Desirée uccisa nelle macerie. Della civiltà.

Da Ciociaria Oggi:
“…Ieri mattina davanti a quel sito dismesso che doveva essere riqualificato da anni c’erano il padre e la madre della giovane Desiree. Il padre ha ottenuto il permesso di lasciare gli arresti domiciliari per recarsi a Roma a vedere il corpo della 16enne trovata morta a San Lorenzo. Arresti domiciliari disposti dopo una denuncia di stalking da parte della donna – da cui è separato da anni – e dalla stessa figlia che ad agosto aveva sporto una denuncia per aver ricevuto qualche sberla.

Desiree ad agosto si era nuovamente allontanata da casa e la madre aveva chiesto aiuto al padre che però aveva un ordine di non avvicinarla. Lui, incurante del rischio di una nuova denuncia, l’ha cercata, l’ha trovata, l’ha riportata a casa.

Lei lo ha denunciato e l’autorità giudiziaria ha imposto i domiciliari. Qualche ora prima della tragedia quello stesso padre era di fronte ad un giudice per chiedere la revoca della misura – con il parere concorde anche della madre di Desiree – che però il giudice non si è sentito di annullare”.

Desirée a 16 anni uccisa da stupratori   e spacciatori senegalesi in una maceria abbandonata al degrado dal padrone,  nel cuore della capitale.  Adesso, a credere ai media, la mamma dice: lei non si è  mai drogata, certo negli ultimi tempi era cambiata. Aveva deciso di iscriversi al liceo artistico… L’ultima telefonata alla nonna: “Ho perso l’autobus, resto a Roma a dormire da una amica”. Ma tanti l’avevano vista   in quella zona piena di piscio e di  ciarpame dove s’è fatta ammazzare  dai negri.

Povera Desirée a cui in famiglia nessuno ha detto dei “No” . anzi, il solo che glieli ha detti, il padre, non ha alcuna autorità, è condannato per stalking,  è stato denunciato dalla moglie;  e quando   l’ha riportata a casa, s’è beccato una denuncia anche  da lei: la figlia sedicenne. Perché nessuno deve limitare la sua “libertà”, le sue “libere scelte”.

Tremendo scoprire come si descriveva lei, la povera sciocchina divorata  dal nulla, su Facebook, sotto le immancabili foto in cui tutte le ragazzine come lei si propongono come seduttrici da pornovideo:

“Nata principessa, cresciuta guerriera, un angelo bianco con l’anima nera”.

Nelle fantasie narcisiste, puberali, “l’anima nera”.  Ovviamente in giro non un prete, non una maestra o professoressa, una  parente cui si potesse confidare di questa “anima nera”. Non dico che è colpa della famiglia, al contrario: la famiglia stessa è  una maceria e un degrado –  ma è stata resa così. Dall’ideologia  dominante e totale, un miscuglio di permissivismo e di “libertà”, ormai terza o quarta generazione di uomo-massa (per il quale vivere è essere quello che già si è), a cui né uno Stato né una religione, né una società, un vicinato con la sua santa pressione sociale, imprimono  un qualunque obbligo, una  direzione a migliorarsi, a studiare,  a formarsi un carattere, a esercitare disciplinatamente l’intelligenza e la volontà – cose che si devono imparare –  a riempire il vuoto spaventoso di scopi e di traguardi  che è invincibile nell’adolescenza. Perché “una vita senza impegni è più negativa della morte”,  ma questo  non è qualcosa che – salvo eccezioni di personalità straordinarie – un singolo possa darsi da sé:  è  qualcosa che viene dal “comando”, dal comando politico: “comandare infatti vuol dire assegnare un compito alle persone, metterle sul loro cardine, impedire  la loro dissipazione”.

E’ ormai passato un secolo da quando si è scritto: “In questi assistiamo al gigantesco spettacolo d’innumerevoli vite umane che camminano smarrite nel labirinto di se stesse, per non avere nulla a cui  rivolgersi. Tutti gli imperativi, tutti gli ordini sono rimasti sospesi. Sembrerebbe la situazione ideale: una volta che  ciascuna vita rimane nell’assoluta libertà di fare ciò che le aggrada, di attendere a se stessa. Ma il risultato è stato l’inverso: abbandonata a se stessa, ciascuna  vita rimane priva di se stessa, vuota, inattiva. E dato che deve pur riempirsi di qualcosa, s’inventa frivolamente una propria esperienza, si dedica a false occupazioni”  – o s’immagina “nata principessa, cresciuta guerriera”, forte e seduttrice  “angelo bianco con l’anima nera”.

I neri, quelli veri,  che guai a non “accoglierli”,  l’hanno ben misurata ed abbrancata, una sciocchina che si mette in pericolo senza saperlo, bambina già guasta ma ingenua.

Parabola del nostro degrado collettivo, il quartiere di San Lorenzo: una  maceria abbandonata, appartenente al fratello dell’ex sindaco Veltroni, ma non costruita perché – ammettiamolo – è ormai conveniente costruire un condominio  lì? Dopo che Mario Monti ha stroncato il settore edilizio e i consumi interni, non ci sono lì più lavoratori,  le botteghe artigiane  sono state sostituite da spacciatori, occupanti,  zoologia da centri sociali : e la chiamiamo “la movida studentesca”,   – ma quali  studenti  incanagliti la animano?

Su Tripadvisor, i giudizi sul quartiere San Lorenzo:

Attraverso questo quartiere quasi tutti i giorni per andare all’Università. Negli anni ho cercato di esplorarlo il più possibile per trovare qualcosa di carino che mi portasse ad apprezzarlo un po’di più rispetto alla prima negativa impressione che mi ha fatto. Purtroppo, ho trovato ben poco. Il quartiere è piuttosto malfamato e purtroppo la realtà delle cose conferma i racconti e le dicerie. Oltre ad essere pericoloso, soprattutto di notte, è anche terribilmente sporco. La puzza di urina e di spazzatura a volte è davvero insopportabile, soprattutto durante l’estate. Qui e lì ci sono degli angoli carini, negozietti interessanti e belle opere di urban art. Ma si tratta di minuscole oasi in un deserto di degrado. Sono sicura che ci sono persone che apprezzano questo tipo di atmosfera e che considerano questo un luogo da mantenere esattamente così com’é. Ben venga, sicuramente avranno le loro ottime ragioni. Tuttavia, sinceramente non vedo l’ora di terminare gli studi, così non dovrò più mettere piede in questo orribile quartiere.

