Il dibattito sul boicottaggio di Israele censurato nelle università

Quest’anno la conferenza della Società per gli studi sul Medio Oriente, che si è tenuta a Catania dal 17 al 19 marzo, doveva ospitare un incontro dedicato alla campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele (Bds). Ma, dopo essere stato approvato dal comitato scientifico, l’evento è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore dell’università di Catania. Perché censurare una discussione tra accademici?
Se la forza di un movimento si misura dal numero dei suoi nemici, si potrebbe pensare che la campagna Bds stia vivendo un momento di grande successo, viste le azioni legali in Francia, e le intimidazioni nel Regno Unito e un po’ ovunque nel resto d’Europa. In alcuni stati americani, come la Florida e l’Arizona, sono state approvate leggi contro la Bds. Ora, nell’università italiana, è arrivata la censura. La ricercatrice Paola Rivetti, dell’università di Dublino, tra le coordinatrici dell’incontro, spiega: “Il nostro panel è stato accettato a tutti i livelli scientifici. Poi è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore di Catania, che voleva ritirare il suo patrocinio alla conferenza”.
La campagna Bds è nata nel 2005  su richiesta di 171 organizzazioni non governative palestinesi, spiega l’attivista per i diritti umani Stephanie Westbrook, sul modello del boicottaggio che ha portato alla caduta del regime dell’apartheid in Sudafrica. È nata dal senso di smarrimento “davanti all’inerzia internazionale” nel trovare una soluzione politica alla crisi israelopalestinese. Un gruppo di attivisti ha scelto di fare pressioni economiche su Israele con tre richieste specifiche: mettere fine all’occupazione e alla colonizzazione israeliana, riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati e affermare l’uguaglianza tra cittadini israeliani e arabi.

Quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio

La campagna prende di mira aziende coinvolte nelle operazioni svolte nei territori che la comunità internazionale considera occupati illegalmente o aziende come la G4s, che forniva servizi alle prigioni israeliane dove sono detenuti minorenni e prigionieri politici palestinesi.
La campagna contro G4s ha ottenuto dei risultati. L’azienda ha perso il sostegno di Bill Gates, uno degli azionisti, e ha venduto le sue attività israeliane. Non ha mai dichiarato che la decisione sia stata una conseguenza diretta della Bds, “ma ricordiamo che quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio”, commenta Stephanie Westbrook.
Altre campagne sono state lanciate contro Caterpillar, spiega il ricercatore Enrico Bartolomei, perché i suoi bulldozer sono usati per demolire le case palestinesi e inoltre sono stati “perfezionati” per Israele, creando dei sistemi di controllo in remoto, cioè senza guidatore.
Nel caso di SodaStream, la campagna ha attaccato Scarlett Johansson perché l’attrice aveva prestato la sua immagine al marchio, nonostante fosse anche ambasciatrice dell’organizzazione umanitaria Oxfam, che si oppone con decisione alla colonizzazione illegale israeliana. La fabbrica di SodaStream si trova nella colonia di Maale Adumim, un territorio occupato da Israele dopo la guerra del 1967 e mai restituito ai palestinesi, in violazione della convenzione di Ginevra, dello statuto di Roma e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia. Per Stephanie Westbrook, “la campagna Bds è oggi lo strumento più efficace che abbiamo all’estero per sostenere i diritti dei palestinesi”.

L’Europa e la censura sul conflitto israelopalestinese
Il ricercatore statunitense e opinionista di Al Jazeera Mark LeVine racconta la proposta discussa di recente all’università della California di condannare ogni iniziativa antisionista equiparandola all’antisemitismo, e si rammarica del fatto che l’Europa stia prendendo la via della censura, come gli Stati Uniti: “Vista dall’America, l’Europa era un modello di libertà di espressione. E ora? È inaccettabile aver vietato il dibattito di Catania. La ricerca accademica non può essere separata dalla realtà e dalla politica”.
Non si tratta di escludere i colleghi israeliani dagli incontri accademici, sottolinea LeVine. Nessuno chiede di boicottare persone o docenti israeliani, ma le loro istituzioni e i loro eventuali finanziatori. “Sono ebreo, parlo ebraico, ma voglio portare la mia solidarietà ai colleghi palestinesi. Noi che viviamo in occidente abbiamo il dovere di sostenere i nostri colleghi in difficoltà”, spiega LeVine.
“Invocare la necessaria obiettività della ricerca è anacronistico”, sostiene l’antropologa Rubah Salih della School of oriental and african studies (Soas) di Londra. Quando Hannah Arendt scrisse La banalità del male non lo fece per puro interesse accademico ma spinta dalle sue sofferenze personali. Inoltre la questione dell’obiettività scientifica è stata “risolta da tempo nelle scienze sociali”. La messa al bando della campagna Bds dall’università dice molto sul nostro mondo e sul fatto che “l’occidente ha sempre più difficoltà a gestire e comprendere le tragedie contemporanee”.
Che si sia d’accordo o meno con la campagna internazionale Bds, discuterne dovrebbe essere il punto di partenza in ambito universitario. La professoressa Laleh Khalili della Soas di Londra avverte: “Le azioni legali contro la campagna – come quelle in Francia – sono preoccupanti. È inaccettabile che lo stato si permetta di dire all’università di cosa può o non può parlare. Se non difendiamo adesso la nostra libertà di espressione, nel futuro potrebbero arrivare divieti ancora peggiori”.
thanks to: Frammenti Vocali

Academic boycott of Israel takes off in Italy

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

There have been major breakthroughs in Italy for the campaign to boycott Israeli academic institutions.

More than 200 academics from 50 Italian universities have signed a call for the boycott of Israeli academic institutions until Israel complies with international law.

This is the first time a significant number of Italian academics have taken a public stand in support of the Palestinian-led campaign of boycott, divestment and sanctions (BDS).

The move comes just months after Italian Prime Minister Matteo Renzi lashed out at the BDS movement as “stupid and futile” in a speech to the Israeli parliament.

The Italian scholars join more than 1,500 of their colleagues in the United Kingdom, Belgium, South Africa, Ireland and Brazil who have endorsed similar pledges in recent months.

The scholars endorsing the Italian call, which echoes the pledge signed by UK academics last October, are committing to refuse invitations from Israeli academic institutions and not to act as referees or participate in conferences funded, organized or sponsored by Israeli institutions.

Consistent with the guidelines set out by the Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI), which targets institutions not individuals, the academics clarify that they will “continue to work and cooperate with [their] Israeli colleagues individually.”

They also reiterate the anti-racist nature of the boycott campaign.

“History teaches us”

“I signed because I consider BDS to be of utmost importance. It has demonstrated its ability to have an impact and obtain results,” Patrizia Manduchi, associate professor at the University of Cagliari, told The Electronic Intifada.

“This will be an essential tool in raising awareness among the academic community, who often simply do not know what is happening.”

A professor of history, Manduchi also stressed the importance of “studying the historical record, the origins and evolution of the conflict, which are often forgotten.” She added that “history teaches us.”

Andrea Domenici, an assistant professor in computer engineering, told The Electronic Intifada, “I believe that those who have the privilege of a university education and of working as a researcher have responsibilities toward human society, and among them is a duty not to collaborate with institutions participating in systems of oppression.”

Military ties

The call is also focused on ending ties between Italian universities and Technion, the Haifa-based Israeli technical university.

According to research done by the European Coordination of Committees and Associations for Palestine, Technion is slated to receive more than $18 million in European funding under the EU Horizon 2020 research program.

While all Israeli academic institutions play an integral role in developing and perpetuating Israeli policies that deny Palestinians their fundamental rights, Technion was chosen as a focus due to its involvement “more than any other university in the Israeli military-industrial complex.”

Technion boasts “exceptionally close ties” with the Israeli defense ministry and military as well as the country’s top weapons producers, including Israel Aerospace Industries, Rafael Advanced Defense Systems and Elbit Systems.

The boycott call notes that Elbit Systems “manufactures the drones used by the Israeli army to fire on civilians in Lebanon in 2006 and in Gaza in 2008–2009 and in 2014.”

According to a report by Defense for Children International-Palestine, Israeli forces “directly targeted children” in Gaza, where 164 children were killed by drone-fired missiles in the summer 2014 attacks.

Elbit Systems is destined to become Israel’s largest weapons producer as the only bidder in the running for the purchase of Israel Military Industries as part of a privatization plan. The acquisition would add advanced rockets, airborne bombs and precision multi-purpose tank shells to Elbit’s already deadly product range.

Groomed

Examples of Technion students being groomed for and hired by Israel’s weapons industry and military abound.

These include campus job fairs, joint academic programs, scholarships, projects and research centers and even family and recruitment days sponsored by the military and weapons companies.

Last year, Technion developed a program tailored for professionals interested in developing Israel’s defense exports industry, where, according to one of the lecturers, “the sky is the limit.”

The Italian scholars urge their colleagues to suspend “all forms of academic and cultural cooperation, collaboration or joint projects with Technion.”

Eight Italian universities currently have cooperation agreements with Technion, including in Turin, Milan, Florence, Perugia, Rome and Cagliari.

A 2005 military cooperation agreement between Italy and Israel provides for research and development of weapons systems and commits each country to “encourage their industries to search for projects and equipment with mutual interest for both Parties.”

Protesting

The academics’ pledge also urges student associations to join the campaign to suspend agreements between Technion and Italian universities.

Students have been doing just that.

Last October, students and workers at the University of Turin and Turin’s Polytechnic, which both have agreements with Technion, organized protests during a two-day event featuring Technion aimed at “exploring new areas of collaboration to strengthen the cooperation” between the universities.

