Syria intercepts Israeli warplanes: Army

The Syrian army says its air defense has responded to an Israeli aerial violation of the Arab country’s territory in the vicinity of the Lebanese border, hitting an intruding warplane and forcing the fighter jets to retreat.

According to a statement released by Syria’s General Command of the Army and Armed Forces, carried by the country’s official news agency, SANA, an undeclared number of Israeli warplanes violated Syria’s airspace on the border with Lebanon in Baalbek area at 08:51 a.m. local time on Monday.

An anti-aircraft battery of the Syrian army, located some 50 kilometers from the capital Damascus, then “responded and directly hit one of the jets, forcing [the enemy] to flee,” the statement further read, adding that the Israeli jets returned fire at 11:38 a.m. local time by firing multiple missiles from inside the occupied territories that hit a Syrian army position in the countryside of the capital, resulting in material damage.

The army further threatened Israel with “dangerous repercussions” for the airstrikes and its repeated aerial aggression attempts, stressing Syria’s determination to continue its war against the terrorist groups, “Israel’s arm in the region.”

The Israeli military, for its part, issued a statement later in the day, saying that the fleet in fact consisted of Israeli reconnaissance planes, which “were in the skies over Lebanon, and not in Syria.” It added that neither of the Israeli warplanes sustained damage in the process and returned home “safely.”

During the past few years, Israel has frequently attacked military targets in Syria in what is considered as an attempt to prop up terrorist groups that have been suffering heavy defeats in their fight against Syrian government forces.

Back in April 2015, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu officially admitted for the first time that the regime’s military had conducted strikes in Syrian territory.

Damascus says Israel and its Western and regional allies are aiding Takfiri terrorist groups operating inside the Arab country, while the Tel Aviv regime’s military carries out such sporadic strikes against Syrian government forces. The Israeli regime has even set up field hospitals to treat wounded militants evacuated from Syria.

Moreover, the Syrian army has repeatedly seized huge quantities of Israeli-made weapons and advanced military equipment from the foreign-backed militants inside Syria.

 

Sorgente: PressTV-Syria intercepts Israeli warplanes: Army

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Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

‘100s of Israeli troops desert military service’

A report has revealed that hundreds of Israeli soldiers have abandoned their duties without permission, and are intent not to return in a show of disapproval of the military conscription policies of the Israeli regime.

The Hebrew-language news website Walla reported on Saturday that 300 Israeli troops had left or remained absent from their units over the past week.

The report added that Israeli military officials have leveled charges against 60 soldiers, who have been dropped from their unit rolls and listed as deserters.

The report came as the Israeli military announced earlier this year that suicide was the main cause of death among Israeli soldiers, and that 15 troopers – all of them male – had taken their own lives last year.

The army added that four soldiers were killed in the course of military operations, nine in on-base accidents, seven in off-duty car accidents and six died from illness or other medical reasons.

Another 43 soldiers were seriously hurt during the course of 2016.

Most of the soldiers injured or killed were conscripted troops. A smaller portion were career soldiers, and a handful were reservists who were in service at the time of their deaths, the Israeli army said.

Sorgente: PressTV-‘100s of Israeli troops desert military service’

Ma perché del missile lanciato da Israele sul Mediterraneo non interessa a nessuno?

Mentre il mondo guarda il dito (la Corea del Nord), Israele ha lanciato nella mattina di oggi un missile nelle acque del Mediterraneo. Lo riporta il principale quotidiano del paese ‘Haaretz‘. L’aviazione israeliana ha poi confermato attraverso le reti sociali, specificando che si tratta di un sistema di propulsione.

Testimoni riferiscono che il lancio sia partito dalla base di Palmachim, vicino la costa mediterránea, e che il missile ha  lasciato una scia visibile per diversi chilometri. Lo riporta Press TV.

Sugli obiettivi che abbiano mosso il regime di Tel Aviv ad effettuare questo lancio non ci sono al momento certezze, così come sull’esito del test. La propulsione a razzo è spesso progettata per il lancio di sistemi potenti come i satelliti e i missili balistici.  Allo stesso tempo, il sistema può essere utilizzato per la creazione di missili terra-terra o per i missili terra-aria come gli Arrow.

Notizia del: 29/05/2017

Cinquanta anni dopo la “Guerra dei Sei Giorni”. L’occupazione militare della Palestina

di Michele Giorgio

Dal 1 giugno nelle librerie di tutta Italia è arrivato “Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei Due Stati” (Editrice Alegre), il libro che ho scritto assieme alla collega e amica Chiara Cruciati, giornalista di talento alla quale auguro le migliori fortune professionali. Intrecciando giornalismo e ricerca storica, raccontiamo la genesi dell’occupazione militare israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e descriviamo le sue manifestazioni attuali sul terreno, 50 anni dopo quella che è passata alla storia come la Guerra dei sei giorni.
Più di tutto cerchiamo di portare all’attenzione un punto centrale: lo status quo sta aggravando separazione e discriminazione tra israeliani e palestinesi e il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale e del mondo arabo alimentano un conflitto che si trascina da decenni. Il popolo palestinese non ha ancora raggiunto la piena autodeterminazione e resta sotto occupazione.
Abbiamo dedicato questo libro alla memoria di Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni e Maurizio Musolino. Un grazie speciale al collega Roberto Prinzi, l’analista che ha scritto la prefazione del libro, e al grande fotografo Tano D’amico che ci ha donato due bellissime foto.

Sorgente: 4-6-17_50Anni-Dopo

Bombardamento israeliano contro la Striscia di Gaza: 5 Palestinesi feriti

shellinggazaaa-e1462442353251Gaza-Imemc e Ma’an. Domenica Israele ha lanciato una catena di bombardamenti di artiglieria e aviazione contro Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, ferendo cinque Palestinesi.

Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, Ashraf al-Qidra, ha reso noto che un giovane sui vent’anni è stato ferito dai missili dell’artiglieria israeliana.

Altre due persone sono rimaste ferite.
Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno preso di mira “postazioni di Hamas nel nord della Striscia di Gaza”.
Testimoni locali hanno riferito a Ma’an che un missile sparato da un drone israeliano ha colpito una cisterna di acqua e un altro è caduto in un’area aperta a Beit Hanoun.

Sorgente: Bombardamento israeliano contro la Striscia di Gaza: 5 Palestinesi feriti | Infopal

Rabbino israeliano giustifica lo stupro delle donne nemiche

La nomina del nuovo rabbino capo dell’Esercito Israeliano ha scatenato una ridda di polemiche dopo la diffusione di alcune sue dichiarazioni in cui il religioso giustifica lo stupro delle donne del nemico, e in generale di tono xenofobo e misogino.

Il personaggio in questione si chiama Eyal Karim, ha il grado di colonnello e lunedì scorso è stato scelto per succedere all’ex rabbino capo di Tsahal, Rafi Peretz. Massimo imbarazzo nell’esercito che ora in un comunicato ha informato che il comandante Toflnski ha convocato il rabbino Karim per chiedergli conto delle sue dichiarazioni rese pubbliche dalla stampa israeliana. Ma al tempo stesso un portavoce dell’esercito israeliano ha difeso il nuovo rabbino capo, affermando che “il colonnello Karim ha fatto quella affermazione solamente nell’ambito di una risposta ad una domanda di tipo interpretativo senza fare alcun riferimento ad alcuna pratica di tipo religioso”. Il portavoce militare ha anche affermato che Karim “mai ha scritto né pensato che un soldato israeliano possa, in nessuna circostanza, aggredire sessualmente nessuna donna neanche in tempo di guerra”.
Insomma, quel che Karim ha detto sarebbe stato male interpretato o addirittura travisato da colui che pose la domanda al religioso.

Però molti media israeliani ricordano quando l’attuale colonnello Karim giustificò lo stupro di donne non ebree in tempi di guerra – seppur in via teorica – rispondendo ad una domanda di un uomo che gli chiedeva se la legge ebraica permettesse questa pratica. Il rabbino rispose che “nonostante il fatto che fraternizzare con una donna gentile (non ebrea, ndr) rappresenti un fatto grave, ciò è invece permesso in tempi di guerra”, circostanza prevista dalla Torah per “soddisfare le inclinazioni maligne”, cioè per elevare il morale della truppa. Già allora all’esercito che gli chiedeva conto delle sua gravi affermazioni Karim presentò le sue scuse affermando che effettivamente il Pentateuco “non permette in nessuna occasione di violentare una donna”.

Ma al di là della questione specifica, la “carriera” dell’appena nominato rabbino capo delle forze armate di Israele è caratterizzata da gravi affermazioni sulle donne e sugli omosessuali. Questi ultimi sono stati da lui qualificati come “malati e deformi”. A proposito delle donne ha più volte affermato che non dovrebbero poter testimoniare nel corso di un processo, riconoscendo sì che si tratterebbe di una discriminazione, ma “a loro favore”, visto che la loro natura sentimentale non permetterebbe alle donne di sopportare un interrogatorio in un tribunale.

Inoltre sul giornale religioso digitale Kipa.co.il Karim ha affermato che i soldati possono non rispettare gli ordini dei loro religiosi se questi “contraddicono la legge (religiosa, ndr) ebraica” e che “i terroristi non dovrebbero essere trattati come esseri umani perché sono degli animali”.

Vari esponenti politici israeliani, dai laburisti al Meretz fino ai centristi guidati dall’ex ministra della Giustizia – ora all’opposizione – Tzipi Livni hanno chiesto l’immediata revoca della nomina di Karim alla carica di rabbino capo dell’esercito.

( Fonte:Contropiano.org )

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Hebron: ong denuncia esecuzione di una giovane palestinese

Sarah Hajuj, la palestinese di 27 anni che, secondo la ricostruzione della polizia israeliana, cercò di accoltellare lo scorso primo luglio degli agenti di frontiera ad un check point nei pressi della Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, è stata in realtà oggetto di “una esecuzione extragiudiziale da parte della stessa polizia”, nonostante “non costituisse una minaccia” per gli agenti.
Ad affermarlo è l’ong israeliana B’Tselem che afferma di fondare la sua tesi su proprie “indagini e su un video ripreso da un passante palestinese”.

Sorgente: Hebron: ong denuncia esecuzione di una giovane palestinese | Contropiano

Proteste settimanali non violente a Ni’lin e a Bil’in represse dalle forze israeliane

Imemc. Venerdì, decine di pacifisti palestinesi, israeliani e internazionali hanno partecipato alle proteste settimanali non violente contro il muro di annessione, gli insediamenti e le continue violazioni israeliane.

I manifestanti hanno anche commemorato il secondo anniversario della morte di Mohammad Abu Khdeir, un ragazzino palestinese rapito da terroristi israeliani, torturato e bruciato vivo.

 

I soldati hanno occupato la cittadina di Ni’lin e assalito la protesta settimanale non violenta contro il muro di annessione e gli insediamenti con bombe a gas e granate stordenti, per cui molti hanno sofferto per l’inalazione di gas lacrimogeno, bruciando anche diversi dunam di terreno agricolo.

 

Le proteste di oggi hanno anche commemorato il secondo anniversario della morte di Mohammad Abu Khdeir, il 16enne palestinese rapito da terroristi israeliani, che lo torturarono e bruciarono vivo.

 

Una protesta simile ha avuto luogo nella vicina cittadina di Bil’in, dove molti pacifisti palestinesi, israeliani ed internazionali hanno marciato dal centro del villaggio verso terreni palestinesi isolati e frutteti.

 

Il Comitato popolare contro il muro e le colonie di  Bil’in ha invitato i gruppi per i diritti umani regionali e internazionali e i gruppi legali a perseguire Israele per i suoi continui crimini, tra cui l’uccisione di Abu Khdeir, la famiglia Dawabsha a Nablus (padre, madre e un bambino bruciati vivi da un terrorista israeliano mentre dormivano nella loro casa) e Mohammad Badran, di 14 anni.

 

Le proteste nonviolente si tengono settimanalmente a Ni’lin, nella vicina Bil’in e a Nabi Saleh, nel distretto di Ramallah, oltre a a Kafr Qaddoum vicino a Qalqilya, e in varie altre zone della Cisgiordania occupata, e affrontano spesso un uso eccessivo della forza da parte dei soldati, che porta a decine di feriti e morti.

 

Traduzione di Edy Meroli

 

Sorgente: Proteste settimanali non violente a Ni’lin e a Bil’in represse dalle forze israeliane | Infopal

La giovane palestinese assassinata da soldati israeliani lascia 2 bimbi

Queste sono le foto di Ansar Hussam Harasha, 25 anni, sposata e madre di due bambini – Hadil, 2 anni e Yamen, 4 anni -, uccisa giovedì 2 giugno al check-point di Innab, nei pressi di Anabta, nel distretto di Tulkarem.

Ansar era di Qeffin, vicino a Nablus.

Come consueto, per coprire i loro crimini, i soldati israeliani fanno trovare coltelli sulla scena del millantato “attacco terroristico”. Tuttavia, video e foto spesso testimoniano che si tratta di esecuzioni.

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New video shows knife being kicked towards Hebron man after his execution

PNN/ Hebron/

Two months after the publishing of the shocking video when an Israeli soldier executed a man while wounded on the ground, another video went viral showing a knife being kicked towards his body.

The video, published by Israel’s Channel Ten, shows a knife being kicked towards the body of Abdul-Fattah Al-Sharif (21) who was executed minutes before by soldier Elor Azarya while wounded on the ground.


Before being finally executed by soldier Azarya, Abdul-Fattah had been bleeding on the ground for eight minutes, army investigation showed.

Azarya was defended by politicians, including Prime Minister Benjamin Netanyahu, and treated as a hero by thousands of Israelis who have rallied in his support.

Abdul-Fattah’s body  was detained since then and returned to his family only Sunday, 26 May.

Ramzi Al-Qasrawi (21) was shot dead by another soldier at the scene after he reportedly stabbed , moderately injued a soldier.

The activist who documented the video of the execution, Imad Abu-Shamsiya from B’Tselem rights group faced death threats for publishing the original execution video:

Several cases showed Palestinians being killed and then knives being planted next to their bodies as false evidence.

Sorgente: New video shows knife being kicked towards Hebron man after his execution – PNN

Palestinian Girl Becomes Reporter After Israeli Military Kills Her Friend

While most 10-year-olds go to school, play with their friends and enjoy their childhood, Janna Jihad, from Palestine is busy becoming the youngest amateur reporter in Palestine. Sputnik spoke in an exclusive interview with Janna.

A resident of Nabi Saleh, a Palestinian village north of the West Bank city of Ramallah, Janna has been a witness to the tragedies of war from a very young age.

She started covering the local events and unveiling Israeli violations in Palestine after her friend was killed by the IDF.

“I began three years ago, when I was seven years old. I participated in rallies near our house in Ramallah, precisely in the rally of ‘Nabi Salih’ (The prophet of ancient Arabia) in the village of Nabi Salih.”

“It was a rally against the establishment of the Israeli settlement in the area. Our house is the first house in the entrance of the village of Nabi Salih; the IDF always reach there. I have loved journalism since I was a kid; I began shooting the rallies and demonstrations with my mother’s cell-phone and commenting on what I film.”

Janna explained that by filming it she is showing how the IDF attack participants during demonstrations.

“With the help of my mother I managed to publish these videos on social networks, the thing was met with significant resonance and this pushed me to continue even further,” Janna explained.

Recalling what was the turning point in her life that pushed her further to pursue journalism; Janna said that it was the killing of her friend and her maternal uncle at the hands of the IDF.

“They were shot dead just in front of my eyes when I was 7 years old. This is it. It was then when I gave up fear and shyness and decided to document all violations made by the IDF wherever I went; so I make videos on my mother’s cell-phone and make comments either in Arabic or English.”

She further spoke about how her aim is to shed light on the Israeli violations that the international media doesn’t cover and let the whole world know about their practices on Palestinian lands.

Talking about why she uses English in her reports, Janna said that she was born in the US and moved back to Palestine when she was three months old. She studied in American School in Ramallah and learned English with the help of her parents.

“I found out that reports made in English reach a wider public on social networks rather than those in Arabic. Then, I’m addressing the West; for, Palestinians and Arabs know what is happening in Palestine, and about the scope of the Israeli violations. Thus, I’m regularly working on developing my English to convey my message to the world.”

Talking about her future ambitions, Janna said that she wants to be a journalist when she grows up and work for an international news agency.

“This is because media doesn’t tell the truth about the Israeli violations on the Palestinian territories. I want to correct this and show the true picture of the events. I also wish to become a football player to represent Palestine in all international forums (and football matches),” Janna concluded.

Sorgente: Palestinian Girl Becomes Reporter After Israeli Military Kills Her Friend

Israele continua a bombardare la Striscia dopo aver portato avanti per giorni operazioni aggressive contro la popolazione

imagesGaza. Per il terzo giorno consecutivo, l’aviazione da guerra israeliana continua a bombardare la Striscia di Gaza sotto assedio. Venerdì mattina, aerei israeliani hanno preso di mira aree aperte di Khan Yunis, nel sud della Striscia, mentre l’esercito israeliano accusa Hamas di lanciare mortai contro le aree di confine.

All’alba, l’artiglieria israeliana ha lanciato tre missili contro la parte orientale di Rafah, senza provocare vittime.

In un comunicato stampa rilasciato venerdì mattina, l’esercito israeliano ha affermato che l’aviazione ha preso di mira “le strutture del terrore di Hamas”. E ha accusato il movimento di resistenza islamica di lanciare mortai contro le forze israeliane mentre queste svolgono “operazioni difensive vicino al confine con la Striscia di Gaza”.
Per operazione difensive si intendono attività lesive nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza, con attacchi contro i contadini che lavorano nei campi, invasioni in territorio gazawi, distruzioni di terre e altro genere di aggressioni quotidiane.
thanks to: Infopal

Continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza: uccisa una donna e ferita una ragazza

artilelery-i-e1462355552500Quds Press, PIC e Ma’an. Giovedì sera, una donna palestinese, Jana Aytah al-Amuri, 55 anni, è stata uccisa in un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha colpito al-Fakhari, a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, mentre l’aviazione da guerra israeliana continua a lanciare attacchi contro le aree della Striscia meridionale.

Al-Amuri era stata ricoverata all’Ospedale Europeo di Gaza in condizioni critiche, dove è stata poi dichiarata morta.
Fonti mediche hanno reso noto che un altro attacco aereo contro al-Rayyan, a est di Rafah, ha ferito una ragazza, Khazima al-Farra, 21 anni.

F-16 israeliani hanno colpito un’area agricola a Abu al-Rus, a est di Rafah.

Un comunicato dell’esercito israeliano rilasciato nel tardo pomeriggio affermava che i bombardamenti “sono una  risposta agli attacchi in corso contro le forze israeliane. Le forze aeree israeliane hanno preso di mire quattro siti militari di Hamas nel sud della Striscia di Gaza”.

