La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana.

Notizie drammatiche arrivano in queste ore dal Medio Oriente. Mentre Trump rilasciava le sue folli dichiarazioni sull’Iran, l’aviazione di Israele ha immediatamente bombardato Damasco preparandosi ad aggredire il Libano, dopo la vittoria di Hezbollah alle ultime elezioni.

Fermiamo i criminali nazi-sionisti che governano lo Stato di Israele. Fermiamo la mano agli assassini che hanno sterminato decine di palestinesi nella striscia di Gaza. Solidarietà all’eroico popolo palestinese! Solidarietà ad Hezbollah e ai suoi valorosi combattenti internazionalisti! Solidarietà alla Siria sovrana e al suo popolo che fronteggiano l’aggressione imperialista, sionista e dei loro alleati tagliagole jihadisti! Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia! Cinque Stelle datevi una mossa, se volete essere credibili agli occhi del popolo della pace!

Mauro Gemma, direttore di Marx21

Sorgente: La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana. ‘Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia!’

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UK drones firing organ-destroying ‘vacuum bombs’ on the rise in Syria – FOI request reveals (VIDEO)

 

The UK is ‘indiscriminately’ using thermobaric missiles as part of its ongoing air war in Syria, a Freedom of Information (FoI) request has revealed.

The Ministry of Defence (MoD) admitted, for the first time, using thermobaric weapons during strikes carried out by Royal Air Force MQ-9 Reaper drones during missions in January and February, in response to the FoI request by anti-war campaign group Drone Wars UK.

Thermobaric weapons, known colloquially as “vacuum bombs,” differ from conventional munitions – which cause damage by spreading shrapnel – as they create a high-temperature explosion with an extremely powerful blast radius. The pressure created causes severe internal damage to the organs of people caught in the blast radius.

According to Drone Wars, the request saw “officials give a breakdown of the type of Hellfire missiles fired, stating that 19 AGM-114N4 and 44 AGM-114R2 had been used. The ‘N’ version of the missile uses a Metal Augmented Charge (MAC) warhead that contains a thermobaric explosive fill using aluminum with the explosive mixture. When the warhead detonates, the aluminum mixture is dispersed and rapidly burns.”

While use of vacuum bombs remain legal under international law, their use has been criticized by human rights organizations as they have the potential to create unnecessary human suffering.

“Anyone in the vicinity is likely to die from internal organ damage,” the group added.

Manufactured by US arms giant Lockheed Martin, the company boasts that over 21,000 units of the missile have been delivered to the US Air Force and over 13 of Washington’s international partners, including the UK.

Coming in three configurations, Hellfires have been integrated on a variety of air platforms including the Apache and Super Cobra attack helicopters. As well as Predator and Reaper drones. They have also been added to turboprop fixed-wing aircraft, offering operators a cheaper platform to carry out counter-insurgency missions.

Increased use by the RAF

The UK’s use of thermobaric missiles was first reported in 2008 when the British military used Apache helicopters equipped with Hellfires to tackle Taliban insurgents in Afghanistan. News that troops were using such weapons caused a stir in Westminster with The Times reporting that “MoD weapons and legal experts spent 18 months debating whether British troops could use them without breaking international law.”

They settled on redefining the missiles as “enhanced blast weapons” in order to get around any potential legal wrangling.

Since then, and until the request granted by the FoI, the MoD has tried to avoid answering questions on their use of the thermobaric variant of the Hellfire.

Admission of their use comes the same week as UK Defense Secretary Gavin Williamson admitted that a recent RAF airstrike resulted in a civilian casualty. In a ministerial statement, Williamson said that the casualty “crossed into the strike area at the last moment,” during a targeted strike in northeastern Syria on March 26, that killed three militants of the Islamic State (IS).

In recent months, the RAF has been upping its use of drone strikes in Syria in favor of its dedicated multi-role strike bomber, the Tornado. According to Drone Wars, between January and March of this year, “UK drones fired as many weapons in Syria (92) as they have over the previous 18 months,” and is seeking further information on whether their use is increasing in favor of manned aircraft.

Sorgente: UK drones firing organ-destroying ‘vacuum bombs’ on the rise in Syria – FOI request reveals (VIDEO) — RT UK News

In Siria è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

A Ghouta è emersa la verità. Sotto scacco la narrativa mainstream che non può fare altro che censurare tutto

PICCOLE NOTE

Il governo siriano, dopo la caduta del quartiere di Ghouta, ha intensificato le campagne militari contro altri bastioni della resistenza, che sembra meno agguerrita di prima.

Dopo Ghouta, i ribelli hanno accusato il colpo, almeno momentaneamente. E ciò perché il quartiere Damasceno era la punta di diamante della resistenza, il suo cervello pulsante. Anche per questo è stata così cruenta la battaglia.

Abbiamo usato i termini usuali del mainstream, che identifica le forze che si oppongono a Damasco come “ribelli” e “resistenza”.

Sotto Ghouta

L’abbiamo fatto apposta, per far vedere quanto questa identificazione, parte fondante della narrazione che vede un regime sanguinario alle prese con un’opposizione libertaria, strida con quanto sta emergendo da Ghouta.

Anzitutto gli orrori. Li documenta un filmato siriano, certo di parte, ma che rimanda immagini che non possono esser frutto di manipolazione.
Nel filmato al quale rimandiamo (cliccare qui) si vedono gli orrori di Ghouta. Le immagini inquadrano la “prigione del pentimento”, dove si vedono le celle oscure e le gabbie interrate, esposte all’aperto. O l’attrezzo che mostriamo nella foto in alto, dove i prigionieri erano legati per essere torturati.

Non solo orrori. Un altro video (cliccare qui) mostra i tunnel scavati nel sottosuolo: un labirinto a quindici metri di profondità, che si snoda per chilometri e chilometri.

Si può notare dal video come, accanto alle immagini di tunnel scavati nella roccia,  si vedono gallerie larghe, ben illuminate. Prodotti di alta ingegneria. Che necessitano di mezzi sofisticati per lo scavo e le rifiniture.

Opere fatte in poco tempo, che non possono essere ascritte ai quattro straccioni armati asserragliati nel quartiere e ai loro schiavi, i poveri civili mandati sottoterra a scavare. No. Ci vuole ben altro. Macchine pesanti, ingegneri altamente qualificati. E tanti, tanti soldi. Milioni di euro. Soldi fluiti dall’estero: dai sauditi e dall’Occidente.

Le foto che invece mettiamo in calce all’articolo le abbiamo prese dal sito www.palaestinafelix.blogspot.co.uk

Anch’esso è decisamente schierato dalla parte del governo. E può essere tacciato di partigianeria. Ma le foto sono inequivocabili. E mostrano i prodotti chimici rinvenuti nei tunnel, provenienti dal mercato occidentale…

Vi risparmiamo le immagini degli arsenali bellici scoperti nel sottosuolo: armi pesanti, bombe, missili e quanto altro, a tonnellate. C’era una emergenza alimentare, dicevano le agenzie umanitarie, chiedendo l’apertura di corridoi per portare provvigioni (peraltro trovate immagazzinate). Allora come facevano ad arrivare tutte queste armi?

Lo scacco della narrazione mainstream

Quanto sta emergendo dice altro da quanto raccontato per anni. Come raccontano altro i sopravvissuti, che sono tornati a vivere nel Ghouta, sotto il controllo del governo.

Evidentemente non lo giudicano così sanguinario, se hanno preferito restare piuttosto che andar via con i miliziani jihadisti, come potevano.

Civili di Ghouta sui quali ci si stracciava le vesti, perché bersaglio delle bombe di Assad. E dei quali oggi non importa nulla a nessuno. Nessun cronista occidentale che vada a intervistarli.

Concludiamo questo articolo con un sondaggio del Corriere della Sera di ieri.

Solo l’11% ritiene che i raid in Siria sono stati “giusti”. Solo il 20% ritiene che Assad sia “responsabile delle centinaia di migliaia di morti” (evidentemente l’80% non ci crede, ma sul punto il Corriere tace).

Il 27% degli intervistati ritiene che “non ci siano prove” che l’attacco chimico di Ghouta sia opera di Damasco, mentre ben il 39% ritiene che sia solo “un pretesto per intervenire contro Assad”.

Un sondaggio che indica la debacle della narrativa corrente. E ciò nonostante sia stata propalata da tutti i media mainstream senza eccezione. E non certo per i troll russi o le Fake news. Semplicemente la gente ha visto troppe guerre giustificate con ogni mezzo in questi anni, dall’Iraq alla Libia a quanto altro.

Ci ha creduto una volta, due magari. Tertium non datur.

Notizia del:

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Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città.

A cura di Enrico Vigna, 23 aprile 2018

In questi giorni in tutti i media, la città di Douma è salita all’attenzione del mondo, causa l’ennesima aggressione missilistica, da parte di una coalizione a guida USA con al fianco Gran Bretagna e Francia, con Israele che in fatti di guerra non manca mai, oltre al solito coinvolgimento logistico dell’Italia, confermato dal primo ministro Gentiloni, visto che alcuni sottomarini per l’attacco sono partiti da Napoli. Il turro giustificato dal presunto e finora non accertato uso di armi chimiche da parte dell’Esercito Arabo Siriano.

Penso che però, non tutti sono a conoscenza di chi siamo andati ad aiutare in loco, chi sono le milizie islamiste che occupavano la città, quali le loro pratiche e su cosa si fonda la loro proposta di una nuova società siriana.

Gli ultimi jihadisti rimasti nella città, ora liberata, erano appartenenti alla milizia di ” Jaych al Islam ??? ??????? (Armata dell’Islam), una formazione salafita che ha nel suo programma, l’abbattimento del governo laico siriano e l’instaurazione di uno Stato Islamico governato dalle leggi della Sharia.

La sua fondazione risale al 2011 e prima di finire nella Ghouta orientale e poi asseragliarsi nella città di Douma come ultimo caposaldo, aveva operato anche nell’area di Damasco, Aleppo. Homs e nel governatorato di Rif Dimachq.

La sua prima definizione fu Liwa al Islam ( Brigata dell’Islam), poi adottò l’attuale definizione, dopo la fusione con altri gruppi islamisti radicali. I suoi membri sono stati calcolati in circa 2/3.000 uomini.

Suo leader e fondatore era stato Zahran Allouche, 44 anni, figlio del predicatore Abdallah Allouche, membro dei Fratelli Mussulmani, rifugiatosi in Arabia Saudita. Zahran era stato arrestato nel 2009, perché seguace dei Fratelli Mussulmani e poi rilasciato nel giugno 2011 durante un’amnistia del governo siriano, tre mesi dopo l’inizio del conflitto.

Per anni Zahran Allouche aveva terrorizzato gli abitanti di Damasco dichiarando che avrebbe “ripulito” la città. Ogni venerdì annunciava attacchi che avrebbe sferrato alla capitale. Nel 2013 ad Adra rapì delle famiglie alawite, utilizzò i prigionieri come scudi umani e ne portò in giro rinchiusi in gabbie, un centinaio; poi giustiziò un centinaio degli uomini, perché gli “infedeli” sapessero quale sorte li aspettava.

Ucciso dall’Esercito Arabo Siriano nel 2015, alla sua morte gli subentrò un uomo d’affari, lo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam al Boueidani, che ne prese il posto. Ma secondo la giornalista ed esperta di questioni mediorientali Lina Kennouche, de L’Orient- Le Jour , al-Boueidani, è un leader senza capacità né carisma, e di fatto è il religioso Abu Abdarrahman Kaaké che ha assunto la vera leadership del gruppo.

Questa formazione ha fatto parte di vari fronti islamisti e jihadisti : nel 2012-2013 del Fronte Islamico Liberazione Siria, poi dal 2013 al 2016 al Fronte Islamico e infine in Fatah Halab fino al 2017, infatti dopo la sconfitta della battaglia di Aleppo, liberata dall’Esercito Arabo Siriano, le varie componenti jihadiste sono andate ad una resa dei conti sanguinosa tra loro, con accuse reciproche che hanno sciolto il cartello jihadista.

Ha sempre rifiutato di entrare nell’Esercito Siriano Libero, non ritenendolo sufficientemente radicale. Ha ricevuto supporto, armi e finanziamenti in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar; si tratta di diversi milioni di dollari di finanziamenti in armi e addestramento militare, come documentato da The Guardian , del 7 novembre 2013.

Fortemente dipendente dall’Arabia Saudita , Jaych al Islam è anti sciita, anti alawita e molto ostile all’Iran e a Hezbollah, al suo interno vi è anche una tendenza vicina ai Fratelli Musulmani nella loro componente più estrema.

Jaych al-Islam ha finora beneficiato anche di un fiume di soldi raccolti nei circoli salafiti dei paesi del Golfo, direttamente dal padre di Zahran Allouche. Questa disponibilità di denaro ha sempre permesso a Jaych al-Islam di imporsi agli altri gruppi criminali nella regione.

Una famiglia, quella Allouche, molto implicata nei giochi di guerra destabilizzanti la Siria. Il cugino di Zahrane Allouche, Mohamed, anche lui un jihadista salafita, ed anche leader del gruppo terrorista, era a Ginevra come invitato ai colloqui di pace nella veste di delegato del suo gruppo.

Nato nel 1970, Mohamed Allouche ha studiato legge islamica nella capitale Damasco, prima di continuare a perfezionare le sue conoscenze presso la famosa Università islamica di Medina, in Arabia Saudita. Questo cugino di Zaharan Allouche, Mohammed, si rese celebre in Siria, per la violenta repressione dei costumi. Creò il Consiglio Giudiziario Unificato, che impose a tutti gli abitanti della Ghouta la versione saudita della sharia. Ed è famoso, non solo per l’odio contro le donne, ma anche per aver organizzato esecuzioni pubbliche di omosessuali, lanciandoli dai tetti delle case. Costui è ora il rappresentante di Jeych al-Islam ai negoziati di pace dell’ONU….

Di lui il quotidiano belga di Bruxelles, La libre Belgique scrisse il 14 marzo 2016: “…una personalità piuttosto chiusa, Mohamed Allouche è uscito dall’ombra a fine gennaio, quando è stato nominato capo negoziatore per la coalizione principale dell’opposizione siriana. A 45 anni, questo ribelle siriano della regione di Damasco sarà sotto i riflettori a Ginevra, dove è previsto l’inizio delle discussioni tra il governo siriano e l’opposizione…”

“…La sua uscita dall’ombra, aggiunge il quotidiano di Bruxelles, Mohamed Allouche la deve, in un certo modo, alla morte del cugino Zahrane, il leader del gruppo ribelle Jaych al Islam, ucciso lo scorso 25 dicembre (…). La sua presenza nei negoziati, non resta senza critiche. Alcuni sono perplessi che la partecipazione ai negoziati sia gestita da un membro di un gruppo armato che bombarda la capitale siriana… “. La famiglia Allouche oggi vive confortevolmente a Londra.

Anche istruttori provenienti dal Pakistan sarebbero stati usati per aiutare a formare militarmente il gruppo.

L’accademico Fabrice Balanche su challenges.fr, scrive che, dopo essere stata indicata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti alla fine del 2012, il Fronte al-Nusra…ha creato tatticamente nuovi piccoli gruppi con nomi falsi per continuare ad avere i finanziamenti USA. Il gruppo Jaych al-Islam è stato per esempio finanziato dagli Stati Uniti prima che fosse dimostrata la sua affiliazione con al-Qaeda“. Secondo lo scienziato accademico e politico libanese, Ziad Majed: “…L’Armata dell’Islam coopera con il Fronte al-Nusra, ramo di al-Qaeda in Siria, purché questo non cercasse di infiltrarsi nella Ghouta. Infatti in quest’area in questi anni ha sistematicamente liquidato qualsiasi altro gruppo di ribelli che potevano rivaleggiare con il suo predominio in questa regione…”.

