Il mito dello sterminio ebraico

Il mito dello sterminio ebraicoIntroduzione storico-bibliografica alla storiagrafia revisionistaCarlo MattognoParte prima

I — “NESSUN DOCUMENTO E’ RIMASTO, NE’ FORSE E’ MAI ESISTITO”.

Ciò che più colpisce nello studio della vastissima letteratura consacrata allo “sterminio” degli ebrei, è l’enorme sproporzione che esiste tra un’accusa così grave e la fragilità delle prove addotte a sostegno di essa.

In effetti l’elaborazione e la realizazzione di un “piano di sterminio” così gigantesco avrebbe richiesto una organizzazione tecnica, economica e amministrativa assai complessa, come rileva Enzo Collotti:

“Ma è facile comprendere che una così immane tragedia non poteva essere materialmente opera soltanto di poche centinaia o anche dì poche migliaia di uomini, non poteva realizzarsi senza un’organizzazione capillare che attingesse aiuti e collaborazione nei settori più disparati della vita nazionale, praticamente in tutti i rami dell’amministrazione, senza cioè la connivenza di milioni di persone, che sapevano, che vedevano, che acconsentivano o che comunque, anche se non erano d’accordo, tacevano e il più delle volte lavoravano senza reagire a dare il loro contributo all’ingranaggio della persecuzione e dello sterminio” (1).

Gerald Reitlinger sottolinea che “nella Germania di Hitler abbiamo uno Stato poliziesco al massimo grado, che lasciò documenti a centinaia di tonnellate e testimoni preziosi a migliaia di unità”, sicché, in conclusione, “non
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vi è stato nulla, in verità, che questo. avversario non abbia affidato alla carta” (2).

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Alleati sequestrarono “tutti gli archivi segreti del governo tedesco, compresi i documenti del Ministero degli Esteri, dell’Esercito e della Marina, del Partito nazionalsocialista e della polizia segreta di Stato, di Heinrich Himmler” (3).

Tali “archivi furono vagliati dalle Potenze vincitrici in vista del processo di Norimberga:

“Centinaia di migliaia di documenti tedeschi sequestrati furono raccolti in gran fretta a Norimberga per essere usati come prove nel processo contro i principali criminali di guerra nazisti” (4).

Gli Americani da soli esaminarono 1.100 tonnellate di documenti (5), tra i quali ne selezionarono 2.500 (6).

Ci si aspetterebbe dunque di essere sommersi da una marea di documenti comprovanti la realtà dello “sterminio” ebraico, ma le cose stanno assai diversamente, come ammette Léon Poliakov:

“Gli archivi del Terzo Reich e le deposizioni e i racconti dei capi nazisti, ci permettono di ricostruire nei particolari la nascita e lo sviluppo dei piani di aggressione, delle campagne militari e di tutta la gamma di procedimenti con i quali i nazisti intendevano rifare a guisa loro il mondo.

Soltanto il piano di sterminio degli Ebrei, per quanto concerne la sua concezione, come per molti altri aspetti essenziali, rimane avvolto nella nebbia.
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Deduzioni e considerazionì psicologiche, racconti di terza o di quarta mano, ci permettono però di ricostruirne lo sviluppo con notevole approssimazione.

Molti particolari, tuttavia, resteranno per sempre sconosciuti. Per quanto riguarda la concezione propriamente detta del piano di sterminio totale, i tre o quattro principali responsabili non sono più in vita.

Nessun documento è rimasto, né forse è mai esistito. Di tanta segretezza i capi del Terzo Reich, millantatori e cinici come in altre circostanze (7), circondarono il, loro cnmine maggiore” (8).

Dal tempo della prima stesura dell’opera di Léon Poliakov (9) la situazione non è mutata:

“Malgrado la grande messe di documenti nazisti catturati dagli Alleati alla fine della guerra, ci mancano proprio i documenti che riguardano il processo di formazione dell’idea della “soluzione finale della questione ebraica” al punto che, fino ad ora, è difficile dire come quando e chi esattamente dette l’ordine di sterminare gli ebrei” (10).

Il “piano di sterminio totale” resta avvolto nel mistero anche dal punto di vista tecnico, economico e amministrativo:

“Il genio tecnico dei Tedeschi permise loro di organizzare nel giro di pochi mesi una industria della morte razionale ed efficace. Come ogni altra industria, anch’essa comportava studi di ricerca e di perfezionamento, servizi amministrativi, ed anche una contabilità e degli archivi.
[6]
Diversi aspetti di queste attività ci restano ignoti, avvolti in un segreto senza confronto più, impenetrabile di quello di altre industrie di guerra tedesche.

I tecnici dei razzi e dei siluri tedeschi, i pianificatori dell’economia del Reich, sono sopravvissuti e hanno consegnato ai vincitori i loro piani e i loro procedimenti; i tecnici della morte sono scomparsi quasi tutti dopo aver distrutto i loro archivi.

Campi di sterminio erano sorti, con istallazioni dapprima rudimentali, poi via via più perfezionate: chi curò questa perfetta efficienza? Essa rivela una profonda e sicura conoscenza della psicologia della folle, utilizzata al fine di rendere perfettamente docili gli uomini votati alla morte; chi ne furono i promotori?

Tutte domande a cui non possiamo dare per il momento (11) che risposte frammentarie e talora ipotetiche” (12).
“Notizie frammentarie ci permettono di intravvedere la parte avuta dai tecnici dell’eutanasía nello sterminio degli Ebrei della Polonia. Ma molti punti restano ancora oscuri; in linea generale, della storia dei campi polacchi si ha una conoscenza molto imperfetta” (13).

Ma un “piano di sterminio” sistematico presuppone evidentemente un ordine specifico che, per forza di cose, non può non essere imputato al Führer. Inutile dire che questo fantomatico “Führerbefehl” (ordine del Führer) è immerso nella più impenetrabile oscurità:
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“Fino ad oggi non è stato trovato un ordine scritto dì Hitler di uccidere l’ebraismo europeo e con tutta probabilità non è mai esistito” (14).

“Non esiste cioè qualcosa come un ordine scritto, firmato da lui, per lo sterminio degli ebrei in Europa” (15).

“Il momento ) in cui Hitler ha dato l’ordine — senza dubbio mai redatto per iscritto — di sterminare gli ebrei, non si può datare esattamente” (6.)

“Non sappiamo il momento preciso in cui l’idea dello sterminio fisico degli ebrei sì concretizzò nel cervello di Hitler” (17).

L’assoluta mancanza di prove consente alla fantasia degli storici di regime di sbizzarrini a piacimento.

