Demolire e deportare: bambini a rischio nella Jordan Valley

Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.

La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione.

Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.

Tale violenza, che si configura, tra l’altro, come violazione degli artt. 49 e 53 della IV Convenzione di Ginevra, al momento è sottoposta al vaglio della Corte Suprema Israeliana che si esprimerà fra due giorni, altra aberrazione legale visto che, in mancanza di azioni da parte delle Organizzazione preposte alla tutela del Diritto internazionale ci si affida al tribunale dell’occupante “riconoscendogli” un ruolo super partes!

Bambini e insegnanti hanno anticipato di due settimane l’apertura dell’anno scolastico per presidiare la loro scuola e chiedono attenzione mondiale al loro problema che, se nello specifico è il problema di 178 bambini, in realtà è la violazione di più principi del Diritto universale e ci riguarda tutti.

Per tutto ciò la nostra Associazione si unisce all’appello della Comunità Internazionale a sostegno del diritto allo studio e all’autodeterminazione delle comunità beduine in Palestina e sollecita i media a dare la dovuta attenzione a questo ennesimo caso di violazione della dignità umana per mano di uno Stato, come quello di Israele, ritenuto, con sempre minori ragioni, uno Stato democratico.

Comunicato stampa di www.associazioneoltreilmare.com

Sorgente: Pressenza – Demolire e deportare: bambini a rischio nella Jordan Valley

Israel ‘ethnically cleansing’ occupied West Bank: Israeli lawmaker

 

Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since 1967.
Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since 1967.

An Israeli lawmaker has accused Tel Aviv of committing “ethnic cleansing” against Palestinians in the occupied West Bank amid a rise in the demolition of Palestinian houses and buildings in the area.

Dov Khenin told Sky News on Sunday that Israel’s demolition of Arab structures in the so-called Area C of the West Bank is an attempt to clear the area and prepare it for Israelis to settle there in the future.

Area C, which is under full Israeli control, covers 360,000 hectares (890,000 acres) of land, equal to 60 percent of the West Bank’s area.

The 1993 Oslo Accords between Israel and the Palestinians divides the West Bank into Area A under full Palestinian control, Area B under shared Israeli-Palestinian control and Area C.

Israel is committing an “ethnic cleansing in a very sophisticated way” in the occupied West Bank, Khenin said.

Israeli MP Dov Khenin (photo by AFP)

Israeli authorities rejected Khenin’s remarks and claimed that the demolitions are taking place because the structures being destroyed do not have building permits.

UN fieldworker Matthew Ryder has said, though, that getting approvals for buildings is “virtually impossible” for the Palestinians.

“Israel’s own figures show that, between 2010 and 2014, Palestinians in the area that Israel controls only managed to obtain 33 permits for building on their land — that’s something like 1.5% of the permits that are actually granted,” Ryder said.

Recent figures released by the United Nations show the Israeli military has more than tripled the pace of the demolitions of Palestinian structures in the occupied West Bank over the past three months.

The world body said the average demolitions have risen to 165 on the monthly basis since January.

The demolitions have raised alarm among world diplomats and human rights groups over what they regard as the Tel Aviv regime’s continued violation of international law.

Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since the 1967 Israeli occupation of the Palestinian territories of the West Bank, including East al-Quds (Jerusalem).

All Israeli settlements are illegal under the international law. However, Tel Aviv has defied calls to stop the settlement expansions in the occupied territories.

thanks to: Presstv

La più giovane prigioniera del mondo racconta la storia del suo arresto e delle torture nelle carceri israeliane

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PIC. Dima al-Wawi, 12 anni, la più giovane prigioniera del mondo, non ci poteva credere di essere finalmente libera e riunita con la propria famiglia, dopo 75 giorni di detenzione.
Lo sguardo di Dima al momento della scarcerazione era triste, pieno di orrore e d’innocenza repressa; mentre ispezionava le facce di coloro che l’hanno accolta, la sua voce era piena di desiderio di vivere e di sogni per il futuro. Desiderava uscire di casa dopo aver patito lunghi giorni dietro le sbarre.
Sicura di sé, Dima rispondeva alle domande dei giornalisti, dei corrispondenti televisivi e dei sostenitori, sia a casa sia al telefono.
La madre di Dima, Um Rashid, ha raccontato a PIC che il 9 febbraio è stato un giorno di profondo dolore: “Siamo rimasti attoniti sentendo alla radio la notizia dell’arresto di Dima, mentre la credevamo nella sua scuola vicino a casa”.
Dima ha raccontato ai reporter di PIC che l’occupazione israeliana ha impiegato diversi metodi di tortura contro di lei, come spruzzarle addosso acqua fredda durante i giorni di freddo pungente, oltre alle tecniche di minaccia e intimidazione e ai continui interrogatori.
Ha anche raccontato che, mentre entrava e usciva dalla prigione durante le udienze in tribunale, ha visto prigionieri bambini feriti che languivano in carcere.
Ha aggiunto di aver passato il tempo in prigione ricamando a punto e croce, pregando e leggendo libri.
Abu Rashid, il padre di Dima, ha detto che la sua assenza da casa è stata uno shock ed “è stata difficile per noi per via della sua giovane età; e, nonostante abbia sei sorelle e tre fratelli, Dima è la gioia della casa”.
“Ciò che ha lenito il nostro dolore sono state le campagne di solidarietà dei comitati e delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno fatto pressione sull’occupazione israeliana, costringendola a liberarla”.
La madre ha raccontato che Dima è tornata a casa come una farfalla che rifiuti di essere contenuta dalle mura; lei vuole volare fuori dalla casa, coglie ogni occasione per uscire e respirare aria fresca, ma la sofferenza è evidente sul suo volto e lei parla, strilla e geme nel sonno, come se stesse vivendo un incubo.
L’avvocato militare Amjad Al Najjar, direttore della Società dei Prigionieri palestinesi, ha dichiarato: “Il crimine dei procedimenti giudiziari contri i bambini commesso dall’occupazione israeliana si va ad aggiungere alla serie di crimini commessi dall’esercito israeliano contro i palestinesi”.
Ha aggiunto: “Questo crimine è commesso in conformità alla legge militare israeliana – che si applica ai palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare in Cisgiordania – che permette azioni giudiziarie contro bambini dai 12 anni in su”. Dima è stata arrestata sotto questa legge.
L’avvocato ha dichiarato che l’occupazione ha fronteggiato la pressione internazionale per il rilascio di Dima al-Wawi, perché la detenzione di bambini fra i 12 e i 16 anni è vietata dalla legge internazionale e dalla legge israeliana, mentre la legge militare israeliana l’autorizza. Questa pressione ha costretto il tribunale israeliano a rilasciare la bambina due mesi in anticipo, con una multa di 8mila shekel (2.100 dollari).

 

Traduzione di F.G.

 

 

  thanks to: Agenzia stampa Infopal

HRW: la polizia israeliana commette abusi sui bambini detenuti

2015_07_mena_opt_israel_arrest_kidsHuman Right Watch. Palestina: la polizia israeliana commette abusi sui bambini detenuti. Con il raggiungimento del picco di arresti, le preoccupazioni aumentano.

Gerusalemme

Le forze di sicurezza israeliane stanno commettendo abusi sui bambini palestinesi detenuti in Cisgiordania. Il numero di bambini arrestati dalle forze israeliane è più che raddoppiato dall’ottobre del 2015.

Colloqui effettuati coi bambini che sono stati detenuti, riprese video e relazioni degli avvocati denunciano che le forze di sicurezza israeliane stanno utilizzando la forza, senza che ve ne sia la reale necessità, durante gli arresti e la detenzione dei bambini, in alcuni casi picchiandoli e trattenendoli in condizioni pericolose ed offensive della dignità.

“I bambini palestinesi vengono trattati con metodi che terrorizzerebbero e traumatizzerebbero anche un adulto”, ha affermato Sari Bashi, direttore nazionale di Israele e Palestina. “Urla, minacce e percosse usate dalla polizia non sono un buon metodo per trattare con un bambino o per ottenere da loro informazioni dettagliate”.

Avvocati e organizzazioni per i diritti umani hanno riferito a Human Rights Watch che le forze di sicurezza israeliane interrogano di solito i bambini senza la presenza di almeno un genitore, violando le leggi sia internazionali che nazionali di Israele che prevedono tutele speciali per i detenuti bambini. Fra queste tutele, vi è la richiesta che l’arresto o la detenzione di un bambino sia solo l’ultima possibilità edoccorre prendere tutte le precauzioni affinché i bambini non siano costretti a dichiararsi colpevoli. La Convenzione per i Diritti del Bambino richiede che le forze di sicurezza agiscano in modo da tutelare al meglio gli interessi del bambino, una considerazione fondamentale in tutti gli aspetti del sistema giudiziario minorile.

Nel luglio 2015, Human Rights Watch ha documentato sei casi di abusi su bambini che le forze di sicurezza israeliane avevano trattenuto a Gerusalemme Est ed in altre zone della Cisgiordania occupata. In risposta, la polizia e l’esercito israeliani hanno negato che gli abusi abbiano avuto luogo ed hanno risposto a Human Rights Watch che le loro forze avevano effettuato arresti e detenzioni in accordo con la legge.

Da allora, Human Rights Watch ha documentato tre nuovi casi di abuso fisico su bambini in custodia e metodi per gli interrogatori che violano queste norme. Gli avvocati penalisti della difesa affermano con documenti che tali abusi sono endemici. L’incapacità di rispettare le leggi internazionali e le protezioni previste dalla legge israeliana, riguardo ai bambini detenuti, è particolarmente preoccupante visto l’aumento vertiginoso del numero di bambini arrestati durante le recenti violenze.

Da ottobre, le proteste in Cisgiordania e a Gaza sono aumentate, cosi’ come la quantità di proiettili veri utilizzati dalle forze israeliane contro i dimostranti. Si sono registrati anche accoltellamenti e presunti accoltellamenti da parte di Palestinesi contro civili israeliani e forze di sicurezza, sia in Cisgiordania che in Israele. Alla data del 29 febbraio 2016, sono rimasti uccisi 172 Palestinesi e 24 Israeliani, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Dei 21 Palestinesi sospettati di aver commesso attacchi ed uccisi nel 2016, nove erano bambini, secondo l’ONU.

Human Rights Watch ha intervistato tre Palestinesi, di 14, 15 e 16 anni, due dei quali sono stati arrestati a Gerusalemme Est ed il terzo in Cisgiordania nella città di Hebron, ad ottobre e novembre 2015. Ognuno di loro ha riferito di esser stato sottoposto ad uso della forza eccessivo durante l’arresto o durante la detenzione, o durante entrambi. Human Rights Watch ha anche intervistato alcuni testimoni presenti durante questi tre arresti ed ha visionato il video di una telecamera di sicurezza nel quale si vedono agenti di polizia che sembra utilizzino eccessiva forza durante l’arresto di un quindicenne. Human Rights Watch ha anche intervistato avvocati penalisti della difesa che lavorano a Gerusalemme Est, ha presentato una lista di domande al ministro israeliano per la polizia per mezzo di un membro della Knesset (parlamento), ed ha presentato alcune domande anche all’ufficio dei portavoce dell’esercito israeliano e della polizia.