Il 28 aprile 2016 vi furono violenti scontri nella Ghouta orientale tra Jaych al-Islam e Faylaq al-Rahman , la più grande brigata dell’Esercito Siriano Libero nella regione.

Poi Jaych al-Islam è entrata in guerra con Jaych al-Fustate, un’alleanza formata dal Fronte al-Nusra e dal Liwa Fajr al-Umma.

Dal 28 aprile al 17 maggio 2016, combattimenti sanguinosi tra loro e altri gruppi ribelli minori costarono più di 500 uccisi nella parte orientale di Ghouta; infatti Jaych al-Islam era dominante nell’est della regione, mentre altri gruppi avevano basi nella parte occidentale.

Il 25 maggio 2016, un cessate il fuoco fu raggiunto tra le varie fazioni ribelli, ma poi nuovi combattimenti mortali scoppiarono nell’aprile 2017.

Secondo Laure Stephan, giornalista ed esperto di medioriente di Le Monde, gli uomini di Jaych al-Islam “…hanno imposto la loro egemonia con un pugno di ferro feroce, non esitando a imprigionare o combattere i rivali, seppur anch’essi antigovernativi; utilizzando in città pratiche dispotiche; dai racket sul commercio e sulla gestione dei vari aspetti sociali, dell’uso dei tunnel che permettevano l’approvigionamento della città, taglieggiamento, reclutamento forzato, tortura sistematica, fucilazioni e imposizioni alla popolazione civile, alle donne, esecuzioni pubbliche …”.

Il gruppo è anche accusato di essere responsabile del rapimento e della scomparsa di una leader non violenta dell’opposizione siriana: Razan Zaitouneh.

Questa era una avvocatessa e giornalista, che dal 2001 si occupava in Siria della difesa dei diritti umani. Il 9 dicembre 2013, lei e altre tre persone: Waël Hamada, suo marito, Samira Al-Khali e Nazem Al-Hamadi, furono rapiti a Douma, dove si erano spostati dal marzo 2011. Secondo quanto denunciato da membri dei Comitati di coordinamento locali della Siria, una rete di attivisti dell’opposizione siriana, il rapimento e il loro assassinio furono compiuti dal gruppo Jaych al-Islam. Nel novembre 2015, come rappresaglia per un bombardamento governativo sulle loro postazioni, che causò decine di morti e centinaia di feriti, gli uomini di Jaych al-Islam radunarono centinaia di prigionieri, soldati siriani e civili, donne comprese, e dopo averli messi in gabbie, li dislocarono intorno, per servire da scudi umani contro gli attacchi governativi. Anche Human Rights Watch (HRW), ha denunciato, riportato da Le Figaro di Parigi, che: “… gruppi di ribelli siriani hanno usato ostaggi civili nella zona di Ghouta, come scudi umani per scoraggiare raid aerei. Non appartengono né a Daesh né a Nusra, ma all’esercito dell’Islam (“Jaich al-Islam”)…”.

Il 7 aprile 2016, un portavoce di Jaych al-Islam, Islam Allouche, ammise pubblicamente l’uso di armi chimiche “proibite” in scontri con le YPG curde, per il controllo del quartiere di Sheik Maksoud in Aleppo, costato la vita a 23 persone e il ferimento di altre 100, come riportato dal giornalista francese Bruno Rieth sul giornale “Marianne”, l’11 aprile 2016.

L’8 aprile la Croce Rossa curda accusava Jaych al-Islam di aver effettuato un attacco chimico a Sheikh Maqsud, ritenendo che, stante i sintomi, le armi contenessero in particolare del cloro .

Dopo la denuncia della CRCurda ed essendo di dominio pubblico, il gruppo per non farsi esautorare dai finanziamenti soprattutto USA, rilasciò una dichiarazione di autocritica, molto ambigua: “…il portavoce del gruppo siriano Jaych al Islam riconosce che durante “gli scontri con l’YPG per il controllo del distretto di Sheik Maksoud (…) uno dei leader di Jaysh al-Islam di Aleppo, ha utilizzato armi che non sono permesse e ciò costituisce una violazione delle regole interne del gruppo Jaysc al-Islam… il comandante è stato portato al tribunale militare interno per ricevere la punizione appropriata…”.

Come qui documentato i “nostri amici eroi” di Jaych al Islam ( nel senso dei paesi occidentali…), la sanno lunga circa l’uso di armi chimiche…

Comunque sia con la caduta della Ghouta orientale, sono stati liberati circa 200 prigionieri, unici sopravvissuti, che erano rinchiusi nelle carceri conosciute o clandestine di Jaych Al-Islam. Secondo l’OSDH, un organismo finanziato e supportato da varie Intelligence occidentali, e fortemente antigovernativo, almeno 3.500 persone, tra cui molte donne e bambini, sono state prigioniere di Jaych al-Islam. Ma altre fonti arrivano anche a cifre di oltre 6.000 prigionieri, a parte le esecuzioni compiute. In tutti questi anni il gruppo salafista ha fatto prigionieri, sia dissidenti dal suo operato o combattenti di fazioni rivali anti governative, che uomini e donne di altre fedi o leali al proprio governo e alla Siria. Una delle sue pratiche più ricorrenti erano i rapimenti, soprattutto di donne e bambini di altre fedi, ma anche di sunniti anti terroristi, fuori dai suoi territori, per poterli usare come ricatti o merce di scambio con il governo siriano. Vi è un forte timore e presentimento che, non appena l’area sarà ispezionata dalle forze dell’Esercito Arabo Siriano, saranno trovate molte fosse comuni e così capiremo dove sono finiti i prigionieri dei terroristi “moderati”, sponsorizzati dalle potenze occidentali. Una prima, è già stata trovata proprio in questi giorni, come documentato dai media, con oltre 30 corpi, ma che potrebbero diventare anche centinaia.

Il gruppo è classificato come organizzazione terrorista dalla Repubblica Araba siriana, dalla Russia, dall’Iran e dall’Egitto.

Nonostante questo, nello sforzo per trovare soluzioni negoziali e fermare la guerra in Siria, la Russia attraverso il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che guida i negoziati internazionali per la pace, ha spinto per una presenza nei negoziati a Ginevra, di due rappresentanti dei ribelli armati, di Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che erano presenti ai colloqui. Invitati “a titolo personale” e non considerati come partner nei negoziati.

In questa pagina del sito del gruppo, il 15 marzo 2018, si può leggere una preghiera contro i non-sunniti, siano mussulmani sciiti o cristiani o ebrei che si conclude così: «Uccideteli. Dio li strazia per mezzo delle vostre mani. Dio vi concederà la vittoria».

A cura di Enrico Vigna – SOS Siria/CIVG – 23 aprile 2018

Notizia del: 23/04/2018

Sorgente – Siria, DOUMA: chi sono le milizie di « Jaych al Islam » che occupavano la città. – L’Antidiplomatico

Fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

Il segretario PCcino ‘Ponzio Pelato’ non ha mai letto il Che fare? di Nikolaj Lenin, ma il Chi? di Alfonso Signorini.

Il Ministero della Difesa russo dichiarava che 95 dei 105 missili lanciati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia furono intercettati dalle difese aeree della Siria, impiegando sistemi di difesa aerea S-125, Buk e Kvadrat di fabbricazione sovietica, proteggendo integralmente 4 principali basi aeree siriane; infatti. i 12 missili lanciati sull’aeroporto militare di al-Dumayr furono tutti intercettati, così come i 18 missili contro l’aeroporto militare di Bulayl, i 12 missili contro l’aeroporto militare di Shayrat, i 9 missili contro l’aeroporto militare di Mazah e i 16 missili contro l’aeroporto militare di Homs. Dei 30 missili lanciati su Barzah e Jaramana, a Damasco, solo 7 colpivano l’edificio per la ricerca farmaceutica. Ovviamente, il Pentagono, per nascondere tale imbarazzante fallimento, si esibiva nella conferenza stampa il tenente-generale Kenneth McKenzie, propalando dichiarazioni grottesche tese a nascondere i fatti e a celebrare dei successi che, se fossero veri, sarebbero le mera illustrazione di un piano operativo delirante. “Riteniamo che tutti i nostri missili abbiano raggiunto i loro obiettivi“, dichiarava McKenzie; e cosa significa tale affermazione?
1. I missili lanciati dagli USA colpivano “fabbriche e depositi di armi chimiche” senza preoccupazioni sull’eventuale diffusione di agenti chimici nelle vicine aree abitate; gli USA sapevano che non c’era nulla all’interno. Soprattutto ciò avveniva poco prima che gli ispettori sulle armi chimiche iniziassero le indagini presso Damasco.
2. Gli USA avrebbero sparato 105 missili contro solo tre obiettivi; tale affermazione si commenta da sé. Ovvero, i siriani avevano abbattuto il 90% di tali missili, perciò gli Stati Uniti parlavano di aver voluto attaccare solo i tre obiettivi che erano riusciti effettivamente a colpire, e questo con ben tre ondate di lanci di missili eseguiti con intervalli di circa un’ora…
3. Tre missili “fortunati” avevano colpito fabbriche di armi chimiche di cui gli Stati Uniti non avevano mai parlato in 7 anni (poiché erano nel territorio occupato dai terroristi fino a ieri). Volevano essere sicuri di cancellare le prove?La forza d’aggressione alla Siria era composta da 2 cacciatorpediniere e 1 incrociatore statunitensi, 1 fregata francese, 4 cacciabombardieri Tornado inglesi e 2 bombardieri B-1B statunitensi. L’incrociatore Monterrey aveva lanciato 30 missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Higgins 23 Tomahawk, il cacciatorpediniere Laboon 7 Tomahawk, il sottomarino John Warner 6 Tomahawk, i 2 bombardieri B-1 21 missili JASSM, i 4 cacciabombardieri Tornado GR4 16 missili Storm-shadow. Si era parlato di aerei francesi, ma non è vero, poiché di francese c’erano solo i missili Storm-shadow usati dagli inglesi.Secondo gli statunitensi, i 3 impianti “obiettivi ufficiali” furono colpiti da ben 105 missili da crociera:
– 76 missili contro il centro di ricerca di Barzah, a Damasco
– 22 missili contro una non ben definita struttura “chimica”
– 7 missili contro un non ben definito “bunker chimico”
Gli ultimi due si trovavano fino a pochi giorni prima in territorio controllato dai terroristi armati e finanziati da USA, Regno Unito, Francia, Qatar, Turchia ed Arabia Saudita…
Il Centro ricerche di Barzah:Ciò che McKanzie diceva era che questi 3 edifici del centro furono colpiti da 76 missili da crociera!!! “Affermazione ridicola e senza la minima credibilità”. Sarebbero stati colpiti nel modo seguente:In Siria furono attaccate strutture simili con un missile da crociera per edificio. Si può pensare di voler essere sicuri? 2 o 3 andavano bene per edificio; ma qui gli Stati Uniti affermano di averne lanciato 76 contro 3 edifici…
Gli altri due obiettivi attaccati, secondo gli Stati Uniti, erano un deposito ad Him Shinshar:Sempre secondo gli statunitensi, la struttura sarebbe stata colpita da 22 missili da crociera!!! Altra affermazione ridicola e senza la minima credibilità. Tanto più che a differenza di Barzah, si trattava di 3 capannoni in lamiera, cioè strutture fragilissime. Un missile per struttura bastava. Per capire di cosa si parla, si guardi questa foto elaborata per mostrare cosa significherebbe lanciarvi 22 missili da crociera:Come si può vedere dalle immagini satellitari, gli Stati Uniti mentono quando affermano che il sito fu colpito da 22 missili da crociera.Il terzo dei bersagli attaccati, secondo gli Stati Uniti, era il bunker “chimico” di Him Shinshar:Secondo gli statunitensi, l’installazione sarebbe stata colpita da 7 missili da crociera!!! Ancora un’affermazione senza la minima credibilità. Ecco la foto ritoccata per mostrare cosa significherebbero 7 missili da crociera su quest’installazione:Come si può notare non ci sono 7 impatti di missili da alcuna parte.In realtà, la difesa aerea siriana è interconnessa con quella russa che, attraverso i sistemi di collegamento, incrementava l’efficienza della difesa aerea della Siria basata sui sistemi aggiornati Buk, Pantsir, S-200 e S-125 Pechora-M, coordinati da moltiplicatori di forza come aerei AWACS, sistemi ECM, sistemi radar e sistemi delle navi russe. Ad esempio, gli inglesi avevano lanciato i loro missili su Homs, ma furono tutti abbattuti dai sistemi di guerra elettronica siriani. Gli inglesi vi perdevano 50 milioni di dollari di armamenti, e senza colpire nulla. Infine, i sistemi di difesa aerea siriani impiegati per abbattere i missili da crociera statunitensi furono i seguenti: Pantsir-S1, Buk-M2E, S-125/S-125M, Osa, S-75 e cannoni antiaerei, che riuscivano ad abbattere circa 97 missili. Non furono impiegati i missili S-200.Conclusione
Ma ciò che infastidisce più di tutto sono gli espertidiminkia, dai generaloni della NATO-in-pensione-e-in-TV, agli esperti in geominkiate di regime, ospiti fissi dei talk show piddiotizzanti, fino ad arrivare al circo delle pulci neo-ottomaniaci, i paggetti erdoganisti pseudo-eurasiatici che mentre abbaiano contro Egitto e India, che condannano l’aggressione alla Siria, osannano il sultano pazzo Erdogan che invece partecipava a tale aggressione alla Siria. Ebbene, tale ammasso di ciarpame, pur avendo sbattuto la faccia contro i fatti (dalla testa dura) e non sapendo come rigirarsi tale sonora pedata al culo ricevuta dal popolo e dall’esercito della Siria, cerca ogni modo di deformare i fatti e giustificare le proprie avventatezze ideologiche scalando pareti vetrate di grattacieli, pur di non dire che i supermen che albergano al Pentagono, come insegna la propaganda di Raiset-La47, hanno racimolato l’ennesima bastonata, travisata sempre da vittoria dalla suddetta propaganda, con tanto di coretto di corvi catastrofisti filo-imperialisti che, camuffati da eterni finti filo-russi e filo-siriani, sempre denigrano la Russia per l’“immobilismo” mostrato in Siria.
Un esempio? Sono i geniacci che ci dicono che l’attacco era ‘concordato’ tra Trump e Putin; ebbene tale scherzo comprendeva 105 missili da crociera, al modico prezzo di 1,5 milioni di dollari al pezzo. Si facciano i calcoli, e si dica che tale spesa era solo intesa a tirar su uno ‘scherzo’ che copre di ridicolo il Pentagono, la NATO, i governi di tre potenze occidentali, il complesso militar-industriale degli USA, l’intero apparato mediatico del ‘libero’ occidente, ecc.; e non si badi a cosa certi “communists”, col vitalizio e sempre in prima linea nei talk shaw berlusconiani, arrivano a dire (“i russi hanno disattivato le difese antimissile in Siria”) pur di denigrare l’operato dell’alleanza russo-siriana e celebrare i “successoni” immaginari degli USA. Non possono che dire questo, pena l’esclusione dai salotti televisivi da dove condurre una novella immaginosa ‘rivoluzione d’ottobre’…
L’unico scherzo in tutto questo, non è l’attacco missilistico alla Siria, ma l’indecoroso spettacolo messo su da tale torma di geocazzari d’ogni risma e tendenza, affratellati dal comune odio per la Russia e dal tentativo di salvare il grugno lesionato di Trump; nonostante perfino il segretario alla Difesa Mattis e il Capo di Stato Maggiore statunitense Dunford, relazionando sull’attacco missilistico, abbiano chiarito che qualsiasi responsabilità su tutto questo, anche futura, ricadeva solo su Trump, con implicita presa di distanza.

