Israele e miti sionisti – seconda parte

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici. Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi. Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione. Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale. Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”. Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese. Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.  Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi. Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.  Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania. L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nellistruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: Cry Beloved Country, in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:

https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards

thanks to: Brescia Anticapitalista

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Israele e i miti sionisti

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

La situazione dei palestinesi si aggrava in una forma così accelerata che si può ormai misurare quotidianamente. Il deterioramento viene regolarmente documentato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e tuttavia sul piano politico i principali membri dell’ONU permettono la continuazione della finzione che l’occupazione israeliana sia temporanea e cesserà quando verrà firmato un accordo di pace. Israele non è però un custode temporaneo, ad interim, della Cisgiordania e di Gerusalemme orientale, nonché di Gaza. Come osserva Ilan Pappé nel capitolo su Gaza, il nono, del suo ultimo libro, non bisogna quindi farsi confondere dal ‘ritiro’  voluto nel 2005 da Ariel Sharon deciso piuttosto a metterla sotto assedio. Per l’ONU Israele rimane formalmente il paese occupante della Striscia. Dal 1967 il governo di Tel Aviv tratta i territori  della Cisgiordania e del Golan – quest’ ultimo illegalmente annesso nel 1981 – come zone di popolamento coloniale rimaneggiando ed espellendo gli abitanti dalle aree scelte per gli insediamenti, distruggendone le case e limitandone gli spostamenti, costruendo strade per soli ebrei. Il punto è che l’occupazione in corso dal 1967 non è mai stata considerata come temporanea da parte dei vari governi israeliani.  Essa si presenta come la continuazione della pulizia etnica condotta in maniera massiccia dal dicembre del 1947 fino al 1949 con prolungamenti fino agli inizi degli anni ’50 quando gli abitanti di Majdal, ribattezzata Ashkelon, furono messi su dei camion e scaricati oltre il confine della striscia di Gaza.  La questione in definitiva è assai semplice da capire: Israele è uno Stato ad insediamento coloniale concepito in modo tale da rimpiazzare una popolazione pre-esistente, quella palestinese appunto, con una nuova di provenienza in gran parte europea. E, altrettanto semplicemente, la conseguenza del progetto sionista volto a costruire uno stato istituzionalmente ebraico. Il problema pertanto non è unicamente confinabile ai territori conquistati con la guerra del giugno del 1967: tutto il processo di insediamento coloniale sionista si caratterizza come un’occupazione del suolo su cui si sorgevano i villaggi palestinesi e sulla requisizione con la forza delle loro terre agricole e fonti acquifere e sullo spostamento violento dei loro abitanti.

Sebbene la realtà dei palestinesi sia ormai ben nota, sulla maggioranza degli organi di stampa la storia della formazione di Israele e della sua evoluzione nel tempo continua ad essere caratterizzata da miti che fungono da sostegno alle politiche del governo contro il popolo palestinese, fornendo altresì l’alibi alla colpevole Europa  di non fare assolutamente nulla di concreto. In questo contesto lo storico Ilan Pappé – originariamente docente all’Università di Haifa, ma da dieci anni professore presso la University of Exeter in Gran Bretagna (1)- ha prodotto un volume il cui obiettivo consiste nella demolizione dei principali miti con cui viene presentato e descritto Israele. Il volume si articola in dieci capitoli di cui l’ultimo tratta molto criticamente della questione dei due Stati come soluzione del problema.

“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra” costituisce lo slogan fondatore dell’ideologia sionista. La frase contiene due miti cui sono dedicati i primi due capitoli del libro. Agli inizi del ventesimo secolo la prima parte dello slogan fu smontata completamente da Max Nordau, cofondatore e vice presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Egli scrisse al presidente dell’organizzazione Theodor Herzl che la promessa sposa, cioè la Palestina, era già maritata, intendendo con questo che il paese già apparteneva a coloro che vi abitavano e che contavano oltre mezzo milione di persone. Pappé mostra molto bene e succintamente come la Palestina del periodo Ottomano avesse i tratti di una società evoluta in termini di centri urbani e di ceti culturali, forse tra le più avanzate del mondo arabo. Alcune delle riforme amministrative introdotte dal governo ottomano contribuirono a rendere la fisionomia territoriale della Palestina più omogenea, mentre la designazione dei confini mandatari da parte del governo britannico dopo la Prima Guerra Mondiale ne rafforzò la coerenza. Grazie ai lavori dello storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi, Pappé rileva come un movimento nazionale specificatamente palestinese si stesse formando prima del soprassalto prodotto dalla colonizzazione sionista. (2) Egli fa inoltre notare che se non fosse per il fatto che i sionisti richiedessero ed imponessero alla comunità ebraica palestinese un’ubbidienza totale, la formazione di un movimento nazionale palestinese avrebbe incluso, come nel caso dei cristiani, anche degli ebrei appartenenti alla locale comunità.

Di maggiore complessità è la critica alla seconda parte dello slogan. In verità mi sembra che l’autore non affronti la questione se gli ebrei siano o meno “un popolo senza terra”. Per farlo avrebbe dovuto discutere teoricamente della questione nazionale e ciò é assente dalle pagine del volume in questione che evita ogni argomentazione concettuale marxista. Il metodo scelto da Pappé è quello di tracciare il sentiero che collega il sionismo cristiano della prima metà dell’800 al sionismo nato successivamente nell’ambito del mondo ebraico europeo. Il primo consiste in quelle posizioni del protestantesimo e anglicanesimo che, dalla terza decade del diciannovesimo secolo fino al primo conflitto mondiale, sostenevano l’auspicabilità di far ‘tornare’ gli ebrei alla supposta terra di origine come atto di redenzione e di eliminazione di un ‘problema’ europeo. E’ da osservare che per i cristiano-sionisti, prevalentemente protestanti e anglicani la questione ebraica emanava dalla loro stessa concezione antisemita in quanto – dopo aver per secoli  contribuito teologicamente e praticamente a castigare “l’ebreo” in nome della cristianità – imputavano ai medesimi ebrei un’ innata volontà di rifiutare ogni integrazione. Ergo, meglio rispedirli al loro mitologico luogo d’origine.

Pappé evidenzia l’integrazione tra le visioni cristiano-sioniste ed il personale politico che andava formulando le politiche imperialiste britanniche nell’area mediorientale sia per il periodo in cui Londra sosteneva l’impero ottomano, che per la fase in cui mirava a subentrarvi. In conclusione, le due correnti rappresentate dal sionismo cristiano e da quello nazionalista ebraico confluirono “in una potente alleanza che trasformò l’antisemita e millenaristica idea del trasferimento degli ebrei dall’Europa alla Palestina in un concreto progetto di colonizzazione a spese della popolazione autoctona della Palestina. Quest’alleanza diventò di pubblico dominio con la proclamazione della Dichiarazione Balfour il 2 novembre 1917 –  una lettera del ministro degli esteri britannico ai leader della comunità ebraica inglese in cui in pratica veniva promessa la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina” (p. 19, mia traduzione).

Il terzo capitolo del libro discute l’affermazione sionista di rappresentare tutto l’ebraismo. Questo, scrive l’autore, alla fine dell’Ottocento si divideva in due gruppi, formati rispettivamente da ebrei religiosi chiusi nelle proprie comunità e da ebrei  riformatori e laici il cui modo di vita non si distingueva dal resto della popolazione (purché del medesimo ceto sociale, aggiungo) eccetto per alcune ricorrenze. In ambo i casi il movimento sionista fu visto negativamente e in proposito Pappé cita dichiarazioni di rabbini e di varie autorità ebraiche. Particolarmente dura contro il sionismo appare, nello stesso periodo, la posizione del movimento riformatore ebraico statunitense. Esistevano però già allora dei rabbini che appoggiavano l’idea base del programma sionista e, sebbene minoritari, essi segnalarono la nascita dell’ala religiosa del sionismo oggi dominante. Per la maggioranza dei rabbini il sionismo costitutiva una grave violazione del dettato religioso-metafisico secondo il quale il ‘ritorno’ degli ebrei si sarebbe avverato solo con l’arrivo del Messia mentre per il gruppo minoritario il sionismo costituiva la realizzazione del dettato biblico. L’ostacolo principale all’accettazione del neonazionalismo da parte dei religiosi risiedeva però nella dimensione antropologico-culturale del sionismo il quale, in tutte le sue componenti, si proponeva di creare un nuovo ebreo, non particolarmente religioso, lavoratore agricolo e combattente, fisicamente robusto e non stortignaccolo come invece veniva raffigurato dalla propaganda antisemita pienamente condivisa dai sionisti.

Nella creazione dell’immagine del ‘nuovo ebreo’  i sionisti modificarono l’uso della Bibbia trattandola come un libro di storia effettivamente accaduta concentrandosi sul possesso del territorio promesso da “Elohim” a Moshé. Furono soprattutto i movimenti del sionismo socialista ad usare la Bibbia in senso storico da cui, come ammise uno dei loro esponenti, scaturì “il mito del nostro diritto di possedere questa terra” (p. 31). Arrivati in Palestina con simili idee in testa, i coloni non potevano che vedere i legittimi abitanti come degli alieni sebbene i veri stranieri fossero i nuovi arrivati: spulciando negli archivi israeliani ove sono conservati dei diari degli immigrati dei primi del ‘900, Pappé riporta dei passi illuminanti in quanto riflettono il bagaglio culturale orientalista, nel senso di Edward Said, (3) a sua volta mutuato dalla cultura profondamente eurocentrica e/o russocentrica, di cui i coloni e i loro mentori teorici erano zuppi fino al midollo (lo stesso Max Nordau, il vice di Herzl, che pur aveva colto bene la realtà che la Palestina fosse ormai sposata ai palestinesi, era un’espressione estrema e preoccupante dell’eugenismo eurobianco). Se Ilan Pappé avesse preso in considerazione l’antico ma validissimo saggio di Maxime Rodinson, uno dei maggiori mediorientalisti e pensatore marxista, avrebbe trattato il tema del rapporto sionismo e ebraismo con maggiore chiarezza. (4)  Secondo Pappé nel corso della storia varie popolazioni si sono costituite come gruppo nazionale e quindi anche gli ebrei possono passare attraverso un simile processo. Tuttavia, osserva, se ciò implica la spoliazione ed espulsione di un altro popolo la richiesta di autonomia nazionale diventa illegittima. Ma gli ebrei non sono un popolo a sé, essi appartengono alle nazioni dove abitano per cui il sionismo sarebbe rimasto un movimento marginale senza gli eventi in Germania negli anni Trenta e quelli terribili degli anni Quaranta del secolo scorso. A mio avviso Pappé avrebbe dovuto prima smantellare sia l’idea di popolo ebraico, che l’idea di una Terra di Israele, indipendentemente dal fatto che la Palestina fosse abitata o meno. Esplicitamente e stranamente Ilan Pappé non dà importanza all’assioma fondatore del sionismo, vale a dire la presunta continuità tra gli ebrei dell’antichità e quelli degli ultimi duemila anni. Egli afferma, a ragione, che anche altri casi di colonialismo di insediamento hanno visto i loro fautori appellarsi a concezioni religiose. A mio avviso, la demolizione che la leggenda della continuità tra ebrei antichi e moderni ha subito dal lato storico-antropologico è molto importante, a cominciare da Koestler 50 anni or sono, per arrivare a Shlomo Sand, docente di Storia all’Università di Tel Aviv autore di due recenti volumi sul tema. (5)

Tutti i sionisti hanno sostenuto, e – se non fossero ormai dominati da una visione biblico-religiosa della Palestina alla stregua dei fondamentalisti cristiani negli USA – ancora sosterrebbero, che il loro movimento deve essere considerato come un movimento nazionale, al pari di quello risorgimentale italiano e, per alcuni segmenti, addirittura rivoluzionario in senso socialista. Infatti nel 1920  il partito sionista marxista Paolé Zion fu invitato alla conferenza di Baku, il primo vero e proprio congresso mondiale anticolonialista, organizzata dal governo sovietico e diretta da Grigorii Zinoviev. In quell’occasione si precisò ulteriormente la differenza tra la questione nazionale dal punto di vista marxista rispetto al sionismo. Il documento presentato da Poalé Zion, che sosteneva la colonizzazione ebraica, fu l’unico a ricevere una lunga risposta severamente critica da parte del Partito Comunista russo, PC(b).

I sionisti non considerano dunque la loro ideologia e movimento politico come appartenente alle correnti del colonialismo da insediamento volto inevitabilmente a spodestare la popolazione locale. Il quarto capitolo del volume si propone pertanto di sfatare il mito secondo il quale il sionismo non é colonialismo. Sul piano storico concreto la demolizione risulta assai facile. Ogni persona razionale capisce che c’era una popolazione preesistente, che l’organizzazione dell’insediamento dei coloni, in particolare l’Agenzia Ebraica, si incaricava di acquistare le terre, e sfrattarne i residenti per adibirle unicamente alla costruzione di insediamenti ebraici. Così, ad esempio, nacque Tel Aviv nel 1909. La Naqba cominciò subito, addirittura prima della fondazione ufficiale del movimento sionista. Di fronte a tale realtà la reazione sionista si incentra sull’affermazione della priorità ebraica in quanto gli ebrei avrebbero il diritto e, secondo l’ideologia sionista mai emendata, il dovere  di  ritornare alla loro legittima terra. Un ulteriore pilastro della posizione sionista risiede nella negazione del carattere  storico e permanente della presenza palestinese sul territorio presentandola come labile e circonstanziale in un paese sostanzialmente disabitato e arretrato. Il tutto poi si condensava nei tre slogan delle organizzazioni coloniali sioniste operanti in Palestina: conquista della Terra, lavoro ebraico, produzione nazionale. Si intende ovviamente solo produzione dello Yishuv ebraico, (Yishuv significa insediamento), con la quale si preconizza la formazione di uno Stato nazionale esclusivamente ebraico. Da ciò scaturisce la posizione storiografica ufficiale israeliana che, come scrive Pappé “rifiuta ai Palestinesi perfino un modico di diritto morale a resistere alla colonizzazione ebraica della loro patria che iniziò nel 1882” (p.43). Il capitolo mostra come ogni atto della colonizzazione abbia sistematicamente comportato la spoliazione dei palestinesi. Pappé riporta che la popolazione locale accolse positivamente i primi arrivi stabilendo con gli immigrati dei buoni rapporti non ricambiati dai coloni. Fu quando emerse la volontà sionista di espropriare i fellahin – contadiniche cominciarono gli scontri. In Israele i moti del 1921 e del 1929, in quest’ultimo caso ci furono delle uccisioni di ebrei a Hebron, vengono raccontati come esplosioni di antisemitismo ma in realtà la loro natura fu diversa. Su questo punto Pappé apporta un chiarimento molto importante. Nel 1928 le autorità britanniche proposero una rappresentanza paritetica tra ebrei dello Yishuv e i palestinesi.  Fino al 1928 i dirigenti dello Yishuv erano favorevoli a tale rappresentanza mentre i leader palestinesi erano contrari. Ma, sottolinea Pappé, nel 1928 la dirigenza palestinese accettò la proposta britannica e furono invece le organizzazioni sioniste a rifiutarla. L’insurrezione palestinese del 1929 nacque da questo rifiuto. Avviandosi alla conclusione del capitolo Pappé scrive che “il Sionismo può essere presentato come un movimento di insediamento coloniale ed il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista” (p.47).

DALLA SPOLIAZIONE ALL’ESPULSIONE SISTEMATICA

Dall’inizio della colonizzazione fino al 1945 le organizzazioni sioniste erano riuscite ad accaparrarsi non più del 7% del territorio della Palestina mandataria con una popolazione ebraica che assommava a mezzo milione di persone su un totale di 2 milioni. In aiuto al progetto sionista vennero le Nazioni Unite che, con l’Unione Sovietica in prima fila e in maniera molto più decisa degli USA, posero le basi per la spoliazione dei palestinesi, proponendo la spartizione della Palestina in due Stati. Allo Stato ebraico, con una popolazione minoritaria rispetto all’insieme della Palestina, sarebbe andato il 55% del territorio mentre all’interno stesso dello Stato ebraico la popolazione palestinese ammontava al 45% del totale. La destra nazionalista sionista, il cui referente maggiore fu il giornalista di Odessa, inizialmente totalmente russofono, Vladimir Jabotinski, ha sempre sostenuto molto apertamente che la Palestina – quantomeno dal Giordano al Mediterraneo, quindi l’area che oggi costituisce l’intero territorio sotto il controllo d’Israele – dovesse essere ebraica nella totalità o quasi della popolazione. Pertanto i seguaci di Jabotinski hanno sempre auspicato un trasferimento concordato della popolazione palestinese oltre il Giordano, tanto erano ‘arabi’ come gli abitanti dei paesi vicini. Un ottimo esempio di ciò che Edward Said ha definito come ‘orientalismo’. Della stessa esatta posizione erano i sionisti socialisti, specialmente l’ala facente capo a David Ben Gurion, di gran lunga maggioritaria. La differenza riguardo i nazionalisti consisteva nel fatto che i sionisti socialisti non lo dicevano apertamente esprimendo la loro posizione in scritti, memorie e dichiarazioni all’interno degli organismi delle loro istituzioni tramite le quali controllavano in tutto e per tutto la vita dello Yishuv. In tal senso Pappé riporta affermazioni di Ben Gurion e quelle del maggiore ideologo in situ dell’espansione coloniale sionista, il socialista Berl Katzenelson. Anche per i sionisti socialisti  il trasferimento (espulsione) degli ’arabi’ doveva avvenire fuori dalla Palestina e quando nel 1937 gli inglesi proposero di spostare dei palestinesi all’interno stesso dei territori mandatari sia Ben Gurion che Katzenelson espressero il loro disappunto: per loro le destinazioni degli abitanti della Palestina dovevano essere la Siria e l’Iraq.  E’ da sottolineare che per trasferimento concordato della popolazione ‘araba’ della Palestina verso i paesi ‘arabi’ si intendeva un accordo di espulsione da raggiungere con le autorità di detti paesi sopra la testa della popolazione palestinese la quale, come già successe con la famigerata “dichiarazione Balfour” del 1917, non doveva in alcun modo essere interpellata. Lo storico palestinese-israeliano Nur Masahla in due ottimi lavori ha analizzato sia la formulazione da parte sionista dell’idea di trasferimento della popolazione autoctona, che il terreno e le condizioni di attuazione violenta nel 1948. (6) I suoi lavori si accompagnano benissimo col noto volume di Ilan Pappé sulla pulizia etnica della Palestina.

Nel 1937, riporta Pappé, in una lettera a suo figlio Amos, Ben Gurion aveva già preconizzato l’eventualità di un’espulsione violenta dei legittimi abitanti della Palestina. Questa avvenne dal dicembre del 1947 alla fine del 1948 ed é nota col termine di Naqba che in arabo significa catastrofe. Il governo del neo-Stato di Israele era ben consapevole dell’enormità di ciò che aveva combinato, soprattutto in considerazione della risoluzione dell’ONU 194 votata nel dicembre del 1948 che menzionava il diritto dei profughi di ritornare alle loro case ed a ricevere degli indennizzi. La risoluzione dell’ONU riconosceva di fatto responsabilità di Israele nel causare l’esodo, fermandosi però ad un passo dalla richiesta di misure di pressione e anche qui grazie soprattutto al lavoro pro-israeliano della delegazione sovietica dato che allora Stalin attribuiva la colpa della guerra del 1948 interamente ai paesi arabi ed alla Gran Bretagna. In tale contesto, il governo israeliano si pose il problema di come reagire alla questione dei profughi palestinesi sul piano dell’immagine e dei rapporti internazionali. Nacque così il mito di un esodo palestinese eterodiretto dai governi ‘arabi’ alimentato dalla promessa di ritornare vincitori. Il quinto capitolo del libro di Pappé intende smantellare tale mito e così facendo ci svela delle informazioni importanti circa l’attendibilità delle fonti storiografiche israeliane.

E’ doveroso dire che la parte di questo mito riguardo l’appello dei governi arabi alla popolazione palestinese – delle zone corrispondenti allo Stato ebraico proposto dalla commissione dell’ONU – a lasciare le loro case, venne dimostrata falsa già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da un giornalista irlandese della BBC, Erskine Barton Childers che sull’argomento scrisse nel 1961 un famoso articolo apparso sulla rivista britannica The Spectator. (7) Più recentemente l’esistenza di esortazioni a partire è stata smentita anche da uno storico statunitense molto filo-israeliano, Howard Sachar, il quale, nel suo noto libro di testo sulla storia di Israele, ha scritto di aver cercato delle prove in lungo e in largo senza riuscire a trovarle. (8) Dal canto suo Pappé riporta che dopo l’elezione di Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, David Ben Gurion fece commissionare una ricerca per dimostrare che nel 1948 i palestinesi delle zone assegnate allo Stato ebraico furono sollecitati a partire da appelli in tal senso da parte dei governi vicini. La mossa di Ben Gurion nasceva dal fatto che il neopresidente USA aveva aumentato le pressioni su Israele affinché si decidesse a risolvere la questione dei profughi del 1948. A Ben Gurion serviva della documentazione che scagionasse Israele da ogni responsabilità.

La vicenda della ricerca commissionata dal governo israeliano è assai interessante in quanto le conclusioni firmate dal responsabile della ricerca, Rony Gabay, che poco più tardi emigrerà per sempre in Australia per diventare un docente alla University of Western Australia a Perth, non corrispondono a quanto egli avesse realmente scritto nella sua relazione conclusiva, pertanto oscurata.  Nel 2013 un giornalista di Ha-aretz, Shay Hazkani, rivelò al pubblico l’intera storia intervistandone i protagonisti. Nella sua ricerca Gabay, cui era stato permesso l’accesso a documenti riservati, non aveva trovato alcuna prova riguardo i presunti appelli da parte dei governanti ed i media arabi. Le cause dell’esodo furono individuate nelle espulsioni, nelle minacce e nell’intimidazione della popolazione palestinese, cause ribadite nella ricerca di dottorato poi svolta da Gabay.  Nel rapporto finale firmato da Gabay l’esodo di massa é invece attribuito agli appelli dall’esterno. Intervistato da Ha-aretz, Gabay ha ribadito le conclusioni originarie della sua ricerca, nonché di non aver mai scritto il rapporto su cui, invece, appare la sua firma. La verità consiste nel fatto che le conclusioni iniziali non piacquero a Ben Gurion che ne ordinò la riscrittura effettuata da Moshé Maoz, uno dei maggiori orientalisti israeliani che oggi ha delle posizioni molto diverse di quelle ufficiali di allora le quali, piuttosto che la documentazione oggettiva, guidarono le conclusioni consegnate a Ben Gurion nel 1962. Tra le altre cose la vicenda testimonia del fatto che l’affidabilità degli archivi israeliani – la cui costruzione riflette sempre l’obiettivo colonizzatore dei dirigenti e delle istituzioni del paese – é alquanto problematica. Nur Masalha nei suoi lavori è stato un critico puntuale dell’affidabilità dei suddetti archivi mostrando come spesso offuschino le cause della Naqba.

Nel capitolo in discussione, Pappé sottolinea come la guerra del 1948, ufficialmente iniziata dagli Stati arabi all’ indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele il 14 maggio, non fu la causa principale dell’esodo dato che oltre la metà di questo era avvenuta già a fine aprile. Inoltre, scrive Pappé, la guerra fu indotta dalla pulizia etnica che da mesi la dirigenza sionista stava conducendo in Palestina. Secondo Pappé é sbagliato pensare che il governo israeliano fosse intenzionato ad arrivare ad un accordo. Nell’arco della sua storia Israele ha mostrato di rifiutare il piano di pace contenuto nella risoluzione dell’ONU 194, approvata questa volta senza opposizione araba, dell’11 dicembre del 1949 che richiedeva, come parte dell’accordo, il rientro incondizionato dei profughi palestinesi alle proprie case, l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la la ridefinizione territoriale dei due Stati sulla base delle nuove realtà. Tuttavia proprio durante il periodo della guerra Ben Gurion raggiunse un patto segreto col re hashemita Abdullah circa la spartizione dello Stato Palestinese tra Israele e la Giordania accordandosi quindi sulla sua cancellazione. Analogamente il governo israeliano rifiuterà di prendere in considerazione le proposte siriane del 1949, i tentativi di Nasser alcuni anni dopo (tramite il leader maltese Dom Mintoff), il tentativo di Kissinger del 1972 di mediare col monarca hashemita Hussein riguardo lo status della Cisgiordania, nonché di prendere in considerazione la dichiarazione pubblicamente espressa dal presidente egiziano Anwar Sadat secondo la quale o si intavolavano dei negoziati affinché Israele evacuasse il Sinai, oppure la guerra – che effettivamente scoppiò nell’ottobre del 1973 – sarebbe diventata inevitabile.  Questo é, a mio avviso, il principale capitolo del libro. Esso si conclude con delle considerazioni da parte dell’autore circa la necessità di arrivare ad un riconoscimento giuridico ufficiale della Naqba per dar vita ad un processo simile a quello avvenuto in Sudafrica.

Il sesto ed il settimo capitolo possono essere esaminati congiuntamente. Molti dei temi del settimo, che tratta del mito di Israele come unico Stato democratico nel Medioriente, appartengono in realtà alla fase storica che va dal 1949 alla guerra del giugno 1967 nei confronti della quale il sesto capitolo si propone di smontare l’idea che fosse stata una guerra preventivo-difensiva imposta dalla concentrazione di truppe egiziane nel Sinai. Molto opportunamente Pappé rimonta al 1960 in cui si verificò una situazione analoga con Nasser che inviò delle truppe nel Sinai. Il contesto era il medesimo del 1967: il tentativo di Israele di impossessarsi delle acque del Giordano alle sue fonti, nonché della zona smilitarizzata al confine con le alture del Golan. Ciò portava a ripetuti scontri militari con la Siria che allora faceva parte con l’Egitto della Repubblica Araba Unita. Perché dunque la guerra non scoppiò nel 1960? Il fatto che in quell’occasione Nasser non avesse richiesto lo sgombero delle forze dell’ONU dagli Stretti di Tiran, all’imboccatura del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso, non può essere preso come l’elemento principale di differenza tra i due eventi. Infatti l’azione di Nasser nel 1960 costituiva una violazione degli accordi presi dopo la guerra franco-anglo-israeliana del 1956. Mentre USA e URSS avevano imposto ai due vecchi rottami euroimperialisti un ritiro immediato e senza condizioni, per sloggiare Ben Gurion dal Sinai e dalla striscia di Gaza ci vollero oltre due mesi. Il ritiro di Israele avvenne dopo che il Sinai fu dichiarato zona smilitarizzata sotto garanzia dell’ONU, con i caschi blu posti a sorveglianza degli Stretti di Tiran al fine di assicurare il libero passaggio delle navi israeliane provenienti dal Mar Rosso e dirette al piccolissimo porto di Eilat, vicino ad Aqaba. Sebbene i ‘falchi’ israeliani mordessero il freno, Ben Gurion, ossessionato di trovarsi con troppa popolazione araba sotto giurisdizione israeliana, vietò nel 1960 tassativamente ogni azione militare globale. In questo fu aiutato dal Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld  il quale criticò duramente Nasser per la violazione dello status del Sinai esigendo ed ottenendo il ritiro delle forze egiziane.

Al cospetto degli eventi di sette anni prima la situazione sviluppatasi da marzo a giugno del 1967 si situava in un contesto interno israeliano completamente diverso. Ben Gurion, osserva Pappé, aveva lasciato la direzione del paese e questa volta per sempre e ciò aveva ridato fiato ai ‘falchi’, cioè a coloro che ambivano alla conquista definitiva di tutta la Palestina. Sul piano regionale Nasser si trovava a combattere contro l’Arabia Saudita nello Yemen e la performance militare egiziana non era tra le migliori. Inoltre il governo israeliano era molto preoccupato dai movimenti nazionalistici palestinesi anti-Hussein in Cisgiordania, che si svolgevano ad ondate crescenti dal 1963. Pappé si concentra prevalentemente sulla volontà dei ‘falchi’ di conquistare la Cisgiordania e completare così l’operazione del 1948. E’ necessario quindi approfondire la presentazione del quadro politico che precedette la guerra del 1967.

Ad indebolire il regime hashemita fu la sua passività nei confronti delle violente operazioni di rappresaglia israeliane in risposta a tentativi di infiltrazione e di rientro di contadini palestinesi resi profughi sia dalla Naqba del 1948 sia dalla conquista, dopo il 1949, da parte dell’esercito israeliano della zona cuscinetto smilitarizzata stabilita con gli accordi di Rodi del 1949. In questo caso furono i kibbutzim – spesso appartenenti all’estrema sinistra sionista – ed i moshavim a spingere per ripulire i territori di frontiera dai palestinesi rimasti (che avrebbero dovuto essere cittadini di Israele) e prendersi di conseguenza le loro terre. Vi fu quindi una seconda e meno conosciuta Naqba anche negli anni successivi alla fine della guerra del 1948. Con la formazione nel 1964 di Al-Fatah fondato e diretto da Yasser Arafat iniziarono una serie di attività basate prevalentemente sulla posa di mine sulle strade lungo la linea armistiziale del 1949 chiamata linea verde, creando in tal modo nuove occasioni rappresaglie israeliane sempre dirette contro i civili palestinesi. L’11 novembre del 1966 una camionetta dei reparti di frontiera saltò in aria lungo la linea verde, causando la morte di tre soldati israeliani. Due giorni dopo Israele lanciò un’operazione di rappresaglia contro il villaggio di Samu, a sud di Hebron, investendo ed uccidendo forze giordane, facendo esplodere decine di abitazioni e sequestrando circa un centinaio di civili. Bisogna tener presente che dal 1963 erano in corso  incontri segreti tra Re Hussein di Giordania e Golda Meir e Abba Eban per arrivare ad accordi di pace e di sicurezza riguardo le frontiere. L’operazione di Samu, in cui Israele attaccò violentemente l’esercito e la polizia della Giordania mentre essi facevano di tutto per impedirne le infiltrazioni in Israele, ebbe tre effetti. Da un lato mandò in frantumi il lavorio dei contatti tra le due parti, dall’altro indebolì enormemente la posizione di Hussein di Giordania che dovette far fronte a massicce manifestazioni di protesta. Ma é il terzo aspetto ad essere il più rilevante. L’operazione contro il villaggio di Samu convinse il comando israeliano che per conquistare la Cisgiordania sarebbe bastata una forza militare assai ridotta.

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Sebbene l’attacco a Samu sia considerato come un elemento importante nel percorso che porterà al conflitto militare generalizzato, la chiusura del cerchio avvenne nuovamente sul fronte siriano. La dinamica la rivelò proprio uno dei principali falchi, Moshé Dayan in un’intervista a Yediot Aharonot del 1976, ma pubblicata solo oltre vent’anni dopo il 27 aprile del 1997. Nell’intervista Dayan é perentorio: la Siria, afferma, non é mai stata una minaccia per Israele. Egli continua dicendo che ogni anno, all’inizio della stagione agricola, l’esercito israeliano mandava un trattore nella zona smilitarizzata al confine spingendolo sempre più avanti fintanto che i siriani non cominciavano a sparare e a quel punto Israele faceva intervenire l’esercito e l’aviazione. Nel 1967 lo scontro  – che, afferma Dayan, era per l’80% dei casi provocato da Israele – si spinse molto avanti con una battaglia aerea in aprile sui cieli di Damasco assieme a bellicose dichiarazioni da parte di alti militari israeliani riguardo un eventuale colpo al regime baathista. Fu in questo contesto che Nasser inviò le truppe nel Sinai, chiedendo poco dopo il ritiro dei caschi blu dell’ONU dagli stretti di Tiran. Infatti, malgrado lo scioglimento in precedenza della Repubblica Araba Unita, l’Egitto rimaneva legato alla Siria da un patto di alleanza. Ed é qui che sorge la questione del pericolo mortale che doveva fronteggiare Israele giustificando così l’attacco aereo scatenato il 5 giugno del 1967.

In maniera sorprendente Pappé tratta della questione senza alcun mordente perdendosi in osservazioni di dettaglio. Stranamente non menziona il grande dibattito sul pericolo di sterminio che si sviluppò sulla stampa israeliana, ed esclusivamente in ebraico, dopo la vittoria nella guerra di giugno. Il mito che Israele stesse correndo un rischio mortale per cui l’attacco del 5 giugno fu un’operazione preventiva dettata dalla necessità – non vogliamo un pollice di territorio arabo dichiarò Dayan confermando appunto nei fatti questa posizione, si fa per dire – fu smantellato per intero da quel dibattito diretto prevalentemente da generali che durò dal mese di febbraio del 1968 addirittura fino al 1972. Uno dopo l’altro, generali come Itzhak Rabin, capo di Stato maggiore durante la guerra, Haim Bar-Lev, un altro capo di Stato maggiore, Ezer Weizmann, capo del settore operativo, Maititiahu Peled, comandante dei sistemi logistici, affermarono senza mezzi termini che alla vigilia della guerra l’esistenza di Israele non era assolutamente in pericolo. Il più succinto e preciso fu il generale Ezer Weizmann che dal 1993 al 2000 diventerà il presidente dello Stato di Israele. Su Maariv del 4 aprile del 1972 Weizman dichiarò che “non c’é mai stato alcun pericolo di sterminio. Questa ipotesi non venne mai presa in considerazione in alcuna riunione importante”. (9) Nella fatidica riunione del gabinetto del Primo Ministro Levi Eshkol nella notte tra il primo ed il 2 giugno Matitiahu Peled ricoprì il ruolo principale nello spingere il governo ad attaccare. Il figlio di Peled, Miko, da anni residente in California e attivista in favore dei diritti dei palestinesi, é andato a spulciare nei verbali desecretati delle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’epoca. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico). La guerra del 1967 non fu una scelta obbligata, scaturì dalla volontà di terminare l’opera del 1948 e nel caso dell’aggressione alla Siria, come racconta Dayan nella succitata intervista, dalla cupidigia colonialista dei kibbutzim – quindi della sinistra israeliana di cui i kibbutzim erano l’asse portante anche sul piano militare – verso le terre agricole e le fonti acquifere del Golan, cosa che richiedeva non solo l’occupazione dell’altipiano ma anche l’espulsione della sua popolazione arabo-druza, puntualmente effettuata.