In due di questi tre casi, la polizia ha interrogato il bambino senza la presenza di nessun genitore o di un altro tutore; nel terzo caso, un genitore ha potuto essere presente solo quando l’interrogatorio era già iniziato. Tutti e tre i bambini hanno riferito che gli agenti di polizia li hanno colpiti e calciati dopo che si trovavano in custodia. Hanno anche raccontato di essere stati obbligati per ore a stare fuori al freddo nelle prime ore del mattino e durante la notte, con le mani legate alle sedie, in strutture della polizia.

Il video di una telecamera di sorveglianza di un negozio documenta l’arresto di uno dei bambini, Fayez B., 15 anni, e mostra almeno sette agenti di polizia in tenuta antisommossa che partecipano all’arresto, schiaffeggiando e trascinando il ragazzo che pesa 53 kg., utilizzando anche una manovra di soffocamento. “E’ stata una nottata terribile”, ha riferito Fayez a Human Rights Watch. Il padre del ragazzo è arrivato durante l’arresto e ha detto che un agente della polizia lo ha colpito al volto quando ha chiesto cosa stesse accadendo.

Secondo l’organizzazione palestinese per i diritti dei bambini DCI-Palestine e l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che si affida alle informazioni dell’Autorità carcerarie israeliane, il numero di bambini palestinesi arrestati in Cisgiordania a partire da ottobre, quando vi è stato un aumento delle violenze, è aumentato del 150 percento rispetto ad un anno fa. Oltre alle aggressioni di bambini palestinesi contro civili e forze di sicurezza israeliane, anche i casi di bambini che lanciano pietre contro veicoli israeliani sono aumentati.

In risposta alle denunce di abusi durante l’arresto di uno dei ragazzi, Ahmed A., il distretto di Hebron delle forze di polizia israeliane ha inviato una lettera per iscritto in risposta alle domande sottoposte da Human Rights Watch. La lettera afferma che l’interrogatorio di Ahmed è stato effettuato secondo la legge, ma non affronta direttamente le accuse secondo le quali gli agenti di polizia hanno abusato fisicamente di lui. Il ministro della polizia deve ancora rispondere ad un’inchiesta parlamentare presentata a febbraio 2016, la quale chiede informazioni generali sul trattamento dei bambini palestinesi detenuti. Il capo dell’ufficio di polizia ha respinto una richiesta di incontro presentata da Human Rights Watch che sarebbe servita a dare risposte alle preoccupazioni avanzate.

Human Rights Watch non ha chiesto una risposta per i casi degli altri due bambini, al fine di proteggere loro e le loro famiglie. Vengono tenuti nascosti i cognomi dei bambini per proteggere la loro privacy.

“Il numero crescente di attacchi compiuti da bambini palestinesi è preoccupante”, ha dichiarato Bashi. “Ma le forze di sicurezza dovrebbero sottostare alla legge e trattare i bambini detenuti con l’umanità e la dignità che tutti i bambini meritano”.

Fayez B., 15 anni

Fayez è stato arrestato all’esterno di un negozio dove lavorava occasionalmente, a Gerusalemme Est, nel pomeriggio del 7 ottobre. Ha riferito a Human Rights Watch che gli agenti della polizia israeliana lo hanno avvicinato chiedendogli se avesse un coltello e che uno di loro gli ha messo una mano nella tasca mentre l’altro lo spintonava. Fayez ha dichiarato di aver spinto a sua volta l’agente e di essere entrato nel negozio dove lavorava per dare il suo telefono cellulare al proprietario, preannunciandogli che sarebbe stato arrestato.

Gli agenti della polizia lo hanno quindi seguito, ha detto, cominciando a colpirlo fino a farlo cadere a terra. Mentre era al suolo, ha continuato, gli agenti gli davano calci tra le gambe e gli sbattevano la testa per terra, poi lo hanno trascinato mettendolo in piedi e schiaffeggiandolo per poi ammanettarlo. Il proprietario del negozio, Mohammed al-Shwaiki, che era presente, ha confermato il racconto ed ha aggiunto che un agente di polizia ha colpito anche lui, al capo e ad un ginocchio.

Un video del servizio di sorveglianza del negozio, che al-Shwaiki ha consegnato ai media poco dopo l’arresto, mostra Fayez che cammina all’interno del negozio ed un agente della polizia, vestito in tenuta antisommossa, che lo afferra. Il ragazzo si divincola e cammina dietro al bancone del negozio, quindi si vede l’agente che lo spinge nuovamente a terra. Lui e l’agente restano fuori dalla vista della telecamera per 13 secondi. Dopodiché si può vedere l’agente che lo trascina rialzandolo da terra, lo schiaffeggia, e lo porta verso l’entrata del negozio. Almeno altri sei agenti di polizia, tutti con indosso caschi e giubbotti antiproiettile, si possono vedere mentre partecipano all’arresto. Anche se Fayez appare sopraffatto, uno degli agenti sembra colpire il ragazzo mentre sta in piedi, ed un altro sembra fargli una breve manovra di soffocamento. Fayez pesa 53 chili ed è alto un metro e 65.

Fayez ha poi raccontato di essere stato ammanettato e di aver camminato verso il quartiere di Abu Tor, nel quale vivono sia Palestinesi che ebrei israeliani. Ha detto che gli agenti di polizia hanno continuato a colpirlo e a dargli calci. Dopo essere entrati nel quartiere passando attraverso una porta, Fayez racconta di essere stato gettato a terra dai poliziotti. Sei o sette di loro lo hanno colpito alle gambe, alla schiena e alla testa, mentre alcuni passanti urlavano contro di lui in ebraico e imprecavano maledizioni in arabo contro sua madre e sua sorella.

Fayez ha quindi raccontato che la polizia lo ha caricato su una grande jeep assieme ad 11 agenti e si sono diretti verso la stazione di polizia di Oz. All’inizio si trovava seduto nei posti dietro, ma in seguito gli agenti lo hanno fatto mettere sul pavimento. Quindi un certo numero di poliziotti gli ha dato calci, ed uno lo ha colpito alla testa con un pugno. Un altro agente ha versato acqua sulla schiena di Fayez.

Il padre di Fayez, Fawaz B., è arrivato al negozio attorno alle 4, mentre suo figlio veniva portato via. Ha detto che quando ha chiesto agli agenti di polizia cosa stesse accadendo, uno di loro lo ha afferrato alla camicia dandogli un pugno al volto. Ha quindi detto di aver spintonato l’agente, e poi altri agenti lo hanno spinto via minacciandolo di sparargli se non se ne fosse andato.

Fawaz ha detto di aver poi seguito i poliziotti presso il quartiere di Abu Tor. Ha notato circa 25 persone presenti – uomini, donne, bambini – riuniti attorno ai poliziotti che gridavano mentre gli agenti colpivano suo figlio. Fawaz ha detto di aver urlato contro di loro per fermarli e poi li ha visti portare suo figlio all’interno della jeep. Ha poi guidato verso la stazione di Oz, ha detto, dove gli agenti gli avevano detto che avrebbero portato suo figlio, ma quando è arrivato i funzionari della polizia gli hanno detto che suo figlio si trovava in un’altra struttura di polizia, nella strada Salah al-Din. Fawaz ha raccontato che quando è arrivato li’, i funzionari gli hanno detto di recarsi in una terza struttura, conosciuta come la struttura russa. Qui gli è stato riferito che suo figlio si trovava invece presso la stazione di polizia di Oz.

“Hanno agito in questo modo per non permettermi di assistere al primo interrogatorio”, ha detto Fawaz.

Fawaz ha detto di essere ritornato nella stazione di Oz e di aver chiesto nuovamente di essere presente all’interrogatorio di suo figlio. Ha detto che lo hanno fatto aspettare ancora per un’ora, fino alle 10 di sera, quando i poliziotti gli hanno permesso di entrare nella stanza dove si stava svolgendo l’interrogatorio di suo figlio. Fawaz ha raccontato che suo figlio aveva le manette ai polsi e alle caviglie e piangeva mentre gli investigatori gli urlavano contro, accusandolo di aver tentato di accoltellare le forze di sicurezza.

“Ho notato segni sul suo volto”, ha detto Fawaz. “Era blu, ed il suo collo aveva i segni di polpastrelli… era rosso e blu. Gli bestemmiavano contro usando un brutto linguaggio. Non riuscivo a sopportarlo. Ho detto loro di non essere indecenti con lui e loro hanno urlato anche contro di me”. Fawaz ha detto che l’interrogatorio è terminato verso le 11.

Fayez ha detto che dopo il suo interrogatorio è stato portato nel cortile della stazione di polizia e messo su una sedia all’aria gelida, sempre con le manette alle mani e ai piedi, fino circa alle 2 di notte, quando è stato portato con la jeep nella struttura russa, che ha una parte destinata ai giovani detenuti. Gli agenti di polizia gli hanno detto che questa parte era già piena e lo hanno riportato verso la jeep sulla quale ha trascorso tutta la notte. Gli agenti di polizia gli hanno dato una bottiglia d’acqua ma niente cibo, ha detto. Ha inoltre dichiarato che sulla jeep, quando si addormentava, gli agenti gli versavano acqua addosso per svegliarlo.

“E’ stata una notte terribile”, ha aggiunto.

E’ stato rilasciato il giorno seguente senza nessuna accusa, dopo che era stato pubblicato on-line il video del suo arresto. Il proprietario del negozio, al-Shwaiki, ha detto che la polizia ha interrogato anche lui, dicendogli che Fayez sarebbe stato rilasciato se lui e gli altri si fossero accordati per non presentare nessuna denuncia.

Ahmed A., 16 anni

I soldati hanno arrestato Ahmed il 27 novembre alle 7 di sera circa, nel giardino di un amico, Issa Amer, vicino alla sua casa a Hebron. Ha detto che i soldati lo hanno bendato e ammanettato poi lo hanno portato presso una stazione di polizia nella colonia Kiryat Arba che si trova nelle vicinanze, dove è stato messo a sedere all’esterno per terra fino intorno alle 12.30 di notte. Ha chiesto di poter far arrivare suo padre, ma gli agenti di polizia gli hanno detto che ai loro genitori non sarebbe stato permesso di assistere all’interrogatorio. Gli è stato concesso di parlare col suo avvocato al telefono prima dell’interrogatorio che è iniziato dopo mezzanotte. Ha riferito che gli investigatori lo accusavano di possedere un coltello, accusa da lui respinta, e lo hanno poi trasferito in una struttura militare nella strada Shuhada.

Una volta arrivati, ha detto, sei o sette soldati lo hanno obbligato a rimanere a terra e hanno iniziato a colpirlo e a dargli calci.

