Israele e l’apartheid

Israele rifiuta questa analogia sostenendo di essere un paese democratico e che l’apartheid era stato istituito per legge in Sudafrica.

di Zohra Credy, 5 febbraio 2018

L’articolo qui sotto fornisce una panoramica del funzionamento della politica di apartheid imposta dall’occupante israeliano. Da quando è stato redatto nel 2016, sono state approvate altre leggi discriminatorie, altre case sono state distrutte, migliaia di alberi bruciati o saccheggiati e le condizioni di vita dei palestinesi si sono deteriorate ulteriormente. [ASI]

L’esercito israeliano risponde con lancio di gas e bombe assordanti a Hebron contro i palestinesi che chiedono l’apertura di negozi

di Zohra Credy, dicembre 2016

Apartheid, termine di origine afrikaner che significa separazione, è la parola data alla politica di segregazione razziale praticata dalla popolazione bianca in Sudafrica dal 1948. Ma per estensione apartheid definisce ogni sistema che poggia su una serie di leggi discriminatorie fondate su riferimenti etnici, razziali e religiosi.

Da qualche tempo la parola apartheid è usata da organizzazioni internazionali, analisti politici e associazioni di difesa dei diritti umani per descrivere la politica praticata dallo stato sionista nei confronti dei palestinesi.

Israele rifiuta questa analogia sostenendo di essere un paese democratico e che l’apartheid era stato istituito per legge in Sudafrica. Falsità sostengono gli avversari, l’apartheid sionista è più sofisticato di quello del Sudafrica!

L’apartheid in Sudafrica si basa sullo sviluppo separato delle popolazioni: “La segregazione si teneva sugli aspetti economici, geografici (creazione di bantustan) e sullo stato sociale in funzione delle origini etniche e razziali.”

Se guardiamo alla definizione delle Nazioni Unite di cui alla risoluzione 3068 del 30 novembre 1973, leggiamo quanto segue: “L’apartheid si riferisce a atti umani commessi per stabilire o mantenere il dominio di un gruppo razziale di esseri umani su un qualsiasi altro gruppo razziale di esseri umani e per opprimerlo sistematicamente”.

Alla luce di queste due definizioni cercheremo di vedere fino a che punto l’analogia tra Sudafrica e Israele può essere fatta rispetto all’apartheid?

Iniziamo con la segregazione geografica: esiste questo aspetto nella Palestina storica e qual è la politica israeliana per quanto riguarda l’organizzazione dello spazio tra ebrei e non ebrei?

Anche prima della creazione dello Stato di Israele nel 1947 da parte delle Nazioni Unite, i coloni ebrei vennero a sostituire i nativi palestinesi, e dove gli ebrei si stabilirono la mano d’opera palestinese fu cacciata (1). La logica che anima il progetto sionista non è quindi vivere con i palestinesi, ma a loro danno. È questa logica della negazione dell’Altro, il non ebreo, che determinerà la politica israeliana in Palestina. Ed è su questo punto che la politica sionista differisce dall’apartheid degli afrikaner. Questi ultimi avevano la pretesa di soggiogare la popolazione nera, mentre i sionisti vogliono sradicare i palestinesi dal paese.

Ma non essendo riuscite a sradicare l’intera popolazione – oltre 700.000 nativi palestinesi furono costretti all’esilio nel 1948 e più di 350.000 nel 1967 – le autorità israeliane hanno applicato l’Hafrada, cioè la separazione tra ebrei e non ebrei.

IMAGE: MICHAEL LEVIN

La preoccupazione della politica israeliana è di assicurare che questa separazione sia mantenuta dandosi i mezzi giuridici per farlo, senza rinunciare all’espulsione dell’Altro!

Sebbene l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini del 10 dicembre 1948 dichiari nel suo primo paragrafo “Che ogni uomo ha il diritto di muoversi liberamente e di scegliere la propria residenza all’interno di uno Stato” i palestinesi non possono muoversi liberamente a casa loro. Infatti, nei territori palestinesi occupati illegalmente dal 1967 dallo stato di Israele, il movimento di nativi palestinesi – a differenza dei coloni che circolano liberamente – è soggetto ai permessi di circolazione. Questo vincolo imposto ai palestinesi richiama la procedura del “pass” imposto ai neri dal sistema di apartheid sudafricano. Tuttavia, il sistema sudafricano del modello unico di “pass” – nonostante il suo aspetto immorale – è meno crudele rispetto al sistema di segregazione israeliano, con i palestinesi sottoposti a più di un centinaio di permessi (2).

Questi permessi non sono solo una violazione della libertà di movimento dei palestinesi, ma sono anche un mezzo che l’amministrazione israeliana si dà per esercitare il proprio dominio e l’oppressione sulle popolazioni occupate. Essendo questi permessi rinnovabili, soggetti a un lungo processo amministrativo e a un passaggio obbligato dallo Shin Bet, si può facilmente immaginare le pressioni in termini di ricatto, umiliazione, intimidazione e anche di repressione.

In un sistema coloniale che poggia sulla negazione dell’Altro i permessi di movimento aprono le porte alla pulizia etnica. Ciò significa che ai palestinesi può essere negato l’accesso da una località all’altra, come pure in Cisgiordania, a Gaza o persino all’ingresso nel paese. E’ così che tra il 1967 e il 1994 l’amministrazione israeliana ha revocato il diritto di residenza di 140.000 palestinesi in Cisgiordania e di 100.000 palestinesi a Gaza. A volte, tornando al loro paese dopo anni di assenza, i palestinesi, quando non vengono espulsi, imparano a loro spese di avere perso il diritto di residenza nel proprio paese perché l’amministrazione d’occupazione ha cambiato la legge senza preoccuparsi di avvisare gli interessati e violando il diritto internazionale che precisa al paragrafo 2 della Carta delle Nazioni Unite che: “Ognuno ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di tornare nel suo paese”. E come non parlare di apartheid quando un ebreo può tornare nel suo paese e un palestinese nato in Palestina perde questo diritto?

Una discriminazione accettata dalla “comunità internazionale”

Il calvario dei palestinesi non finisce con l’ottenimento di uno dei 101 permessi di circolazione esistenti; infatti il loro spostamento da un punto all’altro è soggetto a controlli. Le forze di occupazione non consentono la libertà di movimento dei palestinesi che vivono in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza (3) in nome della sicurezza dei coloni che si sono installati, non dimentichiamolo, illegalmente.

I palestinesi devono passare attraverso checkpoint sorvegliati dall’esercito israeliano. Ci sono 600 posti di controllo tra cui 120 fissi. Con i check-point volanti ci sono anche altri sbarramenti come le barriere agricole e molti altri ostacoli.

Il numero di posti di blocco può aumentare nei periodi in cui i palestinesi si sollevano contro la dominazione, come abbiamo potuto constatare durante l’intifada di Al-Aqsa o recentemente in quella dei coltelli. Questi posti di blocco, solo per l’immagine che offrono, sono un simbolo dell’umiliazione e dell’assoggettamento dei palestinesi stipati in corridoi recintati con reti metalliche da farli sembrare gabbie dello zoo. Ma nei giardini zoologici gli animali non vengono insultati o maltrattati, mentre i palestinesi vengono umiliati e spesso brutalizzati (4).

Alla luce della risoluzione 3068, questi controlli fanno parte dell’apartheid in quanto queste discriminazioni obbediscono al desiderio di garantire i privilegi e il dominio dei coloni sulla popolazione palestinese non ebrea. Non solo questi controlli da un punto all’altro turbano la vita quotidiana dei palestinesi per quanto riguarda il loro lavoro e la scolarità costringendoli a muoversi la mattina presto per poter arrivare in orario al lavoro o a scuola; ma possono anche perdere lì la loro vita. Succede che pazienti muoiano ai posti di blocco, donne partoriscano nelle ambulanze che le trasportano verso i reparti di maternità o addirittura per terra. Secondo il Centro d’informazione palestinese, tra il 2000 e il 2006, 69 donne hanno partorito mentre aspettavano di attraversare il checkpoint; di queste 5 sono morte per mancanza di assistenza e 35 neonati sono nati morti. Il checkpoint è simbolo di stress e angoscia per i palestinesi i cui permessi possono essere confiscati senza una vera ragione; significa, umiliazione, incertezza, perdita di tempo, perdita di libertà di movimento, a volte perdita della vita! Questo rischio è aumentato dopo l’intifada (rivolta) dei coltelli e dalla routine delle esecuzioni extragiudiziali (5).

Questa forma di apartheid si è aggravata con la costruzione nel 2002 del muro di separazione che isola la Cisgiordania e Gerusalemme da Israele. E’ il secondo muro dopo la barriera elettrificata che circonda Gaza.

Muro di “sicurezza” proclama Israele!

Ciò non toglie che sia un muro simbolo della segregazione e della dominazione israeliana come confermato dalla decisione della Corte internazionale di giustizia che lo considera illegale. A parte l’usurpazione del 16,6% di terre palestinesi agricole e ricche di risorse idriche, il tracciato del muro che segue la linea verde solo per il 20% del suo percorso ha inglobato il 45% delle terre agricole palestinesi. Un buon modo per assoggettare i palestinesi che si vedono costretti a passare attraverso l’autorizzazione delle autorità israeliane per andare a lavorare nei loro campi. Infatti, a causa del muro, villaggi sono privati del 60% dei loro terreni agricoli come a Qaffin. Altre aree palestinesi sono completamente chiuse, isolate sia dalla Cisgiordania che da Israele; come la città di Qalkilya – che si trova tra la linea verde e la barriera – 260.000 palestinesi sono rinchiusi in enclave. Altre centinaia devono avere un permesso per abitare e raggiungere le loro proprietà (400.000). A Gerusalemme Est, 200.000 si trovano dall’altra parte del muro. Si noti che 80 checkpoint separano i palestinesi dai loro campi!

Il muro ha ulteriormente consolidato la frammentazione della terra per creare veri bantustan! Le aree di insediamento palestinesi sono separate le une dalle altre. Migliaia di palestinesi sono tagliati fuori dalle aree urbane. Gerusalemme è isolata, la metà della popolazione della Cisgiordania non ha alcuna possibilità di pregare alla moschea di Al-Aqsa mentre i coloni la profanano sotto il controllo benevolo dell’esercito!

Israeliani e Palestinesi vivono sempre più separati. Le strade utilizzate dai coloni sono proibite ai palestinesi; è infinitamente peggio dell’apartheid afrikaner dove non ci sono mai state strade riservate ai neri in Sudafrica! Questa politica di separazione degli spazi ha reso città come Balata e Al Khalil delle vere città assediate. Al Khalil (Hebron) è una città testimone dell’apartheid israeliano, dove 200.000 palestinesi sono ostaggio di un migliaio di coloni ebrei. Nel nome della sicurezza dei coloni, Israele blocca strade, caccia i palestinesi da interi quartieri. Il centro della città vecchia di Al Khalil è chiuso da oltre 17 anni come 500 negozi, di cui solo 70 sono stati autorizzati a riaprire quest’anno.

FOTO – Il centro della città vecchia di Al Khalil da 17 anni è chiuso così come 500 negozi

Questa Hafrada non si applica solo ai palestinesi nei territori occupati illegalmente dal 1967 secondo la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, ma anche a 1 milione e 600.000 cittadini israeliani musulmani e cristiani che vivono in Israele.

Questa discriminazione sociale si manifesta nella disparità di trattamento tra la popolazione ebraica e quella palestinese. La prima beneficia di privilegi di cui la seconda è totalmente privata. La discriminazione più ingiusta è incontestabilmente contenuta nella legge del ritorno. Mentre Israele rifiuta questo diritto ai profughi palestinesi dell’esodo o dei territori occupati nel 1967, come pure ai cittadini palestinesi di Israele ai quali è proibito di tornare nelle proprie case e villaggi di origine da cui fuggirono nel 1948, gli ebrei di tutto il mondo hanno il diritto di stabilirsi in Palestina. Questa segregazione ha raggiunto il suo culmine quando nel 1970 fu adottato un emendamento alla legge sul ritorno che stabilisce che il diritto al ritorno si estende ai “figli e nipoti di un ebreo, al suo coniuge e al coniuge di un figlio o nipote di un ebreo – tranne a chi, ebreo, abbia di sua spontanea volontà cambiato religione”. Questa legge del ritorno porta in sé le stimmate dell’apartheid. Stabilisce il dominio di una popolazione su un’altra, l’esistenza di una popolazione sull’esclusione di un’altra!

Questa discriminazione si ritrova in quanto riguarda il matrimonio, la legge israeliana stabilisce la discriminazione rifiutando ai coniugi palestinesi di cittadini arabi israeliani, così come ai loro figli, il diritto di residenza. Si nega loro il diritto a una vita familiare normale, mentre il coniuge di un ebreo che non ha nessuna radice in Palestina, come abbiamo già visto, ne beneficia. Discriminazione anche perché sono validi solo i matrimoni celebrati da e davanti a un tribunale rabbinico che istituisce e mantiene il sistema etno-teocratico.

Le disparità di trattamento tra ebrei e non ebrei che vivono in Israele sono enormi. Innanzi tutto a livello dell’habitat Israele non ha costruito nessun villaggio o città araba mentre la popolazione è passata dai 160.000 abitanti che erano rimasti nel 1948 (i palestinesi che poterono rimanere al momento della creazione dello Stato di Israele) al più di un milione e 600.000. Solo 7 distretti sono stati costruiti nel Negev per ricollocare i “profughi” beduini espulsi dalle loro proprietà.

Nei territori occupati la costruzione di alloggi è soggetta all’approvazione delle forze di occupazione che la concedono col contagocce. Ma di fronte alla crescita demografica i palestinesi sono costretti a costruire senza permesso, correndo così il rischio di ritrovarsi per strada con le case distrutte dall’occupante sionista. Nell’area di Gerusalemme circa centomila palestinesi vivono sotto questa minaccia. Dal 2001 al 2004 sono state distrutte circa 5000 case. Il ritmo ha avuto un’accelerazione dagli attacchi con i coltelli di soldati israeliani.

