Parola d’ordine: Gaza non si inginocchia

Parola d'ordine: Gaza non si inginocchia

“Gaza è salda e non si inginocchia”, questa la parola d’ordine del 31° venerdì di protesta lungo la linea terrestre dell’assedio di Gaza.

Per fermare la protesta si è parlato di mediazioni egiziane, poi di mediatori che hanno desistito, quindi di ulteriori dissidi interni tra le due principali fazioni (Hamas e Fatah) che sembrano sempre più irresolubili e che faciliterebbero la minacciata aggressione massiccia israeliana. Poi timidamente – perché di fronte a Israele le istituzioni internazionali sono sempre timide – l’Onu ed alcuni governi hanno invitato lo Stato ebraico a limitare la forza, alias la brutale violenza omicida, ma è più elegante chiamarla forza. Quindi è sceso in campo il re di Giordania per rivendicare il diritto ai “suoi” territori in West Bank prima che Israele riesca a realizzare il suo obiettivo di annetterli completamente come sa già fin troppo bene ogni osservatore onesto.

Intanto in tutta la Palestina Israele uccide (l’ultimo ragazzo ucciso in Cisgiordania, al momento, aveva 23 anni, si chiamava Mahmud Bisharat e fino a ieri viveva a Tammun, vicino Nablus), arresta arbitrariamente, ritira i permessi di lavoro ai familiari di Aisha Al Rabi, la donna palestinese uccisa dalle pietrate dei coloni fuorilegge invertendo i ruoli tra vittima e carnefici, demolisce le abitazioni palestinesi e interi villaggi, non ultimo un villaggetto poco lontano dal sempre illegalmente minacciato Khan Al Ahmar che, a differenza di quest’ultimo, non essendo salito agli onori della cronaca è rimasto invisibile e non ha creato “fastidiose” proteste all’occupante.

Israele avanza senza freni col suo bagaglio di morte e di ingiustizia, distribuite con la naturalezza di un seminatore che sparge i semi nel suo campo, e i media democratici sussurrano con discrezione, o tacciono a meno che qualcosa non sia proprio degno di attenzione per non essere scavalcati totalmente dai social e perdere audience.

Quindi, dello stillicidio quotidiano di vite e di diritti prodotto dall’occupazione israeliana difficilmente i media danno conto, solo la Grande marcia del ritorno riesce ad attirare poco poco la loro attenzione sia perché la creatività dei manifestanti, sia perché l’altissimo numero dei morti e dei feriti – regolarmente inermi – un minimo di attenzione la sollecitano. Ricordiamo che solo ieri i martiri, solo al confine, sono stati 4 e i feriti 232 di cui 180 direttamente fucilati in campo. Tra i feriti, solo ieri, si contano 35 bambini e 4 infermieri che prestavano soccorso ad altri feriti.

Ad uso di chi leggerà quest’articolo e magari non ricorda o non sa i motivi della Grande marcia, precisiamo che i gazawi chiedono semplicemente che Israele rispetti la Risoluzione Onu 194 circa il diritto al ritorno e tolga l’assedio illegale che strangola la Striscia, cioè i gazawi chiedono quello che per legge internazionale dovrebbe già essere loro.

In 31 venerdì di protesta sono stati fucilati a morte circa 210 palestinesi tra i quali si contano bambini, invalidi sulla sedia a rotelle, paramedici e giornalisti, in violazione – come sempre IMPUNITA – del Diritto internazionale, e sono stati fucilati alle gambe migliaia e migliaia di palestinesi con l’uso di proiettili ad espansione (vietati ma regolarmente usati da Israele) i quali, se a contatto con l’osso, lo frantumano portando all’invalidità permanente. Gaza ha un numero altissimo di ragazzi e uomini con una o due gambe amputate per volere di Israele.

Ma nonostante tutto questo la Grande marcia continua. La parola d’ordine di quest’ultimo venerdì non poteva essere più esplicativa, “Gaza non si inchina”, che è qualcosa di più che dire “Gaza non si arrende” perché la resa a un potere tanto forte da stritolarti potrebbe essere necessaria, ma l’inginocchiarsi davanti a quel potere non è nella natura del gazawo medio e tanto meno delle donne gazawe.

La foto di Aed Abu Amro, il ragazzo palestinese che pochi giorni fa, a petto nudo, con la bandiera in una mano e la fionda nell’altra sfidava la morte per amore della vita è la più evocativa di questa incredibile, vitale e al tempo stesso disperata volontà di vincere. La posta in gioco è la Libertà, quella per cui generazioni di uomini e di donne hanno dato la vita, non per vocazione al suicidio ma per conquistare il diritto di vivere liberi. Lo sappiamo guardando la storia antica e quella contemporanea. E Gaza non fa eccezione. I gazawi, uomini e donne che rischiano la vita per ottenere la libertà rientrano in quella categoria di resistenti che merita tutta l’attenzione e il rispetto della Storia. Ignorarlo è codardia. Confondere o invertire il ruolo tra oppresso e oppressore è codardia e disonestà.

Molti media mainstream stanno dando prova di codardia e disonestà. E’ un fatto.

La foto di Aed, scattata dal fotografo Mustafa Hassouna ha una carica vitale troppo forte per essere ignorata dai media e troppo pericolosa per la credibilità di Israele: rischia di attirare simpatie verso la resistenza gazawa e di ridurre il consenso alla propria narrazione mistificante e allora, veloce come la luce arriva la mano della Hasbara, il raffinato sistema di propaganda israeliano, che entra nel campo filo-palestinese per smontare, con argomentazioni apparentemente protettive verso i palestinesi, la forza evocativa di quella foto che orma è diventata virale.

