PLO on the Knesset’s extension of Israeli law

PLO Executive Committee Member Dr. Hanan Ashrawi on the Knesset’s extension of Israeli law to academic institutions in the illegal settlements

“We condemn the Israeli Knesset’s vote to extend Israeli law to academic institutions in the illegal settlements and place them under the authority of the Council for Higher Education in Israel. This decision represents another dangerous step in the annexation of the occupied West Bank. These academic institutions include Ariel University which is located in the Salfit Governorate (settlement of Ariel), Orot College which is located in the Salfit Governorate (settlement of Elkana), and Herzog College which is located near Bethlehem and Jerusalem (settlement of Alon Shvut).

Such legislation is part of the Israeli government’s plans to impose its sovereignty on all of the occupied West Bank, systematically wiping out the Palestinian presence and continuity on Palestinian soil and destroying the two-state solution.

All settlements are illegal and constitute a war crime under the Rome Statute of the International Criminal Court and a direct violation of international law and conventions, including UNSC resolution 2334. Israel is thereby demonstrating its intent to prolong and consolidate its military occupation by working to “legalize” the presence of extremist Jewish settlers, institutions and settlements in the occupied Palestinian territory.

The U.S. administration’s unilateral steps on Jerusalem and refugees, as well as its unquestioning support of Israel’s lawlessness and impunity have only emboldened Israel to persist in such unlawful policies of creeping annexation with the aim of superimposing “Greater Israel” on all of historic Palestine.

We call on global and regional partners who claim to support international law, international humanitarian law and the two-state solution to step in urgently and curb this latest Israeli outrage and to hold Israel to account by employing punitive measures and sanctions.

In particular, we urge the European Union to implement its own legislation which clearly states that it will not provide funding to Israeli organizations or institutions situated in the occupied West Bank. Instead of maintaining a relationship of exceptionalism and preferential treatment with Israel, it is time to send Israel a clear message that the EU will not tolerate such behavior that not only violates international law but also subverts any global effort at bring about the two-state solution and peace.”

###

© Scoop Media

Sorgente: PLO on the Knesset’s extension of Israeli law

Advertisements

Il dibattito sul boicottaggio di Israele censurato nelle università

Quest’anno la conferenza della Società per gli studi sul Medio Oriente, che si è tenuta a Catania dal 17 al 19 marzo, doveva ospitare un incontro dedicato alla campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele (Bds). Ma, dopo essere stato approvato dal comitato scientifico, l’evento è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore dell’università di Catania. Perché censurare una discussione tra accademici?
Se la forza di un movimento si misura dal numero dei suoi nemici, si potrebbe pensare che la campagna Bds stia vivendo un momento di grande successo, viste le azioni legali in Francia, e le intimidazioni nel Regno Unito e un po’ ovunque nel resto d’Europa. In alcuni stati americani, come la Florida e l’Arizona, sono state approvate leggi contro la Bds. Ora, nell’università italiana, è arrivata la censura. La ricercatrice Paola Rivetti, dell’università di Dublino, tra le coordinatrici dell’incontro, spiega: “Il nostro panel è stato accettato a tutti i livelli scientifici. Poi è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore di Catania, che voleva ritirare il suo patrocinio alla conferenza”.
La campagna Bds è nata nel 2005  su richiesta di 171 organizzazioni non governative palestinesi, spiega l’attivista per i diritti umani Stephanie Westbrook, sul modello del boicottaggio che ha portato alla caduta del regime dell’apartheid in Sudafrica. È nata dal senso di smarrimento “davanti all’inerzia internazionale” nel trovare una soluzione politica alla crisi israelopalestinese. Un gruppo di attivisti ha scelto di fare pressioni economiche su Israele con tre richieste specifiche: mettere fine all’occupazione e alla colonizzazione israeliana, riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati e affermare l’uguaglianza tra cittadini israeliani e arabi.

Quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio

La campagna prende di mira aziende coinvolte nelle operazioni svolte nei territori che la comunità internazionale considera occupati illegalmente o aziende come la G4s, che forniva servizi alle prigioni israeliane dove sono detenuti minorenni e prigionieri politici palestinesi.
La campagna contro G4s ha ottenuto dei risultati. L’azienda ha perso il sostegno di Bill Gates, uno degli azionisti, e ha venduto le sue attività israeliane. Non ha mai dichiarato che la decisione sia stata una conseguenza diretta della Bds, “ma ricordiamo che quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio”, commenta Stephanie Westbrook.
Altre campagne sono state lanciate contro Caterpillar, spiega il ricercatore Enrico Bartolomei, perché i suoi bulldozer sono usati per demolire le case palestinesi e inoltre sono stati “perfezionati” per Israele, creando dei sistemi di controllo in remoto, cioè senza guidatore.
Nel caso di SodaStream, la campagna ha attaccato Scarlett Johansson perché l’attrice aveva prestato la sua immagine al marchio, nonostante fosse anche ambasciatrice dell’organizzazione umanitaria Oxfam, che si oppone con decisione alla colonizzazione illegale israeliana. La fabbrica di SodaStream si trova nella colonia di Maale Adumim, un territorio occupato da Israele dopo la guerra del 1967 e mai restituito ai palestinesi, in violazione della convenzione di Ginevra, dello statuto di Roma e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia. Per Stephanie Westbrook, “la campagna Bds è oggi lo strumento più efficace che abbiamo all’estero per sostenere i diritti dei palestinesi”.

L’Europa e la censura sul conflitto israelopalestinese
Il ricercatore statunitense e opinionista di Al Jazeera Mark LeVine racconta la proposta discussa di recente all’università della California di condannare ogni iniziativa antisionista equiparandola all’antisemitismo, e si rammarica del fatto che l’Europa stia prendendo la via della censura, come gli Stati Uniti: “Vista dall’America, l’Europa era un modello di libertà di espressione. E ora? È inaccettabile aver vietato il dibattito di Catania. La ricerca accademica non può essere separata dalla realtà e dalla politica”.
Non si tratta di escludere i colleghi israeliani dagli incontri accademici, sottolinea LeVine. Nessuno chiede di boicottare persone o docenti israeliani, ma le loro istituzioni e i loro eventuali finanziatori. “Sono ebreo, parlo ebraico, ma voglio portare la mia solidarietà ai colleghi palestinesi. Noi che viviamo in occidente abbiamo il dovere di sostenere i nostri colleghi in difficoltà”, spiega LeVine.
“Invocare la necessaria obiettività della ricerca è anacronistico”, sostiene l’antropologa Rubah Salih della School of oriental and african studies (Soas) di Londra. Quando Hannah Arendt scrisse La banalità del male non lo fece per puro interesse accademico ma spinta dalle sue sofferenze personali. Inoltre la questione dell’obiettività scientifica è stata “risolta da tempo nelle scienze sociali”. La messa al bando della campagna Bds dall’università dice molto sul nostro mondo e sul fatto che “l’occidente ha sempre più difficoltà a gestire e comprendere le tragedie contemporanee”.
Che si sia d’accordo o meno con la campagna internazionale Bds, discuterne dovrebbe essere il punto di partenza in ambito universitario. La professoressa Laleh Khalili della Soas di Londra avverte: “Le azioni legali contro la campagna – come quelle in Francia – sono preoccupanti. È inaccettabile che lo stato si permetta di dire all’università di cosa può o non può parlare. Se non difendiamo adesso la nostra libertà di espressione, nel futuro potrebbero arrivare divieti ancora peggiori”.
thanks to: Frammenti Vocali

Academic boycott of Israel takes off in Italy

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

An image from a January 2014 jobs fair at Israel’s Technion, which featured numerous arms companies to which the university has close ties. Hundreds of Italian academics are urging a boycott of Israeli institutions, in particular Technion. (Source: Facebook)

There have been major breakthroughs in Italy for the campaign to boycott Israeli academic institutions.

More than 200 academics from 50 Italian universities have signed a call for the boycott of Israeli academic institutions until Israel complies with international law.

This is the first time a significant number of Italian academics have taken a public stand in support of the Palestinian-led campaign of boycott, divestment and sanctions (BDS).

The move comes just months after Italian Prime Minister Matteo Renzi lashed out at the BDS movement as “stupid and futile” in a speech to the Israeli parliament.

The Italian scholars join more than 1,500 of their colleagues in the United Kingdom, Belgium, South Africa, Ireland and Brazil who have endorsed similar pledges in recent months.

The scholars endorsing the Italian call, which echoes the pledge signed by UK academics last October, are committing to refuse invitations from Israeli academic institutions and not to act as referees or participate in conferences funded, organized or sponsored by Israeli institutions.

