L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania

Betlemme-Ma’an. In un rapporto, il coordinatore umanitario dell’ONU per la Palestina ha lanciato l’allarme, martedì 23 agosto, su un probabile incremento dei rischi dovuti al trasferimento forzato di beduini in Cisgiordania.
Robert Piper ha avvertito a proposito di tali rischi dopo aver visitato la comunità beduina di Abu Nuwwar, nel governatorato di Gerusalemme, che si trova a sud-ovest della colonia illegale israeliana di Maale Adumim.
Abu Nuwwar è uno dei tanti villaggi beduini che hanno subito il trasferimento forzato previsto dai progetti delle autorità israeliane per la costruzione di migliaia di abitazioni per le colonie destinate unicamente agli ebrei, nella zona del corridoio E1.

Il rapporto ha sottolineato che, la scorsa settimana, le autorità israeliane avevano dislocato 64 Palestinesi, compresi 24 bambini, dopo la demolizione di 29 strutture in otto zone, aggiungendo che le forze israeliane hanno anche distrutto o confiscato 85 costruzioni civili in 28 comunità della Cisgiordania dall’inizio di questo mese, lasciando senza casa 129 Palestinesi ed impattando negativamente sulla vita quotidiana di almeno 2.100 Palestinesi.

“Tra le 85 strutture distrutte recentemente o confiscate, 24 erano state fornite da donatori come aiuti, compresi rifugi di emergenza a seguito delle demolizioni di abitazioni avvenute in precedenza, ricoveri per animali, bagni, un centro sociale ed una nuova rete idrica di acqua potabile, quest’ultima supportata dall’UNICEF”, si legge nel rapporto.

Le demolizioni hanno inoltre colpito quasi 1000 comunità di Beduini palestinesi nella Valle del Giordano che, come evidenzia la relazione, soffrono già a causa dell’estrema scarsità di acqua. La relazione esprime preoccupazione anche per la situazione di Susiya, nella parte meridionale della Cisgiordania, dove le autorità israeliane hanno compiuto azioni volte alla distruzione dell’intero villaggio.

“Serie ripetute di demolizioni, restrizioni sull’accesso ai servizi basilari e visite regolari da parte del personale di sicurezza israeliano che promuovono ‘progetti di delocalizzazione’ fanno tutti parte di una situazione coercitiva che coinvolge attualmente queste famiglie palestinesi particolarmente vulnerabili”, ha affermato Piper secondo quanto riportato nel rapporto.
“La crescente pressione per spostarsi in altre zone della Cisgiordania continua ormai inarrestabile; in questa situazione non possiamo aspettarci che la gente prenda decisioni sulla base di un reale consenso cosicché il rischio di trasferimenti forzati resta alto”.

La relazione ha richiamato l’attenzione sui doveri legali di Israele come forza occupante in base al diritto internazionale, tra i quali, il provvedere ai bisogni primari dei Palestinesi garantendo un “sistema di progettazione e suddivisione in zone” equo.
Nel 2016 vi è stata un’ondata di demolizioni e confische lungo tutta la Cisgiordania con 786 strutture di proprietà palestinese distrutte fino ad oggi. Queste demolizioni hanno provocato complessivamente la dislocazione di 1.197 persone, compresi 558 bambini. Oltre 200 delle strutture abbattute erano state fornite come soccorso umanitario.

“Dkaika, Khan al Ahmar, Umm al-Kheir, Abu Nuwwar, Susiya… queste sono soltanto alcune delle comunità estremamente vulnerabili nelle quali famiglie, molte delle quali costituite da rifugiati Palestinesi, vivono nel timore continuo di rimanere senza casa ed i bambini si chiedono se avranno ancora una scuola da frequentare domani”, ha aggiunto Piper.

La costruzione della colonia nella zona E1 dividerebbe effettivamente la Cisgiordania e renderebbe la creazione di uno stato palestinese contiguo – come previsto dalla soluzione dei due stati per il conflitto israelo-palestinese appoggiata a livello internazionale – pressoché impossibile.
L’attività israeliana nella zona E1 ha attirato molte critiche a livello internazionale ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva già dichiarato in passato che “E1 è una linea rossa che non può essere oltrepassata”.
Anche il primo ministro palestinese Rami Hamdallah ha denunciato mercoledì scorso il trasferimento forzato dei Beduini, dicendo che “le sistematiche violazioni israeliane del diritto internazionale non sono più accettabili da parte della comunità internazionale”.

Traduzione di Aisha T. Bravi

Sorgente: L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania | Infopal

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Raid israeliano nel villaggio beduino della “Scuola di Gomma”

Tre giorni fa le forze armate israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio beduino di al-Khan al-Ahmar e, secondo un ufficiale di Fatah, avrebbero sequestrato 12 pannelli solari portatili donati agli abitanti dall’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme. Nel corso del raid militare un bambino è stato aggredito ed è stato portato all’ospedale di Gerico in stato di incoscienza.

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42 ONG esortano i leader mondiali a bloccare i piani israeliani di pulizia etnica in Cisgiordania

Memo42 organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali hanno rivolto un appello urgente alla comunità internazionale affinché blocchi i piani israeliani volti a “trasferire con la forza” migliaia di palestinesi in Cisgiordania dalle loro comunità verso “una zona designata”.

