie israeliane in Cisgiordania) dopo l’annuncio del Ministero – Già due settimane fa avevamo avvertito che la UE aveva assunto una posizione pro-palestinese e che non poteva più essere considerata neutrale».

La reazione israeliana è il chiaro segno del ‘terremoto’ scatenato dalla UE e dalla sua potenziale efficacia: le linee guida emesse da Bruxelles impediranno a ministeri, enti pubblici, banche e compagnie private che operano nelle colonie di ricevere prestiti e finanziamenti dal valore attuale di centinaia di milioni di dollari. A bloccarli sarà la Banca di Investimento Europea che interromperà la pioggia di denaro finora caduta su soggetti attivi nelle colonie. Alcuni esempi: la Banca Hapoalim ha ricevuto nel 2006 una linea di credito dalla UE pari a 75 milioni di euro; la compagnia dell’acqua Mekorot lo scorso anno ha goduto di un prestito da 120 milioni, mentre sono stati 40 quelli rilasciati alla compagnia di auto elettriche Better Place.
Non solo. Come spiegato dal Tribunale Russell per la Palestina, attualmente la UE sta portando avanti il settimo Programma Quadro (2007-2013) che pone tutte le iniziative e i progetti europei sotto lo stesso ombrello: un programma da 220 miliardi di euro, di cui godono – secondo l’accordo di Associazione UE-Israele – anche le compagnie e gli enti pubblici israeliani. Tra i soggetti che hanno richiesto e ottenuto i finanziamenti in questione ci sono compagnie militari come Elbit e Israeli Air-Crafts Industries, i produttori dei droni usati durante l’Operazione Piombo Fuso contro Gaza e i costruttori del Muro di Separazione in Cisgiordania. Le nuove linee guida europee avrebbero fermato un simile finanziamento.

Secondo i dati forniti dalla Commissione Europea, Israele ha partecipato ad oltre 2.300 progetti finanziati dal Programma Quadro europeo negli ultimi dieci anni (55 quelli palestinesi): la maggior parte hanno riguardato e riguardano contro-terrorismo, controllo dei confini, tecnologia di sorveglianza, sicurezza interna. Alcuni esempi di finanziamenti UE finiti nelle casse di compagnie private israeliane: quasi 9 milioni di euro per la sicurezza aeroportuale, quasi 13 al controllo dei confini, oltre 9 per il controllo delle coste (tra cui rientra l’assedio via mare della Striscia di Gaza), oltre 13 milioni per la costruzione di una rete ferroviaria  tecnologica e sicura. Per un totale che sfiora i 100 milioni di euro.

Una cifra considerevole che la nuova direttiva potrebbe concretamente assottigliare. Non sono certo poche le compagnie pubbliche e private che operano attivamente in quelle che la UE definisce “entità israeliane” nei Territori Occupati. I timori di Tel Aviv sono fondati, ma resta da capire se una simile decisione potrà effettivamente modificare l’approccio israeliano, anche in vista dell’avvio dei negoziati bilaterali con la controparte palestinese, iniziati martedì a Washington con la benedizione statunitense.

Ne abbiamo parlato con Tali Shapiro, giovane attivista israeliana del movimento Boycott from Within, parte della campagna globale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro Israele.

Penso si tratti di un passo senza precedenti da parte della UE, seppure non sia il primo. Politicamente, cominciamo a vedere le prime sanzioni contro Israele. In questo caso, si tratta di una mossa per privare certi privilegi, estremamente efficace a livello politico. Nessun media o politico israeliano è rimasto indifferente. Credo che questo sia sono l’inizio, ora ne sono necessari altri. Israele ha da sempre avuto governi nazionalistici, per questo la pressione internazionale per fermare la colonizzazione è la giusta via da intraprendere. È anche quello che chiede la società civile palestinese con il movimento di boicottaggio. Israele si trova nel cuore del Medio Oriente, ma ad oggi è un’entità ostile nel mezzo del mondo arabo. Deve rendersene conto e capire l’importanza di un’integrazione”.

La perdita economica per Israele sarebbe tremenda – prosegue Tali – Non sono un’esperta di economia, per me non è facile dare dei numeri. Ma, come sottolinea il progetto Who Profits, l’economia israeliana è completamente interconnessa con l’occupazione. Israele fornisce speciali vantaggi a chi fa business nella Cisgiordania occupata (o per chi ci va a vivere, i coloni, e che compiono un crimine di guerra), come ad esempio forza lavoro sottopagata e un nuovo mercato per il consumo, lo scippo di terre e così via. Questo crea una bolla economica. Una volta esplosa, gli investitori non perderanno solo denaro, ma anche l’incapacità di proseguire negli investimenti”.

La società israeliana vive nel buio ed è bombardata da messaggi di panico e terrore. Il movimento BDS esiste ormai da quasi dieci anni, ma solo da due è riuscito a raggiungere il pubblico israeliano attraverso la stampa – conclude la Shapiro – Ma anche così, il possibile danno economico è calcolato da esperti e gli israeliani non comprendono gli effetti economici. E quando accade qualcosa come la nuova direttiva UE, i media riverberano il panico, senza analizzare i benefici per la gente. L’opinione pubblica israeliana non ha le risorse per comprendere e non si forma delle idee fondate su analisi concrete. Fino a quando i media e il governo non saranno onesti con la gente, gli israeliani non conosceranno mai simili campagne, perché esistono e qual è il loro obiettivo. Per loro, la sanzione europea è piovuta dal cielo, in un giorno nuvoloso e ‘antisemita’. Per questo ritengo che un simile passo da parte di Bruxelles vada concepito come una misura di lungo termine che avrà effetto su individui, gruppi e società civile solo con il tempo”.

thanks to: Emma Mancini

L’Indro

Nasrallah alla UE: ora siete complici di Israele

Nena News Agency | Nasrallah alla UE: ora siete complici di Israele.