Non potendo più essere fermata, va demolita. Quindi la forte somiglianza col dipinto di Delacroix titolato “La libertà che guida il popolo” viene definita impropria e l’accostamento addirittura osceno (v. articolo di Luis Staples su L’Indipendent). No, l’accostamento è assolutamente pertinente e lo è ancor di più se lo si richiama anche alla parola d’ordine dell’ultimo venerdì della Grande marcia, cioè “Gaza non si inginocchia”.

Intanto alla fine della marcia, mentre negli ospedali della Striscia si accalcavano i feriti, una mano ufficialmente sconosciuta faceva partire 14 razzi verso Sderot richiamando la rappresaglia israeliana sebbene 12 di questi razzi fossero stati distrutti dall’iron dome e altri 2 non avessero procurato danni.

Forse Israele non aspettava altro, forse quei razzi potrebbero essere frutto di una ben concertata manipolazione o forse di qualche gruppo esasperato e fuori controllo, o forse una precisa strategia ancora non ufficializzata, ancora non ci è dato di saperlo anche se la prestigiosa agenzia di stampa mediorientale Al Mayadeen, questa notte riportava parole della Jihad islamica la quale, pur non rivendicando il lancio dei razzi, dichiarava che “la resistenza non può accettare inerte la continua uccisione di innocenti da parte dell’occupazione israeliana“. Cosa significa? Che si è scelto consapevolmente di lasciare mano libera a Israele senza neanche fargli rischiare il timido rimprovero delle Nazioni Unite potendosi giocare il jolly della legittima difesa?

O significa che si sta spingendo Hamas all’angolo costringendolo a riprendere la strategia perdente delle brigate Al Qassam? C’entra forse lo scontro interno tra le diverse fazioni? Gli analisti più accreditati non si sbilanciano. Comunque Israele ha serenamente risposto come suo solito, ovvero con pesanti bombardamenti per l’intera nottata. L’ultimo è stato registrato nei pressi di Rafah questa mattina.

Al momento in cui scriviamo non si denunciano altre vittime ma solo pesanti distruzioni, rivendicate con fierezza da Israele come fosse una sfida anodina di tiro al piattello.

Le immagini trasmesse in diretta durante la notte sono impressionanti, ma più impressionante è il comportamento della maggior parte dei palestinesi di Gaza: al primo momento di terrore ha fatto seguito “l’abitudine”. L’abitudine ai bombardamenti israeliani che – i media non lo dicono – con maggiore o minore intensità, sono “compagni di vita quotidiana” di questa martoriata striscia di terra. E l’abitudine, coniugata con l’impotenza a reagire, ha fatto sì che la grande maggioranza dei gazawi, provando a tranquillizzare i bambini terrorizzati, abbia scelto di dormire confidando nella buona sorte, forse in Allah.
Del resto quale difesa per un popolo che, a parte i discutibili razzi, non ha altre armi che le pietre e gli aquiloni con la coda fiammante? E la foto che ritrae Aed come un moderno quadro di Delacroix cos’è se non fionda e bandiera contro assedio e assedianti ? Cos’è se non la sintesi fotografica della resistenza gazawa e, per estensione, della resistenza palestinese tout court a tutto ciò che Israele commette da oltre settant’anni senza mai subire sanzioni?

Non basteranno articoli come quello di Luis Staples su “L’Indipendent” e la coazione a ripetere del codazzo che si porteranno dietro a fermare la fame di Libertà e di Giustizia del popolo palestinese. La foto di Aed non farà solo la meritata fortuna professionale del fotografo Moustafa Hassuna, quella foto è diventata e resterà l’icona della Grande marcia, insieme alla parola d’ordine di ieri “Gaza non si inginocchia”.

Patrizia Cecconi

thanks to: l’Antidiplomatico

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Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb.al Jazeera. Da Zeitun.info. Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora.

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

Traduzione per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

© Agenzia stampa Infopal

via Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra — Infopal

Lo Stato d’Israele si sgretolerà e vedremo una libera Palestina democratica prima di quanto immaginato

Stuart Littlewood, AHTribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso un ex-militare, è oggi un noto attivista per la pace e instancabile lavoratore per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più chiare a richiedere il sostegno al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e per la creazione di una democrazia unica con uguali diritti su tutta la Palestina storica. Sarà alla Conferenza del partito laburista a Liverpool il 23-26 settembre. Ho avuto la fortuna d’intervistarlo, nella settimana che segna il 70° anniversario dell’assassinio di Folke Bernadotte e del 36 ° anniversario del massacro genocida nel campo profughi di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire l’ambizione sionista, ciò che dice Miko potrebbe dovrebbe far riflettere chi segue il dettato della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, è cresciuto in una famiglia sionista con un regime sionista. Cosa le è successo per uscirne?
Miko Peled: Come il titolo del mio libro di memorie ‘Il Figlio del Generale’ suggerisce, sono nato da un padre che era generale dell’IDF e poi, come sottolinea il sottotitolo, intrapresi il “Viaggio di un israeliano in Palestina” . Il viaggio è definisce a me, e attraverso di me si spera che definisca al lettore, cosa sia “Israele” e cosa sia “Palestina”. È un viaggio dal lato dell’oppressore privilegiato e dell’occupante (Israele) a quello degli oppressi (Palestina) e dei nativi della Palestina. Ho scoperto che è, in effetti, lo stesso Paese: Israele che occupa la Palestina. Ma senza il viaggio, non l’avrei capito. Questo per me era la chiave. Mi ha permesso di vedere ingiustizia, privazione, privazione di acqua e diritti e così via. Quanto più mi permisi, e continuo a permettermi di avventurarmi in questo viaggio, più potevo vedere cos’è veramente il sionismo, Israele e chi sono io.

