Imperialismo e guerra infinita: perché la sconfitta Usa in Siria sposterà la guerra in altre regioni

Imperialismo e guerra infinita: perché la sconfitta Usa in Siria sposterà la guerra in altre regioni

di Andrés Mora Ramírez*
da firmas.prensa-latina.cu

Traduzione di Marx21.it

Il Senato degli Stati Uniti ha votato contro un emendamento al progetto di legge di autorizzazione della Difesa Nazionale per il 2018, con il quale si intende regolare i poteri di guerra del presidente e abrogare due autorizzazioni all’uso della forza militare – autorizzazioni di guerra -, approvate 16 anni fa dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre e che sono ancora vigenti.

Si tratta delle leggi che hanno permesso gli interventi militari in Afghanistan, contro il cosiddetto regime talebano, l’invasione dell’Iraq e il rovesciamento di Saddam Hussein. Andando contro la corrente interventista dominante, il repubblicano Rand Paul, promotore dell’emendamento, è stato esplicito quando ha sostenuto che l’approvazione era necessaria per porre fine “alla guerra non autorizzata e, mai dichiarata e anticostituzionale” condotta dagli Stati Uniti dall’inizio del secolo XXI, “una guerra senza limite né luogo e fuori del tempo in qualsiasi parte del pianeta”.

In pratica, tali disposizioni si sono trasformate nella dichiarazione formale di guerra infinita contro qualunque nemico, in qualsiasi luogo del mondo, con cui l’ex presidente George Bush aveva proclamato la sua crociata contro il terrorismo, invocando le argomentazioni del peggior conservatorismo politico, il fondamentalismo religioso e la presunta predestinazione degli Stati Uniti per imporre il proprio modo di intendere la democrazia in tutto il mondo.

Tutto ciò in un contesto politico e ideologico in cui guadagnava terreno il Progetto del Nuovo Secolo Americano dei falchi di Washington. Dal proclama manicheo di Bush (“Chi non è con noi, è contro di noi”) alla più sofisticata formula discorsiva presentata più tardi dall’ex Segretaria di Stato Hillary Clinton (“Gli Stati Uniti non possono risolvere solo i problemi del nostro emisfero o di altre parti del mondo, ma i problemi non possono essere risolti senza che gli Stati Uniti siano coinvolti”), l’imperialismo ha confessato l’intenzione di puntellare la sua egemonia attraverso la forza e ai margini della legalità internazionale.

Retorica a parte – perché il terrorismo non è mai stato veramente combattuto, ma al contrario finanziato, come è risultato chiaro con l’apparizione dello Stato Islamico -, la cosa certa è che la manipolazione giuridica di queste autorizzazione ha permesso all’ex presidente Barack Obama nel corso delle sue amministrazioni, e ora al presidente Donald Trump, di dispiegare truppe in tutto il mondo e mantenerle per un tempo indefinito là dove le strategie del Pentagono lo hanno deciso.

Allo stesso tempo, ciò ha rappresentato l’argomento pseudo-giuridico per realizzare attacchi e operazioni militari aperte, o dietro lo schermo della NATO, contro paesi verso i quali il Congresso non ha mai approvato una dichiarazione di guerra (Libia, Yemen, Siria).

La decisione del Senato di prolungare la guerra infinita prevede una scalata delle tensioni sui diversi fronti che Washington mantiene aperti in Europa, Asia, Medio Oriente e anche in America Latina (prova di ciò sono le sanzioni economiche imposte al Venezuela e la pressione che esercita la Casa Bianca, per via diplomatica e con altri mezzi spuri, contro il governo bolivariano), che anticipano il movimento delle pedine sullo scacchiere geopolitico internazionale.

In un articolo pubblicato dalla catena RT, l’analista britannico Finian Cunningham sviluppa questa tesi spiegando che la sconfitta statunitense in Siria sposterà gli scenari di guerra in altre regioni (Corea del Nord, Cina, Russia, Ucraina, Iran), “dal momento che il paese arabo non ha rappresentato altro che un campo di battaglia in una guerra globale per il dominio scatenata dagli Stati Uniti e dai loro alleati”. E aggiunge: “Washington sta risparmiando i suoi sforzi, per lottare in un altro momento, chissà in quale altro paese sfortunato, per raggiungere un cambiamento di regime”.

Nessuno dovrebbe essere sorpreso che ciò accada. Nell’era dell’imperialismo permanente che stiamo vivendo, le guerre di rapina e la violazione sistematica del diritto internazionale (ultima istanza chiamata a proteggerci dalla barbarie e garantire la civiltà nella convivenza tra le persone e le nazioni) sono essenziali per il funzionamento degli ingranaggi dello sfruttamento e dell’accumulazione capitalista, per l’appropriazione delle risorse naturali e delle posizioni strategiche e per il dominio e la soggezione dei popoli. Per l’imperialismo la guerra è infinita.

*Ricercatore, analista e docente dell’Università della Costa Rica

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Washington e Riyad chiedono all’opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria

Washington e Riyad chiedono all'opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria
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USA e l’Arabia Saudita hanno sollecitato l’opposizione, da loro sponsorizzata, ad accettare il ruolo di Bashar al-Assad nel futuro della Siria. Lo riferisce ‘The Associated Press’.

L’Associated Press (AP) ha riferito, citando fonti in condizione di anonimato, che sono in contatto con i cosiddetti gruppi di opposizione siriani al di fuori del paese arabo.

“Mentre Damasco ha invertito le perdite militari in gran parte strategicamente importante nella zona  occidentale del paese e dal momento che gi Stati Uniti hanno interrotto il supporto alle forze ribelli, i diplomatici da Washington a Riyad stanno chiedendo ai rappresentanti dell’opposizione siriana di raggiungere un accordo con il presidente Bashar al-Assad sulla sua sopravvivenza politica”, è l’incipit dell’articolo dell’AP.

Inoltra, nell’articolo si ricorda che le forze militari e pro-governative siriane hanno un vantaggio irreversibile sul campo di battaglia contro le bande armate e altri avversari mentre i cosiddetti  ribelli appoggiati dai loro alleati regionali e occidentali sono più concentrati sulla promozione dei propri interessi, piuttosto che ottenere il cambiamento di governo a Damasco.

Attualmente, il governo siriano controlla la maggior parte occidentale popolata, mentre i terroristi dell’ISIS (Daesh, in arabo) e Al-Qaeda, i curdi sostenuti dagli Stati Uniti e le milizie sostenute dalla Turchia controllare le restanti parti del Nord, est e sud. Inoltre, una zona sicura è stata creata nel sud dove non c’è quasi nessun combattimento. Questa situazione è un vantaggio per Damasco.

L&# 39;ex ambasciatore USA in Siria, Robert Ford, che è ampiamente considerato come una delle menti delle guerre civili create da Washington in diverse parti del mondo e istigatore chiave nel 2011 del conflitto siriano già escluse, alcuni mesi fa, la possibilità di cacciare via Assad, sottolineando che “non c’è alcun allineamento militare concepibile che sarà in grado di rimuoverlo (…) Tutti, compresi gli Stati Uniti, hanno riconosciuto che Assad resta al potere.”

Secondo la fonte consultata da AP, i principali sponsor del principale alleanza di opposizione siriana, l’Alto Comitato dei negoziati (ACN o HNC) stanno spingendo il gruppo ad adattarsi alle nuove realtà. In particolare, il cancelliere saudita, Adel al-Yubeir, ha detto all’opposizione che è giunto il momento di formulare “una nuova versione”.

“Lui non ha detto esplicitamente che Bashar [Al Assad] deve restare, ma se si legge tra le righe, se dici che devi avere una nuova visione, qual è la questione più controversa? È se Bashar resta”, ha spiegato la fonte che ha chiesto di rimanere anonimo, aggiungendo che diversi gruppi di opposizione stanno parlando tra di loro per raggiungere una posizione comune, ma che hanno comunque profonde divergenze sul futuro politico di Assad in Siria.

Fonte: The Associated Press
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Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita non vogliono che tu veda
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L’Arabia Saudita mantiene un blocco mediatico tale che i giornalisti non possono documentare le atrocità commesse nello Yemen con la complicità statunitense.

Le immagini come quelle che accompagnano l’articolo pubblicato martedì scorso sul quotidiano statunitense ‘The New York Times’, scritto da Nicholas Kristof non appaiono sugli schermi televisivi e raramente nei quotidiani occidentali, in parte perché l’Arabia Saudita blocca con successo l’accesso di giornalisti stranieri nello Yemen.

Il giornalista Nicholas Kristof nel suo articolo pubblicato ha denunciato di aver cercato per quasi un anno di raggiungere aree devastate dagli attacchi sauditi nello Yemen senza successo perché il regime saudita lo ha impedito.

Kristof ha poi riferito che l’unico modo per accedere alle aree dello Yemen soggetto a continue attacchi aerei è attraverso voli charter organizzati dalle Nazioni Unite e gruppi umanitari, in quanto i voli commerciali sono vietati.

Tuttavia, gli aerei militari sauditi controllano questo spazio aereo e vietano qualsiasi volo dove c’è un giornalista a bordo. L’ONU “non sta assumendo rischi” e considera questo divieto di imbarcare i giornalisti molto seriamente, ha raccontato il giornalista.

“Ciò è pazzesco: l&# 39;Arabia Saudita obbliga le Nazioni Unite ad escludere i giornalisti per evitare la copertura delle atrocità saudita”, ha spiegato Kristof.

L’autore dell’articolo ha sottolineato che il governo saudita commette crimini di guerra nello Yemen con le complicità statunitensi e del Regno Unito.

I Sauditi regolarmente bombardano i civili e, peggio ancora, hanno chiuso lo spazio aereo e hanno imposto un blocco per sottomettere la popolazione yemenita. Ciò significa che i civili dello Yemen, compresi i bambini, se non muoiono nei bombardamenti, li fanno morire alla fame. Kristof ha citato il caso di Buthaina, una ragazza di 4 o 5 anni che è stata l’unica della sua famiglia che è riuscita a sopravvivere ad un attacco saudita.

Secondo Kristof gli statunitensi devono fermare tutti i trasferimenti di armi in Arabia Saudita finché non finisce il blocco e il bombardamento del regno contro lo Yemen.

Uno degli effetti devastanti di questa aggressione è la peggiore epidemia globale del colera che è scoppiata in Yemen, dove molte persone sono malnutrite. Ogni giorno 5000 yemeniti contraggono il colera.

Fonte: The New York Times
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Sorgente: Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda – World Affairs – L’Antidiplomatico

Israel warplanes strike Syrian army position

At least two Syrian soldiers have been killed after Israeli fighter jets targeted an army position in the west-central province of Hama, in yet another act of aggression against the Arab country

“Israeli warplanes at 2:42 a.m. today fired a number of missiles from Lebanese air space, targeting one of our military positions near Masyaf, which led to material damage and the deaths of two members of the site,” the army said in a statement on Thursday.

The statement further warned against the “dangerous repercussions of this aggressive action to the security and stability of the region.”

“This aggression comes in a desperate attempt to raise the collapsed morale of the ISIS (Daesh) terrorists after the sweeping victories achieved by the Syrian Arab Army against terrorism at more than one front, and it affirms the direct support provided by the Israeli entity to the ISIS and other terrorist organizations,” it added.

Masyaf is located approximately 60 kilometers east of the coastal city of Tartus, where Russia holds a naval base.

Earlier media reports said the Israeli military had struck a scientific research facility in Masyaf.

Citing pro-government activists, Al-Masdar News, a pan-Arab news and commentary website, said Thursday that Israeli warplanes targeted the Scientific Studies and Research Center (SSRC) in Masyaf in Hama.

Meanwhile the so-called Syrian Observatory for Human Rights said two facilities were hit, a scientific research center and a nearby military base. It said the Israeli assault also wounded five people.

“Many explosions were heard in the area after the air raid,” said the group’s head, Rami Abdulrahman, adding that some of the blasts may have been secondary explosions from a missile storage facility being hit.

Israeli officials have not immediately commented on the reports.

Over the past years, the Israeli military has carried out sporadic attacks against various targets across Syria in what Damascus views as an attempt to boost the Takfiri terror groups that have been taking heavy blows from the Syrian army and allied forces on the battle ground.

The latest Israeli strike comes just days after the Syrian army, backed by popular defense groups and Russia airpower, managed to break the years-long siege imposed by the Daesh terror group on the eastern city of Dayr al-Zawr.

Sorgente: PressTV-Israel warplanes strike Syrian army position

Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione

di Giuseppe Acciaio

I primi di agosto sono stati diffusi alcuni documenti ufficiali attestanti che gli USA riforniscono l’Ucraina con armi letali (www.southfront.org/documents-confirm-the-us-already-delivered-lethal-weapons-to-ukraine-exclusive).  Quello che sconvolge di più è la loro destinazione, non vengono adoperati per garantire la sicurezza nazionale, ma vanno direttamente alle unità militari della Guardia Nazionale che si sono distinte durante i combattimenti per la loro eccessiva crudeltà, come ad esempio il reggimento di Azov – composto esclusivamente dai neonazisti e mercenari.

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione PSRL-1 (vale a dire RPG-7 Sovietico modificato). Le armi sono state consegnate all’Ucraina nell’aprile di questo anno.

Questo contratto fu la risposta al governo di Kiev per le numerose richieste di Juvelin americano – missile terra-aria spalleggiabile. Tali richieste sono state rese note durante la visita negli USA del parlamentare ucraino Andrey Parybij. Purtroppo Juvelin è un giocattolo troppo costoso per lo stato Ucraino rispetto al semplice PSRL-1, la differenza è notevole: un solo missile terra-aria spalleggiabile costa 100 000 $ rispetto agli economici PSRL-1 dove la fornitura dei 100 pezzi è costata al bilancio ucraino solo 544000 $. La mossa astuta sia per l’economia che per la sicurezza ucraina, poiché l’arrivo di Juvelin veniva subito notato, invece PSRL-1 sono identiche ai RPG-7 Sovietici senza destare troppi sospetti sulla loro provenienza.

La cosa più bizzarra è che tutto ciò accadde sullo sfondo delle discussioni accese al Congresso americano proprio sulla questione Ucraina, e probabili forniture delle armi letali “per la difesa della democrazia” (quelle non letali vengono fornite già da moltissimo tempo).

Già nei primi giorni di agosto, il Pentagono ha ufficialmente dichiarato le proprie intenzioni al Congresso sull’esito positivo della proposta di fornitura delle armi letali. Il capo della Commissione sulla difesa John McCain ha insistito personalmente sulla loro approvazione, egli è ben noto per la sua ostilità contro la Mosca sul territorio post-sovietico.

Tuttavia questa confusione è servita a distrarre l’opinione pubblica, le forniture sono già in atto da tempo. Le armi americane sono dirette nelle mani dei nazionalisti, come quelli del reggimento dellAzov, i quali sono disposti a continuare la guerra in Donbass nonostante tutti gli accordi di pace sottoscritti.

Alcuni degli esperti occidentali si sono espressi sull’argomento, dichiarando che le forniture sono state fatte sulla commissione dell’amministratore di Barack Obama, per compromettere la posizione del neoeletto presidente Trump, poiché all’epoca si supponeva che egli cercava di ristabilire i rapporti con la Mosca.

Adesso, dopo l’approvazione delle nuove sanzioni e la nomina del “falco” nella persona di Kurt Volker (ex dipendente di McCain) e la sua nomina come l’inviato speciale del presidente degli USA in ucraina, portano via l’ultima speranza sulla risoluzione della crisi ucraina.

Washington e Kiev vogliono risolvere il conflitto delle repubbliche del Donbass con la forza.

Come possiamo ben vedere le relazioni degli USA con la Corea del Nord e dell’Iran, questo metodo sembra l’unico adoperato da Trump.

 

Notizia del: 19/08/2017

 

Sorgente: Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

Gaza: Donne incinte ed i loro neonati contaminati da metalli pesanti legati agli attacchi israeliani

La rivista scientifica British Medical Journal  Open ha pubblicato uno studio svolto a Gaza su 502 donne in gravidanza al momento degli attacchi israeliani del 2014. Questo lavoro riporta un alto tasso di contaminazione nei capelli in metalli pesanti nelle donne esposte agli attacchi e  in proporzione nei i capelli dei loro bambini.

5 Agosto 2017, Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy

I metalli pesanti utilizzati durante le guerre, contengono elementi tossici, teratogeni e cancerogeni. Essi sono noti come perturbatori endocrini. Essi sono resistenti nell’ambiente, si accumulano nel corpo, ed i loro effetti sugli esseri viventi persistono ancor più se questi metalli pesanti non vengono rimossi dall’ambiente (armi, schegge, missili, rovine contaminate …). Ricercatori italiani, finlandesi e di Gaza hanno dimostrato che la contaminazione da metalli pesanti è un fattore di rischio  a lungo termine per la salute delle donne incinte e dei loro bambini.

Questi ricercatori hanno analizzato la quantità di 23 tipi di metalli nei capelli delle donne  di Gaza, che erano in stato di gravidanza durante l’estate del 2014, e in quelli dei bambini a cui hanno dato luce più tardi, e trovato che queste erano superiori al contenuto dei metalli nei capelli di donne al di fuori di zone di guerra.

Essi hanno anche studiato la trasmissione in utero metalli pesanti, così come la possibilità che l’assunzione fosse dovuta a fattori diversi ed estranei alla guerra.

Lo studio ha usato spettrometria con plasma-massa (ICP-MS) e sono stati fatti confronti con gruppi esposti agli agenti chimici domestici e agricoli.

I risultati mostrano un carico in metalli pesante significativamente più alto per le donne esposte ad attacchi militari, proporzionale ma piu basso nei loro neonati che però sono più frequentemente colpite da difetti congeniti o nati prematuramente.

E’ stata raccolta testimonianza e poi documentata con visite in loco,  la frequenza di esposizione ad attacchi militari delle donne; circa il 70% delle madri, sono state coinvolte in attacchi, il che suggerisce una alta contaminazione  di tutta la popolazione.

Gli autori raccomandano “monitoraggio, biomonitoraggio e sorveglianza nel tempo  su questo tema di ricerca di interesse pubblico” per il quale, fanno notare, “non siamo in grado di sapere se c’è anche il rischio di effetti transgenerazionali”.  Difetti congeniti sono stati osservati più frequentemente nei nati da madri esposte ad attacchi militari in Iraq e a Gaza (dopo gli attacchi nel 2008-2009).

Gli autori della ricerca sono Paola Manduca, Safwat Y Diab, R Qouta Samir Nabil Albarqouni, Raiija-Leena Punamaki, con la collaborazione di Fabrizio Minichilli, e Fabrizio Bianchi per l’analisi statistica.

Articolo integrale.

Documento completo in inglese, formato PDF.

Invictapalestina ringrazia tutti coloro che partecipando alla nostra iniziativa del 2014, ci hanno permesso di contribuire al finanziamento della ricerca con 500 euro.

thanks to: invictapalestina

A cross sectional study of the relationship between the exposure of pregnant women to military attacks in 2014 in Gaza and the load of heavy metal contaminants in the hair of mothers and newborns

PDF

  1. Paola Manduca1,
  2. Safwat Y Diab2,
  3. Samir R Qouta3,
  4. Nabil MA Albarqouni3,
  5. Raiija-Leena Punamaki4

Author affiliations

  1. DISTAV, University of Genoa, Genova, Italy
  2. Al-Quds Open University-Gaza Branch, Gaza, Gaza Strip, Palestine
  3. Islamic University of Gaza, Gaza, Palestine
  4. University of Tampere, School of Social Sciences and Humanities/Psychology, Tampere, Finland
  1. Correspondence to Prof. Paola Manduca; paolamanduca@gmail.com

Abstract

Objective Metal contamination of humans in war areas has rarely been investigated. Weaponry’s heavy metals become environmentally stable war remnants and accumulate in living things. They also pose health risks in terms of prenatal intake, with potential long term risks for reproductive and children’s health. We studied the contribution of military attacks to the load of 23 metals in the hair of Palestinian women in the Gaza Strip, who were pregnant at the time of the military attacks in 2014, and their newborns. We compared the metal load in the mothers with values for adult hair from outside the war area (RHS) as the reference. We investigated heavy metals trans-passing in utero, and assessed if the heavy metal intake could derive from sources unrelated to the war.

Design Cross sectional study.

Participants and setting Cross sectional convenience sample of 502 mothers delivering in the Gaza Strip and their newborns.

Main outcome measured Measure of the load of heavy metals in mother and newborn hair by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS). Comparison of metal loads with the reference RHS, between groups with different exposures to attacks and house/agriculture chemicals, and between mothers and newborns. Data for birth registry and for exposures to war and other known risk factors were obtained at interview with the mothers. Photographic documentation of damage from military attacks was obtained.

Results The whole cross sectional convenience sample had a significantly higher load of heavy metals than the reference RHS. Women exposed to military attacks had a significantly higher load of heavy metals than those not exposed; the load in newborns correlated positively with the mothers’ load. No significant difference was found between users/non-users of house/agriculture chemicals. No other known confounder was identified.

Conclusions High heavy metal loads in mothers, reflected in those of their newborns, were associated with exposure to military attacks, posing a risk of immediate and long term negative outcomes for pregnancy and child health. Surveillance, biomonitoring and further research are recommended. Implications for general and public health are discussed.

This is an Open Access article distributed in accordance with the Creative Commons Attribution Non Commercial (CC BY-NC 4.0) license, which permits others to distribute, remix, adapt, build upon this work non-commercially, and license their derivative works on different terms, provided the original work is properly cited and the use is non-commercial. See: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/

Strength and limitations of this study

  • The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome.

  • A general limitation of this type of study is that the risks posed in the long term by the intake of multiple heavy metals are still largely unknown in humans, and in particular during pregnancy.

  • The size of the sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposure, is not large enough to accurately study the negative outcomes at birth (birth defects and preterm) due to their low frequency.

  • A strength of the study is the inclusion of a relatively large cross sectional convenience sample of participants, allowing for subgroups of exposure, suitable in size for statistical analysis.

  • An important point was the inclusion of analyis of newborn hair in for metal load. .

  • Verification by in loco visits the recall of exposure of women on an objective basis gives additional strength to the study.

  • Development of a questionnaire and of procedures that allowed information to be obtained on various habits and different potentially risky environmental exposures, -allowing to exclude some more likely potential confounders.

  • The analysis of microelements and metals not associated with weaponry provided an internal control for the analytic results.

Introduction

Women and children are highly vulnerable during periods of war and military attacks, as well as in the aftermath of war, because of the possibility of the long term effects of war related environmental changes on reproductive and infant health. Accumulation in human bodies of toxicants and heavy metal teratogens found in the remnants of war occurs, that, coupled with their long persistence in the environment, suggests a considerable risk for health.1–6 The effects of toxicants, teratogens and carcinogens related to heavy metals have been found in embryos at concentrations lower than in adults.7 8 During the first trimester of pregnancy, major morphogenetic events occur, and is the period of highest sensitivity of the embryo to external effectors. Apart from the mutational risks posed by some of the heavy metals, there is compelling evidence of their prevalent epigenetic mechanisms of action.8–15 Heavy metals act as endocrine disruptors,8 and their interference with gene expression causes disturbances in various metabolic and hormonal pathways.9 The epigenetic mechanisms are an essential part of the current understanding of the developmental origin of health and disease.11–15 Reports show that heavy metals accumulate in specific body compartments and can be released during pregnancy.9 12–15 However, relatively little is known about the kinetics, modalities and accumulation of heavy metals in compartments of the human body. Also, not much is known about the following phenomena: the effects of human subjects’ concurrent intake of multiple toxic metals, the kinetics of the passage of heavy metals through the placenta and the critical concentrations that affect the embryo and fetus.

In addition to the risks posed by acute exposure, persistence of heavy metals in the environment may cause people to be continually exposed which, combined with the accumulation of heavy metals in different compartments of the body, adds to the concerns about the long term negative effects on health. The long term effects of metals via epigenetic mechanisms can occur in mothers, fetuses exposed in utero and in breastfed infants and children; these effects could even be transgenerational.10–13 16 17

Military attacks are a source of heavy metal input in war zone environments, and may influence the health of the population and affect the outcomes of pregnancies.4 16 The prevalence of birth defects increased in areas heavily exposed to military attacks in Iraq,18 and in Gaza after the Israeli military operation of Cast Lead in 2008–200919 and since the implementation of air delivered weapons in attacks.20 Previous research in Gaza also showed that women’s exposure to military attacks (courtesy of the database of the United Nations’ mine action team) correlated with a higher incidence of progeny with birth defects.20 21 Hair analysis for metal load of infants born prematurely or with birth defects to mothers who experienced military attacks revealed in utero contamination of the babies. The heavy metal load in these newborns was higher than that of normal newborn babies for teratogens (mercury and selenium) in babies with birth defects and for toxicants (barium and tin) in premature babies.22 Together, the data show an association of the damage to newborn health with maternal exposure to attacks, and the trans-placental passage of wartime heavy metal remnants from exposed mothers to their progeny in utero.

Three major wars, with their complex consequences for the environment, may have been the single most influential determinant of change in the living conditions and in the demography of Gaza from 2008 to 2014. The context of the current study is the aftermath of the 2014 Israeli military operation ‘Protective edge’ in Gaza, which lasted for 55 days and had massive effects on civilian life. This operation left widespread structural destruction,23–28 with physical remnants of war, including components of weapons, shrapnel and missiles, as well as environmentally stable chemical elements and contaminated ruins, throughout the area.29 The weapons used in these attacks were documented by the United Nations and other reputable sources, and included missiles, mortars, explosive devices and bombs of various sizes, with or without penetrator heads. The content of heavy metals in each weapon differed, and each had a different range of spread, from metres to hundreds of metres or more.23–29 The Israeli government does not make available a list of weapons used, and all data are directly from United Nations’ agencies and independent witnesses on the ground. Removal of explosive war remnants and the debris of demolition began only 6–8 months after the end of hostilities and involved the creation of open air deposits and the reuse of materials from demolished structures. No transfers of debris could be conducted outside the area of the Gaza Strip.29 Thus any contamination due to the 2014 war remained in the local environment from the time of the attacks throughout the period of our study.

The aim of the study was to investigate whether there were changes in the metal load of a representative segment of the female population after military attacks, particularly with respect to heavy metal contaminants with known teratogen, toxicant and carcinogenic effects, which could pose long term risks for health because of their stability in the environment and tendency to accumulate in the human body. We investigated the extent of exposure to attacks in a cross sectional convenience sample of women who had been in their first trimester of pregnancy during the attacks in the summer of 2014 and who entered one of four major maternity hospitals in Gaza for delivery. The correlation between maternal contamination and their newborns’ was also investigated.

Methods

Participants

Participants were 502 mothers who were in their first trimester of pregnancy during the 2014 war on Gaza and who delivered between late January and March 2015 in one of four maternity wards: Al-Shifa (n=202), Al-Awda (n=100), Al-Nasser (n=100) and Al-Aqsa (n=100). All participants were residents in one of four Gaza Strip governorates. There were no exclusion criteria at enrollment; no participant data were discarded after the interviews, and all donated hair samples were analysed.

Procedures

One midwife in each hospital registered all the deliveries occurring during her work shift and obtained the participants’ written informed consent for participation in the study. The midwife collected the hair samples from mothers and newborns. The midwife also administered a face to face interview with the mothers, following a prepared questionnaire.20–22 This included the standards of European and US birth registers and was integrated previously to include the health history of the extended family (to the second degree), and questions about environmental exposure, including the mothers’ recollections of their exposures to military attacks and a variety of potentially risky habits. This questionnaire was thus an apt tool for the surveillance of changes in reproductive health, including of the inherited component of newborn congenital diseases, and it was useful for establishing correlations with major environmental changes in Gaza. The Palestinian Health Research Council and the Helsinki Committee for Ethical Approval approved the study. The Research Board in the Islamic University of Gaza, Palestine, reviewed and approved the research tools and procedures. Mothers’ recollections of their exposures to attacks were corroborated with objectively documented damage to their dwellings, if the women reported the attacks occurring while they were at home.

Measures

In the present study, the metal load in the hair of mothers and newborns was determined by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS) using the methodology recommended by the International Atomic Energy Agency (IAEA) for testing human exposure to environmental metals.30 We analysed women’s and newborns’ hair for the metal components of weaponry already identified in 2009 at weapons’ wound sites in the bodies of victims of attacks.6 We had also detected these metal components contaminating the hair samples of 65 of 95 children tested 1 year after the attacks of Cast lead (Manduca, unpublished data). We also found some of these metals contaminating the hair of newborns in 2011.21 22 Finally, we tested 23 metals, including known weapon components and war remnants, such as lead (Pb), barium (Ba), mercury (Hg), arsenic (As), zinc (Zn), cadmium (Cd), tin (Sn), uranium (U), tungsten (W) and aluminium (Al). As an internal control, we also measured other metals and microelements that have biological relevance but are not weapons related.