 

Sorgente: Continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza: uccisa una donna e ferita una ragazza | Infopal

In Aprile, il terrorismo israeliano ha raggiunto il picco

1782386366 (1)PIC. Le autorità di occupazione israeliane (Aoi) hanno eseguito diverse aggressioni contro i cittadini palestinesi, Gerusalemme, il sito sacro islamico di al-Aqsa e i fedeli musulmani durante il mese di aprile, secondo la denuncia del Wadi Hilweh Information Center.

 

Nel suo report mensile, il Centro ha riportato che tre Palestinesi sono stati uccisi ad aprile: Abdul Hamid Abu Surur, 19 anni, è stato ucciso a Gerusalemme nell’esplosione di un autobus; Maram Saleh Abu Ismail, 23 anni, madre di due bambini e incinta, è stata uccisa con suo fratello Ibrahim Saleh Taha, 16 anni, dalle truppe di occupazione a un check-point di Qalandiya.

 

La polizia israeliana si è rifiutata di divulgare il video che documenta l’esecuzione della giovane donna e di suo fratello – esecuzione ripresa da telecamere piazzate in tutti i lati del check-point, secondo quando sottolineano testimoni locali.

 

Le autorità di occupazione continuano a trattenere i cadaveri di 12 manifestanti palestinesi anti-occupazione, compreso quello di Hassan Manasra, 15 anni, e diMutaz Ahmad Awisat, 16, come parte della politica di punizioni collettive contro le famiglie palestinesi.

thanks to: Agenzia stampa Infopal

Esecuzione dei due Palestinesi a Qalandiya: avevano sbagliato strada e non rappresentavano una minaccia

377628CIsraele si conferma ancora una volta come una realtà criminale e violatrice di ogni diritto umano.

I due giovani – fratello e sorella – uccisi a sangue freddo mercoledì mattina al check-point di Qalandiya, e presentati al mondo dalla propaganda israeliana come “attentatori”, in realtà erano due cittadini che si sono trovati per sbaglio a percorrere la carreggiata per autoveicoli, e non quella per i pedoni, e che non hanno capito gli ordini dei militari. La confusione è stata fatale, poiché i robo-killer israeliani li hanno crivellati di colpi.

Lei lascia due bimbi di 6 e 4 anni ed era incinta di 5 mesi.
Il fratello, di 16 anni, ha tentato di portarla via da lì, ma è stato troppo tardi.

Nessuno dei due rappresentava una minaccia.

Testimoni hanno raccontato all’agenzia Ma’an che Maram Salih Hassan Abu Ismail, 23 anni, incinta di cinque mesi e madre di due bimbi, e suo fratello Ibrahim, di 16 anni, si stavano dirigendo verso Gerusalemme, quando hanno imboccato l’ingresso per i veicoli e non quello per i pedoni, dentro il check-point di Qalandiya, vicino a Ramallah.

I due sembrano non fossero in grado di comprendere ciò che i soldati israeliani stavano gridando in ebraico e si sono fermati. I testimoni hanno affermato che Ibrahim sembra avesse tentato di prendere la sorella per un braccio e allontanarla di lì, quando i soldati hanno aperto il fuoco, colpendola. Maram è caduta a terra e quando Ibrahim ha tentato di aiutarla, è stato colpito a sua volta.

Un autista di autobus palestinese, Muhammad Ahmad, ha detto a Ma’an che il soldato che ha sparato a Maram si trovava dietro a un blocco di cemento a 20 metri di distanza da lei, e che né lei né il fratello rappresentavano una minaccia.

Un altro testimone dell’attacco contro i due Palestinesi ha dichiarato a Ma’an che i militari israeliani si sono avvicinati ai due dopo che già erano a terra e hanno di nuovo aperto il fuoco per assicurarsi che fossero morti.

Il testimone ipotizza che i soldati abbiano piazzato i coltelli sulla scena, così che la fotografia potesse essere diffusa dalla polizia israeliana a giustificazione del duplice omicidio.

Le testimonianze raccolte, infatti, contraddicono la versione della polizia israeliana.

Maram aveva ottenuto, per la prima volta, un permesso dalle autorità israeliana per entrare a Gerusalemme. Anche questo spiega la sua confusione sul percorso da prendere nel check-point.

 

  thanks to: Agenzia stampa Infopal

Rapporto: “L’esercito israeliano ha rapito e imprigionato un milione di palestinesi dal 1967”

Il Comitato dei Detenuti Palestinesi e l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi (PPS) hanno riportato che i soldati israeliani hanno rapito circa un milione di Palestinesi, tra cui decine di migliaia di donne e bambini, dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme nel 1967. Due detenuti morirono nel 2015 dopo che fu negato loro l’accesso a cure mediche specialistiche.

Nel rapporto congiunto pubblicato lo scorso 17 aprile, Giornata dei Prigionieri Palestinesi, le due associazioni hanno dichiarato che l’esercito israeliano ha rapito, dall’inizio della “Intifada di Al-Aqsa” nel settembre del 2000, fino a oggi, più di 90.000 palestinesi. Tra questi ci sono 11.000 bambini, 1300 donne e ragazze e 65 deputati e ministri del governo.
La relazione rivela anche che Israele ha ordinato quasi 15.000 mandati di detenzione amministrativa, trattenendo i detenuti per mesi, in molti casi anni, senza accuse.
Inoltre, il numero attuale di palestinesi detenuti da Israele ammonta a quasi 7000, tra cui 70 donne e ragazze, detenute in 22 prigioni e centri di detenzione.

“Dal 1° ottobre 2015, l’esercito israeliano ha rapito almeno 4800 palestinesi tra cui 1400 bambini, la maggior parte dei quali provenienti da Hebron e Gerusalemme. Vittime di questi rapimenti sono bambini, anziani, adolescenti, uomini, donne, mamme, insegnanti, giornalisti, scrittori, artisti e operai”.
Il più giovane detenuto attualmente è una ragazza di 12 anni, Deema al-Wawi, di Halhoul a nord di Hebron. E’ stata arrestata il 9 febbraio 2016, dopo che i soldati perquisirono il suo zaino trovandovi, così dissero, un coltello.
Il tribunale militare israeliano ‘Ofer la condannò a quattro mesi e mezzo di carcere, imponendo alla famiglia il pagamento di una multa di 8000 shekels israeliani. La ragazza è stata ripetutamente sottoposta a duri interrogatori, senza avere alcun rappresentante legale o un membro adulto della famiglia che assistesse.

I testimoni oculari hanno contestato le accuse di Israele, dicendo che i soldati la aggredirono e portarono via perché stava camminando vicino a un insediamento illegale (costruito su terreni palestinesi), mentre andava a scuola. Al-Wawi dovrebbe essere rilasciata entro fine aprile.
Tra i detenuti nello stesso carcere ci sono 43 giornalisti palestinesi, rapiti in diverse parti della Cisgiordania occupata.
La relazione dice anche che i rapimenti e gli arresti vanno contro i principi fondamentali della legge umanitaria internazionale, e contro tutti i relativi accordi per i diritti umani, specialmente considerando che gli israeliani hanno torturato la maggior parte dei detenuti, oltre ad aver fatto irruzione all’alba e a notte fonda nelle case palestinesi.
Il rapporto afferma: “Le condizioni in cui versano i detenuti sono estremamente rigide: sono soggetti a ogni tipo di tortura, anche psicologica, sono trattenuti senza un rappresentante legale e vittime di costanti violenze”.
“Le testimonianze mostrano che in quasi in tutti i casi esaminati i detenuti sono stati sottoposti a forme di tortura e abusi; questo include violenza psicologica, abusi psicologici e pubblica umiliazione. Vengono addirittura umiliati e aggrediti davanti alle loro famiglie, dopo che i soldati fanno irruzione nelle loro case per arrestarli”.
Inoltre, nella relazione si legge che Israele detiene 750 palestinesi sotto detenzione amministrativa, per presunti “fascicoli segreti” a cui i detenuti o i loro avvocati non possono accedere.

Ci sono più di 1700 detenuti malati, tra cui 23 che si trovano nella clinica del carcere di Ramla. Molti rimangono in cella e gli vengono somministrati soltanto antidolorifici. 25 di questi soffrono di cancro, e gli vengono negate le cure mediche specialistiche.
Il rapporto ha rivelato che due detenuti palestinesi morirono in un carcere israeliano nel 2015, dopo che si erano visti rifiutare la possibilità di ricevere cure mediche specialistiche. Il numero di detenuti morti nelle carceri israeliane dal 1967 ammonta a 207.
Il primo detenuto morto nel 2015 è stato Ja’far Awad, di 22 anni, originario di Hebron, nel sud della Cisgiordania. E’ morto il 10 aprile 2015 a causa di varie malattie contratte dopo il suo arresto da parte dell’esercito. Soffriva di diabete, polmonite e problemi a varie ghiandole, oltre a numerose altre complicazioni.

Il secondo è Fadi Ali Darbi, 30 anni, dalla città di Jenin nel nord della Cisgiordania: morì a ottobre 2015 per gravi problemi di salute che gli causarono un ictus che lo mandò in coma per parecchi giorni. Ciò provocòo la morte cerebrale e poi la morte definitiva.
Israele ha inoltre ordinato nuovamente l’arresto di 70 palestinesi rilasciati sotto l’accordo di scambio di prigionieri di Shalit, nel 2014. Tra questi c’è Nael al-Barghouthi, precedentemente detenuto per 34 anni.

47 di loro avevano già subito sentenze che sono state re-imposte – violando palesemente i termini dell’accordo di rilascio negoziato con l’Autorità Palestinese. Tra queste troviamo, in molti casi, ergastoli multipli, dopo che Israele ha istituito un comitato speciale per giudicare questi casi. Uno di loro è Samer al-‘Eesawy, che ha portato avanti uno sciopero della fame prolungato finché Israele non approvasse il suo rilascio, salvo poi arrestarlo nuovamente.

( Fonte: Infopal.it )

Sorgente: 21-4-16_Rapporto-Prigionieri

Soldato spara a palestinese a terra moribondo e inoffensivo

Le immagini amatoriali mostrano il militare che apre il fuoco contro il palestinese, a terra moribondo, che assieme ad un altro giovane pochi istanti prima aveva ferito un soldato

foto Maan

foto Maan

della redazione

Hebron (Cisgiordania), 24 marzo 2016, Nena NewsDue palestinesi sono stati uccisi dalle forze militari israeliane questa mattina a Hebron dopo aver pugnalato e ferito un soldato nella zona di Tel Rumeida, secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito israeliano.

Un testimone ha riferito all’agenzia di stampa Maan: “Ho sentito degli spari, sono uscito di casa per controllare cosa fosse accaduto e ho visto diversi soldati israeliani e due giovani (palestinesi) sul terreno. Un soldato si è avvicinato a uno dei giovani che si muoveva (ancora) e ha aperto il fuoco… più tardi i soldati hanno coperto i due uccisi con dei teli neri e li hanno portati verso una destinazione sconosciuta”. La testimonianza è stata confermata da un video girato da un attivista del centro per i diritti umani B’Tselem

L’agenzia Ma’an riferisce che almeno 203 palestinesi sono stati uccisi dallo scorso ottobre, quando è cominciata l’Intifada di Gerusalemme (nello stesso periodo sono stati uccisi almeno 30 israeliani). Per le autorità israeliane gran parte delle vittime palestinesi erano “attentatori intenzionati ad uccidere”. Più parti in questi mesi hanno criticato Israele denunciando quella che definiscono una politica di “esecuzioni extragiudiziali”. Quasi sempre i palestinesi responsabili di attacchi tentati o compiuti sono uccisi sul posto dalle forze militari. Pochi sono stati sino ad oggi i casi di attentatori arrestati. Per Israele invece i soldati semplicemente sparano per legittima difesa.

Molti spiegano gli attacchi all’arma bianca compiuti in prevalenza da giovani con la frustrazione che attraversa la nuova generazione palestinese di fronte a quasi 50 anni di occupazione militare israeliana. Per il premier israeliano Netanyahu invece gli attacchi sarebbero causati dal fanatismo religioso e dall’istigazione che, a suo dire, arriverebbe dai mezzi d’informazione. Ieri sera Netanyahu ha paragonato gli attacchi compiuti dall’Isis a Bruxelles agli accoltellamenti palestinesi.

thanks to: Nena News

Israeli Soldier Filmed Killing Wounded Palestinian

Footage released by B'Tselem

An Israeli soldier has been detained after a rights group released video of him shooting a wounded Palestinian in cold blood.

The incident occurred Thursday morning. A pair of Palestinian men, Abdel-Battah al-Sharif and Ramzi al-Qasrawi, stabbed an Israeli soldier in the West Bank city of Hebron. Troops fired on both men, killing al-Qasrawi and injuring al-Sharif.

 

Video footage filmed by Emad abu-Shamsiyah, and released by rights group B’Tselem, shows one of the troops shooting al-Sharif in the head while the 21-year-old lies incapacitated on the ground.

 

Warning: Extremely graphic video

“I heard gunshots, went outside my house to check what it was, and saw several Israeli soldiers yelling and two youths on the ground,” a witness told Ma’an news agency. “A soldier approached one of the youths that was moving while yelling and opened fire on him from zero range.”

According to the Israeli military, the offending soldier had been detained by his unit commander before the video was released.

 

A number of similar incidents have been reported by humanitarian groups in recent months.

 

Last week, Israeli troops shot and killed three Palestinians near the Kiryat Arba Israeli settlement. Autopsies performed the following day showed the bodies were riddled with bullets that had been fired into the corpses long after the initial incident.

 

The incident also left one Israeli soldier dead.

 

In February, Israeli soldiers shot 20-year-old Mohamad Abu Khalaf. An autopsy showed that while he was killed by two rounds, his body was littered with dozens of other bullets.

Over the last six months there has been an uptick in violence. Twenty-eight Israelis and two Americans have been killed in a series of Palestinian stabbings, shootings, and car-ramming attacks.

 

During that same period, at least 188 Palestinians have been killed by security forces.

 

In February, Israeli Army Chief of Staff Lt. Gen. Gadi Eisenkot encouraged soldiers to exercise discretion. The country’s chief Sephardic Rabbi, Yitzhak Yosef, however, demanded that soldiers ignore those pleas.

 

According to Haaretz, Rabbi Yosef called for the killing of any “armed Palestinian,” whether in possess of a gun or a rock.

thanks to: Sputniknews

Israeli Chief Rabbi Urges Troops to Ignore Laws, Kill Armed Palestinians

Israeli Chief Rabbi Urges Troops to Ignore Laws, Kill Armed Palestinians.

Israeli’s chief Sephardic Rabbi Yitzhak Yosef, in his weekly Torah lesson, urged soldiers to ignore the Army Chief’s orders for restraint in the battlefield, as well as court rulings declaring it illegal to employ deadly force against an armed individual who does not present a lethal threat.

Yosef declared that it was a “religious imperative” for Jews to killed armed enemies and demanded that troops openly ignore the rulings of the High Court and orders of military officials.

Sorgente: Israeli Chief Rabbi Urges Troops to Ignore Laws, Kill Armed Palestinians

Defence for Children International: Israele uccide intenzionalmente i minorenni palestinesi

Palestinian-youth-arrested-by-Israeli-soldiers-in-al-aqsa-mosque04Memo. Defence for Children International ha accusato l’esercito israeliano di uccidere intenzionalmente i bambini palestinesi nei Territori occupati palestinesi, secondo quanto ha riportato QudsNet.

L’esercito di occupazione ha ucciso oltre 180 Palestinesi dall’inizio dell’Intifada di Gerusalemme, a ottobre del 2015, compresi 49 minorenni. 17 ragazze sono tra i minorenni uccisi.

L’organizzazione ha dichiarato: “Le ripetute uccisioni e le sparatorie contro i minorenni, da parte dell’esercito israeliano, e l’impedimento al personale medico di prestare soccorso sono una forma di omicidio extra-giudiziario”.

“La mancata punizione” incoraggia i soldati israeliani a uccidere i minorenni palestinesi, in quanto nessuna reale indagine è aperta in casi in cui sono i Palestinesi ad essere uccisi.

Un dirigente del gruppo ha aggiunto che l’escalation della politica israeliana dà all’esercito luce verde per uccidere i bambini palestinesi. In passato, ai soldati israeliani era permesso di aprire il fuoco solo in situazioni pericolose, ma ora possono farlo in qualunque momento abbiano paura.

Sorgente: Defence for Children International: Israele uccide intenzionalmente i minorenni palestinesi | InfopalInfopal

Video: Soldati israeliani si congratulano per la caccia ai palestinesi.

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Il centro per i diritti umani Betselem denuncia che negli ultimi otto anni almeno 10 palestinesi sono stati uccisi e decine feriti da armi israeliane definite “non letali”

Ali Abunimah, Rights and Accountability 16 January 2016

Questo video è stato ripreso dalla postazione dei soldati israeliani  che sparano sui giovani palestinesi che contestano l’occupazione.

E’ cosi possibile ascoltare i soldati che fanno i loro allegri commenti e che si congratulano tra di loro mentre sparano e mutilano  giovani palestinesi.

 

In un primo momento, la fotocamera mette a fuoco un giovane palestinese, a quanto pare in possesso di una fionda utilizzata per lanciare pietre verso i soldati di occupazione (anche se non sembra in direzione della fotocamera).

«E lui? Non vuole alzarsi? », Dice un soldato in ebraico.

“Alzati! …”, dice il soldato, poi si sente il click di una pistola  e il giovane cade a terra.

“L’ha preso!”, Un soldato dice trionfante, e aggiunge: “L’ha presa nel culo!”

“Ben fatto”, si sente un’altra voce . Mentre i soldati si lodano l’un l’altro, i palestinesi si lanciano per  portar via in sicurezza i giovani feriti.

Qualche istante dopo, i soldati possono essere ascoltati mentre prendono  di mira un altro giovane palestinese. “Tenetevi pronti su di lui. L’avete visto? ”  dice un soldato, a quanto pare al comando.

Poi dà l’ordine di sparare. “E’ caduto. Bene! “, Esclama dopo gli spari.

“Ottimo lavoro”  dicono i soldati.

Il video mostra almeno una mezza dozzina di palestinesi che viene metodicamente presa di mira in questo modo prima che la fotocamera fa una panoramica e cattura i volti di due degli assalitori israeliani.

Uno degli israeliani il cui volto è catturata allunga la mano per coprire l’obiettivo della fotocamera.

Il video rivela che gli uomini israeliani armati sono in un veicolo blindato o jeep e non corrono nessun pericolo concepibile dai palestinesi ai quali stanno sparando.

Secondo l’agenzia di stampa Ma’an, il filmato è stato pubblicato su Facebook la scorsa settimana da attivisti palestinesi che dicono che sia stato recuperato da una telecamera caduta a uno dei soldati.

La copia del video qui sopra è stata sottotitolata (in inglese) da Ronnie Barkan.

Armi letali

Video simili pubblicati da soldati israeliani mostrano soldati che esprimono gioia sadica mentre sparano sui palestinesi.

L’anno scorso, Israele ha cambiato le regole per cui  i soldati di occupazione possono usare fucili da cecchino  con proiettili  letali calibro 22 contro i dimostranti palestinesi.