A San Lorenzo trovate bar e ristoranti aperti fino a tardi, ma attenzione che come spesso accade nelle zone universitarie si riempie di ubriachi ben e mal intenzionati

Un intero quartiere (di lunga storia) trasformato in un centro della movida notturna romana. Ristoranti, bar, piano-bar, teatrini, ecc. ecc. Non manca nulla e la scelta è notevole. Poveri residenti. Primo esempio di quartiere sotto ZTL

Una decina di anni fa era il ritrovo preferito di noi giovani studenti o lavoratori per passare una bella serata all’aperto, sia d’estate che d’inverno. Adesso…che amarezza, che degrado, che scempio. Spacciatori ad ogni angolo, gente ubriaca, nessun controllo, sporcizia ovunque. Infrequentabile, invivibile. Un vero peccato!

Degrado allo stato puro

Ci sono delle cose interessanti nel quartiere, locali particolari ma…a distanza di anni ho trovato un degrado tale che mi meraviglio che si possa vivere in una realtà del genere. Tra caos di auto parcheggiate alla rinfusa, strade sporchissime, lezzo di urina sui marciapiedi, be…ripartire è stata una liberazione. Peccato”

Naturalmente  ci sono numerosi, quelli che invece lo trovano “un ottimo quartiere”,  un “quartiere giovane”, antifascista  e di sinistra. E  sono i commenti più allarmanti,  sapere che c’è gente che trova ottimo il  puzzo di orina e “gli zombi” drogati, il rumore insopportabile a tarda notte, la gente pericolosa. Che si trova a suo agio nel degrado e decadenza.  E’ l’incanaglimento di una parte della società italiana, “liberata”, che quando muore lì violentata una bambina, se la prendono con ministro degli Interni  venuto  “per fare propaganda”.

Sono gli stessi che  accoglono i negri. E li “integrano”, eccome, nel  puzzo della rumenta mai raccolta, e nel ciarpame e nel piscio. Un livello di civiltà superiore, non c’è che dire.

Tutta una serie di macerie, di rottami, di avanzi. I detriti di una magistratura che non vede e non opera davvero contro i negri più pericolosi, è anch’essa il detrito di una “giustizia” degradata  che assolve i criminali purché immigrati, e “esita”  ad annullare i domiciliari a questo padre che ha perso ogni autorità, ma che forse sapeva dove andare a cercare la sua piccola guerriera nata principessa e, con l’anima nera.  Come minimo, i negri clandestini senza permesso di soggiorno,  pluri – pregiudicati, regolarmente rilasciati,  dovrebbero essere sottratti a questa magistratura, e affidato a  corti marziali – giustizia militare, processo sommario e pena di morte.  Sarebbe la presa d’atto che la loro “immigrazione” è un atto di guerra – ibrida, naturalmente. Ma  per questo, bisogna che esista un “comando”, e che sia almeno vagamente accettato come legittimo da tutta una popolazione. Siamo ormai al disotto di questa possibilità,  siamo scesi troppo in basso in incanaglimento  collettivo?

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La guerra in Libia da maggio 2017 a settembre 2018