Molti mesi fa avvertì che Israele avrebbe “fatto tutto il possibile, avrebbe imbrattato, provato tutto il possibile per fermare Corbyn”, e la ragione per cui l’antisemitismo viene usato è che non hanno altri argomenti. Questo si è avverato con Jeremy Corbyn con un attacco feroce e prolungato anche dall’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe comportarsi Corbyn e quali contromisure suggerirebbe?
Jeremy Corbyn ha chiarito durante la conferenza laburista dello scorso anno che non permetterà che accuse d’antisemitismo interferiscano col suo lavoro di leader del partito laburista e uomo dedito alla creazione di una società giusta nel Regno Unito e di un mondo giusto. In quel discorso, disse qualcosa che nessun leader occidentale avrebbe osato dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese”. Ha sempre avuto sempre i mezzi e il suo sostegno cresce. Credo che stia facendo la cosa giusta. Mi aspetto che continui.

E cosa ne pensa dello sfogo di Sacks?
Non sorprende che un razzista che sostiene Israele se ne esca così, non rappresenta nessuno.

L’organo governativo del Partito laburista, il NEC, ha adottato la definizione dell’IHRA di armamentario dell’antisemitismo, nonostante gli avvertimenti di esperti legali e la raccomandazione d’includere dei caveat al Comitato di selezione degli affari interni della Camera dei Comuni. Questa decisione è vista come una spaccatura per pressione esterna e ovviamente influenzare la libertà di parola sancita dalla legge inglese e garantita dalle convenzioni internazionali. In che modo influenzerà la credibilità laburista?
Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono certo che vivranno subendo l’afflizione della vergogna che ciò pone a coloro chi ne ha votato l’adozione. Ci sono almeno due avvisi già dalla comunità ebraica ultra-ortodossa, che costituisce dal 25% al 30% degli ebrei del Regno Unito, che respingono l’idea che JC sia antisemita, rifiutando il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Sull’Occupazione, affermò che Israele ha raggiunto lo scopo di rendere irreversibile l’occupazione della Cisgiordania 25 anni fa. Perché pensa che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea di una soluzione a due Stati? Come crede si sviluppi la situazione?
Gli Stati Uniti, e in particolare l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia ingoiato tutta la Palestina del Mandato e non c’è spazio per i non ebrei nel Paese. Non fanno altre affermazioni. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono placare Israele e accettarlo così com’è. I loro elettori, tuttavia, chiedono giustizia per i palestinesi, quindi, con un codardo compromesso, i Paesi dell’UE secondo un autentico post-colonialismo trattano l’Autorità palestinese come se fosse Stato palestinese. Ecco perché, credo, gli europei andranno avanti “riconoscendo” il cosiddetto Stato della Palestina, anche se non esiste. Lo fanno per placare i loro elettori senza realmente fare nulla per promuovere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato un palestinese, non hanno liberato un solo prigioniero da una prigione israeliana, non hanno salvato un bambino dai bombardamenti su Gaza, non hanno alleviato sofferenza e privazione dei palestinesi nel deserto del Naqab o nei campi profughi. È un gesto vuoto, codardo. Ciò che gli europei dovrebbero fare è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi vivono sotto un regime di apartheid nella propria terra, sono vittime della pulizia etnica e del genocidio e che questo deve finire, e l’occupazione sionista deve finire completamente e senza condizioni. Credo che lo Stato di Israele si sgretolerà e che vedremo una Palestina democratica libera dal Fiume al Mare prima di quanto la maggior parte della gente pensi. L’attuale realtà è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non se ne vanno, Israele ha appena annunciato, ancora. che due milioni di cittadini non ebrei non sono graditi in questo Stato, e il BDS è al lavoro.

Le IDF si definiscono l’esercito più morale del mondo. Ha prestato servizio nell’IDF. Quanto è credibile tale affermazione?
È una bugia. Non esiste un esercito morale e l’IDF sono impegnate nella pulizia etnica, nel genocidio e nel far rispettare un regime d’apartheid da sette decenni. Di fatto, le IDF sono una delle forze terroristiche meglio equipaggiate,addestrate, finanziate e sostenute del mondo. Anche se hanno generali, belle uniformi e armi avanzate, non sono altro che bande armate di teppisti e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere i palestinesi. I loro ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo brutalità e spietatezza crudelmente inflitte nella vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnati a denunciare la verità su un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione oppressa sotto un’occupazione illegale. Dicono che il loro scopo è porre fine all’occupazione. Come valuta le loro possibilità di successo?
Loro e altre ONG come loro potrebbero fare la differenza. Sfortunatamente, non vanno lontano, non invitano i giovani israeliani a rifiutarsi di servire nelle IDF, e non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi, ritengo che il loro lavoro sia superficiale e conti poco.

Gli israeliani accusano spesso il sistema educativo palestinese di creare futuri terroristi. Come lo confronta coll’istruzione in Israele?
Il sistema educativo palestinese attraverso un accurato processo di controllo, quindi tali affermazioni d’insegnare l’odio sono infondate. Israele, tuttavia, fa un ottimo lavoro nell’insegnare ai palestinesi di essere oppressi e non avere altra scelta che resistere. Lo fa usando militari, polizia segreta, burocrazia dell’apartheid, innumerevoli permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite. Le corti israeliane insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non sono considerate come nulla. Non ho incontrato palestinesi che esprimano odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’istruzione da Israele, non a causa di un libro di testo palestinese. Gli israeliani subiscono un’approfondita educazione razzista ben documentata in un libro di mia sorella, la prof.ssa Nurit Peled-Elhanan, intitolata Palestina nei libri di testo israeliani.