Dall’occupazione di Gerusalemme nel 1967 sono stati costruiti solo 14.000 edifici, mentre ne sarebbero occorsi altrettanti all’anno, essendo la popolazione passata da 70.000 a 285.000. In parallelo il numero di permessi di costruzione continua a crescere per i coloni in Cisgiordania e in particolare a Gerusalemme dove sono stati concessi 3.690 permessi nel 2011 secondo l’ONG israeliana “Peace Now”. Nella Cisgiordania occupata illegalmente, la progressione nelle costruzioni dei coloni ha raggiunto il 20% nel 2011 rispetto al 2010, secondo la stessa fonte.

Falascià in partenza per Israele

La discriminazione colpisce anche le infrastrutture e la qualità dei servizi pubblici, nei quartieri e nelle città arabe in Israele dove le infrastrutture sono spesso completamente assenti. Il servizio di raccolta rifiuti non è garantito e talvolta le fogne sono a cielo aperto! Il budget stanziato per i comuni arabi è meno della metà di quello stanziato per i comuni ebraici. Nel Negev le località abitate dagli arabi palestinesi non beneficiano di alcuna infrastruttura, lo stato è totalmente assente. Questa realtà è in netto contrasto con quella delle comunità ebraiche cui vengono offerti tutti i servizi. Sebbene paghino le tasse, gli arabi israeliani vengono trattati come cittadini di seconda e persino di terza classe dopo i falascia!

Questa politica di segregazione si ritrova al livello dell’istruzione e dell’insegnamento. Lo Stato di Israele sostiene l’insegnamento della popolazione scolastica ebraica e finanzia il 100% delle scuole. Tuttavia, pur riconoscendo le scuole cristiane che ospitano studenti cristiani e musulmani, lo stato finanzia solo il 29% del costo totale di una scuola elementare, facendo assumere il resto dei finanziamenti ai genitori degli alunni: “È una questione di disuguaglianza, un bambino ebreo israeliano ha diritto al 100% di istruzione finanziata dallo stato e le nostre scuole no, anche se il nostro insegnamento è uno dei migliori in Israele”, deplora il padre francescano Abdel Massih Fahim, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. Nel Negev, 5.000 bambini palestinesi non vanno a scuola perché alcune località sono completamente prive di infrastrutture, scuole comprese. Per questi bambini la scuola più vicina si trova a 20 o 25 km di distanza, distanza difficile da percorrere ogni giorno specialmente quando mancano mezzi di trasporto ed economici.

La discriminazione sociale dei palestinesi si estende anche ad altre aree quali l’occupazione. Il privilegio all’accesso alla funzione pubblica è riservato ai soli ebrei visto il numero irrisorio di nuovi assunti non ebrei. Il tasso di disoccupazione è molto alto. Le prospettive per il futuro bloccate. La precarietà è evidente con il 78% degli arabi israeliani che vive al di sotto della soglia di povertà, percentuale che sale all’83% per i bambini.

Nei territori palestinesi, la violenza dell’occupazione e l’espansione delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est gravano drammaticamente sull’economia palestinese e di conseguenza sul mercato del lavoro: “I pesi combinati dell’occupazione persistente e delle colonie non hanno permesso lo sviluppo di un’economia palestinese produttiva e vitale che potesse offrire sufficienti opportunità di lavoro dignitoso.” scrive Guy Ryder, direttore generale dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro).

Secondo il rapporto dell’OIL, la disoccupazione sarebbe aumentata del 25% nel 2014 rispetto al 2013 per attestarsi al 27%; questo tasso sale al 40% per i giovani uomini e al 63% per le giovani donne. A Gaza il tasso medio di disoccupazione è doppio rispetto a quello della Cisgiordania, è di 58,1 per i giovani uomini e dell’83,5% per le ragazze (15-24 anni). Queste cifre sono allarmanti quando sappiamo che il 70% dei palestinesi ha meno di 30 anni (7).

Questa disoccupazione, la più alta del mondo, frutto della politica di dominazione fornisce una mano d’opera molto a buon mercato all’economia israeliana. Gli accordi collettivi non sono sempre rispettati. I palestinesi, osserva il rapporto dell’OIL, “lavorano in condizioni non regolamentate che possono essere precarie e assomigliano allo sfruttamento”.

Lavorare in Israele dovrebbe rimanere una scelta per i palestinesi, ma è diventata una necessità a causa delle restrizioni che ostacolano l’economia palestinese.

Abbiamo già menzionato le restrizioni imposte dal sistema di dominazione sionista alla libera circolazione dei palestinesi. Al di là dei disagi nella vita quotidiana delle persone, come abbiamo visto le conseguenze di queste restrizioni sono incommensurabili per l’economia. I checkpoint, i coprifuoco e la chiusura di località sono tra le prime cause del marasma economico nei territori occupati. Queste restrizioni fanno sì che i lavoratori perdano ore e intere giornate per recarsi sul posto di lavoro, il che rende difficile per le aziende organizzarsi e funzionare normalmente a causa di ritardi e assenze non intenzionali dei dipendenti. Per avere un’idea della paralisi causata da questa politica, citiamo due esempi: nel 2003, ci sono state a marzo 403 ore di coprifuoco a Nablus e 678 ore a Hebron in gennaio!

Questa disorganizzazione delle aziende porta ad un calo della produttività e di conseguenza a un aumento dei costi di produzione del 33%, secondo François Courbe. Ma non è finita! Il divieto dell’uso di reti stradali riservate ai coloni che costringono i palestinesi a percorrere lunghe distanze insieme al sistema di trasbordo che richiede che le merci vengano scaricate dai camion ai posti di blocco e ricaricate su altri camion dall’altra parte, aumenta il costo dell’80%!

Tra il 1993 e il 1996, periodo segnato da una “possibile pace” i blocchi costarono all’economia palestinese più di 2,5 miliardi di euro e il tenore di vita medio calò del 36%. Possiamo così misurare l’entità dei danni in tempi di tensioni!

Questa frammentazione dello spazio economico è aggravata dai privilegi accordati agli ebrei a spese dei palestinesi privati di due importanti fonti di ricchezza dell’economia: la terra e l’acqua.

Fedele al principio del sionismo che è stato costruito sulla negazione del palestinese, la carta dell’Agenzia ebraica stabilisce che le terre “sono la proprietà inalienabile del popolo ebraico”. Una vera politica di apartheid è in atto. Pertanto, sono stati creati 36 tra leggi e regolamenti che consentono la confisca delle terre palestinesi. Tali, la legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950, che ha permesso la confisca di case, terre e altre proprietà da 750.000 a 900.000 palestinesi costretti all’esilio; il mancato riconoscimento del diritto al ritorno; il mancato riconoscimento della legge ottomana basata sul diritto di costume; la legge sulle zone militari; la legge sugli spazi verdi; la legge sull’assenza (la terra che non è stata arata per tre anni consecutivi dà luogo a un sequestro).

E’ così che l’Israeli Lands Authority e il Fond national juif controllano il 93% delle terre. Gli arabi israeliani non possiedono che il 3% delle terre della parte della Palestina storica che è diventata Israele secondo la partizione delle Nazioni Unite. Più di un terzo della popolazione israeliana occupa oggi terre e abitazioni di profughi palestinesi, che sono state annesse tra il 1948 e il 1954 senza alcuna forma di risarcimento.

La concessione delle terre obbedisce ad una politica segregazionista. La concessione è di 48 o 98 anni per gli ebrei e di un solo anno per i non ebrei. È una legge perniciosa per escludere gli arabi israeliani! Inoltre, il Fondo Nazionale Ebraico affitta le sue terre esclusivamente agli ebrei. Nei territori palestinesi occupati nel 1967, Israele praticherà la stessa politica segregazionista nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e di Gaza in violazione del diritto internazionale e degli accordi di Oslo. Le forze di occupazione perseguono una politica sistematica di confisca di terre. Con l’ordinanza militare 378, un terzo del territorio della Cisgiordania è stato dichiarato zona militare, e l’ordine militare 364 stabilisce che le terre dichiarate “terre di Stato” non possano essere lavorate che da contadini israeliani e vietate all’accesso dei palestinesi. Con la legge sulle riserve naturali in cui nessuna attività agricola può essere svolta dai palestinesi siamo alla metà dei rimanenti territori palestinesi che così viene ancora rubata. Nell’area C che rappresenta il 60% della Cisgiordania, divisa in 3 settori A, B, C, solo l’1% delle terre è riservato alla pianificazione a beneficio dei palestinesi.

Dal momento che la terra è una questione fondamentale per la costruzione del progetto sionista si è fatto di tutto per espropriare il palestinese e rovinarlo a tutto beneficio del colono ebreo.

Come non parlare di apartheid? Quando il colono ebreo ha tutti i diritti e il contadino palestinese è soggetto a leggi discriminatorie? Infatti il palestinese non può piantare un albero nella zona B e C senza il consenso delle forze militari d’occupazione, consenso che può trascinarsi per anni! Non solo l’occupante non incoraggia la piantagione, ma sradica. Così tra il 1993 e il 2001 sono stati estirpati 282.000 alberi, di cui 81.000 ulivi. Da quando il numero è dovuto aumentare gli attacchi dei coloni sono continui. Secondo l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo), nel corso del 2013, 10.142 alberi produttivi sono stati bruciati, estirpati o saccheggiati dagli attacchi dei coloni.

Inoltre, il palestinese non può scegliere le sue colture. La legge gli vieta di coltivare prodotti in concorrenza con i prodotti israeliani. Il palestinese è anche soggetto alla legge sull’esportazione. In effetti, l’esportazione di prodotti palestinesi può essere effettuata solo dopo la commercializzazione e la vendita di prodotti israeliani, “quando i prodotti arrivano a poter attraversare il confine, sono marci, avvizziti o cattivi e non sono più commerciabili” (8).

I palestinesi crollano sotto il peso delle costrizioni e non possono far fronte ai benefici concessi ai coloni. I prodotti agricoli palestinesi sono banditi dalla vendita a Gerusalemme Est, riservata ai soli prodotti delle colonie ebraiche.

Per misurare l’impatto devastante delle leggi di segregazione sull’economia palestinese occorre sapere che nel 1967 la Cisgiordania esportava l’80% delle verdure e il 45% della frutta. La produzione era paragonabile a Israele. Ma dagli anni ’80, con l’occupazione e la politica di assoggettamento queste esportazioni sono in calo per le ragioni che abbiamo già esaminato, ma anche e soprattutto per la mancanza di accesso a una risorsa principale della vita: l’acqua.

I coloni ebrei prima di tutto, è il leitmotiv della politica idrica israeliana

L’acqua è un’importante sfida della politica israeliana. Non per considerazioni economiche come si potrebbe pensare, ma piuttosto per considerazioni ideologiche. Il settore agricolo israeliano è trascurabile visti i rapporti economici, rappresenta solo l’1,6% del PIL. Ma l’acqua contribuisce ad alimentare l’immagine della terra promessa trasmessa dal discorso messianico sionista: il deserto diventato paradiso per il popolo eletto. Per questo motivo, dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, le grandi riserve idriche sono state dichiarate “bene nazionale” la cui gestione è stata confiscata alle comunità palestinesi locali e affidata ai comandi militari sionisti. Lo sfruttamento delle risorse, la modernizzazione delle infrastrutture, la perforazione di pozzi sono tutti soggetti a una richiesta di autorizzazione. Tuttavia, le richieste vengono sistematicamente respinte.

I coloni controllano tutti gli accessi all’acqua. Pompano 45 milioni di mcubi all’anno mentre i palestinesi usano solo il 10% dell’acqua disponibile nel territorio. L’acqua è un’arma nelle mani di questo nuovo apartheid, hanno scritto in un rapporto i parlamentari francesi della Commissione Affari esteri nel 2011. Certo, è apartheid, 450.000 coloni usano più acqua di 2, 5 milioni di palestinesi. Inoltre, e nonostante il diritto internazionale, viene data priorità ai coloni in caso di siccità. Dall’inizio del mese di Ramadan, un’interruzione idrica sta completamente assetando la Cisgiordania e Gaza dove non c’è più acqua potabile. A Gaza tutte le riserve d’acqua sono state bersaglio di bombardamenti nel 2014, come tutte le altre infrastrutture.

L’acqua è un’arma usata da Israele per attuare la sua politica perniciosa di apartheid e pulizia etnica. Il settore agricolo, importante nell’economia palestinese, è sotto perfusione. Sta morendo e i campi abbandonati per la mancanza d’acqua saranno confiscati.

Alla fine di questo studio, sembra difficile non parlare di apartheid. Tutte le leggi sioniste tendono a promuovere la supremazia degli ebrei rispetto ai non ebrei sia nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele che dei palestinesi nei territori occupati. Sempre più voci israeliane si stanno alzando per denunciare gli eccessi della politica d’apartheid. Ilan Pappé, Gideon Levy, Amira Haas e Ronit Matalon che ha scritto: “Viviamo oggi sotto un regime d’apartheid. Come possiamo chiamarlo diversamente quando costruiamo strade riservate agli ebrei.”(9)

Ma questa osservazione non è fatta solo dagli intellettuali. In un sondaggio condotto dall’istituto Dialogo in Israele, il 58% degli israeliani intervistati ritengono che lo Stato conduce una politica di apartheid [secondo Gilad Atzmon è peggio dell’apartheid, nldr] contro gli arabi. Tuttavia, a differenza degli intellettuali dissidenti citati sopra, la società israeliana si radicalizza guidata dalla retorica del sionismo messianico. Secondo un sondaggio pubblicato nel 2012, realizzato dalla Fondazione Avi Chai, il 70% degli ebrei israeliani si considera un popolo eletto. Avendo la legge divina dalla loro, sono affrancati da tutte le leggi umane! Gideon Levy nota che sempre più “la religione è lo Stato e lo Stato è la religione” (10).

Esiste una forte somiglianza tra la visione dei missionari afrikaner e il “popolo eletto ebreo”. Questa visione contiene in sé tutti i germi del dominio dell’Altro e della superiorità sull’Altro, quindi l’apartheid.