Alessandro Lattanzio

Nel sud dell’Egitto, nella provincia di Minya, il 26 maggio i terroristi del SIIL uccidevano 28 pellegrini cristiani in viaggio su un autobus. Il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava che avrebbe colpito il terrorismo sponsorizzato dall’estero, colpendo le basi dei terroristi, all’interno o all’estero. “L’attentato di oggi non sarà ignorato. Puntiamo ai campi in cui vengono addestrati i terroristi. L’Egitto non esiterà a colpire tutti i campi che ospitano o addestrano terroristi, sia all’interno dell’Egitto che all’estero”. Gli attacchi aerei avvenivano in Libia alcune ore dopo l’attentato. Le forze di sicurezza egiziane avevano distrutto circa 300 autoveicoli dei terroristi in due mesi. L’Egitto aveva effettuato 6 attacchi aerei presso Derna in Libia orientale, “dopo averne confermato il coinvolgimento nella pianificazione e nell’attacco terroristico nel governatorato di Minya”. Il 26 maggio scoppiavano scontri a sud di Tripoli, ad Abu Salim, dove 17 miliziani del GNA furono giustiziati presso la prigione al-Hadhaba dalle milizie islamiste rivali del Fajr al-Lybia di Qalifa Ghwayl e Salah Badi. Negli scontri si avevano 52 morti e più di 100.
L’avvocato di Sayf al-Islam Muammar Gaddafi, Qalid al-Zaydi, dichiarava che il figlio del defunto leader libico è un uomo libero, in conformità con l’amnistia approvata dal “Parlamento libico”, e che Sayf al-Islam aveva lasciato Zintan. Qalid al-Zaydi affermava che Sayf al-Islam ha rispetto e gratitudine per tutti i Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, secondo cui la fine del leader Muammar Gaddafi nel 2011 suscitò una grave minaccia per il regno, che verrebbe diviso da agenti influenzati dal Qatar. Secondo il Consiglio supremo delle tribù libiche di Mahmudi al-Baghdadi, Sayf al-Islam si sarebbe recato nella parte orientale del Paese, dato che gli anziani del Consiglio di Bayda avevano detto ai capi di Zintan che, in caso di rilascio, l’avrebbero accolto come “un secondo figlio”.
Il 28 giugno, aerei da guerra egiziani distruggevano un convoglio di 12 autoveicoli carichi di armi, munizioni e esplosivi provenienti dalla Libia.
Il feldmaresciallo Qalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA), il 6 luglio dichiarava la liberazione completa di Bengasi. “Le nostre forze armate dichiarano la liberazione di Bengasi dal terrorismo, piena liberazione e vittoria della dignità sul terrorismo. L’LNA si congratula con il popolo libico e ringrazia tutte le forze di sostegno e i vicini che ci hanno sostenuti. Bengasi entrerà in una nuova era di sicurezza, stabilità, prosperità e pace. Gli sfollati ritorneranno a casa”. L’LNA aveva liberato il Suq al-Hut e Sabri, nella città vecchia di Bengasi.
Il 16 luglio, l’Aeronautica egiziana distruggeva 15 autoveicoli dei terroristi entrati nel confine occidentale dell’Egitto dalla Libia. Inoltre, la 3.za Armata egiziana e l’Aeronautica egiziana sventavano un attacco terroristico nel Sinai, distruggendo un’auto carica di esplosivi, eliminando i 6 terroristi a bordo, in una zona montuosa del Sinai centrale.
Il 22 luglio, l’Esercito nazionale libico si scontrava con gruppi islamisti a Bengasi, mentre le forze LNA effettuato attacchi aerei presso Derna. Le forze speciali effettuavano un attacco alle ultime sacche del Majlis Shura Thuwar, nella zona di Quraybish, eliminando 6 terroristi.
Il 25 luglio, il presidente francese Emmanual Macron ospitava a Parigi Qalifa Haftar e Fayaz al-Saraj, per un accordo che impegnasse un cessate il fuoco in Libia e a tenere le elezioni nazionali nella primavera 2018. “Macron vuole essere molto più coinvolto in Libia, va bene, ma ci ha spazzato via, non siamo stati consultati. C’è molta rabbia su questo”, affermava un diplomatico nel ministero degli Esteri italiano. Il 29 luglio 1 MiG-21 del LNA si schiantava a Zuhr al-Haram, a sud ovest di Darna. I due piloti si eiettarono, ma il colonnello Adil Jihani veniva ucciso.
Il 14 agosto, Il leader dell’Esercito Nazionale Libico Nazionale Qalifa Haftar si recava a Mosca per colloqui con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Haftar dichiarava: “Confermiamo il nostro desiderio di continuare a costruire la nostra amicizia con la Russia e la cooperazione con il vostro Paese in tutte i campi. I nostri Paesi hanno una storia di forti relazioni e ci aspettiamo di continuare a costruire la partnership. La Russia può svolgere un ruolo nella riconciliazione della crisi libica e saremo lieti se le azioni della Russia saranno utili… Non abbiamo concordato un particolare ruolo della Russia, ma vorremmo accogliere qualunque ruolo che Mosca giocherà nel processo”.
Il 15 agosto, il Generale Qalifa Haftar visitava Mosca incontrando i Ministri degli Esteri Lavrov e della Difesa Shojgu della Federazione Russa. Era la terza visita in Russia. Haftar sottolineava il ruolo dell’esercito nazionale libico nella lotta al terrorismo, affermando che “circa il 90 per cento del Paese è stato liberato”, nonostante l’embargo sulle armi e “un supporto finanziario e militare illimitato dei terroristi”. Lavrov osservava che “Purtroppo, la situazione in Libia rimane complicata, la minaccia dell’estremismo nella vostra patria non è ancora superata. Tuttavia, siamo consapevoli dei passi intrapresi e sosteniamo attivamente il processo… per la riconciliazione politica, il pieno ripristino della stato nel vostro Paese di tutte le forze politiche, tribù e regioni principali. È stato anche confermato che la Russia è pronta a fornire ulteriori assistenza per promuovere il processo politico, contattando tutti i partiti libici”. Haftar dichiarava che “L’esito dei colloqui è molto positivo. Abbiamo informato Lavrov sui nostri problemi, descrivendo il quadro completo. Naturalmente, i russi pensano a come partecipare nelle decisioni necessarie. Saremmo lieti se la Russia continui a parteciparvi. Sì, abbiamo discusso dell’aiuto militare. Sono certo che la Russia rimane un nostro buon amico e non rifiuterà di aiutarci”. Dopo l’incontro con Lavrov, Haftar incontrava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu, dove l’attenzione si concentrava sugli sviluppi in Nord Africa, con particolare attenzione alla situazione in Libia.
Il 18 agosto, per la prima volta in sette anni, un aereo siriano atterrava sull’aeroporto Benina di Bengasi, inaugurando i voli regolari tra Damasco e Bengasi. Questo era anche il primo aereo estero ad atterrare a Bengasi dal 2014.
Il 4 settembre, il Generale Qalifa Haftar vietava ai funzionari del Governo dell’Assemblea Nazionale (GNA) e del Consiglio Presidenziale guidati da Fayaz al-Saraj l’ingresso nell’est della Libia, ciò poche ore dopo che al-Saraj aveva nominato il comandante delle Forze Speciali Faraj Iqaym, segretario del ministro degli Interni del GNA. I membri del Consiglio presidenziale di Saran, Fathi al-Mijibri, Ali al-Gutrani e Umar al-Asuad sostenevano la decisione di Haftar, e invitavano la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, a condannare al-Saraj per attentato all’unità della Libia, e riconoscere solo la Camera dei Rappresentanti in Tobruq e le Forze Armate guidate da Haftar.