Fonti:
Analisi Militares
Bolshaja Igra
The Duran
Wail al-Russi

Alessandro Lattanzio, 15/04/2018

Sorgente: Fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

ISRAELE: “MISSIONE INCOMPIUTA. RIFARE”

L’ostinazione con cui il giornale israeliano di Torino La  Stampa insiste a  pubblicare   storie di  fanciulli – tutti  fotogenici –  “sfuggiti alle bombe chimiche di Assad”, e tutta la narrativa di propaganda ormai screditatissima   e dimostrata falsa, può  rivelare due cose: o imperturbabile chutzpah, o estremo disappunto.   Perché il tentativo di Netanyahu di trascinare USA ed Europa nella guerra decisiva in Siria appare fallimentare. Il gratuito e limitato attacco dei tre aggressori, USA, Francia, Gran Bretagna, sembra essersi risolto in un danno: politico, militare, d’immagine e psicologico.

Narrativa” made in Israel.

La stessa ridda di informazioni contraddittorie  sui fatti  che  esce dalle tre capitali dimostra la confusione che regna i  quel campo.  Il generale Mattis, capo del Pentagono, che annuncia “il nostro è un colpo isolato”;  Nikki Haley, l’ambasciatrice all’Onu, che  decreta nuove e durissime sanzioni contro la Russia, evidentemente   a nome della lobby, scontenta dei  troppo simbolici lanci di missili; Macron che dichiara che ha  convinto Trump a lasciare  soldati americani in  Siria (ossia ciò che vuole  Netanyahu), e viene subito smentito dalla Casa Bianca. Si aggiunga che  prima esce l’indiscrezione che Trump voleva bombardare siti iraniani e russi ma Mattis s’è fermamente opposto, seguita poi dal dettaglio  contraddittorio  che  Trump,  posto di fronte a tre opzioni di attacco in Siria, ha scelto la meno dispendiosa, limitare l’attacco ai tre siti che la fantasia  occidentale ha definito “fabbriche e depositi clandestini”  di armi chimiche  di Assad – e di cui il  principale, la palazzina di Berzah, era un laboratorio farmaceutico  visitato regolarmente  dagli osservatori  dell’OPWC (Organisation for the Prohibition of chemical weapons) .

La “fabbrica clandestina” era regolarmente ispezionata dalll’OPCW

“Trump sta abbandonando Israele?”

Netanyahu. Lo stato d’animo del governo sionista dopo l’attacco, è rivelato dal titolo del Jerusalem Post: “Trump sta abbandonando Israele?”.  Ci limitiamo a due frasi. “Senza una presenza americana in Siria per aiutarci a contenere il regime di Assad, Israele può sentirsi obbligata ad aumentare il livello e la letalità delle sue azioni unilaterali  per proteggere i suoi confini”. “E’ un grave smacco strategico per la leadership americana e la sicurezza israeliana. I governanti dello stato ebraico  non possono  fare a meno di chiedersi se Washington gli parerà il didietro se decide un colpo preventivo contro la minaccia dell’Iran basata in Siria”.  La sola speranza è John Bolton, “che ha molti amici in Israele”, da cui l’ordine  alla  lobby di far pressioni sul baffuto consigliere.

http://www.jpost.com/Opinion/Washington-Watch-Is-Trump-abandoning-Israel-549817

Macron è diventato il Piccolo

Emmanuel Macron, partecipando all’attacco, ha danneggiato la sua posizione internazionale che credeva di migliorare.  Il suo governo ha emanato un documento (Evaluation Nationale) che pretende di  portare le “prove” delle violazioni siriane (attacco chimico) onde giustificare “giuridicamente”  l’attacco bellico  al regime di Damasco.  Senza il mandato ONU.   Ossia, come ha riconosciuto persino una tv francese, TV5 Monde, “violare il diritto internazionale per farlo rispettare”.  Ovviamente, le opposizioni, da Marine Le Pen a Melenchon passando per Les Republicains, gli sono saltate alla gola: è la prima volta dal 1945 che la Francia esce dalla legalità internazionale.  Ora, già questo fatto indica che  il giovanotto ha subito una pressione “talmudica”:  non riconoscere i trattati internazionali, lo jus publicum aeroropaeum che riconosce anche nello stato  nemico un justus hostis, è proprio del diritto  talmudico. La superpotenza americana lo fa dall’11 settembre, dichiarandosi (con la dottrina Bush) pronta ad aggredire ogni Stato che a suo giudizio disturbi il proprio interesse nazionale, ossia senza riconoscere allo stato aggredito la legittimità di esistere.  Che possa farlo Parigi, è dubbio.  Macron rischia di finire come Sarkozy, che è sotto processo  in relazione alla sua aggressione  alla Libia per far uccidere Gheddafi, il pagatore della sua campagna elettorale. In ogni caso,  Macron si è isolato dalla UE  e la “relazione speciale” che sperava di approfondire con la Germania per guidare a due l’Unione, si allontana.   Anche la posizione di Parigi come onesto mediatore in questione internazionali, dal Medio Oriente  all’Iran,  è intaccata, e così nell’Africa Francofona. 

Ha perso l’appoggio della UE. I 28 ministri degli esteri, riunitisi due giorni dopo l’attacco,  hanno invocato il dialogo con la Russia in Siria. Altrimenti, la UE si spaccava, ha detto un anonimo presente alla riunione: “Bisogna evitare che ogni paese faccia la sua politica autonoma di fronte a Mosca.  E’ importante perché  la UE esista”.  Mettete in conto a Salvini anche questo successo.

«Deux jours après les frappes, les pays européens appellent au dialogue avec la Russie en Syrie ». 

Anche l’opinione pubblica francese –  mentre i media inneggiavano a Macron “chef de guerre” –  è rimasta fra l’irritazione, l’ironica incredulità (“Abbiamo convinto Trump a restare in Siria-  chi, lui?”)  e la derisione:  specie quando dopo tutte le accuse “la  Russia è colpevole”, si è saputo che la Francia ha preavvisato la Russia dei luoghi e delle ore in cui avrebbe voluto colpire.  Macron torna ai problemi interni (scioperi, opposizione di massa alle sue “riforme”  liberiste)  molto rimpicciolito. Le Monde, a nome dei  Rotschild, titola: “Missione Incompiuta”.

Militarmente, l’attacco è stato un clamoroso insuccesso. Su questo sono d’accordo gli esperti militari francesi come quelli americani. Sull’autorevole sito Sic Semper Tyrannis,  un “Publius Tacitus” (pseudonimo sotto cui si nasconde un generale o un ammiraglio in servizio, obbligato all’anonimato) giudica che “il generale Mattis e il generale Dunford [il capo degli stati maggiori riuniti] si sono disonorati a prestarsi a questa mascherata”.

Il generale Dominique Delawarde è sarcastico. Riporta la versione russa  – 103 missili su sei obiettivi  (di cui quattro aeroporti militari siriani) dei quali 71 sono stati intercettati dalla contraerea siriana, senza che quella russa sia intervenuta.

E la versione americana: 105 missili su 3 “installazioni clandestine di armi chimiche”. Tutti andati a segno.

Il generale Delawarde commenta con ricordi personali: “Gli americani hanno fornito foto satellitari   «Battle Damage Assessment»  (stima dei danni inflitti dopo un bombardamento).  Anche nel dicembre 98, al tempo dell’Operazione DeseertFox, gli americani avevano colpito e fornito questo tipo di foto satellitari.  Il nostro satellite francese, molto preciso, dava dei  risultati molto diversi dai loro. Erano rimasti sorpresi di come li avevamo colti in flagrante menzogna” .  E “mi ricordo personalmente delle menzogne quotidiane del portavoce della NATO sulle false perdite dei serbi in Kossovo da marzo a maggio 1990. La NATO dichiarava più di 800 materiali importanti distrutti al 78 mo giorno di bombardamento. Il conteggio reale effettuato dopo il cessate il fuoco,  risultò di una trentina. Tutti i MiG distrutti a Pristina il primo giorno di guerra, una ventina, al momento del cessate il fuoco sono usciti dai sotterranei ed hanno decollato tranquillamente  per Belgrado. Questa coalizione ha troppo mentito negli anni passati per essere  credibile oggi”.

https://reseauinternational.net/frappes-sur-la-syrie-resultats-consequences/

Dunque il generale francese tende a credere  alle stime russe. Anche se, onde fosse vero che il 70% dei missili sono stati intercettati, “i risultati sarebbero semplicemente catastrofici per i tre aggressori. Significa che se fosse intervenuti i S-400 russi, nessun missile di Usa, Regno Unito e Francia avrebbe raggiunto nemmeno il territorio siriano”.

Con un caveat e un’eccezione: tutti i 19 missili  JASSM-ER a bassa tracciabilità, lanciati dai bombardieri B-1B e usati per la prima volta in un conflitto, non sono stati nè intercettati né visti dai radar russi.  Ed hanno raggiunto il bersaglio. I russi dovranno lavorarci.

Erdogan s’è rimesso nei guai. Tradendo di nuovo.

Prima dell’attacco, il suo ministro degli Esteri ha applaudito ai lanci di missili e lui, applaudendo gli attacchi occidentali, ha di nuovo  dichiarato che Assad deve essere cacciato.

https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-turkey/turkeys-erdogan-welcomes-western-attack-on-syria-says-operation-a-message-to-assad-idUSKBN1HL0W9

Erdogan insomma ha scelto di tornare “con la NATO” senza essere informato della natura limitata dell’attacco; insomma  la NATO  continua a non parlargli.  In quste ore, tace. Come chi s’è messo unpiede in bocca. Infatti adesso ha perso anche la fiducia di Mosca e Teheran, che lo avevano accettato  nella nuova  coalizione per la sistemazione della Siria e l’integrità territoriale siriana; i due alleati gli hanno lasciato occupare Afrin, chiudendo un occhio sulla sua avidità. Adesso la posizione del turco presso Mosca e Teheran è scaduta – può dare addio agli S-300 – mentre l’Alleanza non lo ha recuperato e non gli perdonerà il suo flirt con la Russia.

Il saudita Mohamed Bin Salman ha commesso lo stesso errore: si aspettava che i missili contro Assad  fossero il preludio   automatico a una guerra contro l’Iran (deve averglielo assicurato  Netanyau).  Ora, il suo appoggio all’attacco alla Siria gli sarà ripagato in Yemen  dall’Iran;   le buone relazioni con Mosca, che ha tanto cercato, sono di nuovo al gelo. Adesso il regno wahabita è il solo alleato di Sion nell’area: posizione imbarazzante. Del resto, anche Netanyahu s’è giocato la  buona relazione  personale con Putin: “S’è dimostrato come il vero istigatore della guerra contro la Russia. Mosca ha preso nota”, scrive il sito Geopolitka. Ru

L’Egitto non si è unito al coro anti-Assad, né ha commesso l’errore di farsi nemica Mosca. Ciò mette Il Cairo in una posizione futura di guida del mondo sunnita, specie dopo che Erdogan, con le sue oscillazioni, è scaduto.

Nell’insieme, il risultato dell’attacco agli occhi delle capitali del  Medio Oriente (ma non solo Teheran,  e gli emirati di Golfo  filo-americani, ed anche di Cina, India, Pakistan) è interpretato come una dimostrazione di debolezza, inconcludenza, inaffidabilità e confusione mentale del dominio delle potenze globaliste occidentali.

Naturalmente, Israele ritenterà.  Intraprenderà le sue aggressioni unilaterali  e sempre più letali in Siria.   Ma oggi è più scoperta e i suoi alleati, da Macron alla May a Bin Salman, hanno perso e dimostrato la loro inefficacia anche militare.

Sorgente: ISRAELE: “MISSIONE INCOMPIUTA. RIFARE” – Blondet & Friends

Quando l’Italia bombardava la Siria

“L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “

di Manlio Dinucci*

il manifesto, 17 aprile 2018 

Per motivare la guerra del 2003, gli Usa accusarono l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa: il segretario di stato Colin Powell presentò all’Onu una serie di «prove» risultate poi false, come ha dovuto ammettere lui stesso nel 2016.

«Prove» analoghe vengono oggi esibite per motivare  l’attacco alla Siria effettuato da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Il generale Kenneth McKenzie,  Joint Staff Director del Pentagono, ha presentato il 14 aprile una relazione, corredata da foto satellitari, sul Centro di ricerca e sviluppo Barzah a Damasco, definendolo «il cuore del programma delle armi chimiche siriane».

Il Centro, che costituiva il principale obiettivo, è stato attaccato con 76 missili da crociera (57 Tomahawk lanciati da navi e sottomarini e 19 Jassm da aerei). L’obiettivo è stato distrutto, ha annunciato il generale, «riportando indietro di anni il programma delle armi chimiche siriane».

Questa volta non c’è bisogno di aspettare tredici anni per avere conferma della falsità delle «prove». Un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati ultimata nel febbraio 2018: «La squadra di ispezione non ha osservato alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». Non a caso il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw.

La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non parla l’apparato politico-mediatico, che accusa invece la Siria di possedere e usare armi chimiche.

Il  premier Gentiloni ha dichiarato che l’Italia, pur appoggiando «l’azione circoscritta e mirata a colpire la fabbricazione di armi chimiche», non vi ha in alcun modo partecipato. In realtà, essa è stata precedentemente concordata e pianificata in sede Nato. Lo prova il fatto che, subito dopo l’attacco, è stato convocato il Consiglio Nord Atlantico, nel quale Stati uniti, Gran Bretagna e Francia hanno «aggiornato gli Alleati sull’azione militare congiunta in Siria» e gli Alleati hanno espresso ufficialmente «il loro pieno appoggio a tale azione».

Gentiloni ha inoltre dichiarato che «il supporto logistico che forniamo soprattutto agli Usa non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria». In realtà, l’attacco alla Siria dal Mediterraneo è stato diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia.

L’Italia condivide dunque la responsabilità di un’azione bellica che viola le più elementari norme del diritto internazionale. Non si sa ancora quali saranno le sue conseguenze, è certo però che essa alimenta le fiamme della guerra. Anche se Gentiloni assicura che «non può essere l’inizio di una escalation».

*Pubblicato su gentile concessione dell’Autore

Notizia del:

Sorgente: Manlio Dinucci – “Falsi made in Usa e bugie made in Italy”

Dichiarazione di Putin sugli attacchi statunitensi, francesi e inglesi

Il Ministero della Difesa russo trovava i partecipanti al video del presunto attacco chimico a Duma e ne raccoglieva la testimonianza, dichiarava Igor Konachenkov, portavoce del Ministero della Difesa russo, secondo cui vi sono due medici che lavorano nell’ospedale locale, nel pronto soccorso. Igor Konashenkov inoltre riferiva che il video del presunto attacco chimico a Duma fu girato in un ospedale locale. Secondo il portavoce del Ministero della Difesa russo, le “vittime” del presunto attacco a Duma non avevano tracce di sostanze chimiche tossiche ed dissero come fu girato il video. “Siamo riusciti a trovare i partecipanti alle riprese di tale video e ad interrogarli. Oggi vi presentiamo l’intervista a costoro. La gente di Duma ha raccontato in dettaglio come si svolse la messinscena e in quali episodi prese parte“. Halil Ajij, studente che lavora nell’ospedale centrale di Duma, ha detto che quando un edificio fu bombardato l’8 aprile e un incendio vi scoppiò, andò al pronto soccorso. Fu allora che un uomo che non conosceva si presentò e disse che era un “attacco con sostanze tossiche”: “Avevamo paura, i parenti dei feriti cominciarono a versarsi acqua l’uno sull’altro. Chi non aveva formazione medica iniziò a spruzzare nella bocca dei bambini le cure per l’asma. Non abbiamo visto pazienti con sintomi da intossicazione chimica“. “Fummo filmati e c’era un uomo che era venuto urlando che si trattava di un attacco chimico. Costui, estraneo, disse che la gente era vittima di armi chimiche. La gente spaventata iniziò a versarsi acqua l’una sull’altra, ad inalare“, aveva detto un altro partecipante alla messinscena.
Negli ultimi giorni, la situazione in Siria diveniva seriamente tesa. I Paesi occidentali sostengono che un attacco chimico è avvenuto il 7 aprile a Duma, vicino la capitale siriana. La Russia smentiva le notizie su una bomba al cloro presumibilmente sganciata dalle forze governative siriane. I militari russi definivano false le foto di vittime del presunto attacco chimico a Duma pubblicate dai “White Helmets” sui social network. Mosca ritiene che lo scopo di tale disinformazione fosse proteggere i terroristi e giustificare qualsiasi azione esterna. Damasco definiva le accuse all’Esercito arabo siriano non convincenti. La Siria ripetutamente sottolineava che il proprio arsenale chimico fu rimosso nel 2014 dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW).Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurora

Siria, e se Trump colpisce un deposito di armi chimiche che succede?