L’Associazione Israeliana per i diritti umani B’Tselem ha osservato nel mese di settembre, che dall’inizio del 2015, tre palestinesi sono stati uccisi da proiettili calibro 22 “durante manifestazioni con lanci di pietre e con i membri delle forze di sicurezza non in pericolo di vita.”

La strategia israeliana di colpire i  palestinesi con proiettili veri per reprimere le proteste contro l’occupazione, provoca danni spesso  devastanti e permanenti, anche quando non uccide.

Esistono restrizioni all’uso del fuoco vivo alle situazioni di “pericolo mortale” solo sulla carta.

B’Tselem dice  afferma che “L’esperienza acquisita attraverso il monitoraggio [dell’uso dei proiettili calibro 22] utilizzati in Cisgiordania dimostra come le restrizioni imposte sull’uso di questo tipo di munizioni vengono erose nel corso del tempo, e il risultato è una costante espansione del suo utilizzo”.

Questo video dimostra, come il fuoco vivo equivale ad uno sport  piacevole di sangue per gli israeliani incaricati di far rispettare l’occupazione.

fonte. https://electronicintifada.net/blogs/ali-abunimah/video-israeli-soldiers-praise-each-other-shooting-palestinians

thanks to: Invicta Palestina

Attacco israeliano al Centro medico Al Sadaqa di Betlemme

Nella notte fra l’11 e il 12 dicembre, alle 2.30, soldati israeliani, dopo aver circondato l’area, sono penetrati nel Centro medico Al-Sadaqa di Betlemme sfondando porte, mettendo a soqquadro vari ambulatori, distruggendo strutture e apparecchiature sanitarie. Dopo essersi trattenuti diverse ore per portare a termine la loro azione distruttiva, se ne sono andati portando con sé 25.000 shekel (circa 6.000 euro), computer e archivi amministrativi. I danni economici sono ingenti, e lo sono anche quelli sociali dato l’elevato numero di pazienti le cui cartelle cliniche sono state portate via e che avranno, quindi, difficoltà nel ricevere le prossime cure.

Il Centro medico Al Sadaqa cura pazienti indigenti che fanno riferimento al centro per effettuare visite ed analisi, praticare terapie e ricevere farmaci a costi adeguati alle loro scarse possibilità economiche. Di fronte alla gravità di questi fatti che, purtroppo, rientrano nella “normalità” della vita quotidiana in Palestina, è necessario che tutti coloro che sono sensibili ai valori del diritto e della giustizia facciano sentire la propria voce di protesta.

Barbara

video dell’attacco israeliano al centro medico

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thanks to: Associazione di Amicizia Italo-Palestinese

Pioggia di diserbanti su Gaza, Israele conferma «operazione di sicurezza»

Nei giorni scorsi aerei israeliani hanno irrorato con gli erbicidi almeno 150 ettari di terreni fertili palestinesi, distruggendo le coltivazioni di centinaia di famiglie. Si temono rischi per la salute della popolazione. ONU: nel 2015 sono morti in scontri e attacchi 170 palestinesi e 27 israeliani.

Gerusalemme, 31 dicembre 2015, Nena News«È un disastro per centinaia di famiglie contadine e non conosciamo gli effetti che questi prodotti chimici potranno avere sulla popolazione di Gaza». Scuote la testa Khalil Shahin, vice direttore del Centro per i Diritti Umani, che sta indagando sull’irrorazione, con diserbanti e defolianti, fatta nei giorni scorsi da aerei agricoli israeliani di almeno 150 ettari di terreni coltivati nella fascia orientale di Gaza, adiacente alle linee di confine. «Non è la prima volta che accade, l’Esercito israeliano sostiene che distruggendo la vegetazione si impediscono i lanci di razzi e altri attacchi» ci spiega Shahin «ma negli anni passati questa irrorazione era limitata a pochi terreni vicini alle recinzioni di confine. Nei giorni scorsi gli aerei israeliani invece si sono spinti in profondità, per molte centinaia di metri. In alcuni casi i liquidi, spinti dal vento, sono arrivati fino a due km di distanza dal confine, quindi a ridosso dei centri abitati di Gaza».

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Il 25 dicembre, 2 Palestinesi uccisi a sangue freddo dalle forze israeliane

Nella giornata di venerdì 25 dicembre, i soldati di occupazione israeliana hanno ucciso due Palestinesi: Hani Rafiq Wahdan, 22 anni, di al-Shejaiya, a est della città di Gaza, è stato raggiunto alla testa da proiettili sparati dalle forze israeliane contro una manifestazione di protesta ed è morto sul colpo; Mahdiyya Mohammad Ibrahim Hammad, 38 anni, sposata e madre di quattro figli, è stata crivellata di colpi mentre stava guidando nei pressi dell’entrata principale di Silwad, a Ramallah. I soldati le hanno sparato quando si trovava a circa 30 metri dal posto di blocco. Come consueto, hanno diffuso la notizia del “tentato investimento” per giustificare la nuova esecuzione a sangue freddo di un civile palestinese.

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Ministry: 14 Palestinians killed, 1,000 injured since Oct. 1 – Ministero: dal primo di ottobre 14 Palestinesi uccisi e 1000 feriti

Oct. 9, 2015 11:19 P.M. (Updated: Oct. 10, 2015 12:02 P.M.)

Palestinian soldiers mourn over the body of 13-year-old Abed al-Rahman Obeidallah, one of several killed in the latest round of violence. (AFP/Musa Al-Shaer, File)

BETHLEHEM (Ma’an) — Fourteen Palestinians have been killed by Israeli forces and around 1,000 injured with live and rubber-coated steel bullets in the occupied West Bank and Gaza Strip since Oct. 1, the Palestinian Ministry of Health said Friday. By the end of the day on Friday alone, seven Palestinians were killed and around 200 injured with live and rubber-coated steel bullets, while seven suffered from bruises after being physically assaulted by Israeli forces in clashes across the West Bank and Gaza Strip. According to the ministry, the numbers include those who were admitted to hospitals, while hundreds of others were treated on the scene.In the Gaza Strip, six Palestinians were killed and 145 others injured by the end of the day as Israeli military forces opened fire at a demonstration by the border fence east of Gaza City and near Khan Younis, the ministry said.In Hebron, Mohammad Al-Jabari,19, was killed after allegedly stabbing an Israeli border police officer and 11 were injured, three with live bullets in the feet, the rest with rubber-coated steel bullets. One of the latter was hit in the head and taken to Yatta hospital. In ongoing clashes near the Beit El settlement in the Ramallah district, eight people were injured with live bullets and 22 with rubber-coated steel bullets, according to the ministry. Four those injured are currently in serious condition.As clashes persisted in Bethlehem, five were injured with rubber-coated steel bullets and one with live bullet in the foot, the ministry said.Three Palestinians were injured with live bullets in the stomach and feet in clashes in Kafr Qaddum near Qalqiliya, and six others were beaten up by Israeli forces and settlers in Beit Furik in Nablus, one of them suffering fractures to the head. In Jenin, nine were injured with live bullets to the feet and two with rubber-coated steel bullets, including one Palestinian who was hit in the neck.Another Palestinian suffered several bruises and fractures after being beaten up by Israeli forces in Jericho, the ministry added.According to Ma’an reports, eight of those killed since the beginning of the month have been shot by Israeli forces during demonstrations and clashes, including a 13-year-old boy. The majority of the others were killed during alleged stabbing attacks and are below the age of twenty.Four Israelis have been killed during the same time period, two of whom were Israeli settlers.High fatality and injury rates since the beginning of the month come as Prime Minister Benjamin Netanyahu vowed on Thursday to take action against “inciters” and “attackers” in the wake of a series of stabbing attacks on Israelis.
Rights groups have argued that Israeli forces use unnecessary and fatal methods of “crowd control” against Palestinians, especially in the aftermath of the recent approval of the use of .22 caliber bullets in occupied East Jerusalem.Arguing that the new law expands the ability for Israeli forces to target Palestinians, PLO secretary-general Saeb Erekat said: “The Israeli government continues to incite against Palestinian lives, with a culture of hate that dehumanizes a whole nation.”Tensions have soared across Israel and the occupied Palestinian territories in recent weeks following a series of stabbing attacks by both Israelis and Palestinians, and violent attacks by Israeli settlers on Palestinians.

Ministero: dal primo di ottobre 14 Palestinesi uccisi e 1000 feriti

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Betlemme-Ma’an.Quattordici Palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e circa 1.000 feriti, con proiettili veri e ricoperti di gomma in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza a partire dal 1° di ottobre, ha dichiarato venerdì il ministero della Sanità palestinese.

Nella sola giornata di venerdì, sette Palestinesi sono stati uccisi e circa 200 feriti con proiettili veri e ricoperti di gomma, mentre altri sette sono rimasti contusi dopo essere stati aggrediti fisicamente dalle forze israeliane durante gli scontri in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Secondo il ministero, queste cifre comprendono quelli che sono stati ricoverati negli ospedali, mentre centinaia di altri sono stati curati sul posto.

Nella Striscia di Gaza alla fine della giornata sei Palestinesi sono stati uccisi e 145 feriti, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco durante una manifestazione lungo il confine a est della città di Gaza e vicino a Khan Younis, ha riferito il ministero.

A Hebron, Mohammad Al-Jabari, 19 anni, è stato ucciso dopo il presunto accoltellamento di un poliziotto di frontiera e 11 sono stati feriti, tre ai piedi con proiettili veri, i restanti con pallottole ricoperte di gomma. Tra questi ultimi, uno è stato colpito alla testa e portato all’ospedale di Yatta.

Durante gli scontri vicino alla colonia di Beit El, nel distretto di Ramallah, otto persone sono rimaste ferite con proiettili veri e 22 con proiettili ricoperti di gomma, secondo il ministero. Quattro di questi feriti sono attualmente in gravi condizioni.

Mentre proseguivano gli scontri a Betlemme, cinque sono stati feriti con proiettili ricoperti di gomma e uno al piede con proiettile vero, ha riportato il ministero.

Tre Palestinesi sono stati colpiti allo stomaco e ai piedi con proiettili veri a Kafr Qaddum, vicino a Qalqiliya, ed altri sei sono stati picchiati dalle forze israeliane e dai coloni a Beit Faruk, Nablus; uno di loro ha subito fratture al capo.

A Jenin, nove sono stati feriti ai piedi con proiettili veri e due con proiettili di acciaio ricoperti di gomma, compreso un Palestinese che è stato colpito al collo.

Un altro Palestinese ha subito varie contusioni e fratture dopo essere stato picchiato dalle forze israeliane a Gerico, ha aggiunto il ministero.

Secondo i resoconti di Ma’an, otto di coloro che sono stati uccisi dall’inizio del mese sono stati colpiti dalle forze israeliane durante le manifestazioni e gli scontri, compreso un tredicenne. La maggior parte degli altri è stata uccisa durante presunti attacchi con coltelli ed erano tutti sotto i vent’anni di età.

Quattro israeliani sono stati uccisi nello stesso periodo, due dei quali erano coloni.

L’alto numero di morti e feriti dall’inizio del mese sono avvenuti dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva promesso di agire contro “provocatori” e “aggressori” sulla scia di una serie di accoltellamenti contro gli israeliani.

Gruppi per i diritti umani hanno sostenuto che le forze israeliane utilizzano metodi di “controllo di massa” inutili e letali contro i Palestinesi, soprattutto dopo la recente approvazione dell’utilizzo di pallottole calibro 0.22 a Gerusalemme Est occupata.

Sostenendo che la nuova legge amplia la possibilità per le forze israeliane di colpire i Palestinesi, il segretario generale dell’OLP, Saeb Erekat, ha dichiarato: “Il governo israeliano persiste ad incitare contro la vita dei Palestinesi, con una cultura di odio che disumanizza una intera nazione”.

Le tensioni sono salite alle stelle in Israele e nei territori palestinesi occupati nelle recenti settimane a seguito di una serie di accoltellamenti effettuati sia da israeliani che da palestinesi, e di aggressioni violente di coloni israeliani contro i Palestinesi.

(Soldati palestinesi vegliano il corpo del tredicenne Abed al-Rahman Obeidallah, uno dei tanti uccisi nell’ultima tornata di violenze. AFP/Musa Al-Shaer, File).

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

 

TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI. L’escalation israeliana continua

Non cala la tensione in Cisgiordania e Gerusalemme dove il bilancio dei feriti si aggrava di ora in ora. Il presidente dell’Autorità Palestinese chiede ai suoi vertici di sicurezza di placare le proteste. Israele, intanto, annuncia l’arresto della cellula che avrebbe ucciso i due coloni la scorsa settimana

Mideast Israel Palestinians
della redazione

Roma, 6 ottobre 2015, Nena News – Il bilancio degli scontri degli ultimi giorni tra palestinesi e forze armate isralieane si aggrava di ora in ora. Secondo la mezzaluna palestinese sono almeno 500 i palestinesi feriti da venerdì in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme est. Di questi, 41 hanno riportato ferite causate da proiettili veri, mentre 143 da pallottole di acciaio ricoperte di gomma.

Accanto al numero crescente dei feriti aumenta anche quello delle vittime. A pagare con la vita le tensioni di questi giorni è stato ieri un 13enne del campo profughi di Aida vicino a Betlemme, Abed Ar-Rahman ‘Abd Allah, sparato al petto mentre un gruppo di palestinesi lanciava le pietre in direzione dei soldati israeliani. Giovane era anche Huzeifa Othman Suleiman (18 anni) ucciso l’altro giorno nella città di Tulkarem. Giallo, invece, sulle condizioni di un altro adolescente palestinese a Beit Hanina (Gerusalemme est). Secondo la stampa palestinese, il ragazzo, colpito da un proiettile della polizia israeliana, sarebbe gravemente ferito. Per il portale israeliano “The Times of Israel” il ragazzo (di cui non sono ancora note le generalità) sarebbe stato ucciso. Se confermata la notizia, si tratterebbe del terzo palestinese ucciso negli ultimi giorni. Il quinto se si considerano anche i due attentatori palestinesi ammazzati da Israele (sull’aggressione ad israeliani di uno dei due continuano però ad esserci molti dubbi). Quattro le vittime civili israeliane.

Un bilancio, quello dei feriti e dei morti, che va aggiornato di ora in ora perché gli scontri tra forze armate israeliane e i palestinesi continuano senza tregua. A Bireh, nord di Ramallah, i militari di Tel Aviv hanno sparato ieri pallottole vere ferendo 6 persone. Proiettili veri e ricoperti di gomma sono stati usati dai soldati dello stato ebraico anche nell’insediamento di Beit El.

Ancora violenza a Gerusalemme. Nel quartiere French Hill, il canale 2 israeliano ha riferito che due cittadini ebrei sono stati leggermente feriti ieri sera da alcune pietre scagliate contro l’autobus su cui viaggiavano. Proteste e scontri sono stati segnalati nuovamente a Shu’fat dove i manifestanti sono stati dispersi dopo un fitto lancio di lacrimogeni da parte israeliana. Che la situazione umanitaria nei Territori occupati palestinesi sia allarmante è dimostrato dal fatto che la Croce Rossa palestinese ha dichiarato due giorni fa lo stato di emergenza rendendo tutto il suo staff reperibile e pronto ad intervenire.

In questo clima di alta tensione, ieri il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas ha ordinato ai suoi vertici di sicurezza di fare il possibile per placare le proteste “per non dare spazio ai piani di Israele”. Mentre Abbas riconfermava così di fatto il coordinamento alla sicurezza con lo stato ebraico, a Gerusalemme il gabinetto di sicurezza israeliano si riuniva per discutere delle nuove misure da prendere per arrestare le violenze. Violenze che , secondo un ufficiale dell’Ap citato dal The Times of Israel, potrebbero dare “inizio ad una nuova Intifada”.

Ieri sera, intanto, lo Shin Bet (l’Intelligece israeliana interna) ha reso noto di aver restato 5 palestinesi di Nablus che avrebbero confessato di aver ucciso giovedì sera i due coloni Eitam e Na’ama Henkin. Secondo i Servizi segreti il comandante del gruppo, il 37enne Ragheb Ahmad Muhammad, avrebbe reclutato e dato armi al commando che ha compiuto l’attacco, ma non sarebbe stato presente durante l’omicidio. Un altro presunto membro del gruppo, Kamal al-Masri, era stato arrestato domenica quando alcuni poliziotti israeliani in borghese erano entrati nell’ospedale di Nablus dove questi stava ricevendo delle cure.

Ieri sono tornati all’azione i bulldozer israeliani e hanno raso a suolo le case di due palestinesi responsabili di attentati contro israeliani lo scorso anno. L’esercito ha infatti demolito le abitazioni di Ghassan Abu Jamal e di Mohammad Jaabis a Gerusalemme Est. Il primo, insieme al cugino Udai, aveva ucciso 4 rabbini e un poliziotto in una sinagoga nella parte occidentale di Gerusalemme prima di essere freddato dalla polizia accorsa sulla scena del delitto. Stessa fine pure per l’altro attentatore che guidò il suo bulldozer su un autobus uccidendo una persona.

Anche l’abitazione Muataz Hijazi è a rischio demolizione. Nell’ottobre del 2015 Hijazi ferì gravemente l’attivista israeliano di estrema destra Yehuda Glick. Fu poi successivamente ucciso dalle forze di sicurezza di Tel Aviv sul suo tetto di casa.

Le “dure misure di sicurezza” annunciate dal premier israeliano Netanyahu per fermare la rabbia palestinese non stanno però convincendo alcuni esponenti del suo governo e, soprattutto, molti esponenti dell’estrema destra extra parlamentare israeliana. Ieri sera infatti, nelle stesse ore in cui Netanyahu si incontrava con i vertici della sicurezza, migliaia di persone si sono riunite fuori la sua residenza per protestare contro le politiche portate avanti dal suo esecutivo. I manifestanti hanno chiesto a gran voce di continuare a costruire negli insediamenti in Cisgiordania e di ricevere “più sicurezza in Giudea e Samaria” [Cisgiordania, ndr]. Tra i dimostranti vi era anche il capo del Consiglio regionale della Samaria, Yossi Dagan, che ha promesso di continuare la sua protesta finché il governo non risponderà alle istanze dei coloni. “Chiediamo sicurezza per fermare il barbaro congelamento delle costruzioni nelle colonie”, ha dichiarato Dagan rivolgendosi alla folla.

A dargli man forte, però, c’erano anche due ministri del governo Netanyahu (entrambi del suo partito, il Likud). Uno di questi era il titolare del dicastero del Turismo Yari Levin il quale, dopo aver collegato “la nuova ondata di attacchi terroristici palestinesi” al discorso all’Onu pronunciato mercoledì da Abbas, ha detto “di aspettarsi l’autorizzazione per costruire [nei Territori Occupati]. “Questo – ha concluso Levin – ci permetterà di vincere sul terrorismo”.

thanks to: Nena News

Israeli soldier abducting a Palestinian child

This video shows several women preventing an Israeli soldier from abducting a Palestinian child in the village of Nabi Saleh in the occupied West Bank on Friday.