On the Italian island of Sardinia, a number of student groups and associations launched a petition calling for the suspension of “all cooperation agreements” between the University of Cagliari and Israeli academic institutions, in particular Technion.

Roberto Vacca, an organizer with the student union UniCa 2.0, told The Electronic Intifada, “Today we’re relaunching our efforts for an immediate end to these cooperation agreements so that our city and our university are not complicit in the horrors perpetrated on the Palestinian people by the Israeli government and institutions.”

Progetto Palestina, a Turin student group, told The Electronic Intifada, “We’re convinced that organizing academic boycott campaigns is crucial because Israeli universities are far from independent apolitical subjects but rather are perfectly integrated and involved in the state policies that oppress Palestinians on a daily basis.”

Reversing a trend

In yet another Italian first, the Italian Society for Middle Eastern Studies will host a panel discussion in mid-March on the BDS movement and academic boycott campaigns.

Panel coordinator and independent researcher Enrico Bartolomei told The Electronic Intifada he sees this Sicily-based event, along with the academics’ pledge, as reversing a trend.

“Despite increasing support on campuses and among professional organizations worldwide for endorsement of the boycott of Israeli academic institutions, academics in Italy have remained largely silent or set up even wider collaboration with Israeli institutions closely linked to Israel’s military-industrial complex and complicit in violations of international law and Palestinian rights,” Bartolomei said.

Bartolomei notes this “marks the first time an Italian academic association will openly discuss the BDS and PACBI campaigns.”

The academics’ pledge states that Israel’s vast military-industrial complex “largely depends on the willingness of governments, companies and research centers around the world to collaborate with universities and research centers in Israel.”

Italian scholars and students are working to raise awareness – and to turn that willingness into a liability in order to convince institutions to sever their ties.

Stephanie Westbrook is a US citizen based in Rome, Italy. Her articles have been published by Common Dreams, Counterpunch, The Electronic Intifada, In These Times and Z Magazine. Twitter: @stephinrome

 

thanks to: The Electronic Intifada

90 studenti dell’Università di Birzeit detenuti nelle carceri israeliane

PIC. Il portavoce del blocco islamico all’università di Birzeit presso Ramallah, Mohammed Zaid, ha rivelato che il numero di studenti detenuti dalle forze di occupazione israeliane ha superato i 90.

In una dichiarazione al Quds Press, il portavoce ha spiegato che gli studenti trascorrono mesi o addirittura anni interi in prigione. Ha inoltre aggiunto che le forze di occupazione israeliane hanno recentemente arrestato 16 studenti attivisti dell’università, 12 dei quali sono membri del blocco islamico, incluso il segretario del Comitato Culturale del Consiglio degli studenti, Asmaa Abdul HakimKedah, 20 anni, che è stata arrestata sabato mattina proprio mentre si recava all’università.

Il blocco islamico all’università di Birzeit ha denunciato la pratica israeliana, sottolineando che la feroce campagna di arresti condotta dalle forze di occupazione nei confronti degli studenti avrà come unico effetto quello di“aumentare la forza, la determinazione e la costanza nel perseguire il loro dovere nazionale ed accademico”.

Soppressione del ruolo degli studenti 

Per quanto riguarda il motivo degli arresti, il portavoce ha affermato che “tutti gli arresti sono privi di accuse o giustificazioni, e molti degli studenti sono stati trasferiti in detenzione amministrativa senza interrogatorio o accusa.”

Zaid pensa che l’occupazione israeliana “stia cercando di ostacolare il lavoro del consiglio, e del movimento degli studenti all’università, il cui ruolo è stato efficace durante l’Intifada di Gerusalemme.

Ha aggiunto:“E inoltre diventato chiaro che l’occupazione vuole logorare il blocco islamico, e sospendere i suoi servizi accademici per gli studenti universitari”. Ha citato il fatto che lo stesso giorno dell’arresto del Presidente del Consiglio e dei leader del blocco, all’alba di Mercoledì scorso, c’era una festa organizzata a supporto della moschea di al-Aqsa. Tuttavia, il blocco islamico ha portato a termine l’evento, che ha fatto tanto parlare i media israeliani in merito al suo successo e alla capacità di continuare il proprio lavoro malgrado le difficili circostanze.

Zaid ha osservato che il Consiglio degli Studenti e il blocco islamico presso l’università sono stati in grado di eccellere in tutti gli ambiti; dal sindacato al servizio civile, compreso il livello di impegno nazionale.

Ha inoltre fatto notare che l’occupazione israeliana insieme all’Autorità Palestinese con i loro continui arresti che avevano come principale target gli studenti del blocco islamico, hanno causato un forte ritardo nella laurea di molti studenti per anni. Alcuni studenti, invece di passare solo 4-5 anni al college, non riuscivano a laurearsi prima dei 10 anni trascorsi tra vita universitaria e detenzione nelle carceri israeliane e in quelle dell’Autorità Palestinese.

A sua volta, l’Università di Birzeit ha condannato la feroce campagna dell’occupazione israeliana contro gli studenti. L’università ha sottolineato, in un comunicato, che l’istruzione è un diritto garantito da tutte le leggi internazionali, e che l’adesione dell’università alla campagna per il diritto allo studio consentirà di rendere pubbliche le pratiche repressive dell’occupazione israeliana, che continua a dire al mondo che è uno stato democratico.

L’università ha osservato che si rivolgerà a tutte le istituzioni accademiche e alle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo, per informarli dei crimini dell’occupazione israeliana contro il diritto all’istruzione in Palestina, che si impegna con falsi pretesti. L’università ha invitato le istituzioni internazionali a mettere sotto pressione l’occupazione israeliana per la liberazione dei prigionieri palestinesi nelle sue carceri, compresi gli studenti.

L’università ha aggiunto che la perseveranza delle pratiche repressive da parte dell’occupazione israeliana contro il popolo palestinese in generale e gli studenti in particolare, non farà altro che aumentare le azioni internazionali delle campagne di boicottaggio accademico contro le istituzioni di occupazione israeliane. Essa afferma, inoltre che tali pratiche non impediranno mai all’università diBirzeit di svolgere il suo ruolo di primo piano nei confronti dell’occupazione.

Il numero di studenti detenuti nelle carceri israeliane ha raggiunto i 90, tra maschi e femmine, oltre ad un dipendente presso l’Università e a due professori.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Sorgente: 90 studenti dell’Università di Birzeit detenuti nelle carceri israeliane | InfopalInfopal

L’università di Southampton cancella una conferenza su Israele

Lo storico israeliano Ilan Pappè: “le lobby ebraiche nel Regno Unito hanno usato ancora una volta l’intimidazione per colpire la libertà di parola”.

A un mese e mezzo dalla decisione dell’Università di Roma Tre di cancellare l’incontro con Ilan Pappè sul tema “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi” che già aveva fatto discutere e aveva dato il via ad una lettera aperta firmata da migliaia di docenti e ricercatori delle università di tutto il mondo, l’Università di Southampton decide di cancellare il ciclo di incontri dal titolo: “Diritto Internazionale e lo Stato di Israele: Legittimazione, Responsabilità e Eccezioni” che si sarebbe dovuto tenere dal 17 al 19 aprile presso gli spazi dell’importante accademia inglese.

3-4-15_Universita-Southampton-cancella-Conferenza.

Lina Khattab: negata la richiesta per il rilascio dopo aver scontato i due terzi della pena

Free Lina Khattab Facebook Page: https://www.facebook.com/FreeLina/

Il tribunale militare di Ofer ha negato il rilascio della studentessa dell’Università di Birzeit, Lina Khattab, dopo che ha scontato già i due terzi della sua condanna a 6 mesi di reclusione.

Il rilascio trascorsi i due-terzi della pena si valuta in base alle accuse, alla redazione di un rapporto sul comportamento del detenuto e alla valutazione dell’intelligence israeliana. Un report presentato dall’intelligence del Lavoro afferma che se Lina venisse rilasciata potrebbe rappresentare un rischio per la sicurezza della regione e la sua liberazione anticipata potrebbe essere letta come una ricompensa per le sue azioni. Nel rapporto è anche stato dichiarato che dinnanzi al comitato [che avrebbe deciso rispetto alla sua scarcerazione, ndr] Lina non avrebbe mostrato alcun rimorso per il suo comportamento. Nel report si legge inoltre che la sua famiglia è evidentemente in grado di controllare il suo comportamento. Si segnala poi che le informazioni trasmesse dai servizi segreti dell’occupazione sono segrete e né Lina né il suo team di legali possono fare ricorso.
Il 16 febbraio scorso Lina Khattab è stata condannata a 6 mesi di carcere e a una multa di 6.000 NIS (1500 dollari). La decisione del tribunale militare ha inoltre affermato che se Lina dovesse partecipare a reati simili nei prossimi 3 anni sarebbe tenuta a pagare una multa di 3.000 NIS.
La negazione del ricorso è di natura esclusivamente politica, tanto più che le ragioni indicate servono per farle scontare tutta la condanna e per utilizzare la sua detenzione come deterrente per i giovani palestinesi che resistono all’occupazione.
Lina è una delle 21 donne detenute nelle carceri dell’occupazione.

20-3-15_Khattab-Negato-Rilascio.