Le armi chimiche sono armi di distruzione di massa. Se un solo deposito chimico fosse colpito l’effetto sarebbe devastante. Dato che ciò non sembra essere avvenuto questa notte, è lecito pensare che gli obiettivi colpiti siano solo ad uso di propaganda.

E’ molto chiaro che questo attacco sia illegittimo. E’ infatti un atto compiuto in violazione dell’articolo 2 della Carta dell’ONU che recita: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”.

Ma si potrebbe pensare che il fine giusto può giustificare mezzi illegali.

Vediamo allora qual è lo scopo dichiarato dell’attacco: eliminare le armi chimiche. Ma se davvero vi fossero depositi di armi chimiche nascoste dal governo siriano (infatti l’arsenale di Assad è stato già eliminato ufficialmente da un precedente accordo internazionale) cosa accadrebbe? Si sprigionerebbe una enorme nube chimica letale che causerebbe migliaia di morti, per lo più civili.

Se Usa, GB e Francia fossero sicure della localizzazione di queste armi avrebbero già chiesto ispezioni e fornito prove.

Quanto all’effettivo uso di armi chimiche è interessante leggere quanto scritto su un sito specializzato, Analisi Difesa, da Gianandrea Gaiani: “Notizie e immagini di attacchi chimici vengono subito diffuse dalle tv arabe appartenenti alle monarchie del Golfo, cioè agli sponsor dei ribelli, per poi rimbalzare quasi sempre in modo acritico in Occidente. Basti pensare che in sette anni di guerra la fonte da cui tutti i media occidentali attingono è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Londra, vanta una vasta rete di contatti in tutto il paese di cui nessuno ha mai verificato l’attendibilità, è schierato con i ribelli cosiddetti “moderati” ed è sospettato di godere del supporto dei servizi segreti anglo-americani”.

Ma scendiamo nell’aspetto militare: la armi chimiche non vengono usate in un conflitto per uccidere qualche decina di persone. Per fare una strage di cento persone basta un bombardamento spietato con aerei, e Assad li ha e ha anche l’appoggio di quelli russi. Per cui è assolutamente idiota usare armi chimiche che invece sono usate per produrre effetti devastanti su decine di migliaia di persone (e infatti sono classeificate fra le “armi di distruzione di massa”).

Questo fatto lo ha sottolineato Gaiani su Analisi Difesa con chiarezza:

“Il presidente siriano è certo uomo senza scrupoli ma non ha alcun interesse a usare armi chimiche che sono, giova ricordarlo, armi di distruzione di massa idonee a eliminare migliaia di persone in pochi minuti non a ucciderne qualche decina: per stragi così “limitate” bastano proiettili d’artiglieria e bombe d’aereo convenzionali”.

Gaiani (che non è un pacifista ma un esperto di cose militari) suggerisce prudenza nell’avvalorare tesi prove di sufficienti prove o basate sul sospetto: “La cautela – scrive infatti – dovrebbe quindi essere d’obbligo, specie dopo la figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson che sulla responsabilità russa nel “caso Skripal” è stato smentito dal direttore dei laboratori militari di Sua Maestà”.

Ma in questo momento la ricerca della verità non interessa. Interessa lanciare una prova di forza militare. Chi si vuole arruolare in questa manovra lo faccia, ben sapendo però che se un solo deposito chimico fosse colpito l’effetto sarebbe devastante. Dato che ciò non sembra essere avvenuto questa notte, è lecito pensare che gli obiettivi colpiti siano solo ad uso di propaganda.

14 aprile 2018 – Alessandro Marescotti

thanks to: Peacelink

Raid illegale contro la Siria, l’ora più buia per l’Occidente

Raid illegale contro la Siria, l’ora più buia per l'Occidente

L’ORA PIU’ BUIA (h. 03.00). “Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca su i gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di mille parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?”

Così, alla fine deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivata la Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. Lo hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione.

Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male.

L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, scontri di civiltà, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile.

L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano.

Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riapriranno i giochi colà.

Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest, continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

di PierLuIgi Fagan

Notizia del:
thanks to:  l’Antidiplomatico

Missili troppo smart

 

L’attacco missilistico di stamattina veniva sventato dalle Difese Aeree siriane. Veniva colpito solo un edificio della Mezzaluna Rossa di Barzah, popoloso quartiere di Damasco. Gli Stati Uniti avevano anche lanciato missili contro uno dei sobborghi più densamente popolati di Damasco, Jaramana.
Oltre 100 missili da crociera a lungo raggio Tomahawk sono stati lanciati contro la Siria, sulle provincie di Damasco, Homs e Dara. Solo 3 missili da crociera superavano le difese aeree siriane, 1 cadeva presso Damasco colpendo un ex-deposito abbandonato da oltre 5 anni. Ad Homs, il terzo missile veniva bloccato dai sistemi di guerra elettronica, cadendo a 10 km dall’obiettivo.
Inoltre, 2 droni da ricognizione venivano distrutti mentre tentavano di entrare nello spazio aereo siriano e valutare i danni dell’attacco missilistico di Stati Uniti, Francia e Regno Unito.
L’attacco è avvenuto in tre ondate: la terza ondata, di 13 missili su Dara da più direzioni, veniva sventata con la distruzione di tutti i missili. Lo stesso era accaduto con la prima ondata dell’attacco, completamente sventata, non un singolo missile aveva raggiunto l’obiettivo. 2 o 3 missili della seconda ondata avevano raggiunto gli obiettivi.La Russia ha schierato in Siria una rete di difesa aerea a protezione della base aerea di Humaymin e della base navale di Tartus:
– 3 batterie di S-400 Triumf, che sigillando lo spazio aereo che copre la regione nord-occidentale della Siria, tra Lataqia, Tartus, Hama e Aleppo. Ogni batteria dispone di radar multifunzione di puntamento 92N6E e di radar di scoperta a lungo raggio 91N6E. Il sistema S-400 impiega 4 tipi di missili: 48N6 dalla gittata di 250km; 40N6 dalla gittata di 400km; 9M96E2 dalla gittata di 120km; 9M96E dalla gittata di 40km. L’S-400 quindi può intercettare aerei da combattimento, aerei da ricognizione a lungo raggio, droni, missili da crociera e missili balistici di teatro.
– 1 batteria di S-300V, sistemi di difesa aerea a medio raggio Buk-M1/2 e almeno 3 sistemi di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1/2 proteggono la base navale di Tartus, che ospita non solo le unità russe, ma il grosso della Marina Militare siriana (2 corvette e almeno 6 pattugliatori lanciamissili). La batteria di S-300V4 dispone di un radar di scoperta 9S15, un radar di primo allarme 9S19 e un radar d’inseguimento 9S32M ed impiega missili 9M83 e 9M82 capaci d’intercettare velivoli, missili da crociera e missili balistici di teatro.
La rete di difesa aerea russa è integrata col sistema di guerra elettronica mobile 1LR257 Krasukha-4, presente nella base aerea di Humaymim, capace di annullare radar terrestri, aerei-radar (AWACS), sistemi di navigazione satellitari ed anche satelliti in orbita bassa.
In Siria è stata schierata una batteria di missili anti-superficie mobili K-300P Bastion-P, dotata di missili da crociera supersonici Jakhont, con gittata di almeno 600 km, e probabilmente dei missili balistici tattici 9K720 Iskander-M.
La componente aerea russa dispiegata in Siria comprende 8 bombardieri di prima linea Su-24M, 12 caccia multiruolo Su-30SM, 7 aerei d’attacco Su-25SM, 4 bombardieri Su-34, 6 caccia multiruolo Su-35S, 1 aereo da guerra elettronica Il-20M, 1 velivolo da pattugliamento marittimo Il-38M e 2 aerei-radar A-50U.
La componente tattica terrestre russa dispone anche di 6000 elementi tra fanteria motorizzata e gruppi per operazioni speciali.
La difesa aerea siriana dispone di una rete di difesa aerea composta da almeno 15 radar di sorveglianza, tra cui forse un radar di primo allarme iraniano che sorveglia le operazioni aeree israeliane sullo spazio aereo libanese ed israeliano, e che copre la regione sud-occidentale della Siria, da Damasco ai confini con Libano e Palestina. La rete della difesa aerea siriana impiega 8 batterie di missili antiaerei S-200 a lungo raggio; 60 batterie di missili antiaerei S-75 ed S-125 a medio raggio; 16 batterie del sistema missilistico mobile 2K12 Kub a medio raggio; 28 sistemi missilistici a medio raggio 9K317E Buk-M1/2E; 14 batterie del sistema missilistico mobile a corto raggio 9K33 Osa, 40 sistemi di difesa aerea mobile a corto raggio Pantsir-S1; 40 sistemi di difesa aerea di punto Igla-S Strelets, 20 sistemi missilistici di difesa di punto 9K31 Strela-1 e 30 sistemi missilistici di difesa di punto 9K35 Strela-10.

Alessandro Lattanzio, 14/04/2018

thanks to: Aurora

Bombe sulla Siria. Israele, stato terrorista che con gli Usa avvicina la guerra mondiale

Solo Israele può bombardare una base militare di uno stato sovrano confinante e farla franca. E, prima delle bombe contro la Siria, ci sono state le stragi di manifestanti palestinesi, anche queste totalmente impunite. Israele è esente da qualsiasi legge e principio sui diritti umani.

L’Israele di Netanyahu è il primo stato terrorista, il più pericoloso stato canaglia mondiale. Perché con le sue armi atomiche e con il suo porsi al di sopra di qualsiasi regola si è impadronito del bottone con il quale si può scatenare la terza guerra mondiale.

Quel pulsante lo ha in condominio con il suo primo protettore, gli USA di Trump. Che ora puntualmente si inventano un attacco chimico del governo siriano contro i ribelli un fuga. Una montatura ridicola, se non altro perché non si capisce in base a quale scelta autolesionista il governo siriano dovrebbe usare i gas DOPO aver vinto la guerra.

Chi ha prodotto questa fakenews deve essere il fratello scemo degli imbroglioni londinesi del gas nervino. Ma nonostante questo, ora Trump minaccia rappresaglie ed soliti servi europei, guidati da Macron, gli vanno dietro.

Attenzione, perché quando uno Stato si considera al di sopra di qualsiasi legge e un altro usa qualsiasi balla pur di mostrare i muscoli, prima o poi il patatrac può succedere. Bisogna svegliare la nostra opinione pubblica addormentata e rincitrullita dallo scontro sul nulla dei principali leader politici. Che su questo precipitare della crisi internazionale tacciono tutti.

Ehi avete capito che ci avviciniamo sempre più alla guerra?

I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità.

– © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Sorgente: Bombe sulla Siria. Israele, stato terrorista che con gli Usa avvicina la guerra mondiale | Contropiano

A history of Israeli military aggression against Syria

An F-16I, operated by the Israeli military (file photo by AFP)

An F-16I, operated by the Israeli military (file photo by AFP)

Below is a quick look at Israel’s acts of military aggression against Syria:

June 9-10, 1967: Israel attacks Syria, occupying the country’s Golan Heights during its Six Day War on Arab territories.

October 5, 2003 (Ain es Saheb airstrike): An Israeli warplane squadron attacks a camp about 24 kilometers northwest of the Syrian capital, Damascus, injuring a civilian guard.

September 6, 2007: Israel attacks Dayr al-Zawr Province in northeastern Syria, striking what it says is a suspected nuclear reactor.

November 11, 2012: Israel fires a “warning shot” in the direction of Syria, alleging that it is responding to a stray mortar round fired from the southwestern Syrian province of Quneitra.

November 17, 2012: Israel opens artillery fire against positions belonging to the Syrian Army, alleging that it was retaliating for attacks on an Israeli patrol near the demilitarized zone. It later stages a direct strike at the source of mortar shells that it says the Syrian Army fired in response to the first Israeli strike.

January 30, 2013: Israeli warplanes strike a convoy that Tel Aviv claims was carrying weapons to Hezbollah.

March 24, 2013: The Israeli military releases a guided missile at a Syrian trench used for deploying machineguns. It alleges it is responding to shots fired at Israeli forces in the occupied Golan Heights, though affirming that none of its troops had been wounded in the alleged incident there.

May 21, 2013: Israeli forces attack what they say is the source of fire targeting an Israeli vehicle in the Golan Heights.

July 17, 2013: The Israeli military fires at a group of unidentified individuals on Syria’s border after an Israeli patrols comes under purported fire near the demilitarized zone.

August 17, 2013: Israeli forces hit a Syrian Army outpost with a guided missile, alleging that they are responding to Syrian mortar rounds.

March 18, 2014: Israel hits Syrian military targets, including a military headquarters and an Army base, with artillery and aerial fire, describing the attacks as tit-for-tat strikes after a purported explosive goes off near an Israeli military vehicle close to the Syrian border. It says one Israeli soldier was killed in the alleged incident.

March 28, 2014: Israeli forces fire volleys of bullets at what the regime calls the source of Syrian mortar shells fired at Israeli military positions on Mount Hermon in the Israeli-occupied Golan Heights.

June 23, 2014: The Israeli regime bombards Syrian Army targets several times, killing at least 10 Syrian soldiers in response to an alleged strike a day earlier on a water truck moving along the border fence.

July 15, 2014: The Israeli military kills 18 Syrians, including eight civilians, in attacks on three locations on Syrian soil. It says it had come under rocket attack in the occupied Golan Heights earlier.

September 23, 2014: Israel downs a Syrian military aircraft that it alleges wandered into the occupied Golan Heights.

August 20, 2015: Israel takes Quneitra and its neighboring province of Rif Dimashq under successive airstrikes, hitting Syrian military outposts and soldiers. The regime claims it had come under rocket fire in the occupied Golan Heights and the Upper Galilee area earlier. It kills five civilians in an attack on a vehicle a day later, claiming it is seeking to take out those behind the rocket attacks.

November 28, 2016: Israel hits an abandoned UN building in the occupied Golan Heights, claiming it is suspected of being used by the militants.

March 16-17, 2017: Israel confirms, for the first time, that it targeted what it called a convoy belonging to the Hezbollah resistance movement near the Syrian ancient city of Palmyra. The attack marked the deepest foray by Israel into Syrian territory yet.

April 23, 2017: Israel’s military strikes positions on the outskirts of Quneitra’s capital city of the same name, killing three forces allied with the Syrian government.

June 24, 2017: Israeli warplanes destroy two Syrian tanks and a machinegun position in response to alleged shells hitting Israel the previous day, killing several Syrian soldiers and civilians.

June 24-26, 2017: Israel kills 13 Syrian soldiers in repeated attacks on Syrian military targets in Quneitra.

October 21, 2017: Israel hits Syrian artillery positions after five mortar rounds come down in an open area in the occupied Golan Heights. Syrian government sources say later that the mortar fire, which caused no damage or casualties, had been aimed at “terrorists linked to Israel.” The terrorists, they say, “had [themselves] launched mortar shells, upon the instructions of the Israeli occupation, on an area of empty land inside the occupied territories to give the Israeli enemy a pretext to carry out its aggression.”

February 10, 2018: The Israeli military conducts strikes against Syrian positions. The Syrian military hits at least one Israeli F-16 warplane during the attacks.

