Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre

Alessandro Lattanzio, 26/8/2016 Il Ministero degli Esteri russo, in merito all’invasione turca in Siria, dichiarava “Mosca è seriamente preoccupata per gli sviluppi sul confine siriano-turco, ed è particolarmente allarmata dalla prospettiva che la situazione nella zona del conflitto continui a deteriorarsi, con conseguente maggiori perdite civili e accresciute tensioni etniche tra arabi e curdi. Crediamo fermamente che la crisi siriana può essere risolta esclusivamente sulla solida base del diritto internazionale attraverso il dialogo intra-siriano tra tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui i curdi, sulla base del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012 e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 2254, avviato dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Va ricordato che nel febbraio 2016, Erdogan definì “risibile” l’accusa della Russia che la Turchia stesse preparando l’invasione della Siria. “Trovo questa dichiarazione russa ridicola… ma è la Russia che è attualmente impegnata nell’invasione della Siria“, aveva detto Erdogan, che affermava anche che la Russia va ritenuta responsabile delle persone uccise in Siria, e che Mosca e Damasco erano responsabili di 400000 morti. Parlando a una conferenza stampa congiunta con l’omologo senegalese, durante una visita in Senegal, Erdogan aveva anche detto che la Russia invadeva la Siria per creare uno “Stato boutique” per il Presidente Bashar al-Assad. “La Turchia non ha alcun piano o pensiero per attuare una campagna militare o incursione in Siria“, dichiarava un funzionario turco, “La Turchia è parte di una coalizione, collabora con i suoi alleati, e continuerà a farlo. Come abbiamo più volte detto, la Turchia non agisce unilateralmente“. “I russi cercano di nascondere i loro crimini in Siria“, dichiarava l’ex-primo ministro turco Ahmet Davutoglu, “Semplicemente distolgono l’attenzione dai loro attacchi ai civili di un Paese già invaso. La Turchia ha tutto il diritto di prendere tutte le misure per proteggere la propria sicurezza“. Intanto, un capo del gruppo terroristico filo-turco Faylaq al-Sham, entrato nella città di Jarablus nel nord della Siria nell’ambito di un’operazione supportata da carri armati e forze speciali turchi e aerei da guerra degli USA, riferiva che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico che occupavano Jarablus si erano ritirati e alcuni si erano arresi. Ma nonostante ciò, solo la metà della città era sotto il controllo dei terroristi neo-ottomani. “I jihadisti dello Stato islamico si sono ritirati da diversi villaggi alla periferia di Jarablus e si sono diretti a sud verso la città di al-Bab“.
Mentre il primo ministro turco Binali Yildirim affermava che “Il nostro esercito continuerà l’operazione finché i terroristi saranno completamente cacciati da questa regione e le forze armate turche forniscono supporto logistico alle forze dell’esercito libero siriano“, il rappresentante della Repubblica Araba di Siria presso le Nazioni Unite, Bashar al-Jafari, dichiarava che “E’ impossibile sconfiggere lo Stato islamico in Siria senza prima sconfiggerlo in Turchia. Come può la Turchia dire che combatte lo SIIL a Jarabulus se essa stessa ne ha permesso la creazione e lo sviluppo rifornendolo di migliaia di autoveicoli Toyota e di altre marche, già dotati di armi? Inoltre, coi fondi dal Golfo Persico gli ha acquistato armi da Ucraina, Croazia, Bulgaria, ecc. Non c’è dubbio che ci sia pressione russo-iraniana su Ankara per farle cambiare politica verso la Siria. La Turchia dice una cosa ma ne fa un’altra. Sentiamo buoni interventi ogni giorno, ma non vediamo nessuna azione reale. Se ci fossero azioni coerenti con le dichiarazioni, non avrebbe iniziato l’operazione a Jarabulus. Gli Stati Uniti usano la Turchia, il braccio armato del PKK, al-Nusra e altri. Questo è noto. Il diplomatico di più basso rango alle Nazioni Unite sa già cosa accade in Siria e Iraq. La lotta al terrorismo può avvenire solo creando una equa coalizione internazionale, in coordinamento con le autorità siriane. Lo sosterrò, ma non senza il consenso del governo siriano. Noi viviamo nel 21° secolo, non nella foresta. Si dimentica che esiste il diritto internazionale“. Sergej Balmasov, dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, dichiarava che “Gli statunitensi ancora perseguono il loro obiettivo principale, indebolire il governo di Bashar Assad. Tutte le coalizioni supportate dagli Stati Uniti sono temporanee“, e l’intervento della Turchia trascinerà ulteriormente la guerra in Siria destabilizzando la regione, mentre Ruslan Pukhov, del Centro per l’analisi delle strategie e tecnologie, dichiarava che “Tenendo conto dei legami tra Ankara e Washington al minimo nelle ultime due settimane, tale operazione serve ad distogliere l’attenzione da Fethullah Gulen e mostrare che Stati Uniti e  Turchia rimangono alleati strategici“.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa della Federazione Russa avviava ampie esercitazioni a sorpresa di prontezza al combattimento delle Forze Armate nei Distretti Militari meridionale, occidentale e centrale, così come delle Flotte del Nord, del Mar Nero e del Caspio, e delle principali basi delle VDV, ovvero le forze aerotrasportate. Il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu annunciava, “Oggi, in conformità con la decisione del comandante supremo delle Forze Armate, un’altra ispezione improvvisa è iniziata. Le truppe e i mezzi delle forze dei Distretti Militari Meridionale, Occidentale e Centrale, la Flotta del Nord, l’Alto Comando delle Forze Aerospaziali, il comando delle truppe Aerotrasportate dalle 0700 sono in allerta completa“. Le manovre si svolgono dal 25 al 31 agosto. Inoltre, il Distretto Militare del Sud avviava le esercitazioni strategiche “Caucaso-2016“; “I corpi di amministrazione militare, le unità militari e le formazioni di combattimento, sostegno speciale e logistico compiranno 12 esercitazioni specifiche volte ad affrontare i problemi nello schieramento avanzato del completo sistema di supporto delle truppe“, dichiarava il ministro. Più di 4000 effettivi e 300 mezzi della Flotta del Mar Nero e della Flottiglia del Caspio partecipavano alle manovre. Il Ministero della Difesa russo informava che anche 15 navi da combattimento della Flotta del Mar Nero e 10 della Flottiglia del Caspio aderivano alle esercitazioni, assieme a 8000 militari e oltre 2000 mezzi del Distretto Militare Meridionale, a 1000 militari e circa 200 mezzi della base russa nella Repubblica dell’Ossezia del Sud, e ai caccia-intercettori del Distretto Militare Occidentale che pattugliano i confini occidentali della Russia, “gli aerei da combattimento pattugliano costantemente lo spazio aereo nelle zone di confine“.1023573257Fonti:
al-Arabiya
Fort Russ
MID
New Cold War
Sputnik
Sputnik
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TASS

Sorgente: La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre | Aurora

‘UK-Saudi arms deals against intl. law’

Leading poverty charity Oxfam has condemned the UK’s massive arms deals with Saudi Arabia, blasting the British government as “one of the most significant violators” of the international Arms Trade Treaty (ATT).

Last year, London approved the sale of more than £3 billion worth of weapons to the Riyadh regime, helping the Arab monarchy with its ruthless military aggression against Yemen which has killed about 10,000 people since it began in March 2015.

Oxfam says the war has put millions of people in the poverty-stricken country on the verge of a humanitarian crisis.

Penny Lawrence, deputy chief executive of Oxfam GB, is expected to censure Britain’s unconditional support for Saudi Arabia during a speech at the Second Conference of States Parties to the Arms Trade Treaty in Geneva, on Tuesday.

“Schools, hospitals and homes have been bombed in contravention of the rules of war,” she will say, referring to numerous Saudi airstrikes that have intentionally targeted civilians and critical infrastructure.

Last week, Doctors Without Borders (MSF) decided to pull its staff out of the war-torn country following a number of deadly Saudi airstrikes on MSF-run hospitals across Yemen.

A Yemeni man checks the ruins of buildings destroyed in a Saudi airstrike, in the Yemeni capital Sana’a, February 25, 2016. (AFP photo)

“The UK government is in denial and disarray over its arms sales to the Saudi-led coalition bombing campaign in Yemen,” Lawrence will continue. “It has misled its own parliament about its oversight of arms sales and its international credibility is in jeopardy as it commits to action on paper but does the opposite in reality.”

Britain is one of the key states backing Saudi Arabia’s war on its southern neighbor, which was launched as an attempt to undermine the Houthi Ansarullah movement and reinstate former President Abd Rabbuh Mansur Hadi, a staunch ally of its own.

Debris at the Queen Arwa University campus after a Saudi airstrike, in the Yemeni capital Sana’a,  January 30, 2016.  (AFP photo)

Under the ATT, signatories are required to block any arms deal if they have knowledge at the time of the sale that the weapons will be used against civilians.

A UN report leaked to the Guardian in January found “widespread and systematic” targeting of civilians in the Saudi-led strikes. The report found 119 strikes that it said violated international humanitarian law.

This is while, according to Amnesty International, the UK government sold 2,400 missiles and 58 warplanes to Saudi Arabia in 2015. London is also accused of providing the Saudis with banned weapons such as cluster bombs.

Sorgente: PressTV-‘UK-Saudi arms deals against intl. law’

Houthis reject Kerry’s peace initiative

Yemen’s Houthi Ansarullah movement has rejected an initiative put forth by US Secretary of State John Kerry to resolve the crisis in the war-torn country.

Mohammed Abdulsalam, the Ansarullah spokesman, said Saturday that the offer aims at depriving the Houthis of their arms in their fight of resistance against the Saudi invasion.

“Whoever has a greedy eye on our weapons, we will have a greedy eye on his life,” Abdulsalam wrote in a message posted on Facebook.

Kerry earlier called on Houthis to hand over their weapons including ballistic missiles and to pull back from the capital Sana’a. In return, the US secretary of state said Houthis and allies can have a share in Yemen’s future unity government.

The proposal comes amid reports that Houthis have stepped up missile attacks on border regions in Saudi Arabia over the past weeks. The attacks are carried out in reaction to deadly Saudi airstrikes that the regime in Riyadh says are meant to undermine Houthis and allies and to restore power to Abd Rabbuh Mansour Hadi, Yemen’s president who has resigned and fled the capital.

About 10,000 people have been killed across Yemen since the Saudi campaign started in March 2015.

The conflict in Yemen re-escalated after peace talks mediated by the United Nations and held in Kuwait collapsed earlier this month. The talks hit a snag after Houthis rejected a similar initiative proposed by the UN, saying it lacked any clear mechanism for transition of power.

Houthis had declared since the start of the talks in April that they were ready for disarmament and withdrawal from key areas they control in case a broad political agreement is reached in which Hadi would have no role.

Sorgente: PressTV-Houthis reject Kerry’s peace initiative

Israele e il regime militare argentino

Da Parallelo Palestina. Israele e il regime militare argentino: oggi è l’anniversario del golpe.

 

 

 

Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta la regione sud americana, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi (16), il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.

 

 

 

Negli anni ‘70, Israele ha armato il brutale regime militare della Giunta Argentina che ha imposto sette anni di terrorismo di stato alla popolazione, incluse torture e “sparizioni” di attivisti di sinistra, sindacalisti, studenti, giornalisti e altri presunti oppositori civili stimati tra le 22.000-30.000 persone.

 

 

 

Il regime argentino e i suoi sostenitori hanno anche preso di mira i cittadini ebrei e sposato la retorica anti-semita. Anche se soltanto il 2% della popolazione argentina era ebreo, tra il 10 e il 15% delle persone arrestate, torturate e scomparse durante la Junta erano ebree (29).

 

 

 

Invece di condannare la Giunta, Israele ha collaborato con il Governo argentino per applicare un programma detto “l’Opzione”, che consentiva agli ebrei di fuggire in Israele. Ha usato, piuttosto che combattuto, l’antisemitismo di regime per favorire l’emigrazione ebraica in Israele (30).

 

 

 

Oggi in Argentina, il governo ha un contratto di 40 milioni di dollari con le Industrie Militari Israeliane (IMI) per allestire un carcere (31).

 

 

 

“… mentre l’editore del quotidiano ebraico Jacobo Timerman veniva torturato dall’esercito argentino in celle dipinte con svastiche, tre generali israeliani, incluso l’ex capo del personale delle forze armate, erano in visita a Buenos Aires in ‘missione amichevole’ per vendere armi.”

 

 

 

~Penny Lernoux – parafrasando l’autobiografia di Timerman.

 

 

 

16-United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar.

 

 

 

 

 

 

29-Tarnopolsky, Noga. “Disappeared: A Flawed Film on Argentina’s Past Blames Wrong Party.” The Jewish Daily Forward. 16 May 2003. Web. 10 Nov. 2012. http://forward.com/articles/8834/scomparse-a-flawed-film-on-argentina-s-past-b/ “Argentina’s ‘disappeared’ are remembered in moving documentary”. The J Weekly. 17 Sep. 2009. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

30-Sznajder, Mario e Luis Roniger. “From Argentina to Israel: Escape, Evacuation e Exile”, Journal of Latin American Studies. Cambridge Journals Online, 37.2 (2005): 351-377. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

31-Marom, Dror (5 October 2000). “IMI to Set Up USD40 Mln Prison in Argentina” Globes. Retrieved 22 January 2005: Marom, Dror. “IMI to Set Up $40 Mln Prison in Argentina.” Globes. 5 Jan. 2000. Web. 22 Jan. 2005.

 

 

http://archive.globes.co.il/searchgl/Israel%20Military%20Industries%20%28IMI%29:%20We%20have%20already_s_hd_0L3CqCZ0rN3GqD30qDIveT6ri.ht

Sorgente: Israele e il regime militare argentino | Infopal

Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show

Britain’s supposedly close ally, Israel, armed Argentina as the South American nation was bombing Royal Navy ships and killing UK troops in the vicious 1982 war to reclaim the Falkland Islands, secret files indicate.

Sorgente: Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show — RT UK

La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014

Betlemme-Ma’an. Venerdì, le Nazioni Unite hanno risposto con un comunicato all’annuncio di mercoledì di Israele,  secondo il quale l’esercito è esonerato da ogni accusa per l’attacco missilistico a una scuola dell’UNRWA, a Rafah, durante la guerra di Gaza nel 2014, che uccise 15 persone. L’agenzia Onu ha evidenziato che il caso solleva “seri dubbi” sulla condotta militare israeliana in relazione al diritto internazionale.

Secondo la dichiarazione rilasciata dal portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, nel corso di una devastante offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza assediata, il 3 agosto 2014 le forze israeliane lanciarono un missile sulla strada in cui si trovava una scuola dell’UNRWA, che era stata designata come ricovero di emergenza per i profughi palestinesi il 18 luglio e all’epoca dava riparo ad almeno 2.900 Palestinesi.

L’attacco uccise 15 civili, mentre almeno altri 30 rimasero feriti.

Secondo la dichiarazione, i funzionari dell’ONU avevano avvertito l’esercito israeliano con 33 comunicazioni separate che la scuola era usata per dar rifugio ai Palestinesi sfollati a causa degli attacchi aerei israeliani, aggiungendo di aver avvertito le autorità israeliane di nuovo un’ora prima del devastante attacco.

“Ciò solleva seri dubbi sulla condotta delle operazioni militari in relazione agli obblighi di diritto internazionale umanitario e al rispetto per l’inviolabilità e la sacralità degli edifici delle Nazioni Unite ai sensi del diritto internazionale”, ha affermato Gunness nel rapporto.

Gunness ha sottolineato che l’ONU ha continuamente richiesto l’assunzione di responsabilità dei crimini commessi dai militari israeliani durante l’offensiva israeliana del 2014, aggiungendo che “l’indicazione che la responsabilità è stata elusa sarebbe una questione di grave preoccupazione”.

“Prendiamo atto che non è stata accettata alcuna responsabilità penale per i casi riguardanti gli edifici dell’UNRWA – ha aggiunto Gunness -. Le famiglie colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento effettivo e, dal loro punto di vista, questo è certamente visto come un’ulteriore negazione dei loro diritti”.

Secondo la dichiarazione, l’Agenzia Onu non ha ancora ricevuto alcun aggiornamento da parte dell’esercito israeliano riguardo le indagini penali in corso per gli attacchi aerei sui rifugi d’emergenza dell’UNRWA a Beit Hanoun e Jabalia che causarono 29 morti tra i civili.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato che sono stati chiusi 13 indagini penali sui casi di soldati israeliani che commisero violazioni contro i civili palestinesi durante l’attacco israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza assediata. Altri 80 sono stati archiviati.

L’attacco aereo nei pressi della struttura dell’UNRWA a Rafah è stato chiuso senza richiedere un’indagine penale, perché “l’esercito israeliano aveva osservato tre presunti militari palestinesi su una motocicletta vicino alla scuola”. Secondo la dichiarazione ONU, l’esercito israeliano aveva deciso di effettuare l’attacco aereo dopo aver svolto “sorveglianza aerea sul percorso della moto” e rilevato “un ampio raggio del percorso stimato della moto, per minimizzare il rischio di danni ai civili sulla strada o nelle sue  prossimità”.

L’esercito israeliano ha ritenuto questo attacco accettabile in base al diritto nazionale e internazionale di Israele.

Secondo un rapporto pubblicato a maggio dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, delle 739 denunce presentate dall’organizzazione, i Palestinesi uccisi, feriti, usati come scudi umani, o le cui proprietà sono state danneggiate dalle forze israeliane, circa il 70 per cento ha portato a un’indagine in cui non è stata intrapresa alcuna azione, o a un’indagine mai aperta.

Solo il 3 per cento dei casi ha portato ad accuse dirette contro i soldati.

L’offensiva israeliana di 51 giorni, “Operazione margine di protezione”, provocò l’uccisione di 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini, secondo le Nazioni Unite.

La Striscia di Gaza ha sofferto a causa del blocco militare israeliano dal 2007, quando Hamas ha assunto il governo del territorio. I residenti di Gaza soffrono di alti tassi di disoccupazione e di povertà, e delle conseguenze di tre guerre devastanti di Israele dal 2008.

L’ONU ha avvertito che il territorio palestinese assediato potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020, con i suoi 1,8 milioni di abitanti che vivono in estrema povertà a causa del quasi decennale blocco israeliano che ha paralizzato l’economia.

Gli abitanti hanno continuato a sperimentare traumi nella loro vita quotidiana dopo l’offensiva israeliana del 2014, e gli sforzi per la ricostruzione hanno ritmi drammaticamente lenti. Circa 75.000 Palestinesi sono ancora sfollati dopo aver perso la casa nel 2014.

(Nella foto: ragazzine palestinesi camminano fra le macerie di edifici nel quartiere orientale di Shejaiya nella città di Gaza distrutta durante la guerra di 50 giorni tra Israele e militanti  di Hamas  nel 2014).

Traduzione di Edy Meroli

Sorgente: La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014 | Infopal

Libia. Cade l’ipocrisia: soldati italiani combattono a Misurata

Libia soldati italiani con stemma

 

Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia.  Meglio ci sono,  ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati a nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar.

 

La notizia, diffusa in Italia da La Repubblica,  trova conferma in un documento trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato come “segreto”. Oggi su Sky abbiamo assistito in diretta al patetico tentativo dell’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, di smentire che in Libia siano operativi dei soldati italiani. Un ultimo atto di giornalismo embedded smentito ripetutamente durante tutta la giornata da numerosi altre fonti. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), viene specificato che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa – l’art. 7 bis – approvata lo scorso novembre dal Parlamento, un marchingegno che ha consentito al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei corpi speciali ponendoli però sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse, inclusa l’immunità.

10 agosto 2016 – 

thanks to: Contropiano.org

Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili)

In un nuovo rapporto pubblicato il 20 luglio dall’Ong pacifista israeliana B’Tsalem viene fatta luce definitiva sul numero delle vittime complessive del massacro passato alla storia come la “Guerra di Gaza” o, da parte israeliana, “Margine Protettivo”.

Degli oltre 2200 palestinesi morti, il 63% (quasi 1400) sono civili e oltre 500 bambini (180 con età inferiore ai 6 anni). Nel presentare il rapporto dal titolo “50 giorni, 500 bambini”, la Ong ha sottolineato come fossero tutte menzogne le raccomandazioni da parte dell’esercito del regime israeliano sulla proporzionalità e sulla selezione degli obiettivi. Le cifre simboleggiano la cruda realtà di un massacro autentico.

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili) – World Affairs – L’Antidiplomatico

IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Di Gian Paolo Calchi Novati

Roma, 12 luglio 2016, Nena News – Come ha scritto Chomsky, il mondo occidentale, grazie ai suoi valori e al suo sistema istituzionale, si distingue da altre civiltà perché è capace di riconoscere i massacri che commette o sono commessi in suo nome.  Avendo in mente questo postulato, la vicenda della Commissione Chilcot, che ha indagato sulle responsabilità del governo inglese nella guerra in Iraq del 2003, assume l’aspetto di un apologo che trascende gli eventi specifici.

Un organo espresso dall’establishment di una grande potenza occidentale, – che aveva appena compiuto il passo, falso secondo alcuni benpensanti gelosi di antichi privilegi, di far decidere al popolo il proprio futuro europeo – ha rivelato le falsità e in ultima analisi i crimini dello Stato e personalmente del capo del governo in occasione di un evento di grande portata, che non ha ancora finito di proiettare le sue tragiche conseguenze su tutti noi.

La Commissione era presieduta da un Lord. E anche chi comincia a temere, e persino a lamentare in pubblico, i rischi impliciti in pratiche troppo democratiche, davanti a un Lord non ha argomenti. Non si può neanche dire che gli ottimati hanno rimediato alla distrazione o alla connivenza del popolo. Il popolo di Londra, pur senza conoscere tutti i documenti, aveva già emesso il suo giudizio nella grande dimostrazione di quel “sabato” che Ian McEwan ha posto come proemio di un suo romanzo.

Negli anni bui dell’amministrazione di Bush junior, quando l’unipolarismo (sia pure “imperfetto”, come dimostrò Samuel Huntington in un saggio su Foreign Affairs) conferiva poteri assoluti agli Stati Uniti, che avevano vinto la guerra fredda e non mancavano di ricordarlo in tutte le occasioni, il New York Times identificò nell’opinione pubblica “la seconda potenza mondiale”. Allora c’era ancora spazio per una mobilitazione di massa.

 I rapporti di forza, nel 2003 come nel 2016, hanno impedito però e impediscono di trasformare la denuncia in un’azione politica adeguata. Persino la Brexit si è imposta facendo leva probabilmente su motivazioni tutt’altro che nobili. Un argomento forte per il Leave poteva essere proprio l’impotenza dell’Europa di fronte alla “linea rossa” della guerra che attraversa ormai incontrastata i nostri giorni.

 Le rimostranze tante volte espresse, soprattutto dall’Africa, per l’andamento a senso unico della giustizia penale internazionale trovano una conferma perfetta nell’”affare Blair”. L’incriminazione di Bechir o Gbagbo a confronto del trattamento riservato a Blair, chiamato ovunque per conferenze strapagate, e degli incarichi che gli sono stati conferiti a livello internazionale (addirittura nel Medio Oriente), e che forse svolge ancora, sembra fatta apposta per avallare l’impressione di un sistema che, in tutte le sue espressioni, garantisce all’Occidente un’impunità assoluta.

 Naturalmente Blair non fu mai escluso dal G7 o G8 e quando i disastri degli “errori” commessi in Iraq stavano ancora bruciando si improvvisò, con l’aiuto di Bono, benefattore dell’Africa.

Il costo dei privilegi concessi a Blair, come a Bush, ma anche ai capi di stato e di governo che hanno condotto la guerra contro la Serbia in Kosovo e che hanno via via dato vita a tanti interventi militari con o senza Onu in Asia e Africa, “terre vacanti” come ai tempi del colonialismo reale, si fa sentire pesantemente in tutte le crisi. La pax americana dei nostri giorni ricorda la pax britannica all’epoca della regina Vittoria: più di una guerra all’anno secondo la storia dell’imperialismo inglese di fine Ottocento. scritta da Niall Ferguson.

Di sicuro, quando l’anno prossimo l’Europa celebrerà in Campidoglio i 60 anni dei Trattati di Roma, il tema principale sarà la pace che l’unità dell’Europa ha assicurato. L’autoreferenzialità dell’Europa in un’epoca che si vorrebbe caratterizzata dalla globalizzazione nasconde una forma implicita di esclusività che è di per sé una causa di tensione. Che la sfida all’Occidente sia condotta da movimenti spesso di pura distruzione e al servizio di cause inaccettabili è un prodotto dei tempi. Anche nei nostri paesi la “protesta” degli ultimi o dei penultimi assume l’aspetto dell’”antipolitica”. Si deve andare ben oltre le degenerazioni dell’integralismo religioso o identitario per spiegare le forme che ha assunto il “populismo” dei “dannati della terra”.

Rabindranath Tagore, in un ciclo di conferenze pubblicato nel 1917 con il titolo Nationalism, aveva bollato la nazione come un ricettacolo di potere angusto e spietato, tendente a generare conformismo, e si augurava per l’India una fuoriuscita dalle concezioni basate su razza, etnia o religione. Se la coscienza nazionale non si trasformerà in coscienza sociale, scriveva Fanon, non ci sarà nessun riscatto.

Le contraddizioni che inceppano le sorti della storia impersonata dall’Europa portatrice oltremare di modernità e in ultima analisi di liberta ai popoli arabi, asiatici e africani recalcitranti, sono le stesse a cui Edward Said imputa la perdurante sottomissione dell’Oriente e in genere dei colonizzati all’impero reale o virtuale che detta le sue condizioni con la forza. La tragedia della resistenza del Sud e nel Sud contro il colonialismo e le altre forme di subordinazione, anche di quella che si presenta come nazionalista, è che «essa debba lavorare, almeno fino a un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero».

La transizione post-coloniale e post-autoritaria nel sistema globale del Terzo mondo, esteso per l’occasione ai Balcani e al Caucaso, è inquinata dall’asimmetria coloniale. Colonizzato significa oggi essere cose potenzialmente anche molto diverse, in posti diversi e in epoche diverse, ma sempre inferiori.

Il mondo post-coloniale è un mondo dopo il colonialismo ma non senza il colonialismo.

Una delle ossessioni del colonialismo e in genere dell’Occidente nei suoi rapporti con le “aree esterne”– lo sanno bene gli storici indiani e dell’India – è la pretesa incapacità degli “indigeni” di organizzare la propria sovranità e di affrontare i problemi di stabilità o di sviluppo senza un contributo dal Centro. È così che i diritti dei popoli a regime illiberale, Kant avrebbe detto non repubblicani, sono alla mercé della “grande politica”.

Nel clima del post-bipolarismo, al posto del comunismo e della rivoluzione, come nemico dell’Occidente è subentrato il “terrorismo”, per il quale non può valere nessuna comprensione come in fondo poteva accadere per il marxismo o i movimenti di liberazione.

È essenziale (e in un certo senso auspicabile) per il sistema ideologico occidentale che si crei un abisso, anche di moralità, fra l’Occidente civilizzato e quanti per qualsiasi ragione non riescono ad apprezzare l’impegno dell’Occidente. Si è fatta ancora più insistita così la pretesa che solo l’azione, ormai pressoché puramente militare, di una o più potenze occidentali, può tirar fuori gli ex-sudditi degli imperi europei – senza differenze fra Iraq, Libia o Bangladesh – dall’arretratezza e dal pericolo per sé e per gli altri.

Sorgente: IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

The NATO buildup in the Black Sea is part of the alliance’s strategy to expand its military presence along Russia’s borders. The move would destabilize the situation in the region, analysts say.

Sorgente: Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

‘German, French special forces in Syria’

The Syrian government says French and German forces are present in northern Syria, condemning it as an act of “aggression.”

The Syrian Foreign Ministry said on Wednesday French and German forces are deployed to Ain al-Arab, also known as Kobani, and Manbij alongside US military personnel.

“Syria … considers it explicit and unjustified aggression towards its sovereignty and independence,” the official SANA news agency quoted the ministry as saying.

Foreign forces are aiding Syria Democratic Forces (SDF) near Manbij and Syrian Kurdish YPG militia, part of the SDF, in Ain al-Arab, characterizing the aid as part of an offensive against Daesh.

The ministry said any side “wishing to fight against terrorists must coordinate its moves with the legitimate Syrian government, whose army and people are fighting terrorism” across the country.

“Such presence under the pretext of fighting terrorism cannot elude any one,” it added.

The Britain-based Syrian Observatory for Human Rights said French special forces were building a base for themselves near Ain al-Arab.

France’s defense minister said last week that there were also special forces operating in Syria helping the SDF advance towards Manbij.

Berlin, however, was quick to deny the presence of German special forces in Syria.

“There are no German special forces in Syria. The accusation is false,” a spokesman at the Germany’s Defense Ministry said.

The Observatory, however, said German, French and American military advisers, and French and American special forces, were assisting the SDF.

Their presence has raised growing suspicion that the US and Europe are assisting a Kurdish campaign to establish a separate state in Syria.     

On Tuesday, Prime Minister Binali Yildirim said Turkey would not allow cooperation with terrorist organizations in Syria, referring to Kurdish groups which the US supports. 

Ankara and Washington have long been at loggerheads over the role of the US-backed Syrian Kurdish militia.

Turkey says the fighters are a terrorist organization affiliated with the outlawed Kurdistan Workers Party (PKK) but the US sees them as a partner in Syria operations.

In a speech to his ruling AK Party in parliament, Yildirim said Turkey won’t allow formation of new states in Syria.

Syrian men look at damage on June 13, 2016, following airstrikes the previous night on the al-Mashhad in northern Aleppo. © AFP

Syria is currently fighting foreign-backed militants such as Daesh and al-Qaeda-linked Nusra Front on several fronts, including in Aleppo which borders Turkey.

On Wednesday, the Syrian Observatory for Human Rights said fierce battles between government forces and Takfiri terrorists in Aleppo had left 70 fatalities in less than 24 hours.

The monitor said Syrian forces retook the villages of Zaytan and Khalasa to the southwest of the Aleppo city after losing control of them hours earlier.

The area overlooks the government supply road around the south of Aleppo, linking government-held Nayrab airport to the city’s southeast and areas controlled by government forces to its west.

The Syrian daily al-Watan said Russian fighter jets resumed their missions in Aleppo, targeting positions of al-Nusra Front and allied forces on Wednesday.

Moscow launched airstrikes against Daesh and other terrorist groups in Syria on September 30 upon a request from the Damascus government.

Sorgente: PressTV-‘German, French special forces in Syria’

In the Face of Russian Warnings, US Says It Will Remain in Black Sea

Russia has warned that the presence of the USS Porter in the Black Sea is a provocation, but the United States says it intends to stay.

The USS Porter, an Arleigh Burke-class destroyer, entered the Black Sea last month, sparking criticism from Moscow as being yet another example of the US military encroaching on Russia’s borders.

“American warships do enter the Black Sea now and then. Certainly, this does not meet with [Russia’s] approval and will undoubtedly lead to planning response measures,” said Andrey Kelin, head of the Russian Foreign Ministry’s European Cooperation Department.

“If a decision is made to create a permanent force, of course, it would be destabilizing, because this is not a NATO sea.”

But the US Navy has no intention of leaving the region. Speaking from the USS Mason in the Mediterranean, Navy Secretary Ray Mabus told reporters that the Western presence is necessary to prevent “Russian aggression.”

“We’re going to be there,” he said. “We’re going to deter. That’s the main reason we’re there – to deter potential aggression.”

Referring to the deployment of two US Navy aircraft carriers to the Mediterranean ahead of the NATO Summit in Warsaw next month, Mabus added that the Pentagon plays an important role in maritime security.

“We’ve been in the Mediterranean continuously for 70 years now, since World War II,” he said. “We’ve been keeping the sea lanes open…It’s what we do.”

With its own Black Sea Fleet operating out of Sevastopol, Russia views these maneuvers as the latest example of NATO’s eastward expansion. The alliance plans to station four new battalions in the Baltics and Poland, and has installed a new missile defense system in the region.

Any permanent stationing of a US warship in the waterway would be a violation of the Montreux Convention, which states that countries without a Black Sea coastline cannot keep military ships in the region for more than 21 days.

Sorgente: In the Face of Russian Warnings, US Says It Will Remain in Black Sea

Russia Vows Countermeasures After US Vessel Enters Black Sea

Months after Russian jets responded to the USS Donald Cook in the Baltic, a US destroyer is now testing the waters of the Black Sea.

On Monday, the guided-missile destroyer USS Porter entered the Black Sea to participate in bilateral military exercises as part of Operation Atlantic Resolve.

“The United States continues to demonstrate its commitment to the collective security of our NATO allies and support for our partners in Europe,” reads a statement from the US Navy, adding that the ship’s operations are meant to “enhance maritime security and stability, readiness, and naval capability with our allies and partners.”

The Russian government has criticized the presence of a US warship near its borders as a provocation and has vowed to take necessary countermeasures.

“American warships do enter the Black Sea now and then. Certainly, this does not meet with [Russia’s] approval and will undoubtedly lead to planning response measures,” said Andrey Kelin, head of the Russian Foreign Ministry’s European Cooperation Department.

Kelin also expressed disapproval of the USS Harry S. Truman’s deployment to the Mediterranean, ahead of NATO’s Warsaw summit in July, a move he described as an obvious “show of power.”

“There is nothing special about the movement of US vessels in this case. We know that aircraft carriers are moving the Mediterranean Sea and elsewhere, they have a right to do so, this is freedom of navigation,” he said.

“But in general, this is a definite increase in [Russia-US] relations and all this is done ahead of the NATO summit in Warsaw – this is a demonstration of force.”

The USS Porter is expected to make port calls while operating in the Black Sea.

“We will see how things move forward,” Kelin said. “But overall, we can absolutely not give up on the most important channel of cooperation and dialogue.”

Speaking with radio Zvezda, military expert Viktor Murakhovsky also condemned the presence of American warships near Russia’s borders.

“Permanent deployment of US destroyers in the European theater of war is already a provocation,” he said, noting that there are four other similar US vessels permanently stationed at a Spanish naval base.

In April, the USS Donald Cook sailed near Russian waters in the Baltic Sea, resulting in its interception by a pair of Su-24 bomber jets. US officials described the jets’ maneuvers as “aggressive,” as well as “unsafe and unprofessional.”

Writing about the incident for The American Conservative, political commentator Pat Buchanan observed that “the Russian planes carried no missiles or bombs.” This, he argued, was an indication that their “message [was]: What are the Americans doing here?”

“US warships based in Bahrain confront Iranian subs and missile boats in the Gulf. Yet in each of these regions it is not US vital interests that are threatened, but the interests of allies who will not man-up to their own defense duties, preferring to lay them off on Uncle Sam,” Buchanan said.

“And America is beginning to buckle under the weight of its global obligations.”