“Sono stato colpito alla schiena e alle gambe, con calci e pugni alla testa”, ha raccontato Ahmed a Human Rights Watch. “Non so per quanto tempo è durato, ma è stato molto doloroso, ed il tempo trascorreva lentamente”.

Ha detto di aver passato la notte su una sedia nel cortile, nell’aria gelida della notte, e gli è stato dato soltanto un bicchiere d’acqua ed una fetta di formaggio giallo e duro. E’ stato trasferito presso una struttura di detenzione il giorno seguente ed è stato rilasciato sei giorni più tardi senza nessuna accusa, dopo che il test del DNA non ha dato alcuna prova del suo legame con un coltello che era stato ritrovato.

Il Distretto delle forze di polizia israeliane in Cisgiordania ha dichiarato a Human Rights Watch nella sua lettera che le forze di sicurezza hanno arrestato Ahmed perché corrispondeva alla descrizione di un sospetto che presumibilmente era in possesso di un coltello e che stava fuggendo dai militari. La lettera affermava che lo ha interrogato un giovane investigatore appositamente addestrato per questi casi, e che i poliziotti hanno notificato ai genitori il suo arresto. La polizia ha dichiarato che il ragazzo non aveva chiesto di avere i suoi genitori presenti durante l’interrogatorio e che comunque non avrebbero avuto il permesso di assistere perché lui era un sospettato di un crimine contro la “sicurezza”.

La lettera non affronta il tema delle accuse secondo le quali i poliziotti hanno picchiato e dato calci ad Ahmed ma rimandano Human Rights Watch ad una procedura per poter presentare reclami contro i “carcerieri” che presumibilmente abbiano commesso abusi, sebbene Ahmed abbia affermato di essere stato picchiato durante un fermo di polizia, prima di essere trasferito presso il centro di detenzione. La lettera non risponde neanche ad una domanda sul fatto che uno dei genitori del ragazzo abbia firmato un documento che confermi che essi avevano ricevuto la notifica del suo arresto, come afferma la Youth Law.

Suheib I., 14 anni

Un terzo ragazzo, Suheib I., 14 anni, ha riferito a Human Rights Watch che la polizia lo ha arrestato alle 4 del mattino in casa sua, nel quartiere Thowri a Gerusalemme Est, il 28 di ottobre del 2015. Sua madre ha confermato l’ora e la data. Gli agenti lo hanno sistemato sul pavimento di un automezzo della polizia. Suheib, che è alto 1.61 e pesa 50 kg., ha detto che i poliziotti lo hanno colpito alla testa e gli hanno bestemmiato contro, mentre si recavano presso la stazione di polizia di Oz. Ha detto che è stato fatto sedere su una sedia, con le mani e i piedi legati, all’esterno di un veicolo nella struttura della polizia, dalle 5 di mattina circa fino all’ora di pranzo. Le persone che lo interrogavano lo hanno quindi portato dentro ed hanno iniziato a fargli domande circa il presunto coinvolgimento nel lancio di bottiglie contro le forze di sicurezza.

I suoi genitori non erano presenti. Suheib ha detto che gli agenti gli hanno bestemmiato contro e lo hanno minacciato di cancellare la residenza dei suoi genitori a Gerusalemme Est. Ha raccontato che i poliziotti gli hanno detto di firmare documenti scritti in ebraico, cosa che ha fatto, nonostante egli non riesca a leggere questa lingua. Ha chiesto agli investigatori circa il contenuto dei documenti e gli è stato risposto che una di esse dichiarava che il ragazzo non era stato picchiato. E’ stato trattenuto in vari centri di detenzione fino al 22 di novembre, quando, in base alle trascrizioni di Human Rights Watch esaminate dal tribunale, è stato posto agli arresti domiciliari dopo che un giudice del tribunale minorile della magistratura di Gerusalemme ha raccolto una testimonianza anche da un addetto ai servizi sociali del comune secondo il quale il ragazzo in detenzione “stava soffrendo”.

I documenti del tribunale affermano che il sergente di polizia Fadi Madah ha riferito al tribunale minorile di Gerusalemme che un giudice ha emesso un mandato d’arresto per Suheib il 26 di ottobre. Non è stata data alcuna giustificazione sul motivo per il quale gli agenti di polizia abbiano eseguito il mandato alle 4 di mattina, due giorni dopo che era stato emesso. Madah ha anche confermato nella sua testimonianza che un comandante della polizia ha autorizzato che venisse negato al ragazzo il diritto di poter avere i suoi genitori presenti durante l’interrogatorio, dicendo che il crimine del quale era accusato – lancio di bottiglia contro automobili condotte da ebrei – aveva giustificato tale decisione.

Requisiti legali per gli interrogatori

L’Art. 14 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che Israele ha ratificato nel 1991, richiede procedure giudiziarie che tengano in considerazione l’età dei bambini imputati. La Convenzione per i Diritti del Bambino, anche questa ratificata da Israele nel 1991, fornisce i particolari di questi requisiti e indirizza gli stati per assicurare che i bambini non siano “obbligati… a dichiararsi colpevoli”. Il comitato incaricato per l’interpretazione della convenzione ha dichiarato che ciò comprende il diritto di poter richiedere la presenza di un genitore durante gli interrogatori e di evitare procedure investigative che, data l’età dei bambini ed il loro sviluppo, potrebbero portare od obbligare il bambino a ritenersi colpevole.

Il comitato dice che il termine “obbligato” potrebbe essere interpretato in una varietà di casi e non essere limitato alla forza fisica o ad altre palesi violazioni dei diritti umani. L’età del bambino, il suo sviluppo, la durata dell’interrogatorio, la mancanza di comprensione da parte sua, la paura di conseguenze ignote o di possibilità suggerite di detenzione potrebbero portarlo ad una confessione che non è veritiera. Il comitato ha inoltre chiesto ad Israele che apra una inchiesta indipendente sui presunti casi di tortura e maltrattamenti sui bambini palestinesi, alla luce dei rapporti che le forze di sicurezza “[li] sottopongono sistematicamente a violenze fisiche e verbali”.

L’UNICEF ha relazionato che in 168 delle 208 dichiarazioni giurate fornite dai bambini palestinesi nel 2013 e nel 2014, i bambini hanno dichiarato di non essere stati informati dei loro diritti ad avere un avvocato o di restare in silenzio durante gli interrogatori. I bambini hanno riferito di essere stati “sottoposti a violenze fisiche” in 171 casi.

Sia la Youth Law applicata in Israele che le ordinanze militari applicate in Cisgiordania prevedono che la polizia notifichi ai genitori l’arresto del loro figlio e permettono al bambino di consultarsi con un avvocato prima dell’interrogatorio. La Youth Law riconosce ai bambini di poter avere la presenza di un genitore durante i loro interrogatori, eccetto nei casi di presunti “reati contro la sicurezza”. La Youth Law richiede anche che i funzionari svolgano gli interrogatori di giorno, di condurre i procedimenti in una lingua che il bambino comprende, e di tenere in considerazione il benessere del bambino nel decidere se l’arresto sia assolutamente necessario. Nonostante la Youth Law non si applichi formalmente in Cisgiordania, ad eccezione di Gerusalemme Est, l’esercito di Israele ha detto a Human Rights Watch che essa attua le disposizioni della Youth Law, compreso il diritto ad avere un genitore presente durante l’interrogatorio, per l’applicazione della legge in Cisgiordania.

Cosi’ come il numero di arresti di bambini è cresciuto a seguito dell’escalation di violenza dei mesi scorsi, allo stesso modo è cresciuto il numero di casi nei quali le norme internazionali che proteggono i bambini sono state violate, come hanno riferito organizzazioni per i diritti umani, sia israeliane che palestinesi. Mohammed Mahmoud, un avvocato dell’organizzazione per i prigionieri palestinesi Adameer, ha difeso centinaia di bambini negli ultimi mesi, la maggior parte dei quali sono stati arrestati per aver lanciato pietre contro i coloni e le forze di sicurezza. Ha dichiarato a Human Rights Watch:

Il problema principale nel sistema legale israeliano nel trattamento dei minori è quello che un agente di polizia esperto può garantire a chi svolge gli interrogatori una ordinanza che permette loro di vietare la presenzadei genitori di un bambino durante il suo interrogatorio. Questa ordinanza, per quel che vediamo, viene utilizzata contro i bambini palestinesi soltanto per i casi politici, e dà agli investigatori la possibilità di inveire, urlare, minacciare i bambini spingendoli a confessare crimini che non hanno commesso soltanto per paura.

Anche se negare il diritto alla presenza di un genitore durante l’interrogatorio dovrebbe essere una misura eccezionale, tale pratica minaccia di diventare la regola per i bambini palestinesi, per i quali azioni come il lancio di pietre vengono definite crimini contro la sicurezza. Secondo uno studio del 2015 effettuato dal Military Court Watch, una organizzazione non governativa, soltanto il 3 percento dei bambini palestinesi arrestati in Cisgiordania ha riferito che i loro genitori erano presenti durante l’interrogatorio compiuto dalle forze di sicurezza.

Nel novembre del 2015, la Knesset israeliana ha approvato una legge che autorizza pene detentive più lunghe per i bambini condannati per lancio di pietre e che permette al governo di sospendere i pagamenti degli aiuti sociali alle famiglie mentre i loro figli scontano la pena

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Israel’s collective punishment

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PNN/Jenin

Since Wednesday night, February 3, the Israeli occupation forces (IOF) has imposed a closed military zone on the village Qabatiya, reportedly preventing all entrances and exits to and from the Jenin-district town, which counts 25,000 inhabitants.

This follows the Wednesday’s combined shooting and stabbing attack carried out by three Palestinian youths, killing 19-year old Israeli occupation policewoman Hadar Cohen at the Damascus Gate in occupied East Jerusalem’s Old City.

According to locals, the IOF closed the Khirbat al-Wahid road on Friday with bulldozers, cutting off the last opening for movement in and out of the town, apart from humanitarian concerns. The seven entrances have all been blocked off with large mounds of dirt dug from the village’s land according to Middle East Eye (MME). Agricultural roads that locals had been using as detours to cross out of the town were also closed.

House demolition, road closures, intensive security checks, and complete blockades of villages or districts have become commonplace in the occupied territories, despite criticism from the international community and human rights groups that the measures operate as collective punishment.

Since Wednesday, at least 13 residents of Qabatiya have been injured by live fire and tear gas during clashes with IOF. A 15-year-old boy was also critically injured after being run over by a military jeep.

Palestinian Prime Minister Rami Hamdallah on Saturday decried according to Maan News the “collective punishment” imposed by Israel on residents of Qabatiya.

“Ongoing Israeli policies of collective punishment, field executions, and blockading Palestinian cities, villages, and refugee camps will worsen the security situation in the area,” Hamdallah said. “By confining our people and suffocating them with military checkpoints, Israel is violating all international laws and conventions,” he added.