The footage, shot by Bilal Tamimi, shows a masked soldier assaulting a child whose arm is in a cast.

The child is clearly distressed. A man screams at the soldier “he’s a boy! he’s a boy!” but the soldier continues his attack.

A short time later, several women appear and pull the soldier off the boy, braving his blows, but preventing the abduction from taking place.

Palestinians intervene to prevent the abduction of a Palestinian boy by an Israeli soldier during a protest against Israeli colonization in the West Bank village of Nabi Saleh, 28 August. Shadi Hatem APA images

One of the women also pulls the mask off the would-be abductor, allowing the suspect to be identified.

Ma’an News Agency identifies the boy in the video – and photos of the incident that have circulated online – as 12-year-old Muhammad Basim Tamimi.

The women who intervene to rescue him from the occupation soldier are identified as his mother Nariman Tamimi, his sister Ahed Tamimi and aunt Manal Tamimi.

Villagers in Nabi Saleh hold weekly demonstrations against the violent theft of their land for nearby Israeli settlements.

They are frequently the targets of attacks and abductions by occupation soldiers.

The video has attracted widespread attention, including in Israel.

But as Phan Nguyen pointed out on Twitter, the Israeli mainstream news site Ynet seemed more worried that the occupation soldier was receiving “little sympathy”:

In recent years several villagers have been severely injured or killed, including, notoriously, Mustafa Tamimi, who died after Israeli forces shot him in the head at close range with a tear gas canister.

As of June, 160 Palestinian children aged 12-17 were in Israeli military detention, according to Defense for Children International–Palestine. Palestinian children detained by Israeli occupation forces face routine abuse and brutality amounting to torture.

thanks to: Electronic Intifada

Dopo Ali, due palestinesi uccisi: la violenza di Israele è strutturale

Dopo il brutale omicidio del piccolo Ali, le forze militari israeliane hanno ucciso due ragazzi a Gaza e in Cisgiordania. Il mondo finge di non vedere che la violenza nei Territori non è civile e estemporanea, ma di Stato e radicata.

Laith al-Khaldi, il giovane ucciso ieri notte ad Atara (Foto: Ma'an News)

Dopo Ali, due palestinesi uccisi: la violenza di Israele è strutturale.

Figli minori

Mentre Renzi parlando alla Knesset si è rivolto al popolo israeliano: «Voi non avete solo il diritto di esistere ma anche il dovere di esistere e di resistere e di tramandare ai vostri figli, come ai miei tre figli – Francesco, Emanuele ed Ester». Corriere della Sera 22 luglio 2015.

I soldati israeliani uccidono un padre mentre tenta di soccorrere il figlio ferito

340736CHebron-Ma’an e PIC. Giovedì mattina 23 luglio, le forze israeliane hanno sparato, uccidendolo, a un uomo di 53 anni, Falah Hammad Abu Maria, e ai suoi figli, Muhammad e Ahmad, dopo aver invaso la loro abitazione a Beit Ummar, nel nord di Hebron.

Testimoni hanno riferito a Ma’an che le forze israeliane hanno invaso la casa di Falah e hanno sparato a suo figlio Muhammad, 22 anni, due proiettili nella regione pelvica. Quando Falah ha cercato di aiutare il figlio ferito, i soldati gli hanno sparato due volte al petto, secondo quanto hanno riferito testimoni.

Il portavoce del comitato popolare locale, Muhammad Ayyad Awad, ha dichiarato a Ma’an che forze israeliane e unità sotto copertura hanno assaltato la casa di Falah all’alba di giovedì e hanno aperto il fuoco ferendo Muhammad Abu Maria nella regione pelvica. Muhammad Abu Maria è stato sottoposto a intervento chirurgico ed è in condizioni stabili. Awad ha aggiunto che Falah è stato ferito gravemente da due proiettili al petto quando ha tentato di aiutare il figlio.

Falah è stato portato all’ospedale al-Ahli di Hebron e dichiarato morto poco dopo. 

L’altro figlio di Falah, Ahmad, 25 anni, è stato ferito da una scheggia di proiettile al petto e portato all’ospedale al-Ahli, in condizioni definite stabili.

Un portavoce israeliano ha affermato che l’incidente ha avuto luogo durante un’operazione di arresti avvenuta nella notte e che è scoppiata una protesta “violenta” contro le forze israeliane. Un soldato israeliano sarebbe stato ferito dal lancio di una pietra. Le forze israeliane hanno risposto sparando proiettili veri.

L’aggressione israeliana è culminata con l’arresto dell’ex prigioniero liberato Hamad Ahmad Abu Maria, 23 anni.

thanks to: Infopal

In un anno, 12 Gerosolimitani hanno perso la vista a causa di proiettili-spugna

Un’organizzazione dei diritti umani che lavora nei Territori palestinesi del 1948 ha rivelato che 12 abitanti di Gerusalemme, tra cui 7 bambini, hanno perso la vista da un occhio dopo essere stati colpiti l’anno scorso da proiettili-spugna israeliani.

In un anno, 12 Gerosolimitani hanno perso la vista a causa di proiettili-spugna | InfopalInfopal.

Israeli Soldier Guns Down West Bank Teen for Pelting Army Jeep With Rocks

One of a group of Palestinian teens who were throwing stones at a military vehicle was killed when an army commander got out of the jeep and opened fire.

A 17-year-old Palestinian was shot dead by an Israeli army commander in the West Bank on Friday, after throwing stones at a vehicle belonging to the Israeli Defense Force [IDF].

 

According to reports in the Israeli media, the teenager was one of a group of youths throwing stones at the military jeep, in which Brigade Commander Israel Shomer was traveling towards the Qalandia checkpoint, between the northern West Bank and Jerusalem. It is reported that Shomer got out of the vehicle and shot the teenager.

The report from the military said that the jeep sustained damage to the windshield, but that no soldiers were hurt in the incident. The youth, named in the Israeli media as Muhammad al-Kasbeh, was hospitalized and later died of his woun

Israeli Soldier Guns Down West Bank Teen for Pelting Army Jeep With Rocks / Sputnik International.

WhatsApp Messages Show Israeli Soldiers Knew They Were About To Kill A Child

IOF - 620

In March 2014, Israeli soldiers were ordered to use live ammunition to ambush three Palestinian teens in the southern region of the occupied West Bank, according to an investigation by the Israeli rights group B’Tselem.
Yousef al-Shawamreh, 14, was fatally shot in the back and hip as he and two friends attempted to cross Israel’s wall inside the West Bank from their village of Deir al-Asal al-Fawqa on the morning of 19 March.
According to B’Tselem’s investigation, al-Shawamreh was shot and killed “in broad daylight, although he posed no danger.” The rights group obtained a partial copy of the investigation file and a video of the shooting from the Israeli military. The video, above, shows the soldiers methodically carrying out an ambush that resulted in the killing of a child.
Messages exchanged between the soldiers throughout the incident on the messaging service WhatsApp ”showed that at least some of the soldiers believed the three Palestinians to be minors,” B’Tselem states.

WhatsApp Messages Show Israeli Soldiers Knew They Were About To Kill A Child.

Giovane ferito da soldati israeliani viene schiacciato da una jeep e lasciato morire

336558CRamallah (Ma’an). Un Palestinese ferito dalle forze israeliane, domenica, a Kufr Malik, vicino a Ramallah, è stato lasciato sotto una jeep militare israeliana per tre ore, prima di spirare.

Nabil Abd al-Karim, un testimone oculare, ha raccontato i dettagli dei fatti dicendo che Abdullah Iyad Ghuneimat, 22 anni, si stava dirigendo al proprio lavoro, in un’azienda avicola, quando le forze israeliane gli hanno sparato alla schiena, dandogli la caccia con una jeep.

La jeep poi ha colpito Ghuneimat spingendolo contro un muro, che è collassato su di lui, e facendo sì che anche l’automezzo gli si rovesciasse addosso, ha detto Abd al-Karim. I soldati sono usciti dalla jeep e hanno lasciato Ghuneimat di sotto, con la schiena rotta e le gambe spezzate, e schiacciato dal veicolo.

Il giovane è stato lasciato sotto la jeep, gridando dal dolore, mentre il gas e l’olio fuoriuscivano dal mezzo, colandogli addosso. Dopo che per tre ore le forze di occupazione hanno impedito i soccorsi, i residenti hanno attaccato i soldati israeliani a mani nude e cercato di sollevare la jeep da sopra il giovane, ma Ghunaimat era già morto. Il corpo è stato portato in ambulanza al Palestine Medical Complex. A migliaia hanno partecipato al suo funerale, partito dalla moschea del villaggio, fino al cimitero.

I partecipanti al funerale hanno intonato slogan che chiedevano vendetta. La madre del giovane, che alla notizia della morte del figlio s’è sentita male ed è stata soccorsa, ha dichiarato che Abdullah è stato ucciso a sangue freddo dalle forze israeliane.

L’esercito israeliano ha dichiarato, come consueto, che un “sospetto” stava tentando di lanciare un cocktail molotov e che la jeep ha perso il controllo per caso.

thanks to: Infopal

“Gaza e l’industria israeliana della violenza”

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Il saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana è stato scritto da Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi con una postfazione di Anna Delfina Arcostanzo.

Il saggio sarà nelle librerie a partire dal 24 giugno 2015.

Per presentazioni sarà disponibile a partire dal 16 giugno.

La richiesta di presentazioni va inviata a:

Alfredo Tradardi alfredo.tradardi@gmail.com o a

Enrico Bartolomei bartolomeienrico@yahoo.it

Per la scheda di presentazione del saggio scaricare il file seguente:

Scheda del saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana

La scheda di presentazione contiene la foto della copertina, una dedica , una sintesi del saggio, l’indice e i curricula degli autori.

La dedica del saggio:

Nel gennaio 2014, uno degli autori ha partecipato con un gruppo di

attivisti a una missione di solidarietà nella Striscia di Gaza.

Una mattina, mentre raccoglieva conchiglie sulla spiaggia vicino al

porto, un gruppo di bambini si è avvicinato entusiasta, riempiendogli

il palmo delle mani con un mucchietto di conchiglie.

Il 16 luglio del 2014 i corpicini di Ahed e Zakaria, 10 anni, Mohamed,

11 anni, Ismail, 9 anni, tutti cugini della famiglia Bakr, venivano fatti a pezzi

da due missili mentre giocavano sulla stessa spiaggia

Questo libro è dedicato alla loro  memoria, con la promessa di restituire

un giorno quelle conchiglie alla spiaggia di una Gaza liberata

thanks to: ISM-Italia

“…but still with a few hope in our hearts” “… Ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori”

20th May 2015 | Inas Jam | Khuzaa, Gaza.

Editor’s note: This is the testimony of a 23 year old woman who survived the land invasion of Khuzaa, Gaza, in the summer of 2014. This is the original version of her writings and no edits have been made.

We were in Khuzaa in our grandfather’s house when the war started. We thought Khuzaa was the safest area. But the 23rd July Khuzaa was a surrounded by tanks, drones and we started hearing many bombs.

We went to the basement to hide from the shooting but my grandfather stayed in the first floor with the other men…
Four days passed by very slowly and with a lot of difficulty, in the last day someone came to tell us that we had to leave Khuzaa.

We accepted and hurried up to the street, we were frightened, the planes were upon us, we were surprised because we thought there was nobody left in Khuzaa, but we saw many people crying, shouting, men injured by gunshot, they were walking covered in blood.
All was very sad.
While we were walking we saw the smoke from the bombs. Everyone was crying, men, women, old people and children.
The trepidation got into our hearts.
Some bombs felled in front of our eyes.
The streets were full of people running.
At some point we had to return back because we found in the street a big hole made by a rocket that prevented us to continue.

Casa Khhuzaa 2

When we returned back we found many families in the ground floor.
At night Apache helicopters started hitting the homes with the families inside.
We heard the footsteps of the occupation soldiers; the children were very quiet, they were afraid that the soldiers would hear them.
We heard many people getting killed in their homes.

In the morning somebody came and told us we must leave Khuzaa because Israel was killing everyone, they were shooting at everything, moving or not…
We forced ourselves to go out, but my grandfather refused to leave “I want to die in my home, not in the street like the people from Shijaia”.

Khuzaa casa

We went out thinking that we would be killed by the zionist occupiers, but still with a few hope in our hearts.
I left with my mother, my sister and some other people; we saw rubble, glass and corpses in the street.

I saw a child in the street with his stomach and bowels out. I started shouting what was that, where was the world, where were the Arab countries… and kept crying while going on.

We couldn’t do anything because we were afraid we would get killed by an helicopter or by any kind of weapon, we didn’t know where were the zionist soldiers.

We kept running and running. When we arrived to the entrance of the village we saw many tanks and many soldiers, I was crying so much, and the soldiers started laughing at me.
I’m so sorry I couldn’t stop crying!

When we arrived to Khan Younis we received the bad news, my grandfather had been killed by the occupation. My uncle, who also stayed in Khuzaa, explained me what happened: “grandfather went out from the basement to tell the soldiers that there were just men, women and children in those homes, who had no weapons to defend themselves. But the soldiers killed him putting two bullets in his heart. Everybody was crying then, we were frightened. After that they took us out and took the men to the homes that they were using as base and put them in front of the windows, as human shields. Later they started hitting the men with sticks. Then ordered Alaa Qudaih (the nephew of my grandfather)to take off the clothes of my grandfather. Alaa couldn’t stop crying while doing it. After he covered him with a red blanket. Finally the occupation ordered us to leave Khuzaa and go to Khan Younes.

Casa Khuzaa 1

After three days the occupation allowed us to finally take the corpses to the Hospital.
There were many corpses in the streets, in their homes and under the rubble.

By Inas Jam.

“… Ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori”

20 Maggio 2015 | Inas Jam | Khuzaa, Gaza.

Nota del redattore: Questa è la testimonianza di una donna di 23 anni che è sopravvissuta all’invasione di terra di Khuzaa, Gaza, nell’estate del 2014. Questa è la versione originale dei suoi scritti e non sono state apportate modifiche.

Eravamo a Khuzaa nella casa di nostro nonno, quando è iniziata la guerra. Abbiamo pensato che Khuzaa era la zona più sicura. Ma il 23 luglio  Khuzaa è stata circondata da carri armati, e sorvolata da droni e abbiamo cominciato a sentire tante bombe.

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Siamo andati al piano seminterrato per nasconderci dalle bombe, ma mio nonno è stato al primo piano con gli altri uomini …
Quattro giorni sono passati molto lentamente e con molte difficoltà, e negli ultimi giorni qualcuno è venuto a dirci che avremmo dovuto lasciare Khuzaa.

Abbiamo accettato e siamo corsi fino alla strada, eravamo spaventati, gli aerei erano su di noi, siamo rimasti sorpresi perché abbiamo pensato che non era rimasto nessuno a Khuzaa, ma abbiamo visto molte persone piangere, gridare, feriti da arma da fuoco, persone che camminavano coperti di sangue.
Tutto era molto triste.
Mentre stavamo camminando abbiamo visto il fumo delle bombe. Tutti piangevano, uomini, donne, vecchi e bambini.
La trepidazione era nei nostri cuori.
Alcune bombe sono cadute davanti ai nostri occhi.
Le strade erano piene di gente che correva.
Ad un certo punto abbiamo dovuto tornare indietro perché abbiamo trovato in strada un grande buco fatto da un razzo che ci ha impedito di continuare.

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Quando siamo tornati indietro abbiamo trovato molte famiglie al piano terra.
Di notte gli elicotteri Apache hanno iniziato a colpire le case con le famiglie all’interno.
Abbiamo sentito i passi dei soldati occupanti; i bambini erano molto tranquilli, avevano paura che i soldati li sentissero.
Abbiamo sentito di molte persone uccise nelle loro case.

La mattina qualcuno è venuto e ci ha detto che dovevamo lasciare Khuzaa perché Israele stava uccidendo tutti, sparavano a tutto, in movimento o no …
Ci siamo costretti ad andare fuori, ma mio nonno ha rifiutato di lasciare la casa “Voglio morire a casa mia, non in strada, come la gente di Shijaia”.

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Siamo andati fuori pensando che saremmo stati uccisi dagli occupanti sionisti, ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori.
Sono partita con mia madre, mia sorella e alcune altre persone; abbiamo visto macerie, vetro e cadaveri in strada.

Ho visto un bambino in strada con lo stomaco e le viscere fuori. Ho cominciato a gridare che cosa era, dove era il mondo, dove sono i paesi arabi … e continuavo a piangere, mentre correvo.

Non abbiamo potuto fare niente perché avevamo paura che ci avrebbero uccisi da un elicottero o da qualsiasi tipo di arma, non sapevamo dove erano i soldati sionisti.

Abbiamo continuato a correre e correre. Quando siamo arrivati ​​all’ingresso del villaggio abbiamo visto carri armati e molti soldati, molti, piangevo tanto, e i soldati hanno iniziato a ridere di me.
Mi dispiace tanto che non riuscivo a smettere di piangere!

Quando siamo arrivati ​​a Khan Younis abbiamo ricevuto la brutta notizia, mio ​​nonno era stato ucciso dall’occupazione. Mio zio, che ha anche soggiornato a Khuzaa, mi ha spiegato cosa era successo: “il nonno è uscito dalla cantina per dire ai soldati che vi erano solo uomini, donne e bambini in quelle case, che non avevano armi per difendersi. Ma i soldati lo hanno ucciso mettendogli due proiettili nel cuore. Tutti piangevano allora, eravamo spaventati. Dopo di che ci hanno portato fuori e hanno preso gli uomini dalle case che stavano usando come base per metterli di fronte alle finestre, come scudi umani. Poi hanno iniziato a colpire gli uomini con bastoni. Poi hanno ordinato a Alaa Qudaih (il nipote di mio nonno) di togliere i vestiti di mio nonno. Alaa non riusciva a smettere di piangere allo stesso tempo. Dopo lo ha coperto con una coperta rossa. Infine l’occupazione ci ha ordinato di lasciare Khuzaa e andare a Khan Younes”.

Dopo tre giorni l’occupazione ci ha permesso di portare finalmente i cadaveri all’ospedale.
Ci sono stati molti cadaveri per le strade, nelle loro case e sotto le macerie.

Di Inas Jam.

thanks to: ISM

Rete italiana ISM

Fotoreporter palestinese colpito all’occhio dall’esercito israeliano

Memo. Sabato scorso un fotoreporter palestinese è stato colpito all’occhio dall’esercito israeliano durante gli scontri che sono scoppiati in Cisgiordania, nella città di Nablus.

Nedal Eshtayah, un fotoreporter che lavora per la cinese Xinhua press agency e per l’agenzia palestinese Safa, è stato colpito da una pallottola di gomma all’occhio sinistro e portato in un ospedale di Nablus per ricevere assistenza medica.

“La palpebra di Eshtayah è stata lesa, causando rigonfiamento al suo occhio sinistro”, ha dichiarato una fonte medica anonima alla Anadolu Agency.

