La Cina organizza la più grande parata navale della storia

Henri Kenhmann, East Pendulum, 15/04/2018Il 12 aprile, a bordo del cacciatorpediniere 173 Changsha, il Presidente cinese Xi Jinping, presidente della Commissione militare centrale e capo delle Forze Armate cinesi, assisteva a non meno di 48 navi da guerra, 76 velivoli e 10000 soldati sfilare in formazione serrata che si estendeva per una decina di chilometri, in una zona marittima a sud dell’isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale. Questa era, secondo i comunicati istituzionali, la più grande parata navale mai organizzata dalla Marina dell’Esercito di liberazione popolare, fondata nell’aprile 1949.
La parata si svolse pochi giorni dopo la chiusura della conferenza annuale del Forum Boao per l’Asia, evento che consente ai leader di governi, aziende e università di Asia e altri continenti di condividere la loro visione dei problemi più pressanti per la regione e il mondo. Oltre a Xi, che vi tenne un discorso, quest’anno gli ospiti includevano diversi capi di Stato come il presidente austriaco, il presente delle Filippine Rodrigo Duterte e il primo ministro dei Paesi Bassi Rutte e il primo ministro di Singapore Li Hsien Loong, nonché il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e l’amministratrice delegata del FMI Christine Lagarde. Ciò spiega perché a metà marzo la portaerei cinese Liaoning lasciasse il porto nella penisola dello Shandong, nel nord della Cina, giungendo in questa regione tesa, mentre l’esercito cinese annunciava le “manovre navali nel Mar Cinese Meridionale” invece della parata navale. Si comprende ora a cosa si riferissero le foto scattate il 26 marzo dai nano-satelliti PlanetLab, su cui appariva una flotta composta da una quarantina di navi, e da aerei. In realtà era la prova generale della parata navale che, secondo la dichiarazione del Ministero della Difesa cinese, “mostra il nuovo volto della Marina Popolare” ed “ispira il popolo sulla ferma convinzione di avere un Paese forte e un esercito potente“.
Le navi da guerra presenti erano suddivise in 7 gruppi da combattimento navali, secondo il testo ufficiale:
Gruppo d’attacco strategico
Gruppo d’attacco sottomarino
Gruppo di combattimento oceanico
Gruppo di battaglia della portaerei Liaoning
Gruppo d’assalto anfibio
Gruppo di difesa costiera
Gruppo di supporto integrato
Va notato che la maggior parte delle navi schierate dalla Marina cinese nella parata aveva meno di cinque anni di servizio. Il primo gruppo, noto come “d’attacco strategico”, ad esempio, è composto da due sottomarini lanciamissili nucleari Tipo 09IVA(?), Seguiti da quattro sottomarini d’attacco nucleare Tipo 09III e 09IIIB(?) Oltre a diversi sottomarini diesel anaerobici aggiornati che formavano il gruppo d’attacco sottomarino. I media non dettagliavano la composizione dei gruppi ma, secondo le immagini e i video pubblicati, non c’erano meno di 5 cacciatorpediniere Tipo 052D, 5 Tipo 052C, 1 Tipo 051C, 5 fregate Tipo 054A, 8 corvette Tipo 056 e 056A, 2 LPD Tipo 071, 2 LST Tipo 072A, la Portaerei, 2 navi cisterna, 1 nave ospedale, 1 nave da guerra elettronica Tipo 815A, 1 nave da ricognizione elettronica Tipo 636A, 1 nave d’appoggio Tipo 926, 1 nave scuola e 1 rimorchiatore. Alcuni osservatori segnalavano quindi più di 410000 tonnellate di acciaio e 768 unità di lancio verticali della flotta. Anche se è alquanto privo di significato e soprattutto di precisione, dà una vaga idea dei mezzi utilizzati per raggiungere l’obiettivo di questa manovra.

Il cacciatorpediniere 173 Changsha, dove il Presidente cinese Xi assisteva alla parata, sfila a fianco della portaerei Liaoning.