Dopo aver insinuato che “fu senza dubbio Adolf Hitler a firmare la sentenza di morte degli Ebrei d’Europa” (18) Léon Poliakov prosegue:

“Tutto quel che possiamo affermare con certezza è che la decisione del genocidio venne presa da Hitler in un momento situabile tra la conclusione della campagna dell’Ovest, nel giugno 1940, e l’aggressione contro la Russia dell’anno successivo. Contrariamente alla relazione del dottor Kersten, ci pare più verosimile situarla qualche mese più tardi, cioè al principio del 1941.

Entriamo qui nel gioco delle induzioni psicologiche, quelle cui siamo obbligati di fare appello per trovare risposta alla seconda e lancinante domanda: quali fattori pesarono sulla risoluzione hitleriana?” (19).

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Dunque Poliakov afferma “con certezza” che la decisione dello “sterminio” fu presa nell’arco di tempo di un anno (giugno 1940 — giugno 1941)! Che qui egli metta largamente in opera “il gioco delle induzioni psicologiche”, è dimostrato dal fatto che, in un’altra opera, egli anticipa tranquillamente di un anno e mezzo la data della fatidica “decisione” del Führer:

“Il programma del partito nazionalsocialista esigeva l’eliminazione degli ebrei dalla comunità tedesca; tra il 1933 e il 1939 essi furono metodicamente maltrattati, spogliati, costretti ad emigrare; la decisione di ucciderli fino all’ulti.mo risale anchessa all’inizio della guerra” (20).

Al riguardo, Arthur Eisenbach dichiara:

“Oggi è un fatto accertato che i piani dello “sterminio in massa della popolazione ebraica d’Europa erano stati preparati dal governo nazista prima-dello scoppio della seconda, guerra mondiale e furono poi attuati graduaImente secondo la situazione politica e militare europea” (21).

Secondo Helmut Krausnick, Hitler impartì l’ordine segreto di sterminare gli ebrei “al più tardi nel marzo del 1941” (22).

La motivazione 79 della sentenza del processo Eichmann di Gerusalemme asserisce invece che l’ordine di sterminio “fu dato da Hitler stesso poco prima del’invasione della Russia” (23), mentre la sentenza del processo di Norimberga sancisce:

“Il piano di sterminio degli ebrei fu elaborato subito dopo l’aggressione all’Unione Sovietica” (24).

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Pertanto, tutto ciò che gli storici di regime possono affermare “con certezza”, per riprendere l’espressione di Poliakov, è che la pretesa “decisione” del Führer fu presa — e il preteso “ordine di sterminio” fu impartito — nell’arco di tempo di quasi due anni!

Altrettanto fantomatico è il preteso ordine di Himmler che avrebbe posto fine allo “sterminio” ebraico.

Kurt Becher, ex SS-Standartenführer, asserì che Himmler decretò tale ordine “tra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1944” (25), il che è in contraddizione con la testimonianza di Reszö Kastner, secondo il quale Kurt Becher gli aveva riferito che Himmler il 25 (26) o il 26 novembre (27) aveva ordinato di far distruggere i crematori e le “camere a gas” di Auschwitz e di sospendere lo “sterminio” ebraico.

Stranamente questo fantomatico ordine, che anche il “Kalendarium” di Auschwitz fa risalire al 26 novembre (28), giunse ai crematori di Auschwitz nove giorni prima che l’ordine stesso fosse impartito, cioè il 17 novembre! (29)

Secondo un’altra testimonianza riportata in Het doedenboek van Auschwitz, l’ordine in questione sarebbe giunto da Berlino ancora prima, il 2 novembre 1944 (30).

Dieter Wisliceny, ex SS-Hauptsturmführer, dichiarò a Norimberga che il contro-ordine di Himmler fu emanato nell’ottobre del 1944 (31).

In conclusione, non esiste alcun documento comprovante la realtà del “piano di sterminio” ebraico, sicché “è difficile dire come quando e chi esattamente dette l’ordine di sterminare gli ebrei”.
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II — LA POLITICA NAZIONALSOCIALISTA DI EMIGRAZIONE EBRAICA.

Il preteso “piano di sterminio” ebraico, oltre a non essere corroborato da alcun documento, è decisamente smentito dalla politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica, che in questa sede possiamo delineare soltanto nelle sue linee essenziali.

Nella lettera all’amico Gemlich del 16 settembre 1919, considerata “il primo documento scritto della carriera politica di HitIer” (1), egli riguardo alla questione ebraica dichiara:

“L’antisemitismo della ragione però deve condurre alla lotta e all’eliminazione legale dei privilegi dell’ebreo, che egli solo possiede a differenza degli altri stranieri che vivono tra di noi (legislazione relativa agli stranieri). Ma il suo scopo finale (letztes Ziel) dev’essere irremovibilmente soprattutto l’allontanamento degli ebrei (die Entfernung der Juden)” (2).

Il 13 agosto 1920 Hitler pronunciò a Monaco il discorso “Perché siamo antisemiti?” (Warum sind wir Antisemiten?) in cui ribadì che la conoscenza scientifica dell’antisemitismo doveva tradursi in azione per condurre all'”allontanantento degli ebrei dal nostro popolo” (Entfernung der Juden aus unserem Volke) (3).
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Tale soluzione della questione ebraica divenne il principio ispiratore del programma politico nazionalsocialista e della sua dottrina razziale. Infatti, come rileva Poliakov, “né dai dogmi, dei nazionalsocialisti né dai loro testi principali, conseguiva direttamente che vi dovesse essere una strage. “Mein Kampf’, che quasi a ogni pagina reca la parola “Ebrei”, tace sulla sorte loro riservata nello Stato nazionalsocialista”. Il programma ufficiale del Partito (4) dichiarava che “un Ebreo non può essere compatriota”, né, conseguentemente, cittadino, mentre i commenti al programma esigevano più esplicitamente “l’espulsione degli Ebrei e degli stranieri indesiderabili ” (5).

L’allontanamento degli ebrei dal Reich fu il cardine della politica ebraica di Hitler fin dalla sua ascesa al potere. Il 28 agosto 1933 il Ministero dell’Economia del Reich stipulò coll’Agenzia ebraica per la Palestina il cosiddetto Haavara-Abkommen, un accordo (Abkommen) economico per favorire il trasferimento (Haavara) (6) degli ebrei tedeschi in Palestina (7).

Una nota del Ministero degli Esteri del 19 marzo 1938 auspicava la liquidazione dell’accordo perché, come si legge al punto 3, la Germania non era interessata a promuovere l’emigrazione degli ebrei ricchi coi loro capitali, ma esisteva piuttosto un interesse tedesco “ad una emigrazione in massa degli ebrei” (an einer jüdischen Massenauswanderung) (8).