Consistent with the guidelines set out by the Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI), which targets institutions not individuals, the academics clarify that they will “continue to work and cooperate with [their] Israeli colleagues individually.”

They also reiterate the anti-racist nature of the boycott campaign.

“History teaches us”

“I signed because I consider BDS to be of utmost importance. It has demonstrated its ability to have an impact and obtain results,” Patrizia Manduchi, associate professor at the University of Cagliari, told The Electronic Intifada.

“This will be an essential tool in raising awareness among the academic community, who often simply do not know what is happening.”

A professor of history, Manduchi also stressed the importance of “studying the historical record, the origins and evolution of the conflict, which are often forgotten.” She added that “history teaches us.”

Andrea Domenici, an assistant professor in computer engineering, told The Electronic Intifada, “I believe that those who have the privilege of a university education and of working as a researcher have responsibilities toward human society, and among them is a duty not to collaborate with institutions participating in systems of oppression.”

Military ties

The call is also focused on ending ties between Italian universities and Technion, the Haifa-based Israeli technical university.

According to research done by the European Coordination of Committees and Associations for Palestine, Technion is slated to receive more than $18 million in European funding under the EU Horizon 2020 research program.

While all Israeli academic institutions play an integral role in developing and perpetuating Israeli policies that deny Palestinians their fundamental rights, Technion was chosen as a focus due to its involvement “more than any other university in the Israeli military-industrial complex.”

Technion boasts “exceptionally close ties” with the Israeli defense ministry and military as well as the country’s top weapons producers, including Israel Aerospace Industries, Rafael Advanced Defense Systems and Elbit Systems.

The boycott call notes that Elbit Systems “manufactures the drones used by the Israeli army to fire on civilians in Lebanon in 2006 and in Gaza in 2008–2009 and in 2014.”

According to a report by Defense for Children International-Palestine, Israeli forces “directly targeted children” in Gaza, where 164 children were killed by drone-fired missiles in the summer 2014 attacks.

Elbit Systems is destined to become Israel’s largest weapons producer as the only bidder in the running for the purchase of Israel Military Industries as part of a privatization plan. The acquisition would add advanced rockets, airborne bombs and precision multi-purpose tank shells to Elbit’s already deadly product range.

Groomed

Examples of Technion students being groomed for and hired by Israel’s weapons industry and military abound.

These include campus job fairs, joint academic programs, scholarships, projects and research centers and even family and recruitment days sponsored by the military and weapons companies.

Last year, Technion developed a program tailored for professionals interested in developing Israel’s defense exports industry, where, according to one of the lecturers, “the sky is the limit.”

The Italian scholars urge their colleagues to suspend “all forms of academic and cultural cooperation, collaboration or joint projects with Technion.”

Eight Italian universities currently have cooperation agreements with Technion, including in Turin, Milan, Florence, Perugia, Rome and Cagliari.

A 2005 military cooperation agreement between Italy and Israel provides for research and development of weapons systems and commits each country to “encourage their industries to search for projects and equipment with mutual interest for both Parties.”

Protesting

The academics’ pledge also urges student associations to join the campaign to suspend agreements between Technion and Italian universities.

Students have been doing just that.

Last October, students and workers at the University of Turin and Turin’s Polytechnic, which both have agreements with Technion, organized protests during a two-day event featuring Technion aimed at “exploring new areas of collaboration to strengthen the cooperation” between the universities.

On the Italian island of Sardinia, a number of student groups and associations launched a petition calling for the suspension of “all cooperation agreements” between the University of Cagliari and Israeli academic institutions, in particular Technion.

Roberto Vacca, an organizer with the student union UniCa 2.0, told The Electronic Intifada, “Today we’re relaunching our efforts for an immediate end to these cooperation agreements so that our city and our university are not complicit in the horrors perpetrated on the Palestinian people by the Israeli government and institutions.”

Progetto Palestina, a Turin student group, told The Electronic Intifada, “We’re convinced that organizing academic boycott campaigns is crucial because Israeli universities are far from independent apolitical subjects but rather are perfectly integrated and involved in the state policies that oppress Palestinians on a daily basis.”

Reversing a trend

In yet another Italian first, the Italian Society for Middle Eastern Studies will host a panel discussion in mid-March on the BDS movement and academic boycott campaigns.