Prima parte (Continua)

Note

1 Ilan Pappé era originariamente docente di storia presso l’Università di Haifa. Nell’estate del 2006 accettò una cattedra presso la University ofExeter ove insegna tutt’ora. La partenza da Haifa fu dovuta ad un clima di intolleranza verso le sue ricerche e le sue attività, al punto tale di ricevere delle minacce di stile mafioso. Inoltre il direttore del suo dipartimento aveva descritto le sue posizioni come un tradimento sul campo di battaglia. L’università di Haifa aprì nei suoi confronti una procedura per diffamazione poi sospesa ma non chiusa. Pappé che inizialmente proveniva dal sionismo di sinistra per poi abbandonarlo del tutto, ha raccontato la sua esperienza a Haifa nel volume autobiografico Out of the Frame, London: Pluto Press, 2010. Una chiara recensione del libro autobiografico si trova sulla rivista britannica Ceasfire al link seguente: https://ceasefiremagazine.co.uk/book-review-pappe/

2 Khalid, Rashidi: Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness, Columbia University Press, 1997. Negli USA lopera ha ricevuto dei premi importanti.

3 Edward Said, Orientalismo. L ’ immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 395

4 Maxime Rodinson: Israel fait colonial? in: Les Temps Modernes, 1967, no. 253 BIS, pp. 17-88.

5 Shlomo Sand: L’invenzione del popolo ebraico, Milano: Rizzoli 2010; nonché: The Invention of the Land of Israel: From Holy Land to Homeland, London: Verso, 2014. Le ricerche di Sand toccano gli aspetti geografici e antropologici della storia degli ebrei antichi. Egli svolge le seguenti osservazioni. (1) Non vi fu alcuna deportazione della popolazione palestinese, ebraica quindi, da parte dei romani. Le legioni non producevano cibo ma ne avevano bisogno e questo proveniva dalla terra lavorata dai contadini palestinesi (dagli ebrei) del tempo. (2) Sand stima a 4 milioni le persone di religione ebraica su un’area che andava dalla Persia alla Mesopotamia, alla Palestina, allo Yemen financo all’ Africa centrale. Si tratta di un numero enorme data l’epoca che non poteva essere raggiunto senza azioni di proselitismo. Pertanto la stragrande maggioranza delle persone di religione ebraica non aveva nulla a che vedere con la Palestina. (3) la scarsa consistenza di ebrei in Palestina all’epoca dell’arrivo dei primi coloni sionisti, era dovuta alla loro conversione all’Islam attraverso i secoli. Sand riporta che Ben Gurion ne era consapevole il quale affermò che i palestinesi moderni erano i discendenti degli antichi ebrei. (4) Il mito della discendenza degli ebrei moderni dall’antichità é stato creato da ebrei sionisti di estrazione ashkenazita prevalentemente abitanti dell’impero zarista. A tal proposito Sand sostiene la stessa tesi di Arthur Koestler circa la conversione in massa all’ebraismo della popolazione khazara originaria del Mar Caspio. In tal senso considero rilevanti anche le ricerche condotte dagli eminenti archeologi israeliani Israël Finkelstein e Neil Asher Silberman : La Bible dévoilé e : Les Nouvelles révélations de larchéologie, Paris: Bayard, 2002; ristampato nelle edizioni tascabili FOLIO della Gallimard.

6 Nur Masalha: Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 . Beirut: Institute of Palestine Studies, 1992; A Land without a People: Israel, Transfer and the Palestinians, 1949-96. London: Faber & Faber, 1997.

7 https://web.archive.org/web/20091015133337/http://www.users.cloud9.net/~recross/israel-watch/ErskinChilders.html

8 https://archive.org/details/HistoryOfIsraelFromTheRiseOfZionismToOurTimeAHowardMSachar1977

9 Lelenco delle dichiarazioni degli esponenti militari e politici israeliani del periodo si trova tradotto in inglese sul sito di Alan Hart:

http://www.alanhart.net/the-lies-about-the-1967-war-are-still-more-powerful-than-the-truth-2/

 

thanks to: Brescia Anticapitalista

Il padre dell’antisemitismo: Theodor Herzl

Il fondatore del sionismo incoraggiò l’antisemitismo per manipolarci!

“È essenziale che le sofferenze degli ebrei … peggiorino … ciò agevolerà la realizzazione dei nostri piani … Ho una ottima idea … Provocherò i sentimenti di antisemitismo in modo da distruggere il patrimonio degli ebrei … Gli antisemiti quindi ci assisteranno intensificando la persecuzione e l’oppressione degli ebrei. Gli antisemiti saranno i nostri migliori alleati.” — Theodor Herzl, fondatore del sionismo, 1897.

Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

Viaggio in Sardegna con Alan Hart…e i sionisti alle costole

di Diego Ragusa

 

Avevamo preparato accuratamente il viaggio in Sardegna col mio amico Nabil Khair, coordinatore delle comunità palestinesi in Italia, per consentire ad Alan Hart di presentare il suo libro “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” dopo le polemiche romane del dicembre 2015, scatenate dalla comunità ebraica che, non sapendo come imbavagliare le voci libere, accusa tutti e tutto di “antisemitismo”. L’anno scorso a Roma, come sanno i miei dell’ANPI. L’evento fu salvato grazie alla disponibilità della Comunità Cristiana di Base di S. Paolo Fuori le Mura che mise a disposizione il proprio salone.

 

Prima di partire per Cagliari, Alan mi scrive dicendomi se sono state previste delle sale di riserva. Mi sorprendo e chiedo ad Alan il perché. “Perché in Inghilterra, tutte le volte che incontro il pubblico, mezz’ora prima mi negano la sala su pressione degli ebrei sionisti”. Lo rassicuro e gli dico che in Sardegna abbiamo l’amicizia dell’ARCI e della CGIL che hanno messo a disposizione le loro strutture. Non è convinto. E ha ragione. In Inghilterra lo hanno isolato: la BBC, per la quale ha lavorato tanti anni, ha l’ordine di non intervistarlo e di non citare mi il suo nome, i giornali, le radio, i bollettini parrocchiali, insomma …. Di Alan Hart non bisogna parlare. Così vogliono gli ebrei sionisti e tutti chinano la testa.

 

Il giorno prima di partire con un aereo per Cagliari, mi arriva la notizia che i sionisti sono già in azione. Un consigliere regionale del Partito Sardo d’Azione presenta una interrogazione e attacca noi e gli organizzatori. Il sito internet buongiornoalghero.it titola: «Arci e Cgil organizzano un evento antisemita – Marcello Orrù: “Indecente”». Pubblico la sua dichiarazione nella mia pagina face book e il soggetto in questione viene sommerso da decine di epiteti. Questo il testo di Orrù:

 

lettori, fu sufficiente che una sezione volenterosa dell’ANPI organizzasse un mio incontro per determinare, immediatamente, la reazione rabbiosa dell’estrema destra sionista romana che si scagliò contro il libro, contro Hart e contro la mia persona con la solita barzelletta dell’antisemitismo. I dirigenti romani e nazionali, tradendo la lezione dei martiri della nostra Resistenza, si piegarono e mi impedirono di parlare nella sede

 

«Rimango indignato nell’apprendere che il prossimi 12 aprile a Sassari, la mia città, si tenga un evento che definire di dubbio gusto significherebbe essere troppo buoni. L’evento, organizzato dalla Cgil e l’Arci, è la presentazione del libro del giornalista inglese Alan Hart intitolato “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” e prevede la presenza oltrechè dell’autore anche dell’italiano Diego Siragusa. I due signori sono molto conosciuti negli ambienti nostrani della sinistra radicale in quanto il primo è uno dei campioni di complottismo anti-Israele avendo persino affermato che la strage dell’11 settembre fu causata probabilmente dagli agenti del Mossad che avrebbero -udite udite – deviato la rotta degli aerei, il secondo è conosciuto come un simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra. E’ veramente incredibile che il sindacato più importante del nostro Paese, nella nostra città, si renda fautore di una presenza simile. A Roma qualche mese fa l’Anpi, associazione partigiani, ha ritirato la propria presenza allo stesso evento perché chiaramente antisemita. Ecco che ora qualche “benpensante” nostro concittadino pretende di insultare Israele, la sua storia e il suo popolo nella nostra città. Non è accettabile, la sinistra abbia rispetto per Israele e per la sua dolorosa storia. Chiedo con urgenza al sindaco Sanna che intervenga sugli organizzatori, in qualità di massimo responsabile dell’ordine e della sicurezza in città, al fine di ottenere l’annullamento di questa indecente manifestazione. Sassari – conclude Marcello Orrù – non merita di essere lo scenario di un evento antisemita».

 

 

L’11 aprile parto per Cagliari. All’aeroporto mi attende Nabil. Due ore dopo arriva da Londra Alan. È il nostro primo incontro. Ho avuto la fortuna di tradurre il primo volume del suo libro e di scrivere la prefazione. In una precedente lettera, Alan mi aveva gratificato con parole generose e riconoscenti per il mio lavoro. Qualche ora dopo arriva anche un vecchio amico di Alan, Alfredo Giannantonio, che sarà il nostro interprete. Alfredo è nato e vissuto negli USA fino a 19 anni. L’inglese è la sua lingua madre e conosce molto bene la situazione mediorientale. Mentre andiamo in albergo un nostro amico dell’ARCI ci informa che la CGIL di Sassari ritira il patrocinio dell’evento, cancella la sala e chiede la rimozione del proprio logo dalle locandine. Siamo sconcertati. Nabil è furibondo. È iscritto alla CGIL, il suo sindacato! Alan e Alfredo non sono sorpresi. Lo sapevano. Chiediamo spiegazioni. Ci dicono che i sionisti hanno fatto pressioni a Roma e da lì è arrivata la telefonata alla CGIL di Sassari. Riservatamente ci confermano che sia stata la segretaria generale in persona: Susanna Camusso. Ma non abbiamo le prove. L’ARCI si muove e raccoglie la disponibilità della sala di Amnesty International. La manifestazione è salva. La giornata si conclude con meste considerazioni sul ruolo infame del PD di Matteo Renzi che ormai ha svenduto il partito ai sionisti e si è portato dietro settori dell’ANPI e della stessa CGIL. Tutti costoro, senza aver letto il libro e senza sapere chi è Alan Hart, si sono prostrati e hanno obbedito “perinde ac cadaver”.

 

 

 

Il giorno dopo, 12 aprile, facciamo un lungo viaggio in macchina fino a Sassari. Alle 18,30 siamo nella sede di Amnesty International. È venuto anche un amico, conosciuto dieci giorni prima, e una cara amica di mio figlio diventata antropologa e docente universitaria. Persone collegate con me tramite facebook si presentano e, finalmente, le posso conoscere direttamente. La sala si riempie. Introduco l’autore e il libro. Alan attrae l’attenzione dell’uditorio coi suoi aneddoti e rivelando gli incontri con personaggi della storia mediorientale, vivi e morti, che ha conosciuto e che gli hanno raccontato i loro segreti. Alan, prima di lavorare in Medioriente, era stato preparato dalla BBC seguendo la solita narrazione israeliana. Solo in seguito, a contatto diretto con la realtà, ha dovuto cambiare opinione e scoprire che lo stato di Israele era stato creato con grandi menzogne e che i palestinesi erano le vittime sacrificali di un delirio nazionalistico chiamato sionismo. Quando Alan parla del suo incontro riservato col presidente Jimmy Carter che gli rivela i veri motivi per cui gli israeliani hanno fatto fallire il suo tentativo di pace condiviso dai dirigenti sovietici, allora l’attenzione del pubblico diventa tesa e pronta a cogliere ogni parola. Questa è la storia vera, non quella raffazzonata dei giornali e delle riviste di grande tiratura.

 

Alla fine il pubblico è soddisfatto e acquista molte copie del libro di Hart e, inaspettatamente, anche il mio “Terrorismo impunito”. Poco dopo, a cena, si brinda a questo primo ceffone dato ai sionisti.

 

 

 

13 aprile. Siamo a Nuoro presso la Biblioteca “Satta”: ore 18,30. Prima di iniziare, gli attivisti e i palestinesi presenti in città, hanno già venduto 40 copie del libro. Un bel lavoro era già stato fatto da un caro amico, il medico palestinese Amjad. La sala della biblioteca è molto grande ma vi sono circa 50 persone. Nessuna traccia di sionisti né di minacce e sfracelli di antisemitismo. Come a Sassari, la presentazione segue un copione collaudato fine alla fine. Secondo successo e secondo smacco per i sionisti.

 

Andiamo a cena. Alan è sofferente e si tocca il basso ventre. Gli chiedo se ha male e annuisce. Informo Nabil e Amjad, entrambi medici. A tavola c’è anche una loro collega primaria. Si consultano e decidono di portare Alan al Pronto Soccorso. Cominciamo a mangiare preoccupati. Più tardi Amjad ci telefona per dirci che c’è una sospetta ernia strozzata. Forse bisogna intervenire chirurgicamente. Finiamo la cena e andiamo al Pronto Soccorso dell’ospedale che è nelle vicinanze. Per fortuna tutto si risolve bene e Alan riappare commosso per le cure che gli sono state riservate. È sorpreso per la pulizia dell’ambulatorio e per l’efficienza del servizio sanitario di Nuoro. Così veniamo a sapere che in Inghilterra, un tempo patria del migliore servizio sanitario del mondo, ora le cose sono molto cambiate: l’assistenza è ai minimi livelli.

 

 

 

14 aprile. Ripartiamo per Cagliari. Ore 18,30 presentazione a Iglesias. Siamo ospiti dell’ARCI. Una bella sede la sala piena. Prende la parola anche il vicesindaco del PD che pronuncia parole giuste e da tutti condivise. Molte domande dal pubblico notevolmente interessato. Terzo successo consecutivo. È sera e andiamo a cercare un ristorante nel centro della città. Iglesias, come Sassari, ha dei palazzi pregevoli. Gli amici dell’ARCI ci portano in una piazza e ci mostrano il palazzo vescovile e il palazzo del comune. “Qui – dicono – presenteremo il prossimo anno il secondo volume di Hart”. Alan osserva ammirato.

 

 

 

15 aprile. Quarta tappa del nostro giro: Monserrato, vicino Cagliari. Ero già stato qui per presentare il mio libro sul terrorismo israeliano. E i sionisti? Arrivano, arrivano!! Sul sito internet http://www.castedduonline.it/ compare il testo di una interrogazione del consigliere comunale Franco Magi rivolta al sindaco di Cagliari Mazzimo Zedda. Il titolo:

 

 

«Magi: “Zedda patrocina le manifestazioni antisemite: è inaccettabile”. La prima interrogazione nella storia della Città Metropolitana accende la polemica a Cagliari» – La presentazione del libro del giornalista inglese Alan Hart dal titolo “Sionismo, il vero nemico degli ebrei, che si terrà sabato alla Mem, fa scoppiare la polemica. E arriva anche la prima interrogazione al consiglio metropolitano. Franco Magi neo consigliere metropolitano non ci sta a quella che ritiene una manifestazione antisemita in un luogo pubblico e ha depositato oggi una interrogazione diretta al Sindaco metropolitano Massimo Zedda. Per Magi è inaccettabile che venga patrocinata dal comune di Cagliari una manifestazione, a detta sua, antisemita. Si legge nel documento che ha pubblicato pochi minuti fa su facebook: Tale presentazione, che prevede la presenza oltreché dell’autore inglese anche dell’italiano Diego Siragusa, si caratterizza incontrovertibilmente per antisemitismo e becero pacifismo radical chic. I due signori sono infatti molto conosciuti negli ambienti nostrani della sinistra radicale, in quanto il primo è uno dei campioni di complottismo anti-Israele, avendo persino affermato che la strage dell’11 settembre fu causata probabilmente dagli agenti del Mossad che avrebbero deviato la rotta degli aerei, il secondo è conosciuto come un simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra.»

 

Per Magi l’evento è un elevato concentrato di banalità, mistificazioni e bugie di tali premenzionate e ridicole affermazioni. E ricorda quanto recentemente fatto dalla CGIL a Sassari, e da Roma l’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani, le quali hanno ritirato la propria presenza allo stesso evento perché chiaramente antisemita. Si ritiene oltremodo indegno ed inopportuno che una pubblica amministrazione patrocini o offra ospitalità ad un “convegno” – continua – che invero rappresenta un ombrello di copertura sotto il quale si celano numerose organizzazioni radicali contrarie ai processi di pace – contro lo Stato laico e democratico di Israele, ritenuto di offrire un breve cenno sullo Stato di Israele, in quanto talvolta gli organi di stampa veicolano notizie artatamente deformate e prive di veridicità.” Per Magi Israele è l’unica democrazia di tutto il Medio-Oriente, all’interno del quale convivono liberamente tutte le religioni, le culture, gli orientamenti politici e sessuali.

 

 

 

Non sapevo di essere il “simbolo del moderno antisemitismo di casa nostra”!! Come si può vedere, questo solerte consigliere ha fatto copia/incolla del precedente testo di Orrù (certamente redatto dagli ebrei sionisti) e lo ha dato ai giornali. Ripeto ad Alan, a Nabil e ad Alfredo che tutto questo è un buon segno: “Ci stanno facendo pubblicità gratis, insisto. A Roma, l’anno scorso è accaduta la stessa cosa: i sionisti, col rabbino capo in testa, hanno fatto una comica sceneggiata. Risultato? Tanta gente ha comprato il libro e la prima edizione si è esaurita”. Infatti, anche a Monserrato l’incontro si rivela soddisfacente. Quarta sconfitta per i sionisti.

 

Incontro il mio amico Fawzi Ismail che mi aveva organizzato, tre anni prima, il mio primo incontro in Sardegna per presentare il mio libro IL TERRORISMO IMPUNITO. Anch’egli è un medico molto attivo sulla scena culturale cagliaritana. Mi informa che domani, 16 aprile, l’ultimo incontro si svolgerà al MEM, Mediateca del Mediterraneo, un centro modernissimo dotato di sale per conferenze e attrezzature audiovisive e didattiche di prim’ordine.

 

 

16 aprile. Al mattino in albergo viene il giornalista Simone Spiga di Cagliaripad per intervistare Alan. Abbiamo ascoltato le dichiarazioni in un video dell’alfiere del sionismo cagliaritano, Franco Magi, e le abbiamo tradotte per Alan. Il giornalista gli chiede di commentarle e Alan, sicuro e perentorio, commenta: “Gli hanno fatto il lavaggio del cervello”. L’intervista prosegue su argomenti più seri.

 

Nel pomeriggio Alfredo deve ripartire per la sua città. Siamo stati molto bene insieme e questa esperienza è stata indimenticabile. Troviamo due interpreti al suo posto. Alle 17,30 siamo al MEM. Osservo il salone ampio, luminoso e conto le sedie: sono più di cento. Quante resteranno vuote? Chi verrà a sentirci? Nabil e Fawzi mi dicono di non preoccuparmi. “La gente verrà” – mi dicono. Hanno ragione: lentamente la sala si riempie completamente e c’è gente in piedi. Dobbiamo fare in fretta. L’aereo di Alan parte alle ore 21 e alle 19,30 dobbiamo terminare. Nabil fa una introduzione appassionata sul futuro dell’Autorità Nazionale Palestinese e sul suo ruolo e invita Alan per un altro convegno coi responsabili europei delle varie comunità palestinesi della diaspora. A me non resta che rammentare che coloro che si sono associati ai sionisti in quest’opera di censura preventiva senza aver letto il libro, dovranno rendere conto di questa condotta liberticida e contraria alla storia delle loro organizzazioni di appartenenza.

 

Alan comincia mostrando la foto di Golda Meir con una dedica per lui “Ad un caro amico, Alan Hart. Golda Meir”. Voi pensate che Golda Meir avrebbe avuto con me un’amicizia così intensa se io fossi un antisemita? Esordisce Alan. Il pubblico lo segue nella sua analisi e nel racconto di fatti privati e pubblici che nessun giornale ha mai riferito ma che dimostrano quanto distante sia dalla realtà la ricostruzione dozzinale di giornalisti improvvisati e privi di struttura morale.

 

Ore 19,30. Alan deve partire. Firma le copie dei libri ormai tutte vendute. Abbiamo contato circa 150 persone. E i sionisti? Continuano nella loro paranoia. Un altro attacco arriva da un certo Alessandro Matta dell’Associazione Memoriale Sardo della Shoah:

 

 

 

LETTERA AL SINDACO MASSIMO ZEDDA SULLA PRESENTAZIONE DI SABATO 16 APRILE 2016 :

 

Sindaco , Annulli la Concessione della Mem per la Manifestazione Antisemita di Sabato!

 

Dallo scorso 12 al 16 Aprile , la Sardegna sta ospitando a Sassari , Nuoro , Iglesias , Monserrato e Cagliari , una serie di conferenze di presentazione tenute da Diego Siragusa insieme al giornalista Alan Hart , in collaborazione con la Associazione Sardegna Palestina , in presentazione dal libro di quest’ultimo dal titolo : “Sionismo , il vero nemico degli ebrei” . Come si evince dal link qui sotto riportato :

 

http://diegosiragusa.blogspot.it/…/con-alan-hart-in-sardegn…

 

Siamo del tutto sconcertati da una simile presentazione . Siamo convinti che presentare un libro che ha come per titolo “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” , sarebbe pari a creare solo zizzania in un qualunque possibile dialogo o processo di pace tra Israeliani e Palestinesi. E’ come se noi della Associazione o una delle Altre Associazioni vicine ad Israele presenti qui a Cagliari, organizzassimo una conferenza dal titolo “Palestina , Lo stato che non esisterà mai” , o qualcosa del genere .

 

Inoltre , Diego Siragusa non è nuovo a posizioni Antisemite ed Antistoriche , dove si parla di Israele come di uno stato etnico e confessionale che sta praticando un Genocidio dei Palestinesi .

 

Siamo del parere, come Associazione Memoriale Sardo della Shoah , che parlare di un Genocidio dei Palestinesi mentre la Popolazione Palestinese in questi ultimi anni è addirittura raddoppiata , o presentare libri con titoli carichi di odio come questo di Hart fomenti solo odio Antisemita e carne al fuoco di organizzazioni Islamiste vicine al terrorismo Antisemita. Già a Sassari , la Cgil ha ritenuto opportuno ritirare il suo logo da una simile manifestazione non dando più la disponibilità degli spazi.

 

Le chiediamo, Sindaco Zedda , di fare Altrettanto su Cagliari , impedendo che la Mem-Mediateca del Mediterraneo , ospiti l’iniziativa prevista per Sabato Pomeriggio . Iniziativa per la quale tra l’altro , la responsabile della Mem ci ha scritto sostenendo l’assurda tesi secondo la quale a suo giudizio non si tratterebbe di una manifestazione Antisemita , con un argomentazione secondo la quale si dovrebbero a questo punto presentare i libri di tutti , compresi quelli magari dei terroristi Islamisti. La invitiamo , sindaco , a annullare la disponibilità della Mem per questa presentazione di un libro non certo amico della soluzione “due popoli e due stati”.

 

Alessandro Matta , Associazione Memoriale Sardo della Shoah

 

 

In tutta questa congerie di fesserie non c’è una sola parola sui massacri di palestinesi, sulla loro espulsione, sulla distruzione delle loro case, sul furto continuo di terra, sulla loro disumanizzazione, sui complotti, sulle violazioni del diritto internazionale e sulle minacce che i sionisti si permettono di rivolgere a chiunque non si assoggetti ai loro voleri totalitari e fanatici. Nulla di nulla. La cecità totale, crudele, disumana, irredimibile che tanti ebrei onesti, vicini alla causa di questo popolo oppresso, hanno sempre denunciato con vigore morale.

 

Cinque eventi, cinque vittorie contro questa setta di stolti che da un secolo insanguina il Medioriente. Alan mi abbraccia e parte. Ci aspettano altre battaglie. Sto lavorando alla traduzione del secondo volume e lo presenteremo a dicembre alla Fiera del Libro di Roma. A presto, Alan!

 

( Fonte: Civg.it)

Sorgente: 10-5-16_Viaggio-Alan-Hart

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Sionismo (ma non avete mai osato chiedere)

A proposito di bufale, tarallucci e vino… ovvero “una terra senza popolo per un popolo senza terra”

A 70 anni dall’occupazione della Palestina, progetto ordito a partire dagli ultimi anni del XIX secolo, qualcosa appare chiara e vera per quanto, razionalmente, possa sembrare incredibile

La narrazione sionista ha attraversato circa 120 anni fondamentalmente in maniera impunita nonostante molte risoluzioni ONU lasciate cadere nel vuoto. Solo negli ultimi decenni, ad opera anche di molti autori ebrei, si è iniziato a svelare l’occupazione, le centinaia di villaggi distrutti e quella che poi correttamente è stata definita la pulizia etnica in Palestina. Ma occorre ribadire che queste verità faticano a superare la cortina fumogena fatta di censura da parte della stragrande maggioranza dei media mondiali, tutti sotto il pugno di ferro della narrazione sionista (in Italia i tre maggiori quotidiani quali La Stampa, Repubblica e Corriere della Sera sono nelle mani di altrettante dirigenze sioniste). I maggiori partiti di destra come di “sinistra” sono anch’essi al servizio del sionismo (recentemente Renzi segretario del PD e Presidente del Consiglio ha vergognosamente dichiarato che le nostre radici ed il nostro futuro sono in Israele, oltre ad essersi attorniato di persone con cittadinanza italo-israeliana), inoltre vi è una parte che vive sotto il ricatto dell’antisemitismo, lo spauracchio infelice e idiota con cui spesso sparano addosso a chiunque denunci semplicemente i crimini contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni.

La narrazione sionista, con la complicità anche di agenti palestinesi, ha guidato in maniera lineare tutto il confronto tra sionisti e palestinesi, fino a convogliare dentro i binari della loro narrazione tutta la solidarietà verso la Palestina, anche quella parte più genuina, facendo credere che una soluzione fosse possibile attraverso le trattative, attraverso i vari contatti tra dirigenti sionisti e palestinesi, magari con la “mediazione” statunitense o europea.

E badate bene, nonostante i 120 anni trascorsi, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che nessun passo avanti sia stato fatto, quella narrazione è lungi dall’essere mandata al diavolo come dovrebbe, tutti continuano a seguirla come e peggio di una chimera (idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia: le sue speranze non sono che vane).

Posiamo i piedi per terra e vediamo di trovare una sola frase, in questi 120 anni, che possa far pensare al fatto che l’idea sionista preveda uno stato palestinese, piccolo, medio o grande che sia. Solo pochi mesi fa Netaniahu ha chiaramente ribadito che non permetterà la nascita di uno stato palestinese.

Andiamo a ritroso e vediamo se nel passato c’è qualche accenno allo stato per i palestinesi. Il terrorista Sharon poco prima di entrare in un salutare coma, a chi gli chiedeva quali fossero i confini di Israele rispondeva che se ne sarebbe parlato da lì a 50 anni, non prima.

Facciamo un salto ancora indietro e troviamo queste perle di disponibilità allo stato per i palestinesi:

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.

«Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono». Golda Meir, Primo ministro d’Israele, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.

«La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutta quanto. E per sempre». Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’ONU sulla divisione della Palestina.

«E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre». Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.

E ci si limita a riportare le dichiarazioni più “gentili”, dichiarazioni rilasciate da chiunque, ma dai massimi dirigenti sionisti di ieri e di oggi.

Davanti a queste terribili ma concrete e veritiere dichiarazioni, come si fa a non comprendere che loro NON permetteranno MAI uno stato palestinese? Lo dichiarano un giorno si e l’altro pure, che Israele è uno stato per soli ebrei. E quanto sta succedendo negli ultimi anni lo conferma decisamente in maniera chiara: “uno stato ebraico per soli ebrei”. Ed a questo dato non si oppone nessuno in Israele anzi, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi esseri umani o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo.

Loro sanno che non avrebbero potuto realizzare il loro progetto da un giorno all’altro, ma a quel giorno si sta arrivando e si arriverà se non si inizia a destrutturare la narrazione sionista e con essa mandare alle ortiche tutti i traditori all’interno della dirigenza palestinese, a partire dal golpista Abu Mazen e ogni altro leader che si oppone all’unità del popolo palestinese contro l’occupazione.

Che fare? Direbbe qualcuno che nel momento giusto seppe che fare.

Innanzitutto i palestinesi hanno bisogno di nuovi leader, di nuovi intellettuali (non è un caso che i sionisti hanno fatto una strage di intellettuali palestinesi così come di onesti dirigenti palestinesi, o anche di attivisti come Vittorio Arrigoni o Juliano Mer Khamis, lasciando illesi quelli che in qualche modo accettano di “trattare”). Occorre ricomporre un nuovo pensiero politico e di resistenza, che sappia costruire unità al fine di porre nuove analisi e strategie alternative che portino ad una nuova azione politica. L’attuale sistema politico palestinese non tiene conto in nessun modo del popolo, cerca di comprarlo dove può, offrendogli dei privilegi, miseri, ma che nella disperazione di nessuna prospettiva diventano allettanti. Provate a pensare ai ruoli che ricoprono i dirigenti palestinesi nell’attuale sistema politico: un leader cui è scaduto il mandato e nessuno pensa di sostituirlo. Questo modo di stare nella realtà palestinese coinvolge tutti, destra, centro, ma anche sinistra, purtroppo. Come detto serve una nuova classe dirigente che per prima cosa si liberi, senza se e senza ma, delle catene degli accordi di Oslo, ovvero rigettare quella schiavitù e oppressione che prosegue da decenni.

Rilanciare in maniera forte, costante e chiara il BDS contro l’occupante, chiamando a raccolta tutte le forze che dicono di sostenere i palestinesi. Quindi che d’ora in poi si utilizzino nuove e chiare parole d’ordine, chiamando le cose con il vero nome, l’occupazione è occupazione, e da che mondo e mondo all’occupazione si risponde con la RESISTENZA, ovviamente declinandola in molte forme di cui i palestinesi spesso si son mostrati maestri.

La solidarietà italiana cosa può fare per sostenere la giusta legittima lotta di liberazione palestinese?

  • Svelare e contrastare la narrazione sionista

  • Sostenere la Resistenza

  • Costruire solidarietà verso i prigionieri palestinesi

  • Sostenere ed ampliare il BDS

  • Costruire relazioni politiche con i palestinesi

  • Non collaborare con progetti che normalizzano l’occupazione

  • Rigettare il turismo “politico” (i palestinesi hanno le qualità per fare un lavoro di controinformazione, aiutiamoli nel recupero delle risorse).

  • Lottare contro i sionisti nel nostro paese

p.s. Che Israele non abbia intenzione di fermarsi agli attuali confini, anche se non segnati, lo dimostra, ad esempio, il fatto che è sempre attivo nel tentare di disgregare i paesi arabi vicini, come Siria e Libano. È di questi giorni la notizia, ovviamente censurata dai giornali italiani, che un nuovo progetto sionista è riemerso contro il Libano e la sua integrità territoriale. Come riportato da alcuni politici libanesi e pubblicato in questi giorni dal quotidiano di Beirut Assafir, Israele sta cercando di convincere la comunità internazionale della mancanza di una documentazione “certa” relativa al confine meridionale del Libano. Durante un’interpellanza in sede ONU un diplomatico israeliano ha dichiarato che “non esistono dei confini terresti riconosciuti tra Israele ed il Libano, visto che lo stato libanese non ha mai fornito una documentazione relativa alla sua linea di confine meridionale mai veramente marcata”.

Questo il modo di agire dei sionisti, incuranti di seguire una qualsiasi legge, loro si sentono fuori dalla legge, perché sanno che il loro progetto della Grande Israele non è solo umanamente schifoso, ma del tutto illegale.

Proponiamo in allegato un documento che riteniamo molto adeguato alla riflessione proposta, per ragione di spazio riportiamo alcune “immagini”, ma rimandiamo alla lettura integrale, attraverso il sito: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/ong-nella-valle-del-giordano

“L’assistenza scalza la lotta politica palestinese, normalizza la situazione di occupazione, e rinvia una soluzione permanente”. Le ONG internazionali stanno lavorando in maniera estensiva nei villaggi palestinesi, nei paesi e nelle città delle aree A* e B*, mentre i palestinesi dell’area C* (inclusa la maggior parte della Valle del Giordano) sono sistematicamente esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione, alla sanità e all’energia. […] queste ONG stanno lavorando entro le leggi militari imposte sulla Cisgiordania dalle forze di occupazione.

Mentre Oslo iniziò il processo di normalizzazione dell’occupazione, le maggiori ONG internazionali stanno continuando questo processo lavorando entro i confini imposti loro dallo Stato di Israele, e concentrando la maggior parte del loro lavoro nelle aree A e B.

Le ONG “stanno lavorando qui dall’invasione della potenza occupante, e niente è cambiato. Funzionalmente, loro alleggeriscono i governi dalle loro obbligazioni verso i propri popoli. Le ONG spesso non riconoscono gli Stati e le loro politiche economiche, come le maggiori cause di povertà e sofferenza.

Nel caso della Palestina, molte ONG non si concentrano necessariamente sulla critica dell’occupazione israeliana, ma piuttosto tendono ad allenare i palestinesi a muoversi e servire una nuova società civile post-Oslo, caratterizzata dalla partecipazione dei palestinesi al capitalismo del libero mercato.

Chiunque conduca ricerche sulle ONG e sulle donazioni in questa area, sarà costretto ad ammettere che le donazioni intese a giungere in quest’area risultano, negli ultimi 15 anni, milioni. Ma questi soldi vengono incanalati in progetti che, in maniera conveniente, evitano la questione dell’occupazione israeliana. Una ONG viene garantita di mezzo milione di euro dall’UE per prevenire l’estinzione dei gufi nella Valle del Giordano, mentre la gente non ha acqua potabile da bere.

Poiché queste organizzazioni ricevono finanziamenti da diverse fonti, loro devono proteggere i propri interessi monetari non valicando certi limiti e restando incollati allo status quo. Infatti, le organizzazioni che criticano le politiche di Israele rischiano di essere deprivate dei finanziamenti e penalizzate, e questa è una eventualità ben conosciuta. Come il caso di INCITE – Donne di Colore Contro la Violenza. Sul loro sito web, loro spiegano che iniziarono a ricevere finanziamenti dalla Fondazione Ford nel 2000. Poi, “in maniera del tutto inaspettata il 30 luglio 2004, la Fondazione Ford spedì un’altra lettera, spiegando che aveva rivalutato la propria decisione a causa del sostegno alla lotta di liberazione palestinese da parte dell’organizzazione. L’amministrazione militare israeliana non si assume più la responsabilità di garantire il benessere della gente dell’area C. Loro possono anche smettere di sorvegliare tali aree palestinesi, in quanto adesso ci sono le ONG che lo fanno per loro”.