Sorgente: Russia Vows Countermeasures After US Vessel Enters Black Sea

J. Steppling: “Hillary è più temibile di Trump perché ama la guerra. E’ una sadica sociopatica”

J. Steppling: Hillary è più temibile di Trump perché ama la guerra. E' una sadica sociopatica

L’AntiDiplomatico intervista il noto drammaturgo statunitense. “La propaganda anti russa è davvero senza respiro. Ed è iniziata, in particolare per opera dei liberal a stella e strisce, grazie alla colonizzazione dei Clintons di Hollywood”.

di Alessandro Bianchi*

John Steppling è un grande drammaturgo e sceneggiatore statunitense. Uno dei fondatori del Padua Hills Playwrights Festival e Rockefeller Fellow, ha vinto nel corso della sua carriere numerosi riconoscimenti, tra cui il PEN-West come miglior sceneggiatore. L’influenza di Steppling, attraverso le sue prime opere Close, The Shaper, and The Dream Coast, è stata enorme per tutta una generazione di commediografi californiani, tra cui Jon Robin Baitz, Marlene Mayer, Kelly Stuart e Michael Sargent. Per una delle sue ultime opere Phantom Luck ha vinto nel 2010 il prestigioso LA Award.

Nel corso della sua carriera si è molto occupato di politica con libertà e coraggio. Doti che in occidente non sono molto comuni. Sono note, in particolare, le sue critiche contro le scelte sanguinarie in politica estera degli Stati Uniti.

Dopo il grande giornalista australiano John Pilger, come AntiDiplomatico abbiamo avuto il privilegio di rivolgere anche a Steppling alcune domande sulla politica internazionale attuale.

L’Intervista.

Partirei da una domanda brutale sulle campagne presidenziali statunitensi. Ma cosa è diventato il suo Paese se come migliore candidato, in quanto meno pericoloso per la sopravvivenza del mondo, offre Donald Trump?

“Beh, la domanda è veramente centrale. Ma io direi che razza di paese è quello che offre Donald Trump e Hillary Clinton, ma anche George Bush o Ronald Reagan o Spiro Agnew o Mitt Romney?  Per non parlare di Bill Clinton, colui che tra cent’anni, se esisterà ancora il genere umano, sarà ricordato come il peggior presidente della storia degli Stati Uniti per aver introdotto il Patriot act, il NAFTA, l’espansione della NATO e aver distrutto lo stato di diritto nel paese. Ha fatto tutto questo con la presunzione di portare avanti il volere di una democrazia liberale. Rispetto a queste scelte di estrema destra intraprese da questo Presidente, Nixon passa come un socialista. Non eleggiamo mai il migliore e più intelligente. Si tratta solo di teatro elettorale”.

In un recente sondaggio oltre il 53% dei cittadini statunitensi si sono dichiarati contrari sia a Hillary Clinton che a Donald Trump. Per quanto tempo nell’immaginario collettivo continueremo a considerare gli Stati Uniti una democrazia? 
“Non credo che negli Stati Uniti ci sia una democrazia funzionante dal 1963. L’anno dove un colpo di stato è intercorso nel paese. Certo, a qualche buon pensante può dar fastidio quest’ultima definizione, chiamatelo come volete, ma l’assassinio di Kennedy non è stato chiaramente opera di Lee Harvey Oswald, ma di una manovra interna allo Stato, probabilmente ordita dai fratelli Dulles e altri neo-colonialisti anti comunisti. Kennedy odiava la CIA. Ha iniziato come un prodotto tipico del suo background, è vero, ma aveva cambiato indirizzo… o perlomeno abbastanza da giustificare la sua fine. Quindi, non penso che gli Stati Uniti siano da allora una democrazia. Alcune elezioni locali contano in modo limitato, ma è tutto qui. In questo contesto, ritengo che fino a quando le masse di cittadini non si ribellino a questo spettacolo triste, nulla cambierà.
Continuare con questa farsa è una prospettiva altamente auto-lesionista. E questo è il motivo per cui lo Stato promuove, tramite i media mainstream, l’elezione come se fosse una corsa tra cavalli o qualunque altro sport. Le persone diventano ossessionate dalle tattiche e non dal senso più profondo della politica”.
Bernie Sanders era realmente il cambiamento che in molti in Europa hanno descritto?

“No”.

Cosa accadrebbe al mondo con una presidenza di Hillary Clinton?
“Beh Hillary mi spaventa molto di più di Trump. E penso di aver già risposto alla domanda. La paura all’interno degli Stati Uniti con Trump è che quest’ultimo seguirà e darà potere al pensiero dei suoi seguaci. Si temono, quindi, aumenti in crimini basati sull’odio e attacchi contro le comunità di immigrati. Non può Trump logicamente deportare 10 milioni di persone o costruire un muro ridicolo, ma dovrà comunque fare qualcosa per soddisfare la rabbia dei suoi seguaci. In politica estera Trump è completamente imprevedibile, probabilmente preferisce e predilige alcune tendenze isolazioniste. Detto questo, la verità è che Trump di politica estera conosce davvero poco e dovrà affidarsi a collaboratori e consiglieri che saranno gli stessi che utilizzerebbe Hillary, che sono gli stessi che ha utilizzato Bush, Bill Clinton… Nulla cambia. I joint chiefs, i ricchi donatori, i falchi intorno al Pentagono e i guerrieri di vecchia data come Kissinger, sono tutti loro che decidono la politica estera statunitense.
Ma io temo di più Hillary perché lei ama la guerra. E’ una sadica sociopatica. E’ così, non sto esagerando. Molto dipenderà poi da chi sceglierà per guidare il Dipartimento di Stato, io ho previsto qualcuno alla Wesley Clark. La Clinton provocherà la Russia e la Cina il più possibile. E, con il fedele alleato Israele, perseguirà con violenza i suoi obiettivi bellici in Medio Oriente”.
Cosa ha provato quando ha visto Obama parlare recentemente ad Hiroshima e non chiedere scusa per quanto fatto dal suo paese, dichiarando poi quasi sarcasticamente – in quanto alla guida della prima potenza atomica del mondo – di auspicare un pianeta senza armi nucleare?
“Nessuna sorpresa. Ma ho provato vergogna per il mio paese”.
L’espansionismo sempre maggiore degli Stati Uniti arriverà ad un punto di rottura e collisione con la Cina? 
“Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare che gli Stati Uniti sono una grande potenza militare ma sono anche un paese in una delicata fase economica. Riescono ad imporre il loro volere al resto del mondo dal punto di vista militare, ma sempre meno dal punto di vista economico. Come gli Usa si comportano con la Cina, è esattamente lo stesso che li ha portati a devastare l’Iraq e la Libia. Sono stupidi e provinciali in molti aspetti. E questo è il motivo per cui sin dai tempi di Dulles hanno pensato di inviare spie da infiltrare nel governo di Mao. Dal tempo del colpo di stato in Iran, gli Stati Uniti non hanno mai dato peso alla storia o alla cultura”.
Anche se è la Nato che sta portando le sue installazioni sempre più a est, in Europa la nostra informazione alimenta un pericolo di una Russia aggressiva. A chi giova alimentare questo sentimento di russofobia?
“La propaganda anti russa è davvero senza respiro. Ed è iniziata, in particolare per opera dei liberal a stella e strisce, grazie alla colonizzazione dei Clintons di Hollywood. Guardate, ad esempio, la serie TV House of Cards: è pura propaganda Clintoniana. Spacey conosce Bill, naturalmente, e lo show runner era un ex operaio nella “mafia” di Hillary. Poi guardate Madam Secretary … un altro esempio di intrattenimento ad uso promozionale dell’agenda Clinton. E Obama è, naturalmente, un boiardo di partito, un funzionario che è stato elevato a Presidente per ragioni di forza maggiore. E ‘stata una mossa brillante. Pensate che, anche dopo la sua misera presidenza, immorale e orribile, è molto amato da molti liberal. I professionisti bianchi adorano Obama e ora accoglieranno Hillary. Il baraccone di Bernie Sanders era, come ha scritto Bruce Dixon, il cane del pastore che doveva portare i liberal di sinistra (pecore) a bordo con Hillary. A quasi nessuno piace Hillary. E’ un terribile candidato”.
Dall’avvento delle cosiddette primavere arabe, iniziate con il noto discorso di Obama all’Università del Cairo del 2009, il Mediterraneo orientale è divenuto una polveriera. Si è trattato di un piano esterno di distruzione pianificata di stati sovrani ostili a Washington, Libia e Siria in particolare, o reale ricerca di democrazia e libertà?
“Penso che sia stato così. Voglio dire, questo è esattamente quello che la classe dominante negli Stati Uniti, stupida, culturalmente ignorante, ha voluto. Ma l’origine di questo metodo che ha portato alla distruzione di paesi sovrani in quell’aerea ha una data precisa: il bombardamento della ex Jugoslavia per l’espansione della Nato e la creazione di un sacco di piccoli stati dipendenti. Hanno distrutto l’ultimo paese nominalmente socialista in Europa con la demonizzazione di Milosevic e i serbi, sostenendo i croati fascisti e il KLA. E poi hanno creato questo feudo protettorato gangster in Kosovo. Perfetto.
La distruzione dell’Ex Jugoslavia è anche il momento in cui la nuova sinistra di marca e flaccida, la sinistra di carriera negli Stati Uniti e nel Regno Unito ha iniziato ad essere complice. Zizek è il peggiore, naturalmente. Mi spiegate perché qualcuno pensa ancora che sia di sinistra? E ‘un razzista dichiarato e cripto-fascista. Ma altri, come Richard Seymour e Zunes, ma, in generale, tutti i pseudo liberal hypster a vita bassa della stampa come VICE sono coloro che hanno servito in blocco il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e lo si può vedere anche in pubblicazioni come Jacobin. C’è da rabbrividire. La loro copertura culturale è imbarazzante. Questo populismo falso che ha infettato la sinistra liberal bianca è dannosa”.
E’ giusto definire oggi Aleppo come la “Stalingrado della Siria” e “il cimitero dei sogni del fascista Erdogan” come ha dichiarato il presidente siriano Assad?
“Beh, non è lontano dal dire il vero. Assad è certamente oggi il principale obiettivo occidentale”.
Che ruolo giocano, secondo lei, le ONG dei diritti umani nel contesto internazionale attuale? 
“Penso che Arundhati Roy abbia espresso la critica più efficace sulle ONG un decennio fa. Sono lì per impedire che movimenti di massa si formino. Ecco a cosa servono. Le “bande degli aiuti” servono a limitare il potenziale per la rivoluzione nei vari paesi. Guardate chi sono le persone che gestiscono Amnesty oggi, persone legate a doppio filo con i raccapriccianti think tank con sede a Washington e gruppi statali di facciata del Dipartimento come Freedom House e simili”.
14 anni fa, falliva il colpo di stato in Venezuela contro il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez e iniziava l’uscita degli Stati Uniti dall’America Latina. Poco dopo, gli Usa invasero l’Iraq. Oggi che nel Mediterraneo orientale l’egemonia traballa, Washington utilizza tutte le sue armi note per tornare in America Latina. Ha ragione secondo Lei il Presidente Rafael Correa quando dice che siamo di fronte ad un nuovo Piano Condor nella regione? 
“Ha assolutamente ragione. Gli sforzi di destabilizzazione in Venezuela sono stati tremendi. Ma anche in Ecuador, come in Brasile. La mano di Hillary l’abbiamo vista in Honduras. E abbiamo visto i Clintons ad Haiti. Il disegno è chiaro”.
E se si, considerando anche quanto avvenuto in Brasile, Ecuador e Bolivia, quali tecniche vengono utilizzate oggi?
“Oscar Schemel ha scritto a proposito: “Una delle variabili su cui si basano queste campagne è l’aggravamento dei problemi, l’esagerazione degli stessi,  attraverso una campagna mediatica crescente per generare un clima di ansia. Dopo appena una settimana di code, le persone stavano comprando le candele, oltre al cibo, perché hanno sentito dell’avvicinarsi di un colpo di stato, di saccheggi e di esplosione sociale”.
Questa è la guerra psicologica totale. Il Dipartimento di Stato Usa si infiltra e mistifica la situazione reale. Propaganda al lavoro. E i famosi Op Ed (Editoriali) dei principali quotidiani, la maggior parte dei quali sono di proprietà dell’elite al potere, fanno il resto. Gli Stati Uniti sono i principali responsabili. Ma, secondo voi, come sono diventate ricche le famiglie del Sud America che vogliono un ritorno al feudalesimo? E, che tristezza, vedere servi del neo-colonialismo statunitense come Leopoldo Lopez presi a modello dalla finta sinistra negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa. E’ stupefacente. Ma vedete, è così profondo il timore di questi nuovi personaggi in cerca di carriera a sinistra di essere chiamati stalinisti, o essere legati al comunismo reale … che preferiscono essere associati a stridenti reazionari”.
Il futuro del mondo offre al momento due possibili binari: un unilateralismo statunitense, soprattutto in caso di presidenza Clinton, fatto di aree di “libero” scambio imposte in giro per il mondo sul Modello Nafta (il TTIP in Europa ad esempio), con milioni di poveri disperati prodotti e profitti per le multinazionali, e la distruzione pianificata con il caos di tutti i paesi che si ribellano a questa visione stile Libia e Siria; oppure un periodo di multilateralismo, rispetto della sovranità, autodeterminazione dei popoli e di pace se si dovesse rafforzare il progetto alternativo al Washington Consensus dei Brics e l’integrazione regionale dell’America Latina ideata e voluta da Chavez, Castro, Lula e Kirchner. Siamo lontani dalla realtà? E quale delle due visioni prevarrà?
“Non posso fare previsioni, chiaramente. Ma so che quello che l’elite degli Stati Uniti vuole è il dominio globale. Questa è l’idea di fondo che muove operazioni sotto falsa bandiera, la propaganda mediatica e la costante infiltrazione di movimenti di opposizione al fine di neutralizzare ogni possibile reazione. Utilizzano pura propaganda per abbattere chi si oppone. E la guerra economica, chiaramente. Se tutto fallisce, alla fine, bombardano”.

*Si ringrazia per la realizzazione dell’intervista Andre Vltchek

thanks to: l‘Antidiplomatico

Global Peace Index 2016: solo dieci paesi non sono impegnati in nessun conflitto

Il mondo sta diventando un luogo sempre più pericoloso e ora ci sono solo dieci paesi che possono essere considerati completamente liberi da conflitti, secondo gli autori del decimo Global Peace Index .

Il peggioramento dei conflitti del Medio Oriente, la mancanza di una soluzione alla crisi dei rifugiati e un aumento delle morti per attacchi terroristici hanno reso il mondo meno pacifico nel 2016 rispetto al 2015.

E ora ci sono sempre meno paesi in tutto il mondo che possono essere considerati veramente in pace – in altre parole, non impegnati in alcun conflitto sia internamente che esternamente – rispetto al 2014 .
Secondo l’Istituto per l’Economia e la Pace, PEI, un think tank che ha prodotto l’indice negli ultimi 10 anni, solo Botswana, Cile, Costa Rica, Giappone, Mauritius, Panama, Qatar, Svizzera, Uruguay e Vietnam sono esenti da conflitti.
Il Brasile è il paese che ha abbandonato la lista, dato che suscita una seria preoccupazione in vista delle Olimpiadi di Rio.
Ma forse il dato più notevole che emerge dall’indice di quest’anno è la misura in cui la situazione in Medio Oriente trascina verso il basso il resto del mondo quando si tratta di tranquillità.

L’indice mostra che 81 paesi sono diventati più tranquilli nel corso dell’anno passato, mentre la situazione è peggiorata in 79.
A differenza degli anni precedenti, tuttavia, il PEI ha notato una chiara tendenza in cui i paesi più pacifici migliorano ulteriormente mentre i paesi meno pacifici peggiorano –  “la disuguaglianza di pace” in tutto il mondo.
“Il motivo principale è la nostra incapacità di risolvere i conflitti che stanno emergendo”, ha spiegato il fondatore del PEI, Killelea. “I conflitti in Afghanistan e in Iraq sono in corso da oltre un decennio, poi sono arrivati Siria, Libia e Yemen.  Questo [fallimento] è la chiave del problema.
L’indice mostra che l’instabilità politica è peggiorata in 39 paesi negli ultimi 12 mesi, tra cui quello che il rapporto descrive come il “caso eclatante” del Brasile.
L’Islanda è stata ancora una volta nominato il paese più pacifico del mondo, seguita da Danimarca, Austria, Nuova Zelanda e Portogallo. La Siria è stata ancora una volta nominata il paese meno pacifico .
Alla domanda su come il resto del mondo può imparare dall’Islanda, Killelea ha detto: “Non è solo l’Islanda, c’è tutta una serie di paesi da cui possiamo imparare. Praticano ciò che noi chiamiamo pace positiva, che sono i fattori che creano e sostengono società pacifiche “.
Il PEI cerca di definire la pace positiva in termini numerici, dando ai paesi punteggi per una serie di fattori, tra cui “l’accettazione dei diritti degli altri”, “bassi livelli di corruzione”, “il libero flusso di informazioni” e un “governo ben funzionante” .
Infine, l’indice ha identificato l’Europa ancora una volta come la regione più pacifica del mondo, che ospita sette dei primi 10 paesi della lista.
Eppure il continente non è immune alla guerra – Gran Bretagna, Francia, Belgio e altri sono pesantemente coinvolti nel conflitto esterno in Medio Oriente, e di fronte a una minaccia crescente per la pace dal terrorismo internazionale.
Quindi, dati tutte gli avvertimenti per la sicurezza dell’Europa se la Gran Bretagna dovesse lasciare l’UE, il PEI prevede un cambiamento nelle fortune della regione in caso di Brexit?
“E ‘improbabile che ci sia un effetto a breve termine”, ha detto Killelea. “Ma le ramificazioni a lungo termine, più per la Gran Bretagna che per [il resto] d’Europa, probabilmente dipenderanno da quello che sarà il risultato economico di una Brexit
“Se l’economia resta solida la Gran Bretagna manterrà gli attuali livelli di pace. Tuttavia, se c’è un deterioramento dell’economia potrebbe esserci un impatto negativo sulla tranquillità “.

Sorgente: Global Peace Index 2016: solo dieci paesi non sono impegnati in nessun conflitto – World Affairs – L’Antidiplomatico

Libya rejects foreign military intervention

The prime minister of Libya’s UN-backed unity government has ruled out a foreign military intervention in the fight against Daesh terrorists.

The Libyan prime minister has dismissed the possibility of an international military intervention purportedly aimed at boosting the anti-Daesh fight in the conflict-plagued country.

“It’s true that we need help from the international community in our fight against terrorism and it’s true that this is something we have already received,” Fayez al-Sarraj said in an interview with French weekly newspaper Le Journal du Dimanche published on Sunday.

“But we are not talking about international intervention,” Sarraj said, noting that foreign boots on Libyan soil could offend national pride and runs “contrary to our principles.”

“Rather we need satellite images, intelligence, technical help… not bombardments,” he pointed out.

Sarraj further noted that “total victory over Daesh in Sirte is close.”

“(We hope) that this war against terrorism will be able to unite Libya. But it will be long. And the international community knows that,” he said.

On Friday, Sarraj had said he was confident that forces loyal to Libya’s UN-backed unity government, known as Government of National Accord (GNA), would liberate the coastal city of Sirte, the main stronghold of Daesh terrorists in Libya.

Forces loyal to Libya’s UN-backed unity government are seen during clashes with Daesh terrorists on the western outskirts of Sirte on June 2, 2016. ©AFP

In another development on Saturday, GNA loyalists took control of Ghardabiya air base, which lies about 20 kilometers (12 miles) south of Sirte, from Daesh extremists.

Spokesman Mohamed al-Gasri described the capture as strategically significant given that it cut off Daesh supply routes and “trapped them further” within the city.

Gasri added that three fighters from the government-backed brigades lost their lives and five others sustained injuries during Saturday’s clashes.

GNA forces also announced that they had liberated the town of Abu Hadi, situated 15 kilometers (9.3 miles) southeast of Sirte, from the clutches of Daesh Takfiris.

Separately, two militia groups operating in eastern Libya have expressed their support for the UN’s unity government, which seeks to put an end to years of factional power struggles.

Forces loyal to Libya’s UN-backed unity government are seen during clashes with Daesh terrorists around 23 kilometers (14 miles) west of Sirte on June 2, 2016. ©AFP

On Saturday, the commanders of the special anti-terrorist force and a military intelligence brigade held a joint press conference with GNA Defense Minister-designate al-Mahdi al-Bargathi, and decided to throw their support behind the GNA.

Libya has had two rival governments since 2014, when politician Khalifa Ghweil and his self-proclaimed government seized control of the capital, Tripoli, with the support of militia groups, forcing the internationally-recognized government to move to the country’s remote eastern city of Tobruk.

The two governments achieved a consensus on forming a unity government, the GNA, last December after months of UN-brokered talks in Tunisia and Morocco to restore order in the country.

Sorgente: PressTV-Libya rejects foreign military intervention

The Legacy of the Obama Administration: An Interview With Noam Chomsky

President Barack Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)President Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)

 

Anyone looking attentively at contemporary developments in the United States will surely notice that the country is undergoing a profound crisis of purpose and institutional legitimacy under a neoliberal regime in overdrive. And this is occurring less than eight years after the election of Barack Obama, whose political campaign raised hopes for a shift away from the neoconservative fallacies and imperial crimes that characterized the administration of George W. Bush.

Welcome to the future of the past. The United States is a nation in disarray whose economic and political elite are still trying to recapture and reproduce the Gilded Age at a time when the overwhelming majority of citizens are experiencing a sharp decline in their standard of living and an increase in large-scale economic insecurity, coupled with sharply diminishing social services, a collapsing infrastructure and loss of hope in the future. Hence the explanation for the rise of political charlatans like Donald Trump, a man who aspires to become president without even pretending to have what may be loosely described as a coherent ideology (which is why the popular version among certain segments of the US progressive movement that Donald Trump is a “fascist” is a crude joke). Hence, also, the appearance on the national political stage of Bernie Sanders, whose message about the need for a more democratic United States resonates extremely well with young people, many of whom fear that, given the current conditions, their future will involve massive unemployment and economic insecurity.

Be that as it may, it seems beyond reasonable doubt at this point that the November election will be between a Republican candidate who believes that the rich deserve to get richer off the brutal exploitation of the working class and a Democrat who has fully embraced neoconservatism on foreign policy issues and is in bed with the Wall Street wolves. In this respect, Hillary Clinton hardly offers a meaningful alternative to Donald Trump, whose incoherent mumblings have scared even the Republican establishment to the point that his opponent can count on measurable support, both in terms of money and votes, from traditional conservatives and many neoconservatives.

With the November election still several months away, it would be instructive to reflect on the state of the country and the world under the Obama administration as the past always shapes and conditions the present. Noam Chomsky, one of the US’ premier dissidents, social critics and intellectuals for more than half a century, was among a handful of souls who never “bought” the promotion of Barack Obama as a real reformer, let alone a sincere progressive. In this exclusive interview with Truthout, Chomsky lays bare the reasons why Obama’s election did not lead to any significant changes in the realms of foreign and economic policy making, although it did represent some kind of progress after eight grim years of neoconservative rule under a messianic administration.

CJ Polychroniou: Barack Obama was elected in 2008 as president of the United States in a wave of optimism, but at a time when the country was in the full grip of the financial crisis brought about, according to Obama himself, by “the reckless behavior of a lot of financial institutions around the world” and “the folks on Wall Street.” Obama’s rise to power has been well documented, including the funding of his Illinois political career by the well-known Chicago real estate developer and power peddler Tony Rezko, but the legacy of his presidency has yet to be written. First, in your view, did Obama rescue the US economy from a meltdown, and, second, did he initiate policies to ensure that “reckless financial behavior” would be kept at bay?

Noam Chomsky: On the first question, the matter is debated. Some economists argue that the bank rescues were not necessary to avoid a serious depression, and that the system would have recovered, probably with some of the big banks broken up. Dean Baker for one. I don’t trust my own judgment enough to take a strong position.

On the second question, Dodd-Frank takes some steps forward — making the system more transparent, greater reserve requirements, etc. — but congressional intervention has cut back some of the regulation, for example, of derivative transactions, leading to strong protests [of] Frank. Some commentators, Matt Taibbi for one, have argued that [the] Wall Street-Congress conniving undermined much of the force of the reform from the start.

What do you think were the real factors behind the 2008 financial crisis?

The immediate cause of the crisis was the housing bubble, based substantially on very risky subprime mortgage loans along with exotic financial instruments devised to distribute risk, reaching such complexity that few understand who owes what to whom. The more fundamental reasons have to do with basic market inefficiencies. If you and I agree on some transaction (say, you sell me a car), we may make a good bargain for ourselves, but we do not take into account the effect on others (pollution, traffic congestion, increase in price of gas, etc.). These “externalities,” so called, can be very large. In the case of financial institutions, the effect is to underprice risk by ignoring “systemic risk.” Thus if Goldman Sachs lends money, it will, if well-managed, take into account the potential risk to itself if the borrower cannot pay, but not the risk to the financial system as a whole. The result is that risk is underpriced. There is too much risk for a sound economy. That can, in principle, be controlled by sound regulation, but financialization of the economy has been accompanied by deregulation mania, based on theological notions of “efficient markets” and “rational choice.” Interestingly enough, several of the people who had primary responsibility for these destructive policies were chosen as Obama’s leading economic policy advisers (Robert Rubin, Larry Summers, Tim Geithner and others) during his first term in the White House. Alan Greenspan, the great hero of a few years ago, eventually conceded quietly that he did not understand how markets work — which is quite remarkable.

There are also other devices that lead to underpricing risk. Government rules on corporate governance provide perverse incentives: CEOs are highly rewarded for taking short-term risks, and can leave the ruins to someone else, floating away on their “golden parachutes,” when collapse comes. And there is much more.

Didn’t the 2008 financial crisis reveal once again that capitalism is a parasitic system?

It is worth bearing in mind that “really existing capitalism” is remote from capitalism — at least in the rich and powerful countries. Thus in the US, the advanced economy relies crucially on the dynamic state sector to socialize cost and risk while privatizing eventual profit — and “eventual” can be a long time: In the case of the core of the modern high-tech economy, computers and the internet, it was decades. There is much more mythology that has to be dismantled if the questions are to be seriously posed.

Existing state-capitalist economies are indeed “parasitic” on the public, in the manner indicated, and others: bailouts (which are very common, in the industrial system as well), highly protectionist “trade” measures that guarantee monopoly pricing rights to state-subsidized corporations, and many other devices.

During his first term as president, you admitted that Obama faced an exceptionally hostile crowd in Capitol Hill, which of course remained hostile throughout his two terms. Be that as it may, was Obama ever a real reformer or was he more of a public manipulator who used popular political rhetoric to sideline the progressive mood of the country in an era of great inequality and mass discontent over the future of the USA?

Obama had congressional support for his first two years in office, the time when most presidential initiatives are introduced. I never saw any indication that he intended substantive progressive steps. I wrote about him before the 2008 primaries, relying on the webpage in which he presented himself as a candidate. I was singularly unimpressed, to put it very mildly. Actually, I was shocked, for the reasons I discussed.

Consider what Obama and his supporters regard as his signature achievement, the Affordable Care Act. At first, a public option (effectively, national health care) was dangled. It had almost two-thirds popular support. It was dropped without apparent consideration. The outlandish legislation barring the government from negotiating drug prices was opposed by some 85 percent of the population, but was kept with little discussion. The Act is an improvement on the existing international scandal, but not by much, and with fundamental flaws.

Consider nuclear weapons. Obama had some nice things to say — nice enough to win the Nobel Peace Prize. There has been some progress, but it has been slight and current moves are in the wrong direction.

In general: much smooth rhetoric, some positive steps, some regression, overall not a very impressive record. That seems to me a fair assessment, even putting aside the quite extraordinary stance of the Republican party, which made it clear right after Obama’s election that they were, substantially, a one-issue party: prevent the president from doing anything, no matter what happens to the country and the world. It is difficult to find analogues among industrial democracies. Small wonder that the most respected conservative political analysts (such as Thomas Mann or Norman Ornstein of the conservative American Enterprise Institute) refer to the party as a “radical insurgency” that has abandoned normal parliamentary politics.

In the foreign policy realm, Obama claimed to strive for a new era in the US, away from the militarism of his predecessor and towards respect for international law and active diplomacy. How would you judge US foreign and military strategy under the Obama administration?

He has been more reluctant to engage troops on the ground than some of his predecessors and advisers, and instead has rapidly escalated special operations and his global assassination (drone) campaign, a moral disaster and arguably illegal as well [on the latter matter, see Mary Ellen O’Connell, American Journal of International Law volume 109, 2015, 889f]. On other fronts, it is a mixed story. Obama has continued to bar a nuclear weapons-free (technically, WMD-free) zone in the Middle East, evidently motivated by the need to protect Israeli nuclear weapons from scrutiny. By so doing, he is endangering the Nonproliferation Treaty, the most important disarmament treaty, which is contingent on establishing such a zone. He is dangerously escalating tensions along the Russian border, extending earlier policies. His trillion-dollar program for modernizing the nuclear weapons system is the opposite of what should be done. The investor-rights agreements (called “free trade agreements”) are likely to be generally harmful to populations, [and] beneficial to the corporate sector. Sensibly, he bowed to strong hemispheric pressures and took steps towards normalization of relations with Cuba. These and other moves amount to a mixed story, ranging from criminal to moderate improvement.

Looking at the state of the US economy, one can easily argue that the effects of the financial crisis of 2007-08 are not only still around, but that we have in place a set of policies which continue to suppress the standard of living for the working population and produce immense economic insecurity. Is this because of neoliberalism and the peculiarities of the nature of the US economy, or are there global and systemic forces at play such as the free movement of capital, automation and the end of industrialization?

The neoliberal assault on the population remains intact, though less so in the US than in Europe. Automation is not a major factor, and industrialization isn’t ending, just being off-shored. Financialization has of course exploded during the neoliberal period, and the general policies, pretty much global in character, are designed to enhance private and corporate power. That sets off a vicious cycle in which concentration of wealth leads to concentration of political power, which in turn yields legislation and administrative practices that carry the process forward. There are countervailing forces, and they might become more powerful. The potential is there, as we can see from the Sanders campaign and even the Trump campaign, if the white working class to which Trump appeals can become organized to focus on their real interests instead of being in thrall to their class enemy.

To the extent that Trump’s programs are coherent, they fall into the same general category of those of Paul Ryan, who has granted us the kindness of spelling them out: increase spending on the military (already more than half of discretionary spending and almost as much as the rest of the world combined), and cut back taxes, mainly on the rich, with no new revenue sources. In brief, nothing much is left for any government program that might be of benefit to the general population and the world. Trump produces so many arbitrary and often self-contradictory pronouncements that it isn’t easy to attribute to him a program, but he regularly keeps within this range — which, incidentally, means that his claims about supporting Social Security and Medicare are worthless.

Since the white working class cannot be mobilized to support the class enemy on the basis of their actual programs, the “radical insurgency” called “the Republican Party” appeals to its constituency on what are called “social-cultural issues”: religion, fear, racism, nationalism. The appeals are facilitated by the abandonment of the white working class by the Democratic Party, which offers them very little but “more of the same”…. It is then facile for the liberal professional classes to accuse the white working class of racism and other such sins, though a closer look often reveals that the manifestations of [this] deep-rooted sickness of the society are simply taking different forms among various sectors.

Obama’s charisma and undoubtedly unique rhetorical skills were critical elements in his struggle to rise to power, while Donald Trump is an extrovert who seeks to project the image of a powerful personality who knows how to get things done even if he relies on the use of banalities to create the image he was to create about himself as a future leader of a country. Do personalities really matter in politics, especially in our own era?

I am very much down on charismatic leaders, and as for strong ones, [it] depends on what they are working for. The best, in our own kind of societies, I think, are the FDR types, who react to, are sympathetic to and encourage popular movements for significant reform. Sometimes, at least.

And politicians to be elected to a national office have to be pretty good actors, right?

Electoral campaigns, especially in the US, are being run by the advertising industry. The 2008 political campaign of Barack Obama was voted by the advertising industry as the best marketing campaign of the year.

Obama’s last State of the Union address had all the rhetoric of someone running for president, not someone who has been in office for more than seven years. What do you make of this — Obama’s vision of how the country should be and function eight to 10 years from now?

He spoke as if he had not been elected eight years ago. Obama had plenty of opportunities to change the course of the country. Even his “signature” achievement, the reform of the health care system, is a watered-down version, as I pointed out earlier. Despite the huge propaganda assault denouncing government involvement in health care, and the extremely limited articulate response, a majority of the population (and a huge majority of Democrats) still favor national health care, Obama didn’t even try, even when he had congressional support.

You have argued that nuclear weapons and climate change represent the two biggest threats facing humankind. In your view, is climate change a direct effect of capitalism, the view taken by someone like Naomi Klein, or related to humanity and progress in general, a view embraced by the British philosopher John Gray?

Geologists divide planetary history into eras. The Pleistocene lasted millions of years, followed by the Holocene, which began at about the time of the agricultural revolution 10,000 years ago and recently the Anthropocene, corresponding to the era of industrialization. What we call “capitalism,” in practice various varieties of state-capitalism, tends in part to keep to market principles that ignore non-market factors in transactions: so-called externalities, the cost to Tom if Bill and Harry make a transaction. That is always a serious problem, like systemic risk in the financial system, in which case the taxpayer is called upon to patch up the “market failures.” Another externality is destruction of the environment — but in this case the taxpayer cannot step in to restore the system. It’s not a matter of “humanity and progress,” but rather of a particular form of social and economic development, which need not be specifically capitalist; the authoritarian Russian statist (not socialist) system was even worse. There are important steps that can be taken within existing systems (carbon tax, alternative energy, conservation, etc.), and they should be pursued as much as possible, along with efforts to reconstruct society and culture to serve human needs rather than power and profit.

What do you think of certain geoengineering undertakings to clean up the environment, such as the use of carbon negative technologies to suck carbon from the air?

These undertakings have to be evaluated with great care, paying attention to issues ranging from narrowly technical ones to large-scale societal and environmental impacts that could be quite complex and poorly understood. Sucking carbon from the air is done all the time — planting forests — and can presumably be carried considerably further to good effect, but I don’t have the special knowledge required to provide definite answers. Other more exotic proposals have to be considered on their own merits — and with due caution.

Some major oil-producing countries, such as Saudi Arabia, are in the process of diversifying their economies, apparently fully aware of the fact that the fossil fuel era will soon be over. In the light of this development, wouldn’t US foreign policy toward the Middle East take a radically new turn once oil has ceased being the previous commodity that it has been up to now?

Saudi Arabian leaders are talking about this much too late. These plans should have been undertaken seriously decades ago. Saudi Arabia and the Gulf states may become uninhabitable in the not-very-distant future if current tendencies persist. In the bitterest of ironies, they have been surviving on the poison they produce that will destroy them — a comment that holds for all of us, even if less directly. How serious the plans are is not very clear. There are many skeptics. One Twitter comment is that they split the electricity ministry and the water ministries for fear of electrocution. That captures much of the general sentiment. It would be good to be surprised.


thanks to: C.J. Polychroniou

truthout

Hillary’s Secrets: What Was Hidden in Clinton’s Emails

U.S. presidential candidate and former Secretary of State Hillary Clinton speaks with the media after sitting down with workers and management of Whitney Brothers children's toy and furniture factory during a round table while campaigning for the 2016 Democratic presidential nomination in Keene, New Hampshire April 20, 2015

Former Secretary of State Hillary Clinton is the frontrunner to win the US Democratic Party’s presidential nomination. However, her triumphant march to the White House might be overshadowed by her email scandal.