Panel coordinator and independent researcher Enrico Bartolomei told The Electronic Intifada he sees this Sicily-based event, along with the academics’ pledge, as reversing a trend.

“Despite increasing support on campuses and among professional organizations worldwide for endorsement of the boycott of Israeli academic institutions, academics in Italy have remained largely silent or set up even wider collaboration with Israeli institutions closely linked to Israel’s military-industrial complex and complicit in violations of international law and Palestinian rights,” Bartolomei said.

Bartolomei notes this “marks the first time an Italian academic association will openly discuss the BDS and PACBI campaigns.”

The academics’ pledge states that Israel’s vast military-industrial complex “largely depends on the willingness of governments, companies and research centers around the world to collaborate with universities and research centers in Israel.”

Italian scholars and students are working to raise awareness – and to turn that willingness into a liability in order to convince institutions to sever their ties.

Stephanie Westbrook is a US citizen based in Rome, Italy. Her articles have been published by Common Dreams, Counterpunch, The Electronic Intifada, In These Times and Z Magazine. Twitter: @stephinrome

 

thanks to: The Electronic Intifada

90 studenti dell’Università di Birzeit detenuti nelle carceri israeliane

PIC. Il portavoce del blocco islamico all’università di Birzeit presso Ramallah, Mohammed Zaid, ha rivelato che il numero di studenti detenuti dalle forze di occupazione israeliane ha superato i 90.

In una dichiarazione al Quds Press, il portavoce ha spiegato che gli studenti trascorrono mesi o addirittura anni interi in prigione. Ha inoltre aggiunto che le forze di occupazione israeliane hanno recentemente arrestato 16 studenti attivisti dell’università, 12 dei quali sono membri del blocco islamico, incluso il segretario del Comitato Culturale del Consiglio degli studenti, Asmaa Abdul HakimKedah, 20 anni, che è stata arrestata sabato mattina proprio mentre si recava all’università.

Il blocco islamico all’università di Birzeit ha denunciato la pratica israeliana, sottolineando che la feroce campagna di arresti condotta dalle forze di occupazione nei confronti degli studenti avrà come unico effetto quello di“aumentare la forza, la determinazione e la costanza nel perseguire il loro dovere nazionale ed accademico”.

Soppressione del ruolo degli studenti 

Per quanto riguarda il motivo degli arresti, il portavoce ha affermato che “tutti gli arresti sono privi di accuse o giustificazioni, e molti degli studenti sono stati trasferiti in detenzione amministrativa senza interrogatorio o accusa.”

Zaid pensa che l’occupazione israeliana “stia cercando di ostacolare il lavoro del consiglio, e del movimento degli studenti all’università, il cui ruolo è stato efficace durante l’Intifada di Gerusalemme.

Ha aggiunto:“E inoltre diventato chiaro che l’occupazione vuole logorare il blocco islamico, e sospendere i suoi servizi accademici per gli studenti universitari”. Ha citato il fatto che lo stesso giorno dell’arresto del Presidente del Consiglio e dei leader del blocco, all’alba di Mercoledì scorso, c’era una festa organizzata a supporto della moschea di al-Aqsa. Tuttavia, il blocco islamico ha portato a termine l’evento, che ha fatto tanto parlare i media israeliani in merito al suo successo e alla capacità di continuare il proprio lavoro malgrado le difficili circostanze.

Zaid ha osservato che il Consiglio degli Studenti e il blocco islamico presso l’università sono stati in grado di eccellere in tutti gli ambiti; dal sindacato al servizio civile, compreso il livello di impegno nazionale.

Ha inoltre fatto notare che l’occupazione israeliana insieme all’Autorità Palestinese con i loro continui arresti che avevano come principale target gli studenti del blocco islamico, hanno causato un forte ritardo nella laurea di molti studenti per anni. Alcuni studenti, invece di passare solo 4-5 anni al college, non riuscivano a laurearsi prima dei 10 anni trascorsi tra vita universitaria e detenzione nelle carceri israeliane e in quelle dell’Autorità Palestinese.

A sua volta, l’Università di Birzeit ha condannato la feroce campagna dell’occupazione israeliana contro gli studenti. L’università ha sottolineato, in un comunicato, che l’istruzione è un diritto garantito da tutte le leggi internazionali, e che l’adesione dell’università alla campagna per il diritto allo studio consentirà di rendere pubbliche le pratiche repressive dell’occupazione israeliana, che continua a dire al mondo che è uno stato democratico.