Le ingerenze israeliane sulle università italiane. Un invito a non cedere

di Sergio Cararo

Da tempo nelle università italiane è in corso un braccio di ferro per molti aspetti decisivo sul piano della cultura e della libertà. Da una parte alcuni tentativi di portare negli atenei la questione palestinese attraverso una serie di dibattiti pubblici (da Ilan Pappè a Omar Barghouti, dalla questione dell’acqua a quella dell’Expo), dall’altra le pesanti ingerenze dell’ambasciata israeliana sui rettori e i presidi di facoltà per impedire questi incontri in sede universitaria. Lo scontro è importante perché per gli apparati ideologici di stato israeliani il controllo o la neutralizzazione negli atenei negli altri paesi è un fronte di guerra decisivo. A dare un mano agli apparati israeliani, anche in Italia, interviene poi la lobby sionista rappresentata da giornalisti, uomini politici, opinion maker che, pur non essendo israeliani, sostengono attivamente gli interessi e la politica colonialista di questo Stato. In altri casi si assite ad un atteggiamento cedevole, quello che, solo in questo caso, prevede l’obbligo del contraddittorio con un esponente israeliano o sostenitore delle “ragioni di Israele”. Caso unico, dicevamo, perchè mai abbiamo assistito negli anni all’obbligo di invitare l’ambasciata della Turchia ad un dibattito con i kurdi, o all’ambasciata statunitense per una conferenza sul Vietnam o all’ambasciata russa per un dibattito sulla Cecenia. L’equidistanza diventa così una forma di complicità o arrendevolezza, esattamente come coloro che continuano a trincerarsi dietro lo schermo di “due popoli due stati” quando i decenni trascorsi e l’oggi stesso continuano a negare con i fatti la nascita dello Stato Palestinese.

Questo importante braccio di ferro tra libertà di insegnamento ed espressione versus subalternità ai diktat israeliani, ha visto episodi sgradevoli come l’annullamento delle sale universitarie per la conferenza di Ilan Pappè (a Roma Tre) o per un incontro sull’acqua in Palestina (a Ingegneria della Sapienza), tentativi analoghi ad una conferenza sull’Expo e sul giro di conferenze di Omar Barghouti in Italia. Lo scorso 9 marzo Pierluigi Battista, onnipresente firma del Corriere della Sera, in un indignato editoriale aveva definito il voto di una università londinese a favore del boicottaggio degli accordi con Israele “una schifezza antisemita che dovrebbe sollecitare una mobilitazione di chi lavora nelle università europee.” A questo articolo ha replicato con una bella e articolata lettera il prof. Angelo Stefanini, docente dell’università di Bologna e prestigioso scienziato. La lettera di Stefanini, ovviamente, non è stata pubblicata dal Corriere della Sera e quindi abbiamo il piacere di pubblicarla noi qui di seguito. Ma questa è anche l’occasione per rinnovare l’invito a tutto il mondo accademico ad accettare questa sfida e ad opporsi in ogni modo alle ingerenze dell’ambasciata israeliana in Italia e dei suoi collaboratori sulla vita universitaria nel nostro paese. In secondo luogo, anche alla luce dei risultati delle elezioni israeliane e della vergognosa risoluzione approvata dal Parlamento italiano sul riconoscimento dello Stato Palestinese, riteniamo che la campagna internazionale di boicottaggio (Bds, boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni) verso Israele sia uno strumento decisivo per incidere sui processi a fronte della subalternità dei governi e delle istituzioni sulla questione palestinese. Per mettere fine al colonialismo israeliano e all’apartheid verso i palestinesi.

La replica del prof. Stefanini a Pierluigi Battista CLICCA QUI

( Fonte: Contropiano.org )

Palestina, la guerra con Israele nel mondo accademico

Dibattiti annullati. Studiosi screditati. Attacchi sulla stampa. Da Roma a Londra: negli atenei Ue va in scena lo scontro con Tel Aviv. Tra censure e sabotaggi.

19 Marzo 2015

I primi fatti risalgono a febbraio. L’Università di Roma Tre ha revocato aula e logo al noto storico israeliano Ilan Pappé a tre giorni dell’incontro «Europa e Medio Oriente oltre agli identitarismi», previsto per lunedì 16.
Per gli organizzatori l’università avrebbe ceduto a pressioni dell’ambasciata israeliana, mentre il rettore Mario Panizza ha minimizzato, parlando a Lettera43.it di «errore procedurale».
Panizza ha offerto un’altra aula rispetto a quella stabilita, ma gli organizzatori hanno rifiutato: «Richiedendo (…) di rimuovere i loghi dell’Università da tutti i volantini e gli inviti, cancellando le informazioni dell’evento dal sito dell’ateneo, l’evento era stato delegittimato».
UNIVERSITÀ TROPPO TIMIDE. Da questi fatti ha preso corpo A call for academic freedom, appello pubblico in cui si racconta l’accaduto e si denuncia, con il dietrofront dell’università romana, la pratica di un «doppio standard» in tema di libertà d’espressione: siamo tutti Charlie Hebdo, ma se c’è da aprire un confronto su Israele e Palestina le cose si complicano.
Pochi giorni dopo, alla facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma un episodio simile, con la revoca dell’aula per la proiezione di The Fading Valley della regista israeliana Irit Gal. Il film denunciava l’accesso all’acqua interdetto ai palestinesi.
Analizzando le opinioni raccolte da Lettera43.it sull’episodio romano emerge un’università timida, avulsa dalla realtà.
CALL PARLA DI «DOPPI STANDARD». Così l’accademia, da luogo di produzione di sapere critico, si trasforma in incubatrice di spiriti innocui e conformisti.
«Sembra che in Italia, come nel resto dell’Europa, offendere i musulmani con vignette sul Profeta sia diventato un tema sacro della libertà di parola, mentre quella sul Medio Oriente e la Palestina è limitata, se non interdetta», scrivono gli estensori di Call. «I doppi standard e l’eccezionalismo manifestati nel caso di qualunque dibattito su Israele ridicolizzano il discorso sulla libertà di parola che è stato devotamente avanzato in Francia in seguito agli orribili attentati di Parigi».

 

  • Il trailer di The Fading Valley.

Gli atenei votano il boicottaggio, Battista: «Schifezza antisemita»

Omar Barghouti, fondatore del movimento Bds.

(© GettyImages) Omar Barghouti, fondatore del movimento Bds.

È di inizio marzo il voto positivo della School of Oriental and African Studies (Soas) di Londra al boicottaggio accademico di Israele, nell’ambito della campagna globale Boycott, Divestment and Sanctions (Bds) e – spiega l’antropologa Ruba Salih – è in corso la mobilitazione perché la British Middle East Studies Association Conference faccia lo stesso, a maggio.
Un’iniziativa controversa, che il vicedirettore del Corriere della sera Pierluigi Battista – sul numero del 9 marzo – ha definito una «schifezza anti-semita», che supera «ogni limite di decenza».
Di tutt’altro avviso Salih: «Tramite i confronti sul Bds si mettono a nudo i legami militari, culturali ed economici del sistema accademico israeliano con l’occupazione, quindi viene meno l’idea cardine che la comunità accademica, in Israele, sia un’oasi di democrazia».
Il Bds, dice l’antropologa, spiazza il governo israeliano, «abituato ad agire impunemente, perché è una sorta di pressione che viene dal basso, frutto di dibattiti e processi democratici in sedi disparate (da congressi accademici, a students unions)».
STEFANINI: «STUDENTI E DOCENTI HANNO PAURA». Per Angelo Stefanini, direttore del Centro di Salute internazionale dell’Università di Bologna nonché responsabile di programmi di salute pubblica sia per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sia per il governo italiano, il clima è pesante: «Percepisco che i miei studenti, quelli che seguono i temi sulla responsabilità sociale della scienza, hanno paura, per non parlare dei docenti», dice a Lettera43.it. «A Bologna c’è un gruppo di studenti israeliani molto aggressivo e, anche se non ci sono intimidazioni dirette, c’è un’atmosfera che manda un messaggio molto chiaro: ‘Queste cose non si fanno, altrimenti ci sono conseguenze che ricadono sulla tua testa’».
Solo un sentore? Può darsi, tuttavia Stefanini si è “guadagnato” negli anni varie menzioni (su siti come Honest Reporting), in cui si invitano i lettori a scrivere (nel suo caso al Lancet) per screditare l’autore e il suo lavoro.
BENEDUCE: «L’UNIVERSITÀ PUÒ ESSERE DECISIVA». La campagna Bds ha lanciato l’idea, raccolta da Carlo Tagliacozzo, di invitare Omar Barghouti all’Università di Torino. Nome ignoto ai più, l’intellettuale e attivista palestinese è cofondatore del Bds e membro del comitato per il boicottaggio accademico e culturale di Israele. L’incontro è previsto per giovedì 19 marzo alle 17 (mercoledì 18 Barghouti ha parlato a Roma Tre, con l’università che ha prestato l’aula ma non il logo). Niente pressioni a Torino? Per l’antropologo Roberto Beneduce «hanno prevalso messaggi obliqui: l’organizzazione di un contraddittorio, ad esempio, non è stata possibile».
Le persone invitate hanno tutte declinato: chi per impegni, chi perché in disaccordo, chi perché ritiene che una voce dissenziente non troverebbe ascolto. Interviene invece via video l’attore Moni Ovadia. Prosegue Beneduce: «L’università può avere in questo intrico un ruolo decisivo, e creare uno spazio dove discutere ciò che sembra essere diventato impossibile pensare».

Il caso Manduca: quelle denunce nel mirino dell’accademia israeliana

La genetista Paola Manduca.

La genetista Paola Manduca.