Ha inoltre riferito che il fotoreporter ha ricevuto cure mediche presso l’ospedale dopodiché è stato dimesso ed è tornato a casa.

Eshtayah ha dichiarato alla Anadolu Agency che una pallottola di gomma ha perforato il vetro della sua maschera antigas, colpendo il suo occhio.

“L’esercito [israeliano] ha aperto il fuoco in modo massiccio contro i contestatori ed il personale dei media”, ha aggiunto.

Le truppe dell’esercito israeliano si sono scontrate sabato con decine di Palestinesi nel sud di Nablus, durante una marcia per la commemorazione del 67° anniversario dal giorno della Nakba.

I Palestinesi hanno ricordato l’anniversario con marce e manifestazioni a partire da venerdì.

Il 15 maggio di ogni anno i Palestinesi commemorano il giorno della Nakba – quando lo stato di Israele fu fondato – per riaffermare il loro diritto al ritorno sulla terra dalla quale i loro progenitori furono sfollati con la forza dai gruppi sionisti nel 1948.

Il termine Nakbacatastrofe  in arabo – viene usato dai Palestinesi per indicare la loro espulsione in massa e il dislocamento dalle loro case e terre ancestrali della Palestina nel 1948.

Gli ebrei commemorano la stessa occasione come il giorno dell’indipendenza di Israele.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Samantha Comizzoli, attivista italiana, ferita dai soldati israeliani durante una manifestazione per i 67 anni dalla Nakba

Samantha Comizzoli, attivista per i diritti umani (e di tutti gli esseri viventi), oggi è stata ferita dai soldati Israeliani durante una manifestazione per i 67 anni dalla Nakba al checkpoint di Howara, come quella che si è svolta ieri, ad Ofer (Ramllah), durante la quale ha documentato l’attacco dei soldati israeliani al villaggio di Betunia ed al gruppo di giornalisti.

Video di quando hanno sparato. min. 0,53. https://www.youtube.com/watch?v=IhYWERtvjAY
Shukran Nablus TV.

Da quanto racconta Samantha si trovava con altri manifestanti al checkpoint di Howara, per marciare per la Nakba. “Stavo semplicemente camminando verso il checkpoint con le braccia aperte”, scrive sul suo profilo FB, “quando hanno iniziato a sparare le sound bomb ed i gas NON mi sono spostata. Hanno piazzato il cecchino e, sempre cno le braccia aperte, mi muovevo veloce orizzontalmente per fare da scudo agli shebab [i giovani attivisti, ndr]. Essendo donna ed internazionale pensavo fermasse il cecchino che, invece, mi ha sparato due rubber bullet e ha sparato un’altra rubber bullet a Nidal che stava fotografando”.
Ancora una volta ci corre l’obbligo di ricordare che chi è disposto a fare da scudo umano non necessariamente autorizza il nemico a trasformarlo in un bersaglio. Ma vallo a spiegare a quei vigliacchi in divisa….

Samantha è stata colpita da due rubber bullet, ad un braccio e al seno, si trova in ospedale e speriamo di avere al più presto buone notizie. Qui i suoi ultimi messaggi su Twitter.

Nel mese di aprile è iniziato il tour italiano del suo secondo documentario, “israele, il cancro”, proiettato anche a Torino in una sala piena presso la Cascina Roccafranca, con un collegamento via Skype con Samantha e con uno dei protagonisti ai quali il Consolato italiano ha negato il visto per il tour italiano del docufilm.

Tutta la nostra solidarietà a Samantha Comizzoli, vediamo se il consolato così attento a selezionare i visitatori palestinesi sarà altrettanto solerte nell’agire per tutelare la vita degli attivisti italiani.

Aggiornamento ore 14:20 – Scrive Samantha Comizzoli sul suo profilo FB: “sono a casa, non è nulla di grave, ovviamente fa male. no posso pubblicare le foto ora perchè mi hanno fatto delle medicazioni che devo tenere per 3 ore ed anche perchè ho bisogno di riposare. a dopo…scusate se non sto su fb ora e grazie a tutti per i messaggi. un abbraccio.”

thanks to: Forumpalestina

Militare israeliano: “Abbiamo bombardato i civili per divertimento”


gazaaDays of Palestine (Parigi). “In quel momento non vi erano combattenti di Hamas, nessuno ci aveva sparato addosso, il comandante disse scherzando: ‘Dobbiamo inviare a Bureij un buongiorno da parte dell’esercito israeliano”, ha riferito Arieh su quanto detto dal suo comandante. 

“Ricordo che un giorno un soldato della nostra unità fu ucciso ed il nostro comandante ci chiese di vendicarlo, così ho puntato il carro-armato casualmente in direzione di un grande edificio residenziale bianco” ha detto Arieh.

Un soldato israeliano ha dichiarato che lui ed i suoi colleghi hanno bombardato civili nella Striscia di Gaza durante l’offensiva israeliana dello scorso anno “per divertimento”.

Durante un’intervista rilasciata martedì’ scorso, il soldato israeliano Arieh, ventenne, ha dichiarato: “Sono stato chiamato in servizio all’inizio di luglio 2014 e sono stato dispiegato nella Striscia di Gaza, ma fino a quel momento l’operazione [Operazione Margine Protettivo] non era ancora stata annunciata.

“Soltanto alcuni soldati ipotizzavano che ci sarebbe stata una guerra, dopodiché il nostro comandante ci disse di immaginare un raggio di 200 metri e di colpire immediatamente qualsiasi cosa che si muiovesse all’interno di questo cerchio”.

Egli ha sottolneato: “Abbiamo colpito obiettivi civili per divertimento”, precisando che “un giorno, circa alle 8 del mattino, siamo andati ad al-Bureij, un campo per rifugiati molto popoloso nel centro di Gaza, ed il comandante ci disse di individuare un obiettivo a caso e di sparargli”.

“In quel momento non abbiamo visto nessun combattente di Hamas, nessuno ci ha sparato, ma il comandante ci disse scherzando: ‘Dobbiamo inviare a Bureij un buongiorno da parte dell’esercito israeliano’”.

“Ricordo che un giorno un soldato della nostra unita’ fu ucciso ed il nostro comandante ci chiese di vendicarlo, così ho puntato il carro-armato casualmente in direzione di un grande edificio residenziale bianco, distante solo quattro chilometri da noi, ed ho sparato una granata verso l’undicesimo piano. Sicuramente ho ucciso civili che erano assolutamente innocenti”, ha continuato.

Ha inoltre sottolineato che l’obiettivo era di distruggere le infrastrutture di Gaza, non soltanto Hamas, affermando: “Siamo entrati nella Striscia di Gaza il 19 luglio 2014 alla ricerca dei tunnel di Hamas, tra Gaza ed ‘Israele’, ma il nostro vero obiettivo era distruggere Hamas e le infrastrutture della Striscia di Gaza”.

La ragione di tutto ciò, ha detto “Per creare il maggior danno possibile ai terreni agricoli e all’economia. Hamas doveva pagare un conto molto oneroso in modo che la prossima volta ci pensasse due volte prima di entrare in una nuova guerra contro di noi”.

“Abbiamo distrutto molti edifici palestinesi, aziende agricole e pali elettrici. Ci era stato detto di ‘evitare il più possibile le vittime civili’, ma come avremmo potuto farlo quando ci avevano chiesto di lasciare dietro di noi una tale distruzione?”, si è inoltre domandato.

Arieh ha detto: “Durante le operazioni nella Striscia di Gaza, il comandante dell’unità aveva detto ‘Se vedete qualcuno davanti al carro-armato che non scappa immediatamente, dovete ucciderlo’ dimostrando così che poteva benissimo sapere che si trattava di civili”.

Ha inoltre continuato: “Usavamo granate in quantità enormi, anche quando non vedevamo niente che si muovesse, se una finestra era aperta, le sparavamo contro. Se vedevamo un auto in movimento, le sparavamo contro un razzo. Lanciavamo missili ad oggetti in movimento e non alle persone. Non notavamo persone che si muovessero nelle zone circostanti, ma sparavamo in ogni caso”.

“Posso confermare che abbiamo visto soltanto civili, non abbiamo visto nessun combattente di Hamas. Sapevamo che loro si muovevano attraverso i tunnel”.

Arieh è uno dei circa 60 militari israeliani che hanno accettato di testimoniare in un rapporto preparato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Breaking the Silence.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Muhammad Ali Net, 20 anni – Muhammad Jasser Abdullah Krakrh, 30 anni – Mohammed Jamal

di Samantha Comizzoli

 

Muhammad Ali Net (20 anni) di Jalazoun, Ramallaah. Una settimana fa i soldati israeliani gli hanno sparato al petto proiettili veri. E’ morto oggi.

Altro palestinese morto…nella prigione palestinese di Al Kahlil per un incendio….scontri in corso … Io la parola la voglio usare anche qui… martire. Il martire morto ad Al Kahlil nella prigione palestinese è Mohammed Jamal e sembra sia morto per le ferite riportate durante l’interrogatorio (credo del Wucoi). Di seguito è scoppiato l’incendio nella prigione, quindi tutto fa pensare sia stato provocato per coprire il morto. Gli agenti che hanno fatto l’interrogatorio sono stati arrestati

Martire a Beit il, Ramallah, ucciso dai coloni israeliani. Mezz’ora fa quando sono passata dalla strada, il corpo era ancora lì, circa un centinaio di soldati attorno. Rallentamenti sulla strada Ramallah – Nablus, si apprestavano a chiudere Zaatara checkpoint. Il martire è Mohammed Jassem del villaggi di Sinji, che dista solo pochi metri dal luogo dell’assassinio.
Ero al Ramallah Hospital..è arrivata la notizia del martire in questo modo “gli hanno sparato i coloni israeliani, lui aveva cercato di fermare l’auto, era da solo e a piedi”. Ora la notizia che viene passata è “ha tentato di accoltellare due soldati e i soldati gli hanno sparato”. Qualcosa non torna.
Dalle testimonianze sul martirio di oggi: operaio edile. Parrebbe fosse con altri due amici che sono fuggiti. I soldati feriti da Muhammad sono sono due, uno grave. E’ stato difficile il riconoscimento di Muhammad perchè gli hanno sparato in faccia e in testa. I soldati israeliani hanno attaccato il villaggio di Sinji in gran numero e con raid nelle case. Chiusi i villaggi di Sinji, Beit Ili e Turmus Aya. Si segnala ancora numero massiccio di soldati sulla strada Ramallah- Nablus e si temono reazioni questa notte.

Fonte:
https://www.facebook.com/samantha.comizzoli?fref=ts

10-4-15_Uccisi.

Lina Khattab: negata la richiesta per il rilascio dopo aver scontato i due terzi della pena

Free Lina Khattab Facebook Page: https://www.facebook.com/FreeLina/

Il tribunale militare di Ofer ha negato il rilascio della studentessa dell’Università di Birzeit, Lina Khattab, dopo che ha scontato già i due terzi della sua condanna a 6 mesi di reclusione.

Il rilascio trascorsi i due-terzi della pena si valuta in base alle accuse, alla redazione di un rapporto sul comportamento del detenuto e alla valutazione dell’intelligence israeliana. Un report presentato dall’intelligence del Lavoro afferma che se Lina venisse rilasciata potrebbe rappresentare un rischio per la sicurezza della regione e la sua liberazione anticipata potrebbe essere letta come una ricompensa per le sue azioni. Nel rapporto è anche stato dichiarato che dinnanzi al comitato [che avrebbe deciso rispetto alla sua scarcerazione, ndr] Lina non avrebbe mostrato alcun rimorso per il suo comportamento. Nel report si legge inoltre che la sua famiglia è evidentemente in grado di controllare il suo comportamento. Si segnala poi che le informazioni trasmesse dai servizi segreti dell’occupazione sono segrete e né Lina né il suo team di legali possono fare ricorso.
Il 16 febbraio scorso Lina Khattab è stata condannata a 6 mesi di carcere e a una multa di 6.000 NIS (1500 dollari). La decisione del tribunale militare ha inoltre affermato che se Lina dovesse partecipare a reati simili nei prossimi 3 anni sarebbe tenuta a pagare una multa di 3.000 NIS.
La negazione del ricorso è di natura esclusivamente politica, tanto più che le ragioni indicate servono per farle scontare tutta la condanna e per utilizzare la sua detenzione come deterrente per i giovani palestinesi che resistono all’occupazione.
Lina è una delle 21 donne detenute nelle carceri dell’occupazione.

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Denuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967

Solo a Gaza oltre 1.500 civili uccisi, tra cui 550 bambini

Denuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967

Gerusalemme, 26 mar. (askanews) – Il 2014 ha fatto registrare il più alto numero di civili palestinesi uccisi a partire dalla guerra dei sei giorni del 1967. E’ quanto si legge in un rapporto diffuso oggi dalle Nazioni Unite. “I civili palestinesi continuano a subire minacce alla loro vita, alla loro sicurezza fisica e alla loro libertà”, e “il 2014 ha conosciuto il peggior bilancio di vittime civili dal 1967”, si legge nel documento. “Nella Striscia di Gaza, 1,8 milioni di palestinesi hanno vissuto la peggiore escalation di ostilità dal 1967: più di 1.500 civili sono stati uccisi, oltre 11.000 sono rimasti feriti e circa in 100.000 sono rimasti sfollati” perchè alla fine del 2014 non avevano ancora trovato una casa. Complessivamente sono stati 2.200 i palestinesi uccisi la scorsa estate nell’offensiva militare lanciata da Israele a Gaza, tra cui 550 bambini; da parte israeliana hanno perso la vita 73 persone, tra cui 67 soldati. Nel documento annuale diffuso dall’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), intitolato “Vite spezzate”, viene anche lanciato un appello a una maggiore moderazione: “Tutte le parti in conflitto devono rispettare i loro obblighi legali di agire secondo il diritto internazionale in caso di conflitto, per garantire la protezione di tutti i civili e assicurare che i responsabili rispondano di quanto commesso”. Nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme nel 2014 sono stati uccisi 58 palestinesi e altri 6.028 sono rimasti feriti; si tratta anche in questo caso del bilancio più grave registrato da anni. Nello stesso periodo sono stati uccisi 12 israeliani. Anche il numero di palestinesi detenuti “per ragioni di sicurezza” è aumentato del 24%, con una media mensile di 5.258 prigionieri. In Cisgiordania e a Gerusalemme Est, 1.215 palestinesi sono stati cacciati dalle loro case, distrutte dalle autorità israeliane; anche in questo caso si tratta del numero più alto registrato a partire dal 2008, quando l’Ocha ha cominciato a tenerne il conteggio. Nel rapporto viene denunciata anche la politica israeliana di costruzione di colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, sottolineando che “le attività di insediamento continuano, violando il diritto internazionale e contribuendo alla vulnerabilità umanitaria delle comunità palestinesi”. Cam

viaDenuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967.

Israele alla sbarra: doppio processo per tentato omicidio

patrick corsi ferito

Bergamo – Due procedimenti per tentato omicidio. Uno presso la corte militare di Israele, l’altro presentato a Milano oggi, da una parte Patrick Corsi (al secolo Marco Bianchini), agronomo bergamasco trentenne, alla sbarra lo Stato di Israele.

La vicenda si svolge a fine Novembre a Kafr Qaddum (Cisgiordania).Il 28 Novembre 2014 Bianchini, presente nei territori per coltivare l’ulivo e fornire consulenza ai coltivatori locali, durante una manifestazione pacifica viene colpito al petto da un proiettile calibro .22 sparato da un fucile d’assalto israeliano. Riesce a sopravvivere perché il proiettile, rallentato dallo sterno, si appoggia sul cuore senza trafiggerlo.

Il Calibro .22 è un proiettile vero, caricato su fucili da assalto ed utilizzato come strumento di controllo di massa, nonostante le regole di ingaggio dello stesso esercito israeliano non lo prevedano. Il calibro .22 e tutti i proiettili “veri” non possono infatti essere usati durante manifestazioni nei Territori ,in quanto queste modalità violano la convenzione di Ginevra che impone agli eserciti occupanti di prendersi in carico la salvaguardia della vita dei civili nei territori che occupano. Quel giorno ( e tanti altri prima) l’esercito israeliano spara al petto di un manifestante, commettendo deliberatamente un atto che ha tra le conseguenze ampiamente probabili la morte del manifestante.

In passato, l’utilizzo di proiettili di guerra per contenere le manifestazioni ha causato parecchie vittime tra la popolazione civile palestinese. Tutti i tentativi di veder condannato l’esercito israeliano sono sempre falliti. Israele solitamente si difende sostenendo che il soldato fosse in pericolo di vita. Questa volta difficilmente l’IDF riuscirà a sostenere questa tesi, soprattutto perche le immagini video raccontano un’altra realtà: bambini, civili e manifestanti internazionali in atteggiamento pacifico, nessun disordine, nessuna manifesta minaccia di vita per il cecchino israeliano. Rimane comunque difficile da capire come possa un cecchino sentirsi minacciato dai manifestanti a distanza di circa 80 metri, anche qualora quei civili palestinesi avessero lanciato pietre.

Marco comunque decide di andare fino in fondo e si affida ad un avvocato israeliano (gli avvocati palestinesi, come ogni regime di apartheid che si rispetti, non possono esercitare nei territori occupati). Appena scaduto il visto israeliano, Marco, nonostante abbia nel frattempo ottenuto la cittadinanza palestinese, è costretto a tornare in Italia e si affida all’avvocato Pagani.

Il processo in Italia è stato presentato il 23 Marzo 2015 e si svolgerà a Milano. L’avvocato chiederà al giudice di valutare la responsabilità del militare che in quell’occasione sparò per uccidere. Il diritto di uno stato estero (l’Italia) a richiedere l’incriminazione su un territorio estero poggia sul reato di “crimine di guerra e contro l’umanità” di un esercito che contro ogni diritto spara per uccidere la popolazione civile, ed in questo caso un cittadino straniero.

La vicenda tocca da vicino il governo italiano, secondo la regola non scritta dei due pesi due misure: quando cittadini italiani feriti da azioni di guerra all’estero garantiscono uno strascico di nazionalismo ed una propaganda elettorale, troviamo prese di posizioni (anche aggressive) del ministro di turno. Quando invece si tratta di puntare il dito -a ragion veduta- contro una superpotenza dell’area, tutti tacciono.

Forte l’imbarazzo, anche alla luce del fatto che la Farnesina sapeva del cittadino italiano ferito al petto, come si può facilmente capire dalle informative rilasciate in quei giorni. Nessuna presa di posizione, nessuna dichiarazione, nessun ministro a prendersi la visibilità. Forse meglio cosi: si evita ulteriore imbarazzo.

La ricerca delle responsabilità non placherà d’incanto il paradosso di quei territori occupati da 60 anni in barba ad ogni regola di diritto internazionale. Un’eccezione che costa la vita a tantissimi civili nel silenzio della comunità internazionale, a più riprese chiamata in causa.

viaIsraele alla sbarra: doppio processo per tentato omicidio | BGREPORT.