La componente aerea era suddivisa in 10 distinte formazioni:
3 formazioni di elicotteri imbarcati
1 formazione di pattugliatori antisottomarino
1 formazione di aerei di preallarme
1 formazione di caccia imbarcati
2 formazioni di aerei d’attacco antinave
1 formazione di aerei da rifornimento
1 formazione di aerei da caccia
Anche qui il resoconto dei velivoli è approssimativo, per mancanza di dati ufficiali. Ad esempio, vi erano 5 elicotteri Z-8JH, 5 elicotteri imbarcati Z-9D dotati di missili antinave YJ-9, 3 AWACS KJ-500H e KJ-200H, 3 pattugliatori Y-8Q, 3 bombardieri, 9 aviogetti da combattimento imbarcati J-15 di cui 4 decollati dalla portaerei Liaoning (rispettivamente 109, 113, 123, 119), 10 aerei d’attacco JH-7A, 4 caccia J-10AH e 2 aerei-cisterna H-6DU, oltre a 12 caccia pesanti J-11BH.
Va notato che dopo questa parata “spettacolare”, che inviava anche un messaggio che merita un’analisi più completa e approfondita, una parte delle forze navali e aeree effettuava immediatamente un’altra manovra, secondo il comunicato della Xinhua News Agency, e questa volta “era un’esercitazione al combattimento navale“, come confermato dal capitano della portaerei Liaoning. E l’area della manovra era probabilmente lo Stretto di Taiwan.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

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Il punto di vista della Cina sul Venezuela

Raúl Zibechi

Conoscere i criteri che usa la potenza emergente sull’America Latina, e in particolare sul Venezuela, è sommamente importante giacché raramente i loro mezzi di comunicazione lasciano intravedere le opinioni che circolano nel governo cinese. Il 1° agosto la rivista cinese  Global Times ha pubblicato un esteso editoriale intitolato “Venezuela un microcosmo dell’enigma latinoamericano” (goo.gl/ksmY77).

Il Global Times appartiene all’organo ufficiale del Partito Comunista della Cina, Quotidiano del Popolo, ma si focalizza su temi internazionali e le sue opinioni hanno maggiore autonomia del media che lo patrocina.

L’articolo analizza le recenti elezioni dell’Assemblea Costituente mostrando un certo sostegno al progetto ma, allo stesso tempo prendendo le distanze. Riserva le sue maggiori critiche alla Casa Bianca, dicendo che “Washington si preoccupa solo di prendere il controllo del continente, come suo cortile posteriore, e non è interessata ad aiutarli”.

Evidenza che gli obiettivi degli Stati Uniti consistono nella “eliminazione di Maduro e nella distruzione dell’eredità politica di Chávez”, ma precisa anche che tutti i governi di sinistra del continente hanno una relazione “scomoda” con Washington.

Secondo il Global Times, “senza un’industrializzazione pienamente sviluppata, le economie latinoamericane dipendono in gran misura dalle risorse”, ragione per cui molti paesi presentano forti spaccature sociali e di ricchezza, come succede in Venezuela, dove i contadini e i poveri urbani appoggiano il governo mentre la classe media ricca sostiene l’opposizione.

Finora non ci sono novità. Ma a questo punto comincia un’analisi che svela le posizioni del governo cinese. “Il sistema politico che hanno adottato dall’Occidente non è riuscito ad affrontare questi problemi”, spiega il Global Times.

La rivista, pertanto, dice che “indipendentemente da chi vinca, il Venezuela avrà difficoltà a vedere la luce alla fine del tunnel. Le divisioni sociali non possono essere risolte, e l’intervento degli Stati Uniti non si fermerà. Il Venezuela può essere trascinato in un prolungata battaglia politica”. Con totale trasparenza, la dirigenza cinese pensa che il paese si incammini verso maggiori conflitti.

In secondo luogo, sostiene che il Venezuela sia un “importante socio della Cina”. Difende le relazioni di cooperazione “indipendentemente da chi governa il paese”, perché “il commercio con la Cina sarà utile ai venezuelani”. Per quello stimano di mantenere delle relazioni fluide e strette che “in Venezuela trascendono gli interessi di partito”.

I cinesi aprono l’ombrello e avvertono che le relazioni non sono subordinate ai governi di turno, ossia, che sono di lunga durata e non rinunceranno a quelle anche se cadrà il governo di Nicolás Maduro.

Il terzo punto è chiave: “Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo.

Alla fine, sostiene che la presenza della Cina in America Latina “non ha una motivazione geopolitica”, cosa anche troppo dubbia, ma afferma anche che la “Cina non interferirà nel processo politico del Venezuela o di qualsiasi altro paese latinoamericano”, qualcosa che finora è completamente vero.

Anche se circospetta, l’analisi cinese rivela tre questioni centrali. La presenza cinese nella regione è giunta per rimanere, è chiaro che c’è un conflitto con gli Stati Uniti, e non interferiranno nelle relazioni destra-sinistra, perché -anche se lo negano- la loro presenza è di carattere strategico.