Esemplare delle schermaglie Israele-Palestina in ambito accademico è il caso della genetista Paola Manduca. Dopo la pubblicazione di una lettera aperta sul Lancet che denunciava gli attacchi sistematici di Tel Aviv ai danni dei civili di Gaza, iniziò l’offensiva contro gli autori e Richard Horton, direttore della prestigiosa rivista medica britannica.
L’accademia israeliana, mobilitata dai media, scrisse al direttore e all’editore stesso della rivista – Elsevier – per chiedere la rimozione sia del documento sia dello stesso Horton, la cui gestione del Lancet sarebbe «tendenziosa» e «faziosa».
Il Jerusalem Post, per esempio, ospitò le lettere di diversi esponenti autorevoli, come David Katz, professore emerito di immunopatologia a Londra e capo della Jewish Medical Association Uk, e altri ancora (qui le lettere).
LA DOTTORESSA ACCUSATA DI ANTISEMITISMO. Gli attacchi sono andati crescendo, ma Horton non ha desistito. L’israeliana Ngo Monitor disse di avere trovato «prove che mostrano i legami tra due importanti autrici della lettera (Paola Manduca e Swee Ang, ndr) e David Duke, ex leader statunitense del Ku Klux Klan e attivista per la “supremazia bianca”».
L’accusa, per la genetista italiana e per Ang, sarebbe di aver fatto circolare un video antisemita (Cnn, Goldman Sachs & the Zionist Matrix) firmato Duke.
Infine fu il Jerusalem Post a “spiegare” tanta aggressività nei confronti della dottoressa, quando scrisse che Manduca «è stata per anni coinvolta nella diffusione di accuse senza fondamento su diaboliche armi israeliane».
HORTON? «COLPEVOLE» DI AVERLE DATO SPAZIO. La vera responsabilità di Horton, secondo questo “schema accusatorio” mediatico, sarebbe di aver pubblicato i suoi lavori, che conterrebbero «affermazioni pseudo-scientifiche». L’equipe guidata da Manduca ha dimostrato in anni di lavoro che contenuti e residui delle armi da guerra israeliane causano difetti nelle nascite a Gaza; che i metalli cancerogeni presenti nelle bombe e nei proiettili al fosforo bianco sono gli stessi trovati nei tessuti delle ferite e nei capelli dei bambini un anno dopo “Piombo Fuso”; che tali metalli non vengono eliminati dall’organismo, e persistono in esso o nell’ambiente. E ancora: esiste una correlazione tra l’esposizione agli attacchi e malformazioni alla nascita, con effetti di lungo termine sulla salute riproduttiva.
Lancet ha pubblicato gli studi scientifici che suffragano l’accusa di crimini di guerra. Così scatta lo stigma di facile presa dell’«antisemitismo».

thanks to: Lettera43

Omar Barghouti a Torino

(Primo video di InvictaPalestina)

Primo video dell’incontro di giovedì 19 marzo a Torino con Omar Barghouti e Moni Ovadia

  Moni Ovadia è per il boicottaggio come forma di lotta a sostegno delle rivendicazioni palestinesi escludendo però quello accademico che lui chiama “boicottaggio culturale”. Omar Barghouti risponde e spiega perché invece è necessario. Boicottaggio No, Boicottaggio Si, risposta di Omar Barghouti a Moni Ovadia

Israeli attacks on Al Quds University

Al Quds University, right, alongside the Separation Wall.

Al Quds University, right, alongside the Separation Wall.

Close to 13,000 Palestinian and international students go through at least one of 600 checkpoints in the West Bank to attend Al Quds University, the only Arab University in East Jerusalem. Established in 1984, the Abu Dis campus now houses 14 academic faculties, and has more than 21 centers and institutes, including the critically acclaimed Abu Jihad Museum for Prisoner Movement Affairs. Besides having a museum dedicated to Palestinian political prisoners on campus, Al Quds University is unique for another controversial reason: the campus community is under constant threat due to methodical and ideologically-based attacks by the Israeli military.

During 2012, 2013 and 2014, the total number of attacks on Al-Quds University main campus was 31. During these attacks 2473 people were injured, 5121 teargas canisters and bullets were shot, and 276 people were called by the Israeli intelligence for investigation.

Kamilla Moore at the Al Quds University prisoner museum.

Kamilla Moore at the Al Quds University prisoner museum.

During the 2013-2014 academic year, 640 lectures were cancelled. Palestinian Red Crescent volunteers treated over 830 students for tear gas suffocation injuries through a service facilitated and partly funded by the university’s Student Affairs Office. 1000 students cancelled their registration attendance and over 12,000 students evacuated from the university 3 times throughout the year due to Israeli state-inflicted violence on the campus.

The latest mass-scale attack occurred on September 7th, 2014 when close to 70 Israeli soldiers surrounded the university with 15 military trucks in an attempt to provoke, agitate, and instill fear in the student body, staff, faculty, and surrounding community.

During the 2013-2014 academic year, 60 students were detained and arrested for their political affiliation and activities inside the university. 15 students were arrested on their way to class (on University street). 3 students were arrested at flying (temporary) checkpoints and 9 students were taken into custody to be held in administrative detention indefinitely. To date, over 190 Al Quds University students have been detained in administrative detention indefinitely and some have been detained for up to 13 years, with the majority being held with no official charges.

There has been tense debate on American college campuses in the last few years about academic freedom, specifically concerning the right of professors, students, and various other members of campus communities to directly speak in favor of or against the Israeli occupation of the Palestinian territories. However, whereas academia in the United States is largely engaging in a war of rhetoric, academia at Al Quds University is facing a war of social and academic disruption, which has severely limited, and in some cases, completely ended the academic pursuit for hundreds, if not thousands of people, since the university’s inception.

Kamilah Moore was a delegate on the third Interfaith Peace-Builders African Heritage delegation.  The African Heritage Delegation program seeks to connect US African American leaders, media-makers and organizers with communities of color in Palestine/Israel to identify common issues and forge relationships. To learn more about Interfaith Peace-Builders see here.

thanks to: Mondoweiss

Università israeliane puniscono gli studenti e i docenti che hanno protestato contro la guerra a Gaza

I tentativi da parte delle università israeliane di punire gli studenti e docenti che hanno protestato contro la guerra di Gaza sono stati una sfida profonda a chi, come me, si era opposto al boicottaggio accademico di Israele.

La persistente guerra di Gaza e ora (forse) le sue conseguenze hanno portato ancora una volta alla ribalta la questione di un boicottaggio internazionale di Israele. Prima di rispondere se un tale boicottaggio sia giustificato date le mutate circostanze, e se derivi o no dall’effettivo riconoscimento della brutalità inaccettabile del comportamento di Israele e non da puro antisemitismo, dobbiamo prima chiarire di cosa stiamo parlando.

Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) fa appello a persone e istituzioni di tutto il mondo perché si astengano dal cooperare con Israele in qualsiasi campo – dal commercio, al turismo, alla ricerca scientifica. Questi appelli sono forti e pubblici, ma spesso i loro effetti non vengono dichiarati dai canali ufficiali, passando in silenzio ma non inosservati. Quando, per esempio, le vendite di manghi israeliani in Scandinavia scendono di oltre il 50 per cento in un solo mese (come è successo di recente) non è solo a causa della riluttanza delle catene di alimentari nordiche a commercializzare la frutta israeliana, ma anche perché i loro consumatori lasciano sugli scaffali i prodotti “Made in Israel”. 

Accanto al boicottaggio ideologico, esiste anche un ‘evitamento’ non-ideologico di Israele e dei suoi prodotti. Se un gran numero di turisti cancellano i loro piani di vacanza in Terra Santa (come molti hanno fatto di recente), non è necessariamente perché questi turisti sono contro l’occupazione. Molto probabilmente, semplicemente preferiscono prendere il sole su una tranquilla isola greca che cercare riparo dai missili sulla spiaggia di Ashkelon. Questo tipo di evitamento è inevitabile fintanto che Israele continua ad essere un luogo pericoloso con un’immagine decisamente offuscata da immagini di guerra e di terrore. L’evitamento non ideologico opera anche in ambito scientifico:  solo la scorsa settimana ho ricevuto una nota da una collega polacca che doveva venire in Israele per esaminare i piani per un progetto di ricerca congiunto, che mi chiedeva di incontrarla invece a Varsavia, spiegandomi che per nessun progetto di ricerca vale la pena rischiare la vita.

Eppure, nel mondo accademico – più che in altri campi – quella del boicottaggio politico è una questione molto controversa. Nel corso degli ultimi anni, e in particolare dopo che il centro accademico di Ariel, un insediamento in Cisgiordania, è stato convertito in un’università dedicata alla ricerca, ci sono state numerose campagne per il boicottaggio delle università israeliane – e in particolare di quella di Ariel, a causa di il suo contributo attivo all’occupazione della nazione palestinese. L’atteggiamento tipico della maggior parte degli accademici in Israele e all’estero, compresi quelli di sinistra, è stato che un boicottaggio politico sarebbe ingiustificato, sia perché basato su motivi ‘non-accademici (e pertanto ‘irrilevanti’ o estranei), sia perché comprometterebbe la libertà accademica di chi fa ricerca negli istituti boicottati.

Una volta condividevo questa posizione. Purtroppo, di recente ho dovuto cambiare idea. Continuo a pensare che un boicottaggio accademico in base a ragioni non accademiche sia ingiustificato, ma qualcosa di profondo è successo nel mondo accademico israeliano durante la guerra di Gaza, qualcosa di abbastanza grave da farmi credere che il boicottaggio non è più fuori questione, in alcuni casi.

Sto parlando dei tentativi innegabili dal management accademico di impedire a studenti e docenti di esprimersi, e di punire coloro che protestano contro la guerra. Allo Israel Institute of Technology uno studente di medicina di origine araba è in procinto di affrontare un processo per aver scritto sulla sua pagina Facebook una battuta sui tre ragazzi rapiti e assassinati nei pressi di Hebron.

L’Hadassah College di Gerusalemme e il College della Galilea Occidentale di Acre hanno sospeso la borsa di studio agli studenti che hanno scritto che le attività di Israele nella Striscia di Gaza sono crimini di guerra. Oltre a questo il College di Hadassah ha aggiunto una multa di 6.000 sheqel [circa 1.300 euro]. I presidenti dell’Università di Tel Aviv e della Ben-Gurion University hanno invitato i loro studenti e i loro docenti a esprimersi con moderazione.