Le comunità cristiane in Terra Santa si riducono rapidamente. Gli israeliani sostengono che i musulmani li espellono, ma i cristiani dicono che è la crudeltà dell’occupazione che ha spinto così tanti a lasciare. Qual è la sua opinione? Gli israeliani cercano d’inserire un cuneo tra cristiani e musulmani? C’è una guerra religiosa in atto per cacciare i cristiani?
I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione in Palestina, ora sono appena il 2%. Non c’è nessuno da incolparne se non Israele. Israele ha distrutto comunità e chiese cristiane palestinesi proprio come ha distrutto i musulmani. Per Israele gli arabi sono arabi e non hanno posto nella terra d’Israele. Raccomando caldamente l’eccellente relazione di Bob Simon su CBS 60 Minutes del 2012 intitolato Christians in the Holy Land. Alla fine, affronta l’ex-ambasciatore d’Israele a Washington DC che volle annullare la trasmissione.

Si definisce persona religiosa oggi?
Non lo sono mai stata.

Conosce Gaza. Come giudica Hamas sul suo governo? E attori onesti potrebbero lavorare con loro per la pace?
Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per anni, palestinesi e stranieri, e loro valutano che, sul governo e tenendo in considerazione le gravi condizioni in cui vivono, vanno lodati.

Alcuni dicono che il pubblico israeliano è in gran parte inconsapevole degli orrori dell’occupazione e protetto dalla verità. Se è vero, inizia a cambiare?
Gli israeliani sono pienamente consapevoli delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano e votano in gran numero e per sette decenni continuano a votare per chi inviano loro e i loro figli a commettere tali atrocità, che non sono commesse da mercenari stranieri ma da ragazzi e ragazze israeliani che operano con orgoglio. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. In passato, c’era una facciata civile in Israele, e oggi non c’è più. Dire che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è una dichiarazione perfettamente accettabile oggi. In passato, si era alquanto imbarazzati ad ammetterlo.

Israele ha compiuto una serie di assalti armati in acque internazionali su imbarcazioni umanitarie che portavano aiuti medici e non militari alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggi e passeggeri vengono regolarmente picchiati e gettati in prigione, e alcuni uccisi. Gli organizzatori ora dovrebbero rinunciare o raddoppiare gli sforzi usando tattiche diverse?
Le flottiglie di Gaza sono certamente encomiabili, ma se l’obiettivo è raggiungere le coste di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore è solo nel fatto che sono espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se tempo e sforzi, rischi e spese lo giustifichino. Israele si assicurerà che nessuno riesca a passare e che il mondo non presti attenzione. A mio parere, le flottiglie non sono la migliore forma d’azione. Nessun problema della tragedia in Palestina può essere risolto da solo. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua o le leggi razziste, ecc. Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha la migliore possibilità, ma non viene utilizzato abbastanza e troppo tempo vine sprecato per argomentarne i meriti. Sicuramente uno dei punti deboli di chi si preoccupano di aver giustizia in Palestina è che abbia un’idea semplicemente del “darsi da fare”. C’è poca coordinazione e quasi alcuna strategia sulla questione cruciale su come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una seria sfida.

Questa settimana era il 70° anniversario dell’assassinio del diplomatico svedese Conte Folke Bernadotte da parte di una squadra sionista, mentre era mediatore del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono stranamente silenziosi su questo, anche agli svedesi.
Questo fa parte di una serie di numerosi omicidi politici perpetrati da bande terroristiche sioniste in cui nessuno fu ritenuto responsabile. Il primo fu nel 1924 quando assassinarono Yaakov Dehan. Poi, nel 1933 assassinarono Chaim Arlozorov. Il massacro del 1946 al King David Hotel fu naturalmente motivato politicamente e provocò circa cento morti, la maggior parte innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poi, nel settembre 1948, l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario delle Nazioni Unite e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che apparentemente arrivò coi piani per porre fine alle violenze in Palestina, sapendo che i capi sionisti non l’avrebbero accettato. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, non sono previsti servizi commemorativi che io sappia o che questo anniversario sia menzionato da un’organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Questo poco dopo l’assassinio e fece un ottimo lavoro assicurandosi che il governo svedese tacesse sulla questione. Ci furono molti, molti altri omicidi e massacri, penso all’attacco alla USS Liberty e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come strumento legittimo per raggiungere i suoi obiettivi politici. Poco si sa o si ricorda di tali omicidi brutali. Innumerevoli leader, scrittori, poeti, ecc. palestinesi sono stati assassinati da Israele.

Molta speranza è riposta sul BDS dalla solidarietà della Palestina. Quanto è efficace il BDS e in che modo la società civile può aumentare la pressione?
Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per magia od intervento divino. Le persone devono accettarlo pienamente, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e il totale isolamento di Israele. C’è troppa tolleranza per chi promuove il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e va cambiato. I funzionari eletti devono essere costretti ad accettare interamente il BDS. I gruppi di solidarietà della Palestina devono passare dalla solidarietà alla piena resistenza e il BDS è la forma perfetta di resistenza disponibile.

Ci sono altri problemi chiave che affronta in questo momento?
Passare dalla solidarietà alla resistenza è, a mio avviso, la chiave in questo momento. Utilizzando gli strumenti che abbiamo, come il BDS, è fondamentale. Il passaggio della legge sullo Stato della nazione israeliana è un’opportunità per riunire i cittadini palestinesi d’Israele col resto dei palestinesi. Dovremmo sforzarci di portare alla totale unità tra rifugiati di Cisgiordania, Gaza e 1948, e chiedere la piena parità dei diritti e la sostituzione del regime sionista che terrorizza la Palestina da sette decenni con una Palestina libera e democratica. Si spera che questa opportunità venga colta.