Parla Patrick Corsi, l’italiano ferito in Cisgiordania da soldati israeliani: “Sono vivo per miracolo”

Vivo per miracolo: un italiano in Cisgiordania è stato colpito da un proiettile che si è fermato tra cuore e polmone. Si tratta di Patrick Corsi, 30 anni, dell’organizzazione International solidarity movement. Prendeva parte a una protesta a Kafr Qaddum, un villaggio nei pressi di Nablus. A sparargli contro un militare israeliano. Lo ha intervistato al telefono per Rainews24 Ilario Piagnerelli –

QUI il VIDEO

Israeli forces ‘detain 10-year-old Palestinian boy’ in Silwan

JERUSALEM (Ma’an) — Israeli forces detained a 10-year-old Palestinian boy in the Silwan neighborhood on Monday evening, a local information center said.

Majdi Abbasi of the Wadi Hilweh information center told Ma’an that Israeli forces in the Ein al-Luza area of the neighborhood detained 10-year-old Rashid Abu Sarah, took off his shirt, blindfolded him, and took him away in a military jeep.

Israeli forces also fired stun grenades in the neighborhood, Abbasi said.

He did not have further information about the boy’s arrest.

An Israeli police spokesman told Ma’an he was not familiar with the incident.

Over the past decade, Israeli forces have arrested, interrogated and prosecuted around 7,000 children between 12 and 17, mostly boys, according to a 2013 report by the UN Children’s Fund.

The rate of child arrests is equivalent to “an average of two children each day,” the UNICEF report says.

thanks to: Maan News Agency

Israeli Forces Open Fire on Palestinian Farmers near Gaza Borders

KHAN YOUNES, November 19, 2014 – (WAFA) – Israeli forces Wednesday morning opened fire on Palestinian farmers near the borders to the east of Khan Younes in the southern Gaza Strip, said WAFA correspondent.

 

 

Soldiers stationed at military watchtowers to the east of Khuzaʻa opened fire indiscriminately on Palestinian farmers, preventing them from accessing and farming their lands.

 

 

No injuries were reported.

 

 

According to ReliefWeb, The Israeli military has issued directives prohibiting any Palestinian presence on land within Gaza abutting the territory’s perimeter fence, currently up to 300 meters from the fence, but Israeli forces have frequently shot at Palestinians beyond that distance.

 

 

According to UN figures Israeli military forces have killed four and wounded more than 60 civilians near the perimeter fence with Gaza since the beginning of 2014.

 

K.F./T.R.

thanks to: Wafa

Israeli forces shoot 10-year-old Palestinian in the head in Shufat

RAMALLAH (Ma’an) — A Palestinian child was severely injured after Israeli forces opened fire on a car she was traveling in with family near the Shufat refugee camp checkpoint on Friday.

The shooting comes on a day of clashes with Israeli forces across the West Bank and follows the blinding of an 11-year-old Palestinian boy the day before in clashes in the nearby East Jerusalem village of al-Issawiya.

Mayar Amran Twafic al-Natsheh, 10, was riding in her grandfather’s car with her mother, grandfather, and her sibling when a rubber-coated steel bullet smashed through the car’s window and hit her in the face.

She was taken Hadassah hospital near al-Issawiya and medical sources said she suffered a fractured skull as a result of the attack.

Mayar’s father is currently being detained by Israeli forces.

An Israeli police spokesman said he did not have any information about the incident.

The incident occurred at the Shufat refugee camp checkpoint, which is the only link between the East Jerusalem neighborhood and Jerusalem proper due to the Israeli separation’s walls path around the area, which divides it from nearby Jewish settlements as well as other Palestinian neighborhoods.

The shooting comes only a day after US Secretary of State John Kerry met with Palestinian and Israeli leaders in Jordan to ease tensions in Jerusalem, which has become the site of daily protests across the city’s Palestinian neighborhoods that Israeli forces have repressed with dozens of casualties.

The incidents have come amid rising anger and tensions in Jerusalem over an Israeli offensive on Gaza that left nearly 2,200 dead over summer as well as an arrest campaign in the city itself that left hundreds of Hamas-related individuals as well as many protesters in prison.

Although Palestinians in East Jerusalem live within territory Israel has unilaterally annexed, they lack citizenship rights and are instead classified only as “residents” whose permits can be revoked if they move away from the city for more than a few years.

Jerusalem Palestinians face discrimination in all aspects of life including housing, employment, and services, and are unable to access services in the West Bank due to the construction of Israel’s separation wall.

Palestinian officials have repeatedly placed the blame for the violence on Israeli leaders, who have occupied East Jerusalem since 1967.

“Mr. Netanyahu and his extremist government coalition continue to refuse the minimum requirements for peace, including acceptance of the two-state solution. Instead of pursuing peace, his government systematically violates international law in order to consolidate its Apartheid regime in Palestine,” top PLO official Saeb Erekat said in a statement in late October, in response to Israeli accusations that Palestinian officials were to blame for “inciting” violence.

“We regret all loss of life. At the same time we reiterate that the Israeli occupation of Palestine remains the main source of violence and instability in the region. Palestinian citizens continue to be oppressed, imprisoned, injured and killed by the occupation forces, with impunity and the full backing of the Israeli government,” he added.

Since occupying Jerusalem in 1967, Israeli authorities have pursued a deliberate policy of Judaization, which limits the distribution of building permits to Palestinian residents while constructing large numbers of housing units for Jewish Israelis.

The policy has also entailed the erection of checkpoints and other barriers to movement intended to separate Jerusalem from the West Bank and integrate it into Israel proper.

thanks to: Maan News Agency

Bambino di 13 anni ucciso dalle forze di occupazione israeliane. Come mai gli #ebrei odiano così tanto i bambini?

Proseguono le violazioni israeliane: ieri un 13enne è stato ucciso dal fuoco israeliano. La leadership palestinese annuncia: in Consiglio di Sicurezza entro ottobre per chiedere la fine dell’occupazione israeliana. L’ipocrisia Usa: Kerry chiede ad Abbas di posporre la risoluzione in attesa di nuovi negoziati.

di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 17 ottobre 2014, Nena News – Alle violazioni israeliane la leadership palestinese risponde con la via diplomatica. Passando per le Nazioni Unite. Una via tentata già nel 2012 quando il presidente Abbas ottenne lo status di Stato non membro dell’Onu, ma poi interrotta dai timori palestinesi di rompere il fragile negoziato con Israele: nonostante i reiterati annunci l’Anp non ha ancora aderito alla Corte Penale Internazionale – di fronte alla quale trascinare Israele per crimini di guerra.

Eppure i crimini non mancano. Ieri un adolescente palestinese ha perso la vita a Beit Laqiya, a nord ovest di Ramallah, ucciso dalle forze militari israeliane. Si chiamava Bahaa Samir Badir e aveva 13 anni. È stato centrato al petto da distanza ravvicinata da una pallottola israeliana durante un raid dell’esercito nel suo villaggio. È morto in ospedale, a Ramallah, per emorragia.

Subito dopo la notizia, nel villaggio sono scoppiati scontri. Una portavoce dell’esercito israeliano ha detto che le forze militari “si sono trovate di fronte una sommossa illegale a Beit Laqiya mentre uscivano dal villaggio, i manifestanti hanno lanciato molotov ai soldati”. Una spiegazione che non giustifica in alcun modo l’uso del fuoco, a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo, contro un 13enne.

Sale ancora il numero di morti in Cisgiordania dall’inizio dell’anno: 42, un bilancio durissimo, che si aggiunge ai 2.150 morti dell’offensiva israeliana contro Gaza di quest’estate. E nella Striscia? Anche lì le violazioni dell’accordo di cessate il fuoco non mancano: ieri sera la marina israeliana ha aperto il fuoco contro una barca di pescatori gazawi, nei pressi di Deir al-Balah. Il proprietario, Jamal Abu Watfa, è caduto in mare ed è stato salvato dall’annegamento.

Dal 26 agosto, giorno della tregua tra resistenza palestinese e Stato di Israele, la marina israeliana ha colpito più volte le barche dei pescatori affermando che avevano superato il limite di pesca previsto, che secondo l’accordo è di sei miglia nautiche dalla costa. In realtà, gli Accordi di Oslo del 1993 prevedono un limite di 20 miglia nautiche, ma Tel Aviv negli anni lo ha ridefinito unilateralmente, facendo collassare il settore della pesca, uno dei principali introiti – prima dell’assedio – per la popolazione della Striscia. Oggi il 90% dei 4mila pescatori che sono rimasti a svolgere la loro attività è povero, secondo i dati della Croce Rossa, con un aumento del tasso di povertà del 40% dal 2008.

Alle violazioni israeliane la leadership palestinese tenta di rispondere passando per il Palazzo di Vetro: l’Olp ha fatto sapere che presenterà al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione per chiedere la fine dell’occupazione israeliana entro la fine di questo mese. Le pressioni non mancano: gli Stati Uniti minacciano ufficiosamente di tagliare i fondi all’Anp (700 milioni di dollari l’anno). Ma l’Olp pare voler resistere, almeno stavolta: ieri il segretario generale Yasser Abdel Rabbo ha detto che la decisione è stata presa mercoledì e non sarà messa in discussione. “Il consiglio politico dell’Olp ha deciso nel corso del meeting della notte scorsa di andare in Consiglio di Sicurezza per consegnare una risoluzione per porre fine all’occupazione israeliana dei Territori occupati entro la fine di ottobre. Il voto si terrà due settimane almeno dalla presentazione della richiesta”.

Nella risoluzione si chiede “il ritiro totale di Israele, il potere occupante, da tutti i territori palestinesi occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme Est, il più rapidamente possibile e da concludersi non oltre il novembre 2016”. Di certo in Consiglio di Sicurezza non mancherà l’opposizione statunitense che insiste sui negoziati come unica via alla soluzione del conflitto. Una visione cieca e ipocrita: il processo di pace ha permesso a Israele, negli ultimi vent’anni, di ottenere piena impunità per l’espansione coloniale e l’occupazione delle terre palestinesi.

Eppure ieri il segretario di Stato Usa Kerry (che ha chiesto ufficiosamente ad Abbas di non presentarsi all’Onu ma di dare prima una chance al processo di pace) è tornato a parlare di negoziati, interrottisi la scorsa primavera senza alcun risultato, né concreto né teorico: “Dobbiamo trovare una via per creare due stati che possano vivere fianco a fianco, due popoli con aspirazioni da rispettare. Credo ancora che sia possibile”. Di critiche a Israele non se ne parla: né per i continui annunci di nuove colonie, né per gli omicidi di giovani palestinesi, né tantomeno per il massacro compiuto a Gaza.

Si muove qualcosa in Europa, dove su pressione delle società civili alcuni Stati sfidano Tel Aviv. Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Svezia e il voto favorevole del parlamento britannico alla mozione laburista che chiede al governo Cameron di fare lo stesso, oggi è il parlamento spagnolo ad annunciare un voto sulla stessa materia: il riconoscimento dello Stato palestinese.

thanks to: Nena News

Come mai gli ebrei odiano così tanto i bambini?

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo

La guerra d’Israele contro i bambini palestinesi: 21 sequestrati in due settimane

 

Cisgiordania – Pic e Quds Press. In un rapporto divulgato mercoledì dal ministro dell’Informazione palestinese viene reso noto che 21 minorenni sono stati sequestrati dalle forze di occupazione israeliane nella prima metà del mese di ottobre.

La Società per i Prigionieri palestinesi, da parte sua, ha denunciato l’attuale stato di detenzione di603827_149953528515735_1709227122_n 250 minorenni palestinesi. A91E0858B2Thousands of Palestinians, including children, suffer in Israeli jailschild-prisoner
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Three Israeli soldiers commit suicide

Three Israeli soldiers who had taken part in Tel Aviv’s recent war on the Gaza Strip have taken their own lives due to psychological problems, a report says.

Israeli daily Maariv reported Monday that the soldiers, who were members of the elite Golani Brigade, “had suffered psychological problems” in connection to their participation in the 50-day war.

It added that two soldiers had committed suicide near the border with the Gaza Strip, while a third killed himself in central Israel.

The newspaper added that the Israeli military police are investigating reasons behind the suicides.

The Israeli army has not made any comment about the incident.

In 2013, eight Israeli soldiers had killed themselves, according to a source in the army’s psychological health department.

Israel unleashed attacks on Gaza in early July and later expanded its military campaign with a ground invasion into the Palestinian territory. Over 2,130 Palestinians lost their lives and some 11,000 were injured. Gaza Health officials say the victims included 578 children and nearly 260 women.

According to Israeli sources, more than 70 Israelis were also killed. Palestinian officials put this number at more than 150.

DB/HMV/HRB

Tue Sep 30, 2014

 

thanks to: Presstv

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese

Riceviamo e pubblichiamo

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese

Si prega di inviare:

  • Al Presidente del Consiglio dei Ministri;
  • Al Capo dello Stato,
  • Ai Presidenti delle Camere;
  • Ai Capigruppo parlamentari;
  • Alle Organizzazioni della società civile, ivi comprese quelle pei Diritti umani.

Diffondere con tutti i mezzi

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese!

Il governo di occupazione israeliana scaglia le sue forze militari in una nuova offensiva contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza, intensificando contemporaneamente pratiche quali omicidi, torture e abusi in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Il governo israeliano si è affrettato a mettere in pratica la propria decisione, presa la sera del 7 luglio, con una nuova aggressione alla Striscia di Gaza, bombardando città e quartieri residenziali, distruggendo costruzioni e infrastrutture civili, terrorizzando i quasi due milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, la maggioranza dei quali è costituita da bambini e ragazzini di età inferiore ai 18 anni.

Tutto questo aggrava la situazione della Striscia di Gaza, priva di rifugi sicuri, di riserve alimentari e di medicinali, sottoposta ad un assedio soffocante e a un isolamento forzato dal mondo, all’interruzione dei rifornimenti dei beni di prima necessità, compreso il carburante indispensabile per il funzionamento dell’unica centrale elettrica. Tutti aspetti che rendono catastrofiche le conseguenze di un attacco militare alla Striscia di Gaza.

Tutto questo accade mentre si moltiplicano gli omicidi, gli arresti, le torture, le pratiche atroci, commessi dalle forze di occupazione e dalle bande di coloni fanatici, che arrivano al punto di tentare il rapimento di numerosi bambini e ragazzini allo scopo di torturarli e ucciderli, mentre le auto guidate dai coloni continuano a investire deliberatamente i palestinesi.

E’ stato il crimine orrendo del rapimento di un ragazzo di Gerusalemme, Muhammad Abu Khudair, bruciato vivo il 2 luglio scorso da una banda di estremisti, a far perdere qualsiasi senso del limite.

E così, i crimini dell’occupazione, le violazioni, le politiche di repressione e di oppressione, l’apartheid, sono arrivati a un livello tale da innescare una reazione palestinese collettiva, che si è estesa alle regioni della Galilea e del Negev.

Il silenzio della comunità internazionale e l’inazione di fronte alle aggressioni, agli omicidi, alle violenze, alle gravi violazioni commessi dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese, incita il governo israeliano stesso a persistere nell’offensiva militare, con l’obiettivo di rafforzare l’occupazione e di garantirsi la dominazione sul popolo palestinese, nel tentativo di annientare qualsiasi opportunità futura per questo popolo di ottenere la libertà, l’indipendenza, la sovranità sul proprio territorio e sulle proprie risorse.

La responsabilità morale e gli obblighi umanitari impongono ai Governi, ai Parlamenti, agli organismi ufficiali e alle organizzazioni della società civile, di far sentire alta la propria voce contro l’aggressione militare israeliana guidata da un governo estremista contro il popolo palestinese.

Ci aspettiamo da voi una dura presa di posizione che contribuisca a fermare l’attacco militare e le gravi violazioni  contro il popolo palestinese.

Ci aspettiamo da voi che blocchiate tutti i privilegi, le strutture e gli accordi di cooperazione di cui gode l’occupazione israeliana, così come ci aspettiamo l’imposizione di serie misure punitive.

Infine, occorre che si ammetta l’impossibilità di risolvere la questione palestinese se non ponendo una fine incondizionata all’occupazione, consentendo al popolo palestinese di accedere alla libertà, all’indipendenza e ai diritti umani inalienabili, secondo i principi della giustizia e del diritto.

Traduzione di Federica Pistono

 

thanks to: Infopal

Madre e figlio muoiono in seguito ad un bombardamento israeliano su Beit Hanoun

GazaWafa. Oggi, mercoledì 9 luglio, fonti mediche hanno annunciato la morte di una cittadina palestinese e del proprio figlio in seguito ad un bombardamento israeliano su Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza.

Testimoni oculari hanno affermato che un aereo israeliano ha colpito un’abitazione a Beit Hanoun provocando la morte di Sahar Hamdan al-Misri, di 40 anni, e di suo figlio Ibrahim, di 14.

Traduzione di Michele Di Carlo

 

thanks to: Infopal

Striscia di Gaza: il bilancio della guerra israeliana in corso è di 35 morti e oltre 300 feriti

20140708_latestGazaAirStrikeGaza-Quds Press e Imemc. Nella notte di mercoledì 9 luglio, l’aviazione da guerra israeliana ha colpito la Striscia di Gaza con 160 incursioni aeree contro 430 obiettivi – tra cui abitazioni con civili all’interno.

Oggi, mercoledì, sono stati uccisi 12 palestinesi.

Il bilancio dei bombardamenti di questi giorni è di 35 morti e oltre 300 feriti.

Fonti mediche palestinesi hanno ferito che martedì sono state uccise 24 persone, mentre oggi, mercoledì, i morti sono 7.

La maggior parte delle vittime sono civili – famiglie – e molti bambini.

Un bombardamento contro Beit Hanoun, nella Striscia di Gaza settentrionale, ha ucciso un comandante delle Brigate al-Quds, ala militare del Jihad islamico, i suoi genitori, una donna e due bambini.