L’Università di Ariel – come ci si potrebbe aspettare da un istituto conosciuto pubblicamente come avamposto accademico di destra – ha avvertito gli studenti e i docenti che ogni affermazione contraria ai principi sionisti viola il codice disciplinare dell’università e sarà trattata di conseguenza. 

Ovviamente, i tempi di guerra non sono il periodo migliore per cambiare delle opinioni radicali, ma sono anche il momento in cui si fa più urgente impegnarsi per la libertà di parola e la libertà accademica. Un College che vieta agli studenti di partecipare a manifestazioni di protesta politica non è un istituto accademico. Un’università che pone il veto al diritto dei suoi docenti di pubblicare ricerche non-sioniste (per non paralare di quelle anti-sioniste) non è un’università. In questi casi un boicottaggio accademico potrebbe essere una risposta accettabile – non perché gli istituti sono collocati in terreni politicamente controversi, ma dal momento che mostrano una mancanza di rispetto per i principi di base della scienza e della democrazia. In altre parole, non è la posizione, ma il comportamento, e dovrebbe essere ovvio a tutti che in questo non c’è nessun accenno di antisemitismo.

Amir Hetsroni *

Fonte: Haaretz
Traduzione di Federico Zanettin / BDS Bologna


*professore di comunicazione presso l’Università di Ariel, un’università israeliana si trova in Cisgiordania. L’articolo esprime la sua opinione e non rappresenta il punto di vista dell’università.

[N.d.T.: Poche ore dopo la pubblicazione di questo articolo il prof. Amir Hetsroni ha ricevuto una lettera di licenziamento dall’Università di Ariel in Cisgiordania]

 

thanks to: palestinarossa

Canadian students vote to join boycott of Israel

August 21, 2014

Canadian students vote to join boycott of Israel

Canada may be Israel’s closest lickspittle state – more than even the United States – but it would seem that Canada’s youth don’t share their government’s slavish attitude towards the world’s only surviving apartheid state.

According to the Ottawa Citizen, the Ontario branch of the Canadian Federation of Students, representing more than 300,000 university students in the province, has unanimously passed a resolution to boycott Israel.

The website quoted a union executive member, Anna Goldfinch, as saying that the resolution to join the Boycott, Divestment and Sanctions (or BDS) Movement in support of Palestine received no opposition at its annual general meeting last weekend.

The resolution, which was submitted by the Ryerson Students’ Union (RSU),“endorses a number of solidarity tactics that have been called for by Palestinian civil society”, she added.

RSU’s president, Rajean Hoilett, was quoted by the Ottawa Citizen as saying that he was calling for the university and colleges in Ontario not to “remain complicit” through investments and ties with academic institutions that support or profit from “Israeli war crimes”.

Everywhere, from Ottawa to Santiago and from Oakland, California, to London, the people are shouting loud and clear, often in defiance of their corrupt governments: no to Israeli crimes and yes to justice for the Palestinian people.

ENDS

thanks to: © Scoop Media

1.200 ricercatori e docenti universitari spagnoli chiedono la rottura delle relazioni accademiche con Israele

Più di un migliaio di professionisti hanno sottoscritto un manifesto rilasciato dalla campagna BDS (Boicottaggio, Divestimento and Sanzioni) accademico per la Palestina, che esige la fine di tutte le relazioni istituzionali con il mondo accademico israeliano, finchè questo non cesserà di supportare l’occupazione e l’apartheid in Palestina.

La campagna, iniziata due anni fa, chiede il sostegno dei professionisti provenienti dai settori accademici e scientifici, e anche delle associazioni collegati a questi campi, come sindacati studenteschi e dei lavoratori, centri di ricerca, associazioni professionali etc. Delle 1.400 persone che hanno sottoscritto il manifesto, 150 sono professori universitari, 850 maestri e 200 son ricercatori. Anche più di 55 associazioni collegate al campo accademico hanno firmato; tra queste sono presenti gruppi di ricerca e dipartimenti universitari.

Questa iniziativa è parte della campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. Questo appello internazionale è una strategia non violenta guidata dalla società palestinese dal 2005. E sta crescendo, come efficace strategia di pressione nei confronti di Israele, in modo che rispetti i diritti umani e il diritto internazionale. L’anno scorso, il fisico Stephen Hawking, il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, e quattro associazioni accademiche americane hanno aderito al boicottaggio. E’ importante sottolineare che questa richiesta sia a livello istituzionale e non individuale. Similmente, l’Unione Europea ha istituito de facto un boicottaggio di ogni collaborazione con centri di ricerca israeliani e Università collocate nei Territori Occupati.

La campagna continuerà la raccolta di firme e prevede di sostenere specifiche campagne che si svilupperanno in diverse università spagnole, come l’Università di Vic e l’Università di Malaga, dove lo scopo è, rispettivamente, quello di rompere i legami con Università di Haifa e la Tel Aviv University.

Il 15 Maggio, in Catalogna, gli attivisti della campagna di cui sopra hanno occupato la Segreteria delle Università e della Ricerca, chiedendo trasparenza in tutti gli accordi sottoscritti lo scorso Novembre, quando una delegazione di imprenditori, consiglieri e direttori di centri di ricerca guidati da Artur Mar se è recata in Israele per stringere legami economici e accademici con le istituzioni israeliane.

Come risultato, è stato ottenuto un incontro con il Antoni Castellà, Segretario delle Università, in cui sono state avanzate le richieste delle campagna. Castellà ha consegnato gli accordi sottoscritti duranti il viaggio in Israele. Sebbene abbia assicurato che nessuna università delle Catalogna collaborerà con università che sono coinvolte con l’Occupazione della Palestina, queste università israeliane partecipano attivamente ai progetti di ricerca militare e all’occupazione dei palestinesi. Tutto ciò è documentato nel report di Alejandro Pozo: Defensa, Seguretat i Ocupació com a Negoci. Relacions Militars, Armamentístiques i de Seguretat entre Espanya i Israel.

La campagna spagnola ha avuto un particolare eco in Catalogna, da dove sono arrivate il quaranta per cento delle firme totali: più di 550. Le università che hanno partecipato di più sono la Universitat Autònoma de Barcelona e l’Universitat de Barcelona. Ciò è particolarmente significativo in quanto la Generalitat sta chiaramente cercando di trasformare Israele in un partner prioritario, con una particolare attenzione quando si tratta di legami universitari.

Per maggiori informazioni e per contattare i membri della campagna, inviare una e-mail a: bdspbai@gmail.com

Rete di Solidarietà contro l’Occupazione della Palestina (RESCOP)

 

thanks to: jadaliyya.com

Traduzione: BDS Italia

 

 

One-fourth of Gaza’s population displaced by Israel’s violence

Gaza Strip
4 August 2014

An infant from the al-Ghoul family is mourned during the funeral for the ten members of the family killed in an Israeli air strike on their Rafah home on 3 August.

(Eyad Al Baba / APA images)

The sounds of Israeli airstrikes, tank shells and drones are the only ones one can hear in Gaza. The noise is overwhelming.

On Sunday, 55 Palestinians were killed in multiple airstrikes across Gaza, according to Bethlehem-based Ma’an News Agency.

Ten members of the al-Ghoul family in the Tel al-Sultan neighborhood of Rafah in southern Gaza were slain when their home was hit by Israeli fire on Sunday. One of two identical twin baby boys born during during the assault was immediately killed by the strike and the other was reported to be fighting for his life.

From dawn to evening on Saturday, more than seventy Palestinians, the majority of them from Rafah, were killed and scores were injured.

The weekend’s killings brought the death toll of Israel’s assault to at least 1,810 Palestinians and the number of injured to nearly 10,000 since 7 July, according to the Gaza health ministry spokesperson.

Eighty-five percent of Palestinians killed in Gaza were civilians, according to the Palestinian Centre for Human Rights.

Sixty-four Israeli soldiers have been killed as well as two civilians and one foreign national, according to the United Nations.

Health disaster

Israel’s unabated attacks on the Gaza Strip have inflicted the widespread destruction of thousands of structures including hospitals, mosques, universities, governmental and nongovernmental facilities and factories.

On Saturday, the UN warned of a “rapidly unfolding” health disaster in Gaza as Palestinians face “deteriorating” access to hospitals and clinics and as basic medicines and medical supplies run critically low.

The UN reported that one-third of all hospitals across Gaza as well as 14 primary healthcare clinics and 29 ambulances have been damaged or destroyed, “and at least half of all public health primary care clinics are closed.”

A destroyed mosque in Gaza City after it was hit in an overnight Israeli strike on 2 August.

(Ashraf Amra / APA images)

Israeli shells hit Rafah’s Abu Yousef al-Najjar hospital on Saturday. Reports from Rafah indicate that hospital crews fled the scene due to the continued Israeli strikes and that all recovered causalities were redirected to smaller facilities in town.

Ashraf al-Qidra, spokesperson for the Gaza health ministry, called on international organizations to help paramedic crews return to the evacuated al-Najjar hospital.

“War crimes”

Three leading rights groups in Gaza — the Al-Mezan Center for Human Rights, the Palestinian Centre for Human rights and the Al Dameer Association for Human Rights — held a joint press conference on Saturday at Gaza City’s al-Shifa hospital.

The groups called for accelerating procedures to bring Israel to justice for what the three groups termed “horrible war crimes.” They also condemned the UN Secretary-General’s denunciation of the armed resistance in Gaza.

“The Secretary-General condemns in the strongest terms the reported violation by Hamas of the mutually agreed humanitarian ceasefire which commenced this morning,” a statement attributed to Ban Ki-moon was issued on Friday.