Infine, Miko, come vanno i tuoi libri: “Il figlio del generale” e “L’ingiustizia: storia della Quinta Fondazione della Terra Santa”? Mi sembra che quest’ultimo, che racconta di come il sistema giudiziario negli Stati Uniti sia stato indebolito a vantaggio degli interessi israeliani, debba essere una lettura obbligata qui nel Regno Unito dove la stessa cosa accade nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe arrivare ai tribunali.
Bene, vanno bene, anche se non sono ancora dei best seller, e dato che siamo sul lato meno popolare del problema, è dura. “Il figlio del generale” è uscito in seconda edizione, quindi va bene, e mi piacerebbe sicuramente vederlo, e l’Ingiustizia arriva a più persone. Purtroppo però, non abbastanza persone si rendono conto di come l’occupazione in Palestina ne influenzi la vita, in occidente, a causa del lavoro dei gruppi di sorveglianza sionisti come Board of Deputies nel Regno Unito e AIPAC e ADL negli Stati Uniti. Solo per questo, cinque innocenti scontano lunghe condanne nelle prigioni federali negli Stati Uniti, solo perché palestinesi.

Molte grazie, Miko, apprezzo il fatto che tu abbia dedicato del tempo a condividere le tue opinioni.
Tra le molte idee positive che ricevo dall’incontro con Miko, c’è soprattutto la necessità degli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò implicherà un coinvolgimento più ampio, un migliore coordinamento, un indirizzo aggiornato e una strategia precisa. In effetti un BDS Mk2, sovralimentato da un elevato numero di ottani. In secondo luogo, dovremmo trattare il sionismo e chi lo promuove e sostiene con molta meno tolleranza. Come Miko ha detto in un’altra occasione, “Se l’opposizione ad Israele è antisemitismo, allora come si chiama il sostegno a uno Stato dedito a una brutale pulizia etnica da settant’anni?” Se Jeremy Corbyn leggesse questo, sì, farebbe bene ad ignorare i suoi persecutori, compresi i veri antisemiti schiumanti, ma deve anche eliminare dal partito laburista l’altrettanto spregevole tendenza sionista. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

Fucilare i bambini palestinesi non è reato

Fucilare i bambini palestinesi non è reato
Li uccidono così, fucilandoli a freddo. Adulti e bambini senza distinzione, tanto sono palestinesi!

Sanno che per i loro continui crimini, anche se a volte configurabili come crimini di guerra, altre come crimini contro l’umanità non pagheranno alcun prezzo.

Chi sono questi serial killer finora impuniti? sono i soldati di Tsahal, le forze armate israeliane.

Ieri ne hanno uccisi sette di palestinesi inermi. Il più giovane non aveva ancora 12 anni, praticamente un cucciolo, il più vecchio ne aveva 26. Ma nessuna sanzione arriverà a fermare il grilletto dei killer, cecchini cui Israele ha dato mandato di colpire i palestinesi che manifestano lungo la linea dell’assedio.

Manifestano per rivendicare ciò che NON dovrebbe neanche essere chiesto, se l’ONU avesse un senso, perché è già loro dovuto.

Chiedono, anzi giustamente pretendono, il rispetto di due diritti essenziali e ritenuti tali da più Risoluzioni della Nazioni Unite, il diritto alla libertà e il diritto al ritorno nelle terre che furono costretti ad abbandonare.

Solo ieri i criminali israeliani ne hanno feriti circa 500 portando a oltre 20.000 il numero dei feriti complessivi della Grande marcia per il ritorno, e uccisi altri sette portando la strage di inermi, solo lungo il border, a quasi 200 martiri.

Numeri da guerra e non da due ore di manifestazione. Una vergogna insopportabile per uno Stato democratico, ma Israele non prova vergogna, perché Israele è uno Stato etnocratico e NON democratico. Sarebbe ora di dirlo a voce alta e di pretendere, dati alla mano, che le nostre istituzioni facciano altrettanto. La vergogna non appartiene a Israele se uccide o ferisce centinaia di “goym”, cioè di non ebrei, alias di non appartenenti al popolo eletto, a maggior ragione se questi sono “solo” dei palestinesi, ma appartiene a chi si riconosce nei valori democratici e per questo prova indignazione oltre che umano dolore.

Ma, al di là dell’indignazione che, in quanto democratici sinceri, proviamo davanti a tale efferata e non sanzionata violenza, cerchiamo di capire a cosa mira Israele. Non è sufficiente fermarsi all’osservazione sociologica di un dato incontestabile, e cioè ia sua sempre più evidente deriva verso una pratica a dir poco nazistoide, per dare una spiegazione convincente circa la strategia che determina tanta criminale violenza.

Netanyahu, all’assemblea dell’Onu di tre giorni fa, ha liquidato con disprezzo la questione palestinese, considerandola ormai risolta e si è tuffato sull’Iran e su Hezbollah. Ma Israele lo sa che sta rischiando e facendo rischiare molto grosso a tutto il Medio Oriente, e non solo?

Vorrà forse utilizzare una delle sue 137 o più bombe nucleari? Risulta difficile crederci. Allora cosa vuole Israele? e cosa vuol fare dei palestinesi, per restare nel tema che stiamo affrontando?

La violenza di cui stiamo parlando riguarda i palestinesi di Gaza, ma la Cisgiordania non è davvero risparmiata dagli abusi israeliani, al punto che perfino l’Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, F.

Mogherini ha preso, almeno verbalmente, posizione (v. la minacciata demolizione della scuola di gomme e del villaggio di Khan al Ahmar). Forse, rispetto a Gaza, il suo è semplicemente un gioco criminale per testare Hamas e vedere se dopo tante provocazioni risponderà, fornendogli la possibilità di dire che è stato “costretto” ad attaccare massicciamente ancora una volta la Striscia e poterla usare, come ritenuto da alcuni analisti, come laboratorio per sperimentare nuove armi.

Non abbiamo la possibilità di verificarlo e quindi lo lasciamo nella sfera del dubbio. Ma una cosa sappiamo ed è di pubblico dominio: Israele ha già più volte usato fosforo bianco e cluster bombs contro i gazawi e non ha avuto per questo alcuna sanzione.