L’appello comune costituisce la risposta ai piani del governo israeliano di “rimuovere i beduini palestinesi dalle rispettive comunità nei pressi di Gerico, Ramallah e Gerusalemme”, oltre che nella cosiddetta “E1”, area che rappresenta un tradizionale obiettivo di espansione e di insediamento illegale.

Le ONG rilevano che negli ultimi mesi le autorità israeliane hanno “messo in atto tattiche coercitive per aumentare la pressione sulle comunità di beduini palestinesi, emettendo ingiunzioni di sfratto e demolendo case e strutture di sussistenza”, oltre che “ostacolando l’azione degli enti assistenziali”.

A gruppi palestinesi quali Al Haq, Badil e PNGO si sono unite organizzazioni analoghe come Christian Aid, Medical Aid for Palestinians, Oxfam, Save the Children e World Vision. Tutti sottolineano che “la comunità internazionale deve adottare ogni misura possibile affinché il trasferimento forzato individuale e di massa, che è una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, non abbia luogo”.

I piani israeliani resi noti questa settimana sono stati condannati anche dal ministro palestinese dell’agricoltura Shawqi al-Ayasa, il quale ha affermato che Israele vuole “creare zone di segregazione” e ostacolare “la sovranità palestinese su tutti i territori occupati nel 1967”.

Traduzione di Lorenzo Emanuel

 

thanks to: Infopal

IL CUORE IN MANO:STOP THE PRAWER PLAN

Come annunciato nei giorni precedenti, oggi, era la giornata delle manifestazioni contro il Prawer Plan. Un piano razzista e di apartheid che prevede l’eliminazione di 40,000 beduini nel Negev. La pulizia etnica della Palestina.

La manifestazione più grande nella West Bank è a Ramallah…..ma anche no. Arriviamo a Ramallah e troviamo degli autobus pronti per partire, per dove non si sa. Dopo 40 minuti di strada, arriviamo al check point di Hizme, siamo nel Negev. Sorpresa!

Quando scendiamo dagli autobus i soldati e la border police stanno già sparando ai palestinesi presenti. Ma il gioco cambia, perchè è aumentato il numero dei manifestanti e perchè moltissimi sono internazionali. Così, pisciano subito fuori dal vaso arrestando un palestinese. La manifestazione continua nonostante l’accaduto e le sound bomb. Poi, dopo averci circondati, iniziano a stringere il cerchio e a spingere (in nessuna direzione). Colpiscono due colleghe dell’ISM: ad una spingono la faccia contro a qualcosa di metallico (eravamo schiacciati nelle prossimità di un’autofficina), alla seconda invece sferrano un pugno nello stomaco.

Ogni tanto si fanno le solite risate…Ma, ecco, la bellezza che vince all’improvviso. Alle nostre spalle c’è il check point con la sua barriera di rete metallica. Dietro alla rete metallica ci sono dei bambini. Sono di là, aldilà. Iniziano ad intonare lo slogan della manifestazione e catturano l’attenzione di tutti. Ci dimentichiamo dei soldati, della border police e della sua violenza. Qualcuno lancia due bandiere palestinesi a quei bambini e la loro immagine, dietro alla barriera, che urlano gli slogan, cantano, ridono e si arrampicano su quell’orrore per sventolare le bandiere; è di una bellezza sconvolgente. E’ la Palestina che ti prende il cuore in mano e lo avvolge di lacrime, sangue e sorrisi.

Questi sono i bambini che il Prawer Plan e il silenzio dell’occidente faranno sparire. Urlatelo a tutti, non siate complici. Loro, oggi, hanno urlato su una barriera dove non ci si può arrampicare. E sono bambini.

viasamantha comizzoli: IL CUORE IN MANO:STOP THE PRAWER PLAN.

NEGARE L’ACQUA..

Oggi sono stata ad Huwarta, Nablus, per parlare con due famiglie di beduini accampate qui da poco. Solitamente sono accampati vicino ad Hebron o nel Negev, ma per il periodo estivo vengono qui perchè gli animali devono avere spazio per muoversi. Ricordiamoci, comunque, che sul Negev sta per piovere il Prawer Plan che intende mandar via da quell azona 70,000 beduini…

Due famiglie con molti bambini. Nessun attacco di coloni per il momento… Gli altri beduini di Huwarta sono stati meno fortunati: i coloni li avevano attaccati e gli avevano rubato una pecora.

Queste due famiglie, però , ci raccontano che Israele gli ha negato l’acqua per vivere. Non hanno acqua da bere, nè per loro nè per gli animali. Così, ogni tanto, devono fare dei km con la tanica a rimorchio, attraversare la collina e andare a comperare l’acqua. “Costa molto l’acqua”, ci dicono. Questo è un altro metodo di Israele: se togli l’acqua agli esseri viventi, gli togli la vita. Quindi, oltre al Prawer Plan che incombe, i beduini devono fare anche i conti con i soliti metodi.

Come si fa a negare un bicchiere d’acqua ad un bambino?

viasamantha comizzoli: NEGARE L’ACQUA...