In un altro momento, bisognerà riflettere sul “sistema politico” che la Cina propone, indirettamente, ai paesi amici del mondo che, evidentemente, non assomiglia alle democrazie elettorali di tipo occidentale.

Le relazioni della Cina con la regione abbracciano una vasta gamma di temi, dagli investimenti economici fino agli accordi militari e ai crescenti legami culturali con l’apertura di centinaia di centri di studio di lingua cinese. In vari paesi sono state installate industrie, in particolare di montaggio e costruzione di automobili, fatto che amplia i loro investimenti focalizzati in un prima fase sulle materie prime.

Richiama l’attenzione la potenza delle relazioni economiche. La Cina è  uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue (goo.gl/8iuAR7).

Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso dei suoi investimenti sono destinati ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture.

Gli investimenti più notevoli sono stati destinati al terminal marittimo della petrolchimica Pequiven e all’impresa mista Sinovensa, costituita da PDVSA e dalla Compagnia Nazionale Cinese del Petrolio, creata dopo la nazionalizzazione della Faglia Petrolifera dell’Onirico, nel 2007. Grazie ai 4 miliardi di dollari investiti dalla Cina, la Sinovensa è passata dal produrre 30 mila barili quotidiani di petrolio a 170 mila barili (goo.gl/9QDaCp).

L’ultimo prestito importante si è registrato nel novembre del 2016, con 2,200 miliardi di dollari nel settore petrolifero, per portare nei prossimi anni la produzione sino-venezuelana a 800 mila barili quotidiani (goo.gl/MZE7nZ).

Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro.

4 agosto 2017

La Jornada

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, “La mirada de China sobre Venezuela” pubblicato il 04-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol#texto] ultimo accesso 12-08-2017.

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Cina e Russia formano una nuova alleanza antiterrorismo in Siria

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 22/09/2016.