Le leggi di Norimberga del 15 settembre 1935 (9) riaffermarono dal punto di vista legislativo gli articoli 4 e 5

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del programma del Partito elaborato a Monaco il 24 febbraio 1920. Lo scopo della legge sulla cittadinanza del Reich e di quella per la difesa del sangue e dell’onore germanico era di separare ed isolare dall’organismo tedesco il corpo estraneo ebraico in vista della sua prossima espulsione, come sottolinea Reitlinger:

“Nel 1938, poco prima dell”agreement” di Monaco, quando il Quinto Decreto Integrativo aveva appunto finito di estromettere gli ebrei dall’ultima professione liberale, Wilhelm Stuckart, l’uomo che delle Leggi di Norimberga era stato non soltanto l’estensore, ma in gran parte il promotore, scriveva che ormai l’obiettivo della legislazione razziale era raggiunto. Molte delle decisioni realizzate attraverso le Leggi di Norimberga “vanno svuotandosi di importanza a mano a mano che ci si avvicina alla Soluzione finale del problema ebraico”. La frase, come appare ovvio, non era ancora un mascheramento del concetto di sterminio della razza, anzi alludeva chiaramente al fatto che le leggi non miravano a perpetuare il problema ebraico, bensì ad eliminarne i motivi. Gli ebrei dovevano lasciare il Reich per davvero e per sempre” (10).

In effetti alla fine del 1936 fu costituito un “Servizio per le questioni ebraiche” presso il Servizio di Sicurezza delle SS. “Scopo essenziale del nuovo servizio era l’esame di ogni problema preparatorio connesso a un’emigrazione in massa degli Ebrei” (11).

Nell’aprile 1938 fu istituita a Vienna la “Zentralstelle für jüdische Auswanderung” (Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica) la cui direzione fu affidata da Heydrich ad Adolf Eichmann (12).

Qualche giorno dopo la cosiddetta “notte dei cristalli”, il 12 novembre 1938, Göring riunì il Consiglio dei ministri
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per far fronte alla difficile situazione che si era creata. Dal verbale stenografico della riunione risulta inequivocabilmente l’atteggiamento dei capi nazionalsocialisti nei confronti degli ebrei tedeschi. Heydrich dichiarò che la estromissione degli ebrei dalla vita economica tedesca non aveva risolto “il problema fondamentale dello scopo finale” (das Grundproblem letzten Endes): l’allontanamento degli ebrei dalla Germania. A Vienna, per ordine del Reichskommissar, era stata istituita una centrale di emigrazione ebraica (Judenauswanderungszentrale) grazie alla quale almeno 50.000 ebrei avevano lasciato l’Austria, mentre nello stesso lasso di tempo solo 19.000 ebrei avevano abbandonato il Vecchio Reich. Egli propose perciò di istituire anche nel Reich una centrale simile a quella di Vienna e di organizzare un’operazione migratoria da attuare nell’arco di 8-10 anni. Il ministro delle finanze von Krosigk approvò la proposta di Heydrich: bisognava fare ogni tentativo per evacuare gli ebrei all’estero. Il ministro dell’interno Frick ribadì che l’obiettivo doveva essere quello di far emigrare il maggior numero possibile di ebrei (13).

Per superare le difficoltà economiche che comportava l’emigrazione. ebraica, nel dicembre 1938 Hítler approvò il piano Schacht.

“Là proposta discussa da Schacht a Londra nel mese di dicembre con Lord Bearsted, Lord Winterton e il signor Rublee fu, grosso modo, la seguente: il Governo tedesco avrebbe congelato i beni degli ebrei, facendo di essi il fondo di garanzia per un prestito internazionale, redimibile in 20-25 anni. Supponendo che i beni degli ebrei valessero un miliardo e mezzo di marchi, vi sarebbe stato un quantitativo di valuta estena sufficiente per finanziare l’ordinata emigrazione degli ebrei del Grande Reich nel corso di 3-5 anni. Dopodiché Schacht rientrò in Germania
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e il 2 gennaio 1939, a Berchtesgaden, ebbe un lungo colloquio con Hitler sull’accoglienza che le sue proposte avevano ricevuto a Londra. Hitler sembrò esserne impressionato, perché tre giorni dopo nominò Schacht delegato speciale per l’incremento dell’emigrazione degli ebrei” (14).

Reitlinger attribuisce il fallimento del piano Schacht alla reazione suscitata in Hitler dal rifiuto da parte di Schacht di accrescere la circolazione cartacea, in conseguenza del quale, il 20 gennaio 1939, Schacht fu dimesso dalla presidenza della Reichsbank. Tuttavia, in una intervista concessa a Rolf Vogel nel gennaio 1970, Schacht dichiarò che il fallimento del piano fu dovuto all’opposizione di Chaim Weizmann (15).

La politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica procedeva però alacremente.

Il 24 gennaio 1939 Göring promulgò un decreto che sanciva l’istituzione di una “Reichszentrale für jüdische Auswanderung” (Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica). Göring riassumeva anzitutto lapidariamente il principio ispiratore della politica nazionalsocialista:

“L’emigrazione degli ebrei dalla Germania deve essere promossa con ogni mezzo” (Die Auswanderung der Juden aus Deutschland ist mit allen Mitteln zu fördern).

Proprio in vista di ciò egli istituiva la suddetta “Reichszentrale für jüdishe Auswanderung”, che aveva il compito di “adottare tutti i provvedimenti per la preparazione di una emigrazione intensificata degli ebrei”, di provvedere all’emigrazione preferenziale degli ebrei poveri e infine di facilitare le pratiche burocratiche dì emigrazione per i singoli individui. La direzione della “Centrale del Reich
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per l’emigrazione ebraica” veniva affidata da Göring al capo della Polizia di Sicurezza Heydrich” (16).

Una relazione del Ministero degli Esteri del 25 genriaio 1939, intitolata Die Judenfrage als Faktor der Aussenpolitik im Jahre 1938 (La questione ebraica come fattore della politica estera nell’anno 1938) ribadiva inequivocabilmente il principio ispiratore della politica nazionalsocialista nei confronti degli ebrei:

“Lo scopo finale della politica ebraica tedesca è l’emigrazione di tutti gli ebrei che vivono nel territoriq del Reich” (Das letzte Ziel der deutschen Judenpolitik ist die Auswanderung aller im Reichsgebiet lebenden Juden) (17).

Tale relazione propugnava “una soluzione radicale della questione ebraica mediante emigrazione — come già da anni qui viene perseguita” (eine radikale Lösung der Judenfrage durch die Auswanderung — wie sie hier schon seit Jahren verfoIgt wird), secondo il commento dell’SS-Obersturmbannführer Ehrlinger dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (18).

Dopo la creazione del Protettorato di Boemia e Moravia, Eichmann ricevette da Heydrich l’ordine di istituire a Praga un “Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica” (Zentralstelle für jüdishe Auswanderung) (19). Nel documento relativo, firmato dal Reichsprotektor von Neurath il 15 luglio 1939, si legge:

“In conformità alla regolamentazione del Reich, per evitare disagi e ritardi, è necessario concentrare la trattazione di tutte le questioni relative all’emigrazione ebraica.