We compared the metal load of thecross sectional convenience sample of Gaza women with values for adult hair from outside the war area (RHS).31 We analysed whether the metal loads in mothers were correlated with those in newborns.

Heavy metal concentrations are expressed as ppm (parts per million). Maternal hair (4 cm) was taken nearest to the scalp at the nape of the neck, which reflected environmental exposure during the last 4–5 months of pregnancy and the eventual release of metals previously accumulated in the body. Hair from newborns reflected the accumulation of metals through life in utero.

All hair was preserved in plastic bags until the moment of analysis, according to the recommendations of the IAEA, in the Pacific Rim Laboratory, ISO/Tec 17 250 accredited (Canada). Analytical procedures were performed according to previous protocols.19 In brief, 0.2 g of washed hair was added to 2 mL of HNO3 and 2 mL of H2O2, heated to 85°C for 2 hours and added at room temperature to 6 mL of water. Samples were run in Agilent 7700. The limits of detection (ppm) were: aluminium (Al) and iron (Fe) 0.4; magnesium (Mg), copper (Cu), lead (Pb), manganese (Mn) and titanium (Ti) 0.04; barium (Ba), cobalt (Co) and chromium (Cr) 0.02; arsenic (As), cesium (Cs) and molybdenum (Mo) 0.001; cadmium (Cd) and uranium (U) 0.0001; mercury (Hg) 0.0004; nickel (Ni) 0.15; selenium (Se) 0.22; tin (Sn) and tungsten (W) 0.03; strontium (Sr) 0.01; vanadium (V) 0.002; and zinc (Zn) 0.3. Experimental values below the limits of detection for each metal were considered equal to 0 0 for the purposes of statistical analysis, which was conducted using median values. Commercial analytical standards of hair for calibration purposes were run in parallel (NCS ZC 81002b and NCS DC73347a; China National Analysis Centre for Iron and Steel).

Exposure to military attacks

The variable exposure of women to military attacks was indicated by self-reporting and verified by photographic documentation. Women responded ‘yes’ or ‘no’ to five questions: whether their own house was bombed during the 2014 war, whether the house next door was bombed during the 2014 war, whether they were inside their home at the time of the attack, whether they were displaced afterwards and whether they found spent ammunition inside their dweling. Based on these answers, they were grouped according to their ‘proximity of exposure to attacks’. The concept of proximal exposure was formulated on the realisation that attacks very often involved the spread of weapons’ parts to adjacent houses. The term ‘proximally exposed” was used to identify women whose homes or neighbouring homes were attacked. The proximally exposed group was divided into two subgroups according to their continuous habitation in the places where the attacks occurred: women who remained in or next to the house that had been bombarded or shelled, and women who moved elsewhere at some time after the attack. Creation of these subgroups reflects the concern that women with ongoing residence at the locations of the attacks might have had different exposures to war remnants than those who had moved. This concern was, ultimately, unfounded. A third group included women who had no recollection of any exposure. In October 2015, we visited the women in subgroups 1 and 2 and photographically documented the damage that had occurred during the military attacks on their dwellings.

Exposure to potential civilian sources of metal contamination

We tested whether other known potential sources of contamination by heavy metals correlated with the mothers’ distribution of metal load. Women were asked about their own use of agricultural substances (pesticides, herbicides, fungicides) and generic household chemicals of unknown composition, their consumption of three main types of medicines and of three prenatal prevention supplements, their use of three available sources of water for drinking and cooking, their frequency of eating fish and their history of smoking. For statistical analyses, a dichotomy variable was formed with 1=women reporting the use of agricultural and household chemicals and 2=non-users.

Statistical methods

The metal loads (ppm) found in the hair of mothers, reported as median values and interquartile ranges, were statistically compared. The first analysis involved the 95th percentile values of the whole cohort and of each exposure group compared with those values for the hair from adults of both sexes from areas unaffected by war (RHS, Germany, by Micro Trace Minerals, MTM; USA by Trace Minerals International, TMI).31 No equivalent reference was available for the newborns’ metal load. The second analysis compared the metal loads within the cross sectional convenience sample between groups proximally exposed and unexposed to military attacks. The third analysis compared the metal loads between users and non-users of agricultural and household chemicals.

In analysing the findings in this study, quantile regression analysis was used because it allowed for the modelling of any percentile or quartile of the outcome, represented in this study by metal distribution, including the median. Furthermore, the Shapiro–Wilk and Pearson’s χ2 normality tests showed that metal concentrations were not normally distributed, and log transformation did not lead to satisfactory results. Quantile regression analysis has the advantage of being more robust against outliers in the outcome variables than least squares regression (linear) and, as a semi-parametric tool, it avoids assumptions about the parametric distribution of the error process.

The relationships between 23 metal concentrations and exposures to military attacks were analysed by multiple quantile regression models, least absolute value models (LAV or MAD) and minimum L1 norm models.32 The quantile regression models, fit by QREG STATA COMMAND, express the quantiles and the conditional distribution as linear functions of the independent variables which, in this case, are exposure and any confounders. Spearman correlations were used to identify the associations between mothers’ and newborns’ metal concentrations. All analyses were performed using STATA v.13.

Results

In this sample, median age of the women was 26.9±5.92 years (range 16–52), and 2.5% of participants were younger than 18 years. Of the 502 women, 26.7% were carrying their first pregnancy during the war, and the majority (88.8%) worked at home. Prenatal care efforts, including consumption of iron, vitamins and folic acid, were undertaken by 89% of women. A total of 29% reported a diagnosis of anaemia while 0.5% reported a diagnosis of diabetes. The prevalence of preterm delivery was 1.5%; the prevalence of low birth weight (<2.5 kg) was 2.3%. Of the infants in the study, 4.5% were born with birth defects, and all were born alive, although one baby died in the minutes after birth.

Figure 1A shows the percentages of participants residing in each of the four governorates and whether they were displaced after the military attacks. Information about the exact locations of displacement was not available. Figure 1B shows that 32.4% of women reported weapon hits directly on their own house and 14.7% found war remnants inside the dwelling. Among women whose houses were directly hit (n=163), 63% (n=103) were inside the house during the military attack (Figure 1C). Thus a fifth (20.4%) of all women were in their own home  under the attack, and almost half (46.6%) of these found war remnants, generally shrapnel and shells, inside their houses. In addition, 11.9% of the women whose houses were not directly hit reported that weapons remnants reached the interior of their home from military attacks to neighbouring buildings, suggesting a wide radius of the spread of fragments from the blasts.

Figure 1

-C Localization of the mothers during attacks. (A) The residence of the 502 mothers. In black those residing in late 2015 in the same place as during the attacks in gray those displaced afterwards. (B) Left column, percentage of women in the 502 cross sectional convenience sample that reported that their own housing was hit directly and right column, those that found parts of ammunitions in their house. (C) Percentage of women that were inside their house under the attack .

In October 2015, 78 women of the 103 whose homes were hit while they were inside were contacted, and the damage to 49 homes was recorded (in photographs) in order to objectively document the military attacks. Figure 2A shows the number of the visited homes whose damages were photographed ; of these 63% still exhibited the damage from the attacks.  Ten houses were totally destroyed, 15 exhibited major damage and 24 displayed minor damage (Figure 2B and Figure 1 in the online supplement).

Figure 2 A-B

Reported attacks on the housing of the women in the cross sectional convenience sample (n=502). (A) Seventy eight of the 103 women who experienced a direct attack on their house while they were inside it were visited in October 2015. The damages that were still visible were documented by photography. (B) Damages observed  classified according to their impact on the structure.

Subgroups for personal exposure to military attacks were generated in order to investigate associations between the load of metals in women’s hair and their proximity to the military attacks. Figure 3 shows the distribution of the two proximally exposed and the unexposed subgroups. Of the 502 women in this study, 55.9% (n=282) belonged to the subgroup of women who were exposed to an attack and who remained in the same house, where weapon remnants were likely to be present, during the following months of their pregnancy. Subgroup 2, composed of women who were exposed to attacks and who had moved away from the bombed or shelled home, included 12.3% (n=61) of participants. Subgroups 1 and 2 compose what we named the “proximally exposed” women and were the 68.2% of the cross sectional convenience sample. Approximately one-third (31.7%, n=159) of the women belonged to subgroup 3, who reported not having been under or next door to military strikes and were therefore considered unexposed. Photographic evidence confirmed the damage to the houses of 25 women in subgroup 1 and of 24 women in subgroup 2.

 

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

” data-icon-position=”” data-hide-link-title=”0″>Figure 3 A-D

Figure 3 A-D

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

Metal load in mothers and newborns

Supplementary Table 1 (see online supplementary Table 1) shows the descriptive values of the metal load, as determined by ICP-MS, for the 23 metals investigated in the hair of mothers and newborns, both for the whole group and for subgroups of exposure to military attacks. In general, the mothers’ metal loads were higher than the newborns’. Spearman correlations of the metal load between the mothers and newborns for the whole sample (Table 1) showed significant (p<0.05) positive correlations for all metal loads, except for Cu and Sn, and a negative correlation for Ba. These data indicate trans-placental passage of toxicants Cr, Cs, Mo, Ni, Sr, Pb and V, and teratogens Hg, U and W.

Table 1

Correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Spearman analysis of the correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Values of p<0.05 are enhanced in yellow for the positive correlations for Mg, Cr, Cs, Hg Mo, Ni, Sr, U, V and W.  The correlation is negative for Ba. Values are reported in ppm

Table 2

Comparison of the metal load of the mothers in the cross sectional convenience sample and in subgroups 1, 2 and 3 with that of reference ranges of standards from areas not involved in the war. Comparison of the 95th percentile of metal load in the wholesample and in subgroups 1–3 with that of standards from areas not involved in wars. Confidence intervals are shown. Results with 95th percentiles significantly higher than the reference value are enhanced in light blue and in bold. Values are reported in ppm. Subgroups 1 and 2 are mothers ‘proximally exposed’ to attacks and subgroup 3 those that reported no exposure

The metal load comparison to a reference standard (RHS) from areas unaffected by war (Table 2) shows the comparison of the 95th percentile of the metal load for the mothers with that of RHS. In the whole sample and in each subgroup, the load of toxicants (Al, Fe, Ba, Mn, Ni, Pb, Sr and V), teratogens (Hg, U and W), carcinogens (As, Cd and Co), and of Mg and Zn was significantly higher in the hair of women in all groups of the Gazacross sectional convenience sample than in the reference group RHS. The load of Cs, Cu, Mo, SE, Sn and Ti did not significantly differ from what was found in the reference group, RHS.

Proximal exposure to military attacks and metal load

To examine whether there is an association between proximal exposure to military attacks and metal load, the median values of the subgroups were analysed by multiple quantile regression models. Results showed that both subgroups of proximally exposed women had significantly higher loads for the majority of metals than the unexposed subgroup. For the sake of clarity, Table 3 does not include the following metals which were detected at the same level in all samples as in RHS, and thus unrelated to differences in anthropogenic activities of any kind in the samples and the reference: Cs, Cu, Mo, Se, Sn and Ti. This analysis confirms that proximal exposure is associated with a higher load of contamination for most metals, with an exception for U, with the highest load in subgroup 3. Specifically, subgroups 1 and 2 together showed significantly higher metal loads than subgroup 3 for Al, Mg, Mn, Ba, As, Zn and V. Subgroups 1 and 2 showed significant differences between them: subgroup 1 was highest for Ba and V; subgroup 2 for Cr, Sr and W. Measured loads of Fe, Hg and Pb were higher in the three subgroups than in RHS but did not differ among the subgroups.

Comparison between the newborns groups for metal load showed that the newborns in subgroup 2 had a significantly higher load of contaminants for most metals, except for Hg and Zn. Yet, children in subgroup 3 had a significantly higher load for Al than newborns in subgroup 1.

Regarding exposures to environmental chemicals from civilian sources and potential confounders, the study showed high homogeneity in the women’s sample for exposure to most of the potential risk factors. For 84% of the women, it was common to use multiple sources for drinking water, and 87% of the women resided far from industrial plants (figure 3B and C). All of the women used a combination of the five food sources (UNRWA, Egyptian, Israeli and Turkish imports, and local). Less than 5% of women engaged in potentially risky habits, such as smoking, using hair dye or consuming medicines (not shown), and most of the women (90%) ate fish, a potential source of mercury, less than or equal to once per month. These putative risk factors do not seem relevant to the differences in the distribution of the metal load found between the women proximally exposed to military attacks and unexposed women.

Table 3a

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers from different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the first column of each panel has significantly higher load (p<0,05) than the one in the second column of the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with subgroups 2+3

Table 3b

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Table 3c

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with 2+3

Table 3d

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Figure 3D shows that 76.3% (n=352) of women reported non-use of household and agricultural chemicals, whereas the 109 women classified as users reported using pesticides (n=82), herbicides (n=9) or other household chemicals (n=18). The chemicals were identified according to their function rather than their chemical composition and were studied only from the point of view of their potential contribution to the load of heavy metals in hair. Table 4 compares the median quantiles between user and non-user groups, showing no significant differences (p >0.3 for all analyses) among these subgroups in the load for all 23 metals. It is possible, then, to rule out the possibility that the use of these products contributed to the heavy metal contamination.

Table 4

Comparison of metal load between mothers according to their use of house–agricultural chemicals. Subgroups are not users-subgroup 1 (n=352) or users subgroup 2 (109), of any of the chemicals listed in figure 3D . Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘use of chemicals’. There was no significant difference for the load of all metal tested (p > 0,3) between the two groups

Discussion

Principal findings

The study is the first to document the number of civilian subjects in the population who were exposed in 2014 to military attacks in Gaza. The women in this cross sectional convenience sample experienced, in 32.4% of cases, a direct hit to their private dwellings and, in 63% of these cases, the attacks occurred while the women were inside their homes. The women’s recollections were supported by photographic documentation of the reported damage which verified its extent. Hits including those on neighbouring buildings (proximal exposure) were reported by almost 70% of the women.

The study examined the load of heavy metals in the hair of this cross sectional convenience sample  of women who were all pregnant during the war in Gaza in 2014. Hair samples were collected when the women delivered during the winter of 2014 and the spring of 2015. We found a positive correlation between a high load of toxicants (Ba, Al, V, Sr and Cr), a teratogen (W) and a carcinogen (As) in women’s hair and their proximity to military attacks in 2014.

We also found that there was a higher load in the entire cross sectional convenience sample of Gaza women in comparison with the hair samples from individuals in areas unaffected by war (RHS), regardless of their recent exposure to attacks. The high load was for heavy metals already detected as war remnants from previous attacks in 2009 (toxicants such as Al, Fe, Ba, Mn, Cr, Ni, Pb, Sr and V; teratogens such as U and W; and carcinogens such as As, Cd and Co).

There was, instead, no difference in the cross sectional convenience sample of Gaza women, regardless of their reported exposure to the attacks in 2014, in comparison with the metal load in the hair of adults of both sexes from the areas unaffected by war (RHS) for the concentration of microelements (Cu, Se and Mo) and a few other metals (Cs, Sn and Ti). Moreover, anthropogenic sources not arising from military attacks were excluded as confounders. These data confirm that the source of toxicant, teratogen and carcinogen contaminants was anthropogenic and associated with military attacks. We also showed that there was trans-placental passage for heavy metals from mothers to their newborns.

Limitations of the study

The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome because there is no recent ‘time zero’ for anthropogenic, heavy metal weapons related contamination in Gaza since the first aerial attacks in 2004. Military attacks and restrictions on people’s movement have become a prominent structural factor in the past 10 years. All participants in this study were present and residentially stable during three military operations in 6 years (Cast lead in 2008–2009, Pillar of cinder in 2012 and Defensive edge in 2014) and were likely exposed during that time and continuously thereafter to heavy metal war remnants that were environmentally stable. Even so, as the results highlight, this study was able to identify the contribution of heavy metals from the military attacks in 2014, establishing a significantly higher metal load in the hair of the women proximally exposed to these attacks. The composite background of war related heavy metal contaminants in the entire cross sectional convenience sample reflects the local history of attacks and had no bearing on the conclusions when we compared women exposed to those not exposed in 2014.

A general limitation of this type of study is that the knowledge about the effects of in-body interactions resulting from intake of more than one heavy metal is limited. It is difficult to anticipate the extent of the long term risk for human health and, in particular, for future pregnancies or infant development. Although we reported preliminary findings about incidence of birth defects and prematurity outcomes for the whole cross sectional convenience sample, this study was not designed to identify potential correlations between negative phenotypes in the newborns and heavy metal load. The size of this sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposures, is not large enough to generate accurate values for the incidence of negative birth outcomes, which have relatively low frequency in the population, or to establish the association of a high load of heavy metals with those outcomes.

Strengths of the study

The use of a questionnaire specifically designed to include local issues and administered via face to face interviews with women by their midwives allowed for the evaluation of the potential impact on the load in heavy metals of women’s habits and exposures to sources of potential contamination other than military attacks. The questionnaire confirmed the rarity of other habits that could potentially lead to heavy metal exposure and to quantify as very low the geographical nearness to common anthropogenic sources of heavy metals in Gaza. The survey thus helped to verify and exclude a role for many potential confounders in the mothers’ heavy metal load. A further strength of the study was the inclusion, as an internal control, of the testing of the concentration of microelements and metals not associated with weaponry. These did not differ in concentrations from the RHS reference, for both the exposed and not exposed groups.

This is the first investigation involving a sample with a relatively large number of participants, enlisted without exclusions, and which also includes newborn babies, where the load of 23 heavy metals was measured in participants’ hair. The size of the cross sectional convenience sample allows subgroups to be used according to exposure to environmental factors, where even the subgroups were of suitable sizes for statistical analyses of the differences in median concentrations of contaminants. In addition, this is probably one of the first studies where women’s recollections, in this case regarding their exposure to military attacks, was verified objectively by photographic documentation.

Interpretation

Heavy metal contamination as a hidden legacy of military attacks in 2014

The contamination by heavy metals associated with the exposure to recent military attacks is a hidden factor that has, until now, never been fully documented, even though it constitutes a risk for the health of the population. The frequency of women’s exposure to the attacks in 2014 in a home setting was very high, about 70%, demonstrating the local’s saying that there was ‘no place to hide’ for the population of Gaza at that time. The women exposed to attacks had significantly higher loads of heavy metals than women not exposed. As only about a quarter of women were primipara, three-quarters of the women had children who were similarly exposed to the military attacks. The extent of the attacks on civilians in 2014 was thus likely to have produced heavy metal contamination in a wide sector of the population.

The fact that the highest contaminant loads was found in the women exposed to attacks were in those not exposed involved various toxicants, teratogens and carcinogens (Ba, Al, V, Sr, Cr, W and As) , could not be foreseen a priori and illustrates the complexity of the contamination. Yet, this finding is compatible with the reports by various sources25 27 about the use of many different types of ammunitions in this military operation.

We excluded some relevant sources as potential contributors to the heavy metal load detected in the cross sectional convenience sample. Chemicals used in agriculture and in the household did not impact on the metal loads when the entire sample was compared with references, or in proximally exposed women versus those not exposed. All other known factors considered are unlikely to be confounding. This is consistent with the known limited other anthropogenic sources of heavy metals in Gaza (like refineries and metal and chemical industries) and with the reduction in gasoline consumption for all uses, which was severely restricted due to the economic blockade in place since late 2012. Exposure to the 2014 attacks was the only factor that we could detect as contributing to the personal contamination of the participants by heavy metals.

Historical contamination by other war remnant heavy metals and their persistence in the environment

Besides the identification of a high load of heavy metals, which we specifically traced to exposure to the military attacks in 2014, we found that all the participants had levels significantly higher than controls from outside areas affected by war (RHS) of other war remnant heavy metals, such as U, Hg, Cd, Co, Fe, Ni, Pb, V, Mn, Cd and Co. Previous reports had shown their delivery in Gaza by weaponry; teratogens Hg and Cd and toxicants Pb and Fe were delivered by weapons in the 2008–2009 war.6 A high load of Hg was reported in newborns of mothers exposed at that time to bombing and to attacks with white phosphorus ammunitions.17–20 High loads of Al, Fe, Cd, Hg and U were detected in the hair of children tested 1 year after the 2008–2009 attacks (unpublished, Manduca).

The presence of concentrations higher than those found in the reference group (RHS) for heavy metals introduced previously by weaponry in Gaza in the entire cross sectional convenience sample of women that we have tested in 2015 confirms that these elements have persisted in the environment for years and suggests that the whole population may have been chronically intaking these metals.

Implications of chronic exposure to heavy metals and their in-body accumulation

Chronic exposure to heavy metals before the attacks in 2014 complicates the contribution of the attacks in 2014, and involves also diverse types of heavy metals. Yet, the heavy metals detected previously, as well those recently detected as deriving from the 2014 attacks, are known for their teratogenic, toxicant and carcinogenic properties. They are risk factors for non-communicable diseases and for reproductive health. On the one hand, the environmental stability of heavy metals makes it possible for their chronic intake from the environment by individuals. On the other hand, these metals, after intake into the body, are not excreted rapidly and accumulate in organs where they can continue to induce somatic epigenetic changes. If there is a threshold for their action , they can reach the critical concentrations capable of causing negative biological effects over time and can therefore affect health even at a time distant from that of intake, and pathological and phenotypic endpoints of their effects could  be delayed.

A variety of negative effects in time affecting the physiology of individuals, as well as an increase in non-communicable diseases, were reported in association with heavy metal exposure. Unfortunately, very little knowledge is available to date on the kinetics of the deposition of each heavy metal in the body and of its release from each specific organ of deposition, and these unanswered questions require further investigation. Among the various potential long term negative effects associated with heavy metal intake, we here only discuss  some of the concerns regarding reproductive health, for which some information in humans is available, as well as the role of teratogens of some of the heavy metal contaminants.

Exposure to attacks, heavy metal load and long term implications for reproductive health

We have mentioned the limits of this study in investigating the association of the metal load with phenotypes at birth. The present study is a first step in this direction. Nonetheless, the finding of an increase in birth defects and preterm births, compared with the incidence registered in 2011, is a concern.21 We can anticipate that our data on a widercross sectional convenience sample would register significant increases in birth defects and preterm births by the year 2016 (Manduca et al, submitted 2016). In other post-war settings, the association between exposure to attacks and negative reproductive outcomes was reported.18 In Gaza, by retrospective pedigree analysis,20 an increase in birth defects was reported starting in 2005, after the newest air delivered weapons were first used. Between 2006 and 2010, i.e. before and after the Cast lead operation in 2009, there was a significant increase in birth defect in infants,19 a rise which was continuing in 2011 (Manduca, unpublished). In Gaza was reported in 2011 association between the exposure to attacks and the contaminant load in newborn hair for specific teratogens, if the infant was born with a birth defect, or toxicants, if the infant was born preterm.22 There is thus some evidence of the potential negative impact on the outcomes of pregnancies due to the intake of heavy metals during wars.

There was also limited previous evidence that most of the heavy metals pass through the placental barrier, as we here documente, and accumulate in the hair during fetal life. However, the critical levels of heavy metals capable of negatively impacting on the human embryo and fetus are unknown, and little is known about the kinetics and modalities of trans-placental transfer of each individual heavy metal over time.

We have reported that newborn babies in this cross sectional convenience sample have lower heavy metal loads than mothers, but our present knowledge does not allow for a conclusion of whether this is reassuring for their future health as infants. Delayed effects were reported for in utero exposure to attacks among children as increased rates of chronic illnesses, developmental problems and growth impairments.7–10 12–16 Our data on newborn contamination are only an initial contribution to the needed research to investigate whether a high maternal load of weapons related metals and in utero exposure of the baby can predict physical, cognitive, emotional and psychological development in the infant. We are presently addressing this issue with a longitudinal assessment.

Other long term exposures to heavy metals that could harm the infant’s development may occur because of the transmission of heavy metals from the mother through breastfeeding.

A high load of some heavy metals can interfere with the mother’s future capability to bring a pregnancy to term, resulting in premature deliveries or negative effects on their next babies’ health.11 29 Mobilisation during pregnancy of metal previously accumulated in the mother’s body is likely to occur in pregnancies remote in time from their intake, and the return of stored heavy metals into the lymphatic and vascular circulation may have delayed effects on reproductive health.21 22 There is evidence that different heavy metals accumulate preferentially in different compartments of the body (eg, bone for lead, strontium and uranium; brain for mercury, cadmium and aluminium; kidney for cadmium, mercury, chrome, lead and plutonium), and that from these organs, the metals can be mobilised during subsequent pregnancies, via organ and tissue remodelling, and the development of the placenta, but the extent and details of these mobilisations are largely unknown.

Generalising the meaning of the study

The results of this study illustrate that in Gaza, a specific high load of heavy metals is associated for all the women in the cross sectional convenience sample with the exposure to military attacks in 2014, and widespread contamination for many heavy metals was associated with the use of weaponry in previous attacks. These evidences support the possibility of immediate and long term risks for health posed by weapons associated heavy metals and war remnants. They suggest that the risks posed by the war remnants are diffuse, may not be limited to reproductive health and may also affect the frequency of pathologies such as cancers, male sterility, immunity and endocrine disorders, thus interesting all sexes and ages, as the insurgence of these pathologies can be influenced by heavy metal exposure and is noticeable that they are reported by medical sources, on the rise in Gaza.8–11

The contamination documented in the cross sectional convenience sample by potential effectors of non-communicable diseases suggests new investigative lines in studying their ethology.

The relevance of the local context needs to be underlined as the it  was the first determinant that made our research possible. There are factors in the Gaza Strip that aided conducting human studies which would hardly be possible elsewhere: good medical structures, collaborative communities with stable composition and residences, and stagnating or restricted industrial production (although imposed by the siege and negative for the well-being of the people), independent documentation from international observers of timing of attacks and of kind of weapons used , and consulting help for environmental issues. The collaborative context also allowed the development of a questionnaire suitable for further surveillance of health.

To fully understand the implications for health of these findings we need future studies involving a variety of professional aptitudes. Research is needed on the fate of heavy metals in the human organism, particularly in relation to the release from the mother’s organ during remodelling in pregnancies. Additionally, researchers should explore the mechanistic aspects of the molecular action of each heavy metal, and longitudinal studies can identify and verify the endpoints of diseases over time. Currently, knowledge of all of these matters is limited. Given that the weaponry used in many of the current military operations in other countries is often manufactured by the same firms as the weaponry used in Gaza, our observations may be relevant in designing studies in other settings.

Conclusions

The long term effects on health due to contamination by remnants of war containing heavy metals needs consideration in association with other long term effects of war on populations, including the trauma of war and war related economic and structural damage.

Surveillance at birth, bio-monitoring and the study of outcomes of maternal and newborn health must be maintained as stable programmes, as they provide the most sensitive first sentinels for studies of the sequelae of anthropogenic contamination and can provide alerts about increases in damaging health conditions. They also provide solid information intrinsic to prospective data collection. Surveillance at birth is relatively easy to implement, and its outcome informs the general risks for the population and helps tailor public health interventions and preventive procedures.

Retrospective and longitudinal investigations should be undertaken to investigate the effects of heavy metal contamination on non-communicable diseases

Further research on the long term health damage caused by exposure to heavy metals is needed. Additionally, plans for family counselling, prevention and remediation should be developed. These efforts require the support of the scientific community and the involvement of an array of professionals from different disciplines. Our studies provide a background for others to be implemented in other settings where, in similar fashion as in Gaza, general health may be threatened by hidden remnants of war in the present and for the next generations.

In summary, in Gaza, contamination by heavy metals that persist in the environment and their continuing accumulation in individuals are ongoing risk factors for a variety of health outcomes in the aftermath of war.

Supplementary Material

Supplementary material 1

Supplementary Material

Supplementary Table 1

Acknowledgments

Fabrizio Minichilli, researcher, and Fabrizio Bianchi, Research Director Unit of Environmental Epidemiology, Institute of Clinical Physiology, Pisa, Italy, provided significant support in the statistical analysis.

References

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  31. 31.
  32. 32.

View Abstract

Footnotes

  • Contributors Contributorship statement. PM developed the questionnaire used to collect the data, directed the analytical work and elaboration of the data with statisticians, wrote the manuscript, and prepared the figures and reference list. SYD directed the organised field work in three hospitals, and the follow-up objective assessment of damages, and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. NMAA directed the organised field work in one hospital and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. SRQ partecipated in the planning of the study and review of the manuscript. R-LP launched the idea of the study and participated in the planning of the work and first draft and review of the manuscript. All contributed authors had access to and revised the data.

  • Competing interests None declared.

  • Patient consent Yes.

  • Ethics approval The Palestinian Health Research Council and the Helsinki C’ommittee for Ethical Approval approved the study, and the Research Board of the Islamic University of Gaza, Palestinine, reviewed and accepted the research tools and procedures. The women provided written informed consent for their own and their newborns’ participation.