Questo è evidente per il fatto che “loro hanno case fantastiche, salari spaziali e uffici enormi. Loro hanno altissimi costi di esercizio, finanziati dalle fondazioni – in teoria in nome del popolo palestinese. Le tasse che pagano ammontano al 22% dei loro budget e loro implementano il loro lavoro mediante ditte esterne – pagando alti salari agli ‘specialisti’ ed ai ‘consulenti’ internazionali”. Ciò che resta alla fine per la gente, è niente.

thanks to: Palestina Rossa

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

“Gaza e l’industria israeliana della violenza”, il libro di Alfredo Tradardi, Diana Carminati e Enrico Bartolomei, edito da Derive Approdi, spiega approfonditamente le strategie e le menzogne della politica internazionale contemporanea (non solo israeliana) su quanto accade ai palestinesi: dal progetto originario di Theodor Herzl al disegno di frantumazione degli stati arabi mediorientali.

di Vera Pegna

La Palestina è avvolta, dilaniata, sconvolta dalle nebbie oscure delle strategie della menzogna della politica contemporanea, sempre più raffinate e scientifiche. P.142

Questa frase riassume i temi principali del libro: lo stato attuale della Palestina, le nebbie oscure che ci impediscono di capire cosa vi succede e perché, le strategie della menzogna messe in atto da Israele e dalla politica contemporanea; strategie sempre più raffinate e scientifiche perché oggetto di continuo studio e evoluzione da parte di centinaia (o forse più) cervelli di uomini e donne in vari paesi che dedicano la loro vita a perfezionare dei sistemi di dominio tali da configurare persino crimini contro l’umanità. Ma non solo, lavorano anche per meglio ingannare la gente, per meglio ingannarci. È la fabbrica del falso che lavora a ciclo continuo.

Nel caso specifico della Palestina, che cos’è che rende necessario per la politica contemporanea (quindi non solo per quella israeliana) l’uso della menzogna e che cosa si vuole coprire? L’efferatezza dei crimini commessi dai governi israeliani? Le violazioni del diritto internazionale? Certo anche questi ma ciò che rende prioritariamente indispensabile la menzogna è l’obiettivo ultimo, è il progetto sionista in quanto tale, un progetto “a vocazione genocidaria” come disse Tradardi: ovvero non uno stato ebraico in Palestina (del resto Israele è già riconosciuto come stato ebraico – lo leggiamo e lo sentiamo sui media ogni giorno -), ma una Palestina tutta ebraica, ebraica quanto l’Inghilterra è inglese, disse Theodor Herzl, il fondatore del progetto sionista. È vero che il libro ce lo fa capire, in un certo senso ce lo documenta pure, però vorrei rilevare che parlare delle strategie della menzogna e del sionismo (che come tutti gli ismi, essendo un’astrazione, si presta a interpretazioni diverse) non basta. Bisogna additare il progetto sionista, bollarlo con marchio d’infamia poiché, lungi dall’essere un’astrazione, è una road map precisa, enunciato esplicitamente e ripetutamente dai massimi leaders sionisti fino e anche dopo la proclamazione dello stato d’Israele e poi prudentemente messo in sordina perché inaccettabile – per lo meno pubblicamente anche dagli alleati più stretti di Israele: il fine del progetto sionista dunque non è uno stato ebraico in quanta parte della Palestina si riesce a conquistare, ma la terra d’Israele, la grande Israele, egemone dal Nilo all’Eufrate, con ciò che necessariamente ne consegue: guerre, pulizia etnica, violazioni dei diritti e del diritto internazionale e atrocità di ogni genere. Inoltre, il progetto sionista prevede la frammentazione degli stati vicini, indispensabile affinché Israele possa esercitare la propria egemonia sull’intera regione mediorientale. E infatti, già nell’introduzione viene citato un documento del 1982, intitolato ”Una strategia per Israele negli anni ottanta” del giornalista e stratega israeliano Oder Yinon’s che spiega con dovizia di particolari come dividere il Medio Oriente in tanti staterelli. Tale frammentazione, coincidente ormai con gli interessi geopolitici degli USA, e in una certa misura anche dell’Europa, è attualmente in corso di realizzazione in Irak, Siria e Libia.

Di questo ci parla il capitolo 10: Gaza e il piano di destabilizzazione e di frammentazione del Medio Oriente è da leggere con attenzione per l’analisi complessiva che viene fatta degli interessi, delle alleanze, dei progetti per il futuro del Medio Oriente (e ritroviamo punto per punto il piano Yinon’s). Uno degli aspetti più apprezzabili di questo libro è il grande respiro con cui gli autori presentano l’intero scacchiere mediorientale (e non solo, con riferimenti anche all’Ucraina, per esempio), i protagonisti, le logiche che vengono seguite e lo spregevole doppio gioco dell’Occidente che va fino alla sponsorizzazione del terrorismo. Ci ricordano quanto una guerra infinita rappresenti un successo per il complesso militare-industriale-securitario occidentale. Nel caso della guerra di lunga durata, prevedibile per frammentare gli stati mediorientali, ci fanno notare anche le conseguenze che spese militari di questa entità avranno sul bilancio dello stato con le inevitabili ricadute sociali (welfare) nei paesi coinvolti. Un elemento che spesso viene sottovalutato. Come sottovalutiamo o diamo un’accezione troppo limitata al concetto di complicità che invece qui viene sviscerato a fondo.

Spesso quando parliamo di complicità dell’Europa con le politiche aggressive dei governi israeliani dimentichiamo sia gli accordi commerciali (è di questi giorni la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania), sia le centinaia di collaborazioni sul piano culturale fra le università israeliane e quelle europee, non ultima quella di Torino; ma è anche complicità partecipare alle nebbie oscure di cui sopra, offuscando o negando la realtà di Gaza. Cito: Complicità nell’ignorare e nel non denunciare le violazioni e i crimini di guerra che Israele commette continuamente, e nell’offrire sostegno al diritto di Israele a difendersi mentre compie programmaticamente, come è stato dimostrato, genocidi. Programmaticamente, dunque in filigrana c’è sempre il progetto sionista.

Altri spunti di riflessione sull’indifferenza generale, di una opinione pubblica impassibile, Assuefazione alla violenza e alla sua spettacolarizzazione. Confusione organizzata ad arte con la complicità dei referenti politici. Il senso di impotenza per chi conserva ancora uno spirito critico nelle nostre società che sempre meno sono società di cittadini con diritti e sempre più società di individui che non contano più, dove ha vinto un senso comune neoliberista e, come scrive uno studioso canadese, l’interesse personale è l’unico principio dell’agire, il consumo l’unico obbligo per essere cittadini. E non si può non essere d’accordo con Edward Said che insiste sulla necessità di sviluppare la capacità critica e il senso di responsabilità personale. Ai quali, però, vorrei aggiungere l’intransigenza.

Il capitolo sulla violenza della menzogna e il doppio linguaggio usato da Israele (repressione=sicurezza, resistenza=terrorismo e Palestina=Israele) mi sembra uno dei capitoli più illuminanti perché collega le menzogne alle strategie messe in atto per realizzare il progetto sionista. Leggo: Per arrivare alla realtà storica è necessario rompere la gabbia mentale del linguaggio sionista egemone. Un esempio ce lo ha dato a varie riprese Giorgio Napolitano quando era presidente affermando che: l’antisionismo è una forma di antisemitismo. Ecco che torna in mente il concetto di complicità. Ma questa riflessione sull’uso acritico del linguaggio sionista ha una valenza generale.

Il libro ci ricorda il linguaggio adoperato da politici, giornalisti, ecc. ai talk show dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Un altro esempio di uso acritico o deliberato del linguaggio egemone riguarda il canale di Suez. Nasser non nazionalizzò il canale, il quale non smise mai di essere egiziano, ma la Compagnie du Canal de Suez composta essenzialmente da europei la quale faceva profitti mostruosi investiti direttamente all’estero; far credere che Nasser nazionalizzò il canale, il corso d’acqua, serviva ad alimentare i sospetti verso il nuovo regime degli ufficiali liberi che avevano cacciato re Faruk.

Ottima la scelta di riferire i metodi e le strategie usati dai governi israeliani ai miti fondanti dello stato d’Israele. Nel suo elenco, Ilan Pappe dedica il primo posto allo slogan Un popolo senza terra per una terra senza popolo. E a proposito di questo slogan, ci tengo a portarvi una mia testimonianza personale. Avevo 14 anni quando fu proclamato lo stato d’Israele e vivevamo ad Alessandria d’Egitto. Mio nonno mi spiegò che Theodor Herzl – l’ideatore del progetto sionista – era un miscredente come lui e che il popolo ebraico nel cui nome diceva di parlare non esisteva: si trattava di un sotterfugio inventato per potere accampare il diritto di creare uno Stato. Dopo lunghe ricerche era giunto alla conclusione che l’espressione ‘popolo ebraico’ si trovava soltanto nell’Antico Testamento e che nessuno l’aveva mai usata, se non in senso biblico, fino alla nascita del progetto sionista alla fine dell’800. L’inganno di Herzl stava dunque nell’avere contrabbandato un mito biblico per una realtà vivente. Per noi che vivevamo in Egitto, era chiaro che lo slogan fondante del sionismo: Un popolo senza terra per una terra senza popolo non era altro che una doppia impostura. Il popolo senza terra, gli ebrei, non erano un popolo in senso politico e la terra senza popolo, la Palestina, lo aveva sì un popolo, altrimenti chi produceva le arance di Giaffa e l’olio d’oliva di Nablus che il nonno ci portava al ritorno dei suoi viaggi di affari in Palestina? Nonostante la nebbia fitta che ha avvolto il termine di popolo ebraico sia stata squarciata da numerosi studiosi alla metà del secolo scorso, questo è uno dei miti più duri a morire, grazie alla diffusa complicità di cui gode Israele.

Il libro s’intitola Gaza e l’industria israeliana della violenza e 8 degli 11 capitoli sono infatti dedicati ad altrettanti aspetti della violenza la quale, assurta a sistema, colpisce le persone in primo luogo ma anche l’economia, il territorio, lo stesso processo di pace; una violenza che diventa genocida, viene esportata, si globalizza entrando in simbiosi con le peggiori forze di repressione presenti nei cinque continenti. E ciò ci fa capire meglio sia il militarismo totale che contraddistingue la società israeliana sia il senso imperituro del progetto sionista e quindi della frammentazione degli stati mediorientali in atto.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite su Gaza, riportato dall’Afp lo scorso 3 settembre, se le condizioni economiche e demografiche non cambieranno il territorio diventerà “inabitabile” entro cinque anni. Colpa di otto anni di embargo economico e di tre interventi militari di Israele negli ultimi sei anni, che non permettono ai palestinesi di rialzarsi. Eppure. Eppure, la storia ci insegna che i colonizzatori sottovalutano sempre il coraggio e la determinazione di cui sono capaci i colonizzati per conquistare la libertà. Infatti, i gazawi rimangono in piedi, resistono, consapevoli che sumud richiede intransigenza; intransigenza che per loro significa, cito: Liberazione è l’antitesi di Oslo, è l’antitesi della soluzione razzista dei due stati. Ogni alternativa rivoluzionaria offerta dalla resistenza sul terreno deve separarsi nettamente da ogni accordo precedente.

Intanto, come tutti i popoli oppressi i palestinesi e in particolare i gazawi si sono inventati le loro forme di resistenza. I loro tunnel mi ricordano quelli che scavavano i vietnamiti sotto le bombe americane negli anni 60. Allora stavo a Milano e la mia sezione del Pci cercava di far conoscere le parole d’ordine dei vietnamiti. Yankee go home e rivoluzione fino alla vittoria. Il Pci ci chiese di evitare di diffondere questa seconda parola d’ordine. Non è anche questa una forma di connivenza se non di complicità con l’aggressore?

thanks to: La Città Futura

 

I SIONISTI SONO RAZZISTI E I VERI NEGAZIONISTI

I sionisti riscrivono la storia a loro uso e consumo. Questo lo si sapeva già, ma anche nella guerra della propaganda i sionisti si rivelano come veri nemici dei semiti, arabi o ebrei che siano. Sempre più simili alle escrescenze nazistoidi che si diffondono nel centro imperialista, soprattutto europeo, indugiano sul cosiddetto “negazionismo” antisemita.

Proprio nello stesso giorno in cui la Procura francese ha chiesto il proscioglimento per Marine Le Pen riguardo alle dichiarazioni fatte durante un comizio, dove aveva paragonato le preghiere musulmane nelle strade, all’occupazione nazista della Francia durante la II° Guerra Mondiale, il primo ministro di Israele ha scagionato Hitler dalle sue responsabilità di sterminio delle comunità ebraiche europee. Addossandole ai palestinesi, nella figura del gran Muftì di Gerusalemme.

Adolf Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei, voleva solo espellerli, ma fu convinto dal gran muftì Haj Amin al-Husseini” ha affermato Nethanyau, aggiungendo che “Hitler non voleva sterminare gli ebrei, solo espellerli”. Ma in un incontro avvenuto nel 1941 a Berlino, il muftì disse al leader nazista: “Se tu li espelli, verranno tutti qui (in Palestina)”. Allora, secondo Netanyahu, Hitler gli chiese: “Cosa dovrei fare con loro?”. E la risposta del muftì sarebbe stata: “Bruciali”. Tutti i maggiori mass media hanno riportato tali farneticazioni, ma nessuna figura istituzionale le ha stigmatizzate; a dimostrazione del livello di integrazione di un sistema politico borghese, ormai sionistizzato.

Con la “Intifada dei coltelli” che sta montando in tutta la Palestina, sbarazzandosi, nel fuoco della lotta, delle differenze localiste, faziose, religiose e di genere, che per troppo tempo hanno mantenuto frammentato e impotente il fronte della Resistenza contro l’Occupazione e il colonialismo; nell’Entità sionista, occupanti e colonizzatori stanno perdendo quel poco di lume rimastogli.

Presi dal panico provocatogli dalla rivolta palestinese, questi (sionisti) non esitano a linciare brutalmente persone inermi e indifese, non “ariane” come il loro razzismo viscerale gli suggerisce e come accaduto, appena due giorni fa, all’eritreo Haftom Zarhum (29 anni), colpevole di avere il colore di pelle “sbagliata”, quindi prima abbattuto con un colpo di fucile dai militari israeliani, poi da questi lasciato ferito nelle mani di una folla delirante, che lo ha fatto letteralmente a pezzi.

Non sorprende, quindi, che la sedicente “unica democrazia mediorientale”, si spinga, disperata, verso la riscrittura della Storia, tentando di falsificarla contro la sua stessa “natura” e titillando i suoi compari europei, provando a prendere i classici due piccioni con una fava: deresponsabilizzare i carnefici di ieri (nazisti), criminalizzare le vittime di oggi (palestinesi).

In questo quadro infame, ancora “sorprendente” risulta l’ostinazione dei collaborazionisti dell’ANP che, in piena rivolta popolare, invece di troncare le famigerate collaborazioni di sicurezza con l’Occupazione, si ostinano a mantenerle contro l’Intifada, per paura di essere spazzati via anch’essi dall’emergere di una nuova generazione di partigiani palestinesi.

Limitandosi a balbettare, tramite l’esponente dell’ANP Saeb Erekat, che queste affermazioni “hanno l’effetto di approfondire le divisioni in un momento in cui una pace giusta e durature è più necessaria che mai…”.

Una ignavia e una sudditanza all’Occupazione che grida vendetta per le vittime ebraiche di ieri e quelle palestinesi di oggi, così come la grida contro i carnefici nazisti di ieri e quelli sionisti attuali.

CONTRO IL NAZI-SIONISMO E IL COLLABORAZIONISMO!
AL FIANCO DELL’INTIFADA PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA!

thanks to: Fronte Palestina

Se vi è un paese, governato da veri terroristi, allora è Israele.

Pierre Stambul, professore di matematica a Marsiglia, è copresidente dell’Union Juive Française pour la Paix , organizzazione paifista e antisionista di grande importanza, dato che in Francia vive la comunità ebraica più numerosa d’Europa.

Quali sono le differenze fondamentali tra ebraismo e sionismo?

L’ebraismo è un concetto religioso, ossia la forma assunta dalla religione nel corso di circa due millenni. L’ebraismo religioso oggi comprende diverse tendenze, tra cui in particolare figurano gli haredim (gli ebrei ortodossi), contrapposti a quelli liberali …

A partire dalla fine del 19esimo secolo, numerosi ebrei (soprattutto in Europa) non sono più credenti. Si può parlare di “ebraismo laico” di cui facevano parte numerose personalità quali Einstein, Freud, Arendt e Kafka. Tra questi ebrei non-credenti si sviluppò un importante movimento di ebrei progressisti o rivoluzionari, che consideravano la loro emancipazione inseparabile da quella dell’umanità intera.

Il sionismo è un’ideologia, una teoria della separazione tra ebrei e non-ebrei che secondo i sionisti non potrebbero convivere. Si tratta di un’idea colonialista che mira a cacciare il popolo autoctono (ovvero i palestinesi) dalla sua/loro terra, di un nazionalismo che ha inventato un popolo, una lingua e una terra. Si tratta di una gigantesca strumentalizzazione della storia, della memoria e delle identità ebraiche. Per i sionisti, gli ebrei hanno vissuto per 2000 anni in esilio e ora ritornano in patria. Questa storia è del tutto inventata.

La maggior parte dei fondatori del sionismo non erano credenti, ma utilizzavano la Bibbia per giustificare la loro conquista coloniale.

Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico si religioso. Dove si ritrovano infatti, nella storia recente dell’ebraismo, il razzismo, il militarismo o la negazione dell’altro?

Come vorrebbe sostenere il popolo palestinese? Quali sono le strategie migliori?

La guerra che lo stato di Israele conduce contro il popolo palestinese non è né razziale, né religiosa o comunitaria. Ci porta dunque a considerare tre aspetti fondamentali: il rifiuto del colonialismo e del razzismo e l’eguaglianza dei diritti. Sebbene sia fondamentale, che in Israele esista una piccola minoranza anticolonialista, è anche importante che in Francia esista una componente ebraica nel movimento di solidarietà con la Palestina. Possiamo spiegare dall’interno la deriva ideologica in corso. Visto che spesso il genocidio nazista e l’antisemitismo fanno parte della nostra storia familiare ed intima, siamo in grado di denunciare più facilmente il carattere osceno del sionismo, che accusa di essere antisemita qualsiasi persona che critica Israele.

A volte ci dicono che siamo coraggiosi. Invece non facciamo che salvare la nostra pelle. L’ideologia sionista infatti non rappresenta solo un crimine contro il popolo palestinese, ma è totalmente suicida per gli ebrei sia laici sia religiosi.

Facciamo notare che esiste oramai da secoli una tradizione ebraica universalista, molto impegnata in tutte le lotte progressiste. Noi vorremmo esserne gli eredi. Infatti, come dice il militante israeliano anticolonialista Eitan Bronstein, “non saremo liberi fino a che non lo saranno i palestinesi.” La nostra presenza all’interno del movimento di solidarietà palestinese conferisce un senso alla “convivenza nell’eguaglianza dei diritti” che rappresenta il solo esito non barbarico di questa guerra. Allo stesso tempo in Francia colleghiamo tutte le lotte contro le diverse forme di discriminazione e contro il razzismo.

Che cosa significa per Lei la pace come ebreo francese?

In Israele tutti dicono di essere a favore della “pace”. Per loro infatti significa che della pace non gliene frega niente. Vogliono mantenere lo status quo del colonialismo. Per loro la pace, significa soprattutto il riconoscimento del crimine fondatore, della Nakba del 1948, quando la maggioranza dei palestinesi sono stati espulsi in maniera deliberata dal loro paese. La pace invece significa la riparazione di questo crimine. Il filo conduttore consiste nel diritto internazionale e nell’eguaglianza dei diritti. È ingiusto ed illusorio ripetere il processo di Oslo, oramai morto e sepolto. Il sionismo ha frammentato la Palestina in diverse entità, tutte discriminate ed oppresse: la Cisgiordania (a sua volta frammentata in 3 zone), Gerusalemme Est, Gaza, i Palestinesi di Israele, i profughi, i prigionieri …. L’appello palestinese al BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) nel 2005 ci mostra la via verso la pace. Esige la libertà (la fine dell’occupazione, del colonialismo, la distruzione del muro, la fine del blocco di Gaza e la liberazione dei prigionieri), l’eguaglianza (per i palestinesi di Israele, che subiscono l’apartheid) e la giustizia (diritto dei rifugiati di ritornare in patria).

Come ebreo francese, vorrei aggiungere che, quando Netanyahu è venuto in Francia per spiegarci che ci siamo sbagliati, che siamo stranieri a casa nostra e che il nostro paese sarebbe Israele, non ha fatto che metterci volutamente in pericolo. La pace significa la fine di questa concezione omicida che persegue l’obiettivo di dividere gli ebrei dal resto del mondo, espellendo i palestinesi.

Quali sono gli obiettivi fondamentali dell’Union Juive Française  pour la Paix?

In Medio Oriente noi ci battiamo per una pace fondata sull’eguaglianza dei diritti e sulla giustizia. Condividiamo del tutto le rivendicazioni del BDS. L’UJFP fa parte di BDS Francia. La questione delle sanzioni gioca un ruolo essenziale. Non ci saranno cambiamenti, se questo stato canaglia non dovrà rispondere degli atti dei suoi dirigenti. L’UJFP sostiene la resistenza palestinese e gli anticolonialisti israeliani. Diffonde i loro scritti e le loro azioni.

In Francia contestiamo le associazioni ebraiche comunitarie che dicono di parlare a nostro nome, mentre invece non fanno che sostenere in maniera incondizionata i crimini delle forze dell’occupazione. Denunciamo anche il modo in cui strumentalizzano l’antisemitismo. Lottiamo contro tutte le forme di razzismo (antisemitismo, islamofobia…) e contro tutte le forme di discriminazione (zingari, immigrati illegali …).

Per favore può spiegare questa sua frase: Il sionismo rappresenta per la storia dell’ebraismo quello che Milosevic rappresenta per la storia del popolo serbo.

Milosevic affermava, che la Serbia si estendeva a tutte le regioni in cui vivevano o avevano vissuto i serbi. Ha riscritto la storia della Serbia. Prima dello scoppio delle guerre jugoslave a Kosovo Polje, aveva tenuto un discorso revisionista ad un pubblico di centinaia di migliaia di serbi, affermando che nel 1389 i serbi si erano sacrificati per salvare l’occidente dai turchi musulmani, identificando gli albanesi con essi. E durante la guerra, sebbene fossero commesse delle atrocità su tutti i fronti, fu egli a ordinare dei massacri orrendi: gli stupri collettivi, i campi di concentramento e i pesanti bombardamenti contro i villaggi assediati…

Comunque la grande maggioranza del popolo serbo aveva dimostrato un coraggio esemplare nella resistenza contro i nazisti. Rifiutando il nazionalismo e le divisioni etniche, la resistenza jugoslava, composta in gran parte da serbi, ha liberato territori estesi del paese. Ma nessun popolo, nessuna comunità umana, si può salvare del tutto da una caduta collettiva nella barbarie.

Il sionismo è nato come risposta al sionismo, che comunque è una risposta terribile che consiste nella conquista coloniale e nella pulizia etnica. Come Milosevic, anche i sionisti hanno inventato una storia idilliaca, ovvero la teoria dell’esilio degli ebrei e del loro “ritorno in patria”. Si tratta di una storia manipolatoria come nel caso della teoria della “Grande Serbia”. Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico sia religioso. Per creare l’israeliano nuovo, si deve distruggere l’ebreo con i suoi valori universali.

In che modo si possono cambiare i media attuali per lottare per i diritti dei palestinesi?

Per i media fa comodo pensare che gli arabi siano a favore dei palestinesi e gli ebrei a favore di Israele. Fa comodo spiegare questa guerra come guerra religiosa o comunitaria, mentre invece si tratta di una guerra coloniale. Eccezion fatta per il massacro di Gaza dell’estate scorsa, i media in generale hanno ignorato l’UJFP. Quando partecipiamo a delle conferenze, spesso ci dicono: “Non sapevamo che ci fossero degli ebrei come voi”. Nelle manifestazioni lo striscione comune che abbiamo con i nostri compagni dell’Association des Travailleurs Maghrébins de France (“Juifs et Arabes unis pour la justice”) attira moltissimo, e la gente aderisce alle nostre associazioni. Passo per passo, la nostra voce trova ascolto. Per i media spesso il palestinese viene assimilato al terrorista. Ma se vi è un paese, governato da veri terroristi (Menachem Begin e Yitzhak Shamir), allora è Israele.

Un video importante:

https://www.youtube.com/watch?v=ERNXoBDtjso

Traduzione dal francese a cura di Promosaik

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

thanks to: Pressenza

COME ‘ASFALTARE’ CHI DIFENDE ISRAELE CON 10 AUTOREVOLI RISPOSTE

di PAOLO BARNARD – Aprile 2015 (leggete fino in fondo)

Guida imbattibile per distruggere uno per uno gli argomenti usati dai personaggi mediatici asserviti alla menzogna quando difendono il Terrorismo d’Israele e il genocidio dei Palestinesi.
Scritta a portata di tutti, e con fonti storiche autorevolissime unicamente Occidentali ed ebraiche.
Potete memorizzare le risposte, o sbatterle in faccia ai servi d’Israele leggendole. PB
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ATTENZIONE: Anti-Sionismo NON significa Antisemitismo. Sionisti = Elite ebrea criminale genocida dominante in Palestina dall’800 a oggi. Semiti sono i normali ebrei e palestinesi, d’Israele, della Palestina o del mondo. Solo gli ignoranti, o i falsari amici dei Sionisti, spacciano un anti-sionista per antisemita.
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1)

Difensore d’Israele (di seguito DdI): Prima cosa, i palestinesi hanno sempre odiato gli ebrei che emigravano in Palestina per sfuggire alle persecuzioni europee. Li hanno da subito attaccati.

Risposta (di seguito R.): Menzogna storica totale. Per tutto il XIX secolo e oltre i palestinesi accolsero l’emigrazione ebraica europea con favore, amicizia ed entusiasmo. Al punto che le massime autorità religiose ebraiche d’Europa lo testimoniarono.

Fonti: Ne cito tre fra le tante: il 16 Luglio del 1947 l’eminente Rabbino Yosef Tzvi Dushinsky testimoniò presso lo Speciale Comitato delle Nazioni Unite sulla Palestina, e le sue parole furono inequivocabili: “Non vi fu mai un momento nell’immigrazione degli ebrei ortodossi europei in Palestina (si riferisce ad epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) nel quale gli arabi abbiano opposto resistenza alcuna. Al contrario, quegli ebrei erano i benvenuti per via dei benefici economici e del progresso che ricadevano sugli abitanti locali, che mai temettero di essere sottomessi. Era risaputo che quegli ebrei giungevano solo per motivi religiosi e non ebbero difficoltà a stabilire rapporti di fiducia e di vera amicizia con le comunità locali”. (1)

Dello stesso tono le parole pronunciate molti anni dopo da un altro Rabbino di grande fama, Baruch Kaplan, noto per essere stato a capo della Beis Yaakov Girls School di Brooklin, ma che passò la giovinezza nella Yeshiva (scuola religiosa) di Hebron in Palestina negli anni ’20: “Gli arabi furono sempre assai amichevoli, e noi ebrei condividemmo la vita con loro a Hebron secondo relazioni di buona amicizia”, dichiarò il Rabbino, che aggiunse anche: “Sono a conoscenza di una lettera del Gran Rabbino del Gerrer Hassidim di allora, il polacco Avraham Mordechai Alter, che riguardava un suo viaggio nella Terra Santa risalente ai tempi in cui si parlava di emigrare laggiù. Lo scopo del suo viaggio fu di capire che tipo di persone erano i palestinesi, così da poter poi dire alla sua gente se andarci o no. Nella lettera egli scrisse che gli arabi erano un popolo amichevole e assai apprezzabile”. (2)

E poi. Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929: “…prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza… negli 80 anni precedenti (epoche precedenti al fenomeno sionista, nda) non ci sono memorie di scontri violenti (fra i due popoli)”.(3)

2)

DdI: E poi non esisteva un vero popolo palestinese. Si trattava di tribù sparse, e di pochi individui che vivevano sulle terre bibliche. Infatti un fondatore sionista storico (del Movimento ebreo sionista d’Europa), Israel Zangwill, dichiarò a inizio secolo che “La Palestina è una terra senza popolo, noi ebrei siamo un popolo senza terra”.

R.: Menzogna smentita di nuovo dall’interno dello stesso movimento sionista europeo che iniziò la colonizzazione su larga scala della Palestina alla fine del XIX secolo.

Fonti: Al 7° Congresso Sionista del 1905, un leader di nome Yitzhak Epstein si alzò e lasciò agli atti questa frase: “Diciamoci la verità. Esiste nella nostra cara terra d’Israele un’intera nazione palestinese, che vi ha vissuto per secoli, e che non ha mai pensato di abbandonarla”. (4)

3)

DdI: E’ ignobile definire i Sionisti, che emigravano in Palestina per fuggire alle persecuzioni europee, degli aggressori coloniali! Era il contrario, erano i palestinesi a disprezzarli.

R.: Menzogna. Il movimento Sionista europeo nacque razzista, violento e prevaricatore (come è oggi). All’arrivo in Palestina trattarono subito i palestinesi come bestie, perché li consideravano poco più che bestie. Furono i sionisti a iniziare violenze e atrocità contro i palestinesi pacifici.

Fonti: A inizio ‘900, in uno scambio fra un fondatore del movimento Sionista ebreo europeo Chaim Weizmann (che sarà il primo presidente d’Israele nel 1948, nda) e gli allora padroni coloniali inglesi, si legge “Gli inglesi ci hanno detto che in Palestina ci sono qualche migliaio di negri (kushim), che non valgono nulla.” (5)

Ma soprattutto: il più celebre umanista sionista della Storia, Ahad Ha’am, lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): “E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d’improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un’inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose”. (6) Era il 1891!
Già allora il razzismo e la violenza sionista faceva questo a palestinesi innocenti.

4)

DdI: Voi anti-semiti ve la prendete con il popolo ebraico che fuggiva disperato dall’orrore dell’Olocausto e cercava rifugio nella Terra Promessa, vergogna!

R.: Menzogna totale. Per quasi 50 anni PRIMA dell’Olocausto, i sionisti che emigravano in Palestina aggredirono i palestinesi e programmarono nei dettagli la Pulizia Etnica della Palestina, con metodi feroci e terroristici. Ripeto: 50 anni prima di Hitler.

Fonti: il massimo padre del movimento sionista, Theodore Herzl morì nel 1904. Già prima aveva dichiarato: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…”. (7)

Poi: un’altra personalità sionista di fine ‘800, Leo Motzkin, sancì: “La colonizzazione della Palestina si fa colonizzando tutta l’Israele biblica, e deportando i palestinesi da altre parti”. (8)

E’ quindi ovvio che il destino di Pulizia Etnica dei palestinesi fu progettato 50 anni PRIMA dell’Olocausto. Ma anche nelle decadi successive alla fine ‘800, il razzismo e la pulizia etnica contro i palestinesi rimasero priorità ebraiche. Alla fine degli anni ’30, il leader sionista Yossef Weitz aveva anticipato gli infami protocolli nazisti di Wannsee (che, fra le altre cose, listavano gli ebrei d’Europa da deportare) scrivendo i ‘Registri dei Villaggi’ dove si indicavano tutte le famiglie palestinesi da cacciare a forza. (9)

Peggio: addirittura Ephraim Katzir (che diventerà presidente di Israele, pensate) arrivò a lavorare in laboratorio per trovare un veleno per accecare i palestinesi. Il leader storico sionista, Ben Gurion, aveva redatto il piano ‘Dalet’ per la completa Pulizia Etnica della Palestina PRIMA dell’arrivo in Palestina dei profughi dai Campi di Sterminio tedeschi. Nel suo stesso diario, Gurion scrisse cose atroci su come colpire i palestinesi innocenti: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”. (10)

La violenza sionista contro i civili palestinesi fin dall’800 (Ahad Ha’am più sopra), il sadismo della pulizia etnica contro di loro, le stragi di palestinesi, donne e bambini (documentate dallo storico ebraico Benni Morris), le torture dei prigionieri – e tutto ciò PRIMA che l’Olocausto avesse un impatto sulla Palestina – portarono un ministro del primo governo d’Israele, Aharon Cizling, a dichiarare nel 1948: “Ora anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e ne sono sconvolto”.(11)

5)

DdI: E allora l’aggressione araba contro gli ebrei del 1948? Tutte le nazioni arabe attorno alla Palestina tentarono di sterminare gli ebrei, che per fortuna vinsero quella guerra, se no sarebbe stato un altro Olocausto! Infatti i leader arabi incitarono via radio i palestinesi ad abbandonare i loro villaggi per permettere lo sterminio degli ebrei! I palestinesi se ne andarono volontariamente.

R.: Menzogna completa. Prima cosa bisogna capire che allo scoppio della guerra arabo-ebraica del 1948, e come provato prima, già gli ebrei sionisti avevano inflitto 50 anni di atrocità, pulizia etnica e stragi ai civili palestinesi, per cui la reazione araba aveva una giustificazione pluri-decennale. Poi la tanto millantata guerra del 1948 fu una messa in scena totale, una vera bufala già organizzata affinché i sionisti vincessero, grazie ad accordi segreti fra Ben Gurion e il Re arabo della Transgiordania Abdullah. Esistono le prove che l’invito via radio di cui sopra è una bufala storica inventata dai sionisti.