L’università ha osservato che si rivolgerà a tutte le istituzioni accademiche e alle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo, per informarli dei crimini dell’occupazione israeliana contro il diritto all’istruzione in Palestina, che si impegna con falsi pretesti. L’università ha invitato le istituzioni internazionali a mettere sotto pressione l’occupazione israeliana per la liberazione dei prigionieri palestinesi nelle sue carceri, compresi gli studenti.

L’università ha aggiunto che la perseveranza delle pratiche repressive da parte dell’occupazione israeliana contro il popolo palestinese in generale e gli studenti in particolare, non farà altro che aumentare le azioni internazionali delle campagne di boicottaggio accademico contro le istituzioni di occupazione israeliane. Essa afferma, inoltre che tali pratiche non impediranno mai all’università diBirzeit di svolgere il suo ruolo di primo piano nei confronti dell’occupazione.

Il numero di studenti detenuti nelle carceri israeliane ha raggiunto i 90, tra maschi e femmine, oltre ad un dipendente presso l’Università e a due professori.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Sorgente: 90 studenti dell’Università di Birzeit detenuti nelle carceri israeliane | InfopalInfopal

L’università di Southampton cancella una conferenza su Israele

Lo storico israeliano Ilan Pappè: “le lobby ebraiche nel Regno Unito hanno usato ancora una volta l’intimidazione per colpire la libertà di parola”.

A un mese e mezzo dalla decisione dell’Università di Roma Tre di cancellare l’incontro con Ilan Pappè sul tema “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi” che già aveva fatto discutere e aveva dato il via ad una lettera aperta firmata da migliaia di docenti e ricercatori delle università di tutto il mondo, l’Università di Southampton decide di cancellare il ciclo di incontri dal titolo: “Diritto Internazionale e lo Stato di Israele: Legittimazione, Responsabilità e Eccezioni” che si sarebbe dovuto tenere dal 17 al 19 aprile presso gli spazi dell’importante accademia inglese.

3-4-15_Universita-Southampton-cancella-Conferenza.

Lina Khattab: negata la richiesta per il rilascio dopo aver scontato i due terzi della pena

Free Lina Khattab Facebook Page: https://www.facebook.com/FreeLina/

Il tribunale militare di Ofer ha negato il rilascio della studentessa dell’Università di Birzeit, Lina Khattab, dopo che ha scontato già i due terzi della sua condanna a 6 mesi di reclusione.

Il rilascio trascorsi i due-terzi della pena si valuta in base alle accuse, alla redazione di un rapporto sul comportamento del detenuto e alla valutazione dell’intelligence israeliana. Un report presentato dall’intelligence del Lavoro afferma che se Lina venisse rilasciata potrebbe rappresentare un rischio per la sicurezza della regione e la sua liberazione anticipata potrebbe essere letta come una ricompensa per le sue azioni. Nel rapporto è anche stato dichiarato che dinnanzi al comitato [che avrebbe deciso rispetto alla sua scarcerazione, ndr] Lina non avrebbe mostrato alcun rimorso per il suo comportamento. Nel report si legge inoltre che la sua famiglia è evidentemente in grado di controllare il suo comportamento. Si segnala poi che le informazioni trasmesse dai servizi segreti dell’occupazione sono segrete e né Lina né il suo team di legali possono fare ricorso.
Il 16 febbraio scorso Lina Khattab è stata condannata a 6 mesi di carcere e a una multa di 6.000 NIS (1500 dollari). La decisione del tribunale militare ha inoltre affermato che se Lina dovesse partecipare a reati simili nei prossimi 3 anni sarebbe tenuta a pagare una multa di 3.000 NIS.
La negazione del ricorso è di natura esclusivamente politica, tanto più che le ragioni indicate servono per farle scontare tutta la condanna e per utilizzare la sua detenzione come deterrente per i giovani palestinesi che resistono all’occupazione.
Lina è una delle 21 donne detenute nelle carceri dell’occupazione.

20-3-15_Khattab-Negato-Rilascio.