  • Provenance and peer review Not commissioned; externally peer reviewed.

  • Data sharing statement Extra data can be accessed via the Dryad data repository at http://datadryad.org/with the doi:10.5061/dryad.kr846.

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Rete No War sul Venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

 

Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

In Italia il governo, i parlamentari, i media, accodandosi agli Stati uniti e sulla base di fonti del tutto di parte, hanno prese di posizione inaccettabili rispetto al Venezuela. Matteo Renzi accusa Maduro di «distruggere libertà e benessere di un popolo che muore di violenza e di fame». Una volta di più, con la loro ingerenza, i politici e i media occidentali rischiano di rendersi responsabili di una nuova tragedia.
Gentiloni, Renzi, Trump & C.: per voi il popolo venezuelano è rappresentato dall’oligarchia di destra e dagli incendiari di esseri umani? Da oltre 100 giorni, gruppi dell’oligarchia bruciano vive persone, uccidono, distruggono beni comuni, mettono a ferro e fuoco i quartieri, usano armi, provocano scontri con la polizia, rifiutano il dialogo.
La situazione del Venezuela non è facile, anche a causa di una guerra economica evidente oltre che del retaggio di cento anni di estrattivismo. Ma come potete dire che l’opposizione – dei ricchi – vuole pace e pane?
Come potete considerare “oppositori perseguitati” due golpisti di lunga data come Ledesma e Lopez, che non hanno  mai condannato i crimini contro l’umanità compiuti dagli squadroni dell’opposizione nei mesi scorsi
Come potete parlare di “dittatura” in un paese dove si vota continuamente? Il 30 luglio, i venezuelani si sono recati in massa a eleggere un’Assemblea costituente, dopo oltre cento giorni di violenze istigate e perpetrate dall’oligarchia. Ma l’Italia ha già detto che non riconoscerà la Costituente.

Rete No War si dissocia dal governo e dai politici italiani. Come  piccolo gruppo attivo contro gli inferni provocati dai paesi dell’Asse della guerra Nato-Golfo, abbiamo un debito di riconoscenza con il Venezuela e gli altri paesi del gruppo Alba (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador): attivi in tutte le sedi contro le guerre di aggressione e le destabilizzazioni messe in atto dall’ asse della guerra Nato-Golfo.

 
Rete No War Roma

Sorgente: Pressenza – Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu

BASI SEGRETE USA IN SIRIA Andolu

Pentagono ha espresso forte preoccupazione dopo che l’agenzia di stampa di stato turca, Anadolu, ha rivelato la localizzazione di tutte (o molte) postazioni e basi delle forze militari statunitensi nel nord della Siria. L’agenzia Anadolu ha pubblicato lunedì un rapporto dettagliato sulla posizione delle strutture militari e in alcuni casi persino il numero degli effettivi statunitensi che cvi sono schierati.

Anadolu ha aggiunto che le basi – 2 aerodromi e 8 basi avanzate (FOB) – sono utilizzate per sostenere il Partito dell’Unione democratica (Pyd) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che costituiscono la struttura portante delle Forze Democratiche Siriane (FDS), movimento sostenuto da Washington che combatte l’Isis e sta liberando Raqqa inglobando anche milizie tribali arabe.

La dettagliata infografica pubblicata da Anasdolu rivelava inoltre che 200 militari delle forze speciali USA e 75 francesi operano sul fronte di Raqqa da un avamposto situato una trentina di chilometri a nord della capitale dello Stato Islamico per il 30% liberata dalle milizie delle FDS.

Washington e Ankara hanno da tempo rapporti molto tesi a causa dell’iniziativa statunitense di sostenere le FDS che Ankara teme possano costituire un’entità autonoma curda nel nord della Siria a ridosso dei confini con la Turchia.

La Turchia, che considera l’Ypg un “gruppo terroristico” alleato del PKK.  Il portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato che la diffusione di “informazioni militari sensibili” espone le forze della Coalizione a rischi non necessari e potrebbe potenzialmente compromettere le operazioni contro lo Stato Islamico.

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“Anche se non possiamo verificare in modo indipendenti le fonti che hanno contribuito a questo articolo, saremmo molto preoccupati se responsabili di un alleato Nato mettessero di proposito a rischio le nostre forze diffondendo informazioni sensibili”, ha detto il portavoce. “Abbiamo già espresso questi timori al governo della Turchia”, ha sottolineato pur rifiutandosi, per ragioni di sicurezza, di chiarire se le informazioni diffuse dall’Anadolu fossero veritiere.

Le autorità di Ankara hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella pubblicazione.

“Non si tratta di informazioni fornite dal nostro governo”, ha assicurato in una conferenza stampa, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan.

“L’agenzia Anadolu ha scritto queste informazioni basandosi sulle proprie fonti” ha detto il portavoce aggiungendo che “siamo stati informati di questo articolo dopo la sua pubblicazione”.

Resta in ogni caso difficile credere, specie con il rigido controllo sui media in vigore in Turchia, che Anadolu abbia potuto ottenere e pubblicare delicate infiormazoni di carattere militare senza che il governo ne fosse informato.

 

Foto: Anadolu e Getty Images

Sorgente: Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu – Analisi Difesa

La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani

 

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(aggiornato il 22 luglio ore 13,20)

La Cia avrebbe deciso di mettere fine al programma di sostegno ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar Assad: lo riferisce il Washington Post ricordando che questo programma avviato quattro anni fa ha avuto solo un impatto limitato, in particolare dopo l’ingresso nel conflitto delle forze armate russe al fianco delle truppe fedeli al regime di Damasco.

Il programma di aiuti statunitensi ha firnito in questi anni fondi, supporto logistico, addestramento e armi, inclusi missili anticarro Tow (nella foto), ai ribelli cosiddetti “moderati”.

Il presidente Donald Trump avrebbe preso la decisione di fermare il programma circa un mese fa, dopo un incontro con il capo della Cia, Mike Pompeo, e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale H. R. McMaster, riferisce il Washington Post.

La Casa Bianca e la Cia non hanno voluto commentare l’articolo ma il WP ritiene che l’eliminazione di questo programma di sostegno ai ribelli siriani riflette l’interesse del presidente degli Stati Uniti “di trovare modi per lavorare con la Russia”, così come il “riconoscimento dei limiti di influenza di Washington” in quel conflitto che pare ormai vinto da Assad e dai suoi alleati russi e iraniani.

Questa decisione giunge dopo che Stati Uniti e Russia hanno negoziato un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria, che copre parte della zona dove operano alcune delle formazioni di ribelli sostenute da Washington.

L’interruzione del programma della Cia è stato confermato il 21 luglio dal generale Tony Thomas, comandante delle forze speciali americane, chiarendo – nel corso di una conferenza ad Aspen, Colorado – che “non si è trattato in alcun modo di una concessione alla Russia” ma di una decisione presa “credo, sulla base di una valutazione della natura del programma, e di ciò che stiamo cercando di realizzare”.

Foto TYT via Youtube

Sorgente: La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani – Analisi Difesa

Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre

Alessandro Lattanzio, 26/8/2016 Il Ministero degli Esteri russo, in merito all’invasione turca in Siria, dichiarava “Mosca è seriamente preoccupata per gli sviluppi sul confine siriano-turco, ed è particolarmente allarmata dalla prospettiva che la situazione nella zona del conflitto continui a deteriorarsi, con conseguente maggiori perdite civili e accresciute tensioni etniche tra arabi e curdi. Crediamo fermamente che la crisi siriana può essere risolta esclusivamente sulla solida base del diritto internazionale attraverso il dialogo intra-siriano tra tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui i curdi, sulla base del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012 e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 2254, avviato dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Va ricordato che nel febbraio 2016, Erdogan definì “risibile” l’accusa della Russia che la Turchia stesse preparando l’invasione della Siria. “Trovo questa dichiarazione russa ridicola… ma è la Russia che è attualmente impegnata nell’invasione della Siria“, aveva detto Erdogan, che affermava anche che la Russia va ritenuta responsabile delle persone uccise in Siria, e che Mosca e Damasco erano responsabili di 400000 morti. Parlando a una conferenza stampa congiunta con l’omologo senegalese, durante una visita in Senegal, Erdogan aveva anche detto che la Russia invadeva la Siria per creare uno “Stato boutique” per il Presidente Bashar al-Assad. “La Turchia non ha alcun piano o pensiero per attuare una campagna militare o incursione in Siria“, dichiarava un funzionario turco, “La Turchia è parte di una coalizione, collabora con i suoi alleati, e continuerà a farlo. Come abbiamo più volte detto, la Turchia non agisce unilateralmente“. “I russi cercano di nascondere i loro crimini in Siria“, dichiarava l’ex-primo ministro turco Ahmet Davutoglu, “Semplicemente distolgono l’attenzione dai loro attacchi ai civili di un Paese già invaso. La Turchia ha tutto il diritto di prendere tutte le misure per proteggere la propria sicurezza“. Intanto, un capo del gruppo terroristico filo-turco Faylaq al-Sham, entrato nella città di Jarablus nel nord della Siria nell’ambito di un’operazione supportata da carri armati e forze speciali turchi e aerei da guerra degli USA, riferiva che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico che occupavano Jarablus si erano ritirati e alcuni si erano arresi. Ma nonostante ciò, solo la metà della città era sotto il controllo dei terroristi neo-ottomani. “I jihadisti dello Stato islamico si sono ritirati da diversi villaggi alla periferia di Jarablus e si sono diretti a sud verso la città di al-Bab“.
Mentre il primo ministro turco Binali Yildirim affermava che “Il nostro esercito continuerà l’operazione finché i terroristi saranno completamente cacciati da questa regione e le forze armate turche forniscono supporto logistico alle forze dell’esercito libero siriano“, il rappresentante della Repubblica Araba di Siria presso le Nazioni Unite, Bashar al-Jafari, dichiarava che “E’ impossibile sconfiggere lo Stato islamico in Siria senza prima sconfiggerlo in Turchia. Come può la Turchia dire che combatte lo SIIL a Jarabulus se essa stessa ne ha permesso la creazione e lo sviluppo rifornendolo di migliaia di autoveicoli Toyota e di altre marche, già dotati di armi? Inoltre, coi fondi dal Golfo Persico gli ha acquistato armi da Ucraina, Croazia, Bulgaria, ecc. Non c’è dubbio che ci sia pressione russo-iraniana su Ankara per farle cambiare politica verso la Siria. La Turchia dice una cosa ma ne fa un’altra. Sentiamo buoni interventi ogni giorno, ma non vediamo nessuna azione reale. Se ci fossero azioni coerenti con le dichiarazioni, non avrebbe iniziato l’operazione a Jarabulus. Gli Stati Uniti usano la Turchia, il braccio armato del PKK, al-Nusra e altri. Questo è noto. Il diplomatico di più basso rango alle Nazioni Unite sa già cosa accade in Siria e Iraq. La lotta al terrorismo può avvenire solo creando una equa coalizione internazionale, in coordinamento con le autorità siriane. Lo sosterrò, ma non senza il consenso del governo siriano. Noi viviamo nel 21° secolo, non nella foresta. Si dimentica che esiste il diritto internazionale“. Sergej Balmasov, dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, dichiarava che “Gli statunitensi ancora perseguono il loro obiettivo principale, indebolire il governo di Bashar Assad. Tutte le coalizioni supportate dagli Stati Uniti sono temporanee“, e l’intervento della Turchia trascinerà ulteriormente la guerra in Siria destabilizzando la regione, mentre Ruslan Pukhov, del Centro per l’analisi delle strategie e tecnologie, dichiarava che “Tenendo conto dei legami tra Ankara e Washington al minimo nelle ultime due settimane, tale operazione serve ad distogliere l’attenzione da Fethullah Gulen e mostrare che Stati Uniti e  Turchia rimangono alleati strategici“.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa della Federazione Russa avviava ampie esercitazioni a sorpresa di prontezza al combattimento delle Forze Armate nei Distretti Militari meridionale, occidentale e centrale, così come delle Flotte del Nord, del Mar Nero e del Caspio, e delle principali basi delle VDV, ovvero le forze aerotrasportate. Il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu annunciava, “Oggi, in conformità con la decisione del comandante supremo delle Forze Armate, un’altra ispezione improvvisa è iniziata. Le truppe e i mezzi delle forze dei Distretti Militari Meridionale, Occidentale e Centrale, la Flotta del Nord, l’Alto Comando delle Forze Aerospaziali, il comando delle truppe Aerotrasportate dalle 0700 sono in allerta completa“. Le manovre si svolgono dal 25 al 31 agosto. Inoltre, il Distretto Militare del Sud avviava le esercitazioni strategiche “Caucaso-2016“; “I corpi di amministrazione militare, le unità militari e le formazioni di combattimento, sostegno speciale e logistico compiranno 12 esercitazioni specifiche volte ad affrontare i problemi nello schieramento avanzato del completo sistema di supporto delle truppe“, dichiarava il ministro. Più di 4000 effettivi e 300 mezzi della Flotta del Mar Nero e della Flottiglia del Caspio partecipavano alle manovre. Il Ministero della Difesa russo informava che anche 15 navi da combattimento della Flotta del Mar Nero e 10 della Flottiglia del Caspio aderivano alle esercitazioni, assieme a 8000 militari e oltre 2000 mezzi del Distretto Militare Meridionale, a 1000 militari e circa 200 mezzi della base russa nella Repubblica dell’Ossezia del Sud, e ai caccia-intercettori del Distretto Militare Occidentale che pattugliano i confini occidentali della Russia, “gli aerei da combattimento pattugliano costantemente lo spazio aereo nelle zone di confine“.1023573257Fonti:
al-Arabiya
Fort Russ
MID
New Cold War
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
TASS

Sorgente: La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre | Aurora

‘UK-Saudi arms deals against intl. law’

Leading poverty charity Oxfam has condemned the UK’s massive arms deals with Saudi Arabia, blasting the British government as “one of the most significant violators” of the international Arms Trade Treaty (ATT).

Last year, London approved the sale of more than £3 billion worth of weapons to the Riyadh regime, helping the Arab monarchy with its ruthless military aggression against Yemen which has killed about 10,000 people since it began in March 2015.

Oxfam says the war has put millions of people in the poverty-stricken country on the verge of a humanitarian crisis.

Penny Lawrence, deputy chief executive of Oxfam GB, is expected to censure Britain’s unconditional support for Saudi Arabia during a speech at the Second Conference of States Parties to the Arms Trade Treaty in Geneva, on Tuesday.

“Schools, hospitals and homes have been bombed in contravention of the rules of war,” she will say, referring to numerous Saudi airstrikes that have intentionally targeted civilians and critical infrastructure.

Last week, Doctors Without Borders (MSF) decided to pull its staff out of the war-torn country following a number of deadly Saudi airstrikes on MSF-run hospitals across Yemen.

A Yemeni man checks the ruins of buildings destroyed in a Saudi airstrike, in the Yemeni capital Sana’a, February 25, 2016. (AFP photo)

“The UK government is in denial and disarray over its arms sales to the Saudi-led coalition bombing campaign in Yemen,” Lawrence will continue. “It has misled its own parliament about its oversight of arms sales and its international credibility is in jeopardy as it commits to action on paper but does the opposite in reality.”

Britain is one of the key states backing Saudi Arabia’s war on its southern neighbor, which was launched as an attempt to undermine the Houthi Ansarullah movement and reinstate former President Abd Rabbuh Mansur Hadi, a staunch ally of its own.

Debris at the Queen Arwa University campus after a Saudi airstrike, in the Yemeni capital Sana’a,  January 30, 2016.  (AFP photo)

Under the ATT, signatories are required to block any arms deal if they have knowledge at the time of the sale that the weapons will be used against civilians.

A UN report leaked to the Guardian in January found “widespread and systematic” targeting of civilians in the Saudi-led strikes. The report found 119 strikes that it said violated international humanitarian law.

This is while, according to Amnesty International, the UK government sold 2,400 missiles and 58 warplanes to Saudi Arabia in 2015. London is also accused of providing the Saudis with banned weapons such as cluster bombs.

Sorgente: PressTV-‘UK-Saudi arms deals against intl. law’

Houthis reject Kerry’s peace initiative

Yemen’s Houthi Ansarullah movement has rejected an initiative put forth by US Secretary of State John Kerry to resolve the crisis in the war-torn country.

Mohammed Abdulsalam, the Ansarullah spokesman, said Saturday that the offer aims at depriving the Houthis of their arms in their fight of resistance against the Saudi invasion.

“Whoever has a greedy eye on our weapons, we will have a greedy eye on his life,” Abdulsalam wrote in a message posted on Facebook.

Kerry earlier called on Houthis to hand over their weapons including ballistic missiles and to pull back from the capital Sana’a. In return, the US secretary of state said Houthis and allies can have a share in Yemen’s future unity government.

The proposal comes amid reports that Houthis have stepped up missile attacks on border regions in Saudi Arabia over the past weeks. The attacks are carried out in reaction to deadly Saudi airstrikes that the regime in Riyadh says are meant to undermine Houthis and allies and to restore power to Abd Rabbuh Mansour Hadi, Yemen’s president who has resigned and fled the capital.

About 10,000 people have been killed across Yemen since the Saudi campaign started in March 2015.

The conflict in Yemen re-escalated after peace talks mediated by the United Nations and held in Kuwait collapsed earlier this month. The talks hit a snag after Houthis rejected a similar initiative proposed by the UN, saying it lacked any clear mechanism for transition of power.

Houthis had declared since the start of the talks in April that they were ready for disarmament and withdrawal from key areas they control in case a broad political agreement is reached in which Hadi would have no role.

Sorgente: PressTV-Houthis reject Kerry’s peace initiative

Israele e il regime militare argentino

Da Parallelo Palestina. Israele e il regime militare argentino: oggi è l’anniversario del golpe.

 

 

 

Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta la regione sud americana, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi (16), il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.

 

 

 

Negli anni ‘70, Israele ha armato il brutale regime militare della Giunta Argentina che ha imposto sette anni di terrorismo di stato alla popolazione, incluse torture e “sparizioni” di attivisti di sinistra, sindacalisti, studenti, giornalisti e altri presunti oppositori civili stimati tra le 22.000-30.000 persone.

 

 

 

Il regime argentino e i suoi sostenitori hanno anche preso di mira i cittadini ebrei e sposato la retorica anti-semita. Anche se soltanto il 2% della popolazione argentina era ebreo, tra il 10 e il 15% delle persone arrestate, torturate e scomparse durante la Junta erano ebree (29).

 

 

 

Invece di condannare la Giunta, Israele ha collaborato con il Governo argentino per applicare un programma detto “l’Opzione”, che consentiva agli ebrei di fuggire in Israele. Ha usato, piuttosto che combattuto, l’antisemitismo di regime per favorire l’emigrazione ebraica in Israele (30).

 

 

 

Oggi in Argentina, il governo ha un contratto di 40 milioni di dollari con le Industrie Militari Israeliane (IMI) per allestire un carcere (31).

 

 

 

“… mentre l’editore del quotidiano ebraico Jacobo Timerman veniva torturato dall’esercito argentino in celle dipinte con svastiche, tre generali israeliani, incluso l’ex capo del personale delle forze armate, erano in visita a Buenos Aires in ‘missione amichevole’ per vendere armi.”

 

 

 

~Penny Lernoux – parafrasando l’autobiografia di Timerman.

 

 

 

16-United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar.

 

 

 

 

 

 

29-Tarnopolsky, Noga. “Disappeared: A Flawed Film on Argentina’s Past Blames Wrong Party.” The Jewish Daily Forward. 16 May 2003. Web. 10 Nov. 2012. http://forward.com/articles/8834/scomparse-a-flawed-film-on-argentina-s-past-b/ “Argentina’s ‘disappeared’ are remembered in moving documentary”. The J Weekly. 17 Sep. 2009. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

30-Sznajder, Mario e Luis Roniger. “From Argentina to Israel: Escape, Evacuation e Exile”, Journal of Latin American Studies. Cambridge Journals Online, 37.2 (2005): 351-377. Web. 10 Nov. 2012.

 

 

 

 

 

 

31-Marom, Dror (5 October 2000). “IMI to Set Up USD40 Mln Prison in Argentina” Globes. Retrieved 22 January 2005: Marom, Dror. “IMI to Set Up $40 Mln Prison in Argentina.” Globes. 5 Jan. 2000. Web. 22 Jan. 2005.

 

 

http://archive.globes.co.il/searchgl/Israel%20Military%20Industries%20%28IMI%29:%20We%20have%20already_s_hd_0L3CqCZ0rN3GqD30qDIveT6ri.ht

Sorgente: Israele e il regime militare argentino | Infopal

Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show

Britain’s supposedly close ally, Israel, armed Argentina as the South American nation was bombing Royal Navy ships and killing UK troops in the vicious 1982 war to reclaim the Falkland Islands, secret files indicate.

Sorgente: Israel armed Argentina to deadly effect during Falklands War, secret files show — RT UK

La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014

Betlemme-Ma’an. Venerdì, le Nazioni Unite hanno risposto con un comunicato all’annuncio di mercoledì di Israele,  secondo il quale l’esercito è esonerato da ogni accusa per l’attacco missilistico a una scuola dell’UNRWA, a Rafah, durante la guerra di Gaza nel 2014, che uccise 15 persone. L’agenzia Onu ha evidenziato che il caso solleva “seri dubbi” sulla condotta militare israeliana in relazione al diritto internazionale.

Secondo la dichiarazione rilasciata dal portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, nel corso di una devastante offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza assediata, il 3 agosto 2014 le forze israeliane lanciarono un missile sulla strada in cui si trovava una scuola dell’UNRWA, che era stata designata come ricovero di emergenza per i profughi palestinesi il 18 luglio e all’epoca dava riparo ad almeno 2.900 Palestinesi.

L’attacco uccise 15 civili, mentre almeno altri 30 rimasero feriti.

Secondo la dichiarazione, i funzionari dell’ONU avevano avvertito l’esercito israeliano con 33 comunicazioni separate che la scuola era usata per dar rifugio ai Palestinesi sfollati a causa degli attacchi aerei israeliani, aggiungendo di aver avvertito le autorità israeliane di nuovo un’ora prima del devastante attacco.

“Ciò solleva seri dubbi sulla condotta delle operazioni militari in relazione agli obblighi di diritto internazionale umanitario e al rispetto per l’inviolabilità e la sacralità degli edifici delle Nazioni Unite ai sensi del diritto internazionale”, ha affermato Gunness nel rapporto.

Gunness ha sottolineato che l’ONU ha continuamente richiesto l’assunzione di responsabilità dei crimini commessi dai militari israeliani durante l’offensiva israeliana del 2014, aggiungendo che “l’indicazione che la responsabilità è stata elusa sarebbe una questione di grave preoccupazione”.

“Prendiamo atto che non è stata accettata alcuna responsabilità penale per i casi riguardanti gli edifici dell’UNRWA – ha aggiunto Gunness -. Le famiglie colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento effettivo e, dal loro punto di vista, questo è certamente visto come un’ulteriore negazione dei loro diritti”.

Secondo la dichiarazione, l’Agenzia Onu non ha ancora ricevuto alcun aggiornamento da parte dell’esercito israeliano riguardo le indagini penali in corso per gli attacchi aerei sui rifugi d’emergenza dell’UNRWA a Beit Hanoun e Jabalia che causarono 29 morti tra i civili.

Mercoledì scorso, l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato che sono stati chiusi 13 indagini penali sui casi di soldati israeliani che commisero violazioni contro i civili palestinesi durante l’attacco israeliano del 2014 nella Striscia di Gaza assediata. Altri 80 sono stati archiviati.

L’attacco aereo nei pressi della struttura dell’UNRWA a Rafah è stato chiuso senza richiedere un’indagine penale, perché “l’esercito israeliano aveva osservato tre presunti militari palestinesi su una motocicletta vicino alla scuola”. Secondo la dichiarazione ONU, l’esercito israeliano aveva deciso di effettuare l’attacco aereo dopo aver svolto “sorveglianza aerea sul percorso della moto” e rilevato “un ampio raggio del percorso stimato della moto, per minimizzare il rischio di danni ai civili sulla strada o nelle sue  prossimità”.

L’esercito israeliano ha ritenuto questo attacco accettabile in base al diritto nazionale e internazionale di Israele.

Secondo un rapporto pubblicato a maggio dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, delle 739 denunce presentate dall’organizzazione, i Palestinesi uccisi, feriti, usati come scudi umani, o le cui proprietà sono state danneggiate dalle forze israeliane, circa il 70 per cento ha portato a un’indagine in cui non è stata intrapresa alcuna azione, o a un’indagine mai aperta.

Solo il 3 per cento dei casi ha portato ad accuse dirette contro i soldati.

L’offensiva israeliana di 51 giorni, “Operazione margine di protezione”, provocò l’uccisione di 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini, secondo le Nazioni Unite.

La Striscia di Gaza ha sofferto a causa del blocco militare israeliano dal 2007, quando Hamas ha assunto il governo del territorio. I residenti di Gaza soffrono di alti tassi di disoccupazione e di povertà, e delle conseguenze di tre guerre devastanti di Israele dal 2008.

L’ONU ha avvertito che il territorio palestinese assediato potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020, con i suoi 1,8 milioni di abitanti che vivono in estrema povertà a causa del quasi decennale blocco israeliano che ha paralizzato l’economia.

Gli abitanti hanno continuato a sperimentare traumi nella loro vita quotidiana dopo l’offensiva israeliana del 2014, e gli sforzi per la ricostruzione hanno ritmi drammaticamente lenti. Circa 75.000 Palestinesi sono ancora sfollati dopo aver perso la casa nel 2014.

(Nella foto: ragazzine palestinesi camminano fra le macerie di edifici nel quartiere orientale di Shejaiya nella città di Gaza distrutta durante la guerra di 50 giorni tra Israele e militanti  di Hamas  nel 2014).

Traduzione di Edy Meroli

Sorgente: La risposta ONU a Israele per la chiusura del caso sull’attacco aereo alla scuola dell’UNRWA nel 2014 | Infopal

Libia. Cade l’ipocrisia: soldati italiani combattono a Misurata

Libia soldati italiani con stemma

 

Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia.  Meglio ci sono,  ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati a nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar.

 

La notizia, diffusa in Italia da La Repubblica,  trova conferma in un documento trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato come “segreto”. Oggi su Sky abbiamo assistito in diretta al patetico tentativo dell’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, di smentire che in Libia siano operativi dei soldati italiani. Un ultimo atto di giornalismo embedded smentito ripetutamente durante tutta la giornata da numerosi altre fonti. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), viene specificato che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa – l’art. 7 bis – approvata lo scorso novembre dal Parlamento, un marchingegno che ha consentito al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei corpi speciali ponendoli però sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse, inclusa l’immunità.

10 agosto 2016 – 

thanks to: Contropiano.org

Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili)

In un nuovo rapporto pubblicato il 20 luglio dall’Ong pacifista israeliana B’Tsalem viene fatta luce definitiva sul numero delle vittime complessive del massacro passato alla storia come la “Guerra di Gaza” o, da parte israeliana, “Margine Protettivo”.

Degli oltre 2200 palestinesi morti, il 63% (quasi 1400) sono civili e oltre 500 bambini (180 con età inferiore ai 6 anni). Nel presentare il rapporto dal titolo “50 giorni, 500 bambini”, la Ong ha sottolineato come fossero tutte menzogne le raccomandazioni da parte dell’esercito del regime israeliano sulla proporzionalità e sulla selezione degli obiettivi. Le cifre simboleggiano la cruda realtà di un massacro autentico.

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili) – World Affairs – L’Antidiplomatico

IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Di Gian Paolo Calchi Novati

Roma, 12 luglio 2016, Nena News – Come ha scritto Chomsky, il mondo occidentale, grazie ai suoi valori e al suo sistema istituzionale, si distingue da altre civiltà perché è capace di riconoscere i massacri che commette o sono commessi in suo nome.  Avendo in mente questo postulato, la vicenda della Commissione Chilcot, che ha indagato sulle responsabilità del governo inglese nella guerra in Iraq del 2003, assume l’aspetto di un apologo che trascende gli eventi specifici.

Un organo espresso dall’establishment di una grande potenza occidentale, – che aveva appena compiuto il passo, falso secondo alcuni benpensanti gelosi di antichi privilegi, di far decidere al popolo il proprio futuro europeo – ha rivelato le falsità e in ultima analisi i crimini dello Stato e personalmente del capo del governo in occasione di un evento di grande portata, che non ha ancora finito di proiettare le sue tragiche conseguenze su tutti noi.