In nome della religione e di un ideale messianico, la politica segregazionista continua coperta da certi discorsi religiosi, come quello della Torat ha Melekh (La Tora del Re), che chiede l’uccisione preventiva di bambini, donne e uomini non ebrei che potrebbero rappresentare una potenziale minaccia per gli ebrei. Non è questa una legittimazione dei crimini extragiudiziali di palestinesi? Un incitamento alla violenza senza limiti dei coloni? Al dominio dell’ebreo sul non ebreo?

Israele ha istituito un sistema di apartheid, subdolamente pernicioso e molto più sofisticato dal punto di vista amministrativo, ma, nella sua forma, peggiore del precedente apartheid degli afrikaner. In Sud Africa, non c’erano né strade separate, né targhe d’immatricolazione riservate ai neri, né la strumentalizzazione della Shoa per coprire l’orribile volto dell’apartheid.

Shlomo Sand ha scritto: “C’è un elemento di disuguaglianza nel fatto stesso di definire lo stato come stato ebraico”. (11) Nella Palestina storica, l’ebraicità si sta consolidando. E anche l’apartheid!

Zohra Credy | Dicembre 2016

(1) Zohra CREDY, Histoire de la Palestine

(2) Chaim LEVINSON, Haaretz, 23 dicembre 2011.

(3) Gaza è sotto blocco illegale dal 2006. Su un’area di 380 km2. Quasi 2 milioni di persone sono bloccate dal blocco israeliano. Le condizioni di vita sono inumane.

(4) Machsom Watch: associazione composta da donne che vanno ai checkpoint per testimoniare e inviare i loro rapporti alle organizzazioni internazionali.

(5) Gideon LEVY, “In Israele e nei territori occupati, il più grande pericolo è la routine” Haaretz, 14 gennaio 2016

(6) Jean-François COURBE, Les conséquences du conflit sur la situation économique et sociales des territoires palestiniens occupés, Confluence Méditerranée, 2005/4, N° 55.

(7) Relazione annuale dell’OIL sulla situazione dei lavoratori dei territori occupati per la riunione della commissione dell’OIL a Ginevra il 1° giugno 2015

(8) Stefan DECONINCK, l’agricoltura e il conflitto israelo-palestinese

(9) Ronit MATALON, “Viviamo sotto un regime di apartheid” Le Monde, domenica 10 gennaio 2016

(10) Gideon LEVY, Haaretz, 29 gennaio 2012

(11) Shlomo SAND, “A chi appartiene lo Stato? Haaretz, 10 ottobre 2006

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina

Fonte: https://arretsurinfo.ch/israel-et-lapartheid/

thanks to: InvictaPalestina

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L’Olocausto come mezzo di estorsione

Negli anni ’90, dopo il crollo del Muro di Berlino, sotto il presidente USA Bill Clinton l’industria dell’Olocausto lanciò una gigantesca campagna per ottenere, a 50 anni di distanza, risarcimenti in denaro per le persecuzioni agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale da parte di Svizzera, Germania e paesi dell’Europa orientale. Lo svolgimento di questa campagna e l’apparato mediatico e politico che la sostenne vengono esaurientemente descritti da Norman Finkelstein nel suo libro L’industria dell’Olocausto, nel capitolo intitolato significativamente La duplice estorsione: estorsione aidanni dei paesi sopracitati e delle vittime o delle loro famiglie 93 . I brani seguenti sono tratti da quel capitolo.
a) Svizzera. Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali del proprio paese per avere negato rifugio agli ebrei durante l’Olocausto nazista. Nell’occasione si riaprì la discussione sull’antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra.
Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati al fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le “vittime bisognose dell’Olocausto” e, cosa ancor più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti.
Verso la fine del 1995 Edgar Bronfman (presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri.
Bronfman, erede della fortuna dell’azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale era stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava “a nome del popolo ebraico” come pure dei “sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse”. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente 775 conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari.
Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata e si diede a mobilitare l’intero establishment politico americano: il presidente Clinton, le agenzie del governo federale, la Camera e il Senato (in particolare attraverso il senatore Alphonse D’Amato), i governi dei vari stati e le amministrazioni locali in tutto il paese. Da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l’industria dell’Olocausto orchestrò un’indegna campagna diffamatoria. Il portavoce della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. Secondo Tom Bower, uno degli artefici della campagna, “il terrore attraverso lo scandalo era l’arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie di accuse allo scopo di creare disagio e scioccare” 94 . “L’ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa – spiegò il rabbino Singer – e noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: ‘Basta, scendiamo a patti’” 95 .
La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In una ricerca sponsorizzata dall’ufficio di D’Amato e dal Centro Simon Wiesenthal, venne affermato che “la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo, per proteggere l’immagine della nazione e la sua prosperità…la cupidigia svizzera era senza pari…dietro la facciata di civiltà c’era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro” 96 .
L’accusa principale era che vi fosse stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, “una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant’anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all’Olocausto”. Questa cospirazione naturalmente fu “il più grande ladrocinio della storia dell’umanità”. Per l’industria dell’Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande…
Come prima cosa, l’industria dell’Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell’Olocausto l’accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. “Nel corso degli ultimi cinquant’anni” riportò la rivista Time in un articolo, un “atteggiamento costante” delle banche svizzere “è stato quello di essere evasivi e fare ostruzionismo quando i sopravvissuti all’Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti”.

Oltre a fomentare l’isteria antisvizzera, l’industria dell’Olocausto coordinò una strategia a due livelli per “costringere con il terrore” (l’espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions e boicottaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell’ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus e “altri che si trovavano in posizione analoga” per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi il Centro Simon Wiesenthal intentò una seconda class action e nel gennaio 1997 il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza.
Tuttavia l’arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. “Adesso il gioco si fa più sporco” avvertì nel gennaio 1997 Avraham Burg, presidente dell’Agenzia Ebraica e uomo di riferimento d’Israele nel caso delle banche svizzere. Nei mesi successivi le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell’Illinois vararono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997 il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, operò la prima azione concreta.
Altrettanto fece un fondo di New York e nell’arco di pochi giorni si ebbero altri casi in California, Massachusetts e Illinois. Nel frattempo, D’Amato e altri funzionari statali cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere di operare negli Stati Uniti. Nell’aprile 1998 le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, e in giugno fecero la loro “ultima offerta” di seicento milioni di dollari di risarcimenti. Abraham Foxman, responsabile dell’Anti Defamation League, sconcertato dall’arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: “Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema così complesso” 97. Nel luglio 1998 arrivò una nuova ondata di disinvestimenti (New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California), e a metà agosto gli svizzeri capitolarono, accettando di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. “Lei è stato un vero pioniere” si congratulò con D’Amato il Primo ministro israeliano Netanyahu “Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito” 98 .
A questo punto i soldi ottenuti dagli studi legali che avevano intentato le class action avrebbero dovuto essere distribuiti ai legittimi destinatari, i parenti delle vittime. Qui però sorsero i problemi, in quanto le organizzazioni ebraiche, gli avvocati che avevano seguito le cause e altri elementi dell’establishment volevano trattenere il denaro per sè. Nulla di nuovo, dal momento che Bronfman ha ammesso che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico nell’arco degli anni ha ammassato non meno di “sette miliardi di dollari circa” grazie al denaro dei risarcimenti 99 .
b) Germania. Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell’agosto 1998, nel settembre dello stesso anno l’industria dell’Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi team legali intentarono una class action contro l’industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento.
Per fomentare l’isteria collettiva, si fece ricorso a molteplici annunci pubblicitari a tutta pagina. In un’inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia “diretto” i suoi terrificanti esperimenti.
Verso la fine del 1999 i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra intorno ai 5 miliardi di dollari. “Non avremmo potuto raggiungere un accordo” riferì in seguito il diplomatico clintoniano Stuart Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera “senza il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton…e di altri influenti funzionari” del governo americano 100 .
c) Europa orientale. L’estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l’estorsione nei confronti dell’Europa dell’Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle “vittime bisognose dell’Olocausto”, l’industria dell’Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell’antisemitismo in Europa.
L’industria dell’Olocausto si è presentata nelle vesti dell’unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l’Olocausto nazista. “Esiste un accordo con il governo israeliano” riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera “in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization” 101 . Utilizzando questo mandato, l’industria dell’Olocausto ha chiesto ai paesi del blocco ex sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro. Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, ha avanzato queste richieste senza dare troppo risalto pubblicitario: l’opinione pubblica infatti non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto nei confronti degli stremati contadini polacchi. Inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell’Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della WJRO: la pretesa di essere legittimi eredi dei morti per incamerarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D’altro canto, l’industria dell’Olocausto non ha bisogno di mobilitare l’opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell’amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
“E’ importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie” spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare “sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei” nell’Europa dell’Est. Al fine di promuovere il “rinnovamento” della vita ebraica in Polonia, la WJRO ha avanzato pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era di circa tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. La WJRO ha reclamato la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. “Gli amministratori polacchi temono” ha riportato Jewish Week “che la richiesta possa portare la nazione alla bancarotta” 102 . Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l’insolvenza, Elan Steinberg del World Jewish Congress denunciò la legge come “un atto fondamentalmente antiamericano” 103 .
Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l’industria dell’Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso affinchè i risarcimenti per l’Olocausto fossero messi in cima alla lista dei requisiti per quei paesi dell’Est che volevano entrare nell’OCSE, nella WTO, nell’Unione Europea, nella Nato. Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso americano di “controllare” che ogni paese pagasse. “E’ estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano” ha affermato il deputato Benjamin Gilman “che il loro atteggiamento…è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali” 104 .
Alla fine chi sicuramente ha guadagnato da questo ciclo incessante di richieste di risarcimento sono stati gli avvocati e i funzionari che lavorano per organismi come la Claims Conference. I loro stipendi ammontano a centinaia di migliaia di dollari all’anno. Tuttavia si moltiplicano le proteste da parte delle vittime in nome delle quali l’industria dell’Olocausto agisce: molte hanno fatto causa alla Claims Conference, accusandola di “perpetuare l’espropriazione” 105 .

 


93 Il resto del paragrafo è interamente ricavano dal libro di Finkelstein.
94 Tom Bower, I cassieri dell’Olocausto, 1998
95 ibidem
96 ibidem

97 Gregg Rickman, Swiss Banks and Jewish Souls, 1999
98 ibidem
99 New York Times, 24 giugno 1998
100 Audizione alla commissione sulle attività bancarie e finanziarie della Camera USA, 9 febbraio 2000

101 Audizione 11 febbraio 1996
102 Jewish Week, 14 gennaio 2000
103 Newsday, 6 febbraio 2000
104 Audizione alla Commissione sulle relazioni internazionali della Camera, 6 agosto 1998
105 Isabel Vincent, Hitler’s Silent Partners, 1997

 

from: Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

INCREDIBILE: i giornali d’epoca riportano la cifra di 6 milioni di vittime per altri olocausti ebraici poco noti.

GRANDE FRATELLO

 

-A cura di Floriana Castro-

Nota su Antisemitismo

Negli ultimi 70 anni siamo stati letteralmente bombardati da film, testimonianze (a volte anche di persone che la shoah non l’hanno mai vissuta), interventi nelle varie università senza poter ricevere risposta a domande fuori dal coro del tipo: come hanno fatto a morire 6 MILIONI nella sola Europa quando la comunità israelitica non superava i 12 milioni in tutto il mondo? E come avrebbe fatto la comunità -secondo le stime ufficiali dimezzata- a contare 13 milioni di unità a pochi anni dalla fine della guerra? In alcuni paesi se si confuta il numero ufficiale di 6 MILIONI di ebrei che avrebbero subito lo sterminio si rischiano addirittura 6 anni di carcere.  Il professore Faurisson, dopo molti anni di studi sugli eventi olocaustici, fu uno dei primi a sostenere l’assenza delle camere a gas nei campi di concentramento, per tale ragione fu  umiliato, messo al bando e tacciato di antisemitismo.Nessun grattacapo invece per chi confuta il numero dei morti dell’Olocausto ad opera dei comunisti, o l’olocausto degli Armeni eccMa mentre gli storici nei decenni successivi alla shoah sono stati impossibilitati dal corretto svolgimento del loro lavoro, un indizio molto importante ce lo danno i collezionisti di giornali d’epoca. In questo articolo vedremo, come il numero di 6 MILIONI sia stato indicato costantemente dalla comunità israelitiche sin dal 1905 ai tempi dell’impero zarista in Russia, trent’anni prima dalle persecuzioni naziste, eventi che -come documentato- oltre alla vittoria della loro causa, e la simpatia dei goym hanno inoltre portato alle casse sioniste milioni e milioni di dollari. Prediamo in esame 11 quotidiani d’epoca che vanno dal 1915 al 1940, analizzando brevemente il contesto storico di ognuno degli eventi (corredato con foto di 11 giornali d’epoca, e fonti dettagliate al termine dell’articolo)

1) Articolo di “The Sun” del 6 Giugno 1915 (pag.1 della quinta sezione)
Nel 1915 troviamo gli ebrei russi nella Russia dello zar Nicola II, al loro primo tentativo di rovesciare il governo, tentativo che fallirà, per poi andare in porto nel 1917 instaurando la dittatura comunista, ideata, progettata e finanziata dai sionisti.
Questo è il titolo dell’articolo
“Orrori peggiori di quelli di Kishineff nella Russia di oggi”
didascalia: “Una cospirazione senza precedenti per schiacciare gli ebrei sospettati di essere organizzati per coprire le sconfitte delle truppe di zar. Torture e massacri diffusi in centinaia di città”.
Questo è uno stralcio dell’articolo
“Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme sino ad oggi gli ebrei non hanno mai avuto una pagina così nera nella loro storia di quella che il governo russo sta scrivendo oggi. SEI MILIONI di ebrei, la metà del popolo ebraico in tutto il mondo, vengono perseguitati, braccati e ridotti alla fame. Migliaia di loro sono stati barbaramente uccisi. Centinaia di migliaia di ebrei, vecchi uomini donne e bambini vengono spinti senza pietà di città in città su mezzi del governo, attaccati dalle truppe del proprio paese”.
Segue un accorato appello di uno dei rabbini presenti in Russia: “Le autorità stanno inviando innocenti vecchi ebrei uomini e donne in Siberia. vi abbiamo scritto molte lettere dalla Polonia riguardanti le nostre vicissitudini. Cari fratelli, abbiate pietà per i SEI MILIONI di ebrei in Russia: state dalla nostra parte”!