Here are some controversial facts we’ve learned from emails addressed to and sent by US presidential candidate Hillary Clinton:

Revelation 1: Google and Al-Jazeera interfered in the Syrian events and collaborated with each other in an attempt to overthrow Syrian President Bashar-al-Assad.

According to an email from the head of “Google Ideas” Jared Cohen, received by the US State Department in 2012, the company was trying to support insurgents by urging representatives of Syrian power structures to take the side of the opposition.

“Given how hard it is to get information into Syria right now, we are partnering with Al-Jazeera who will take primary ownership over the tool we have built, track the data, verify it, and broadcast it back into Syria,” Cohen wrote in the e-mail.

Revelation 2: Following the 2011 Libyan intervention, France decided to seize the country’s oil industry and “reassert itself as a military power”.

An e-mail on the issue was written by Clinton family friend Sidney Blumenthal. He wrote that France was trying to establish control over Libyan oil immediately after the coup in 2011. Moreover, France was exerting pressure on the new Libyan government and demanding exclusive rights to 35% of the country’s oil industry in exchange for political support.

“In return for this assistance, the DGSE officers indicated that they expected the new government of Libya to favor French firms and national interests, particularly regarding the oil industry in Libya,” the email said.

Revelation 3: The US tried to conceal the fact that it helped Turkey to fight the Kurdistan Workers’ Party.

An email addressed to Clinton said that the US government tried to exert pressure on the Washington Post to amend an article on cooperation between American and Turkish intelligence in the fight against Kurdish rebels.

“Despite our efforts, WaPo will proceed with its story on US-Turkey intel cooperation against PKK,” the message said, referring to the Kurdistan Workers’ Party. “They will not make redactions we requested so expect the Wikileaks cables to be published in full.”

Revelation 4: The last revelation is more of a personal nature and concerns Clinton’s poor knowledge of modern technology. Thus, her email correspondence shows that she frequently needed assistance with daily activities such as faxing, charging her iPad or searching for a Wi-Fi network.

thanks to: Sputniknews

Gli USA vogliono la guerra con la Russia – United States wants war with Russia

20.05.2016 David Swanson

 

Gli USA vogliono la guerra con la Russia
(Foto di Whitehouse Media)

 

Dopo decenni di provocazioni alla Russia, il governo degli Stati Uniti sembra aver concluso che i russi sono tutti santi e ha deciso di intensificare le provocazioni confidando che nulla vada storto, per non andare sul nucleare.
O le cose stanno così, oppure il governo degli Stati Uniti vuole davvero la Terza Guerra Mondiale.

Questo articolo è stato prima pubblicato il 18/5/16 su American Herald Tribune

Traduzione di Leopoldo Salmaso da Pressenza.com
(NOTA: sono riprodotti i link originari, con l’avvertenza che portano a testi in inglese)

Io non tratterei un ratto malato come gli Stati Uniti trattano la Russia. Il governo russo ha esercitato un’incredibile moderazione al punto che gli Stati Uniti sembra abbiano deciso che possono permettersi di essere ancora più cattivi, una mossa che addetti ai lavori di Washington ora apertamente dicono essere guidata dagli affari sulle armi:
“Questa faccenda dell’esercito è come la storia di ‘Chicken-Little: sta cadendo il cielo’[1]“, ha detto un alto ufficiale del Pentagono. “Questi qua vogliono farci credere che i russi sono alti 3 metri. C’è una spiegazione più semplice: l’esercito cerca un pretesto e una fetta del bilancio più grossa. E il modo migliore per ottenerla è dire che i russi sono in grado di atterrare sul nostro retro e su entrambi i nostri fianchi allo stesso tempo. Che corbelleria!”

In realtà, gli Stati Uniti spendono oltre 8 volte più della Russia in armamenti, senza contare la “Sicurezza della Patria”, l’Energia, lo Stato, i Veterani, ecc. Il mondo contiene ancora armi nucleari sufficienti a distruggere la vita umana se solo una piccola frazione di esse vengono utilizzate, e il 93 per cento appartengono alla Russia e agli Stati Uniti.

Perché non sono sparite le armi nucleari, quando Gorbaciov era disposto a rinunciarvi?

Perché Reagan non era disposto a rinunciare a uno stupido, non funzionante, e fraudolento scudo tecnologico contro una minaccia che non sarebbe esistita se avesse fatto l’accordo. Quella tecnologia è di nuovo nelle sale cinematografiche e nei notiziari: Star Wars.

La guerra fredda continua. L’Unione Sovietica si è sciolta, la Germania si è riunificata, ma la guerra fredda continua al Pentagono. Il Patto di Varsavia si è sciolto, ma la NATO si espande. Quando la Germania si è riunificata, gli Stati Uniti promisero alla Russia che la NATO non si sarebbe mai allargata verso est. Da allora la NATO ha aggiunto nella sua alleanza Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovenia, Albania e Croazia. Dopo il colpo di stato in Ucraina sostenuto dagli Stati Uniti, e contro i desideri del popolo ucraino, la NATO sta spingendo per una partnership con l’Ucraina, e con la Georgia.

Immaginate se la Russia avesse promesso di non espandere il Patto di Varsavia e poi avesse aggiunto Groenlandia, Canada, Bermuda, Bahamas, Cuba e Messico. Se la Russia affermasse di aver fatto tutto quello per proteggersi dall’Iran, quanti esperti statunitensi considererebbero seria, non risibile, quella pretesa? E se la Russia avesse fatto un accordo con l’Iran in base al quale le ispezioni più rigorose che qualsiasi nazione abbia mai subito verifichino che l’Iran non ha armi minacciose, e la Russia si vantasse di questo accordo, ma intanto la Russia continuasse ad espandere il Patto di Varsavia, forse che gli Stati Uniti lo prenderebbero come quel gesto innocuo di amicizia che la NATO dice rappresentino le proprie azioni?

Anche la NATO è “alla ricerca di un pretesto” e si è precipitata a far guerra in Jugoslavia, Afghanistan e Libia. Gli Stati Uniti e alcuni suoi alleati della NATO stanno facendo guerre in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Siria, Somalia e Yemen. In alcuni di quei luoghi, guerre statunitensi di droni e guerre per procura si sono trasformate in guerre di terra, perfettamente innescate per un’ulteriore espansione. Eppure gli Stati Uniti dicono che i loro interventi sono “difensivi”, descrivono la Russia come aggressiva, e accusano falsamente la Russia di invadere l’Ucraina, un mito che Hillary Clinton ha usato facendo di Vladimir Putin l’equivalente di “Hitler”.

Ora gli Stati Uniti hanno inviato navi nel Mar Nero, carri armati in Georgia, hanno pianificato un’enorme “esercitazione” militare in Polonia, hanno aperto in Romania un sito di “difesa missilistica” che la Russia definisce una “minaccia diretta” (e una violazione del trattato sulle forze nucleari a medio raggio), e hanno iniziato a costruire un altro sito di “difesa missilistica” in Polonia. In occasione dell’apertura del nuovo sito in Romania, c’è un video on-line del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg che lo descrive come un “lavoro di squadra” che coinvolge Romania, Polonia, Spagna, Turchia, Germania, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito. Il discorso ampolloso di Stoltenberg afferma ripetutamente che “La difesa missilistica è per la difesa. E’ difensiva”. Stoltenberg sostiene che i missili “di difesa missilistica” sono troppo vicini alla Russia per intercettare missili russi, e così non coglie il punto che la Russia vede i missili statunitensi come offensivi, altro che “difensivi”.

Perfino CBS News considera impossibile prendere completamente sul serio il controsenso della NATO:
“I funzionari USA dicono che lo scudo missilistico rumeno, che è costato 800 milioni di $, ha lo scopo di respingere le minacce missilistiche provenienti dall’Iran e non è rivolto contro la Russia. Ma la NATO nel gennaio 2015 ha deciso di istituire centri di comando e controllo in Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Romania e Bulgaria entro la fine del 2016 – almeno in parte in risposta alle sfide provenienti dalla Russia e dagli estremisti islamici e per rassicurare i partner orientali”.

Quali minacce? In sostanza ‘i giganti di tre metri che atterrano sul retro e su entrambi i fianchi degli Stati Uniti contemporaneamente’ – in altre parole: soldi da fare.

Leggete con attenzione quest’altro pezzo da CBS News:
“Il presidente Obama e altri capi di Stato e di governo della NATO si sono incontrati a settembre e hanno deciso una revisione delle capacità e delle postazioni di difesa dell’Alleanza, chiamata Readiness Action Plan (Piano di Pronta Azione) o RAP, considerando l’annessione della penisola di Crimea e la presunta interferenza militare in Ucraina orientale da parte della Russia”.

La parola chiave è “presunta”. Sono passati anni dagli annunci settimanali che la Russia aveva invaso l’Ucraina, cosa che ovviamente non ha mai fatto. E naturalmente la gente di Crimea ha votato per unirsi alla Russia dopo che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva agevolato un violento colpo di stato in Ucraina che ha installato un governo costituito in buona parte da nazisti. La CBS non può spingersi a commentare se c’è o non c’è qualche prova della “presunta interferenza militare”, allora la chiama “presunta” e spera che non troppe persone sappiano che cosa significa quella parola.

La Russia, che ci crediate o no, sta esprimendo un certo fastidio. Come racconta Jonathan Marshall: “Portavoce di Mosca hanno avvertito che la Romania potrebbe diventare ‘rovine fumanti’ se continua a ospitare il nuovo sito antimissile; hanno minacciato la Danimarca, la Norvegia e la Polonia che anche loro potrebbero essere attaccate; e hanno annunciato lo sviluppo di una nuova generazione di missili balistici intercontinentali progettati per penetrare lo scudo missilistico degli Stati Uniti”.

Aerei russi si sono avvicinati a navi e aerei degli Stati Uniti nelle ultime settimane, ma i rapporti degli Stati Uniti in genere non hanno specificato il fatto che tali navi e tali aerei erano abbastanza vicini ai confini della Russia. Questo sfiora l’inizio di una guerra tra le maggiori potenze nucleari del mondo e rappresenta una minaccia di gran lunga maggiore di quanto generalmente immaginato, perché la maggior parte dei cittadini statunitensi non ha nessun interesse ad avviare la Terza Guerra Mondiale e quindi non ci pensa, ma il governo degli Stati Uniti e la NATO vogliono il sangue. Il nuovo comandante (italiano – NDT) della Nato dice che vuole essere pronto immediatamente a combattere la Russia.

Donald Trump ha buttato là la soluzione di buon senso di abolire la NATO, ma ha subito fatto marcia indietro e si è contraddetto, come su tanti altri argomenti. Hillary Clinton ha pienamente sostenuto l’espansione della NATO fin dall’inizio, quando era First Lady. Bernie Sanders accetta in genere tutto ciò che l’esercito sta facendo, in modo da non agitare le acque, cosa che ancora potrebbe fare di lui il migliore dei tre in materia di politica estera, così come lui è con tutta evidenza in politica interna.

Molto può accadere in 8 mesi. Molto può accadere prima che venga eletto il nuovo presidente. E con tutti gli occhi puntati sulle elezioni, è più che mai probabile che accada. E quello che può accadere farebbe sembrare gestibili i cambiamenti climatici, al confronto.

[1] NDT: E’ simile alla storia di Pierino e il lupo, ma Chicken-Little dice la verità sin dall’inizio, solo non viene creduto.

David Swanson è un autore, attivista, giornalista e conduttore radiofonico. E ‘direttore di WorldBeyondWar.org e coordinatore della campagna RootsAction.org. Fra i suoi libri citiamo ‘War Is a Lie’ (La guerra è una menzogna). Tiene un blog su DavidSwanson.org e su WarIsACrime.org. Conduce Talk Nation Radio (Radio Parla Nazione). E’ Candidato 2015 e 2016 al premio Nobel per la Pace.

 


 

United States wants war with Russia
Obama meets with Prime Minister Vladimir Putin (Image by Whitehouse media)

After provoking Russia for decades, the United States government has apparently concluded that the Russians are all saints and decided to escalate the provocations with confidence that nothing will go wrong, or go nuclear. Either that or the U.S. government truly wants World War III.

By David Swanson, American Herald Tribune

I wouldn’t treat a diseased rat the way the United States treats Russia. The Russian government has exercised such incredible restraint that the United States has apparently decided it can get away with being even nastier, a move that is now openly described by Washington insiders as being driven by weapons profiteering:

“‘This is the “Chicken-Little, sky-is-falling” set in the Army,’ the senior Pentagon officer said. ‘These guys want us to believe the Russians are 10 feet tall. There’s a simpler explanation: The Army is looking for a purpose, and a bigger chunk of the budget. And the best way to get that is to paint the Russians as being able to land in our rear and on both of our flanks at the same time. What a crock.’”

In fact, the United States spends well over 8 times what Russia does on militarism, not counting “Homeland Security” or Energy or State or Veterans, etc. The world still contains enough nuclear weapons to destroy human life if just a small fraction of them are used, and 93 percent of them belong to Russia and the United States.

Why aren’t the nukes gone, when Gorbachev was willing to give them up?

Because Reagan was unwilling to give up a stupid, non-functioning, and fraudulent technological defense against a threat that would not have existed if he had. That technology is back in the movie theaters and back in the news: Star Wars.

The Cold War continued. The Soviet Union broke up. Germany reunified. And the Cold War still continued at the Pentagon. The Warsaw Pact went away. NATO expanded. When Germany reunited, the United States promised Russia that NATO would never expand eastward. NATO then added the Czech Republic, Poland, Hungary, Slovakia, Romania, Bulgaria, Lithuania, Latvia, Estonia, Slovenia, Albania, and Croatia to its membership. Since the U.S.-facilitated coup in Ukraine, and against the desires of the Ukrainian people, NATO has been pushing for a partnership with Ukraine, as well as with Georgia.

Imagine if Russia had promised not to expand the Warsaw Pact and then added to its membership Greenland, Canada, Bermuda, the Bahamas, Cuba, and Mexico. If Russia claimed to have done all that to protect itself from Iran, how many U.S. pundits would treat that as a serious, non-laughable claim? And if Russia made a deal with Iran under which more stringent inspections than ever endured by any nation would verify that Iran had no threatening weapons, and if Russia bragged about this deal, but if Russia went right on expanding the Warsaw Pact, would the United States take that as the harmless gesture of friendship that NATO depicts its actions as?

NATO has also been “looking for a purpose” and rushing off to wage wars in Yugoslavia, Afghanistan, and Libya. The United States and some of its NATO allies are waging wars in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libya, Syria, Somalia, and Yemen. In a number of those places, drone wars and proxy wars have been turned into U.S. ground wars, perfectly primed for major expansion. Yet, the United States speaks of its actions as “defensive,” describes Russia as aggressive, and falsely accuses Russia of invading Ukraine, a mythical act that Hillary Clinton determined made Vladimir Putin the equivalent of “Hitler.”

Now the United States has sent ships to the Black Sea, sent tanks to Georgia, planned a huge military “exercise” in Poland, opened a “missile defense” site in Romania, which Russia calls a “direct threat” (and a violation of the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), and begun building another “missile defense” site in Poland. There’s a video online of NATO Secretary General Jens Stoltenberg at the opening of the new site in Romania, describing it as a “team effort” involving Romania, Poland, Spain, Turkey, Germany, Denmark, the Netherlands, and the UK. Stoltenberg’s stilted speech claims repeatedly that “Missile defense is for defense. It is defensive.” Stoltenberg claims the “missile defense” missiles are too close to Russia to intercept Russian missiles, which misses the point that Russia views the U.S. missiles as offensive, not “defensive.”

Even CBS News finds it impossible to take NATO’s nonsense completely seriously:

“U.S. officials say the Romanian missile shield, which cost $800 million, is intended to fend off missile threats from Iran and is not aimed at Russia. But NATO decided in January 2015 to set up command-and-control centers in Latvia, Estonia, Lithuania, Poland, Romania and Bulgaria by the end of 2016 — at least partly in response to challenges from Russia and Islamic extremists and to reassure eastern partners.”

What challenges? Essentially the 10-foot giants landing in the U.S. rear and on both flanks simultaneously — in other words: money to be made.

Read this further bit from CBS News carefully:

“President Obama and other NATO heads of state and government met in September and ordered an overhaul of the alliance’s capabilities and defense posture, called the Readiness Action Plan, or RAP, to take into account Russia’s annexation of the Crimean Peninsula and purported military interference in eastern Ukraine.”

The key word there is “purported.” It’s been years now since the weekly announcements that Russia had invaded Ukraine, something it obviously never did. And of course the people of Crimea voted to join Russia after the U.S. state department facilitated a violent coup in Ukraine that installed a government significantly made up of Nazis. CBS can’t bring itself to comment on whether or not there is any evidence of the “purported military interference,” so it just calls it “purported” and hopes that not too many people know what that word means.

Russia, believe it or not, is expressing some annoyance. As Jonathan Marshall recounts: “Moscow spokesmen have warned that Romania could become a ‘smoking ruins’ if it continues to host the new anti-missile site; threatened Denmark, Norway and Poland that they too could become targets of attack; and announced development of a new generation of intercontinental ballistic missiles designed to penetrate the U.S. missile shield.”

Russian planes have come near U.S. ships and planes in recent weeks, although U.S. reports have generally failed to focus on the fact that those ships and planes were quite near Russia’s borders. These near misses at starting a war between the world’s major nuclear militaries present a far greater threat than is generally imagined, because most U.S. citizens have zero interest in starting World War III and so don’t think about it, but the U.S. government and NATO want blood. NATO’s new commander says he wants to be ready to fight Russia immediately.

Donald Trump blurted out the common sense solution of abolishing NATO but quickly backed off and reversed himself, as on so many other topics. Hillary Clinton has wholeheartedly supported NATO’s expansion from the beginning, when she was First Lady. Bernie Sanders generally accepts whatever the military is doing, so as not to rock the boat, which still might leave him the best of the three on foreign policy, as he so obviously is on domestic.

But a great deal can happen in 8 months. A lot can happen before anyone new is elected. And with all eyes focused on the election, it’s more likely than ever to do so. And what could happen makes climate change seem manageable by comparison.

David Swanson is an author, activist, journalist, and radio host. He is director ofWorldBeyondWar.org and campaign coordinator for RootsAction.org. Swanson’s books include War Is A Lie. He blogs at DavidSwanson.org and WarIsACrime.org. He hosts Talk Nation Radio. He is a 2015 and 2016 Nobel Peace Prize Nominee.

thanks to: Pressenza

Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

Italian military analyst Manlio Dinucci explains what he believes is the biggest danger emanating from the US deployment of its missile defense network in Romania and Poland.

NATO officials’ explanations aside, everyone, including the Russian president, seems to understand perfectly well that the US’s shiny new Aegis Ashore missile defense system in Deveselu, Romania, and the one being built in Redzikowo, Poland are directed against Russia.

And the reason, writes Il Manifesto military analyst Manlio Dinucci, is not because the system threatens to intercept Russian ICBMs and put the nuclear balance of power in jeopardy. “The reality,” he writes, “is much worse.”

In the course of his meeting with leaders from Sweden, Denmark, Finland, Iceland and Norway in Washington last week, President Obama reiterated his ‘concerns’ “about Russia’s growing aggressive military presence and posture in the Baltic-Nordic region,” and reaffirmed Washington’s commitment to collective defense in Europe.

“This commitment,” Dinucci recalls, “was demonstrated a day earlier at Romania’s Deveselu air base in the form of the inauguration of the US Aegis Ashore land-based missile defense system.”

US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

© AFP 2016/ DANIEL MIHAILESCU US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

“NATO Secretary General Jens Stoltenberg, who was present at the ceremony along with US Deputy Secretary of Defense Robert Work and Romanian Prime Minister Dacian Ciaolos, thanked the United States, because with this facility, ‘the first-of-its-kind land-based missile defense installation’, would significantly increase ‘the capability to defend European allies against the proliferation of ballistic missiles from outside the Euro-Atlantic area.'”

The secretary general “also announced the start of work in Poland on another Aegis Ashore system similar to the one that came online in Romania. The two land-based facilities are an addition to four US Navy Aegis Ballistic Missile Defense ships based at the Spanish base of Rota and deployed across the Mediterranean, the Black and Baltic seas, the powerful Aegis radar installation in Turkey and a command center in Germany.”

Speaking at the ceremony, Stoltenberg sought to emphasize that “the site in Romania as well as the one in Poland are not directed against Russia. The interceptors are too few and located too far south or too close to Russia to be able to intercept Russian ICBMs.”

“And what is the technology Stoltenberg is referring to?” Dinucci asked. “Both the ship- and land-based Aegis systems feature the Lockheed Martin Mark 41 vertical launching system, using tubes (located in the belly of the ship or in an underground bunker), launching the SM-3 interceptor missile.”

Hence, the analyst notes, “this system, called a ‘shield’, actually has an offensive function. If the US managed to achieve a reliable ABM system, they could keep Russia under the threat of a nuclear first strike, relying on the ability of their ‘shield’ to neutralize any possibility of retaliation. In reality, this is not possible at this stage, because Russia and even China are now taking a series of measures to make it impossible to intercept all their nuclear warheads in a missile attack. What then, is the US really trying to achieve with its Europe-based Aegis system?”

In fact, Dinucci notes, “this is something Lockheed Martin itself openly explains. Illustrating the technical characteristics of the Mark 41 vertical launching system…the company stresses the ability to launch ‘missiles for every mission: anti-air, anti-ship, anti-submarine, and to attack ground targets.’ Launch tubes can be adapted for any missiles, including the type ‘used for defense against ballistic missile attack, and long-range [cruise].’ It even specifies the types: ‘the SM-3 [interceptor] and the Tomahawk cruise missile’.”

“In light of this technical explanation,” the analyst writes, “the justification provided by Stoltenberg – that the instillation at Deveselu is deployed ‘too close to Russia to intercept Russian ICBMs’ is anything but reassuring. Because no one can really know about what kind of missiles are actually deployed in the vertical launchers at the Deveselu base, or on the ships which sail near Russian territorial waters.”

Moscow, Dinucci adds, cannot even be certain that the missiles aren’t nuclear-armed.

Therefore, the military analyst argues, “the inauguration of the missile defense base at Deveselu may signal the end of the Treaty on Intermediate Nuclear Forces, signed by the US and the Soviet Union and 1987, which facilitated the elimination of land-based missiles with a range of between 500-5,500 km, including the Soviet RSD-10s and the US Pershing 2s and Tomahawks based in Germany and Italy.”

A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

© Sputnik/ Vladimir Rodionov A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

“In this way,” he warns, “Europe is reverting to the climate of the Cold War, to the advantage of the US, which can use such a climate to increase their influence on their European allies. It’s no coincidence that at the meeting in Washington, Obama highlighted the ‘European consensus’ on maintaining sanctions against Russia, and praised Denmark, Finland, and Sweden and their ‘strong support’ for the Transatlantic Trade and Investment Partnership, which the US wants to sign by the end of the year.”

It turns out “that the Lockheed Martin launchers also contain a TTIP missile,” Dinucci concludes.

Sorgente: Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

With 4,000 US Cruise Missiles Pointed at Russia, How Will Moscow Respond?

Media and military experts have engaged in a discussion of the US military concept of a Prompt Global Strike (PGS), a system that would enable Washington to deliver precision-guided non-nuclear airstrikes anywhere in the world in less than an hour. Defense analyst Konstantin Sivkov discusses the idea, and Russia’s inevitable response.

In his analysis, published by the independent online newspaper Svobodnaya Pressa, Sivkov begins by recalling that the general media and expert appraisal of the concept is that it would be a danger to the entire world, if ever implemented.

“Generalizing the appraisals of the Prompt Global Strike program, it emerges that this is an extremely dangerous idea that would become a deadly threat for almost all nations. At the core of this idea is the assertion that precision conventional weapons can be comparable in their destructive power to nuclear weapons. Accordingly, their massed use against Washington’s foes could bring them to their knees.”

“But is this really the case?” Sivkov asks. “What is behind the concept of the Prompt Global Strike, and is it really possible to bomb an enemy into capitulation? How serious a threat is this concept with regard to its possible use against Russia?”

At its core, the doctor of military sciences recalls, the concept “involves the creation of a complete combat system, and apart from the strike component also requires subsystems including reconnaissance and surveillance, command and communications posts, as well as jamming systems.”

“The weapons used under this concept would include land- and sea-based ballistic missiles, as well as sea- and air-launched hypersonic long-range cruise missiles. In the long term, space-based platforms can also be used to launch attacks.”

Sivkov notes that ballistic missiles are currently the most likely candidate to meet the requirements laid out by the concept of the Prompt Global Strike. “They provide for the high-precision destruction of targets (with a CEP accuracy of 100-150 meters), a short delivery time (no more than 30-40 minutes), and high speed of the warhead in the target area, allowing them to destroy objects buried deep underground. Their large throw-weight (up to 3.5 tons) allows for the use of various types of warheads.”

“However, there are a number of issues that make the use of conventionally-equipped ballistic missiles problematic.”

To begin with, the analyst recalls, “the Russian missile surveillance system (and that of China, in the near future), may classify the group launch of such missiles (and the guaranteed destruction of a single object will require at least 2-3 such missiles) as a nuclear attack, leading to a retaliatory nuclear strike.”

“Secondly, the START treaties limit the total number of deployed ballistic missiles, and make no distinction between nuclear and conventionally equipped weapons. In other words, equipping ground and sea-based ballistic missiles with conventional warheads can only be done through a corresponding reduction in the number of deployed nuclear missiles.”

Therefore, another important component of the Prompt Global Strike initiative is the Boeing X-51A, a prospective missile expected to be capable of hypersonic flight at a speed of 6,500-7,500 km/h.

“However,” Sivkov notes, “tests of this system have not yet yielded the expected results. And while the X-51A program has not been closed, it can only be expected to appear in the medium term, and to be adopted into service in sufficient quantities only in the long term.”

“Therefore, the US military is not expected to receive any fundamentally new weapons systems giving the Prompt Global Strike initiative any operationally significant effect in the medium and even long term perspective.”

In this connection, the analyst says, “the US may in the medium term rely for the most part on sea- and air-launched cruise missiles, such as the Tomahawk, based on strategic, tactical and carrier aviation. The US Navy’s existing sea launched cruise missiles (SLCMs) have a range of up to 1,600 km, using 340-450 kg warheads with an accuracy of between 5-10 meters. These weapons can be launched from all modern vessels and submarines at the US’s disposal.”

12 such SLCMs can be placed on each of the 23 serving Los Angeles-class attack submarines. The same number can be launched from the Seawolf-class and Virginia-class subs (3 units and 9 units, respectively). “Under the program to convert Ohio-class submarines into carriers of Tomahawk missiles, each of the 4 subs were expected to carry 154 SLCMs. However, that program was closed.”

61 of the US’s new Arleigh Burke-class destroyers, and its 22 Ticonderoga-class cruisers are equipped with vertical launching systems, the Arleigh Burke-class featuring the 96-cell Mark 41 VLS, and the Ticonderoga a 122-cell system.

Therefore, Sivkov notes, the US surface fleet can theoretically carry a total of 4,000 surface-ship launched cruise missiles, plus another 1,000 onboard its submarines.

“However, realistically speaking, given the need to use part of the surface fleet for other purposes, and accounting for operational readiness, ships and submarines of the US Navy can actually deploy no more than 2,500-3,000 SLCMs” at any one time.

“In addition to the Navy, US long-range strategic bombers are also equipped with long-range cruise missiles. At present, the US Air Force is equipped with about 130 strategic bombers, capable of deploying a total of about 1,200 air launched cruise missiles (ALCMs). Thus, in total, all [US] carriers of cruise missiles are able to launch a total of 3,700-4,200 missiles.”

Moreover, “in addition to missiles, between 2,500-3,000 tactical and carrier-based aircraft capable of striking targets at a depth of up to 600 km from the border can also be used in a first strike.”

“This,” Sivkov notes, “is quite an impressive force, and absent an effective response, is capable of destroying (knocking out) 1,000 important sites of the opponent in the potential first strike.”

However, the analyst notes, this capability does really conform to the concept of the Prompt Global Strike, for several reasons.

“Firstly, such a strike would not, in fact, be ‘prompt’, since the preparations for such a large-scale attack would require a great deal of time – 2 months or more. At this time, the US would need to implement the strategic deployment of its air and naval forces in the area of the combat mission, to create the necessary inventories, and to conduct reconnaissance on the objects subject to attack. In other words, this would no longer be the kind of air attack proposed by the Prompt Global Strike concept, but an ordinary missile-based strike.”

“Second, if the impact of such an attack could really be devastating on small (or even medium-sized) countries, it will not fully deprive them of the opportunity to resist…Therefore, in the continuation of warfare, the US would, in one way or another, have to switch to the use of traditional means of warfare. In other words, the strike’s use makes sense only if it is part of a fairly large-scale military operation in coordination with the other branches of the armed forces, and this, again, means that it will not be ‘prompt’, nor global, but an ordinary missile strike as part of the first wave of an offensive.”

Russian experts, Sivkov says, “point to the serious threat such an attack poses to the Russian nuclear forces, the destruction of which would allow the US to move on to nuclear blackmail against our country, and the rest of the world. It is in this point that they see the main essence [and danger] of the Prompt Global Strike initiative.”

“Indeed,” the expert notes, “if Russia takes a passive position and does not adequately respond to the aggressor, the resulting blow could result in the destruction of 80-90% of our nuclear arsenal. However, taking account of actual conditions, it is clear that such a blow against Russia is extremely unlikely.”

For starters, “the US can decide on such a blow against Russia only in the case of a sharp aggravation of relations between our two countries.” This scenario, he suggests, may occur if forces come to power in one or the other country ready for open conflict. So long as the existing elites, particularly in Russia, remain capable of reaching compromise, “the US will not have any desire for such grand adventurism.”

“Secondly, such a strike would be preceded by a sufficiently long period [of buildup], long enough for retaliation to occur. In this case the success of the operation would be called into question.”

“Thirdly, the duration of such a strike would last for several hours (according to computer simulations – 4-6 hours). This means that after the first 20-30 minutes, when the Russian leadership realizes the scale of the aggression (even if the aggressor achieves complete operational surprise), a decision on a retaliatory nuclear strike can be made, while most nuclear forces are still in existence. That is, a massed US conventional strike would mean provoking a retaliatory nuclear strike.”

At the same time, Sivkov warns, “a completely different picture emerges if we are talking about strikes on certain critical facilities in order to achieve a localized goal with a relatively limited number of weapons. In this case long-term preparations would not be required. The blow can be made by combat-ready forces immediately after receiving the order.”

“Such a strike can be sudden, not only operationally or strategically, but also tactically, because the flight to the target by a limited number of cruise missiles can be performed at low or extremely low altitudes, outside the observation of land-based observation systems.”

Again however, “the speed, surprise, and ‘global’ nature of the strike (up to 60 minutes according to the Prompt Global Strike concept) can be achieved only if US naval and air force groups are present in the area. This means that when it comes to the prompt response [to any rapidly emerging threats], the US is presently capable of employing only very limited forces – a few dozen long-range cruise missiles.”

“These forces can damage or destroy 1-2 large or medium-sized facilities, or 2-3 objects of military or state administration, or 1-2 field objects, such as militant training camps, or 1-2 research centers.”

“In other words,” Sivkov notes, today and in the medium term, the concept of the Prompt Global Strike will only be capable of defeating local threats, such as the elimination of an individual political leader, the destruction of the leadership of an organization which has been labelled to be terrorist, or the deprivation of individual states’ capacity to implement programs considered a threat to US national security,” etc.

Ultimately, the analyst notes, “we can assert that in the current situation and in the medium term perspective, the concept of the Prompt Global Strike makes sense only in solving problems of an exclusively local character, against objects on the territory of states which cannot respond to the aggressor, and which have no security guarantees from a third, sufficiently powerful state.”

Sorgente: With 4,000 US Cruise Missiles Pointed at Russia, How Will Moscow Respond?

US missiles go live despite Russia warning

The United States is about to activate its missile systems across Europe, despite Russia’s warnings against a systematically increasing US-led arms deployment near its borders.

Almost after a decade of pledging to protect members of the North Atlantic Treaty Organization (NATO), Washington will on Thursday activate a web of missile systems it has deployed across Europe over the years.

American and NATO officials are slated to declare operational the so-called shield at a remote air base in Deveselu, Romania.

“We now have the capability to protect NATO in Europe,” said Robert Bell, a NATO-based envoy of US Defense Secretary Ashton Carter.

He claimed that the shield is supposed to protect Europe from an Iranian missile threat, a claim Moscow has repeatedly rejected, saying the missiles are aimed at Russia instead.

“The Iranians are increasing their capabilities and we have to be ahead of that. The system is not aimed against Russia,” Bell told reporters, adding that the system will soon be handed over to NATO command.

The US Aegis Ashore missile complex, Romania

He echoed US State Department spokesman John Kirby who had said the system “is defensive in nature” and therefore can’t be targeted “at anybody.”

Despite American assurances, Moscow accuses Washington of trying to neutralize its nuclear arsenal and buy enough time to make a first strike on Russia in the event of war.

Russia’s response

General Sergey Karakayev, commander of the Russian Strategic Missile Forces (SMF), downplayed the system’s impact, saying that the Russian military was paying “special attention” to enhance their weapons and overcome US missile defense systems.

“Threats from the European segment of the missile defense system for the Strategic Missile Forces (SMF) are limited and don’t critically reduce the combat capabilities of the SMF,” Karakayev (pictured below) said on Tuesday.

The general added that Russian ballistic missiles can carry new warheads and deliver them through energy-optimal trajectories in multiple directions, making their path difficult to predict for missile defense systems.

During a Senate hearing in April, US Principal Deputy Undersecretary of Defense for Policy, Brian McKeon, requested a budget boost for the Missile Defense Agency, saying the funding was crucial for upgrading US missile systems to counter Russian and Chinese missiles.

Russia does not look favorably upon the North Atlantic Organization Treaty (NATO)’s growing deployment of missiles and nuclear weapons near its borders, with the Russian President Vladimir Putin saying in June last year that if threatened by NATO, Moscow will respond to the threat accordingly.

Sorgente: PressTV-US missiles go live despite Russia warning

Coltan, cobalto: guerre africane e sfruttamento capitalistico

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La Repubblica democratica del Congo è una delle maggiori unità politiche dell’Africa; lo rendono tale le enormi ricchezze minerarie, per lo più concentrate nella regione dello Shaba, ex Katanga, al confine con l’Angola e lo Zambia: coltan, cobalto, rame e tante altre. Il Paese è stato teatro di una storia di sfruttamento, nonchè scacchiere per le mire coloniali dei Paesi imperialisti.

Il Congo è stato un esempio di colonizzazione”privata”, quando il re del Belgio, Leopoldo II°, si rese protagonista di un’operazione che gli assicurò il dominio su un territorio dieci volte più grande della madrepatria. La “Union minière du Haut Katanga” operò con la massima spregiudicatezza, come uno Stato nello Stato. Nel 1960 i belgi si ritirarono e nel 1967 l’Union minière, benchè venisse nazionalizzata e assumesse la nuova denominazione di GECAMINES, continuò ad assicurarsi una parte ingente dello sfruttamento minerario.