The Secretary-General’s statement came after the Israeli military claimed that Hamas had captured an Israeli soldier near Rafah on Friday morning as a 72-hour ceasefire was set to begin.

“United Nations’ Secretary General Ban Ki-moon’s condemnation of the given Palestinian right to resist an occupying power is unacceptable,” Raji Sourani, director of the Palestinian Centre for Human Rights, said at the press briefing.

“Ki-moon equals between an occupier and the occupied, the oppressed and the oppressor, and therefore he plays down the Palestinian people’s right to defend themselves,” he added.

The alleged capture of the soldier was condemned by US President Barack Obama and used as a pretext for Israel to kill at least 110 Palestinians in Rafah since Friday morning. On Saturday evening, Israel acknowledged that the soldier had been “killed in combat.”

Mass displacement

Meanwhile, Palestinians in Gaza continue to be displaced.

“I have been told by the International Committee of the Red Cross that my house will be shelled by Israel,” Muhammad al-Rifai, a 62-year-old resident of the Maghazi refugee camp in central Gaza, told The Electronic Intifada on Friday.

Al-Rifai is father to six daughters and a son, and a grandfather of several children. Many of them live in the same cinderblock home. A few days ago, al-Rifai received a phone call from the Israeli army warning him to leave his house ahead of an imminent airstrike.

Displaced Palestinians sit outside a makeshift tent on 2 August at al-Shifa hospital in Gaza City where families found refuge after fleeing their homes in areas under heavy Israeli fire.

(Ezz al-Zanoun / APA images)

Thousands of homes have been destroyed or damaged by Israeli airstrikes and shelling. The UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs states that “up to 25 percent of Gaza’s population may now be forcibly displaced, of whom 270,000 are hosted in UNRWA shelters alone.”

In many of those strikes, families were inside their homes and were killed or injured. In the Maghazi refugee camp alone, three houses were shelled with people inside. The latest attack came on Saturday morning, when Israel shelled a house belonging to the Qandil family, killing three.

As of 30 July, at least 76 families had lost three or more members in a single Israeli strike, according to UN figures.

University targeted

Israel’s airstrikes and destruction on Saturday included an attack on the Islamic University of Gaza. Israel claimed the school is affiliated with the Hamas party and that it targeted a “weapon development” center inside the university.

At the time of publication, Ma’an News Agency had reported that Israel announced a seven-hour unilateral humanitarian ceasefire to take effect at 10am Monday morning.

A Palestinian man observes the damage at the Islamic University of Gaza on 2 August after it was hit in an overnight Israeli strike.

(Ashraf Amra / APA images)

A Palestinian delegation in Cairo, including Hamas representatives, came to a joint position on Sunday calling for “a ceasefire; Israeli troop withdrawal from Gaza; the end of the siege of Gaza and opening its border crossings.”

Hamas insists that any ceasefire deal should include lifting the Israeli blockade of Gaza, now in its seventh year, and the release of Palestinian prisoners.

Nowhere safe

Witnesses in southern and northern Gaza told The Electronic Intifada that hundreds of families from those areas began returning back to their homes on Saturday after Israel announced that it was withdrawing ground troops in some areas.

Seven members of one family were killed in an airstrike on their home in Jabaliya in northern Gaza on Sunday one day after the army said it was safe for residents to return, Ma’an News Agency reported.

“Israeli officials said Saturday that it was safe for residents of the northern Gaza Strip, with the exception of Beit Lahiya, to return to their homes,” the agency added.

The reality on the ground is that nowhere is safe for Palestinians in Gaza as Israel’s relentless bombing enters its fifth week.

Rami Almeghari is a journalist and university lecturer based in the Gaza Strip.

thanks to: Rami Almeghari

electronicintifada

Bombardamenti aerei israeliani colpiscono l’Università Islamica di Gaza

02/08/2014 22:20 BETHLEHEM (Ma’an) — L’esercito israeliano ha bombardato l’Università Islamica di Gaza alle prime ore di sabato, causando danni estesi a una delle più grandi e importanti istituzioni educative secondarie di Gaza.

L’esercito israeliano ha affermato in un dichiarazione che l’obbiettivo era “un impianto di Hamas usato per la ricerca e lo sviluppo della produzione di armi” all’interno dell’università.

L’Università Islamica è stata ripetutamente colpita da Israele in passato, specialmente durante l’offensiva del 2008-2009 quando Israele distrusse 74 laboratori in una serie di bombardamenti aerei.

Allora diede la stessa giustificazione per l’attacco, citando l’esistenza di un impianto all’interno della stessa.

La commissione delle Nazioni Unite che indagò sui fatti di quel conflitto anche conosciuta come “Rapporto Goldstone” contestò la giustificazione israeliana, dicendo che gli impianti erano “costruzioni educative civili, e la commissione non trovò nessun indizio riguardo il loro uso come impianto militare o il loro contributo a un’impresa militare che potesse averli resi un obiettivo legittimo agli occhi delle forse militari israeliane”.

l’OLP riporta che 137 scuole sono state danneggiate al ventiseiesimo giorno di assalto israeliano, includendo un numero di attacchi sulle scuole dell’ONU utilizzate come rifugi, dove sono stati uccisi a dozzine.

Israeli airstrike targets Islamic University of Gaza

Books and papers lay strewn across the ground after Israeli forces bombed the Islamic University of Gaza overnight on August 2, 2014 in Gaza City. (AFP Mahmud Hams)

02/08/2014 22:20 BETHLEHEM (Ma’an) — The Israeli military bombed the Islamic University in Gaza early Saturday, causing extensive damage to one of Gaza’s largest and most prominent institutions of higher education.

The Israeli military said in a statement that the target was a Hamas “facility that was used for research and development of weapon manufacturing” inside the university.

The Islamic University has been repeatedly targeted by Israel in the past, especially in the 2008-9 offensive when Israel destroyed 74 labs in a series of airstrikes.

At the time it gave the same justification for the attack, citing the existence of a Hamas research facility there.

The United Nations Fact Finding Mission on the Gaza Conflict, also known as the “Goldstone Report,” disputed the Israeli justification, saying the facilities were “civilian, educational buildings and the Mission did not find any information about their use as a military facility or their contribution to a military effort that might have made them a legitimate target in the eyes of the Israeli armed forces.”

The PLO says that 137 schools have been damaged in the 26-day Israeli assault, including a number of strikes on UN schools serving as shelters that have killed dozens.

thanks to: Ma’an News Agency

“It’s as if we are living on another planet” “É come vivere su un altro pianeta”

Dr Kamalian Sha’ath, President of the Islamic University of Gaza, is one of many dedicated academics providing higher education in the Gaza Strip. The Islamic University was one of the sources for the report ‘ Academia Undermined: Israeli Restrictions on Foreign National Academics in Palestinian Higher Education Institutions Field Research by Ruhan Nagra’ published by the ‘Right to Enter’ organisation. This report highlights that the closure on Gaza is not only on raw materials and freedom of movement but also an academic blockade, and that the prospects of academic enlightenment are under equal threat in the West Bank. The report focuses on one university in Gaza; the Islam University, as well as three in the West Bank; Birzeit, Bethlehem and al-Quds. The report states that the closure is designed to cripple the prospects of university education. Dr Kamalian was more than happy to highlight the struggle he and his colleagues have been engaged in, in an effort to further academia in the Gaza Strip.

 Since the State of Israel tightened its closure of the Gaza Strip in 2007, prospects for exchange with academic institutions outside Gaza have been severely restricted. Israel currently limits the ability of international academics to take up lecturing and research positions in the Gaza Strip and the West Bank through a number of different approaches, from denying entry for ‘security reasons’ to issuing visas that only permit the holder to stay for a matter of weeks. The resulting isolation of Palestinian academics has a detrimental effect on higher education institutions in the Gaza Strip, and prospects for good quality higher education are steadily worn away. There are few opportunities for students to obtain a Masters degree, and only one post-doctorate programme is available.

Dr Kamalian provides an insight into how universities are attempting to overcome the obstacles posed by the Israeli-imposed closure: “When we opened the university in 1978, the Israeli occupation forces were still inside the Gaza Strip. The Strip was divided into three parts, with movement between them restricted, causing us tremendous difficulties in teaching the students. For the first few years, we taught them in makeshift tents. Anytime we tried to build educational facilities, the Israeli military would destroy what we had built. I remember once UNESCO wanted to come and visit the university; out of a team of many, only one was allowed to enter Gaza. The rest were prevented for so-called ‘security reasons’. We have come very far since then, and I am proud of the work people here have done, but the struggle is not over yet.”

Israel also imposes confusing guidelines for what constitutes a ‘foreign academic’. “You have many Palestinians who are considered ‘foreign’ so are therefore not allowed back to their homeland to teach. For example, my brother was studying in Egypt during the 1967  War. Because he was not in the country at the time of the war, when he tried to return to Palestine he was prevented from doing so and, since then, he has been categorised as a ‘foreigner’ by the Israelis. It is ridiculous to think that the Israelis can say who is a Palestinian and who is not. We carry Palestinian ID cards that are given to us by the Israelis!”

“Palestine has a wealth of educated Palestinians who were born abroad. For example, we have few thousand doctors in Germany alone. Many have attempted to come home to take up research positions, or even to volunteer in the surgery departments of hospitals, and most have been denied. Palestinian academics who live abroad have a strong desire to return home and bring their knowledge and experience with them.”

By restricting freedom of movement between borders, Israel is, in turn, crippling academic institutions in the Gaza Strip and the West Bank. “If mobility is needed for anything, it is needed for education,” Dr Kamalain says. “Universities are like people. They need interaction. They need to socialise to achieve their full potential. Without this, they are nothing. Because of the closure, we lack what many others take for granted – interaction with different schools of thought. It’s as if we are on another planet! We only have one PhD programme available, studies of the Hadith. Though we pride ourselves on the language abilities of our students, we need someone with a post-doctorate who can teach English well. The same goes for a variety of subjects.”