 

thanks to: Infopal

Gaza piange le sue vittime. I nomi

I nomi delle vittime dell’operazione militare israeliana contro la Striscia di Gaza, “Bordo protettivo”, cominciata martedì 8 luglio 2014

gaza
 

  1. Rashad Yassin, 27 anni, campo profughi Nuseirat;

  2. Abduallah Kaware, Khan Younis;

  3. Mohammad Ashour, 13, Khan Younis;

  4. Riyadh Kaware, Khan Younis;

  5. Mahmoud Judeh, Khan Younis;

  6. Bakir Mahmoud Judeh, 22, Khan Younis;

  7. Ammar Mohammad Judeh, 22, Khan Younis;

  8. Hussein Mohammad Kaware, Khan Younis;

  9. Fakhri Saleh Ajjouri, Abraj al-Sheikh Zayed;

  10. Ahmad Moussa Habib, 48, al-Shujaiyeh – Gaza City;

  11. Ahmad Ahed Habib, 19, al-Shujaiyeh – Gaza City;

  12. Mohammed Shaaban, Gaza City:

  13. Amjad Shaaban, Gaza City;

  14. Khader Shaaban, Gaza City;

  15. Siraj Iyad Abdulal, 8, GazaCity;

  16. senza nome

  17. Hafik Hamad, 30 anni, Beit Hanuna;

  18. Ibrahim Mamedhmed Hamad, 26, Beit Hanuna;

  19. Mahdi Mohammed Ahmad Hamad, 46, Beit Hanuna;

  20. Fawzia Khalil Hamad, 62, Beit Hanuna;

  21. Mehdi Hamad, 16, Beit Hanuna;

  22. Suha Hamad, 25, Beit Hanuna;

  23. Abdul-Hadi al-Sufi, 24, Rafah;

  24. Suleiman Salman Abu al-Sawaween, 30, al-Qarara;

  25. Abd al-Nasser Abu Kweik, 60, campo di Nuseirat;

  26. Khaled Abu Kweik, 31, campo di Nuseirat;

  27. Nayfa Farajallah, 80, al-Mughraqa;

  28. Rafiq al-Kafarna, Beit Lahiya;

  29. Muhamad Malakah, un anno e mezzo, Zeitun;

  30. Amnah Malakah, 27, Zeitun;

  31. Sahr Hamdan Al-Misri, 40, Beit Hanun;

  32. Ibrahim al-Misri, 14 anni, Beit Hanun;

  33. Mohammed Khaled al-Nimra, 22, Zeitun:

  34. Hatem Abu Salem, Zeitun;

  35. senza nome
     

thanks to: Nena News

La Palestina è sotto attacco

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La Palestina non solo è sotto attacco militare, il che preoccupa moltissimo per le vite dei palestinesi e la ulteriore perdite delle loro strutture.

La Palestina è sotto attacco da parte di Israele nella sua resistenza come realtà autonoma.

La Palestina è sotto attacco allo scopo di dimostrare la sua “impossibilità di esistenza”.

Nel momento della riconciliazione tra le fazioni che governano nella Cisgiordania e a Gaza, un tentativo di unificare il territorio politico della Palestina, di trovare un’ autorappresentazione politica presso l’ONU, di liberare Gaza dall’assedio (reso ancor più insostenibile dal blocco alla circolazione di persone e beni da parte dell’Egitto di Sissi), di reclamare la illegalità della detenzione ed abduzione amministrativa di prigionieri e di difendere il territorio in Gerusalemme e nella Cisgiordania, di sviluppare una autonomia economica, Israele dispiega attacchi militari con forze di terra e uso spropositato della forza verso i civili nella Cisgiordania, con più di 400 detenzioni amministrative, infinite malversazioni a Gerusalemme e bombardamenti e sconfinamenti a Gaza.

Questa operazione dello stato Israeliano, battezzata “guardiani dei nostri fratelli ” è “giustificata” dalla scomparsa di 3 giovani riservisti Israeliani in territorio sotto completo controllo Israeliano in Cisgiordania.

Non c’è prova di chi abbia collaborato alla sparizione, non rivendicata da alcuna fazione Palestinese.

In qualsiasi paese civile una sparizione è un caso di polizia investigativa e non la ragione per imprigionamenti di massa su base politica, di invasione e permanenza in migliaia di abitazioni di civili, dell’abbattimento di case, degli omicidi di persone disarmate, di bombardamenti su zone del territorio Palestinese sotto blocco e fuori e da quella in cui la scomparsa è avvenuta.

Questa operazione non è altro che una operazione, probabilmente preordinata, di punizione collettiva per i Palestinesi nel momento in cui hanno raggiunto un accordo politico e si presentano come stato nella comunità internazionale.

Serve per annientare fisicamente una fazione-partito (Hamas) e richiedere la resa dell’altra fazione-partito (Fatha), protagoniste precedentemente del dissenso interno che aveva creato due governi separati in Gaza ed in Cisgiordania.

Serve ad imporre con la forza la opposizione del governo Israeliano alla riconciliazione nazionale Palestinese.

E’ un’ operazione la cui entità e sviluppo si può pensare che continuino ad accrescersi nel livello e con la violenza.

In Cisgiordania le uccisioni, la invasione da parte delle forze di terra con carri armati, i sorvoli arei, le violente invasioni delle case, gli arresti indiscriminati di civili, il ri-arresto di prigionieri liberati, la nutrizione forzata di quelli in sciopero della fame, la mano libera lasciata alla violenza dei coloni, si accompagnano ai bombardamenti quotidiani su Gaza, all’attacco ai suoi pescatori, al sorvolo con F16, che ben ricordano l’inizio degli attacchi del 2008 e del 2012.

Vogliamo essere vicini ai Palestinesi che ne sono vittime, e che si sono impegnati come attori nel difficile processo di costruire una unità nazionale, e diciamo al nostro Governo ed a quello Europeo che ci opponiamo alla loro connivenza con le azioni illegali di Israele e vogliamo rompere il silenzio che regna sulle aggressioni in corso.

Il silenzio e/o la connivenza della comunità internazionale è la luce verde che Israele aspetta per imporre sul terreno col la paura e l’esercito la sua richiesta all’Autorità Nazionale di Ramallah di rompere l’accordo di riunificazione.

E’ un lasciapassare per continuare la illegale detenzione amministrativa e le vessazioni sui prigionieri, per continuare il blocco di Gaza e la politica di insediamenti e vessazioni in Cisgiordania e Gerusalemme.

Temiamo che sia anche la luce verde per realizzare vecchie e nuove minacce su Gaza: ” vi ridurremo al medio evo”, “la prossima volta vi attaccheremo in modo che non avrete il tempo di rispondere” (dopo il novembre 2012) e per tutta la Palestina: “elimineremo tutto il verde (Hamas ha bandiere verdi) dalla regione”.

I palestinesi stanno resistendo uniti – ma l’immagine della gente in solidarietà proveniente da tutto il mondo, in piedi accanto a loro, sarà incoraggiante e darà forza al popolo palestinese, nella sua lotta contro un occupante crudele.

Per sostenere il popolo palestinese sotto attacco, chiediamo un forte e deciso pronunciamento dei Governi e della Istituzioni Europee deve finire ed un messaggio delle Fedi che deve giungere limpido e chiaro.

Chiediamo che i rappresentanti delle Istituzioni Italiane e di quelle Europee si facciano responsabili in tutte le sedi della sicurezza e dello sviluppo della nazione e dello Stato Palestinese riunificato, secondo le leggi internazionali.

Che nelle sedi internazionali queste si schierino per l’ autonomia dello Stato Palestinese e contro la occupazione della Cisgiordania e la continua espansione degli insediamenti israeliani, per la liberazione dal blocco di terra e mare di Gaza, per la fine della detenzione amministrativa dei Palestinesi e loro abduzione in Israele, per uno statuto chiaro e condiviso per Gerusalemme.

Chiediamo che i governi europei mettano in campo finalmente sanzioni economiche verso Israele esigendo il rispetto della legislazione internazionale, delle risoluzioni ONU e della convenzione di Ginevra.

Invitiamo i rappresentanti delle fedi che si pronuncino contro i crimini verso la umanità e le persone che Israele compie con impunità verso il popolo palestinese, diffondendo la loro solidarietà verso le sofferenze di un popolo intero.

Prime adesioni

Appello per i Bambini di Gaza, Genova

Associazione Amicizia Sardegna Palestina

Associazione Senza Paura di Genova

Associazione NWRG

Associazione Surgery for Children

Casa per la Pace Milano

Comitato NO M 346 a Israele

CVP-Comitato varesino per la Palestina

Forum Palestina

Invicta Palestina

Pacifisti e pacifiste dell’ora in silenzio per la pace di Genova

Parallelo Palestina

Pax Christi, Campagna Ponti e non Muri

Salaam ragazzi dell’olivo-comitato di Milano – onlus

UCOII, Direzione Nazionale dell’European Muslim Network- Italia

Alice Colombi

Andrea Balduzzi- Genova

Andrea Sbarbaro- Genova

Angelo Baracca- Firenze

Angelo Cifatte – Genova

Angelo Stefanini- Bologna

Claudia Petrucci – Genova

Dario Rossi – Genova

Filippo Bianchetti -Varese

Franco Camandona – Genova

Gabriella Grasso-Milano

Hamza Roberto Piccardo

Ireo Bono-Imperia

Luisella Valeri – Genova

Mariagiulia Agnoletto- Milano

Marina Rui – Genova

Miranda Vallero- Rapallo

Mirko Rozzi

Raffaella Del Deo

Tiziano Cardosi- Firenze

Ugo Gianangeli -Milano

Per adesioni

http://firmiamo.it/la-palestina-e-sotto-attacco

Gideon Levy: What kind of country throws a teen out of an IDF jeep?

If a man falls from a plane in the middle of the night
God alone can raise him …
God bends over him, lifts up his head
And gazes at him.
In God’s eyes the man is a small child.
– “The End of the Fall,” by Dahlia Ravikovitch (translation by Chana Bloch)
And if a boy falls out of a jeep in the middle of the night?
Mohammed Tamimi, 14 years old, was thrown out of an Israel Defense Forces jeep late one night about three weeks ago, some 15 kilometers from his home. He did not have a cell-phone or money or identifying papers. A few hours earlier he had been detained by soldiers on suspicion of throwing stones on the road near his village, Deir Nidham, by the settlement of Halamish, north of Ramallah.
The soldiers took him to the police station in Sha’ar Binyamin, an industrial park outside Jerusalem. After being interrogated and released, the teenager was taken in an IDF jeep and thrown out of it in the middle of nowhere, in the dark of night, to meet his fate.
Iron stairs lead to Tamimi’s house, which we visited this past Monday, a rundown structure whose construction was never completed; the walls are plastered but unpainted, and neglect is rampant. His father, Fadel, is the village imam.
On April 9, after school, Mohammed went out to the family’s small olive grove together with their flock of sheep. At around 2 P.M., three IDF jeeps showed up. The soldiers had come to take him into custody. What for? the boy asked. “For throwing stones,” the soldiers said.
Tamimi denied doing the accusation. The soldiers told him to show them his hands. They judged them to be “dirty.” But, Fadel wonders now, “he sat on the ground, so would his hands be clean? White? Would he have washed them with soap?”
The youth was taken to a nearby army base and then to the Sha’ar Binyamin police station, where he was questioned. His interrogators suspected he was the son of a different Fadel Tamimi, a relative from the nearby village of Nabi Saleh, which is known for its prolonged and determined struggle against the occupation.
They phoned Fadel from Nabi Saleh, who told them that Mohammed was not his son. In the meantime, the teenager’s worried father, together with Fadel’s brother Ahmed, went to the army base where he had first been taken, to find out what had happened. The soldiers at the entrance chased them off with threats and vulgar language, rifles at the ready.
“What do we care about your son? Get out of here!” they shouted at him, according to Fadel. He says he had never before been subjected to the kind of abuse he suffered at the entrance to the base. He returned home feeling humiliated, and with his concern mounting.
At about 9 P.M., a police officer who identified himself as Roni called Fadel and told him his son was in police custody and that he should come and get him. Fadel, who has no car, explained that he had no way to get there at such a late hour. The policeman promised that his son would be brought to the Nabi Saleh junction, not far from Deir Nidham.
Fadel then walked to the junction with Ahmed. They waited for about two hours, but in vain.
At around 11 P.M., a resident of a distant village, Abu Ayn, phoned Fadel and asked whether he was Mohammed’s father. “I was driving on the road and found your son,” the man said. How did you find him? “He was walking on the road, alone in the dark.”
It turned out that the soldiers had released Mohammed at Bir Zeit junction, some 15 kilometers from home.
“They threw him out like a bag of garbage,” Fadel says now. “A child without a phone, without money, without papers, who doesn’t know where he is. If you’re thrown out of a jeep in the middle of the night, you don’t know where you are. If that man hadn’t found him, he would have gone on walking on the road the whole night. But to where? What kind of soldiers are these? What kind of police?”
The passerby from Abu Ayn who picked the frightened teenager up later drove him home.
“He was scared,” Fadel explains. “Naturally, he was scared. I asked him whether he had been given anything to eat, and he said he was given a small cookie. Something to drink? No.”
Mohammed later revealed that his interrogators suggested that he swear on the Koran that he hadn’t thrown stones, and Tamimi agreed. They warned him about the consequences of swearing falsely on the Koran. “Do you know what happens to someone who lies in an oath?” But the youth was determined to swear on the holy book. The interrogators then dropped the idea and decided to release him.
A spokesman for the Shai (Samaria and Judea) police district said, in response to a query from Haaretz, that the police were not aware of such an incident having taken place.
No comment had been received from the IDF Spokesman by press time.
During our visit to Deir Nidham, we meet Mohammed in the village’s new school – a slim lad with a knapsack on his back. He is reluctant to talk about his experiences on that day and night.
Fadel: “Everywhere in the world, governments look after children until the age of 18. You arrest a kid and throw him onto the road in the middle of the night? If you’re a good person and you’ve arrested him, at least bring him back. At least take him to the nearest junction. If [the police officer] had at least told me that he couldn’t bring him back. They take our boy – and for what? For throwing a stone? The children think it’s a soccer game. And then the army enters every night and arrests children.
“The soldiers cause chaos in the village, entering every day and every night,” the father continues. “There are a lot of villages here, and I don’t know who throws stones. Kids. There’s a son-of-a-bitch soldier who gives them a bullet and there’s a good soldier who gives them a candy. But they’re children. What kind of country are you?”
Stirring a furor
The detention of Palestinian children has been stirring up a furor even in the countries friendliest to Israel, such as Australia and Holland. A report, issued in February 2013 by the United Nations children’s agency UNICEF, found that in the preceding decade Israel had taken no fewer than 7,000 Palestinian children into custody, about 700 every year. The report described the treatment of Palestinian children in the Israeli military detention system as “cruel, inhuman and degrading.”
About two weeks ago, a report written by a committee of Dutch experts who visited Israel recently and examined the subject was submitted to the country’s parliament in The Hague. The group was headed by Prof. Jaap Doek, a jurist who served as chairman of the United Nations Committee on the Rights of the Child; the members included legal figures, education experts and psychiatrists.
The government of Israel did not cooperate with the group: Foreign Ministry staff refused to meet with them, on the (rather strange) grounds that they should instead be in contact with UNICEF. Their report found that “the treatment of Palestinian children accused of committing crimes by the Israeli military authorities represents a serious, systemic and systematic violation and disregard of the rights of these children.”
Moreover, the delegation’s report calls on the government of the Netherlands to urge the Israeli authorities to adopt its recommendations and take the steps necessary to ensure the rights of Palestinian youngsters.
An even greater furor erupted a few weeks ago in Australia, a country that can be considered to be particularly friendly toward Israel, after broadcast of the excellent documentary “Stone Cold Justice,” about the detention of Palestinian children in the West Bank. The film was made by John Lyons, the Middle East correspondent of the newspaper The Australian, and was aired on February 10 as part of “Four Corners,” the investigative program of the ABC network in Australia.
A cautionary note appears at the outset of the show: “This program contains scenes that may concern some viewers.” I have watched the 45-minute film twice; it does indeed contain harsh and very disturbing scenes.
“A new generation of hatred in the making,” the program’s moderator says as he introduces “Stone Cold Justice.” He continues: “Imagine in a major Australian city or in any other civilized society, regular late-night raids on family homes by heavily armed soldiers to take away children in blindfolds and handcuffs for interrogation. Imagine a military prison where the inmates include children as young as 12, in shackles. Such is the distortion of life … after more than 40 years of military occupation.”
The film shows nighttime arrests; Israeli soldiers and police throwing tear-gas grenades at children who have done nothing, on the way home from school; youngsters of 5 and 6 years old being taken into custody; deliberations of less than a minute in military courts about remanding children in custody; and girls from settlements kicking Palestinian children without any provocation, as soldiers look on from the side.
There were millions of television viewers as well as over 70,000 YouTube views of a program broadcast in a country that is one Israel’s avowed friends. At the end of the show, the moderator announced: “Next week on ‘Four Corners’: Inside the secret state of North Korea.”

Mohammed Tamimi.

What kind of country throws a teen out of an IDF jeep?
Without money, a phone or identity papers, Fadel Tamimi’s…

Gideon Levy: Che tipo di paese è quello che di notte getta un adolescente fuori da una jeep dell’IDF?

Mohammed Tamimi.