A partire dal 1973, il Governo avviò una serie di nazionalizzazioni di altre società estere, adottando la cosiddetta “via zairese al socialismo”. In realtà le nazionalizzazioni si tradussero nel puro e semplice accrescimento di privilegi per i pochi al potere, rappresentanti della borghesia nazionale. I proletari congolesi da sempre vivono miseramente.

Il Congo possiede l’80% delle riserve mondiali di coltan. Il coltan è una miscela complessa di columbite e tantalite, due minerali della classe degli ossidi, che si trovano raramente in forma pura. Per questo il coltan è chiamato “l’oro bianco”, ed è una risorsa strategica essenziale per lo sviluppo di nuove tecnologie. Serve per la fabbricazione di telefoni cellulari, GPS, satelliti, armi guidate, computer portatili, razzi spaziali, missili, macchine fotografiche e molto altro ancora.

La rivoluzione tecnologica ha fatto schizzare in alto il prezzo del coltan. Le multinazionali se lo contendono. I media borghesi cercano di far credere che le guerre africane siano la conseguenza di conflitti tribali, ma non è così. Il coltan è la causa principale della guerra che dal 1998 ha ucciso più di quattro milioni di persone in Congo. Le multinazionali sfruttano le miniere di coltan ed i minatori pagano anche con la vita.

Il coltan contiene una parte di uranio, quindi è radioattivo, provoca tumori ed impotenza sessuale, viene estratto dai minatori a mani nude. Circa 40mila bambini, secondo i calcoli dell’UNICEF, lavorano nelle miniere di cobalto. Bambini i cui corpi possono muoversi più agevolmente sottoterra, nelle anguste gallerie delle miniere di cobalto. Boschi e campi si trasformano in pantani, i ragazzi e le ragazze non vanno più a scuola, si diffondono molte malattie per mancanza di acqua pulita e cibo, turni e condizioni lavorative estenuanti. Nelle miniere del cobalto uomini, donne e bambini sfruttati lavorano dodici ore al giorno in condizioni pericolose.

Le principali aziende di elettronica, tra cui APPLE, SAMSUNG e SONY evitano i dovuti controlli di base per garantire che il cobalto usato nei loro prodotti venga estratto rispettando i “diritti umani”. In Congo gli enormi introiti del contrabbando delle ricchezze del sottosuolo finanziano i gruppi armati nell’Est del Paese, alimentando un conflitto che dura ormai da venti anni. Il commercio illegale di risorse naturali alimenta l’instabilità nelle regioni del Nord e Sud Kivu e del Katanga. Diversi gruppi armati controllano le miniere.

Si stima che ogni chilo di coltan che viene estratto costi la vita di due bambini, molti dei quali muoino a causa di frane. Altre gravi conseguenze sono migliaia di spostamenti forzati, migliaia di civili fuggiti dalle loro case, milioni di rifugiati, violazione dei diritti fondamentali di anziani e donne. I lavoratori del coltan lavorano dall’alba al tramonto, mangiano e dormono nelle zone selvagge di montagna.

Non sono soltanto gli esseri umani a subire le conseguenze dell’estrazione del coltan. Per estrarre il coltan del Congo si sono invasi i Parchi nazionali. La popolazione degli elefanti è scesa dell’80%. La popolazione dei gorilla è diminuita addirittura del 90%.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è una condizione del capitalismo. I bambini aumentano il numero dei lavoratori che la borghesia può sfruttare, abbassandone il prezzo. I GOVERNI LASCIANO MANO LIBERA AI CAPITALISTI DI FARE QUELLO CHE VOGLIONO E DI SFRUTTARE A PIACIMENTO, CON CRUDELTA’ E SENZA REMORE LA CLASSE LAVORATRICE E TUTTI I MEMBRI DELLA SUA FAMIGLIA. Nei Paesi imperialisti il lavoro minorile non è stato abolito, ma solo più o meno regolamentato. Il sistema capitalistico nel mondo sfrutta fanciulli a tutto spiano. Lo sfruttamento del lavoro minorile, riducendo il valore della forza-lavoro fa concorrenza al lavoro del lavoratore adulto, permettendo il suo ulteriore sfruttamento.

Friedrich Engels nell’opera “Sulla situazione della classe operaia in Inghilterra” scrive: il proletariato riceve dalla borghesia i mezzi per vivere in cambio del lavoro prestato, attraverso un contratto formalmente libero e spontaneo: bella libertà, nella quale all’operaio non resta che sottoscrivere le condizioni imposte dalla borghesia, a meno di non morire di fame e di freddo“.

La borghesia dispone di un esercito di proletari disoccupati, pronti a fare concorrenza e a prendere il posto di coloro che non accettino le sue condizioni, oltre naturalmente a disporre della forza materiale dello Stato per schiacciare le rivolte operaie. Finchè permane il conflitto di classe, l’ostilità del proletariato verso i suoi oppressori è una necessità e rappresenta la leva più importante del movimento operaio. Ma va oltre tale ostilità, perchè il comunismo è la causa di tutta l’umanità.

Non è l’ora del pietismo sulla condizione sociale, è l’ora di organizzare l’opposizione proletaria alle politiche borghesi. E’ vano sperare sulle concessioni della classe dominante, tutti i provvedimenti sono illusori finchè il proletariato non abbia la forza di lottare contro la classe sfruttatrice, fino alla liberazione dal capitalismo e dal lavoro salariato.

thanks to: Cortocircuito

L'”informazione” sulla Siria for puppets

L'informazione sulla Siria for puppets

di Paola di Lullo

– La morte dell’ultimo pediatra di Aleppo ha commosso il mondo. Muhammad Maaz, questo il suo nome, è rimasto sotto le rovine dell’ospedale al Quds presso il quale lavorava con altre trenta persone a causa di un bombardamento attribuito ad Assad.

Abbiamo accennato in altro articolo che tale ospedale non era stato segnalato a Damasco, anzi era «mimetizzato», esponendo i suoi medici a rischi del genere.

Una scelta fatta da Médecins sans frontières all’inizio di questa guerra, che forse andrebbe riconsiderata alla luce di quanto avvenuto. Quindi, al di là delle responsabilità del crimine, sulle quali ci sono dubbi (sono in molti a dire che sono stati i ribelli), non si è trattato di un attacco deliberato a una struttura sanitaria.( http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php… )

– L’altra volta gli avrebbero distrutto un reparto di ginecologia, ora gli avrebbero ucciso un pediatra. Certo che Médecins Sans Frontières ce la mette tutta per “dimostrare” che i suoi “ospedali” in Siria non sono centri di medicazione per i ribelli siriani.Ma anche se così fosse, basterebbe comunicare la loro localizzazione alle parti belligeranti per essere protetti almeno dalla Convenzione di Ginevra. Ma Médecins Sans Frontières – a differenza di TUTTE le altre organizzazioni genuinamente umanitarie che operano in teatri di guerra – non lo fa; e ne intende farlo per il futuro. Tenete a mente questo (e pure questo, e questo) la prossima volta che leggerete qualche altra denuncia di questa “organizzazione umanitaria”. (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=15422 )

– Continuano a dilagare su Tv e giornali le accuse a senso unico contro l’aviazione siriana e russa che avrebbero distrutto l’ospedale Al Quds ad Aleppo con molti morti fra i quali “l’ultimo pediatra rimasto”. Come al solito non si dà spazio a ipotesi diverse e alle smentite secche da parte dei “colpevoli”. Né si sa ancora se l’ospedale fosse nascosto e non segnalato (come nel caso di febbraio). Riportiamo a tal riguardo una testimonianza proveniente da Aleppo; è di Nabil Antaki, medico, dei Fratelli Maristi, intervistato telefonicamente, il 1 maggio 2016, dalla giornalista Silvia Cattori.“Da tre giorni i media accusano il «regime di Assad» di aver bombardato e distrutto un ospedale sostenuto da Medici senza frontiere. Non c’è mai stato un ospedale di MSF ad Aleppo, nell’Est di Aleppo, dove avrebbe operato “l’ultimo pediatra rimasto in città”. Eppure abbiamo ancora molti pediatri qui in città. L’ospedale Al Quds menzionato non è sulla lista degli ospedali siriani realizzata prima della guerra dal ministero della Salute. Dunque, se esiste, è venuto dopo.Questo mostra bene che, per i media, conta solo questa sacca occupata dai ribelli, e che i tre quarti della città amministrati dallo Stato siriano, dove ci sono ancora diversi pediatri, non contano. Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, constato che i media main stream continuano a mentire per omissione. Fin dall’inizio della guerra ad Aleppo, 4 anni fa, non riferiscono i fatti nel loro insieme.“Qui ad Aleppo siamo disgustati dalla loro mancanza di imparzialità e oggettività. Parlano solo delle sofferenze e delle perdite di vite umane nella zona Est della città, controllata da Al Nusra, un gruppo terrorista affiliato ad Al Qaeda, che si continua a definire «ribelle», un modo per rendersi rispettabile. E restano muti sulle perdite e le sofferenze sopportate quotidianamente nei nostri quartieri occidentali, a causa dei tiri di mortaio da parte dei terroristi. E non parlano dell’embargo e delle interruzioni totali di acqua ed elettricità che i terroristici ci infliggono. (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php…)

– ‪#‎Siria‬ A proposito dell’ultimo pediatra: Mio fratello lavora in un ospedale e Aleppo é piena di medici e pediatri! Basta bufale smettete di divulgare notizie false ‪#‎VivaAleppo‬ ( Naman Tarcha )

– Da un’intervista a Nabil Antaki (dei fratelli Maristi di Aleppo)”Aleppo è divisa in due parti, la parte est con 300.000 abitanti è nelle mani dei gruppi armati e la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo dello Stato siriano; lì viviamo e operiamo noi. Noi non sappiamo quello che accade nell’altra parte della città, dunque io non posso né confermare né smentire, ma so due cose. La prima è che noi siamo bombardati quotidianamente dai ribelli e molti ospedali dalla nostra zona della città sono stati distrutti, bruciati o danneggiati dalla loro azione. La seconda è che siamo in una situazione di guerra ed è possibile che le bombe sganciate dall’esercito siriano abbiano toccato un ospedale, ma sicuramente non in modo intenzionale. Gli statunitensi e gli occidentali con le loro armi tanto sofisticate hanno spesso mancato i loro bersagli e causato dei ‘ danni collaterali ‘…Ciò che rimprovero a Medici senza frontiere è che danno conto delle sofferenze solo dell’altro lato della città, la parte ribelle, e mai delle sofferenze della nostra parte. I loro rapporti sono parziali.” ( http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=11811)

– #Siria ‪#‎Aleppo‬ 25 morti finora! Ospedale Dabbit clinica ostetrica completamente distrutto è stato colpito ora da razzo lanciato dai terroristi‪#‎MondoTace‬ #VivaAleppo ( Naman Tarcha )

– Questi quattro VIDEO vi mostrano le Bande armate finanziate da Nato e Unione Europea mentre devastano la Siria. (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=8&pg=15488)

– A fronte di quanto scritto finora, a che pro questa campagna di MSF?Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di ribadire che ospedali, medici e pazienti non sono un bersaglio. Sei con noi? CONDIVIDI ‪#‎NotATargetOggi‬ i membri della Nazioni Unite voteranno una risoluzione per fermare futuri attacchi contro ospedali, pazienti e civili nelle zone di guerra. Dobbiamo assicurarci che sia la più efficace possibile!www.msf.it/…/a.151726297194.141735.6573…/10154956307327195/…

– In chiusura :”Il Regno Unito spende milioni di sterline per finanziare le operazioni mediatiche della cossiddetta “opposizione moderata siriana” nel contesto di quello che David Cameron definisce “propaganda di guerra” contro lo Stato islamico, riporta il Guardian. Il servizio stampa è controllato dal Ministero della Difesa del Regno Unito e ha lo scopo di produrre video, foto, rapporti militari, programmi radiofonici, e post sui social network con il logo dei gruppi di opposizione al fine di migliorare l’immagine delle fazioni ribelli che il governo britannico considera “opposizione armata moderata”. I materiali vengono fatti circolare sui media radiotelevisivi arabi e pubblicati on-line senza alcuna indicazione del coinvolgimento del governo britannico. L’operazione del Regno Unito a servizio di questi gruppi è iniziata dopo che il governo britannico non è riuscito a convincere il Parlamento a sostenere l’azione militare contro il presidente siriano Bashar Assad. Così, nell’ autunno del 2013, il Regno Unito ha deciso di agire dietro le quinte per influenzare il corso della guerra in Siria, in particolare plasmando la percezione dei gruppi di opposizione. ( http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=15510 )

FOTO Naman Tarcha

thanks to: l’Antidiplomatico

SIRIA. Mai tanta violenza: raid su un campo profughi

Mentre a Palmira le note del maestro russo Valery Gergiev e dall’orchestra Mariinsky risuonavano tra le rovine dell’antica città violata dallo Stato Islamico e poi liberata dall’esercito siriano, ad Aleppo l’aria si riempiva solo del suono cupo delle violenze. Le 48 ore di tregua sembravano avere dato respiro alla popolazione sotto assedio, massacrata da anni di guerra civile e ora dal rinnovato conflitto. Ma ieri gli scontri si sono spostati a poca distanza dalla città, nel villaggio di Khan Touman, lungo la direttrice Damasco-Aleppo: gruppi islamisti hanno preso d’assalto la comunità e le forze governative lì posizionate.

I qaedisti del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham hanno assunto il controllo del villaggio questa mattina, lasciandosi dietro 73 morti, tra miliziani e soldati. L’artigieria siriana ha risposto con pesanti bombardamenti, nel tentativo di salvare una comuntà geograficamente strategica. La tregua dunque non regge: se al-Nusra, insieme all’Isis, è tagliato fuori dall’accordo di cessate il fuoco siglato il 27 febbraio perché considerato gruppo terroristico, Ahrar al-Sham ne è parte su imposizione del Golfo che lo considera partner per la pace. O meglio, un altro dei suoi bracci dentro il conflitto siriano. Così mentre Ahrar al-Sham combatte al fianco di al Qaeda in Siria, viene accolto al tavolo di Ginevra come una qualsiasi forza di opposizione.

Poche ore prima la Siria assisteva all’ennesimo scempio: raid aerei hanno colpito un campo profughi nella provincia settentrionale di Idlib, uccidendo almeno 28 civili e ferendone 50. Secondo fonti locali, i bombardamenti hanno centrato il campo nel villaggio di al-Kammouna, al confine con la Turchia, controllato da al-Nusra. Per questo le opposizioni hanno puntato il dito contro l’esercito del presidente Assad e i jet russi, sebbene altre fonti accusino del massacro la Turchia.

Le immagini che ieri venivano rilanciate online raccontavano l’orrore: tende in fiamme, persone in fuga, i tentativi fallimentari dei soccorsi di spegnere il fuoco, donne e bambini feriti caricati sui furgoni. Il campo è casa oggi a circa 2mila sfollati siriani provenienti dalle province di Idlib, Hama e Aleppo. Il gioco dello scaricabarile, della propaganda facile di entrambe le parti, non è che un’ulteriore beffa per i civili siriani, usati da tutti e due i fronti come carne da macello.

Gli Stati Uniti hanno subito condannato l’attacco, definendolo “senza giustificazione”, ma hanno aggiunto di non avere prove che si sia trattato di un attacco perpetrato da Damasco. Poco prima una doppia esplosione colpiva il villaggio di Mukharam al-Fakwani, nella provincia centrale di Homs: alla prima bomba è seguito un kamikaze che si è fatto saltare in aria mentre arrivavano i soccorsi.  Almeno 7 i morti, tutti donne e bambini, 49 i feriti. Seppure non ci siano state ancora rivendicazioni, la responsabilità sembra essere dello Stato Islamico.

L’Isis continua ad avanzare e a radicarsi, approfittando dello stallo diplomatico e dello scarso interesse mostrato dalla comunità internazionale nel frenarne le offensive: ieri i miliziani islamisti hanno occupato il giacimento di gas di Saher, 150 km a nord-est di Palmira, dopo aver ucciso 30 dei soldati governativi posti a sua difesa.

Sorgente: SIRIA. Mai tanta violenza: raid su un campo profughi

Amnesty contro i big dell’high tech, cobalto estratto da minori

Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Sorgente: Amnesty contro i big dell’high tech, cobalto estratto da minori (20/01/2016) – Vita.it

Se non è guerra fredda questa…

 

 

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Gli Usa starebbero preparando una provocazione contro la Russia da mettere in atto durante le prossime manovre Nato in Polonia. Questo il senso di una notizia pubblicata dal britannico The Independent, secondo cui il nuovo comandante in capo delle delle forze Nato in Europa, il generale yankee Curtis Scaparrotti vorrebbe “ripagare con la stessa moneta l’incidente delle settimane scorse con il cacciatorpediniere Donald Cook” che, incrociando in prossimità delle coste russe nel mar Baltico, con un elicottero polacco sul ponte di volo, era stato sorvolato a 30 metri d’altezza da un Su-24, peraltro privo di armamento, fotocopiando la scena di due anni prima, nelle acque del mar Nero, con lo stesso caccia lanciamissili Donald Cook.

Qualche giorno più tardi, gli USA si erano dichiarati “indignati” perché un loro aereo-spia RC-135 era stato affiancato “pericolosamente” da un SU-27 russo che gli aveva impartito, per ammissione della CNN, “lezioni di alto pilotaggio”, eseguendo un perfetto tonneau. Nell’occasione, il presidente della Commissione esteri della Duma, Aleksej Puškov aveva ironicamente notato come “mentre l’aereo-spia USA, tranquillamente e in maniera non aggressiva, ci stava spiando sul mar Baltico, il caccia SU-27 gli ha effettuato vicino una serie di “pericolose manovre”. Gli USA sono indignati”. “La Nato potrebbe dimostrare”, scrive ancora The Independent, “quanto siano serie le proprie intenzioni, durante le manovre estive in Polonia, cui prenderanno parte 25mila soldati, la qual cosa non farebbe che gettare olio sul fuoco delle paranoie russe”. Il giornale ripropone l’esempio delle manovre Nato del 1983 “Able Archer”, che costituirono “uno dei momenti più pericolosi nella storia della guerra fredda, allorquando il Cremlino pose le truppe in stato di massima allerta, nel timore che le manovre Nato potessero costituire il pretesto per un attacco nucleare su larga scala all’Unione Sovietica”.

In attesa dell’estate, intanto, scrive l’agenzia Novorosinform, il Congresso USA ha varato “l’occupazione dell’Europa, con l’aumento delle truppe USA e la sponsorizzazione dell’Ucraina”. In vista dell’approvazione del bilancio 2017 per il Pentagono, l’amministrazione Obama chiede lo stanziamento di 3,4 miliardi di $ (su 582,7 miliardi di $ totali del bilancio della difesa) da destinare al “rafforzamento della sicurezza europea, alla luce delle sempre più aggressive azioni russe”. E’ previsto il dislocamento permanente – non più a rotazione – di una terza brigata corazzata da destinare in vari paesi dell’Europa orientale, oltre allo stanziamento di 150 milioni di $ per l’Ucraina, a favore della quale lo stesso Scaparrotti avrebbe chiesto la fornitura di armi letali, principalmente razzi controcarro FGM-148 “Javelin”. E’ un fatto, che dal 1991, secondo dati del Ministero della difesa russo, la presenza di uomini e mezzi di terra Nato in Europa orientale, in particolare Paesi baltici, Polonia, Bulgaria e Romania, sia aumentata di 13 volte e 8 volte quella di mezzi aerei.

A questo proposito, Pravda.ru scrive che gli USA hanno inviato dalla Gran Bretagna in Romania altri due caccia multifunzione F-22 “Raptor” e un aereo cisterna KS-135, per il “rafforzamento del fianco orientale della Nato”, nell’ambito delle manovre “Atlantic Resolve”. L’estate scorsa il parlamento di Bucarest aveva approvato il dislocamento del sistema di difesa antimissilistica Nato sul proprio territorio e, in autunno, vascelli della VI flotta USA avevano preso parte a esercitazioni congiunte con naviglio rumeno nel mar Nero, per la scoperta e l’eliminazione di “minacce subacquee”, durante le quali il cacciatorpediniere USA Ross si era spinto fino alle acque territoriali russe al largo della Crimea. Il Ross era entrato ancora una volta nel mar Nero nel dicembre scorso, scortato dal cosiddetto “primo gruppo navale di allerta permanente” della Nato, le tre fregate lanciamissili Francisco de Almeida portoghese, Blas de Lezo spagnola e Winnipeg canadese.

Ma, secondo la rivista militare statunitense National Interest, nonostante i miliardi di dollari spesi da Washington in armamento nucleare e difesa antimissilistica, le corrispondenti armi russe superano di gran lunga quelle USA. Questo, pur nel quadro dello “Start III” per la limitazione delle armi offensive strategiche, che prevede la riduzione a 1.550 delle testate nucleari, a 700 i missili balistici intercontinentali dispiegati e i bombardieri strategici. Secondo il Dipartimento di stato, le parti sarebbero vicine al raggiungimento delle quote previste: 741 mezzi per il lancio di 1.481 testate da parte USA e, rispettivamente, 521 e 1.735 da parte russa.

I missili balistici intercontinentali USA con base a terra sono del tipo LGM-30G, ognuno dei quali monta una testata (ne può portare fino a tre) da 300 kilotoni; realizzati nel 1978 e più volte ammodernati, dovrebbero restare in servizio fino al 2030. Gli USA pianificherebbero di investire negli armamenti nucleari circa 350 miliardi di dollari entro il 2024. Mosca dispone di un largo spettro di missili intercontinentali RS-24, dislocati sia in silos, sia su mezzi mobili; si prevede che per il 2020 possa sostituire il famoso “Topol” (equivalente del LGM-30G USA) con nuovi modelli, in grado di eludere i sistemi antimissile nemici. Dispone anche del R-36M2, in grado di portare fino a 10 testate da 750 kilotoni l’una, che per il 2020 dovrebbe essere sostituito dal RS-28, in grado di viaggiare alla velocità di 7 km al secondo. Di un RS-26, con una gittata di oltre 6.000 km, si parla come arma per ora segreta.

Il raffronto complessivo dei dispositivi militari (dati del 2014; flotte escluse) statunitense e russo mostra come, a fronte di una popolazione rispettivamente di 320 milioni e 146 milioni, gli USA dispongano di 2.270mila uomini (riserve incluse) contro 4.250mila russi; 8.900 carri armati di modelli diversi, contro 20.800; 30.817 trasporti blindati, contro 36.000; 1.900 unità di artiglierie semoventi, contro 6.500; 1.270 sistemi razzi, contro 4.500; 900 obici trainati contro 7.000. Tra i mezzi aerei, gli USA disponevano nel 2014 di 2.000 elicotteri (da trasporto, attacco e tattici) contro 1.500 russi; 700 sistemi missilistici a corto raggio, contro 1.200 e 1.150 a media e lunga gittata, contro 2.800 russi; 1.945 caccia d’attacco o intercettori, contro 1.042; 154 bombardieri strategici, contro 94 russi. Complessivamente: al dicembre 2014 gli USA disponevano di 49.742 unità di mezzi terrestri e aerei, contro 81.436 russi.

Rispetto alle forze Nato in Europa, l’americana “War on the Rocks” scrive che, secondo i modelli della Rand Corporation, la Russia sarebbe superiore di alcune volte. In base alle simulazioni, ipotizzando un attacco russo ai Paesi baltici, Mosca in 10 giorni potrebbe dispiegare dai 30 ai 50mila soldati. Nei confronti delle forze Nato dislocate nella regione, che Mosca potrebbe distruggere in tre giorni, la superiorità russa è di 7:1 in carri armati, 5:1 per elicotteri e blindati, 4:1 in artiglieria da campo e 16:1 per quella a lunga gittata; 24:1 per sistemi antimissilistici a corto raggio e 17:1 per quelli a lunga distanza. I ricercatori della Rand Corporation notano anche come, oltre che per numero, i mezzi militari russi superino per qualità quelli della Nato; e anche per quanto riguarda le forze aeree, considerate la carta vincente della Nato, l’arsenale di razzi terra-aria russi è tale da renderle un facile obiettivo.

Simulazioni a parte, il Ministero della difesa lituano avrebbe “visto” la settimana scorsa una “autentica battaglia aerea” tra velivoli russi e Nato nei cieli sopra il mar Baltico. Secondo Vilnius, per ben tre volte caccia Nato si sarebbero levati in volo per intercettare apparecchi russi. Una prima volta, il 18 aprile scorso, pur “non avendo identificato gli aerei russi in volo da Kaliningrad, potrebbe essersi trattato di un Su-27 e due Su-24. Il 21 aprile, potrebbero esser stati due caccia-bombardieri Su-24” e infine “sarebbe” stato avvistato un bombardiere a largo raggio Tu-22. Tra un “potrebbe” e un “sarebbe”, a Mosca si dicono nient’affatto meravigliati degli “avvistamenti”: quasi non passa giorno, che sommergibili vengano “scoperti” lungo le coste baltiche, o paracadutisti russi vengano “visti” atterrare sulle spiagge lituane, per non parlare dei continui “intercettamenti” di aerei militari di Mosca. In breve, i lucreziani simulacri che, “quasi membrane staccate dalla superficie dei corpi, volteggian per l’aria qua e là”.

thanks to: Contropiano

Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti

Su Forum Difesa, comunità web di militari, ex militari ed esperti del settore, un membro ha postato il link all’articolo de ilfattoquotidiano.it con un commento: 01LHD“Li hanno beccati. Prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Questa poca trasparenza sommata alle varie indagini temo renderà il cammino della seconda parte della Legge Navale una vera scalata”. Si riferisce alla vicenda della Legge Navale da 5,4 miliardi voluta dall’ammiraglio De Giorgi, che racconta come Marina e Difesa, “gabbando” il Parlamento che aveva autorizzato l’acquisto di una nave anfibia umanitaria da 840 milioni e sei pattugliatori dual-use da 437 milioni, abbiano invece ordinato una portaerei da almeno 1,1 miliardi e 7 fregate missilistiche simil-Fremm da 560 milioni l’una.02PPA

Il forum, ricco di informazioni che trapelano da ambienti militari e industriali, è quello in cui da oltre un anno si commentava con sarcasmo la strategia comunicativa del capo di stato maggiore della Marina, che per ottenere il via libera del Parlamento al suo programma navale è ricorso alla “manfrina del dual-use” delle navi militari, cioè alla formuletta magica “inventa per far digerire la medicina all’opinione pubblica” parlando di “cose che non stanno da nessuna parte” come “navi che dovevano portare 03LHDelettricità, acqua potabile, soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, che dovevano fare da ospedali galleggianti, che dovevano fare lotta all’inquinamento o ricerca e soccorso, salvare i gattini rimasti sugli alberi”. “Si maschera tutto da dual use for ever, perché un Lhd (la portaerei, ndr) diversamente come la giustifichi? Idem per le fregate lanciamissili, pure belle grosse, che per averle sono state mascherate da pattugliatori da impiegare in missioni 04PPAantinquinamento o per il soccorso di naufraghi”. Tutto condito da rendering della Marina che ritraevano sul ponte delle “navi container che fanno molto dual use… E quindi molto comodi in fase di richiesta di finanziamento a livello politico… E una volta realizzate le navi… Si fa presto a scaricarli”.

Ora che il gioco di De Giorgi è stato scoperto, le opposizioni chiedono al ministro della Difesa Roberta Pinotti di spiegare in Parlamento perché la natura, la dimensione e i costi delle nuove navi sono cambiati da quelli pattuiti inizialmente.

“Il Parlamento è stato gabbato – ammette Massimo Artini, ex Cinquestelle vicepresidente della commissione Difesa della Camera – e adesso la Pinotti, perché la responsabilità politica ultima è sua, deve darci una spiegazione. La mancanza di trasparenza c’è stata fin da subito, quando noi abbiamo chiesto dati tecnici sulle navi e non ci sono mai stai forniti. E ora scopriamo, allibiti, che le piccole navi dual-use si sono trasformate in una portaerei gigantesca e in fregate da guerra, con i costi che sono di conseguenza lievitati rispetto a quelli presentati al Parlamento. Volevano navi del genere? Perché non ce l’hanno detto subito? Ne avremmo discusso apertamente. Perché raccontarci che servivano per protezione civile e per portare corrente? Per quello basta una nave civile con un generatore!”

06Decreto“Era chiaro che sarebbe finita così!”, si infervora Luca Frusone, capogruppo Cinquestelle in commissione Difesa. “Quando discutemmo la Legge Navale chiedemmo di non approvarla finché la Difesa non ci avessero fornito i dettagli tecnici delle navi: prima di spendere tutti quei soldi volevamo sapere cosa andavamo a comprare. Alla fine la maggioranza decise di approvare a scatola chiusa, con la promessa di avere quelle informazioni, che però non sono mai arrivate. La Difesa continua a comprare aerei, navi e carri armati come caramelle, non per esigenze strategiche ma per interessi personali ed economici, trattando il Parlamento come una banda di brocchi a cui raccontare storielle o nascondere la verità e cercando in tutti i modi di aggirare il lodo Scanu”, cioè l’articolo 4 della legge 244 del 2012 sul controllo parlamentare alle spese militari. “I militari non vogliono controlli sulle loro spese”.07Dossier

Ne sa qualcosa Paolo Bolognesi, deputato Pd della commissione Difesa che dal dicembre 2013 aspetta che venga discussa la sua proposta di legge per istituire un’autorità pubblica di controllo sulle spese militari sul modello del Government Accountability Office negli Stati Uniti. “Ormai sono oltre due anni che aspetto, ma non mi stupisco perché le resistenze sono fortissime. Quando presentai la legge mi sentii dire da un generale che la mia proposta era poco patriottica. I militari farebbero di tutto per aggirare il controllo del Parlamento. Se sul programma navale la Difesa non ha rispettato il mandato parlamentare dovranno darci spiegazioni”.

09LHDSpiegazioni che, come spiega Elio Vito, Forza Italia, ex presidente della commissione Difesa della Camera (all’epoca dell’approvazione della Legge Navale), “abbiamo chiesto al Governo e ci auguriamo di avere presto dal ministro Pinotti: sarà l’occasione per fare chiarezza sullo stato di avanzamento del programma navale”.

Un chiarimento atteso anche da Francesco Saverio Garofani, attuale presidente Pd della commissione Difesa di 10LHD-CavourMontecitorio, che però si mostra fiducioso nella buona fede della Difesa. “La Legge Navale ha seguito in Parlamento tutti i passaggi previsti – spiega Garofani al fatto.it – e la commissione ha fatto il suo lavoro: abbiamo chiesto e acquisito informazioni, le abbiamo discusse e valutate e in base ad esse abbiamo espresso un parere favorevole condividendo l’importanza di questo programma. Non credo che la Difesa ci abbia tenuto nascoste le sue intenzioni e abbia proceduto 11PPAdiversamente rispetto a quanto stabilito. Comunque l’audizione richiesta al governo sarà l’occasione per ottenere informazioni aggiornate sui requisiti tecnici delle diverse unità navali e valutare quindi la coerenza con quanto autorizzato a suo tempo”.

Sorgente: Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti – Il Fatto Quotidiano

Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

When it comes to the US response to the non-existent Russian threat to NATO’s eastern flank, Washington’s actions do not match its rhetoric, German politician Dr. Alexander Neu told Sputnik, commenting on the Pentagon’s plans to increase US military presence in Europe in 2017.

Sorgente: Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

US Navy Begins Annual Military Exercise With South Korean Naval Forces

Three US Arleigh Burke-class guided-missile destroyers operated with approximately 10 Republic of Korea Navy ships for seven days off the coast of the ROK peninsula, according to the US Navy press release.

Sorgente: US Navy Begins Annual Military Exercise With South Korean Naval Forces

Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

thanks to: Ansa

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

The Five Most Expensive Military Operations Since WWII

Last week, Russian President Vladimir Putin revealed the price tag of the Russian anti-terrorist air operation in Syria – 33 billion rubles (about $464 million US). To get a handle on whether this was a little or a lot, Russia’s RIA Novosti news agency has prepared an overview of some of the most expensive military operations since WWII.

Sorgente: The Five Most Expensive Military Operations Since WWII

Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

US Army announces plans to place munitions stockpiles in Vietnam, Cambodia, and other area countries in a bid to contain the regional expansion of Chinese influence.

On Wednesday, the US Army announced that it plans to stockpile munitions and military supplies in Vietnam, Cambodia, and several other undisclosed nations including, experts believe, the Philippines, as the US adopts an increasingly aggressive military posture toward China.

Sorgente: Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

Hard Power: Pentagon ‘Encircling the World’ With Missile Defense Systems

The US is continuing to spread its missile defense systems all over the world using dubious reasons as a pretext, former Director-General of the UN Office at Geneva Sergei Ordzhonikidze asserted.

“Until recently we were told that [Washington’s] anti-missile defense system in Europe was aimed at protecting [the US and its allies] from Iran’s missile program. Now China is told the same thing,” the diplomat said during a lecture at the Museum of Contemporary Russian History.

The remarks come at a time when Washington and Seoul have launched formal talks over the possible deployment of America’s advanced missile defense system, known as Terminal High Altitude Air Defense (THAAD), to South Korea in the light of Pyongyang’s recent rhetoric, threats, as well as nuclear and missile tests.

Sorgente: Hard Power: Pentagon ‘Encircling the World’ With Missile Defense Systems

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’

If you keep depriving children from Gaza of everything, eventually some of them will join armed conflict and Israel will have no one to blame but themselves, Belal Dabour, a Palestinian doctor from Gaza, told RT.

Sorgente: ‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’ — RT Op-Edge

“Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Se vuoi capire cosa sta succedendo a Sigonella e quanto l’Italia sia implicata nei nuovi scenari di guerra devi telefonare a Messina, ad Antonio Mazzeo, tra i massimi esperti di geopolitica mediterranea, autore di saggi fondamentali sul rapporto tra gli Usa e il nostro paese, uno che le denunce sugli armamenti americani (e sui droni) presenti sul suolo italiano le fa da anni.

 

Antonio, cosa succede a Sigonella e perché improvvisamente se ne torna a parlare?

 

Succede che il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui riferisce di un accordo tra Usa e Italia per dislocare, nella base di Sigonella, i cosiddetti droni killer: sono dei velivoli senza pilota dotati di sistemi missilistici e bombe a guida laser. Non sono strumenti difensivi ma hanno una funzione di attacco. E questo viola almeno un paio di articoli della Costituzione.

 

Ti riferisci al famoso articolo 11 che recita “L’Italia ripudia la guerra…?”

 

E non solo. Mi riferisco, per esempio, anche all’articolo 80. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa a proposito del famoso accordo Italia-Usa.

 

Prego…

 

Già nel 2011, durante la guerra in Libia, i droni americani, senza alcun accordo formale, rientravano in Italia dopo le missioni. Poi, nel 2013, questi accordi sono stati formalizzati ma soltanto per un utilizzo temporaneo. Oggi, addirittura, Sigonella diventa una base operativa. E tutto questo senza alcun passaggio parlamentare e senza che l’opinione pubblica ne sia stata informata. Solo ieri, la ministra Pinotti è stata costretta a riferire in sede parlamentare sulla presenza dei droni sostenendo che si tratta di sistemi di difesa. Ma non è vero.

 

Torniamo ai droni. Cosa sono e come funzionano?