Fonti: Il comandante delle truppe arabe era un ufficiale arabo-inglese di nome Glubb Pasha. Lasciò scritto nelle sue memorie che la guerra del 1948 fu una “Guerra Bufala” (The Phony War), perché il leader sionista Ben Gurion si era già messo d’accordo segretamente col Re della Transgiordania, Abdullah, di combattersi per finta, e alla fine spartirsi la Palestina. Abdullah controllava le uniche truppe che potevano impensierire gli ebrei, il resto erano eserciti con le pezze al sedere e armi dell’800. Gli egiziani erano per la metà Fratelli Musulmani con le ciabatte ai piedi; i libanesi non combatterono mai; i siriani erano armati ma erano 4 gatti; e gli iracheni erano sotto gli ordini del traditore Abdullah, per cui fecero nulla. Infatti dai Diari di Ben Gurion risulta che in piena guerra del ’48 egli scrisse all’esercito ebraico Hagana dicendo: “Tenete il meglio delle truppe per la Pulizia Etnica della Palestina, secondo il Piano Dalet (di cui sopra)”. (12)

E a proposito di quelle fantomatiche trasmissioni radio, esse furono smentite dalla BBC di Londra che monitorò tutte le comunicazioni nel Medioriente nel 1948 e di cui si possono trovare le trascrizioni al British Museum. In esse non vi è traccia di un singolo ordine di evacuazione da parte di alcuna radio araba dentro o fuori dalla Palestina, e al contrario, si possono leggere gli appelli ai civili palestinesi affinché rimanessero a presidiare le loro case. Nel 1948 la Pulizia Etnica sionista aveva già espulso 750.000 palestinesi, tutti civili. (13)

6)

DdI: E di nuovo, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 gli arabi tentarono di sterminare gli israeliani, che in una prova di eroismo militare riuscirono ad evitare un altro Olocausto.

R.: Questa versione è una farsa, distrutta vergognosamente dai documenti segreti del governo americano e della CIA. Non solo gli israeliani non corsero alcun reale pericolo nella cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, ma gli arabi tentarono di tutto per non combattere, e furono ignorati da Tel Aviv e dagli USA. Il governo israeliano invece terrorizzò la popolazione ebraica in quell’occasione, sapendo perfettamente che avrebbe attaccato per primo e avrebbe stravinto.

Fonti: La realtà, rivelata nel 2005 dai documenti segreti declassificati del governo americano (libreria del Presidente Johnson), prova precisamente che fu Israele ad aggredire gli arabi, non il contrario. (14)
Gli israeliani sapevano benissimo che avrebbero distrutto le armate arabe in due minuti. La CIA era perfettamente tranquilla, e non gli necessitò di fornire alcun aiuto militare particolare ad Israele, perché Israele avrebbe annientato gli arabi. Quando il capo del Mossad (servizi segreti di Isr.), Meir Amit, il 3 Giugno del 1967 s’incontra col ministro della Difesa USA McNamara al Pentagono,
McNamara gli chiede: “Quanto durerà questa guerra?” e Meir Amit, risponde: “Durerà sette giorni”. Lo disse il 3 Giugno! la guerra scoppia il 5-6 Giugno. Cioè sapevano PRIMA dello scoppio della guerra che sarebbe durata un niente. (15)

Nel frattempo parliamo di Nasser (il Presidente egiziano). Voi sapete che la narrativa ufficiale vi racconta che Nasser, minaccioso, fa un patto con la Siria, fa un patto con la Giordania, sta per attaccare Israele ecc. Invece nel frattempo Nasser disperatamente tentava i contatti con gli inglesi e con gli americani per evitare la guerra. Mentre Meir Amit era a Washington a dichiarare al governo americano che avrebbero attaccato preventivamente e che avrebbero distrutto gli arabi in sette giorni, Nasser mandava Zakariya Mohieddin, il suo ministro degli esteri, a Washington per cercare di mediare la pace. Mentre Mohieddin sta per partire per l’America, gli israeliani attaccano l’Egitto e distruggono l’esercito egiziano. (16)

Il premier israeliano Menahem Begin, molti anni dopo confessò che l’aggressione araba era una ‘bufala’, e confessò la vera aggressione israeliana al New York Times: “Nel giugno del 1967 di nuovo affrontammo una scelta. Le armate egiziane nel Sinai non erano per nulla la prova che Nasser ci stesse attaccando. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi decidemmo di attaccare lui”. (17)

Questa è un’altra grande bugia che ci hanno raccontato, è un modello della storiografia su Israele.
Ci raccontano sempre questa cosa, che Israele è la vittima, che sta per soccombere agli arabi cattivi, mentre la realtà è esattamente diametralmente l’opposto. L’elite bellica sionista/israeliana ha bisogno delle finte aggressioni arabe, ha bisogno dei pericoli, ha bisogno della minaccia inventata o gonfiata per mantenersi al potere.

7)

DdI: E chi fu che rifiutò il piano di pace dell’ONU, risoluzione 181 del 1947? I Palestinesi!
Fin da allora rifiutarono la pace sempre! Sono loro che rifiutano la pace!

R.: Menzogna e mistificazione usata a bombardamento dai difensori d’Israele. Sono i Sionisti/Israeliani che hanno sempre rifiutato i tentativi di pace, fino a oggi. La leadership Sionista visse, e sopravvive oggi, solo grazie alla strategia della tensione che loro creano provocando violenze, proprie o palestinesi, continue. Se la leadership Sionista accettasse la pace dovrebbe confrontarsi con un Paese, Israele, che essa gestisce da cani e gli israeliani li caccerebbero.

Qui mi dilungo un po’, qui bisogna asfaltarli molto bene.

Fonti: Il Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181, consegnava agli ebrei il 56% delle terre quando erano la minoranza assoluta. Poi il Negev andava agli ebrei con 90.000 arabi e solo 600 ebrei residenti. Poi l’unico porto commerciale vitale, Haifa, andava agli ebrei. Poi l’86% delle terre fertili, aranceti, ulivi, e grano andava agli ebrei! Poi ai palestinesi erano negati confini con la Siria, dove vi sono le fonti di acqua. E Gerusalemme rimaneva internazionale, ma di fatto in mano ebraica. Questa è la vergognosa realtà. Come potevano i palestinesi accettare? (18)

Lord Alan Cunningham, l’ultimo Alto Commissario inglese in Palestina, scrisse al leader supremo sionista Ben Gurion nel marzo 1948 che “i palestinesi sono calmi e ragionevoli, voi Sionisti fate di tutto per provocare violenza”. (19)

Il diplomatico americano Mark Ethridge, inviato alla conferenza di Pace di Losanna nel 1949, dichiarò furioso: “Se non siamo arrivati alla pace è primariamente colpa d’Israele…” (20)

Nel 1971 il presidente egiziano Sadat aveva offerto la pace a Israele in cambio del suo Sinai illegalmente occupato. Tel Aviv reagì mandando Ariel Sharon a fare la Pulizia Etnica del Sinai, dove Sharon fece orrende stragi condannate dall’ONU (più sotto), e che causò la Guerra del Kippur 1973. (21) Ecco chi vuole la pace…

La criminosa invasione israeliana del Libano nel 1982 (19.000 morti civili arabi) fu causata non da minacce a Israele, ma dall’esatto CONTRARIO. Un eminente storico israeliano scrisse: “Israele affrontò un problema serio nel 1982: l’offerta di pace dell’OLP di Arafat!”. Capite? (22)

Arafat e la sua Autorità Palestinese fecero di tutto per fermare gli estremisti islamici, infatti lo stesso capo dei servizi segreti ebraici Shab’ak, cioè Ami Ayalon, dichiarò al governo di Tel Aviv che “Arafat sta facendo un ottimo lavoro, si è lanciato anima e corpo contro i terroristi” (23).

La massima occasione per la pace fu l’incontro a Camp David nel luglio del 2000 fra Clinton, Arafat e il premier israeliano Ehud Barak. La stampa mondiale riportò che fu Arafat a rifiutare la pace, ma è falso. Fu il contrario. Ai palestinesi non fu presentata alcuna proposta scritta, gli fu chiesto di cedere un 9% di terre, e di ricevere un misero 1%, gli fu negata ogni discussione sul ritorno dei profughi cacciati dalla Pulizia Etnica pre 1948 (come invece sancisce la Risoluzione ONU 194), e non gli fu concesso nulla su come dividersi Gerusalemme. Come poteva Arafat accettare? (24)

E’ provato che mentre Israele predicava la pace, in segreto pianificava altra Pulizia Etnica della Palestina, l’uccisione di Arafat e guerra ai civili. Sono stati scoperti 5 piani segreti della Difesa israeliana a questo scopo: 1996 piano Field of Thorns; 2000, secondo piano Field of Thorns; 2001 piano Dagan; luglio 2001, piano Shaul Mofaz chiamato La Distruzione dell’ANP di Arafat (che collaborava); 2002, piano Eitam con gli stessi scopi. (25)

Nel 2003 gli USA propongono la pace nel documento The Road Map, dove si parla anche di un “Israele che cessi ogni violenza contro i civili palestinesi”. I palestinesi l’accettarono e dichiararono il cessate il fuoco. Tel Aviv portò 14 emendamenti alla proposta americana e di fatto la distrusse. Ma non solo. Ariel Sharon intensificò gli assassinii di sospetti (ma non processati) membri di Hamas ammazzandogli spesso anche mogli e bambini, ovviamente esacerbando le tensioni. Fine della Road Map. (26)

I cessate il fuoco di Hamas furono praticamente sempre violati da Israele, al punto che nel 2006 in una conversazione segreta fra i leader di Hamas in Gaza e Damasco, si sente dire “Non abbiamo ricevuto nessun beneficio dal nostro cessate il fuoco di un intero anno, Israele continua la violenza contro i civili, e stiamo perdendo la reputazione coi civili palestinesi”. (27)

Nel famoso rapimento da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit, viene omessa una verità scomoda, e cioè che il giorno prima Israele aveva rapito due medici palestinesi senza alcun mandato legale, e li ha fatti sparire incommunicado (mai rilasciati né processati). La provocazione fu quindi israeliana. (28)

In un articolo sul Washington Post del luglio 2006, il leader di Hamas Ismail Haniyeh RICONOBBE pienamente il diritto d’Israele DI ESISTERE e la pace fra “tutti i popoli semiti dell’area”. Lo fece nonostante sapesse che quando Arafat riconobbe Israele nel 1993 non ottenne assolutamente nulla, solo violenza. Tel Aviv ignorò l’offerta di Haniyeh. (29)

Nel 2007 gli Stati Uniti offrono la pace nel Trattato di Annapolis. Ma poiché il testo della Casa Bianca contiene la frase “cessare il terrorismo sia da parte palestinese che israeliana”, Israele boicottò tutto l’accordo. Fine Trattato di Annapolis. (30)

Persino da dentro l’establishment militare d’Israele arriva l’ammissione che è Tel Aviv che boicotta la pace. L’ex capo del Mossad, Efraim Halevy, dicharò nel 2009: “Se Israele volesse veramente eliminare la minaccia dei razzi di Hamas (rudimentali aggeggi), dovrebbe permettere ai civili di Gaza di sopravvivere permettendogli di ricevere i beni vitali attraverso la frontiera con l’Egitto, non strangolarli alla fame. Questo garantirebbe la pace a Israele per decenni.” (31)

Robert Pastor, docente all’American University, era un inviato dell’ex Presidente USA Jimmy Carter nei territori occupati, cioè Cisgiordania e Gaza. Le sue parole sono esplicite, è Israele che boicotta la pace: “Hamas aveva fermato il lancio dei razzi dal giugno al novembre 2008, ma Tel Aviv non solo rinnegò la promessa di allentare lo strangolamento dei civili di Gaza per cibo, medicinali, e acqua, ma bombardò un tunnel della disperazione, quelli che fanno passare poche cose dall’Egitto ai palestinesi… Comunicai chiaramente al governo israeliano che Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco se l’assedio di Gaza si fosse allentato, mi ignorarono totalmente”. (32)

Scrive il mitico reporter d’inchiesta americano Symour Hersh: “L’attacco a Gaza (2008) da parte d’Israele, e i massacri conseguenti, vennero guarda caso quando il governo turco era riuscito a mediare con diplomatici di Tel Aviv un accordo completo per il ritiro israeliano dal Golan occupato illegalmente da Israele. Ma è ovvio che l’assalto a Gaza distrusse tutta la mediazione.
Non una coincidenza”. (33)

L’Huffington Post scrive: “Il cessate il fuoco di Hamas del 2008 reggeva benissimo. Fu Israele a uccidere per primo, il 4 novembre. Poi sempre un raid aereo israeliano uccise altri 6 palestinesi, nonostante il cessate il fuoco… Abbiamo fatto un seria ricerca su chi, fra Israele e Hamas, ha rotto più volte il cessate il fuoco in quasi 10 anni, con l’aiuto dell’organizzazione israeliana B’Tselem.
E’ indubbiamente Israele che uccide per primo durante un cessate il fuoco, nel 78% dei casi precisamente. Hamas ha violato le tregue solo nell’8% dei casi. Ma se parliamo di tregue lunghe più di 9 giorni, Israele le ha violate per primo nel 100% dei casi”. (34)

Come si può affermare di fronte a queste prove che sono i palestinesi a rifiutare la pace? A spezzare le tregue? E’ l’esatto contrario. Questo senza dimenticare che anche in tempi di cessate il fuoco, Israele continua la sua politica di Pulizia Etnica palestinese e di violenze gratuite e distruttive contro i villaggi palestinesi, contro il loro diritto di nutrirsi, con rapimenti di minori che spariscono incommunicado, torture di prigionieri senza processo e senza tutele legali.

8)

DdI: Israele è l’unico Stato democratico della zona, ed è vergognoso chiamarlo Stato razzista!

R.: Il razzismo (si legga anche più sopra) fu ed è la linfa vitale di tutto il movimento sionista. Oggi Israele è l’unico stato moderno che mantiene un sistema di Apartheid feroce contro i palestinesi, talmente rivoltante da essere stato condannato in tutto il mondo. La democrazia d’Israele riguarda solo la popolazione ebraica, e neppure tutta.

Fonti: Quelle risalenti ai primi del XX secolo sono già citate all’inizio di questo libretto. Pochi sanno che le leggi emanate nei decenni dal Jewish National Fund sulle terre di Palestina da loro occupate attraverso la Pulizia Etnica, sanciscono che tali terreni sono riservati al 90 agli ebrei; ai palestinesi è proibito affittare o comprare quei terreni che una volta erano loro (prima della colonizzazione sionista). Nel 2003 l’Istituto Israeliano per la Democrazia fece un sondaggio fra gli ebrei israeliani che diede questi risultati: il 53% sostenne che i palestinesi non avevano diritto all’eguaglianza civica con gli ebrei, e il 57% disse che andavano semplicemente cacciati a forza. (35) Grande senso democratico…

Il Comitato dell’ONU sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ha denunciato in termini tragici la mancanza di democrazia in Israele: anche i cittadini israeliani di origine araba sono esclusi dalla residenza nel 93% delle terre; sono esclusi dalla maggior parte dei sindacati, dei servizi pubblici come acqua, elettricità, alloggi, sanità, e sono relegati alle scuole peggiori. I loro salari sono sempre inferiori a quelli degli ebrei. Infine, dice il rapporto dell’ONU, il trattamento da parte israeliana dei beduini è al limite dei crimini contro l’umanità. Una vera democrazia davvero! (36)

Ed è decisamente ‘democratica’ la seguente dichiarazione dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, rilasciata alla stampa europea: “Non c’è Stato ebraico senza la cacciata dei palestinesi e l’espropriazione della loro terra.” (37)

Ma niente meno che scioccante fu la dichiarazione ufficiale scritta da un giurista sudafricano, quindi un esperto di Apartheid, e inviato dalle Nazioni Unite in Israele e Territori Occupati. Il Prof. John Dugard consegnò all’ONU le seguenti parole: “Le leggi e le azioni d’Israele nei Territori Occupati (illegalmente), certamente rispecchiano parti dell’Apartheid sudafricana… Si può forse negare che lo scopo di tali azioni e di tali leggi è di mantenere il dominio di una razza (ebrei) su un’altra razza (palestinesi), per schiacciarli sistematicamente?”. (38) Grande democrazia!

Israele tollera inoltre fra i partiti dell’arco costituzionale il National Union Party, che chiede apertamente la distruzione della popolazione palestinese e nega ai palestinesi il diritto di esistere, mentre Hamas, come dimostrato sopra, ha già riconosciuto il diritto di esistere di Israele ufficialmente. Israele è l’unico Stato al mondo dove nel 1995 il governo ha introdotto il concetto di “gruppi di popolazione”, distinguendo il gruppo “ebrei e altri” dal gruppo “arabi“. Il primo comprende ebrei e cristiani non arabi, il secondo musulmani e arabi cristiani. L’unico altro Stato al mondo che aveva, ma oggi non ha più, questa distinzione settaria era il Rwanda… (39)

Ma peggio: una rappresentante del partito israeliano Jewish Home, cioè Ayelet Shaked, e un accademico israeliano che si chiama Mordechai Kedar (Univ. di Bar Ilan in Israele) hanno scritto che le famiglie, cioè bambini, mogli, nonni dei ‘terroristi’ di Hamas “vanno sterminate”, e che le loro sorelle e madri “vanno stuprate” (dopo 80 anni di orrori ebraici contro quelle famiglie e madri e sorelle). Infine, a chi rimangono dei dubbi sul razzismo osceno d’Israele consiglio di leggere il Prof. Joel Beinin, che ricopre la carica di Donald J. McLachlan Professor of History alla Stanford University USA, nel saggio dal titolo “Il razzismo è il pilastro dell’operazione Protective Edge di Israele”. (40)

Non risulta che Apartheid, razzismo e discriminazione di razza siano i tratti distintivi di una democrazia.

9)

DdI: Israele è uno Stato pacifico costantemente minacciato dal terrorismo palestinese e ha il diritto di difendersi! Come osate chiamare Israele terrorista?

R.: Questa frase sarebbe perfettamente e storicamente giustissima se la si ribaltasse di 180 gradi, cioè: la Palestina era una nazione pacifica che è da oltre 100 anni minacciata dal terrorismo sionista/israeliano, e che ha il diritto di difendersi. Il fatto tragico è che le opinioni pubbliche occidentali non sanno nulla dei 60 anni di atrocità sioniste contro i palestinesi innocenti, che PRECEDONO la nascita del terrorismo palestinese, ripeto, dopo 60 anni di esasperazione, stragi, Pulizia Etnica, stupri, persecuzioni, torture sioniste. In metafora, oggi il mondo vede un uomo che picchia un altro per la strada, e condanna il primo. Ma se sapesse che la vittima ha per anni stuprato la figlia del picchiatore, gli ha rubato ogni avere, lo ha seviziato, ha fatto uccidere sua moglie… allora tutto cambierebbe. OLP, Hamas e i gruppi armati palestinesi sono arrivati alla violenza SOLO DOPO 60 anni di orrori subiti nell’indifferenza di tutto il mondo. Il loro non è, né mai fu, Terrorismo. Fu ed è REAZIONE. La cosa è immensamente diversa. Il vero Grande terrorista fu ed è ancora il Sionismo d’Israele. Anche qui non posso essere brevissimo, visto che la menzogna del diritto d’Israele a difendersi è in assoluto la più diffusa argomentazione dei difensori di Tel Aviv. Eccolo il Vero terrorismo in Palestina, a cui l’OLP e Hamas hanno REAGITO dopo decenni di orrori. Notate che il primo attacco suicida palestinese contro Israele arriva nel 1994, esattamente dopo un secolo di terrore sionista/israeliano.

Fonti:

I PRIMI 50 ANNI DI TERRORISMO SIONISTA CONTRO I PALESTINESI.

Dagli archivi coloniali del governo britannico. “Durante gli anni della Seconda Guerra l’uso del Terrorismo da parte sionista è descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora”. (41)

“Il ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo ebraico Stern, al Cairo. Le azioni terroristiche dei gruppi ebraici Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità ebraica”. (42)

Il 22 luglio 1946 la campagna condotta dalle organizzazioni terroristiche sioniste raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un’ala dell’hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo inglese e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi, ebrei e inglesi, e 5 passanti [58 i feriti, nda]. (43)

Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti, dichiarò alla Camera dei Comuni: “Se i nostri sogni per il Sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del Sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo”. (44)

“La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l’Amministrazione (ONU) a reprimere il terrorismo sionista”. “Uno dei più scabrosi atti di terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra nell’aprile del 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme confessò: Il 9 aprile abbiamo subìto una sconfitta morale, quando due gang (sioniste) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin… Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche.
Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro terrorismo… Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire… e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate”. (45)

Nel 1948 gli ebrei non furono solo in grado di difendersi, ma anche di commettere enormi atrocità sui civili palestinesi. Secondo l’ex direttore degli archivi dell’esercito israeliano: “In quasi tutti i villaggi occupati da noi durante la guerra di indipendenza, furono commessi atti che sono definiti come crimini di guerra, come gli assassini, i massacri e gli stupri…”. Uri Milstein, l’autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va persino oltre dichiarando che “ogni schermaglia finì in un massacro di arabi”. (46)

“Folke Bernadotte (che salvò ebrei dall’Olocausto, nda) fu nominato mediatore (in Palestina) dall’Assemblea Generale dell’ONU… ma prima che l’ONU potesse considerare le sue osservazioni sul campo, egli fu assassinato dalla gang (sionista) Stern”. (47)

TERRORISMO D’ISRAELE SUCCESSIVO.

Nel 1953 la Risoluzione 101 condannava i massacri terroristici della notoria Unità 101 israeliana comandata da Ariel Sharon, il futuro premier, responsabile in particolare della strage di Qibya in Cisgiordania del 14 ottobre 1953. Sharon, fece saltare in quella occasione 45 abitazioni uccidendo 69 civili arabi, di cui la metà erano donne e bambini. (48)

Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e durante il trentennio successivo il terrorismo israeliano si riversa in particolare nei Territori Occupati dal 1967 con una miriade di atti criminosi contro la popolazione civile palestinese, al punto da richiedere nel 1977 l’intervento indignato dell’ONU con una Risoluzione di condanna che parla chiaro: “L’Assemblea condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: … c) L’evacuazione, la deportazione, l’espulsione, e il trasferimento degli abitanti arabi dei Territori Occupati e la negazione del loro diritto di ritorno – d) L’espropriazione e la confisca delle proprietà arabe nei Territori Occupati – e) La distruzione e la demolizione delle case (arabe) – f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba – g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)… che sono considerati crimini di guerra e un affronto all’umanità (sic)”.(49)

1981. L’allora primo ministro Menahem Begin, ammette la volontaria distruzione delle infrastrutture civili palestinesi per mano dell’esercito di Tel Aviv con relative vittime: “… ci sono state ripetute azioni di rappresaglia contro le popolazioni civili arabe; l’aviazione (israeliana) li ha colpiti; il danno fu mirato a strutture come i canali, i ponti e i trasporti”. (50)

L’ex ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban commentò poco dopo quelle parole, e in modo agghiacciante: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili palestinesi, in un’atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome.” (51)

Nel 1982 Israele invade nuovamente il Libano; il ministro della Difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra e atti di terrorismo degli ultimi cinquant’anni accade proprio sotto il controllo di Sharon. Parlo del massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. “Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato… Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta.
Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini (palestinesi) furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti”. La complicità israeliana in quel crimine di guerra è documentata oltre ogni dubbio. La commissione d’inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell’8 febbraio 1983 dichiara infatti: “Menachem Begin (l’allora premier di Israele, nda) fu responsabile… Ariel Sharon fu responsabile… La nostra conclusione è che il ministro della Difesa (Sharon) è personalmente responsabile”. (52)

L’invasione israeliana del Libano nel 1982 costò la vita a circa 19.000 civili innocenti (più di sei volte i morti dell’11 settembre in USA), sterminati dall’uso indiscriminato dei bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane sui centri abitati. Non solo terrorismo ma vero crimine di guerra. (53)

Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione popolare) palestinese, la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani vota una Risoluzione che denuncia ancora il terrorismo di Israele: “Nella Risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei Territori Occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi”. (54)

La distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi, dei loro campi e dei loro mezzi di sostentamento da parte delle forze di sicurezza israeliane nei Territori Occupati è una delle più odiose pratiche terroristiche documentate (parte del piano di Pulizia Etnica di inizio secolo). Essa vide la luce fin dal lontano 1967, ed è intesa come “punizione collettiva” (totalmente illegale secondo ogni legge) dei palestinesi, senza processo, senza alcuna possibilità di difesa. Nel 1999 Amnesty International pubblicava un rapporto dove la durezza della condanna delle Demolizioni è chiara: “Dal 1967, anno dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte… si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. I palestinesi vengono colpiti per nessun’altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi”. (55)

Uno dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, è l’indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Anche questa indicibile pratica è documentata oltre ogni dubbio. “Le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale”. (56)

Questa ignobile pratica continua oggi identica.

Il primo attacco suicida palestinese contro Israele è dell’aprile 1994 ad Afula, esattamente DOPO UN SECOLO di terrore e di crimini sionisti/israeliani contro i civili palestinesi, come sopra documentato. (57)

Israele sferra attacchi mostruosi su Gaza e sui suoi civili da anni, col solito pretesto di difendersi dai razzi di Hamas. Prima cosa, come detto e ridetto, Hamas REAGISCE a un secolo di terrorismo ebraico sopra dimostrato; in secondo luogo i cosiddetti razzi palestinesi sono rudimentali tubi di metallo il cui potenziale letale è minimo. Infatti in 14 anni di vita questi ‘razzi’ hanno ucciso dai 33 ai 50 civili israeliani (58)… mentre in soli 6 anni Israele ha assassinato un totale di 2.221 civili palestinesi! Solo nell’Operazione Piombo Fuso di bombardamenti indiscriminati su Gaza nel dicembre 2008, gli israeliani uccisero 759 civili palestinesi, di cui 344 bambini e 110 donne. Nell’Operazione Scudo Protettivo del luglio 2014 Israele uccise 1.462 civili palestinesi, di cui 495 erano bambini e 253 donne. Non v’è bisogno di commentare la sproporzione orripilante delle cifre. (59)

Per concludere: chi è stato per decenni il Grande Terrorista in Palestina? Si può dire che sono i palestinesi armati, che hanno REAGITO 60 anni dopo l’inizio del loro calvario, a essere i terroristi? Chi ha il maggior diritto di difendersi dopo un secolo di orrori sionisti e mostruose sproporzioni di vittime civili?

10)

DdI: Ci sono degli “squinternati” in Italia, come un tal giornalista Paolo Barnard amico di Hamas, o come l’attivista pro Palestina Samantha Commizzoli, che addirittura accusano i sionisti (passati e attuali) di essere aggressori neo-nazisti. Basterebbe questo per stendere un velo pietoso su tutto l’argomento.

R.: Caro ignorante, ci spiace per te se non leggi la Storia. E siamo felici di essere accomunati ad altri due squinternati che chiamarono i Sionisti “affini ai nazisti e ai fascisti”, cioè quel ‘mentecatto’ di Albert Einstein e quella ‘antisemita’ di Hannah Arendt…

Fonti: Il primo personaggio incontestabile, perché grande amico dei Sionisti e uomo ultra conservatore, che li chiamò ‘nazisti’ fu niente meno che Winston Churchill, che in una riunione di Gabinetto a Londra definì l’esercito sionista “… una nova specie di gangsters degni della Germania Nazista”. (60)

Nella stessa epoca, 1948, Albert Einstein e Hannah Arendt (non hanno bisogno di presentazioni) scrissero di loro pugno sul New York Times una protesta veemente contro la brutale ferocia sionista contro i palestinesi, definendola “simile in organizzazione e metodi ai partiti Nazisti e Fascisti” (61)

Lo stesso anno, fu addirittura un ministro del primo governo dello Stato d’Israele, Aharon Cizling a dichiarare “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e io sono sotto shock” (62)

Scrive il professore di scienze politiche americano, ed ebreo, Norman G. Finkelstein: “Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l’esercito ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l’armata tedesca combatté nel Ghetto di Varsavia ”(sic). Lo stesso Finkelstein, figlio di vittime dell’Olocausto, scrive ancora in modo lapidario: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti”.(63)

NOTE
1) The U.N. Special Committee on Palestine: Statement by Chief Rabbi Yosef Tzvi Dushinsky, July 16, 1947, United Nations Trusteeship Library.
2) Neturei Karta: Interview with Rabbi Baruch Kaplan, 2003. Pubblicazione di alcuni passaggi trascritti da una intervista registrata con Kaplan circa vent’anni prima.
3) ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p. 150.
4) 7° Congresso Sionista del 1905, trascrizioni degli interventi.
5) Nur-eldeen Masalha, Towards the Palestinian Refugees, 08/2000
6) ONU: La questione palestinese, Kohn, Hans, Ahad Ha’am: Nationalists with a difference, in Smith, Gary (ed.), Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974)
7) ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodor, «The complete diaries» (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p. 88.
8) Sefer Motzkin, ed. Alex Bein, Jerusalem, 1939
9) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine. – The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
10) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition – Ben Gurion’s Diary, 1 Jan. 1948
11) Trascrizione della riunione di Gabinetto israeliana del 17 novembre 1948, dagli archivi del Kibbutz Meuhad, citata da David McDowall, Palestine and Israel, I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 195.
12) The Ethnic Cleansing of Palestine, by Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition
13) Ibidem
14) Office of National Estimates, “Appraisal of an estimate of the Arab-Israeli Crisis by the Israeli Intelligence Service,” 25 May 1967,FRUS, 1964–1968, XIX, doc. 61; Freshwater, 3–4; Helms, A Look Over My Shoulder, 299.
15) Helms, A Look Over My Shoulder, 299–300; Michael B. Oren, Six Days of War: June 1967 and the Making of the Middle East (New York: Oxford University Press, 2002), 146, citing interview with and writings of Meir Amit; Meir Amit quoted inThe Six-Day War: A Retrospective, ed. Richard B. Parker (Gainesville: University Press of Florida, 1996), 136, 139; Ian Black and Benny Morris, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services (New York: Grove Weidenfeld, 1991), 220–22;
16) Nolte reported in telegram 8471 from Cairo, June 4, that the Embassy had informed Riad of the contents of telegram 207861 to Cairo (see footnote 2, Document 134), and that he planned to take up the subject of Mohieddin’s visit with Nasser when presenting his credentials on June 5. (National Archives and Records Administration, RG 59, Central Files 1967-69, POL ARAB-ISR) Rusk responded to the latter point in telegram 207994, June 4, which reads in part: “The great value of Mohieddin’s visit is opportunity for private discussions. The less said about it the better.” (Johnson Library, National Security File, Country File, Middle East Crisis, Anderson Cables)
17) New York Times, 21 agosto, 1982.
18) Piano di pace del 1947, risoluzione ONU 181
19) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine.
20) FRUS, Ethridge, US delegate at Laussanne, Top Secret, Paris, Paris June 12, 1949, pp.1124-25
21) Ha’aretz, Oct. 6, 2006, Danny Yatom and Moshe Amirav
22) Avner Yaniv, Political Science Professor, Univ. of Haifa
23) Riportato dal quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 6 aprile 1998.
24) Paolo Barnard: Intervista a Robert Malley dell’International Crisis Group registrata a Washington poco prima della scomparsa di Yasser Arafat.
25) Le prime rivelazioni sul piano Fields of Thorns furono rivelate da Amir Oren sul quotidiano israeliano «Ha’aretz» il 23 novembre 2001 – Alcuni estratti del piano del 15 ottobre 2000 furono pubblicati il 6 luglio 2001 sul «Ma’ariv». Per la cronologia degli attacchi terroristici palestinesi: Israel Ministry of Foreign Affairs, Suicide and Other Bombing Attacks in Israel Since the Declaration of Principles 1993 (pubbl. 2005). – Amos Harel, Rightist ex general propose massive invasion of territories, «Ha’aretz daily», 31 gennaio 2002.
26) Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
27) Seymour Hersh, The New Yorker, August 16, 2006
28) Gideon Levy, “A Black Flag,” Ha’aretz, July 2, 2006; Christopher Gunness, “Statements by the United Nations Agencies Working in the Occupied Palestinian Territory,” July 8, 2006; Amnesty International press release, “Israel/Occupied Territories: Deliberate Attacks a War Crime,” AI Index: MDE 15/061/2006 (Public), News Service No. 169, June 30, 2006. – Noam Chomsky, Confrontation with Hamas and Hezbollah, July 29, 2006. Israeli Cabinet Statement on Road Map, July 9, 2004
29) Aggression under false pretenses, The Washington Post, July 11, 2006
30) Annapolis Agrrement: full text, US Department of State, Novembre 2007
31) Counter Terrorism and State Political Violence, Critical Terrorism Studies, Scott Poynting & David Whyte
32) Democracy Now: January 22, 2009, Ex-Carter Admin Official: Israel Ignored Hamas Offer Days Before Attacking Gaza; Violated Ceasefire with Attacks, Blockade
33) Seymour Hersh: The New Yorker, 31/3/2009
34) Huffington Post, Nancy Kanwisher, Reigniting Violence: How do ceasefires end? 2012
35) Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002 – Israeli Democracy Institute, May 2003 Report
36) UN Committee on Economic Social Cultural Rights, 23 May 2003
37) Agence France Press, Nov. 1998
38) Prof. John Dugard, Rapporto come Special Rapporteur on Human Right in Palestina per l’ONU, 2007
39) Steven Zunes, Asia Times, The Rise and Rise of Hamas, July 7, 2007 – Ur Shlonsky, Zionist Ideology, the Non-Jews and the State of Israel, July 24, 2002
40) Ha’aretz, 22 lugio 2014 – Joel Beinin, Donald J. McLachlan Professor of History Stanford University USA, “RACISM IS THE FOUNDATION OF ISRAEL’S OPERATION PROTECTIVE EDGE”
41) ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p. 30).
42) Ibidem
43) Ibidem
44) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73.
45) ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p. 28. 47 ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, «The Faithful City» (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72.
46) The Origin of the Palestine-Israel Conflict, Published by Jews for Justice in the Middle East P.O. Box 14561, Berkeley, CA, 94712.
47) ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018.
48) Foreign Relations of the United States, 1958-1960, Volume XII, Near East Region; Iraq; Iran; Arabian Peninsula: Statement by the National Security Council of Long Range U.S. Policy Toward the Near East. 100 United Nations Security Council Resolution 101 (1953), 24 November 1953.
49) ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 December 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 February 1977.
50) Menahem Begin, letter, «Ha’aretz», August 4, 1981.
51) Abba Eban, Morality and Warfare, «Jerusalem Post», August 16, 1981.
52) Rapporto della Commissione d’Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983). –
53) Stime delle vittime civili dell’invasione israeliana del Libano del 1982 tratte da: Estimates of 5 March 1991 AP – Israel: 657 killed, Syrians: 370, PLO: 1,000, Lebanese and Palestinians: 19,000 +, mostly civilians, e Robert Fisk, The Awesome Cruelty of a Doomed People, «The Independent», 12 settembre 2001, p. 6.
54) ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988.
55) Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 Israel and the Occupied Territories
Demolitions and Dispossession.
56) Amnesty International Reports, London. Israel/Occupied Territories 03/2002, Attacks on health personnel and disrupted health care.
57) BBC, Analysis: Palestinian suicide attacks, 29/01/2007.
58) IDF. “Rocket Attacks on Israel from Gaza Strip”. idfblog.com/facts-figures/. Israel Defense Forces. Retrieved 15 August 2014. “Attacks on Israeli civilians by Palestinians”. B’Tselem. 24 July 2014.
59) BBC: Gaza Crisis, toll of operations in Gaza, 1 settembre 2014, dati ONU e B’Tselem.
60) ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p. 73
61) The NYT, Books’ section p. 12, 4 dic. 1948)
62) Riunione di Gabinetto del 17 nov. 1948, Kibbutz Meuhad Archives, section 9 file 1)
63) Norman G. Finkelstein, First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine, 14 aprile 2002 & «Ha’aretz», 25 gennaio 2002, 01 febbraio 2002.