2) Passiamo adesso al New York Times del 18 Ottobre 1918 (pag 12)
Siamo ad un anno dopo la rivoluzione d’ottobre e l’ascesa al potere dei comunisti. Lo zar, con i suoi familiari, sono caduti sotto i fucili del commando rosso tre mesi prima, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918. Gli ebrei non sono più in pericolo. Una volta eminato l’impero tiranno resta un unico problema: raccogliere fondi (molti soldi…) per la ricostruzione della comunità di 6 MILIONI di ebrei morti nelle persecuzioni o gravemente danneggiati.
Questo è il titolo dell’articolo “Un fondo di un miliardo di dollari per ricostruire l’ebraismo”
Nella didascalia si legge: SEI MILIONI di ebrei necessitano il nostro aiuto per riprendere la vita normale una volta terminata la guerra”
Nell’articolo si legge:
“Il Comitato degli ebrei americani sta mettendo in atto un piano per la più grande operazione umanitaria della storia”
In fondo: “Gli americani, tutti, ebrei e non ebrei allo stesso modo saranno presto chiamati a dare una contributo ad un fondo di circa un miliardo di dollari per attuare il programma di ricostruzione della comunità ebraica di tutto il mondo.”
Un riconoscimento politico del carattere nazionale degli ebrei avvenne nel Gennaio del 1918 con la creazione di un Commissariato per gli Affari Nazionali Ebraici, sezione speciale del Commissariato delle Nazionalità, sotto la guida di Stalin prima che salisse al potere sovietico. Sia il Lenin, che Trotsky (vero nome Lejba Bronsztajn) erano ebrei. Nel primo governo bolscevico l’85% era rappresentato da ebrei: su 22 ministri, 18 erano ebrei; nella stazione di polizia su 43 membri, gli ebrei erano 34; nell’esercito, 556 dei posti erano occupati da 447 ebrei, in un paese dove gli ebrei rappresentavano meno del 2% della popolazione totale.

3) Passiamo al numero del New York Times dell’8 settembre 1919 (pag. 6)
Dopo aver rovesciato l’impero zarista e messo a posto lo zar con tutta la sua famiglia, la battaglia è volta ad assimilare l’ Ucraina -non ancora allineata al nuovo modello – all’impero sovietico.
Il NYT titola: “Gli ebrei ucraini mirano a fermare i pogrom”
(Pogrom è un termine con cui vengono indicate le sommosse popolari anti giudaiche)
In Ucraina fra il 1917 e il 1922, in seguito alla Rivoluzione Russa, vi fu un lungo periodo di guerra civile e di anarchia con continui cambi di fazioni al potere nei territori dove nell’ultimo periodo, il regime zarista aveva portato avanti una politica di russificazione delle terre ucraine. Questo periodo fu segnato dall’esistenza di più entità statali separate.

Nella didascalia del NYT si legge: “Una commissione sta per visitare l’Europa per preparare un memorandum per il presidente Wilson . Wilson, ricordiamo è stato il presidente USA, massone di grado 33° passato alla storia per aver privatizzato la Banca centrale Americana, cedendola ai sionisti nel 1913, che fondarono una banca privata che funge da banca centrale la “Federal Reserve Bank” e il suo sistema che fino ad oggi sta prosciugando tutte le risorse globali a beneficio dell’èlite Fu sempre Wilson ad interessarsi perché Trotskij potesse ottenere un passaporto americano con il quale intraprendere il viaggio di ritorno in Russia per compiere la tanto programmata rivoluzione d’ottobre.
L’articolo riferisce che in Ucraina sono stati uccisi già centinaia di migliaia di ebrei e che altri 6 MILIONI si trovano in grave pericolo.
Nell’articolo si legge: “6 MILIONI di ebrei sono stati minacciati di essere completamente sterminati in Ucraina e Polonia. La federazione degli ebrei ucraini in America, una organizzazione che rappresenta tre quarti di un milione di ucraini in questo paese, ha deciso al congresso ieri che il massacro dei loro fratelli in Europa orientale deve finalmente essere fermato portando la pace e l’aiuto economico degli Stati Uniti. “Il segretario di Stato Lansing, ha reso noto che il Dipartimento di Stato ha già dato il consenso alla la federazione di inviare una commissione in Ucraina, per indagare sulle condizioni degli ebrei e per stabilire collegamenti diretti con i loro fratelli in America” .

Nel 1922 i piani dell’èlite si concretizzeranno e l’Ucraina entrerà a far parte ufficialmente a far parte della “civile” URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina.
Ricordiamo inoltre che i polacchi dipinti come “antisemiti” stavano in realtà combattendo per il loro paese contro l’instaurazione di uno stato comunista ebraico in Polonia (clicca qui) che verrà più tardi invasa dai nazisti e dai comunisti che se la spartirono da buoni amici nel 1940. (clicca qui) .

4) Andiamo al New York Times del 12 novembre sempre del 1919 (pag.7)
Siamo in America. Gli oligarchi responsabili della Grande Depressione in USA sono alle prese con la raccolta fondi per gli ebrei in miseria nell’est Europa
Felix M. Warburg racconta la triste condizione degli ebrei, titolo dell’articolo: “Gli ebrei hanno sofferto la guerra più di tutti gli altri ”
Ricordiamo, l’ebreo Felix M. Warburg, era membro all’omonima famiglia che da secoli lavora per il Nuovo Ordine Mondiale. La M. M. Warburg, è una delle banche che tiene il mondo in scacco con l’oligarchia fianaziaria, nonché una delle centrali della progettata Grande Depressione che colpì l’America a partire dal 1919. Warburg, fu inoltre partner di Kuhn, Loeb & Co, sposò Frieda Schiff, una giovane appartenente ad un’altra delle 13 famiglie ebraico-sioniste per il controllo del mondo: gli Schiff appunto. Certo, il New York Times non può ancora presagire che le filantropiche famiglie Warburg e Kuhn & Loeb Bank così coinvolte nelle sofferenze dei loro fratelli ebrei, dopo qualche anno avrebbero finanziato le idee criminali di Adolph Hitler, trasferendo all’economia tedesca ben 975 milioni di dollari, dei quali 170 vennero destinati alla creazione di tre grandi cartelli. Finanziarono gli armamenti della Germania nazista ma anche gli esperimenti di eugenetica e il progetto MK Ultra ai danni anche dei loro fratelli minori
(clicca qui)
Ma torniamo al 1919. Nell’articolo si leggono le dichiarazioni di Warburg, che era tra le altre cose Presidente del Comitato di distribuzione congiunta di fondi americani per gli ebrei vittime della guerra:
“ I colpi successivi degli eserciti contendenti hanno spezzato la schiena degli ebrei d’Europa, riducendo tragicamente in miseria e in malattia 6 MILIONI di ebrei, oltre la metà della comunità ebraica in tutto il mondo”. Warburg non fa alcun accenno alla fame che gli americani erano costretti a patire in quegli anni, in cui la Grande Depressione imperversava in America a causa delle loro manovre studiate ad hoc per far passare tutta la ricchezza reale (l’oro) nelle loro mani: i cittadini avevano l’obbligo di consegnare l’oro alle autorità (banche), pena per i trasgressori: 10 anni di carcere!

5) Atlanta Constitution del 23 febbraio 1920 (pag. 1 continua a pagina 3, quarta colonna)
Siamo ad Atlanta. Rabbini e sionisti sono ancora alle prese con la raccolta fondi per gli ebrei dell’est Europa:
“50.000 dollari raccolti per salvare gli ebrei in difficoltà”. Nell’articolo si fa riferimento ad  un meeting tenutosi ad Atlanta presieduto da un certo Harold Hirsh. All’incontro intervennero anche Fred Rusland che ha descritto le situazioni drammatiche di fame, povertà estrema e oppressione che sarebbero stati costretti a subire  gli ebrei in alcuni paesi dell’Europa dell’est e in Palestina, ma grazie al generoso contributo economico, 6 MILIONI di ebrei avrebbero potuto essere salvati. Il rabbino David Marx disse:
“No siamo qui stasera per piangere i morti, 6 MILIONI di ebrei si trovano in grave pericolo, sono ferocemente perseguitati. Se non ci muoviamo molti altri moriranno. Questi fratelli guardano all’America affinchè questo paese risponda generosamente con un aiuto economico che possa alleviare le loro sofferenze” . Siamo nel 1920, 13 anni prima che Hitler salisse al potere, e a 19 anni dall’inizio della guerra!

6) New York Times 7 maggio 1920 (pag 11)
Siamo ancora nel 1920. Il NYT annuncia con gioia che la campagna di raccolta fondi per gli ebrei in Europa ha raggiunto la cifra di 100.000 dollari.
Nell’articolo si legge: “I fondi di aiuto per il sostegno del popolo ebraico in Europa dove 6 MILIONI di ebrei sono alle prese con enormi sofferenze, carestie e oppressioni hanno ricevuto l’attenzione particolare di Nathan Strauss, un imprenditore e grande sostenitore della causa sionista”.
Strauss afferma: “Se gli americani, in particolar modo gli ebrei americani si rifiuteranno di contribuire al sollievo delle sofferenze dei loro fratelli possa questa colpa cadere sulle loro teste: avranno sulla loro coscienza l’estinzione del popolo ebraico”

7) New York Times del 20 luglio 1921 (pag 2)
A distanza di un anno dalla grande raccolta fondi si ritorna a chiedere aiuti economici affinchè vengano salvate le vite di altri 6 MILIONI di ebrei, (sempre sei milioni!) questa volta in grave pericolo nei territori dell’Unione Sovietica, dove i contro-rivoluzionari innescarono una contro-offensiva contro il regime. In questo articolo i sionisti fanno una chiara ammissione di quanto i regimi sovietici giudaici abbiano favorito il popolo ebraico a spese di centinaia di milioni di cristiani. Nell’articolo si legge che il pericolo di una caduta, o di un indebolimento del regime comunista avrebbe potuto sguisagliare le agitazioni dei pogrom: un pericolo che doveva essere in qualche modo fermato. Dr. Meir Kreinin, un ebreo russo che fece la sua fortuna in Russia, -uno tra i fondatori della Società per la diffusione dei Lumi in Russia, nonché proprietario di un certo numero di giornali ebraici e presidente della prima organizzazione Emigdirekt- sul NYT lancia un monito: “ Se diminuisce il potere sovietico, 6 MILIONI di ebrei rischiano il massacro” ha dichiarato Kreinin, intervenuto ad uno degli eventi filanropici per la raccolta fondi in sostegno della causa ebraica. Nell’articolo si legge: “La mia dichiarazione proviene direttamente da documenti ufficiali presentati al governo di Berlino. 6 MILIONI di ebrei stanno affrontando uno sterminio di massa. La carestia in Russia imperversa. I contro-rivoluzionari stanno per avere la meglio e il controllo Sovietico sta per dimuniure. Numerosi Pogrom imperversano in tutta la Russia e in Ucraina”.
Che io sappia il potere sovietico non fu mai in serie difficoltà in quegli anni, pur con qualche agitazione dei pogroms. I provvedimenti vengono presi: i pogrom furono fermati e con l’ascesa di Stalin,- in seguito alla morte di Lenin nel 1924- i sogni di riconquista del paese dei contro-rivoluzionari falliranno.

8) Montreal Gazzette 29 dicembre 1931 (pag 6)
Il titolo dell’articolo è “6 MILIONI di ebrei stanno morendo di fame”. Le condizioni degli ebrei nell’est Europa vengono descritte minuziosamente dal rabbino Wise: 6 MILIONI di ebrei muoiono di fame soprattutto in inverno. Se non vengono raccolti ulteriori fondi dal comitato di almeno 2 milioni e 500.000 dollari disastri, miseria e caos senza precedenti si abbatteranno su tutta l’umanità ” (!!) Il rabbino ha illustrato una lunga relazione al meeting al Monfefiore club di Montreal. Nell’articolo vengono anche descritti alcuni dei circoli di raccolta fondi in tutto il mondo in favore della causa ebraica. Il banchiere  Felix Warburg (di cui abbiamo parlato sopra) era presidente della “Jewish Red Cross Society ” che si occupava della raccolta fondi, insieme a Herbert Lehman: uno dei tre fratelli proprietari del colosso finanziario “Lehman Brothers”. Herbert Lehman nel 1933 diventerà il 45° governatore dello stato di New York. La Lehman Brothers è la holding che -come ricorderete- nel 2008 dichiarò bancarotta causando il crollo dell’economia su scala mondiale.

9) New York Times del 31 maggio 1936 (pag 14)
Siamo nel 1936. Adolph Hitler è al al potere da 3 anni in Germania. Tre anni prima che iniziasse la seconda guerra mondiale nel 1936 si parla già di milioni di ebrei sterminati: l’unica soluzione per la sopravvivenza dei giudei? La fondazione di uno stato ebraico in Palestina. Il titolo dell’articolo del NYT : “Gli americani fanno appello per un rifugio ebraico” . Si legge

“L’unica salvezza per il popolo di Israele perseguitato è la restaurazione del suo antico patrimonio e l’immigrazione in Palestina. La Gran Bretagna ha il potere per spalancare le porte della Palestina per poter accogliere i milioni di ebrei fuggiti dall’olocausto” . Mancano ancora tre anni all’inizio della guerra, e cinque anni dall’inizio delle deportazioni nei campi! (1941). Si legge nell’articolo “Alla petizione per la concessione del rifugio ebraico si sono uniti anche numerosi cristiani “illuminati” ed esponenti delle chiese protestanti ed episcopali tra cui il reverendo James Freeman vescovo di Washington”. Dopo 12 anni questo obiettivo si realizzerà e nascerà finalmente lo Stato di Israele (1948).