“We have found ways to get around this” Dr Kamalain says, chuckling. “Each course has two video conferences per term with universities around the world and these have proved to be highly effective. However, the closure still causes us incredible inconvenience. For example, in order to meet with my colleagues in Najah University in the West Bank, where I used to teach, we all had to go to Italy to hold a conference. It’s crazy to think that, instead of me being allowed to drive around 90 minutes to Nablus [where Najah National University is located], everyone had to fly to Italy!”

The Islamic University of Gaza has a total of 21,000 students, demonstrating the high demand for university education. When asked what most affects the students’ opportunities to learn, Dr Kamalian replied that both the closure and regular Israeli offensives on the Gaza Strip have a negative impact. “However, the closure affects us most. We and our students share a strong desire for some form of ‘internationalisation’. In academia, it is essential to encounter multiple schools of thought, so that we can improve ourselves and our education techniques.”

University education in the Gaza Strip and the West Bank is greatly impacted during military escalations: “All universities were closed by Israel for the entire duration of the First Intifada. For four years, we had to hold classes in mosques, in homes, wherever we could find the space. During the last two offensives on Gaza, Israel has systematically targeted the civilian infrastructure of the entire region – roads, schools, hospitals, and even our university. Our entire Science Department was destroyed in an air strike in 2008. Research and equipment, which it had taken us 30 years to accumulate, were destroyed in a matter of minutes. To this day, one of the buildings is still under construction. Other universities in Gaza had to take in the students that were affected by this.”

“Universities in both the West Bank and the Gaza Strip are suffering, though in Gaza more so because we are completely cut off. International academics are put off by various factors; even if they somehow manage to obtain entry, they are not allowed to come and go as they please. And the possibility of an unprovoked attack by Israel is also a terrifying thought for many who have not grown up in a conflict zone.”

As unemployment levels in the Gaza Strip are at 40%, job prospects for university graduates are also very limited. “Information Technology is by far the industry our students have had most success in after university. However, there is no denying that unemployment is a serious issue that needs to be addressed fast.” When asked what the future holds for universities in Gaza if the situation does not change, Dr Kamalain smiles: “Life will continue. The struggle will continue. We hope that Israel will soon bow to international pressure and lift the closure, so that life may return to normal. If not, we will have to continue as we have always done.”

Under international law, article 26 of the Universal Declaration of Human Rights and article 13 of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR) recognise the right of everyone to education. According to article 13.1 of the ICESCR, this right is directed towards “the full development of the human personality and the sense of its dignity”, and enables all persons to participate effectively in society. The Committee on Economic, Social and Cultural Rights (CESCR) has made it clear according to a meeting chaired on 8 December 1999 that education is seen both as a human right and as “an indispensable means of realizing other human rights”, and so this is one of the longest and most important articles of the Covenant.

Article 12 of the 1966 International Covenant on Civil and Political Rights also guarantees that “everyone shall be free to leave any country, including his own, and no one shall be arbitrarily deprived of the right to enter his own country.” This includes the right to travel for educational purposes, be it as a student or academic. Moreover, according to the United Nations Human Rights Committee [General Comment No. 27], “The right of a person to enter his or her own country recognizes the special relationship of a person to that country”. Also according to the International Court of Justice, persons who have a genuine and effective link to a country, such as habitual residence, cultural identity, and family ties cannot simply be banned from returning to that country.

The destruction of the medical, engineering and science block of the Islamic University in 2008 constitutes a violation of Article 53 of the Fourth Geneva Convention. Under this statute, the destruction of private property is prohibited unless rendered absolutely necessary by military operations.  Furthermore, according to the second paragraph of Article 8 (b)(i) “intentionally directing attacks against civilian objects, that is, objects which are not military objectives” constitute war crimes.

Finally, the Israeli-imposed closure of the Gaza Strip amounts to a form of collective punishment, which is a violation of article 33 of the Fourth Geneva Convention. As it inflicts great suffering on the civilian population of Gaza, it also amounts to a war crime, for which the Israeli political and military leadership bear individual criminal responsibility.

________________________________________________________________________

Gaza – Pchr. Il dottor Kamalian Sha’ath, presidente dell’Università Islamica di Gaza, è uno dei molti accademici impegnati a fornire istruzione superiore nella Striscia di Gaza. L’Università Islamica è stata una delle fonti per il report pubblicato dall’associazione Right to Enter, firmato da Ruhan Nagra e intitolato “Mondo accademico indebolito: le restrizioni israeliane all’ingresso di docenti stranieri nei Territori palestinesi occupati”.

Questo rapporto evidenzia come il blocco di Gaza non riguarda solo i materiali grezzi e la libertà di movimento delle persone, ma costituisce anche un blocco accademico, e che le prospettive di sviluppo accademico sono egualmente minacciate anche in Cisgiordania. Il rapporto si concentra su un’università di Gaza, l’Università Islamica, e su tre università della Cisgiordania: Birzeit, Bethlehem e al-Quds. In esso si afferma che il blocco è programmato per minare le prospettive dell’istruzione universitaria. Il dottor Kamalian si è dimostrato felice di poter parlare della battaglia in cui, assieme ai suoi colleghi, si sta impegnando allo scopo di migliorare la situazione accademica nella Striscia di Gaza.

Da quando Israele ha inasprito il blocco della Striscia di Gaza, nel 2007, le prospettive di scambio accademico con università straniere sono state pesantemente penalizzate. Israele attualmente, con una serie di motivazioni diverse, limita le possibilità, ai docenti internazionali, di intraprendere lettorati e ricerca nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Si va dalle “ragioni di sicurezza” all’emissione di visti che permettono un accesso di poche settimane soltanto, il cui risultato è l’isolamento degli accademici palestinesi e, indirettamente, l’impoverimento delle prospettive di un’istruzione superiore di qualità. Gli studenti hanno poche possibilità di conseguire un master, ed è disponibile un solo programma di post dottorato.

Il dottor Kamalian ci illustra come le università stiano tentando di arginare gli effetti degli ostacoli derivanti dal blocco imposto da Israele: “Quando aprimmo l’università, nel 1978, le forze di occupazione israeliane si trovavano ancora all’interno della Striscia di Gaza. La Striscia era divisa in 3 parti, attraverso le quali la libertà di movimento era limitata, con conseguenti difficoltà nell’insegnamento. Durante i primi anni insegnavamo sotto tende improvvisate, in quanto, ogni qual volta si tentava di costruire strutture per l’istruzione, Israele le distruggeva. Ricordo che una volta l’Unesco volle venire a visitare l’università, ma della numerosa delegazione solo a un membro fu permesso l’accesso a Gaza. Gli altri furono bloccati per “ragioni di sicurezza”. Da allora abbiamo fatto molta strada, e sono molto orgoglioso di tutto il lavoro che le persone qui hanno svolto, ma la lotta non è ancora terminata”.

Israele, inoltre, impone linee guida confuse riguardo la definizione di “docente straniero”. “Ci sono molti palestinesi considerati stranieri, e, pertanto, non ammessi a rientrare nella loro patria per  insegnare. Ad esempio, mio fratello durante la guerra del 1967 stava studiando in Egitto. Non essendo in Palestina al momento del conflitto, quando poi volle ritornare a casa non gli fu permesso, e da allora è stato definito, da Israele, ‘straniero’. E’ ridicolo pensare che Israele possa stabilire chi è palestinese e chi no. Le nostre carte d’identità ci vengono rilasciate da Israele!”

La Palestina ha un gran numero di palestinesi istruiti nati all’estero. Ad esempio, solo in Germania abbiamo alcune migliaia di medici. In molti hanno tentato di tornare qui a fare ricerca, o a prestare volontariato nei reparti chirurgici degli ospedali, ma alla maggior parte è stato vietato l’ingresso. Hanno un gran desiderio di tornare a casa a portare la loro conoscenza e la loro esperienza”.

Limitando il movimento tra i confini, Israele penalizza le istituzioni accademiche nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. “Le università sono come le persone”, continua il dottor Kamalian: “Hanno bisogno di interagire, di socializzare e di raggiungere le loro potenzialità. Senza ciò, non sono nulla. A causa del blocco ci manca ciò che molti altri danno per scontato, l’interazione con diverse scuole di pensiero. E’ come vivere su un altro pianeta! Abbiamo un solo programma di dottorato, sullo studio degli Hadith. Seppur orgogliosi delle capacità linguistiche dei nostri studenti, avremmo bisogno di qualcuno con un post dottorato che sappia insegnare bene l’inglese. E lo stesso vale per diverse altre materie”.

“Abbiamo trovato una nostra soluzione”, dice il dottor Kamalian con una risatina. “Ciascun corso ha due video-conferenze per trimestre con università straniere, e ciò si è rivelato molto efficace. Ma il blocco continua a causare incredibili difficoltà. Ad esempio, per potermi incontrare con i miei ex colleghi dell’università Najah, in Cisgiordania, dobbiamo tutti viaggiare in Italia per poter tenere conferenze. Questo è pazzesco se si pensa che mi basterebbero 90 minuti per arrivare a Nablus (luogo in cui l’si trova l’università di Najah). E invece, tutti in Italia!”

L’università islamica di Gaza conta 21 mila studenti, il che dimostra la grande richiesta di istruzione universitaria. Alla domanda riguardo il maggior ostacolo alle opportunità di studio degli studenti, il dottor Kamalian risponde che sia il blocco di Gaza che le offensive israeliane hanno un grande impatto negativo. “Ma ciò che più ci penalizza è il blocco. I miei studenti ed io condividiamo un forte desiderio di ‘internazionalizzazione’. Nel mondo accademico è fondamentale incontrare scuole di pensiero differenti, per migliorarsi e per migliorare le tecniche didattiche”.