The Israeli military confirms the downing of the F-16.

thanks to: PressTV

La Difesa Aerea siriana respinge l’ultima aggressione israelo-statunitense

Il 10 febbraio, aerei israeliani attaccavano diverse aree in Siria, ma la difesa aerea siriana abbatteva 2 aviogetti dell’IAF (1 F-16I Sufa e 1 F-15I Baaz), sul nord d’Israele, impiegando missili del sistema di difesa aereo S-125 Pechora-2M. I piloti si eiettavano, ma uno decedeva in seguito alle ferite. Gli israeliani avevano tentato di attaccare le postazioni dell’EAS utilizzando missili da crociera, senza avvicinarsi allo spazio aereo siriano. Le difese aeree siriane (SyAAD) abbattevano i missili più pericolosi, lasciando andare quelli che non avrebbero causato danni in territorio siriano. L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv veniva chiuso e le sirene antiaeree suonavano nelle alture del Golan e nella Galilea. Subito dopo gli israeliani, per “rappresaglia”, attaccavano le postazioni dell’EAS nella regione meridionale della Siria, mentre le difese aeree siriane sventavano il nuovo attacco. “Il nemico israeliano all’alba aveva attaccato una postazione militare nella regione centrale, e le difese aeree siriane respingevano l’attacco colpendo più di un aereo”. In seguito gli israeliani attaccavano alcune postazioni nella regione meridionale, che le difese aeree respingevano ancora una volta. In seguito, le autorità israeliane facevano appello alla Russia per contribuire a ridurre le tensioni al confine con la Siria; questo a seguito di un incontro urgente tra il Primo ministro, il ministro della Difesa e altri alti funzionari israeliani. Il disinformatore Magnyer tentava di spacciare la tesi che gli aviogetti israeliani siano stati abbattuti da missili iraniani Shaheen, cercando di giustificare a livello mediatico la propaganda sionista. Ma il sistema di difesa Shaheen è la copia iraniana del sistema statunitense Hawk, ed è quindi incompatibile con la rete dei sistemi di difesa aerea siriana d’impronta sovietica-russa.
Tutto questo avveniva poche ore dopo che l’Esercito arabo siriano spazzava via ogni residua presenza di al-Qaida e Stato Islamico dai governatorati di Hama ed Aleppo, liquidando in poche settimane una sacca di 1100 kmq con 500 terroristi intrappolati dentro. Il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate siriane dichiarava lo sradicamento dei terroristi dello SIIL e dei gruppi affiliati nelle aree tra Qanasir, Aleppo, Sinjar e Sinah. Inoltre, la bufala della strage di soldati siriani nel bombardamento statunitense su Tabiyah e Qasham, presso Dayr al-Zur, svanisce con l’ammissione dello stesso Mattis che le forze d’occupazione statunitensi avevano colpito solo 2 carri armati delle milizie tribali governative siriane; probabilmente si trattava di due autoveicoli civili, dato che le autorità siriane riferivano di 40 civili uccisi o feriti. I timori negli USA riguardo a un coinvolgimento in Siria sono sempre più acuti; il senatore degli Stati Uniti Tim Kaine, membro del comitato per le relazioni estere e i servizi armati del Senato, criticava l’attacco degli Stati Uniti, “Anche se sono grato che nessun membro degli Stati Uniti o della coalizione sia stato ferito nell’attacco, sono gravemente preoccupato dall’amministrazione Trump che volutamente s’infila in un grande conflitto, senza il voto del Congresso ed obiettivi chiari“. Mattis stesso mostrava dei dubbi sugli eventi a Dayr al-Zur, definendola “situazione di perplessità“, non potendo dare “alcuna spiegazione sul perché” forze filogovernative avrebbero attaccato una base delle SDF. Come affermano chiaramente le fonti governative siriane, non c’è mai stata alcuna operazione siriana contro il territorio occupato dalle SDF, ma un’operazione di ricognizione contro le infiltrazioni dello SIIL nel governatorato di Dayr al-Zur.
Va notato che almeno un paio di presunti ‘giornalisti freelence’ in Siria, un presunto corrispondente russo e un noto mercenario statunitense, hanno amplificato e spacciato tale operazione da guerra psicologica e di disinformazione. Il falso corrispondente russo arrivava a dire che nell’azione statunitense erano morti “130 mercenari russi” della compagnia Wagner (!?), mentre il mercenario statunitense, due ore prima dell’attacco statunitense, aveva tweettato che forze siriane stavano per attaccare obiettivi detenuti dalle SDF nella regione, lanciando alle forze militari del proprio Paese un preallarme. Le autorità siriane dovrebbero mostrare estrema attenzione verso coloro che si presentano come amici, solo per poi monitorare con metodi, modalità e scopi poco chiari, le aree del territorio siriano sottoposte a maggior conflitto.

Nel frattempo, un capo di Jabhat al-Nusra, Abu Yaman, e cinque sue guardie del corpo, venivano uccisi presso Jisr al-Shughur, a sud d’Idlib, da disertori della stessa organizzazione terroristica, mentre un elicottero d’attacco turco Agusta/TAI T-129B ATAK veniva abbattuto dalle YPG ad al-Qudah, presso Raju, a nord-ovest d’Ifrin. I due piloti restavano uccisi. Un’unità dell’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco del gruppo terroristico Jabhat al-Nusra su Tal Hadada, ad est di Qinsiba, a nord di Lataqia, eliminando l’intero gruppo. Ad est di Damasco, tra Irbin e Harasta, la 4.ta Divisione dell’Esercito arabo siriano liberava diversi edifici, numerose trincee e cinque tunnel occupati dai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham. Inoltre, un distaccamento delle Forze di Difesa Nazionali (NDF) liquidava 12 terroristi dello SIIL, e ne sequestrava l’autocarro che trasportava missili anticarro AGM-114 Hellfire e dispositivi per il controllo dei missili.
Note
Anàlisis Militares
Global Security
al-Masdar
Moon of Alabama
Muraselon
Muraselon
Muraselon
Muraselon
RIAFAN
RIAFAN
RIAFAN
RIAFAN
SANA

via La Difesa Aerea siriana respinge l’ultima aggressione israelo-statunitense — Aurora

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita non vogliono che tu veda
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L’Arabia Saudita mantiene un blocco mediatico tale che i giornalisti non possono documentare le atrocità commesse nello Yemen con la complicità statunitense.

Le immagini come quelle che accompagnano l’articolo pubblicato martedì scorso sul quotidiano statunitense ‘The New York Times’, scritto da Nicholas Kristof non appaiono sugli schermi televisivi e raramente nei quotidiani occidentali, in parte perché l’Arabia Saudita blocca con successo l’accesso di giornalisti stranieri nello Yemen.

Il giornalista Nicholas Kristof nel suo articolo pubblicato ha denunciato di aver cercato per quasi un anno di raggiungere aree devastate dagli attacchi sauditi nello Yemen senza successo perché il regime saudita lo ha impedito.

Kristof ha poi riferito che l’unico modo per accedere alle aree dello Yemen soggetto a continue attacchi aerei è attraverso voli charter organizzati dalle Nazioni Unite e gruppi umanitari, in quanto i voli commerciali sono vietati.

Tuttavia, gli aerei militari sauditi controllano questo spazio aereo e vietano qualsiasi volo dove c’è un giornalista a bordo. L’ONU “non sta assumendo rischi” e considera questo divieto di imbarcare i giornalisti molto seriamente, ha raccontato il giornalista.

“Ciò è pazzesco: l&# 39;Arabia Saudita obbliga le Nazioni Unite ad escludere i giornalisti per evitare la copertura delle atrocità saudita”, ha spiegato Kristof.

L’autore dell’articolo ha sottolineato che il governo saudita commette crimini di guerra nello Yemen con le complicità statunitensi e del Regno Unito.

I Sauditi regolarmente bombardano i civili e, peggio ancora, hanno chiuso lo spazio aereo e hanno imposto un blocco per sottomettere la popolazione yemenita. Ciò significa che i civili dello Yemen, compresi i bambini, se non muoiono nei bombardamenti, li fanno morire alla fame. Kristof ha citato il caso di Buthaina, una ragazza di 4 o 5 anni che è stata l’unica della sua famiglia che è riuscita a sopravvivere ad un attacco saudita.

Secondo Kristof gli statunitensi devono fermare tutti i trasferimenti di armi in Arabia Saudita finché non finisce il blocco e il bombardamento del regno contro lo Yemen.

Uno degli effetti devastanti di questa aggressione è la peggiore epidemia globale del colera che è scoppiata in Yemen, dove molte persone sono malnutrite. Ogni giorno 5000 yemeniti contraggono il colera.

Fonte: The New York Times
Notizia del:

Sorgente: Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda – World Affairs – L’Antidiplomatico

Israel warplanes strike Syrian army position

At least two Syrian soldiers have been killed after Israeli fighter jets targeted an army position in the west-central province of Hama, in yet another act of aggression against the Arab country

“Israeli warplanes at 2:42 a.m. today fired a number of missiles from Lebanese air space, targeting one of our military positions near Masyaf, which led to material damage and the deaths of two members of the site,” the army said in a statement on Thursday.

The statement further warned against the “dangerous repercussions of this aggressive action to the security and stability of the region.”

“This aggression comes in a desperate attempt to raise the collapsed morale of the ISIS (Daesh) terrorists after the sweeping victories achieved by the Syrian Arab Army against terrorism at more than one front, and it affirms the direct support provided by the Israeli entity to the ISIS and other terrorist organizations,” it added.

Masyaf is located approximately 60 kilometers east of the coastal city of Tartus, where Russia holds a naval base.

Earlier media reports said the Israeli military had struck a scientific research facility in Masyaf.

Citing pro-government activists, Al-Masdar News, a pan-Arab news and commentary website, said Thursday that Israeli warplanes targeted the Scientific Studies and Research Center (SSRC) in Masyaf in Hama.

Meanwhile the so-called Syrian Observatory for Human Rights said two facilities were hit, a scientific research center and a nearby military base. It said the Israeli assault also wounded five people.

“Many explosions were heard in the area after the air raid,” said the group’s head, Rami Abdulrahman, adding that some of the blasts may have been secondary explosions from a missile storage facility being hit.

Israeli officials have not immediately commented on the reports.

Over the past years, the Israeli military has carried out sporadic attacks against various targets across Syria in what Damascus views as an attempt to boost the Takfiri terror groups that have been taking heavy blows from the Syrian army and allied forces on the battle ground.

The latest Israeli strike comes just days after the Syrian army, backed by popular defense groups and Russia airpower, managed to break the years-long siege imposed by the Daesh terror group on the eastern city of Dayr al-Zawr.

Sorgente: PressTV-Israel warplanes strike Syrian army position

Gaza: Donne incinte ed i loro neonati contaminati da metalli pesanti legati agli attacchi israeliani

La rivista scientifica British Medical Journal  Open ha pubblicato uno studio svolto a Gaza su 502 donne in gravidanza al momento degli attacchi israeliani del 2014. Questo lavoro riporta un alto tasso di contaminazione nei capelli in metalli pesanti nelle donne esposte agli attacchi e  in proporzione nei i capelli dei loro bambini.

5 Agosto 2017, Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy

I metalli pesanti utilizzati durante le guerre, contengono elementi tossici, teratogeni e cancerogeni. Essi sono noti come perturbatori endocrini. Essi sono resistenti nell’ambiente, si accumulano nel corpo, ed i loro effetti sugli esseri viventi persistono ancor più se questi metalli pesanti non vengono rimossi dall’ambiente (armi, schegge, missili, rovine contaminate …). Ricercatori italiani, finlandesi e di Gaza hanno dimostrato che la contaminazione da metalli pesanti è un fattore di rischio  a lungo termine per la salute delle donne incinte e dei loro bambini.

Questi ricercatori hanno analizzato la quantità di 23 tipi di metalli nei capelli delle donne  di Gaza, che erano in stato di gravidanza durante l’estate del 2014, e in quelli dei bambini a cui hanno dato luce più tardi, e trovato che queste erano superiori al contenuto dei metalli nei capelli di donne al di fuori di zone di guerra.

Essi hanno anche studiato la trasmissione in utero metalli pesanti, così come la possibilità che l’assunzione fosse dovuta a fattori diversi ed estranei alla guerra.

Lo studio ha usato spettrometria con plasma-massa (ICP-MS) e sono stati fatti confronti con gruppi esposti agli agenti chimici domestici e agricoli.

I risultati mostrano un carico in metalli pesante significativamente più alto per le donne esposte ad attacchi militari, proporzionale ma piu basso nei loro neonati che però sono più frequentemente colpite da difetti congeniti o nati prematuramente.

E’ stata raccolta testimonianza e poi documentata con visite in loco,  la frequenza di esposizione ad attacchi militari delle donne; circa il 70% delle madri, sono state coinvolte in attacchi, il che suggerisce una alta contaminazione  di tutta la popolazione.

Gli autori raccomandano “monitoraggio, biomonitoraggio e sorveglianza nel tempo  su questo tema di ricerca di interesse pubblico” per il quale, fanno notare, “non siamo in grado di sapere se c’è anche il rischio di effetti transgenerazionali”.  Difetti congeniti sono stati osservati più frequentemente nei nati da madri esposte ad attacchi militari in Iraq e a Gaza (dopo gli attacchi nel 2008-2009).

Gli autori della ricerca sono Paola Manduca, Safwat Y Diab, R Qouta Samir Nabil Albarqouni, Raiija-Leena Punamaki, con la collaborazione di Fabrizio Minichilli, e Fabrizio Bianchi per l’analisi statistica.

Articolo integrale.

Documento completo in inglese, formato PDF.

Invictapalestina ringrazia tutti coloro che partecipando alla nostra iniziativa del 2014, ci hanno permesso di contribuire al finanziamento della ricerca con 500 euro.

thanks to: invictapalestina

A cross sectional study of the relationship between the exposure of pregnant women to military attacks in 2014 in Gaza and the load of heavy metal contaminants in the hair of mothers and newborns

PDF

  1. Paola Manduca1,
  2. Safwat Y Diab2,
  3. Samir R Qouta3,
  4. Nabil MA Albarqouni3,
  5. Raiija-Leena Punamaki4

Author affiliations

  1. DISTAV, University of Genoa, Genova, Italy
  2. Al-Quds Open University-Gaza Branch, Gaza, Gaza Strip, Palestine
  3. Islamic University of Gaza, Gaza, Palestine
  4. University of Tampere, School of Social Sciences and Humanities/Psychology, Tampere, Finland
  1. Correspondence to Prof. Paola Manduca; paolamanduca@gmail.com

Abstract

Objective Metal contamination of humans in war areas has rarely been investigated. Weaponry’s heavy metals become environmentally stable war remnants and accumulate in living things. They also pose health risks in terms of prenatal intake, with potential long term risks for reproductive and children’s health. We studied the contribution of military attacks to the load of 23 metals in the hair of Palestinian women in the Gaza Strip, who were pregnant at the time of the military attacks in 2014, and their newborns. We compared the metal load in the mothers with values for adult hair from outside the war area (RHS) as the reference. We investigated heavy metals trans-passing in utero, and assessed if the heavy metal intake could derive from sources unrelated to the war.

Design Cross sectional study.

Participants and setting Cross sectional convenience sample of 502 mothers delivering in the Gaza Strip and their newborns.

Main outcome measured Measure of the load of heavy metals in mother and newborn hair by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS). Comparison of metal loads with the reference RHS, between groups with different exposures to attacks and house/agriculture chemicals, and between mothers and newborns. Data for birth registry and for exposures to war and other known risk factors were obtained at interview with the mothers. Photographic documentation of damage from military attacks was obtained.

Results The whole cross sectional convenience sample had a significantly higher load of heavy metals than the reference RHS. Women exposed to military attacks had a significantly higher load of heavy metals than those not exposed; the load in newborns correlated positively with the mothers’ load. No significant difference was found between users/non-users of house/agriculture chemicals. No other known confounder was identified.