Gli Stati Uniti sono venuti meno ai loro impegni sull’accordo Russia-USA per la cessazione delle ostilità in Siria. Il 19 settembre, le forze governative siriane dichiaravano di ritirarsi dall’accordo date le molteplici violazioni dei terroristi filo-Stati Uniti. Il 17 settembre, la coalizione degli Stati Uniti attaccava le forze governative siriane nei pressi di Dayr al-Zur, una grave violazione dell’accordo. L’incapacità di rispettare l’accordo ha messo in dubbio la credibilità degli Stati Uniti suscitando la questione del futuro ruolo degli USA nel consolidamento della pace post-conflitto. Con la Turchia, alleata degli Stati Uniti nella NATO, che bada ai propri fatti e i ribelli appoggiati dagli USA che insultano le forze speciali statunitensi, il peso degli Stati Uniti in Siria sembra essere tutt’altro che serio. Con la credibilità seriamente danneggiata, gli USA difficilmente saranno più visti come partner affidabili. Gli Stati Uniti non sono certamente l’unico attore in campo. Con il governo di Bashar Assad saldamente al potere, la sistemazione del dopoguerra non appare più un sogno irrealizzabile, ma Washington difficilmente potrà decidervi. Con un importante cambio politico, la Cina ha lanciato il perno sul Medio Oriente volto ad aumentarne il coinvolgimento regionale, fornendo addestramento militare e aiuti umanitari alla Siria. Ad aprile, la Cina nominava un inviato speciale a Damasco per lavorare alla soluzione pacifica del conflitto. Prima dell’assegnazione ad inviato cinese, Xie Xiaoyan elogiava “il ruolo militare della Russia nella guerra, e ha detto che la comunità internazionale deve lavorare di più per sconfiggere il terrorismo nella regione”. Il 14 agosto, il Contrammiraglio Guan Youfei, a Capo dell’Ufficio per la Cooperazione militare internazionale della Commissione centrale militare che sovrintende ai 2,3 milioni di effettivi delle Forze Armate della Cina, visitava la Siria incontrando il Ministro della Difesa siriano Fahd Jasim al-Furayj e il Tenente-Generale Sergej Chvarkov, a capo della missione di monitoraggio del cessate il fuoco in Siria, così come i vertici russi della base militare di Humaymim sulle coste siriane. La visita segna una tappa importante dell’allineamento di Pechino sul conflitto. Durante la visita, Cina e Siria annunciavano l’intenzione di aumentare la cooperazione militare, compresi addestramento e aiuti umanitari, indicando un maggiore sostegno cinese a Damasco. E’ la prima visita pubblica di un alto ufficiale cinese nel Paese da quando le Forze Armate russe hanno lanciato le operazioni in Siria lo scorso settembre. Secondo il Global Times, pubblicato dal Quotidiano del Popolo del Partito Comunista Cinese, Pechino aveva già schierato consiglieri speciali e personale militare in Siria alla visita storica e fornito all’Esercito arabo siriano fucili di precisione e lanciamissili. Senza dubbio, la visita è stata un pugno diplomatico a un occhio degli Stati Uniti tra crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale.
L’ingresso cinese nella guerra è dovuto al crescente numero di terroristi uiguri che combattono con i terroristi nel nord della Siria. Il Contrammiraglio Guan Youfei aveva detto oltre 200 uiguri attualmente combattono in Siria. La Cina vuole processarli o sterminarli sui campi di battaglia siriani. Le sue preoccupazioni sono giustificate. Oggi c’è un quartiere uiguro a Raqqah, e il gruppo Stato islamico (SIIL) pubblica un giornale per i suoi membri. Inoltre, la stabilità geostrategica in Medio Oriente è importante per l’attuazione della strategia cinese “Fascia e Via” volta a facilitare la connettività economica eurasiatica sviluppando una rete di infrastrutture e rotte commerciali che colleghino la Cina ad Asia meridionale e centrale, Medio Oriente ed Europa. L’attuale frattura del Medio Oriente, dovuta alla crisi siriana, ostacola gli sforzi per attuare questo progetto. L’anno scorso, la Cina modificava la legislazione nazionale per consentire il dispiegamento delle forze di sicurezza all’estero nell’ambito dell’antiterrorismo. La Cina può giocare un ruolo chiave nella ripresa economica dopo il conflitto in Siria. Nonostante la guerra, la China National Petroleum Corporation detiene ancora azioni dei due maggiori produttori di petrolio della Siria: Syrian Petroleum Company e al-Furat Petroleum Company, mentre Sinochem detiene anche quote sostanziali di vari campi petroliferi siriani. A dicembre, la Cina offriva alla Siria 6 miliardi di dollari di investimenti oltre ai 10 miliardi dei contratti esistenti, oltre che un grande accordo tra il governo siriano e il gigante delle telecomunicazioni cinesi Huawei per ricostruire le infrastrutture delle telecomunicazioni della Siria nell’ambito dell’iniziativa infrastrutturale della Via della Seta cinese da 900 miliardi di dollari. A marzo il Presidente siriano Bashar Assad disse che Russia, Iran e Cina avranno la priorità nei piani di ricostruzione del dopoguerra.
La Cina non è l’unica potenza mondiale ad incrementare i contatti con il governo della Siria. Il 20 agosto, solo sei giorni dopo i colloqui dell’alto ufficiale cinese con i funzionari del governo della Siria e i comandanti russi, il Ministro degli Esteri indiano Mobasher Jawed Akbar visitava Damasco per dimostrare il sostegno dell’India al governo siriano nel conflitto. I due Paesi hanno deciso di aggiornare le consultazioni sulla sicurezza. Il Presidente siriano Bashar al-Assad ha invitato l’India a svolgere un ruolo attivo nella ricostruzione dell’economia siriana. Va notato che il recente incontro trilaterale dei Presidenti di Russia, Iran e Azerbaigian ha dato nuovo impulso alla realizzazione del progetto dei trasporti nord-sud. La Siria si trova in prossimità di questo corridoio che, secondo i piani, sarà il centro per l’integrazione della vasta regione comprendente Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale, Russia e Nord Europa, con l’India che aderisce al progetto. Russia, Cina e India godono di buone relazioni con l’Iran, grande potenza regionale coinvolta nel conflitto della Siria. Su scala regionale, la collaborazione dei grandi Paesi indica come, in futuro, un’entità antiterrorismo regionale o addirittura un blocco militare indipendente dagli Stati Uniti potrebbe emergere contrastando la minaccia del terrorismo.