The Prime Minister held Israel responsible for the ongoing deterioration of the situation in Qabatiya, because the inhabitants have seen ongoing clashes between the local youths and military forces.

The village’s mayor, Mahmoud Kameel, who shares his last name almost half its residents, said in an interview with MEE, he believed Israel’s actions were unconscionable and amounted to collective punishment.

“Punishing 25,000 people because of the actions of three teenage boys – in what country is that okay?” Kameel said. “These people didn’t do anything, but they are here stuck in their homes, not able to work, not able to live because Israel has chosen to punish tens of thousands for the actions of three boys.” he added.

Ahmad Mohammed Kameel, the father of one of the three teenagers in the Jerusalem attack, told MEE that he agreed with the mayor’s sentiment. His son was not political, he said, but the pressure of the current upheaval could have been a breaking point and the trigger to “fighting the occupation”.

Ahmad did not condemn his son’s actions, saying that any Palestinian would be honored to have a “martyr” in their family, much like other countries supporting their fallen soldiers. But there are feelings of loss.

“I am just thankful for the support of my village,” Ahmad said.

While Ahmad is sure his home will be destroyed, the youths of the village have vowed not to allow the demolition to happen without a fight.

Sari Bashi, a spokeswoman for Human Rights Watch, told MEE that it was not necessarily unlawful to close the entrance to a village for a short time, for example to arrest a suspect.

However, “if the closure were to continue it would risk being disproportionate, or even a measure imposed for reasons for collective punishment”.

thanks to: PNN

Dal 1° di ottobre, 3.730 Palestinesi feriti in Cisgiordania e Striscia di Gaza

 

16/10/2015

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Betlemme-Ma’an. Oltre 400 palestinesi sono stati feriti negli scontri, martedì, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, secondo quanto affermato dalla Mezzaluna Rossa, con almeno 31 persone colpite da munizioni letali.

 

In Cisgiordania, gli scontri sono continuati per il 12esimo giorno consecutivo mentre le forze israeliane hanno represso le manifestazioni popolari in Hebron, Betlemme, Nablus e altri distretti.

 

13 palestinesi sono stati colpiti e feriti con munizioni letali, 84 da pallottole d’acciao rivestite in gomma (PARG) e 229 dal gas lacrimogeno, secondo quanto dichiarato da un portavoce della Mezzaluna Rossa a Ma’an.

 

Almeno quattro palestinesi sono stati colpiti con munizioni letali durante gli scontri ai posti di guardia di Beit Furik e Huwwara, a Nablus, e portati all’ospedale per trattamento, secondo quanto affermato da medici.

 

A Hebron, centinaia di studenti universitari hanno marciato verso i check-point militari nel nord della città, con le forze israeliane che aprivano il fuoco contro i manifestanti.

 

Cinque manifestanti sono stati colpiti da raffiche di munizioni letali e trasferiti in un ospedale nel nord di Hebron, mentre un giovane e un bambino sono stati colpiti all’entrata del campo profughi di al-Fawwar.

 

Sono almeno 16 i feriti da PARG nel distretto di Hebron.

 

A Beltemme, Mutaz Ibrahim Zawahreh, 27 anni, è stato colpito da una munizione letale al petto ed è stato poi trasferito in ospedale in condizioni critiche, dov’è poi morto, secondo quanto dichiarato da fonti mediche dell’Ospedale governativo Beit Jala a Ma’an.

 

Molte altre decine di persone sono state ferite dai proiettili d’acciaio rivestiti in gomma e dal gas lacrimogeno.

 

Nel frattempo, la Mezzaluna Rossa ha affermato che almeno 18 palestinesi sono stati colpiti con munizioni letali, a Gaza, mentre altri 43 sono stati colpiti da PARG.

 

Decine di giovani palestinesi hanno preso parte ad una manifestazione a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, contro le violazioni israeliane in corso contro Cisgiordania e Gerusalemme est occupate, mentre dei manifestanti si sono riuniti a est del campo profughi al-Bureij, nel centro di Gaza.

 

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato a Ma’an che “centinaia di manifestanti si sono radunati vicino alla barriera di confine lanciando pietre e facendo rotolare pneumatici incendiati”, mentre le forze israeliane hanno risposto con mezzi di dispersione di manifestanti.

 

Più tardi, centinaia di palestinesi hanno cercato di fare breccia nella “barriera di sicurezza” e le forze israeliane hanno sparato colpi di avvertimento verso l’alto, ha aggiunto il portavoce.

 

Gli ultimi feriti negli scontri di martedì hanno portato il numero totale di palestinesi feriti dal 1° di ottobre a 3.730 in Cisgiordania e Striscia di Gaza.

 

360 sono stati colpiti con munizioni letali, 932 con proiettili d’acciaio rivestiti in gomma e 2365 sono stati intossicati con il gas lacrimogeno, ha affermato la Mezzaluna Rossa.

 

Almeno tre palestinesi sono stati investiti da veicoli militari israeliani, mentre 68 sono stati assaliti dalle forze militari.

 

La morte di Mutaz Ibrahim Zawahreh, 27 anni, porta a 30 il numero totale di palestinesi uccisi a ottobre, 17 dei quali uccisi durante gli scontri.

 

Gli scontri in corso sono stati indotti dalle rappresaglie dell’esercito e dei coloni israeliani dopo che quattro israeliani sono stati uccisi in due attacchi distinti all’inizio di ottobre, sebbene le tensione fossero in crescita da settimane a causa delle restrizioni contro i palestinesi nel complesso della moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme est.

 

Traduzione di F.H.L.

 

 

 thanks to: Infopal

Video: Palestinian killed in Jerusalem was not a threat

Fadi Aloon, 19, killed early morning on October 4, 2015 after allegedly stabbing Moshe Malka, 15, in East Jerusalem. (Photo: Twitter)

Fadi Aloon, 19, had his back to police and was walking away when he was gunned down before dawn last Sunday, a new video published today by Local Call (+972 Magazine’s Hebrew sister-news blog) revealed.

The footage is the third recording of the killing posted online and shows Aloon, an East Jerusalem resident from the Issawiya neighborhood, tracing the tracks of Jerusalem’s light rail line near Damascus Gate moments after he allegedly stabbed 15-year old Israeli Moshe Malka.

Following the shooting, Aloon’s family said the youth posed no threat to security officers at the time he was killed, according to the Guardian. A video released earlier in the week in which several Israelis are heard shouting “shoot him” to police was not conclusive on that score. The video is dark and blurry and Aloon is out of frame at the time shots were fired.

The new recording shows Aloon walking towards the western portion of the city—almost aimlessly—occasionally turning to face onlookers deriding him. When a police vehicle approaches Aloon is immediately fired upon; officers did not call out to Aloon to stop, or check if he was armed with a knife that was used in the stabbing attack.

“After viewing the film it can’t be denied that Israeli police officers killed a person in cold blood, when he wasn’t a danger to anyone and they should be tried for it,” wrote Local Call’s John Brown who published the latest video. “Even a person that stabbed another has a right not to be executed by the police, even with pressure from the crowd,” continued Brown.

After the attack Malka was taken to a Jerusalem hospital for moderate wounds.

Aloon’s remains are still held in Israeli custody. A Jerusalem court announced today he will soon be transferred to his family for a burial in Issawiya, but not without restrictions. Once the body is handed over, the funeral must take place immediately with no more than 50 persons present, and the Aloon family will have to pay $5,250 (20,000NIS) in fees.

thanks to: Mondoweiss

Health Ministry: 23 Palestinians Killed by Israel since Start of October

RAMALLAH, October 11, 2015 (WAFA) – Twenty three Palestinians have been killed by the Israeli army and security forces since the beginning of October 2015, according to figures released by the Palestinian Ministry of Health.

 

The ministry said that some 1,100 Palestinians were injured by live ammunition or rubber-coated steel bullets used by the Israeli forces during the month of October.

 

Following are the names of Palestinians killed by Israel since the beginning of October in the West Bank:

 

Palestinians killed by Israel in the West Bank, including Jerusalem

Age (in years)

District

Muhannad Halabi

19

Al-Bireh/Ramallah

Fadi Alloun

19

Jerusalem

Amjad al-Jundi

17

Yatta/Hebron

Thaer Abu-Ghazaleh

19

Kafr Aqab/East Jerusalem

Abdel-Rahman Ubedellah

11

Bethlehem

Huthayfa Slaiman

18

Tulkarm

Wessam Jamal

20

Shuafat Camp/Jerusalem

Mohammad al-Jabari

19

Hebron

Ahmad Salah

20

Shuafat Refugee Camp

Ishaq Badran

16

Kafr Aqab

Mohammad Sa’id Ali

19

Shuafat Camp

Ibrahim Awad

28

Beit Ummar/Hebron

 

 

Following are the names of Palestinians killed by Israel since the beginning of October in the Gaza Strip:

 

Palestinians killed by Israel in the Gaza Strip

 

Age (in years)

Shadi Douleh

20

Ahmad al-Herbawi

20

Waeed al-Wahidi

20

Mohammad ar-Raqab

15

Adnan Abu-Elayyan

22

Zeyadeh Sharaf

20

Jihad al-Ebeid

22

Hesham Barbakh

13

Khalil Othman

15

Nour Hassan

30

Rahaf Hassan

1

M.N./T.R.

 

thanks to: WAFA

PALESTINA. Aggiornamenti sugli attacchi israeliani in corso.

Il funerale di Ahmad Salah, stamattina a Shuafat (Fonte: Ma'an News)

Il funerale di Ahmad Salah, stamattina a Shuafat (Fonte: Ma’an News)

AGGIORNAMENTI

11 ottobre 2015, ore 10.00 -Raid israeliano su Gaza: due morti

Una donna incinta, Nour Rasmi Hassan, e la sua bambina di due anni, Rahaf Yahya Hassan, sono le vittime del raid israeliano sulla Striscia di Gaza. L’aviazione dello Stato ebraico è entrata in azione nella notte, in risposta al lancio di due razzi dall’enclave palestinese caduti in territorio israeliano, senza fare vittime. Le Forze armate israeliane hanno detto di aver colpito due strutture per la fabbricazione di armi appartenenti ad Hamas. La donna incinta di cinque mesi e sua figlia sono morte sotto le macerie della propria abitazione. Altre tre persone sono rimaste ferite e i soccorritori stanno cercando tra le macerie altre possibili vittime.