I leader dell’Esercito nazionale libico si recavano a Cairo per incontrare il Capo di Stato Maggiore egiziano Mahmud Hijazi, poiché “i capi dell’Esercito nazionale libico hanno scelto l’Egitto come punto di partenza per la riorganizzazione dell’esercito libico, nel quadro degli sforzi egiziani per porre fine allo stato di divisione e unificare l’esercito libico. La delegazione militare libica ha discusso con lo Stato Maggiore egiziano tutte le fasi della crisi affrontata dall’istituzione militare in Libia negli ultimi sette anni”. La delegazione dell’Esercito nazionale libico ha dichiarato d’impegnarsi “a creare uno Stato moderno, democratico e civile basato sui principi del trasferimento pacifico del potere, del consenso e dell’accettazione dell’altro, nonché del rifiuto di ogni forme di emarginazione e di esclusione di qualsiasi parte libica”. Egitto e Libia “formano comitati tecnici congiunti per discutere i meccanismi di unificazione dell’istituzione militare in Libia e studiare tutte le questioni che potrebbero sostenerla. Oltre a lavorare sull’unità della istituzione militare libica e sulla responsabilità dell’esercito libico su sicurezza e sovranità dello Stato, nonché combattere estremismo e terrorismo e respingere le interferenze estere negli affari libici”.
Il 28 settembre l’Aeronautica egiziana distruggevano almeno 10 autoveicoli dei terroristi carichi di armi provenienti dalla Libia, mentre il 25 settembre l’esercito egiziano eliminava 6 terroristi e 6 autobombe a sud di Zuayd, nel nord del Sinai.
Il 29 settembre, a Sabratha si avevano scontri tra l’Esercito nazionale libico (LNA) e le forze del governo dell’accordo nazionale di al-Faraj. Lo sceicco a capo della Fratellanza musulmana, e agente di Roma, il Gran Muftì Sadiq al-Ghariani, incitava le milizie della Fratellanza musulmana a combattere l’LNA, come “prosecuzione della battaglia per Bengasi” e invitava i cosiddetti “rivoluzionari libici” (la Fratellanza musulmana) a supportare il governo di al-Faraj e a unirsi contro l’LNA, che “combatte contro la rivoluzione”.
Il 23 ottobre, 8 autoveicoli islamisti venivano distrutti da attacchi aerei egiziani sul confine libico-egiziano.
Il 1° novembre 2017, l’aeronautica egiziana eliminava in una zona montuosa ad ovest di Fayum, a sud di Cairo, una base dei terroristi, assieme a 3 autoveicoli che trasportavano armi, munizioni ed esplosivo. Combattimenti scoppiavano nel Warshafana, Libia occidentale, tra gruppi armati locali e le forze militari del Maggior-Generale Usama Juayli, nominato da Fayaz Mustafa al-Saraj, presidente del Consiglio presidenziale della Libia e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA). La Brigata dei rivoluzionari di Tripoli (TRB) prendeva parte all’operazione, assieme alle brigata Zintan di Haytham Tajuri, del consiglio militare di Zintan, contro Jafra e Aziziya, nel Warshafana. In realtà tali forze si scontravano con la 4.ta Brigata del LNA. Il 7 novembre, la 4.ta Brigata veniva dispersa e il LNA perse le posizioni nella regione. Si consolidava così l’alleanza tra le suddette forze islamiste e le milizie Janzur e Zawiya, dietro si delinea la regia dell’Italia.
Il 18 dicembre, il comandante dell’Esercito nazionale libico Feldmaresciallo Qalifa Haftar denunciava la fine degli accordi di Shqirat del 17 dicembre 2015, firmati in Marocco, nonostante l’opposizione dell’ONU alla mossa di Haftar, che aveva dichiarato: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduto insieme a tutte le strutture create con esso. Le forze armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico”, sottolineando che il Comando supremo delle Forze Armate libiche colloquia direttamente con la comunità internazionale per la risoluzione della crisi libica. Due giorni prima, a Bengasi si ebbe la prima dimostrazione che chiedeva ad Haftar di prendere il potere, ed altre piccole manifestazioni si svolgevano a Shahat e Marj, ad est, mentre il sindaco islamista e filo-turco di Misurata, Muhamad Shatui, un fratello mussulmano collegato all’Italia, veniva liquidato a poche centinaia di metri dall’aeroporto della città base operativa delle unità dell’esercito italiano schierate in Libia. In tale contesto, i ministri degli Esteri di Algeria, Tunisia ed Egitto s’incontravano a Tunisi il 17 dicembre per chiedere ai partiti libici di “assumersi le proprie responsabilità per porre fine rapidamente alla fase di transizione, creando un clima politico e di sicurezza che permetta l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative”, e inoltre sottolineavano l’importanza di unificare tutte le istituzioni libiche, compreso l’Esercito nazionale libico. Haftar quindi dichiarava illegale il governo-fantoccio di F. al-Saraj, posto al potere in Libia dai governi Renzi e Gentiloni. Ciò significava che l’Esercito nazionale libico era pronto al conflitto armato contro il governo al-Saraj, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia. In questa situazione, Sayf al-Islam Gheddafi annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali in Libia del 2018. Subito dopo, il ministro degli Esteri france Le Drian incontrava a Tripoli Saraj, e a Bengasi Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Le Drian chiedeva ad Haftar e all’ENL di rispettare l’Accordo politico libico (LPA) di Shqirat. “Le Drian, le Nazioni Unite e le potenze occidentali ancora non capiscono che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo ed irrilevante per il processo di pace”. Haftar non cedeva, sottolineando l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale dell’azione dell’LNA contro il terrorismo, e concludeva, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Haftar riteneva che tale embargo serviva a dare una leva alla fazione di Saraj e agli islamisti in Libia, di cui Saraj è un agente.
Il 14 gennaio 2018, si avevano combattimenti presso l’aeroporto di Tripoli tra la “forza di deterrenza” del governo, che controllava l’aeroporto e il carcere, e la milizia di Tajura, con la morte di almeno 20 miliziani e un aereo di linea A319 e altri quattro velivoli danneggiati. L’attacco alla prigione presso l’aeroporto Mitiga, aveva come obiettivo la liberazione dei terroristi di al-Qaida e SIIL detenuti nella prigione gestita dalla forza RADA di Abdarauf Qara. Le milizie che avevano attaccato la prigione era forze fedeli al governo nominato dall’ONU di Fayaz Seraj ed alleate anche all’ex-primo ministro islamista Qalifa al-Gual e del Gran Mufti dei Fratelli musulmani al-Ghariani. Inizialmente la RADA aveva contrastato l’attacco con l’aiuto di almeno 10 milizie filo-governative guidate da Haitam Tajuri e di un aereo da ricognizione statunitense decollato da Sigonella, che aveva sorvolato Tripoli all’inizio dei combattimenti. A metà dicembre a Mosca il Viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov incontrava Bashir Salah, ex-Capo di Stato Maggiore del Colonnello Muammar Gheddafi, per discutere come sviluppare i contatti nella regione del Fizan, dove Salah è alleato con le tribù locali. Il presidente del gruppo di contatto russo-libico è Lev Dengov, consigliere del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ha contatti regolari con fazioni di Tripoli e Misurata.
Il 19 gennaio, il Comitato per la difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruq deplorava il voto del Parlamento italiano per aumentare le forze italiane presenti a Misurata, considerandola una violazione della sovranità della Libia. Il comitato dichiarava che l’aumento di forze italiane un Libia è il riconoscimento del Parlamento italiano della presenza di truppe italiane, fatto che l’Italia aveva finora negato.
Il 21 gennaio l’esercito nazionale libico (LNA) compiva attacchi aerei nel sud-est della Libia, presso Rabiana, distruggendo un convoglio di 15 autoveicoli dell’opposizione sudanese e ciadiana, tre giorni dopo che il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza sudanese aveva ucciso 6 soldati dell’LNA nell’oasi di Jaqabub.
Il 22 gennaio 2 autobombe esplodevano a Bengasi, facendo 50 morti e 100 feriti nel quartiere Salmani, frequentato dai combattenti della 210.ma brigata, composta da salafiti. Tra i morti vi era Ahmad al-Fituri, capo della brigata salafita al-Tuhid, alleata dell’Esercito Nazionale Libico. Ahmad al-Fituri era stato anche membro della Brigata di Difesa di Bengasi (BDB) contraria ad Haftar. La BDB massacrò oltre 140 uomini, donne e bambini il 18 maggio 2017, a Braq al-Shati.