Le ingerenze israeliane sulle università italiane. Un invito a non cedere

di Sergio Cararo

Da tempo nelle università italiane è in corso un braccio di ferro per molti aspetti decisivo sul piano della cultura e della libertà. Da una parte alcuni tentativi di portare negli atenei la questione palestinese attraverso una serie di dibattiti pubblici (da Ilan Pappè a Omar Barghouti, dalla questione dell’acqua a quella dell’Expo), dall’altra le pesanti ingerenze dell’ambasciata israeliana sui rettori e i presidi di facoltà per impedire questi incontri in sede universitaria. Lo scontro è importante perché per gli apparati ideologici di stato israeliani il controllo o la neutralizzazione negli atenei negli altri paesi è un fronte di guerra decisivo. A dare un mano agli apparati israeliani, anche in Italia, interviene poi la lobby sionista rappresentata da giornalisti, uomini politici, opinion maker che, pur non essendo israeliani, sostengono attivamente gli interessi e la politica colonialista di questo Stato. In altri casi si assite ad un atteggiamento cedevole, quello che, solo in questo caso, prevede l’obbligo del contraddittorio con un esponente israeliano o sostenitore delle “ragioni di Israele”. Caso unico, dicevamo, perchè mai abbiamo assistito negli anni all’obbligo di invitare l’ambasciata della Turchia ad un dibattito con i kurdi, o all’ambasciata statunitense per una conferenza sul Vietnam o all’ambasciata russa per un dibattito sulla Cecenia. L’equidistanza diventa così una forma di complicità o arrendevolezza, esattamente come coloro che continuano a trincerarsi dietro lo schermo di “due popoli due stati” quando i decenni trascorsi e l’oggi stesso continuano a negare con i fatti la nascita dello Stato Palestinese.

Questo importante braccio di ferro tra libertà di insegnamento ed espressione versus subalternità ai diktat israeliani, ha visto episodi sgradevoli come l’annullamento delle sale universitarie per la conferenza di Ilan Pappè (a Roma Tre) o per un incontro sull’acqua in Palestina (a Ingegneria della Sapienza), tentativi analoghi ad una conferenza sull’Expo e sul giro di conferenze di Omar Barghouti in Italia. Lo scorso 9 marzo Pierluigi Battista, onnipresente firma del Corriere della Sera, in un indignato editoriale aveva definito il voto di una università londinese a favore del boicottaggio degli accordi con Israele “una schifezza antisemita che dovrebbe sollecitare una mobilitazione di chi lavora nelle università europee.” A questo articolo ha replicato con una bella e articolata lettera il prof. Angelo Stefanini, docente dell’università di Bologna e prestigioso scienziato. La lettera di Stefanini, ovviamente, non è stata pubblicata dal Corriere della Sera e quindi abbiamo il piacere di pubblicarla noi qui di seguito. Ma questa è anche l’occasione per rinnovare l’invito a tutto il mondo accademico ad accettare questa sfida e ad opporsi in ogni modo alle ingerenze dell’ambasciata israeliana in Italia e dei suoi collaboratori sulla vita universitaria nel nostro paese. In secondo luogo, anche alla luce dei risultati delle elezioni israeliane e della vergognosa risoluzione approvata dal Parlamento italiano sul riconoscimento dello Stato Palestinese, riteniamo che la campagna internazionale di boicottaggio (Bds, boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni) verso Israele sia uno strumento decisivo per incidere sui processi a fronte della subalternità dei governi e delle istituzioni sulla questione palestinese. Per mettere fine al colonialismo israeliano e all’apartheid verso i palestinesi.

La replica del prof. Stefanini a Pierluigi Battista CLICCA QUI

( Fonte: Contropiano.org )

Palestina, la guerra con Israele nel mondo accademico

Dibattiti annullati. Studiosi screditati. Attacchi sulla stampa. Da Roma a Londra: negli atenei Ue va in scena lo scontro con Tel Aviv. Tra censure e sabotaggi.