Perché l’ONU teme Israele? forse perché le voci di lobbies ebraiche che dagli USA governano il mondo non sono semplici fantasie?
Ma anche questo non basta a capire. C’è qualcosa che va indagato più a fondo, pena il rischio di liquidare tutto in una formula che chiama la religione ebraica a sostegno dell’agire israeliano al di fuori, al di sopra e contro ogni legalità, riducendo il Diritto e le Istituzioni internazionali in cenere.

Il problema vero non sarebbe comunque nel liquidare tutto a problema religioso, quanto le sue conseguenze circa il Diritto internazionale. Un danno che va ben oltre le violenze contro i palestinesi e lo sprezzo per i loro diritti. Un danno che per una specie di legge fisica tracima dalla Palestina e coinvolge il mondo. 

Questo consentire a Israele di agire impunito in una sorta di riconoscimento del suo essere “über alles” tollerando, o fingendo di ignorare o addirittura acclamando le sue illegalità è un problema enorme eppure i media mainstream seguitano a fornire copertura mediatica a questo Stato fuorilegge derubricando perfino le fucilazioni di bambini a “risultati degli scontri”. Scontri impossibili per definizione data la struttura del border.

Mentre trascrivo i nomi degli ultimi sette martiri per non lasciarli solo come numeri dell’eccidio, mi viene in mente il sermone del pastore protestante Niemoeller, poi ripreso nei versi di Brecht, “vennero a prendere i comunisti ma io non dissi niente, non ero comuniista. Poi vennero a prendere gli ebrei ma io non dissi niente, non ero ebreo. Vennero….. …poi vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse parlare“.

Che ci pensino i nostri colleghi dei media mainstream, almeno quelli che si definiscono democratici, ci pensino. E non solo per sostenere la causa palestinese che noi riteniamo assolutamente giusta, ma per non lasciar decomporre quel che che resta dei valori democratici di cui troppo spesso a vuoto riempiono le loro pagine.

Oggi sono stati sepolti   Mohammed Nayef ,14 anni,  Iyad Khalil  20 anni,  Mohammed Walid Haniya, di 24 anni come  Mohammed Bassam Shaksa, il piccolo Nasser Azmi Musabeh di soli 12 anni, Mohammed Ali Anshasi, 18 anni e  Mohammed Ashraf Al-Awawdeh di 26 anni. Tutti fucilati ti senza processo da uno Stato che compiendo abitualmente questi crimini non può che essere definito CANAGLIA.

thanks to: Patrizia Cecconi – Milano 29 settembre 2018

Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane

Gaza-PIC. Sette palestinesi sono stati uccisi e 506 sono stati feriti, venerdì, nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno in corso nella Striscia di Gaza. Il ministero della Sanità ha reso noto che 7 giovani sono stati uccisi dai soldati israeliani di stanza al confine con la Striscia di Gaza: Mohammed Nayef al-Hum (14 anni), di…

via Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane — Infopal

La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

di Paola Di Lullo

Ha fatto e continua a fare il giro del Web la foto della giovane infermiera Razan Ashraf al Najjar, 21 anni, assassinata da una cecchina dell’IDF, che si reca al border con le braccia alzate ed il camice bianco per prestare soccorso ai gazawi feriti.

Questa immagine, ove mai ce ne fosse bisogno, conferma quanto scritto dall’inizio della Great Return March. Israele spara per uccidere, non per difesa. Quale minaccia poteva rappresentare per i cecchini schierati al border una giovane infermiera, armata di volontà, determinazione, sorriso, garze, bende e mascherine? Per di più, con le mani alzate? Sparare ad una persona che alza le mani, quando si era già allontanata dal confine, ed in pieno petto, è omicidio, senza se e senza ma. È crimine di guerra. Senza appello, senza giustificazioni né possibili motivazioni. Israele non può invocare alcun diritto all’autodifesa, semplicemente perché Razan, e la postazione medica di cui faceva parte ed in cui si trovava quando è stata colpita, non costituivano una minaccia né incombente né remota, per i soldati israeliani.

Di quanto è accaduto venerdì, avevo scritto qui, ma oggi, corre l’obbligo di riportare, ancora, due articoli di due diverse Convenzioni Internazionali che condannano Israele senza processo.
Uno, della IV Convenzione di Ginevra del 1949, cui naturalmente Israele non ha aderito, ma che stabilisce in base al diritto umanitario internazionale, i comportamenti delle parti “belligeranti”.

Art. 18 :

Gli ospedali civili organizzati per prestare cure ai feriti, ai malati, agli infermi e alle puerpere non potranno, in nessuna circostanza, essere fatti segno ad attacchi; essi saranno, in qualsiasi tempo, rispettati e protetti dalle Parti belligeranti,
Ed ancora, un paragrafo dell’articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, istituita dallo Statuto di Roma, firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, allo scopo di istituire un tribunale sovranazionale in grado di tutelare e garantire la pace nel mondo. Israele, anche in questo caso, non ha aderito.

Art. 8 –  par. 2 – b 3
Agli effetti dello Statuto, si intende per «crimini di guerra»:
dirigere deliberatamente attacchi contro personale, installazioni materiale, unità o veicoli utilizzati nell’ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui gli stessi abbiano diritto.

Ora, il fatto che Israele non abbia aderito alle più importanti Convenzioni Internazionali, non solo non lo scagiona, ma lo rende doppiamente colpevole, sebbene i membri della Knesset pensino di potersi scrivere articoli di diritto internazionale nelle loro riunioni di gabinetto. Ed è vero che Israele, in quanto stato, non può essere portato dinanzi alla CPI, ma i singoli, politici e vertici militari, sì.

E sarebbe ora che il presidente Abbas, eletto nel gennaio del 2005, con scadenza nel 2009, unilateralmente posticipata al 2010, ma ancora in carica, per sua unilaterale decisione, prendesse adeguate misure in merito alle denunce alla CPI.