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Per l’incremento e la regolamentazione accelerata dell’emigrazione degli ebrei da Boemia e Moravia viene perciò istituito 1’Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica di Praga” (20).

Pur tra crescenti difficoltà, la politica nazionalsocíalista di emigrazione ebraica fu perseguita anche durante la guerra.

La difficoltà maggiore fu indubbiamente il malcelato antisemitismo dei paesi democratici, i quali, se da un lato alzavano alte grida contro la persecuzione ebraica da parte nazionalsocialista, dall’altro si rifiutavano di accogliere gli ebrei perseguitati, come risultò chiaramente nel corso della conferenza di Evian, che si svolse dal 6 al 15 luglio 1938.

Questa conferenza fu organizzata per iniziativa del presidente Roosevelt al fine di facilitare l’emigrazione delle vittime delle persecuzioni nazionalsocialiste, in primo luogo, degli ebrei. Ma le buone intenzioni del ‘Presidente americano apparvero dubbie fin dall’inizio:

“Alla sua conferenza stampa di Warm Springs, il presidente Roosevelt limitò già le possibilità di Evian dicendo che come sua conseguenza non erano previste revisioni né aumenti delle quote di immigrazione negli Stati Uniti. Nel suo invito a questa Conferenza rivolto ai 33 paesi, Roosevelt sottolineava che non ci si attendeva da nessun paese che acconsentisse a ricevere un numero di immigrati superiore alle norme della sua legislazione in vigore”.

Con tali premesse, la conferenza di Evian era destinata al fallimento già in partenza. Infatti il suo risultato fu che “il mondo libero abbandonava gli ebrei di Germania e d’Austria alla loro sorte spietata” (21).

“Traendo le conseguenze dalla conferenza — scrive Rita Thalmann — il Danziger Vorposten constatava
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che “ci si impietosisce per gli ebrei quando si tratta di alimentare una agitazione ostile contro la Germania, ma nessuno Stato è disposto a lottare contro la tara culturale dell’Europa centrale accettando qualche migliaio di ebrei. La conferenza — concludeva il giornale — è dunque una giustificazione della politica tedesca contro gli ebrei”.

I dirigenti tedeschi ebbero in ogni caso la dimostrazione che i trentadue Stati che avevano partecipato alla conferenza di Evian (l’URSS e la Cecoslovacchia non erano rappresentate, l’Italia aveva declinato l’invito, Ungheria, Romania e Polonia avevano inviato osservatori al solo scopo di chiedere che li si liberasse dei loro ebrei) non avevano l’intenzione di occuparsi seriamente della sorte dei perseguitati, né di accoglierli” (22).

Ancora nel marzo 1943 Goebbels poteva rilevare sarcasticamente:

“Quale sarà la soluzione del problema ebraico? Si creerà un giorno uno stato ebraico in qualche parte del mondo? Lo si saprà a suo tempo. Ma è interessante notare che i paesi la cui opinione pubblica si agita in favore degli Ebrei, rifiutano costantemente di accoglierli. Dicono che sono i pionieri della civiltà, che sono i geni della filosofia e della creazione artistica, ma quando si chiede loro di accettare questi geni, chiudono loro le frontiere -e dicono che non sanno che farsene. E’ un caso unico nella storia questo rifiuto di accogliere in casa propria dei geni” (23).

La rapida sconfitta della Polonia suggerì ai dirigenti nazionalsocialisti una soluzione provvisoria della questione ebraica.

Il 21 settembre 1939 Heydrich inviò una lettera espresso (Schnellbrief) a tutti i capi dei gruppi d’azione della Polizia di Sicurezza. In tale lettera, che aveva come ogget-
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to “La questione ebraica nel territorio occupato” (Judenfrage im besetzten Gebiet), egli esponeva le disposizioni che erano state concertate in una riunione tenutasi lo stesso giorna a Berlino e che si riassumevano in due punti: la mera finale (Endziel) e le fasi del raggiungimento di essa. In vìsta di questa meta finale, gli ebrei dovevano essere concentrati dalle campagne nelle città (24).

Poliakov commenta: “Si parla di una <meta finale>”. Quale poteva essere? Certo, non ancora l’eliminazione: siamo soltanto nel 1939. Un passo del documento ce ne dà la chiave: nella zona “situata a est di Cracovia” gli Ebrei non verranno disturbati; se nelle altre regioni vengono raggruppati in prossimità delle stazioni ferroviarie è senza dubbio perché si ha l’intenzione di evacuarli in un secondo tempo con maggiore facilità. E la destinazione molto probabilmente sarà proprio quella zona “situata a est di Cracovia” (25).

Si delineò così “il progetto di risolvere il problerna ebraico concentrando nella regione di Lublino, presso la frontiera con l’URSS, tutti gli Ebrei che si trovavano sotto la dominazione nazista. Al piano di istituire una “riserva ebraica” fu data una certa pubblicità nella stampa tedesca del tempo. Fu prescelto un territorio delimitato, a quanto pare (le notizie sono parziali e contraddittorie), dalla Vistola, dal San e dalla frontiera dell’URSS, nel quale gli Ebrei dovevano essere adibiti a lavori di colonizzazione sotto la sorveglianza delle SS” (26).

Ma per varie circostanze sfavorevoli, questo progetto non fu mai realizzato in pieno.

Nel contempo il Governo del Reich continuava la tradizionale politica di emigrazione. Infatti, come rileva Poliakov, “paraLlelamente a queste deportazioni verso oriente, il Centro per l’emigrazione ebraica tentava di dirigere
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gi Ebrei tedeschi verso altre destinazioni. L’emigrazione legale era divenuta quasi impossibile: tuttavia, soprattutto dall’Austria, un esile filo di emigranti continuava a defluire, i quali, attraverso l’Italia, si dirigevano verso i paesi d’oltremare. Qualche convoglio clandestino, formato coll’aiuto di Eichmann, tentò di discendere il Danubio su barche, mirando alla Palestina: ma il governo britannico rifiutò di lasciar entrare nel Focolare nazionale ebraico questi viaggiatori sprovvisti di visto.

Più oltre ci imbatteremo di nuovo in questo amaro paradosso: la Gestapo che spinge gli Ebrei verso il luogo della salvezza, mentre il governo democratico di Sua Maestà briannica ne preclude l’accesso alle futur’e vittime dei forni crematori” (27).