Intanto, secondo quanto riferito in un primo momento dalle Forze armate israeliane, stamattina in Cisgiordania una donna palestinese si sarebbe fatta saltare in aria a bordo di un’automobile a un posto di blocco israeliano. In realtà testimoni hanno raccontato a diverse agenzie di stampa che la donna ha avuto un guasto alla macchina dove viaggiava con il figlio di 3 anni. Un problema elettrico ha provocato l’apertura dell’airbag e poi un incendio, la donna è riuscita ad uscire con il figlio, rimanendo lievemente ferita. Lievemente ferito anche un poliziotto.

ore 22 – Palestinese ferito due giorni fa dall’esercito israeliano muore. E’ la settima vittima della giornata

Ibrahim Awad, di Beit Omar a nord di Hebron, è deceduto poco fa in seguito alle gravi ferite riportate negli scontri con l’esercito israeliano due giorni fa. Ne ha dato notizia il quotidiano Haaretz

ore 21.30 – Decine di gazawi rompono la recinzione che separa la Striscia da Israele

I media israeliani riferiscono che decine di palestinesi avrebbero aperto un varco nella recinzione che separa la Striscia di Gaza da Israele. Bloccati dai militari, cinque di loro sono stati arrestati, gli altri rispediti indietro

ore 21:00 – 568 palestinesi feriti oggi in Cisgiordania e a Gerusalemme est

Nella sola giornata di sabato, sono stati 568 i palestinesi feriti dal fuoco israeliano. Lo riferisce la Mezzaluna Rossa palestinese, specificando che 26 sono stati colpiti da fuoco vivo, 148 da proiettili di gomma, 408 da lacrimogeni e 4 sono stati picchiati.

ore 20:00   Proteste palestinesi a Nazareth e Ramle

Manifestazioni di palestinesi cittadini d’Israele a Nazareth e Ramle. A Nazareth un corteo di 1.500 persone ha attraversato le strade della città “per protestare contro l’occupazione”. A riferirlo è il Canale 2 della televisione israeliana. Nel corso delle proteste sono stati arrestati 5 attivisti.

A Ramle la polizia israeliana ha arrestato 10 manifestanti dopo che un gruppo di 100 persone aveva iniziato a lanciare pietre contro gli agenti.

ore 18:30 Hamas: “Il silenzio della comunità internazionale di fronte ai crimini di guerra israeliani li legittima”

Il portavoce del movimento islamico palestinese Hamas, Sami Abu Zuhri, ha detto che il silenzio della comunità internazionale di fronte a quelli che definisce “crimini di guerra” israeliani li legittima. “Ciò spinge il nostro popolo a difendersi in ogni modo e mezzo possibile” ha detto

ore 18:10   Ministero salute palestinese: “Oggi 21 palestinesi feriti”

Almeno 21 palestinesi sono rimasti feriti oggi negli scontri con le forze armate israeliane. A riferire la notizia sono fonti mediche di Ramallah. Un dato che pare destinato a salire considerando il fatto che gli scontri sono ancora in corso in varie zone della Cisgiordania.

Sette palestinesi sono stati colpiti da proiettili di ferro ricoperti di gomma sparati dai militari di Tel Aviv a Bab az-Zawiya (Hebron). Feriti quattro ragazzi palestinesi (uno di loro sembrerebbe in gravi condizioni) sempre con colpi di arma da fuoco vicino a Ramallah.

Secondo il Ministero della salute palestinese, dal 1 ottobre sono circa 1.000 i palestinesi feriti negli scontri con l’esercito israeliano.

ore 16.15 – DUE BAMBINI UCCISI A GAZA DA ISRAELE DURANTE MANIFESTAZIONE

Durante una manifestazione nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco uccidendo due minorenni: un bambino di 13 anni, Marwan Hisham Barbakh, e Omar Othman, 15, di Khan Younis. 20 morti in 10 giorni

ore 15.15 – TRE POLIZIOTTI ISRAELIANI ACCOLTELLATI A GERUSALEMME. UCCISO IL PALESTINESE RESPONSABILE

Tre poliziotti israeliani sono stati accoltellati a Gerusalemme, alla Porta di Damasco, da un adolescente palestinese. Il giovane, Mohammed Saeed, di Shuafat, è stato ucciso da altri poliziotti. Secondo il sito israeliano Walla, uno dei tre poliziotti sarebbe stato ucciso, ma la notizia è stata smentita.

ore 14.30 – SCONTRI A SHUAFAT DOPO FUNERALE, PALESTINESE FERITO ALLA GAMBA

Dopo i funerali del palestinese ucciso ieri notte al campo profughi di Shuafat a Gerusalemme, sono scoppiati scontri tra manifestanti e polizia di frontiera israeliana. Un uomo è stato ferito alla gamba da pallottole sparate dalla polizia, secondo la quale si stava avvicinando con una Molotov.

Scontri anche a Ramallah, vicino alla colonia di Beit El: due palestinesi feriti da proiettili di gomma.

ore 13.45 – ARRESTATI 5 ISRAELIANI PER AGGRESSIONE A TRE PALESTINESI A NETANYA

La polizia israeliana ha arrestato stamattina 5 israeliani ebrei a Netanya perché accusati di aver tentato di linciare tre palestinesi cittadini d’Israele ieri sera in città (nord di Tel Aviv). Secondo le prime ricostruzioni, gli arrestati, insieme ad altre persone che ancora non sono state arrestate, avrebbero pianificato l’aggressione sui social network. L’obiettivo era andare a Piazza Indipendenza in città “per far male agli arabi”. Nei messaggi scambiati in rete gli aggressori si sarebbero divisi l’arma da portare in strada: coltelli, asce o catene.

A partecipare al tentato linciaggio sono stati una trentina di israeliani ebrei: Le vittime sono 3 palestinesi. Due sono riuscite a scappare. L’altra, invece, Abed Jamal, è stata duramente picchiata dalla folle inferocita che gridava “morte agli arabi” e “a Netanya gli arabi si falciano” e si sarebbe salvata solo grazie all’arrivo di una volonte della polizia.

Jamal, nonostate fosse la vittima dell’aggressione, è stato ammanettato e fermato per essere interrogato. Il linciaggio è stata ripreso con dei telefoni cellulari ed è stato postato sui social network scatenando dure reazioni da parte di molti navigatori. Oltre ai cinque arrestati, la polizia ha fermato altre 10 persone per interrogarle.

ore 11.55 – COLONI ATTACCANO CASE PALESTINESI A SUD DELLA CISGIORDANIA

Un gruppo di coloni ha attaccato le case di alcuni palestinesi che risiedono vicino all’insediamento di Kiryat Arba, a ovest di Hebron. Secondo fonti locali, i coloni, protetti dall’esercito israeliano, avrebbero attaccato la zona di Wadi Hussein mentre i soldati avrebbero sparato gas lacrimogeni e acqua chimica sui palestinesi.

ore 11.50 – FOTO MOSTRANO L’ATTACCO A GERUSALEMME DI STAMATTINA

Una serie di foto pubblicate dall’agenzia stampa palestinese Ma’an News (clicca qui) mostrano l’attacco di questa mattina vicino alla Porta di Damasco. Un palestinese di 16 anni, Eshak Badtan, accoltella un israeliano, poi soccorso. Dalle immagini sembrerebbe che il giovane sia stato colpito dal fuoco della polizia tempo dopo l’attacco, invece di essere fermato con altri mezzi.

Subito sono esplosi scontri alla Porta di Damasco tra centinaia di palestinesi e la polizia, a causa dell’uccisione del 16enne. La polizia ha sparato molti gas lacrimogeni e nei tafferugli è rimasto ferito un giornalista israeliano di 35 anni. Secondo Haaretz, si tratterebbe invece di un giornalista straniero.

ore 11.45 – PALESTINESE FERITO E ARRESTATO NELLA ZONA DI HEBRON

Il 18enne Jalal Shahir Rayyan è stato arrestato stamattina dalle forze militari israeliane nella cittadina di Deir Samit, a Hebron, dopo essere stato colpito da pallottole sparate da guardie private. Secondo le forze armate, qualcuno si sarebbe introdotto nella notte nella colonia illegale di Bushter e la sicurezza privata dell’insediamento ha aperto il fuoco.

Arrestato anche Bakir Hasan Sharawnah mentre tentava di portare in ospedale il giovane.

ore 11.30 – MISSILE DALLA STRISCIA DI GAZA

Ieri notte un razzo è stato lanciato dalla Striscia di Gaza e sono caduti in territorio israeliano, in aree vuote. Nessun ferito né danni, fanno sapere le autorità israeliane.

ore 10.30 – GIOVANE PALESTINESE ACCOLTELLA DUE ISRAELIANI, UCCISO DALLA POLIZIA

Stamattina un giovane palestinese di 16 anni, Eshak Badtan, di Kufr ‘Aqab ha accoltellato due israeliani di 65 e 62 anni  vicino alla Porta di Damasco, nella Città Vecchia di Gerusalemme. La polizia ha aperto il fuoco e lo ha ucciso. I due israeliani sono stati medicati dai paramedici per ferite lievi. Subito sono comnciati gli scontri tra manifestanti palestinesi e poliziotti che hanno cercato di disperdere la folla con gas lacrimogeni. Sale a 17 il numero totale di palestinesi uccisi dal primo ottobre

———————————————————————————————-

della redazione

Gerusalemme, 10 ottobre 2015, Nena News – L’ennesima notte di violenza in quella che è stata ribattezzata “l’Intifada di Gerusalemme”. Dopo la strage di ieri a Gaza, con sei palestinesi uccisi dalle forze militari israeliane posizionate al di là del confine est, oggi la Palestina conta altri due morti. Anche loro giovanissimi.

Nel campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme Est, il 24enne Ahmad Salah è stato ucciso la notte scorsa durante scontri esplosi al checkpoint di ingresso nel campo. Secondo Thaer al-Fasfous, portavoce di Fatah a Shuafat, “gli scontri sono ricominciati nella notte e le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri da distanza ravvicinata contro i giovani”. Numerosi i feriti, di cui due in serie condizioni, mentre scontri scoppiavano in tutti i quartieri di Gerusalemme Est: a Wadi al-Joz, a Issawiya (dove una donna è stata arrestata e un giovane è stato colpito alla testa e versa in gravi condizioni), a Al-Tur, a Jabal al-Mukkaber.

Secondo alcuni testimoni, la polizia israeliana avrebbe impedito all’ambulanza di raggiungere e soccorrere Ahmad Salah, “lasciato a terra sanguinante”. È morto poco dopo. Le autorità israeliane hanno consegnato il corpo alla famiglia questa mattina e subito si sono tenuti i funerali, a cui hanno partecipato migliaia di persone.

Nelle stesse ore a Gaza perdeva la vita il 22enne Jihad Salim al-Ubeid, morto a causa delle ferite riportate ieri durante le manifestazioni al confine. Residente a Deir al-Balah, era stato colpito dal fuoco israeliano mentre insieme ad altre centinaia di palestinesi protestava a 100 metri di distanza dalla rete di separazione con Israele.

Sale così a 16 il bilancio delle vittime palestinesi dallo scorso giovedì 1 ottobre, quattro le vittime israeliane. L’associazione per i diritti umani Amnesty International ha lanciato un appello alle autorità israeliane perché interrompano “l’uso di eccessiva forza e di omicidi ingiustificati di palestinesi, la demolizione di case e altre misure di punizione collettiva”.

thanks to: Nena News

Reports of Israeli Sexual Abuse Committed against Detained Palestinian Children

JERUSALEM, November 20, 2014 (WAFA) – At least 600 Palestinian children were arrested in Jerusalem since last June, of whom nearly 40% were exposed to sexual abuse during arrest or investigation by the Israeli authorities, Thursday revealed a report by the Palestinian Prisoner’s Club (PPC).