Il 3 maggio si verificavano potenti esplosioni presso la sede della Commissione elettorale nazionale di Tripoli, uccidendo oltre 15 persone, in coincidenza del ritorno di Qalifa Haftar da Parigi, in Libia. dopo due settimane di degenza. Inoltre, Aqila Salah, presidente del parlamento di Tobruq, la Camera dei rappresentanti (HoR), chiese le elezioni presidenziali tra settembre e dicembre 2018, ottenendo il sostegno do Francia ed Egitto.
L’8 maggio, il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA), Maresciallo Qalifa Haftar, avviava le operazioni per liberare Darna, occupata dai terroristi di al-Qaida dal 2011. Derna era considerata l’ultima roccaforte dei terroristi nell’est del Paese. Infatti, quando il Feldmaresciallo Qalifa Haftar tornò da Parigi, dichiarò “l’ora zero per liberare Darna” dal controllo della “Mujahideen Shura Council” (DMSC), una coalizione di fazioni islamiste.
Il 7 maggio veniva avviata l’offensiva del LNA su Darna, liberando aree rurali e montagnose nei pressi della città, e i quartieri periferici di Fatayah, Bab Tobruq e Tamasaqat. All’operazione dell’LNA partecipavano i battaglioni 101.mo, 102.mo, 106.mo e 309.mo, le brigate Tariq bin Ziyad e Tobruq Muqatila (coi battaglioni 104.mo, 159.mo, 409.mo e 501.mo, la Brigata delle forze speciali al-Sayqa, in totale oltre 1000 uomini. I velivoli impiegati comprendevano 1 Beechcraft B350 da ricognizione, che decollava dalla base aerea Qadim, 6 turboelica antiguerriglia AT-802, 2 UAV GJ-1 Wing Long dell’aeronautica degli EAU. Non mancava la componente navale costituita dal pattugliatore d’altura al-Qarama e dal pattugliatore costiero Damen Stan 1605, che avrebbero affondato 3 motoscafi che fuggivano da Darna con a bordo i capi del Consiglio e della liwa Shahin Abu Salim. Gli scontri avvenivano contro i gruppi islamisti di al-Qaida e Fratellanza Musulmana e fazioni a sostegno di Saraj, come i mujahidin del Consiglio della Shura di Darna (MCSD) e delle Forze di Protezione di Darna (FPD), nei quartieri Shiha e Sahal al-Sharqi. LNA impiegava cannoni D-30, M-1938, lanciarazzi BM-21 e mortai M-37, per distruggere depositi di armi e postazioni islamiste, a coprire l’avanzata dei carri T-54 e T-62 del 106.mo Battaglione che, supportato da velivoli MiG-21MF e MiG-23 avanzava su Shiha, Sahal, Qadija e Lamis, liberando il 70% della città, mentre gli islamisti tenevano al-Balad e Jabala. Il 15 giugno, l’Esercito nazionale libico (LNA) liberava a Darna i quartieri al-Qala, al-Muahshah, Shabiat Ghazi, la scuola al-Umar, Jabal al-Aqdar, Daman al-Ijitmai e Qab al-Ali. I droni statunitensi avevano lanciato in Libia, nei primi sei mesi del 2018, 243 missili anticarro Hellfire, oltre il 20% del totale di tutti i missili Hellfire lanciati in 14 anni.
Il 21 giugno, l’Esercito nazionale libico liberava la cosiddetta “mezzaluna petrolifera”, le aree petrolifere delle coste libiche da Tobruq a Sidra. L’Esercito nazionale libico al comando di Qalifa Haftar prendeva il controllo completo della “mezzaluna petrolifera” libica, dopo aver liberato i porti petroliferi di Ras Lanuf e al-Sidra, costringendo i gruppi terroristici filo-NATO, guidati da Ibrahim al-Jadran, a ritirarsi verso Misurata. Il capo della compagnia petrolifera libica NOC Mustafa Sanala dichiarava al vertice OPEC di Vienna, che le attività dei porti sarebbero riprese entro due giorni.
Il 29 giugno, il comandante Qalifa Haftar annunciava la liberazione della città di Darna dai terroristi di al-Qaida. “Annunciamo con orgoglio la liberazione di Darna, città cara a tutti i libici”. Darna, una città costiera di 150000 abitanti, segnava un importante passo del LNA per consolidare il controllo sulla regione.
Il 1° settembre, mentre avanzava verso Tripoli la 7.ma Brigata ‘Qanyat‘ di Tarhuna (guidata dai fratelli Qani), un razzo Grad colpiva l’ex-campo IDP di Tawargha a Tripoli, e ignoti liberavano dalla prigione di Ruaymi centinaia di prigionieri (probabilmente ex-ufficiali e funzionari della Jamahiryia Libica). Le milizie islamiste accusavano le forze di Tarhuna di essere forze combattenti leali a Gheddafi, mentre le forze dall’ex-capo di Fajir al-Libya, Salah Badi, avanzavano verso la periferia di Tripoli. L’avanzata delle forze di Tarhuna si scontrava coll’alleanza delle milizie islamiste di Misurata e Zintani, collegate alle intelligence italiana, saudita, qatariota e turca. Le forze di Tarhuna si scontravano quindi con gli islamisti delle brigate rivoluzionarie di Tripoli (TRB) di Haytham Tajuri, appena tornato dal pellegrinaggio in Arabia Saudita, a cui sottraevano la caserma Yarmuq, della forza di deterrenza centrale di Qanua Qiqli e della brigata Halbus 301 presso l’aeroporto, Qalat al-Furjan e Salahudin. Ciononostante, le forze di Tarhuna raggiungevano i quartieri Furnaj, Ayn Zara e Siahiya, dalla popolazione amazigh, mobilitandone quindi la Forza Mobile, altra milizia collegata all’intelligence italiana. Le forze islamiste di Zintani, guidate da Imad Trabalsi, occupavano una caserma presso l’Islamic Call Society, ad al-Jib, Tripoli. La forza di Trabalsi prende ordini dal Consiglio di Presidenza di Fayaz Saraj, che li aveva invitati a Tripoli per combattere come “forza neutrale” le forze di Tarhuna.
Muhamad al-Hadad, comandante della zona militare centrale, che era stato rapito nella città di Misurata, era stato appena nominato da Saraj comandante supremo dell’esercito di Tripoli, insieme a Usama Juayli, comandante della zona militare occidentale. I combattimenti avevano ignorato un simulacro di cessate il fuoco concordato il 31 agosto a Tripoli. Risultato ultimo dell’inefficienza del Consiglio della Presidenza e del Governo di Accordo Nazionale di Fayaz Saraj. Intanto Tripoli veniva bombardata nei quartieri Dahra, Bin Ashur e Qut Shal. Le forze di Tarhuna accusavano Saraj di aver tentato di “comprarle” durante i colloqui di mediazione, affermando di avergli offerto 250 dollari USA per ritirarsi da Tripoli; risposero rifiutando la “bustarella” e chiedendo lo scioglimento delle milizie per creare un esercito nazionale e una polizia unificata.
Il Supremo Consiglio delle tribù e città libiche nella regione occidentale dichiarava che “ciò che accade nella capitale Tripoli negli ultimi 8 anni non è altro che ingerenza delle milizie e del loro controllo sulle articolazioni dello Stato, con l’aiuto dei terroristi e guidati da capi stranieri”. Il Consiglio dichiarava che tali milizie usavano l’immigrazione clandestina come fonte di reddito, assieme a contrabbando di droga e carburante, furto di fondi bancari, e che ricorrevano all’intervento straniero, culminato nella violazione della sovranità nazionale della Libia. La dichiarazione condannava l’attacco aereo straniero sulla città di Tarhuna, uccidendo civili e soldati dell’esercito popolare. Il Consiglio esprimeva stupore per la Missione delle Nazioni Unite in Libia che aveva lasciato i prigionieri politici della Jamahiriya ed ufficiali dell’Esercito popolare nelle mani delle milizie, mentre si preoccupava dei migranti illegali e del loro desiderio di allontanarli dalle aree degli scontri, mostrando così la doppia morale della Missione ONU. Il consiglio dichiarava infine che le tribù marceranno libereranno i loro figli dalle prigioni delle milizie nel caso la missione delle Nazioni Unite non si assumesse le proprie responsabilità nei loro confronti, confermando di sostenere i fratelli di Tarhuna e che qualsiasi aggressione su Tarhuna sarà considerata come diretta contro le tribù e le città dell’ovest libico.