Conclusions High heavy metal loads in mothers, reflected in those of their newborns, were associated with exposure to military attacks, posing a risk of immediate and long term negative outcomes for pregnancy and child health. Surveillance, biomonitoring and further research are recommended. Implications for general and public health are discussed.

This is an Open Access article distributed in accordance with the Creative Commons Attribution Non Commercial (CC BY-NC 4.0) license, which permits others to distribute, remix, adapt, build upon this work non-commercially, and license their derivative works on different terms, provided the original work is properly cited and the use is non-commercial. See: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/

Strength and limitations of this study

  • The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome.

  • A general limitation of this type of study is that the risks posed in the long term by the intake of multiple heavy metals are still largely unknown in humans, and in particular during pregnancy.

  • The size of the sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposure, is not large enough to accurately study the negative outcomes at birth (birth defects and preterm) due to their low frequency.

  • A strength of the study is the inclusion of a relatively large cross sectional convenience sample of participants, allowing for subgroups of exposure, suitable in size for statistical analysis.

  • An important point was the inclusion of analyis of newborn hair in for metal load. .

  • Verification by in loco visits the recall of exposure of women on an objective basis gives additional strength to the study.

  • Development of a questionnaire and of procedures that allowed information to be obtained on various habits and different potentially risky environmental exposures, -allowing to exclude some more likely potential confounders.

  • The analysis of microelements and metals not associated with weaponry provided an internal control for the analytic results.

Introduction

Women and children are highly vulnerable during periods of war and military attacks, as well as in the aftermath of war, because of the possibility of the long term effects of war related environmental changes on reproductive and infant health. Accumulation in human bodies of toxicants and heavy metal teratogens found in the remnants of war occurs, that, coupled with their long persistence in the environment, suggests a considerable risk for health.1–6 The effects of toxicants, teratogens and carcinogens related to heavy metals have been found in embryos at concentrations lower than in adults.7 8 During the first trimester of pregnancy, major morphogenetic events occur, and is the period of highest sensitivity of the embryo to external effectors. Apart from the mutational risks posed by some of the heavy metals, there is compelling evidence of their prevalent epigenetic mechanisms of action.8–15 Heavy metals act as endocrine disruptors,8 and their interference with gene expression causes disturbances in various metabolic and hormonal pathways.9 The epigenetic mechanisms are an essential part of the current understanding of the developmental origin of health and disease.11–15 Reports show that heavy metals accumulate in specific body compartments and can be released during pregnancy.9 12–15 However, relatively little is known about the kinetics, modalities and accumulation of heavy metals in compartments of the human body. Also, not much is known about the following phenomena: the effects of human subjects’ concurrent intake of multiple toxic metals, the kinetics of the passage of heavy metals through the placenta and the critical concentrations that affect the embryo and fetus.

In addition to the risks posed by acute exposure, persistence of heavy metals in the environment may cause people to be continually exposed which, combined with the accumulation of heavy metals in different compartments of the body, adds to the concerns about the long term negative effects on health. The long term effects of metals via epigenetic mechanisms can occur in mothers, fetuses exposed in utero and in breastfed infants and children; these effects could even be transgenerational.10–13 16 17

Military attacks are a source of heavy metal input in war zone environments, and may influence the health of the population and affect the outcomes of pregnancies.4 16 The prevalence of birth defects increased in areas heavily exposed to military attacks in Iraq,18 and in Gaza after the Israeli military operation of Cast Lead in 2008–200919 and since the implementation of air delivered weapons in attacks.20 Previous research in Gaza also showed that women’s exposure to military attacks (courtesy of the database of the United Nations’ mine action team) correlated with a higher incidence of progeny with birth defects.20 21 Hair analysis for metal load of infants born prematurely or with birth defects to mothers who experienced military attacks revealed in utero contamination of the babies. The heavy metal load in these newborns was higher than that of normal newborn babies for teratogens (mercury and selenium) in babies with birth defects and for toxicants (barium and tin) in premature babies.22 Together, the data show an association of the damage to newborn health with maternal exposure to attacks, and the trans-placental passage of wartime heavy metal remnants from exposed mothers to their progeny in utero.

Three major wars, with their complex consequences for the environment, may have been the single most influential determinant of change in the living conditions and in the demography of Gaza from 2008 to 2014. The context of the current study is the aftermath of the 2014 Israeli military operation ‘Protective edge’ in Gaza, which lasted for 55 days and had massive effects on civilian life. This operation left widespread structural destruction,23–28 with physical remnants of war, including components of weapons, shrapnel and missiles, as well as environmentally stable chemical elements and contaminated ruins, throughout the area.29 The weapons used in these attacks were documented by the United Nations and other reputable sources, and included missiles, mortars, explosive devices and bombs of various sizes, with or without penetrator heads. The content of heavy metals in each weapon differed, and each had a different range of spread, from metres to hundreds of metres or more.23–29 The Israeli government does not make available a list of weapons used, and all data are directly from United Nations’ agencies and independent witnesses on the ground. Removal of explosive war remnants and the debris of demolition began only 6–8 months after the end of hostilities and involved the creation of open air deposits and the reuse of materials from demolished structures. No transfers of debris could be conducted outside the area of the Gaza Strip.29 Thus any contamination due to the 2014 war remained in the local environment from the time of the attacks throughout the period of our study.

The aim of the study was to investigate whether there were changes in the metal load of a representative segment of the female population after military attacks, particularly with respect to heavy metal contaminants with known teratogen, toxicant and carcinogenic effects, which could pose long term risks for health because of their stability in the environment and tendency to accumulate in the human body. We investigated the extent of exposure to attacks in a cross sectional convenience sample of women who had been in their first trimester of pregnancy during the attacks in the summer of 2014 and who entered one of four major maternity hospitals in Gaza for delivery. The correlation between maternal contamination and their newborns’ was also investigated.

Methods

Participants

Participants were 502 mothers who were in their first trimester of pregnancy during the 2014 war on Gaza and who delivered between late January and March 2015 in one of four maternity wards: Al-Shifa (n=202), Al-Awda (n=100), Al-Nasser (n=100) and Al-Aqsa (n=100). All participants were residents in one of four Gaza Strip governorates. There were no exclusion criteria at enrollment; no participant data were discarded after the interviews, and all donated hair samples were analysed.

Procedures

One midwife in each hospital registered all the deliveries occurring during her work shift and obtained the participants’ written informed consent for participation in the study. The midwife collected the hair samples from mothers and newborns. The midwife also administered a face to face interview with the mothers, following a prepared questionnaire.20–22 This included the standards of European and US birth registers and was integrated previously to include the health history of the extended family (to the second degree), and questions about environmental exposure, including the mothers’ recollections of their exposures to military attacks and a variety of potentially risky habits. This questionnaire was thus an apt tool for the surveillance of changes in reproductive health, including of the inherited component of newborn congenital diseases, and it was useful for establishing correlations with major environmental changes in Gaza. The Palestinian Health Research Council and the Helsinki Committee for Ethical Approval approved the study. The Research Board in the Islamic University of Gaza, Palestine, reviewed and approved the research tools and procedures. Mothers’ recollections of their exposures to attacks were corroborated with objectively documented damage to their dwellings, if the women reported the attacks occurring while they were at home.

Measures

In the present study, the metal load in the hair of mothers and newborns was determined by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS) using the methodology recommended by the International Atomic Energy Agency (IAEA) for testing human exposure to environmental metals.30 We analysed women’s and newborns’ hair for the metal components of weaponry already identified in 2009 at weapons’ wound sites in the bodies of victims of attacks.6 We had also detected these metal components contaminating the hair samples of 65 of 95 children tested 1 year after the attacks of Cast lead (Manduca, unpublished data). We also found some of these metals contaminating the hair of newborns in 2011.21 22 Finally, we tested 23 metals, including known weapon components and war remnants, such as lead (Pb), barium (Ba), mercury (Hg), arsenic (As), zinc (Zn), cadmium (Cd), tin (Sn), uranium (U), tungsten (W) and aluminium (Al). As an internal control, we also measured other metals and microelements that have biological relevance but are not weapons related.

We compared the metal load of thecross sectional convenience sample of Gaza women with values for adult hair from outside the war area (RHS).31 We analysed whether the metal loads in mothers were correlated with those in newborns.

Heavy metal concentrations are expressed as ppm (parts per million). Maternal hair (4 cm) was taken nearest to the scalp at the nape of the neck, which reflected environmental exposure during the last 4–5 months of pregnancy and the eventual release of metals previously accumulated in the body. Hair from newborns reflected the accumulation of metals through life in utero.

All hair was preserved in plastic bags until the moment of analysis, according to the recommendations of the IAEA, in the Pacific Rim Laboratory, ISO/Tec 17 250 accredited (Canada). Analytical procedures were performed according to previous protocols.19 In brief, 0.2 g of washed hair was added to 2 mL of HNO3 and 2 mL of H2O2, heated to 85°C for 2 hours and added at room temperature to 6 mL of water. Samples were run in Agilent 7700. The limits of detection (ppm) were: aluminium (Al) and iron (Fe) 0.4; magnesium (Mg), copper (Cu), lead (Pb), manganese (Mn) and titanium (Ti) 0.04; barium (Ba), cobalt (Co) and chromium (Cr) 0.02; arsenic (As), cesium (Cs) and molybdenum (Mo) 0.001; cadmium (Cd) and uranium (U) 0.0001; mercury (Hg) 0.0004; nickel (Ni) 0.15; selenium (Se) 0.22; tin (Sn) and tungsten (W) 0.03; strontium (Sr) 0.01; vanadium (V) 0.002; and zinc (Zn) 0.3. Experimental values below the limits of detection for each metal were considered equal to 0 0 for the purposes of statistical analysis, which was conducted using median values. Commercial analytical standards of hair for calibration purposes were run in parallel (NCS ZC 81002b and NCS DC73347a; China National Analysis Centre for Iron and Steel).

Exposure to military attacks

The variable exposure of women to military attacks was indicated by self-reporting and verified by photographic documentation. Women responded ‘yes’ or ‘no’ to five questions: whether their own house was bombed during the 2014 war, whether the house next door was bombed during the 2014 war, whether they were inside their home at the time of the attack, whether they were displaced afterwards and whether they found spent ammunition inside their dweling. Based on these answers, they were grouped according to their ‘proximity of exposure to attacks’. The concept of proximal exposure was formulated on the realisation that attacks very often involved the spread of weapons’ parts to adjacent houses. The term ‘proximally exposed” was used to identify women whose homes or neighbouring homes were attacked. The proximally exposed group was divided into two subgroups according to their continuous habitation in the places where the attacks occurred: women who remained in or next to the house that had been bombarded or shelled, and women who moved elsewhere at some time after the attack. Creation of these subgroups reflects the concern that women with ongoing residence at the locations of the attacks might have had different exposures to war remnants than those who had moved. This concern was, ultimately, unfounded. A third group included women who had no recollection of any exposure. In October 2015, we visited the women in subgroups 1 and 2 and photographically documented the damage that had occurred during the military attacks on their dwellings.

Exposure to potential civilian sources of metal contamination

We tested whether other known potential sources of contamination by heavy metals correlated with the mothers’ distribution of metal load. Women were asked about their own use of agricultural substances (pesticides, herbicides, fungicides) and generic household chemicals of unknown composition, their consumption of three main types of medicines and of three prenatal prevention supplements, their use of three available sources of water for drinking and cooking, their frequency of eating fish and their history of smoking. For statistical analyses, a dichotomy variable was formed with 1=women reporting the use of agricultural and household chemicals and 2=non-users.

Statistical methods

The metal loads (ppm) found in the hair of mothers, reported as median values and interquartile ranges, were statistically compared. The first analysis involved the 95th percentile values of the whole cohort and of each exposure group compared with those values for the hair from adults of both sexes from areas unaffected by war (RHS, Germany, by Micro Trace Minerals, MTM; USA by Trace Minerals International, TMI).31 No equivalent reference was available for the newborns’ metal load. The second analysis compared the metal loads within the cross sectional convenience sample between groups proximally exposed and unexposed to military attacks. The third analysis compared the metal loads between users and non-users of agricultural and household chemicals.

In analysing the findings in this study, quantile regression analysis was used because it allowed for the modelling of any percentile or quartile of the outcome, represented in this study by metal distribution, including the median. Furthermore, the Shapiro–Wilk and Pearson’s χ2 normality tests showed that metal concentrations were not normally distributed, and log transformation did not lead to satisfactory results. Quantile regression analysis has the advantage of being more robust against outliers in the outcome variables than least squares regression (linear) and, as a semi-parametric tool, it avoids assumptions about the parametric distribution of the error process.

The relationships between 23 metal concentrations and exposures to military attacks were analysed by multiple quantile regression models, least absolute value models (LAV or MAD) and minimum L1 norm models.32 The quantile regression models, fit by QREG STATA COMMAND, express the quantiles and the conditional distribution as linear functions of the independent variables which, in this case, are exposure and any confounders. Spearman correlations were used to identify the associations between mothers’ and newborns’ metal concentrations. All analyses were performed using STATA v.13.

Results

In this sample, median age of the women was 26.9±5.92 years (range 16–52), and 2.5% of participants were younger than 18 years. Of the 502 women, 26.7% were carrying their first pregnancy during the war, and the majority (88.8%) worked at home. Prenatal care efforts, including consumption of iron, vitamins and folic acid, were undertaken by 89% of women. A total of 29% reported a diagnosis of anaemia while 0.5% reported a diagnosis of diabetes. The prevalence of preterm delivery was 1.5%; the prevalence of low birth weight (<2.5 kg) was 2.3%. Of the infants in the study, 4.5% were born with birth defects, and all were born alive, although one baby died in the minutes after birth.

Figure 1A shows the percentages of participants residing in each of the four governorates and whether they were displaced after the military attacks. Information about the exact locations of displacement was not available. Figure 1B shows that 32.4% of women reported weapon hits directly on their own house and 14.7% found war remnants inside the dwelling. Among women whose houses were directly hit (n=163), 63% (n=103) were inside the house during the military attack (Figure 1C). Thus a fifth (20.4%) of all women were in their own home  under the attack, and almost half (46.6%) of these found war remnants, generally shrapnel and shells, inside their houses. In addition, 11.9% of the women whose houses were not directly hit reported that weapons remnants reached the interior of their home from military attacks to neighbouring buildings, suggesting a wide radius of the spread of fragments from the blasts.

Figure 1

-C Localization of the mothers during attacks. (A) The residence of the 502 mothers. In black those residing in late 2015 in the same place as during the attacks in gray those displaced afterwards. (B) Left column, percentage of women in the 502 cross sectional convenience sample that reported that their own housing was hit directly and right column, those that found parts of ammunitions in their house. (C) Percentage of women that were inside their house under the attack .

In October 2015, 78 women of the 103 whose homes were hit while they were inside were contacted, and the damage to 49 homes was recorded (in photographs) in order to objectively document the military attacks. Figure 2A shows the number of the visited homes whose damages were photographed ; of these 63% still exhibited the damage from the attacks.  Ten houses were totally destroyed, 15 exhibited major damage and 24 displayed minor damage (Figure 2B and Figure 1 in the online supplement).

Figure 2 A-B

Reported attacks on the housing of the women in the cross sectional convenience sample (n=502). (A) Seventy eight of the 103 women who experienced a direct attack on their house while they were inside it were visited in October 2015. The damages that were still visible were documented by photography. (B) Damages observed  classified according to their impact on the structure.

Subgroups for personal exposure to military attacks were generated in order to investigate associations between the load of metals in women’s hair and their proximity to the military attacks. Figure 3 shows the distribution of the two proximally exposed and the unexposed subgroups. Of the 502 women in this study, 55.9% (n=282) belonged to the subgroup of women who were exposed to an attack and who remained in the same house, where weapon remnants were likely to be present, during the following months of their pregnancy. Subgroup 2, composed of women who were exposed to attacks and who had moved away from the bombed or shelled home, included 12.3% (n=61) of participants. Subgroups 1 and 2 compose what we named the “proximally exposed” women and were the 68.2% of the cross sectional convenience sample. Approximately one-third (31.7%, n=159) of the women belonged to subgroup 3, who reported not having been under or next door to military strikes and were therefore considered unexposed. Photographic evidence confirmed the damage to the houses of 25 women in subgroup 1 and of 24 women in subgroup 2.