La Commissione era presieduta da un Lord. E anche chi comincia a temere, e persino a lamentare in pubblico, i rischi impliciti in pratiche troppo democratiche, davanti a un Lord non ha argomenti. Non si può neanche dire che gli ottimati hanno rimediato alla distrazione o alla connivenza del popolo. Il popolo di Londra, pur senza conoscere tutti i documenti, aveva già emesso il suo giudizio nella grande dimostrazione di quel “sabato” che Ian McEwan ha posto come proemio di un suo romanzo.

Negli anni bui dell’amministrazione di Bush junior, quando l’unipolarismo (sia pure “imperfetto”, come dimostrò Samuel Huntington in un saggio su Foreign Affairs) conferiva poteri assoluti agli Stati Uniti, che avevano vinto la guerra fredda e non mancavano di ricordarlo in tutte le occasioni, il New York Times identificò nell’opinione pubblica “la seconda potenza mondiale”. Allora c’era ancora spazio per una mobilitazione di massa.

 I rapporti di forza, nel 2003 come nel 2016, hanno impedito però e impediscono di trasformare la denuncia in un’azione politica adeguata. Persino la Brexit si è imposta facendo leva probabilmente su motivazioni tutt’altro che nobili. Un argomento forte per il Leave poteva essere proprio l’impotenza dell’Europa di fronte alla “linea rossa” della guerra che attraversa ormai incontrastata i nostri giorni.

 Le rimostranze tante volte espresse, soprattutto dall’Africa, per l’andamento a senso unico della giustizia penale internazionale trovano una conferma perfetta nell’”affare Blair”. L’incriminazione di Bechir o Gbagbo a confronto del trattamento riservato a Blair, chiamato ovunque per conferenze strapagate, e degli incarichi che gli sono stati conferiti a livello internazionale (addirittura nel Medio Oriente), e che forse svolge ancora, sembra fatta apposta per avallare l’impressione di un sistema che, in tutte le sue espressioni, garantisce all’Occidente un’impunità assoluta.

 Naturalmente Blair non fu mai escluso dal G7 o G8 e quando i disastri degli “errori” commessi in Iraq stavano ancora bruciando si improvvisò, con l’aiuto di Bono, benefattore dell’Africa.

Il costo dei privilegi concessi a Blair, come a Bush, ma anche ai capi di stato e di governo che hanno condotto la guerra contro la Serbia in Kosovo e che hanno via via dato vita a tanti interventi militari con o senza Onu in Asia e Africa, “terre vacanti” come ai tempi del colonialismo reale, si fa sentire pesantemente in tutte le crisi. La pax americana dei nostri giorni ricorda la pax britannica all’epoca della regina Vittoria: più di una guerra all’anno secondo la storia dell’imperialismo inglese di fine Ottocento. scritta da Niall Ferguson.

Di sicuro, quando l’anno prossimo l’Europa celebrerà in Campidoglio i 60 anni dei Trattati di Roma, il tema principale sarà la pace che l’unità dell’Europa ha assicurato. L’autoreferenzialità dell’Europa in un’epoca che si vorrebbe caratterizzata dalla globalizzazione nasconde una forma implicita di esclusività che è di per sé una causa di tensione. Che la sfida all’Occidente sia condotta da movimenti spesso di pura distruzione e al servizio di cause inaccettabili è un prodotto dei tempi. Anche nei nostri paesi la “protesta” degli ultimi o dei penultimi assume l’aspetto dell’”antipolitica”. Si deve andare ben oltre le degenerazioni dell’integralismo religioso o identitario per spiegare le forme che ha assunto il “populismo” dei “dannati della terra”.

Rabindranath Tagore, in un ciclo di conferenze pubblicato nel 1917 con il titolo Nationalism, aveva bollato la nazione come un ricettacolo di potere angusto e spietato, tendente a generare conformismo, e si augurava per l’India una fuoriuscita dalle concezioni basate su razza, etnia o religione. Se la coscienza nazionale non si trasformerà in coscienza sociale, scriveva Fanon, non ci sarà nessun riscatto.

Le contraddizioni che inceppano le sorti della storia impersonata dall’Europa portatrice oltremare di modernità e in ultima analisi di liberta ai popoli arabi, asiatici e africani recalcitranti, sono le stesse a cui Edward Said imputa la perdurante sottomissione dell’Oriente e in genere dei colonizzati all’impero reale o virtuale che detta le sue condizioni con la forza. La tragedia della resistenza del Sud e nel Sud contro il colonialismo e le altre forme di subordinazione, anche di quella che si presenta come nazionalista, è che «essa debba lavorare, almeno fino a un certo punto, per recuperare forme già stabilite, o quanto meno influenzate o infiltrate dalla cultura dell’impero».

La transizione post-coloniale e post-autoritaria nel sistema globale del Terzo mondo, esteso per l’occasione ai Balcani e al Caucaso, è inquinata dall’asimmetria coloniale. Colonizzato significa oggi essere cose potenzialmente anche molto diverse, in posti diversi e in epoche diverse, ma sempre inferiori.

Il mondo post-coloniale è un mondo dopo il colonialismo ma non senza il colonialismo.

Una delle ossessioni del colonialismo e in genere dell’Occidente nei suoi rapporti con le “aree esterne”– lo sanno bene gli storici indiani e dell’India – è la pretesa incapacità degli “indigeni” di organizzare la propria sovranità e di affrontare i problemi di stabilità o di sviluppo senza un contributo dal Centro. È così che i diritti dei popoli a regime illiberale, Kant avrebbe detto non repubblicani, sono alla mercé della “grande politica”.

Nel clima del post-bipolarismo, al posto del comunismo e della rivoluzione, come nemico dell’Occidente è subentrato il “terrorismo”, per il quale non può valere nessuna comprensione come in fondo poteva accadere per il marxismo o i movimenti di liberazione.

È essenziale (e in un certo senso auspicabile) per il sistema ideologico occidentale che si crei un abisso, anche di moralità, fra l’Occidente civilizzato e quanti per qualsiasi ragione non riescono ad apprezzare l’impegno dell’Occidente. Si è fatta ancora più insistita così la pretesa che solo l’azione, ormai pressoché puramente militare, di una o più potenze occidentali, può tirar fuori gli ex-sudditi degli imperi europei – senza differenze fra Iraq, Libia o Bangladesh – dall’arretratezza e dal pericolo per sé e per gli altri.

Sorgente: IRAQ. Il mondo post-coloniale e la commissione Chilcot

Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

The NATO buildup in the Black Sea is part of the alliance’s strategy to expand its military presence along Russia’s borders. The move would destabilize the situation in the region, analysts say.

Sorgente: Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

‘German, French special forces in Syria’

The Syrian government says French and German forces are present in northern Syria, condemning it as an act of “aggression.”

The Syrian Foreign Ministry said on Wednesday French and German forces are deployed to Ain al-Arab, also known as Kobani, and Manbij alongside US military personnel.

“Syria … considers it explicit and unjustified aggression towards its sovereignty and independence,” the official SANA news agency quoted the ministry as saying.

Foreign forces are aiding Syria Democratic Forces (SDF) near Manbij and Syrian Kurdish YPG militia, part of the SDF, in Ain al-Arab, characterizing the aid as part of an offensive against Daesh.

The ministry said any side “wishing to fight against terrorists must coordinate its moves with the legitimate Syrian government, whose army and people are fighting terrorism” across the country.

“Such presence under the pretext of fighting terrorism cannot elude any one,” it added.

The Britain-based Syrian Observatory for Human Rights said French special forces were building a base for themselves near Ain al-Arab.

France’s defense minister said last week that there were also special forces operating in Syria helping the SDF advance towards Manbij.

Berlin, however, was quick to deny the presence of German special forces in Syria.

“There are no German special forces in Syria. The accusation is false,” a spokesman at the Germany’s Defense Ministry said.

The Observatory, however, said German, French and American military advisers, and French and American special forces, were assisting the SDF.

Their presence has raised growing suspicion that the US and Europe are assisting a Kurdish campaign to establish a separate state in Syria.     

On Tuesday, Prime Minister Binali Yildirim said Turkey would not allow cooperation with terrorist organizations in Syria, referring to Kurdish groups which the US supports. 

Ankara and Washington have long been at loggerheads over the role of the US-backed Syrian Kurdish militia.

Turkey says the fighters are a terrorist organization affiliated with the outlawed Kurdistan Workers Party (PKK) but the US sees them as a partner in Syria operations.

In a speech to his ruling AK Party in parliament, Yildirim said Turkey won’t allow formation of new states in Syria.

Syrian men look at damage on June 13, 2016, following airstrikes the previous night on the al-Mashhad in northern Aleppo. © AFP

Syria is currently fighting foreign-backed militants such as Daesh and al-Qaeda-linked Nusra Front on several fronts, including in Aleppo which borders Turkey.

On Wednesday, the Syrian Observatory for Human Rights said fierce battles between government forces and Takfiri terrorists in Aleppo had left 70 fatalities in less than 24 hours.

The monitor said Syrian forces retook the villages of Zaytan and Khalasa to the southwest of the Aleppo city after losing control of them hours earlier.

The area overlooks the government supply road around the south of Aleppo, linking government-held Nayrab airport to the city’s southeast and areas controlled by government forces to its west.

The Syrian daily al-Watan said Russian fighter jets resumed their missions in Aleppo, targeting positions of al-Nusra Front and allied forces on Wednesday.

Moscow launched airstrikes against Daesh and other terrorist groups in Syria on September 30 upon a request from the Damascus government.

Sorgente: PressTV-‘German, French special forces in Syria’

In the Face of Russian Warnings, US Says It Will Remain in Black Sea

Russia has warned that the presence of the USS Porter in the Black Sea is a provocation, but the United States says it intends to stay.

The USS Porter, an Arleigh Burke-class destroyer, entered the Black Sea last month, sparking criticism from Moscow as being yet another example of the US military encroaching on Russia’s borders.

“American warships do enter the Black Sea now and then. Certainly, this does not meet with [Russia’s] approval and will undoubtedly lead to planning response measures,” said Andrey Kelin, head of the Russian Foreign Ministry’s European Cooperation Department.

“If a decision is made to create a permanent force, of course, it would be destabilizing, because this is not a NATO sea.”

But the US Navy has no intention of leaving the region. Speaking from the USS Mason in the Mediterranean, Navy Secretary Ray Mabus told reporters that the Western presence is necessary to prevent “Russian aggression.”

“We’re going to be there,” he said. “We’re going to deter. That’s the main reason we’re there – to deter potential aggression.”

Referring to the deployment of two US Navy aircraft carriers to the Mediterranean ahead of the NATO Summit in Warsaw next month, Mabus added that the Pentagon plays an important role in maritime security.

“We’ve been in the Mediterranean continuously for 70 years now, since World War II,” he said. “We’ve been keeping the sea lanes open…It’s what we do.”

With its own Black Sea Fleet operating out of Sevastopol, Russia views these maneuvers as the latest example of NATO’s eastward expansion. The alliance plans to station four new battalions in the Baltics and Poland, and has installed a new missile defense system in the region.

Any permanent stationing of a US warship in the waterway would be a violation of the Montreux Convention, which states that countries without a Black Sea coastline cannot keep military ships in the region for more than 21 days.

Sorgente: In the Face of Russian Warnings, US Says It Will Remain in Black Sea

Russia Vows Countermeasures After US Vessel Enters Black Sea

Months after Russian jets responded to the USS Donald Cook in the Baltic, a US destroyer is now testing the waters of the Black Sea.

On Monday, the guided-missile destroyer USS Porter entered the Black Sea to participate in bilateral military exercises as part of Operation Atlantic Resolve.

“The United States continues to demonstrate its commitment to the collective security of our NATO allies and support for our partners in Europe,” reads a statement from the US Navy, adding that the ship’s operations are meant to “enhance maritime security and stability, readiness, and naval capability with our allies and partners.”

The Russian government has criticized the presence of a US warship near its borders as a provocation and has vowed to take necessary countermeasures.

“American warships do enter the Black Sea now and then. Certainly, this does not meet with [Russia’s] approval and will undoubtedly lead to planning response measures,” said Andrey Kelin, head of the Russian Foreign Ministry’s European Cooperation Department.

Kelin also expressed disapproval of the USS Harry S. Truman’s deployment to the Mediterranean, ahead of NATO’s Warsaw summit in July, a move he described as an obvious “show of power.”

“There is nothing special about the movement of US vessels in this case. We know that aircraft carriers are moving the Mediterranean Sea and elsewhere, they have a right to do so, this is freedom of navigation,” he said.

“But in general, this is a definite increase in [Russia-US] relations and all this is done ahead of the NATO summit in Warsaw – this is a demonstration of force.”

The USS Porter is expected to make port calls while operating in the Black Sea.

“We will see how things move forward,” Kelin said. “But overall, we can absolutely not give up on the most important channel of cooperation and dialogue.”

Speaking with radio Zvezda, military expert Viktor Murakhovsky also condemned the presence of American warships near Russia’s borders.

“Permanent deployment of US destroyers in the European theater of war is already a provocation,” he said, noting that there are four other similar US vessels permanently stationed at a Spanish naval base.

In April, the USS Donald Cook sailed near Russian waters in the Baltic Sea, resulting in its interception by a pair of Su-24 bomber jets. US officials described the jets’ maneuvers as “aggressive,” as well as “unsafe and unprofessional.”

Writing about the incident for The American Conservative, political commentator Pat Buchanan observed that “the Russian planes carried no missiles or bombs.” This, he argued, was an indication that their “message [was]: What are the Americans doing here?”

“US warships based in Bahrain confront Iranian subs and missile boats in the Gulf. Yet in each of these regions it is not US vital interests that are threatened, but the interests of allies who will not man-up to their own defense duties, preferring to lay them off on Uncle Sam,” Buchanan said.

“And America is beginning to buckle under the weight of its global obligations.”

Sorgente: Russia Vows Countermeasures After US Vessel Enters Black Sea

J. Steppling: “Hillary è più temibile di Trump perché ama la guerra. E’ una sadica sociopatica”

J. Steppling: Hillary è più temibile di Trump perché ama la guerra. E' una sadica sociopatica

L’AntiDiplomatico intervista il noto drammaturgo statunitense. “La propaganda anti russa è davvero senza respiro. Ed è iniziata, in particolare per opera dei liberal a stella e strisce, grazie alla colonizzazione dei Clintons di Hollywood”.

di Alessandro Bianchi*

John Steppling è un grande drammaturgo e sceneggiatore statunitense. Uno dei fondatori del Padua Hills Playwrights Festival e Rockefeller Fellow, ha vinto nel corso della sua carriere numerosi riconoscimenti, tra cui il PEN-West come miglior sceneggiatore. L’influenza di Steppling, attraverso le sue prime opere Close, The Shaper, and The Dream Coast, è stata enorme per tutta una generazione di commediografi californiani, tra cui Jon Robin Baitz, Marlene Mayer, Kelly Stuart e Michael Sargent. Per una delle sue ultime opere Phantom Luck ha vinto nel 2010 il prestigioso LA Award.

Nel corso della sua carriera si è molto occupato di politica con libertà e coraggio. Doti che in occidente non sono molto comuni. Sono note, in particolare, le sue critiche contro le scelte sanguinarie in politica estera degli Stati Uniti.

Dopo il grande giornalista australiano John Pilger, come AntiDiplomatico abbiamo avuto il privilegio di rivolgere anche a Steppling alcune domande sulla politica internazionale attuale.

L’Intervista.

Partirei da una domanda brutale sulle campagne presidenziali statunitensi. Ma cosa è diventato il suo Paese se come migliore candidato, in quanto meno pericoloso per la sopravvivenza del mondo, offre Donald Trump?

“Beh, la domanda è veramente centrale. Ma io direi che razza di paese è quello che offre Donald Trump e Hillary Clinton, ma anche George Bush o Ronald Reagan o Spiro Agnew o Mitt Romney?  Per non parlare di Bill Clinton, colui che tra cent’anni, se esisterà ancora il genere umano, sarà ricordato come il peggior presidente della storia degli Stati Uniti per aver introdotto il Patriot act, il NAFTA, l’espansione della NATO e aver distrutto lo stato di diritto nel paese. Ha fatto tutto questo con la presunzione di portare avanti il volere di una democrazia liberale. Rispetto a queste scelte di estrema destra intraprese da questo Presidente, Nixon passa come un socialista. Non eleggiamo mai il migliore e più intelligente. Si tratta solo di teatro elettorale”.

In un recente sondaggio oltre il 53% dei cittadini statunitensi si sono dichiarati contrari sia a Hillary Clinton che a Donald Trump. Per quanto tempo nell’immaginario collettivo continueremo a considerare gli Stati Uniti una democrazia? 
“Non credo che negli Stati Uniti ci sia una democrazia funzionante dal 1963. L’anno dove un colpo di stato è intercorso nel paese. Certo, a qualche buon pensante può dar fastidio quest’ultima definizione, chiamatelo come volete, ma l’assassinio di Kennedy non è stato chiaramente opera di Lee Harvey Oswald, ma di una manovra interna allo Stato, probabilmente ordita dai fratelli Dulles e altri neo-colonialisti anti comunisti. Kennedy odiava la CIA. Ha iniziato come un prodotto tipico del suo background, è vero, ma aveva cambiato indirizzo… o perlomeno abbastanza da giustificare la sua fine. Quindi, non penso che gli Stati Uniti siano da allora una democrazia. Alcune elezioni locali contano in modo limitato, ma è tutto qui. In questo contesto, ritengo che fino a quando le masse di cittadini non si ribellino a questo spettacolo triste, nulla cambierà.
Continuare con questa farsa è una prospettiva altamente auto-lesionista. E questo è il motivo per cui lo Stato promuove, tramite i media mainstream, l’elezione come se fosse una corsa tra cavalli o qualunque altro sport. Le persone diventano ossessionate dalle tattiche e non dal senso più profondo della politica”.
Bernie Sanders era realmente il cambiamento che in molti in Europa hanno descritto?

“No”.

Cosa accadrebbe al mondo con una presidenza di Hillary Clinton?
“Beh Hillary mi spaventa molto di più di Trump. E penso di aver già risposto alla domanda. La paura all’interno degli Stati Uniti con Trump è che quest’ultimo seguirà e darà potere al pensiero dei suoi seguaci. Si temono, quindi, aumenti in crimini basati sull’odio e attacchi contro le comunità di immigrati. Non può Trump logicamente deportare 10 milioni di persone o costruire un muro ridicolo, ma dovrà comunque fare qualcosa per soddisfare la rabbia dei suoi seguaci. In politica estera Trump è completamente imprevedibile, probabilmente preferisce e predilige alcune tendenze isolazioniste. Detto questo, la verità è che Trump di politica estera conosce davvero poco e dovrà affidarsi a collaboratori e consiglieri che saranno gli stessi che utilizzerebbe Hillary, che sono gli stessi che ha utilizzato Bush, Bill Clinton… Nulla cambia. I joint chiefs, i ricchi donatori, i falchi intorno al Pentagono e i guerrieri di vecchia data come Kissinger, sono tutti loro che decidono la politica estera statunitense.
Ma io temo di più Hillary perché lei ama la guerra. E’ una sadica sociopatica. E’ così, non sto esagerando. Molto dipenderà poi da chi sceglierà per guidare il Dipartimento di Stato, io ho previsto qualcuno alla Wesley Clark. La Clinton provocherà la Russia e la Cina il più possibile. E, con il fedele alleato Israele, perseguirà con violenza i suoi obiettivi bellici in Medio Oriente”.
Cosa ha provato quando ha visto Obama parlare recentemente ad Hiroshima e non chiedere scusa per quanto fatto dal suo paese, dichiarando poi quasi sarcasticamente – in quanto alla guida della prima potenza atomica del mondo – di auspicare un pianeta senza armi nucleare?
“Nessuna sorpresa. Ma ho provato vergogna per il mio paese”.
L’espansionismo sempre maggiore degli Stati Uniti arriverà ad un punto di rottura e collisione con la Cina? 
“Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare che gli Stati Uniti sono una grande potenza militare ma sono anche un paese in una delicata fase economica. Riescono ad imporre il loro volere al resto del mondo dal punto di vista militare, ma sempre meno dal punto di vista economico. Come gli Usa si comportano con la Cina, è esattamente lo stesso che li ha portati a devastare l’Iraq e la Libia. Sono stupidi e provinciali in molti aspetti. E questo è il motivo per cui sin dai tempi di Dulles hanno pensato di inviare spie da infiltrare nel governo di Mao. Dal tempo del colpo di stato in Iran, gli Stati Uniti non hanno mai dato peso alla storia o alla cultura”.
Anche se è la Nato che sta portando le sue installazioni sempre più a est, in Europa la nostra informazione alimenta un pericolo di una Russia aggressiva. A chi giova alimentare questo sentimento di russofobia?
“La propaganda anti russa è davvero senza respiro. Ed è iniziata, in particolare per opera dei liberal a stella e strisce, grazie alla colonizzazione dei Clintons di Hollywood. Guardate, ad esempio, la serie TV House of Cards: è pura propaganda Clintoniana. Spacey conosce Bill, naturalmente, e lo show runner era un ex operaio nella “mafia” di Hillary. Poi guardate Madam Secretary … un altro esempio di intrattenimento ad uso promozionale dell’agenda Clinton. E Obama è, naturalmente, un boiardo di partito, un funzionario che è stato elevato a Presidente per ragioni di forza maggiore. E ‘stata una mossa brillante. Pensate che, anche dopo la sua misera presidenza, immorale e orribile, è molto amato da molti liberal. I professionisti bianchi adorano Obama e ora accoglieranno Hillary. Il baraccone di Bernie Sanders era, come ha scritto Bruce Dixon, il cane del pastore che doveva portare i liberal di sinistra (pecore) a bordo con Hillary. A quasi nessuno piace Hillary. E’ un terribile candidato”.
Dall’avvento delle cosiddette primavere arabe, iniziate con il noto discorso di Obama all’Università del Cairo del 2009, il Mediterraneo orientale è divenuto una polveriera. Si è trattato di un piano esterno di distruzione pianificata di stati sovrani ostili a Washington, Libia e Siria in particolare, o reale ricerca di democrazia e libertà?
“Penso che sia stato così. Voglio dire, questo è esattamente quello che la classe dominante negli Stati Uniti, stupida, culturalmente ignorante, ha voluto. Ma l’origine di questo metodo che ha portato alla distruzione di paesi sovrani in quell’aerea ha una data precisa: il bombardamento della ex Jugoslavia per l’espansione della Nato e la creazione di un sacco di piccoli stati dipendenti. Hanno distrutto l’ultimo paese nominalmente socialista in Europa con la demonizzazione di Milosevic e i serbi, sostenendo i croati fascisti e il KLA. E poi hanno creato questo feudo protettorato gangster in Kosovo. Perfetto.
La distruzione dell’Ex Jugoslavia è anche il momento in cui la nuova sinistra di marca e flaccida, la sinistra di carriera negli Stati Uniti e nel Regno Unito ha iniziato ad essere complice. Zizek è il peggiore, naturalmente. Mi spiegate perché qualcuno pensa ancora che sia di sinistra? E ‘un razzista dichiarato e cripto-fascista. Ma altri, come Richard Seymour e Zunes, ma, in generale, tutti i pseudo liberal hypster a vita bassa della stampa come VICE sono coloro che hanno servito in blocco il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e lo si può vedere anche in pubblicazioni come Jacobin. C’è da rabbrividire. La loro copertura culturale è imbarazzante. Questo populismo falso che ha infettato la sinistra liberal bianca è dannosa”.
E’ giusto definire oggi Aleppo come la “Stalingrado della Siria” e “il cimitero dei sogni del fascista Erdogan” come ha dichiarato il presidente siriano Assad?
“Beh, non è lontano dal dire il vero. Assad è certamente oggi il principale obiettivo occidentale”.
Che ruolo giocano, secondo lei, le ONG dei diritti umani nel contesto internazionale attuale? 
“Penso che Arundhati Roy abbia espresso la critica più efficace sulle ONG un decennio fa. Sono lì per impedire che movimenti di massa si formino. Ecco a cosa servono. Le “bande degli aiuti” servono a limitare il potenziale per la rivoluzione nei vari paesi. Guardate chi sono le persone che gestiscono Amnesty oggi, persone legate a doppio filo con i raccapriccianti think tank con sede a Washington e gruppi statali di facciata del Dipartimento come Freedom House e simili”.
14 anni fa, falliva il colpo di stato in Venezuela contro il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez e iniziava l’uscita degli Stati Uniti dall’America Latina. Poco dopo, gli Usa invasero l’Iraq. Oggi che nel Mediterraneo orientale l’egemonia traballa, Washington utilizza tutte le sue armi note per tornare in America Latina. Ha ragione secondo Lei il Presidente Rafael Correa quando dice che siamo di fronte ad un nuovo Piano Condor nella regione? 
“Ha assolutamente ragione. Gli sforzi di destabilizzazione in Venezuela sono stati tremendi. Ma anche in Ecuador, come in Brasile. La mano di Hillary l’abbiamo vista in Honduras. E abbiamo visto i Clintons ad Haiti. Il disegno è chiaro”.
E se si, considerando anche quanto avvenuto in Brasile, Ecuador e Bolivia, quali tecniche vengono utilizzate oggi?
“Oscar Schemel ha scritto a proposito: “Una delle variabili su cui si basano queste campagne è l’aggravamento dei problemi, l’esagerazione degli stessi,  attraverso una campagna mediatica crescente per generare un clima di ansia. Dopo appena una settimana di code, le persone stavano comprando le candele, oltre al cibo, perché hanno sentito dell’avvicinarsi di un colpo di stato, di saccheggi e di esplosione sociale”.
Questa è la guerra psicologica totale. Il Dipartimento di Stato Usa si infiltra e mistifica la situazione reale. Propaganda al lavoro. E i famosi Op Ed (Editoriali) dei principali quotidiani, la maggior parte dei quali sono di proprietà dell’elite al potere, fanno il resto. Gli Stati Uniti sono i principali responsabili. Ma, secondo voi, come sono diventate ricche le famiglie del Sud America che vogliono un ritorno al feudalesimo? E, che tristezza, vedere servi del neo-colonialismo statunitense come Leopoldo Lopez presi a modello dalla finta sinistra negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa. E’ stupefacente. Ma vedete, è così profondo il timore di questi nuovi personaggi in cerca di carriera a sinistra di essere chiamati stalinisti, o essere legati al comunismo reale … che preferiscono essere associati a stridenti reazionari”.
Il futuro del mondo offre al momento due possibili binari: un unilateralismo statunitense, soprattutto in caso di presidenza Clinton, fatto di aree di “libero” scambio imposte in giro per il mondo sul Modello Nafta (il TTIP in Europa ad esempio), con milioni di poveri disperati prodotti e profitti per le multinazionali, e la distruzione pianificata con il caos di tutti i paesi che si ribellano a questa visione stile Libia e Siria; oppure un periodo di multilateralismo, rispetto della sovranità, autodeterminazione dei popoli e di pace se si dovesse rafforzare il progetto alternativo al Washington Consensus dei Brics e l’integrazione regionale dell’America Latina ideata e voluta da Chavez, Castro, Lula e Kirchner. Siamo lontani dalla realtà? E quale delle due visioni prevarrà?
“Non posso fare previsioni, chiaramente. Ma so che quello che l’elite degli Stati Uniti vuole è il dominio globale. Questa è l’idea di fondo che muove operazioni sotto falsa bandiera, la propaganda mediatica e la costante infiltrazione di movimenti di opposizione al fine di neutralizzare ogni possibile reazione. Utilizzano pura propaganda per abbattere chi si oppone. E la guerra economica, chiaramente. Se tutto fallisce, alla fine, bombardano”.

*Si ringrazia per la realizzazione dell’intervista Andre Vltchek

thanks to: l‘Antidiplomatico

Global Peace Index 2016: solo dieci paesi non sono impegnati in nessun conflitto

Il mondo sta diventando un luogo sempre più pericoloso e ora ci sono solo dieci paesi che possono essere considerati completamente liberi da conflitti, secondo gli autori del decimo Global Peace Index .

Il peggioramento dei conflitti del Medio Oriente, la mancanza di una soluzione alla crisi dei rifugiati e un aumento delle morti per attacchi terroristici hanno reso il mondo meno pacifico nel 2016 rispetto al 2015.

E ora ci sono sempre meno paesi in tutto il mondo che possono essere considerati veramente in pace – in altre parole, non impegnati in alcun conflitto sia internamente che esternamente – rispetto al 2014 .
Secondo l’Istituto per l’Economia e la Pace, PEI, un think tank che ha prodotto l’indice negli ultimi 10 anni, solo Botswana, Cile, Costa Rica, Giappone, Mauritius, Panama, Qatar, Svizzera, Uruguay e Vietnam sono esenti da conflitti.
Il Brasile è il paese che ha abbandonato la lista, dato che suscita una seria preoccupazione in vista delle Olimpiadi di Rio.
Ma forse il dato più notevole che emerge dall’indice di quest’anno è la misura in cui la situazione in Medio Oriente trascina verso il basso il resto del mondo quando si tratta di tranquillità.