 

Ne esistono di due tipi: i Global Hawk, ospitati a Sigonella dal 2008, che hanno funzioni di intelligence, sono dotati di telerilevamento e monitorano aree enormi, individuando obiettivi e regolando missioni di attacco. Poi ci sono i cosiddetti droni killer, come i Predator o i Reaper: questi imbarcano bombe e sono teleguidati dalle basi statunitensi. L’America li ha usati in più di 500 blitz, in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Libia, Africa sub-sahariana e Yemen facendo migliaia di vittime.  E non solo tra i combattenti o i sospetti terroristi ma anche tra i civili, nelle scuole, negli ospedali. E questo pone grossi problemi di diritto umanitario. E poi, colpire un obiettivo solo perché sospettato di essere un terrorista equivale ad una condanna a morte senza processo.

 

Quali sono le basi da cui vengono teleguidati?

 

Fino ad oggi la base di Ramstein in Germania ma è partito un bando per realizzare un altro centro a Sigonella.

 

Insomma, siamo in guerra…

 

Sì, c’è un’accelerazione dell’escalation bellica verso la Libia. E in questa accelerazione rientra la presenza di unità navali italiane a largo della Libia e l’utilizzo dei droni italiani (sono dei Predator non armati) che partono dalla base di Amendola (Foggia), penetrano nello spazio aereo libico e si spingono fino al Ciad.

 

E in questo scenario Sigonella che ruolo ha? 

 

Sigonella si appresta a diventare una centrale di controllo mondiale dei droni già nel 2017.  Ma già oggi Sigonella e Trapani Birgi sono utilizzate per le operazioni dei droni militari acquistati dlal’Aeronautica Militare e con base di controllo ad Amendola (anche per attività di controllo anti-migrazioni). La novità è che è arrivata l’autorizzazione del congresso americano e presto potranno essere armati e avere il loro battesimo di fuoco in Libia.

 

Intervista a cura di Massimo Malerba, pubblicata il 6 febbraio 2016 in Il Post Viola,

http://violapost.it/2016/02/26/vi-spiego-cosa-accade-a-sigonella-e-cosa-sono-i-droni-killer/#sthash.vnZcR7uX.dpuf

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: “Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Da Pantelleria e Catania i voli top secret degli Stati Uniti in Libia

Intelligence. L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.

Dalla Sicilia non solo droni per le operazioni di guerra in Libia. US Africom, il comando statunitense per gli interventi nel continente africano, sta utilizzando un aereo spia che decolla quotidianamente dall’isola di Pantelleria o dall’aeroporto “civile” di Catania Fontanarossa per monitorare una vasta area tra la Libia e la Tunisia. Il velivolo, un bimotore Super King Air 300 numero di matricola N351DY, è di proprietà dell’Aircraft Logistics Group LLC, società contractor del Dipartimento della difesa con sede a Oklahoma City, il cui vicepresidente è l’ex generale Peter J. Hennessey, già responsabile delle attività logistiche dell’US Air Force durante l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan.

 

I tracciati radar più recenti documentano che l’aereo dotato di sofisticate apparecchiature d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento ha eseguito due missioni lo scorso 1 marzo. Decollato alle ore 5.34 da Fontanarossa, il Super King si è diretto sino a Misurata; dopo aver sorvolato per circa un’ora le coste ad ovest della città libica, l’aereo si è diretto a Pantelleria da dove è ripartito ancora verso la Libia alle 16.35 per atterrare infine in serata a Fontanarossa. Il giorno precedente, l’aereo-spia aveva percorso una rotta molto più contorta nel Mediterraneo volando ancora da Pantelleria sino a Misurata. Differenti le destinazioni invece il 26, 27 e 28 febbraio, quando da Catania e Pantelleria il Super King di US Africom aveva raggiunto la Tunisia per sorvolare Sousse, Sfax, Monastir e le città più interne di al-Qaraiwan e Ouled Chamekh.

 

L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state  estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.

 

Rispondendo nel giugno 2015 ad alcune interrogazioni del M5S, il ministero della difesa aveva ammesso di aver autorizzato US Africom a “rischierare sino al 31 maggio 2015 sulla base aerea di Pantelleria un assetto civile non armato e gestito da una compagnia privata, al fine di consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica (a fronte delle quali non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti)”. Il ministero aggiungeva che in base di un “apposito accordo tecnico di contingenza”, il distaccamento dell’Aeronautica italiana forniva ai contractor Usa un “limitato supporto tecnico-logistico” e che l’Ambasciata degli Stati Uniti aveva comunque avanzato una richiesta di proroga sino alla fine del 2015 “attualmente in fase di valutazione da parte dello Stato maggiore”. Evidentemente la proroga (con tanto di estensione delle operazioni sino ad oggi e l’uso in aggiunta dello scalo di Catania) è stata accordata senza che il Parlamento venisse poi informato.

 

Secondo quanto rilevato da alcuni organi di stampa statunitensi, Pantelleria è stata utilizzata in questi ultimi mesi anche per gli scali tecnici di velivoli in dotazione alle forze speciali Usa impegnate in missioni top secret in Libia. Lo scorso 14 dicembre, ad esempio, sarebbe atterrato nell’isola un aereo C-146A “Wolfhound” del 524th Special Operations Squadron dell’US Air Force, proveniente dalla base aerea di al-Watiyah a sud ovest di Tripoli.

 

Che Pantelleria sia destinata a  fare da vera e propria “portaerei naturale” per i prossimi raid multinazionali in Libia è provato dal vertice tenutosi il 5 febbraio presso il locale distaccamento dell’Aeronautica tra il responsabile del 3° Reparto dello Stato Maggiore, gen. Gianni Candotti e il gen. David M. Rodriguez, comandante in capo di US Africom. “La visita è proseguita con un tour presso le strutture di Pantelleria, tra cui lo storico ed imponente hangar, scavato all’interno di una piccola montagna”, riporta una nota emessa dal Comando aereo. “Originariamente su due livelli, esso permetteva il ricovero di almeno 80 aerei da combattimento oppure di un intero stormo da combattimento o caccia. Il ricovero realizzato negli anni ’30, è tuttora utilizzato anche per attività non tipicamente militari. Il monumentale hangar è ormai strutturato su un solo livello e la parte superiore è stata riadattata per esigenze logistiche, con sale briefing, meteo ed alloggi”. Sarà in questo bunker superprotetto che saranno rischierati i velivoli Nato destinati a sganciare missili e bombe su Tripoli e la Cirenaica.

Articolo pubblicato in Il manifesto, 5 febbraio 2016.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Da Pantelleria e Catania i voli top secret degli Stati Uniti in Libia

Just In Case: Inside the Pentagon’s Explosive Plan B for Libya

Recognizing its own failure in Libya, the Pentagon has a new plan to address the spread of terrorist groups in the North African nation: more bombs.

Since the fall of Muammar Gaddafi in 2011, Libya has been in chaos. NATO airstrikes destabilized a government that was unpopular with the West, but otherwise secure, allowing terrorist groups like Daesh, also known as IS/Islamic State, to flourish.

Now the Pentagon has a new plan to “cripple” the terrorist group’s growing influence in Libya, and it’s not much different from the strategy that led to their rise. Presented to the White House last month, the strategy calls for “as many as 30 to 40” airstrikes across the country, which, it is promised, will allow “Western-backed” militias to overwhelm Daesh militants.

According to US officials, the plan is not being “actively” considered at this time, as the Obama administration is currently trying to install a unity government in Libya, and that effort could be hindered by renewed violence.

Earlier this week, a number of Libyan experts noted that the Pentagon’s strategies are based on faulty intelligence.

“The estimates of the number of jihadists is grossly exaggerated,” said Karim Mezran of the Atlantic Council, according to AntiWar.com.

While the Pentagon has claimed that between 5,000 and 6,500 Daesh militants are operating in Libya, the need for only 30 to 40 airstrikes suggests that even Washington suspects that the terrorist fighters number in the hundreds, not the thousands.

As the US considers a new military operation in Libya, recently uncovered secret documents show that Italy has invasion plans of its own. Published by Italian newspaper Corriere della Sera, the documents show that Italian troops are preparing to join US, French, and British special forces that have been operating inside Libya for several weeks.

Varying estimates suggest that between 3,000 and 7,000 international troops will be deployed, with nearly a third sent by Rome.

Critics have questioned Italy’s need to become embroiled in a foreign military ground war.

“And the principal question – what is that national interest Italy wants to protect?” reads an op-ed from La Repubblica. “There is danger that Italy could once again be dragged into war with only one purpose – to please its allies.”

Whichever stabilization strategy the West ultimately decides upon, the US and its allies may increasingly regret ousting Gaddafi in the first place.

thanks to: Sputniknews

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

‘Israel is a threat to global peace’

Iran says the Israeli regime’s arsenal of nuclear warheads is “a real threat” against regional and international peace and security.

Reza Najafi, the Iranian ambassador to the International Atomic Energy Agency (IAEA), reiterated on Wednesday that the Israeli regime has never allowed IAEA’s inspectors access to its secretive and illegal nuclear facilities, and called “meaningless” the concerns by Tel Aviv about Iran’s peaceful nuclear program.

“Let Israel keep shedding crocodile tears on Iran’s peaceful nuclear program! But be sure that such hue and cry cannot conceal the regime’s nuclear weapons, which are a real threat to the regional and international peace and security,” Najafi made the comments in an official letter to IAEA Director General Yukiya Amano.

Elsewhere in his letter, he criticized Amano for allowing demands for an in-depth report about Iran’s commitment to its nuclear agreement — dubbed the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), saying any such request is “inconsistent” with the text of the United Nations Security Council Resolution 2231.

“A detailed report means inclusion of more confidential information, which is contrary to the principle of confidentiality. The provisions of the Comprehensive Safeguards Agreement and Article 5 of the Additional Protocol for protection of confidential information, and the JCPOA itself, are all very clear in this regard,” he added.

Earlier in the day, chief US IAEA delegate Henry S. Ensher told the agency’s board that “robust and detailed reporting on Iran’s implementation of its commitments” is vital even with the agreement in effect. State Department spokesman John Kirby also backed such sentiments, saying “we want these reports to be as thorough as they need to be, and as detailed as they need to be.”

According to JCPOA, the IAEA has been requested to take every precaution to protect commercial, technological, and industrial secrets of Iran, therefore, “asking for the disclosure of such information under any case, including transparency, is a request for an obvious violation of the JCPOA,” Najafi further said.

Israel is the sole possessor of nuclear weapons in the Middle East with hundreds of undeclared nuclear warheads. It is also refusing to sign the Non-Proliferation Treaty.

Sorgente: PressTV-‘Israel is a threat to global peace’

L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

Valentin Vasilescu Reseau International 3 febbraio 20162015121413031852Secondo l’accordo per la soluzione pacifica della guerra civile in Siria, è stato creato un gruppo di supporto internazionale per la Siria (ISSG: Syria Support Group International), che comprende Lega araba, Unione europea, Nazioni Unite e 17 Paesi, tra cui Stati Uniti e Russia. Il round di negoziati conclusosi il 29 gennaio 2016 a Ginevra, non è un passo avanti ma è considerato un fallimento per l’atteggiamento completamente negativo dell’Arabia Saudita che ignora la risoluzione ONU 2254 e continua a sostenere il rovesciamento armato di Bashar al-Assad. [1] Inoltre, tutti i gruppi terroristici composti da stranieri, armati e sostenuti da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, che hanno invaso e rovinato la Siria, vogliono essere rappresentati nel nuovo governo. Pertanto, nei prossimi sei mesi, non ci sarà alcun cessate il fuoco e le Nazioni Unite inizieranno negoziati separati con il governo siriano e i gruppi terroristici allineati con l’Arabia Saudita. La posizione saudita è ancora più incomprensibile visto che la Russia regolarmente bombarda le posizioni dello Stato Islamico in favore dell’ELS (armato dall’Arabia Saudita e sostenuto da Stati Uniti e Turchia) e che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto incontri a Mosca con i rappresentanti dei gruppi terroristici armati e sostenuti dall’Arabia Saudita. In sostanza, gli Stati che hanno finanziato, armato e inviato in Siria i gruppi terroristici per rovesciare il governo di Bashar al-Assad, speravano in un cambiamento nei rapporti di potere per trarne vantaggio. Ma il blocco sembra avvantaggiare solo l’Esercito arabo siriano fortemente sostenuto dall’Aeronautica russa. I bombardamenti aerei russi mirano su depositi di armi e munizioni, fabbriche di esplosivi, depositi di carburante, parcheggi, centri di comando e dei terroristi in Siria. Ciò ha comportato la riduzione al 60-70% della capacità combattiva dei jihadisti, scarsità di munizioni, incapacità di eseguire manovre e di coordinarsi e comunicare. Oltre a queste missioni, i russi sorvegliano da alta quota, ventiquattro ore su ventiquattro, il confine siriano con Turchia, Giordania, Iraq e Israele con aerei da ricognizione senza pilota, rintracciando tutte le colonne dei rifornimenti jihadisti e neutralizzandone il 65% con il bombardamento aereo. Con questa strategia dei russi, il ritmo di ricostituzione delle scorte di armi, munizioni e di reclute dei gruppi terroristici rappresentano il 10% delle infrastrutture jihadistie distrutte dall’Aeronautica russa. Le principali vulnerabilità sono il confine occidentale della Siria con la Turchia, nel governatorato di Idlib, per una lunghezza di 70 km, ed il corridoio nord Azaz-Jarablus, largo 90-100 km, per cui dalla Turchia passano armi, munizioni e reclute per lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Il bombardamento dell’Aeronautica russa ha avuto anche un effetto psicologico sulle azioni di combattimento dei jihadisti in Siria, costringendoli a fermare le offensive e a difendere solo le posizioni. Per poter attaccare, i jihadisti devono creare un equilibrio di potere superiore all’Esercito arabo siriano su certe direttrici. Questo è possibile solo con ampie manovre e concentrazione di forze, facilmente notate dagli aerei da ricognizione russi. Ogni volta che i jihadisti fanno questo errore, i bombardieri russi rispondono rapidamente e neutralizzano quasi tutti i gruppi islamici che si concentrano. Seguendo la strategia attuata dalla Russia, l’Esercito arabo siriano ha guadagnato più libertà d’azione, materializzatasi con piccole offensive che hanno portato alla conquista delle roccaforti del terrorismo. [2]
Il ritiro dalle città fortificate degli islamisti ha aumentato la mobilità delle unità corazzate siriane, che hanno imposto il controllo sulle vie di comunicazione tra le città occupate dai jihadisti, riuscendo a circondare molte località, previo bombardamento aereo russo, prima di far scattare l’offensiva di terra. Ad esempio, la zona settentrionale dei monti turcomanni nel Governatorato di Lataqia, occupata dai gruppi terroristici sostenuti da Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti, viene liberata dalla 103.ma Brigata meccanizzata della Guardia repubblicana. In questo modo la sicurezza complessiva del confine con la Turchia nel Governatorato di Lataqia viene assicurata dall’Esercito arabo siriano, assieme alle posizioni di partenza dell’offensiva per la liberazione di Jisr al-Shughur, accesso fortificato al Governatorato d’Idlib. Il governatorato è interamente controllato da circa 12000 jihadisti di diversi gruppi, tra cui Jabhat al-Nusra (ramo siriano di al-Qaida). Nel governatorato di Dara, a sud di Damasco, la 7.ma Divisione meccanizzata siriana ha creato una profonda spaccatura sull’asse nord-sud circondando un gruppo di 1500 islamisti che combattevano nel governatorato meridionale. Dopo la liberazione dell’importante nodo dei trasporti di Shayq Misqin, le 12.ma e 15.ma Brigate della 5.ta Divisione corazzata siriana hanno continuato l’offensiva per conquistare la città di Nawa, nei pressi delle alture del Golan, che segnano il confine con Israele. Con questa manovra, l’Esercito arabo siriano ha avviato l’accerchiamento di 9500 jihadisti che combattono nel governatorato di Dara, assicurando anche il confine con Israele. Entrambe le offensive sono chiare indicazioni della preparazione di ampie operazioni di terra, che probabilmente saranno lanciate a marzo. Questa ipotesi si basa sul fatto che nell’ultima settimana la Russia ha intensificato la ricognizione e raddoppiato il numero di droni Dozor in Siria per monitorare strettamente i movimenti dei terroristi.
Dato che l’Esercito arabo siriano è l’unico avversario di tutti gli islamisti in Siria, armati fino ai denti (con blindati, mitragliatrici, artiglieria pesante, armi anticarro) e con grande esperienza. Tali gruppi sono in contatto diretto con le unità dell’Esercito arano siriano. La profondità del territorio occupato dai jihadisti e la loro capacità combattiva diminuiscono esponenzialmente, e il morale è molto basso, aumentando le probabilità di arrendersi senza combattere. Pertanto, il compito immediato di eliminare i gruppi islamisti sulla linea di contatto è l’obiettivo più difficile per l’Esercito arabo siriano e richiederà molto tempo. Non è escluso che, per neutralizzare i punti di resistenza dei terroristi, l’Esercito arabo siriano riceva il sostegno di distaccamenti indipendenti di commando Spetsnaz o di un battaglione meccanizzato delle forze di terra russe. Questi dovrebbero operare con i blindati 8×8 Bumerang o il nuovo T-15 Armata, che i russi vogliono testare in combattimento in Siria. Il T-15 Armata ha stessi telaio e blindatura del nuovo T-14 russo [3]. Superato il grande ostacolo della prossima missione, le truppe siriane appoggiate da aerei potrebbero attuare l’offensiva alla velocità di 20 km al giorno a sud, ovest e nord della Siria. Tenendo conto degli errori commessi nella prima fase della campagna in Siria, i russi hanno schierato permanentemente 12 bombardieri pesanti Tu-22M3 sulla base aerea di Mozdok in Ossezia del Nord. [4] Da questa base, un Tu-22M3 può raggiungere la Siria in due ore e 44 minuti e può eseguire due missioni di bombardamento al giorno in Siria. Per proteggere i bombardieri Tu-22M3 durante il volo nello spazio aereo dell’Iraq e nel nord della Siria, dove si scambiano con gli aerei della coalizione anti-SI guidata dagli Stati Uniti, la Russia ha schierato sulla base aerea di Humaymim una delle quattro batterie di missili antiaerei S-400 inviate in Siria. Una batteria è schierata nella base aerea siriana di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo. Nell’offensiva di primavera, la Russia userà 64 aerei da combattimento di stanza nella base aerea di Humaymim nel Governatorato di Lataqia (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Dopo il completamento della modernizzazione dell’Aeronautica militare siriana, la Russia può contare su 66-130 aerei modernizzati siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98) e 112 altri aerei siriani non modernizzati, ma riparati dai russi e pronti, MiG-21, Su-22M4 e L-39 [5].2016-01-24Note
[1]. Dal comunicato di Ginevra alla risoluzione 2254
[2]. La situazione militare in Siria
[3]. Esclusivo: i segreti del nuovo T-14 Armata russo
[4]. Gli errori della Russia in Siria
[5]. La Russia modernizza l’Aeronatuica della Siria

 

Sorgente: L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

 

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

 

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

 

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

 

Italia e Israele, soci e alleati

 

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

 

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

 

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il sistema integrato d’addestramento dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”.

 

Grazie al caccia-addestratore italiano, gli allievi pilota israeliani possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti sui più importanti cacciabombardieri internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari giungeranno in Israele entro la fine del 2016 (Tel Aviv ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per l’acquisizione di 20 F-35 per un valore di 2,75 miliardi di dollari, con un’opzione per altri 55 velivoli). I “Lavi”, però, non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo M346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

 

Il giro d’affari della commessa dei caccia si attesta intorno al miliardo di dollari. L’accordo ha previsto che l’assemblaggio dei “Master” sia svolto nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (Varese); l’azienda italiana cura inoltre parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato da Elbit Systems e IAI – Israel Aircraft Industries nella base aerea di Hatzerim, a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. Esistono però altre vantaggiose contropartite per le industrie israeliane: Elbit Systems, ad esempio, ha sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. Elbit ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti con un’altissima risoluzione d’immagine per le ricognizioni aeree sia nelle missioni diurne che notturne.

 

I primi addestratori M-346 sono stati consegnati nel luglio 2014, nei giorni in cui le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” a Gaza. Il 23 giugno 2015 si è invece tenuta ad Hatzerim la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo. “Grazie ai caccia avanzati M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato a The Jerusalem Post il maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”. Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’“intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv” o gli “attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”.

 

Contemporaneamente alla commessa dei caccia di Alenia Aermacchi, le forze armate italiane hanno formalizzato la decisione di acquistare due velivoli di pronto allarme (Early warning and control – AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti da IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Es (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard NATO. L’Italia si è pure impegnata ad acquisire un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, prodotto anch’esso da IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani è Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla francese Thales, a cui è stata affidata la costruzione del segmento terrestre, il lancio da una base israeliana e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare entro la fine del 2016. Dopo il completamento dei test da parte del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio, il nuovo apparato sarà pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

 

Intanto le aziende italo-israeliane puntano a rafforzare la partnership per guadagnare nuove porzioni dei mercati d’armi internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Alla joint venture è stata assegnata la manutenzione e il supporto dei radar “Gabbiano T20” di Selex, destinati ai velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e probabilmente anche ai nuovi velivoli senza pilota acquistati dai militari brasiliani. La partnership tra Selex e AEL potrebbe allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

 

La trentesima stella della NATO 

 

Quanto le forze armate statunitensi e di alcuni dei principali paesi NATO siano interessate alla produzione di armi e tecnologie militari israeliane è provato da quanto accaduto qualche mese fa a Tel Aviv. Dal 19 al 21 maggio 2015, si è tenuta infatti una convention a porte chiuse tra i capi delle forze aeree di otto paesi NATO (Canada, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Stati Uniti d’America) e i manager delle maggiori imprese militari israeliane. “Si tratta del primo incontro a questi livelli ma speriamo che da ora in poi se ne possa tenere almeno uno all’anno per poter interscambiare le nostre esperienze con i colleghi della NATO e poter affrontare insieme le sfide a cui siamo chiamati”, ha dichiarato il Comandante dell’Aeronautica militare israeliana gen. Shachar Shohat, a conclusione del meeting. Secondo una nota del ministero della difesa, il gen. Shohat ha presentato ai generali NATO le attività di difesa aerea espletate in occasione dei bombardamenti a Gaza nell’estate 2014, “quando i sistemi Patriot israeliani abbatterono due velivoli senza pilota e le batterie anti-missili Iron Dome riuscirono a intercettare quasi il 90% dei bersagli”. Sempre secondo le autorità militari israeliane “la conferenza ha previsto inoltre una visita alle imprese statali (Israel Aerospace Industries, Rafael e Israel Military Industries) che stanno sviluppando un ampio spettro di tecnologie di pronto allarme, intelligence, difesa attiva e guerra anti-UAV e anti-missile”.

 

Israele è uno dei membri del cosiddetto “Dialogo mediterraneo” della NATO sin da quando fu istituito nel dicembre 1994 dai ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica. Con Israele fanno parte del “Dialogo mediterraneo” altri sei paesi africani e mediorientali: Algeria, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia. “Il Dialogo mediterraneo è un forum multilaterale dove le nazioni partner della regione possono discutere sulle questioni della sicurezza comune con gli alleati dell’Europa e del Nord America”, spiega la NATO. “Il Dialogo riflette il punto di vista dell’Alleanza secondo cui la sicurezza in Europa è strettamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Prioritariamente il Dialogo mediterraneo punta a conseguire una migliore conoscenza reciproca”. A coordinare i programmi di cooperazione con i paesi partner di Africa e Medio oriente è stato chiamato l’Allied Joint Force Command (JFC) di Napoli, il Comando congiunto delle forze alleate di stanza nella nuova installazione NATO di Lago Patria. Nel JFC di Napoli vengono ospitate le conferenze annuali del Dialogo mediterraneo, l’ultima delle quali si è tenuta lo scorso 2 dicembre.

 

Le relazioni tra Israele e l’Alleanza Atlantica si sono intensificate negli ultimi quindici anni principalmente nella conduzione della lotta al terrorismo, della pianificazione degli interventi in caso di crisi ed emergenze, del controllo dei confini, della ricerca e soccorso e dell’assistenza umanitariaNel novembre 2004 fu firmato a Bruxelles un importante protocollo con cui si autorizzò la realizzazione di esercitazioni militari tra le forze armate israeliane e la NATO. Un accordo complementare fu firmato nel marzo del 2005 dall’allora Segretario Generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e dal Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tre mesi più tardi, alcune unità della marina israeliana furono impegnate per la prima volta in un’esercitazione NATO in cui fu “simulato” un attacco ai sottomarini a largo del Golfo di Taranto. Nel luglio 2005 fu invece l’esercito israeliano a fare il suo debutto in un’esercitazione terrestre NATO in Ucraina a cui parteciparono 22 paesi dell’Alleanza ed extra-NATO.

 

Nel marzo 2006 si realizzò il primo dispiegamento in Israele dei grandi aerei radar “Awacs” in dotazione alla forza di pronto allarme della NATO, mentre fu autorizzato il trasferimento in pianta stabile di un ufficiale di collegamento israeliano presso il JFC di Napoli. Nel giugno 2006, otto unità israeliane di stanza nel porto di Haifa furono trasferite nel Mar Nero per un’esercitazione navale che l’Alleanza Atlantica tenne congiuntamente ai paesi del Dialogo mediterraneo. Nell’aprile 2007 sei unità della forza navale NATO furono inviate ad Eilat per partecipare ad un’esercitazione insieme al distaccamento speciale della Marina israeliana nel Mar Rosso. Dopo un rischiaramento nella base aerea statunitense di Nellis, Nevada, dal giugno al luglio 2008 alcuni cacciabombardieri israeliani parteciparono per la prima volta all’esercitazione “Red Flight”, insieme ai velivoli da guerra provenienti da Australia, Giappone, India, Nuova Zelanda e Singapore.

 

L’Alleanza Atlantica e Israele sottoscrissero un Programma di Cooperazione Individuale che fu ratificato dai ministri della difesa NATO il 2 dicembre 2008, tre settimane prima del sanguinoso attacco israeliano a Gaza. Il testo dell’accordo descriveva i principali settori in cui “NATO e Israele coopereranno pienamente”: il controterrorismo; lo scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; la connessione di Israele al sistema elettronico NATO; l’acquisizione degli armamenti; l’aumento delle esercitazioni militari.

 

Nel novembre 2009, durante la visita in Israele dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, al tempo presidente del Comitato militare alleato (e poi ministro della difesa italiano), fu stabilito che un’unità missilistica israeliana partecipasse a pieno titolo all’operazione navale NATO Active Endeavor, di “protezione del Mediterraneo contro le attività terroristiche”. Il 24 aprile 2010 Israele firmò a Bruxelles un security agreement che stabilì la cornice per lo scambio con la NATO dei dati d’intelligence e la “protezione congiunta” delle comunicazioni riservate. Il 7 marzo 2013, il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ricevette a Bruxelles il presidente israeliano Shimon Peres per rafforzare la cooperazione militare nel campo della “lotta al terrorismo”, delle “operazioni coperte” e della “guerra non convenzionale”. In quell’occasione fu sottoscritto pure un accordo di mutua cooperazione, il cui contenuto è ancora top secret, in vista dei nuovi piani di dispiegamento operativo e logistico delle forze armate statunitensi e NATO in Medio Oriente. “Israele è un importante alleato della NATO nel Dialogo Mediterraneo”, dichiarò Anders Fogh Rasmussen a conclusione del vertice con Shimon Peres. “Israele è uno dei nostri associati più antichi. Affrontiamo le stesse sfide nel Mediterraneo orientale e le stesse minacce alla sicurezza del XXI secolo, così abbiamo tutte le ragioni per rendere ancora più profonda e durevole la nostra associazione anche con gli altri paesi del Dialogo Mediterraneo”. Il 9 febbraio 2014, lo stesso Rasmussen si recò in visita ufficiale in Israele per incontrare le autorità governative e militari.

 

Il 17 novembre 2014 a La Hulpe, Belgio, si tenne una conferenza su La cooperazione NATO-Israele, a cui parteciparono i rappresentanti politici e militari dell’Alleanza Atlantica. Nel suo intervento, il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow auspicò un “maggiore coinvolgimento delle forze armate israeliane nelle attività addestrative, nei programmi di formazione alleati e nelle operazioni di peacekeeping e di gestione delle crisi internazionali incluse quelle a guida NATO”. Nuove consultazioni con le autorità militari israeliane per intensificare la cooperazione “alla luce degli odierni sviluppi nel Mediterraneo e in Medio Oriente” si sono tenute a Tel Aviv il 12 e 13 ottobre 2015 in occasione della visita ufficiale del vice segretario generale NATO per le politiche di sicurezza, l’ambasciatore Thrasyvoulos Terry Stamatopoulos.

 

L’ultima tappa della diabolica partnership Israele-NATO risale al 7 dicembre scorso, quando due unità da guerra assegnate allo Standing NATO Maritime Group TWO (SNMG2), uno dei due gruppi navali di pronto intervento dell’Alleanza, giungevano nel porto di Haifa provenienti da una missione “anti-pirateria” nell’Oceano Indiano. Prima di lasciare le acque israeliane, le navi da guerra NATO hanno partecipato con alcune unità della Marina israeliana all’esercitazione Passex, finalizzata – come riferito dal governo – a “rafforzare l’interoperabilità in campo navale tra la NATO e Israele”.

 

 
Relazione alla Conferenza Nazionale Palestina e dintorni, organizzata dal Fronte Palestina, Roma, 23 gennaio 2016.

‘Saudi attacks have killed 8,278 Yemenis’

More than 8,200 people have been killed and many more injured ever since Saudi Arabia started a war on Yemen in March, a civil group says. 

The Yemeni Civilian Association announced in a report on Wednesday that the ongoing Saudi attacks have claimed the lives of 8,278 people, including 2,236 children, and left 16,015 others injured.

The attacks have also destroyed or damaged:

–          Around 345,722 houses

–          39 universities

–          262 hospitals

–          16 media offices

–          615 mosques

–          810 schools and educational centers

Forced the closure of around 4,000 schools

Further damaged in Saudi strikes:

–          1,113 government buildings

–          191 factories

–          59 heritage sites

–          41 sports stadiums

–          124 chicken farms

–          547 food stores

–          421 fuel tankers

Saudi attacks have destroyed or damaged:

–          530 bridges and roads

–          163 water tanks

–          140 power plants

–          167 telecommunications sites

–          14 airports

–          10 seaports

The report comes in the wake of the International Committee of the Red Cross (ICRC) warning about the dire situation of Yemeni patients amid Saudi attacks on hospitals.

Robert Mardini, who heads the ICRC’s operations for the Near and Middle East, has said the situation in Yemen is turning into one of the world’s “forgotten conflicts”.

Yemeni mourners pray over the coffin of Almigdad Mojalli, a freelance Yemeni journalist killed in a Saudi air raid, in Sana’a, Jan. 18, 2016. (Photo by AFP)

Earlier this month, the ICRC’s outgoing health coordinator in Yemen, Monica Arpagaus, warned that hospitals in Yemen are no longer safe.

“We have incidents where hospitals have been targeted and patients have been injured and staffs have been killed,” Arpagaus said.

“Drugs, medication and medical supplies have been prevented from crossing frontlines into hospitals which desperately need these supplies.”

Sorgente: PressTV-‘Saudi attacks have killed 8,278 Yemenis’

Armi Tricolore: l’export fuori controllo

ControllArmi – Analisi da Valori di Ottobre 2015

Emanuele Isonio
Fonte: Valori – Unimondo – 15 novembre 2015

MK82, MK83, MK84. Si nasconde un mondo dietro queste tre sigle. Forse positivo per il Pil italiano e il fatturato di qualche azienda. Certamente preoccupante per la sicurezza nazionale e non annoverabile tra il made in Italy di cui andare fieri. Quelle tre sigle indicano altrettanti modelli di bombe aeree a caduta libera che dagli stabilimenti sardi della RWM Italia (azienda bresciana, appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall) sono arrivate fino all’Arabia Saudita. E da lì sono state poi utilizzate in Yemen in una campagna mai autorizzata dall’Onu e anzi condannata dalla comunità internazionale contro l’avanzata del movimento sciita houthi. Di quelle bombe (poco più di 5mila esemplari per un totale di oltre 70 milioni di euro) è stato possibile rintracciare nei rapporti ufficiali quantità esportate e Paese destinatario (si veda il .pdf di OPAL) .

Ma accanto ad esse, esistono molte altre forniture e autorizzazioni rilasciate dal governo italiano di cui scovare notizie è diventato sempre più complesso. Anzi, impossibile. Ancora una volta un paradosso nazionale: perché l’Italia ha una legge molto avanzata in tema di trasparenza – la Legge n.185 del 1990 – che proprio quest’anno festeggia il 25esimo anniversario. Ma la prassi dei vari governi l’ha nel tempo ridotta, celando informazioni cruciali. A tutto vantaggio della lobby armiera.

UN FILO DIRETTO CON I REGIMI

Proprio in base a quella legge, presa tra l’altro come modello anche per la normativa europea, le esportazioni sono vincolate a precise regole e gli invii verso Paesi in conflitto armato o responsabili di violazioni dei diritti umani sarebbero vietati. Ma, la realtà, rivelata grazie al fondamentale contributo delle associazioni della Rete Disarmo, è di tutt’altro colore: in un quarto di secolo, l’Italia ha autorizzato esportazioni per 54 miliardi di euro e consegnato armamenti per oltre 36 miliardi. «Oltre la metà di esse – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia, tra i massimi esperti del tema – ha riguardato Stati non appartenenti né alla Ue né alla Nato, esterni quindi alle alleanze politico-militari del nostro paese. Un dato preoccupante se si considera che la legge 185/90 impone che le esportazioni di armamenti siano conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia».

Se poi ci si concentra sull’ultimo quinquennio, lo scenario (si veda l’infografica di OPAL in .pdf) ha tinte ancor più fosche: le autorizzazioni all’export extra-Ue e Nato salgono al 62% (9 miliardi contro 5,4) e tra i primi 20 Paesi destinatari, solo sette sono “democrazie complete” secondo i criteri del Democracy Index dell’Economist: cinque sono regimi autoritari e due ibridi, destinatari rispettivamente di 4,5 e 1,03 miliardi di euro di autorizzazioni mentre i Paesi democratici si fermano a 3,5. La classifica è guidata dai regimi di Algeria e Arabia Saudita. Se non fosse per la presenza Usa, anche gli Emirati Arabi Uniti sarebbero sul podio. Non a caso, le esportazioni in Medio Oriente e Nord Africa hanno subito una crescita del 33% tra 2009 e 2014. Un flusso che non aiuta a ridurre il numero di quanti, da quei Paesi, chiedono asilo all’Europa.

LETTA VS LETTA

«La relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno al Parlamento – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – è diventata man mano più lacunosa e di difficile lettura da almeno 15 anni. Non appare più il tipo di armi e sistemi militari venduti, né il nome delle aziende per singola vendita e sono scomparse le operazioni bancarie autorizzate».Risultato: scoprire quali tipi di aerei, elicotteri, mezzi terrestri e bombe sono state effettivamente esportate e quali siano i destinatari finali è un lavoro sempre più complesso. «Questo – spiega Beretta – costringe i parlamentari a fare decine di interrogazioni che spesso non trovano risposta».