 

The PCC said the daily arrest campaigns constitute a collective punishment against the Palestinian residents of Jerusalem.

 

Mufeed al-Haj, an attorney with the PCC, said that other violations were reported during the apprehension of children, including, but without limitation, night and predawn raids on family homes, physical abuse, and sexual abuse.

 

Al-Haj added that under applicable laws, minors undergoing investigation should be accompanied by their parents, yet the Israeli authorities paid no respect to these laws in many cases.

Forces often ignore laws and arrest Palestinians without having arrest warrants.

 

Since last June, Israel arrested hundreds of Palestinians in Jerusalem and the West Bank, most during predawn and night raids on their family houses.

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

Israeli Police Tortures Palestinian Minor during Interrogation

JERUSALEM, November 19, 2014 – (WAFA) – Israeli police tortured and injured a Jerusalemite Palestinian minor while being interrogated in an Israeli interrogation center in Salah Ed-Din Street in occupied East Jerualem, said WAFA correspondent.

 

 

Israeli police pushed Khader al-‘Ajlouni, 16, down a flight of stairs at the interrogation center, incapacitating him and inflicting serious injuries across his arm, foot, neck and back.

 

 

Al-‘Ajlouni was transferred to a hospital for medical treatment.

 

K.F./T.R.

thanks to: Wafa

La guerra d’Israele contro i bambini palestinesi: 21 sequestrati in due settimane

 

Cisgiordania – Pic e Quds Press. In un rapporto divulgato mercoledì dal ministro dell’Informazione palestinese viene reso noto che 21 minorenni sono stati sequestrati dalle forze di occupazione israeliane nella prima metà del mese di ottobre.

La Società per i Prigionieri palestinesi, da parte sua, ha denunciato l’attuale stato di detenzione di603827_149953528515735_1709227122_n 250 minorenni palestinesi. A91E0858B2Thousands of Palestinians, including children, suffer in Israeli jailschild-prisoner
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to live now

by Mazin Qumsiyeh

I have not written much lately and this email maybe personal and emotional.

Our days start early and end very late. Our nights are also occasionally
interrupted by calls from friends in Gaza or others who need some support.

In the past 48 hours, over 100 Palestinian civilians were killed by Israeli
occupation forces. Many of those are in Rafah. Sometimes I feel guilty that
I am affected more by those I know than those who die that I did not know.

For example, I cried after I hung-up the phone with Islam, a friend in
Rafah who has four children and they can’t sleep and their house shook and
windows shattered as missiles rained on homes nearby. I cried because I
know him and his handicapped son and his dilemma at whether to try to carry
his son and run to the street or not. But then I cried some more thinking
of the many innocents who got killed and injured and who I dd not
personally know and did not cry for them earlier. Islam and his family will
be traumatized for life. Hundreds of thousands will be even more
traumatized. I can’t even imagine a life of a girl who lost all her family
members and carries emotional and physical scars for life.

Sometimes I think I carry scars too. Perhaps I cope because I am so lucky
to have positive things to do daily to keep me from thinking too much. I am
lucky because I can help others. I am lucky that I am surrounded by dozens
of young volunteers that show us what life could be like in the future.
Volunteers passing out fliers about boycotts, volunteers reclaiming
agricultural lands, volunteers helping us build a natural history museum in
Palestine, volunteers helping other volunteers cope with a difficult life,
volunteers giving time and money to needy children, and volunteers doing
media work (that should have been done by paid professionals). Aida refugee
camp where some of those volunteers live is really unlivable because of
daily dumping of toxic gas and toxic stink water by the Israeli occupation
forces. Its health impact is dramatic and far worse than respiratory
illnesses.

People ask me about politics and claim it is too complex. I say it is
simple and predictable. For thousands of years we had a struggle between
wealthy greedy people who employ others to shoot and injure poor people so
that they wealthy people get richer. It was like that at the time of Jesus
and it is like that today. Some (minority) who get offered a chance will
join forces of repression and go with the flow of power. Others (also a
minority) lead an active life that helps change things for the better for a
lot of people. The majority in the middle remain apathetic. More people
need to see the truth and act on it. It is not too difficult even for those
who were on the side of repression to change. Yonatan Shapira former
Israeli Air Force captain became a refusnik and BDS activist and once
wrote: “Most of my family came from Poland and many of my relatives were
killed in the death camps during the Holocaust. When I walk in what was
left from the Warsaw Ghetto I can’t stop thinking about the people of Gaza
who are not only locked in an open air prison but are also being bombarded
by fighter jets, attack helicopters and drones, flown by people whom I used
to serve with. I am also thinking about the delegations of young Israelis
that are coming to see the history of our people but also are subjected to
militaristic and nationalistic brainwashing on a daily basis. Maybe if they
see what we wrote here today they will remember that oppression is
oppression, occupation is occupation, and crimes against humanity are
crimes against humanity, whether they have been committed here in Warsaw or
in Gaza”. I only add resistance is resistance’ Warsaw ghetto residents also
dug tunnels and were also called terrorists by their tormentors.

In my 2004 book “Sharing the land of Canaan” I wrote:
“Palestinians were subjected to cruel and unreasonable treatment over so
many years that many begin to doubt that justice is possible and many
certainly believe coexistence impossible. Similarly, since many Israelis
have been feeling embattled and attacked that many also feel that
coexistence is impossible. A defeatist attitude develops and envelops not
only Palestinians and Israelis but also may of their supporters. But either
the societies coexist as peaceful human beings or they will perish as rival
primate societies.…..A sense of hopelessness and desperation leaves many
looking for “crumbs” of both material and psychological “food”. This is
especially stressful when combined with the deep commitment by many to
historical myths of grandeur or glory. I am not going to spend much time on
the history of the Jewish, Arabic and Islamic civilizations (volumes have
been written on these). Suffice it to say that our psychological profile is
one that contrasts our existing condition with the perceived greatness of
our ancestors and our prophets. We thus assume ourselves as a privileged
group but this immediately contrasts with what we observe to be the
destitute present situation as described throughout this book. This is
especially true for the Palestinian people who are dispossessed. We can
address the bigger issues of why 1.3 billion Muslims or 300 million Arabs
(Muslims and Christians) have so little to say in the direction of world
economies and social and cultural developments so dominated now by the US
as a sole remaining power. But perhaps this too can be resolved slowly once
the knot of friction in Israel/Palestine is resolved. Imagine the example
set if this one place in the world, previously an example of violence,
endemic hatred and tribalism, can transcend all this to build a truly
shining example of coexistence and non-violence. Imagine the billions of
dollars spent on armaments going to desalinate seawater, to build high tech
industries, and truly harness the great minds of the inhabitants (Jews,
Christians, and Muslims) for positive developments.…….Perhaps we need to
teach children to value themselves, value teamwork, respect others and
defend the rights of minorities. This is not as simple as it seems. Adults
perhaps need to learn to accept, in a very positive fashion, views that are
foreign to them. In other words, someone who speaks his views regarding
issues should be listened to and respected regardless of how sacred the
holy “cows” may be.”

I end with a quote from Howard Zinn (You Can’t Be Neutral on a Moving
Train: A personal history of our times, p. 208): “To be hopeful in bad
times is not just foolishly romantic. It is based on the fact that human
history is a history not only of cruelty, but also of compassion,
sacrifice, courage, kindness. What we choose to emphasize in this complex
history will determine our lives. If we see only the worst, it destroys our
capacity to do something. If we remember those times and places – and there
are so many – where people have behaved magnificently, this gives us the
energy to act, and at least the possibility of sending this spinning top of
a world in a different direction. And if we do act, in however small a way,
we don’t have to wait for some grand utopian future. The future is an
infinite succession of presents, and to live now as we think human beings
should live, in defiance of all that is bad around us, is itself a
marvelous victory.”

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Sincerely

Mazin Qumsiyeh
A Bedouin in cyberspace, a villager at home
Professor, Bethlehem University
Director, Palestine Museum of Natural History

thanks to: Mazin Qumsiyeh

gaza.scoop.ps

Crescente crisi dell’acqua a Gaza

Imemc.  Di Connie Hackbarth. Dopo oltre una settimana di attacchi aerei israeliani, centinaia di migliaia di abitanti di Gaza restano senza acqua corrente. Le agenzie di aiuto internazionali hanno avvisato martedì che la distruzione continua da parte di Israele delle infrastrutture di Gaza minaccia tutta la Striscia con una crisi idrica entro pochi giorni.

 

Gli attacchi aerei israeliani stanno esacerbando la già terribile situazione dell’accesso all’acqua potabile per gli abitanti di Gaza e il trattamento delle acque reflue, esponendo decine di migliaia di persone alla minaccia di gravi malattie.

 

“Fra pochi giorni, l’intera popolazione della Striscia può essere disperatamente a corto d’ acqua”, ha osservato Jacques de Maio, capo della delegazione del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) in Israele e nei territori occupati.

 

In una dichiarazione pubblicata, de Maio ha aggiunto che “la questione non è se, ma quando una popolazione già assediata si troverà ad affrontare una grave crisi idrica”. Ha inoltre sottolineato che l’acqua sta diventando contaminata e le acque reflue straripano, portando un serio rischio di malattie.

 

I recenti attacchi hanno messo acqua e impianti elettrici fuori uso. I funzionari palestinesi hanno reso noto che gli israeliani hanno colpito pozzi d’acqua in diverse aree della città di Gaza.

 

Anche il sistema fognario di Gaza è un obiettivo di Israele: aerei da guerra hanno colpito le centrali di trattamento delle acque reflue nella città di Gaza, sabato mattina. Le zone più colpite sono il campo profughi di Shati, Tal al-Hawa, Sheikh Ejleen e la maggior parte dei quartieri occidentali della città, secondo Saed al-Din Atbash, capo dei servizi idrici del comune di Gaza.

 

A peggiorare le cose, gli intensi bombardamenti israeliani impediscono ai tecnici di effettuare le riparazioni essenziali. Dopo la morte di diversi tecnici comunali negli ultimi giorni, il gestore del servizio idrico di Gaza ha sospeso tutte le operazioni sul campo fino a quando non sarà garantita la sicurezza del personale.

 

La conseguenza è che centinaia di migliaia di persone presto non troveranno acqua quando apriranno il rubinetto.

 

Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo, con oltre 4.500 persone per kmq. Oltre il 90% dell’acqua della falda acquifera di Gaza è dannosa per il consumo umano, se non è trattata.

 

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Edy Meroli

Infopal

Le pietre e le ruspe d’Israele

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Due piccoli villaggi, due piccole comunità di palestinesi. Due piccole storie di lotta non violenta per non farsi cacciare dalla porpria terra. Nonostante i bambini bersagliati dai sassi dei coloni e i catepillar che distruggono. I volontari di Operazione Colomba assistono, aiutano.