L’indice mostra che 81 paesi sono diventati più tranquilli nel corso dell’anno passato, mentre la situazione è peggiorata in 79.
A differenza degli anni precedenti, tuttavia, il PEI ha notato una chiara tendenza in cui i paesi più pacifici migliorano ulteriormente mentre i paesi meno pacifici peggiorano –  “la disuguaglianza di pace” in tutto il mondo.
“Il motivo principale è la nostra incapacità di risolvere i conflitti che stanno emergendo”, ha spiegato il fondatore del PEI, Killelea. “I conflitti in Afghanistan e in Iraq sono in corso da oltre un decennio, poi sono arrivati Siria, Libia e Yemen.  Questo [fallimento] è la chiave del problema.
L’indice mostra che l’instabilità politica è peggiorata in 39 paesi negli ultimi 12 mesi, tra cui quello che il rapporto descrive come il “caso eclatante” del Brasile.
L’Islanda è stata ancora una volta nominato il paese più pacifico del mondo, seguita da Danimarca, Austria, Nuova Zelanda e Portogallo. La Siria è stata ancora una volta nominata il paese meno pacifico .
Alla domanda su come il resto del mondo può imparare dall’Islanda, Killelea ha detto: “Non è solo l’Islanda, c’è tutta una serie di paesi da cui possiamo imparare. Praticano ciò che noi chiamiamo pace positiva, che sono i fattori che creano e sostengono società pacifiche “.
Il PEI cerca di definire la pace positiva in termini numerici, dando ai paesi punteggi per una serie di fattori, tra cui “l’accettazione dei diritti degli altri”, “bassi livelli di corruzione”, “il libero flusso di informazioni” e un “governo ben funzionante” .
Infine, l’indice ha identificato l’Europa ancora una volta come la regione più pacifica del mondo, che ospita sette dei primi 10 paesi della lista.
Eppure il continente non è immune alla guerra – Gran Bretagna, Francia, Belgio e altri sono pesantemente coinvolti nel conflitto esterno in Medio Oriente, e di fronte a una minaccia crescente per la pace dal terrorismo internazionale.
Quindi, dati tutte gli avvertimenti per la sicurezza dell’Europa se la Gran Bretagna dovesse lasciare l’UE, il PEI prevede un cambiamento nelle fortune della regione in caso di Brexit?
“E ‘improbabile che ci sia un effetto a breve termine”, ha detto Killelea. “Ma le ramificazioni a lungo termine, più per la Gran Bretagna che per [il resto] d’Europa, probabilmente dipenderanno da quello che sarà il risultato economico di una Brexit
“Se l’economia resta solida la Gran Bretagna manterrà gli attuali livelli di pace. Tuttavia, se c’è un deterioramento dell’economia potrebbe esserci un impatto negativo sulla tranquillità “.

Sorgente: Global Peace Index 2016: solo dieci paesi non sono impegnati in nessun conflitto – World Affairs – L’Antidiplomatico

Libya rejects foreign military intervention

The prime minister of Libya’s UN-backed unity government has ruled out a foreign military intervention in the fight against Daesh terrorists.

The Libyan prime minister has dismissed the possibility of an international military intervention purportedly aimed at boosting the anti-Daesh fight in the conflict-plagued country.

“It’s true that we need help from the international community in our fight against terrorism and it’s true that this is something we have already received,” Fayez al-Sarraj said in an interview with French weekly newspaper Le Journal du Dimanche published on Sunday.

“But we are not talking about international intervention,” Sarraj said, noting that foreign boots on Libyan soil could offend national pride and runs “contrary to our principles.”

“Rather we need satellite images, intelligence, technical help… not bombardments,” he pointed out.

Sarraj further noted that “total victory over Daesh in Sirte is close.”

“(We hope) that this war against terrorism will be able to unite Libya. But it will be long. And the international community knows that,” he said.

On Friday, Sarraj had said he was confident that forces loyal to Libya’s UN-backed unity government, known as Government of National Accord (GNA), would liberate the coastal city of Sirte, the main stronghold of Daesh terrorists in Libya.

Forces loyal to Libya’s UN-backed unity government are seen during clashes with Daesh terrorists on the western outskirts of Sirte on June 2, 2016. ©AFP

In another development on Saturday, GNA loyalists took control of Ghardabiya air base, which lies about 20 kilometers (12 miles) south of Sirte, from Daesh extremists.

Spokesman Mohamed al-Gasri described the capture as strategically significant given that it cut off Daesh supply routes and “trapped them further” within the city.

Gasri added that three fighters from the government-backed brigades lost their lives and five others sustained injuries during Saturday’s clashes.

GNA forces also announced that they had liberated the town of Abu Hadi, situated 15 kilometers (9.3 miles) southeast of Sirte, from the clutches of Daesh Takfiris.

Separately, two militia groups operating in eastern Libya have expressed their support for the UN’s unity government, which seeks to put an end to years of factional power struggles.

Forces loyal to Libya’s UN-backed unity government are seen during clashes with Daesh terrorists around 23 kilometers (14 miles) west of Sirte on June 2, 2016. ©AFP

On Saturday, the commanders of the special anti-terrorist force and a military intelligence brigade held a joint press conference with GNA Defense Minister-designate al-Mahdi al-Bargathi, and decided to throw their support behind the GNA.

Libya has had two rival governments since 2014, when politician Khalifa Ghweil and his self-proclaimed government seized control of the capital, Tripoli, with the support of militia groups, forcing the internationally-recognized government to move to the country’s remote eastern city of Tobruk.

The two governments achieved a consensus on forming a unity government, the GNA, last December after months of UN-brokered talks in Tunisia and Morocco to restore order in the country.

Sorgente: PressTV-Libya rejects foreign military intervention

The Legacy of the Obama Administration: An Interview With Noam Chomsky

President Barack Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)President Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)

 

Anyone looking attentively at contemporary developments in the United States will surely notice that the country is undergoing a profound crisis of purpose and institutional legitimacy under a neoliberal regime in overdrive. And this is occurring less than eight years after the election of Barack Obama, whose political campaign raised hopes for a shift away from the neoconservative fallacies and imperial crimes that characterized the administration of George W. Bush.

Welcome to the future of the past. The United States is a nation in disarray whose economic and political elite are still trying to recapture and reproduce the Gilded Age at a time when the overwhelming majority of citizens are experiencing a sharp decline in their standard of living and an increase in large-scale economic insecurity, coupled with sharply diminishing social services, a collapsing infrastructure and loss of hope in the future. Hence the explanation for the rise of political charlatans like Donald Trump, a man who aspires to become president without even pretending to have what may be loosely described as a coherent ideology (which is why the popular version among certain segments of the US progressive movement that Donald Trump is a “fascist” is a crude joke). Hence, also, the appearance on the national political stage of Bernie Sanders, whose message about the need for a more democratic United States resonates extremely well with young people, many of whom fear that, given the current conditions, their future will involve massive unemployment and economic insecurity.

Be that as it may, it seems beyond reasonable doubt at this point that the November election will be between a Republican candidate who believes that the rich deserve to get richer off the brutal exploitation of the working class and a Democrat who has fully embraced neoconservatism on foreign policy issues and is in bed with the Wall Street wolves. In this respect, Hillary Clinton hardly offers a meaningful alternative to Donald Trump, whose incoherent mumblings have scared even the Republican establishment to the point that his opponent can count on measurable support, both in terms of money and votes, from traditional conservatives and many neoconservatives.

With the November election still several months away, it would be instructive to reflect on the state of the country and the world under the Obama administration as the past always shapes and conditions the present. Noam Chomsky, one of the US’ premier dissidents, social critics and intellectuals for more than half a century, was among a handful of souls who never “bought” the promotion of Barack Obama as a real reformer, let alone a sincere progressive. In this exclusive interview with Truthout, Chomsky lays bare the reasons why Obama’s election did not lead to any significant changes in the realms of foreign and economic policy making, although it did represent some kind of progress after eight grim years of neoconservative rule under a messianic administration.

CJ Polychroniou: Barack Obama was elected in 2008 as president of the United States in a wave of optimism, but at a time when the country was in the full grip of the financial crisis brought about, according to Obama himself, by “the reckless behavior of a lot of financial institutions around the world” and “the folks on Wall Street.” Obama’s rise to power has been well documented, including the funding of his Illinois political career by the well-known Chicago real estate developer and power peddler Tony Rezko, but the legacy of his presidency has yet to be written. First, in your view, did Obama rescue the US economy from a meltdown, and, second, did he initiate policies to ensure that “reckless financial behavior” would be kept at bay?

Noam Chomsky: On the first question, the matter is debated. Some economists argue that the bank rescues were not necessary to avoid a serious depression, and that the system would have recovered, probably with some of the big banks broken up. Dean Baker for one. I don’t trust my own judgment enough to take a strong position.

On the second question, Dodd-Frank takes some steps forward — making the system more transparent, greater reserve requirements, etc. — but congressional intervention has cut back some of the regulation, for example, of derivative transactions, leading to strong protests [of] Frank. Some commentators, Matt Taibbi for one, have argued that [the] Wall Street-Congress conniving undermined much of the force of the reform from the start.

What do you think were the real factors behind the 2008 financial crisis?

The immediate cause of the crisis was the housing bubble, based substantially on very risky subprime mortgage loans along with exotic financial instruments devised to distribute risk, reaching such complexity that few understand who owes what to whom. The more fundamental reasons have to do with basic market inefficiencies. If you and I agree on some transaction (say, you sell me a car), we may make a good bargain for ourselves, but we do not take into account the effect on others (pollution, traffic congestion, increase in price of gas, etc.). These “externalities,” so called, can be very large. In the case of financial institutions, the effect is to underprice risk by ignoring “systemic risk.” Thus if Goldman Sachs lends money, it will, if well-managed, take into account the potential risk to itself if the borrower cannot pay, but not the risk to the financial system as a whole. The result is that risk is underpriced. There is too much risk for a sound economy. That can, in principle, be controlled by sound regulation, but financialization of the economy has been accompanied by deregulation mania, based on theological notions of “efficient markets” and “rational choice.” Interestingly enough, several of the people who had primary responsibility for these destructive policies were chosen as Obama’s leading economic policy advisers (Robert Rubin, Larry Summers, Tim Geithner and others) during his first term in the White House. Alan Greenspan, the great hero of a few years ago, eventually conceded quietly that he did not understand how markets work — which is quite remarkable.

There are also other devices that lead to underpricing risk. Government rules on corporate governance provide perverse incentives: CEOs are highly rewarded for taking short-term risks, and can leave the ruins to someone else, floating away on their “golden parachutes,” when collapse comes. And there is much more.

Didn’t the 2008 financial crisis reveal once again that capitalism is a parasitic system?

It is worth bearing in mind that “really existing capitalism” is remote from capitalism — at least in the rich and powerful countries. Thus in the US, the advanced economy relies crucially on the dynamic state sector to socialize cost and risk while privatizing eventual profit — and “eventual” can be a long time: In the case of the core of the modern high-tech economy, computers and the internet, it was decades. There is much more mythology that has to be dismantled if the questions are to be seriously posed.

Existing state-capitalist economies are indeed “parasitic” on the public, in the manner indicated, and others: bailouts (which are very common, in the industrial system as well), highly protectionist “trade” measures that guarantee monopoly pricing rights to state-subsidized corporations, and many other devices.

During his first term as president, you admitted that Obama faced an exceptionally hostile crowd in Capitol Hill, which of course remained hostile throughout his two terms. Be that as it may, was Obama ever a real reformer or was he more of a public manipulator who used popular political rhetoric to sideline the progressive mood of the country in an era of great inequality and mass discontent over the future of the USA?

Obama had congressional support for his first two years in office, the time when most presidential initiatives are introduced. I never saw any indication that he intended substantive progressive steps. I wrote about him before the 2008 primaries, relying on the webpage in which he presented himself as a candidate. I was singularly unimpressed, to put it very mildly. Actually, I was shocked, for the reasons I discussed.

Consider what Obama and his supporters regard as his signature achievement, the Affordable Care Act. At first, a public option (effectively, national health care) was dangled. It had almost two-thirds popular support. It was dropped without apparent consideration. The outlandish legislation barring the government from negotiating drug prices was opposed by some 85 percent of the population, but was kept with little discussion. The Act is an improvement on the existing international scandal, but not by much, and with fundamental flaws.

Consider nuclear weapons. Obama had some nice things to say — nice enough to win the Nobel Peace Prize. There has been some progress, but it has been slight and current moves are in the wrong direction.

In general: much smooth rhetoric, some positive steps, some regression, overall not a very impressive record. That seems to me a fair assessment, even putting aside the quite extraordinary stance of the Republican party, which made it clear right after Obama’s election that they were, substantially, a one-issue party: prevent the president from doing anything, no matter what happens to the country and the world. It is difficult to find analogues among industrial democracies. Small wonder that the most respected conservative political analysts (such as Thomas Mann or Norman Ornstein of the conservative American Enterprise Institute) refer to the party as a “radical insurgency” that has abandoned normal parliamentary politics.

In the foreign policy realm, Obama claimed to strive for a new era in the US, away from the militarism of his predecessor and towards respect for international law and active diplomacy. How would you judge US foreign and military strategy under the Obama administration?

He has been more reluctant to engage troops on the ground than some of his predecessors and advisers, and instead has rapidly escalated special operations and his global assassination (drone) campaign, a moral disaster and arguably illegal as well [on the latter matter, see Mary Ellen O’Connell, American Journal of International Law volume 109, 2015, 889f]. On other fronts, it is a mixed story. Obama has continued to bar a nuclear weapons-free (technically, WMD-free) zone in the Middle East, evidently motivated by the need to protect Israeli nuclear weapons from scrutiny. By so doing, he is endangering the Nonproliferation Treaty, the most important disarmament treaty, which is contingent on establishing such a zone. He is dangerously escalating tensions along the Russian border, extending earlier policies. His trillion-dollar program for modernizing the nuclear weapons system is the opposite of what should be done. The investor-rights agreements (called “free trade agreements”) are likely to be generally harmful to populations, [and] beneficial to the corporate sector. Sensibly, he bowed to strong hemispheric pressures and took steps towards normalization of relations with Cuba. These and other moves amount to a mixed story, ranging from criminal to moderate improvement.

Looking at the state of the US economy, one can easily argue that the effects of the financial crisis of 2007-08 are not only still around, but that we have in place a set of policies which continue to suppress the standard of living for the working population and produce immense economic insecurity. Is this because of neoliberalism and the peculiarities of the nature of the US economy, or are there global and systemic forces at play such as the free movement of capital, automation and the end of industrialization?

The neoliberal assault on the population remains intact, though less so in the US than in Europe. Automation is not a major factor, and industrialization isn’t ending, just being off-shored. Financialization has of course exploded during the neoliberal period, and the general policies, pretty much global in character, are designed to enhance private and corporate power. That sets off a vicious cycle in which concentration of wealth leads to concentration of political power, which in turn yields legislation and administrative practices that carry the process forward. There are countervailing forces, and they might become more powerful. The potential is there, as we can see from the Sanders campaign and even the Trump campaign, if the white working class to which Trump appeals can become organized to focus on their real interests instead of being in thrall to their class enemy.

To the extent that Trump’s programs are coherent, they fall into the same general category of those of Paul Ryan, who has granted us the kindness of spelling them out: increase spending on the military (already more than half of discretionary spending and almost as much as the rest of the world combined), and cut back taxes, mainly on the rich, with no new revenue sources. In brief, nothing much is left for any government program that might be of benefit to the general population and the world. Trump produces so many arbitrary and often self-contradictory pronouncements that it isn’t easy to attribute to him a program, but he regularly keeps within this range — which, incidentally, means that his claims about supporting Social Security and Medicare are worthless.

Since the white working class cannot be mobilized to support the class enemy on the basis of their actual programs, the “radical insurgency” called “the Republican Party” appeals to its constituency on what are called “social-cultural issues”: religion, fear, racism, nationalism. The appeals are facilitated by the abandonment of the white working class by the Democratic Party, which offers them very little but “more of the same”…. It is then facile for the liberal professional classes to accuse the white working class of racism and other such sins, though a closer look often reveals that the manifestations of [this] deep-rooted sickness of the society are simply taking different forms among various sectors.

Obama’s charisma and undoubtedly unique rhetorical skills were critical elements in his struggle to rise to power, while Donald Trump is an extrovert who seeks to project the image of a powerful personality who knows how to get things done even if he relies on the use of banalities to create the image he was to create about himself as a future leader of a country. Do personalities really matter in politics, especially in our own era?

I am very much down on charismatic leaders, and as for strong ones, [it] depends on what they are working for. The best, in our own kind of societies, I think, are the FDR types, who react to, are sympathetic to and encourage popular movements for significant reform. Sometimes, at least.

And politicians to be elected to a national office have to be pretty good actors, right?

Electoral campaigns, especially in the US, are being run by the advertising industry. The 2008 political campaign of Barack Obama was voted by the advertising industry as the best marketing campaign of the year.

Obama’s last State of the Union address had all the rhetoric of someone running for president, not someone who has been in office for more than seven years. What do you make of this — Obama’s vision of how the country should be and function eight to 10 years from now?

He spoke as if he had not been elected eight years ago. Obama had plenty of opportunities to change the course of the country. Even his “signature” achievement, the reform of the health care system, is a watered-down version, as I pointed out earlier. Despite the huge propaganda assault denouncing government involvement in health care, and the extremely limited articulate response, a majority of the population (and a huge majority of Democrats) still favor national health care, Obama didn’t even try, even when he had congressional support.

You have argued that nuclear weapons and climate change represent the two biggest threats facing humankind. In your view, is climate change a direct effect of capitalism, the view taken by someone like Naomi Klein, or related to humanity and progress in general, a view embraced by the British philosopher John Gray?

Geologists divide planetary history into eras. The Pleistocene lasted millions of years, followed by the Holocene, which began at about the time of the agricultural revolution 10,000 years ago and recently the Anthropocene, corresponding to the era of industrialization. What we call “capitalism,” in practice various varieties of state-capitalism, tends in part to keep to market principles that ignore non-market factors in transactions: so-called externalities, the cost to Tom if Bill and Harry make a transaction. That is always a serious problem, like systemic risk in the financial system, in which case the taxpayer is called upon to patch up the “market failures.” Another externality is destruction of the environment — but in this case the taxpayer cannot step in to restore the system. It’s not a matter of “humanity and progress,” but rather of a particular form of social and economic development, which need not be specifically capitalist; the authoritarian Russian statist (not socialist) system was even worse. There are important steps that can be taken within existing systems (carbon tax, alternative energy, conservation, etc.), and they should be pursued as much as possible, along with efforts to reconstruct society and culture to serve human needs rather than power and profit.

What do you think of certain geoengineering undertakings to clean up the environment, such as the use of carbon negative technologies to suck carbon from the air?

These undertakings have to be evaluated with great care, paying attention to issues ranging from narrowly technical ones to large-scale societal and environmental impacts that could be quite complex and poorly understood. Sucking carbon from the air is done all the time — planting forests — and can presumably be carried considerably further to good effect, but I don’t have the special knowledge required to provide definite answers. Other more exotic proposals have to be considered on their own merits — and with due caution.

Some major oil-producing countries, such as Saudi Arabia, are in the process of diversifying their economies, apparently fully aware of the fact that the fossil fuel era will soon be over. In the light of this development, wouldn’t US foreign policy toward the Middle East take a radically new turn once oil has ceased being the previous commodity that it has been up to now?

Saudi Arabian leaders are talking about this much too late. These plans should have been undertaken seriously decades ago. Saudi Arabia and the Gulf states may become uninhabitable in the not-very-distant future if current tendencies persist. In the bitterest of ironies, they have been surviving on the poison they produce that will destroy them — a comment that holds for all of us, even if less directly. How serious the plans are is not very clear. There are many skeptics. One Twitter comment is that they split the electricity ministry and the water ministries for fear of electrocution. That captures much of the general sentiment. It would be good to be surprised.


thanks to: C.J. Polychroniou

truthout

Hillary’s Secrets: What Was Hidden in Clinton’s Emails

U.S. presidential candidate and former Secretary of State Hillary Clinton speaks with the media after sitting down with workers and management of Whitney Brothers children's toy and furniture factory during a round table while campaigning for the 2016 Democratic presidential nomination in Keene, New Hampshire April 20, 2015

Former Secretary of State Hillary Clinton is the frontrunner to win the US Democratic Party’s presidential nomination. However, her triumphant march to the White House might be overshadowed by her email scandal.

Here are some controversial facts we’ve learned from emails addressed to and sent by US presidential candidate Hillary Clinton:

Revelation 1: Google and Al-Jazeera interfered in the Syrian events and collaborated with each other in an attempt to overthrow Syrian President Bashar-al-Assad.

According to an email from the head of “Google Ideas” Jared Cohen, received by the US State Department in 2012, the company was trying to support insurgents by urging representatives of Syrian power structures to take the side of the opposition.

“Given how hard it is to get information into Syria right now, we are partnering with Al-Jazeera who will take primary ownership over the tool we have built, track the data, verify it, and broadcast it back into Syria,” Cohen wrote in the e-mail.

Revelation 2: Following the 2011 Libyan intervention, France decided to seize the country’s oil industry and “reassert itself as a military power”.

An e-mail on the issue was written by Clinton family friend Sidney Blumenthal. He wrote that France was trying to establish control over Libyan oil immediately after the coup in 2011. Moreover, France was exerting pressure on the new Libyan government and demanding exclusive rights to 35% of the country’s oil industry in exchange for political support.

“In return for this assistance, the DGSE officers indicated that they expected the new government of Libya to favor French firms and national interests, particularly regarding the oil industry in Libya,” the email said.

Revelation 3: The US tried to conceal the fact that it helped Turkey to fight the Kurdistan Workers’ Party.

An email addressed to Clinton said that the US government tried to exert pressure on the Washington Post to amend an article on cooperation between American and Turkish intelligence in the fight against Kurdish rebels.

“Despite our efforts, WaPo will proceed with its story on US-Turkey intel cooperation against PKK,” the message said, referring to the Kurdistan Workers’ Party. “They will not make redactions we requested so expect the Wikileaks cables to be published in full.”

Revelation 4: The last revelation is more of a personal nature and concerns Clinton’s poor knowledge of modern technology. Thus, her email correspondence shows that she frequently needed assistance with daily activities such as faxing, charging her iPad or searching for a Wi-Fi network.

thanks to: Sputniknews

Gli USA vogliono la guerra con la Russia – United States wants war with Russia

20.05.2016 David Swanson

 

Gli USA vogliono la guerra con la Russia
(Foto di Whitehouse Media)

 

Dopo decenni di provocazioni alla Russia, il governo degli Stati Uniti sembra aver concluso che i russi sono tutti santi e ha deciso di intensificare le provocazioni confidando che nulla vada storto, per non andare sul nucleare.
O le cose stanno così, oppure il governo degli Stati Uniti vuole davvero la Terza Guerra Mondiale.

Questo articolo è stato prima pubblicato il 18/5/16 su American Herald Tribune

Traduzione di Leopoldo Salmaso da Pressenza.com
(NOTA: sono riprodotti i link originari, con l’avvertenza che portano a testi in inglese)

Io non tratterei un ratto malato come gli Stati Uniti trattano la Russia. Il governo russo ha esercitato un’incredibile moderazione al punto che gli Stati Uniti sembra abbiano deciso che possono permettersi di essere ancora più cattivi, una mossa che addetti ai lavori di Washington ora apertamente dicono essere guidata dagli affari sulle armi:
“Questa faccenda dell’esercito è come la storia di ‘Chicken-Little: sta cadendo il cielo’[1]“, ha detto un alto ufficiale del Pentagono. “Questi qua vogliono farci credere che i russi sono alti 3 metri. C’è una spiegazione più semplice: l’esercito cerca un pretesto e una fetta del bilancio più grossa. E il modo migliore per ottenerla è dire che i russi sono in grado di atterrare sul nostro retro e su entrambi i nostri fianchi allo stesso tempo. Che corbelleria!”

In realtà, gli Stati Uniti spendono oltre 8 volte più della Russia in armamenti, senza contare la “Sicurezza della Patria”, l’Energia, lo Stato, i Veterani, ecc. Il mondo contiene ancora armi nucleari sufficienti a distruggere la vita umana se solo una piccola frazione di esse vengono utilizzate, e il 93 per cento appartengono alla Russia e agli Stati Uniti.

Perché non sono sparite le armi nucleari, quando Gorbaciov era disposto a rinunciarvi?

Perché Reagan non era disposto a rinunciare a uno stupido, non funzionante, e fraudolento scudo tecnologico contro una minaccia che non sarebbe esistita se avesse fatto l’accordo. Quella tecnologia è di nuovo nelle sale cinematografiche e nei notiziari: Star Wars.

La guerra fredda continua. L’Unione Sovietica si è sciolta, la Germania si è riunificata, ma la guerra fredda continua al Pentagono. Il Patto di Varsavia si è sciolto, ma la NATO si espande. Quando la Germania si è riunificata, gli Stati Uniti promisero alla Russia che la NATO non si sarebbe mai allargata verso est. Da allora la NATO ha aggiunto nella sua alleanza Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovenia, Albania e Croazia. Dopo il colpo di stato in Ucraina sostenuto dagli Stati Uniti, e contro i desideri del popolo ucraino, la NATO sta spingendo per una partnership con l’Ucraina, e con la Georgia.

Immaginate se la Russia avesse promesso di non espandere il Patto di Varsavia e poi avesse aggiunto Groenlandia, Canada, Bermuda, Bahamas, Cuba e Messico. Se la Russia affermasse di aver fatto tutto quello per proteggersi dall’Iran, quanti esperti statunitensi considererebbero seria, non risibile, quella pretesa? E se la Russia avesse fatto un accordo con l’Iran in base al quale le ispezioni più rigorose che qualsiasi nazione abbia mai subito verifichino che l’Iran non ha armi minacciose, e la Russia si vantasse di questo accordo, ma intanto la Russia continuasse ad espandere il Patto di Varsavia, forse che gli Stati Uniti lo prenderebbero come quel gesto innocuo di amicizia che la NATO dice rappresentino le proprie azioni?

Anche la NATO è “alla ricerca di un pretesto” e si è precipitata a far guerra in Jugoslavia, Afghanistan e Libia. Gli Stati Uniti e alcuni suoi alleati della NATO stanno facendo guerre in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Siria, Somalia e Yemen. In alcuni di quei luoghi, guerre statunitensi di droni e guerre per procura si sono trasformate in guerre di terra, perfettamente innescate per un’ulteriore espansione. Eppure gli Stati Uniti dicono che i loro interventi sono “difensivi”, descrivono la Russia come aggressiva, e accusano falsamente la Russia di invadere l’Ucraina, un mito che Hillary Clinton ha usato facendo di Vladimir Putin l’equivalente di “Hitler”.

Ora gli Stati Uniti hanno inviato navi nel Mar Nero, carri armati in Georgia, hanno pianificato un’enorme “esercitazione” militare in Polonia, hanno aperto in Romania un sito di “difesa missilistica” che la Russia definisce una “minaccia diretta” (e una violazione del trattato sulle forze nucleari a medio raggio), e hanno iniziato a costruire un altro sito di “difesa missilistica” in Polonia. In occasione dell’apertura del nuovo sito in Romania, c’è un video on-line del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg che lo descrive come un “lavoro di squadra” che coinvolge Romania, Polonia, Spagna, Turchia, Germania, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito. Il discorso ampolloso di Stoltenberg afferma ripetutamente che “La difesa missilistica è per la difesa. E’ difensiva”. Stoltenberg sostiene che i missili “di difesa missilistica” sono troppo vicini alla Russia per intercettare missili russi, e così non coglie il punto che la Russia vede i missili statunitensi come offensivi, altro che “difensivi”.

Perfino CBS News considera impossibile prendere completamente sul serio il controsenso della NATO:
“I funzionari USA dicono che lo scudo missilistico rumeno, che è costato 800 milioni di $, ha lo scopo di respingere le minacce missilistiche provenienti dall’Iran e non è rivolto contro la Russia. Ma la NATO nel gennaio 2015 ha deciso di istituire centri di comando e controllo in Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Romania e Bulgaria entro la fine del 2016 – almeno in parte in risposta alle sfide provenienti dalla Russia e dagli estremisti islamici e per rassicurare i partner orientali”.

Quali minacce? In sostanza ‘i giganti di tre metri che atterrano sul retro e su entrambi i fianchi degli Stati Uniti contemporaneamente’ – in altre parole: soldi da fare.