Il punto di svolta, nel 2008, quando come sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta (governo Prodi II) lascia il posto allo zio Gianni (governo Berlusconi IV): con il nipote vi erano stati segnali di trasparenza, confronto periodico con le associazioni pacifiste e una relazione aggiuntiva sul commercio delle armi. Con lo zio le tabelle diventano omissive e si cancella l’elenco delle singole operazioni bancarie. «Oggi – aggiunge Beretta – è quindi praticamente impossibile conoscere dalla relazione governativa gli armamenti esportati dall’Italia».

ANDREOTTI MEGLIO DI RENZI

E in questa situazione, fa effetto sentire le associazioni pacifiste rimpiangere la trasparenza di Andreotti, quando la relazione governativa «riportava in chiara successione tutte le informazioni necessarie per esercitare effettivamente il controllo parlamentare». Di quella trasparenza non c’è traccia nella prima relazione del governo Renzi, nonostante due tomi da 1281 pagine. Il 22 settembre, i rappresentanti di Rete Disarmo hanno quindi incontrato il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, per avanzare alcune semplici richieste. Due le principali: reintrodurre il Paese destinatario nell’elenco delle singole autorizzazioni rilasciate dalla Farnesina e, soprattutto, far ripristinare dal ministero dell’Economia l’elenco di dettaglio delle operazioni svolte dalle banche.Certo, se anche il Parlamento tornasse ad esaminare la relazione governativa non sarebbe una cattiva notizia: dopo otto anni, nel 2015 finalmente qualcosa si è mosso. Ma le commissioni competenti vi hanno dedicato però una sola seduta durata meno di un’ora.

UNA LEGGE CHE HA FATTO EPOCA

Dagli anni Settanta al 1990: ci sono voluti quasi vent’anni di pressioni della società civile perché si arrivasse a una legge sul controllo delle esportazioni di armamenti. Prima di allora, in Italia, il tema era regolato ancora, salvo poche modifiche, da un Regio decreto del luglio 1941 (firmatari Mussolini, Ciano e Grandi), che imponeva il segreto di Stato e, in epoca repubblicana, impediva ogni forma di controllo parlamentare. Momento cruciale per il cambio di passo fu, nel 1988, l’avvio della campagna “Contro i mercanti di morte” da parte di associazioni e movimenti cattolici (Acli, Mani Tese, Mlal, Missione Oggi e Pax Christi). Il 9 luglio 1990 l’approvazione definitiva della legge 185.

Una novità assoluta, nel panorama mondiale, perché affidava alle due Camere un ruolo centrale e fissava precisi vincoli al governo sulle esportazioni: stabilì che dovevano essere “conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che andavano regolamentate “secondo i principi della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vietato quindi l’export verso Paesi in confitto armato o sottoposti a embargo, verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani, quando esiste un contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e, più in generale, “quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazioni dei materiali”. Paletti che forse scontentavano l’industria bellica ma che subordinavano le vendite all’interesse nazionale. Per questo, la 185 impone al governo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni alla vendita delle armi. Al tempo stesso, l’esecutivo ogni anno deve inviare al Parlamento una dettagliata relazione con i documenti inviati dai ministeri competenti.

LE ONG: STOP ALLE ARMI ITALIANE ALLA COALIZIONE SAUDITA

Un appello al governo Renzi di rispettare la legge 185/90 interrompendo la vendita di armi italiane ai Paesi della coalizione saudita che da cinque mesi bombarda lo Yemen. «Questa nuova pagina che destabilizza il Medio Oriente è fuori da ogni legalità internazionale, e va fermata». La richiesta di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, fa seguito a un comunicato pubblicato a settembre da Amnesty International, Rete Italiana Disarmo e l’Osservatorio sulle Armi Leggere e le Politiche di Difesa e Sicurezza (Opal).

L’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen ha già prodotto danni irreparabili: più di 4mila morti e 20mila feriti (la metà civili), oltre un milione di sfollati. La popolazione yemenita – 21 milioni di persone – necessita di aiuti urgenti, vista la grave scarsità di acqua e di cibo causata dai bombardamenti indiscriminati. E la Croce Rossa Internazionale parla già esplicitamente di “catastrofe umanitaria”. Alla richiesta di 23 associazioni internazionali, si è aggiunta nei giorni scorsi anche quella dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha rinnovato l’appello per un’inchiesta indipendente e imparziale sui possibili crimini di guerra commessi dalle vari parti in conflitto.

«La vicenda in Yemen ci riguarda», spiega Vignarca. «Da anni, armi italiane raggiungono, con tutti i crismi delle autorizzazioni, aree del mondo che sarebbero vietate per legge. I Paesi della penisola araba – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa – sono regimi dove il rispetto dei diritti umani è nullo. I governi sono coinvolti nella destabilizzazione dell’area mediorientale, e secondo molti analisti hanno foraggiato l’Isis, almeno fino a poco tempo fa».

QUELL’ALLEANZA IPOCRITA TRA AERONAUTICA E UNICEF ITALIA

Otto bambini uccisi ogni giorno dall’inizio del conflitto, 605 quelli feriti, quasi 400 reclutati nelle file dei combattenti, 537mila a rischio di grave malnutrizione e 10 milioni che necessitano di assistenza umanitaria: sono atroci i numeri sull’impatto del conflitto nello Yemen diffusi dall’Unicef Internazionale nel suo rapporto “Yemen: Childhood Under Threat”. Ma, nel frattempo, la sezione italiana dell’Unicef, non sembra accorgersene. E annuncia in pompa magna una “partnership per i bambini” con l’Aeronautica militare, suggellata dalla nomina come “Goodwill Ambassador” dell’astronauta Samantha Cristoforetti, in occasione del 55° anniversario della Pattuglia acrobatica nazionale, cui hanno preso parte, tra gli altri, anche i velivoli della Royal Saudi Air Force, quella che appunto sta bombardando lo Yemen. L’incongruenza con quanto le regole Onu stabiliscono per le loro agenzie (che sono tenute ad agire in maniera indipendente e imparziale) non è sfuggita alle organizzazioni pacifiste. «Come si possono denunciare gli attacchi contro bambini inermi nello Yemen e poi collaborare con le Forze armate di uno Stato, tanto più durante un evento con le pattuglie di un Paese aggressore?» domanda Piergiulio Biatta, presidente di Opal.

Sorgente: Armi Tricolore: l’export fuori controllo

Yemen. I sauditi bombardano un ospedale di Medici Senza Frontiere

Yemen. I sauditi bombardano un ospedale di Medici Senza Frontiere

Un ospedale gestito dall’ong Medici senza frontiere (Msf) è stato distrutto in un raid aereo della coalizione araba a guida saudita che da molti mesi ormai conduce una massiccia campagna militare nel paese dopo averlo invaso per cacciare i ribelli sciiti dai centri nevralgici occupati dagli Houthi alla fine dello scorso anno.
La struttura, nella zona di Heedan a Saada, nel nord del paese, è stata colpito da diversi colpi di artiglieria pesante (vedi la foto) che hanno causato numerosi feriti tra i degenti e i sanitari ma per fortuna nessun morto.
Un portavoce dell’organizzazione sanitaria internazionale – un ospedale di Msf era stato bombardato dall’aviazione Usa in Afghanistan alcuni giorni fa, in quel caso provocando una strage – ha spiegato ad al Jazeera che sono prima stati colpiti gli edifici amministrativi e che dieci minuti dopo un secondo attacco ha distrutto il reparto maternità e il resto della clinica.
“Potrebbe essersi trattato di un errore, ma di fatto costituisce un crimine di guerra. Abbiamo fornito le nostre coordinate, in quanto struttura sanitaria, due settimane fa” ha spiegato un responsabile dell’organizzazione che nelle ultime ore aveva denunciato, a Taiz, il blocco di alcuni suoi convogli con a bordo aiuti e medicinali.
“Gli ospedali nell’enclave assediata di Taiz stanno ricevendo moltissimi pazienti con ferite di guerra, eppure ci è stato impedito di consegnare materiali indispensabili per effettuare interventi chirurgici salvavita”, ha detto Karline Kleijer, coordinatrice dell’emergenza in Yemen per MSF, appena rientrata dal paese. “È molto frustrante, dopo settimane di trattative, non aver fatto alcun progresso per convincere i funzionari della necessità di fornire assistenza medica imparziale alle vittime del conflitto, nonostante il supporto costante che stiamo fornendo alle strutture sanitarie nelle aree controllate dagli houthi”.
Secondo gli ultimi dati diffusi da fonti dell’Onu oltre 2500 persone sono state uccise nella campagna saudita che ha portato prima ai bombardamenti aerei e poi all’invasione di terra, negli ultimi sei mesi. Uno degli attacchi più sanguinosi si è verificato nel villaggio di al-Wahijah nella provincia di Taiz, causando la morte di almeno 135 persone, molte donne e bambini, durante una festa di matrimonio.

Sorgente: Yemen. I sauditi bombardano un ospedale di Medici Senza Frontiere – contropiano.org

IN LIBIA, A GERNADA, IL NUOVO OSPEDALE DI CHIRURGIA DI GUERRA DI EMERGENCY

Lunedì 12 ottobre Emergency ha aperto un Centro chirurgico per vittime di guerra a Gernada, in Libia.

L’intervento di Emergency è stato richiesto quattro mesi fa dal ministero della Sanità del governo di Tobruk, di stanza ad Al-Bayda, per garantire assistenza ai feriti dei combattimenti nelle zone di Bengasi e Derna tra milizie dell’Isis e forze governative.

Sorgente: IN LIBIA, A GERNADA, IL NUOVO OSPEDALE DI CHIRURGIA DI GUERRA DI EMERGENCY

Iran Security Chief Blasts Saudis for Using Biological Weapons in Yemen

The Secretary of Iran’s Supreme National Security Council Ali Shamkhani told a Yemeni delegation in Tehran that Iran condemns Saudi Arabia’s military interference in the Yemen conflict, and supports negotiations among Yemeni groups to solve the crisis.

Sorgente: Iran Security Chief Blasts Saudis for Using Biological Weapons in Yemen

Come giustificare attacchi terroristici verso obiettivi italiani

Il Pentagono è furioso. Grazie ad una “gola profonda”, il Corriere della Sera ha potuto rivelare in prima pagina, ieri mattina il 6 ottobre, che il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il suo omologo statunitense Ashton Carter avevano già deciso l’uso, per missioni di bombardamento, dei caccia italiani attualmente in Iraq per i soli compiti di ricognizione. Decisione presa, dunque, ancor prima dell’arrivo del sig. Carter in Italia ieri pomeriggio per la sua visita ufficiale di due giorni, e ancor prima che il Parlamento italiano potesse discutere l’intera questione, come imporrebbe la Costituzione.

La reazione alla notizia di Corsera e la successiva controreazione del governo sono state immediate: grida di scandalo da più parti seguite dal dietrofront del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dei suoi ministri. “Si tratta solo di un’ipotesi”, hanno rassicurato in coro sia Pinotti che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; “Sottoporremo senz’altro la questione al Parlamento prima di decidere definitivamente qualsiasi cosa.”

Quindi Carter lascerà la Capitale oggi sicuramente a mani vuote. Grazie all’anonimo “Chelsea (Bradley) Manning” italiano che svelò la tresca, il governo Renzi fallisce il tentativo di replicare il colpo di mano che il governo di Mario Monti realizzò invece nel luglio del 2012. Infatti, Monti e l’allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola riuscirono ad autorizzare alla chetichella – e sempre in barba alla Costituzione italiana – l’impiego bellico dei caccia tricolore che erano stati inviati in Afghanistan in precedenza per i soli compiti di ricognizione. E i parlamentari, con poche eccezioni, scelsero di sonnecchiare.

Questa volta, qualcuno li ha svegliati.

Pertanto i caccia italiani dislocati a Baghdad rimarranno senza bombe per ora – e, più precisamente, per tutto il tempo necessario al dibattito parlamentare. “Rimanere senza bombe” non significa, naturalmente, che questi aerei non partecipino già ai combattimenti. Anzi, per dirla alla Giovanni Sarrubi, “scattando le foto degli obiettivi da bombardare, sono già un po’ come i complici di un omicidio.” Tuttavia il passaggio da ricognizione a lancio di ordigni non è poco ed è pur sempre gravido di conseguenze.

I pacifisti italiani, dunque, come tutti i cittadini, possono ora usare il margine di tempo ottenuto per alzare la loro voce e far ricordare al Parlamento che il “conflitto” in corso in Iraq è, per ammissione dello stesso governo statunitense, una guerra. Pertanto l’eventuale partecipazione italiana al conflitto non potrà, in nessun modo, essere travestita da “missione di peacekeeping” o di “addestramento delle forze armate irachene”. L’eventuale partecipazione italiana configurerebbe una vera e propria cobelligeranza e pertanto necessita di una formale approvazione parlamentare come tale.

Il parlamento italiano deve dunque decidere se vuole o meno provocare, bombardando l’Iraq, altri morti, altre devastazioni, altri flussi di profughi in Europa – il tutto, poi, non per eliminare l’autoproclamato Stato Islamico (perché ciò non è mai stato il vero obiettivo della cosiddetta Operazione Internazionale Anti-Isis, come si vedrà più avanti), ma solo per poter “contare” diplomaticamente in ipotetici futuri negoziati sulla regione. Ricordiamocelo: le bombe italiane eventualmente sganciate, seppure ai soli fini del contenimento dei jihadisti, colpiranno pur sempre aree popolate da esseri umani innocenti, da infrastrutture civili vitali e da famiglie che, poi, cercheranno per forza scampo e rifugio altrove.

“Ma questi mali sarebbero minori rispetto ai mali che l’Isis infligge alla popolazione”, risponderanno sicuramente i falchi. E, come per incanto, i mass media faranno vedere le foto di orrori dell’Isis finora inediti – nuove decapitazioni o altre distruzioni di patrimoni culturali – per convincere l’opinione pubblica italiana a non opporsi al ricorso alla guerra.

Mentre, in realtà, per sconfiggere l’Isis, non serve la guerra.

Anzi, la guerra serve solo ad aumentare le fila dell’Isis, facilitando il reclutamento di nuovi combattenti jihadisti.

Per sconfiggere l’Isis, basterebbero invece pochi provvedimenti – purché realmente applicati – come i seguenti:

  1. vietare alle industrie d’armamento di Brescia e del Veneto di esportare armi che possono finire, anche indirettamente, nelle mani dell’Isis. L’osservatorio OPAL ha documentato, ad esempio, come le esportazioni italiane di armi alla Turchia siano passate da due a sette milioni di euro, un aumento di tre volte e mezzo, da quando in Siria si sono impiantate le varie formazioni dei guerriglieri. E sono noti i collegamenti tra turchi e Isis lungo il confine siriano. L’Italia deve perciò prenderne atto e ridimensionare le sue esportazioni di armi verso la Turchia, nonché verso le altre regioni confinanti. Inoltre l’Italia deve uscire dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la combriccola che coordina la consegna delle armi nel Levante – persino a gruppi designati “terroristi” dagli USA;

  1. sanzionare i paesi che forniscono, direttamente all’Isis, non solo armi ma furgoncini, attrezzature di telecomunicazioni, divise… insomma, tutto quello di cui necessita un esercito moderno. I capofila di questi paesi sono l’Arabia Saudita e il Qatar;

  1. sanzionare i paesi che consentono all’Isis di incassare i finanziamenti sauditi e qatarioti in danaro liquido per poter pagare gli stipendi dei propri mercenari – in particolare il Kuwait, che lascia passare il denaro attraverso la sua Banca Centrale;

Già questi tre provvedimenti basterebbero per eliminare l’Isis, senza sparare un colpo o sganciare una bomba.

Ma si potrebbe fare anche di più, ad esempio:

  1. sanzionare i paesi che comprano i tesori archeologici rubati dall’Isis nonché il petrolio che l’Isis ruba agli impianti siriani ed iracheni caduti nelle sue mani e che poi vende sottocosto sul mercato nero – qui la lista dei paesi da sanzionare sarebbe lunga e comprenderebbe alcuni ben conosciuti al lettore;

  1. sanzionare i paesi che ammettono i terroristi dell’Isis, feriti o malati, nei loro ospedali per le necessarie cure, prima di rispedirli in combattimento – segnatamente, Israele;

  1. sanzionare i paesi che permettono il continuo transito sul proprio territorio, e il passaggio verso i territori controllati dall’Isis, di lunghissime carovane di Tir carichi di viveri – nella fattispecie, la Turchia. E che dire degli USA, la cui aviazione si guarda bene dal bombardare quelle carovane, perfettamente visibili, ad esempio, mentre attraversano i valichi?

Anzi, che dire degli USA, i cui esponenti di rilievo ammettono di aver creato i tagliagole dell’Isis – anzitutto per rovesciare Assad in Siria e poi per cacciare al Maliki dal potere in Iraq e frammentare il paese per meglio dominarlo. Per convincersene, basta digitare in YouTube Isis Hillary Clinton, oppure Isis General Wesley Clark oppure Isis John McCain. Perciò, l’ultimo provvedimento utile per eliminare l’Isis sarebbe quello di: 

     7.  deferire davanti alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per crimini contro l’umanità i paesi oggettivamente responsabile per la creazione e il foraggiamento dell’Isis. Prove obiettive di colpa per l’”istigazione alla guerra civile” (reato internazionale) abbondano: ad esempio, i leader sauditi e qatarioti si sono spesso vantati in pubblico del loro interventismo.

Conclusione

Il Parlamento italiano viene chiamato in questi giorni ad autorizzare o meno la cobelligeranza italiana in Iraq. E’ dunque il momento ideale, per pacifisti e per chiunque, di sollevare le domande scottanti che normalmente i mass media tenderebbero a censurare. Eccone quattro – e ce ne sono molte altre.

Riterrà il Parlamento italiano che la creazione del gruppo terrorista Isis da parte degli Stati Uniti – nonché la loro creazione del gruppo terrorista al Qaeda in Afghanistan per rovesciare l’allora governo filo-sovietico – conferisca loro d’ufficio la designazione di “Stato Terrorista”? E, in caso affermativo, quali provvedimenti vorrà il Parlamento adottare contro gli USA in conseguenza di tale designazione?

Vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di eliminare l’Isis alla radice, chiudendo i rubinetti dei soldi, delle armi, dei viveri, dell’assistenza e sanzionando i paesi che forniscono tutto ciò, ossia i paesi elencati qui sopra? Certo, esiste un organismo internazionale, il GCFI creatosi proprio a Roma il 19-20 marzo scorso, che dovrebbe fare questo lavoro. Il problema è che è composto in primo luogo proprio dei paesi elencati qui sopra, ossia i paesi che foraggiano l’Isis – proprio come lo è la Coalizione che pretende di “combatterlo”. Perciò, esattamente come i finti bombardamenti alleati contro l’Isis, il finto contrasto del CGFI ai finanziatori dell’Isis è servito a poco. O meglio, è servito solo per “dimostrare” l’estraneità dei paesi membri alla creazione e al foraggiamento dell’Isis, nonché per rassicurare l’opinione pubblica che qualcosa si sta facendo per eliminarlo. Siamo al sommo grado del doppiogiochismo;

Riterrà il Parlamento italiano che, dal momento che l’Isis va sradicato usando mezzi economici e politici (non militari), i caccia e i soldati tricolore, attualmente dislocati in Iraq per scopi parabellici, vadano subito richiamati a casa? L’Italia non deve continuare a fare da “complice agli omicidi” che i suoi alleati stanno commettendo nel Levante. Se l’Italia vuole avere un pretesto per stare in Iraq onde tutelare i suoi interessi petroliferi laggiù, scelga la cooperazione economica, sociale e culturale, non la guerra;

Infine, vorrà il Parlamento italiano avere il coraggio di dire al proprio elettorato che la responsabilità per gli orrori che vediamo nel Levante da quattro anni non è attribuibile in primo luogo al popolo siriano o al popolo iracheno, e nemmeno (totalmente) ai loro leader? Vorrà riconoscere che la responsabilità primaria è dell’Occidente? L’Occidente infatti, cacciato dal Medio Oriente cinque anni fa, ora cerca di tornarci:

  • destabilizzando la regione in vario modo – ultimamente con l’Isis – per avere la scusa di impiantare di nuovo le proprie basi militari (e ci sta riuscendo), e

  • frantumando l’Iraq e la Siria, geograficamente e demograficamente, in zone contrapposte, costantemente in guerra civile, aperta o strisciante. Il tutto per consentire un più facile dominio occidentale della regione (“tra due litiganti…”).

Inoltre – e va pure detto all’elettorato, per quanto scottante – la frantumazione dell’Iraq e della Siria e il loro invischiamento in guerre civili striscianti, ha un ulteriore scopo: consente allo Stato israeliano di sbarazzarsi di altre due potenze regionali in grado di tenerle testa. (Israele ha già ottenuto la distruzione della Giamahiria Libica, nemico giurato, e sta attivamente perseguendo la destabilizzazione della Repubblica dell’Iran, così da avere mano libera nell’intera regione.)

Un anno fa chi scrive ha già denunciato tutte queste nefandezze in un articolo su Peacelink intitolato “La III Guerra in Iraq è iniziata”, facendo alcune previsioni e raccomandando le misure indicate qui sopra (sanzioni, deferimenti). Purtroppo, 14 mesi dopo, le previsioni si sono rivelate esatte ma le raccomandazioni sono state totalmente ignorate. Ed ora? C’è chi vorrà riproporle mentre siamo ancora in tempo?

Ecco, dunque, quattro quesiti scottanti che i pacifisti (e non) potranno rivolgere ai propri parlamentari durante questa pausa di riflessione.

Il Parlamento ci ascolterà questa volta? Oppure sceglierà di timbrare d’ufficio la richiesta di cui il sig. Carter è stato il latore oggi: la cobelligeranza italiana in Iraq?

La cobelligeranza significherà – ed ogni parlamentare deve esserne consapevole – far partecipare l’Italia alla crudele farsa dei “bombardamenti anti Isis”. Crudele perché, ancora una volta, causerà necessariamente morti, distruzioni, sfollamenti. Farsa perché questi bombardamenti sono programmaticamente, come già detto, di puro contenimento e forse neanche quello. Infatti, non hanno eliminato nessuno dei più importanti depositi e centri di comando dell’Isis, quelli che la Russia, invece, sta distruggendo ora – e sul serio – mettendo a nudo l’Operazione Anti Isis (ma sarebbe meglio chiamarla Operazione Big Bluff) del Pentagono.

E’ questo il ruolo che l’Italia vorrà svolgere nel mondo? Comparsa in una crudele ed inutile farsa?

Ci auguriamo di no. L’Italia può fare di meglio. Questo articolo suggerisce alcuni provvedimenti anti Isis più efficaci delle bombe e che porrebbero pure fine all’intervento russo.  Ma se sembrano troppo radicali, non importa, ce ne saranno sicuramente altri: serve ora l’immaginazione al potere.

thanks to: Peacelink

Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

marib

Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
Fars
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Fars
Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini
(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

thanks to: Pressenza

Foreign direct investment in Israel dropped by 50% in 2014 and expert says it’s due to the Gaza war and BDS

Foreign direct investment in Israel dropped by 50% in 2014 according to a 2015 World Investment Report issued yesterday by the United Nations Conference on Trade and Development.

Newsweek reports: Foreign investment in Israel drops by 50%

Foreign direct investment (FDI) in Israel dropped by almost 50% last year in comparison to the year before as the country continues to feel the effects of last summer’s Gaza conflict, a new UN report has revealed.

The report, published by the United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), shows that only €5.7bn was invested into the country in 2014 in comparison with €10.5bn in 2013, a decrease of €4.8bn, or 46%. Israel’s FDI in other countries also decreased by 15%, from €4.2bn in in 2013 to €3.5bn last year.

Newsweek cites one of the authors of the report, Dr. Ronny Manos from the Open University of Israel, as speculating the declining investment is fallout from the Israeli military onslaught on Gaza last summer and “international boycotts” against Israel for “alleged violations of international law.”  Ynet adds that, according to Manos, “these are only conjectures that can explain the sharp decline”

As we reported in 2013 investment committees for European banks were considering recommending their institutions bar loans to Israeli companies that have economic links with the Palestinian occupied territories. At the time Haaretz reported the investment committees “submit a report to their clients with recommendations about where to invest − and where not to invest. The process of examining the Israeli companies that operate in West Bank settlements involved the exercise of due diligence.”

From Haaretz:

According to the report that landed on the relevant desks here, a large number of those investment committees considered recommending to the banks to prohibit loans or aid of any kind to Israeli companies that operate in the West Bank − manufacturing there, selling their products, building homes and so forth − and also to Israeli banks that grant mortgages to home builders or buyers across the Green Line

Investment committees do not issue recommendations to boycott or sanction per se. They make prudent investment recommendations and in the case of Israel, a recommendation of this nature functions as a warning to investors that profiting off the occupation, a business could become ensnared in being complicit and held legally responsible for crimes against international law.

Speaking of which, Palestine’s foreign minister Riad Malki visited the Hague today in his official capacity and submitted files to prosecutors at the International Criminal Court (ICC) charging Israeli with war crimes, the crime of apartheid, and other charges.

As an investor, it’s a matter of common sense not attaching your business to a potential minefield of liability.

Update:

Bisan Mitri, Palestinian BDS National Committee secretariat member said: 

Ten years after its launch, the BDS movement is being recognised by one of the authors of a UN report as starting to have major impacts on the Israeli economy.

Israel’s shift to the far-right, its intentional crimes against Palestinians and the BDS movement and rapid changes in public opinion following Israel’s massacre of Palestinians in Gaza last summer mean that Israel is increasingly becoming a less attractive investment destination.

Businesses who associate themselves with Israeli violations of international law such as G4S, Veolia and Orange are facing costly public campaigns and being held to account by the BDS movement. Major banks and investors are divesting from companies that participate in Israel’s crimes.

As Israeli fanatic right-wing ministers have been saying loudly and clearly recently, BDS is a rapidly growing grassroots movement that presents a real challenge to Israeli settler-colonialism and apartheid.

Recent economic BDS developments include:

The BNC is the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), the broad coalition of Palestinian civil society organisations that works to support the boycott, divestment and sanctions (BDS) movement. 

thanks to: Mondoweiss

Behind the Balfour Declaration – Britain’s Great War Pledge To Lord Rothschild

By Robert John

Acknowledgements

To Benjamin H. Freedman, who committed himself to finding and telling the facts about Zionism and Communism. and encouraged others to do the same. The son of one of the founders of the American Jewish Committee, which for many years was anti-Zionist, Ben Freedman founded the League for Peace with Justice in Palestine in 1946. He gave me copies of materials on the Balfour Declaration which I might never have found on my own and encouraged my own research. (He died in April 1984.)

The Institute for Historical Review is providing means for the better understanding of the events of our time.

Attempts to review historical records impartially often reveal that blame, culpability, or dishonor are not to be attached wholly to one side in the conflicts of the last hundred years. To seek to untangle fact from propaganda is a worthy study, for it increases understanding of how we got where we are and it should help people resist exploitation by powerful and destructive interests in the present and future, by exposing their working in the past.

May I recommend to the Nobel Prize Committee that when the influence of this organization’s historical review and search for truth has prevailed the societies of its contributors — say about 5 years or less from now — that they consider the IHR for the Nobel Peace Prize.

Regrettably, some of the company in that award would be hard to bear!


The Balfour Declaration may be the most extraordinary document produced by any Government in world history. It took the form of a letter from the Government of His Britannic Majesty King George the Fifth, the Government of the largest empire the world has even known, on which — once upon a time — the sun never set; a letter to an international financier of the banking house of Rothschild who had been made a peer of the realm.

Arthur Koestler wrote that in the letter “one nation solemnly promised to a second nation the country of a third.” More than that, the country was still part of the Empire of a fourth, namely Turkey.

It read:

Foreign Office, November 2nd,1917

Dear Lord Rothschild,

I have much pleasure in conveying to you on behalf of His Majesty’s Government the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations, which has been submitted to and approved by the Cabinet:

“His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.”

I should be grateful if you would bring this Declaration to the knowledge of the Zionist Federation.

Yours sincerely,

Arthur James Balfour.[1]

It was decided by Lord Allenby that the “Declaration” should not then be published in Palestine where his forces were still south of the Gaza-Beersheba line. This was not done until after the establishment of the Civil Administration in 1920.

Then why was the “Declaration” made a year before the end of what was called The Great War?

“The people” were told at the time that it was given as a return for a debt of gratitude which they were supposed to owe to the Zionist leader (and first President of Israel), Chaim Weizman, a Russian-born immigrant to Britain from Germany who was said to have invented a process of fermentation of horse chestnuts into scarce acetone for production of high explosives by the Ministry of Munitions.

This horse chestnut propaganda production was not dislodged from the mass mind by the short bursts of another story which was used officially between the World Wars.

So let us dig into the records and bury the chestnuts forever.

To know where to explore we must stand back from the event and look over some parts of the relevant historical background. The terrain is extensive and the mud deep, so I shall try to proceed by pointing out markers.

Herzl on the Jewish Problem

Support for a “national home” for the Jews in Palestine from the government of the greatest empire in the world was in part a fulfillment of the efforts and scheming of Theodore Herzl (1860-1904), descendant of Sephardim (on his rich father’s side) who had published Der Judenstaat (The Jewish State) in Vienna in l896. It outlined the factors which he believed had created a universal Jewish problem, and offered a program to regulate it through the exodus of unhappy and unwanted Jews to an autonomous territory of their own in a national-socialist setting.

Herzl offered a focus for a Zionist movement founded in Odessa in 1881, which spread rapidly through the Jewish communities of Russia, and small branches which had sprung up in Germany, England and elsewhere. Though “Zion” referred to a geographical location, it functioned as a utopian conception in the myths of traditionalists, modernists and Zionists alike. It was the reverse of everything rejected in the actual Jewish situation in the “Dispersion,” whether oppression or assimilation.

In his diary Herzl describes submitting his draft proposals to the Rothschild Family Council, noting: “I bring to the Rothschilds and the big Jews their historical mission. I shall welcome all men of goodwill — we must be united — and crush all those of bad.” [2]

He read his manuscript “Addressed to the Rothschilds” to a friend, Meyer-Cohn, who said,

Up till now I have believed that we are not a nation — but more than a nation. I believed that we have the historic mission of being the exponents of universalism among the nations and therefore were more than a people identified with a specific land.

Herzl replied:

Nothing prevents us from being and remaining the exponents of a united humanity, when we have a country of our own. To fulfill this mission we do not have to remain literally planted among the nations who hate and despite us. If, in our present circumstances, we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.” [2a]

In this era, there were a number of Christians and Messianic groups who looked for a Jewish “return.” One of these was the Protestant chaplain at the British Embassy in Vienna, who had published a book in 1882: The Restoration of the Jews to Palestine According to the Prophets. Through him, Herzl obtained an audience of the Grand Duke of Baden, and as they waited for their appointment to go to the castle, Herzl said to Chaplain Hechler, ”When I go to Jerusalem I shall take you with me.”

The Duke gave Herzl’s proposal his consideration, and agreed to Herzl’s request that he might refer to it in his meetings outside of Baden. He then used this to open his way to higher levels of power.

Through intermediaries, he endeavoured to ingratiate himself with the Sultan of Turkey by activities designed to reduce the agitation by émigré Armenian committees in London and Brussels for Turkish reforms and cessation of oppression [A] and started a press campaign to calm public opinion in London on the Armenian question. But when offered money for Palestine, the Sultan replied that his people had won their Empire with blood, and owned it. ”The Jews may spend their millions. When my Empire is divided, perhaps they will get Palestine for nothing. But only our corpse can be divided. I will never consent to vivisection. ” [2b]

Herzl met the Papal Nuncio in Vienna and promised the exclusion of Jerusalem, Bethlehem and Nazareth from the Jewish state. He started a Zionist newspaper, Die Welt, and was delighted to hear from the United States that a group of rabbis headed by Dr. Gustave Gottheil favored a Zionist movement. All this, and more, in a few months.

It was Herzl who created the first Zionist Congress at Basel, Switzerland, 29-31 August 1897, [B] There were 197 “delegates”; some were orthodox, some nationalist, liberal, atheist, culturalist, anarchist, socialist and some capitalist.

”We want to lay the foundation stone of the house which is to shelter the Jewish nation,” and ”Zionism seeks to obtain for the Jewish people a publicly recognized, legally secured homeland in Palestine.” declared Herzl. And his anti-assimilationist dictum that “Zionism is a return to the Jewish fold even before it is a return to the Jewish land,” was an expression of his own experience which was extended into the official platform of Zionisn as the aim of “strengthening the Jewish national sentiment and national consciousness.” [3]

Another leading figure who addressed the Congress was Max Nordau, a Hungarian Jewish physician and author, who delivered a polemic against assimilated Jews. “For the first time the Jewish problem was presented forcefully before a European forum,” wrote Weizmann. But the Russian Jews thought Herzl was patronizing them as Askenazim. They found his “western dignity did not sit well with our Russian-Jewish realism; and without wanting to, we could not help irritating him.” [4]

As a result of the Congress, the “Basic Protocol,” keystone of the world Zionist movement, was adopted as follows:

Zionism strives to create for the Jewish people a home in Palestine secured by public law. The Congress contemplates the following means to the attainment of this end:

1. The promotion on suitable lines of the colonization of Palestine by Jewish agricultural and industrial workers.

2. The organization and binding together of the whole of Jewry by means of appropriate institutions, local and international, in accordance with the laws of each country.

3. The strengthening and fostering of Jewish national sentiment and consciousness.

4. Preparatory steps towards obtaining Government consent where necessary to the attainment of the aim of Zionism.[5]

The British Chovevei-Zion Association declined an invitation to be represented at the Congress, and the Executive Committee of the Association of Rabbis in Germany protested that:

1. The efforts of so-called Zionists to found a Jewish national state in Palestine contradict the messianic promise of Judaism as contained in the Holy Writ and in later religious sources.

2. Judaism obligates its adherents to serve with all devotion the Fatherland to which they belong, and to further its national interests with all their heart and with all their strength.

3. However, those noble aims directed toward the colonization of Palestine by Jewish peasants and farmers are not in contradiction to these obligations, because they have no relation whatsoever to the founding of a national state.[6]

In conversation with a delegate at the First Congress, Litman Rosenthal, Herzl said,

It may be that Turkey will refuse or be unable to understand us. This will not discourage us. We will seek other means to accomplish our end. The Orient question is now the question of the day. Sooner or later it will bring about a conflict among the nations. A European war is imminent. . The great European War must come. With my watch in hand do I await this terrible moment. After the great European war is ended the Peace Conference will assemble. We must be ready for that time. We will assuredly be called to this great conference of the nations and we must prove to them the urgent importance of a Zionist solution to the Jewish Question. We must prove to them that the problem of the Orient and Palestine is one with the problem of the Jews — both must be solved together. We must prove to them that the Jewish problem is a world problem and that a world problem must be solved by the world. And the solution must be the return of Palestine to the Jewish people.[American Jewish News, 7 March 1919]

A few months later, in a message to a Jewish conference in London, Herzl wrote “the first moment I entered the Movement my eyes were directed towards England because I saw that by reason of the general situation of things there it was the Archimedean point where the lever could be applied.” Herzl showed his desire for some foothold in England, and also perhaps his respect for London as the world’s financial center, by causing the Jewish Colonial Trust, which was to be the main financial instrument of his Movement, to be incorporated in 1899 as an English company.