19 Marzo 2015

I primi fatti risalgono a febbraio. L’Università di Roma Tre ha revocato aula e logo al noto storico israeliano Ilan Pappé a tre giorni dell’incontro «Europa e Medio Oriente oltre agli identitarismi», previsto per lunedì 16.
Per gli organizzatori l’università avrebbe ceduto a pressioni dell’ambasciata israeliana, mentre il rettore Mario Panizza ha minimizzato, parlando a Lettera43.it di «errore procedurale».
Panizza ha offerto un’altra aula rispetto a quella stabilita, ma gli organizzatori hanno rifiutato: «Richiedendo (…) di rimuovere i loghi dell’Università da tutti i volantini e gli inviti, cancellando le informazioni dell’evento dal sito dell’ateneo, l’evento era stato delegittimato».
UNIVERSITÀ TROPPO TIMIDE. Da questi fatti ha preso corpo A call for academic freedom, appello pubblico in cui si racconta l’accaduto e si denuncia, con il dietrofront dell’università romana, la pratica di un «doppio standard» in tema di libertà d’espressione: siamo tutti Charlie Hebdo, ma se c’è da aprire un confronto su Israele e Palestina le cose si complicano.
Pochi giorni dopo, alla facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma un episodio simile, con la revoca dell’aula per la proiezione di The Fading Valley della regista israeliana Irit Gal. Il film denunciava l’accesso all’acqua interdetto ai palestinesi.
Analizzando le opinioni raccolte da Lettera43.it sull’episodio romano emerge un’università timida, avulsa dalla realtà.
CALL PARLA DI «DOPPI STANDARD». Così l’accademia, da luogo di produzione di sapere critico, si trasforma in incubatrice di spiriti innocui e conformisti.
«Sembra che in Italia, come nel resto dell’Europa, offendere i musulmani con vignette sul Profeta sia diventato un tema sacro della libertà di parola, mentre quella sul Medio Oriente e la Palestina è limitata, se non interdetta», scrivono gli estensori di Call. «I doppi standard e l’eccezionalismo manifestati nel caso di qualunque dibattito su Israele ridicolizzano il discorso sulla libertà di parola che è stato devotamente avanzato in Francia in seguito agli orribili attentati di Parigi».

 

  • Il trailer di The Fading Valley.

Gli atenei votano il boicottaggio, Battista: «Schifezza antisemita»

Omar Barghouti, fondatore del movimento Bds.

(© GettyImages) Omar Barghouti, fondatore del movimento Bds.

È di inizio marzo il voto positivo della School of Oriental and African Studies (Soas) di Londra al boicottaggio accademico di Israele, nell’ambito della campagna globale Boycott, Divestment and Sanctions (Bds) e – spiega l’antropologa Ruba Salih – è in corso la mobilitazione perché la British Middle East Studies Association Conference faccia lo stesso, a maggio.
Un’iniziativa controversa, che il vicedirettore del Corriere della sera Pierluigi Battista – sul numero del 9 marzo – ha definito una «schifezza anti-semita», che supera «ogni limite di decenza».
Di tutt’altro avviso Salih: «Tramite i confronti sul Bds si mettono a nudo i legami militari, culturali ed economici del sistema accademico israeliano con l’occupazione, quindi viene meno l’idea cardine che la comunità accademica, in Israele, sia un’oasi di democrazia».
Il Bds, dice l’antropologa, spiazza il governo israeliano, «abituato ad agire impunemente, perché è una sorta di pressione che viene dal basso, frutto di dibattiti e processi democratici in sedi disparate (da congressi accademici, a students unions)».
STEFANINI: «STUDENTI E DOCENTI HANNO PAURA». Per Angelo Stefanini, direttore del Centro di Salute internazionale dell’Università di Bologna nonché responsabile di programmi di salute pubblica sia per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sia per il governo italiano, il clima è pesante: «Percepisco che i miei studenti, quelli che seguono i temi sulla responsabilità sociale della scienza, hanno paura, per non parlare dei docenti», dice a Lettera43.it. «A Bologna c’è un gruppo di studenti israeliani molto aggressivo e, anche se non ci sono intimidazioni dirette, c’è un’atmosfera che manda un messaggio molto chiaro: ‘Queste cose non si fanno, altrimenti ci sono conseguenze che ricadono sulla tua testa’».
Solo un sentore? Può darsi, tuttavia Stefanini si è “guadagnato” negli anni varie menzioni (su siti come Honest Reporting), in cui si invitano i lettori a scrivere (nel suo caso al Lancet) per screditare l’autore e il suo lavoro.
BENEDUCE: «L’UNIVERSITÀ PUÒ ESSERE DECISIVA». La campagna Bds ha lanciato l’idea, raccolta da Carlo Tagliacozzo, di invitare Omar Barghouti all’Università di Torino. Nome ignoto ai più, l’intellettuale e attivista palestinese è cofondatore del Bds e membro del comitato per il boicottaggio accademico e culturale di Israele. L’incontro è previsto per giovedì 19 marzo alle 17 (mercoledì 18 Barghouti ha parlato a Roma Tre, con l’università che ha prestato l’aula ma non il logo). Niente pressioni a Torino? Per l’antropologo Roberto Beneduce «hanno prevalso messaggi obliqui: l’organizzazione di un contraddittorio, ad esempio, non è stata possibile».
Le persone invitate hanno tutte declinato: chi per impegni, chi perché in disaccordo, chi perché ritiene che una voce dissenziente non troverebbe ascolto. Interviene invece via video l’attore Moni Ovadia. Prosegue Beneduce: «L’università può avere in questo intrico un ruolo decisivo, e creare uno spazio dove discutere ciò che sembra essere diventato impossibile pensare».