Leggete con attenzione quest’altro pezzo da CBS News:
“Il presidente Obama e altri capi di Stato e di governo della NATO si sono incontrati a settembre e hanno deciso una revisione delle capacità e delle postazioni di difesa dell’Alleanza, chiamata Readiness Action Plan (Piano di Pronta Azione) o RAP, considerando l’annessione della penisola di Crimea e la presunta interferenza militare in Ucraina orientale da parte della Russia”.

La parola chiave è “presunta”. Sono passati anni dagli annunci settimanali che la Russia aveva invaso l’Ucraina, cosa che ovviamente non ha mai fatto. E naturalmente la gente di Crimea ha votato per unirsi alla Russia dopo che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva agevolato un violento colpo di stato in Ucraina che ha installato un governo costituito in buona parte da nazisti. La CBS non può spingersi a commentare se c’è o non c’è qualche prova della “presunta interferenza militare”, allora la chiama “presunta” e spera che non troppe persone sappiano che cosa significa quella parola.

La Russia, che ci crediate o no, sta esprimendo un certo fastidio. Come racconta Jonathan Marshall: “Portavoce di Mosca hanno avvertito che la Romania potrebbe diventare ‘rovine fumanti’ se continua a ospitare il nuovo sito antimissile; hanno minacciato la Danimarca, la Norvegia e la Polonia che anche loro potrebbero essere attaccate; e hanno annunciato lo sviluppo di una nuova generazione di missili balistici intercontinentali progettati per penetrare lo scudo missilistico degli Stati Uniti”.

Aerei russi si sono avvicinati a navi e aerei degli Stati Uniti nelle ultime settimane, ma i rapporti degli Stati Uniti in genere non hanno specificato il fatto che tali navi e tali aerei erano abbastanza vicini ai confini della Russia. Questo sfiora l’inizio di una guerra tra le maggiori potenze nucleari del mondo e rappresenta una minaccia di gran lunga maggiore di quanto generalmente immaginato, perché la maggior parte dei cittadini statunitensi non ha nessun interesse ad avviare la Terza Guerra Mondiale e quindi non ci pensa, ma il governo degli Stati Uniti e la NATO vogliono il sangue. Il nuovo comandante (italiano – NDT) della Nato dice che vuole essere pronto immediatamente a combattere la Russia.

Donald Trump ha buttato là la soluzione di buon senso di abolire la NATO, ma ha subito fatto marcia indietro e si è contraddetto, come su tanti altri argomenti. Hillary Clinton ha pienamente sostenuto l’espansione della NATO fin dall’inizio, quando era First Lady. Bernie Sanders accetta in genere tutto ciò che l’esercito sta facendo, in modo da non agitare le acque, cosa che ancora potrebbe fare di lui il migliore dei tre in materia di politica estera, così come lui è con tutta evidenza in politica interna.

Molto può accadere in 8 mesi. Molto può accadere prima che venga eletto il nuovo presidente. E con tutti gli occhi puntati sulle elezioni, è più che mai probabile che accada. E quello che può accadere farebbe sembrare gestibili i cambiamenti climatici, al confronto.

[1] NDT: E’ simile alla storia di Pierino e il lupo, ma Chicken-Little dice la verità sin dall’inizio, solo non viene creduto.

David Swanson è un autore, attivista, giornalista e conduttore radiofonico. E ‘direttore di WorldBeyondWar.org e coordinatore della campagna RootsAction.org. Fra i suoi libri citiamo ‘War Is a Lie’ (La guerra è una menzogna). Tiene un blog su DavidSwanson.org e su WarIsACrime.org. Conduce Talk Nation Radio (Radio Parla Nazione). E’ Candidato 2015 e 2016 al premio Nobel per la Pace.

 


 

United States wants war with Russia
Obama meets with Prime Minister Vladimir Putin (Image by Whitehouse media)

After provoking Russia for decades, the United States government has apparently concluded that the Russians are all saints and decided to escalate the provocations with confidence that nothing will go wrong, or go nuclear. Either that or the U.S. government truly wants World War III.

By David Swanson, American Herald Tribune

I wouldn’t treat a diseased rat the way the United States treats Russia. The Russian government has exercised such incredible restraint that the United States has apparently decided it can get away with being even nastier, a move that is now openly described by Washington insiders as being driven by weapons profiteering:

“‘This is the “Chicken-Little, sky-is-falling” set in the Army,’ the senior Pentagon officer said. ‘These guys want us to believe the Russians are 10 feet tall. There’s a simpler explanation: The Army is looking for a purpose, and a bigger chunk of the budget. And the best way to get that is to paint the Russians as being able to land in our rear and on both of our flanks at the same time. What a crock.’”

In fact, the United States spends well over 8 times what Russia does on militarism, not counting “Homeland Security” or Energy or State or Veterans, etc. The world still contains enough nuclear weapons to destroy human life if just a small fraction of them are used, and 93 percent of them belong to Russia and the United States.

Why aren’t the nukes gone, when Gorbachev was willing to give them up?

Because Reagan was unwilling to give up a stupid, non-functioning, and fraudulent technological defense against a threat that would not have existed if he had. That technology is back in the movie theaters and back in the news: Star Wars.

The Cold War continued. The Soviet Union broke up. Germany reunified. And the Cold War still continued at the Pentagon. The Warsaw Pact went away. NATO expanded. When Germany reunited, the United States promised Russia that NATO would never expand eastward. NATO then added the Czech Republic, Poland, Hungary, Slovakia, Romania, Bulgaria, Lithuania, Latvia, Estonia, Slovenia, Albania, and Croatia to its membership. Since the U.S.-facilitated coup in Ukraine, and against the desires of the Ukrainian people, NATO has been pushing for a partnership with Ukraine, as well as with Georgia.

Imagine if Russia had promised not to expand the Warsaw Pact and then added to its membership Greenland, Canada, Bermuda, the Bahamas, Cuba, and Mexico. If Russia claimed to have done all that to protect itself from Iran, how many U.S. pundits would treat that as a serious, non-laughable claim? And if Russia made a deal with Iran under which more stringent inspections than ever endured by any nation would verify that Iran had no threatening weapons, and if Russia bragged about this deal, but if Russia went right on expanding the Warsaw Pact, would the United States take that as the harmless gesture of friendship that NATO depicts its actions as?

NATO has also been “looking for a purpose” and rushing off to wage wars in Yugoslavia, Afghanistan, and Libya. The United States and some of its NATO allies are waging wars in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libya, Syria, Somalia, and Yemen. In a number of those places, drone wars and proxy wars have been turned into U.S. ground wars, perfectly primed for major expansion. Yet, the United States speaks of its actions as “defensive,” describes Russia as aggressive, and falsely accuses Russia of invading Ukraine, a mythical act that Hillary Clinton determined made Vladimir Putin the equivalent of “Hitler.”

Now the United States has sent ships to the Black Sea, sent tanks to Georgia, planned a huge military “exercise” in Poland, opened a “missile defense” site in Romania, which Russia calls a “direct threat” (and a violation of the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), and begun building another “missile defense” site in Poland. There’s a video online of NATO Secretary General Jens Stoltenberg at the opening of the new site in Romania, describing it as a “team effort” involving Romania, Poland, Spain, Turkey, Germany, Denmark, the Netherlands, and the UK. Stoltenberg’s stilted speech claims repeatedly that “Missile defense is for defense. It is defensive.” Stoltenberg claims the “missile defense” missiles are too close to Russia to intercept Russian missiles, which misses the point that Russia views the U.S. missiles as offensive, not “defensive.”

Even CBS News finds it impossible to take NATO’s nonsense completely seriously:

“U.S. officials say the Romanian missile shield, which cost $800 million, is intended to fend off missile threats from Iran and is not aimed at Russia. But NATO decided in January 2015 to set up command-and-control centers in Latvia, Estonia, Lithuania, Poland, Romania and Bulgaria by the end of 2016 — at least partly in response to challenges from Russia and Islamic extremists and to reassure eastern partners.”

What challenges? Essentially the 10-foot giants landing in the U.S. rear and on both flanks simultaneously — in other words: money to be made.

Read this further bit from CBS News carefully:

“President Obama and other NATO heads of state and government met in September and ordered an overhaul of the alliance’s capabilities and defense posture, called the Readiness Action Plan, or RAP, to take into account Russia’s annexation of the Crimean Peninsula and purported military interference in eastern Ukraine.”

The key word there is “purported.” It’s been years now since the weekly announcements that Russia had invaded Ukraine, something it obviously never did. And of course the people of Crimea voted to join Russia after the U.S. state department facilitated a violent coup in Ukraine that installed a government significantly made up of Nazis. CBS can’t bring itself to comment on whether or not there is any evidence of the “purported military interference,” so it just calls it “purported” and hopes that not too many people know what that word means.

Russia, believe it or not, is expressing some annoyance. As Jonathan Marshall recounts: “Moscow spokesmen have warned that Romania could become a ‘smoking ruins’ if it continues to host the new anti-missile site; threatened Denmark, Norway and Poland that they too could become targets of attack; and announced development of a new generation of intercontinental ballistic missiles designed to penetrate the U.S. missile shield.”

Russian planes have come near U.S. ships and planes in recent weeks, although U.S. reports have generally failed to focus on the fact that those ships and planes were quite near Russia’s borders. These near misses at starting a war between the world’s major nuclear militaries present a far greater threat than is generally imagined, because most U.S. citizens have zero interest in starting World War III and so don’t think about it, but the U.S. government and NATO want blood. NATO’s new commander says he wants to be ready to fight Russia immediately.

Donald Trump blurted out the common sense solution of abolishing NATO but quickly backed off and reversed himself, as on so many other topics. Hillary Clinton has wholeheartedly supported NATO’s expansion from the beginning, when she was First Lady. Bernie Sanders generally accepts whatever the military is doing, so as not to rock the boat, which still might leave him the best of the three on foreign policy, as he so obviously is on domestic.

But a great deal can happen in 8 months. A lot can happen before anyone new is elected. And with all eyes focused on the election, it’s more likely than ever to do so. And what could happen makes climate change seem manageable by comparison.

David Swanson is an author, activist, journalist, and radio host. He is director ofWorldBeyondWar.org and campaign coordinator for RootsAction.org. Swanson’s books include War Is A Lie. He blogs at DavidSwanson.org and WarIsACrime.org. He hosts Talk Nation Radio. He is a 2015 and 2016 Nobel Peace Prize Nominee.

thanks to: Pressenza

Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

Italian military analyst Manlio Dinucci explains what he believes is the biggest danger emanating from the US deployment of its missile defense network in Romania and Poland.

NATO officials’ explanations aside, everyone, including the Russian president, seems to understand perfectly well that the US’s shiny new Aegis Ashore missile defense system in Deveselu, Romania, and the one being built in Redzikowo, Poland are directed against Russia.

And the reason, writes Il Manifesto military analyst Manlio Dinucci, is not because the system threatens to intercept Russian ICBMs and put the nuclear balance of power in jeopardy. “The reality,” he writes, “is much worse.”

In the course of his meeting with leaders from Sweden, Denmark, Finland, Iceland and Norway in Washington last week, President Obama reiterated his ‘concerns’ “about Russia’s growing aggressive military presence and posture in the Baltic-Nordic region,” and reaffirmed Washington’s commitment to collective defense in Europe.

“This commitment,” Dinucci recalls, “was demonstrated a day earlier at Romania’s Deveselu air base in the form of the inauguration of the US Aegis Ashore land-based missile defense system.”

US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

© AFP 2016/ DANIEL MIHAILESCU US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

“NATO Secretary General Jens Stoltenberg, who was present at the ceremony along with US Deputy Secretary of Defense Robert Work and Romanian Prime Minister Dacian Ciaolos, thanked the United States, because with this facility, ‘the first-of-its-kind land-based missile defense installation’, would significantly increase ‘the capability to defend European allies against the proliferation of ballistic missiles from outside the Euro-Atlantic area.'”

The secretary general “also announced the start of work in Poland on another Aegis Ashore system similar to the one that came online in Romania. The two land-based facilities are an addition to four US Navy Aegis Ballistic Missile Defense ships based at the Spanish base of Rota and deployed across the Mediterranean, the Black and Baltic seas, the powerful Aegis radar installation in Turkey and a command center in Germany.”

Speaking at the ceremony, Stoltenberg sought to emphasize that “the site in Romania as well as the one in Poland are not directed against Russia. The interceptors are too few and located too far south or too close to Russia to be able to intercept Russian ICBMs.”

“And what is the technology Stoltenberg is referring to?” Dinucci asked. “Both the ship- and land-based Aegis systems feature the Lockheed Martin Mark 41 vertical launching system, using tubes (located in the belly of the ship or in an underground bunker), launching the SM-3 interceptor missile.”

Hence, the analyst notes, “this system, called a ‘shield’, actually has an offensive function. If the US managed to achieve a reliable ABM system, they could keep Russia under the threat of a nuclear first strike, relying on the ability of their ‘shield’ to neutralize any possibility of retaliation. In reality, this is not possible at this stage, because Russia and even China are now taking a series of measures to make it impossible to intercept all their nuclear warheads in a missile attack. What then, is the US really trying to achieve with its Europe-based Aegis system?”

In fact, Dinucci notes, “this is something Lockheed Martin itself openly explains. Illustrating the technical characteristics of the Mark 41 vertical launching system…the company stresses the ability to launch ‘missiles for every mission: anti-air, anti-ship, anti-submarine, and to attack ground targets.’ Launch tubes can be adapted for any missiles, including the type ‘used for defense against ballistic missile attack, and long-range [cruise].’ It even specifies the types: ‘the SM-3 [interceptor] and the Tomahawk cruise missile’.”

“In light of this technical explanation,” the analyst writes, “the justification provided by Stoltenberg – that the instillation at Deveselu is deployed ‘too close to Russia to intercept Russian ICBMs’ is anything but reassuring. Because no one can really know about what kind of missiles are actually deployed in the vertical launchers at the Deveselu base, or on the ships which sail near Russian territorial waters.”

Moscow, Dinucci adds, cannot even be certain that the missiles aren’t nuclear-armed.

Therefore, the military analyst argues, “the inauguration of the missile defense base at Deveselu may signal the end of the Treaty on Intermediate Nuclear Forces, signed by the US and the Soviet Union and 1987, which facilitated the elimination of land-based missiles with a range of between 500-5,500 km, including the Soviet RSD-10s and the US Pershing 2s and Tomahawks based in Germany and Italy.”

A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

© Sputnik/ Vladimir Rodionov A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

“In this way,” he warns, “Europe is reverting to the climate of the Cold War, to the advantage of the US, which can use such a climate to increase their influence on their European allies. It’s no coincidence that at the meeting in Washington, Obama highlighted the ‘European consensus’ on maintaining sanctions against Russia, and praised Denmark, Finland, and Sweden and their ‘strong support’ for the Transatlantic Trade and Investment Partnership, which the US wants to sign by the end of the year.”

It turns out “that the Lockheed Martin launchers also contain a TTIP missile,” Dinucci concludes.

Sorgente: Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

With 4,000 US Cruise Missiles Pointed at Russia, How Will Moscow Respond?

Media and military experts have engaged in a discussion of the US military concept of a Prompt Global Strike (PGS), a system that would enable Washington to deliver precision-guided non-nuclear airstrikes anywhere in the world in less than an hour. Defense analyst Konstantin Sivkov discusses the idea, and Russia’s inevitable response.

In his analysis, published by the independent online newspaper Svobodnaya Pressa, Sivkov begins by recalling that the general media and expert appraisal of the concept is that it would be a danger to the entire world, if ever implemented.

“Generalizing the appraisals of the Prompt Global Strike program, it emerges that this is an extremely dangerous idea that would become a deadly threat for almost all nations. At the core of this idea is the assertion that precision conventional weapons can be comparable in their destructive power to nuclear weapons. Accordingly, their massed use against Washington’s foes could bring them to their knees.”

“But is this really the case?” Sivkov asks. “What is behind the concept of the Prompt Global Strike, and is it really possible to bomb an enemy into capitulation? How serious a threat is this concept with regard to its possible use against Russia?”

At its core, the doctor of military sciences recalls, the concept “involves the creation of a complete combat system, and apart from the strike component also requires subsystems including reconnaissance and surveillance, command and communications posts, as well as jamming systems.”

“The weapons used under this concept would include land- and sea-based ballistic missiles, as well as sea- and air-launched hypersonic long-range cruise missiles. In the long term, space-based platforms can also be used to launch attacks.”

Sivkov notes that ballistic missiles are currently the most likely candidate to meet the requirements laid out by the concept of the Prompt Global Strike. “They provide for the high-precision destruction of targets (with a CEP accuracy of 100-150 meters), a short delivery time (no more than 30-40 minutes), and high speed of the warhead in the target area, allowing them to destroy objects buried deep underground. Their large throw-weight (up to 3.5 tons) allows for the use of various types of warheads.”

“However, there are a number of issues that make the use of conventionally-equipped ballistic missiles problematic.”

To begin with, the analyst recalls, “the Russian missile surveillance system (and that of China, in the near future), may classify the group launch of such missiles (and the guaranteed destruction of a single object will require at least 2-3 such missiles) as a nuclear attack, leading to a retaliatory nuclear strike.”

“Secondly, the START treaties limit the total number of deployed ballistic missiles, and make no distinction between nuclear and conventionally equipped weapons. In other words, equipping ground and sea-based ballistic missiles with conventional warheads can only be done through a corresponding reduction in the number of deployed nuclear missiles.”

Therefore, another important component of the Prompt Global Strike initiative is the Boeing X-51A, a prospective missile expected to be capable of hypersonic flight at a speed of 6,500-7,500 km/h.

“However,” Sivkov notes, “tests of this system have not yet yielded the expected results. And while the X-51A program has not been closed, it can only be expected to appear in the medium term, and to be adopted into service in sufficient quantities only in the long term.”

“Therefore, the US military is not expected to receive any fundamentally new weapons systems giving the Prompt Global Strike initiative any operationally significant effect in the medium and even long term perspective.”

In this connection, the analyst says, “the US may in the medium term rely for the most part on sea- and air-launched cruise missiles, such as the Tomahawk, based on strategic, tactical and carrier aviation. The US Navy’s existing sea launched cruise missiles (SLCMs) have a range of up to 1,600 km, using 340-450 kg warheads with an accuracy of between 5-10 meters. These weapons can be launched from all modern vessels and submarines at the US’s disposal.”

12 such SLCMs can be placed on each of the 23 serving Los Angeles-class attack submarines. The same number can be launched from the Seawolf-class and Virginia-class subs (3 units and 9 units, respectively). “Under the program to convert Ohio-class submarines into carriers of Tomahawk missiles, each of the 4 subs were expected to carry 154 SLCMs. However, that program was closed.”

61 of the US’s new Arleigh Burke-class destroyers, and its 22 Ticonderoga-class cruisers are equipped with vertical launching systems, the Arleigh Burke-class featuring the 96-cell Mark 41 VLS, and the Ticonderoga a 122-cell system.

Therefore, Sivkov notes, the US surface fleet can theoretically carry a total of 4,000 surface-ship launched cruise missiles, plus another 1,000 onboard its submarines.

“However, realistically speaking, given the need to use part of the surface fleet for other purposes, and accounting for operational readiness, ships and submarines of the US Navy can actually deploy no more than 2,500-3,000 SLCMs” at any one time.

“In addition to the Navy, US long-range strategic bombers are also equipped with long-range cruise missiles. At present, the US Air Force is equipped with about 130 strategic bombers, capable of deploying a total of about 1,200 air launched cruise missiles (ALCMs). Thus, in total, all [US] carriers of cruise missiles are able to launch a total of 3,700-4,200 missiles.”

Moreover, “in addition to missiles, between 2,500-3,000 tactical and carrier-based aircraft capable of striking targets at a depth of up to 600 km from the border can also be used in a first strike.”

“This,” Sivkov notes, “is quite an impressive force, and absent an effective response, is capable of destroying (knocking out) 1,000 important sites of the opponent in the potential first strike.”

However, the analyst notes, this capability does really conform to the concept of the Prompt Global Strike, for several reasons.

“Firstly, such a strike would not, in fact, be ‘prompt’, since the preparations for such a large-scale attack would require a great deal of time – 2 months or more. At this time, the US would need to implement the strategic deployment of its air and naval forces in the area of the combat mission, to create the necessary inventories, and to conduct reconnaissance on the objects subject to attack. In other words, this would no longer be the kind of air attack proposed by the Prompt Global Strike concept, but an ordinary missile-based strike.”

“Second, if the impact of such an attack could really be devastating on small (or even medium-sized) countries, it will not fully deprive them of the opportunity to resist…Therefore, in the continuation of warfare, the US would, in one way or another, have to switch to the use of traditional means of warfare. In other words, the strike’s use makes sense only if it is part of a fairly large-scale military operation in coordination with the other branches of the armed forces, and this, again, means that it will not be ‘prompt’, nor global, but an ordinary missile strike as part of the first wave of an offensive.”

Russian experts, Sivkov says, “point to the serious threat such an attack poses to the Russian nuclear forces, the destruction of which would allow the US to move on to nuclear blackmail against our country, and the rest of the world. It is in this point that they see the main essence [and danger] of the Prompt Global Strike initiative.”

“Indeed,” the expert notes, “if Russia takes a passive position and does not adequately respond to the aggressor, the resulting blow could result in the destruction of 80-90% of our nuclear arsenal. However, taking account of actual conditions, it is clear that such a blow against Russia is extremely unlikely.”

For starters, “the US can decide on such a blow against Russia only in the case of a sharp aggravation of relations between our two countries.” This scenario, he suggests, may occur if forces come to power in one or the other country ready for open conflict. So long as the existing elites, particularly in Russia, remain capable of reaching compromise, “the US will not have any desire for such grand adventurism.”

“Secondly, such a strike would be preceded by a sufficiently long period [of buildup], long enough for retaliation to occur. In this case the success of the operation would be called into question.”

“Thirdly, the duration of such a strike would last for several hours (according to computer simulations – 4-6 hours). This means that after the first 20-30 minutes, when the Russian leadership realizes the scale of the aggression (even if the aggressor achieves complete operational surprise), a decision on a retaliatory nuclear strike can be made, while most nuclear forces are still in existence. That is, a massed US conventional strike would mean provoking a retaliatory nuclear strike.”

At the same time, Sivkov warns, “a completely different picture emerges if we are talking about strikes on certain critical facilities in order to achieve a localized goal with a relatively limited number of weapons. In this case long-term preparations would not be required. The blow can be made by combat-ready forces immediately after receiving the order.”

“Such a strike can be sudden, not only operationally or strategically, but also tactically, because the flight to the target by a limited number of cruise missiles can be performed at low or extremely low altitudes, outside the observation of land-based observation systems.”

Again however, “the speed, surprise, and ‘global’ nature of the strike (up to 60 minutes according to the Prompt Global Strike concept) can be achieved only if US naval and air force groups are present in the area. This means that when it comes to the prompt response [to any rapidly emerging threats], the US is presently capable of employing only very limited forces – a few dozen long-range cruise missiles.”

“These forces can damage or destroy 1-2 large or medium-sized facilities, or 2-3 objects of military or state administration, or 1-2 field objects, such as militant training camps, or 1-2 research centers.”

“In other words,” Sivkov notes, today and in the medium term, the concept of the Prompt Global Strike will only be capable of defeating local threats, such as the elimination of an individual political leader, the destruction of the leadership of an organization which has been labelled to be terrorist, or the deprivation of individual states’ capacity to implement programs considered a threat to US national security,” etc.

Ultimately, the analyst notes, “we can assert that in the current situation and in the medium term perspective, the concept of the Prompt Global Strike makes sense only in solving problems of an exclusively local character, against objects on the territory of states which cannot respond to the aggressor, and which have no security guarantees from a third, sufficiently powerful state.”

Sorgente: With 4,000 US Cruise Missiles Pointed at Russia, How Will Moscow Respond?

US missiles go live despite Russia warning

The United States is about to activate its missile systems across Europe, despite Russia’s warnings against a systematically increasing US-led arms deployment near its borders.

Almost after a decade of pledging to protect members of the North Atlantic Treaty Organization (NATO), Washington will on Thursday activate a web of missile systems it has deployed across Europe over the years.

American and NATO officials are slated to declare operational the so-called shield at a remote air base in Deveselu, Romania.

“We now have the capability to protect NATO in Europe,” said Robert Bell, a NATO-based envoy of US Defense Secretary Ashton Carter.

He claimed that the shield is supposed to protect Europe from an Iranian missile threat, a claim Moscow has repeatedly rejected, saying the missiles are aimed at Russia instead.

“The Iranians are increasing their capabilities and we have to be ahead of that. The system is not aimed against Russia,” Bell told reporters, adding that the system will soon be handed over to NATO command.

The US Aegis Ashore missile complex, Romania

He echoed US State Department spokesman John Kirby who had said the system “is defensive in nature” and therefore can’t be targeted “at anybody.”

Despite American assurances, Moscow accuses Washington of trying to neutralize its nuclear arsenal and buy enough time to make a first strike on Russia in the event of war.

Russia’s response

General Sergey Karakayev, commander of the Russian Strategic Missile Forces (SMF), downplayed the system’s impact, saying that the Russian military was paying “special attention” to enhance their weapons and overcome US missile defense systems.

“Threats from the European segment of the missile defense system for the Strategic Missile Forces (SMF) are limited and don’t critically reduce the combat capabilities of the SMF,” Karakayev (pictured below) said on Tuesday.

The general added that Russian ballistic missiles can carry new warheads and deliver them through energy-optimal trajectories in multiple directions, making their path difficult to predict for missile defense systems.

During a Senate hearing in April, US Principal Deputy Undersecretary of Defense for Policy, Brian McKeon, requested a budget boost for the Missile Defense Agency, saying the funding was crucial for upgrading US missile systems to counter Russian and Chinese missiles.

Russia does not look favorably upon the North Atlantic Organization Treaty (NATO)’s growing deployment of missiles and nuclear weapons near its borders, with the Russian President Vladimir Putin saying in June last year that if threatened by NATO, Moscow will respond to the threat accordingly.

Sorgente: PressTV-US missiles go live despite Russia warning

Coltan, cobalto: guerre africane e sfruttamento capitalistico

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La Repubblica democratica del Congo è una delle maggiori unità politiche dell’Africa; lo rendono tale le enormi ricchezze minerarie, per lo più concentrate nella regione dello Shaba, ex Katanga, al confine con l’Angola e lo Zambia: coltan, cobalto, rame e tante altre. Il Paese è stato teatro di una storia di sfruttamento, nonchè scacchiere per le mire coloniali dei Paesi imperialisti.

Il Congo è stato un esempio di colonizzazione”privata”, quando il re del Belgio, Leopoldo II°, si rese protagonista di un’operazione che gli assicurò il dominio su un territorio dieci volte più grande della madrepatria. La “Union minière du Haut Katanga” operò con la massima spregiudicatezza, come uno Stato nello Stato. Nel 1960 i belgi si ritirarono e nel 1967 l’Union minière, benchè venisse nazionalizzata e assumesse la nuova denominazione di GECAMINES, continuò ad assicurarsi una parte ingente dello sfruttamento minerario.

A partire dal 1973, il Governo avviò una serie di nazionalizzazioni di altre società estere, adottando la cosiddetta “via zairese al socialismo”. In realtà le nazionalizzazioni si tradussero nel puro e semplice accrescimento di privilegi per i pochi al potere, rappresentanti della borghesia nazionale. I proletari congolesi da sempre vivono miseramente.

Il Congo possiede l’80% delle riserve mondiali di coltan. Il coltan è una miscela complessa di columbite e tantalite, due minerali della classe degli ossidi, che si trovano raramente in forma pura. Per questo il coltan è chiamato “l’oro bianco”, ed è una risorsa strategica essenziale per lo sviluppo di nuove tecnologie. Serve per la fabbricazione di telefoni cellulari, GPS, satelliti, armi guidate, computer portatili, razzi spaziali, missili, macchine fotografiche e molto altro ancora.

La rivoluzione tecnologica ha fatto schizzare in alto il prezzo del coltan. Le multinazionali se lo contendono. I media borghesi cercano di far credere che le guerre africane siano la conseguenza di conflitti tribali, ma non è così. Il coltan è la causa principale della guerra che dal 1998 ha ucciso più di quattro milioni di persone in Congo. Le multinazionali sfruttano le miniere di coltan ed i minatori pagano anche con la vita.

Il coltan contiene una parte di uranio, quindi è radioattivo, provoca tumori ed impotenza sessuale, viene estratto dai minatori a mani nude. Circa 40mila bambini, secondo i calcoli dell’UNICEF, lavorano nelle miniere di cobalto. Bambini i cui corpi possono muoversi più agevolmente sottoterra, nelle anguste gallerie delle miniere di cobalto. Boschi e campi si trasformano in pantani, i ragazzi e le ragazze non vanno più a scuola, si diffondono molte malattie per mancanza di acqua pulita e cibo, turni e condizioni lavorative estenuanti. Nelle miniere del cobalto uomini, donne e bambini sfruttati lavorano dodici ore al giorno in condizioni pericolose.