La sconfitta della Francia fornì l’occasione per una attuazione in grande stile della politica di emigrazione ebraica:

“Quando, con il crollo della Francia, agli occhi dei nazisti si aprirono prospettive smisurate, ritornò sul tappeto, in tutta attualità, un piano da alcuni di essi a lungo vagheggiato. E pensarono di avere finalmente tra le mani la chiave della “soluzione finale del problema ebraico”. Si è visto che nel corso della sorprendente seduta del 12 novembre 1938 Goering aveva fatto menzione della “questione del Madagascar”.

Un testimone assicura che Himmler pensava a questa soluzione sin dal 1934. L’idea di sistemare tutti gli Ebrei in una grande isola — e per di più in un’isola appartenente alla Francia — non poteva non soddisfare l’amore dei nazisti per il simbolismo. Comunque, subito dopo l’armistizio di Rethondes, l’idea viene lanciata dal Ministero degli Esteri, ripresa con entusiasmo dal RSHA, gradita da Himmler e, a quanto pare, dallo stesso Führer” (28).
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Nel corso della seduta del 12 novembre 1938 Göring aveva in effetti informato gli astanti che il Führer, secondo quanto gli aveva riferito personalmente tre giorni prima, si accingeva a compiere una mossa di politica estera presso le potenze che avevano sollevato la questione ebraica per giungere ad una soluzione della questione del Madagascar. “Egli dirà agli altri stati: “Perché parlate sempre degli ebrei? — Prendetevelli!” (29).

Anche Himmler era favorevole ad una emigrazione ebraica in massa, come risulta dalla nota “Einige Gedanken über die Behandlung der Fremdvölkischen im Osten” (Alcuni pensieri sul trattamento degli appartenenti a razze straniere in Oriente) del maggio 1940, nella quale scrisse:

“Io spero di veder scomparire completamente la parola ebrei mediante la possibilità di una grande emigrazione di tutti gli ebrei in Africa oppure in una colonia” (30).

Nella stessa nota egli respingeva “il metodo bolscevico dello sterminio fisico di un popolo per intima convinzione come non germanico e impossibile” (die bolschewistische Methode der physischen Ausrottung: eines Volkes aus innerer Überzeugung als ungermanisch und unmöglich) (31).

Il 24 giugno 1940 Heydrich comunicò al ministro degli Esteri Ribbentrop che oltre 200.000 ebrei erano emigrati dal territorio del Reich, ma il “problema generale”, costituito dai tre milioni e duecentocinquantamila ebrei che si erano venuti a trovare sotto il dominio tedesco, non poteva più essere risolto coll’emigrazione, per cui si. profilava la necessità di “una soluzione finale territoriale” (eine territoriale Endlösung) (32).
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In conseguenza di tale lettera, il Ministero degli Esteri elaborò il “progetto Madagascar”.

Il 3 luglio 1940 Franz Rademacher, capo della sezione “ebraica” del Ministero degli Esteri, redasse un rapporto che fu approvato da Ribbentrop e trasmesso all’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich che “elaborò un piano particolareggiato per l’evacuazione degli Ebrei al Madagascar e il loro insediamento sul posto, piano che fu approvato dal Reichsführer delle SS” (33).

Il 12 luglio, di ritorno da Berlino dove era stato,ricevuto da Hitler, il governatore della Polonia Hans Frank pronunciò un discorso in cui dichiarò:

“Dal punto di vista della politica generale, vorrei aggiungere che si è deciso di trasportare il più presto possibile dopo la conclusione della pace tutta la genia ebraica del Reich tedesco, del Governatorato generale e del Protettorato in una colonia africana o americana. Si pensa al Madagascar, che a tal fine deve essere ceduto dalla Francia” (34).

Il 25 luglio Frank ribadì che il Führer aveva stabilito che gli ebrei sarebbero stati evacuati completamente non appena i trasporti d’oltremare lo avessero consentito (35).

L’ex ambasciatore tedesco a Parigi Otto Abetz dichiarò invece che la destinazione dell’emigrazione ebraica doveva essere costituita dagli Stati Uniti:

“Ho parlato col Fíihrer della questione ebraica solo una volta, e precisamente il 3 agosto 1940. Egli mi disse che voleva risolvere la questione ebraica per l’Europa in modo generale, e precisamente mediante una clausola del trattato di pace, ponendo ai paesi vinti la condizione che essi trasferissero i loro cittadini ebrei fuori dell’Europa.
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Egli voleva agire nello stesso modo sugli stati a lui alleati. In tale contesto egli menzionò gli Stati Uniti d’America come un paese che da molto tempo non era sovrappopolato come l’Europa e perciò era in grado di accogliere ancora parecchi milioni di Ebrei” (36).

Nell’ottobre 1940 Alfred Rosenberg scrisse un articolo intitolato “Juden auf Madagascar” (Gli ebrei nel Madagascar) in cui auspicava la creazione di una riserva ebraica nell’isola.

Secondo una comunicazione di Bormann a Rosenberg in data 3 novembre 1940, Hitler per il momento si opponeva alla pubblicazione dell’articolo in questione, pur non escludendo che potesse essere pubblicato nel giro di qualche mese ” (37).

Ciò era dovuto al fatto che i tedeschi in quel periodo erano in con-tatto col governo di Vichy in relazione al progetto Madagascar. “Era dunque’ naturale che Hitler rinviasse a più tardi l’informazione pubblica sul progetto in questione. Nel suo discorso del 30 gennaio 1941 (anniversario della presa del potere) egli si accontentò di proclamare che “il giudaismo avrà cessato di svolgere il suo ruolo in Europa”, il che concorda parimenti col piano Madagascar” (38).

A quanto pare, HitIer non autorizzò neppure in seguito Rosenberg a rendere pubblico il progetto Madagascar, perché alla conferenza “La questione ebraica in quanto problema mondiale”, tenuta da Rosenberg il 28 marzo 1941, questi dichiarò che il problema ebraico sarebbe stato risolto quando l’ultimo ebreo fosse stato allontanato dall’Europa in una riserva la cui localizzazione restava ancora da stabilire” (39).
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Goebbels invece, secondo la testimonianza di Morítz von Schinneister, ex funzionario del Ministero della Propaganda, parlò più volte pubblicamente del progetto Madagascar:

“Dott. Fritz — Dove erano evacuati gli ebrei secondo le dichiarazioni del dott. Goebbels?

Von Schinneister — Fino a tutto il primo anno della campagna di Russia il dott. Goebbels ha menzionato ripetutamente il piano Madagascar nelle conferenze da lui presiedute. Successivamente mutò avviso e disse che bisognava istituire all’Est un nuovo stato ebraico nel quale poi sarebbero andati gli ebrei” (40).