L’istruzione universitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è poi fortemente penalizzata durante le intensificazioni militari. “Tutte le università sono state fatte chiudere da Israele durante l’intera durata della Prima intifada. Per 4 anni abbiamo tenuto i corsi nelle moschee, nelle case, ovunque si trovassero gli spazi. Nel corso delle ultime due offensive su Gaza, Israele ha ripetutamente colpito le infrastrutture civili dell’intera regione – strade, scuole, ospedali, e anche la nostra università. La nostra Facoltà di Scienze è andata completamente distrutta in un attacco aereo nel 2008: in pochi minuti sono andate distrutte ricerche svolte nel corso di 30 anni di studi, così come l’attrezzatura di facoltà. Oggi, uno dei due edifici è ancora in fase di costruzione, e gli studenti continuano ad essere ospitati presso altre università di Gaza”.

“Le università ne risentono sia in Cisgiordania che a Gaza, ma a Gaza maggiormente, in quanto siamo completamente tagliati fuori. Inoltre, i docenti internazionali sono scoraggiati da diversi fattori: dal visto limitato ma anche da un possibile e non provocato attacco israeliano, che può terrorizzare chi non è cresciuto in una zona di guerra”.

Poiché il livello di disoccupazione nella Striscia di Gaza raggiunge il 40%, le prospettive di lavoro di un laureato sono anche molto scarse. “L’informatica è il settore in cui i nostri studenti hanno ottenuto migliori risultati dopo la laurea. Ma la disoccupazione è una questione seria che va affrontata al più presto”.

Con un sorriso, il dottor Kamalian aggiunge: “La vita continua. La lotta continuerà. Speriamo che Israele ceda presto alle pressioni internazionali ed elimini il blocco, in modo che la vita qui possa tornare alla normalità. Se ciò non accadrà, continueremo come abbiamo sempre fatto”.

In base al diritto internazionale, l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr) riconoscono il diritto di ognuno a un’istruzione. Secondo l’articolo 13.1 dell’Icescr tale diritto è finalizzato al “pieno sviluppo della personalità umana e alla sua dignità”, e a permettere una partecipazione sociale attiva. Il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (Cescr) ha stabilito in un incontro tenutosi l’8 dicembre 1999 che l’istruzione è sia un diritto umano che “uno strumento indispensabile per comprendere altri diritti umani”.

L’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti politici e civili, del 1966, garantisce poi che “ognuno dev’essere libero di poter lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e che nessuno debba essere arbitrariamente privato del diritto di entrare nel proprio Paese”. Ciò comprende il diritto di viaggiare per motivi di studio, sia come studente che come docente. Inoltre, secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani (Commento generale n.27), “il diritto di una persona ad entrare nel proprio Paese riconosce il rapporto speciale della persona con quel determinato Paese”. Inoltre, secondo il Tribunale di giustizia internazionale, a coloro che hanno un reale ed effettivo rapporto con un Paese, come la residenza abituale, l’identità culturale e i vincoli familiari, non può essere negato il ritorno.

La distruzione dell’edificio delle facoltà di medicina, ingegneria e scienze dell’Università islamica, avvenuta nel 2008, costituisce una violazione dell’articolo 53 della Quarta convenzione di Ginevra, che stabilisce che la distruzione di una proprietà privata è vietata, a meno che le operazioni militari non la rendano assolutamente necessaria. Inoltre, in base al secondo paragrafo dell’articolo 8 (b)(i) “l’attacco intenzionale contro obiettivi civili, ovverosia contro obiettivi non militari” costituisce crimine di guerra.

Infine, il blocco di Gaza imposto da Israele rappresenta una forma di punizione collettiva, che viola l’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra. Infliggere grandi sofferenze sulla popolazione di Gaza, costituisce anche crimine di guerra, per il quale la leadership politica e quella militare israeliane sono criminalmente e individualmente responsabili.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

thanks to:

New report: Palestinian Academia Undermined

Birzeit University (Photo: Birzeit University)

A new report: Academia Undermined: Israeli restrictions on foreign academics in Palestinian higher education institutions, has been issued by the Campaign for the Right to enter the occupied Palestinian territory (RTE).

The quality of Palestinian education and higher education in particular, has been very negatively impacted by the prolonged Israeli military occupation. Schools and universities have been closed for extended periods. Students, staff and faculty have had restricted access to schools and institutions of higher education due to the pervasive and arbitrary Israeli regime of internal movement restrictions. The impacts on all levels of education have been well documented.

 

This report focuses on only one of the many problems related to movement and access restrictions that affect the quality of and access to education in the occupied Palestinian territories (oPt): the implications of Israeli restrictions on entry and residency for foreign academics wishing to serve at institutes of higher education operating in the (oPt). It is important to note that the term “foreign” is something of a misnomer: Israel treats all individuals without an Israeli-issued identity card [“hawiyya”] as a foreigner even if they are of Palestinian origin and even if they and/or their parents are born in Palestine. Thus “foreign” academics refers to anyone who does not hold a Palestinian identity card and must therefore enter the oPt on a foreign passport regardless of whether or not they are of Palestinian origin. “Foreign” academics or “foreign” nationals could therefore be of Palestinian origin (as is frequently the case) or have no Palestinian roots.

 

The report details

The impact on the quality of education provided, and

The impact of the isolation of Palestinian academia from the broader academic community on the development of their academic institutions and educational development in general.

 

It concludes with several recommendations.

 

Research for this study was conducted by the Campaign for the Right to Enter the oPt (RTE), and was based on interviews with university officials, department chairs, faculty members and students at four Palestinian universities, three in the West Bank (Birzeit, Al-Quds, and Bethlehem) and one in Gaza (Islamic University of Gaza). Interviews were also undertaken with Israeli academics, and some case studies and testimonies were gathered on the actual experiences of foreign academics trying to enter the oPt and work at Palestinian universities. Additional material presented is drawn from RTE’s previous and ongoing research into issues around issues of access, movement and residency in the Israeli-occupied Palestinian territory.

 

 

Read the executive summary here.

 

Read  the full report here.

thanks to:

Why a boycott of Israeli academics is fully justified

The majority of Israeli academics do little to support the rights of Palestinians, and their institutions are complicit in the occupation.

 

Steve Caplan believes that calls for the academic boycott of Israel, part of the wider Boycott Divestment Sanctions (BDS) campaign, are hypocritical and counterproductive. Leaving aside his Israel advocacy “talking points” version of history, Caplan’s argument has three significant flaws.

First, his only really substantive case against the boycott as a tactic is the claim that it is “aimed at the very segment of the population” – those in academia – who back Palestinian statehood and “compromise”.

But the assertion that Israeli professors are particularly supportive of Palestinian rights is made with scant evidence. Emphasising that “as individuals they are not being boycotted”, Israeli activist Ofer Neiman tells me that “the overwhelming majority of university professors do not act as dissidents. The best they will do is opine, and very softly. Very few of them use their enormous privileges – those that do are the exceptions.”

Indeed, as an article in Israeli newspaper Ha’aretz last month reported, even self-defining “leftist” academics who vote for Labor or Meretz are happy to teach at the college in Ariel, an illegal West Bank settlement.

These are the “progressives” who apparently support Palestinian rights, a distortion of reality similar to Caplan’s praise for Yitzhak Rabin. In fact, the former Israeli PM’s “permanent solution” – as he told the Knesset shortly before he was assassinated – meant giving Palestinians “an entity which is less than a state”, with “united Jerusalem” as Israel’s capital and “the establishment of blocs of settlements” in the West Bank.

A second problem with Caplan’s piece is the omission of a key part of the argument for a boycott: the complicity of Israeli academic institutions in an occupation where violations of international law and human rights are routine.

A 2009 report, “Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in occupation of Palestinian territories” did an excellent job of documenting ways in which “Israeli academic institutions have not opted to take a neutral, apolitical position toward the Israeli occupation but to fully support the Israeli security forces and policies toward the Palestinians.”

As Sara Hirschhorn, who is actually an opponent of the boycott, put it in an op-ed for The Times of Israel:

“The entire nation is complicit in the occupation, and there is no safe haven in the libraries and laboratories within the Green Line … Israel’s educational network – regardless of the political persuasions of faculty – is already entrenched in the occupation.”

One example is the Technion-Israel Institute of Technology, a university with an international reputation for research – and strong ties with the Israeli military and arms manufacturers.

Technion’s scientists have developed a remote-controlled bulldozer used to demolish Palestinian homes, with the university offering “tailored” programmes to the “IDF [Israel Defence Forces] and Ministry of Defense”.

Technion also has a close relationship with companies like Elbit Systems – a drone manufacturer targeted for divestment around the world due to its involvement in “violations of international humanitarian law”.

Finally, it is revealing that Caplan also omits to mention that it is occupied and colonised Palestinians who are asking for a boycott as one tactic in a campaign for basic rights.

The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel was launched in 2004, and helped to start the BDS campaign the year after. PACBI urges a boycott to be applied in ways such as refraining from “collaboration or joint projects with Israeli institutions”. It is nothing to do with, as Caplan incorrectly claims, “excluding someone because of his or her government’s views”.

As with South Africa, those suffering under policies of segregation and forced displacement are urging boycott campaigns as a means of ending Israel’s impunity and realising their basic rights.

BDS makes the link between Israeli crimes and a response to them: the kind of nonviolent, grassroots campaign that has long been used to challenge injustice. Academia is not exempt.

 

thanks to: Guardian