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La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Il Myanmar decide

Nell’agosto 2016 la ministra degli Esteri del Myanmar e Consigliere di Stato (al vertice del governo), Aung San Suu Kyi visitava la Cina. Era la prima nella Repubblica Popolare Cinese nel nuovo ruolo, ottenuto con la vittoria del proprio partito, la Lega nazionale per la democrazia (NLD), nelle elezioni parlamentari del 2015. Allora fu sollevata la seguente questione: quale politica estera sceglierà il “nuovo” Myanmar, filo-americana o filo-cinese? Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione democratica al governo militare che era al potere nel Paese dal 1988, una combattente per i diritti umani e vincitrice del Nobel pezzo Premio del 1991, sembrava una figura filo-occidentale in quei giorni. Eppure, che ci crediate o no, in Cina è quotata piuttosto bene. Essendo una politica pragmatica, aveva de sempre compreso l’importanza delle relazioni tra Myanmar e Cina, contribuendone allo sviluppo con tutte le forze, a volte rischiando la reputazione di difensore dei diritti umani. Ad esempio, nel 2013, Aung San Suu Kyi a capo della commissione parlamentare che indagava sul caso della società cinese Wanbao, accusata di confiscare illegalmente terre dei cittadini del Myanmar per sviluppare una miniera di rame. In quel caso, Aung San Suu Kyi diede il permesso affinché Wanbao continuasse le attività. Pechino apprezzò il favore. I media cinesi pubblicarono numerosi commenti positivi sulla leader dell’opposizione del Myanmar e l’NLD vinse le elezioni del 2015 con il chiaro sostegno della Cina. Così, quando Aung San Suu Kyi è salita al potere, aveva il sostegno di Stati Uniti e Cina. Doveva sfruttare il passaggio tra questi due estremi, per il massimo vantaggio del Myanmar. Il fatto che il primo Paese visitato dalla nuova Consigliera di Stato fosse la Cina, che non è membro dell’ASEAN, evidenzierebbe la decisione presa. Va inoltre notato che il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi visitò il Myanmar il 5 aprile 2016, cinque giorni dopo la cerimonia di giuramento del nuovo governo del Myanmar dell’NLD. Fu il primo ministro degli Esteri a visitare il Myanmar dopo questo importante evento. Ciò testimonia come il Myanmar non solo si appoggi alla Repubblica popolare cinese, ma che la Cina sia interessata a sviluppare rapporti con questo Stato. Non sorprende: risorse naturali e posizione geografica del Myanmar ne fanno un territorio d’importanza strategica per la Cina, che prevede di ridurre la dipendenza dalle petroliere che passano lo stretto congestionato e pericoloso di Malacca. Il Myanmar ha ampie risorse di idrocarburi, e il suo territorio è utilizzato per il trasporto di petrolio dal Medio Oriente e del gas dai porti sull’Oceano Indiano. La Cina ha investito nell’industria e nelle infrastrutture petrolifere e gasifere del Myanmar da anni. Vi costruisce gasdotti e porti e finanzia diversi progetti. Negli ultimi 20 anni la Cina è il principale investitore nell’economia del Myanmar, per decine di miliardi di dollari. Il fatturato commerciale tra i due Paesi ha raggiunto il picco nel 2015, per 20 miliardi di dollari. Va inoltre osservato che fino a poco prima (2010-2011), il Myanmar era sotto le sanzioni occidentali, contribuendo allo sviluppo delle relazioni con la Cina. Ora che un nuovo governo democratico è al potere, le società occidentali cominciano ad aver maggiore interesse sugli investimenti in vari progetti in Myanmar. Tuttavia, il Paese è già abituato a trattare con la Cina ed è tradizionalmente poco fiducioso verso i Paesi occidentali. Inoltre, il Myanmar è ora aperto agli investitori stranieri (oltre la Cina, Singapore, Thailandia, Hong Kong e Gran Bretagna sono tra i più significativi). Nonostante nulla impedisca alle imprese statunitensi d’investire nel Paese, vi è un altro fattore, il più importante tenendo conto