A Norimberga, interrogato su un documento datato 24 settembre 1942, Ribbentrop testimoniò:

“Il Führer allora aveva in progetto di evacuare gli ebrei daIl’Europa nel Nordafrica — ma si parlava anche del Madagascar. Egli mi aveva dato l’ordine di prendere contatto con vari governi provvedendo secondo il possibile all’emigrazione degli ebrei, e di allontanare gli ebrei dagli organi governativi importanti. Tale disposizione è stata da me diramata al Ministero degli Esteri e, per quanto mi ricordo, un paio di volte si prese contatto con vari governi, si trattava dell’emigrazione degli ebrei in una parte del Nordafrica, che era prevista” (41).

Nella nota “Progetto Madagascar” del 30 agosto 1940, Rademacher dichiarava che l’istituzione del Governatorato generale di Polonia e l’annessione dei nuovi distretti orientali avevano portato grandi masse di ebrei sotto il dominio tedesco. Questa ed altre difficoltà, come l’inasprimento della legislazione relativa all’immigrazione da parte dei paesi d’oltremare, rendevano difficile condurre a termine, in un tempo non troppo lontano, “la soluzione del problema ebraico nel terütorio del Reich, compreso il Pro-
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tettorato di Boemia e Moravia, per mezzo dell’emigrazione” (42), donde, appunto, il progetto Madagascar.

Eìchmann si mise alacremente al lavoro. “Si circondò di esperti marittimi per elaborare un piano di trasporti, che dovevano essere assicurati da un “pool” delle grandi compagnie tedesche di navigazione: le operazioni di imbarco dovevano aver luogo nei principali porti del Mare del Nord e del Mediterraneo.

Nello stesso tempo si dava da fare per fare assegnare al “Fondo centrale” i beni confiscati agli Ebrei. Inviò incaricati nei paesi occupati o controllati per raccogliere dati statistici circa il numero degli Ebrei, la loro età e distribuzione professionale, ecc. Queste statistiche parti colareggiate serviranno poi, come si vedrà, ad altro scopo… Tutto era pronto per mettere in moto la macchina appena si fosse conclusa la pace” (42).

Infatti, nella nota summenzionata, Rademacher, calcolando che il trasferimento di quattro milioni di ebrei nel Madagascar avrebbe richiesto circa quattro anni, rilevava:

“Dopo la conclusione della pace, la flotta mercantile tedesca sarà indubbiamente molto occupata in altro modo. t perciò necessario includere nel trattato di pace che, al fini della soluzione del problema ebraico, sia la Francia sia l’Inghilterra mettano a disposizione il tonnellaggio necessario” (44).

Il paragrafo “Finanziamento” della nota “Progetto Madagascar” si apre con le seguenti parole:

“L’attuazione della soluzicne finale (Endlösung) proposta richiede rilevanti mezzi” (45).

La famigerata “soluzione finale della questione ebraica” si riferiva dunque semplicemente al trasferimento degli ebrei europei nel Madagascar, come riconosce Poliakov:
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“Fino al suo abbandono, il “Piano Madagascar” fu talvolta desìgnato dai dirigenti tedeschi col nome di <soluzione finale della questione ebraica> “. (46)

Come è noto, secondo gli storici di regime, questa espressione sarebbe successivamente divenuta sinonimo dì “sterminio” ebraico:

“<Soluzione finale del problema ebraico> fu una delle frasi convenzionali per indicare il piano hitleriano di sterminio degli ebrei d’Europa. Se ne servirono i funzionari tedeschi dall’estate del 1941 in ped, per evitare di dover reciprocamente ammettere l’esistenza del piano; anche prima, però, in varie occasioni, la frase era stata usata per indicare, in sostanza, l’emigrazione degli ebrei” (47).

In realtà tale affermazione è assolutamente infondata ed arbitraria, in quanto non solo non è suffragata da alcuna prova, ma esistono documentí che la smentiscono categoricamente.

In questa sede dobbiamo limitarci a qualche breve accenno.

Gli inquisitori di Norimberga si rendevano perfettamente conto, che un “piano di sterimnio” che aveva provocato — secondo l’accusa — la morte di quattro milioni e mezzo (48) o di sei milioni di ebrei (49), non poteva essere stato attuato senza lasciare la minima traccia negli archivi nazisti, né, in sede giuridica, potevano ricorrere alla ridicola scappatoia degli storici di regime secondo cui tutti i documenti compromettenti sono stati distrutti.

Essi elaborarono allora quel metodo esegetico aberrante che consente di far dire a qualsiasi documento ciò che si vuole. Il fondamento di questo metodo esegetico è il presupposto — infondato quanto arbitrario — che le supreme autorità nazionalísocialiste adoperassero persino nei documenti più riservati una sorta di linguaggio cifrato la
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cui chiave gli inquisitori di Norimberga pretendevano naturalmente di avere scoperto. Donde il travisamento sistematico — in funzione dello c sterTninio” — di documenti affatto innocui.

L’esempio più noto di tale travisamento sistematico si riferisce appunto all’interpretazione della parola “Endlösung”, che fu fatta divenire sinonimo di “sterminio degli Ebrei” (50).

Come vedremo tra breve, alla “soluzione finale” mediante trasferimento degli ebrei europei nel Madagascar subentrò la “soluzione finale territoriale” mediante deportazione degli ebrei europei nei territori orientali occupati dai tedeschi.

Col decreto del 31 luglio 1941, Göring affidò a Heydrich il compito di fare tutti i preparativi necessari per la “soluzione finale”, cioè di organizzare l’emigrazione totale e definitiva degli ebrei che erano sotto il dominio tedesco. Tale decreto sanciva infatti:

“A integrazione del compito già assegnatole con decreto del 24-1-39, di portare la questione ebraica ad una opportuna soluzione in forma di emigrazione o evacuazione (in Form der Auswanderung oder Evakuirung) il più possibile adeguata alle circostanze attuali, La incarico con la presente di fare tutti i preparativi necessari dal punto di vista organizzativo, pratico e materiale per una soluzione totale (GesamtIösung) della questione ebraica nei territori europei sotto l’influenza tedesca. Nella misura in cui vengono toccate le competenze di altre autorità centrali, queste devono essere cointeressate.

La incarico inoltre di presentarmi quanto prima un progetto complessivo dei provvedimenti preliminari organizzativi, pratici e materiali per l’attuazione dell’auspicata soluzione finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage)” (51).

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In base al metodo esegetico summenzionato, questo decreto costituirebbe “uno dei documenti fondamentali della storia dello sterminio” (53): in esso compare infatti l’espressione “soluzione finale”, che designerebbe, come asserisce Reitlinger, “il piano hitleriano di sterminio degli ebrei d’Europa”.

In realtà, come risulta chiaramente dal testo, l’auspicata “soluzione finale della questione ebraica” è una “soluzione in forma di emigrazione o evacuazione”.

Quanto sia tendenziosa l’interpretazione degli storici di regime appare evidente dal fatto che Reitlinger e Shirer, citando il decreto in questione, espungono la parte del documento che parla appunto di emigrazione e evacuazione! (53).