Un grazie a Dario Zamperin
In ricordo di Vik Arrigoni

thanks to: Paolo Barnard

Israele-Palestina, alla radice del conflitto

  Intervista a Joseph Halevi di Vincenzo Maccarrone *

 

Ormai più di un anno fa, subito dopo l’offensiva israeliana su Gaza, abbiamo realizzato un’intervista a Joseph Halevi (docente presso la University of Sydney). L’intervista è rimasta inedita fino ad oggi, ma è ancora molto attuale. Abbiamo deciso quindi di pubblicarla oggi (15 Maggio) in occasione dell’anniversario della Nakba.

*** *** ***

Vincenzo Maccarrone: il recente conflitto di Gaza è stato l’ennesimo episodio nel lungo conflitto fra Israele e il popolo palestinese. Se volessimo risalire alle radici di questa violenza, dove dovremmo scavare?

Joseph Halevi: come dinamica iniziale dovremmo partire già dall’inizio dell’insediamento colonizzatore, non tanto quando arrivarono i primi ebrei a fine ‘800 – in quel caso si trattava di attività private, auto-finanziate – ma da quando iniziò, se vogliamo dare una data, la fondazione della città di Tel Aviv nel 1909. Tel Aviv sorge sulle rovine di sei villaggi arabi. Cosa era successo? Coloro che sostenevano la colonizzazione, in questo caso già colonizzazione sionista, compravano le terre presso proprietari terrieri arabi, che erano in gran parte feudatari assenteisti (la maggior parte stava a Beirut) e poi, con il fido di proprietà, sfrattavano i contadini che lavoravano su quelle terre. E questo è un atto di violenza: usavano il titolo di proprietà come titolo di sfratto, rompendo sostanzialmente quelle leggi consuetudinarie- quasi nulla era codificato, essendo quello ottomano un sistema semi-feudale- per cui i fellahin (contadini) arabi vivevano lì. È simile al processo delle enclosures inglesi.
All’inizio non c’erano grandi reazioni a questi sfratti, al massimo avvenivano dei tafferugli. Successivamente ci furono anche scontri più gravi, nel senso che ad esempio a Hebron ci furono esecrabili uccisioni di ebrei.
È da notare che il processo venne sostenuto dall’autorità britannica- quando la Palestina diventò parte del mandato britannico.

Negli anni ’30 avvennero fatti ancora più gravi. Nel 1936 cominciò in Siria una grande rivolta anti-francese, che portò alla sua indipendenza nel 1940 e alla separazione del Libano dalla Siria (per via del fatto che in Libano c’era allora una maggioranza cristiana). Questo movimento nazionalista e anticoloniale si propagò in Palestina, dove ci furono 3 anni di rivolta forte, gli inglesi in risposta bombardarono quella che chiamiamo West Bank.
La debolezza dei palestinesi nei confronti degli inglesi permise ai sionisti, che appoggiavano gli inglesi in maniera non violenta, di conquistare posizioni di potere.

VM: Ma quindi già negli anni ’30 c’erano delle persone che si autodefinivano ‘palestinesi’?

JH: secondo Edward Said nel suo libro “The Question of Palestine” si può parlare di palestinesi addirittura all’inizio del ‘900. Io su questo ho i miei dubbi, c’è però il grande storico israeliano Yehoshua Porath, che nel suo “The emergence of the Palestinian-Arab national movement, 1918-1929” scrisse sul movimento di liberazione nazionale palestinese, e lo data dagli anni ’20 in poi. È un libro molto importante, fondamentale.

VM: questo è importante soprattutto per quello che succede dopo, poter dire che c’era già una popolazione palestinese.

JH: non so se si possa parlare di “popolazione” palestinese, certamente la popolazione aveva già capito dalla metà degli anni ’20 in poi che c’era un processo di espulsione in atto. Lo capirono subito e reagirono con jacquerie – perché il problema palestinese era che la dirigenza politica prima non era unificata, e quando c’era dipendeva da elementi feudali arabi, di stanza o a Beirut o in Egitto, o da elementi religiosi, dal muftì, che era l’espressione massima della feudalità politica della zona.
Quindi difficile dire che ci fosse nella popolazione una consapevolezza nazionale, ma certamente c’era politicamente un movimento anticoloniale.

Nel trentesimo anniversario della grande rivolta palestinese del ’36- che poi era quella siriana che si era estesa sulla Palestina, il giornale Haaretz fece un numero speciale per commemorare questo anniversario, perché definirono quella rivolta come l’elemento fondatore dello stato di Israele. Per Haaretz, la possibilità di fondare uno stato di Israele emerse quella volta, con lo scontro fra Inglesi e Palestinesi, la sconfitta, il vuoto politico e l’indebolimento dei palestinesi.

Il risultato strategico del fallimento della rivolta palestinese nel ’36 fu duplice. Primo: la componente ebraica, che allora era una sorta di stato nello stato, si impossessò del porto di Haifa.
In quel porto- costruito mi sembra agli inizi degli anni ’30 per ricevere dagli inglesi il petrolio dalla Siria e dall’Iraq – ci fu uno sciopero generale che durò per mesi.
Gli operai erano quasi tutti palestinesi o comunque arabi. Gli inglesi non sapevano come gestire questa situazione, perché bloccava questo snodo fondamentale. La dirigenza sionista della parte ebraica propose una soluzione: voi licenziate, noi organizziamo l’emigrazione da Salonicco- città con una grossa percentuale di classe operaia ebraica (mentre ce n’era poca in Palestina, dove era difficile trovare operai ebrei che non fossero nel tessile, polacchi di origine). Organizzarono così l’emigrazione di portuali ebrei, per rimpiazzare i lavoratori arabi che quindi gli inglesi poterono licenziare, e il porto passò sotto il controllo delle autorità ebraiche.
Secondo: gli inglesi dopo la rivolta capirono che il problema si sarebbe allargato: costituirono la “Commissione Peel” che si riunì nel ’37, proponendo un piano di spartizione del territorio palestinese per la costituzione due stati.

Quindi per me la violenza comincia ben prima della Nakba, che peraltro comincia nel 1947 e non ’48. Comincia nel ’47 dopo la risoluzione ONU che prevede la costituzione dei due stati: sin da subito comincia una battaglia per il controllo delle strade, ed in queste fase iniziano le espulsioni dei palestinesi, già nel Novembre-Dicembre del ’47.

VM: queste espulsioni sono state riconosciute anche da storici israeliani?

JH: ci sono degli storici, i cosiddetti “nuovi storici”, che rompono con la versione ufficiale, che è ambigua, in quanto presenta l’espulsione in parte come esodo volontario dei palestinesi basato sull’ipotesi che gli eserciti arabi avrebbero vinto e che quindi comunque essi sarebbero potuti rientrare successivamente sulle loro terre. A questa versione ora non crede più nessuno, ma fino all’inizio degli anni ’70 in tanti raccontavano questa versione, ricordo che anche mio padre me la diceva. Per sostanziare questa tesi si raccontava anche che le radio arabe incitassero gli abitanti arabi a lasciare le loro case, in cui sarebbero tornati vincitori. Quest’ultimo aspetto è falso, uno storico americano, Howard Zachar, che peraltro ha scritto un libro di testo pro-israeliano ( “A History of Israel), ma come personaggio è onesto, non ha trovato alcuna prova di appelli a lasciare la Palestina.
C’è anche un’altra tesi, cioè che le espulsioni fossero fatti di battaglia: nella guerra – causata dall’invasione delle armate arabe -la gente aveva lasciato i posti dove vi erano conflitti. Ma anche questo è inesatto, perché molte di queste cose sono successe dove non c’era fronte, dove non c’erano eserciti arabi. Gran parte degli eserciti arabi avanzano solo dove non trovavano resistenza, pochissimi sono entrati nel territorio assegnato ad Israele dall’Onu, entravano nei territori palestinesi. La Siria fu l’unica a riuscire ad occupare una parte del territorio assegnato ad Israele, nel Nord.

Nessuno oggi nega la Nakba, al massimo quelli che non vogliono prendesi la responsabilità storica ti dicono che è il risultato del conflitto, della guerra.
VM: quanto è importante la componente “religiosa” di Israele nel determinarne le scelte politiche?

JH: È una domanda interessante, ma complicata. Ci sono vari livelli.
Il movimento sionista storicamente è un movimento prevalentemente non religioso, addirittura prevalentemente ateo, anche nella componente nazionalista.
I sionisti avevano una componente socialista e una laica di destra, nazionalista.
C’è però un libro di Zeev Sternhell – “Nationalism, Socialism, and the Making of the Jewish State”- tradotto anche in italiano[1]. È uno storico che si è specializzato sulla destra europea. Ha scritto un bel libro su quello che lui chiama il “socialismo nazionale” israeliano.
Lui mostra molto bene che è vero che i sionisti erano a-religiosi, però per poter dare una visione compiuta di ciò che è il popolo ebraico – perché nessuno sapeva esattamente cos’era il popolo ebraico – e alla sua unità nazionale, essi hanno dovuto ricorrere a elementi religiosi, come elementi di identificazione. La religione quindi nel senso della tradizione, della storia.

VM: mi viene in mente Gramsci con la sua teorizzazione dell’egemonia e del senso comune (in cui include anche la religione). Chi controlla il senso comune diviene egemonico

JH: esatto, hanno fatto questa operazione.
Sternhell mostra molto bene questo fatto: quando si è formato lo stato di Israele, i sionisti introdussero elementi fondamentalisti: i matrimoni misti erano difficili, i matrimoni civili erano difficili, addirittura molta gente andava – penso vada ancora- a Cipro per sposarsi. Difficoltà gigantesche soprattutto nel campo matrimoniale, un aspetto molto importante.
Benché Ben Gurion, del partito social democratico israeliano, ottenesse maggioranze bulgare, ha sempre incluso nelle maggioranze di governo il partito religioso, come elemento di garanzia: un partito religioso che riconoscesse la validità dello stato di Israele. Bisogna infatti tenere conto del fatto che i religiosi ultraortodossi non erano favorevoli allo stato di Israele.

VM: Perché?

JH: perché il concetto di Israele è un concetto puramente metafisico, spirituale. Quindi i religiosi veri non lo guardavano con interesse. C’era però un partito sionista religioso, si chiamava Partito Religioso Nazionale, che appunto Ben Gurion incluse sempre nelle sue coalizioni, e a cui fece delle concessioni. Il partito gestiva tutta la struttura delle religioni esistenti in Israele, quindi i rapporti con i musulmani e i cristiani. Era un partito molto clientelare, tant’è che riceveva molti voti anche da arabi. Questa è la fase “laica” di Israele, dove però c’erano elementi come quelli che ho richiamato sopra.
Quando andò la Destra al potere, dopo la guerra del ’67, si svilupparono nazionalismo e misticismo. Misticismo perché nella zona della Cisgiordania c’è Gerusalemme orientale, dove ci sarebbero le fondamenta del Tempio, che però nessuno ha trovato. C’è il Muro del Pianto, ecc. Quindi c’è questo misticismo nazionale e nazionalistico. Ci sono anche le tombe delle madri di Israele.
Incominciò allora l’integrazione di una religiosità fanatica dentro l’idea di espansione coloniale. Cominciò ancora con i laburisti, con Golda Meir, ma soltanto fino ad un certo punto. Con la Destra (Begin, ecc) questa integrazione divenne più ampia.
La destra israeliana non viene da una destra liberale, ma da una destra fascista. Il loro modello di riferimento era il partito fascista italiano. Questa destra, a sua volta non religiosa, diede comunque avvio a queste cose, integrando l’elemento religioso nel loro nazionalismo. Diedero spazio a elementi religiosi nell’esercito. L’esercito israeliano era essenzialmente intellettuale e tecnocratico, ma da quando la destra domina la scena politica è diventato un ricettacolo di elementi fondamentalisti e religiosi. Allo stesso tempo esentano i religiosi che fanno parte delle scuole religiose dal servizio militare e dalla tasse.

VM: questo crea problemi ad Israele perché gli appartenenti alle componenti religiose ultraconservatrici (i c.d. Haredim) a livello demografico crescono molto, e questo potrebbe essere un problema dato che “sbilancia” la società con una quota sempre crescente di persone che non lavorano e non fanno il servizio militare.

JH: sì questo è un problema serio. In realtà, se non ci fosse l’elemento di conflitto coi Palestinesi, che diventa un elemento ideologicamente esistenziale, Israele sarebbe dilaniata completamente. Basti pensare che oggi c’è un solo partito nazionale, cioè che si riferisca a tutta la popolazione israeliana, ossia il Fronte Democratico della Pace, del Partito Comunista. Gli altri sono tutti settari, nel senso etimologico del termine: se sono laburisti, o come il Likud, il loro riferimento è la popolazione ebraica, non perché sia maggioritaria ma perché loro sono per il rafforzamento dello stato ebraico; poi c’è il partito che riceve prevalentemente voti dai russi, o dalla componente religiosa.
Questo accade anche nella componente arabo-palestinese, e questo è un elemento che sta indebolendo il fronte del partito comunista, che aveva percentuali altissime fra la componente arabo-palestinese. Nella stessa popolazione arabo-palestinese di Israele si stanno sviluppando infatti forze locali, non nazionali.

VM: la grande dicotomia per la soluzione al conflitto israelo-palestinese è sempre quella: due popoli in due stati o due popoli in uno stato. Secondo te, se si volesse provare a risolvere la questione, qual è la soluzione più praticabile?

JH: io direi che ci sono due questioni. La prima è che la soluzione dei due stati mi sembra difficile, perché Israele ha già integrato tutto.
In realtà in Israele ci sono 3 livelli: il livello ebraico, una popolazione con pieni diritti, un livello intermedio, quello dei palestinesi con cittadinanza israeliana, che a livello teorico hanno pieni diritti ma sono in qualche modo discriminati. E il terzo livello in cui ci sono i palestinesi, che non fanno parte dello stato di Israele ma sono stati occupati di Israele, che non hanno alcun diritto. Israele ha integrato tutto questo, questa è la base materiale, bisogna capirla. Se uno prende il West Bank, la Cisgiordania è divisa in una miriade di spicchi per via degli insediamenti.

VM: i “Bantustan” di cui parlava Edward Said

JH: sì, ci sono strade dove i Palestinesi non possono andare, le strade che collegano gli insediamenti, in cui tra l’altro i palestinesi israeliani non possono andare a vivere perché sono gestiti dall’agenzia ebraica che per statuto opera solo per gli ebrei.
Quindi, da questa situazione uno stato non può emergere, non c’è la base materiale.

Questa è la situazione reale. Però, se uno comincia a dire “facciamo uno stato solo”, significa non abolire l’occupazione. Non si può parlare di fare uno solo stato democratico per tutti se prima non cessa l’occupazione e l’esercito non si ritira da tutta la West Bank, compresa la Valle del Giordano da cui non vogliono ritirarsi, e devono smantellare gran parte degli insediamenti.
Nel momento in cui questo accade significa che è l’autorità palestinese a doversi prendere la responsabilità di quella zona, quindi devi per forza passare nella dialettica dei due stati.
Questa è la contraddizione fondamentale del processo.
Comunque Israele non ha nessuna intenzione di risolvere la faccenda, perché per Israele questo non è un grosso problema. È un problema a livello internazionale ma non per Israele. Sono pronti a perpetrare questa situazione, lo dimostra il fatto che recentemente vi siano stati altri insediamenti.
Ha ragione Noam Chomsky a dire che il cambiamento può avvenire solo se lo decidono gli Stati Uniti.
Se gli Usa mettono fine al finanziamento degli armamenti che permettono ad Israele di mantenere un esercito enorme, allora Israele dovrebbe cambiare rotta.

[1] Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni, Milano, Baldini&Castoldi, 1999.

* Noi Restiamo, Torino


Thanks to: Contropiano.org

Forumpalestina

“Sionisti carogne tornate nelle fogne” Milano 25 aprile, vergognosa presenza degli amici di Israele.

Finalmente quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia. Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre appariva palese.

Andiamo per ordine. Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della 8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria britannica.

Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946. Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “ è l’attuale bandiera di Israele”.

A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera sionista”.

In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.

I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele, unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.

Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir, banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.

La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli alleati non è dato capire.

Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi con i nazisti.

Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto, 11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”. La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato a tutto.

Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ” Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista. Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.

Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern, con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?

Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione ( ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia, op.cit.).

Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.

*********

Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese. Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1° settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza 83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite: 701.

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Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano giuridico, politico, storico ed etico?

E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi” ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale indignazione: l’occupazione della Palestina?

Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.

Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”. Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico, confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua sia stata solo una boutade elettorale?

Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.

Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012, rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25 Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.

Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?

  • La pace e il ripudio della guerra, valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank

  • La libertà, valore contraddetto dai milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro, dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza

  • L’uguaglianza, valore contraddetto dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con cittadinanza israeliana

  • La giustizia, valore contraddetto dalle continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni

  • Il valore della resistenza e della autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia etnica in corso.

Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.

Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25 Aprile rappresenta.

Ugo Giannangeli

thanks to: Palestina Rossa

Le verità storiche e inconfessate del collaborazionismo sionista con l’antisemitismo nazifascista

di Fronte Palestina 

Nel 70° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo,
contro il revisionismo storico e il negazionismo sionista

Il presente lavoro di approfondimento storico e politico si è reso necessario a fronte dei ripetuti assalti alla ricorrenza della Liberazione dal nazifascismo, condotta dall’Ambasciata d’Israele tramite le frange sioniste e più aggressive delle comunità ebraiche in Italia. Negli ultimi anni, infatti, si sono moltiplicati i tentativi, diretti e indiretti, di queste agenzie di manipolare la Storia, tentando di piegarla alla propria agenda politica e istituzionale. Con un duplice obiettivo: riscrivere gli avvenimenti storici in modo da “intestarsi” una tappa cruciale, espropriandola dei suoi contenuti politici di classe e antifascisti, sostituendoli con una memoria parziale ed esclusiva per le vittime ebree, escludendo tutte le altre vittime dei campi di concentramento (prigionieri politici, cittadini sovietici, altre minoranza etniche, religiose e sessuali, etc) e, di conseguenza, far lavorare questa “nuova” narrazione con lo scopo di legittimare l’Entità sionista e la sua politica colonialista e di Apartheid contro gli arabo-palestinesi.

Il leit motiv ideologico è che i palestinesi dovrebbero pagare, con il proprio genocidio, il prezzo storico dello sterminio degli ebrei operato dai regimi nazifascisti, la cui colpa ricade invece sulle classi dominanti europee, oggi presuntamente democratiche, che utilizzarono la ferocia e il razzismo delle camicie nere contro il movimento operaio e comunista. E ancora che l’entità sionista, in quanto “stato ebraico”, costituirebbe una dovuta compensazione e una necessità difensiva per gli ebrei che vi sono giunti come coloni e addirittura per gli ebrei di tutto il mondo, alla quale dunque dovrebbe essere data licenza piena di azione politica e militare, in senso espansionista, guerrafondaio e destabilizzante, in Medio Oriente, in tutto il mondo arabo e a livello globale.

Il Cavallo di Troia di questa operazione è, innanzitutto, la sopravvalutazione del ruolo della Brigata Ebraica ai danni della guerriglia partigiana antifascista e comunista, inversamente ridimensionata col beneplacito della borghesia italiana, in particolare con l’accondiscendenza dei partiti della “sinistra” istituzionale e di alcuni dirigenti dell’ANPI, da questi eterodiretti.

Un tentativo che ripete quello precedentemente andato “in porto” con la manipolazione del “Giorno della Memoria” del 27 Gennaio (Legge 20/7/2000 n. 211, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31/7/ 2000), che originariamente deliberato come “Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, sotto l’incalzare del pressoché unanime allineamento sionista a livello politico-mediatico è stato “mutilato” dei contenuti antifascisti e anticollaborazionisti, divenendo unicamente il Ricordo della Shoa, di stampo revisionista.

Un assalto in cui, come a Roma il 25 Aprile 2014, non sono mancati episodi squadristici da parte delle organizzazioni sioniste come la LED di Roma, capeggiata dal fascistoide e paradossale rampollo (Riccardo) di una famiglia (Pacifici) di ebrei deportati ad Auschwitz, che aggredivano militanti antisionisti e filopalestinesi colpevoli di sventolare le bandiere palestinesi nella manifestazione cittadina organizzata dall’ANPI, volendo imporre le bandiere dello Stato d’Israele mistificandole come quelle della Brigata Ebraica. Addirittura tentando l’assalto al palco dell’ANPI per imporre il proprio comizio, fieramente respinto dalla piazza.

Questa manovra, non casualmente, fa il paio con il contestuale disegno di legge approvato praticamente all’unanimità al Senato nel febbraio 2015 e che “punisce il negazionismo, l’apologia e la minimizzazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra con la reclusione fino a tre anni”, modificando l’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 della cosiddetta legge Reale.

“La norma è stata il frutto di una lunga collaborazione tra le istituzioni italiane e le Comunità ebraiche e porterà all’attuazione anche in Italia della Decisione quadro europea 2008/913/GAI che obbliga gli Stati membri a combattere e a sanzionare penalmente certe forme – anziché tutte, ndr – ed espressioni di razzismo, xenofobia e dell’istigazione all’odio” come ha sottolineato in una nota, il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna.

Fare una legge sul negazionismo praticando il negazionismo e il revisionismo storico sembra essere la cifra dell’agire sionista di oggi, che riproduce il simile modus operandi, cinico e collaborazionista, dei sionisti di ieri al cospetto del Fascismo e del Nazismo. Dai fatti storici analizzati si evince, infatti, una spregiudicatezza nella direzione e nelle formazioni sioniste di allora che, mentre le comunità ebraiche europee venivano spazzate via dalla furia antisemita dell’Asse nazifascista, con lo stesso intrattenevano immorali “convergenze” politiche e logistiche con i pianificatori dello sterminio, per pianificare e trarne in qualche modo vantaggio nella prospettiva della colonizzazione della Palestina. I martiri dei lager non possono essere utilizzati per giustificare il progressivo olocausto che il sionismo sta praticando in Palestina dal 1948 ad oggi.

Per questo sarebbe un gravissimo errore politico e storico quello di non lottare contro il negazionismo storico della classe dirigente imperial-sionista italiana affinché non riesca in questa operazione di manipolazione. Per questo sarà importante denunciarla e impedirla in tutte le occasioni propizie. A partire dal prossimo 25 Aprile 2015, in cui cade il 70° Anniversario della Liberazione dal Nazifascismo, ricordiamo che quella guerra di popolo fu innanzitutto condotta dalle formazioni partigiane proletarie – soprattutto comuniste – e non da qualche colono sionista inquadrato in qualche distaccamento anglofono “alleato”.

thanks to: forumpalestina

Il sionismo è il padrone di tutti i media del mondo

 

IMG_0680Roma-InfoPal. Di Angela Lano

“Il sionismo è il padrone di tutti i media del mondo. La voce dell’Ebraismo anti-sionista la si può sentire solo su internet”.

Dino D’Alessandro, ebreo, come ci tiene a sottolineare, e “Fisico razionale”, inizia l’intervista con questa affermazione lapidaria, mentre siamo seduti in un bar di Roma, tra folle di turisti. 

“Con questa ennesima strage degli innocenti, Israele sta mettendo in risalto la sconfitta dei media, di tutti quei media che essi si sono ‘comprati’: la gente è stufa di bugie, di manipolazione della verità ed è andata a cercare altri mezzi di informazione – i social network, i siti, le piccole agenzie. Questo esodo di massa del pubblico dai media mainstream alla rete sociale, per attingere  informazioni veritiere, è una grande sconfitta di Israele, che non ha più potuto ingannare attraverso giornali e tg compiacenti. L’informazione è esplosa attraverso la rete, subito, con notizie, immagini, video in tempo reale, registrando ogni attacco, ogni strage, ogni bambino ucciso. Questa è la grande differenza tra l’operazione Piombo Fuso, del 2008-2009, e quest’ultima. Con la prima, la realtà emerse dopo; con questa è stata immediata: si è aperta una finestra. E’ nato un sistema di comunicazione di massa alternativo, efficace, immediato”.

Insomma, la rete ha assestato un duro colpo a Israele, a livello di comunicazione, di immagine…

“Sì. Dobbiamo comprendere che il Sionismo (che non è l’Ebraismo) è il nemico non solo della Palestina ma dell’Umanità intera. E non solo da ora, ma da secoli. Israele, il Sionismo, costruiscono barriere, divisioni, tra gli esseri umani, ma il cammino giusto è quello contrario. Il gioco sionista è la separazione etnica, le fazioni, il divide et impera, un modello che ha preso dai Romani, che hanno edificato imperi, e che sta imitando: il suo obiettivo è, infatti, la conquista del mondo, dell’Umanità. In questo, dunque, sta il pericolo del Sionismo.

“Io sono ebreo e sono orgoglioso delle mie antiche radici familiari sefardite (discendiamo da ebrei fuggiti dalla Spagna e rifugiatisi in Libia), ma lo dico chiaro: Netanyahu è un criminale di guerra.

“Tuttavia, esiste un sistema per dare scacco-matto a Israele e al Sionismo: togliere loro il dominio energetico. Possiedono le banche mondiali, stampano soldi e vendono energia… Uno degli obiettivi della guerra contro Gaza è il controllo dei giacimenti di gas al largo delle coste palestinesi: vogliono impedire che il governo palestinese sfrutti questa ricchezza, divenendo così indipendente. Stanno facendo di tutto affinché i palestinesi non siano energeticamente autonomi, per questo, ogni 2-3 anni fanno guerre contro la Striscia.

“Controllando e gestendo le fonti energetiche di gran parte del mondo, questa potente Lobby rende intere nazioni dipendenti, indebitandole. Ma se si riuscisse a essere autonomi a livello energetico – e in Natura ci sono le possibilità – questi criminali perderebbero tutto il loro potere”.

Quindi, secondo lei, c’è un modo per affrontare il Sionismo e la Israeli Lobby?

“Sì, appunto, sottraendo loro il controllo energetico. Con questa gente avida, senza scrupoli, malvagia e armata fino ai denti non c’è la possibilità di vincere sul piano militare. Ci vogliono altre strategie.

“Pensa che non sappiano come arrivano i missili che la resistenza palestinese lancia contro i territori israeliani? Certo che lo sanno. Li lasciano entrare per poi avere la giustificazione di attaccarli, adducendo la giustificazione del ‘diritto a difendersi’. Sono disposti, pur di avere scuse per far la guerra a Gaza, anche di subire vittime israeliane. Quei tre ragazzi se li sono ammazzati loro per poter dare un colpo a Hamas. Ripeto: sono pronti a tutto per raggiungere i loro obiettivi.

“Vogliono deviare il mondo, assoggettarlo, controllarlo, ma i veri ebrei non si comportano così, rispettano i Dieci Comandamenti. Questi qui, no, non rispettano nessuno. Sono gli adoratori del Vitello d’Oro. Adorano il denaro e non Dio. Non vogliono il bene degli esseri umani, vogliono poterli dominare. Dunque, la grande battaglia che l’Umanità deve intraprendere, per neutralizzarli, è di ottenere energia gratis. Solo così si possono sconfiggere.

“La lotta della Palestina è lotta di tutti noi. I palestinesi sono in prima linea, sono al fronte, ma il resto dell’Umanità sta dietro di loro, è coinvolta”.

Il suo, dunque, è un invito per l’Umanità a risvegliarsi dal sonno e per gli ebrei a prendere le distanze dal Sionismo?

“Il Sionismo è figlio del nazismo, in tanti sensi. E si sta comportando con i palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei. E gli Usa sono i loro burattini, così come altre istituzioni internazionali…

“La mente malvagia, comunque, ha un nome: si chiama Rothschild. E’ un’antica famiglia e ha sempre messo le mani dovunque, anche nel mondo scientifico. Illustri scienziati appartenevano a questa cerchia di persone e hanno orientato le Scienze in una certa direzione anziché in un’altra, e così è anche per le fonti energetiche, che essi controllano e non permettono che vengano sostituite da altre, gratuite e di libero accesso.

“Come ebreo voglio sottolineare che questa gente non rappresenta il vero Ebraismo e i precetti della Torah. Sono dei criminali, assetati di potere, e basta, ma, controllando i media, riescono a dire cosa vogliono e a imporre la loro linea.

“Tuttavia, il fronte di persone che iniziano a comprendere la realtà delle cose si sta allargando, e la Palestina, nella sua battaglia, nel suo enorme sacrificio, non è sola. C’è tutto un mondo che la sostiene.

“La vita è un dono e non può essere trasformata in un inferno di guerre, povertà, sfruttamento da parte di gente avida, senza scrupoli.

“Sono persone che disprezzano la vita altrui. Come si può telefonare a una famiglia di Gaza e dire: hai tre minuti per uscire, poi ti buttiamo giù la casa. Uscire per andare dove? Sono assassini e basta. L’Umanità deve combatterli e renderli inoffensivi. Io voglio un mondo libero, dove gli Africani vengano in Europa per turismo e non come naufraghi. L’Africa è ricchissima, ma queste lobby rapaci si rubano tutte le risorse.

“Dobbiamo lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo di pace, ma per questo è necessario neutralizzare il Sionismo e togliergli il controllo dell’energia. Solo così l’Umanità sarà libera e loro appariranno per ciò che sono: adoratori del dio denaro”.

thanks to: Infopal

Antisemitismo, fascismo, nazismo e sionismo: facce della stessa medaglia

L’antisemitismo è cresciuto e
continua a crescere, ed io con esso.
Theodor Herzl1

L’Europa serve da terra natale a una parte
significativa del popolo ebraico da duemila anni […].
Dopo di che, veniamo chiamati stranieri, allogeni,
e anche tra noi ci sono alcuni che sono disposti
ad accettare il sofismo dei nostri nemici e
giustificano con esso l’obbligo, per gli ebrei,
di lasciare l’Europa.
Shimen Dubnov2

Nel lontano 1994, ancora all’alba dell’era berlusconiana che oggi parrebbe volgere al tramonto lasciando dietro di sé un fardello di macerie materiali, morali e ideologiche, l’ascesa al potere del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, partito di esplicita ispirazione fascista, destò viva preoccupazione sia in Italia che all’estero. Negli anni seguenti quindi il MSI-DN, ribattezzatosi Alleanza Nazionale, compì una serie di passi volti a rassicurare i benpensanti in Italia e all’estero sulla propria genuina accettazione delle regole delle liberaldemocrazie, sostanzialmente riuscendo nel proprio intento. Fra queste ‘svolte’, particolare rilevanza ebbe la
visita in Israele compiuta nel 2003 dal suo allora segretario Gianfranco Fini, visita che di questo percorso di ‘democratizzazione’ fu considerato il punto d’approdo. Al di là della questione della genuinità o meno della scelta di Fini, questo episodio è significativo perché in esso emergono alcuni nessi impliciti sui rapporti tra sionismo e mondo ebraico, e tra sionismo e antisemitismo che sono diventati senso comune, e che proprio per questo vanno esplicitati e demistificati, mostrandone la natura ideologica.
Il fine politico del segretario di AN era quello di rendere visibile l’aver portato a pieno compimento la presunta abiura dell’eredità fascista, condannando tout court il nazifascismo per il suo crimine più mostruoso, la Shoah. Ora, poiché le vittime della Shoah sono state gli ebrei europei, e poiché la maggior parte dei sopravvissuti hanno trovato poi rifugio negli Stati Uniti o nell’URSS, logica avrebbe voluto che Fini visitasse i sopravvissuti stessi o i luoghi-simbolo del massacro come Auschwitz.
Fini si era effettivamente recato ad Auschwitz nel 1999, ma in occasione di quella visita aveva minimizzato la portata politica dell’evento, affermando che “Non si può mescolare un sentimento con la politica” e che il suo era stato “un atto doveroso. Null’altro”: l’aspetto politico, l’abiura ufficiale dell’eredità fascista, venne riservata alla visita al Museo Yad Vashem di Gerusalemme, quattro anni dopo. Perché? Che Fini ne fosse cosciente o meno, il suo gesto più che un’abiura del fascismo fu un riconoscimento politico offerto al nazionalismo sionista, di cui egli confermava l’assioma fondamentale, ossia che lo Stato di Israele è lo stato di tutti gli ebrei del mondo, di cui sarebbe allo stesso tempo portavoce ufficiale e difensore d’ufficio (de facto riconosciuto come tale da diversi stati). Il presupposto che lo Stato di Israele sia l’erede morale e politico (nonché ‘esecutore testamentario’) dei sei milioni di ebrei sterminati dal nazifascismo e quindi unico autorizzato a parlare a nome delle vittime della Shoah è da tempo talmente parte del senso comune che nessuno mise in discussione il senso politico della visita, al massimo si discusse della sua maggiore o minore sincerità. Ma l’aver scelto di fare il suo atto di contrizione lì anziché ad Auschwitz fu significativo in quanto al tempo stesso confermava ed era la logica conseguenza di tale senso comune: Fini in sostanza riconobbe lo Stato di Israele come il “settimo milione”, per citare il titolo del libro di Tom Segev.
In realtà, tra sionismo ed ebraismo non vi è una relazione di identità, bensì di reciproca irriducibilità: il sionismo è una specifica ideologia politica emersa in tempi relativamente recenti, legata al variegato e spesso contraddittorio movimento nazionalista e colonialista che ha dato vita allo Stato d’Israele, laddove l’ebraismo è una religione dalla storia ben più lunga e a cui molti si sentono legati anche quando non sono veri e propri credenti e la considerano piuttosto un’eredità culturale. E la
storia dei rapporti tra ebraismo e sionismo, sebbene non lunga, è certamente frastagliata e lungi dall’essere univoca. Nel senso comune, però, i due coincidono: il sionismo è visto come l’incarnazione politica ‘naturale’ dell’ebraismo, e quindi, ça va sans dire, contrapposto all’antisemitismo; da questa deduzione implicita segue l’equazione secondo la quale l’antisionismo sarebbe automaticamente antisemitismo.
Allo stesso modo è un mito – ideologico quindi per definizione – l’idea che il sionismo sia, come movimento e come ideologia politica, intrinsecamente antitetico all’antisemitismo. È su questo mito che si basa la pretesa dello Stato d’Israele (che si vuole stato degli ebrei di tutto il mondo anche se la maggior parte degli ebrei non vive sul suo territorio) di essere il rappresentante e l’erede storico dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, rivendicazione da cui esso trae la propria legittimazione morale e politica. Si tratta però di una costruzione ideologica priva di qualsiasi fondamento storico e/o giuridico, frutto di un’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio. Gli argomenti concreti a sostegno di questa rivendicazione si riducono in sostanza a due, ossia al fatto che Israele abbia accolto i sopravvissuti e
che lo sterminio lo abbia privato di sei milioni di futuri cittadini.