degli interessi strategici, la Cina è pronta ad investire in Myanmar più di chiunque altro. Ciò supera tutti i fattori politici e culturali. Gli Stati Uniti, che hanno sostenuto NLD e Aung San Suu Kyi per molti anni, potranno sicuramente ricevere una calda accoglienza e varie preferenze in Myanmar, ma nel Paese possono contare solo sul secondo posto, la Cina sarà ancora prima. L’influenza statunitense in Myanmar può influenzarne i vari e talvolta poco chiari interessi militari e politici, ma la Cina mette al primo posto la sicurezza energetica, il che significa che è pronta ad assegnarvi più fondi.
Va notato che a fianco delle finanze, la Cina ha ancora una leva sul Myanmar, ancora più solida: i gruppi separatisti contro cui il governo del Myanmar ha combattuto per molti anni. La guerra civile ha devastato il Paese per 60 anni, dovuta al confronto tra governo e milizie comuniste. La guerra interessava varie minoranze etniche del Myanmar, che continuarono la lotta armata contro le forze di governo molti anni dopo la sconfitta dei comunisti e la loro deportazione in Cina. Durante la guerra, la guerriglia comunista e i suoi alleati, le bande etniche, apprezzarono il sostegno segreto della Repubblica Popolare Cinese. La guerra si esaurì con la Costituzione del 2008, che rispetta gli interessi di tutti i gruppi etnici fornendogli un’ampia autonomia. Ogni gruppo etnico ha l’opportunità di avere un partito rappresentato nel governo del Myanmar, mentre le forze armate illegali sono state amnistiate e arruolate nell’esercito del Myanmar. Tuttavia, piccoli conflitti continuano di tanto in tanto. Secondo alcune fonti, la maggior parte dei separatisti è strettamente legata alla Cina. Va ricordato che i territori vicino al confine cinese sono i più travagliati. Inoltre, le bande etniche delle minoranze nazionali del Myanmar sostengono di agire per conto dei cinesi. Nel 2015, le autorità del Myanmar riferirono ufficialmente che i separatisti cinesi nello Stato Shan venivano aiutati dalla Cina. Ciò deteriorò le relazioni del governo di allora con la Cina, e potrebbe aver contribuito al sostegno di Pechino all’opposizione nelle elezioni. Alcuni funzionari annunciarono che la Cina aveva usato l’influenza tra i separatisti per sabotare i colloqui di pace tra loro e l’allora governo del Myanmar. Ciò accadde poco prima delle elezioni del 2015, danneggiando gravemente la popolarità della leadership del Myanmar, uno dei motivi della sconfitta.
E’ probabile che la Cina intenda utilizzare i contatti con i ribelli per influenzare il nuovo governo del Myanmar. Secondo Aung San Suu Kyi, avrebbe discusso solo di questioni economiche con la leadership cinese durante la visita di agosto. Va ricordato che il 31 agosto 2016, subito dopo la visita in Cina, la Conferenza di pace di Naypyidaw iniziava, dove si riunivano i rappresentanti di tutti i gruppi etnici del Myanmar per discutere la nuova struttura federale del Paese e altri problemi che turbavano la coesistenza pacifica da molti anni. La presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon alla conferenza la dice lunga sull’importanza dell’evento. Se una pace stabile viene raggiunta da questa conferenza in Myanmar, sarà la maggiore vittoria di Aung San Suu Kyi e del suo governo, e il traguardo più importante nella storia del Myanmar. Si può supporre che la conferenza subito cominciata fosse la principale questione discussa tra il capo del governo del Myanmar e i suoi colleghi cinesi, tra cui le concessioni che il Myanmar doveva fare alla Cina affinché i ribelli filo-cinesi “si comportino bene” senza sabotare i colloqui, come nel 2015. La lotta tra Cina e Stati Uniti per l’influenza nella regione Asia-Pacifico è in corso da molti anni. Ogni Paese della regione è al centro del confronto. Sul Myanmar, Washington ovviamente perde, dato che ora dipende dalla buona volontà della Repubblica Popolare Cinese in molti modi.cqiylqkxgaadchx