New report by European groups highlights growing consensus for ban on Israeli settlement goods

A coalition of 22 European NGOs along with Richard Falk, the UN special rapporteur for human rights in the occupied Palestinian territories have in the last week released significant reports on financial links with illegal Israeli settlements.

Running into 35 pages, the report from European NGOs, titled Trading Away Peace, is the most wide-ranging report yet into the various forms of economic support for illegal Israeli settlements provided by European states and corporations.

Opening with an overview of the reality for Palestinians in the West Bank, the report highlights the inconsistency between the EU’s stated opposition to settlements and its failure to take action to halt economic activity that encourages their continued existence and expansion.

The report uses Israeli government estimates of the volume of settlement trade to estimate that the EU imports fifteen times more from the illegal settlements than from the Palestinians living in the occupied territories.

Complicit companies

Profiling Israeli companies exporting consumer goods from settlements such as Ahava, SodaStream and Mehadrin, the report recommends that European governments “ensure correct consumer labeling of all settlement products as a minimum measure” and “as a more comprehensive option, ban imports of settlement products, as called for by Ireland.”

The report also calls for action to prevent European corporations like Veolia and G4S from providing infrastructure to illegal Israeli settlements, the inclusion of illegal Israeli settlements in EU agreements and the purchase of property in settlements by European citizens. In all, its 12 recommendations cover many of the main forms of financial support for illegal Israeli settlements.

What’s especially significant and heartening about the report is how widely it has been endorsed. The 22 signatories from 11 European countries include the APRODEV network of Christian development organizations, the International Federation for Human rights (FIdH) and national churches in Sweden and the UK.

Call for boycott

In a report presented to the UN General Assembly on 25 October, the UN special rapporteur on human rights in the occupied Palestinian territories, Richard Falk, went even further, calling for a “boycott [of] businesses that profit from Israeli settlements.”

Advocates of the position that governments should tackle companies complicit in settlements and not just produce made in illegal settlements, including the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), point out that any business with companies exporting from or operating in settlements supports their continued growth and expansion.

“In short, businesses should not breach international humanitarian law provisions. Nor should they be complicit in any breaches. If they do, they may be subject to criminal or civil liability. And this liability can be extended to individual employees of such businesses,” Falk explained when presenting his report (download the report in full here) (extract).

The report examines 13 companies, many of which are already targeted by the BDS movement over their complicity with Israeli violations, including G4S, Mehadrin, Veolia and Caterpillar, and details their infringements of the new UN Guiding Principles on Business and Human Rights.

Falk recommends BDS

The implementation of the guidelines by states and businesses is one of Falk’s main recommendations. The report also states that the special rapporteur is committed to following up with the corporations listed in the report and “may continue to gather information and report on the involvement of corporations in Israel’s settlement activities.”

Making specific mention of the Palestinian-initiated boycott, divestment and sanctions (BDS) movement, Falk urges civil society to “vigorously pursue initiatives to boycott, divest and sanction” the businesses highlighted in his report and calls on governments to “investigate the business activities of companies registered in their own respective countries… that profit from Israel’s settlements, and take appropriate action to end such practices and ensure appropriate reparation for affected Palestinians.”

UN Secretary-General Ban Ki-moon has faced demands from the Anti-Defamation League to distance himself from the report, while the US, Canada and Israel have all called for Falk’s resignation.

Popular pressure needed

The Irish foreign minister has declared himself supportive of an EU-wide ban on settlement trade and the Norwegian foreign minister has also spoken of the need to take concrete action.

However, in a recent meeting with campaigners, a senior EU official denied reports that the EU was considering a EU-wide settlement trade ban and said that countries like France and the UK instead supported a proposal that the EU should issue new guidance ensuring the correct labeling of settlement products.

Alistair Burt, the UK government minister responsible for Middle East policy echoed that view when he said the following in response to to a question in parliament about this new Trading Away Peace report and whether the UK government would implement a ban on settlement trade:

I have seen the report and I note that one of its main recommendations is to commend the United Kingdom on its policy of voluntary labelling and to encourage other European Union countries to do the same. There is active consideration in the EU about doing just that, and we are taking part in that. So far, however, I have not seen anything that would lead us to change our policy in relation to boycotts…

Official guidance requiring the correct labeling of products from illegal settlements, as implemented by the UK, Danish and South African governments, should be seen as a welcome step towards more restrictive measures. But as Palestinian human rights organization al-Haq has argued, states are legally obliged not to provide recognition or assistance to Israeli settlements, including by ending settlement trade. Labelling alone is not sufficient – turning economic support for the colonization of Palestine into an issue of consumer choice is not an acceptable long-term proposition.

While an EU-wide ban on settlement trade may not be a realistic short term goal, it does seem possible that an individual state or group of states – Ireland, Norway or South Africa, for example – could be successfully pressured to implement such a ban.

There is also potential for more retailers to be pressured into adopting the position of the UK Co-operative supermarket, which this year announced that it would no longer deal with companies operating in illegal settlements.

Years of determined grassroots campaigning and Israel’s continued violations of international law mean that demands to end financial support for settlements are now winning unprecedented levels of support, as these two new reports demonstrate.

The challenge now for all campaigners, including supporters of a full boycott of Israel, is to build campaigns capable of pressuring governments and more retailers to take effective action against companies operating in settlements, or at least products from illegal settlements. Further victories in this area would be hugely damaging not only to Israel’s settlement regime but the entirety of its apartheid system.

thanks to: Michael Deas

The Electronic Intifada

EU condemns Israeli Occupation

 

 

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