Le principali aziende di elettronica, tra cui APPLE, SAMSUNG e SONY evitano i dovuti controlli di base per garantire che il cobalto usato nei loro prodotti venga estratto rispettando i “diritti umani”. In Congo gli enormi introiti del contrabbando delle ricchezze del sottosuolo finanziano i gruppi armati nell’Est del Paese, alimentando un conflitto che dura ormai da venti anni. Il commercio illegale di risorse naturali alimenta l’instabilità nelle regioni del Nord e Sud Kivu e del Katanga. Diversi gruppi armati controllano le miniere.

Si stima che ogni chilo di coltan che viene estratto costi la vita di due bambini, molti dei quali muoino a causa di frane. Altre gravi conseguenze sono migliaia di spostamenti forzati, migliaia di civili fuggiti dalle loro case, milioni di rifugiati, violazione dei diritti fondamentali di anziani e donne. I lavoratori del coltan lavorano dall’alba al tramonto, mangiano e dormono nelle zone selvagge di montagna.

Non sono soltanto gli esseri umani a subire le conseguenze dell’estrazione del coltan. Per estrarre il coltan del Congo si sono invasi i Parchi nazionali. La popolazione degli elefanti è scesa dell’80%. La popolazione dei gorilla è diminuita addirittura del 90%.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è una condizione del capitalismo. I bambini aumentano il numero dei lavoratori che la borghesia può sfruttare, abbassandone il prezzo. I GOVERNI LASCIANO MANO LIBERA AI CAPITALISTI DI FARE QUELLO CHE VOGLIONO E DI SFRUTTARE A PIACIMENTO, CON CRUDELTA’ E SENZA REMORE LA CLASSE LAVORATRICE E TUTTI I MEMBRI DELLA SUA FAMIGLIA. Nei Paesi imperialisti il lavoro minorile non è stato abolito, ma solo più o meno regolamentato. Il sistema capitalistico nel mondo sfrutta fanciulli a tutto spiano. Lo sfruttamento del lavoro minorile, riducendo il valore della forza-lavoro fa concorrenza al lavoro del lavoratore adulto, permettendo il suo ulteriore sfruttamento.

Friedrich Engels nell’opera “Sulla situazione della classe operaia in Inghilterra” scrive: il proletariato riceve dalla borghesia i mezzi per vivere in cambio del lavoro prestato, attraverso un contratto formalmente libero e spontaneo: bella libertà, nella quale all’operaio non resta che sottoscrivere le condizioni imposte dalla borghesia, a meno di non morire di fame e di freddo“.

La borghesia dispone di un esercito di proletari disoccupati, pronti a fare concorrenza e a prendere il posto di coloro che non accettino le sue condizioni, oltre naturalmente a disporre della forza materiale dello Stato per schiacciare le rivolte operaie. Finchè permane il conflitto di classe, l’ostilità del proletariato verso i suoi oppressori è una necessità e rappresenta la leva più importante del movimento operaio. Ma va oltre tale ostilità, perchè il comunismo è la causa di tutta l’umanità.

Non è l’ora del pietismo sulla condizione sociale, è l’ora di organizzare l’opposizione proletaria alle politiche borghesi. E’ vano sperare sulle concessioni della classe dominante, tutti i provvedimenti sono illusori finchè il proletariato non abbia la forza di lottare contro la classe sfruttatrice, fino alla liberazione dal capitalismo e dal lavoro salariato.

thanks to: Cortocircuito

L'”informazione” sulla Siria for puppets

L'informazione sulla Siria for puppets

di Paola di Lullo

– La morte dell’ultimo pediatra di Aleppo ha commosso il mondo. Muhammad Maaz, questo il suo nome, è rimasto sotto le rovine dell’ospedale al Quds presso il quale lavorava con altre trenta persone a causa di un bombardamento attribuito ad Assad.

Abbiamo accennato in altro articolo che tale ospedale non era stato segnalato a Damasco, anzi era «mimetizzato», esponendo i suoi medici a rischi del genere.

Una scelta fatta da Médecins sans frontières all’inizio di questa guerra, che forse andrebbe riconsiderata alla luce di quanto avvenuto. Quindi, al di là delle responsabilità del crimine, sulle quali ci sono dubbi (sono in molti a dire che sono stati i ribelli), non si è trattato di un attacco deliberato a una struttura sanitaria.( http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php… )

– L’altra volta gli avrebbero distrutto un reparto di ginecologia, ora gli avrebbero ucciso un pediatra. Certo che Médecins Sans Frontières ce la mette tutta per “dimostrare” che i suoi “ospedali” in Siria non sono centri di medicazione per i ribelli siriani.Ma anche se così fosse, basterebbe comunicare la loro localizzazione alle parti belligeranti per essere protetti almeno dalla Convenzione di Ginevra. Ma Médecins Sans Frontières – a differenza di TUTTE le altre organizzazioni genuinamente umanitarie che operano in teatri di guerra – non lo fa; e ne intende farlo per il futuro. Tenete a mente questo (e pure questo, e questo) la prossima volta che leggerete qualche altra denuncia di questa “organizzazione umanitaria”. (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=15422 )

– Continuano a dilagare su Tv e giornali le accuse a senso unico contro l’aviazione siriana e russa che avrebbero distrutto l’ospedale Al Quds ad Aleppo con molti morti fra i quali “l’ultimo pediatra rimasto”. Come al solito non si dà spazio a ipotesi diverse e alle smentite secche da parte dei “colpevoli”. Né si sa ancora se l’ospedale fosse nascosto e non segnalato (come nel caso di febbraio). Riportiamo a tal riguardo una testimonianza proveniente da Aleppo; è di Nabil Antaki, medico, dei Fratelli Maristi, intervistato telefonicamente, il 1 maggio 2016, dalla giornalista Silvia Cattori.“Da tre giorni i media accusano il «regime di Assad» di aver bombardato e distrutto un ospedale sostenuto da Medici senza frontiere. Non c’è mai stato un ospedale di MSF ad Aleppo, nell’Est di Aleppo, dove avrebbe operato “l’ultimo pediatra rimasto in città”. Eppure abbiamo ancora molti pediatri qui in città. L’ospedale Al Quds menzionato non è sulla lista degli ospedali siriani realizzata prima della guerra dal ministero della Salute. Dunque, se esiste, è venuto dopo.Questo mostra bene che, per i media, conta solo questa sacca occupata dai ribelli, e che i tre quarti della città amministrati dallo Stato siriano, dove ci sono ancora diversi pediatri, non contano. Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, constato che i media main stream continuano a mentire per omissione. Fin dall’inizio della guerra ad Aleppo, 4 anni fa, non riferiscono i fatti nel loro insieme.“Qui ad Aleppo siamo disgustati dalla loro mancanza di imparzialità e oggettività. Parlano solo delle sofferenze e delle perdite di vite umane nella zona Est della città, controllata da Al Nusra, un gruppo terrorista affiliato ad Al Qaeda, che si continua a definire «ribelle», un modo per rendersi rispettabile. E restano muti sulle perdite e le sofferenze sopportate quotidianamente nei nostri quartieri occidentali, a causa dei tiri di mortaio da parte dei terroristi. E non parlano dell’embargo e delle interruzioni totali di acqua ed elettricità che i terroristici ci infliggono. (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php…)

– ‪#‎Siria‬ A proposito dell’ultimo pediatra: Mio fratello lavora in un ospedale e Aleppo é piena di medici e pediatri! Basta bufale smettete di divulgare notizie false ‪#‎VivaAleppo‬ ( Naman Tarcha )

– Da un’intervista a Nabil Antaki (dei fratelli Maristi di Aleppo)”Aleppo è divisa in due parti, la parte est con 300.000 abitanti è nelle mani dei gruppi armati e la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo dello Stato siriano; lì viviamo e operiamo noi. Noi non sappiamo quello che accade nell’altra parte della città, dunque io non posso né confermare né smentire, ma so due cose. La prima è che noi siamo bombardati quotidianamente dai ribelli e molti ospedali dalla nostra zona della città sono stati distrutti, bruciati o danneggiati dalla loro azione. La seconda è che siamo in una situazione di guerra ed è possibile che le bombe sganciate dall’esercito siriano abbiano toccato un ospedale, ma sicuramente non in modo intenzionale. Gli statunitensi e gli occidentali con le loro armi tanto sofisticate hanno spesso mancato i loro bersagli e causato dei ‘ danni collaterali ‘…Ciò che rimprovero a Medici senza frontiere è che danno conto delle sofferenze solo dell’altro lato della città, la parte ribelle, e mai delle sofferenze della nostra parte. I loro rapporti sono parziali.” ( http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=11811)

– #Siria ‪#‎Aleppo‬ 25 morti finora! Ospedale Dabbit clinica ostetrica completamente distrutto è stato colpito ora da razzo lanciato dai terroristi‪#‎MondoTace‬ #VivaAleppo ( Naman Tarcha )

– Questi quattro VIDEO vi mostrano le Bande armate finanziate da Nato e Unione Europea mentre devastano la Siria. (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=8&pg=15488)

– A fronte di quanto scritto finora, a che pro questa campagna di MSF?Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di ribadire che ospedali, medici e pazienti non sono un bersaglio. Sei con noi? CONDIVIDI ‪#‎NotATargetOggi‬ i membri della Nazioni Unite voteranno una risoluzione per fermare futuri attacchi contro ospedali, pazienti e civili nelle zone di guerra. Dobbiamo assicurarci che sia la più efficace possibile!www.msf.it/…/a.151726297194.141735.6573…/10154956307327195/…

– In chiusura :”Il Regno Unito spende milioni di sterline per finanziare le operazioni mediatiche della cossiddetta “opposizione moderata siriana” nel contesto di quello che David Cameron definisce “propaganda di guerra” contro lo Stato islamico, riporta il Guardian. Il servizio stampa è controllato dal Ministero della Difesa del Regno Unito e ha lo scopo di produrre video, foto, rapporti militari, programmi radiofonici, e post sui social network con il logo dei gruppi di opposizione al fine di migliorare l’immagine delle fazioni ribelli che il governo britannico considera “opposizione armata moderata”. I materiali vengono fatti circolare sui media radiotelevisivi arabi e pubblicati on-line senza alcuna indicazione del coinvolgimento del governo britannico. L’operazione del Regno Unito a servizio di questi gruppi è iniziata dopo che il governo britannico non è riuscito a convincere il Parlamento a sostenere l’azione militare contro il presidente siriano Bashar Assad. Così, nell’ autunno del 2013, il Regno Unito ha deciso di agire dietro le quinte per influenzare il corso della guerra in Siria, in particolare plasmando la percezione dei gruppi di opposizione. ( http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=15510 )

FOTO Naman Tarcha

thanks to: l’Antidiplomatico

SIRIA. Mai tanta violenza: raid su un campo profughi

Mentre a Palmira le note del maestro russo Valery Gergiev e dall’orchestra Mariinsky risuonavano tra le rovine dell’antica città violata dallo Stato Islamico e poi liberata dall’esercito siriano, ad Aleppo l’aria si riempiva solo del suono cupo delle violenze. Le 48 ore di tregua sembravano avere dato respiro alla popolazione sotto assedio, massacrata da anni di guerra civile e ora dal rinnovato conflitto. Ma ieri gli scontri si sono spostati a poca distanza dalla città, nel villaggio di Khan Touman, lungo la direttrice Damasco-Aleppo: gruppi islamisti hanno preso d’assalto la comunità e le forze governative lì posizionate.

I qaedisti del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham hanno assunto il controllo del villaggio questa mattina, lasciandosi dietro 73 morti, tra miliziani e soldati. L’artigieria siriana ha risposto con pesanti bombardamenti, nel tentativo di salvare una comuntà geograficamente strategica. La tregua dunque non regge: se al-Nusra, insieme all’Isis, è tagliato fuori dall’accordo di cessate il fuoco siglato il 27 febbraio perché considerato gruppo terroristico, Ahrar al-Sham ne è parte su imposizione del Golfo che lo considera partner per la pace. O meglio, un altro dei suoi bracci dentro il conflitto siriano. Così mentre Ahrar al-Sham combatte al fianco di al Qaeda in Siria, viene accolto al tavolo di Ginevra come una qualsiasi forza di opposizione.

Poche ore prima la Siria assisteva all’ennesimo scempio: raid aerei hanno colpito un campo profughi nella provincia settentrionale di Idlib, uccidendo almeno 28 civili e ferendone 50. Secondo fonti locali, i bombardamenti hanno centrato il campo nel villaggio di al-Kammouna, al confine con la Turchia, controllato da al-Nusra. Per questo le opposizioni hanno puntato il dito contro l’esercito del presidente Assad e i jet russi, sebbene altre fonti accusino del massacro la Turchia.

Le immagini che ieri venivano rilanciate online raccontavano l’orrore: tende in fiamme, persone in fuga, i tentativi fallimentari dei soccorsi di spegnere il fuoco, donne e bambini feriti caricati sui furgoni. Il campo è casa oggi a circa 2mila sfollati siriani provenienti dalle province di Idlib, Hama e Aleppo. Il gioco dello scaricabarile, della propaganda facile di entrambe le parti, non è che un’ulteriore beffa per i civili siriani, usati da tutti e due i fronti come carne da macello.

Gli Stati Uniti hanno subito condannato l’attacco, definendolo “senza giustificazione”, ma hanno aggiunto di non avere prove che si sia trattato di un attacco perpetrato da Damasco. Poco prima una doppia esplosione colpiva il villaggio di Mukharam al-Fakwani, nella provincia centrale di Homs: alla prima bomba è seguito un kamikaze che si è fatto saltare in aria mentre arrivavano i soccorsi.  Almeno 7 i morti, tutti donne e bambini, 49 i feriti. Seppure non ci siano state ancora rivendicazioni, la responsabilità sembra essere dello Stato Islamico.

L’Isis continua ad avanzare e a radicarsi, approfittando dello stallo diplomatico e dello scarso interesse mostrato dalla comunità internazionale nel frenarne le offensive: ieri i miliziani islamisti hanno occupato il giacimento di gas di Saher, 150 km a nord-est di Palmira, dopo aver ucciso 30 dei soldati governativi posti a sua difesa.

Sorgente: SIRIA. Mai tanta violenza: raid su un campo profughi

Amnesty contro i big dell’high tech, cobalto estratto da minori

Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Sorgente: Amnesty contro i big dell’high tech, cobalto estratto da minori (20/01/2016) – Vita.it

Se non è guerra fredda questa…

 

 

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Gli Usa starebbero preparando una provocazione contro la Russia da mettere in atto durante le prossime manovre Nato in Polonia. Questo il senso di una notizia pubblicata dal britannico The Independent, secondo cui il nuovo comandante in capo delle delle forze Nato in Europa, il generale yankee Curtis Scaparrotti vorrebbe “ripagare con la stessa moneta l’incidente delle settimane scorse con il cacciatorpediniere Donald Cook” che, incrociando in prossimità delle coste russe nel mar Baltico, con un elicottero polacco sul ponte di volo, era stato sorvolato a 30 metri d’altezza da un Su-24, peraltro privo di armamento, fotocopiando la scena di due anni prima, nelle acque del mar Nero, con lo stesso caccia lanciamissili Donald Cook.

Qualche giorno più tardi, gli USA si erano dichiarati “indignati” perché un loro aereo-spia RC-135 era stato affiancato “pericolosamente” da un SU-27 russo che gli aveva impartito, per ammissione della CNN, “lezioni di alto pilotaggio”, eseguendo un perfetto tonneau. Nell’occasione, il presidente della Commissione esteri della Duma, Aleksej Puškov aveva ironicamente notato come “mentre l’aereo-spia USA, tranquillamente e in maniera non aggressiva, ci stava spiando sul mar Baltico, il caccia SU-27 gli ha effettuato vicino una serie di “pericolose manovre”. Gli USA sono indignati”. “La Nato potrebbe dimostrare”, scrive ancora The Independent, “quanto siano serie le proprie intenzioni, durante le manovre estive in Polonia, cui prenderanno parte 25mila soldati, la qual cosa non farebbe che gettare olio sul fuoco delle paranoie russe”. Il giornale ripropone l’esempio delle manovre Nato del 1983 “Able Archer”, che costituirono “uno dei momenti più pericolosi nella storia della guerra fredda, allorquando il Cremlino pose le truppe in stato di massima allerta, nel timore che le manovre Nato potessero costituire il pretesto per un attacco nucleare su larga scala all’Unione Sovietica”.

In attesa dell’estate, intanto, scrive l’agenzia Novorosinform, il Congresso USA ha varato “l’occupazione dell’Europa, con l’aumento delle truppe USA e la sponsorizzazione dell’Ucraina”. In vista dell’approvazione del bilancio 2017 per il Pentagono, l’amministrazione Obama chiede lo stanziamento di 3,4 miliardi di $ (su 582,7 miliardi di $ totali del bilancio della difesa) da destinare al “rafforzamento della sicurezza europea, alla luce delle sempre più aggressive azioni russe”. E’ previsto il dislocamento permanente – non più a rotazione – di una terza brigata corazzata da destinare in vari paesi dell’Europa orientale, oltre allo stanziamento di 150 milioni di $ per l’Ucraina, a favore della quale lo stesso Scaparrotti avrebbe chiesto la fornitura di armi letali, principalmente razzi controcarro FGM-148 “Javelin”. E’ un fatto, che dal 1991, secondo dati del Ministero della difesa russo, la presenza di uomini e mezzi di terra Nato in Europa orientale, in particolare Paesi baltici, Polonia, Bulgaria e Romania, sia aumentata di 13 volte e 8 volte quella di mezzi aerei.

A questo proposito, Pravda.ru scrive che gli USA hanno inviato dalla Gran Bretagna in Romania altri due caccia multifunzione F-22 “Raptor” e un aereo cisterna KS-135, per il “rafforzamento del fianco orientale della Nato”, nell’ambito delle manovre “Atlantic Resolve”. L’estate scorsa il parlamento di Bucarest aveva approvato il dislocamento del sistema di difesa antimissilistica Nato sul proprio territorio e, in autunno, vascelli della VI flotta USA avevano preso parte a esercitazioni congiunte con naviglio rumeno nel mar Nero, per la scoperta e l’eliminazione di “minacce subacquee”, durante le quali il cacciatorpediniere USA Ross si era spinto fino alle acque territoriali russe al largo della Crimea. Il Ross era entrato ancora una volta nel mar Nero nel dicembre scorso, scortato dal cosiddetto “primo gruppo navale di allerta permanente” della Nato, le tre fregate lanciamissili Francisco de Almeida portoghese, Blas de Lezo spagnola e Winnipeg canadese.

Ma, secondo la rivista militare statunitense National Interest, nonostante i miliardi di dollari spesi da Washington in armamento nucleare e difesa antimissilistica, le corrispondenti armi russe superano di gran lunga quelle USA. Questo, pur nel quadro dello “Start III” per la limitazione delle armi offensive strategiche, che prevede la riduzione a 1.550 delle testate nucleari, a 700 i missili balistici intercontinentali dispiegati e i bombardieri strategici. Secondo il Dipartimento di stato, le parti sarebbero vicine al raggiungimento delle quote previste: 741 mezzi per il lancio di 1.481 testate da parte USA e, rispettivamente, 521 e 1.735 da parte russa.

I missili balistici intercontinentali USA con base a terra sono del tipo LGM-30G, ognuno dei quali monta una testata (ne può portare fino a tre) da 300 kilotoni; realizzati nel 1978 e più volte ammodernati, dovrebbero restare in servizio fino al 2030. Gli USA pianificherebbero di investire negli armamenti nucleari circa 350 miliardi di dollari entro il 2024. Mosca dispone di un largo spettro di missili intercontinentali RS-24, dislocati sia in silos, sia su mezzi mobili; si prevede che per il 2020 possa sostituire il famoso “Topol” (equivalente del LGM-30G USA) con nuovi modelli, in grado di eludere i sistemi antimissile nemici. Dispone anche del R-36M2, in grado di portare fino a 10 testate da 750 kilotoni l’una, che per il 2020 dovrebbe essere sostituito dal RS-28, in grado di viaggiare alla velocità di 7 km al secondo. Di un RS-26, con una gittata di oltre 6.000 km, si parla come arma per ora segreta.

Il raffronto complessivo dei dispositivi militari (dati del 2014; flotte escluse) statunitense e russo mostra come, a fronte di una popolazione rispettivamente di 320 milioni e 146 milioni, gli USA dispongano di 2.270mila uomini (riserve incluse) contro 4.250mila russi; 8.900 carri armati di modelli diversi, contro 20.800; 30.817 trasporti blindati, contro 36.000; 1.900 unità di artiglierie semoventi, contro 6.500; 1.270 sistemi razzi, contro 4.500; 900 obici trainati contro 7.000. Tra i mezzi aerei, gli USA disponevano nel 2014 di 2.000 elicotteri (da trasporto, attacco e tattici) contro 1.500 russi; 700 sistemi missilistici a corto raggio, contro 1.200 e 1.150 a media e lunga gittata, contro 2.800 russi; 1.945 caccia d’attacco o intercettori, contro 1.042; 154 bombardieri strategici, contro 94 russi. Complessivamente: al dicembre 2014 gli USA disponevano di 49.742 unità di mezzi terrestri e aerei, contro 81.436 russi.

Rispetto alle forze Nato in Europa, l’americana “War on the Rocks” scrive che, secondo i modelli della Rand Corporation, la Russia sarebbe superiore di alcune volte. In base alle simulazioni, ipotizzando un attacco russo ai Paesi baltici, Mosca in 10 giorni potrebbe dispiegare dai 30 ai 50mila soldati. Nei confronti delle forze Nato dislocate nella regione, che Mosca potrebbe distruggere in tre giorni, la superiorità russa è di 7:1 in carri armati, 5:1 per elicotteri e blindati, 4:1 in artiglieria da campo e 16:1 per quella a lunga gittata; 24:1 per sistemi antimissilistici a corto raggio e 17:1 per quelli a lunga distanza. I ricercatori della Rand Corporation notano anche come, oltre che per numero, i mezzi militari russi superino per qualità quelli della Nato; e anche per quanto riguarda le forze aeree, considerate la carta vincente della Nato, l’arsenale di razzi terra-aria russi è tale da renderle un facile obiettivo.

Simulazioni a parte, il Ministero della difesa lituano avrebbe “visto” la settimana scorsa una “autentica battaglia aerea” tra velivoli russi e Nato nei cieli sopra il mar Baltico. Secondo Vilnius, per ben tre volte caccia Nato si sarebbero levati in volo per intercettare apparecchi russi. Una prima volta, il 18 aprile scorso, pur “non avendo identificato gli aerei russi in volo da Kaliningrad, potrebbe essersi trattato di un Su-27 e due Su-24. Il 21 aprile, potrebbero esser stati due caccia-bombardieri Su-24” e infine “sarebbe” stato avvistato un bombardiere a largo raggio Tu-22. Tra un “potrebbe” e un “sarebbe”, a Mosca si dicono nient’affatto meravigliati degli “avvistamenti”: quasi non passa giorno, che sommergibili vengano “scoperti” lungo le coste baltiche, o paracadutisti russi vengano “visti” atterrare sulle spiagge lituane, per non parlare dei continui “intercettamenti” di aerei militari di Mosca. In breve, i lucreziani simulacri che, “quasi membrane staccate dalla superficie dei corpi, volteggian per l’aria qua e là”.

thanks to: Contropiano

Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti

Su Forum Difesa, comunità web di militari, ex militari ed esperti del settore, un membro ha postato il link all’articolo de ilfattoquotidiano.it con un commento: 01LHD“Li hanno beccati. Prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Questa poca trasparenza sommata alle varie indagini temo renderà il cammino della seconda parte della Legge Navale una vera scalata”. Si riferisce alla vicenda della Legge Navale da 5,4 miliardi voluta dall’ammiraglio De Giorgi, che racconta come Marina e Difesa, “gabbando” il Parlamento che aveva autorizzato l’acquisto di una nave anfibia umanitaria da 840 milioni e sei pattugliatori dual-use da 437 milioni, abbiano invece ordinato una portaerei da almeno 1,1 miliardi e 7 fregate missilistiche simil-Fremm da 560 milioni l’una.02PPA

Il forum, ricco di informazioni che trapelano da ambienti militari e industriali, è quello in cui da oltre un anno si commentava con sarcasmo la strategia comunicativa del capo di stato maggiore della Marina, che per ottenere il via libera del Parlamento al suo programma navale è ricorso alla “manfrina del dual-use” delle navi militari, cioè alla formuletta magica “inventa per far digerire la medicina all’opinione pubblica” parlando di “cose che non stanno da nessuna parte” come “navi che dovevano portare 03LHDelettricità, acqua potabile, soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, che dovevano fare da ospedali galleggianti, che dovevano fare lotta all’inquinamento o ricerca e soccorso, salvare i gattini rimasti sugli alberi”. “Si maschera tutto da dual use for ever, perché un Lhd (la portaerei, ndr) diversamente come la giustifichi? Idem per le fregate lanciamissili, pure belle grosse, che per averle sono state mascherate da pattugliatori da impiegare in missioni 04PPAantinquinamento o per il soccorso di naufraghi”. Tutto condito da rendering della Marina che ritraevano sul ponte delle “navi container che fanno molto dual use… E quindi molto comodi in fase di richiesta di finanziamento a livello politico… E una volta realizzate le navi… Si fa presto a scaricarli”.

Ora che il gioco di De Giorgi è stato scoperto, le opposizioni chiedono al ministro della Difesa Roberta Pinotti di spiegare in Parlamento perché la natura, la dimensione e i costi delle nuove navi sono cambiati da quelli pattuiti inizialmente.

“Il Parlamento è stato gabbato – ammette Massimo Artini, ex Cinquestelle vicepresidente della commissione Difesa della Camera – e adesso la Pinotti, perché la responsabilità politica ultima è sua, deve darci una spiegazione. La mancanza di trasparenza c’è stata fin da subito, quando noi abbiamo chiesto dati tecnici sulle navi e non ci sono mai stai forniti. E ora scopriamo, allibiti, che le piccole navi dual-use si sono trasformate in una portaerei gigantesca e in fregate da guerra, con i costi che sono di conseguenza lievitati rispetto a quelli presentati al Parlamento. Volevano navi del genere? Perché non ce l’hanno detto subito? Ne avremmo discusso apertamente. Perché raccontarci che servivano per protezione civile e per portare corrente? Per quello basta una nave civile con un generatore!”

06Decreto“Era chiaro che sarebbe finita così!”, si infervora Luca Frusone, capogruppo Cinquestelle in commissione Difesa. “Quando discutemmo la Legge Navale chiedemmo di non approvarla finché la Difesa non ci avessero fornito i dettagli tecnici delle navi: prima di spendere tutti quei soldi volevamo sapere cosa andavamo a comprare. Alla fine la maggioranza decise di approvare a scatola chiusa, con la promessa di avere quelle informazioni, che però non sono mai arrivate. La Difesa continua a comprare aerei, navi e carri armati come caramelle, non per esigenze strategiche ma per interessi personali ed economici, trattando il Parlamento come una banda di brocchi a cui raccontare storielle o nascondere la verità e cercando in tutti i modi di aggirare il lodo Scanu”, cioè l’articolo 4 della legge 244 del 2012 sul controllo parlamentare alle spese militari. “I militari non vogliono controlli sulle loro spese”.07Dossier

Ne sa qualcosa Paolo Bolognesi, deputato Pd della commissione Difesa che dal dicembre 2013 aspetta che venga discussa la sua proposta di legge per istituire un’autorità pubblica di controllo sulle spese militari sul modello del Government Accountability Office negli Stati Uniti. “Ormai sono oltre due anni che aspetto, ma non mi stupisco perché le resistenze sono fortissime. Quando presentai la legge mi sentii dire da un generale che la mia proposta era poco patriottica. I militari farebbero di tutto per aggirare il controllo del Parlamento. Se sul programma navale la Difesa non ha rispettato il mandato parlamentare dovranno darci spiegazioni”.

09LHDSpiegazioni che, come spiega Elio Vito, Forza Italia, ex presidente della commissione Difesa della Camera (all’epoca dell’approvazione della Legge Navale), “abbiamo chiesto al Governo e ci auguriamo di avere presto dal ministro Pinotti: sarà l’occasione per fare chiarezza sullo stato di avanzamento del programma navale”.