Herzl was indefatigable. He offered the Sultan of Turkey help in re-organizing his financial affairs in return for assistance in Jewish settlement in Palestine.[7] To the Kaiser, who visited Palestine in 1888 and again in 1898, [C] he promised support for furthering German interests in the Near East; a similar offer was made to King Edward VII of England; and he personally promised the Pope to respect the holy places of Christendom in return for Vatican support.[D] But only from the Czar did he receive, through the Minister of the Interior, a pledge of “moral and material assistance with respect to the measures taken by the movement which would lead to a diminution of the Jewish population in Russia.” [8]

He reported his work to the Sixth Zionist Congress at Basle on 23 August 1903, but stated, “Zion is not and can never be. It is merely an expedient for colonization purposes, but, be it well understood, an expedient founded on a national and political basis.” [9]

When pressed for Jewish colonization in Palestine, the Turkish Sublime Porte offered a charter for any other Turkish territory [with acceptance by the settlers of Ottoman citizenship] which Herzl refused.[11] The British Establishment, aware of Herzl’s activities through his appearance before the Royal Commission on Alien Immigration, [E] and powerful press organs such as the Daily Chronicle and Pall Mall Gazette which were demanding a conference of the Powers to consider the Zionist program, [12] somewhat characteristically, had shown a willingness to negotiate about a Jewish colony in the Egyptian territory of El-‘Arish on the Turco-Egyptian frontier in the Sinai Peninsula. But the Egyptian Government objected to making Nile water available for irrigation; the Turkish Government, through its Commissioner in Cairo, objected; and the British Agent in Cairo, Lord Cromer, finally advised the scheme’s rejection.[13]

Meanwhile, returning from a visit to British East Africa in the Spring of 1903, Prime Minister Joseph Chamberlain put to Herzl the idea of a Jewish settlement in what was soon to become the Colony of Kenya, but through a misunderstanding Herzl believed that Uganda was intended, and it was referred to as the “Uganda scheme.” Of the part of the conversation on the El-‘Arish proposal, Herzl wrote in his diary that he had told Chamberlain that eventually we shall gain our aims “not from the goodwill but from the jealously of the Powers.” [14] With the failure of the El-‘Arish proposal, Herzl authorized the preparation of a draft scheme for settlement in East Africa. This was prepared by the legal firm of Lloyd George, Roberts and Company, on the instructions of Herzl’s go-between with the British Government, Leopold Greenberg.[15]

Herzl urged acceptance of the “Uganda scheme,” favoring it as a temporary refuge, but he was opposed from all sides, and died suddenly of heart failure on 3 July 1904. Herzl’s death rid the Zionists of an “alien,” and he was replaced by David Wolffsohn (the Litvak [F]).[16]

The “Uganda proposal” split the Zionist movement. Some who favored it formed the Jewish Territorial Organization, under the leadership of Israel Zangwill (1864-1926). For these territorialists, the renunciation of “Zion” was not generally felt as an ideological sacrifice; instead they contended that not mystical claims to “historic attachment” but present conditions should determine the location of a Jewish national homeland.[17]

In Turkey, the “Young Turk” (Committee of Union and Progress) revolution of 1908 was ostensibly a popular movement opposed to foreign influence. However, Jews and crypto-Jews known as Dunmeh had played a leading part in the Revolution.[19]

The Zionists opened a branch of the Anglo-Palestine Bank in the Turkish capital, and the bank became the headquarters of their work in the Ottoman Empire. Victor Jacobson [G] was brought from Beirut, “ostensibly to represent the Anglo-Palestine Company, but really to make Zionist propaganda among the Turkish Jews.” [20] His contacts included both political parties, discussions with Arab members of Parliament from Syria and Palestine, and a general approach to young Ottoman intellectuals through a newspaper issued by the Zionist office.[21] In Turkey, as in Germany, “Their own native Jews were resentful of the attempt to segregate them as Jews and were opposed to the intrusion of Jewish nationalism in their domestic affairs.” Though several periodicals in French “were subvened” by the Zionist-front office under Dr. Victor Jacobson, [22] (the first Zionist who aspired to be not a Zionist leader but a “career” diplomat,) and although he built up good political connections through social contacts, “always avoiding the sharpness of a direct issue, and waiting in patient oriental fashion for the insidious seed of propaganda to fructify,” [23] yet some of those engaged in the work, notably Vladimir (Zev) Jabotinsky (1880-1940), came to despair of success so long as the Ottoman Empire controlled Palestine. They henceforth pinned their hopes on its collapse.[24]

At the Tenth Zionist Congress in 1911, David Wolffsohn, who had succeeded Herzl, said in his presidential address that what the Zionists wanted was not a Jewish state but a homeland, [26] while Max Nordau denounced the “infamous traducers,” who alleged that “the Zionists … wanted to worm their way into Turkey in order to seize Palestine . It is our duty to convince (the Turks) that … they possess in the whole world no more generous and self-sacrificing friends than the Zionists.” [H][27]

The mild sympathy which the Young Turks had shown for Zionism was replaced by suspicion as growing national unrest threatened the Ottoman Empire, especially in the Balkans. Zionist policy then shifted to the Arabs, so that they might think of Zionism as a possible make-weight against the Turks. But Zionists soon observed that their reception by Arab leaders grew warmer as the Arabs were disappointed in their hopes of gaining concessions from the Turks, but cooled swiftly when these hopes revived. The more than 60 Arab parliamentary delegates in Constantinople and the newly active Arabic press kept up “a drumfire of complaints” against Jewish immigration, land purchase and settlement in Palestine.[28]

“After many years of striving, the conviction was forced upon us that we stood before a blank wall, which it was impossible for us to surmount by ordinary political means,” said Weizmann of the last pre-war Zionist Congress. But the strength of the national will forged for itself two main roads towards its goal — the gradual extension and strengthening of our Yishuv (Hebrew: literally, “settlement,” a collective name for the Jewish settlers) in Palestine and the spreading of the Zionist idea throughout the length and breadth of Jewry.[29]

The Turks were doing all they could to keep Jews out of Palestine. But this barrier was covertly surmounted, partly due to the venality of Turkish officials, [30] (as delicately put in a Zionist report — “it was always possible to get round the individual official with a little artifice”); [32] and partly to the diligence of the Russian consuls in Palestine in protecting Russian Jews and saving them from expulsion.[33]

But if Zionism were to succeed in its ambitions, Ottoman rule of Palestine must end. Arab independence could be prevented by the intervention of England and France, Germany or Russia. The Eastern Jews hated Czarist Russia. With the entente cordiale in existence, it was to be Germany or England, with the odds slightly in Britain’s favor in potential support of the Zionist aim in Palestine, as well as in military power.[I] On the other hand, Zionism was attracting some German and Austrian Jews with important financial interests and had to take into account strong Jewish anti-Zionist opinion in England.

But before Zionism had finally reckoned it could gain no special consideration in Palestine from Turkey, the correspondent of The Times was able to report in a message published 14 April 1911, of the Zionist organ Jeune Turc’s [J] “violent hostility to England” and “its germanophile enthusiasm,” and to the propaganda carried on among Turkish Jews by “German Zionist agents.” When the policy line altered, this impression in England had to be erased.[34] The concern of the majority of rich English Jews was not allayed by articles in the Jewish Chronicle, edited by Leopold Greenberg, pointing out that in the Basle program there was “not a word of any autonomous Jewish state,” [35] and in Die Welt, the official organ of the Movement, the article by Nahum Sokolow, then the General Secretary of the Zionist Organization, in which he protested that there was no truth in the allegation that Zionism aimed at the establishment of an independent Jewish State.[36] Even at the 11th Congress in 1913, Otto Warburg, speaking as chairman of the Zionist Executive, gave assurances of loyalty to Turkey, adding that in colonizing Palestine and developing its resources, Zionists would be making a valuable contribution to the progress of the Turkish Empire.[37]


[A]  A letter entered in Herzl’s diary on 15 May 1896 states that the head of the Armenian movement in London is Avetis Nazarhek, “and he directs the paper Huntchak (The Bell). He will be spoken to.”
[B]  On either side of the main doorway of the hall hung white banners with two blue stripes, and over the doorway was placed a six-pointed “Shield of David.” It was the invention of David Wolffsohn, who employed the colors of the traditional Jewish prayer shawl. Fifty years later, the combined emblems became the flag of the Zionist state. The “Shield of David” is of Assyrian origin: previously a decorative motif or magical emblem. It appeared on the heraldic flag of the Jews in Prague in 1527.
[C]  On the latter trip he was accompanied by his Empress. Their yacht, the Hohenzollern, put in at Haifa, and they were escorted to Jerusalem by 2,000 Turkish soldiers.
[D]  Pope Pius X told him that the Church could not support the return of “infidel Jews” to the Holy Land.[10]
[E]  In 1880, there were about 60,000 Jews in England. Between 1881 and 1905, there was an immigration of some 100,000 Eastern Jews. Though cut by the Aliens Bill of the Balfour Government, which became law in the summer of 1905, immigration continued so that by 1914 there was a Jewish population in England of some 300,000. A leader of the fight against the Aliens Bill and against tightening up naturalization regulations in 1903-1904 was Winston S. Churchill.[18]
[F]  The Eastern Jews referred to each other as “Litvaks” (Lithuania), “Galizianers” (Galicia), “Polaks,” “Hungarians,” and geographical regions of their ancestral origin, e.g., “Pinskers”; never by the term Jew.
[G]  (1869 — 1935). Born in the Crimea, and nurtured in the atmosphere of assimilation and revolutionary agitation in Russia, Jacobson had organized clubs and written about Zionism in Russian Jewish newspapers. After the First World War, the era of the direct and indirect bribe and the contact man gave way to one in which the interests of nationalities, represented by diplomat-attorneys, had to be met, wrote Lipsky: “In this new world into which Jacobson was thrown, he laboured with the delicacy and concentration of an artist . . working persistently and with vision to build up an interest in the cause. He had to win sympathy as well as conviction.” [25]
[H]  In the Zionist Congress of 1911, (22 years before Hitler came to power, and three years before World War I), Nordau said, “How dare the smooth talkers, the clever official blabbers, open their mouths and boast of progress … Here they hold jubilant peace conferences in which they talk against war… But the same righteous governments, who are so nobly, industriously active to establish the eternal peace, are preparing, by their own confession, complete annihilation for six million people, and there is nobody, except the doomed themselves, to raise his voice in protest although this is a worse crime than any war … ” [31]
[I]  Approximate annual expenditure for military purposes by the European Powers in the first years of the century were: France — £38,400,000; Germany — £38,000,000; Italy — £15,000,000; Russia — £43,000,000; United States — £38,300,000; Great Britain — £69,000,000 at pre-1914 values of sterling.
[J]  Its business manager was a German Jew, Sam Hochberg. Among invited contributors was the immensely wealthy Russian Jew Alexander Helphand who, as “Parvus,” was later to suggest to the German left-wing parties that Lenin and his associates be sent to Russia in 1917 to demoralize still further the beaten Russian armies.


The Great War

Until mid-1914, the surface of European diplomatic relations was placid, reflecting successfully negotiated settlements of colonial and other questions. But certain British journalists were charged by their contemporaries “that they deliberately set out to poison Anglo-German relations and to create by their scaremongering such a climate of public opinion that war between the two Great Powers became inevitable.” (The Scaremongers: The Advocacy of War and Rearmament 1896-1914, A. J. A. Morris, Routledge & Kegan Paul, 1984)

Were they paid or pure? Every anti-German diatribe in British newspapers added to German government concern as to whether it was part of a policy instigated or condoned by Downing Street. Further, there were groups in every major European country which could see only in war the possible means to further their interests or to thwart the ambitions of their rivals. This is why the assassination of Archduke Franz Ferdinand, heir-apparent to the Austro-Hungarian throne, on 28 June in Sarajevo, soon set Europe crackling with fire, a fire which naturally spread through the lines of communications to colonial territories as far away as China.

On 28 July, Austria declared war on Serbia. Germany sent an ultimatum to Russia threatening hostilities if orders for total mobilization of the Russian army and navy were not countermanded.

A telegram dated 29 July 1914 from the Czar Nicholas to the Emperor Wilhelm, proposing that the Austro-Serbian dispute should be referred to the Hague Tribunal, remained unanswered. At the same time Germany sent a message to France asking if she would remain neutral; but France, which had absorbed issue after issue of Russian railroad bonds in addition to other problems, was unequivocal in supporting Russia. Amid mounting tension and frontier violations, Germany declared war on Russia and France.

The French Chief-of-Staff, General Joseph Joffre, was prepared to march into Belgium if the Germans first violated its neutrality [38] which had been guaranteed by Britain, France, Prussia, Austria and Russia. German troops crossed the Belgian frontier (on 4 August at 8 a.m.) and the United Kingdom declared war on Germany.

First Pledge

Lord Kitchener, who had left London at 11:30 on the morning of 3 August to return to Egypt after leave, was stopped at Dover and put in charge of the War Office.[39] At the first meeting of the War Council he warned his colleagues of a long struggle which would be won not at sea but on land, for which Britain would have to raise an army of millions of men and maintain them in the field for several years.[40] When the defense of Egypt was discussed at the meeting, Winston Churchill suggested that the ideal method of defending Egypt was to attack the Gallipoli Peninsula which, if successful, would give Britain control of the Dardenelles. But this operation was very difficult, and required a large force. He preferred the alternative of a feint at Gallipoli, and a landing at Haifa or some other point on the Syrian coast.

In Turkey, the Sultan had taken the title of Khalif-al-IsIam, or supreme religious leader of Moslems everywhere, and emissaries were dispatched to Arab chiefs with instructions that in the event of Turkey being involved in the European hostilities, they were to declare a jihad, or Moslem holy war. A psychological and physical force which Kitchener of Khartoum, the avenger of General Gordon’s death, understood very well.

Kitchener planned to draw the sting of the jihad, which could affect British-Indian forces and rule in the East, by promoting an Arab revolt to be led by Hussein, who had been allowed by the Turks to assume his hereditary dignity as Sherif of Mecca and titular ruler of the Hejaz. Kitchener cabled on 13 October 1914 to his son, Abdullah, in Mecca, saying that if the Arab nation assisted England in this war, England would guarantee that no internal intervention took place in Arabia, and would give the Arabs every assistance against external aggression.

A series of letters passed between Sherif Hussein and the British Government through Sir Henry McMahon, High Commissioner for Egypt, designed to secure Arab support for the British in the Great War. One dated 24 October 1915 committed HMG to the inclusion of Palestine within the boundaries of Arab independence after the war, but excluded the area now known as Lebanon. This is clearly recognized in a secret “Memorandum on British Commitments to King Hussein” prepared for the inner group at the Peace Conference in 1919. (See Appendix) I found a copy in 1964 among the papers of the late Professor Wm. Westermann, who had been adviser on Turkish affairs to the American Delegation to the Peace Conference.

The Second Pledge

As the major ally, France’s claim to preference in parts of Syria could not be ignored. The British Foreign Minister, Sir Edward Grey, told the French Ambassador in London, Mr. Paul Gambon, on 21 October 1915, of the exchanges of correspondence with Sherif Hussein, and suggested that the two governments arrive at an understanding with their Russian ally on their future interests in the Ottoman Empire.

M. Picot was appointed French representative with Sir Mark Sykes, now Secretary of the British War Cabinet, to define the interests of their countries and to go to Russia to include that country’s views in their agreement.

In the subsequent secret discussions with Foreign Secretary Sazonov, Russia was accorded the occupation of Constantinople, both shores of the Bosporus and some parts of “Turkish” Armenia.[K] France claimed Lebanon and Syria eastwards to Mosul. Palestine did in fact have inhabitants and shrines of the Greek and Russian Orthodox and Armenian churches, and Russia at first claimed a right to the area as their protector. This was countered by Sykes-Picot and the claim was withdrawn to the extent that Russia, in consultation with the other Allies, would only participate in deciding a form of international administration for Palestine.

The Sykes-Picot Agreement was incompatible with the pledges made to the Arabs. When the Turks gave Hussein details of the Agreement after the Russian revolution, he confined his action to a formal repudiation.

Like the Hussein-McMahon Correspondence, the Tripartite Agreement made no mention of concessions to Zionism in the future disposition of Palestine, or even mention of the word “Jew.” However it is now known that before the departure of Sykes [L] for Petrograd on 27 February 1916 for discussions with Sazonov, he was approached with a plan by Herbert Samuel, who had a seat in the Cabinet as President of the Local Government Board and was strongly sympathetic to Herzl’s Zionism.[41]

The plan put forward by Samuel was in the form of a memorandum which Sykes thought prudent to commit to memory and destroy, Commenting on it, Sykes wrote to Samuel suggesting that if Belgium should assume the administration of Palestine it might be more acceptable to France as an alternative to the international administration which she wanted and the Zionists did not.[42] Of boundaries marked on a map attached to the memorandum he wrote, “By excluding Hebron and the East of the Jordan there is less to discuss with the Moslems, as the Mosque of Omar then becomes the only matter of vital importance to discuss with them and further does away with any contact with the bedouins, who never cross the river except on business. I imagine that the principal object of Zionism is the realization of the ideal of an existing center of nationality rather than boundaries or extent of territory. The moment I return I will let you know how things stand at Pd.” [43]

However, in conversations both with Sykes and the French ambassador, Sazonov was careful not to commit himself as to the extent of the Russian interest in Palestine, but made it clear that Russia would have to insist that not only the holy places, but all towns and localities in which there were religious establishments belonging to the Orthodox Church, should be placed under international administration, with a guarantee for free access to the Mediterranean.[44]

Czarist Russia would not agree to a Zionist formula for Palestine; but its days were numbered.

The Third Pledge

In 1914, the central office of the Zionist Organization and the seat of its directorate, the Zionist Executive, were in Berlin. It already had adherents in most Eastern Jewish communities, including all the countries at war, though its main strength was in Russia and Austria-Hungary.[45] Some important institutions, namely, the Jewish Colonial Trust, the Anglo-Palestine Company and the Jewish National Fund, were incorporated in England. Of the Executive, two members (Otto Warburg [M] and Arthur Hantke) were German citizens, three (Yechiel Tschlenow, Nahum Sokolow and Victor Jacobson) were Russians and one (Shmarya Levin) had recently exchanged his Russian for Austro-Hungarian nationality. The 25 members of the General Council included 12 from Germany and Austria-Hungary, 7 from Russia…Chaim Weizmann and Leopold Kessler) from England, and one each from Belgium, France, Holland and Rumania.[46]

Some prominent German Zionists associated themselves with a newly founded organization known as the Komitee fur den Osten, whose aims were: “To place at the disposal of the German Government the special knowledge of the founders and their relations with the Jews in Eastern Europe and in America, so as to contribute to the overthrow of Czarist Russia and to secure the national autonomy of the Jews.” [47]

Influential Zionists outside the Central Powers were disturbed by the activities of the K.f.d.O. and anxious for the Zionist movement not to be compromised. Weizmann’s advice was that the central office be moved from Berlin and that the conduct of Zionist affairs during the war should he entrusted to a provisional executive committee for general Zionist affairs in the United States.

At a conference in New York on 30 August 1914, this committee was set up under the chairmanship of Louis D. Brandeis, with the British-born Dr. Richard Gottheil and Jacob de Haas, Rabbi Stephen Wise and Felix Frankfurter, among his principal lieutenants. For Shmarya Levin, the representative of the Zionist Executive in the United States, and Dr. Judah Magnes, to whom the alliance of England and France with Russia seemed “unholy,” Russian czarism was the enemy against which their force should be pitted.[48] But on 1 October 1914 Gottheil, first President of the Zionist Organization of America, wrote from the Department of Semitic Languages, Columbia University, to Brandeis in Boston enclosing a memorandum on what the organization planned to seek from the belligerents, with respect to the Russian Jews:

We have got to be prepared to work under the Government of any one of the Powers … shall be glad to have any suggestion from you in regard to this memorandum, and shall be glad to know if it meets with your approval. I recognize that I ought not to have put it out without first consulting you; but the exigencies of the situation demanded immediate action. We ought to be fully prepared to take advantage of any occasion that offers itself.[49]

In a speech on 9 November, four days after Britain’s declaration of war on Turkey, Prime Minister Asquith said that the traditional eastern policy had been abandoned and the dismemberment of the Turkish Empire had become a war aim. “It is the Ottoman Government,” he declared, “and not we who have rung the death knell of Ottoman dominion not only in Europe but in Asia.” [50] The statement followed a discussion of the subject at a Cabinet meeting earlier that day, at which we know, from Herbert Samuel’s memoirs, that Lloyd George, who had been retained as legal counsel by the Zionists some years before, [51] “referred to the ultimate destiny of Palestine.” In a talk with Samuel after the meeting, Lloyd George assured him that “he was very keen to see a Jewish state established in Palestine.”

On the same day, Samuel developed the Zionist position more fully in a conversation with the Foreign Secretary, Sir Edward Grey. He spoke of Zionist aspirations for the establishment in Palestine of a Jewish state, and of the importance of its geographical position to the British Empire. Such a state, he said, ”could not be large enough to defend itself.” and it would therefore be essential that it should be by constitution, neutral. Grey asked whether Syria as a whole must necessarily go with Palestine, and Samuel replied that this was not only unnecessary but inadvisable, since it would bring in a large and unassimilable Arab population. ”It would,” he said be a great advantage if the remainder of Syria were annexed by France, as it would be far better for the state to have a European Power as a neighbor than the Turk. ” [52]

In January 1915 Samuel produced a Zionist memorandum on Palestine after discussions with Weizmann and Lloyd George. It contained arguments in favor of combining British annexation of Palestine with British support for Zionist aspirations, and ended with objections to any other solution.[53] Samuel circulated it to his colleagues in the Cabinet. Lloyd George was already a Zionist ”partisan”; Lord Haldane, to whom Weizmann had had access, wrote expressing a friendly interest; [54] though privately expressing Zionist sympathies, the Marquess of Crewe presumably did not express any views in the Cabinet on the memorandum; [55] Zionism had a strong sentimental attraction for Grey[56] but his colleagues, including his cousin Edwin Montagu, did not give him much encouragement. Prime Minister Asquith wrote: “I confess that I am not attracted by the proposed addition to our responsibilities, but it is a curious illustration of Dissy’s favorite maxim that race is everything to find this almost lyrical outburst proceeding from the well-ordered and methodical brain of H.S.” [57]

After further conversations with Lloyd George and Grey.[58] Samuel circulated a revised text to the Cabinet in the middle of March 1915.

It is not known if the memorandum was formally considered by the Cabinet, but Asquith wrote in his diary on 13 March 1915 of Samuel’s “dithyrambic memorandum” of which Lloyd George was ”the only other partisan. ” [59] Certainly, at this time, Zionist claims and aspirations were secondary to British policy towards Russia and the Arabs.

Britain, France and Germany attached considerable importance to the attitudes of Jewry towards them because money and credit were needed for the war. The international banking houses of Lazard Frères, Eugene Mayer, J. & W. Seligman, Speyer Brothers and M.M. Warburg, were all conducting major operations in the United States, as were the Rothschilds through the New York banking house of Kuhn, Loeb & Co.[N] Apart from their goodwill. the votes of America’s Jewish community of 3,000,000 were important to the issue of that country’s intervention or non-intervention in the war, and the provision of military supplies. The great majority represented the one-third of the Jews of Eastern Europe. including Russia, who had left their homelands and come to America between 1880 and 1914. Many detested Czarist Russia and wished to see it destroyed. Of these Jews, not more than 12,000 were enrolled members of the Zionist Organization.[60]

The goodwill of Jewry, and especially America’s Jews, was assessed by both sides in the war as being very important. The once-poor Eastern European Jews had achieved a dominant position in New York’s garment industry. and had become a significant political force. In 1914 they sent a Russian-born socialist to the Congress of the United States. They produced dozens of Yiddish periodicals; they patronized numerous Yiddish theatres and music halls; their sons and daughters were filling the metropolitan colleges and universities.[61]

From the beginning of the war, the German Ambassador in Washington. Count Bernstorff, was provided. by the Komitee fuer den Osten, with an adviser on Jewish Affairs (Isaac Straus); and when the head of the Zionist Agency in Constantinople appealed, in the winter of 1914, to the German Embassy to do what it could to relieve the pressure on the Jews in Palestine, it was reinforced by a similar appeal to Berlin from Bernstorff.[62] In November 1914, therefore, the German Embassy in Constantinople received instructions to recommend that the Turks sanction the re-opening of the Anglo-Palestine Company’s Bank — a key Zionist institution. In December the Embassy made representations which prevented a projected mass deportation of Jews of Russian nationality.[63] In February 1915 German influence helped to save a number of Jews in Palestine from imprisonment or expulsion, and “a dozen or twenty times” the Germans intervened with the Turks at the request of the Zionist office in Turkey, “thus saving and protecting the Yishuv.” [65] The German representations reinforced those of the American Ambassador in Turkey (Henry Morgenthau).[O][66] Moreover, both the German consulates in Palestine and the head of the German military mission there frequently exerted their influence on behalf of the Jews.[67]

German respect for Jewish goodwill enabled the Constantinople Zionist Agency from December 1914 to use the German diplomatic courier service and telegraphic code for communicating with Berlin and Palestine.[68] On 5 June 1915 Victor Jacobson was received at the German Foreign Office by the Under-Secretary of State (von Zimmerman) and regular contact commenced between the Berlin Zionist Executive (Warburg, Hantke and Jacobson) and the German Foreign Office.[69]

Zionist propagandists in Germany elaborated and publicized the idea that Turkey could become a German satellite and its Empire in Asia made wide open to German enterprise; support for “a revival of Jewish life in Palestine” would form a bastion of German influence in that part of the world.[70] This was followed by solicitation of the German Foreign Office to notify the German consuls in Palestine of the German Government’s friendly interest in Zionism. Such a course was favored by von Neurath [P] when asked by Berlin for his views in October, and in November of 1915, the text for such a document was agreed upon and circulated after the approval of the German Chancellor (Bethmann-Hollweg). It was cautiously and vaguely worded so as not to upset Turkish susceptibilities, stating to the Palestine consuls that the German Government looked favorably on “Jewish activities designed to promote the economic and cultural progress of the Jews in Turkey, and also on the immigration and settlement of Jews from other countries.” [71]

The Zionists felt that an important advance toward a firm German commitment to their aims had been made, but when the Berlin Zionist Executive pressed for a public assurance of sympathy and support, the Government told them to wait until the end of the war, when a victorious Germany would demonstrate its goodwill.[72]

When Zionist leaders in Germany met Jemal Pasha, by arrangement with the Foreign Office, during his visit to Berlin in the summer of 1917, they were told that the existing Jewish population would be treated fairly but that no further Jewish immigrants would he allowed. Jews could settle anywhere else but not in Palestine. The Turkish Government, Jemal Pasha declared, wanted no new nationality problems, nor was it prepared to antagonize the Palestinian Arabs, “who formed the majority of the population and were to a man opposed to Zionism.” [73]

A few weeks after the interview, the Berlin Zionists’ pressure was further weakened by the uncovering by Turkish Intelligence of a Zionist spy ring working for General Allenby’s Intelligence section under an Aaron Aaronssohn. “It is no wonder that the Germans, tempted as they may have been by its advantages, shrank from committing themselves to a pro-Zionist declaration.” [74]

It was fortunate for Zionism that the American Jews as a whole showed no enthusiasm for the Allied cause, wrote Stein, political secretary of the Zionist Organization from 1920 to 1929, “If they had all along been reliable friends, there would have been no need to pay them any special attention.” [75]

In 1914 the French Government had sponsored a visit to the United States by Professor Sylvain Levy and the Grand Rabbi of France with the object of influencing Jewish opinion in their favor, but without success. A year later, it tried to reply to disturbing reports from its embassy in Washington about the sympathies of American Jews [76] by sending a Jew of Hungarian origin (Professor Victor Basch) to the United States in November 1915.[77]

Ostensibly he represented the Ministry of Public Instruction, but his real mission was to influence American Jews through contact with their leaders.[78] Though armed with a message to American Jewry from Prime Minister Briand, he encountered an insuperable obstacle — the Russian alliance. “For Russia there is universal hatred and distrust … We are reproached with one thing only, the persecution of the Russian Jews, which we tolerate — a toleration which makes us accomplices … It is certain that any measures in favor of Jewish emancipation would be equivalent to a great battle lost by Germany.” [79] Basch had to report to French President Poincare the failure of his mission.[80]

At the same time that Basch had been dispatched to the United States, the French Government approved the setting up of a “Comité de propagande Francais aupres des Juifs neutres,” and Jacques Bigart, the Secretary of the Alliance Israelite, accepted a secretaryship of the Comité. Bigart suggested to Lucien Wolf, of the Jewish Conjoint Foreign Committee in London, that a similar committee be set up there. Wolf consulted the Foreign Office and was invited by Lord Robert Cecil to provide a full statement of his views.[81]

In December 1915 Wolf submitted a memorandum in which he analyzed the characteristics of the Jewish population of the United States and reached the conclusion that “the situation, though unsatisfactory, is far from unpromising.” Though disclaiming Zionism, be wrote that “In America, the Zionist organizations have lately captured Jewish opinion.” If a statement of sympathy with their aspirations were made, “I am confident they would sweep the whole of American Jewry into enthusiastic allegiance to their cause.” [82]

Early in 1916 a further memorandum was submitted to the British Foreign Office as a formal communication from the Jewish Conjoint Foreign Committee. This stated that “the London (Conjoint) and Paris Committees formed to influence Jewish opinion in neutral countries in a sense favorable to the Allies” had agreed to make representations to their respective Governments. First, the Russian Government should be urged to ease the position of their Jews by immediate concessions for national-cultural autonomy secondly, “in view of the great organized strength of the Zionists in the United States,” (in fact out of the three million Jews in the U.S. less than 12,000 had enrolled as Zionists in 1913), [83] the Allied Powers should give assurances to the Jews of facilities in Palestine for immigration and colonization, liberal local self-government for Jewish colonists, the establishment of a Jewish university, and for the recognition of Hebrew as one of the vernaculars of the land — in the event of their victory.[84]

On 9 March 1916 the Zionists were informed by the Foreign Office that “your suggested formula is receiving (Sir Edward Grey’s) careful and sympathetic attention, but it is necessary for H.M.G. to consult their Allies on the subject.” [85] A confidential memorandum was accordingly addressed to the Russian Minister of Foreign Affairs in Petrograd, to ascertain his views, though its paternity, seeing that Asquith was still Prime Minister, “remains to be discovered.” [86] No direct reply was received, but in a note addressed to the British and French ambassadors four days later, Sazonov obliquely assented, subject to guarantees for the Orthodox Church and its establishments, to raise no objection to the settlement of Jewish colonists in Palestine.[87]

Nothing came of these proposals. On 4 July the Foreign Office informed the Conjoint Committee that an official announcement of support was inopportune.[88] They must be considered alongside the Sykes-Picot Agreement being negotiated at this time, and the virtual completion of the Hussein-McMahon Correspondence by 10 March 1916, with the hope that an Arab revolt and other measures would bring victory near.

But 1916 was a disastrous year for the Allies. “In the story of the war” wrote Lloyd George,

the end of 1916 found the fortunes of the Allies at their lowest ebb. In the offensives on the western front we had lost three men for every two of the Germans we had put out of action. Over 300,000 British troops were being immobilized for lack of initiative or equipment or both by the Turks in Egypt and Mesopotamia, and for the same reason nearly 400,000 Allied soldiers were for all purposes interned in the malarial plains around Salonika.[89]

The voluntary system of enlistment was abolished, and a mass conscript army of continental pattern was adopted, something which had never before occurred in British history.[Q][90] German submarine activity in the Atlantic was formidable; nearly 11/2 million tons of merchant shipping had been sunk in 1916 alone. As for paying for the war, the Allies at first had used the huge American debts in Europe to pay for war supplies, but by 1916 the resources of J.P. Morgan and Company, the Allies’ financial and purchasing agents in the United States, were said to be nearly exhausted by increased Allied demands for American credit.[91] There was rebellion in Ireland. Lord Robert Cecil stated to the British Cabinet: “France is within measurable distance of exhaustion. The political outlook of Italy is menacing. Her finance is tottering. In Russia, there is great discouragement. She has long been on the verge of revolution. Even her man-power seems coming near its limits. ” [94]

Secretary of State Kitchener was gone — drowned when the cruiser Hampshire sank on 5 June 1916 off the Orkneys when he was on his way to Archangel and Petrograd to nip the revolution in the bud. He had a better knowledge of the Middle East than anyone else in the Cabinet. The circumstances suggest espionage and treachery. Walter Page, the U.S. Ambassador in London, entered in his diary: “There was a hope and feeling that he (Lord Kitchener) might not come back… as I make out.”

There was a stalemate on all fronts. In Britain, France and Germany, hardly a family numbered all its sons among the living. But the British public — and the French, and the German — were not allowed to know the numbers of the dead and wounded. By restricting war correspondents, the American people were not allowed to know the truth either.

The figures that are known are a recital of horrors.[R]

In these circumstances, a European tradition of negotiated peace in scores of wars, might have led to peace at the end of 1916 or early 1917.

Into this gloomy winter of 1916 walked a new figure. He was James Malcolm, [S] an Oxford educated Armenian [T] who, at the beginning of 1916, with the sanction of the British and Russian Governments, had been appointed by the Armenian Patriarch a member of the Armenian National Delegation to take charge of Armenian interests during and after the war. In this official capacity, and as adviser to the British Government on Eastern affairs, [95] he had frequent contacts with the Cabinet Office, the Foreign Office, the War Office and the French and other Allied embassies in London, and made visits to Paris for consultations with his colleagues and leading French officials. He was passionately devoted to an Allied victory which he hoped would guarantee the national freedom of the Armenians then under Turkish and Russian rule.

Sir Mark Sykes, with whom he was on terms of family friendship, told him that the Cabinet was looking anxiously for United States intervention in the war on the side of the Allies, but when asked what progress was being made in that direction, Sykes shook his head glumly, “Precious little,” he replied.

James Malcolm now suggested to Mark Sykes that the reason why previous overtures to American Jewry to support the Allies had received no attention was because the approach had been made to the wrong people. It was to the Zionist Jews that the British and French Governments should address their parleys.

“You are going the wrong way about it,” said Mr. Malcolm. “You can win the sympathy of certain politically-minded Jews everywhere, and especially in the United States, in one way only, and that is, by offering to try and secure Palestine for them.” [96]

What really weighed most heavily now with Sykes were the terms of the secret Sykes-Picot Agreement. He told Malcolm that to offer to secure Palestine for the Jews was impossible. “Malcolm insisted that there was no other way and urged a Cabinet discussion. A day or two later, Sykes told him that the matter had been mentioned to Lord Milner who had asked for further information. Malcolm pointed out the influence of Judge Brandeis of the American Supreme Court, and his strong Zionist sympathies.” [97]

In the United States, the President’s adviser, Louis D. Brandeis, a leading advocate of Zionism, had been inducted as Associate Justice of the Supreme Court on 5 June 1916. That Wilson was vulnerable was evident, in that as early as 1911, he had made known his profound interest in the Zionist idea and in Jewry.[98]

Malcolm described Wilson as being “attached to Brandeis by ties of peculiar hardness,” a cryptic reference to the story that Wilson had been blackmailed for $40,000 for some hot love letters he had written to his neighbor’s wife when he was President of Princeton. He did not have the money, and the go-between, Samuel Untermeyer, of the law firm of Guggenheim, Untermeyer & Marshall, said he would provide it if Wilson would appoint to the next vacancy on the Supreme Court a nominee selected by Mr. Untermeyer. The money was paid, the letters returned, and Brandeis had been the nominee.