Entrambe tuttavia non reggono alla prova dei fatti: se è vero che Israele ha accolto alcune centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti (circa 1/5 della popolazione dello Stato nei primi anni dopo la sua nascita) le cifre mostrano che solo l’8,5% dei 2.562.000 ebrei che tra il 1935 e il 1943 scamparono alle grinfie di Hitler e dei suoi carnefici si rifugiò in Palestina, mentre la stragrande maggioranza trovò riparo in Unione Sovietica (il 75,3%), e in misura assai minore negli Stati Uniti (il 6,6%) e in Gran
Bretagna (l’1,9%) (4). In secondo luogo, i sei milioni di ebrei trucidati non possono più parlare, e nessuno ha evidentemente il diritto di arrogarsi il ruolo di loro portavoce: se si considera inoltre che gli ebrei massacrati nei campi di concentramento erano rimasti a vivere in Europa finanche in un periodo di terribili persecuzioni, è ragionevole pensare che la maggior parte di loro non fosse sionista e non sarebbe andata a vivere in Palestina.
A dispetto di ciò, l’Agenzia Ebraica prima e lo Stato d’Israele poi hanno cercato sin dalla fine della guerra di accreditarsi come gli eredi politici e legali dei sei milioni di vittime della Shoah e di dare a questa connessione un fondamento giuridico: se già nel 1945 il presidente dell’Organizzazione Sionista Chaim Weizmann aveva chiesto (invano) agli Alleati di riconoscere all’Agenzia Ebraica palestinese il diritto di disporre delle proprietà degli ebrei assassinati rimasti privi di eredi (5) , nel 1950 fu proposto che lo Stato conferisse a titolo commemorativo la cittadinanza israeliana ai morti della Shoah (6). Nei primi anni ’60 David Ben Gurion sostenne la tesi che la Germania Federale avesse accettato di pagare ad Israele le riparazioni perché aveva “riconosciuto che questo Stato parla per conto di tutti gli ebrei assassinati”(7), ma, come chiarisce Tom Segev, le cose non stavano affatto così: Bonn aveva accordato ad Israele le riparazioni semplicemente “perché aveva accolto i superstiti”(8); considerato
però che non era stato l’unico paese a farlo né era stato quello che ne aveva accolti di più, la tesi di Ben Gurion era del tutto infondata. La ragione di questa insistenza nel reclamare l’eredità giuridica e politica delle vittime è solo in parte economica, essa mirava e mira soprattutto a conseguire il risultato politico di conferire una legittimazione morale inattaccabile all’esistenza dello Stato sionista.
Contrariamente a quanto il senso comune suggerirebbe, l’imbarazzante storia dei rapporti di collusione del sionismo con l’antisemitismo in generale e con il nazismo e il fascismo in particolare presenta diversi capitoli. Quando nel 1933 Adolf Hitler salì al potere in Germania, l’avvenimento suscitò grande apprensione nella comunità ebraica palestinese,
timorosa di ciò che sarebbe potuto accadere agli ebrei tedeschi. Ben diverse furono invece le reazioni dei vertici sionisti, cui la vittoria dei nazisti appariva come un’opportunità per incrementare l’immigrazione: “le strade sono lastricate di soldi […] si presenta un’occasione irripetibile per costruire e prosperare”, scrisse Moshe Beilinson del Mapai (i sionisti laburisti) (9) o, per dirla con Ben Gurion, “una forza fertile” (10) per l’avanzamento dell’impresa sionista. La ragione di questa valutazione
apparentemente schizofrenica era che poiché i nazisti intendevano espellere gli ebrei tedeschi, l’Agenzia Ebraica avrebbe potuto accoglierli in Palestina e incrementare il peso demografico della locale comunità ebraica a fronte degli arabi palestinesi. Questa logica aberrante non deve stupire: le priorità dell’Agenzia erano sviluppare la colonizzazione ed edificare lo Stato ebraico, quindi gli ebrei tedeschi potevano interessarla solo nella misura in cui erano funzionali a questi progetti. L’Agenzia Ebraica concluse quindi con il governo nazista un accordo che fu detto della haavarah («trasferimento»): un certo numero di ebrei tedeschi avrebbero potuto trasferirsi in Palestina, portando con sé merci e capitali fino ad un valore di 9000 dollari. Ad occuparsi delle operazioni finanziarie relative al trasferimento sarebbero state delle società miste tedesco-sioniste alla cui gestione presero parte il Mapai, il sindacato Histadrut, il Fondo Nazionale Ebraico, l’Agenzia Ebraica e un finanziere polacco legato ai revisionisti (11).
Quanti si trasferivano perdevano intorno al 35% del capitale iniziale, che finiva nelle casse dei succitati enti, per cui se è vero che per mezzo di questo complicato meccanismo l’Agenzia Ebraica salvò circa 20.000 ebrei tedeschi (selezionandoli in base al censo), è altrettanto vero che essa allo stesso tempo lucrò sulle loro disgrazie, ottenendone congrui profitti che furono investiti nell’acquisto di terreni da colonizzare. Il paradosso era che grazie a questo sistema i tedeschi trovavano fra gli ebrei di Palestina un mercato per le proprie merci nello stesso periodo in cui diversi paesi, insieme alle associazioni ebraiche americane, promuovevano un boicottaggio dei prodotti made in Germany. Né peraltro i buoni rapporti fra i sionisti laburisti che guidavano l’Agenzia Ebraica, i centristi dell’Organizzazione Sionista Mondiale e il governo hitleriano si esaurirono con la haavarah: sempre nel 1933, al fine di migliorare le relazioni reciproche fu invitato a visitare la Palestina il barone von Mildenstein, nazista della prima ora, membro delle SS e predecessore di Adolf Eichmann alla direzione dell’Ufficio per gli Affari Ebraici di Berlino. Von Mildenstein fu accompagnato nel suo tour da Kurt Tuchler, delegato dell’Organizzazione Sionista per i rapporti col Partito Nazista, e raccontò le sue favorevoli impressioni sul giornale di Joseph Goebbels Angriff. Nel 1938 un altro delegato sionista, Teddy Kollek (futuro sindaco di Gerusalemme), incontrò a Vienna per questioni burocratiche Adolf Eichmann, di lì a qualche anno principale esecutore della “soluzione finale”. Incontri simili ebbero luogo fino al 1939, e coinvolsero persino i vertici della Gestapo.
La destra sionista, i cosiddetti revisionisti guidati da Vladimir (Zeev) Žabotinskij, contestò il patto e annunciò il boicottaggio della Germania, accusando i laburisti di essersi alleati ai nazisti. Ma in realtà anche la destra sionista non era del tutto estranea all’operazione haavarah, e la sua vicinanza ideologica all’estrema destra europea fece sì che l’accusa le si ritorcesse contro: la corrente revisionista più estremista era infatti guidata da Abba Ahimeir, fervido ammiratore di Mussolini, il quale affermava pubblicamente che la politica di Hitler era in tutto e per tutto condivisibile, a parte ovviamente l’antisemitismo12. Addirittura, nel 1940-41 la fazione Stern dell’Irgun, l’organizzazione armata della destra sionista, arrivò a proporre alla Germania un’alleanza militare contro la Gran Bretagna (13).
Non meno spregiudicati furono i rapporti che i sionisti ebbero con il fascismo italiano. A differenza del nazismo, quest’ultimo non fu antisemita fin dall’inizio, tanto che alcuni ebrei italiani ne furono addirittura sostenitori: fu il caso ad esempio dello squadrista torinese Ettore Ovazza, che nel 1935 fondò un gruppo ebraico fascista chiamato “La nostra bandiera”.
La vera svolta antisemita ebbe luogo soltanto nel 1938, con la pubblicazione del “manifesto della razza” e la promulgazione delle leggi razziali. Nei confronti del sionismo le attitudini di Mussolini erano ambivalenti: se i sionisti italiani gli erano sospetti per via della loro “doppia fedeltà” nazionale, verso il movimento sionista internazionale egli ebbe fino alla fine del 1936 un atteggiamento benevolo. Nel 1934, nel corso di due incontri con Chaim Weizmann e Nahum Goldmann, il dittatore italiano arrivò finanche a proporsi come loro protettore, sostenendo che i sionisti in Palestina dovevano costituire uno Stato vero e proprio e non accontentarsi del “focolare nazionale” promesso loro dalla Gran Bretagna (14). In una delle sue pagliaccesche boutades, Mussolini arrivò finanche a proclamare “Io sono (12) Si noti che la sezione tedesca del Beitar, l’organizzazione giovanile revisionista, continuò la sua attività in Germania sotto la protezione della Gestapo, con cui aveva regolari rapporti e dalla quale anni dopo ottenne persino l’apertura di un ufficio per l’emigrazione nell’Austria occupata, con gran disappunto di Žabotinskij. Il fondatore del sionismo revisionista stigmatizzò questo filohitlerismo dei suoi seguaci, ma il suo essere bandito dalla Palestina dai britannici nel 1930 e la sua precoce morte rafforzarono sempre più queste tendenze all’interno del movimento sionista, io”(15). La simpatia era ricambiata: in quel periodo, infatti, alcune singole personalità fra i sionisti generali (centristi) fecero intravedere
alle alte sfere del Ministero degli Esteri addirittura la possibilità di un mandato italiano sulla Palestina. Fu però con i revisionisti che Mussolini trovò un vero terreno d’intesa: in quello stesso 1934 infatti questi ultimi avviarono con l’Italia una concreta collaborazione, inviando alcuni esponenti del loro movimento giovanile Beitar alla Scuola Marittima di Civitavecchia. Alla base di questa disponibilità di Roma c’era l’intento di sfruttare i revisionisti come testa di ponte per un’espansione
dell’influenza italiana in Medio Oriente. A tale scopo nel febbraio 1936 fu inviata in Palestina una missione diplomatica incaricata di sondare il terreno. L’emissario di Mussolini, Corrado Tedeschi, riscontrò una notevole intesa ideologica con i militanti del movimento di Žabotinskij (16), e nel suo rapporto riferì entusiasticamente che secondo il suo accompagnatore Ben-Avi “molti fra i nativi ed i revisionisti […] sono assolutamente tendenzialmente fascisti, e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la
pratica del fascismo”(17). La collaborazione con i revisionisti continuò fino al 1937-38, quando i rapporti con Žabotinskij si guastarono. Alla base di questa rottura vi furono diversi eventi: dapprima il fallimento di una trattativa con Londra (condotta da una delegazione di ebrei italiani) per un ritiro delle sanzioni contro l’Italia per l’aggressione all’Etiopia (1935)(18), poi il riavvicinamento alla Germania e infine la decisione di Mussolini di autoproclamarsi nel marzo 1937 “protettore dell’Islam” per accattivarsi le simpatie degli arabi in funzione antibritannica, il tutto coronato nel 1938 dalla promulgazione delle famigerate leggi razziali. Si badi tuttavia che alcune personalità sioniste cercarono invano fino al 1938 di ricucire lo strappo, e la stessa Agenzia Ebraica nel suo comunicato di protesta prese atto “con soddisfazione dell’opinione del governo fascista che il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando uno Stato ebraico”(19).
Beninteso, come è noto i sionisti non furono certo gli unici a fare patti con nazisti e fascisti: si pensi agli Accordi di Monaco del 1938 o al Patto Molotov-Ribbentrop; ciò che stupisce però è il carattere continuativo, non episodico, di questa collaborazione. Si tratta di un argomento su cui è estremamente importante evitare di prestare il fianco a qualsiasi strumentalizzazione, a causa della consueta accusa di antisemitismo con cui viene interdetto dal discorso pubblico chiunque critichi o metta in
discussione il sionismo (20), ma che non può assolutamente essere taciuto e merita un approfondimento. Come si spiega ad esempio la collaborazione prolungata del movimento sionista con la Germania nazista, dall’Accordo della haavarah del 1933 agli accordi sull’emigrazione del 1938, fino alla tragica vicenda dell’offerta “camion contro sangue” del 1944 (21)? Come si è già accennato, tali accordi erano “il frutto della complementarità tra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina” (22): in tal modo, molti ebrei tedeschi, “la maggior parte dei quali
avrebbe preferito restare nel proprio paese” (23) , furono costretti a ‘sionistizzarsi’. La convergenza di interessi tra l’antisemitismo nazista e l’aspirazione sionista a “trasferire” gli ebrei europei in Palestina era chiara anche alla loro controparte: come ricorda Hannah Arendt, il criminale nazista Eichmann, uno degli artefici dello sterminio, dopo aver letto Lo Stato ebraico di Theodor Herzl “aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste” (24). Nel caso della destra alla convergenza di interessi si aggiungeva anche la prossimità ideologica (25)e certuni suoi dirigenti non facevano alcun mistero neppure delle loro simpatie per Hitler: se Abba Ahimeir teneva sul giornale revisionista Doar Hayom una rubrica intitolata “Taccuino di un fascista”, il suo avvocato e compagno di partito Zvi Cohen ebbe addirittura modo di affermare durante un processo al suo assistito che “se non fosse per l’antisemitismo, noi non avremmo nulla contro l’ideologia di Hitler. Il Führer ha salvato la Germania” (26).
Era quindi una convergenza di interessi oggettivi a costituire la ragion d’essere dello sviluppo di queste “relazioni pericolose” con il regime fascista e quello nazista. Questa politica tuttavia non costituiva un’aberrazione dovuta ad una congiuntura storica particolare, ma s’inseriva nel solco di una tradizione consolidata che affondava le sue radici nelle premesse ideologiche del sionismo. Per cogliere appieno il senso delle relazioni tra l’antisemitismo nazista e movimento sionista è necessario quindi riandare alle origini del sionismo come ideologia e come movimento 20 A questo proposito scrive la studiosa ebrea americana Judith Butler che l’accusa di antisemitismo contro chi critica la politica israeliana o mette in discussione il sionismo tout court costituisce uno strumento per “controllare il comportamento politico attraverso uno stigma insopportabile, […] un dispositivo per il quale, a livello del soggetto, si sta realizzando ciò che è già esplicitamente in atto a livello della società in generale, ossia la delimitazione, la selezione di ciò che può essere ammesso e detto nella sfera pubblica.” (Judith Butler, “L’accusa di antisemitismo: gli ebrei, Israele e rischi di una critica pubblica”, trad. it. di F. De Leonardis, in Vite Precarie, a cura di O. Guaraldo, Roma, Meltemi, 2004, pp. 153- 4).

Caposaldo del sionismo è l’idea, emersa nella seconda metà del XIX secolo, che gli ebrei non siano semplicemente coloro che professano o si sentono in qualche modo legati alla religione ebraica, ma che costituiscano invece una vera e propria nazione. Sotto quest’aspetto il sionismo non si differenzia molto dal nazionalismo ebraico del Bund (abbreviazione di Allgemeiner yiddisher Arbeterbund, Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia), nato pressappoco nel medesimo periodo27; a marcare la peculiarità del sionismo è però il fatto che per esso l’autodeterminazione nazionale degli ebrei, intesa come oggettivazione della nazione in Stato, può aver luogo solo in una terra promessa d’oltremare, che per ragioni storiche, religiose ed emozionali è stata identificata con la Palestina. Con questo secondo passaggio, che non scaturisce necessariamente dal primo – è bene sottolinearlo (28) – il nazionalismo ebraico si trasformò alla fine del XIX secolo in un movimento di colonizzazione inserito appieno nell’espansione coloniale europea. Secondo i sionisti, quale che sia la corrente di appartenenza, il punto fondamentale è l’esistenza di un legame (di evidente derivazione romantica) tra suolo e popolo: l’esistenza degli ebrei della diaspora è vista in qualche modo come incompiuta, donde la necessità di ‘metter radici’ in un paese che sia esclusivamente degli ebrei. Il sionismo come ideologia si era sviluppato a partire dalla rinascita culturale ebraica della seconda metà del XIX secolo, che di fronte all’emancipazione e all’assimilazione esprimeva il desiderio di un ritorno alle radici culturali ebraiche (anche se in realtà si trattava piuttosto di
una reinvenzione, come sempre avviene con le “rinascite nazionali”), e costituiva una delle molteplici opzioni che si aprivano agli ebrei europei una volta usciti dal ghetto (29). L’emergere del sionismo come movimento politico organizzato, dapprima con gli Amanti di Sion negli anni ’80 dell’Ottocento e successivamente con la fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale (1897), è però legato ad una causa esterna : l’ondata di antisemitismo che si abbatté sull’Europa, e in particolare sulla Russia zarista (patria del 95% degli ebrei europei), dove a partire dal 1881 violentissimi e reiterati pogrom antiebraici fecero centinaia di vittime. L’odio antiebraico fu quindi il principale propulsore per lo sviluppo del sionismo come movimento politico, circostanza di cui quest’ultimo reca su di sé evidenti tracce, visto che il sionismo accetta e fa proprie le premesse dell’antisemitismo. Ciò è espresso in maniera esemplare nel testo fondativo del sionismo politico, Lo Stato ebraico di Theodor Herzl.
In questo celebre pamphlet Herzl scriveva di “comprendere l’antisemitismo” (30), e analizzando il cosiddetto “problema ebraico” argomentava che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono tutti quanti antisemiti” (31), una loro reale assimilazione non avrebbe potuto aver luogo se non in misura estremamente limitata: in questa maniera Herzl arrivava ad accettare la tesi antisemita della inassimilabilità degli ebrei, premessa da cui partiva la sua proposta di trattare quella ebraica come una
questione nazionale la cui unica soluzione sarebbe stata la fondazione – garantita dal sostegno politico di qualche potenza – di uno Stato ebraico dove gli israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Creato tale stato, profetizzava Herzl, la condizione degli ebrei si sarebbe “normalizzata” e l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere “ovunque e subito” (32). Per spingere gli ebrei ad emigrare nella loro “terra promessa” Herzl intendeva servirsi proprio dell’antisemitismo: dalla partenza degli ebrei infatti i
paesi antisemiti avrebbero avuto tutto da guadagnarci, giacché i capitalisti gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei loro concorrenti israeliti che dei numerosi socialisti di origine ebraica. È significativo che per il fondatore del sionismo politico a definire l’ebraismo come una nazionalità e gli ebrei come un popolo fosse proprio l’antisemitismo: “siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo” (33 ).
Nella sua visione gli ebrei si configuravano quindi non come una comunità religiosa, linguistica e/o culturale, ma come una comunità tenuta insieme da un comune nemico. Se l’identità ebraica era definita dagli antisemiti, era del tutto logico che Herzl facesse proprie le premesse dell’antisemitismo, e non era per mero artificio retorico che Herzl riproponeva nel suo pamphlet molti stereotipi antiebraici (“noi popolo avido” (34) , scriveva) o che egli non si ponesse affatto il problema della lotta all’antisemitismo e alle discriminazioni, giacché era in essi che il sionismo trovava la giustificazione per la propria esistenza. Qualora ci si attenesse alla definizione di “popolo” data da Herzl, con la scomparsa dell’antisemitismo verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che egli stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come altri popoli, avrebbero sempre avuto abbastanza nemici. Da quanto scriveva Herzl risulta chiaro in che senso sionismo e antisemitismo condividono la medesima premessa. Per dirla con le parole di Nathan Weinstock, Il sionismo subisce, in ultima analisi, il contagio del razzismo. Rivendicando non la specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che postula l’ineguaglianza delle nazioni, fa sue le tesi antisemitiche. Facendo eco ai suoi persecutori, si raffigura “problematicamente” la propria esistenza in una società non ebraica, definendosi quindi come elemento perturbatore della armonia sociale. Spingendo l’alienazione fino al suo limite estremo, finisce con l’accettare il verdetto del razzista: l’ebreo deve scomparire. Atteggiamento sionista e mentalità antisemita sono simmetrici. […] Di qui una indiscutibile coincidenza d’interessi.(35) Il fatto che sionismo e antisemitismo partano dalle stesse premesse non vuol dire ovviamente che il sionismo sia antisemita, ma certamente lo pone non come l’antitesi dell’antisemitismo, bensì come il suo complemento logico e politico. Nella misura in cui il sionismo respingeva l’assimilazione e
poneva agli ebrei europei l’obiettivo politico del loro trasferimento en masse in Palestina, non poteva non trovare d’accordo gli antisemiti di ogni latitudine.
Di questo furono coscienti molti politici e intellettuali ebrei, sionisti e non, fin dalla nascita del movimento; valga per tutti l’esempio di Edwin Montagu, membro del governo britannico di origine ebraica, il quale nel 1915 osservò che “l’idea di restaurare il popolo ebraico nella terra che fu un tempo sua è spesso – temo – il desiderio a malapena mascherato di liberare il mondo protestante della sua popolazione ebraica” (37). Lo storico del sionismo Georges Bensoussan liquida quest’affermazione come “una forma di odio di sé” (37), che è la tipica strategia discorsuale utilizzata dai sionisti per delegittimare gli ebrei antisionisti: riducendo una presa di posizione politica a mero sintomo irrazionale di una presunta patologia psichica, si evita di affrontarne le argomentazioni logiche e politiche (38) ; Bensoussan infatti non trova nessun argomento reale da opporre a quanto scriveva Montagu, né può trovarlo, perché l’affermazione di quest’ultimo era una semplice constatazione: non a caso una delle prime proposte di istituzione di uno Stato ebraico in Palestina era stata avanzata da un antisemita, l’ungherese Viktor Istoczy, alla Conferenza di Berlino del 1878 (39) . Riassumendo la posizione degli ebrei antisionisti dei primi anni del Novecento, lo storico polacco Isaac Deutscher scrive che per essi “l’antisemitismo trovava il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di «Ebrei, andatevene!». I sionisti, infatti, accettavano di andarsene”(40).
La conseguenza politica del rapporto di complementarità ideologica e politica tra sionismo e antisemitismo fu che Herzl e i suoi successori cercarono alleati soprattutto tra i politici europei antisemiti. Si capisce ora perché tutta la storia del sionismo sia costellata di patti e “relazioni pericolose” con eminenti antisemiti: dagli incontri di Herzl con il Kaiser Guglielmo II e con il ministro degli Interni russo von Plehve al sostegno di Arthur Balfour, feroce oppositore dell’immigrazione ebraica in Gran Bretagna
oltre che autore della celebre dichiarazione che garantiva ai sionisti l’appoggio di Londra nella costruzione del loro “focolare nazionale” in Palestina; dall’accordo antibolscevico siglato nel 1921 da Žabotinskij con il massacratore di ebrei ucraino Petljura ai flirt con i governi antisemiti polacchi e con l’Italia fascista (41), dagli accordi del 1933 e del 1938 con la Germania nazista fino alla campagna bombarola del 1950-51 contro la comunità ebraica irachena (una serie di attentati compiuti da una rete clandestina sionista ma attribuiti a fanatici locali, i quali ebbero la funzione di convincere gli ebrei iracheni che il paese mesopotamico non era più sicuro per loro e che dovevano emigrare in Israele) (42) : non si trattava né di malvagità né di opportunismo di singoli leader, bensì della necessità intrinseca del sionismo di servirsi degli antisemiti per spingere gli ebrei diasporici più recalcitranti ad emigrare in Palestina prima e in Israele poi. Un personaggio come l’esponente del Likud Moshe Feiglin, il quale non ha pudore nel tessere le lodi di Hitler, non è quindi un caso isolato di follia, bensì l’ultimo rappresentante di una lunga ed illustre lista.

Il debito ideologico del sionismo nei confronti dell’antisemitismo trova la sua massima incarnazione nella Legge del Ritorno del 1950 (cui sono stati aggiunti emendamenti nel 1954 e nel 1970) (43) , autentica pietra miliare dello Stato di Israele perché stabilisce il diritto di ogni ebreo a stanziarsi sul suo territorio e ad acquisirne la cittadinanza attraverso una semplice domanda, facendo di Israele non semplicemente lo Stato degli ebrei residenti in Palestina, bensì lo Stato di tutti gli ebrei del mondo. Detta legge, che definisce come ebrea “una persona che è nata da madre ebrea oppure si è convertita all’ebraismo e non è affiliata ad un’altra religione” (44) , estende il diritto a “ritornare” anche ai coniugi di un/a ebreo/a e a quanti hanno almeno un ebreo fra i quattro nonni, “fatta eccezione per una persona che è stata ebrea e si è volontariamente convertita ad un’altra religione” (45). È in questa definizione degli aventi diritto alla cittadinanza che la Legge del Ritorno manifesta le tracce della genealogia ideologica del sionismo, giacché i legislatori, non riuscendo a trovare una definizione di “ebreo” che potesse andare al di là di quella religiosa, hanno fatto ricorso a quella fornita dagli antisemiti: rientrano infatti tra i beneficiari della Legge tutti quelli che sarebbero stati considerati “ebrei” o “meticci” dalle famigerate Leggi naziste di Norimberga del 1935. In sostanza, la Legge del Ritorno è un calco a negativo delle Leggi di Norimberga. “Questa legge – ha appropriatamente detto in un’intervista l’ex-dirigente laburista israeliano Avraham Burg – è uno specchio che riflette l’immagine di Hitler, e io non voglio che sia Hitler a definire la mia identità” (46).
Alla luce di tutto questo, il sillogismo che equipara l’antisionismo all’antisemitismo risulta basato su premesse mendaci e su altrettanto mendaci conclusioni. Osserva a riguardo Judith Butler che Il mancato riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele può essere interpretato come un mancato riconoscimento del diritto all’esistenza del popolo ebraico solo se si pensa che Israele sia l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico, o se si ritiene che tutto il popolo ebraico abbia affidato allo Stato di
Israele […] l’esclusiva responsabilità della propria perpetuazione.(47)

Ma è evidente che Israele non è l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico: questa possibilità è contraddetta dalla stessa narrazione sionista secondo la quale il popolo ebraico per 2000 anni non avrebbe mai cessato di voler ‘tornare’ in Palestina: se il popolo ebraico è sopravvissuto per 2000 anni senza Stato, uno Stato ebraico non è evidentemente una conditio sine qua non per la sua sopravvivenza (48). Inoltre se antisemitismo e antisionismo fossero la stessa cosa, osserva Isaac Deustcher, “allora gli ebrei esteuropei, nella loro stragrande maggioranza, non erano che degli antisemiti: una conclusione ovviamente assurda” (49) .
Beninteso, l’antisemitismo può anche essere antisionista, ma finché esso mira alla ‘pulizia etnica’ nei confronti degli ebrei e alla loro espulsione verso la Palestina, esso è stato e sarà sempre un alleato oggettivo dei sionisti. Questo non toglie che, di fronte alla prospettiva dello sterminio molti sionisti abbiano partecipato individualmente o come sezioni locali di organizzazioni internazionali alla resistenza antinazista (c’è l’esempio della Brigata Ebraica palestinese inquadrata nelle armate alleate): il caso di Mordechai Anielewicz, giovanissimo militante di Ha Shomer Ha Tza’ir ed eroico comandante della rivolta nel ghetto di Varsavia, è certamente il più noto, ma non l’unico. Non si tratta di negare o svalutare questo contributo, ma di rendersi conto che esso ebbe luogo a dispetto della posizione del movimento sionista in generale, e non grazie ad esso. È importante dirlo e ribadirlo, perché la tendenza oggi egemone è quella dell’appropriazione nazionalistica da parte israeliana della resistenza ebraica allo sterminio: il ruolo dei sionisti in quest’ultima viene enfatizzato oltre misura, e specularmente viene invece minimizzato il contributo del Bund, dei comunisti e più in generale dei non-sionisti; emblematico il caso di Marek Edelman, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia e all’epoca militante del Bund, il cui libro

sull’insurrezione ha dovuto attendere cinquantasei anni prima di essere pubblicato in ebraico, perché contraddiceva la versione dei fatti propagata dall’establishment israeliano (50). Parallelamente, invece, si tende a tacere il ruolo dei dirigenti sionisti che collaborarono attivamente allo sterminio in qualità di dirigenti degli Judenräte o dei corpi di polizia ebraica dei ghetti (fra i casi più importanti, vanno ricordati quelli di Chaim Rumkowski, Jacob Gens, Ephraim Barasz, Salek Desler, Moses Merin, Abraham Gancwajch) (51): un esempio emblematico di questa rimozione è il Dizionario dell’Olocausto di Walter Laqueur, che nelle voci dedicate a Gens, Rumkowski
e Merin tace sistematicamente la loro appartenenza a questa o quella corrente sionista.
È quindi paradossale, alla luce di tutto questo, che oggi lo Stato di Israele possa arrogarsi il ruolo di guardiano della memoria della Shoah e di garante della democraticità e dell’antifascismo di personaggi come Fini, tanto più che l’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio degli ebrei va di pari passo con la minimizzazione o la negazione di altri stermini: lo Stato di Israele infatti non solo non ha riconosciuto il genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra
Mondiale, ma addirittura il suo presidente Shimon Peres ha definito tale genocidio come mere “chiacchiere” e ha affermato che il numero dei morti armeni era “insignificante” (52). Inoltre, presentandosi come erede delle vittime dello sterminio e presunto garante dell’antifascismo, lo Stato di Israele si pone in una posizione discorsiva che gli permette di etichettare automaticamente i suoi nemici come nazisti e antisemiti: come spiega Idith Zertal, La nazificazione del nemico, quale che sia, e la trasformazione delle minacce alla sicurezza in pericolo di annientamento dello Stato, sembrano aver caratterizzato, salvo rare eccezioni, il discorso dell’élite politica, sociale e culturale israeliana. (53)
In questa visione ideologica e paranoica del mondo i vari Haj Amin al- Husayni, Gamal Abdel Nasser, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Mahmud Ahmadinejad sono stati tutti in vari momenti dipinti come altrettante reincarnazioni di Hitler, come se la storia non consistesse in altro che in un’eterna ripetizione della Seconda Guerra Mondiale, senza alcun tipo di contestualizzazione storica concreta. Viceversa, i sionisti e i loro sostenitori si irritano terribilmente quando qualcuno paragona il modus
agendi delle forze armate dello Stato di Israele a quello dei nazisti, ma non trovano nulla da ridire invece se un alto ufficiale israeliano dichiara

pubblicamente che Tsahal deve prendere esempio dalla tattica utilizzata dalla Wehrmacht nel ghetto di Varsavia (54 ): vale la pena ricordare a questo proposito che i primi ad equiparare il comportamento di Tsahal a quello dei nazisti furono proprio alcuni ministri del primo governo israeliano (55).
Analizzare criticamente questo passato di collusione tra sionismo e antisemitismo diventa quindi una necessità non solo di chiarezza storica, ma anche e soprattutto di demistificazione ideologica, onde rendere possibile una critica radicale del sionismo. Certamente questo spiacerà a molti, ma come ha ammonito a suo tempo Isaac Deutscher, “Gli israeliani […] dovrebbero anche abituarsi all’idea che il loro stato non è esente da critiche: esso è un’opera terrena, non una sacra entità biblica, non uno
stato nazionale ‘eletto’ ” (56).

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NOTE

1 Theodor Herzl, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal, New York, Dial Press, 1956, p. 7 (traduzione mia).

2 Riportato in Georges Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale: 1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 409.

3 Riportato in Francesco Verderami, “Fini ad Auschwitz: ‘L’ orrore più grande’ ”, Corriere della sera, 20 febbraio 1999, <http://archiviostorico.corriere.it/1999/febbraio/20/Fini_Auschwitz_orrore_piu_grande_ co_0_9902203335.shtml>.

4 Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll. trad. it. di N. De Vito e P. Sinatti, Roma, Samonà e Savelli, 1970 [1969], p. 136.

5 Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 [1991], p. 182.

6 Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 89.

7 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 307.

8 Ibidem.

9 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 18.

10 Riportato in Tom Segev, ibidem.

11 Ibidem. Sull’accordo della haavarah si vedano anche Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005 [1963], p. 68, e Faris Yahia, Relazioni pericolose: il movimento sionista e la Germania nazista, trad. it. di F. De Leonardis, Napoli, La Città del Sole, 2008 [1978], pp. 45-52.

13 Faris Yahia, op. cit., pp. 111-15.

14 I verbali degli incontri si trovano in appendice a Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961], pp. 512-24.

15 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 159.

16 Il testo completo delle relazioni di Corrado Tedeschi sulla sua missione in Palestina si trova in Renzo De Felice, op. cit., pp. 526-31.

17 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 526.

18 La colpa dell’insuccesso venne infatti attribuita al solito “complotto giudaico” (tradizionale topos antisemita), generando le prime frizioni con i sionisti revisionisti.

19 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 187.