Sorgente: Il Myanmar decide

‘Filipino president ‘Duterte Harry’ won’t take orders from former colonial powers’

Duterte is concerned about the prospect that Washington, the former colonial power in the Philippines, might want to manipulate his country against China, Gerald Horne, historian, told RT. Brian Becker of the AntiWar coalition also joins the conversation.

Sorgente: ‘Filipino president ‘Duterte Harry’ won’t take orders from former colonial powers’ — RT Op-Edge

China Slams US-South Korea Decision to Deploy THAAD Air Defense System

China expressed strong protest against the United States and South Korea agreement to deploy Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) missile defense system on the Korean peninsula, Chinese Foreign Ministry said Friday.

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Target Russia. Target China. Target Iran

Not a day goes by without US Think Tankland doing what it does best; pushing all sorts of scenarios for cold – and hot – war with Russia, plus myriad confrontations with China and Iran.

That fits into the Pentagon’s Top Five existential threats to the US, where Russia and China sit at the very top and Iran is in fourth place – all ahead of «terrorism» of the phony Daesh «Caliphate» variety.

Here I have come up with some concise realpolitik facts to counterpunch the hysteria – stressing how the Russian hypersonic missile advantage renders useless the whole construct of NATO’s paranoid rhetoric and bluster.

The US Aegis defense system has been transferred from ships to land. The Patriot missile defense system is worthless. Aegis is about 30% better than the THAAD system; it may be more effective but their range is also limited.

Aegis is not a threat at all to Russia – for now. Yet as the system is upgraded – and that may take years – it could cause Russia some serious concern, as Exceptionalistan is increasingly pushing them eastward, so near to Russia’s borders.

Anyway, Russia is still light-years ahead in hypersonic missiles. The Pentagon knows that against the S-500 system, the F-22, the awesomely expensive F-35 and the B-2 stealth airplanes – stars of a trillion-dollar fighter program – are totally obsolete.

So it’s back to the same old meme: «Russian aggression», without which the Pentagon cannot possibly fight for its divine right to be showered with unlimited funds.

Washington had 20,000 planners at work before WWII was ended, focused on the reconstruction of Germany. Washington had only six after the destruction of Iraq in 2003’s Shock and Awe.

That was no incompetence; it was «Plan A» from the get-go. The former USSR was deemed a mighty threat at the end of WWII – so Germany had to be rebuilt. Iraq was a war of choice to grab oil fields – mixed with the implementation of hardcore disaster capitalism. No one in Washington ever cared or even wanted to rebuild it.

«Russian aggression» does not apply to Iraq; it’s all about Eastern Europe. Russian Foreign Minister Sergey Lavrov anyway has made it clear that the deployment of the Aegis will be counterpunched in style – as even US corporate media starts to admit that the Russian economy is healing from the effects of the oil price war.

Take a look at my liquid asssets

Here my purpose was to show that China is not a House of Cards. Whatever the real Chinese debt to GDP ratio – figures vary from as low as 23% to 220% – that is nothing for an economy the size of the Chinese, especially because it is entirely internally controlled.

China keeps over $3 trillion in US dollars and other Western currencies in reserves while it gradually delinks its economy from the real House of Cards: the US dollar economy.

So under these circumstances what does foreign debt mean? Not much. China could – although they don’t do it yet – produce more yuan and buy back their debt, as much as the US with quantitative easing (QE) and the European Central Bank (ECB) as it asks certain ‘favorite countries’ (strong NATO supporters) to produce more than their share of euros.

And yet Beijing doesn’t really need to do this. China, Russia, the Shanghai Cooperation Organization (SCO) and what’s left of the BRICS (Brazil is on hold until at least 2018) are slowly but surely forging their own internal currency and currency transfer system (in China and Russia it works already internally) to sideline SWIFT and the Bank of International Settlements (BIS).

When they are ready to roll it out for the rest of the world to join them, then US dollar-based foreign debt will be meaningless.

US Think Tankland, as usual, remains clueless. As one of my Chinese sources explains, «whenever a Western big mouth mentions China’s debt ‘problem’ they quote a figure that seems to come out of thin air, and it includes all debts, central, provincial, city government levels, estimated all corporate debts, loans from banks outside China. Meanwhile, they compare this total number in China with those of Western countries and Japan’s central government debt alone».

The source adds, «China is operating with a balance sheet of the equivalent to $60 trillion. Loans from external sources is in the $11 trillion range while cash and equivalent is in the $3.6-4 trillion range. All this cash – or very liquid asset – is the biggest discretionary force in the hands of China’s leaders while nothing worth mentioning is in the hands of any other Western government».

Not to mention that globally, Beijing is betting on what the World Economic Forum calls the Fourth Industrial Revolution. China is already the central hub for global production, supply, logistics and value chain. Which leads us to One Belt, One Road (OBOR); all roads lead to the Chinese-driven New Silk Roads, which will connect, deeper and deeper, China’s economy and infrastructure all across Eurasia. OBOR will simultaneously expand China’s global power while geopolitically counterpunching the so far ineffective «pivot to Asia» – Pentagon provocations in the South China Sea included – and improving China’s energy security.

Sanctions, like diamonds, are forever

Another major Exceptionalistan fictional narrative is that the US is «worried» about the inability of European banks to do business in Iran. That’s nonsense; in fact, it’s the US Treasury Department that is scaring the hell out of any European bank who dares to do business with Tehran.

India and Iran have struck a $500 million landmark deal to develop the Iranian port of Chabahar – a key node in what could be dubbed the New India-Iran Silk Road, connecting India to Central Asia via Iran and Afghanistan.