 

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

” data-icon-position=”” data-hide-link-title=”0″>Figure 3 A-D

Figure 3 A-D

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

Metal load in mothers and newborns

Supplementary Table 1 (see online supplementary Table 1) shows the descriptive values of the metal load, as determined by ICP-MS, for the 23 metals investigated in the hair of mothers and newborns, both for the whole group and for subgroups of exposure to military attacks. In general, the mothers’ metal loads were higher than the newborns’. Spearman correlations of the metal load between the mothers and newborns for the whole sample (Table 1) showed significant (p<0.05) positive correlations for all metal loads, except for Cu and Sn, and a negative correlation for Ba. These data indicate trans-placental passage of toxicants Cr, Cs, Mo, Ni, Sr, Pb and V, and teratogens Hg, U and W.

Table 1

Correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Spearman analysis of the correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Values of p<0.05 are enhanced in yellow for the positive correlations for Mg, Cr, Cs, Hg Mo, Ni, Sr, U, V and W.  The correlation is negative for Ba. Values are reported in ppm

Table 2

Comparison of the metal load of the mothers in the cross sectional convenience sample and in subgroups 1, 2 and 3 with that of reference ranges of standards from areas not involved in the war. Comparison of the 95th percentile of metal load in the wholesample and in subgroups 1–3 with that of standards from areas not involved in wars. Confidence intervals are shown. Results with 95th percentiles significantly higher than the reference value are enhanced in light blue and in bold. Values are reported in ppm. Subgroups 1 and 2 are mothers ‘proximally exposed’ to attacks and subgroup 3 those that reported no exposure

The metal load comparison to a reference standard (RHS) from areas unaffected by war (Table 2) shows the comparison of the 95th percentile of the metal load for the mothers with that of RHS. In the whole sample and in each subgroup, the load of toxicants (Al, Fe, Ba, Mn, Ni, Pb, Sr and V), teratogens (Hg, U and W), carcinogens (As, Cd and Co), and of Mg and Zn was significantly higher in the hair of women in all groups of the Gazacross sectional convenience sample than in the reference group RHS. The load of Cs, Cu, Mo, SE, Sn and Ti did not significantly differ from what was found in the reference group, RHS.

Proximal exposure to military attacks and metal load

To examine whether there is an association between proximal exposure to military attacks and metal load, the median values of the subgroups were analysed by multiple quantile regression models. Results showed that both subgroups of proximally exposed women had significantly higher loads for the majority of metals than the unexposed subgroup. For the sake of clarity, Table 3 does not include the following metals which were detected at the same level in all samples as in RHS, and thus unrelated to differences in anthropogenic activities of any kind in the samples and the reference: Cs, Cu, Mo, Se, Sn and Ti. This analysis confirms that proximal exposure is associated with a higher load of contamination for most metals, with an exception for U, with the highest load in subgroup 3. Specifically, subgroups 1 and 2 together showed significantly higher metal loads than subgroup 3 for Al, Mg, Mn, Ba, As, Zn and V. Subgroups 1 and 2 showed significant differences between them: subgroup 1 was highest for Ba and V; subgroup 2 for Cr, Sr and W. Measured loads of Fe, Hg and Pb were higher in the three subgroups than in RHS but did not differ among the subgroups.

Comparison between the newborns groups for metal load showed that the newborns in subgroup 2 had a significantly higher load of contaminants for most metals, except for Hg and Zn. Yet, children in subgroup 3 had a significantly higher load for Al than newborns in subgroup 1.

Regarding exposures to environmental chemicals from civilian sources and potential confounders, the study showed high homogeneity in the women’s sample for exposure to most of the potential risk factors. For 84% of the women, it was common to use multiple sources for drinking water, and 87% of the women resided far from industrial plants (figure 3B and C). All of the women used a combination of the five food sources (UNRWA, Egyptian, Israeli and Turkish imports, and local). Less than 5% of women engaged in potentially risky habits, such as smoking, using hair dye or consuming medicines (not shown), and most of the women (90%) ate fish, a potential source of mercury, less than or equal to once per month. These putative risk factors do not seem relevant to the differences in the distribution of the metal load found between the women proximally exposed to military attacks and unexposed women.

Table 3a

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers from different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the first column of each panel has significantly higher load (p<0,05) than the one in the second column of the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with subgroups 2+3

Table 3b

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Table 3c

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with 2+3

Table 3d

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Figure 3D shows that 76.3% (n=352) of women reported non-use of household and agricultural chemicals, whereas the 109 women classified as users reported using pesticides (n=82), herbicides (n=9) or other household chemicals (n=18). The chemicals were identified according to their function rather than their chemical composition and were studied only from the point of view of their potential contribution to the load of heavy metals in hair. Table 4 compares the median quantiles between user and non-user groups, showing no significant differences (p >0.3 for all analyses) among these subgroups in the load for all 23 metals. It is possible, then, to rule out the possibility that the use of these products contributed to the heavy metal contamination.

Table 4

Comparison of metal load between mothers according to their use of house–agricultural chemicals. Subgroups are not users-subgroup 1 (n=352) or users subgroup 2 (109), of any of the chemicals listed in figure 3D . Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘use of chemicals’. There was no significant difference for the load of all metal tested (p > 0,3) between the two groups

Discussion

Principal findings

The study is the first to document the number of civilian subjects in the population who were exposed in 2014 to military attacks in Gaza. The women in this cross sectional convenience sample experienced, in 32.4% of cases, a direct hit to their private dwellings and, in 63% of these cases, the attacks occurred while the women were inside their homes. The women’s recollections were supported by photographic documentation of the reported damage which verified its extent. Hits including those on neighbouring buildings (proximal exposure) were reported by almost 70% of the women.

The study examined the load of heavy metals in the hair of this cross sectional convenience sample  of women who were all pregnant during the war in Gaza in 2014. Hair samples were collected when the women delivered during the winter of 2014 and the spring of 2015. We found a positive correlation between a high load of toxicants (Ba, Al, V, Sr and Cr), a teratogen (W) and a carcinogen (As) in women’s hair and their proximity to military attacks in 2014.

We also found that there was a higher load in the entire cross sectional convenience sample of Gaza women in comparison with the hair samples from individuals in areas unaffected by war (RHS), regardless of their recent exposure to attacks. The high load was for heavy metals already detected as war remnants from previous attacks in 2009 (toxicants such as Al, Fe, Ba, Mn, Cr, Ni, Pb, Sr and V; teratogens such as U and W; and carcinogens such as As, Cd and Co).

There was, instead, no difference in the cross sectional convenience sample of Gaza women, regardless of their reported exposure to the attacks in 2014, in comparison with the metal load in the hair of adults of both sexes from the areas unaffected by war (RHS) for the concentration of microelements (Cu, Se and Mo) and a few other metals (Cs, Sn and Ti). Moreover, anthropogenic sources not arising from military attacks were excluded as confounders. These data confirm that the source of toxicant, teratogen and carcinogen contaminants was anthropogenic and associated with military attacks. We also showed that there was trans-placental passage for heavy metals from mothers to their newborns.

Limitations of the study

The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome because there is no recent ‘time zero’ for anthropogenic, heavy metal weapons related contamination in Gaza since the first aerial attacks in 2004. Military attacks and restrictions on people’s movement have become a prominent structural factor in the past 10 years. All participants in this study were present and residentially stable during three military operations in 6 years (Cast lead in 2008–2009, Pillar of cinder in 2012 and Defensive edge in 2014) and were likely exposed during that time and continuously thereafter to heavy metal war remnants that were environmentally stable. Even so, as the results highlight, this study was able to identify the contribution of heavy metals from the military attacks in 2014, establishing a significantly higher metal load in the hair of the women proximally exposed to these attacks. The composite background of war related heavy metal contaminants in the entire cross sectional convenience sample reflects the local history of attacks and had no bearing on the conclusions when we compared women exposed to those not exposed in 2014.

A general limitation of this type of study is that the knowledge about the effects of in-body interactions resulting from intake of more than one heavy metal is limited. It is difficult to anticipate the extent of the long term risk for human health and, in particular, for future pregnancies or infant development. Although we reported preliminary findings about incidence of birth defects and prematurity outcomes for the whole cross sectional convenience sample, this study was not designed to identify potential correlations between negative phenotypes in the newborns and heavy metal load. The size of this sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposures, is not large enough to generate accurate values for the incidence of negative birth outcomes, which have relatively low frequency in the population, or to establish the association of a high load of heavy metals with those outcomes.

Strengths of the study

The use of a questionnaire specifically designed to include local issues and administered via face to face interviews with women by their midwives allowed for the evaluation of the potential impact on the load in heavy metals of women’s habits and exposures to sources of potential contamination other than military attacks. The questionnaire confirmed the rarity of other habits that could potentially lead to heavy metal exposure and to quantify as very low the geographical nearness to common anthropogenic sources of heavy metals in Gaza. The survey thus helped to verify and exclude a role for many potential confounders in the mothers’ heavy metal load. A further strength of the study was the inclusion, as an internal control, of the testing of the concentration of microelements and metals not associated with weaponry. These did not differ in concentrations from the RHS reference, for both the exposed and not exposed groups.

This is the first investigation involving a sample with a relatively large number of participants, enlisted without exclusions, and which also includes newborn babies, where the load of 23 heavy metals was measured in participants’ hair. The size of the cross sectional convenience sample allows subgroups to be used according to exposure to environmental factors, where even the subgroups were of suitable sizes for statistical analyses of the differences in median concentrations of contaminants. In addition, this is probably one of the first studies where women’s recollections, in this case regarding their exposure to military attacks, was verified objectively by photographic documentation.

Interpretation

Heavy metal contamination as a hidden legacy of military attacks in 2014

The contamination by heavy metals associated with the exposure to recent military attacks is a hidden factor that has, until now, never been fully documented, even though it constitutes a risk for the health of the population. The frequency of women’s exposure to the attacks in 2014 in a home setting was very high, about 70%, demonstrating the local’s saying that there was ‘no place to hide’ for the population of Gaza at that time. The women exposed to attacks had significantly higher loads of heavy metals than women not exposed. As only about a quarter of women were primipara, three-quarters of the women had children who were similarly exposed to the military attacks. The extent of the attacks on civilians in 2014 was thus likely to have produced heavy metal contamination in a wide sector of the population.

The fact that the highest contaminant loads was found in the women exposed to attacks were in those not exposed involved various toxicants, teratogens and carcinogens (Ba, Al, V, Sr, Cr, W and As) , could not be foreseen a priori and illustrates the complexity of the contamination. Yet, this finding is compatible with the reports by various sources25 27 about the use of many different types of ammunitions in this military operation.

We excluded some relevant sources as potential contributors to the heavy metal load detected in the cross sectional convenience sample. Chemicals used in agriculture and in the household did not impact on the metal loads when the entire sample was compared with references, or in proximally exposed women versus those not exposed. All other known factors considered are unlikely to be confounding. This is consistent with the known limited other anthropogenic sources of heavy metals in Gaza (like refineries and metal and chemical industries) and with the reduction in gasoline consumption for all uses, which was severely restricted due to the economic blockade in place since late 2012. Exposure to the 2014 attacks was the only factor that we could detect as contributing to the personal contamination of the participants by heavy metals.

Historical contamination by other war remnant heavy metals and their persistence in the environment

Besides the identification of a high load of heavy metals, which we specifically traced to exposure to the military attacks in 2014, we found that all the participants had levels significantly higher than controls from outside areas affected by war (RHS) of other war remnant heavy metals, such as U, Hg, Cd, Co, Fe, Ni, Pb, V, Mn, Cd and Co. Previous reports had shown their delivery in Gaza by weaponry; teratogens Hg and Cd and toxicants Pb and Fe were delivered by weapons in the 2008–2009 war.6 A high load of Hg was reported in newborns of mothers exposed at that time to bombing and to attacks with white phosphorus ammunitions.17–20 High loads of Al, Fe, Cd, Hg and U were detected in the hair of children tested 1 year after the 2008–2009 attacks (unpublished, Manduca).

The presence of concentrations higher than those found in the reference group (RHS) for heavy metals introduced previously by weaponry in Gaza in the entire cross sectional convenience sample of women that we have tested in 2015 confirms that these elements have persisted in the environment for years and suggests that the whole population may have been chronically intaking these metals.

Implications of chronic exposure to heavy metals and their in-body accumulation

Chronic exposure to heavy metals before the attacks in 2014 complicates the contribution of the attacks in 2014, and involves also diverse types of heavy metals. Yet, the heavy metals detected previously, as well those recently detected as deriving from the 2014 attacks, are known for their teratogenic, toxicant and carcinogenic properties. They are risk factors for non-communicable diseases and for reproductive health. On the one hand, the environmental stability of heavy metals makes it possible for their chronic intake from the environment by individuals. On the other hand, these metals, after intake into the body, are not excreted rapidly and accumulate in organs where they can continue to induce somatic epigenetic changes. If there is a threshold for their action , they can reach the critical concentrations capable of causing negative biological effects over time and can therefore affect health even at a time distant from that of intake, and pathological and phenotypic endpoints of their effects could  be delayed.

A variety of negative effects in time affecting the physiology of individuals, as well as an increase in non-communicable diseases, were reported in association with heavy metal exposure. Unfortunately, very little knowledge is available to date on the kinetics of the deposition of each heavy metal in the body and of its release from each specific organ of deposition, and these unanswered questions require further investigation. Among the various potential long term negative effects associated with heavy metal intake, we here only discuss  some of the concerns regarding reproductive health, for which some information in humans is available, as well as the role of teratogens of some of the heavy metal contaminants.

Exposure to attacks, heavy metal load and long term implications for reproductive health

We have mentioned the limits of this study in investigating the association of the metal load with phenotypes at birth. The present study is a first step in this direction. Nonetheless, the finding of an increase in birth defects and preterm births, compared with the incidence registered in 2011, is a concern.21 We can anticipate that our data on a widercross sectional convenience sample would register significant increases in birth defects and preterm births by the year 2016 (Manduca et al, submitted 2016). In other post-war settings, the association between exposure to attacks and negative reproductive outcomes was reported.18 In Gaza, by retrospective pedigree analysis,20 an increase in birth defects was reported starting in 2005, after the newest air delivered weapons were first used. Between 2006 and 2010, i.e. before and after the Cast lead operation in 2009, there was a significant increase in birth defect in infants,19 a rise which was continuing in 2011 (Manduca, unpublished). In Gaza was reported in 2011 association between the exposure to attacks and the contaminant load in newborn hair for specific teratogens, if the infant was born with a birth defect, or toxicants, if the infant was born preterm.22 There is thus some evidence of the potential negative impact on the outcomes of pregnancies due to the intake of heavy metals during wars.

There was also limited previous evidence that most of the heavy metals pass through the placental barrier, as we here documente, and accumulate in the hair during fetal life. However, the critical levels of heavy metals capable of negatively impacting on the human embryo and fetus are unknown, and little is known about the kinetics and modalities of trans-placental transfer of each individual heavy metal over time.

We have reported that newborn babies in this cross sectional convenience sample have lower heavy metal loads than mothers, but our present knowledge does not allow for a conclusion of whether this is reassuring for their future health as infants. Delayed effects were reported for in utero exposure to attacks among children as increased rates of chronic illnesses, developmental problems and growth impairments.7–10 12–16 Our data on newborn contamination are only an initial contribution to the needed research to investigate whether a high maternal load of weapons related metals and in utero exposure of the baby can predict physical, cognitive, emotional and psychological development in the infant. We are presently addressing this issue with a longitudinal assessment.