21 Cfr. Tom Segev, op. cit., pp. 237-67 e Faris Yahia, op. cit., pp. 53-64 e 91-9.

22 Tom Segev, op. cit., p. 19.

23 Ibidem.

24 Hannah Arendt, op. cit., p. 48.

25 Cfr. David J. Goldberg Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad. it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 [1996], pp. 219-56 per una puntuale
critica del revisionismo di destra come versione sionista del fascismo.

26 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 22 e sgg.

( 27 ) In realtà, fra il nazionalismo ebraico del Bund e quello sionista sussiste un’altra sostanziale differenza: se i bundisti identificavano empiricamente nella lingua yiddish il segno che determinava il carattere di minoranza nazionale, e non solo religiosa, della popolazione ebraica dell’impero zarista (e quindi identificavano nazione ebraica e yiddishkeit, cfr. Georges Bensoussan, op. cit., p. 402-3 e Ilan Greilsammer, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 [2005], pp. 50-1), i sionisti miravano invece alla rinascita nazionale attraverso il revival della lingua ebraica, che comportava l’abbandono delle lingue diasporiche – definite dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, che invece auspicava che il sionismo facesse propria una lingua “maggiore” come il tedesco, “lingue del ghetto […] idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le avevano rubate” (Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner, Genova, Il Melangolo, 2003 [1896], p. 90) – e una cancellazione dei tratti culturali e psicologici identificati come “tipici” della diaspora, in favore della costruzione di un nuovo homo Hebraicus.

( 28) Si può citare ad esempio lo storico e pensatore ebreo russo Shimen Dubnov (1860-1941) che pur essendo antisionista era anch’egli un nazionalista ebraico (proponeva l’autonomia degli ebrei all’interno dei paesi in cui vivevano); a differenza dei militanti del Bund, però, Dubnov non identificava l’ebraicità con il solo mondo yiddish, ma vi includeva tutti gli ebrei del mondo (cfr. Georges Bensoussan, op. cit., pp. 401-11 e Ilan Greilsammer, op. cit., pp. 52-3). Per quanti aderivano al nazionalismo ebraico dubnoviano gli ebrei erano sì una minoranza nazionale nei paesi dove vivevano, ma una minoranza nazionale autoctona, cosa che implicava, a differenza del sionismo, la lotta contro l’antisemitismo e per il riconoscimento dei propri diritti nazionali in loco.

( 29) Sulle radici culturali del sionismo, che nella sua fase iniziale, come tutti i nazionalismi, trovò espressione soprattutto in ambito letterario e giornalistico e fu da subito legato alla rinascita della lingua ebraica, si rimanda a George Bensoussan, op. cit., pp. 3-126.

30 Theodor Herzl, op. cit., p. 23.
31 Theodor Herzl, op. cit., p. 34.
32 Theodor Herzl, op. cit., p. 100.
33 Theodor Herzl, op. cit., p. 39.
34 Theodor Herzl, op. cit., p. 69.

35 Nathan Weinstock, op. cit., p. 50. E infatti gli articoli di Herzl trovarono accoglienza sulle colonne del quotidiano antisemita La libre parole (ibidem).

36 Riportato in Georges Bensoussan, op. cit., p. 416.

37 Ibidem. Da notare che nella retorica sul presunto “odio di sé” è implicita l’equazione tutta ideologica tra sionismo ed ebraismo: se si ritiene che un/a ebreo/a,
prendendo posizione contro il sionismo, stia manifestando odio per la propria ebraicità, è sottinteso che il sionismo metonimicamente stia per l’ebraismo nella sua
interezza; poiché tuttavia l’ebraismo non può in nessun modo essere ridotto al sionismo, risulta palese l’inconsistenza delle premesse su cui si basa la retorica sul presunto “odio di sé”.

38 Un altro esempio tipico è quello di Robert Wistrich, che nella voce “Negazionismo” del Dizionario dell’Olocausto curato da Walter Z. Laqueur (ed. it. a cura di A. Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E. Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 [2001], p. 501) include arbitrariamente tra i negazionisti l’autore di Zionism in the Age of Dictators (London, Croom Helm, 1983) Lenni Brenner, sostenitore a suo parere di una “tesi delirante, che […] comportava una revisione radicale dei tragici eventi della seconda guerra mondiale”:
la “tesi delirante” di Brenner in realtà non comportava nessuna revisione storica se non quella del mito nazionalista che presenta il sionismo come irriducibile avversario
del nazismo; quanto affermava Brenner era né più né meno che un dato di fatto, ossia che i sionisti avessero fatto dei patti con i nazisti prima della guerra e che in
seguito “avessero cinicamente approfittato dell’Olocausto anche dopo che i loro capi avevano colluso con i nazisti nel genocidio degli ebrei” (ibidem). Definendo la tesi
di Brenner “delirante” Wistrich retoricamente evita di affrontare l’argomentazione dello studioso americano (che essendo ebreo è difficilmente tacciabile di
antisemitismo), sancendone la pertinenza nell’ambito della psichiatria. Ma è lo stesso Wistrich a confermare involontariamente l’arbitrarietà dell’inclusione di Brenner tra
i negazionisti, quando afferma nella stessa frase che “Più che di una negazione dell’Olocausto si trattava di una tesi delirante” (ibidem). Brenner, in realtà, nel suo libro non nega affatto l’Olocausto.

39 Georges Bensoussan, op. cit., p. 397.

40 Isaac Deutscher, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it. di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 [1968], p. 82. A questo proposito è indicativo un parallelo con quanto avvenuto di recente in Italia: uno dei più esagitati istigatori della pulizia etnica contro i rom, il segretario nazionale della
Fiamma Tricolore Luca Romagnoli (un fascista dichiarato), ha proposto al parlamento europeo la creazione di uno Stato rom in Europa orientale.

41 Tom Segev, op. cit., p. 24; Georges Bensoussan, op. cit., p. 1246.

42 Ilan Pappé, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 177; David Hirst, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004 [1977], pp. 204-11.

43 Il testo completo della Legge del Ritorno è reperibile in inglese sul sito della Knesset all’URL <www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm>.

44 The Law of Return 5710 (1950), Section 4B < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

45 The Law of Return 5710 (1950), Section 4A < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

46 In Ari Shavit, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz, June 9, 2007.

47 Judith Butler, op. cit., pp. 137-8.

48 Questo a prescindere dal carattere ideologico di detta affermazione, la quale presuppone l’esistenza di un solo popolo ebraico, astraendo dalle particolarità storiche delle molteplici esperienze dell’ebraismo e costruendolo come un soggetto omogeneo ed etnicamenente “puro” (come se tutti gli ebrei contemporanei fossero i discendenti degli antichi Ebrei, ignorando le conversioni che ebbero luoghi in diversi luoghi e tempi), laddove si tratta invece, secondo un classico procedimento nazionalista, della costruzione discorsiva di una “comunità immaginata” (cfr. Benedict Anderson, Imagined Communities, London-New York,Verso, 2006 [1983]). Risulta invece assai più rispondente al vero l’affermazione del rabbino e storico del pensiero sionista David J. Goldberg, secondo la quale l’idea che gli ebrei fossero una nazione è un mito, giacché gli ebrei “erano, e sono, diversi popoli ebraici” (David J. Goldberg, op. cit., p. 305).

49 Isaac Deutscher, op. cit., p. 82. Secondo Georges Bensoussan (op. cit., p. 405), nel 1898 i membri del movimento sionista erano circa 100.000, ossia solo l’1% degli ebrei del mondo.

50 Idith Zertal, op. cit., p. 27 e sgg.

51 Cfr. Faris Yahia, op. cit., pp. 65-90

52 Riportato in Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002 [2000], p. 114.

53 Idith Zertal, op. cit., p. 185.

54 Riportato in Norman G. Finkelstein, ibidem.

55 Si trattava del ministro dell’Agricoltura Aharon Cisling, il quale nella riunione del governo del 17 novembre 1948, a proposito di alcuni massacri commessi dalle truppe israeliane ai danni di civili palestinesi, dichiarò di non riuscire a dormire la notte al pensiero che degli ebrei avessero “commesso delle azioni naziste” (riportato in Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 488, nostra traduzione).

56 Isaac Deutscher, op. cit., p. 141.

thanks to: Fabio De Leonardis (Antisemitismo, fascismo e sionismo: triangolazioni inattese) intervenuto al convegno di Arezzo “I falsi amici” (7 dicembre 2013)

forumpalestina

MAI COMPLICI DEL SIONISMO!

Un nuovo fervore in Italia sta dando vita ad un movimento che ha scelto di costruire la solidarietà con la Palestina sostenendone la Resistenza. Questo viene testimoniato sia dalla partecipazione ai tre convegni “Dalla solidarietà alla lotta internazionalista – al fianco della Resistenza palestinese” organizzati quest’anno [1], sia dalle mille persone provenienti da tutta Italia presenti al corteo di Torino, determinate a portare in piazza le nuove parole d’ordine che creano la piattaforma di lotta elaborata dall’Assemblea Nazionale basata sul rispetto dei diritti inalienabili dei palestinesi, tra cui il ritorno dei profughi e la liberazione dei prigionieri, la fine dell’occupazione ma anche la decolonizzazione della Palestina, l’applicazione del Diritto Internazionale e la fine degli accordi di Oslo.

Su quest’ultimo, che non ha l’apparenza di un diritto in quanto tale, è necessario soffermarsi: alcuni palestinesi percorrono la strada delle trattative “convinti” che possa rappresentare per loro “una possibilità”, mentre per molti altri risulta una chiara scelta fallimentare che farà capitolare definitivamente i diritti dei palestinesi. Ciò rappresenta indubbiamente qualcosa che “divide” i palestinesi, almeno da un punto di vista di strategia di liberazione o compimento della pace. Oggi, fuori e dentro la Palestina, sono molte le testimonianze di coloro che non credono più (o non hanno mai creduto) al percorso delle cosiddette “trattative di pace”. La leadership palestinese dovrebbe leggere e capire le aspirazioni della propria gente, seguirle ed esserne ambasciatrice. A prescindere dal sempre più evidente disastro rappresentano da tali accordi – almeno in termini di Lotta di Liberazione – questi non interpretano più neanche una scelta popolare… Persistere su quella strada, quindi, significa anche dover reprimere il volere dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo rappresentano le trattative portate avanti tra il potere occupante e una piccola parte degli occupati, selettivamente scelti tra le élite delle borghesie palestinesi, dalla stessa macchina imperiale che determina l’occupazione. L’ANP nasce come conseguenza di quegli accordi, delegittimando, di fatto, l’OLP (unico vero rappresentante di tutti i palestinesi nel mondo). Se gli Stati Uniti puniscono i palestinesi per aver richiesto all’ONU di essere riconosciuti come Stato membro [2], negando loro i fondi stanziati in termini di aiuti economici [3], allo stesso tempo sostengono a pieno regime un governo che, con la farsa della sicurezza, continua a compiere e a minacciare attacchi presenti nell’intera regione, continua a costruire insediamenti di colonizzazione [4], etc. Come possono allora gli USA essere lo sponsor di “trattative di pace”, che invece prevederebbero quanto meno una tregua della macchina da guerra ed espansionistica israeliana? La visione dello Stato è il miraggio dato ad alcuni palestinesi dallo stesso potere che ne occupa le terre e ne uccide i fratelli, uno Stato che lo stesso potere ha già deciso che mai ci sarà prima ancora di iniziare qualunque trattativa [5].

La trappola del ricatto è dietro l’angolo: anche nel caso dell’ultima tregua tra Hamas e Israele i palestinesi hanno dovuto “essere rappresentati” da qualcuno che si facesse da garante, in quel caso il “nuovo” Egitto [6], sempre alleato strategico dell’imperialismo nonostante le sue evoluzioni (da Mubarak, ai Fratelli Musulmani, alla borghesia militare). La macchina culturale sionista lavora anche per cercare di declassare e screditare i palestinesi a “popolo non in grado di rappresentarsi autonomamente”.

Oggi la Palestina attraversa un momento molto difficile, la sua economia dipende dagli aiuti stranieri che arrivano con il subdolo e non sempre evidente scopo di appoggiare la colonizzazione. La tendenza alla normalizzazione sia da parte dell’Autorità Palestinese sia da parte del governo di Gaza mina il campo della resistenza perché si riflette pericolosamente sulla popolazione, che invece dimostra ancora di voler percorrere la strada della lotta e non della resa.

Per gli stessi motivi si è scelto di manifestare in occasione dell’incontro bilaterale Italia-Israele inizialmente (e fino alle ultime due settimane a ridosso del vertice) annunciato a Torino [7]. Solo pochi giorni prima, invece, si è appresa la notizia che sarebbe stato spostato a Roma, dove il papa “finalmente” avrebbe accolto Netanyahu [8]. Per noi era un’occasione per dire che consolidare accordi con uno stato che viola impunemente il Diritto Internazionale significa macchiarsi degli stessi crimini. Il governo italiano quindi si rende complice, questo anche grazie alla scarsa opposizione e resistenza che i cittadini italiani riescono a porre nei confronti delle sue scelte, dell’occupazione e della pulizia etnica della Palestina, compiuta per mano di Israele, ma manovrata e sostenuta dalla struttura internazionale che il sionismo ha messo in piedi, di cui l’Italia è parte.

Chi ha partecipato alla manifestazione di Torino ha scelto di inserirsi in un contesto antagonista alle scelte del governo italiano sempre più fantoccio e privo di sovranità. E’ ormai evidente la direzione che sta prendendo il nostro paese, sempre più abile e coeso nel rafforzare la militarizzazione ed il controllo sulla popolazione e che trova un valido partner in Israele, paese sempre più spinto a destra verso un fascismo etnocratico e coloniale. Gli accordi tra questi due stati hanno principalmente due obiettivi: favorire le borghesie attraverso il libero scambio commerciale (proviamo ad immaginare a beneficio di chi, non certo della popolazione italiana) e usare l’Italia come ponte per l’Europa di cui Israele non è membro, ma in cui riesce a trovare modi e forme per essere sempre presente ed estendere la sua influenza anche nell’ottica di mistificare la sua immagine di paese tutt’altro che democratico.

Allo stesso modo riteniamo che anche per i palestinesi non sia il tempo di accordi o trattative, utili solo ad indebolire la resistenza palestinese e a corrodere ogni possibilità di unità del popolo nella lotta contro l’occupazione, che invece rimane l’unica via d’uscita che può e deve essere sostenuta anche a livello internazionale, da quei soggetti, governi ed interlocutori che credono nella Lotta di Liberazione della Palestina, perché battersi per i diritti, l’autodeterminazione e libertà di un popolo, non può che giovare alla libertà di tutti.

Proprio per approfondire anche questi aspetti, il primo dicembre, il giorno dopo la manifestazione, è stato tenuto sempre a Torino un Convegno/Seminario sul Sionismo [9] in cui grazie all’altissimo profilo delle relazioni e ai contributi apportati da esperti in materia di accordi tra Italia e Israele (anche attraverso minuziose ricerche che hanno rivelato le complicità e le implicazioni di intellettuali, ricercatori, politici, etc) è stato possibile sviscerare molte delle problematiche innescate da tali accordi e approfondire come questi si riflettano negativamente sulla popolazione italiana.

L’obiettivo prefissato è quello di costruire un sostegno alla Resistenza palestinese in tutte le sue forme, di contrastare e denunciare ogni fenomeno di complicità con il nemico ovunque e comunque si presenti. Su questo stiamo lavorando, nel costruire la nostra solidarietà. Il nostro lavoro passa dai convegni ma si concretizza in varie tappe: la Manifestazione che voleva portare in pizza questi contenuti c’è stata, anche se qualcuno ha provato a depistare la partecipazione dopo lo (o approfittando dello) spostamento del vertice, puntando più su un dato politico di basso profilo “essere dov’è Netanyahu” piuttosto che essere in tanti dove da mesi si stava costruendo, con il contributo di tante città italiane [10], una manifestazione nazionale che avesse dei nuovi contenuti nella scena politica italiana, ma che riscontrano ancora reazioni conservatrici da parte di coloro che non condividono questo percorso e provano a boicottarlo con ogni mezzo.

Come dicevo però, si tratta di tappe che demarcano un percorso chiaro, definito e già avviato, in sostegno alla Resistenza palestinese, che oggi ci vede impegnati anche nel sostenere la costruzione di un asilo a Gaza a cura dell’associazione Khanafani [11], perché crediamo che la resistenza passi anche attraverso la possibilità per i bambini di conoscere sin da subito un’alternativa al sistema settario di Hamas.

Altre tappe arriveranno, certi che un giorno i palestinesi scriveranno la loro storia di lotta di liberazione. A noi il dovere di sostenerli, ben sapendo che una Palestina libera farà bene a chiunque aspiri e si adoperi per un mondo più giusto.

Redazione PalestinaRossa

[1] Convegni Nazionali
.invito primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/dalla-solidarieta-alla-lotta-internazionalista
.report primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-resistenza
.invito secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/secondo-convegno-nazionale-firenze
.report secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-secondo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-dell
.invito terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/terzo-incontro-dellassemblea-nazionale-verso-la-manifestazione-del-30-novembre
.report terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-terzo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-
[2]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42628&typeb=0&Palestina-Stato-osservatore-LA-DIRETTA
[3]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=21923&typeb=0&AIUTI-ESTERI-TRAPPOLA-PER-POLITICA-PALESTINESE
[4]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=44695&typeb=0&Da-USA-no-a-condanna-Israele-per-nuove-colonie
[5]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/non-ci-sar%C3%A0-alcuno-stato-palestinese-qa-con-linformatore-dei-palestine-papers-ziyad-cl
[6]http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/21/gaza-accordo-per-cessate-fuoco-tra-palestinesi-e-israele/421822/
[7]http://www.internazionale.it/news/italia-israele/2013/07/01/letta-il-2-dicembre-il-bilaterale-a-torino/
[8]http://vaticaninsider.lastampa.it/en/world-news/detail/articolo/israele-israel-israel-29903/
[9]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/sionismo-antisionismo-teoria-e-prassi
[10]http://www.palestinarossa.it/?q=it/manifestazione-torino
[11]http://www.freedomflotilla.it/2013/10/22/asilo-vittorio-arrigoni-come-aiutare-a-realizzarlo/

thanks to: PALESTINAROSSA

Il ricatto dell’antisemitismo

di Michel Warschawski

 

Il ricatto dell’antisemitismo rischia di bloccare le prese di posizione critiche delle forze democratiche e della sinistra nei confronti dello stato sionista di Israele, facendo il gioco dei veri antisemiti e rafforzando le posizioni comunitaristiche

Il conflitto israelo-palestinese si presta facilmente a un’interpretazione in chiave religiosa, o quanto meno etnica. Esso si svolge in un luogo che è stato il cuore di grandi religioni e che molti chiamano “Terra santa”; il sionismo è spesso presentato come il “ritorno” del popolo ebraico nella Terra promessa, e il suo bagaglio di argomentazioni attinge molto all’ambito dei diritti storici, se non apertamente alla promessa divina; Gerusalemme è città tre volte santa e la Palestina storica è disseminata di luoghi di culto e pellegrinaggio.

L’onnipresenza dell’islam nella coscienza e nella cultura nazionale arabe è anch’essa gravida della deriva confessionale di un conflitto spesso presentato come la liberazione della terra dell’islam occupata dagli infedeli.

A questo non si può non aggiungere l’idea, tutta sionista, di creare uno “stato ebraico” attuando una strategia permanente di ebraicizzazione, che non ha mancato di ricorrere alla guerra di epurazione etnica nel 1948. Uno dei meriti più grandi di Yasser Arafat è quello di aver fatto, in questo contesto, tutto ciò che è umanamente possibile per mantenere il conflitto israelo-palestinese nella sua dimensione politica, rifuggendo da quella religiosa o etnica: una lotta di liberazione nazionale per l’indipendenza, una lotta anticolonialista per la terra e la sovranità nazionale.

Al contrario, uno dei crimini più gravi dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak è di aver introdotto l’elemento religioso nei negoziati rivendicando, al summit di Camp David II, una sovranità ebraica sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme sulla base di considerazioni storico-religiose. Questa rivendicazione demente, senza alcun dubbio, è stata una delle cause principali del fallimento del processo di Oslo. La storia dirà se essa non sia anche stata il detonatore di una guerra tra religioni nell’intero Medio Oriente, e di un conflitto ebraico-islamico in tutto il mondo.

Sionismo: un’ideologia politica

Il conflitto israelo-palestinese è un conflitto politico tra un movimento coloniale e un movimento di liberazione nazionale. Il sionismo è un’ideologia politica, e non religiosa, che mira a risolvere la questione ebraica in Europa con l’immigrazione in Palestina, la sua colonizzazione e la creazione di uno stato ebraico. Questa è la definizione che ne hanno sempre dato i suoi ispiratori, da Herzl a Ben Gurion, da Pinsker a Jabotinsky, per i quali il concetto di colonizzazione (Hityashvuth) o di colonie (Yishuv, Moshav) non ha mai avuto un’accezione peggiorativa.

Fino all’ascesa al potere del nazismo, la stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo ha rifiutato il sionismo, considerandolo da un lato come un’eresia (posizione della grande maggioranza dei rabbini e degli ebrei praticanti) e dall’altro come una teoria reazionaria (posizione del movimento operaio ebraico nell’Europa orientale), e per giunta anacronistica (posizione degli ebrei emancipati o assimilati in Europa centrale e occidentale). In questo senso, l’antisionismo è sempre stato considerato come una posizione politica tra le altre, per di più egemoni nel mondo ebraico per quasi mezzo secolo.

Solo da circa una trentina d’anni una vasta campagna internazionale, con un successo innegabile, tenta di delegittimare l’antisionismo identificandolo con l’antisemitismo, senza mai entrare nel merito di cosa sia veramente il sionismo, omettendo le analisi della sua dinamica e delle sue implicazioni politiche e morali.

Lo “slittamento semantico”

Come ogni altra forma di razzismo, l’antisemitismo (o la giudeofobia) rifiuta l’esistenza e l’identità dell’altro. Qualunque cosa faccia o pensi l’ebreo, per l’antisemita egli è da odiare, fino al massacro, per il solo fatto d’essere ebreo.

Al contrario, l’antisionismo è la critica politica di un’ideologia e di un movimento politico; esso non riguarda una comunità, ma rimette in discussione una politica. Come è possibile, quindi, identificare un’ideologia politica, l’antisionismo, con un’ideologia razzista, l’antisemitismo?

Un gruppo di intellettuali sionisti europei ha appena trovato la soluzione, facendo intervenire l’inconscio e introducendo un concetto passe-partout che essi chiamano “slittamento semantico”. Quando si denuncia il sionismo, e anche quando si critica Israele, si avrebbe inconsciamente come obiettivo non la politica di un governo (il governo Sharon) o la natura coloniale di un movimento politico (il sionismo) o ancora il razzismo istituzionale di uno stato (Israele), ma gli ebrei. Per slittamento semantico, quando si dice: “il bombardamento di popolazioni civili è un crimine di guerra” o “la colonizzazione è una flagrante violazione della Quarta Convenzione di Ginevra”, in realtà si vorrebbe dire “il popolo ebraico è responsabile della morte di Gesù Cristo” e “morte agli ebrei!”.

Evidentemente non è possibile rispondere a un argomento del genere, poiché qualsiasi risposta sarà presentata come un’inconscia apologia dell’antisemitismo. (…)

Razzismo antiarabo e antisemita

L’antisemitismo esiste, e sembra in Europa si stia risvegliando dopo mezzo secolo di silenzi seguiti allo sterminio nazista e ai crimini dei collaborazionisti. In una parte crescente delle comunità arabo-musulmane in Europa gli ebrei vengono accusati, con una generalizzazione razzista, senza distinzioni, dei crimini commessi dallo stato israeliano e dal suo esercito. D’altronde l’antisemitismo spesso si ritrova in seno a quello stesso campo che sostiene incondizionatamente la politica israeliana, come ad esempio una parte delle sette protestanti integraliste che, negli Stati uniti, costituiscono la vera lobby pro israeliana.

Esiste, al pari, un razzismo antiarabo, anche se i media danno meno visibilità agli atti di ritorsioni del Beitar e della Lega di difesa ebraica contro istituzioni musulmane o contro le organizzazioni che si oppongono alla politica di colonizzazione israeliana, agli slogan razzisti antiarabi che coprono i muri di certi quartieri di Parigi (“Morte agli arabi!”, “Niente arabi niente attentati!”) e alle cacce al nordafricano organizzate da commandos sionisti.

I razzismi antiarabo e antiebraico devono essere condannati e combattuti, senza concessioni, e ciò si può fare efficacemente solo se si combattono contemporaneamente, altrimenti non si fa che rafforzare l’idea, molto diffusa, che dietro la denuncia di un solo razzismo ci sia in realtà la condanna dell’altra comunità. Coloro che denunciano gli atti antisemiti, reali o frutto dello “slittamento semantico”, ma tacciono contro gli atti di razzismo antiarabo hanno una parte di responsabilità nell’alimentare il senso di appartenenza alla comunità e nel rafforzamento dell’antisemitismo, poiché non è il razzismo, di qualunque natura e da qualsiasi parte provenga, che essi combattono, ma unicamente il razzismo dell’altro. (…)

Slittamentoi o collusione?

Ma andiamo oltre. Una parte importante di responsabilità nella nascita del fenomeno dello slittamento della critica alla politica israeliana verso un atteggiamento antisemita ricade sulle spalle di una parte dei dirigenti, spesso auto proclamatisi tali, delle comunità ebraiche in Europa e negli Stati uniti. Infatti, sono essi che spesso identificano l’intera comunità ebraica con una determinata politica, quella del sostegno incondizionato ai dirigenti israeliani. Quando, come è accaduto a Strasburgo, sono loro a chiamare la gente a manifestare il proprio sostegno a Sharon sul sagrato di una sinagoga, come fanno poi a meravigliarsi se la sinagoga viene presa di mira nelle manifestazioni contro la politica israeliana? E che dire di quei dirigenti di comunità ebraiche che, in Francia, “comprendono” la vittoria di Le Pen e “sperano che ciò faccia riflettere la comunità araba locale”? Non è lecito scorgere in un comportamento del genere una compiacenza nei confronti di colui che, in Francia, è il principale sostenitore di idee razziste – e quindi anche antisemite? Compiacenza che è in continuità con la collaborazione di certe organizzazioni (ebraiche) di estrema destra, come il Beitar, con gruppi fascisti e antisemiti, in Occidente, negli anni Settanta… Non si tratta più semplicemente di slittamento, ma di collusione bella e buona…

Il cinico “lascia-andare, lascia-fare”

Nel mondo la politica israeliana è largamente criticata, e più lo stato ebraico agirà al di fuori del diritto, più esso sarà considerato come fuorilegge, e ne pagherà il prezzo. È totalmente inaccettabile e irresponsabile che gli intellettuali ebrei che dichiarano pubblicamente un’identificazione assoluta con Israele trascinino con loro i dirigenti delle comunità ebraiche nella corsa verso l’abisso cui portano Sharon e il suo governo. (… ) Anziché blandire l’oltranzismo israeliano e contribuire all’accecamento suicida crescente della sua direzione e della sua popolazione e di gridare come Lanzman “con Israele sempre, e incondizionatamente”, non farebbero meglio a fare da argine e a mettere in guardia Sharon e il suo governo dalle conseguenze catastrofiche della loro politica? Sono a tal punto ciechi da non rendersi conto che l’impunità di cui gode Israele agli occhi di certe correnti politiche e filosofiche, in Europa e negli Stati uniti, non è che l’altra faccia dell’antisemitismo e del suo armamentario sulla “specificità ebraica”? Sono a tal punto stupidi da non comprendere che per molti sedicenti amici d’Israele, la politica del “lascia andare-lascia fare” verso lo stato d’Israele non è che l’espressione di un cinismo che ha come obiettivo quello di vedere gli ebrei andare a sbattere contro il muro? E che, al contrario, sono coloro che criticano, e a volte duramente, Israele, che hanno veramente a cuore la vita e la sopravvivenza della sua popolazione?

“Non in nostro nome”

Ariel Sharon, i suoi ministri, i suoi generali, i suoi giudici e una parte dei suoi soldati un giorno saranno portati davanti alla Corte penale internazionale per crimini di guerra, e anche per crimini contro l’umanità. Perché la popolazione israeliana nel suo complesso non venga messa al bando e accusata ci sono, in Israele, migliaia di uomini e donne, civili e militari, che dicono “no”, che resistono e sono dissidenti. Per proteggere gli ebrei del mondo da un’accusa di corresponsabilità, per stroncare la propaganda antisemita che, strumentalizzando le sofferenze dei palestinesi, vuole colpevolizzare ogni ebreo in quanto tale, per far barriera contro il pericolo reale di automatico coinvolgimento delle comunità nel conflitto israelo-palestinese, è imperativo che dalle comunità ebraiche si alzi una voce ferma e possente che dica, come il nome di un’organizzazione ebraico-statunitense, e agendo in questa direzione: “Non in nostro nome!”.

È evidentemente compito delle forze democratiche e di sinistra nel mondo denunciare, senza concessione alcuna, i crimini di Israele, non solo perché la difesa dei colonizzati e degli oppressi, ovunque essi siano, è parte integrale del loro programma e della loro filosofia, ma anche perché una posizione chiara e coerente con il resto delle lotte in atto può permettere loro di lottare contro la degenerazione del conflitto in chiave comunitaria e contro il razzismo nel proprio paese.

Lasciarsi terrorizzare dal ricatto dell’antisemitismo, tacere per non prestare il fianco all’accusa di “collusione con l’antisemitismo” o anche di “antisemitismo inconscio”, non può, in ultima analisi, che fare il gioco dei veri antisemiti, o per lo meno delle confusioni identitarie e delle reazioni in blocco come comunità. La vera sinistra, antirazzista e anticolonialista, non deve dare prove del suo impegno nella lotta contro la peste antisemita. Essa sarà ancora più efficace nel proseguimento della lotta se le sue posizioni contro i crimini di guerra d’Israele e la sua politica di colonizzazione saranno chiare e senza ambiguità.

thanks to Guerre & Pace

“Una forza fertile”: le relazioni pericolose tra antisemitismo e sionismo

di Fabio De Leonardis

 

L’antisemitismo è cresciuto e

continua a crescere, ed io con esso.

Theodor Herzl[1]

L’Europa serve da terra natale a una parte

significativa del popolo ebraico da duemila anni […].

Dopo di che, veniamo chiamati stranieri, allogeni,

e anche tra noi ci sono alcuni che sono disposti

ad accettare il sofismo dei nostri nemici e

giustificano con esso l’obbligo, per gli ebrei,

di lasciare l’Europa.

Shimen Dubnov[2]

 

Sionismo e nazismo. Due termini che di questi tempi ai più potrebbero sembrare assolutamente antitetici. In realtà è un mito –  quindi ideologico per definizione – quello che presenta il sionismo come un movimento e un’ideologia antitetici all’antisemitismo. È su questo mito che si basa la pretesa dello Stato d’Israele (che si vuole stato degli ebrei di tutto il mondo, anche se la maggior parte degli ebrei non vive sul suo territorio) di essere il rappresentante e l’erede storico dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, ed è dalla rivendicazione di questa eredità che esso trae la sua legittimazione morale. Che lo Stato di Israele sia l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti è tuttavia una costruzione ideologica priva di qualsiasi fondamento storico e/o giuridico, frutto di un’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio. Gli argomenti oggettivi a sostegno di questa tesi si riducono in sostanza a due, ossia al fatto che Israele abbia accolto i sopravvissuti e che lo sterminio lo abbia privato di sei milioni di futuri cittadini. Entrambe tuttavia non reggono alla prova dei fatti: se è vero che Israele ha accolto alcune centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti (circa 1/5 della popolazione dello Stato nei primi anni dopo la sua nascita) le cifre mostrano che solo l’8,5% dei 2.562.000 ebrei che tra il 1935 e il 1943 scamparono alle grinfie di Hitler e dei suoi carnefici si rifugiò in Palestina, mentre la stragrande maggioranza trovò riparo in Unione Sovietica  (il 75,3%), e in misura assai minore negli Stati Uniti (il 6,6%) e in Gran Bretagna (l’1,9%)[3]. In secondo luogo, i sei milioni di ebrei trucidati non possono più parlare, e nessuno ha evidentemente il diritto di arrogarsi il ruolo di loro portavoce: se si considera inoltre che gli ebrei massacrati nei campi di concentramento erano rimasti a vivere in Europa finanche in un periodo di terribili persecuzioni, è ragionevole pensare che la maggior parte di loro non fosse sionista e non sarebbe andata a vivere in Palestina. A dispetto di ciò, l’Agenzia Ebraica prima e lo Stato d’Israele poi hanno cercato sin dalla fine della guerra di accreditarsi come gli eredi politici e legali dei sei milioni di vittime della Shoah e di dare a questa connessione un fondamento giuridico: se già nel 1945 il presidente dell’Organizzazione Sionista Chaim Weizmann aveva chiesto (invano) agli Alleati di riconoscere all’Agenzia Ebraica palestinese il diritto di disporre delle proprietà degli ebrei assassinati rimasti privi di eredi[4], nel 1950 fu proposto che lo Stato conferisse a titolo commemorativo la cittadinanza israeliana ai morti della Shoah. [5] Nei primi anni ’60 David Ben Gurion sostenne la tesi che la Germania Federale avesse accettato di pagare ad Israele le riparazioni perché aveva “riconosciuto che questo Stato parla per conto di tutti gli ebrei assassinati” [6] ma, come chiarisce Tom Segev, le cose non stavano affatto così: Bonn aveva accordato ad Israele le riparazioni semplicemente “perché aveva accolto i superstiti”; [7] considerato però che non era stato l’unico paese a farlo né era stato quello che ne aveva accolti di più, la pretesa di Ben Gurion di legittimare in tal modo la tesi di Israele erede delle vittime era del tutto infondata. La ragione di questa insistenza nel reclamare l’eredità giuridica e politica delle vittime è solo in parte economica, essa mira soprattutto a conseguire il risultato politico di conferire una legittimazione morale inattaccabile all’esistenza dello Stato sionista.