Un chiarimento atteso anche da Francesco Saverio Garofani, attuale presidente Pd della commissione Difesa di 10LHD-CavourMontecitorio, che però si mostra fiducioso nella buona fede della Difesa. “La Legge Navale ha seguito in Parlamento tutti i passaggi previsti – spiega Garofani al fatto.it – e la commissione ha fatto il suo lavoro: abbiamo chiesto e acquisito informazioni, le abbiamo discusse e valutate e in base ad esse abbiamo espresso un parere favorevole condividendo l’importanza di questo programma. Non credo che la Difesa ci abbia tenuto nascoste le sue intenzioni e abbia proceduto 11PPAdiversamente rispetto a quanto stabilito. Comunque l’audizione richiesta al governo sarà l’occasione per ottenere informazioni aggiornate sui requisiti tecnici delle diverse unità navali e valutare quindi la coerenza con quanto autorizzato a suo tempo”.

Sorgente: Nave umanitaria o portaerei? Ora il caso fa arrabbiare il Parlamento. I partiti (compreso il Pd) chiedono chiarimenti – Il Fatto Quotidiano

Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

When it comes to the US response to the non-existent Russian threat to NATO’s eastern flank, Washington’s actions do not match its rhetoric, German politician Dr. Alexander Neu told Sputnik, commenting on the Pentagon’s plans to increase US military presence in Europe in 2017.

Sorgente: Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

US Navy Begins Annual Military Exercise With South Korean Naval Forces

Three US Arleigh Burke-class guided-missile destroyers operated with approximately 10 Republic of Korea Navy ships for seven days off the coast of the ROK peninsula, according to the US Navy press release.

Sorgente: US Navy Begins Annual Military Exercise With South Korean Naval Forces

Giovedì santo: Lavanda Papa Francesco per 12 profughi

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti.

Il CARA, – dove papa Francesco è arrivato nel pomeriggio a bordo di una Golf blu, accolto da mons. Rino Fisichella e dai dirigenti, ha stretto tante mani e autografato a pennarello, con il suo ‘Franciscus’ in calligrafia minuta uno striscione che gli dava il benvenuto, in italiano e in altre 10 lingue – ospita 892 persone da 25 diversi Paesi, di cui 15 Paesi africani, 9 asiatici, uno europeo extra Ue. 849 sono uomini, 36 donne, 7 minori. L’ottanta per cento degli ospiti sono giovani con una età compresa tra i 19 e i 26 anni, ma c’è anche una famiglia irachena che comprende quattro generazioni, dalla bisnonna in giù. Nella forte omelia, tenuta interamente a braccio, il Papa – che nella visita è stato accompagnato da tre migranti che gli hanno fatto da interprete, l’afgano Ibrahim, il maliano Boro e l’eritreo Segen – ha accennato alle storie che ognuno degli ospiti del CARA ha alle spalle. Ci sono tutte le rotte della disperazione nelle vite dei profughi cui ha lavato i piedi: c’è Mohamed, arrivato al CARA da meno di due mesi, nato in Siria, da dove è scappato varcando il confine con la Libia, è approdato a Lampedusa. Ha appena compiuto 22 anni ed è musulmano. Dalla Libia sono approdati al CARA anche Sira, 37 anni, del Mali, e Lucia, Dbra e Luchia, tre cristiane copte partite dall’Eritrea. Khurram, invece è partita dal Pakistan e attraverso Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria è arrivata a Caltanissetta.

Uomini e donne di diverse religioni, accomunati da queste rotte del dolore e dallo stesso desiderio di vita e di futuro, quei profughi che sono priorità del pontificato dal primo viaggio, a Lampedusa nel luglio 2013, e per i quali, ancora per tutto il mese di marzo parallelamente ai tre vertici europei e alla cronaca internazionale, non ha smesso di spendere interventi e appelli. “E’ bello vivere insieme come fratelli, con culture e religioni differenti, ma siamo tutti fratelli, questo ha un nome, pace e amore”, ha detto ancora il Papa dopo aver ascoltato alcuni canti in tigrigno, e prima di stingere la mano, uno per uno, a tutti gli 892 ospiti del CARA. I migranti hanno donato al Pontefice un quadro raffigurante Gesù, mentre Francesco, già questa mattina, ha fatto consegnare loro 200 uova di cioccolato, una scacchiera e palloni da calcio e palline da baseball autografate da campioni. Noi pastori “con il popolo scartato”, aveva incitato al mattino, nella messa del crisma celebrata con cardinali e vescovi e incentrata sulla “dinamica della misericordia” che è la “dinamica del samaritano”. A questa umanità scartata Bergoglio ha cercato oggi di restituire dignità e di sostenerne la speranza, in un incontro che resterà tra i più significativi del giubileo che il Papa ha intitolato alla misericordia. (giovanna.chirri@ansa.it)

thanks to: Ansa

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

The Five Most Expensive Military Operations Since WWII

Last week, Russian President Vladimir Putin revealed the price tag of the Russian anti-terrorist air operation in Syria – 33 billion rubles (about $464 million US). To get a handle on whether this was a little or a lot, Russia’s RIA Novosti news agency has prepared an overview of some of the most expensive military operations since WWII.

Sorgente: The Five Most Expensive Military Operations Since WWII

Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

US Army announces plans to place munitions stockpiles in Vietnam, Cambodia, and other area countries in a bid to contain the regional expansion of Chinese influence.

On Wednesday, the US Army announced that it plans to stockpile munitions and military supplies in Vietnam, Cambodia, and several other undisclosed nations including, experts believe, the Philippines, as the US adopts an increasingly aggressive military posture toward China.

Sorgente: Will This Trigger World War III? US Army Stockpiles Munitions Near China

Hard Power: Pentagon ‘Encircling the World’ With Missile Defense Systems

The US is continuing to spread its missile defense systems all over the world using dubious reasons as a pretext, former Director-General of the UN Office at Geneva Sergei Ordzhonikidze asserted.

“Until recently we were told that [Washington’s] anti-missile defense system in Europe was aimed at protecting [the US and its allies] from Iran’s missile program. Now China is told the same thing,” the diplomat said during a lecture at the Museum of Contemporary Russian History.

The remarks come at a time when Washington and Seoul have launched formal talks over the possible deployment of America’s advanced missile defense system, known as Terminal High Altitude Air Defense (THAAD), to South Korea in the light of Pyongyang’s recent rhetoric, threats, as well as nuclear and missile tests.

Sorgente: Hard Power: Pentagon ‘Encircling the World’ With Missile Defense Systems

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’

If you keep depriving children from Gaza of everything, eventually some of them will join armed conflict and Israel will have no one to blame but themselves, Belal Dabour, a Palestinian doctor from Gaza, told RT.

Sorgente: ‘Gaza’s new generation of children only knows stress, wars and aggression’ — RT Op-Edge

“Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Se vuoi capire cosa sta succedendo a Sigonella e quanto l’Italia sia implicata nei nuovi scenari di guerra devi telefonare a Messina, ad Antonio Mazzeo, tra i massimi esperti di geopolitica mediterranea, autore di saggi fondamentali sul rapporto tra gli Usa e il nostro paese, uno che le denunce sugli armamenti americani (e sui droni) presenti sul suolo italiano le fa da anni.

 

Antonio, cosa succede a Sigonella e perché improvvisamente se ne torna a parlare?

 

Succede che il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui riferisce di un accordo tra Usa e Italia per dislocare, nella base di Sigonella, i cosiddetti droni killer: sono dei velivoli senza pilota dotati di sistemi missilistici e bombe a guida laser. Non sono strumenti difensivi ma hanno una funzione di attacco. E questo viola almeno un paio di articoli della Costituzione.

 

Ti riferisci al famoso articolo 11 che recita “L’Italia ripudia la guerra…?”

 

E non solo. Mi riferisco, per esempio, anche all’articolo 80. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa a proposito del famoso accordo Italia-Usa.

 

Prego…

 

Già nel 2011, durante la guerra in Libia, i droni americani, senza alcun accordo formale, rientravano in Italia dopo le missioni. Poi, nel 2013, questi accordi sono stati formalizzati ma soltanto per un utilizzo temporaneo. Oggi, addirittura, Sigonella diventa una base operativa. E tutto questo senza alcun passaggio parlamentare e senza che l’opinione pubblica ne sia stata informata. Solo ieri, la ministra Pinotti è stata costretta a riferire in sede parlamentare sulla presenza dei droni sostenendo che si tratta di sistemi di difesa. Ma non è vero.

 

Torniamo ai droni. Cosa sono e come funzionano?

 

Ne esistono di due tipi: i Global Hawk, ospitati a Sigonella dal 2008, che hanno funzioni di intelligence, sono dotati di telerilevamento e monitorano aree enormi, individuando obiettivi e regolando missioni di attacco. Poi ci sono i cosiddetti droni killer, come i Predator o i Reaper: questi imbarcano bombe e sono teleguidati dalle basi statunitensi. L’America li ha usati in più di 500 blitz, in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Libia, Africa sub-sahariana e Yemen facendo migliaia di vittime.  E non solo tra i combattenti o i sospetti terroristi ma anche tra i civili, nelle scuole, negli ospedali. E questo pone grossi problemi di diritto umanitario. E poi, colpire un obiettivo solo perché sospettato di essere un terrorista equivale ad una condanna a morte senza processo.

 

Quali sono le basi da cui vengono teleguidati?

 

Fino ad oggi la base di Ramstein in Germania ma è partito un bando per realizzare un altro centro a Sigonella.

 

Insomma, siamo in guerra…

 

Sì, c’è un’accelerazione dell’escalation bellica verso la Libia. E in questa accelerazione rientra la presenza di unità navali italiane a largo della Libia e l’utilizzo dei droni italiani (sono dei Predator non armati) che partono dalla base di Amendola (Foggia), penetrano nello spazio aereo libico e si spingono fino al Ciad.

 

E in questo scenario Sigonella che ruolo ha? 

 

Sigonella si appresta a diventare una centrale di controllo mondiale dei droni già nel 2017.  Ma già oggi Sigonella e Trapani Birgi sono utilizzate per le operazioni dei droni militari acquistati dlal’Aeronautica Militare e con base di controllo ad Amendola (anche per attività di controllo anti-migrazioni). La novità è che è arrivata l’autorizzazione del congresso americano e presto potranno essere armati e avere il loro battesimo di fuoco in Libia.

 

Intervista a cura di Massimo Malerba, pubblicata il 6 febbraio 2016 in Il Post Viola,

http://violapost.it/2016/02/26/vi-spiego-cosa-accade-a-sigonella-e-cosa-sono-i-droni-killer/#sthash.vnZcR7uX.dpuf

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: “Vi spiego cosa accade a Sigonella e cosa sono i droni killer”

Da Pantelleria e Catania i voli top secret degli Stati Uniti in Libia

Intelligence. L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.

Dalla Sicilia non solo droni per le operazioni di guerra in Libia. US Africom, il comando statunitense per gli interventi nel continente africano, sta utilizzando un aereo spia che decolla quotidianamente dall’isola di Pantelleria o dall’aeroporto “civile” di Catania Fontanarossa per monitorare una vasta area tra la Libia e la Tunisia. Il velivolo, un bimotore Super King Air 300 numero di matricola N351DY, è di proprietà dell’Aircraft Logistics Group LLC, società contractor del Dipartimento della difesa con sede a Oklahoma City, il cui vicepresidente è l’ex generale Peter J. Hennessey, già responsabile delle attività logistiche dell’US Air Force durante l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan.

 

I tracciati radar più recenti documentano che l’aereo dotato di sofisticate apparecchiature d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento ha eseguito due missioni lo scorso 1 marzo. Decollato alle ore 5.34 da Fontanarossa, il Super King si è diretto sino a Misurata; dopo aver sorvolato per circa un’ora le coste ad ovest della città libica, l’aereo si è diretto a Pantelleria da dove è ripartito ancora verso la Libia alle 16.35 per atterrare infine in serata a Fontanarossa. Il giorno precedente, l’aereo-spia aveva percorso una rotta molto più contorta nel Mediterraneo volando ancora da Pantelleria sino a Misurata. Differenti le destinazioni invece il 26, 27 e 28 febbraio, quando da Catania e Pantelleria il Super King di US Africom aveva raggiunto la Tunisia per sorvolare Sousse, Sfax, Monastir e le città più interne di al-Qaraiwan e Ouled Chamekh.

 

L’uso dei due scali siciliani per le attività delle forze armate Usa in Nord Africa era stato denunciato un anno fa circa da alcuni blogger tunisini. Allora però si trattava di missioni che interessavano esclusivamente la Tunisia nelle aree di Monte Chaambi, Djebal Salloum e Foussena, al confine con l’Algeria (dove erano in corso violenti combattimenti tra le forze armate e i gruppi ribelli) e, successivamente, Sousse (la località turistica dove si è consumata l’efferata strage dei turisti in spiaggia), Hammamet e Bargou (governatorato di Siliana). Ora che Washington e la Nato minacciano di sferrare un attacco aeronavale in Libia, le operazioni d’intelligence sono state  estese anche a buona parte del territorio settentrionale libico.

 

Rispondendo nel giugno 2015 ad alcune interrogazioni del M5S, il ministero della difesa aveva ammesso di aver autorizzato US Africom a “rischierare sino al 31 maggio 2015 sulla base aerea di Pantelleria un assetto civile non armato e gestito da una compagnia privata, al fine di consentire l’esecuzione di missioni di riconoscimento e sorveglianza nel Nordafrica (a fronte delle quali non si è al corrente di specifici accordi fra la Tunisia e gli Stati Uniti)”. Il ministero aggiungeva che in base di un “apposito accordo tecnico di contingenza”, il distaccamento dell’Aeronautica italiana forniva ai contractor Usa un “limitato supporto tecnico-logistico” e che l’Ambasciata degli Stati Uniti aveva comunque avanzato una richiesta di proroga sino alla fine del 2015 “attualmente in fase di valutazione da parte dello Stato maggiore”. Evidentemente la proroga (con tanto di estensione delle operazioni sino ad oggi e l’uso in aggiunta dello scalo di Catania) è stata accordata senza che il Parlamento venisse poi informato.

 

Secondo quanto rilevato da alcuni organi di stampa statunitensi, Pantelleria è stata utilizzata in questi ultimi mesi anche per gli scali tecnici di velivoli in dotazione alle forze speciali Usa impegnate in missioni top secret in Libia. Lo scorso 14 dicembre, ad esempio, sarebbe atterrato nell’isola un aereo C-146A “Wolfhound” del 524th Special Operations Squadron dell’US Air Force, proveniente dalla base aerea di al-Watiyah a sud ovest di Tripoli.

 

Che Pantelleria sia destinata a  fare da vera e propria “portaerei naturale” per i prossimi raid multinazionali in Libia è provato dal vertice tenutosi il 5 febbraio presso il locale distaccamento dell’Aeronautica tra il responsabile del 3° Reparto dello Stato Maggiore, gen. Gianni Candotti e il gen. David M. Rodriguez, comandante in capo di US Africom. “La visita è proseguita con un tour presso le strutture di Pantelleria, tra cui lo storico ed imponente hangar, scavato all’interno di una piccola montagna”, riporta una nota emessa dal Comando aereo. “Originariamente su due livelli, esso permetteva il ricovero di almeno 80 aerei da combattimento oppure di un intero stormo da combattimento o caccia. Il ricovero realizzato negli anni ’30, è tuttora utilizzato anche per attività non tipicamente militari. Il monumentale hangar è ormai strutturato su un solo livello e la parte superiore è stata riadattata per esigenze logistiche, con sale briefing, meteo ed alloggi”. Sarà in questo bunker superprotetto che saranno rischierati i velivoli Nato destinati a sganciare missili e bombe su Tripoli e la Cirenaica.

Articolo pubblicato in Il manifesto, 5 febbraio 2016.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Da Pantelleria e Catania i voli top secret degli Stati Uniti in Libia

Just In Case: Inside the Pentagon’s Explosive Plan B for Libya

Recognizing its own failure in Libya, the Pentagon has a new plan to address the spread of terrorist groups in the North African nation: more bombs.

Since the fall of Muammar Gaddafi in 2011, Libya has been in chaos. NATO airstrikes destabilized a government that was unpopular with the West, but otherwise secure, allowing terrorist groups like Daesh, also known as IS/Islamic State, to flourish.

Now the Pentagon has a new plan to “cripple” the terrorist group’s growing influence in Libya, and it’s not much different from the strategy that led to their rise. Presented to the White House last month, the strategy calls for “as many as 30 to 40” airstrikes across the country, which, it is promised, will allow “Western-backed” militias to overwhelm Daesh militants.

According to US officials, the plan is not being “actively” considered at this time, as the Obama administration is currently trying to install a unity government in Libya, and that effort could be hindered by renewed violence.

Earlier this week, a number of Libyan experts noted that the Pentagon’s strategies are based on faulty intelligence.

“The estimates of the number of jihadists is grossly exaggerated,” said Karim Mezran of the Atlantic Council, according to AntiWar.com.

While the Pentagon has claimed that between 5,000 and 6,500 Daesh militants are operating in Libya, the need for only 30 to 40 airstrikes suggests that even Washington suspects that the terrorist fighters number in the hundreds, not the thousands.

As the US considers a new military operation in Libya, recently uncovered secret documents show that Italy has invasion plans of its own. Published by Italian newspaper Corriere della Sera, the documents show that Italian troops are preparing to join US, French, and British special forces that have been operating inside Libya for several weeks.

Varying estimates suggest that between 3,000 and 7,000 international troops will be deployed, with nearly a third sent by Rome.

Critics have questioned Italy’s need to become embroiled in a foreign military ground war.

“And the principal question – what is that national interest Italy wants to protect?” reads an op-ed from La Repubblica. “There is danger that Italy could once again be dragged into war with only one purpose – to please its allies.”

Whichever stabilization strategy the West ultimately decides upon, the US and its allies may increasingly regret ousting Gaddafi in the first place.

thanks to: Sputniknews

Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

Italy will send eight helicopters to Iraq to provide combat and logistical assistance in the fight against terrorism, the Italian defense minister said.

Last month, the Italian Defense Ministry announced that it would send 130 military personnel to Iraq where they will be stationed in Erbil.

“The Italian government will send four Mongoose (A-129) helicopters and four other NH90 planes to Iraq in the coming days… The aircraft will be deployed in northern Erbil for combat, search and rescue purposes,” Roberta Pinotti said in a statement published by the portal Iraqi News on Thursday.

The US-led international coalition of over 60 countries has been fighting against Daesh, both in Syria and Iraq, since 2014.

Sorgente: Italy to Send 8 Helicopters to Iraq for Anti-Daesh Campaign

‘Israel is a threat to global peace’

Iran says the Israeli regime’s arsenal of nuclear warheads is “a real threat” against regional and international peace and security.

Reza Najafi, the Iranian ambassador to the International Atomic Energy Agency (IAEA), reiterated on Wednesday that the Israeli regime has never allowed IAEA’s inspectors access to its secretive and illegal nuclear facilities, and called “meaningless” the concerns by Tel Aviv about Iran’s peaceful nuclear program.

“Let Israel keep shedding crocodile tears on Iran’s peaceful nuclear program! But be sure that such hue and cry cannot conceal the regime’s nuclear weapons, which are a real threat to the regional and international peace and security,” Najafi made the comments in an official letter to IAEA Director General Yukiya Amano.

Elsewhere in his letter, he criticized Amano for allowing demands for an in-depth report about Iran’s commitment to its nuclear agreement — dubbed the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), saying any such request is “inconsistent” with the text of the United Nations Security Council Resolution 2231.

“A detailed report means inclusion of more confidential information, which is contrary to the principle of confidentiality. The provisions of the Comprehensive Safeguards Agreement and Article 5 of the Additional Protocol for protection of confidential information, and the JCPOA itself, are all very clear in this regard,” he added.

Earlier in the day, chief US IAEA delegate Henry S. Ensher told the agency’s board that “robust and detailed reporting on Iran’s implementation of its commitments” is vital even with the agreement in effect. State Department spokesman John Kirby also backed such sentiments, saying “we want these reports to be as thorough as they need to be, and as detailed as they need to be.”

According to JCPOA, the IAEA has been requested to take every precaution to protect commercial, technological, and industrial secrets of Iran, therefore, “asking for the disclosure of such information under any case, including transparency, is a request for an obvious violation of the JCPOA,” Najafi further said.

Israel is the sole possessor of nuclear weapons in the Middle East with hundreds of undeclared nuclear warheads. It is also refusing to sign the Non-Proliferation Treaty.

Sorgente: PressTV-‘Israel is a threat to global peace’

L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

Valentin Vasilescu Reseau International 3 febbraio 20162015121413031852Secondo l’accordo per la soluzione pacifica della guerra civile in Siria, è stato creato un gruppo di supporto internazionale per la Siria (ISSG: Syria Support Group International), che comprende Lega araba, Unione europea, Nazioni Unite e 17 Paesi, tra cui Stati Uniti e Russia. Il round di negoziati conclusosi il 29 gennaio 2016 a Ginevra, non è un passo avanti ma è considerato un fallimento per l’atteggiamento completamente negativo dell’Arabia Saudita che ignora la risoluzione ONU 2254 e continua a sostenere il rovesciamento armato di Bashar al-Assad. [1] Inoltre, tutti i gruppi terroristici composti da stranieri, armati e sostenuti da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, che hanno invaso e rovinato la Siria, vogliono essere rappresentati nel nuovo governo. Pertanto, nei prossimi sei mesi, non ci sarà alcun cessate il fuoco e le Nazioni Unite inizieranno negoziati separati con il governo siriano e i gruppi terroristici allineati con l’Arabia Saudita. La posizione saudita è ancora più incomprensibile visto che la Russia regolarmente bombarda le posizioni dello Stato Islamico in favore dell’ELS (armato dall’Arabia Saudita e sostenuto da Stati Uniti e Turchia) e che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto incontri a Mosca con i rappresentanti dei gruppi terroristici armati e sostenuti dall’Arabia Saudita. In sostanza, gli Stati che hanno finanziato, armato e inviato in Siria i gruppi terroristici per rovesciare il governo di Bashar al-Assad, speravano in un cambiamento nei rapporti di potere per trarne vantaggio. Ma il blocco sembra avvantaggiare solo l’Esercito arabo siriano fortemente sostenuto dall’Aeronautica russa. I bombardamenti aerei russi mirano su depositi di armi e munizioni, fabbriche di esplosivi, depositi di carburante, parcheggi, centri di comando e dei terroristi in Siria. Ciò ha comportato la riduzione al 60-70% della capacità combattiva dei jihadisti, scarsità di munizioni, incapacità di eseguire manovre e di coordinarsi e comunicare. Oltre a queste missioni, i russi sorvegliano da alta quota, ventiquattro ore su ventiquattro, il confine siriano con Turchia, Giordania, Iraq e Israele con aerei da ricognizione senza pilota, rintracciando tutte le colonne dei rifornimenti jihadisti e neutralizzandone il 65% con il bombardamento aereo. Con questa strategia dei russi, il ritmo di ricostituzione delle scorte di armi, munizioni e di reclute dei gruppi terroristici rappresentano il 10% delle infrastrutture jihadistie distrutte dall’Aeronautica russa. Le principali vulnerabilità sono il confine occidentale della Siria con la Turchia, nel governatorato di Idlib, per una lunghezza di 70 km, ed il corridoio nord Azaz-Jarablus, largo 90-100 km, per cui dalla Turchia passano armi, munizioni e reclute per lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Il bombardamento dell’Aeronautica russa ha avuto anche un effetto psicologico sulle azioni di combattimento dei jihadisti in Siria, costringendoli a fermare le offensive e a difendere solo le posizioni. Per poter attaccare, i jihadisti devono creare un equilibrio di potere superiore all’Esercito arabo siriano su certe direttrici. Questo è possibile solo con ampie manovre e concentrazione di forze, facilmente notate dagli aerei da ricognizione russi. Ogni volta che i jihadisti fanno questo errore, i bombardieri russi rispondono rapidamente e neutralizzano quasi tutti i gruppi islamici che si concentrano. Seguendo la strategia attuata dalla Russia, l’Esercito arabo siriano ha guadagnato più libertà d’azione, materializzatasi con piccole offensive che hanno portato alla conquista delle roccaforti del terrorismo. [2]
Il ritiro dalle città fortificate degli islamisti ha aumentato la mobilità delle unità corazzate siriane, che hanno imposto il controllo sulle vie di comunicazione tra le città occupate dai jihadisti, riuscendo a circondare molte località, previo bombardamento aereo russo, prima di far scattare l’offensiva di terra. Ad esempio, la zona settentrionale dei monti turcomanni nel Governatorato di Lataqia, occupata dai gruppi terroristici sostenuti da Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti, viene liberata dalla 103.ma Brigata meccanizzata della Guardia repubblicana. In questo modo la sicurezza complessiva del confine con la Turchia nel Governatorato di Lataqia viene assicurata dall’Esercito arabo siriano, assieme alle posizioni di partenza dell’offensiva per la liberazione di Jisr al-Shughur, accesso fortificato al Governatorato d’Idlib. Il governatorato è interamente controllato da circa 12000 jihadisti di diversi gruppi, tra cui Jabhat al-Nusra (ramo siriano di al-Qaida). Nel governatorato di Dara, a sud di Damasco, la 7.ma Divisione meccanizzata siriana ha creato una profonda spaccatura sull’asse nord-sud circondando un gruppo di 1500 islamisti che combattevano nel governatorato meridionale. Dopo la liberazione dell’importante nodo dei trasporti di Shayq Misqin, le 12.ma e 15.ma Brigate della 5.ta Divisione corazzata siriana hanno continuato l’offensiva per conquistare la città di Nawa, nei pressi delle alture del Golan, che segnano il confine con Israele. Con questa manovra, l’Esercito arabo siriano ha avviato l’accerchiamento di 9500 jihadisti che combattono nel governatorato di Dara, assicurando anche il confine con Israele. Entrambe le offensive sono chiare indicazioni della preparazione di ampie operazioni di terra, che probabilmente saranno lanciate a marzo. Questa ipotesi si basa sul fatto che nell’ultima settimana la Russia ha intensificato la ricognizione e raddoppiato il numero di droni Dozor in Siria per monitorare strettamente i movimenti dei terroristi.
Dato che l’Esercito arabo siriano è l’unico avversario di tutti gli islamisti in Siria, armati fino ai denti (con blindati, mitragliatrici, artiglieria pesante, armi anticarro) e con grande esperienza. Tali gruppi sono in contatto diretto con le unità dell’Esercito arano siriano. La profondità del territorio occupato dai jihadisti e la loro capacità combattiva diminuiscono esponenzialmente, e il morale è molto basso, aumentando le probabilità di arrendersi senza combattere. Pertanto, il compito immediato di eliminare i gruppi islamisti sulla linea di contatto è l’obiettivo più difficile per l’Esercito arabo siriano e richiederà molto tempo. Non è escluso che, per neutralizzare i punti di resistenza dei terroristi, l’Esercito arabo siriano riceva il sostegno di distaccamenti indipendenti di commando Spetsnaz o di un battaglione meccanizzato delle forze di terra russe. Questi dovrebbero operare con i blindati 8×8 Bumerang o il nuovo T-15 Armata, che i russi vogliono testare in combattimento in Siria. Il T-15 Armata ha stessi telaio e blindatura del nuovo T-14 russo [3]. Superato il grande ostacolo della prossima missione, le truppe siriane appoggiate da aerei potrebbero attuare l’offensiva alla velocità di 20 km al giorno a sud, ovest e nord della Siria. Tenendo conto degli errori commessi nella prima fase della campagna in Siria, i russi hanno schierato permanentemente 12 bombardieri pesanti Tu-22M3 sulla base aerea di Mozdok in Ossezia del Nord. [4] Da questa base, un Tu-22M3 può raggiungere la Siria in due ore e 44 minuti e può eseguire due missioni di bombardamento al giorno in Siria. Per proteggere i bombardieri Tu-22M3 durante il volo nello spazio aereo dell’Iraq e nel nord della Siria, dove si scambiano con gli aerei della coalizione anti-SI guidata dagli Stati Uniti, la Russia ha schierato sulla base aerea di Humaymim una delle quattro batterie di missili antiaerei S-400 inviate in Siria. Una batteria è schierata nella base aerea siriana di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo. Nell’offensiva di primavera, la Russia userà 64 aerei da combattimento di stanza nella base aerea di Humaymim nel Governatorato di Lataqia (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Dopo il completamento della modernizzazione dell’Aeronautica militare siriana, la Russia può contare su 66-130 aerei modernizzati siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98) e 112 altri aerei siriani non modernizzati, ma riparati dai russi e pronti, MiG-21, Su-22M4 e L-39 [5].2016-01-24Note
[1]. Dal comunicato di Ginevra alla risoluzione 2254
[2]. La situazione militare in Siria
[3]. Esclusivo: i segreti del nuovo T-14 Armata russo
[4]. Gli errori della Russia in Siria
[5]. La Russia modernizza l’Aeronatuica della Siria

 

Sorgente: L’Esercito arabo siriano prepara la grande offensiva

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

 

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

 

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

 

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

 

Italia e Israele, soci e alleati

 

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

 

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

 

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. I