Other long term exposures to heavy metals that could harm the infant’s development may occur because of the transmission of heavy metals from the mother through breastfeeding.

A high load of some heavy metals can interfere with the mother’s future capability to bring a pregnancy to term, resulting in premature deliveries or negative effects on their next babies’ health.11 29 Mobilisation during pregnancy of metal previously accumulated in the mother’s body is likely to occur in pregnancies remote in time from their intake, and the return of stored heavy metals into the lymphatic and vascular circulation may have delayed effects on reproductive health.21 22 There is evidence that different heavy metals accumulate preferentially in different compartments of the body (eg, bone for lead, strontium and uranium; brain for mercury, cadmium and aluminium; kidney for cadmium, mercury, chrome, lead and plutonium), and that from these organs, the metals can be mobilised during subsequent pregnancies, via organ and tissue remodelling, and the development of the placenta, but the extent and details of these mobilisations are largely unknown.

Generalising the meaning of the study

The results of this study illustrate that in Gaza, a specific high load of heavy metals is associated for all the women in the cross sectional convenience sample with the exposure to military attacks in 2014, and widespread contamination for many heavy metals was associated with the use of weaponry in previous attacks. These evidences support the possibility of immediate and long term risks for health posed by weapons associated heavy metals and war remnants. They suggest that the risks posed by the war remnants are diffuse, may not be limited to reproductive health and may also affect the frequency of pathologies such as cancers, male sterility, immunity and endocrine disorders, thus interesting all sexes and ages, as the insurgence of these pathologies can be influenced by heavy metal exposure and is noticeable that they are reported by medical sources, on the rise in Gaza.8–11

The contamination documented in the cross sectional convenience sample by potential effectors of non-communicable diseases suggests new investigative lines in studying their ethology.

The relevance of the local context needs to be underlined as the it  was the first determinant that made our research possible. There are factors in the Gaza Strip that aided conducting human studies which would hardly be possible elsewhere: good medical structures, collaborative communities with stable composition and residences, and stagnating or restricted industrial production (although imposed by the siege and negative for the well-being of the people), independent documentation from international observers of timing of attacks and of kind of weapons used , and consulting help for environmental issues. The collaborative context also allowed the development of a questionnaire suitable for further surveillance of health.

To fully understand the implications for health of these findings we need future studies involving a variety of professional aptitudes. Research is needed on the fate of heavy metals in the human organism, particularly in relation to the release from the mother’s organ during remodelling in pregnancies. Additionally, researchers should explore the mechanistic aspects of the molecular action of each heavy metal, and longitudinal studies can identify and verify the endpoints of diseases over time. Currently, knowledge of all of these matters is limited. Given that the weaponry used in many of the current military operations in other countries is often manufactured by the same firms as the weaponry used in Gaza, our observations may be relevant in designing studies in other settings.

Conclusions

The long term effects on health due to contamination by remnants of war containing heavy metals needs consideration in association with other long term effects of war on populations, including the trauma of war and war related economic and structural damage.

Surveillance at birth, bio-monitoring and the study of outcomes of maternal and newborn health must be maintained as stable programmes, as they provide the most sensitive first sentinels for studies of the sequelae of anthropogenic contamination and can provide alerts about increases in damaging health conditions. They also provide solid information intrinsic to prospective data collection. Surveillance at birth is relatively easy to implement, and its outcome informs the general risks for the population and helps tailor public health interventions and preventive procedures.

Retrospective and longitudinal investigations should be undertaken to investigate the effects of heavy metal contamination on non-communicable diseases

Further research on the long term health damage caused by exposure to heavy metals is needed. Additionally, plans for family counselling, prevention and remediation should be developed. These efforts require the support of the scientific community and the involvement of an array of professionals from different disciplines. Our studies provide a background for others to be implemented in other settings where, in similar fashion as in Gaza, general health may be threatened by hidden remnants of war in the present and for the next generations.

In summary, in Gaza, contamination by heavy metals that persist in the environment and their continuing accumulation in individuals are ongoing risk factors for a variety of health outcomes in the aftermath of war.

Supplementary Material

Supplementary material 1

Supplementary Material

Supplementary Table 1

Acknowledgments

Fabrizio Minichilli, researcher, and Fabrizio Bianchi, Research Director Unit of Environmental Epidemiology, Institute of Clinical Physiology, Pisa, Italy, provided significant support in the statistical analysis.

References

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Footnotes

  • Contributors Contributorship statement. PM developed the questionnaire used to collect the data, directed the analytical work and elaboration of the data with statisticians, wrote the manuscript, and prepared the figures and reference list. SYD directed the organised field work in three hospitals, and the follow-up objective assessment of damages, and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. NMAA directed the organised field work in one hospital and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. SRQ partecipated in the planning of the study and review of the manuscript. R-LP launched the idea of the study and participated in the planning of the work and first draft and review of the manuscript. All contributed authors had access to and revised the data.

  • Competing interests None declared.

  • Patient consent Yes.

  • Ethics approval The Palestinian Health Research Council and the Helsinki C’ommittee for Ethical Approval approved the study, and the Research Board of the Islamic University of Gaza, Palestinine, reviewed and accepted the research tools and procedures. The women provided written informed consent for their own and their newborns’ participation.

  • Provenance and peer review Not commissioned; externally peer reviewed.

  • Data sharing statement Extra data can be accessed via the Dryad data repository at http://datadryad.org/with the doi:10.5061/dryad.kr846.

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Parole contro prove satellitari: Smentite le menzogne di Obama e Ban Ki-moon

Aleppo. Il ministero della Difesa russo ha diffuso un video ripreso da un drone che mostra il convoglio di aiuti umanitari dell’ONU affiancato da un veicolo dei “ribelli moderati” dotato di un grosso lanciagranate.

I militanti alla guida di un pick-up con una copertura di mortaio hanno utilizzato il convoglio di aiuti  delle Nazioni Unite diretto nei pressi di Aleppo.

L’esercito russo ha mostrato ieri le immagini satellitari di un drone che monitorava il convoglio.  “L’analisi dei filmati attraverso il nostro drone monitora i movimenti del convoglio di aiuti attraverso le aree in attesa militanti ha contribuito a rivelare nuovi dettagli sulla vicenda”, ha dichiarato Konashenkov. “Il video mostra chiaramente come i terroristi si trasferiscono con un camioncino con un mortaio di grosso calibro. ”

Lunedi un convoglio umanitario composto da 31 camion è stato attaccato mentre si dirigeva verso Aleppo. Secondo la Croce Rossa, 20 civili e un operatore umanitario sono morti in seguito.

I primi rapporti dall’organizzazione hanno sostenuto che il convoglio era stato preso di mira da un attacco aereo. La Russia ha negato le accuse, e mostrato come la distruzione dei veicoli interessati non si . “Non ci sono crateri, mentre i veicoli hanno il loro telaio intatto e non sono stati gravemente danneggiati, come sarebbe accaduto in caso di un attacco aereo”, ha dichiarato Konashenkov. Le Nazioni Unite – al contrario della Casa Bianca che non mostra una prova satellitare al contrario del ministero russo – ha poi dovuto ritrattare martedì le sue affermazioni sul fatto che il convoglio sia stato colpito da aerei militari. “Non siamo in grado di determinare se erano in realtà attacchi aerei. Siamo in grado di dire che il convoglio è stato attaccato”, ha dichiarato il portavoce ‘umanitario’ delle Nazioni Unite Jens Laerke.

 

Fonte: RT

 

Notizia del: 21/09/2016

 

 

Sorgente: Parole contro prove satellitari: Smentite le menzogne di Obama e Ban Ki-moon – World Affairs – L’Antidiplomatico

La bufala per far dimenticare l’eccidio di 62 soldati siriani da parte dell’aviazione Usa

Ma perché mai Assad dovrebbe far bombardare un convoglio di aiuti umanitari, organizzato dalla Croce Rossa e diretto verso i -finalmente liberi dell’assedio jihadista – abitanti della periferia di Aleppo?  Si direbbe non se lo chieda nessuna TV o  giornale padronale, che con questa bufala, cercano di far dimenticare l’eccidio intenzionale di 62 soldati siriani da parte dell’aviazione USA.

Ma cosa è successo veramente al convoglio umanitario? I Russi, da parte loro, annunciando la pubblicazione di foto satellitari, negano non solo un coinvolgimento dell’aviazione siriana o russo ma anche l’ipotesi del bombardamento, considerando che non vi è traccia dei tipici crateri ad imbuto conseguenti ai bombardamenti aerei. E le ancora poche foto in circolazione si direbbero attestare che a colpire il convoglio siano stati RPG o missili a spalla, verosimilmente sparati da qualche tagliagole o “ribelle” che dir si voglia.
Ma che importa?!  La “Verità” l’hanno già gridata i media mainstream: é stato Assad! É stato Assad! Probabilmente, tra qualche giorno, una dettaglia inchiesta dimostrerà tutt’altro. Ma a chi volete che allora importi?

Francesco Santoianni

Notizia del: 20/09/2016

Sorgente: La bufala per far dimenticare l’eccidio di 62 soldati siriani da parte dell’aviazione Usa – I media alla guerra – L’Antidiplomatico

Siria. Usa e Israele in soccorso di Daesh e al Nusra

di Stefano Mauro

 

 

 

 

La tregua in Siria è finita. In effetti un reale cessate il fuoco, sancito dai due principali sponsor del conflitto (USA e Russia) senza un convinto appoggio e coinvolgimento delle numerose e incontrollate milizie jihadiste, non c’è mai stato.

 

La stessa amministrazione Obama, come avvenuto nel febbraio 2016, ha tentato nuovamente di correre in soccorso alle fazioni coalizzate contro il regime di Bashar Al Assad. La sospensione del conflitto, secondo alcuni analisti, è stata vista come un estremo tentativo da parte degli americani di fermare gli scontri, in maniera da far riorganizzare le milizie sostenute dagli USA. Del resto la stessa cosa era avvenuta in passato – a febbraio – con migliaia di nuove milizie salafite che entrarono in territorio siriano, dal permeabile confine con la Turchia, con rifornimenti e armi.

 

Quello che, però, è successo il 17 Settembre è stato un qualcosa di nuovo e inaspettato nel conflitto siriano. L’aviazione americana ha bombardato a Deir Ezzor una postazione dell’esercito siriano causando 60 morti e 100 feriti e favorendo l’avanzata delle milizie di Daesh, in una delle poche aree strategiche controllate dalle truppe lealiste. Il pentagono ha subito dichiarato che “si è trattato di un errore” e lo stesso Obama si è scusato con il governo di Damasco. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha immediatamente etichettato l’episodio come “un chiaro sostegno militare ai terroristi di Daesh”. Lo stesso governo di Damasco ha dichiarato che “il raid americano è un’aggressione evidente e palese contro l’esercito regolare siriano e contro il territorio siriano”.

 

Le scuse e la successiva irritazione americana sono, in effetti, segni palesi dell’errore di valutazione fatto dall’amministrazione statunitense. Errore di valutazione e non, come ripetuto più volte, errore militare. Appare, infatti, impossibile che uno degli eserciti più potenti al mondo abbia commesso un simile sbaglio per diversi motivi.

 

Il primo è il “modus operandi” dell’operazione. Il raid è stato effettuato a 4 riprese per una durata complessiva di 45 minuti: non si tratterebbe, quindi, dello sbaglio di un singolo pilota.

 

Il secondo: l’obiettivo del raid. La collina di Jebel Tudar, occupa una posizione strategica particolare perché si trova lungo la strada verso l’aeroporto. Si tratta di una posizione che le truppe lealiste siriane difendevano da oltre un anno. Dopo l’attacco americano, con un tempestivo e strano “coordinamento”, le truppe di Daesh hanno non solo subito occupato la posizione, ma attraverso la loro agenzia stampa “Amaq” , hanno anche annunciato la conquista di Jebel Tudar.

 

Ultima anomalia: l’annuncio da parte dell’aviazione americana di essere intervenuta in quella zona a supporto dell’aviazione siriana. Sembra inverosimile una dichiarazione del genere perché in quel territorio la coalizione a guida statunitense non era mai intervenuta e tanto meno in supporto degli aerei di Damasco.

 

In conclusione l’attacco americano a Deir Ezzor, ultimo baluardo di Daesh se Raqqa cadrà, ha favorito le truppe jihadiste di Daesh fortificando una posizione strategica per le milizie di Al Baghdadi nelle vie di comunicazione tra la Siria orientale e l’Iraq.

 

L’esercito israeliano, invece, è intervenuto in sostegno alle milizie della coalizione di Fatah Al Sham (ex Al Nusra) nella parte meridionale dello stato siriano. A distanza di una settimana dalla battaglia di Qadissyat sono, ormai, numerosi e precisi i dettagli che riportano un coinvolgimento attivo da parte delle autorità di Tel Aviv. Secondo il quotidiano libanese Al Akbar, le truppe israeliane sono intervenute in quattro diverse occasioni: prevalentemente con aviazione, artiglieria e supporto logistico. Il sostegno si è anche materializzato con l’utilizzo di un ospedale da campo sionista e con il trasporto degli jihadisti più gravi negli ospedali israeliani della zona.

 

L’obiettivo della battaglia era quello di creare un corridoio per mettere in contatto due zone di controllo “ribelli” e conquistare il villaggio druso di Hadar nella zona del Golan occupato. Da diversi anni, infatti, quella zona è una vera spina nel fianco per le milizie salafite che non sono mai riuscite a “sfondare” le linee difensive siriane. L’esercito di Damasco ha avuto, inoltre, il sostegno della popolazione locale drusa che vive uno stato di occupazione sia da parte delle forze sioniste sia da parte di quelle jihadiste.

 

Secondo le fonti del quotidiano libanese As-Safir, la battaglia è durata oltre sei giorni. Durante gli scontri sono stati visti mezzi “ribelli” circolare indisturbati nella zona di controllo israeliana nel tentativo di effettuare una manovra a tenaglia. La reazione difensiva è stata veemente ed ha causato numerose perdite nei ranghi dei ribelli di Fatah Al Sham – circa 200 morti e 500 feriti. Nel tentativo di bombardare postazioni siriane in appoggio ai ribelli, l’esercito israeliano ha perso un caccia F-16 ed un drone (Fonte AFP, Sputnik), perdite ovviamente smentite dal governo di Tel Aviv.

 

Per complicare ulteriormente la situazione ieri un convoglio di aiuti della mezza luna rossa è stato attaccato causando la morte di oltre 20 persone. Secondo gli USA sarebbero stati i russi o l’aviazione siriana; secondo Mosca sarebbero stati i “ribelli” che stavano tentando una sortita sulle linee di Aleppo. Quest’ultima, secondo diversi media mediorientali, sarebbe la versione più convincente visto che in merito al bombardamento non ci sono segni di cratere sulla strada nel tragitto del convoglio.

 

In risposta a questi due episodi ed al recente bombardamento/fantasma, Damasco e Mosca sono state abbastanza chiare circa la loro posizione. Secondo Lavrov “non ci sono più margini per poter rinnovare la tregua che ha solamente permesso alle milizie ribelli di riarmarsi e di rinforzare le loro posizioni”. In un messaggio agli israeliani lo stesso Bashar Al Assad ha dichiarato che “la risposta alle incursioni israeliane in territorio siriano non è stata casuale” aggiungendo che “ci saranno altre risposte militari se l’entità sionista continuerà a sconfinare nel nostro territorio o sosterrà i ribelli”. La sicurezza di Damasco fa presagire che, se lo stato israeliano continuerà nel suo sostegno ai ribelli, si potrebbe aprire un nuovo fronte sulle alture del Golan.

 

Se da una parte il regime siriano sembra essersi rinforzato ed essere in grado di contrastare e rispondere ai numerosi fronti di combattimento, fino a rispondere alle truppe sioniste, dall’altra, però, sembra sempre più

 

( Fonte: Contropiano.org )

 

Sorgente: 22-9-16_Usa-Israele-Daesh