Thanks to: Alessandro Lattanzio

#CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

#CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

Riceviamo dai promotori della campagna #CambiaGiro e pubblichiamo:La campagna #CambiaGiro lanciata a settembre 2017 contro la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme e Israele ha visto in questi mesi una grande mobilitazione internazionale a partire dalla Palestina.

In Italia, fin dalla Sicilia la risposta dei territori e degli attiviste e attivisti che da anni sostengono la lotta per la Palestina libera ha segnato quasi tutte le tappe già svolte. #CiVediamoInGiro attraverserà il Nord Est e la Val Susa, fino ad arrivare alla tappa finale a Roma il 27 maggio 2018. La Questura ha dichiarata una “zona verde” interdetta alle manifestazioni in tutto il centro di Roma. Noi invece la coloreremo di verde, rosso, bianco e nero, i colori della Palestina.

Invitiamo tutti a:

– Invadere i propri territori di scritte, striscioni, volantini, cartelli a sostegno della campagna #CiVediamoInGiro e #CambiaGiro.

– Partecipare alla Critical Mass per un uso giusto della bici, che partirà alle 18.30 da piazza Vittorio venerdì 25 maggio.

– Scendere in piazza al Circo Massimo domenica 27 maggio alle 15.55, dove, al momento giusto la Palestina che resiste si paleserà con i suoi colori e i suoi simboli. Le proteste si svolgono in un contesto in cui il governo statunitense sposta la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, rafforzando il controllo illegale di Israele sulla citta. È chiaro che l’evento sportivo viene usato da Israele come strumento di propaganda.

Che lo Sport sia sempre stato sfruttato come canale mediatico per fornire un’immagine ripulita ed equilibratamente competitiva di uno Stato che nemmeno può nascondere le violenze sistematiche praticate dentro e fuori i propri confini, è Storia: pensiamo alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, come ai Mondiali del 1978 in Argentina. Una delle motivazioni ufficiali sbandierata dagli organizzatori RCS è quella di celebrare la figura di Gino Bartali, campione ciclistico.

Ma è evidente l’intento di oscurare le continue violazioni dei diritti umani perpetrate a danno del popolo palestinese.

Tutto con l’avvallo del Governo italiano. Il Ministro Lotti ha infatti dichiarato sui social, durante le celebrazioni della partenza del 4 maggio che “lo Sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”. Invece si fa un uso strumentale dello sport, sfruttando il Giro per nascondere e festeggiare 70 anni di colonizzazione e oppressione del popolo palestinese da parte dello stato di Israele. In cambio RCS ha incassato milioni di euro. Da settimane i palestinesi di Gaza manifestano per i loro diritti, dando vita alla #GreatReturnMarch, la Marcia per il Ritorno, a ridosso dell’anniversario della Nakba.

Israele ha risposto con un’escalation della violenza repressiva.

Dal 30 marzo – Giornata della Terra e inizio della Grande Marcia del Ritorno – i cecchini israeliani hanno ucciso oltre 100 palestinesi, compresi 12 bambini, e ne hanno feriti o piu di 12.000. Il numero di feriti è più alto di quello totale registrato nei due mesi di offensiva militare israeliana Margine Protettivo del luglio-agosto 2014. Il ruolo che Israele gioca in Medio Oriente è ulteriore espressione di interessi economici e militari. A tutto ciò ci opponiamo, promuovendo alternative che non si misurano su potenza e profitto. Sosteniamo la lotta di popoli che resistono e si autodeterminano.

Aderiamo all’appello palestinese per il boicottaggio disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele. Lo Sport non può essere elemento spendibile per scrivere una versione alternativa alla realtà. Per questo lanciamo, in visto dell’arrivo del Giro, un appello a manifestare la propria indignazione contro la violenza e la repressione di Israele. Dalla parte dei popoli in lotta, non per odio ma per dignità. #ShameOnGiro

Sorgente: #CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza

(Foto di Pressenza)

12.05.2018 Patrizia Cecconi

Oggi 12 maggio la Palestina sarà in piazza nelle maggiori città italiane.

Roma ospiterà la manifestazione nazionale ed una manifestazione analoga si terrà a Milano, entrambe avranno come focus la condanna della dichiarazione del presidente Trump tesa a rinforzare la pretesa fuorilegge di Israele di scavalcare l’ONU ed annettere illegalmente Gerusalemme est al proprio Stato.

Lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, è infatti previsto proprio per il giorno che i palestinesi ricordano come la “naqba” cioè la catastrofe che cacciò dalle proprie case circa 700.000 arabi di Palestina e ne uccise molte centinaia. Uccisioni e cacciata furono ad opera dei miliziani del nascente Stato di Israele che appunto, nello stesso giorno, festeggia la sua nascita.

Il Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia, l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) e l’UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese in Italia) hanno invitato tutti gli italiani a manifestare perché – scrivono nel loro appello – “ogni violazione della Legalità Internazionale è una minaccia grave alla Libertà di ogni Paese ed un attentato alla pacifica convivenza dei Popoli. Un mondo in cui le ragioni del Diritto sono soppiantate dall’arbitrio della forza non sarà mai pacificato.”