È, invece, del tutto ridicolo inviare a l’Aia il primo ministro Rami Hamdallah allo scopo di denunciare Israele per crimini di guerra. È un farsa, un’ennesima presa in giro per un popolo che si sente non solo non rappresentato, ma tradito dalla leadership palestinese.

E mentre Gaza tutta si stringe intorno alla famiglia di Razan e piange la sua perdita, Israele fa sapere di aver aperto un’indagine sull’accaduto. Troppe ne hanno viste i palestinesi per poter credere che l’indagine sarà equa e giusta e non stabilirà, come sempre è accaduto, che i soldati hanno rispettato le regole.

I commentatori più maligni continuano a dare la colpa dei 118 morti e dei 13.300 feriti dei dieci giorni della Marcia ad Hamas, che userebbe il popolo di Gaza come scudo. Prescindendo per un attimo dal fatto che la Great Return March non è stata organizzata né voluta da Hamas, ma dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno), come già scritto qui e ripetuto decine di volte, prescindendo da ciò, dicevo, e dal fatto che vi abbiano aderito gazawi di tutte le fazioni politiche, di tutte le età ed estrazioni sociali, esattamente quali sarebbero le ragioni per incolpare Hamas se Israele spara per uccidere? Supponiamo che sia vero, che Hamas abbia chiamato a raccolta i gazawi e li abbia mandati al border, a manifestare pacificamente, ebbene questo giustificherebbe la reazione israeliana?  Basta nominare Hamas per assolvere Israele? Con cosa avrebbe armato i palestinesi, Hamas? Molotov, copertoni incendiari, fionde? Vogliamo davvero paragonarle alle armi del terzo esercito meglio armato al mondo? Li avete visti sparare contro civili o soldati israeliani, i palestinesi? Quanti ne hanno ammazzati? Nessuno. Contro 118.

Questa è malafede, ossia sionismo. Che nulla ha a che vedere con l’autodifesa perennemente invocata da Israele. Autodifesa da chi? Da un popolo ridotto allo stremo, dopo 11 anni di embargo totale e tre massicci bombardamenti? Da una ragazzina che prestava soccorso volontario, senza essere remunerata, perché credeva nelle istanze del suo popolo ed offriva il suo aiuto come più le era congeniale? Una ragazza che, ho dovuto leggere, forse era imbottita di esplosivo. Certo, per farsi saltare in aria tra i suoi connazionali! Cosa non ci si inventa pur di tutelare i sionisti. Se non funziona l’autodifesa, si gioca la carta dell’olocausto, quello stesso olocausto che i discendenti degli ebrei, uccisi dai nazisti nei campi di concentramento, stanno perpetrando da 70 anni contro i palestinesi.

E che fascino esercita l’IDF! Un’altra foto che sta facendo il giro del Web, mostra Rebecca, ebrea americana di Boston che ha scelto di vivere in Israele e di servire nell’ esercito. È lei la cecchina che ha ucciso con un colpo al petto Razan. Una vigliacca, a voler essere gentile, ben nascosta ed armata, cui auguro di sognare il dolce volto di Razan ogni notte della sua schifosissima vita.

Sorgente: La foto che inchioda Israele per il barbaro assassinio dell’infermiera palestinese di 21 anni Razan

Gaza, tre giorni di fuoco

Gaza, tre giorni di fuoco

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano

di Paola Di Lullo

Da domenica notte alla notte scorsa, la Striscia ed i gazawi hanno vissuto tre giorni di fuoco. Il che, in gergo comune, vorrebbe significare tre giorni pesanti, impegnativi, difficili. Invece in questo caso bisogna leggere alla lettera. Tre giorni di fuoco vero da cielo, mare e terra. Gaza vive da undici anni sotto embargo israeliano, con tutte le conseguenze che lo stesso comporta, ed è bloccata via cielo, via mare, via terra. Da tutti e tre i settori si sono abbattuti sulla Striscia missili e colpi di mortaio.

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano.
La stazione televisiva di Hamas, Al Aqsa, aveva mandato in onda un filmato in cui si vedevano, nella mattina di sabato, 4 giovani palestinesi attraversare il confine e dar fuoco ad una postazione dell’IDF.
I palestinesi avevano lasciato scritto su una tenda “March of Return. Returning to lands of Palestine”, prima di rientrare nella Striscia. Tutta l’operazione sarebbe durata un minuto circa.
Il link del video mandato in onda dalla stazione televisiva palestinese https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1995469107154229&id=129653250402500
Il link del video dei bombardamenti
https://www.facebook.com/eyeonpalestine2011/videos/1928170290538536/

La risposta era arrivata, appunto, nella notte, colpendo postazioni di Hamas.
Tre i morti, tutti a Rafah, uccisi da una cannonata sparata da un carro armato.
Due di essi erano combattenti delle Brigate di al-Quds, l’ala militare del Jihad Islamico, Hussein Samir al-Umour, 25 anni, e Abd al-Halim Abd al-Karim al-Naqa, 28 anni.
Il terzo palestinese ferito e poi morto era Nassim Marwan al-Umour, 25 anni.

Le Brigate al-Quds promettono vendetta.

Lunedì sera, i carri armati israeliani erano tornati in azione, bombardando diversi presunti siti militari di Hamas nella parte settentrionale della Striscia.
Secondo il portavoce del ministero della salute di Gaza, Ashraf al-Qudra, Muhammad Masoud al-Radie, 25 anni, membro delle Brigate al-Qassam, l’ala militare del movimento di Hamas, è stato ucciso in un bombardamento a Beit Lahiya.
Colpi di mortaio contro la cittadina sarebbero stati sparati per colpire tre siti di Hamas.