10) New York Times 23 febbraio 1938 (pag 23)
L’articolo intitolato “Insegnanti ebrei rimproverati da Isaacs” riporta un intervento di Mr. Tarshis in rappresentanza del comitato “American Jewish Joint distribution”. Mr Tarshis afferma che 6 MILIONI di ebrei sono stati privati della protezione e di qualsiasi opportunità economica: 6 MILIONI di ebrei sono ridotti alla fame senza più alcuna speranza, stanno affrontando la più grande tragedia di tutti i tempi. L’antisemitismo si è diffuso a macchia d’olio in tredici stati europei e minaccia la sopravvivenza di milioni di ebrei: una tragedia iniziata con l’ascesa al potere di Hitler ”  Mr Isaac e Simon J. Jason, presidente dell’associazione “Jewish Teachers” hanno puntato sull’istruzione: “Noi non non ci occupiamo di politica, ma abbiamo il dovere di svolgere il nostro compito. Tutti gli insegnati anche cattolici e protestanti hanno il dovere di educare i fanciulli al senso civico e al rispetto, occorre formare una morale sociale”. Ebbene, anche questo obiettivo è stato centrato in seguito: la shoah è diventato un dogma sociale e domande sulla verità degli eventi non sono permesse.

11) New York Times 6 ottobre 1940 (pag 10)
La guerra è iniziata da un anno e le sorti di mezzo mondo sono ancora da decidere. La deportazione degli ebrei inizierà nel 1941: è ancora impossibile fare una stima precisa di quanti di loro avrebbero perso la vita. Tuttavia il NYT già nel 1940 annuncia una ricompensa alle pene dei giudei e anche molto generosa. Il titolo dell’articolo è “Il Nuovo ordine Mondiale promesso agli ebrei”. Nell’articolo si legge Arthur Greenwood , del gabinetto di guerra britannico manda un messaggio di rassicurazione agli ebrei: una volta terminata la guerra e una volta ottenuta la vittoria, nuovi sforzi occorreranno per fondare un Nuovo Ordine Mondiale basato sugli ideali di pace e giustizia”. Greenwood- deputato leader del partito laburista inglese- ha inoltre aggiunto: “Nel Nuovo Mondo gli ebrei avranno numerose opportunità le sofferenze e le ingiustizie che hanno subito potranno essere adeguatamente riparate. La loro collaborazione sarà fondamentale per la ricostruzione del mondo”. Il messaggio fu consegnato ai rabbini Stephen Wise, Maurice Perlzweig arrivati a Londra in quella mattina del 6 ottobre 1940 alla quale risposero che il messaggio potrebbe viene da loro interpretato come una dichiarazione di ferma intenzione da parte dell’ Inghilterra per venire incontro agli ebrei.

Neturei-Karta

EBREI ULTRA-ORTODOSSI NON RICONOSCONO LO STATO DI ISRAELE


Il 26 gennaio del 2014, la polizia israeliana ha arrestato due insegnanti responsabili di un folto gruppo di 100 studenti ultra-ortodossi perché tenevano festosamente un barbecue vicino ad un monumento all’olocausto, proprio alla vigilia del ‘giorno della memoria. Gli ebrei ultra-ortodossi non riconoscono il ‘Giorno della Memoria’ di Israele ed episodi simili sono ricorrenti. Molti gruppi haredi – popolazione in velocissima crescita in Israele – sostengono che l’Olocausto sia solo una finzione creata ad arte per fornire un pretesto alla creazione dello stato di Israele. Recentemente molti ebrei ultra-ortodossi sono stati arrestati per aver scritto su un memoriale dell’olocausto frasi del tipo: “Se Hitler non fosse esistito, i sionisti lo avrebbero inventato”(…). (clicca qui)

LA RIVOLUZIONE CULTURALE, POLITICA E RELIGIOSA PORTATA DALLA SHOAH
Guardiamo alle conseguenze: gli effetti della shoah, hanno inevitabilmente portato a Norimberga, alla fondazione dell’ONU e non solo… In seguito, con il pretesto della shoah si è finalmente costituito lo Stato d’Israele, (1948) a pochi anni dal termine della guerra. L’esercito israeliano, -notoriamente uno degli eserciti più forti del mondo, ma che ricordiamo non potrebbe sussistere senza le continue trasfusioni di denaro degli USA addebitati ai contribuenti americani- ha usato tutto il suo potere per opprimere, bombardare e massacrare i legittimi abitanti della Palestina, ridotti ormai ad essere schiavi nella loro stessa terra. Con la fondazione dello stato di Israele inoltre è nata la questione mediorientale così come la conosciamo oggi: le dichiarazioni di guerra da parte degli USA a tutti i paesi arabi non Israel friendly; le “primavere colorate”; i false flag che stanno insagunando tutto il mondo; i paesi adiacenti ad Israele tenuti impegnati a farsi guerra fra di loro; i conflitti di religione, nati dopo il 48, prima dell’intervento dei sionisti infatti, cristiani, musulmani ed ebrei vivevano pacificamente in quelle terre. Dopo la shoah è ormai impossibile fare una una critica alle ambizioni e agli intrighi giudaici di ieri e di oggi senza essere tacciati di antisemitismo. Ma non solo, grazie alla Shoah il giudaismo riuscì finalmente in un’impresa titanica; impresa che aveva fallito in 1960 anni: penetrare all’interno della Chiesa Cattolica. (clicca qui)

Subito dopo la II Guerra, la B’nai B’rith (la massoneria per soli ebrei) riuscì a mettersi in contatto con alcuni alti esponenti della Chiesa Cattolica per mutare l’insegnamento che le scritture, il magistero e i padri della Chiesa avevano tramandato sugli ebrei. E’ da ricordare in particolare l’impegno di 3 agenti della B’nai B’rith, Jules Isaac, Label Katz e Nahum Goldmann che riuscirono a convincere gran parte dell’alta gerarchia ecclesiastica, sostenendo che l’antisemitismo cristiano è stato responsabile del dilagare dell’odio antisemita, un sentimento alimentato nella popolazione dall’insegnamento cristiano preconciliare che avrebbe in seguito portato allo sterminio ebraico.

Gli agenti della B’nai B’rith  negano spudoratamente persino la responsabilità ebraica nella Crocifissione di Gesù Cristo, oltre a negare l’inattaccabile storicità di Gesù. Le richieste dei giudei furono finamente prese in considerazione. Il tanto agognato Concilio Vaticano II, segnerà una rottura con l’insegnamento della Chiesa in materia di giudaismo e i rapporti con le altre religioni. Con l’ingresso della B’nai B’rith, e della massoneria all’interno delle mura di Pietro ecco finalmente dilagare scandali, eresie infiltrazioni massoniche di tutti i tipi che hanno portato all’allontanamento in massa dei fedeli e alla grave crisi dottrinale nella quale la Chiesa di trova tutt’oggi.

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Nahum Goldmann, fu il primo ad ipotizzare l’idea di Norimberga già nel 1942 quando le sorti della guerra erano ancora da decidere. In seguito collaborò all’enciclica Nostra Aetate il futuro documento del Concilio sui rapporti cogli ebrei. (clicca qui) Oggi la sottomissione ai giudei è talmente grande da spingere alcune diocesi a concedere l’indulgenza plenaria il giorno della memoria, il 27 gennaio. Nessuna indulgenza per chi onora le vittime cristiane, del comunismo, della massonica Rivoluzione Francese, né per chi onora i martiri cristiani caduti per difendere l’Italia in occasione del Risorgimento, nè per il milione e mezzo di armeni trucidati dagli ebrei turchi donmeh, o per tutti quelli morti ammazzati nel corso di duemila anni. Nessuna indulgenza per i fedeli che li onorano e nemmeno nessuna giornata della memoria per le vittime.

UN’AMMISSIONE IMPORTANTE
Il 14 agosto del 2002, la radio-speaker americana Amy Goodman, intervista Shulamit Aloni, ex ministro dell’educazione in Israele e fondatrice del partito israeliano Ratz. L’intervistatrice chiede all’ex ministro: “ spesso quando negli USA viene espresso dissendo nei confronti della politica di Israele, ma chi osa fare una critica viene tacciato di antisemitismo. Qual’è la vostra risposta in quanto ebrea-israeliana”?  L’ex ministro israeliano fa un’ammissione importante, ecco la spudorata risposta: “Beh è un TRUCCO che abbiamo sempre usato: quando in Europa qualcuno critica Israele, tiriamo fuori l’Olocausto, alchè questi vengono chiamati antisemiti. L’organizzazione è forte, ha molto denaro e i legami tra Israele e l’establishment americano sono molto forti; hanno il potere, ed è giusto. E’ gente talentuosa, piena di soldi, media, potere ecc. Tirar fuori l’Olocausto giustifica quello che facciamo ai palestinesi”. (video)

Il trucco dell’antisemitismo
Una cruda dichiarazione di superiorità che lascia senza parole l’intervistatrice che si trova spiazzata di fronte a tanta arroganza. La signora Olani può ammettere candidamente che l’olocausto è uno strumento da scagliare in faccia a chi osasse criticare Israele, la stessa cosa che pensiamo anche noi, ma non senza essere accusati di anti-semitismo. L’ex ministro può anche permettersi di aggiungere che loro stanno facendo contro i palestinesi ciò che Hitler non è riuscito a fare con loro e può affermare che questo è perfettamente giusto!

“Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (MT,21,43)

La perdita dell’elezione dopo il rifiuto della Salvezza portata dal Signore dei Signori, la distruzione del tempio e la cacciata da quella terra che fu la terra promessa furono eventi profetizzati da quel Cristo le cui manifestazioni di odio e disprezzo non riescono proprio ad evitare, e le cui profezie desiderano smentire; la fondazione proprio dello Stato di Israele, e l’ossessione per la ricostruzione del tempio (un ideale che è stato anche trasmesso ai massoni loro servi) ne sono la prova.

(In basso video: “noi abbiamo ammazzato il vostro Cristo e ne siamo fieri”. Gli effetti di un’educazione all’odio e l’illusione di superiorità sugli altri)

Con le loro illusioni di superiorità, la voglia di costruire un Regno celeste tutto nell’aldiquà in cui loro domineranno su tutti gli altri popoli, possiamo dire che gli israeliti negli ultimi 2000 hanno fondalmente lavorato solo per distruggere il progetto dell’Altissimo. Come disse l’ex rabbino convertitosi al cattolicesimo Eugenio Zolli: “quello che una volta fu il popolo eletto oggi si è snaturato al punto da diventare il più acerrimo nemico di Dio”. Nota su Antisemitismo

-Floriana Castro– Antimassoneria Copyright 2016

Fonti principali

Collezionisti antichi quotidiani: giornali che parlano della causa ebraica dal 1915/1938

New York Times in cui si parla del NWO promesso agli ebrei

LIBRI CONSIGLIATI

“Le forze Occulte che governano il mondo” Vermijion

“Il Talmud smascherato” I.B. Pranaitis

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thanks to: Antimassoneria

Are Jews White?

In his latest radio segment Rabbi Yaakov Shapiro brings down compelling arguments on the topic “Are Jews White?”.
Here is a summary of the Rabbi’s show. In case you missed it you can listen to the recording below.

Tune in December 22nd from 9:30-10pm to Rabbi Shapiro’s latest segment “Is Jerusalem the Jewish Capital?” live on WSNR 620 AM or by calling 616-597-1984.

“Are Jews White?” with Rabbi Yaakov Shapiro

Recently, in Texas, a “Rabbi” representing Hillel (a Zionistic Jewish campus organization) lost an argument with a Neo-Nazi… about Judaism. Richard Spencer, the leader of the National Policy Institute (a USA-based white supremacist organization) was giving a speech about his desire for the United States to become a white supremacist nation, one that excludes Black people, Jews, Mexicans, and any other racial minority.

The “Rabbi” stood up in the middle of Spencer’s speech and said to him: “You are teaching radical exclusion, I teach radical inclusion, let’s learn Torah together.”. Spencer quickly replied: “Do you really want radical inclusion in the State of Israel? Be honest… Jews have continued to exist because of radical exclusion; they refused to intermarry with the gentiles. I respect that, you have a culture and that is what I want for my people (white people)”. The “Rabbi” stumbled and did not have a rebuttal for Spencer.

Basically what Richard Spencer argued was that the State of Israel does not want Jews to be a minority. They want to have a Jewish majority to keep their culture “pure”. If you believe that there should be a Jewish state in Israel then why can’t the white supremacists have a WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) state over here? The Jewish people are their model as they have succeeding in creating a State for themselves.

The “Rabbi” did not have an answer for Spencer. The next day he told reporters that he simply isn’t an experienced debater. He squashed his argument in 30 seconds- The Neo-Nazi destroyed the “Rabbi’s” argument using a coherent argument.

The Rabbi was not actually talking to the Neo-Nazi about Judaism- he was talking about Zionism. Jews and Nazis agree on one thing: Israel represents the Jews and the Jews are a religion/nation/race. What does Israel have to do with Torah Judaism? The Jews did not create the state, the Zionists did. Jews are members of a religion – Zionists are members of a political movement. When one of Rabbi Shapiro’s student’s was in law school, a professor said that in Israel they allow torture. A religious, Jewish student argued that torture is against Judaism. Everyone was confused and thought that Israeli law is Jewish law. It’s not.

Many articles have been written recently by various Zionists claiming that the Jewish people are not white- they are an ethnicity called Jewish. The truth is that Jews are not an ethnicity, you can’t convert to an ethnicity. Jews can be Black, White, Asian, etc. The Jewish people are only a people because of the Torah. If we didn’t have the Torah we wouldn’t be Jews. The only reason we exist as Jews is because of our religion. For thousands of years this is how the Jewish people understood themselves.