Wilson had written to the Senate, where opposition to the nominee was strong: “I have known him. I have tested him by seeking his advice upon some of the most difficult and perplexing public questions about which it was necessary for me to form a judgment When Brandeis had been approved by the Senate, Wilson wrote to Henry Morgenthau: “I never signed any commission with such satisfaction.” “Relief” might have been a more appropriate word.

The fact that endorsement of Wilson’s nominee by the Senate Judiciary Committee had only been made “after hearings of unprecedented length” [99] was not important. Brandeis had the President’s ear; he was “formally concerned with the Department of State.” [100] This was the significant development, said Malcolm, which compelled a new approach to the Zionists by offering them the key to Palestine.

The British Ambassador to the United States (Sir Cecil Spring-Rice) had written from Washington in January 1914 that “a deputation came down from New York and in two days ‘fixed’ the two Houses so that the President had to renounce the idea of making a new treaty with Russia.” [101] In November 1914 he had written to the British Foreign Secretary of the German Jewish bankers who were extending credits to the German Government and were getting hold of the principal New York papers” thereby “bringing them over as much as they dare to the German side and “toiling in a solid phalanx to compass our destruction.” [102]

This anti-Russian sentiment was part of a deep concern for the well-being of Russian and Polish Jews. Brandeis wrote to his brother from Washington on 8 December 1914: “… You cannot possibly conceive the horrible sufferings of the Jews in Poland and adjacent countries. These changes of control from German to Russian and Polish anti-semitism are bringing miseries as great as the Jews ever suffered in all their exiles.” [U][103]

In a speech to the Russian Duma on 9 February (27 January Gregorian) 1915, Foreign Minister Sazonov denied the calumnious stories which, he said, were circulated by Germany, of accounts of alleged pogroms against the Jews and of wholesale murders of Jews by the Russian armies. “If the Jewish Population suffered in the war zone, that circumstance unfortunately was inevitably associated with war, and the same conditions applied in equal measure to all people living within the region of military activity.” He added to the rebuttal with accounts of hardship in areas of German military action in Poland, Belgium and Serbia.[104]

It is noteworthy that the chairman of the non-Zionist American Jewish Committee responded to an appeal by the Brandeis group that all American Jews should organize to emphasize Zionist aims in Palestine before the Great Powers in any negotiations during or at the end of the war, by dissociating his community from the suggestion that Jews of other nationalities were to be accorded special status. He said that “the very thought of the mass of the Jews of America having a voice in the matter of deciding the welfare of the Jews in the world made him shrink in horror.”[107]

The new approach to the Zionist movement by Mark Sykes with James Malcolm as preliminary interlocutor took the form of a series of meetings at Chaim Weizmann’s London house, with the knowledge and approval of the Secretary of the War Cabinet, Sir Maurice Hankey.

A Programme for a New Administration of Palestine in Accordance with the Aspirations of the Zionist Movement was issued by the English Political Committee of the Zionist Organization in October 1916, and submitted to the British Foreign Office as a basis for discussion in order to give an official character to the informal house-talks. It included the following:

(1) The Jewish Chartered Company is to have power to exercise the right of pre-emption over Crown and other lands and to acquire for its own use all or any concessions which may at any time be granted by the suzerain government or governments.

(2) The present population, being too small, too poor and too little trained to make rapid progress, requires the introduction of a new and progressive element in the population. (But the rights of minority nationalities were to be protected).

Other Points were, (3) recognition of separate Jewish nationality in Palestine; participation of the Palestine Jewish population in local self-government; (5) Jewish autonomy in purely Jewish affairs; (6) official recognition and legalization of existing Jewish institutions for colonization in Palestine.[108]

This Programme does not appear to have reached Cabinet level at the time it was issued, probably because of Asquith’s known lack of sympathy, but as recorded by Samuel Landman, the Zionist Organization was given official British facilities for its international correspondence.[109]

Lloyd George, an earnest and powerful demagogue, was now prepared to oust Asquith, his chief, by a coup de main. With the death of Kitchener in the summer of 1916, he had passed from Munitions to the War Office and he saw the top of the parliamentary tree within his grasp. In this maneuver he was powerfully aided by the newspaper proprietor Northcliffe, [V] who turned all his publications from The Times downwards to depreciate Asquith, and by the newspaper-owing M.P., Max Aitken (later Lord Beaverbrook).

With public sympathy well prepared, Lloyd George demanded virtual control of war policy. It was intended that Asquith should refuse. He did. Lloyd George resigned. Asquith also resigned to facilitate the reconstruction of the Government. The King then sent for the Conservative leader, Bonar Law, who, as prearranged, advised him to offer the premiership to Lloyd George.[110]

Asquith and Grey were out; Lloyd George and Balfour were in. With Lloyd George as Prime Minister from December 1916, Zionist relations with the British Government developed fast. Lloyd George had been legal counsel for the Zionists, and while Minister of Munitions, had had assistance from the Zionist leader Chaim Weizmann; the new Foreign Minister, Arthur Balfour, was already known for his Zionist sympathies.

The Zionists were undermining the wall between them and their Palestine objective which they had found impossible “to surmount by ordinary political means” prior to the war.[111] Herzl’s suggestion that they would get Palestine “not from the goodwill but from the jealousy of the Powers,” [112] was being made to come true.

The Zionists moved resolutely to exploit the new situation now that the Prime Minister and Foreign Secretary were their firm supporters.

Landman, in his Secret History of the Balfour Declaration, wrote:

Through General McDonogh, Director of Military Operations, who was won over by Fitzmaurice (formerly Dragoman of the British Embassy in Constantinople and a friend of James Malcolm), Dr. Weizmann was able, about this time, to secure from the Government the services of half a dozen younger Zionists for active work on behalf of Zionism. At the time, conscription was in force, and only those who were engaged on work of national importance could be released from active service at the Front. I remember Dr. Weizmann writing a letter to General McDonogh and invoking his assistance in obtaining the exemption from active service of Leon Simon, (who later rose to high rank in the Civil Service as Sir Leon Simon, C.B.), Harry Sacher, (on the editorial staff of the Manchester Guardian), Simon Marks, [W] Yamson Tolkowsky and myself. At Dr. Weizmann’s request I was transferred from the War Office (M.I.9), where I was then working, to the Ministry of Propaganda, which was under Lord Northcliffe, and later to the Zionist office, where I commenced work about December 1916. Simon Marks actually arrived at the Office in khaki, and immediately set about the task of organizing the office which, as will be easily understood, had to maintain constant communications with Zionists in most countries.

From that time onwards for several years, Zionism was considered an ally of the British Government, and every help and assistance was forthcoming from each government department. Passport or travel difficulties did not exist when a man was recommended by our office. For instance. a certificate signed by me was accepted by the Home Office at that time as evidence that an Ottoman Jew was to be treated as a friendly alien and not as an enemy, which was the case with the Turkish subjects.


[K]  This new offer to Russia of a direct outlet into the Mediterranean is a measure of the great importance attached by Britain and France to continued and wholehearted Russian participation in the war. British policy from the end of the Napoleonic wars had been directed against Russia’s efforts to extend its conquests to the Golden Horn and the Mediterranean (threatening Egypt and the way to India). For this reason, Britain and France had formed an alliance and fought the Crimean War (1854-56), which ended in the Black Sea being declared neutral; no warships could enter it nor could arsenals be built on its shores.
But Russian concern for the capture of Constantinople was more than economic and strategic. It was not unusual for priests to declare that the Russian people had a sacred duty to drive out the “infidel” Turk and raise the orthodox cross on the dome of Santa Sophia.
In 1877, the Russian armies again moved towards Constantinople with the excuse of avenging cruelties practiced on Christians. Again England frustrated these designs and the aggression ended with the Congress of Berlin, and British occupation of Cyprus.
[L]  Sir Mark Sykes, Secretary of the British War Cabinet, sent to Russia to negotiate the Tripartite (Sykes-Picot) Agreement for the Partition of the Ottoman Empire. M. Picot was the French representative in the negotiations. Neither Hussein nor Sir Henry McMahon were made aware of these secret discussions. Among other things, the agreement called for parts of Palestine to be placed under “an international administration.”
[M]  Of the Warburg international banking family. Although ostensibly a second Secretary in the Wilhelmstrasse, Warburg has been reported as having the same postition in German counterintelligence as Adrmiral Canaris in World War II.
[N]  Jacob Schiff, German-born senior partner in Kuhn, Loeb & Co. and “the most influential figure of his day in American Jewish life,” wrote in The Menorah Journal of April 1915: “It is well known that I am a German sympathizer … England has been contaminated by her alliance with Russia … am quite convinced that in Germany anti-Semitism is a thing of the past.[64] The Jewish Encyclopedia for 1906 states that “Schiff’s firm subscribed for and floated the large Japanese war loan in 1904-05” (for the Russo-Japanese war). “in recognition of which the Mikado conferred on Schiff the second order of the Sacred Treasure of Japan.” Partners with Schiff were Felix M. Warburg and his brother Paul who had come to New York in 1902 from Hamburg, and organized the Federal Reserve System.
[O]  An award for Morgenthau’s heavy financial support for Wilson’s presidential campaign.
[P]  Later, Foreign Minister (1932-38) and Protector of Bohemia (1939-43).
[Q]  Russian nationals resident in the United Kingdom (nearly all of them Jews), not having become British subjects, some 25,000 of military age, still escaped military service.[92] This prompted Jabotinsky and Weizmann to urge the formation of a special brigade for Russian Jews, but the idea not favorably received by the Government, and the Zionists joined non-Zionists in an effort to persuade Russian Jews of military age to volunteer as individuals for service in the British army. The response was negligible, and in July 1917 the Military Service (Conventions with Allies) Act was given Royal assent. Men of military age were invited to serve in the British army or risk deportation to Russia. However, the Russian revolution prevented its unhindered application.[93]
[R]  Half a million Frenchmen were lost in the first four months of war, 1 million lost by the end of 1915, and 5 million by 1918. Who can imagine that the Allies lost 600,000 men in one battle, the Somme, and the British more officers in the first few months than all wars of the previous hundred years put together?
At Stalingrad, in the Second World War, the Wehrmacht had 230,000 men in the field. The German losses at Verdun alone were 325,000 killed or wounded.
By this time a soldier in one of the better divisions could count on a maximum of three months’ service without being killed or wounded, and the life expectancy for an officer at the front was down to five months in an ordinary regiment and six weeks in a crack one.
[S]  See his Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution .
[T]  Born in Persia, where his family had settled before Elizabethan days. He was sent to school in England in 1881, being placed in the care of a friend and agent of his family, Sir Albert (Abdullah) Sassoon. Early in 1915, he founded the Russia Society in London among the British public as a means of improving relations between the two countries. Unlike the Zionists, he had no animus towards Czarist Russia.
[U]  A reference to the 1914 invasion of Austria and East Prussia by the Russians with such vigor that many people believed that the “Russian steamroller” would soon reach Berlin and end the war. Only the diversion of whole army divisions from the Western to the Eastern Front under the command of General von Hindenburg saved Berlin, and in turn saved Paris.
There was a direct effort by certain groups to support anti-Imperial activities in Russia from the United States, [105][106] but Brandeis was apparently not implicated.
[V]  Northcliffe was small-minded enough to have Lloyd George called to the telephone, in front of friends, to demonstrate the politician’s need of the Press.
[W]  Associated with Israel M. Sieff, another of Weizmann’s inner circle, in the business which later became Marks & Spencer, Ltd. Sieff was appointed an economic consultant to the U.S. Administration (OPA) in March 1924. As subsequent supporters, with Lord Melchett, of “Political and Economic Planning” (PEP), they exercised considerable influence on British inter-war policy.


The Declaration, 1917

The informal committee of Zionists and Mark Sykes as representative of the British Government, met on 7 February 1917 at the house of Moses Gaster, [X] the Chief Rabbi of the Sephardic (Spanish and Portuguese) congregations in England. Gaster opened the meeting with a statement that stressed Zionist support for British strategic interests in Palestine which were to be an integral part of any agreement between them. As these interests might be considered paramount to British statesmen, support for Zionist aims there, Caster said, was fully justified. Zionism was irrevocably opposed to any internationalization proposals, even an Anglo-French condominium.[113]

Herbert Samuel followed with an expression of the hope that Jews in Palestine would receive full national status, which would be shared by Jews in the Diaspora. The question of conflict of nationality was not mentioned and a succeeding speaker, Harry Sacher, suggested that the sharing should not involve the political implications of citizenship.[114] Weizmann spoke of the necessity for unrestricted immigration. It is clear that the content of each speech was thoroughly prepared before the meeting.

Sykes outlined the obstacles: the inevitable Russian objections, the opposition of the Arabs, and strongly pressed French claims to all Syria, including Palestine.[115] James de Rothschild and Nahum Sokolow, the international Zionist leader, also spoke. The meeting ended with a summary of Zionist objectives:

1. International recognition of Jewish right to Palestine;

2. Juridical nationhood for the Jewish community in Palestine;

3. The creation of a Jewish chartered company in Palestine with rights to acquire land;

4. Union and one administration for Palestine; and

5. Extra-territorial status for the holy places.[117]

The first three points are Zionist, the last two were designed to placate England and Russia, respectively [118] and probably Italy and the Vatican. Sokolow was chosen to act as Zionist representative, to negotiate with Sir Mark Sykes.

The Zionists were, of course, coordinating their activities internationally. On the same day as the meeting in London, Rabbi Stephen Wise in the United States wrote to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes: ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [118a]

The reports reaching England of impending dissolution of the Russian state practically removed the need for Russian endorsement of Zionist aims, but made French and Italian acceptance even more urgent. This at any rate was the belief of Sykes, Balfour, Lloyd George and Winston Churchill, who, as claimed in their subsequent statements, were convinced that proclaimed Allied support for Zionist aims would especially influence the United States. Events in Russia made the cooperation of Jewish groups with the Allies much easier. At a mass meeting in March 1917 to celebrate the revolution which had then taken place, Rabbi Stephen Wise, who had succeeded Brandeis as chairman of the American Provisional Zionist Committee after Brandeis’s appointment to the Supreme Court, said: “I believe that of all the achievements of my people, none has been nobler than the part the sons and daughters of Israel have taken in the great movement which has culminated in free Russia.” [119]

Negotiations for a series of loans totalling $190,000,000 by the United States to the Provisional Government in Russia of Alexander Kerensky were begun on the advice of the U.S. ambassador to Russia, David R. Francis, who noted in his telegram to Secretary of State Lansing, “financial aid now from America would be a master-stroke. Confidential. Immeasurably important to the Jews that revolution succeed… ” [120]

On 22 March 1917 Jacob H. Schiff of Kuhn, Loeb & Co., wrote to Mortimer Schiff, “We should be somewhat careful not to appear as overzealous but you might cable Cassel because of recent action of Germany (the declaration of unlimited U-boat warfare) and developments in Russia we shall no longer abstain from Allied Governments financing when opportunity offers.”

He also sent a congratulatory cable to the Minister of Foreign Affairs in the first Provisional Government, referring to the previous government as “the merciless persecutors of my co-religionists.”

In the same month, Leiber Davidovich Bronstein, alias Leon Trotsky, a Russian-born U.S. immigrant, had left the Bronx, New York, for Russia, with a contingent of followers, while V.I. Ulyanov (Lenin) and a party of about thirty were moving across Germany from Switzerland, through Scandinavia to Russia. Some evidence exists that Schiff and other sponsors like Helphand financed these revolutionaries.

In March 1917, President Wilson denounced as “a little group of willful men,” the non-interventionists who filibustered an Administration-sponsored bill that would have empowered Wilson to wage an undeclared naval war against Germany. The opposition to Wilson was led by Senators La Follette and Norris.

On 5 April, the day before the United States Congress adopted a resolution of war, Schiff had been informed by Baron Gunzburg of the actual signing of the decrees removing all restrictions on the Jews in Russia.

At a special session of Congress on 2 April 1917, President Wilson referred to American merchant ships taking supplies to the Allies which had been sunk during the previous month by German submarines (operating a counter-blockade; the British and French fleets having blockaded the Central Powers from the beginning of the war); and then told Congress that “wonderful and heartening things have been happening within the last few weeks in Russia.”

He asked for a declaration of war with a mission:

for democracy, for the right of those who submit to authority to have a voice in their own governments, for the rights and liberties of small nations, for a universal dominion of right by such a concert of free peoples as shall bring peace and safety to all nations and make the world itself at last free.

To such a task we can dedicate our lives and our fortunes, everything that we are and everything that we have, with the pride of those who know that the day has come when America is privileged to spend her blood and her might for the principles that gave her birth and happiness and the peace that she has treasured. God helping her, she can do no other. (emphasis supplied)

That night crowds filled the streets, marching, shouting, singing Dixie” or “The Star Spangled Banner.” Wilson turned to his secretary, Tumulty: “Think what that means, the applause. My message tonight was a message of death, How strange to applaud that!”

So, within six months of Malcolm’s specific suggestion to Sykes, the United States of America, guided by Woodrow Wilson, was on the side of the Allies in the Great War.

Was Wilson guided by Brandeis away from neutrality — to war?

In London, the War Cabinet led by Lloyd George lost no time committing British forces first to the capture of Jerusalem, and then to the total expulsion of the Turks from Palestine. The attack on Egypt, launched on 26 March 1917, attempting to take Gaza, ended in failure. By the end of April a second attack on Gaza had been driven back and it had become clear that there was no prospect of a quick success on this Front.

From Cairo, where he had gone hoping to follow the Army into Jerusalem with Weizmann, Sykes telegraphed to the Foreign Office that, if the Egyptian Expeditionary Force was not reinforced then it would be necessary “to drop all Zionist projects … Zionists in London and U.S.A. should be warned of this through M. Sokolow… ” [120a]

Three weeks later, Sykes was told that reinforcements were coming from Salonika. The War Cabinet also decided to replace the Force’s commander with General Allenby.

Sykes was the official negotiator for the whole project of assisting the Zionists. He acted immediately after the meeting at Gaster’s house by asking his friend M. Picot to meet Nahum Sokolow at the French Embassy in London in an attempt to induce the French to give way on the question of British suzerainty in Palestine.[121] James Malcolm was then asked to go alone to Paris to arrange an interview for Sokolow directly with the French Foreign Minister. Sokolow had been previously unsuccessful in obtaining the support of French Jewry for a meeting with the Minister; since the richest and most influential Jews in the United States and England, with the notable exception of the Rothschilds, who could have arranged such a meeting, were opposed to the political implications of Zionism. In Paris, the powerful Alliance Israélite Universelle had made every effort to dissuade him from his mission.[122] Not that the Zionists had no supporters in France other than Edmond de Rothschild, [Y]but the Ministry of Foreign Affairs had no reason to entangle itself with them.[123] Now James Malcolm opened the door directly to them as he had done in London.

Sykes joined Malcolm and Sokolow in Paris. Sykes and Malcolm, apart from the consideration of Zionism and future American support for the war, were concerned with the possibility of an Arab-Jewish-Armenian entente which, through amity between Islamic, Jewish and Christian peoples, would bring peace, stability and a bright new future for the inhabitants of this area where Europe, Asia Minor and Africa meet. Sokolow went along for the diplomatic ride, but in a letter to Weizmann (20 April 1917) he wrote: “I regard the idea as quite fantastic. It is difficult to reach an understanding with the Arabs, but we will have to try. There are no conflicts between Jews and Armenians because there are no common interests whatever.” [Z][124]

Several conversations were held with Picot, including one on 9 April when other officials included Jules Cambon, the Secretary-General of the Foreign Ministry, and the Minister’s Chef de Cabinet, Exactly what assurances were given to Sokolow is uncertain, but he wrote to Weizmann “that they accept in principle the recognition of Jewish nationality in terms of a national home, local autonomy, etc.” [125] And to Brandeis and Tschlenow, he telegraphed through French official channels: “… Have full confidence Allied victory will realise our Palestine Zionist aspirations.” [126]

Sokolow set off for Rome and the Vatican. “There, thanks to the introductions of Fitzmaurice on the one hand and the help of Baron Sidney Sonnino [AA] on the other,” a Papal audience and interviews with the leading Foreign Office officials were quickly arranged.[127]

When Sokolow returned to Paris, he requested and received a letter from the Foreign Minister dated 4 June 1917, supporting the Zionist cause in general terms. He hastily wrote two telegrams which he gave to M. Picot for dispatch by official diplomatic channels. One was addressed to Louis D. Brandeis in the United States. It read: “Now you can move. We have the formal assurance of the French Government.” [BB][128]

“After many years, ‘ wrote M. Picot, “I am still moved by the thanks he poured out to me as he gave me the two telegrams … do not say that it was the cause of the great upsurge of enthusiasm which occurred in the United States, but I say that Judge Brandeis, to whom this telegram was addressed, was certainly one of the elements determining the decision of President Wilson.” [129]

But Wilson had declared war one month before!

It is natural that M. Picot should want to believe that he had played a significant part in bringing America into the war and therefore helping his country’s victory. The evidence certainly supports his having a part in helping a Zionist victory.

Their objective was in sight, but had still to be taken and held.

Although the United States was now a belligerent, no declaration of support had been made for the Zionist program for Palestine, either by Britain or the United States, and some of the richest and most powerful Jews in both countries were opposed to it.

The exception among these Jewish merchant princes was, of course, the House of Rothschild. From London on 25 April 1917, James de Rothschild cabled to Brandeis that Balfour was coming to the United States, and urged American Jewry to support “a Jewish Palestine under British Protection,,, as well as to press their government to do so. He advised Brandeis to meet Balfour.[134] The meeting took place at a White House luncheon, “You are one of the Americans I wanted to meet,” said the British Foreign Secretary.[135] Brandeis cabled Louis de Rothschild: “Have had a satisfactory talk with Mr. Balfour, also with Our President. This is not for Publication. ” [136]

On the other hand, a letter dated 17 May 1917 appeared in The Times (London) signed by the President of the Jewish Board of Deputies and the President of the Anglo-Jewish Association (Alexander and Montefiore, both men of wealth and eminence) stating their approval of Jewish settlement in Palestine as a source of inspiration for all Jews, but adding that they could not favor the Zionist’s political scheme. Jews, they believed, were a religious community and they opposed the creation of “a secular Jewish nationality recruited on some loose and obscure principle of race and ethnological peculiarity.” They particularly took exception to Zionist Pressure for a Jewish chartered company invested with political and economic privileges in which Jews alone would participate, Since this was incompatible with the desires of world Jewry for equal rights wherever they lived.[137]

A controversy then ensued in the British press, in Jewish associations and in the corridors of government, between the Zionist and non-Zionist Jews. In this, Weizmann really had less weight, but he mobilized the more forceful team. The Chief Rabbi dissociated himself from the non-Zionist statement and charged that the Alexander-Montefiore letter did not represent the views of their organizations.[138] Lord Rothschild wrote: “We Zionists cannot see how the establishment of an autonomous Jewish State under the aegis of one of the Allied Powers could be subversive to the loyalty of Jews to countries of which they were citizens. In the letter you have published, the question is also raised of a chartered company.” He continued: “We Zionists have always felt that if Palestine is to be colonized by the Jews, some machinery must be set up to receive the immigrants, settle them on the land and develop the land, and to be generally a directing agency. I can only again emphasize that we Zionists have no wish for privileges at the expense of other nationalities, but only desire to be allowed to work out our destinies side by side with other nationalities in an autonomous state under the suzerainty of one of the Allied Powers.” [139] This letter stressed the colonialist aspect of Zionism, but detracted from the strong statist declaration of Weizmann. The Zionist body in Palestine was to be of a more organizational character for the Jewish community.

Perhaps feeling that his statement had been a little too strong for liberal acceptance, Weizmann also joined this correspondence in the Times. Writing as President of the English Zionist Federation, he first claimed that,

it is strictly a question of fact that the Jews are a nationality. An overwhelming majority of them had always had the conviction that they were a nationality, which has been shared by non-Jews in all countries.”

The letter continued:

The Zionists are not demanding in Palestine monopolies or exclusive privileges, nor are they asking that any part of Palestine should he administered by a chartered company to the detriment of others. It always was and remains a cardinal principle of Zionism as a democratic movement that all races and sects in Palestine should enjoy full justice and liberty, and Zionists are confident that the new suzerain whom they hope Palestine will acquire as a result of the war will, in its administration of the country, be guided by the same principle.[140] (emphasis supplied)

The competition for the attention of the British public and British Jewry by the Zionists and their Jewish opponents continued in the press and in their various special meetings. A manifesto of solidarity with the opinions of Alexander and Montefiore was sent to The Times on 1 June 1917; and in the same month at Buffalo, N.Y., the President of the Annual Convention of the Central Conference of American Rabbis added his weight against Jewish nationalism: “I am not here to quarrel with Zionism. Mine is only the intention to declare that we, as rabbis, who are consecrated to the service of the Lord … have no place in a movement in which Jews band together on racial or national grounds, and for a political State or even for a legally-assured Home.” [141]

But while the controversy continued, the Zionists worked hard to produce a draft document which could form a declaration acceptable to the Allies, particularly Britain and the United States, and which would be in the nature of a charter of international status for their aims in Palestine. This was treated as a matter of urgency, as Weizmann believed it would remove the support from non-Zionist Jews [142] and ensure against the uncertainties inseparable from the war.

On 13 June 1917 Weizmann wrote Sir Ronald Graham at the Foreign Office that “it appears desirable from every point of view that the British Government should give expression to its sympathy and support of the Zionist claims on Palestine. In fact, it need only confirm the view which eminent and representative members of the Government have many times expressed to us … ” [143] This was timed to coincide with a minute of the same date of one of Balfour’s advisers in which it was suggested that the time had arrived “when we might meet the wishes of the Zionists and give them an assurance that H.M.G. are in general sympathy with their aspirations. ” [144] To which Balfour remarked, “Personally, I should still prefer to associate the U.S.A. in the Protectorate, should we succeed in securing it.” [145]

The Zionists also had to counter tentative British and American plans to seek a separate peace with Turkey. When Weizmann, for the Zionists, together with Malcolm, for the Armenians, went on 10 June to the Foreign Office to protest such a plan, Weizmann broadly suggested that the Zionist leaders in Germany were being courted by the German Government, and he mentioned, to improve credibility, that approaches were made to them through the medium of a Dr. Lepsius.

The truth, probably, is that the Berlin Zionist Executive was initiating renewed contact with the German Government so as to give weight to the pleading of their counterparts in London that the risk of German competition could not be left out of account. Lepsius was actually a leading Evangelical divine, well known for his championship of the Armenians, who were then being massacred in Turkey. When Leonard Stein examined the papers of the Berlin Executive after the war, his name was not to be found, and Mr. Lichtheim of the Executive had no recollection of any overtures by Lepsius.[146]

In the U.S., in July 1917, a special mission consisting of Henry Morgenthau, Sr., and Justice Brandeis’s nephew, Felix Frankfurter, was charged by President Wilson to proceed to Turkey, against which the United States did not declare war, to sound out the possibility of peace negotiations between Turkey and the Allies. In this, Wilson may have been particularly motivated by his passion to stop the massacres of Armenian and Greek Christians which were then taking place in Turkey and for whom he expressed immense solicitude On many occasions. Weizmann, however, accompanied by the French Zionist M. Weyl, forewarned, proceeded to intercept them at Gibraltar and persuaded them to return home.[147] During 1917 and 1918 more Christians were massacred in Turkey. Had Morgenthau and Frankfurter carried out their mission successfully, maybe this would have been avoided.

This account appears in William Yale’s book The Near East: A Modern History. He was a Special Agent of the State Department in the Near East during the First World War. When I had dinner with him on 12 May 1970 at the Biltmore Hotel in New York, I asked him if Weizmann had told him how the special mission had been aborted. He replied that Weizmann said that the Governor of Gibraltar had held a special banquet in their honor, but at the end all the British officials withdrew discretely, leaving the four Jews alone. “Then,” said Weizmann, “we fixed it.”

The same evening, he told me something which he said he had never told anyone else, and which was in his secret papers which were only to be opened after his death. He later wrote to me, after he had read The Palestine Diary, saying that he would like me to deal with those papers.

One of Yale’s assignments was to follow Wilson’s preference for having private talks with key personalities capable of influencing the course of events. He did this with Lloyd George, General Allenby and Col. T.E. Lawrence, for example. Yale said he had a talk with Weizmann “somewhere in the Mediterranean in 1919,” and asked him what might happen if the British did not support a national home for the Jews in Palestine. Weizmann thumped his fist on the table and the teacups jumped, “If they don’t,” he said, “we’ll smash the British Empire as we smashed the Russian Empire.”

Brandeis was in Washington during the summer of 1917 and conferred with Secretary of State Robert S. Lansing from time to time on Turkish-American relations and the treatment of Jews in Palestine.[148] He busied himself in particular with drafts of what later became the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine, and in obtaining American approval for them.[149] A considerable number of drafts were made in London and transmitted to the United States, through War Office channels, for the use of the American Zionist Political Committee. Some were detailed, but the British Government did not want to commit itself to more than a general statement of principles.

On 18 July, such a statement, approved in the United States, was forwarded by Lord Rothschild to Lord Balfour. It read as follows:

His Majesty’s Government, after considering the aims of the Zionist Organization, accepts the principle of recognizing Palestine as the National Home [CC] of the Jewish people and the right of the Jewish people to build up its national life in Palestine under a protectorate to be established at the conclusion of peace following the successful issue of war.

His Majesty’s Government regards as essential for the realization of this principle the grant of internal autonomy to the Jewish nationality in Palestine, freedom of immigration for Jews, and the establishment of a Jewish national colonization corporation for the resettlement and economic development of the country.

The conditions and forms of the internal autonomy and a charter for the Jewish national colonizing corporation should, in the view of His Majesty’s Government, be elaborated in detail, and determined with the representatives of the Zionist Organization.[150]

It seems possible that Balfour would have issued this declaration but strong representatives against it were made directly to the Cabinet by Lucien Wolf, Claude Montefiore Sir Mathew Nathan, Secretary of State for India Edwin Montagu, [DD] and other non-Zionist Jews. It was significant they believed that “anti-semites are always very sympathetic to Zionism,” and though they would welcome the establishment in Palestine of a center of Jewish culture, some — like Philip Magnes — feared that a political declaration would antagonize other sections of the population in Palestine, and might result in the Turks dealing with the Jews as they had dealt with the Armenians.[154] The Jewish opposition was too important to ignore, and the preparation of a new draft was commenced. At about this time, Northcliffe and Reading [EE] visited Washington and had a discussion with Brandeis at which they undoubtedly discussed Zionism.[155]

Multiple pressures at key points led Lord Robert Cecil to telegraph to Col. E.M. House on 3 September 1917: “We are being pressed here for a declaration of sympathy with the Zionist movement and I should be very grateful if you felt able to ascertain unofficially if the President favours such a declaration. ” [156] House, who had performed services relating to Federal Reserve and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, [157] and was Wilson’s closest adviser, relayed the message, but a week later Cecil was still without a reply.

On 11 September the Foreign Office had ready for dispatch the following message for Sir William Wiseman, [FF] head of the British Military Intelligence Service in the United States: “Has Colonel House been able to ascertain whether the President favours sympathy with Zionist aspirations as asked in my telegram of September 3rd? We should be most grateful for an early reply as September 17th is the Jewish New Year and announcement of sympathy by or on that date would have excellent effect.” But before it was sent, a telegram from Colonel House dated 11 September reached the Foreign Office.

Wilson had been approached as requested and had expressed the opinion that “the time was not opportune for any definite statement further, perhaps, than one of sympathy, provided it can be made without conveying any real commitment.” Presumably, a formal declaration would presuppose the expulsion of the Turks from Palestine, but the United States was not at war with Turkey, and a declaration implying annexation would exclude an early and separate peace with that country.[158]

In a widely publicized speech in Cincinnati on 21 May 1916, after temporarily relinquishing his appointment as Ambassador to Turkey in favor of a Jewish colleague, Henry Morgenthau had announced that he had recently suggested to the Turkish Government that Turkey should sell Palestine to the Zionists after the war. The proposal, he said, had been well received, but its publication caused anger in Turkey.[159]

Weizmann was “greatly astonished” at this news, especially as he had “wired to Brandeis requesting him to use his influence in our favour … But up to now I have heard nothing from Brandeis.” [161]

On 19 September Weizmann cabled to Brandeis:

Following text declaration has been approved by Foreign Office and Prime Minister and submitted to War Cabinet:

1. H.M. Government accepts the principle that Palestine should be reconstituted as the national home of the Jewish people.

2. H.M. Government will use its best endeavours to secure the achievement of the object and will discuss the necessary methods and means with the Zionist Organization.[162]

Weizmann suggested that non-Zionist opposition should be forestalled, and in this it would “greatly help if President Wilson and yourself support the text. Matter most urgent.” [163] He followed this up with a telegram to two leading New York Zionists, asking them to “see Brandeis and Frankfurter to immediately discuss my last two telegrams with them,” adding that it might be necessary for him to come to the United States himself.[164]

Brandeis saw House on 23 September and drafted a message, sent the following day through the British War Office. It advised that presidential support would be facilitated if the French and Italians made inquiry about the White House attitude, but he followed this the same day with another cable stating that from previous talks with the President and in the opinion of his close advisers, he could safely say that Wilson would be in complete sympathy.[165]

Thus Brandeis had either persuaded Wilson that there was nothing in the draft (Rothschild) declaration of 19 September which could be interpreted as “conveying any real commitment,” which is difficult to believe, or he had induced the President to change his mind about the kind of declaration he could approve or was sure he and House could do so.[166]

On 7 February 1917, Stephen Wise had written to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes, ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [167] In October, after seeing House together with Wise, de Haas reported to Brandeis: ”He has told us that he was as interested in our success as ourselves.” To Wilson, House stated that “The Jews from every tribe descended in force, and they seem determined to break in with a jimmy, if they are not let in.” [168] A new draft declaration had been prepared; Wilson had to support it.

On 9 October 1917, Weizmann cabled again to Brandeis from London of difficulties from the “assimilants” Opposition: “They have found an excellent champion … in Mr. Edwin Montagu who is a member of the Government and has certainly made use of his position to injure the Zionist cause. ” [169]

Weizmann also telegraphed to Brandeis a new (Milner-Amery) formula. The same draft was cabled by Balfour to House in Washington on 14 October:

His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish race and will use its best endeavours to facilitate achievement of this object; it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of the existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed in any other country by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship.[170]

It was reinforced by a telegram from the U.S. Embassy in London direct to President Wilson (by-passing the State Department), stating that the “question of a message of sympathy with the (Zionist) movement” was being reconsidered by the British Cabinet “in view of reports that (the) German Government are making great efforts to capture (the) Zionist movement.” [171]

Brandeis and his associates found the draft unsatisfactory in two particulars. They disliked that part of the draft’s second safeguard clause which read, “by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship,” and substituted “the rights and civil