 
Sintesi personale
Mohammed Tamimi, 14 anni, è stato buttato fuori di una jeep  dall’ Israel Defense Forces a tarda notte circa tre settimane fa, a circa 15 chilometri da casa sua. Non aveva un telefono cellulare o soldi o carte di identificazione. Poche ore prima era stato arrestato dai soldati con l’accusa di lancio di pietre sulla strada vicino al suo villaggio, Deir Nidham, a nord di Ramallah.
I soldati lo hanno portato alla stazione di polizia di Sha’ar Benjamin    fuori Gerusalemme. Dopo essere stato interrogato e rilasciato, l’adolescente è stato portato su una jeep dell’IDF e buttato fuori  nel bel mezzo del nulla, nel buio della notte, per incontrare il suo destino.
Scale di ferro portano a casa di Tamim  che abbiamo visitato lo scorso Lunedi, una struttura fatiscente la cui costruzione non fu mai completata; le pareti sono intonacate ma non verniciate,  l’abbandono è dilagante. Suo padre, Fadel, è l’imam del villaggio.
Il 9 aprile, dopo la scuola, Maometto è andato al piccolo uliveto di famiglia insieme al gregge di pecore. Verso le 14:00 tre jeep dell’esercito israeliano si sono presentati . I soldati erano venuti a prenderlo in custodia. Per che cosa?ha chiesto il ragazzo. “Per aver lanciato pietre”, i soldati hanno detto.
Tamimi ha negato l’accusa . I soldati gli hanno detto di mostrare le mani  che risultavano “sporche .” Ma ero seduto per terra, come potevano le mie mani essere pulite?
Il giovane è stato portato in una base militare nelle vicinanze e poi alla stazione di polizia Sha’ar Binyamin, dove è stato interrogato. I suoi interrogatori  sospettavano che fosse figlio di Fadel Tamimi, noto per la sua lotta lunga e determinata contro l’occupazione.
Hanno telefonato a Fadel da Nabi Saleh  che ha detto loro che Maometto non era suo figlio. Nel frattempo, il padre del ragazzo  preoccupato  si è recato alla base militare  per scoprire cosa fosse successo. I soldati all’ingresso lo hanno cacciato via con minacce e con  linguaggio volgare, fucili alla mano.
«Fuori di qui! “Gridavano contro di lui . Umiliato è tornato a casa  con   crescente preoccupazione.
Verso le 21:00, un poliziotto che si è identificato come Roni, ha  chiamato Fadel e gli ha detto che suo figlio era in custodia della polizia e che doveva venire a prenderlo. Fadel, che non ha un’auto, ha spiegato che non aveva modo di arrivare a un’ora così tarda. Il poliziotto ha promesso che suo figlio sarebbe stato portato al bivio Nabi Saleh, non lontano da Deir Nidham.
Fadel poi si è diretto verso l’incrocio con Ahmed.  Ha aspettato per circa due ore, ma invano.
Verso le 11:00, un abitante di un villaggio lontano, Abu Ayn, ha telefonato a Fadel e gli ha chiesto se era il padre di Mohammed. “Stavo guidando sulla strada e  ho  trovato  vostro figlio  . Stava camminando per la  strada, solo al buio.”
Si è scoperto che i soldati avevano rilasciato Mohammed al  Bir Zeit bivio, a circa 15 chilometri da casa.
Loro lo hanno buttato fuori come un sacco di spazzatura”Fadel dice . “Un bambino senza un telefono, senza soldi, senza documenti, che non sa dove si trova. Se sei buttato fuori di una jeep nel bel mezzo della notte, non sai dove ti trovi. Se l’uomo non  l’avesse trovato, lui avrebbe continuato a camminare sulla strada tutta la notte. Ma dove? Che tipo di soldati sono? Che tipo di polizia? “
“Era spaventato. Naturalmente, era spaventato. Gli ho chiesto se gli era stato dato da mangiare, ha risposto che gli era stato dato un piccolo cookie. Qualcosa da bere? No. “
Mohammed ha poi rivelato  di aver giurato sul Corano che non aveva gettato pietre. Lo hanno messo in guardia sulle conseguenze di giurare falsamente sul Corano poi lo hanno lasciato libero
Un portavoce del distretto di polizia Shai (Samaria e Giudea) ha  risposto ad  Haaretz  che la polizia non era a conoscenza di un tale incidente.
Nessun commento è stato fatto dal portavoce dell’IDF .
Durante la nostra visita a Deir Nidham    incontriamo Mohammed , un ragazzo sottile con uno zaino sulle spalle. Egli è restio a parlare della vicenda vissuta
Fadel: “Ovunque nel mondo i governi  si prendono cura dei bambini fino all’età di 18 anni e qui si arresta un ragazzino e lo si  butta sulla strada nel bel mezzo della notte.? Se sei una brava persona almeno riportarlo indietro. Almeno portarlo al più vicino svincolo.Arrestano il nostro ragazzo – e per cosa? Per aver gettato un sasso? I bambini pensano che sia una partita di calcio. E poi l’esercito entra ogni sera e arresta bambini.
I soldati provocano il caos nel paese, entrando ogni giorno e ogni notte,” il padre continua. “Ci sono un sacco di paesini qui  e io non so chi  lancia pietre. Bambini. C’è un soldato figlio-di-un-cagna che dà loro un proiettile e c’è un buon soldato che dà loro una caramella. Ma sono i bambini. Che tipo di paese è ? “ La detenzione dei bambini palestinesi  ha creato scalpore anche nei paesi più favorevoli ad Israele, come l’Australia e l’Olanda. Un rapporto, pubblicato nel febbraio 2013 dall’UNICEF, ha rilevato che nel decennio precedente Israele aveva tenuto non meno di 7.000 bambini palestinesi in custodia, circa 700 ogni anno. La relazione ha descritto il trattamento dei bambini palestinesi nel sistema di detenzione militare israeliana come “crudele, inumano e degradante”.
Circa due settimane fa, una relazione scritta da un comitato di esperti olandesi ,che ha visitato Israele di recente e ha approfondito l’argomento, è stata presentata al parlamento olandese  Il gruppo era guidato dal Prof. Jaap Doek, un giurista che ha lavorato come presidente del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo  e comprendeva   figure giuridiche, esperti di educazione e psichiatri.
Il governo di Israele non ha collaborato con il gruppo: il personale del Ministero degli Esteri ha rifiutato di incontrarsi con loro. . La loro relazione ha rilevato che “il trattamento dei bambini palestinesi accusati di aver commesso crimini da parte delle autorità militari israeliane, costituisce una violazione grave, sistemica dei diritti di questi bambini.”
Inoltre, la relazione della delegazione chiede al governo dei Paesi Bassi di  sollecitare le autorità israeliane ad   adottare   misure necessarie per garantire i diritti dei giovani palestinesi.
Ancora più scalpore è scoppiata alcune settimane fa in Australia, un paese  considerato particolarmente amichevole nei confronti di Israele, dopo la trasmissione dell’ eccellente documentario “Stone Cold Justice” sulla detenzione di bambini palestinesi in Cisgiordania.
Una nota di cautela appare fin dall’inizio dello spettacolo: “Questo programma contiene scene che possono imbarazzare alcuni spettatori.” Ho visto il film di 45 minuti due volte; esso infatti contiene scene dure e molto inquietanti.
Una nuova generazione di odio  sta crescendo .Immaginate in una grande città australiana o in qualsiasi altra società civile, regolari incursioni notturne nelle case con soldati armati fino ai denti per portare via i bambini bendandoli e con le manette   per interrogarli . Immaginate una prigione militare dove i detenuti sono bambini di 12 anni , in catene. Tale è la distorsione della vita … dopo più di 40 anni di occupazione militare. “
Il film mostra arresti notturni; Soldati e poliziotti israeliani lanciano granate lacrimogene contro i bambini che non hanno fatto nulla  mentre tornano a casa da scuola;piccini di 5 e 6 anni di età presi in custodia; deliberazioni di meno di un minuto in tribunali militari sui bambini in custodia cautelare; calci ai  bambini palestinesi senza alcuna provocazione   da parte di ragazze delle colonie, mentre  soldati guardano
Ci sono stati milioni di telespettatori e oltre 70.000 visualizzazioni su YouTube  Alla fine della trasmissione , il moderatore ha annunciato: “La prossima settimana su” Four Corners “:. All’interno del segreto di Stato della Corea del Nord”

thanks to: Gideon Levy
Frammenti Vocali in MO: Israele e Palestina

Ucraina: un’unità delle Forze Speciali israeliane coinvolta nelle sommosse di Maidan al comando dei neonazisti

Con un articolo dal titolo “A Kiev, un veterano dell’esercito israeliano ha comandato una unità di combattimento da strada”, la Jewish News Agency (JTA) conferma che soldati dell’IDF sono stati coinvolti nel movimento di protesta EuroMaidan sotto il comando diretto del partito neonazista Svoboda. Il partito Svoboda segue le orme del collaborazionista nazista della Seconda Guerra Mondiale Stepan Bandera.

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Ucraina: le relazioni pericolose tra fascisti e Israele

Nelle ultime ore su vari siti di informazione internazionali si sono moltiplicati articoli che denunciano la presenza di agenti – o di ex agenti – israeliani in Piazza Majdan, al fianco delle milizie fasciste di Svoboda e di Pravji Sektor, impegnati nei durissimi scontri con le forze speciali Berkut e le istituzioni governative. Abbiamo aspettato di avere qualche conferma in più e l’abbiamo trovata. Su uno dei più autorevoli quotidiani israeliani, Haaretz.

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La forza di una madre e le lacrime di un’altra, entrambe colpite da vicende tragiche

di Rosa Schiano

Mohammed Helles, il bambino ferito alla testa lo scorso venerdì da un candelotto di gas lacrimogeno lanciato dall’esercito israeliano, è uscito dalla terapia intensiva ed è ricoverato nel reparto di chirurgia. Siamo andati a visitarlo di nuovo questa mattina nell’ospedale Shifa di Gaza city. E’ stato sottoposto a due interventi chirurgici al cervello, presenta multipli danni cerebrali ed è in stato di irritabilità dovuto a convulsioni. La sua testa era fasciata, gli occhi chiusi, si lamentava e muoveva braccia e gambe. I suoi familiari, tra cui la madre, risistemavano con amore e pazienza la coperta e gli bagnavano il viso con un asciugamano umido. Ho dovuto trattenere le lacrime, non avrei potuto piangere davanti a sua madre. L’ho abbracciata. Non potevo fare altro. Non sappiamo che possibilità di recupero ci siano per il bambino. Come non definire questo un crimine?

Nel pomeriggio abbiamo visitato la madre della donna di 58 anni uccisa venerdì sera lungo il confine ad est di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Resga Khodeih, l’anziana madre di 90 anni, era circondata dalle parenti e vicine di casa riunite in lutto. La donna uccisa, Amna Atia Khodeih, soffriva di problemi psicologici. Verso le 21.00, dopo una festa di matrimonio, con il bel vestito che aveva indossato quella sera, si era avvicinata al confine e l’esercito dell’occupazione israeliana non ha esistato a sparare uccidendola. Non è un film, è reale. L’ambulanza non ha potuto raggiungere l’area immediatamente perché l’esercito continuava a sparare. Amna era stata ferita da un proiettile all’addome. Il suo corpo è stato ritrovato solo verso le 7 del mattino. Se l’esercito avesse permesso all’ambulanza di raggiungere immediatamente il corpo, forse la donna sarebbe sopravvisuta. “Perché le hanno sparato? Aveva problemi psicologici, perché l’hanno uccisa?”, ci ha detto la sua anziana madre con gli occhi lucidi. Ogni tanto, Resga si asciugava le lacrime con un panno.

Gaza, 2 marzo 2014

thanks to: Rosa Schiano

forumpalestina

MUHAMMAD, 12 ANNI. ‘ISSA, 11 ANNI. ISLAM, 8 ANNI. TRE BAMBINI DI HEBRON CHE HANNO SPERIMENTATO I METODI ILLEGALI DEI SOLDATI ISRAELIANI. COME TANTI, TROPPI LORO COETANEI

MUHAMMAD, 12 ANNI. ‘ISSA, 11 ANNI. ISLAM, 8 ANNI. TRE BAMBINI DI HEBRON CHE HANNO SPERIMENTATO I METODI ILLEGALI DEI SOLDATI ISRAELIANI. COME TANTI, TROPPI LORO COETANEI. | bocchescucite.

Infanzia negata

di Yousef Munayyer

L’infanzia è una cosa bella e strana. Prima che impariamo veramente quanto sia preziosa, è già finita. Per molti palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, l’infanzia finisce anche prima di quanto si potrebbe pensare. Il semplice trascorrere della vita di un bambino in Palestina, che in circostanze normali sarebbe  riempito dai libri di scuola, dal calcio e dai giochi con gli amici, è invece interrotto dalla dura realtà dell’occupazione, che include soldati, posti di blocco, muri, discriminazione e razzismo.

E’ impossibile dire quando finisca l’infanzia per un palestinese sotto occupazione. Molti di coloro che cercano di portare avanti una vita normale, date le circostanze, si augurano di poter godere l’innocenza della gioventù senza vederla distrutta dal regime oppressivo che li circonda. Non tutti sono così fortunati. Atta Sabah è uno di loro.

Dedico più tempo rispetto alla maggior parte delle persone alle notizie dalla Palestina e dal Medio Oriente, e ogni tanto apprendo una storia di cui non ho mai sentito nulla di simile in precedenza. In una situazione in cui la morte e la violenza sono diventate di routine, non ogni pallottola o vittima si guadagna un titolo. Così, quando ho sentito la storia di Atta, ho deciso che doveva essere divulgata, non perché sia ​​particolare e unica, ma proprio perché è banale, eppure inaudita.

Atta è un rifugiato palestinese residente nel campo profughi di Jalazon. Ha 12 anni. Il campo, i cui residenti per lo più provengono dai villaggi che circondano Al- Lyd, è a circa 20 km est in quella che è oggi la Cisgiordania, tra Ramallah e Nablus.

All’inizio di quest’anno, a maggio, Atta e i suoi amici stavano facendo quello che la maggior parte dei bambini alla loro età dovrebbe fare: giocare. I ragazzi sono ragazzi. Ma quando i ragazzi sono ragazzi sotto occupazione, il semplice atto di giocare in giro può portare a esiti orribili. Atta e i suoi amici stavano divertendosi a lanciare la sua cartella di scuola. Quando Atta è andato a recuperarla lì dove era atterrata, ha visto che un soldato israeliano se ne era impadronito.

Che cosa ci fa un soldato israeliano sul percorso di scuola dei bambini? Fa la guardia alla colonia illegale israeliana di Beit El, dove abitano migliaia di coloni illegali israeliani e che è adiacente al campo profughi di Jalazon. Atta ha chiesto indietro la cartella. I soldati gli hanno detto di tornare il giorno dopo.

Il giorno seguente Atta è tornato, nel tentativo di riavere la sua cartella dal soldato che l’aveva presa. Mentre si avvicinava ai soldati, uno dei quali reggeva la sua cartella, si è fermato, sentendosi nervoso e a disagio in quella situazione, ma quando si è voltato … BANG.

Atta, un profugo palestinese disarmato di 12 anni che voleva solo recuperare la sua cartella di scuola, è stato colpito allo stomaco. La pallottola – un proiettile vero e proprio  – è uscita dalla schiena, ma non prima di recidere il midollo spinale. Il colpo gli ha danneggiato il fegato, i polmoni, il pancreas e la milza, e lo ha lasciato paralizzato dalla vita in giù.

Quale possibile spiegazione potrebbe esserci per questo atto barbarico? Defense for Children International, una ONG che lavora per documentare e patrocinare i diritti dei bambini, ha osservato a proposito di questo episodio:
“Testimoni oculari dichiarano che la situazione era tranquilla, che non erano in corso scontri in quel momento e non c’era “pericolo mortale” per le forze israeliane, che avrebbe giustificato l’uso di munizioni vere”.

In contraddizione con le testimonianze oculari, alla domanda circa l’uso di munizioni vere contro un bambino inerme il portavoce  dell’esercito israeliano ha dichiarato che “nel pomeriggio del 21 maggio 2013, una sommossa violenta e illegale ha avuto luogo nella zona, con la partecipazione di decine di palestinesi che hanno lanciato pietre e bottiglie molotov verso i soldati”.

La scuola del ragazzo, gestita dall’UNRWA  per il campo profughi di Jalazon, è molto vicina alla colonia israeliana di Beit El, in continua espansione. In questa foto dell’ingresso della scuola, si possono scorgere chiaramente sullo sfondo i tetti rossi dell’insediamento sulla collina. In effetti, come mostra la mappa qui sotto, la vicinanza dell’insediamento implica che la scuola sia inclusa in Area C, anche se si trova a soli 1000 piedi di distanza dal centro del campo. Questo significa che i soldati stazionano regolarmente intorno alla scuola e che l’infanzia finisce molto più velocemente qui che in molti altri luoghi.

Atta deve ora adattarsi a una nuova vita. La vita in un campo profughi è complicata fin dall’inizio, ma ora, nell’impossibilità di camminare, le cose si sono fatte ancora più difficili. La famiglia sta lottando per far fronte alle difficoltà. Non vi è nessuna assistenza mirata al sostegno delle pressanti necessità attuali di Atta.

Atta non si fa illusioni sulla giustizia. Alla domanda su cosa pensa che accadrà al soldato israeliano che gli ha sparato, chiaramente anche contro le regole di ingaggio dell’esercito israeliano, ha risposto: “Non mi aspetto che gli succeda qualcosa”.

Ha ragione. L’impunità per i crimini è una pietra miliare dell’occupazione militare israeliana e a Jalazon, dato che gli insediamenti illegali si espandono e l’occupazione si rafforza sempre di più, altre infanzie probabilmente saranno spezzate prima che abbiano luogo eventuali indagini eque e trasparenti, o che tutti i soldati israeliani o i loro comandanti siano portati in giudizio per questi crimini.

Fonte: MECA (Middle East Children’s Alliance)

http://www.mecaforpeace.org/news/childhood-denied

Traduzione a cura del Forum Palestina

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Protection From Defense Funding Cuts Waived By Israel

Aug. 5, 2013,

Global Security Newswire,

http://www.nti.rsvp1.com/gsn/article/protection-defense-funding-cuts-waived-israel/?mgh=http%3A%2F%2Fwww.nti.org&mgf=1

To share in the burden of U.S. military funding cuts, Israeli officials extended an offer on Friday to waive the Middle Eastern nation’s minimum funding levels, Defense News reported.

Israel’s portion of the cut to U.S.-Israel cooperative missile defense programs would total around $55 million. If it had not been set aside, the funding protection would have prevented the nine percent sequester from affecting $607.3 million for the Israeli Iron Dome program over a three-year period.

The U.S. Defense Department said in March that it is committed to continue funding Israeli missile defense systems. Israel is set to receive an additional $65.8 million for the Arrow-2 Weapon System, $181.7 million for the Upper Tier Arrow-3 System, and $213.9 million for the David’s Sling System. The Obama administration said in April that it will request $520 million for Israeli missile defense programs over the next three years.

The $3.1 billion in foreign military financing aid that Israel receives every year is not protected from a nearly five percent sequester cut, and Israel has not sought an exemption.

From The Real News

Number six on the list of weapon exporters is Israel. Israel may be the sixth weapon exporter in the world, but it is the largest arms exporter in per capita terms. Indeed, while the U.S. has the largest military-industrial complex in the world, Israel has the largest proportion of its economy dedicated to the military-industrial complex.
A good way to estimate the size of the military-industrial complex is to compare the proportions of public expenditure on defense. According to SIPRI, the Stockholm International Peace Research Institute, Israel spends 8.4 percent of its GDP on defense, putting it in the third place worldwide, and almost twice as much as the U.S., which is seventh place in the world.
But SIPRI’s data doesn’t take into account the massive investment of natural resources, especially land and labor, which are used by the Israeli army, police, and prison systems without payment. Approximately half of the territory of Israel is controlled directly or indirectly by the army, and about half of the Israeli citizens serve in the army without salary for one to three years. If those facts are taken into account, it becomes clear that Israel is the world’s most militarized state.
It should be emphasized that the arms industry is built upon reciprocal purchases. Arms deals are often two-sided, meaning that when one country sells military equipment to a second country, the second country is expected to buy something from the first. This tradition intensifies the arms proliferation and creates an unnecessary stockpiling of arms by countries who are at peace.
The problem is that where the army’s outfitted with new shiny toys, generals and politicians sometimes develop the urge to try them out and go on the offensive. The arms trade is therefore a hazard to peace and to security for all residents of all countries.
Because of the massive investment of resources on security and the army, Israel suffers from high levels of poverty and crumbling social services. The current Israeli government debated the urgent need to cut military expenditures and eventually approved some minor cuts to the defense budget. But the Israeli system allows the Ministry of Defense to keep the revenue from arms sales and use them to further boost its own budget. Therefore, despite the government’s efforts, the actual budget of the Israeli Ministry of Defense is expected to grow, although the Israeli Ministry repeatedly exceeds its budget. In 2012, it spent about one and a half billion dollars more than the budget approved by the Israeli parliament, the Knesset.
The U.S. continues to give Israel military aid to the tune of $3 billion every year, with plans to expand aid to $4 billion annually. The aid ensures high profits for the U.S. arms companies. The U.S. also buys military equipment from Israel in reciprocal deals, contributing to the Israeli military-industrial complex.
More importantly, when the U.S. shows its support for Israel, it also legitimizes Israel’s use of force. Israel intensifies the violence in the Middle East and contributes to sales of the arms industry worldwide.