In realtà la dichiarazione di Trump ha calpestato la Risoluzione Onu 178/80 ed ha mostrato al mondo il suo essere protettore e “padrino” di Israele facendo perdere di fatto e de jure agli Stati Uniti la possibilità di essere arbitro nel conflitto tra lo Stato di Israele da una parte e il popolo palestinese e le istituzioni che lo rappresentano dall’altra.

Tra due giorni ricorrerà il settantesimo anniversario dell’autoproclamazione, per bocca di Ben Gurion, della nascita dello Stato di Israele al di fuori dei termini indicati dalla Risoluzione 181/47 dell’ONU e non seguendo le indicazioni della stessa, come

erroneamente molti sostengono, e da quel giorno ad oggi le condizioni del popolo palestinese sono andate regolarmente peggiorando sebbene non si sia mai verificata l’errata profezia di Ben Gurion che “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno“. Questo lo prova il fatto che a 70 anni di distanza la resistenza palestinese è ancora viva e, in particolare nella Striscia di Gaza, ancora fortemente vitale come dimostra la tenuta della “Grande marcia del ritorno” la quale, nonostante 54 morti e circa 6000 feriti, va avanti dal 30 marzo e che Israele, nonostante la benevola tolleranza della maggior parte dei governi e dei media internazionali, non riesce a fermare.

L’appello si rivolge alla società civile italiana, ai sindacati, ai partiti democratici, alle associazioni e a tutte le forze democratiche e progressiste affinché si attivino collettivamente per impedire ogni forma di accordo militare tra lo Stato italiano e Israele. Gli organizzatori della manifestazione, in prima persona, chiedono al Governo italiano di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese, per mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su quello Stato e perché si rispettino le risoluzioni ONU e quindi non vengano trasferite le ambasciate a Gerusalemme. Chiedono la fine dell’assedio di Gaza, lo smantellamento delle colonie israeliane nei territori palestinesi, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi come previsto dalla risoluzione 194 dell’Onu, la libertà di tutti i prigionieri politici nelle carceri israeliane, il rispetto della legalità internazionale e di tutte le Risoluzioni ONU che riguardano la Palestina, infine il rispetto all’autoderminazione dei popoli che porti alla costruzione di uno Stato libero, democratico e laico in Palestina con Gerusalemme est sua capitale.

Sicuramente una parte importante nella riuscita di questa manifestazione l’avrà l’eco che arriva da Gaza circa la determinazione e la partecipazione numerosa e trasversale alle fazioni politiche con cui i palestinesi della Striscia stanno portando avanti la loro lotta per rompere l’assedio e ottenere il rispetto della Risoluzione 194 che riguarda tutti i palestinesi della diaspora sia interna che esterna.

La lezione politica che sta arrivando dalla Striscia non necessariamente toccherà il cuore politico dei vertici dell’Anp e di Hamas, ma la base sembra aver capito che solo facendo fronte unito sarà forse possibile dare una svolta a questo interminabile conflitto tra lo Stato d’Israele, che ha uno degli eserciti  più importanti del mondo, e il popolo palestinese che, pur non riuscendo ancora ad avere un proprio Stato, né il rispetto dei basilari diritti umani, seguita a resistere alla violenza dell’occupante.

Israele anche ieri ha ucciso, sia nella Striscia di Gaza che nei Territori Occupati, altri giovani disarmati che non sopportano più di essere chiusi in gabbia, Anche ieri dei coloni israeliani hanno tentato di dar fuoco ad un’abitazione palestinese, hanno fatto aggredire dai propri cani un gregge nei pressi di Hebron ed hanno investito un ragazzo sulla strada ma i media occidentali  tacciono e le Istituzioni internazionali lasciano fare senza rendersi conto che quando un popolo non ha più molto da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per essere completa.

La riuscita o meno della manifestazione di oggi sarà la cartina di tornasole per capire se il popolo italiano è sensibile alle richieste di legalità e di giustizia del popolo palestinese o se questo tema non lo interessa più e lascia i palestinesi soli nella loro legittima lotta.

 

Sorgente: A due giorni dalla Naqba, i palestinesi della diaspora scendono in piazza – Pressenza

La giornata delle Resistenze! La festa della Liberazione! Ieri, oggi, domani: Antifascisti Sempre!

25 aprile 1945-25 aprile 2016

Lunedi 25 Aprile  ore 10,00

CORTEO dal Colosseo a Porta San Paolo
tappa al “Ponte di Ferro”, conclusione ad Ararat (via di Monte Testaccio)

Gli anni passano ma la memoria dei partigiani, della Resistenza e della Liberazione dal nazifascismo ci accompagna ed è ancora viva e presente nella nostra città e nel nostro paese. E allora il 25 aprile diventa come ogni anno l’occasione per scendere in piazza tutte e tutti insieme, i partigiani di ieri e gli antifascisti di oggi, per festeggiare il 25 Aprile delle Resistenze!

Un 25 aprile in cui si ritroveranno tutti coloro che si oppongono alla chiusura degli spazi sociali, agli sfratti, agli sgomberi, alla disoccupazione, al precariato e allo sfruttamento sui posti di lavoro, ovvero alle scelte scellerate di chi amministra la città come fosse un nuovo “podestà” di fascista memoria. Un 25 aprile delle Resistenze internazionali contro la guerra imperialista e il sionismo, al fianco dei popoli che resistono all’oppressione e combattono per la propria terra, vita e libertà. Un 25 aprile delle Resistenze di chi lotta per i diritti di tutte e tutti senza guardare al passaporto o all’orientamento sessuale.

Un 25 aprile delle Resistenze  per denunciare la politica di un’Unione Europea sempre più razzista e securitaria, preoccupata esclusivamente si soddisfare gli appetiti delle lobbies economiche e di chiudere le proprie frontiere a chi fugge dalle guerre e dalla fame.

Per questo invitiamo tutte e tutti a scendere in piazza il prossimo 25 aprile al fianco dell’ANPI e delle altre associazioni partigiane, per tutti i popoli che resistono, come quelli palestinese e curdo, per i migranti che intraprendono il loro viaggio alla ricerca di una nuova e dignitosa vita, per la solidarietà che vorremmo incontrassero sulla loro strada, per le lotte sociali in difesa dei diritti per tutte e tutti. Contro razzismo, omofobia e ogni fascismo, per non dimenticare Renato Biagetti nel decimo anniversario del suo omicidio.