La risposta del Jihad islamico arriva martedì mattina. Una trentina di colpi di mortaio, di cui due, non intercettati dall’Iron dome, caduti in zona di confine, a Sderot ed Eshkol, dove sono risuonate le sirene e migliaia di abitanti sono stati costretti a recarsi nei rifugi.

Ed allora Israele si scatena sulla Striscia, colpendo, prevalentemente Zaytoun e Shiajeia, Il peggior bombardamento dai tempi di Protective Edge.

I video dei bombardamenti :

 

Ma ieri era anche la giornata della Freedom Ship, due pescherecci che, salpando dal porto di Gaza, si prefiggevano lo scopo di rompere, in uscita, l’embargo israeliano. Trasportavano 35 persone, tra cui malati, feriti, studenti e disoccupati. Dopo aver superato il limite di nove miglia imposto da Israele, i pescherecci sono stati avvicinati dalle navi da guerra israeliane e si è interrotto ogni tipo di collegamento. A 12 miglia dalla costa uno dei pescherecci è stato abbordato e condotto nel porto di Ashdod con le 17 persone che erano a bordo, tutti tratti in arresto. In serata, sono stati rilasciati i passeggeri della Freedom Ship, tra cui una donna, 4 feriti e 4 malati di cancro. Ancora in arresto il capitano, Suhail al-Amoudi.

 

Mentre le barche palestinesi si avviavano in acque internazionali, Israele bombardava ancora Gaza.
Colpito con sette missili un sito della Brigate al Quds, braccio armato del Jihad islamico, al centro della Striscia. Bombardata anche Khan Younis.
Il video del bombardamento
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1954175444616253&id=100000714496988

 

Gli F16 israeliani hanno lanciato anche tre raid su terreni vuoti nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Arafat, a est di Rafah.
Preso di mira un sito ad est di al-Maghazi e un altro a est di Deir al-Balah, centro di Gaza Strip.
La maggior parte dei siti colpiti, almeno 35, appartenevano alla resistenza palestinese, soprattutto alle Brigate Al-Quds, l’ala armata del Jihad islamico, ma anche ad Hamas. Fin dalla mattina, razzi palestinesi erano arrivati in territorio israeliano. Sarebbero sei gli israeliani feriti nella esplosioni, tra cui tre soldati.

 

In nottata, Israele ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia. La Resistenza ha risposto e le sirene hanno suonano in tutti gli insediamenti al confine con Gaza.
Il video dei bombardamenti https://www.facebook.com/palinfo/videos/1736586339710767/
Alle 4,00, ora locale, grazie alla mediazione dell’Egitto arriva un accordo di cessate il fuoco e la fine, per adesso dei bombardamenti israeliani.

 

I 118 morti della Great Return March e gli oltre 13.000 feriti, di cui 332 in gravi condizioni, non hanno placato la sete di sangue del vampiro.

 

Per la stampa mainstream, pedissequo pappagallo di Israele, la marcia sarebbe stata organizzata da Hamas per implementare disordini ed agitazioni al border. Per chi non avesse letto prima, ribadisco ancora che, invece, la marcia, ideata e coordinata dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) è nata da un’istanza tutta e solo popolare, di tutto il popolo gazawi, al di là delle fazioni politiche. Le marce, i sit in e le veglie, hanno mostrato un popolo armato solo della sua volontà di ottenere giustizia ed il rispetto delle norme internazionali, prima tra tutte la risoluzione 194, che spingeva i rifugiati ad esercitare il loro diritto al ritorno. Israele ha schierato cecchini che hanno colpito indistintamente uomini, donne, bambini, handicappati, giornalisti, medici, paramedici. Hanno sparato per uccidere. Alle spalle, alla testa, al torace, in pieno volto. Hanno usato i proiettili ad espansione, o dum dum, vietati dalla Convenzione di Ginevra. Molti dei feriti sono in pericolo di vita, altri hanno subito l’amputazione di uno o più arti. Per la stessa stampa, Israele ha esercitato il suo diritto a difendersi. Hanno parlato di “scontri”, di “battaglia” tra Israele e Gaza, ma scontri e battaglie presupporrebbero, quantomeno, un minimo di parità di forze dispiegate sul campo. Israele è il terzo esercito meglio armato al mondo, i palestinesi disponevano di pietre, copertoni incendiari e qualche molotv.

 

L’Organizzazione per i diritti umani dell’Onu ha definito eccessivo l’uso della forza da parte di Israele, e – udite udite! – anche Amnesty International, da sempre fin troppo tenera con Israele, ha chiesto ai governi di tutto il mondo di imporre un embargo globale sulle armi a Israele in seguito alla sproporzionata risposta del paese alle manifestazioni di massa lungo la recinzione che lo separano dalla Striscia di Gaza.

 

FONTI : Ma’an News in arabic

Ma’an News Agency

Shehab News Agency

Quds Network

Palinfo
Notizia del: 31/05/2018

 

VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

Hispan TV

In un video divulgato dai media palestinesi si può vedere come diversi soldati del regime di Israele colpiscano e puntino le loro armi contro i medici che cercavano di assistere coloro che erano risultati feriti in una manifestazione in una zona occupata della Cisgiordania.

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Secondo quanto riporta questo sabato il portale South Front, l’incidente è occorso nella città cisgiordana di Al-Bireh e i fatti risalgono a metà marzo, quando centinaia di palestinesi partecipavano al funerale di un ragazzo di 19 anni assassinato da colpi di arma da fuoco dalle forze d’occupazione israeliane.

Il regime di Tel Aviv ha ricevuto la condanna della comunità internazionale per aver ucciso lunedì scorso, il giorno dell’insediamento molto discusso dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme, 61 palestinesi e ferito 2900 nella zona di confine con la Striscia di Gaza.

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Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l’”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell’”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull’”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull’”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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