Il caso Manduca: quelle denunce nel mirino dell’accademia israeliana

La genetista Paola Manduca.

La genetista Paola Manduca.

Esemplare delle schermaglie Israele-Palestina in ambito accademico è il caso della genetista Paola Manduca. Dopo la pubblicazione di una lettera aperta sul Lancet che denunciava gli attacchi sistematici di Tel Aviv ai danni dei civili di Gaza, iniziò l’offensiva contro gli autori e Richard Horton, direttore della prestigiosa rivista medica britannica.
L’accademia israeliana, mobilitata dai media, scrisse al direttore e all’editore stesso della rivista – Elsevier – per chiedere la rimozione sia del documento sia dello stesso Horton, la cui gestione del Lancet sarebbe «tendenziosa» e «faziosa».
Il Jerusalem Post, per esempio, ospitò le lettere di diversi esponenti autorevoli, come David Katz, professore emerito di immunopatologia a Londra e capo della Jewish Medical Association Uk, e altri ancora (qui le lettere).
LA DOTTORESSA ACCUSATA DI ANTISEMITISMO. Gli attacchi sono andati crescendo, ma Horton non ha desistito. L’israeliana Ngo Monitor disse di avere trovato «prove che mostrano i legami tra due importanti autrici della lettera (Paola Manduca e Swee Ang, ndr) e David Duke, ex leader statunitense del Ku Klux Klan e attivista per la “supremazia bianca”».
L’accusa, per la genetista italiana e per Ang, sarebbe di aver fatto circolare un video antisemita (Cnn, Goldman Sachs & the Zionist Matrix) firmato Duke.
Infine fu il Jerusalem Post a “spiegare” tanta aggressività nei confronti della dottoressa, quando scrisse che Manduca «è stata per anni coinvolta nella diffusione di accuse senza fondamento su diaboliche armi israeliane».
HORTON? «COLPEVOLE» DI AVERLE DATO SPAZIO. La vera responsabilità di Horton, secondo questo “schema accusatorio” mediatico, sarebbe di aver pubblicato i suoi lavori, che conterrebbero «affermazioni pseudo-scientifiche». L’equipe guidata da Manduca ha dimostrato in anni di lavoro che contenuti e residui delle armi da guerra israeliane causano difetti nelle nascite a Gaza; che i metalli cancerogeni presenti nelle bombe e nei proiettili al fosforo bianco sono gli stessi trovati nei tessuti delle ferite e nei capelli dei bambini un anno dopo “Piombo Fuso”; che tali metalli non vengono eliminati dall’organismo, e persistono in esso o nell’ambiente. E ancora: esiste una correlazione tra l’esposizione agli attacchi e malformazioni alla nascita, con effetti di lungo termine sulla salute riproduttiva.
Lancet ha pubblicato gli studi scientifici che suffragano l’accusa di crimini di guerra. Così scatta lo stigma di facile presa dell’«antisemitismo».

thanks to: Lettera43

Omar Barghouti a Torino

(Primo video di InvictaPalestina)

Primo video dell’incontro di giovedì 19 marzo a Torino con Omar Barghouti e Moni Ovadia

  Moni Ovadia è per il boicottaggio come forma di lotta a sostegno delle rivendicazioni palestinesi escludendo però quello accademico che lui chiama “boicottaggio culturale”. Omar Barghouti risponde e spiega perché invece è necessario. Boicottaggio No, Boicottaggio Si, risposta di Omar Barghouti a Moni Ovadia