Che il decreto di Göring del 31 luglio 1941 si riferisca esclusivamente aIl’emigrazione ebraica, è confermato da un importantissimo documento, il promemoria di Martin Luther del 21 agosto 1942.

In questo documento, Martin Luther, capo del Dipartimento Germania del Ministero degli Esteri, ricapitola i
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punti essenziali della politica nazionalsocialista nei con, fronti degli ebrei:

“Il principio della politica ebraica tedesca dopo la presa del potere consistette nel promuovere con ogni mezzo l’emigrazione ebraica. A tal fine nel 1939 fu istituita dal Generalfeldmarschall Göring, nella sua qualità di incaricato del piano quadriennale, una Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica, la cui direzione fu affidata al Gruppenführer Heydrich come Capo della Polizia di Sicurezza”.

Dopo aver accennato al progetto Madagascar, che ormai era stato superato dagli avvenimenti, Luther prosegue rilevando che il decreto di Göring del 31 luglio 1941 fece seguito ad una lettera di Heydrich con la quale questi lo informava che

“il problema complessivo dei circa tre milioni e duecentocinquantamila ebrei dei territori che si trovano sotto il controllo tedesco non può essere più risolto coll’emigrazione; sarebbe necessaria una soluzione finale territoriale (eine territoriale Endlösung). Riconoscendo ciò, il Reichsmarschall Göring il 31 luglio 1941 incaricò il Grupperiffilirer Heydrich di fare, in collaborazione con le autorità centrali tedesche interessate, tutti ì preparativi necessari per una soluzione totale della questione ebraica nella sfera d’influenza tedesca in Europa.

In base a quest’ordine il Gruppenführer Heydrich il 20 gennaio 1942 convocò in seduta tutti gli organi tedeschi interessati, alla quale parteciparono per gli altri ministeri i sottosegretari, per il Ministero degli Esteri io stesso.

Alla conferenza il Gruppenführer Heydrich spiegò che l’incarico del ReíchsmarschaIL Göring gli era stato affidato per ordine del Ffilirer e che il Führer ormai invece dell’emigrazione aveva autorizzato l’evacuazione degli ebrei all’Est come soluzione. In base a quest’ordine del Führer — continua Luther — fu intrapresa l’evacuazione degli ebrei dalla Germania”.

La destinazione era costituíta dai territori orientali via governatorato generale:
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“L’evacuazione del Governatorato generale è un provvedimento provvisorio. Gli ebrei saranrio trasferiti ulteriormente nei territori orientali occupati non appena ce ne saranno i presupposti tecnici” (54).

In una nota datata 14 dicembre 1942 e intitolata “Finanzimento delle misure in vista della soluzione della questione ebraica”, il consigliere ministeriale Maedel confermava:

“Già qualche tempo fa il Maresciallo del Reich ha incaricato il Reichsführer SS e Capo della Polizia tedesca di preparare le misure atte ad assicurare la soluzione finale della questione ebraica in Europa. Il Reichsführer SS ha incaricato il Capo della Polizia di Sicurezza e del S.D. dell’esecuzione di questo compito. Questi ha innanzitutto accelerato per mezzo di misure speciali l’emigrazione legale degli ebrei verso i paesi d’oltremare. Quando la guerra rese impossibile l’emigrazione oltremare, egli ha preparato lo sgombero progressivo del territorio del Reich dai suoi ebrei mediante la loro evacuzione verso l’Est” (55).

Le difficoltà belliche e le prospettive aperte dalla campagna di Russia avevano imposto provvisoriamente l’abbandono della politica di emigrazione totale.

In conseguenza di ciò, il 23 ottobre 1941 fu proibita per la durata della guerra l’emigrazione degli ebrei dalla Germania (56), ma, a quanto pare, l’ordine non fu eseguito, perché esso fu diramato nuovamente il 3 gennaio 1942 (57) e promulgato infine da Himmler il 4 febbraio 1942. In tale data, infatti, il “Militärbefehlshaber” in Francia emanò la seguente ordinanza:

“Il Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca al RMdJ ha ordinato che cessi in generale qualsiasi emigrazione ebraica dalla Germania e dai paesi occupati”.

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Himmler sì riservava di autorizzare singole emigrazioni quando gli interessi della Gerniania lo richiedessero” (58).

La conferenza di Heydrich menzionata da Luther si tenne il 20 gennaio 1942 a Berlino, am Grossen Wannsee 56/58. Il relativo “protocollo” si apre con un riassunto della politica nazionalsocialista nei confronti degli ebrei:

“Il capo della Polizia di Sicurezza e del SI), SSObergruppenführer Heydrich, comunicò all’inizio la sua nomina a incaricato per la preparazione della soluzione finale della questione ebraica europea (Endlösung der europáischen Judenfr-age) da parte del Maresciallo del Reich e sottolineò che era stato invitato a convocare. questa conferenza per chiarire questioni di principio.

Il desiderio del Maresciallo del Reich che gli fosse trasmesso un progetto relativo alle questioni organizzative, pratiche e materiali relative alla soluzione finale della questione ebraica europea, esige una trattativa preliminare comune di tutte le autorità centrali direttamente interessate a tali questioni per coordinare le direttive di azione.

La direzione della preparazione della soluzione finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage), senza riguardo a confini geografici, spetta centralmente al Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca (al Capo della Polizia di Sicurezza e del SD).

Il Capo della Polizia di Sicurezza e del SD diede poi un rapido sguardo retrospettivo alla lotta sino ad allora condotta contro questo nemico. I momenti essenziali sono:

a) l’espulsione degli ebrei dalle singole sfere vitali del popolo tedesco;

b) l’espulsione degli ebrei dallo spazio vitale del popolo tedesco.

Per attuare questi obiettivi fu iniziata sistematicamente e intensificata, come unica possibilità provvisoria di soluzione, l’accelerazione dell’emigrazione degli ebrei dal territorio del Reich.
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Per ordine del Maresciallo del Reich nel gennaio 1939 fu istituita una Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica la cui direzione fu affidata al Capo della Polizia di Sicurezza e del SD. Essa aveva in particolare il compito di: a) prendere tutti i provvedimenti per la preparazione di

a) prendere tutti i provvedimenti per la preparazione di una emigrazione ebraica intensificata;

b) dirigere l’ondata di emigrazione;

c) accelerare la realizzazione dell’emigrazione nei casi singoli.

Lo scopo di questo incarico era quello di ripulire in modo legale degli ebrei lo spazio vitale tedesco”.

In conseguenza di tale politica, fino al 31 ottobre 1941, nonostante varie difficoltà, circa 537.000 ebrei erano emigrati dal Vecchio Reich, dall’Austria e dal Protettorato di Boemia e Moravia.

“Frattanto — continua il “protocollo” — il Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca, in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell’Est, ha proibito l’emigrazione degli ebrei.