Immediately afterwards the US State Department has the gall to announce that the deal will be «examined» – as the proverbial Israeli-firster US senators question whether the deal violates those lingering sanctions against Iran that refuse to go away. This happens in parallel to a mounting official narrative of «unrest» contaminating former Soviet republics in Central Asia – especially Kazakhstan and Tajikistan. CIA-paid hacks should know those sources of unrest well – as the CIA itself is fomenting it.

India doing business with Iran is «suspicious». On the other hand, India is more than allowed to formalize a historic military cooperation deal with the US hazily dubbed the «Logistics Support Agreement»  (LSA) – according to which the two militaries may use each other’s land, air and naval bases for resupplies, repairs and vaguely-defined «operations».

So it’s all hands on deck all over Exceptionalistan to counter Russia, China and prevent any real normalization with Iran. These localized offensives – practical and rhetorical – on all fronts always mean one thing, and one thing only; splitting and fracturing, by all means necessary, the OBOR Eurasian integration. Bets can be made that Moscow, Beijing and Tehran simply won’t be fooled.

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Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

US Army announces plans to place munitions stockpiles in Vietnam, Cambodia, and other area countries in a bid to contain the regional expansion of Chinese influence.

On Wednesday, the US Army announced that it plans to stockpile munitions and military supplies in Vietnam, Cambodia, and several other undisclosed nations including, experts believe, the Philippines, as the US adopts an increasingly aggressive military posture toward China.

Sorgente: Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

Gli Stati Uniti provano a distruggere il mercato cinese perché i BRICS lanciano la Nuova Banca di Sviluppo?

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Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 07/13/20150a0bf9290f535eb177d0be089db0e3987a0c7998La marea muta, il mondo non è più dominato da Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Il Gruppo degli Otto (G8), ritornato Gruppo dei Sette (G7) nel 2014, è stato sostituito dai BRICS, motivo per cui la Russia non è stata disturbata quando fu espulsa dal circolo della chiacchiera G8/G7 da Stati Uniti, Germania, Giappone, Canada, Gran Bretagna, Francia e Italia. Nel mondo, imprese e governi prevedono la normalizzazione del commercio con l’Iran, con o senza accordo nucleare tra Teheran e il gruppo permanente 5 + 1 (o EU3 + 3). I BRICS si istituzionalizzano superando la fase del forum di coordinamento tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. La Nuova Via della Seta della Cina accelera mentre l’Unione economica eurasiatica (UEE) è diventata realtà nel gennaio 2015. Inoltre, dopo quindici anni, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) si amplia.

viaCombattere la Comunità del destino russa e cinese | Aurora.

La Cina avverte la Russia dello “Stato di Guerra” con gli USA

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Il Ministero degli Esteri (MoFA) riporta oggi che la Federazione è stata informata dal Consiglio di Stato della Repubblica Popolare della Cina (PRC) dello stato “di Guerra” de facto esistente tra la nazione asiatica e gli Stati Uniti d’America. Secondo questo rapporto, a seguito di “disposizioni e protocolli” dell’Accordo russo-cinese sulla cyber-sicurezza dell’8 maggio 2015, che dichiara che un firmatario del patto che prevede le ostilità deve informare immediatamente la controparte in modo che provveda “ai preparativi di guerra” necessari per proteggere le infrastrutture critiche, quindi la PRC ha informato la Federazione che “ora esistono tali condizioni”. A portare a tale grave avvertimento della Repubblica popolare cinese, spiega la relazione, è stata la perdita catastrofica di oltre 3700 miliardi di dollari sui mercati azionari cinesi in due settimane, che hanno visto un crollo di oltre il 30% e portato il panico tra investitori finanziari e semplici cittadini. Sulle cause di tale devastante crollo, continua la relazione, gli esperti della RPC hanno dichiarato che “malvagie” forze di mercato erano vicine a rovinare l’economia cinese, sospettando “predatori” di investimenti occidentali in agguato dietro a disordini, citando anche il gigante bancario degli Stati Uniti Morgan Stanley. Inoltre, questa relazione rileva che cinque importanti professori universitari della Cina hanno ampiamente diffuso una lettera pubblica, il 2 luglio, sulle sinistre forze di mercato che sfruttano le debolezze del sistema finanziario cinese per profitto, paragonando la situazione in cui il “burattinaio” del presidente Obama, il finanziere George Soros, e altri, scommisero contro le valute asiatiche orientali durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998.

La Cina avverte la Russia dello “Stato di Guerra” con gli USA.