Then came the Zionists who said that the Jewish people are not a religion. They wanted to be atheists but we still want to be “Jews”. Herzl had an idea that in order to fix the Jews he will convert all the Jews to Christianity. He quickly realized that it was easier to assimilate then to stage a mass coversion. Assimilation didn’t work because the non-Jews persecuted them anyway, even though they weren’t religious. When the assimilated saw that it didn’t work, they came up with Plan-B: Zionism.

Zionism means that Jews are going to become a nation with a culture. However, Torah Jews don’t have a culture, there are all kinds of different Jewish cultures. Yemenite Jews, Hungarian Jews, Moroccan Jews, etc. We don’t even have a common language as most Jews do not speak biblical Hebrew. The only thing that we have in common is our religion. We don’t even have a common land as we are in exile.

The founders of Zionism created a language, which is a national characteristic (Ivrit) because they wanted to create a culture. They created a land- “Israel”. They rewrote Jewish history and said they are now the real Jews; the nation of Israel.

Many people (Zionists included) don’t realize that you can’t be an atheist Jew just like you can’t be an atheist Muslim or Christian. However, if you asked an atheist what makes you a Jew they may say “I’m a national Jew” – do you live in Israel “no” they what makes you a Jew? “Well I’m an ethnic Jew” but there are Chinese Jews. Jews have no ethnic characteristics. There are Zionists that say Judaism is a tribe. That can’t be though because tribal affiliations go by the father. But if that’s the case then why does Judaism go through the mother?

The Nazis also wanted the Jews to be a race, not a religion. Nazis are racist antisemites and they want to exclude Jews from their countries. They view them as an ethnic minority. The Zionists and the antisemites have common ground. They say that Judaism is a race. Torah authorities say that those who believe in Jewish Nationalism are idol worshippers. You could even eat kosher, put on tefillin, you are still an idol worshipper. It’s a terrible thing. The nazis where nationalists. We learned how horrible it is because of the Jews who were the victims of this. It is treason against the Jewish people and Hashem (G-d) to believe in Jewish nationalism. The Zionists rewrote history.

When the Zionists started their movement they changed the definition of Judaism. Unfortunately both the Rabbi in Texas and Neo-Nazi Richard Spencer believe in the concept as Jews as a nation.

At the end of the day this is what we have: this new neo-Nazi movement wants to take over the United States and exclude Jews and other minorities. Never mind that the movement is disgusting, the idea that Jews are not white, but are a specific nationality is a racist idea and a Zionist idea. Neo-Nazis quote that in the 1700’s, the beginning of the United States, only free white people were allowed to immigrate. They fail to mention that Jews were included in the founding fathers definition of free white people.

thanks to: True Torah Jews

The Business of Anti-Semitism

Every good marketer will tell you that one of the first steps in selling a product is convincing a prospective buyer of their need for a product and/or service. If the consumer feels no lack in living without this particular object, then the entire impetus to buy is lost. Selling a country to people is no different. With a nation such as “Israel”, whose international reputation leaves much to be desired, they must create an impetus for people to take them seriously on the world stage. The answer – immigration. Though many libels have been directed at the Jewish People throughout their history, idiocy has not been one of them. If there is mass immigration to “Israel” by educated Jews from stable countries then, so the logic goes, there must be something to it. Now another problem rears its ugly head. How does one create an incentive on the other side? How do you persuade Diaspora Jews to move to such a…ummm…peaceful country?

Luckily for those in the Israeli immigration business, there is a solution. Media exposure. By adding their commentary to every minor incident that could possibly be interpreted as anti-Semitism, they create a feeling of uneasiness in Jews everywhere. A recent example is Israeli Knesset member Isaac Herzog’s (Zionist Union Party) statement last week where he expressed outrage, “… over the wave of anti-Semitic incidents and threats in the United States and said Israel should be preparing for the worst – a wave of Diaspora Jews fleeing to the Jewish state. I call on the government to urgently prepare and draw up a national emergency plan for the possibility of waves of immigration of our Jewish brothers to Israel.” Translation to Diaspora Jews: “you’re in grave danger, come over to us before it’s too late!” A decent impetus if there ever was one. Buy or die.

Isaac Herzog is only following tradition. The architect of the Zionist Dream/Nightmare, Theodor Herzl, wrote:

“It would be an excellent idea to call in respectable, accredited anti-Semites as liquidators of property. To the people they would vouch for the fact that we do not wish to bring about the impoverishment of the countries that we leave. At first they must not be given large fees for this; otherwise we shall spoil our instruments and make them despicable as ‘stooges of the Jews.’ Later their fees will increase, and in the end we shall have only Gentile officials in the countries from which we have emigrated. The anti-Semites will become our most dependable friends, the anti-Semitic countries our allies.” (The Complete Diaries of Theodor Herzl. Vol. 1, pg. 83-84)

“Israel’s” first prime minister, David Ben-Gurion, proudly preserved Herzl’s tradition. In an April, 1963, New York Times article he claimed that,

“Jews are in truth a separate element in the midst of the peoples among whom they live – an element that cannot be completely absorbed by any nation – and for this reason no nation can calmly tolerate it in its midst.” Delightful.

When those waiting for an excuse to release a bit of pent-up anti-Jewish feeling strike, then their point is authenticated and they take to the stage to trumpet their premonition of imminent disaster. The cycle becomes ever more vicious till many Jews feel no other alternative than to immigrate. As one French couple, Yohan and Yael Sahal, who moved several months ago to the West Bank settlement of Brukhin, said, “There are terror attacks and anti-Semitism in Paris as well, so it’s better to be in your own land, where at least you’ll have someone to protect you. If you have to be afraid, then at least you should be afraid somewhere that’s your home.” With “Israel” having a violent death rate over 9 times greater than France, the Sahal’s claim that there is “someone to protect you” falls a little flat. Not so strangely, the recent rise in French Jewish immigration to the Zionist State was followed by a sharp rise in anti-Semitic activity in France as a result of “Israel’s” Gaza offensive, Operation Protective Edge. As an aside, the worst year in terms of violent incidents against Jews around the globe in the last two decades was 2009, directly following Operation Cast Lead.

With the anti-Semitism stew bubbling away on the burner, what is the next step? Step in Nefesh B’Nefesh. No can deny that organizations such as Nefesh B’Nefesh are among a select group of marketers. When they recently held their annual “Israel” Mega Event in Manhattan, they drew a larger than ever crowd of more than 1,500, all interested in leaving the hazardous environment of America for the safe shores of “Israel”, where one can live in peace without constantly fearing for ones life (insert sarcasm). The NYC Mega Event isn’t the only one. Nefesh B’Nefesh plans to hold events this year in Toronto, Montreal and Los Angeles.

The constant media exposure which insinuates that the terms “Israel” and “Jew” are somehow synonyms only fortifies the position of both Zionists and Anti-Semites.

Our Sages knew for thousands of years that keeping a low profile is the best defense against bigotry. Over-exposure only gives license to those seeking an excuse to wreak havoc. Out of sight out of mind. True Torah Jews wishes to say this:

Just as our forefathers throughout the long years of our exile wished only to unassumingly serve G-d, so this is our wish. We don’t wish to be headlines on the worlds newspapers or top stories on the evening news. And we don’t wish to be associated in any way, shape or form with the State of “Israel” and their yes-men. This is the sentiment of the hundreds of thousands of Anti-Zionist Jews throughout the world. To “Israel” – leave us alone.

thanks to: True Torah Jews

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST
Article by Rabbi Gedalya Liebermann – Australia
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“Spiritually and Physically Responsible “

From its’ inception, many rabbis warned of the potential dangers of Zionism and openly declared that all Jews loyal to G-d should stay away from it like one would from fire. They made their opinions clear to their congregants and to the general public. Their message was that Zionism is a chauvinistic racist phenomenon which has absolutely naught to do with Judaism. They publicly expressed that Zionism would definitely be detrimental to the well being of Jews and Gentiles and that its effects on the Jewish religion would be nothing other than destructive. Further, it would taint the reputation of Jewry as a whole and would cause utter confusion in the Jewish and non-Jewish communities. Judaism is a religion. Judaism is not a race or a nationality. That was and still remains the consensus amongst the rabbis.

We were given the Holy Land by G-d in order to be able to study and practice the Torah without disturbance and to attain levels of holiness difficult to attain outside of the Holy Land. We abused the privilege and we were expelled. That is exactly what all Jews say in their prayers on every Jewish festival, “Umipnay chatoenu golinu mayartsaynu” – “Because of our sins we were expelled from our land”.

We have been forsworn by G-d “not to enter the Holy Land as a body before the predestined time”, “not to rebel against the nations”, to be loyal citizens, not to do anything against the will of any nation or its honour, not to seek vengeance, discord, restitution or compensation; “not to leave exile ahead of time.” On the contrary; we have to be humble and accept the yoke of exile.

(Talmud Tractate Ksubos p. 111a).

To violate the oaths is not only a sin, it is a heresy because it is against the fundamentals of our Belief. Only through complete repentance will the Almighty alone, without any human effort or intervention, redeem us from exile. This will be after G-d will send the prophet Elijah and Moshiach who will induce all Jews to complete repentance. At that time there will be universal peace.

THE UNHEEDED CRY

All of the leading Jewish religious authorities of that era predicted great hardship to befall humanity generally and the Jewish People particularly, as a result of Zionism. To be a Jew means that either one is born to a Jewish mother or converts to the religion with the condition that he or she make no reservations with regard to Jewish Law. Unfortunately there are many Jews who have no inkling whatsoever as to the duties of a Jew. Many of them are not to blame, for in many cases they lacked a Jewish education and upbringing. But there are those who deliberately distort the teachings of our tradition to suit their personal needs. It is self understood that not just anyone has the right or the ability to make a decision regarding the philosophy or law of a religion. Especially matters in which that person has no qualification. It follows then that those individuals who “decided” that Judaism is a nationality are to be ignored and even criticized. It is no secret that the founders of Zionism had never studied Jewish Law nor did they express interest in our holy tradition. They openly defied Rabbinical authority and self-appointed themselves as leaders of the Jewish “nation”. In Jewish history, actions like those have always spelled disaster. To be a Jew and show open defiance of authority or to introduce “amendment” or “innovation” without first consulting with those officially appointed as Jewish spiritual leaders is the ideal equation to equal catastrophe. One can not just decide to “modernize” ancient traditions or regulations. The spiritual leaders of contemporary Judaism better known as Orthodox rabbis have received ordination to judge and interpret matters pertaining to the Jewish faith. These rabbis have received their rights and responsibilities and form a link in the unbroken chain of the Jewish tradition dating all the way back to Moses who received the Torah from Almighty G-d Himself. It was these very rabbis who, at the time of the formation of the Zionist movement, foresaw the pernicious outcome that was without a doubt lined up. It was a man possessing outstanding Judaic genius, and a level of uncontested holiness who enunciated the Jewish stance regarding Zionism.

This charismatic individual, the Rebbe of Satmar, Grand Rabbi Joel Teitelbaum, did not mince any words. Straight to the point he called Zionism “the work of Satan”, “a sacrilege” and “a blasphemy”. He forbade any participation with anything even remotely associated with Zionism and said that Zionism was bound to call the wrath of G-d upon His people. He maintained this stance with unwavering bravery from the onset of Zionism whilst he was still in Hungary up until his death in New York where he lead a congregation numbering in the hundreds of thousands. Grand Rabbi Teitelbaum, scion to a legacy of holy mystics and Hassidic Masters unfortunately had his prediction fulfilled. We lost more than six million of our brothers, sisters, sons and daughters in a very horrible manner. This, more than six million holy people had to experience as punishment for the Zionist stupidity. The Holocaust, he wept, was a direct result of Zionism, a punishment from G-d.

IT IS COMMON KNOWLEDGE THAT ALL THE SAGES AND SAINTS IN EUROPE AT THE TIME OF HITLER’S RISE DECLARED THAT HE WAS A MESSENGER OF DIVINE WRATH, SENT TO CHASTEN THE JEWS BECAUSE OF THE BITTER APOSTASY OF ZIONISM AGAINST THE BELIEF IN THE EVENTUAL MESSIANIC REDEMPTION.

But it doesn’t end there. It wasn’t enough for the Zionist leaders to have aroused the wrath of G-d. They made a point of displaying abysmal contempt for their Jewish brothers and sisters by actively participating in their extermination. Just the idea alone of Zionism, which the rabbis had informed them would cause havoc, was not enough for them. They made an effort to pour fuel on an already burning flame. They had to incite the Angel of Death, Adolf Hitler. They took the liberty of telling the world that they represented World Jewry. Who appointed these individuals as leaders of the Jewish People?? It is no secret that these so-called “leaders” were ignoramuses when it came to Judaism. Atheists and racists too. These are the “statesmen” who organized the irresponsible boycott against Germany in 1933. This boycott hurt Germany like a fly attacking an elephant – but it brought calamity upon the Jews of Europe. At a time when America and England were at peace with the mad-dog Hitler, the Zionist “statesmen” forsook the only plausible method of political amenability; and with their boycott incensed the leader of Germany to a frenzy. Genocide began, but these people, if they can really be classified as members of the human race, sat back.

“No Shame”

President Roosevelt convened the Evian conference July 6-15 1938, to deal with the Jewish refugee problem. The Jewish Agency delegation headed by Golda Meir (Meirson) ignored a German offer to allow Jews to emigrate to other countries for $250 a head, and the Zionists made no effort to influence the United States and the 32 other countries attending the conference to allow immigration of German and Austrian Jews. [Source]

On Feb 1, 1940 Henry Montor executive vice-President of the United Jewish Appeal refused to intervene for a shipload of Jewish refugees stranded on the Danube river, stating that “Palestine cannot be flooded with… old people or with undesirables.” [Source]

Read “The Millions That Could Have Been Saved” by I.DombIt is an historical fact that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that: a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

The Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

The answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments: a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees. b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war. c) No ransom will be paid This response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

These treacherous Zionist leaders betrayed their own flesh and blood. Zionism was never an option for Jewish salvation. Quite the opposite, it was a formula for human beings to be used as pawns for the power trip of several desperadoes. A perfidy! A betrayal beyond description!