La storia dei rapporti tra sionismo ed antisemitismo è lunga e assai sfumata. Beninteso, i sionisti, come è noto,  non furono certo gli unici a fare patti con i nazisti: si pensi agli Accordi di Monaco del 1938 o al Patto Molotov-Ribbentrop, per citare due esempi; ciò che stupisce però ad uno sguardo più approfondito è il carattere continuativo, non episodico, di questa collaborazione: essa ebbe inizio nel 1933 con l’Accordo della Ha’avarah, passò attraverso gli accordi sull’emigrazione del 1938 e si protrasse fino all’inizio della guerra, con una coda nel 1944 (la tragica vicenda degli ebrei ungheresi). Questi accordi furono sottoscritti dall’Agenzia Ebraica dominata dai laburisti, ma anche la corrente sionista revisionista ebbe rapporti quantomeno equivoci con il nazismo e il fascismo italiano, culminati nell’offerta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940-41 dalla fazione Stern dell’Irgun. Questi fatti sono in realtà già relativamente noti, ma bisogna giustapporli e vederli insieme, se si vuole avere un quadro più chiaro della questione.

Si tratta di un argomento su cui è estremamente importante evitare di prestare il fianco a qualsiasi strumentalizzazione, a causa della consueta accusa di antisemitismo con cui viene interdetto dal discorso pubblico chiunque critichi o metta in discussione il sionismo. [8]

Come si spiega ad esempio la collaborazione prolungata del movimento sionista con la Germania nazista, che sembra andare contro la logica del senso comune contemporaneo? In realtà tale incongruenza è solo apparente: come spiega Tom Segev, gli accordi stipulati fra il regime hitleriano e l’Agenzia Ebraica nel 1933 e negli anni successivi erano “il frutto della complementarità tra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina”. [9] Ciò avrebbe infatti permesso all’Agenzia ebraica di costringere a “sionistizzarsi” gli ebrei tedeschi, “la maggior parte dei quali avrebbe preferito restare nel proprio paese” [10] Date queste premesse, non deve quindi stupire il fatto che la dirigenza sionista laburista vide l’ascesa al potere di Hitler nel 1933 come “un’occasione irripetibile per costruire e prosperare”, [11] o per dirla con Ben Gurion “una forza fertile” [12] per l’avanzamento dell’impresa sionista. La convergenza di interessi tra l’antisemitismo nazista e l’aspirazione sionista a “trasferire” gli ebrei europei in Palestina era chiara anche alla loro controparte: come ricorda Hannah Arendt, il criminale nazista Eichmann, uno degli artefici dello sterminio, dopo aver letto Lo Stato ebraico di Theodor Herzl “aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste”. [13] Nel caso della destra sionista (la corrente detta “revisionista”) alla convergenza di interessi si aggiungeva anche la prossimità ideologica, giacché una buona parte del movimento sionista revisionista era noto per essere politicamente vicino al fascismo italiano, [14] e certuni suoi dirigenti non facevano alcun mistero neppure delle loro simpatie per Hitler, nonostante le proteste a questo riguardo del loro leader Žabotinskij: se Abba Ahimeir teneva sul giornale revisionista Doar Hayom una rubrica intitolata “Taccuino di un fascista”, il suo avvocato e compagno di partito Zvi Cohen ebbe addirittura modo di affermare durante un processo al suo assistito che “se non fosse per l’antisemitismo, noi non avremmo nulla contro l’ideologia di Hitler. Il Führer ha salvato la Germania”. [15]

Del resto, il movimento sionista ebbe rapporti non meno spregiudicati anche con il regime mussoliniano: a differenza del nazismo, il fascismo non fu pienamente antisemita fin dall’inizio, tanto che esso trovò addirittura dei sostenitori in alcuni ebrei italiani, fra i quali si può ricordare ad esempio lo squadrista torinese Ettore Ovazza, che nel 1935 fondò un gruppo fascista ebraico chiamato “La nostra bandiera”. Nei confronti del sionismo le attitudini di Mussolini erano ambivalenti: se i sionisti italiani gli erano sospetti per via della loro “doppia fedeltà” nazionale, verso l’Organizzazione Sionista Mondiale egli ebbe fino alla fine del 1936 un atteggiamento assai benevolo. Nel 1934, nel corso di due incontri con Chaim Weizmann e Nahum Goldmann, il dittatore italiano arrivò finanche a proporsi come protettore dei sionisti, sostenendo che essi in Palestina dovevano costituire uno Stato vero e proprio e non accontentarsi del “focolare nazionale” promesso loro dalla Gran Bretagna. [16] In una delle sue consuete, pagliaccesche boutades, Mussolini arrivò finanche a proclamare “Io sono sionista, io”. [17] La simpatia era ricambiata: in quel periodo, infatti, alcune singole personalità fra i sionisti generali, l’ala centrista del movimento, fecero intravedere a Mussolini la possibilità di un mandato italiano sulla Palestina. Fu però con la destra revisionista che il dittatore fascista trovò un vero terreno d’intesa: in quello stesso 1934 infatti quest’ultima avviò con l’Italia una concreta collaborazione, inviando alcuni giovani del suo movimento giovanile Betar alla Scuola Marittima di Civitavecchia. L’intento del regime era quello di sfruttare i revisionisti come testa di ponte per un’espansione dell’influenza italiana in Medio Oriente, e a tale scopo nel febbraio 1936 fu inviata in Palestina una missione diplomatica incaricata di sondare il terreno. [18] L’emissario di Mussolini, Corrado Tedeschi, riscontrò una notevole intesa ideologica con i militanti della destra sionista, tanto che nel suo rapporto riferì entusiasticamente l’affermazione del suo accompagnatore Ben-Avi, secondo il quale “molti fra i nativi ed i revisionisti […] sono assolutamente tendenzialmente fascisti, e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la pratica del fascismo”. [19] La collaborazione con i revisionisti continuò fino al 1937-38, quando l’Italia ruppe unilateralmente con tutto il movimento sionista, riorientando la propria politica mediorientale in senso più marcatamente filoarabo; si badi tuttavia che il regime, che stava ormai prendendo posizioni sempre più marcatamente antisemite culminate poi nelle leggi razziali, continuava a ritenere che “il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando in qualche parte del mondo, non in Palestina, uno Stato ebraico”. [20] Era quindi solo per scelte geopolitiche che avvenne la rottura, non certo per motivazioni ideologiche, tant’è che alcune personalità sioniste cercarono invano fino al 1938 di ricucire lo strappo, e la stessa Agenzia Ebraica nel suo comunicato di protesta prese atto “con soddisfazione dell’opinione del governo fascista che il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando uno Stato ebraico”. [21]

Era quindi una convergenza di interessi oggettivi a costituire la ragion d’essere dello sviluppo di queste “relazioni pericolose” con il regime fascista e quello nazista. Questa politica tuttavia non costituiva un’aberrazione dovuta ad una congiuntura storica particolare, ma s’inseriva nel solco di una tradizione consolidata che affondava le sue radici nelle premesse ideologiche del sionismo. Per cogliere appieno il senso delle relazioni tra Germania nazista e movimento sionista è necessario quindi riandare alle origini del sionismo come ideologia e come movimento politico.

Caposaldo del sionismo è l’idea che gli ebrei non siano semplicemente coloro che professano o si sentono in qualche modo legati alla religione ebraica, ma che costituiscano invece una vera e propria nazione. Sotto quest’aspetto il sionismo non si differenziava molto dal nazionalismo ebraico del Bund (abbreviazione di Allgemeiner yiddisher Arbeterbund, Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia); [22] a marcare la peculiarità del sionismo tuttavia era il fatto che per esso l’autodeterminazione nazionale degli ebrei, vale a dire l’oggettivazione della nazione in Stato, poteva aver luogo solo in una terra promessa d’oltremare, che per ragioni storiche, religiose ed emozionali fu identificata con la Palestina. Con questo secondo passaggio, che non scaturisce necessariamente dal primo – è bene sottolinearlo [23] – il nazionalismo ebraico si trasformava in un movimento di colonizzazione inserito appieno nell’espansione coloniale europea. Secondo i sionisti, quale che fosse la corrente a cui appartenevano, il punto fondamentale era l’esistenza di un legame di derivazione romantica tra suolo e popolo: l’esistenza degli ebrei della diaspora era in qualche modo incompiuta, ed essi avrebbero potuto uscire dalla loro supposta condizione di “senza patria” solo mettendo radici in un paese che fosse esclusivamente il loro.

Il sionismo come ideologia si era sviluppato a partire dalla rinascita culturale ebraica della seconda metà del XIX secolo, che di fronte all’emancipazione e all’assimilazione esprimeva il desiderio di un ritorno alle radici culturali ebraiche (anche se in realtà si trattava piuttosto di una reinvenzione, come sempre avviene con le “rinascite nazionali”), e costituiva una delle molteplici opzioni che si aprivano agli ebrei europei una volta usciti dal ghetto. [24] L’emergere del sionismo come movimento politico organizzato, dapprima con gli Amanti di Sion negli anni ’80 dell’Ottocento e successivamente con la fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale (1897), è invece legato ad una causa esterna : l’ondata di antisemitismo che si abbatté sull’Europa, e in particolare sulla Russia zarista (patria del 95% degli ebrei europei), dove a partire dal 1881 violentissimi e reiterati pogrom antiebraici fecero centinaia di vittime. Sull’onda di queste terribili persecuzioni, moltissimi ebrei emigrarono in America e in Europa occidentale, mentre altri decisero di restare e lottare contro l’antisemitismo nelle fila dei vari movimenti rivoluzionari russi. Fu solo una minoranza infinitesimale ad optare per l’emigrazione in Palestina allo scopo di “ricostruire” una patria ebraica. L’odio antiebraico fu quindi il principale propulsore per lo sviluppo del sionismo come movimento politico, circostanza di cui quest’ultimo reca su di sé evidenti tracce, visto che il sionismo accetta e fa proprie le premesse dell’antisemitismo. Ciò è espresso in maniera esemplare nel testo fondativo del sionismo politico, Lo Stato ebraico di Theodor Herzl.

In questo celebre pamphlet Herzl scriveva di “comprendere l’antisemitismo”, [25] e analizzando il cosiddetto “problema ebraico” argomentava che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono tutti quanti antisemiti”, [26] una loro reale assimilazione non avrebbe potuto aver luogo se non in misura estremamente limitata: in questa maniera Herzl arrivava ad accettare la tesi antisemita della inassimilabilità degli ebrei, premessa da cui partiva la sua proposta di trattare quella ebraica come una questione nazionale la cui unica soluzione sarebbe stata la fondazione – garantita dal sostegno politico di qualche potenza – di uno Stato ebraico dove gli israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Creato tale stato, profetizzava Herzl, la condizione degli ebrei si sarebbe “normalizzata” e l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere “ovunque e subito”. [27] Per spingere gli ebrei ad emigrare nella loro “terra promessa” Herzl intendeva servirsi proprio dell’antisemitismo: dalla partenza degli ebrei infatti i paesi antisemiti avrebbero avuto tutto da guadagnarci, giacché i capitalisti gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei loro concorrenti israeliti che dei numerosi socialisti di origine ebraica. È significativo che per il fondatore del sionismo politico a definire l’ebraismo come una nazionalità e gli ebrei come un popolo fosse proprio l’antisemitismo: “siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo”. [28] Nella sua visione gli ebrei si configuravano quindi non come una comunità religiosa, linguistica e/o culturale, ma come una comunità tenuta insieme da un comune nemico. Se l’identità ebraica era definita dagli antisemiti, era del tutto logico che Herzl facesse proprie le premesse dell’antisemitismo, e non era per mero artificio retorico che Herzl riproponeva nel suo pamphlet molti stereotipi antiebraici (“noi popolo avido”, [29] scriveva) o che egli non si ponesse affatto il problema della lotta all’antisemitismo e alle discriminazioni, giacché era in essi che il sionismo trovava la giustificazione per la propria esistenza. Qualora ci si attenesse alla definizione di “popolo” data da Herzl, con la scomparsa dell’antisemitismo verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che egli stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come altri popoli, avrebbero sempre avuto abbastanza nemici. Da quanto scriveva Herzl risulta chiaro in che senso sionismo e antisemitismo condividono la medesima premessa. Per dirla con le parole di Nathan Weinstock,

Il sionismo subisce, in ultima analisi, il contagio del razzismo. Rivendicando non la specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che postula l’ineguaglianza delle nazioni, fa sue le tesi antisemitiche. Facendo eco ai suoi persecutori, si raffigura “problematicamente” la propria esistenza in una società non ebraica, definendosi quindi come elemento perturbatore della armonia sociale. Spingendo l’alienazione fino al suo limite estremo, finisce con l’accettare il verdetto del razzista: l’ebreo deve scomparire. Atteggiamento sionista e mentalità antisemita sono simmetrici. […] Di qui una indiscutibile coincidenza d’interessi. [30]

Il fatto che sionismo e antisemitismo partano dalle stesse premesse non vuol dire ovviamente che il sionismo sia antisemita, ma certamente lo pone non come l’antitesi dell’antisemitismo, bensì come il suo complemento logico e politico. Nella misura in cui il sionismo respingeva l’assimilazione e poneva agli ebrei europei l’obiettivo politico del loro trasferimento en masse in Palestina, non poteva non trovare d’accordo gli antisemiti di ogni latitudine.

Di questo furono coscienti molti politici e intellettuali ebrei, sionisti e non, fin dalla nascita del movimento; valga per tutti l’esempio di Edwin Montagu, membro del governo britannico di origine ebraica, il quale nel 1915 osservò che “l’idea di restaurare il popolo ebraico nella terra che fu un tempo sua è spesso – temo – il desiderio a malapena mascherato di liberare il mondo protestante della sua popolazione ebraica”. [31] Lo storico del sionismo Georges Bensoussan liquida quest’affermazione come “una forma di odio di sé”, [32] che è la tipica strategia discorsuale utilizzata dai sionisti per delegittimare gli ebrei antisionisti, in quanto riducendo una presa di posizione politica a mero sintomo irrazionale di una presunta patologia psichica evita di affrontarne le argomentazioni logiche e politiche; [33] Bensoussan infatti non trova nessun argomento reale da opporre a quanto scriveva Montagu, né può trovarlo, perché l’affermazione di quest’ultimo era una semplice constatazione: non a caso una delle prime proposte di istituzione di uno Stato ebraico in Palestina era stata avanzata da un antisemita, l’ungherese Viktor Istoczy, alla Conferenza di Berlino del 1878. [34] Riassumendo la posizione degli ebrei antisionisti dei primi anni del Novecento, lo storico polacco Isaac Deutscher scrive che per essi “l’antisemitismo trovava il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di « Ebrei, andatevene! ». I sionisti, infatti, accettavano di andarsene”. [35]

La conseguenza politica del rapporto di complementarità ideologica e politica che il sionismo intrattiene con l’antisemitismo fu che Herzl e i suoi successori cercarono alleati soprattutto tra i politici europei antisemiti. Si capisce ora perché tutta la storia del sionismo sia costellata di patti e “relazioni pericolose” con eminenti antisemiti: dagli incontri di Herzl con il Kaiser Guglielmo II e con il ministro degli Interni russo von Plehve (istigatore dei pogrom) al sostegno di Lord Balfour, feroce oppositore dell’immigrazione ebraica in Gran Bretagna oltre che autore della celebre dichiarazione che garantiva ai sionisti l’appoggio di Londra nella costruzione del loro “focolare nazionale” in Palestina; dall’accordo antibolscevico siglato nel 1921 da Žabotinskij con il massacratore di ebrei ucraino Petljura ai flirt con i governi antisemiti polacchi e con l’Italia fascista; [36] dagli accordi del 1933 e del 1938 con la Germania nazista fino alla campagna bombarola del 1950-51 contro la comunità ebraica irachena (una sorta di strategia della tensione ante litteram: gli attentati, compiuti da una rete clandestina sionista ma attribuiti a fanatici locali, ebbero la funzione di convincere gli ebrei iracheni che il paese mesopotamico non era più sicuro per loro e che dovevano emigrare in Israele) [37]: non si trattava né di malvagità né di opportunismo di singoli leader, bensì della necessità intrinseca del sionismo di servirsi degli antisemiti per spingere gli ebrei diasporici più recalcitranti ad emigrare in Palestina prima e in Israele poi. Un personaggio come l’esponente del Likud Moshe Feiglin, il quale non ha pudore nel tessere le lodi di Hitler, non è quindi un caso isolato di follia, bensì l’ultimo rappresentante di una lunga ed illustre lista.

Il debito ideologico del sionismo nei confronti dell’antisemitismo trova la sua massima incarnazione nella Legge del Ritorno del 1950 (cui sono stati aggiunti emendamenti nel 1954 e nel 1970), [38] autentica pietra miliare dello Stato di Israele perché stabilisce il diritto di ogni ebreo a stanziarsi sul suo territorio e ad acquisirne la cittadinanza attraverso una semplice domanda, facendo di Israele non semplicemente lo Stato degli ebrei residenti in Palestina, bensì lo Stato di tutti gli ebrei del mondo. Detta legge, che definisce come ebrea “una persona che è nata da madre ebrea oppure si è convertita all’ebraismo e non è affiliata ad un’altra religione”, [39] estende il diritto a “ritornare” anche ai coniugi di un/a ebreo/a e a quanti hanno almeno un ebreo fra i quattro nonni, “fatta eccezione per una persona che è stata ebrea e si è volontariamente convertita ad un’altra religione”. [40] È in questa definizione degli aventi diritto alla cittadinanza che la Legge del Ritorno manifesta le tracce della genealogia ideologica del sionismo, giacché i legislatori, non riuscendo a trovare una definizione di “ebreo” che potesse andare al di là di quella religiosa, hanno fatto ricorso a quella fornita dagli antisemiti: rientrano infatti tra i beneficiari della Legge tutti quelli che sarebbero stati considerati “ebrei” o “meticci” dalle famigerate Leggi naziste di Norimberga del 1935. In sostanza, la Legge del Ritorno è un calco a negativo delle Leggi di Norimberga. “Questa legge – come ha appropriatamente detto in un’intervista l’ex-dirigente laburista israeliano Avraham Burg – è uno specchio che riflette l’immagine di Hitler, e io non voglio che sia Hitler a definire la mia identità.” [41]

Alla luce di tutto questo, il sillogismo che equipara l’antisionismo all’antisemitismo risulta basato su premesse mendaci e su altrettanto mendaci conclusioni. Osserva a riguardo Judith Butler che “Il mancato riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele può essere interpretato come un mancato riconoscimento del diritto all’esistenza del popolo ebraico solo se si pensa che Israele sia l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico, o se si ritiene che tutto il popolo ebraico abbia affidato allo Stato di Israele […] l’esclusiva responsabilità della propria perpetuazione.” [42] Ma è evidente che Israele non è l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico: questa possibilità è contraddetta dalla stessa narrazione sionista secondo la quale il popolo ebraico per 2000 anni non avrebbe mai cessato di voler “tornare” in Palestina: se il popolo ebraico è sopravvissuto per 2000 anni senza Stato, uno Stato ebraico non è evidentemente una conditio sine qua non per la sua sopravvivenza [43]. Inoltre se antisemitismo e antisionismo fossero la stessa cosa, osserva Isaac Deustcher, “allora gli ebrei esteuropei, nella loro stragrande maggioranza, non erano che degli antisemiti: una conclusione ovviamente assurda.” [44]

Beninteso, l’antisemitismo può anche essere antisionista, ma finché esso mira alla “pulizia etnica” nei confronti degli ebrei e alla loro espulsione verso la Palestina, esso è stato e sarà sempre un alleato oggettivo dei sionisti. Questo non toglie che, di fronte alla prospettiva dello sterminio molti sionisti abbiano partecipato individualmente o come sezioni locali di organizzazioni internazionali alla resistenza antinazista (c’è poi l’esempio della Brigata Ebraica palestinese inquadrata nelle armate alleate): il caso di Mordechai Anielewicz, giovanissimo militante di Ha Shomer Ha Tza’ir ed eroico comandante della rivolta nel ghetto di Varsavia, è certamente il più noto, ma non l’unico. Non si tratta qui di negare o svalutare questo contributo, ma di rendersi conto che esso ebbe luogo a dispetto della posizione del movimento sionista in generale, e non grazie ad esso. È importante dirlo e ribadirlo, perché la tendenza oggi egemone è quella dell’appropriazione nazionalistica da parte israeliana della resistenza ebraica allo sterminio: il ruolo dei sionisti in quest’ultima viene enfatizzato oltre misura, e specularmente viene invece minimizzato il contributo del Bund, dei comunisti e più in generale dei non-sionisti; emblematico il caso di Marek Edelman, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia e all’epoca militante del Bund, il cui libro sull’insurrezione ha dovuto attendere cinquantasei anni prima di essere pubblicato in ebraico, perché contraddiceva la versione dei fatti propagata dall’establishment israeliano. [45] Parallelamente, invece, si tende a tacere il ruolo dei dirigenti sionisti che collaborarono attivamente allo sterminio in qualità di dirigenti degli Judenräte o dei corpi di polizia ebraica dei ghetti (fra i casi più importanti, vanno ricordati quelli di Chaim Rumkowski, Jacob Gens, Ephraim Barasz, Salek Desler, Moses Merin, Abraham Gancwajch): un esempio emblematico di questa rimozione è il Dizionario dell’Olocausto di Walter Laqueur, che nelle voci dedicate a Gens, Rumkowski e Merin tace sistematicamente la loro appartenenza a questa o quella corrente sionista.

È quindi paradossale, alla luce di tutto questo, che oggi lo Stato di Israele possa arrogarsi il ruolo di guardiano della memoria della Shoah e di garante della democraticità e dell’antifascismo di personaggi come Fini, tanto più che l’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio degli ebrei va di pari passo con la minimizzazione o la negazione di altri stermini: lo Stato di Israele infatti non solo non ha riconosciuto il genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra Mondiale, ma addirittura il suo presidente Shimon Peres ha definito tale genocidio come mere “chiacchiere” e ha affermato che il numero dei morti armeni era “insignificante” [46] (come è noto, furono sterminati più di un milione e mezzo di armeni). Tel Aviv del resto è stretta alleata di Ankara, e da sempre ha chiuso tutti e due gli occhi nei confronti del pedigree dei suoi alleati, dalla Germania Ovest dove pullulavano gli ex gerarchi nazisti [47] al Sudafrica dell’apartheid. Inoltre, presentandosi come erede delle vittime dello sterminio e presunto garante dell’antifascismo, lo Stato di Israele si pone in una posizione discorsiva che gli permette di etichettare automaticamente i suoi nemici come nazisti e antisemiti: come spiega Idith Zertal,

La nazificazione del nemico, quale che sia, e la trasformazione delle minacce alla sicurezza in pericolo di annientamento dello Stato, sembrano aver caratterizzato, salvo rare eccezioni, il discorso dell’élite politica, sociale e culturale israeliana. [48]

In questa visione ideologica e paranoica del mondo i vari Haj Amin al-Husayni, Gamal Abdel Nasser, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Mahmud Ahmadinejad sono stati tutti in vari momenti dipinti come altrettante reincarnazioni di Hitler, come se la storia non consistesse in altro che in un’eterna ripetizione della Seconda Guerra Mondiale, senza alcun tipo di contestualizzazione storica concreta. Viceversa, i sionisti e i loro sostenitori occidentali si irritano terribilmente quando qualcuno paragona il modus agendi delle forze armate dello Stato di Israele a quello dei nazisti, ma non trovano nulla da ridire invece se un alto ufficiale israeliano dichiara pubblicamente che Tsahal deve prendere esempio dalla tattica utilizzata dalla Wehrmacht nel ghetto di Varsavia: [49] vale la pena ricordare a questo proposito che i primi ad equiparare il comportamento di Tsahal a quello dei nazisti furono proprio alcuni ministri del primo governo israeliano. [50] Riportare alla luce le relazioni pericolose tra il movimento sionista e la Germania nazista, in questo contesto, diventa una necessità non solo di chiarezza storica, ma anche e soprattutto di demistificazione ideologica, onde rendere possibile una critica radicale del sionismo. Certamente questo spiacerà a molti, ma come ha ammonito a suo tempo Isaac Deutscher, “Gli israeliani […] dovrebbero anche abituarsi all’idea che il loro stato non è esente da critiche: esso è un’opera terrena, non una sacra entità biblica, non uno stato nazionale « eletto ».” [51]

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 NOTE

[1] Theodor Herzl, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal, New York, Dial Press, 1956, p. 7 (nostra traduzione).

[2] Riportato in Georges Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale: 1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 409.
[3] Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll. trad. it. di N. De Vito e P. Sinatti, Roma, Samonà e Savelli, 1970 [1969], p. 136.
[4] Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 [1991], p. 182.
[5] Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 89.
[6] Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 307.

[7] Ibidem.

[8] A questo proposito scrive la studiosa ebrea americana Judith Butler che l’accusa di antisemitismo contro chi critica la politica israeliana o mette in discussione il sionismo tout court costituisce uno strumento per “controllare il comportamento politico attraverso uno stigma insopportabile, […] un dispositivo per il quale, a livello del soggetto, si sta realizzando ciò che è già esplicitamente in atto a livello della società in generale, ossia la delimitazione, la selezione di ciò che può essere ammesso e detto nella sfera pubblica.” (Judith Butler, “L’accusa di antisemitismo: gli ebrei, Israele e rischi di una critica pubblica”, trad. it. di F. De Leonardis, in Vite Precarie, a cura di O. Guaraldo, Roma, Meltemi, 2004, pp. 153-4).

[9] Tom Segev, op. cit., p. 19.

[10] Ibidem.

[11] Moshe Beilinson, giornalista e scrittore sionista laburista (1889-1936), riportato in Tom Segev, op. cit., p. 18.

[12] Riportato in Tom Segev, ibidem.

[13] Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005 [1963], p. 48.

[14] Cfr. David J. Goldberg Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad. it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 [1996], pp. 219-56 per una puntuale critica del revisionismo di destra come versione sionista del fascismo.

[15] Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 22 e sgg.

[16] I verbali degli incontri si possono leggere in Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961], pp. 512-24. Sulla questione dei rapporti tra fascismo e sionismo, si veda anche Furio Biagini, Mussolini e il sionismo, Milano, M&B Publishing, 1998.

[17] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 159.

[18] Il testo completo dei rapporti sulla missione in Palestina si trova in Renzo De Felice, op. cit., pp. 526-531.

[19] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 526.

[20] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., 186.

[21] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., 187.

[22] In realtà, fra il nazionalismo ebraico del Bund e quello sionista sussiste un’altra sostanziale differenza: se i bundisti identificavano empiricamente nella lingua yiddish il segno che determinava il carattere di minoranza nazionale, e non solo religiosa, della popolazione ebraica dell’impero zarista (e quindi identificavano nazione ebraica e yiddishkeit, cfr. Georges Bensoussan, op. cit., p. 402-3 e Ilan Greilsammer, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 [2005], pp. 50-1), i sionisti miravano invece alla rinascita nazionale attraverso il revival della lingua ebraica, che comportava l’abbandono delle lingue diasporiche – definite dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, che invece auspicava che il sionismo facesse propria una lingua “maggiore” come il tedesco, “lingue del ghetto […] idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le avevano rubate” (Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner, Genova, Il Melangolo, 2003 [1896], p. 90) – e una cancellazione dei tratti culturali e psicologici identificati come “tipici” della diaspora, in favore della costruzione di un nuovo homo Hebraicus.

[23] Si può citare ad esempio lo storico e pensatore ebreo russo Shimen Dubnov (1860-1941) che pur essendo antisionista era anch’egli un nazionalista ebraico (proponeva l’autonomia degli ebrei all’interno dei paesi in cui vivevano); a differenza dei militanti del Bund, però, Dubnov non identificava l’ebraicità con il solo mondo yiddish, ma vi includeva tutti gli ebrei del mondo (cfr. Georges Bensoussan, op. cit., pp. 401-11 e Ilan Greilsammer, op. cit., pp. 52-3). Per quanti aderivano al nazionalismo ebraico dubnoviano gli ebrei erano sì una minoranza nazionale nei paesi dove vivevano, ma una minoranza nazionale autoctona, cosa che implicava, a differenza del sionismo, la lotta contro l’antisemitismo e per il riconoscimento dei propri diritti nazionali in loco.

[24] Sulle radici culturali del sionismo, che nella sua fase iniziale, come tutti i nazionalismi, trovò espressione soprattutto in ambito letterario e giornalistico e fu da subito legato alla rinascita della lingua ebraica, si rimanda a George Bensoussan, op. cit., pp. 3-126.

[25] Theodor Herzl, op. cit., p. 23.

[26] Theodor Herzl, op. cit., p. 34.

[27] Theodor Herzl, op. cit., p. 100.

[28] Theodor Herzl, op. cit., p. 39.

[29] Theodor Herzl, op. cit., p. 69.

[30] Nathan Weinstock, op. cit., p. 50. E infatti gli articoli di Herzl trovarono accoglienza sulle colonne del quotidiano antisemita La libre parole (ibidem).

[31] Riportato in Georges Bensoussan, op. cit., p. 416.

[32] Ibidem. Da notare che nella retorica sul presunto “odio di sé” è implicita l’equazione tutta ideologica tra sionismo ed ebraismo: se si ritiene che un/a ebreo/a, prendendo posizione contro il sionismo, stia manifestando odio per la propria ebraicità, è sottinteso che il sionismo metonimicamente stia per l’ebraismo nella sua interezza; poiché tuttavia l’ebraismo non può in nessun modo essere ridotto al sionismo, risulta palese l’inconsistenza delle premesse su cui si basa la retorica sul presunto “odio di sé”.

[33] Un altro esempio tipico è quello di Robert Wistrich, che nella voce “Negazionismo” del Dizionario dell’Olocausto curato da Walter Z. Laqueur (ed. it. a cura di A. Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E. Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 [2001], p. 501) include arbitrariamente tra i negazionisti l’autore di Zionism in the Age of Dictators (London, Croom Helm, 1983) Lenni Brenner, sostenitore a suo parere di una “tesi delirante, che […] comportava una revisione radicale dei tragici eventi della seconda guerra mondiale”: la “tesi delirante” di Brenner in realtà non comportava nessuna revisione storica se non quella del mito nazionalista che presenta il sionismo come irriducibile avversario del nazismo; quanto affermava Brenner era né più né meno che un dato di fatto, ossia che i sionisti avessero fatto dei patti con i nazisti prima della guerra e che in seguito “avessero cinicamente approfittato dell’Olocausto anche dopo che i loro capi avevano colluso con i nazisti nel genocidio degli ebrei” (ibidem). Definendo la tesi di Brenner “delirante” Wistrich retoricamente evita di affrontare l’argomentazione dello studioso americano (che essendo ebreo è difficilmente tacciabile di antisemitismo), sancendone la pertinenza nell’ambito della psichiatria. Ma è lo stesso Wistrich a confermare involontariamente l’arbitrarietà dell’inclusione di Brenner tra i negazionisti, quando afferma nella stessa frase che “Più che di una negazione dell’Olocausto si trattava di una tesi delirante” (ibidem). Brenner in realtà non nega affatto l’Olocausto, come chi legge potrà constatare di persona consultando la versione on-line del suo libro all’URL

< www.solargeneral.com/library/ZionismInAgeOfDictators.pdf >.

[34] Georges Bensoussan, op. cit., p. 397.

[35] Isaac Deutscher, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it. di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 [1968], p. 82. A questo proposito è indicativo un parallelo con quanto sta avvenendo in questi giorni in Italia: uno dei più esagitati istigatori della pulizia etnica contro i rom, il segretario nazionale della Fiamma Tricolore Luca Romagnoli (un fascista dichiarato), ha proposto al parlamento europeo la creazione di uno Stato rom in Europa orientale.

[36] Tom Segev, op. cit., p. 24; Georges Bensoussan, op. cit., p. 1246.

[37] Ilan Pappé, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 177; David Hirst, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004 [1977], pp. 204-11.

[38] Il testo completo della Legge del Ritorno è disponibile in inglese sul sito della Knesset all’URL

< www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm >.

[39] The Law of Return 5710 (1950), Section 4B < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

[40] The Law of Return 5710 (1950), Section 4A < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

[41] In Ari Shavit, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz, June 9, 2007.

[42] Judith Butler, op. cit., pp. 137-8.

[43] Questo a prescindere dal carattere ideologico di detta affermazione, la quale presuppone l’esistenza di un solo popolo ebraico, astraendo dalle particolarità storiche delle molteplici esperienze dell’ebraismo e costruendolo come un soggetto omogeneo ed etnicamenente “puro” (come se tutti gli ebrei contemporanei fossero i discendenti degli antichi Ebrei, ignorando le conversioni che ebbero luoghi in diversi luoghi e tempi), laddove si tratta invece, secondo un classico procedimento nazionalista, della costruzione discorsiva di una “comunità immaginata” (cfr. Benedict Anderson, Imagined Communities, London-New York,Verso, 2006 [1983]). Chi scrive ritiene invece assai più rispondente al vero l’affermazione del rabbino inglese David J. Goldberg, storico del pensiero sionista, secondo il quale l’idea che gli ebrei fossero una nazione è un mito, giacché gli ebrei “erano, e sono, diversi popoli ebraici” (David J. Goldberg, op. cit., p. 305).

[44] Isaac Deutscher, op. cit., p. 82. Secondo Georges Bensoussan (op. cit., p. 405), nel 1898 i membri del movimento sionista erano circa 100.000, ossia solo l’1% degli ebrei del mondo.

[45] Idith Zertal, op. cit., p. 27 e sgg.

[46] Riportato in Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002, p. 114.

[47] Hannah Arendt (op. cit., p. 24) fa notare ad esempio che degli 11.500 magistrati della Germania federale circa 5.000 avevano lavorato nei tribunali nazisti. Fra gli ex-nazisti di rango riciclati va ricordato uno stretto consigliere del cancelliere Adenauer, il giurista Hans Globke, già commentatore delle Leggi di Norimberga.

[48] Idith Zertal, op. cit., p. 185.

[49] Riportato in Norman G. Finkelstein, ibidem.

[50] Si trattava del ministro dell’Agricoltura Aharon Cisling, il quale nella riunione del governo del 17 novembre 1948, a proposito di alcuni massacri commessi dalle truppe israeliane ai danni di civili palestinesi, dichiarò di non riuscire a dormire la notte al pensiero che degli ebrei avessero “commesso delle azioni naziste” (riportato in Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 488, nostra traduzione).

[51] Isaac Deutscher, op. cit., p. 141.

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