E non solo (vedi anche i due reportage precedenti di Francesco Cavalli: “SI PUO’ VIVERE ANCHE A GAZA” e “LA ‘MERAVIGLIOSA RESISTENZA’ DI ABDELFATTAH”).

di  Francesco Cavalli

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La moschea distrutta di Al Mufaqara (Tutte le foto sono di Francesco Cavalli).

At Tuwani è un villaggio palestinese situato sulle colline a sud di Hebron. Pochi chilometri verso Sud la linea verde che determina il confine segnato nel 1967 della fine della West Bank e l’inizio d’Israele. Ma su queste colline la vita dei palestinesi dipende dai soldati israeliani.

Siamo in area “C”, quella parte di territorio palestinese sotto il totale controllo amministrativo e militare israeliano. Anche l’amministrazione della DCO, Dicstrit Coordination Office, è gestita dall’esercito così gli abitanti di At Tuwani e degli altri villaggi palestinesi di queste colline per qualunque autorizzazione devono chiedere alla DCO. Ad esempio, per poter costruire una piccola cisterna per la raccolta dell’acqua piovana – l’approvvigionamento idrico è uno dei problemi principali – devono chiedere l’autorizzazione che viene sistematicamente negata. E se qualcuno la costruisce senza il permesso, gli viene fisicamente impedito, viene arrestato e viene distrutto ciò che ha fatto. Questa è la legge dell’occupazione. Sicuramente è una violazione dei diritti umani fondamentali, ma qui siamo nei Territori Occupati e queste sono le regole d’Israele, l’occupante.

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Sullo sfondo, dietro al trattore, l’insediamento di Ma’on e più a destra, dove c’è la collina con gli alberi, l’avamposto di Havat Ma’on visti dal villaggio di Al Mufaqara.

AI COLONI ISRAELIANI LE AUTORIZZAZIONI VENGONO CONCESSE CONTINUAMENTE

Secondo il diritto internazionale anche l’insediamento di Ma’on, costruito proprio difronte ad At Tuwani a poche centinaia di metri, sarebbe illegale, invece è riconosciuto legittimo dalla legge israeliana. Qui, ai coloni, non solo viene consentito di abitare ma le autorizzazioni a costruire nuove abitazioni sono continue e quando arrivo ad At Tuwani, i caterpillar sono all’opera per i lavori di ampliamento di Ma’on. Ne è previsto il raddoppio secondo un recente progetto approvato.

Gli “avamposti” sono invece considerati illegali anche secondo la legge d’Israele. Vengono chiamati così gli insediamenti di coloni ebrei, normalmente ultranazionalisti e molto religiosi, che senza alcuna autorizzazione occupano e costruiscono le proprie abitazioni in territorio palestinese.

Fra At Tuwani e l’insediamento di Ma’on c’è l’avamposto di Havat Ma’on. Per gli avamposti, nonostante illegali, la sorte è diversa rispetto ai villaggi palestinesi. Qui né l’esercito, né la DCO interviene. Gli avamposti vengono semplicemente tollerati e quando serve protetti.

Un piccolo sentiero sterrato collega il paesino di At Tuwani con altri villaggi palestinesi al di là della collina. Ma questo sentiero passa proprio in mezzo alle due colline che ospitano l’avamposto di Havat Ma’on e l’insediamento di Ma’on. Ogni mattina i bambini si recano nell’unica scuola della zona percorrendo questo sentiero. Lo fanno scortati da una pattuglia di soldatiisraeliani. Anche questa è una delle contraddizioni dell’occupazione.

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Una grotta abitazione del villaggio di Al Mufaqara.

I BAMBINI PALESTINESI CHE PASSANO PER ANDARE A SCUOLA VENGONO PRESI A SASSATE DAI COLONI

La scorta militare serve per impedire che i bambini che passano vengano presi a sassate e bastonate dai coloni che vivono nei due insediamenti. È successo più volte in passato e proprio per questo motivo la Corte israeliana ha imposto queste norme di sicurezza per i piccoli palestinesi.

I volontari di due associazioni internazionali, una americana e l’italiana Operazione Colomba vivono stabilmente in questo villaggio da oltre dieci per monitorare che ogni mattina venga effettuata questa “strana” scorta. Non sempre corre tutto liscio. Non sempre i militari arrivano, spesso sono in ritardo. Qualche volta gli ebrei che vivono negli insediamenti, nonostante la presenza dei militari, tentano azioni di disturbo e di attacco ai bambini che vanno e ritornano da scuola, così quando i militari non arrivano, i bambini non possono usare il sentiero e sono costretti ad aggirare le colline percorrendo per un’ora e mezzo una strada alternativa.

I giovani volontari di Operazione Colomba, qui ad At Tuwani, oltre che sorvegliare i bambini che vanno a scuola, supportano l’azione popolare non violenta portata avanti da anni dai palestinesi che vivono in questi villaggi sulle colline a Sud di Hebron.

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Poco distante c’è Al Mufaqara altro piccolo villaggio palestinese. Anche se è appena una collina dopo At Tuwani, Al Mufaqara si trova in una zona di esercitazione militare chiamata Firing Zone 918. In realtà i palestinesi vivono qui – prevalentemente nelle grotte – da generazioni, solo che oggi quest’area e diventata interdetta alla popolazione civile, anche se situata all’interno della West Bank.

Un particolare del villaggio di Al Mufaqara.

LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI DOCUMENTANO TUTTO CON FOTO E VIDEO

Per questo motivo i villaggi situati nella Firing Zone 918 hanno l’ordine di evacuazione. I palestinesi non hanno alcuna intenzione di lasciare le proprie abitazioni e le grotte dove vivono. È in atto un braccio di ferro fra gli ordini di evacuazione e le continue pressioni con demolizioni e sgomberi da un lato, e dall’altro la costante e ferma difesa popolare non violenta dei palestinesi.

L’esercito israeliano va in un villaggio e distrugge una casa? Nelle settimane successive, i palestinesi la ricostruiscono, anzi ne ricostruiscono due. La Moschea di Al Mufaqara è già stata distrutta per la seconda volta. Qualche giorno fa un pastore pascolava le sue pecore all’interno del proprio appezzamento di terra. Sono arrivati gli israeliani per cacciarlo. Lui ha tentato una resistenza passiva, ma poi ha dovuto cedere e lasciare la sua terra. Il giorno dopo, sei pastori con le relative pecore si sono recati tutti insieme al pascolo nella terra evacuata il giorno prima.

È fatta di queste azioni, costanti, la protesta dei palestinesi, supportata da una costante presenza delle organizzazioni internazionali che documentando tutto con foto e video, accrescendone l’efficacia.

Per approfondire:

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele.html

http://nofiringzone918.org/

http://www.famigliacristiana.it/articolo/le-pietre-e-le-ruspe-disraele.aspx

thanks to: Bocche Scucite

I 5 RAGAZZI DI HARES

Sembra un film la storia dei 5 ragazzi di Hares, Palestina. Invece è, purtroppo, la realtà. E’ il 14 marzo del 2013, un colono percorre la strada n.5 vicino ad Hares con la sua auto, a bordo ci sono le sue tre figlie. Ovviamente il colono è su quella strada illegalmente. Ad un certo punto si schianta contro un camion fermo. Lui e le tre figlie rimangono feriti, una in modo grave. Da una prima ricostruzione il camionista dice di essersi fermato per una ruota forata e che l’auto del colono gli è arrivata addosso, ma poi la versione cambia….

Il colono accusa alcuni ragazzi di aver tirato pietre verso la sua auto e quindi di essere responsabili. Non ci sono testimoni dell’incidente.

E’ venerdì mattina quando 50 soldati fanno irruzione nelle case di Hares: sfondano le porte e devastano le case e interrogano le famiglie suiloro bambini/ragazzi.Acora buio, vengono arrestati 10 ragazzi, che vengono bendati e condotti in luogo segreto e senza informare le famiglie delle accuse. Due giorni dopo parte un’altra ondata di arresti ad Hares, sono le 3 del mattino. L’esercito fa irruzione accompagnato dallo Shabak (servizio segreto israeliano).Portano via altri 3 ragazzi. Ad uno di loro dicono : “bacia ed abbraccia tua madre perchè non la rivedrai mai più”.Ma non è finita: una settimana dopo l’esercito irrompe di nuovo ad Hares e prende molti ragazzi e bambini appena tornati da scuola. Fra di loro c’è anche un piccolino di 6 anni. Lo zio di quest’ultimo insiste perchè vengano lasciati subito liberi i piccoli, anche se viene tenuto sotto scocca dalle armi dell’esercito. Lasciano i più piccoli e scelgono a caso tre ragazzi, li bendano, li ammanettano e li portano via, sempre seza formalizzare le accuse e senza avvisare le famiglie.In totale prendono 19 ragazzi e dopo l’interrogatorio vengono trattenuti 5 di loro e portati a Megiddo, una prigione per adulti israeliana. Questi 5 ragazzi sono “i ragazzi di Hares”. I ragazzi interrogati hanno relazionato ai loro avvocati di torture e maltrattamenti in prigione, di 3 violenti interrogatori, di celle d’isolamento con luci sempre accese e hanno ipotizzato che qualcuno di quei 5 rimasti dentro avesse confessato di aver eseguito la sassaiola per fermare le torture.I 5 ragazzi sono accusati di 25 capi d’imputazione per tentato omicidio. il numero 25 è per ogni pietra lanciata…

Per loro 5 vengono chiesti 25 anni di carcere, le motivazioni sono le confessioni e le testimonianze di 61 persone che quel giorno sarebbero state su quella strada con le loro auto anch’esse oggetto di sassaiole. Non si sa se ci siano prove delle auto danneggiate, di referti ospedalieri, di interrogatori ai testimoni. Nulla è stato comunicato agli avvocati dei ragazzi. Ci sono poi le testimonianze dello Shabak e dell’esercito (che non era presenti) e nemmeno queste sono state fornite agli avvocati difensori. Quest’incedente è stato fatto passare dai media come un atto terroristico e dopo l’arresto dei 5, Netanyahu ha dichiarato che i “terroristi sono stati catturati”.

Il 25 luglio i 5 ragazzi di Hares verranno giudicati dal tribunale militare israeliano come adulti, senza rispettare alcuna legge internazionale, senza rispettare alcuna giustizia, senza rispettare i diritti umani e del fanciullo e la Convenzione delle Nazioni Unite. 5 vite rovinate che in questo momento stanno, molto probabilmente, subendo torture e violenze. Ipotesi, quest’ultima, quasi certa visto che le udienze vengono svolte a porte chiuse e le famiglie non hanno più visto i ragazzi. 5 vite di età fra i 16 e i 17 anni, minorenni, incensurati. Questo è quello che fa Israele alla Palestina.

viasamantha comizzoli: I 5 RAGAZZI DI HARES.