Il corteo sfilerà per le strade di Roma partendo dal Colosseo e raggiungendo Porta San Paolo, luogo storico della liberazione a Roma, per poi fare tappa al “Ponte di Ferro” per rendere omaggio alle dieci donne, fucilate per rappresaglia contro l’assalto al forno Tesei nell’aprile del 1944, e terminare la manifestazione presso il  centro socio-culturale curdo Ararat, per una moratoria immediata contro sfratti e sgomberi.

Partigiani e antifascisti sempre!
Contro ogni fascismo #IonondimenticoRenatoBiagetti

Comunità Palestinese di Roma e del Lazio; Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila; Comitato Con la Palestina nel cuore; Forum Palestina; Comitato per non dimenticare il diritto al ritorno; Fronte Palestina (Roma); UDAP; Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese; associazione “Amici dei prigionieri palestinesi”; Rete Romana di solidarietà con il Popolo Palestinese; CIRC Internazionale; PCL; PRC; PCdI; Rete dei Comunisti; CARC; JVP Srilanka (comitato in Italia); USB; Piattaforma Sociale Eurostop; Spazio Sociale “Roberto Scialabba”; Osservatorio Sulla Repressione; Umangat-Migrante Roma (Filippine); Carovana Antifascista; Rete Antirazzista di Piazza Vittorio; associazione “Amici del Libano”; associazione “Oltre il Mare”.

Per adesioni: 25aprile2016@gmail.com

thanks to: forumpalestina.it

Roma, incontro con Abla Sa’adat, militante e moglie del segretario del FPLP

Registrazione dell’incontro organizzato dall’Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP) sulla condizione dei prigionieri politici palestinesi tenutosi venerdì 12 giugno 2015, presso la Sala Cobas di Viale Manzoni.

Ospite Abla Sa’adat, militante politica, membro dell’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi e moglie del Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat, recluso nelle carceri dell’Autorità Nazionale Palestinese dal 2002 al 2006, e dal 2006 ad oggi nelle carceri sioniste, condannato a 30 anni per il suo impegno politico.
Interventi della compagna Abla Sa’adat e di rappresentanti dell’Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP).

In Palestina sono soprattutto le persone politicamente impegnate ad esser prese di mira dall’occupazione; ovviamente non vengono risparmiati gli esponenti delle forze politiche palestinesi, difatti ben 14 membri del Consiglio Legislativo Palestinese sono rinchiusi nelle carceri sioniste. Uno di questi è Ahmad Saadat, segretario del FPLP.
Da oltre due mesi anche la compagna Khalida Jarrar, da sempre impegnata a difesa dei prigionieri, è entrata a far parte della lunga lista di detenuti amministrativi, ossia dei circa 600 che stanno scontando periodi di detenzione amministrativa, una pratica utilizzata durante il andato britannico in Palestina e attraverso la quale l’entità sionista arresta e detiene senza alcuna giustificazione legale, nessuna accusa, rinnovando a propria discrezione la carcerazione di 6 mesi in 6 mesi.
Dal 1967 ad oggi circa un milione di palestinesi è passato per le carceri israeliane il ché significa che un palestinese su quattro è stato arrestato almeno una volta nella sua vita. Centinaia le donne arrestate, tra queste 24 ancora sono recluse; si consideri anche la detenzione dei minori, in violazione di tutte le leggi e le convenzioni internazionali: ad oggi, tra i 6.000 prigionieri palestinesi, 240 sono minorenni, 25 di questi non hanno neppure compiuto il 16esimo anno d’età. Il duro regime carcerario non risparmia neppure i prigionieri con gravi malattie incurabili, alcuni dei quali molto anziani; diversi i casi di negligenza medica che hanno portato al decesso di prigionieri malati.

thanks to: forumpalestina

La Sapienza: Je suis Charlie? No Je suis grattachecca.

Comunicato stampa

La libertà di espressione vale solo per le vignette, non se si parla di Palestina

L’iniziativa che doveva tenersi Mercoledì 4 marzo, nell’aula 10 della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma La Sapienza, con la proiezione del film THE FADING VALLEY (La valle che muore), della regista israeliana Irit Gal, non si terrà più. Il film, in cui si parla della fertile Valle del Giordano nella Cisgiordania occupata, dove i pascoli dei contadini palestinesi sono stati dichiarati zona militare, i loro pozzi sono sigillati e l’acqua deviata alle colonie israeliane avrebbe testimoniato la vita di questi agricoltori i cui diritti sono stati spazzati via e che sono considerati “illegali” nella propria terra.

È bastata una telefonata dall’ambasciata israeliana e la protesta di qualche studente perché il preside della facoltà si adeguasse, negando l’aula e così anche la possibilità di far conoscere agli studenti e al pubblico questa realtà della Palestina.

L’episodio è sconcertante e fa seguito ad uno analogo di alcuni giorni fa allorché, il rettore dell’Università Roma 3, ritirò l’autorizzazione già concessa all’uso di una delle proprie sedi per una conferenza di Ilan Pappe, storico israeliano e professore all’Università di Exeter, autore del libro La pulizia etnica della Palestina, insieme ad altri accademici italiani e internazionali.

L’iniziativa a La Sapienza era organizzata dal Comitato No all’Accordo Acea Mekorot, che si oppone alla collaborazione tra la società idrica di Roma e la israeliana Mekorot, responsabile del furto di acqua, come documentato da Amnesty International, e come ben illustrato nel film. Essa rientrava tra le iniziative per la Settimana internazionale contro l’Apartheid Israeliana, che si organizza da 10 anni nei campus universitari in tutto il mondo.

Non essendo in grado di giustificare le sue ampiamente documentate violazioni dei diritti della popolazione palestinese, Israele cerca di azzittire sempre di più le iniziative negli spazi pubblici e mette in marcia la macchina della propaganda, come sta facendo attraverso il proprio padiglione a Expo2015 di Milano in cui si magnificano le sue presunte capacità di trasformazione di una terra arida in campi fertili, laddove in realtà l’agricoltura palestinese già fioriva da decenni.

È intollerabile che la sua ambasciata intervenga così pesantemente nelle scelte delle università italiane. Peggio ancora, è disonorevole e vergognoso che le istituzioni accademiche italiane si adeguino ai suoi diktat.

Tutto ciò ci sprona ancora di più a lottare affinché l’università recuperi il suo ruolo di formazione-informazione e si affermi la libertà di espressione in questo paese, e a mobilitarci per dare voce alla Palestina.

Comitato No all’Accordo Acea Mekorot
bdsitalia.org/no-mekorot
fuorimekorotdallacea@gmail.com

thanks to: BDS Italia