In 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved. The same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

The British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

On December 17, 1942 both houses of the British Parliament declared its readiness to find temporary refuge for endangered persons. The British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany. This motion received within two weeks a total of 277 Parliamentary signatures. On Jan. 27, when the next steps were being pursued by over 100 M.P.’s and Lords, a spokesman for the Zionists announced that the Jews would oppose the motion because Palestine was omitted. [Source]

On Feb. 16, 1943 Roumania offered 70,000 Jewish refugees of the Trans-Dniestria to leave at the cost of $50 each. This was publicized in the New York papers. Yitzhak Greenbaum, Chairman of the Rescue Committee of the Jewish Agency, addressing the Zionist Executive Council in Tel Aviv Feb. 18 1943 said, “when they asked me, “couldn’t you give money out of the United Jewish Appeal funds for the rescue of Jews in Europe, I said NO! and I say again, NO!…one should resist this wave which pushes the Zionist activities to secondary importance.” On Feb. 24, 1943 Stephen Wise, President of the American Jewish Congress and leader of the American Zionists issued a public refusal to this offer and declared no collection of funds would seem justified. In 1944, the Emergency Committee to Save the Jewish People called upon the American government to establish a War Refugee Board. Stephen Wise testifying before a special committee of Congress objected to this proposal. [Source]

During the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizman, the first “Jewish statesman” stated: “The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important”. Weizman’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation “One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

And then, after the bitterest episode in Jewish history, these Zionist “statesmen” lured the broken refugees in the DP camps to remain in hunger and deprivation, and to refuse relocation to any place but Palestine; only for the purpose of building their State.

In 1947 Congressman William Stration sponsored a bill to immediately grant entry to the United States of 400,000 displaced persons. The bill was not passed after it was publicly denounced by the Zionist leadership. [Source]

These facts are read with consternation and unbearable shame. How can it be explained that at a time during the last phase of the war, when the Nazis were willing to barter Jews for money, partly because of their desires to establish contact with the Western powers which, they believed, were under Jewish influence, how was it possible one asks that the self-proclaimed “Jewish leaders” did not move heaven and earth to save the last remnant of their brothers?

On Feb. 23, 1956 the Hon. J. W. Pickersgill, Minister for Immigration was asked in the Canadian House of Commons “would he open the doors of Canada to Jewish refugees”. He replied “the government has made no progress in that direction because the government of Israel….does not wish us to do so”. [Source]

In 1972, the Zionist leadership successfully opposed an effort in the United States Congress to allow 20,000-30,000 Russian refugees to enter the United States. Jewish relief organizations, Joint and HIAS, were being pressured to abandon these refugees in Vienna, Rome and other Europiean cities. [Source]
The pattern is clear!!! Humanitarian rescue efforts are subverted to narrow Zionist interests.

There were many more shocking crimes committed by these abject degenerates known as “Jewish statesmen”, we could list many more example, but for the time being let anyone produce a valid excuse for the above facts.

Zionist responsibility for the Holocaust is threefold.

1. The Holocaust was a punishment for disrespecting The Three Oaths (see Talmud, Tractate Kesubos p. 111a).

2. Zionist leaders openly withheld support, both financially and otherwise, to save their fellow brothers and sisters from a cruel death.

3. The leaders of the Zionist movement cooperated with Hitler and his cohorts on many occasions and in many ways.

Zionists Offer a Military Alliance with Hitler

It would be wishful thinking if it could be stated that the leaders of the Zionist movement sat back and ignored the plight of their dying brothers and sisters. Not only did they publicly refuse to assist in their rescue, but they actively participated with Hitler and the Nazi regime. Early in 1935, a passenger ship bound for Haifa in Palestine left the German port of Bremerhaven. Its stern bore the Hebrew letter for its name, “Tel Aviv”, while a swastika banner fluttered from the mast. And although the ship was Zionist owned, its captain was a National Socialist Party (Nazi) member. Many years later a traveler aboard the ship recalled this symbolic combination as a “metaphysical absurdity”. Absurd or not, this is but one vignette from a little-known chapter of history: The wide ranging collaboration between Zionism and Hitler’s Third Reich. In early January 1941 a small but important Zionist organization submitted a formal proposal to German diplomats in Beirut for a military-political alliance with wartime Germany. The offer was made by the radical underground “Fighters for the Freedom of Israel”, better known as the Lehi or Stern Gang. Its leader, Avraham Stern, had recently broken with the radical nationalist “National Military Organization” (Irgun Zvai Leumi – Etzel) over the group’s attitude toward Britain, which had effectively banned further Jewish settlement of Palestine. Stern regarded Britain as the main enemy of Zionism.

This remarkable proposal “for the solution of the Jewish question in Europe and the active participation on the NMO [Lehi] in the war on the side of Germany” is worth quoting at some length:

“The NMO which is very familiar with the goodwill of the German Reich government and its officials towards Zionist activities within Germany and the Zionist emigration program takes the view that: 1.Common interests can exist between a European New Order based on the German concept and the true national aspirations of the Jewish people as embodied by the NMO. 2.Cooperation is possible between the New Germany and a renewed, folkish-national Jewry. 3.The establishment of the Jewish state on a national and totalitarian basis, and bound by treaty, with the German Reich, would be in the interest of maintaining and strengthening the future German position of power in the Near East.

“On the basis of these considerations, and upon the condition that the German Reich government recognize the national aspirations of the Israel Freedom Movement mentioned above, the NMO in Palestine offers to actively take part in the war on the side of Germany.

“This offer by the NMO could include military, political and informational activity within Palestine and, after certain organizational measures, outside as well. Along with this the “Jewish” men of Europe would be militarily trained and organized in military units under the leadership and command of the NMO. They would take part in combat operations for the purpose of conquering Palestine, should such a front be formed.

“The indirect participation of the Israel Freedom Movement in the New Order of Europe, already in the preparatory stage, combined with a positive-radical solution of the European-Jewish problem on the basis of the national aspirations of the Jewish people mentioned above, would greatly strengthen the moral foundation of the New Order in the eyes of all humanity.

“The cooperation of the Israel Freedom Movement would also be consistent with a recent speech by the German Reich Chancellor, in which Hitler stressed that he would utilize any combination and coalition in order to isolate and defeat England”.

(Original document in German Auswertiges Amt Archiv, Bestand 47-59, E224152 and E234155-58. Complete original text published in: David Yisraeli, The Palestinian Problem in German Politics 1889-1945 (Israel: 1947) pp. 315-317).

On the basis of their similar ideologies about ethnicity and nationhood, National Socialists and Zionists worked together for what each group believed was in its own national interests.

This is just one example of the Zionist movements’ collaboration with Hitler for the purpose of possibly receiving jurisdiction over a minute piece of earth, Palestine.

And to top it all up, brainwashing!

How far this unbelievable Zionist conspiracy has captured the Jewish masses, and how impossible it is for any different thought to penetrate their minds, even to the point of mere evaluation, can be seen in the vehemence of the reaction to any reproach. With blinded eyes and closed ears, any voice raised in protest and accusation is immediately suppressed and deafened by the thousandfold cry: “Traitor,” “Enemy of the Jewish People.”

Source for paragraphs marked “[Source]”: The Wall Street Journal December 2, 1976

The data presented on this page was prepared by AJAZ.

thanks to: True Torah Jews

Jewish vigilantes jailed over Paris attack on Gaza fundraising event

Six members of Jewish Defence League participated in ‘lynching’ of two men and chanted ‘Death to Arabs’ during 2009 assaults

PARIS – Six Jewish vigilantes were jailed in Paris on Friday over a “savage gang attack” targeting attendees at a fundraising event for Gaza in 2009.

The defendants used iron bars, baseball bats and bike chains in the onslaught, in which they deliberately targeted anybody who looked like a Muslim.

Among their victims was a 22-year-old singer who suffered a “lynching” by the 20-strong mob who chanted “Death to Arabs” and “Long live Israel!”

All were leading members of the Jewish Defence League (JDL), a notorious vigilante group that is outlawed in both America and Israel because of its links with terrorism.

Despite this, the JDL is allowed to demonstrate openly in France, and its yellow and black clenched fist flags are regularly seen at events across the country. 

A court in the French capital heard how all six had beaten up Hatem Essabbak and Mustapha Belkhir outside a Paris theatre in April 2009.

The case is considered one of the most sensitive in recent legal history, because of the way it illustrates how the Israel-Palestine conflict has been exported to the streets of major French cities. 

No less than five examining judges were involved in the Paris enquiry, with four resigning one after the other because of the intense pressure. 

The six men found guilty of carrying out aggravated violent assaults were Jason Tibi, Rudy Lalou, Azar Cohen, Maxime Schaffier, Yoia Bensimou, and Yoni Sulman.

Other JDL gang members are said to have fled to Israel to avoid prosecution, while Tibi has admitted serving in the Israeli army while waiting for his case to come to court. At least two of those convicted today have since fled to Israel.

A damning verdict reads: “The facts of this case illustrate how the violence was aggravated by victims being targeted because of their race and religion.”

Dominique Cochain, Essabbak’s barrister, said: “Normally, this type of case is dealt with within three months. It has to be said that this is a very sensitive issue.”

Essabbak, a 22-year-old singer at the time, was with his girlfriend outside the Adyar Theatre, close to the Eiffel Tower, on Sunday 12 April, 2009.

Both were taking part in Our Talents for Gaza – a showbiz event raising money for the surviving families of more than 1,400 Palestinians, including 400 children, killed by Israeli forces during an offensive a few weeks before.

Essabbak was surrounded by the JDL men who used iron bars, bats, bike chains, crash helmets and fists in the “unprovoked lynching,” the court heard.

Essabbak said: “I was repeatedly hit in the face, around the head, and on both legs. I then fell to the ground, and was hit again around the head. They carried on until they saw I wasn’t moving. My life stopped on 12 April, 2009.” 

Mustapha Belkhir went to help Essabbak and was also badly beaten up. Both men ended up in hospital.

Witnesses heard the attackers shouting: “Have this, it’s for Gaza, you dirty Arab,” and “Us Jews are going to f*** you, you dirty race.”

Most of the JDL members had their faces covered, but their mobile phones were later traced to the scene of the attack.

Tibi – who was described in court as the leader of the group – at first denied any knowledge of the attacks, but admitted taking part when confronted with evidence.

Tibi and and Sulman received two-year sentences, while the others were handed sentences of between nine months and a year.

Beyond the theatre attack, 27-year-old Tibi has a previous prison conviction for smashing up a Palestinian book shop in Paris, and has been filmed fighting in Marseille. 

Cochain told the court: “The evidence is that Mr Tibi has not changed. Videos on Google show that in 2011 he disrupted a pro-Palestine meeting in the 14th arrondissement of Paris, accompanied by JDL members, and wanted to stop debate.

“They were shouting slogans like ‘F*** Palestine’. He was also in Marseille in June 2011 to protest against the Gaza flotilla taking supplies to the blockaded Palestinian territory. His face was covered in blood and he was saying ‘I’m here to protest’, ‘Israel will live, Israel will vanquish.’”

The JDL is regularly involved in attacks on pro-Palestine activists, politicians, journalists and other perceived enemies across France.

There have been numerous calls to ban the JDL in France, with Interior Minister Bernard Cazeneuve condemning their behaviour as “excessive”.

Sorgente: Jewish vigilantes jailed over Paris attack on Gaza fundraising event | Middle East Eye

Iran, gli ebrei al voto in Sinagoga: ‘Siamo iraniani’

Sono in 20mila, ‘stiamo bene qui e non ce ne andremo’

Nella sala della preghiera della sinagoga di Yusifad a Teheran, davanti al grande candelabro azzurro a sette braccia dipinto sulla parete di fondo, è stato allestito un seggio elettorale. Gli scrutatori sono musulmani, ma i votanti sono solo ed esclusivamente ebrei. La comunità ebraica iraniana, la più numerosa di tutto il Medio Oriente (ovviamente dopo Israele) con circa 20mila persone, ha diritto ad un proprio rappresentante nel nuovo Parlamento iraniano, o Majlis, così come gli armeni, i cattolici siriaci e gli zoroastriani, tutte minoranze ‘protette’ dalla costituzione islamica. A Teheran oggi si è votato anche nelle chiese e nei templi del fuoco.

 

Nella Sinagoga, il dovere elettorale è preso molto sul serio. Dati i numeri relativamente piccoli, stupisce il continuo via–vai di votanti, molti uomini con la kippah, donne velate, famiglie con bambini. All’ora di pranzo qualcuno porta grandi ceste di frutta e le appoggia sugli stessi tavoli dove si compilano le schede, prima di metterle nell’urna e di sigillare il voto timbrando l’indice della mano destra nell’inchiostro. I candidati in corsa sono due, Homayoun Samiha e Siamak Morsedes. “Noi ci sentiamo iraniani a tutti gli effetti. Stiamo bene qui. Non abbiamo problemi”, spiega all’ANSA Elyas Abbian, proprietario di una gioielleria nel grande bazar di Teheran.

 

Abbian dice di ricevere continue pressioni da Israele, specie dai suoi parenti, perché anche lui compia la sua alya, ovvero il ritorno alla Terra Promessa. “L’emigrazione non è però un obbligo”, sottolinea. Anche se non esistono rapporti diplomatici tra Israele e l’Iran – e anzi i due Paesi vengono spesso considerati nemici giurati – gli ebrei iraniani possono recarsi in preghiera a Gerusalemme. Nella sinagoga di Teheran, molti ammettono di essere stati in Israele, ma di essere poi tornati.