Ogni sera, all’ora del Grande Fratello…

di Gideon Levy

Non c’è un solo israeliano che possa immaginare cosa dev’essere svegliarsi nel cuore della notte e vedere nella propria casa decine di soldati armati e violenti, cani e granate.

Tutti sanno che l’unità Duvdevan delle Forze di Difesa Israeliane è la migliore possibile per le operazioni-speciali.
La notte del 25 maggio questi soldati erano impegnati in una operazione in Cisgiordania, nel villaggio palestinese di Budrus. I loro comandanti dovevano essersi riuniti per un ultimo briefing pre-missione prima del tramonto. Sicuramente era stato detto loro del pericoloso terrorista che avrebbero dovuto arrestare; avevano senza dubbio sentito che suo fratello adolescente era stato ucciso appena quattro mesi prima, in modo riprovevole – ucciso da una pallottola da distanza ravvicinata mentre cercava di fuggire, dopo aver lanciato dei sassi contro il muro di separazione.

Il raid iniziò alle 02:00. Qualcuno sentì il comandante dire ai suoi soldati: “Non abbiate pietà in questa casa.”
In questa casa in lutto dormivano otto ragazze adolescenti e giovani donne, i loro genitori e il loro fratello più giovane – i membri della famiglia Awad. Sul tetto dormiva il pericoloso ricercato – un cameriere del vicino villaggio di Na’alin, sospettato di aver lanciato pietre.
Ciò che accadde dopo fu poco di meno di un mini-pogrom. C’erano decine di soldati e cani. La porta d’ingresso fu segata, le finestre fracassate, furono lanciate in casa e contro gli abitanti innumerevoli granate assordanti. L’uomo ricercato fu gettato giù per le scale e ferito così gravemente da svenire. Alle donne e alle ragazze sono state riservati calci e colpi in tutto il corpo.

Il giorno dopo Il portavoce dell’IDF ha sotenuto che “i familiari avevano violentemente opposto resistenza all’arresto.”
Il portavoce dell’IDF si è preso la briga di mandare a noi giornalisti un video come prova della resistenza violenta della famiglia: 50 secondi, attentamente curati e senza suono, in cui le donne di casa gridano disperatamente di fronte a innumerevoli soldati armati nella piccola casa. Abed, nascondendosi dietro di loro, terrorizzato, gemeva per il dolore. Sulla clip il portavoce dell’ufficio delle IDF aveva cerchiato un piccolo coltello da frutta nella mano di una delle donne e una falce in miniatura tenuta da un altro, che venivano sventolati in aria. Non ho mai visto un video così ridicolo in mia vita. Ogni minimo dubbio che avrei ancora potuto nutrire su quello che era accaduto a Budrus quella notte fu spazzato via da quella clip, che mi rivelò in modo
inequivocabile che si era trattato di una operazione criminale.

Cominciamo con il fatto che ha avuto luogo nella casa di una famiglia in lutto, in cui un membro adolescente era stato ucciso dai soldati in circostanze che anche l’IDF ammette fossero “brutte”. Ci si poteva aspettare un trattamento diverso di una famiglia così – una famiglia che ha, tra l’altro, molti amici israeliani.

Ciò che è accaduto in casa Awad è stato un fatto di routine. Non c’è un solo israeliano che possa immaginare come debba essere svegliarsi nel cuore della notte e vedere nella propria casa decine di soldati armati e violenti, cani e granate. Questo è avvenuto per ordine del Comando Centrale GOC, del generale maggiore Nitzan Alon, che i coloni hanno additato come “di sinistra” e “moderato”, nell’ennesima disgustosa campagna per cambiare le istruzioni per “aprire il fuoco”, una campagna che non è altro che sete di sangue palestinese.

Questo è quello che fanno i soldati della Duvdevan, quasi ogni notte, mentre noi israeliani guardiamo il “Grande Fratello”.

(tradotto da Barbara Gagliardi dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

No to the torture of Palestinian children!

No to the torture of Palestinian children!                                                                                                                                 

No complicity with their torturers!

Every day the Israeli Occupation Forces arrest Palestinian children in their homes, mostly in the middle of the night and take them away handcuffed and blindfolded to interrogation centres where they are subjected to physical and psychological tortures: bound hand and foot in uncomfortable positions, deprived of sleep, at times hit, threatened with sexual assault and reprisals against their families. They are generally asked to admit that they have thrown stones at tanks or bulldozers demolishing their houses, to denounce other children, to become ‘informers’ and to sign documents written in Hebrew, a language which they do not understand.

Every day the Israeli Occupation Forces arrest Palestinian children in their homes, mostly in the middle of the night and take them away handcuffed and blindfolded to interrogation centres where they are subjected to physical and psychological tortures: bound hand and foot in uncomfortable positions, deprived of sleep, at times hit, threatened with sexual assault and reprisals against their families. They are generally asked to admit that they have thrown stones at tanks or bulldozers demolishing their houses, to denounce other children, to become ‘informers’ and to sign documents written in Hebrew, a language which they do not understand.

These acts have been reported by many Palestinian, Israeli and international organisations defending human rights and children’s rights, such as UNICEF, Defence Children International, B’Tselem, Save the Children, ACAT and the British Foreign Office, in a report entitled ‘Children in Military Detention’.

They point out that such Palestinian children have no access to their parents or lawyers for weeks, they are sometimes taken to Israeli military courts and jailed at the age of 12, in Israeli prisons, totally illegally. (The Geneva Conventions forbid any occupier to transfer the whole occupied population or part of it to the territory of the occupying power).

That does not include the daylight robbery often practised by the Israeli occupier, when the families of the kidnapped children are made to pay ‘fines’ in order to get them back.

Nevertheless, the French government which must be fully aware of these acts, regularly welcomes to France the people responsible for these tortures, thus flouting the International Convention on Children’s Rights (1989)  and the International Convention on Torture (New York Convention, 1984), signed by France and compelling this country to trace and prosecute any person suspected of having committed acts of physical or psychological torture, or ordered them, or knowingly allowed them to be committed.

Now these tortures inflicted on adults and children are public knowledge in Israel, and the whole military and political chain of command does allow or recommend these practices.

Therefore, we call on the French government to respect international law and to stop welcoming to France anyone responsible for these tortures.

Furthermore, we are asking all the important NGOs defending Human Rights and Children’s Rights to take concrete action and lodge complaints with French courts on behalf of the victims of these tortures, or of their families, as soon as they are informed of such cases.

As Amnesty International writes: “If you are revolted by torture, arbitrary detention, poverty, the death penalty, injustice, forced expulsions, impunity… transform your indignation into action!

stoptortureenfantspalestiniens.wesign.it

Occupation’s jails

Halahle did not receive any medical treatment for his serious disease

NABLUS, (PIC)– Family of detainee Thaer Halahle appealed to all human rights organizations to intervene and save the life of their seriously ill son.

The family told Ahrar center for prisoners’ studies and human rights on Sunday that Halahle, from Al-Khalil, recently discovered that he was suffering from liver disease but was not given any treatment in Israeli captivity.

Fuad Al-Khuffash, the director of the Ahrar center, said that Halahle, 34, was arrested by the Israeli occupation forces in Ramallah only a few months after his release from administrative detention.

He said that his disease was the result of dental treatment while in jail where the dentist in Askalan jail used contaminated tools in his treatment.

The director warned that medical neglect of his case would gravely exacerbate his condition especially when this illness is very serious if left untreated.

Khuffash charge the Israeli occupation authorities with deliberately neglecting the treatment of Palestinian sick prisoners in its jails.

Halahle is held in Ofer jail and has threatened to go on hunger strike if he was not accorded proper treatment for his illness.

Report: “Detainee Abu Hamdiyya Died Of Advanced Stage Of Carcinoma”

Sunday [June 16] Head of the Palestinian Forensics Center, Dr. Saber Al-‘Aloul, stated that the final findings of the forensic report regarding the cause of death of detainee Maisara Abu Hamdiyya, revealed that he suffered from a fourth stage Carcinoma. Abu Hamdiyya died more than 2 months ago.

Abu Hamdiyya suffered a fourth stage Carcinoma center in his lung lymphatic, liver and spine, throat cancer extending to his vocal cords, and brain tumor, Al-‘Aloul said during a press conference at the Government Media Center in Ramallah.

Despite the seriousness of his condition, the Israeli Prison Administration did not grant Abu Hamdiyya the needed specialized and urgent medical treatment, until it was too late.

During a press conference in Ramallah, Al-’Aloul stated that Abu Hamdiyya did not receive any treatment, not even one chemotherapy session, an issue that led to spread of cancer to various vital organs.

He held Israeli directly responsible for the death of Abu Hamdiyya, and said that Israel deprives the Palestinian detainees from adequate medical treatment, and imprisons them under very harsh inhumane conditions.

During the press conference, Palestinian Minister of Detainees, Issa Qaraqe’, stated that Abu Hamdiyya is the latest victim of Israel’s ongoing violations against the detainees.

He said that 204 Palestinian detainees died in Israeli prisons and detention center since 1967, and that 52 of them died due to the lack, or absence, of medical attention.

Qaraqe’ added that the forensic experts who examined the body of Abu Hamdiyya demanded forming a joint local and international committee to visit the detainees in various Israeli prisons, and provide the sick with the needed medical attention.

Head of the Palestinian Prisoners Society (PPS), Qaddoura Fares, stated that there is no doubt that Abu Hamdiyya died due to the lack of medical attention.

Fares called for translating the autopsy report of Abu Hamdiyya into different languages, and to submit it to various international organizations, including the United Nations.

He said that ailing detainees in Israeli prisons are facing gradually deteriorating medical conditions due to Israel’s illegal policies and practices.

Abu Hamdiyya’s sister stated that, in 2007, he suffered hemorrhaging blood from his stomach, and was moved to the Ramla Prison Clinic, but no tests or diagnostics were carried out.

He died on April 2 this year, at the Intensive Care Unit of the Soroka Medical Center in Be’er As-Sabe’ (Beersheba). He was only moved to the medical center after a sharp and very serious deterioration in his health condition.

Haj Saadi Alsakhal dies under torture in PA jails

NABLUS, (PIC)– Haj Saadi Alsakhal died on Saturday afternoon in PA Intelligence headquarters in Nablus few hours after his arrest from his workplace, the Families of Political Prisoners Committee in the West Bank said.

The committee stated that PA forces broke violently into Haj Alsakhal’s workplace this morning in Rafedia and arrested him and his son Musab.

The PA forces came to arrest Musab but his father refused to hand his son. They started then shooting up in the air before arresting both the son and his father where they were taken to PA intelligence headquarters in Junaid prison, the committee explained.

In the prison, PA security forces brutally attacked and harshly beat the elderly man which resulted in Haj Alsakhal’s death few hours after his arrest.

It strongly condemned the crime considering it a violation to the national and human values. The statement stressed the need to prosecute those responsible for such crimes and violations against the Palestinian people.

thanks to: