Fedeltà ai principi. Sul rafforzamento ideologico del Partito Comunista Cinese

Dmitrij Georgevich Novikov, Vicepresidente del Comitato centrale del Partito comunista della Federazione russa, 16 ottobre 2018

Di fronte alla crescente pressione degli Stati Uniti, il Partito Comunista Cinese presta più attenzione allo stato ideologico, morale e psicologico della società. La conferenza nazionale su propaganda e lavoro ideologico è stata dedicata a questa domanda. La leadership del Paese e del partito ha riaffermato l’impegno nei confronti del marxismo e sottolineato la necessità di intensificare il lavoro con le masse. L’asse centrale delle relazioni internazionali è lo scontro tra Stati Uniti e Cina. Gli eventi più importanti che si svolgono non solo nella regione Asia-Pacifico, ma anche in Africa, America Latina, Medio Oriente, ecc. Sono, in un modo o nell’altro, legati all’approfondimento delle contraddizioni russo-statunitensi. Non c’è dubbio che questa tendenza continuerà nei prossimi anni o addirittura decenni. La ragione principale è il rifiuto degli Stati Uniti di perdere lo status di superpotenza acquisito dal crollo dell’Unione Sovietica. Lo Stato che sfida l’egemonia politica, economica e culturale-ideologica del mondo è ora la Cina.
Nel corso delle riforme, che quest’anno compiono i 40 anni, il Paese assunse il ruolo guida in una serie di indicatori economici e tecnologici. La Cina oggi è un’enorme potenza industriale e commerciale. Tuttavia, non è tanto ciò che impaurisce i capi e il capitale statunitensi, ma piuttosto le due tendenze emerse dall’entrata in carica del Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. In primo luogo, Pechino si è prefissata lo sviluppo prioritario delle tecnologie avanzate. Nei prossimi anni, i settori tradizionali dell’economia, metallurgia, materiali da costruzione e altre industrie ad alta intensità energetica e di manodopera, dovrebbero lasciare il posto ad industrie ad alta tecnologia, a tecnologia avanzata,- microelettronica, aeronautica e cantieristica navale, industria spaziale, biotecnologia, ecc. Il programma “Made in China – 2025” si basa su queste aree. In secondo luogo, la Cina ha sempre più fiduciosa sulla scena mondiale. La strategia “Una Fascia – Una Via” e il concetto di “Comunità dall’Unico Destino per l’umanità” gettano fondamenta nuove per l’ordine mondiale. A differenza della globalizzazione liberale, che beneficia il “miliardo privilegiato”, si basa su interessi e prosperità reciproci. La Repubblica Popolare Cinese lancia infrastrutture comuni e progetti industriali con decine di Paesi nel mondo, senza rivendicare un ruolo dominante. Al diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping disse: “Qualunque sia il livello di sviluppo che la Cina può avere, non rivendicherà mai l’egemonia, non perseguirà mai una politica di espansione… La Cina continuerà a difendere e promuovere attivamente uguaglianza e giustizia nelle relazioni internazionali, promuovere la risoluzione di tutti i problemi del mondo attraverso consultazioni tra popoli di diversi Paesi”.
Basandosi sulla pianificazione tattica e strategica, la leadership della Repubblica popolare cinese vede chiaramente gli obiettivi. La principale è la trasformazione della Cina in un potente Stato socialista in questo secolo. Il rapido sviluppo della Cina sta provocando la crescente resistenza di Washington. Come ha recentemente affermato il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, Pechino è la minaccia più antica dello stile di vita americano e crea rischi per la crescita economica degli Stati Uniti. La pressione sulla Repubblica Popolare Cinese viene esercitata in modi diversi. Sono stati imposti dazi per miliardi di dollari sui prodotti cinesi, l’accesso di Pechino alle tecnologie avanzate è stato bloccato e il separatismo taiwanese incoraggiato. I principali media occidentali hanno lanciato una vera e propria guerra dell’informazione contro la Cina e pubblicano notizie false come una spaccatura ai vertici della RPC e la creazione di “campi di rieducazione” in cui milioni di non cinesi vengono cacciati. Pechino è ben consapevole del fatto che affronta un avversario forte e cinico che non è abituato a lesinare sui mezzi per raggiungere tale obiettivo. Ciò richiede misure efficaci per proteggere la sovranità e la via allo sviluppo scelto dal Paese. Dal 18° Congresso del PCC, le autorità cinesi intensificano il rafforzamento di disciplina e spirito socialista tra i lavoratori del partito e dello Stato. Una guerra spietata contro lusso, edonismo e corruzione è stata dichiarata ed alti funzionari sono spesso sul banco degli imputati. Inoltre, i leader cinesi sottolineano costantemente l’impegno nei confronti del marxismo e l’impossibilità di allontanarsi dal percorso dello sviluppo socialista.
La lotta agli attacchi anti-cinesi fu il tema centrale di una serie di eventi negli ultimi mesi. Il più importante indubbiamente fu la Conferenza nazionale sulla propaganda e il lavoro ideologico svoltosi a Pechino il 22-23 agosto. Riunioni simili si tengono ogni cinque anni. Decidono i principali orientamenti della propaganda e del lavoro ideologico per diversi anni. Ad esempio, nel precedente incontro tenutosi nell’agosto 2013, Xi Jinping definì il compito d’intensificare il lavoro sulla diffusione delle idee del PCC tra ampie fasce della popolazione, proteggendo l’autorità del partito ma senza nasconderne le lacune (“stabilire una chiara linea di demarcazione tra giusto e sbagliato”) e chiederne il decisivo sradicamento. Particolare attenzione fu dedicata alla lotta alla sovversione via Internet. Come osservato da Xi Jinping, il World Wide Web è diventato un campo di battaglia dell’opinione pubblica e la sua conquista è direttamente collegata alla sicurezza ideologica del Paese. La spinta dell’attuale Conferenza Pan-cinese era la necessità di rafforzare la coesione ideologica e morale della società di fronte alle nuove minacce. Nel suo discorso, Xi Jinping esortava “a svolgere un’intensa opera di propaganda ed ideologia per unire chi condivide ideali comuni, credenze, valori e atteggiamenti morali”. “Unisci gli spiriti e costruisci le forze”, spiegava nel tradizionale modo laconico. Il presidente della Repubblica popolare cinese valutava molto attentamente l’attività delle strutture ideologiche negli ultimi cinque anni, ma osservava che le nuove circostanze richiedono nuovi approcci, iniziativa e maggiore attività dai lavoratori del partito. La situazione generale nel Paese e nel partito dipende direttamente da esso, dichiarava Xi Jinping.
In generale, la posizione centrale del Partito Comunista dovrà essere rafforzata, il PCC dovrà mantenere e rafforzare il ruolo di cinghia di trasmissione del sistema di amministrazione dello Stato. Secondo Xi Jinping, è “necessario rafforzare la leadership unificata centralizzata del partito nel campo dello stato di diritto”. “Le organizzazioni di partito a tutti i livelli devono agire senza negligenza ed esercitare un controllo costante”, aggiungeva. “La pratica ha dimostrato che la politica su propaganda e lavoro ideologico del partito dirigente è del tutto corretta”. Ma la purezza ideologica e morale è estremamente importante da mantenere nel partito stesso. È assicurato dalla fedeltà ai principi comunisti. “Dobbiamo sostenere gli slogan del marxismo e del socialismo con caratteristiche cinesi, persistendo nel promuovere idee socialiste. Un partito armato di queste idee ha il compito di diffonderle tra le masse”, affermava Xi Jinping. Un’attenzione particolare fu data a cultura ed arte. Il leader del Paese invitava artisti, scrittori e compositori a rinunciare a volgarità, kitsch ed imitazione e a creare opere altamente artistiche. L’incontro affrontava anche questioni di politica internazionale. Il presidente della Repubblica Popolare Cinese notava la crescente importanza dell’influenza culturale della Cina sul pianeta e l’uso del “soft power” per rafforzare l’autorità del Paese all’estero. Va notato che pochi giorni prima di questa Conferenza nazionale su propaganda e lavoro ideologico, il Consiglio Militare Centrale della Repubblica Popolare Cinese si riuniva. In questa occasione, Xi Jinping, che dirige questa struttura, si è anche impegnato a rafforzare il ruolo guida del partito nell’esercito. Secondo lui, questo è un prerequisito per costruire uno Stato forte con forti Forze Armate.
Dopo aver attentamente studiato la storia dell’Unione Sovietica, i comunisti cinesi trassero la giusta conclusione: in condizioni in cui la situazione internazionale peggiora e la pressione estera aumenta, è mortalmente pericoloso indebolire la direzione del partito. La mobilitazione ideologica generale e il serrare dei ranghi attorno al programma del PCC sono le misure che rafforzeranno il meccanismo di protezione della società cinese e consentiranno al Paese di risolvere tutti i compiti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurorasito

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La Cina sospende “totalmente” l’acquisto di greggio statunitense

La Cina sospende totalmente l'acquisto di greggio statunitense

Le spedizioni di petrolio dagli Stati Uniti La Cina è stata sospesa. Ad annunciarlo è stato ieri il presidente della China hants Energy Shipping Co, Xie Chunlin. “Siamo uno dei più grandi vettori di petrolio greggio dagli Stati Uniti alla Cina, abbiamo avuto tanti affari, ma ora è tutto completamente fermo”, ha dichiarato.

Sebbene il petrolio non sia incluso negli elenchi dei prodotti statunitensi sanzionati con i nuove dazi contro la Cina, gli importatori di petrolio non hanno effettuato nuovi ordini. “Purtroppo è successo. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, probabilmente avrà ripercussioni nell’industria dei trasporti”, ha aggiunto Xie Chunlin, che ha anche sottolineato come la disputa commerciale costringa la Cina ad acquistare soia da altri fornitori, quindi ora il suo paese acquisisce la maggior parte di quel prodotto in Sud America.

Unipec, il ramo commerciale dell’azienda statale cinese Sinopec, ha congelato le importazioni di petrolio statunitense per via della guerra commerciale in atto tra Washington e Pechino. Secondo quanto riportava ieri Reuters, non è chiaro quanto durerà lo stop anche se le fonti interpellate ammettono che Unipec non ha in programma acquisti di greggio Usa almeno fino a ottobre.

A giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva imposto dazi per 50 miliardi di dollari contro le importazioni di beni cinesi. In risposta, Pechino ha adottato una tariffa del 25% su 659 prodotti statunitensi, anch’essi del valore complessivo di 50 miliardi di dollari.

Notizia del:

La Repubblica Democratica Popolare di Corea e le trattative sulla denuclearizzazione

La questione della denuclearizzazione della intera penisola coreana è, ormai, al centro del dibattito tra Corea del Nord, quella del Sud, gli Usa, la Cina e la Federazione Russa.

Ciò lo abbiamo visto, simbolicamente ma in modo molto chiaro, nella recentissima parata militare di Pyongyang per il 70° anniversario della fondazione della Repubblica del Nord: non c’è stata, infatti, la tradizionale e tuttavia forte sottolineatura dell’apparato nucleare e missilistico nordcoreano, ma piuttosto una bilanciata rappresentanza delle forze armate e delle varie componenti sociali, alle quali il sistema socialista del Nord affida la sua egemonia nella Repubblica Democratica Popolare della Corea. Che è una egemonia vera, non una costrizione.

Chi voglia destabilizzare Pyongyang con le solite chiacchiere sul liberalismo si troverebbe in gravi difficoltà.

Si pensi, poi, alla simbologia della rappresentanza dei quadri e delle figure di rilievo del regime intorno a Kim Jong-Un, sul palco.

Anche qui, erano moltissimi quelli che hanno partecipato a molte, moltissime, manifestazioni, mentre i nuovi arrivati, molto pochi, si confondevano nell’insieme dei consueti collaboratori di Kim Jong-Un.

Segno evidente che il Leader ha il pieno e totale controllo, nella fase più delicata delle trattative con il Sud e gli Usa, sul suo apparato di potere.

Chi volesse, quindi, come qualcuno ha detto all’interno degli apparati di sicurezza Usa, destabilizzare la Corea del Nord con una congiura di Palazzo “liberale” non avrebbe certo fortuna.

Un ruolo particolare, simbolico e quindi pienamente politico, lo hanno avuto, nella parata del 70° anniversario, le Forze Speciali. Le Special Forces più vaste e numerose del mondo, peraltro.

Le “tigri di Kim” hanno avuto una missione particolare, quella di controllare strettamente le postazioni Usa e della Corea del Sud nella parte meridionale della penisola; esse sono poi composte da circa 180.000 elementi, una cifra rilevantissima, lo dicevamo sopra, per un Paese piccolo come quello che ha per capitale Pyongyang.

Hanno peraltro una divisa molto simile a quella del 707simo Battaglione per le Operazioni Speciali di Seoul, creato subito dopo il massacro degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco; ma operano, i nordcoreani, sia nel Riconoscimento, con una specifica brigata, sia in ambito marittimo, poi operano come reparti di artiglieria leggera nelle retrovie e sono tutti addestrati, come è facile immaginare, per svolgere le funzioni delle forze aviotrasportate.

Hanno compiuto operazioni leggendarie, le “tigri di Kim” come nel 1968 nella Corea del Sud, con il tentativo di assassinare, da parte della 124° Unità dell’Esercito di Pyongyang, il dittatore sudcoreano Park Chung-Hee.

E le Forze Speciali di Kim Jong-Un sono presenti anche nella Repubblica Araba Siriana di Bashar el Assad, per aggiornare le difese missilistiche.

Ciò accade soprattutto in relazione al rifiuto, opposto dai russi, di armare le forze di Damasco con missili a media e lunga gittata. Ma le forze di Kim Jong-Un in Siria stanno svolgendo varie missioni, tali da renderle, oggi, con ogni probabilità, la migliore forza asiatica nel settore dell’antiterrorismo.

Sul piano sanitario, Assad ha talvolta ringraziato ufficialmente la Corea del Nord per il sostegno apportato in questo settore al Paese mediorientale, mentre vi sono ancora truppe di artiglieria della Corea del Nord attive sul terreno siriano.

Peraltro, le statistiche occidentali ci indicano che il totale del personale militare della Corea del Nord è oggi di 6.445.000 elementi, con una quota di militari attivi di 945.000 tra soldati e ufficiali e ben 5,500.000 elementi della riserva.

Un Paese in armi, quindi, di quasi impossibile conquista da parte di chiunque provenga da fuori.

Sempre con le cifre raccolte dai Servizi dei Paesi occidentali, sappiamo che Pyongyang dovrebbe possedere 994 aerei militari di vario tipo, con 458 velivoli da combattimento e da superiorità aerea e 516 da attacco, con altri ulteriori 119 aerei da trasporto, 169 da addestramento, 202 elicotteri, di cui 20 da attacco.

Per le Forze di terra, sono oggi a disposizione del regime di Pyongyang 5243 carri armati, 9935 veicoli armati e corazzati, gli elementi di artiglieria sono poi 2250, mentre le postazioni di artiglieria pesante sono oggi ancora 4300, con ben 5000 lanciatori di missili di varia gittata e potenza.

Le navi della marina militare della Corea del Nord sono 967, con sole 10 fregate, 2 corvette, ma comunque 86 sommergibili, 438 navi da pattugliamento e 25 cacciamine. Il resto è ignoto ai Servizi occidentali.

Ma, alla parata del 70°, erano presenti anche vari gruppi di civili, i tanti ritratti di Kim Il Sung, definito come “fondatore del chosun socialista” (il chosun è la stessa Corea, intesa come Patria) mentre vi sono stati numerosi cartelloni che inneggiavano al chosun juche, ovvero all’autosostentamento della Nazione coreana del Nord  proprio attraverso il concetto di, appunto, juche: secondo Kim Il Sung, lo juche significa che “l’uomo è il padrone di tutto perché è padrone del mondo e della storia”.

Ovvero, qui si teorizza l’autodeterminazione piena della Corea di Pyongyang, senza alcun affidamento di sovranità o di sostegno economico a potenze “terze”, nemmeno se esse appartengano al “campo socialista”.

Da qui la divisione ufficiale del popolo, sia pure reso omogeneo e unificato dall’ideologia socialista, della Corea del Nord in contadini, lavoratori delle industrie e samuwon, quelli che in Occidente chiameremmo “intellettuali”, tre categorie egualmente necessarie per lo sviluppo delle società.

Si ricordi che, peraltro, in nessuna teoria comunista derivata dalla Terza Internazionale vi è un ruolo sociale specifico per i lavoratori della mente, gli “intellettuali”.

Una notevole parte della Parata del 70° è stata inoltre dedicata ad un altro pilastro dell’ideologia nordcoreana, l’unità profonda tra civili e militari.

“Socialismo, una sola grande famiglia”, un altro degli slogan tipici della Parata del 70°.

Nella simbologia tradizionale di Pyongyang, in questo contesto della “grande famiglia” il Leader è il Padre, il Partito è la Madre, i cittadini sono i figli.

Che è questo poi, al di là del simbolismo familista, il punto simbolico di avvio della trasformazione parallela dell’economia e del sistema militare nordcoreano. E la presenza massiccia delle Forze Speciali è, lo ripetiamo, un segno da non trascurare affatto.

Riferimenti alla storia degli anni ’50 e a quelli dell’inizio del regime di Pyongyang, che sono stati molto presenti nella Parata del 70°; ma anche riferimenti mitici ai cavalli Chollima e Mallima.

Il primo è un cavallo alato, simbolo comune a tutte le mitologie asiatiche (e a quelle della Grecia in comunicazione con l’Asia centrale) ma qui significa evidentemente la necessaria rapidità dello sviluppo economico della Corea del Nord, che sarà il vero prossimo obiettivo di Kim Jong-Un.

Mallima è un altro cavallo alato della tradizione cinese e giapponese. Un altro, evidentissimo, simbolo.

Qui la citazione iconografica ripete una specifica osservazione che Kim Jong-Un ha fatto nel suo recente discorso di capodanno, il 5 gennaio scorso.

Il riferimento era infatti alla totale modernizzazione dell’economia nazionale e alla completa meccanizzazione dell’agricoltura, citando proprio i due cavalli alati come simboli della rapidità con la quale la Corea del Nord intraprende oggi il suo cammino di completa modernizzazione, sia civile che militare.

Tra i carri simbolici della parata del 70° vi erano anche delle sagome di navi che portavano sulle fiancate la scritta “una solida fondazione per costruire il potere economico” e “per un sistema flessibile della manifattura”.

Cosa significa tutto ciò? Che Kim Jong-Un vuole innescare uno sviluppo autopropulso della Corea del Nord per equilibrare la potenza militare con quella economica. Il suo progetto iniziale, che oggi si declina con lo slogan “prima di tutto l’economia”.

Il che non vuol dire che Pyongyang abbandona le sue reti militari, ma che le rende utili per una trattativa che spinga direttamente la Corea del Nord verso il Terzo Millennio.

Sempre sul piano simbolico, che sempre è uno degli aspetti essenziali della politica, non lasciamoci infatti illudere dal mito economicista che copre gran parte della cultura politica occidentale, bisogna osservare come l’ospite più gradito, la figura centrale del rapporto tra la Corea del Nord e il mondo esterno, è stato, durante tutta la Parata del 70°, l’inviato Li Zhanshu, delegato del Presidente cinese Xi Jinping.

Li è il presidente dello Standing Committee del Congresso Nazionale del Popolo, l’organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese.

 Già governatore dell’Heilongjiang, regione ai vertici dell’innovazione economica cinese e del rapporto fattivo con le imprese straniere, Li Zhanshu è poi diventato, nel recente 18° Congresso, uno dei più fidati e ascoltati consiglieri di Xi Jinping, essendo peraltro già a capo dell’Ufficio Generale del Partito Comunista della Cina.

E’ anche membro, a pieno titolo, del 18° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese.

Una figura quindi di notevole rilievo, con fortissimi e personali legami con Xi Jinping, che è stato scelto per rappresentare non solo la Cina, ma la forza durevole dei rapporti che legano, ancora oggi, Pechino e Pyongyang.

Li e Kim Jong-Un hanno salutato spesso la folla insieme, con le mani unite.

Uno dei punti da osservare, in questa nuova configurazione del sistema politico nordcoreano, è la recente dottrina nucleare di Kim Jong-Un.

Il Leader di Pyongyang ha detto che occorre che il Nord e il Sud della Corea, al fine di evitare l’orrore della guerra nucleare, dovrebbero rafforzare i loro tentativi per raggiungere una penisola coreana libera da ogni tipo di arma nucleare.

Precedentemente, Kim Jong Un aveva detto, nel luglio 2017, che la Corea del Nord non avrebbe mai ritirato il proprio armamento nucleare se gli Usa non avessero nettamente cessato la loro politica ostile e la loro minaccia nucleare indirizzata verso Pyongyang.

Il cambiamento di tono è evidentissimo. Ed è in linea con la dichiarazione comune tra Corea del Nord e Usa della Conferenza di Panmunjom del 27 aprile 2018, quando la stessa Corea settentrionale ha accettato di “lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana”.

Nella dichiarazione di Singapore del giugno 2018, peraltro, Pyongyang non si era data un obiettivo temporale, ma aveva accettato un processo, quello appunto della denuclearizzazione completa della penisola.

Con le sue ultime affermazioni, Kim Jong Un vuole, infine, accettare la linea degli Usa, la denuclearizzazione completa della penisola coreana, ma, in ogni caso, alle sue condizioni e, soprattutto, ai suoi tempi.

Ovvero, per la Corea del Nord la denuclearizzazione si attua in una trattativa nella quale sia le strutture di Pyongyang che quelle nel sud vengono sistematicamente smantellate, nello stesso tempo e nello stesso modo.

Per quanto riguarda le relazioni internazionali della Corea del Nord, visto il rapporto ottimale ricostruitosi tra la Cina e Pyongyang con la visita di Kim Jong-Un del 25-28 marzo scorsi; la soluzione, per gli Usa, sarà quella di mettersi prima d’accordo con Pechino, Mosca e, poi, con le altre capitali asiatiche amiche, come Tokyo, Seoul e perfino Hanoi.

Se Washington farà da sola, non farà nulla.

Ma c’è un ulteriore, importante questione. Ovvero, la futura partecipazione della Corea del Nord alla Belt and Road Initiative cinese.

Pyongyang non ha i capitali interni, anche dopo una forte riduzione del sistema militare e nucleare, cosa che, comunque, non farà. E farà bene a non farla.

Non ha nemmeno a disposizione i Foreign Direct Investments che potrebbero essere utilizzati per entrare, autonomamente, nel mercato-mondo che l’aspetta.

E, ancora, la Corea settentrionale ha però riserve minerarie che valgono almeno 6 trilioni di dollari, tra ferro, oro, zinco, rame, molibdeno e grafite. E anche molte terre rare.

Ma, oltre la rete della “Belt and Road”, vi è anche la Eurasia Initiative messa in piedi dalla Corea del Sud nell’ottobre 2013 e che integra la Corea del Sud nello spazio economico eurasiatico, via Russia, e permette anche una collaborazione sulla sicurezza che inserisce in questo quadro anche la Corea del Nord.

Tramite la Iniziativa Eurasiatica, comunque, potrebbero venire integrate economicamente la Corea del Sud, quella del Nord e le province del Nord-Est cinese, notoriamente ancora poco sviluppate economicamente.

Ci sono anche le grandi infrastrutture da mettere in ponte: la ferrovia verso l’Ovest, la Pusan-Seoul-Shinuju-Dandong e quindi la rete primaria dell’Est, la Pusan-Wonsan-Chongjin-Tumangang-Khasan, che sono linee le quali connettono le due Coree tra di loro e, entrambe, con la Cina e la Federazione Russa e, da lì, verso la penisola europea.

La formula produttiva sarebbe quindi: lavoro a basso prezzo nordcoreano, capitali cinesi e tecnologia sudcoreana.

Il porto di Rason metterebbe in contatto entrambe le Coree con il Giappone, il che favorirebbe anche l’economia regionale del nord-est cinese, con l’ulteriore espansione delle reti energetiche russe in tutta questa nuova area.

E tutto questo riguarda quindi la denuclearizzazione, parallela e rapida, della rete Usa in Corea del Sud e di quella presente nella Corea del Nord.

Senza l’accordo tra Cina, Russia, Usa e Giappone la nuova rete economica rimarrebbe senza significato e utilità. E qui il gioco è ancora in mano agli Stati Uniti.

Una operazione, quella della denuclearizzazione, da compiere con l’assoluta garanzia per tutte le parti, con il sostegno della IAEA ma anche, e soprattutto, dei Paesi vicini.

Sarebbe utile, infatti, una Commissione paritaria tra Usa, Corea del Nord, quella del Sud, Russia e Cina per verificare e accelerare il meccanismo della denuclearizzazione di tutta la penisola coreana.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France

thanks to: Foglio Verde

VOSTOK 2018, le incredibili manovre militari russo-cinesi, coinvolgeranno 300mila soldati e 3000 carri armati, blindati e veicoli!

“Che ne dici di mettere su il più grande esercizio militare del mondo? Tanto per far capire ad Americani e NATO contro che cosa si metterebbero se volessero VERAMENTE dichiararci guerra?”

“Ok, ma invitiamo pure i Mongoli!”

“D’accordo!”.

Ovviamente gli accordi che hanno portato alla realizzazione delle manovre militari VOSTOK 2018 non sono AFFATTO stati presi come riportato in questa ‘drammatizzazione’, ma, sta di fatto, che per vari giorni nelle sconfinate distese dell’Oriente russo, migliaia di carri armati e altri veicoli, centinaia di aeroplani ed elicotteri, ottanta navi e vascelli e più d’un quarto di milione di uomini saranno impegnati nel più grande “wargame” del mondo.

Le manovre in questione non rappresentano se non uno dei tanti (e sicuramente non l’ultimo) tasselli nel complesso mosaico dell’alleanza russo-cinese, asse portante del nascente mondo multipolare, posto per ricordare a tutti che se la Cina (e la Russia sua alleata) non hanno alcuna intenzione di imporsi sulla scena internazionale con la forza, tuttavia la potenza militare con cui difendere i loro sacrosanti interessi non manca certo, né a Mosca né a Beijing.

thanks to: Palaestina Felix

Israele prepara la guerra?

Alastair Crooke, SCF 07.05.2018Il generale Mattis dichiarava al Comitato delle forze armate del Senato degli Stati Uniti che crede che uno scontro militare tra Israele e Iran in Siria sia sempre più probabile: “Posso vedere come potrebbe iniziare, ma non sono sicuro quando o dove“. Questo non dovrebbe sorprendere. Chiunque sbirci attraverso la membrana della bolla occidentale, può vedere le principali dinamiche “colmarsi e rafforzarsi” in modo tale da chiudersi inesorabilmente su Israele. Diventa “inesorabile”: non tanto perché gli Stati del Medio Oriente desiderano la guerra (non la vogliono); ma perché Israele si sente culturalmente costretto a legarsi al presidente Trump e alla sua squadra di estremisti collocandosi a primo collaboratore nella “guerra” degli Stati Uniti per respingere Cina, Russia, Iran e farne del loro progetto commerciale un’entità inefficace ed indebolita. La retorica belluina di Pompeo e Bolton può sembrare un elisir inebriante per certi israeliani; ma semplicemente il Medio Oriente non è il posto in cui collaborare a tale nuova “guerra” ibrida statunitense contro le nuove dinamiche emergenti. Cina, Russia e Iran sono risoluti, “inesorabili”. Israele combatterà contro gli eventi e, infine, essendo completamente in disaccordo col Medio Oriente, cercherà di colpirlo ed indebolirlo (proprio come negli attacchi in Siria), e ne sarà colpito in risposta. E si potrebbe vedere una grande guerra. Sia che si guardi l’audace, rossa, fascia est-ovest della massiccia “Strada e Corridoio” cinese che si estende su tutta l’Eurasia (qui); che la verticale russa, mackinderesco cuore dei produttori di energia (qui), che si estende dall’Artico al Medio Oriente, rifornendo i consumatori ad est e ad ovest, una cosa si distingue chiaramente: Iran e fascia settentrionale del Medio Oriente sono al centro di entrambe le mappe. Ma, ad essere chiari, questi possono essere articolati come progetti commerciali ed energetici, ma sono anche primariamente politico-culturali. Queste due visioni, la mappa cinese e quella russa, sono complementari. Una evidenza l’influenza delle risorse e l’altra i flussi e la concomitante fecondità economica che potrebbe derivare dal flusso di energia e dei manufatti lungo questo corridoio. In questa fascia settentrionale del Medio Oriente, la Russia ha “peso” diplomatico e di sicurezza, e non gli USA; e la Cina vi ha influenza economica, e non gli USA. E ‘no’, questo non è fumo generato da qualche immaginario ‘vuoto’ creato dai fallimenti seriali degli USA in Medio Oriente. Queste sono autentiche dinamiche di mutamento all’opera.
Per certi occidentali (e israeliani) boriosi, nulla di significativo vi appare. Ci viene detto, da Politico ad esempio, che: “… la nuova Guerra Fredda non è come l’originale Guerra Fredda, perché manca della dimensione ideologica… l’attuale tensione tra Stati Uniti e Russia è una lotta seinfeldiana sul nulla: Putin non ha alcun obiettivo ideologico oltre l’elevazione dello Stato russo, governato da lui e dal suo clan; non cerca aderenti in occidente, e quindi non guida alcuna grande competizione tra due sistemi… Dopotutto, Putin non predica la rivoluzione mondiale, elemento dottrinale chiave del comunismo sovietico”. Come mai l’occidente è “culturalmente cieco” sui grandi cambiamenti in corso? È vero che ciò che accade in Medio Oriente e Russia non è “ideologia” nel senso utopico coercitivo, globale, volto a correggere i difetti umani, contrapponendo e riformando l’umanità in modo coercitivo. Ma ciò che esiste, non è il “nulla”: sembra, perché proprio negano e sono contrari alla nozione di unico ordine globale culturale basato su regole umane, che questi progetti siano invisibili all’occidente. Nel caso d’Israele, non sorprende. Theodor Herzl, padre del sionismo moderno, nel suo libro Der Judenstaat, documento fondatore del sionismo, scrisse: “Per l’Europa noi Stato ebraico costituiremo parte del muro contro l’Asia: serviremo da avamposto della Cultura contro la Barbarie“. In breve, Israele fu specificamente fondato come “utopia” dell’Illuminismo europeo, e di conseguenza e comprensibilmente gli israeliani non riescono ad immaginare che altri possano sfidare culturalmente o tecnologicamente cultura e scienza dell’Illuminismo europeo. Ecco Ehud Barak caratterizzare Israele come “città nella giungla” deprecando gli abitanti della giungla. La Cina, tuttavia, con Xi e il Partito Comunista Cinese, si ritrae erede dell’impero cinese di 5000 anni, scacciando l’occidente predatore e definendo un’identità cinese fondamentalmente contraria alla modernità statunitense. Il mondo che Xi immagina è incompatibile con le priorità di Washington e quindi d’Israele (sull’attuale corso). Anche la Russia cerca di definire un “modo d’essere” culturalmente russo, a suo modo, senza imitare i modelli dell’Europa occidentale, ma piuttosto puntando all’opposto polo culturale e morale. Iran e Siria (e forse anche Iraq) non guardano più al modello occidentale politico o morale, emulandolo o stimandolo. Il punto è che nella zona settentrionale almeno del Medio Oriente (incluso l’Iraq), gli “sgozzatori wahhabiti” che i servizi segreti occidentali, israeliani e sauditi hanno armato contro Assad non sono solo screditati, ma sono detestati (dai sunniti quanto gli altri). Si delinea la lenta detonazione del “colpo di grazia” a tali politiche (ancora perseguite dagli Stati Uniti che proteggono lo SIIL al confine tra Siria e Iraq). Questa regione è sfuggita all’influenza occidentale. L’asse Russia-Cina-Iran è già la potenza decisiva nell’area, anche nel Golfo. E l’Iran sarà un attore importante. L’occidente ha avvicinato Russia ed Iran strategicamente e militarmente, e per Pechino l’Iran è assolutamente cruciale per la Vai e il Corridoio. Come osserva Pepe Escobar: “Fedeli alla mappa dell’integrazione dell’Eurasia in evoluzione, Russia e Cina sono in prima fila nel sostegno all’Iran. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, soprattutto per via delle importazioni energetiche. Da parte sua, l’Iran è un importante importatore di cibo. La Russia vuole coprire questo fronte… Le aziende cinesi sviluppano gli enormi giacimenti petroliferi di Yadavaran e Azadegan settentrionale. La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha acquisito la partecipazione del 30% del progetto per lo sviluppo di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Un accordo da 3 miliardi di dollari migliora le raffinerie petrolifere iraniane, incluso un contratto tra Sinopec e National Iranian Oil Company (NIOC) per espandere la vecchia raffineria di Abadan“.
In breve, ci sono forze potenti che sorgono in Medio Oriente e non più in sintonia con le “priorità” occidentali (né particolarmente favorevoli all’egemonia israeliana, che considerano destabilizzante). Queste forze sono già potenti e sembrano destinate ad esserlo ancora più. Ma gli USA, sotto la visione del MAGA di Trump, hanno dichiarato queste forze emergenti “potenze revisioniste” o “Stati canaglia”, e la dirigenza statunitense li considera “minacce” nella sua “guerra eterna”. È questione aperta se gli USA troveranno i mezzi per avvicinare queste forze emergenti, o vi entreranno in conflitto. Questa è la “domanda” della nostra era. Nel caso degli Stati Uniti, se un conflitto ne risulterà, potrebbe rimanere ibrido; ma per Israele, tale opzione è improbabile: può solo passare ai conflitti “diretti”. Ma ciò che rende il conflitto israelo-iraniano forse imminente è un altro cambiamento importante, che potenzialmente muterebbe la posizione d’Israele in Medio Oriente. La regione non cambia solo in modo progressivamente incompatibile con le “priorità” di Washington, ma l’unica qualità che sembrava separare l’occidente, rendendolo “eccezionale”, era la tecnologia, che ora appare scivolargli via. La disputa degli USA con la Cina riguarda essenzialmente questo problema: Trump afferma che la Cina ha “rubato” tecnologia statunitense (insieme ai posti di lavoro). Alcune tecnologie potrebbero essere state “soffiate”, ma la realtà è che posti di lavoro e tecnologia furono volontariamente esportati in Cina per gonfiare i profitti delle aziende statunitensi. In ogni caso, Cina, Russia ed Iran hanno fatto propria la tecnologia, e ora superano la tecnologia della difesa occidentale, o già la sostituiscono. Gli Stati Uniti non riusciranno a contenere o reprimere l’innovazione tecnologica della Cina, o la rivoluzione tecnologica della difesa russa. Quindi, se Israele guarda al vicinato, percepisce gli Stati Uniti gradualmente disimpegnarsi dal Medio Oriente e le potenze “revisioniste” e “canaglia” sempre più presenti; “un grave fallimento strategico con implicazioni di ampia portata“, affermava il principale esperto della sicurezza israeliano Ehud Yaari, e sa che la “guida” tecnologica della difesa occidentale va via come sabbia tra le dita occidentali.
Non c’è da stupirsi che la destra israeliana affermi che la situazione d’Israele, la sua capacità di rispondere alla nuova situazione, peggiorerà col tempo: che non ci sarà mai una Casa Bianca più irriflessiva; né una superiorità aerea d’Israele come una volta, con sempre più diffuse e migliori difese aeree che negano ad Israele lo spazio aereo che dava per scontato; Carpe Diem, cogli l’attimo, sollecitano tali politici, per trovare un pretesto all’escalation e seguiti dagli Stati Uniti. Ma non è una questione diretta: ai vertici dell’intelligence e della sicurezza israeliana sono cauti: Israele non può sostenere un conflitto per più di sei giorni (stima del generale Golan), in particolare se coinvolge più fronti. Israele potrebbe ripetere oggi l’esperienza della guerra dei sei giorni (in cui distrusse l’aeronautica egiziana nelle prime quattro ore)? Non è affatto sicuro. Iran ed Hezbollah hanno sviluppato la risposta asimmetrica alla potenza aerea israeliana negli ultimi venti anni, che hanno sperimentato con successo in Libano nella guerra del 2006. Ed oggi ci sono nuovi missili a nord d’Israele; ed è certo che dominerà ancora i cieli? È dubbio.
Allora, dove siamo oggi? Il segretario Pompeo visitava Tel Aviv la settimana scorsa. Sembra che autorizzasse Israele ad usare le bombe di minore dimensione (GBU-39) contro gli iraniani il 30 aprile, quelle che Obama diede ad Israele. Sembra che abbia anche sostenuto Israele ad allargare unilateralmente la “guerra” a qualsiasi iraniano in Siria. Israele sfida Iran, Siria o Russia a rispondere a tali provocazioni, credendo che non lo faranno, almeno fino al 12 maggio (quando Trump decideva le sanzioni contro l’Iran, ancora una volta). Il Presidente Putin cerca di controllare la guerra, ma il via libero di Pompeo a Tel Aviv lo spazientiva. I consiglieri militari premono per attivare le batterie di S-300 contro aerei e missili israeliani. E dal 12 maggio, con la decisione di Trump… Beh, l’Iran ha già promesso ritorsioni all’attacco missilistico su T4 del 9 aprile, tempismo e metodo sono ancora da decidere. La prospettiva della guerra è in bilico: la destra israeliana vuole cogliere l’attimo (e probabilmente intende annettersi la Cisgiordania nella nebbia bellica). I militari israeliani (come le controparti statunitensi) sono cauti, sono quelli che rischiano. E Trump? Ah… le pressioni interne crescono. Deve dividere il Congresso (o, come dice, “i democratici lo metteranno sotto accusa“). Ci saranno poche concessioni elettorali nazionali ora, in attesa del convogliatore elettorale di novembre (quando la maggior parte di esse sarà dietro di lui). La politica estera è laddove il periodo medio può essere vinto (o perso). Molto viene bloccata dalla bilancia della politica interna USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Israele prepara la guerra?

La Cina organizza la più grande parata navale della storia

Henri Kenhmann, East Pendulum, 15/04/2018Il 12 aprile, a bordo del cacciatorpediniere 173 Changsha, il Presidente cinese Xi Jinping, presidente della Commissione militare centrale e capo delle Forze Armate cinesi, assisteva a non meno di 48 navi da guerra, 76 velivoli e 10000 soldati sfilare in formazione serrata che si estendeva per una decina di chilometri, in una zona marittima a sud dell’isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale. Questa era, secondo i comunicati istituzionali, la più grande parata navale mai organizzata dalla Marina dell’Esercito di liberazione popolare, fondata nell’aprile 1949.
La parata si svolse pochi giorni dopo la chiusura della conferenza annuale del Forum Boao per l’Asia, evento che consente ai leader di governi, aziende e università di Asia e altri continenti di condividere la loro visione dei problemi più pressanti per la regione e il mondo. Oltre a Xi, che vi tenne un discorso, quest’anno gli ospiti includevano diversi capi di Stato come il presidente austriaco, il presente delle Filippine Rodrigo Duterte e il primo ministro dei Paesi Bassi Rutte e il primo ministro di Singapore Li Hsien Loong, nonché il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e l’amministratrice delegata del FMI Christine Lagarde. Ciò spiega perché a metà marzo la portaerei cinese Liaoning lasciasse il porto nella penisola dello Shandong, nel nord della Cina, giungendo in questa regione tesa, mentre l’esercito cinese annunciava le “manovre navali nel Mar Cinese Meridionale” invece della parata navale. Si comprende ora a cosa si riferissero le foto scattate il 26 marzo dai nano-satelliti PlanetLab, su cui appariva una flotta composta da una quarantina di navi, e da aerei. In realtà era la prova generale della parata navale che, secondo la dichiarazione del Ministero della Difesa cinese, “mostra il nuovo volto della Marina Popolare” ed “ispira il popolo sulla ferma convinzione di avere un Paese forte e un esercito potente“.
Le navi da guerra presenti erano suddivise in 7 gruppi da combattimento navali, secondo il testo ufficiale:
Gruppo d’attacco strategico
Gruppo d’attacco sottomarino
Gruppo di combattimento oceanico
Gruppo di battaglia della portaerei Liaoning
Gruppo d’assalto anfibio
Gruppo di difesa costiera
Gruppo di supporto integrato
Va notato che la maggior parte delle navi schierate dalla Marina cinese nella parata aveva meno di cinque anni di servizio. Il primo gruppo, noto come “d’attacco strategico”, ad esempio, è composto da due sottomarini lanciamissili nucleari Tipo 09IVA(?), Seguiti da quattro sottomarini d’attacco nucleare Tipo 09III e 09IIIB(?) Oltre a diversi sottomarini diesel anaerobici aggiornati che formavano il gruppo d’attacco sottomarino. I media non dettagliavano la composizione dei gruppi ma, secondo le immagini e i video pubblicati, non c’erano meno di 5 cacciatorpediniere Tipo 052D, 5 Tipo 052C, 1 Tipo 051C, 5 fregate Tipo 054A, 8 corvette Tipo 056 e 056A, 2 LPD Tipo 071, 2 LST Tipo 072A, la Portaerei, 2 navi cisterna, 1 nave ospedale, 1 nave da guerra elettronica Tipo 815A, 1 nave da ricognizione elettronica Tipo 636A, 1 nave d’appoggio Tipo 926, 1 nave scuola e 1 rimorchiatore. Alcuni osservatori segnalavano quindi più di 410000 tonnellate di acciaio e 768 unità di lancio verticali della flotta. Anche se è alquanto privo di significato e soprattutto di precisione, dà una vaga idea dei mezzi utilizzati per raggiungere l’obiettivo di questa manovra.

Il cacciatorpediniere 173 Changsha, dove il Presidente cinese Xi assisteva alla parata, sfila a fianco della portaerei Liaoning.

La componente aerea era suddivisa in 10 distinte formazioni:
3 formazioni di elicotteri imbarcati
1 formazione di pattugliatori antisottomarino
1 formazione di aerei di preallarme
1 formazione di caccia imbarcati
2 formazioni di aerei d’attacco antinave
1 formazione di aerei da rifornimento
1 formazione di aerei da caccia
Anche qui il resoconto dei velivoli è approssimativo, per mancanza di dati ufficiali. Ad esempio, vi erano 5 elicotteri Z-8JH, 5 elicotteri imbarcati Z-9D dotati di missili antinave YJ-9, 3 AWACS KJ-500H e KJ-200H, 3 pattugliatori Y-8Q, 3 bombardieri, 9 aviogetti da combattimento imbarcati J-15 di cui 4 decollati dalla portaerei Liaoning (rispettivamente 109, 113, 123, 119), 10 aerei d’attacco JH-7A, 4 caccia J-10AH e 2 aerei-cisterna H-6DU, oltre a 12 caccia pesanti J-11BH.
Va notato che dopo questa parata “spettacolare”, che inviava anche un messaggio che merita un’analisi più completa e approfondita, una parte delle forze navali e aeree effettuava immediatamente un’altra manovra, secondo il comunicato della Xinhua News Agency, e questa volta “era un’esercitazione al combattimento navale“, come confermato dal capitano della portaerei Liaoning. E l’area della manovra era probabilmente lo Stretto di Taiwan.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

Sorgente: La Cina organizza la più grande parata navale della storia

Cina, Global Times: Le espulsioni dei diplomatici russi indicano le reali intenzioni occidentali

Cina, Global Times: Le espulsioni dei diplomatici russi indicano le reali intenzioni occidentali
Tali azioni non sono altro che una forma di bullismo occidentale che minaccia la pace e la giustizia globali

Global Times

Il 26 marzo, Stati Uniti, Canada e diversi paesi dell’Unione Europea hanno espulso diplomatici russi dalle loro rispettive ambasciate e consolati stranieri per rappresaglia contro il presunto avvelenamento da parte della Russia dell’ex agente doppiogiochista Sergei Skripal e sua figlia. Al momento, 19 paesi, tra cui 15 Stati membri dell’UE, hanno dimostrato il loro sostegno alla Gran Bretagna applicando tali misure.

Il 4 marzo, Skripal e sua figlia Yulia sono stati portati di corsa in ospedale dopo essere stati trovati svenuti in un parco di Salisbury. In seguito è stato riferito che il padre e la figlia erano entrati in contatto con un oscuro agente nervino. Funzionari del governo britannico hanno detto che gli Skripal sono stati attaccati con il “Novichok”, un potente agente nervino chimico dell’era sovietica usato dai militari.

Il governo britannico non ha fornito prove che collegassero la Russia al crimine ma si è detto convinto fin dall’inizio che non ci sarebbe stata altra “spiegazione ragionevole” per il tentato omicidio. La Gran Bretagna era talmente convinta della teoria sulla Russia, da non perdere tempo nel prendere l’iniziativa imponendo sanzioni contro il paese, come l’espulsione di alcuni diplomatici russi da Londra. Poco dopo, i funzionari della capitale britannica hanno contattato la NATO e i loro alleati europei che hanno fornito sostegno immediato.

Le accuse che i paesi occidentali hanno lanciato contro la Russia si basano su motivi, simili a come quando i cinesi usano l’espressione “forse è vero” per cogliere l’opportunità desiderata. Da una prospettiva in terza persona, i principi e la logica diplomatica dietro a tali drastici sforzi sono viziati, per non parlare del fatto che espellere diplomatici russi quasi contemporaneamente è una forma di comportamento grossolano. Tali azioni hanno poco impatto se non quello di aumentare l’ostilità e l’odio tra la Russia e le loro controparti occidentali.

Il governo britannico dovrebbe condurre un’indagine indipendente sull’avvelenamento di Skripal con rappresentanti della comunità internazionale. Uno sforzo come questo fornirebbe risultati abbastanza forti da consentire a chi segue il caso di prendere una decisione su chi dovrebbe o non dovrebbe essere accusato dell’atto criminale. Adesso, la maggioranza di coloro che sostengono la conclusione unilaterale della Gran Bretagna sono membri della NATO e dell’UE, mentre altri si sono schierati dietro il Regno Unito a causa di relazioni di vecchia data.

Il fatto che le grandi potenze occidentali possano coalizzarsi e “condannare” un paese straniero senza seguire le stesse procedure che altri paesi rispettano e secondo i principi fondamentali del diritto internazionale è agghiacciante. Durante la Guerra Fredda, nessuna nazione occidentale avrebbe osato fare una tale provocazione, eppure oggi è portata avanti con disinvoltura. Tali azioni non sono altro che una forma di bullismo occidentale che minaccia la pace e la giustizia globali.

Negli ultimi anni lo standard internazionale è stato falsificato e manipolato in modi mai visti prima. La ragion e fondamentale alla base della riduzione degli standard globali è radicata nelle disparità di potere post guerra fredda. Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati, hanno incastrato le loro ambizioni negli standard internazionali così che le loro azioni, che dovevano seguire una serie di procedure e protocolli standardizzati, non siano altro che opportunità di profitto progettate solo per se stesse. Queste stesse nazioni occidentali si sono attivate attraverso piattaforme e agenzie di stampa per difendere e giustificare tali privilegi.

Negli ultimi tempi, altri paesi stranieri sono stati vittime di retorica occidentale e di misure diplomatiche senza senso. Alla fine, i leader di queste nazioni sono costretti a indossare un cappello con slogan e parole che affermano “opprime la propria gente”, “autoritario” o “pulizia etnica”, senza badare alla loro innocenza.

È oltraggioso come gli Stati Uniti e l’Europa abbiano trattato la Russia. Le loro azioni sono incoscienti e contaminano le relazioni internazionali. Questo è il momento perfetto per le nazioni non occidentali di rafforzare l’unità e gli sforzi di collaborazione tra di loro. Queste nazioni hanno bisogno di stabilire un livello di indipendenza al di fuori della portata dell’influenza occidentale, mentre rompono le catene del monopolio, i giudizi predeterminati, e arrivano a valutare le proprie capacità di giudizio.

È già chiaro che raggiungere tali sforzi collettivi internazionali è più facile a dirsi che a farsi, poiché richiedono un sostegno fondamentale prima che tutto possa accadere. Fino a quando non emergerà una nuova linea di alleati, le associazioni multinazionali come i BRICS, o anche la Shanghai Cooperation Organization, devono fornire valore a quelle nazioni non occidentali e creare attivamente alleanze con loro.

Ciò che la Russia sta vivendo potrebbe servire da riflesso per altre nazioni non occidentali, che così possono aspettarsi di essere trattate in un futuro non troppo lontano. Espellere i diplomatici russi contemporaneamente è appena sufficiente a scoraggiare la Russia. Nel complesso, è una tattica intimidatoria che è diventata emblematica delle nazioni occidentali e inoltre tali misure non sono supportate dal diritto internazionale e quindi ingiustificate. Ancora più importante, la comunità internazionale dovrebbe avere gli strumenti e i mezzi per controbilanciare tali azioni.

L’Occidente è solo una piccola parte del mondo e non è neanche lontanamente vicino al rappresentante globale che una volta pensava che fosse. Le minoranze silenziate all’interno della comunità internazionale devono rendersene conto e dimostrare quanto profonda sia la loro comprensione dimostrandola al mondo attraverso l’azione. Sul caso Skripal, il grande pubblico non conosce la verità, e il governo britannico deve ancora fornire uno straccio di prova che sostenga le accuse contro la Russia.

Accuse mosse da un paese all’altro che non siano i risultati finali di un’indagine approfondita e professionale non dovrebbero essere incoraggiate. Espellere simultaneamente i diplomatici è una forma di comportamento non civilizzato che deve essere abolito immediatamente.

thanks to: l’Antidiplomatico

La Cina a riforestare un area grande quanto l’Irlanda

E mentre in Italia continuiamo ad abbattere alberi come se fossero il public enemy number one, in Cina succede tutto il contrario.

Il governo annuncia infatti un mega-piano di riforestazione. Pianteranno alberi su quasi 7 milioni di ettari di terra, un area grande tanto quanto l’intera Irlanda.

Perche’ fanno questo? Beh, certo perche’ la Cina e’ inquinanta, perche’ c’e’ bisogno di verde, ma soprattutto perche’ vogliono essere *leader*.

Io ci sono stata tante volte in Cina, e si, anche se alcune citta’ non hanno niente da invidiare a nessuno, nella loro complessita’ non si possono definire propriamente un paese sviluppato ed avanzato come in Europa o in Nord America.

Ma quello che di loro mi piace e’ la volonta’, l’ambizione, il fatto che ci provino.

E il piantare alberi fa parte del loro desiderio di non farsi piu’ riconoscere come un paese inquinato ma per dare di se’ una immagine migliore al mondo.

Fra i vari obiettivi quello di aumentare la percentuale di foresta dal 21.7% al 23% entro il 2020. E poi, dal 2020 al 2035, l’idea e’ di arrivare al 26%.

Il capo del servizio forestale della Cina, Zhang Jianlong, dice che tutti quelli che lavorano nel settore della riforestazione sono benvenuti nel partecipare alla campagna di ri-verdificazione della Cina. Saranno privilegiati rapporti di cooperazione fra il governo ed i privati.

Le nuove foreste verranno create nell’area di Hebei e di Qinghai nei pressi del Tibet e nell’area vicino al deserto Hunshandake in Mongolia.

Finora, la Cina ha speso 83 miliardi di dollari nel piantare foreste negli scorsi 5 anni, piantando alberi per ben 208 milioni di ettari.

E cigliegina sulla torta, cosa del tutto sconosciuta ai governanti italiani, la Cina sta anche progettando un linea rossa-ecologica: cioe’ la designazione di zone dove costruire sara’ offlimits: vicino a parchi nazionali, fiumi e foreste e vicino a zone dove lo sviluppo sarebbe irrazionale.

Certo possono fare tutto questo perche’ non sono una democrazia,  ma lo stesso, e’ un piccolo grande esempio di cosa si possa fare se solo ci fosse la volonta’ politica, questa sconosciuta.

La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

King World News, 26 marzo 2018

Nell’ultima settimana di marzo, uno dei maggiori gestori di fondi al mondo dichiarava a King World News che la Cina ha appena compiuto una svolta globale che porterà a 20000 dollari l’oro e a un sistema monetario e uno yuan basati sull’oro. C’è anche un terribile avvertimento.La Cina compie una svolta globale
Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Il vero pericolo
Ma il vero pericolo deriverà da una guerra commerciale totale. Il Presidente della PBoC Zhou ha spesso notato il rovescio della medaglia quando una nazione sovrana ha la valuta di riserva mondiale. O la valuta è sopravvalutata, portando il Paese a grandi deficit commerciali. Oppure (se il Paese emittente cerca di evitarlo limitando l’offerta della propria valuta), la crescita mondiale ne risentirà. Non fraintendetemi: non sostengo che la Cina e altri partner commerciali giochino in modo equo. Dico che l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono sfidare il deficit commerciale è con un forte rallentamento della crescita mondiale o rinunciando al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Il dollaro è nettamente sopravvalutato e rimarrà tale fin quando sarà la valuta di riserva mondiale. Vedo la Cina alla ricerca urgente del modo per evitare il collasso economico che potrebbe comportare una guerra commerciale. Noi siamo le nostre peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale, non solo rischiando una guerra commerciale che infliggerebbe danni ingenti all’economia mondiale, ma anche a causa delle nostre specifiche vulnerabilità, soprattutto e sorprendentemente nell’arena militare. Ignoranza ed autocompiacimento degli USA su questo sono mozzafiato.

La Cina potrebbe piegare gli Stati Uniti
L’adagio rilevante è che se vivi in una casa di vetro, non lanciare pietre. Qualsiasi pena commerciale imponiamo alla Cina, senza dubbio causando qualche sofferenza, non paralizzerà l’economia cinese. Ma se la Cina rispondesse nello stesso modo, piegherebbe gli Stati Uniti. Il motivo: mentre Trump si concentra su acciaio e alluminio, la Cina insieme ad altri Paesi controlla le risorse, in particolare i metalli delle terre rare, di gran lunga più vitali per le nostre forze armate e sicurezza. Ogni anno l’US Geological Survey (USGS), l’agenzia incaricata di fornire dati e analisi sulle risorse naturali e i pericoli, pubblica un annuario che dettaglia riserve mondiali, risorse e produzione di materie prime e minerali. Negli ultimi due decenni i rapporti sono sempre più lugubri. Una volta largamente autonomi per risorse, gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti da altri Paesi, alcuni dei quali, come la Cina, potrebbero facilmente divenire dei nemici. Nessuno può obiettare che non sia intelligente, o vantaggioso per la sicurezza nazionale, dipendere dai nemici sulle risorse cruciali.Il generale dell’aeronautica Robert Latiff avverte
Ho parlato di terre rare prima. In effetti il mio libro del 2011 “Red Alert” era in parte un avviso agli USA sul pericolo derivante dalla nostra crescente inaccessibilità a questi metalli. Nei sette anni passati da allora, non abbiamo fatto nulla per far fronte ai nostri dubbi. Nel suo libro del 2017 “Future War“, il generale dell’aeronautica militare Robert Latiff ha scritto: “L’elettronica di consumo sempre più piccola e capace… dipende in modo cruciale dai metalli delle terre rare… Più preoccupante dal punto di vista degli armamenti, i metalli delle terre rare si trovano su tutti gli aerei ad alte prestazioni, missili ed elettronica avanzata“. Forse più spaventoso in vista delle recenti valutazioni militari è il suo commento: “I magneti delle terre rare consentono il controllo del tiro dei missili altamente manovrabili e ad altissima velocità“.

Missili ipersonici cinesi
La Cina sviluppa missili ipersonici che volano cinque o più volte la velocità del suono e sono estremamente difficili da rilevare o neutralizzare. Possono, senza testata nucleare, affondare una portaerei. Un rapporto della National Academy of Sciences, commissionato dall’US Air Force nel 2016, osservava che quando si tratta di tali tecnologie: “L’assenza in questo Paese di un chiaro percorso all’acquisizione… è in netto contrasto col ritmo febbrile della ricerca nei potenziali avversari… I loro investimenti sono significativi… e le loro realizzazioni in alcuni casi sorprendenti“. A cui si può aggiungere che senza terre rare, “un chiaro percorso di acquisizione” non esiste. Il fatto che il rapporto sia stato scritto nel 2016 e che nei due anni successivi non sia cambiato nulla, è più che sufficiente a tenermi sveglio la notte. Più recentemente due importanti gruppi di riflessione, RAND Corporation e International Institute for Strategic Studies (IISS), hanno pubblicato relazioni di ampio respiro sulla difesa degli Stati Uniti. Il rapporto RAND affermava che le forze statunitensi “non riescono a tenere il passo con le forze modernizzatrici delle grandi potenze avversarie” e “sono mal posizionate per affrontare le sfide chiave in Europa ed Asia orientale“.

La Cina ha già raggiunto il suo obiettivo
Il rapporto IISS fa commenti simili. Ad esempio, afferma: “Gli sviluppi dei nuovi armamenti in Cina e l’ampio progresso tecnologico nella difesa sono volti a favorire la transizione dal “recupero” con l’occidente a divenire innovatore nella difesa globale: in alcune aree della tecnologia della difesa, la Cina ha già raggiunto i suoi obiettivi“. A cui posso aggiungere le valutazioni su ciò che si può vedere, non da ciò che la Cina potrebbe nascondere, che sarebbe enorme. Non asserisco che una qualsiasi mancanza nella nostra supremazia militare sia dovuta unicamente all’assenza di rifornimenti di terre rare, cobalto e altri prodotti essenziali che la Cina controlla virtualmente attraverso possesso naturale e/o capacità di ricostituzione. Ma dovrebbe essere ovvio che è stupido, e contro i nostri interessi nella sicurezza nazionale, fare qualsiasi cosa che rischi di limitarci l’accesso a questi materiali chiave. In altre parole, una guerra commerciale minaccia non solo l’economia mondiale ma anche la nostra capacità di difenderci e di produrre beni consumo di alta qualità. La posizione meno invidiabile in cui ci troviamo non iniziò con Trump, Obama o Bush. Piuttosto, risale a quando Nixon ci tolse il gold standard nel 1971 e alla politica miope che scaturì da tale infame decisione. Siamo mezzo secolo dopo a sperare che una nuova versione del sistema monetario centrato sull’oro possa salvarci.

Oro a 20000 dollari
Ciò spingerà l’oro molto in alto. E se la Cina in qualche modo non ci riesce, probabilmente significherà gravi disordini geopolitici, nel qual caso, l’oro, ancora una volta, è ciò che vorreste possedere. L’oro si prepara a un balzo per forza e durata impressionanti. Eric, il prezzo dell’oro sarà di almeno 20000 dollari e probabilmente di più, e i lettori di KWN non dovrebbero più rimanerne fuori: è troppo tardi perché il tempo sta per scadere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

La dogana di Hong Kong sequestra il più grande carico di avorio della storia

Il tanto atteso divieto cinese all’importazione di avorio è realtà. Il 4 luglio, i doganieri di Hong Kong hanno sequestrato circa 7,2 tonnellate di zanne di avorio in quello che stimano di essere il più grande sequestro di zanne d’avorio negli ultimi 30 anni. L’avorio è stimato ha un valore di circa 9,2 milioni di dollari.

“Questo sequestro è tragico poiché rappresenta la morti violenta e crudele di centinaia di elefanti, tutto per ottenere le loro zanne d’avorio”, ha commentato Grace Ge Gabriel, del il Fondo Internazionale per il Benessere degli Animali (IFAW)

Gli ispettori doganali hanno scoperto le zanne all’interno di un carico malese dichiarato come “pesce congelato”. Dopo un’inchiesta iniziale, le autorità hanno arrestato il proprietario e due dipendenti di una ditta impresa commerciale di Tuen Mun, Hong Kong.

Secondo le linee guida della CITES, le crisi di avorio su vasta scala, con un traffico di almeno 500 chilogrammi (0,5 tonnellate), puntano alla partecipazione della criminalità organizzata. E questa grande sequestro che va dalla Malesia a Hong Kong mette in evidenza il ruolo dei due paesi come mozziconi di contrabbando di avorio, aggiunse TRAFFIC. La posizione geografica di Hong Kong assieme alle pene relativamente lievi per il traffico di fauna selvatica spiegano il traffico di avorio nel porto cinese.

Nel dicembre dello scorso anno, il governo di Hong Kong ha annunciato un piano a tre fasi per eliminare il commercio domestico d’avorio entro la fine del 2021.

Sorgente: La dogana di Hong Kong sequestra il più grande carico di avorio della storia – Salva le Foreste