Chi doveva partire, ormai è partito. Ai tempi dello Scià vivevano in Iran circa 100mila ebrei. Poi la Rivoluzione del 1979 creò una situazione di paura. L’ayatollah Khomeini inquadrò gli ebrei come minoranza protetta ma i più non si fidarono. Gli ebrei hanno vissuto in Iran da 2500 anni, da quando giunsero in Persia liberati da Ciro il Grande, dopo la schiavitù di Babilonia. La storia della minoranza ebraica in Persia e poi in Iran è stata caratterizzata da alti e bassi, periodi di convivenza pacifica si sono alternati a periodi di persecuzioni e conversioni forzate. Dopo le tensioni vissute durante la presidenza di Ahmadinejad e il suo furore anti-sionista, per gli ebrei iraniani è cominciata una fase più positiva con Rohani. “Il sabato è rispettato come nostro giorno di festa, nelle nostre scuole si studia in ebraico, i nostri ragazzi possono fare il servizio militare vicino alle loro comunità, i nostri riti sono tutelati”, afferma Abbian. “Anzi, il 99,9% dei miei amici sono musulmani e non vi sono problemi di religione. Io partecipo alle loro feste e loro vengono al Tempio”. Abbian si ferma a parlare all’ingresso della Sinagoga, dove l’atmosfera sembra rilassata, tranquilla. Solo un soldato è di guardia, così come negli altri seggi. Gli ebrei iraniani sperano che il nuovo corso avviato da Rohani possa portare anche ad un dialogo con Israele? “Noi speriamo ovviamente di sì, però prima deve essere risolta la questione palestinese. Solo a questa condizione, Israele e Iran potranno diventare buoni amici”, risponde senza esitazione il negoziante del bazar.

Sorgente: Iran, gli ebrei al voto in Sinagoga: ‘Siamo iraniani’ – Mondo – ANSA.it

A Message to All Jews Everywhere

A Message to All Jews Everywhere
From All Jews Everywhere

Our organization, All Jews Everywhere, wishes to voice our appreciation to Benjamin Netanyahu, Prime Minister of All Jews Everywhere, Inc., for speaking on behalf of the Chosen People before the Israel Funding Association (sometimes referred to as the U.S. Congress).

While we applaud Mr. Netanyahu’s invitation to members of Congress to emigrate to Israel, we advise him to drop that “coming home” theme. Bibi, Israel needs our Congress here to keep that spigot open and the funding flowing.

Many have suggested that Israel should finally relent and apply officially for U.S. statehood. However, we reject that notion, since Israel would then only be represented by two senators, as opposed to 100.

We are thrilled that Congress will be hosting this noted peace warrior. Bibi Netanyahu routinely provokes more standing ovations than the President of the United States when he addresses Congress. Fortunately, thus far, few self-hating Jews have been so petty as to criticize Mr. Netanyahu for actions he’s taken in his role as colonial administrator.

We are appreciative of the fact that, like most great leaders, Bibi has been able to negotiate many settlements. Some of those settlements are secured by walls, barbed wire, machine guns, helicopters, drones and tanks, and some argue that Israel is engaged in the oppression and ethnic cleansing of people living in Gaza and the West Bank. We beg to differ! The bulldozing of the houses of the families of 12-year-old terrorists throwing rocks at our tanks is essential in Prime Minister Netanyahu’s “Broken Windows: Eternal War for Eternal Peace” program, which of course requires U.S. aid to finance and maintain. Thus, All Jews Everywhere believes it is reasonable that Mr. Netanyahu is preparing to spend three full days in meetings with the executive committee of Congress — known locally as AIPAC.

We fully endorse Bibi’s cogent point that the problems between the so-called “Palestine” and Israel (whose right to exist as a Jewish state is biblically inscribed — thank you G-d for choosing us!) are caused by Iran. It is a known fact that all the problems in the world are a direct result of that rogue nation’s undeclared nuclear ambitions, which pose a serious threat to Israel’s monopoly of undeclared nuclear weapons.

Although secret cables from 2012 have just surfaced in which Mossad — Israel’s CIA counterpart — judged Iran incapable of manufacturing and deploying nuclear weapons, if the U.S. and its allies do not bomb Iran soon, there could be a war gap. As Mr. Netanyahu stated this week while touring Israeli military bases, “I will go to Washington to address the American Congress, because the American Congress is likely to be the final brake before the agreement between the major powers and Iran.” If too much time passes without war, the momentum for war, along with funding, will erode, threatening our way of life. Alarmed at such a possibility, we in the AJE endorse 2016 Presidential hopeful Hillary Clinton’s request to continue U.S. taxpayers’ annual outlay of $3.2 billion in outright gifts to Israel, plus another $9 billion in loan guarantees and funding for projects that provide jobs there as snipers and tank-operators.

All Jews Everywhere prays for G-d’s assistance in preventing the same methods used to privilege Jews in Israel from being applied by other countries to privilege them against Jews. We reject the anti-Zionist idea that a single humanitarian standard should be applied to all. Otherwise, where are the perks in being the chosen people? We do however suggest that Bibi exchange his camouflage yarmulka for a more conservative one, to keep open his direct pipeline to Adoshem. We worry whether Bibi’s desert camo kippah makes him invisible to G-d. How can G-d protect him, then, and by extension Eretz Yisrael?

“Money for occupations” or “Money for war”? America is wealthy enough to continue funding Israel’s occupations as well as its wars, and make them our own. Yes we can!

Next Year in Tehran!
AJE Executive Board

ENDS

thanks to: © Scoop Media

“Domani non ci sarà scuola, abbiamo ucciso tutti i bambini”

Israele nel deserto. Di Antonio Vigilante.

Non sempre coloro che prevalgono sono i vincitori effettivi di una guerra. Il governo israeliano potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Pagherà un prezzo molto elevato: un imbarbarimento del suo popolo del quale i cori da stadio di manifestanti che esultano perché “domani non ci sarà scuola, abbiamo ucciso tutti i bambini” sono già un indizio tangibile. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà la crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto. 

Con ogni probabilità, il passo più terribile della Bibbia – una raccolta di testi in cui non mancano i passi terribili: violenti, atroci, osceni – è quello del libro dei Numeri (in ebraico Be-Midbar, “Nel deserto”) in cui Mosè comanda di sterminare donne e bambini. Consideriamo il contesto. Il popolo del Signore è accampato nel deserto, in una località chiamata Sittim. Qui gli ebrei si mettono a “trescare con le figlie di Moab”, partecipando ai loro sacrifici religiosi ed adorando i loro déi. Il Signore si arrabbia ed ordina a Mosè di far impiccare tutti i capi del popolo, per placare la sua ira. E’ singolare che i cristiani, che lamentano (ed a ragione) le persecuzioni cui in diverse parti del mondo sono sottoposti coloro che si convertono al cristianesimo, ritengano sacro un libro in cui si parla di impiccare chi pratica la libertà religiosa – perché di questo si tratta.

Ma procediamo. Un certo Fineas, sommo sacerdote, scopre che un ebreo ha portato nella sua tenda una moabita, e non ci pensa due volte: prende una lancia e li uccide. Il Signore è talmente contento per il suo gesto – l’assassinio di due innocenti – che fa cessare la sua ira su Israele. Non prima, però, di aver massacrato 24.000 persone (Numeri, 25, 1-9). L’edizione che sto citando, quella curata da Bernardo Boschi per le Edizioni Paoline, spiega in nota che questo Fineas “testimonia la radicale ed esemplare fedeltà della sua classe allo Jahvismo nello spirito della Tradizione Sacerdotale”. Un gran brav’uomo, insomma.

La storia non finisce qui. Gli ebrei hanno tradito Dio, e la carneficina non è sufficiente. Occorre la vendetta. Di cosa siano colpevoli i poveri moabiti non è ben chiaro: usando lo stesso criterio, oggi, i seguaci di qualsiasi religione si potrebbero ritenere in diritto di muover guerra e massacrare chiunque faccia proselitismo presso di loro, a cominciare dai cristiani. Mosè manda contro i madianiti un esercito di dodicimila uomini, che massacrano tutti i maschi, incendiano le città, depredano tutto. Ma i capi dell’esercito risparmiano i bambini e le donne. Per umanità, immagino. Mosè tuttavia si arrabbia: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Furono esse, per suggerimento di Balaam, a stornare dal Signore i figli d’Israele nel fatto di Peor e ad attirare il flagello sulla comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio fra i bambini e ogni donna che si sia unita con un uomo. Tutte le ragazze che non si sono unite con un uomo le lascerete vivere per voi” (Numeri, 31, 15-17).

Tralasciamo quest’ultima notazione, anch’essa terribile (è facile immaginare la fine delle ragazze vergini), e chiediamoci: di cosa sono davvero colpevoli le donne? Cosa hanno fatto, per essere uccise? Hanno seguito la loro religione, esattamente come gli ebrei seguono la loro. Il massacro di queste donne, a battaglia vinta, è un semplice crimine di guerra. Ma soprattutto la domanda è: cosa hanno fatto i bambini? Cosa? Perché massacrarli? Non esiste nessuna ragione. Se il massacro delle donne è un crimine di guerra, il massacro dei bambini è un crimine di guerra al quadrato.

Mi è tornato in mente questo passo guardando un video raccapricciante,disponibile su Internet, nel sito di OummaTv, la televisione dei musulmani francesi. Il video riprende una manifestazione di ebrei, felici per gli attacchi contro i palestinesi. Cantano cori da stadio. A un certo punto intonano: “Il n’y aura pas d’école demain, on a tué tous les enfants”. Non ci sarà scuola domani, abbiamo ucciso tutti i bambini. 

E’, questa, la cosa più spaventosa che ho visto e sentito da gran tempo.Sono sicuro che non sono molti gli ebrei felici per il massacro dei bambini palestinesi, e tuttavia il fatto che una simile barbarie sia possibile, sia pure presso pochi esaltati, dà da pensare. Chi ha letto la Bibbia, sa che c’è un filo rosso che unisce questi cori alla storia sacra di un popolo che ha dovuto strappare con la violenza ad altri popoli la terra promessa dal suo Dio.

Prima che mi si accusi di antisemitismo (una accusa sempre pronta contro chiunque metta in discussione le politiche sioniste), aggiungo che il massacro palestinese mi ha fatto venire in mente un altro testo che appartiene alla tradizione dell’ebraismo. Si tratta di un libretto di Chaim Nachman Bialik, lo scrittore ucraino considerato il poeta nazionale di Israele. Nel 1903 avviene un terribile pogrom a Kishinev, attuale capitale della Moldavia. In due giorni vengono uccisi quarantanove ebrei, mentre cinquecento sono i feriti. Di fronte ad una tale devastazione si resta senza parole. Ma Bialik è un poeta, un grande poeta. E le parole le trova. Nella città del massacro, il poemetto scritto per raccontare, per piangere, per denunciare il pogrom, è poesia pura, vibrante, che tocca le corde più intime e commuove profondamente. Comincia con queste parole, Bialik: “Un cuore di ferro e acciaio, freddo, duro e muto, / batte in te, vieni uomo! / entra nella città del massacro, devi vedere con i tuoi occhi, / toccare con le tue mani…” (trad. R. A. Cimmino). E nel resto del poemetto il lettore in effetti vede con i suoi occhi e tocca con le sue mani l’orrore.

I versi più intensi dell’opera sono quelli nei quali Bialik descrive la Shekinah, “nera, stanca, disperata”, che piange in silenzio. Quella di Shekinah è una delle concezioni più affascinanti della teologia e della mistica ebraica. Il termine deriva dal verbo shakan, abitare: indica dunque la presenza, la dimora di Dio sulla terra. Una manifestazione di Dio che ha i caratteri del mistero e della gloria, nella tradizione. Ma con Bialik avviene un cambiamento importante. La Shekinah, la gloriosa manifestazione di Dio, ora si limita a stare accanto alle vittime. Subisce la loro stessa sofferenza, accetta su di sé il dolore degli afflitti.

Il pensiero va anche a quella pagina memorabile de La Notte in cui Elie Wiesel racconta di un bambino impiccato ad Auschwitz. “Dov’è Dio?”, chiede qualcuno. E Wiesel scrive: “E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”.

C’è una straordinaria rivoluzione teologica in queste parole. Dio non è più nei cieli, non si manifesta più nella distanza e nella potenza, ma sta accanto a chi soffre. Chi soffre in questo caso è il popolo eletto, ma il passo verso un Dio che sta con chiunque soffra è breve. E’ una intuizione – questa di un Dio dei poveri, dei deboli, degli afflitti – che si affaccia in diverse tradizioni religiose: dal cristianesimo (e non a caso alcuni cabalisti troveranno affinità tra la Shekinah e il Cristo) allo hinduismo, con l’idea del Daridranarayana, “Dio nei poveri”, che si trova in Vivekananda in Gandhi. La considero la più alta concezione religiosa dopo quella del Dio-non Dio di Meister Eckhart.

Le parole di Bialik si potrebbero leggere, in questi giorni, come un canto che dice la tragedia delle migliaia di palestinesi massacrati dall’esercito israeliano. Un ebreo ha trovato le parole per dire l’indicibile, ed ora quelle parole non gli appartengono più, come non appartengono più al solo popolo ebraico. Rappresentano il contributo del popolo ebraico alla comune umanità: dire la tragedia, raccontare l’orrore, pensare un Dio che sta con la vittima. La concezione della Shekinah, liberata da ogni nazionalismo, può mettere gli ebrei in condizione di avvertire l’umanità offesa dalle bombe, di percepire il Divino negli occhi delle vittime. Di superare quella etnolatria, quella esaltazione violenta dell’identità nazionale che esige lo sterminio del nemico, che si esprime in quel passo del libro dei Numeri. 

In una guerra non sempre colui che ha vinto è il vincitore effettivo. Le conseguenze di una vittoria possono essere devastanti. Credo che sia questo il rischio attuale per Israele. Potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Ma il prezzo da pagare sarà un imbarbarimento di cui i cori di cui ho detto sono un indizio tangibile e preoccupante, insieme ad altri. A prevalere sarà il Dio degli Eserciti, violento e capriccioso, che esige lo sterminio di donne e bambini. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà quella crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto.

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 Fonte: Spectator Novus il blog di Antonio Vigilante . 18 Agosto.  Questo articolo è uscito come editoriale per Stato Quotidiano.

thanks to: Infopal.