Al posto dell’emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione con previa autorizzazione del Führer, è ormai subentrata l’evacuazione degli ebrei all’Est.

Tuttavia queste azioni devono essere considerate unicamente delle possibilità di ripiego e qui vengono raccolte quelle esperienze pratiche”che sono di grande importanza in relazione alla futura soluzione finale del problema ebraico” (59).

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Per ordine del Führer, dunque, la soluzione finale, cioè l’emigrazione totale degli ebrei europei, era sostituita dall’evacuazione nei territori orientali occupati, ma soltanto come possibilità di ripiego, in attesa di riprendere la questione dopo la conclusione della guerra. Infatti, secondo una nota della Cancelleria del Reich del marzo-aprile 1942, Hitler intendeva rimandare a dopo la fine della guerra la soluzione della questione ebraica (60) e il 24 luglio 1942 egli stesso asserì che, dopo la fine della guerra, “avrebbe distrutto città dopo città se gli ebrei non ne fossero usciti e non fossero emigrati nel Madagascar o in un altro stato nazionale ebraico” (61).

Alcuni mesi prima, il 7 marzo 1942, Goebbels aveva annotato sul suo diario:

“La questione ebraica dev’essere risolta su scala europea. In Europa ci sono ancora 11.000.000 di ebrei. Tanto, per cominciare, dovranno essere tutti confinati in Oriente; è possibile che dopo la guerra venga assegnata loro una isol a, per esempio Madagascar (Eventuell kann man ihnen nach dem Kriege eine Insel, etwa Madagaskar, zuweisen). Certo non vi sarà pace per l’Europa finché tutti gli ebrei, sino all’ultimo, non ne siano stati eliminati (ausgeschaItet)” (62).

Conformemente alle direttive di Hitler, il progetto Madagascar fu dunque provvisoriamente abbandonato. Una lettera informativa di Rademacher del 10 febbraio 1942 ne spiega la ragione:

“Nell’agosto del 1940 Le consegnai per i Suoi atti il piano della soluzione finale della questione ebraica (zur Endlösung der Judenfrage) elaborato dal mio ufficio, secondo il quale, nel trattato di pace, si doveva esigere dal-
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la Francia l’isola di Madagascar, ma l’esecuzione pratica del compito doveva essere assegnata all’Ufficio centrale di Sicurezza del Reich.

Conformemente a questo piano, il Gruppernführer Heydrich è stato incaricato dal Führer di attuare la soluzione della questione ebraica in Europa.

La guerra contro l’Unione Sovietica ha frattanto dato la possibilità di mettere a disposizione altri territori per la soluzione finale (für die Endlösung). Di conseguenza il Führer ha deciso che gli ebrei non devono più essere espulsi nel Madagascar, ma all’Est.

Perciò il piano Madagascar non deve più essere previsto per la soluzione finale (Madagaskar braucht mithin nicht mehr für die Endlösung vorgesehen zu werden)” (63).

Qualche settimana prima, il 27 gennaio, il Führer aveva dichiarato:

“L’ebreo deve andarsene fuori dall’Europa. La cosa migliore è che se ne vadano in Russia” (64).

La “soluzione finale della questione ebraica” non si è dunque mai riferita al preteso “piano hitleriano di sterminio degli ebrei d’Europa”.

Al processo di Norimberga Hans Lammers, ex capo della Cancelleria del Führer, interrogato dal dott. Thoma, asserì di sapere molte cose riguardo alla “soluzione finale”.

Nel 1942 egli apprese che il Führer aveva affidato a Heydrich — tramite Göring — l’incarico di risolvere la questione ebraica. Per saperne di più, egli si mise in contatto con Himmler e gli chiese “che cosa significasse propriamente soluzione finale della questione ebraica”. Himmler gli rispose che aveva ricevuto dal Führer l’incarico di attuare la soluzione finale della questione ebraica e che questo incarico consisteva essenzialmente nel fatto che
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gli ebrei dovevano essere evacuati dalla Germania”. Successivamente questa spiegazione gli fu confermata dal Führer in persona.

Nel 1943 sorsero voci secondo le quali gli ebrei venivano uccisi. Lammers cercò di risalire alla fonte di tali voci, ma senza esito, perché esse risultavano sempre fondate su altre voci, per cui egli giunse alla conclusione che si trattasse di propaganda radiofonica nemica.

Tuttavia, per chiarire la faccenda, Lammers si rivolse di nuovo a HimmIer, il quale negò che gli ebrei venissero uccisi legalmente: essi — venivano semplicemente evacuati all’Est e questo era l’incarico affidatogli dal Führer. Durante tali evacuazioni potevano certo accadere casi di morte tra persone vecchie o ammalate, potevano verificarSi disgrazie attacchi aerei e rivolte che HimmIer era costretto a reprimere nel sangue a mo’ d’esempio, ma questo era tutto.

Allora Lammers andò di nuovo dal Führer, che gli diede la stessa risposta di HimmIer: “Egli mi disse: <Deciderò successivamente. dove andranno gli ebrei; per il momento sono sistemati là>”.

Il dott. Thoma chiese poi a Lammers:

“HimmIer Le ha mai detto che la soluzione finale degli ebrei dovesse aver luogo con il loro sterminio?

Lammers — Di ciò non si è mai fatto parola. Egli ha parlato soltanto di evacuazioni.

Dott. Toma — Ha parlato soltanto di evacuazioni?

Lammers — Soltanto di evacuazioni.

Dott. Thoma — Quando ha sentito che questi cinque milioni di ebrei sono stati sterminati?

Lammers — L’ho sentito qualche tempo fa qui” (65).

Dunque il Capo della Cancelleria del Führer aveva saputo solo a Norimberga del preteso “sterminio” ebraico!

Il rapporto statistico “Die Endlösung der europäischen Judenfrage” (La soluzione finale della questione
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ebraica europea) di Richard Korherr riassume numericamente i risultati della politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica: fino al 31 dicembre 1942 dal vecchio Reich, dal territorio dei Sudeti, dal Protettorato di Boemia e Moravia e dall’Austria erano emigrati 557.357 ebrei. Almeno altrettanti erano emigrati dai territori orientali e dal Governatorato Generale, perché la cifra riportata da Korherr — 762.593 ebrei — assomma le emigrazioni e l’eccedenza della mortalità naturale (66).

In conclusione, Adolf Hitler, dal 1933 al 1942, ha, consentito l’emigrazione di almeno un milione di ebrei che si trovavano in suo potere.

Quanto agli altri, a che scopo sterminarli? Poliakov stesso rileva al riguardo:

“E, da un punto di vista più terra terra, quale poteva essere l’utilità dello sterminio? Era totalmente più vantaggioso, in senso economico, destinarli ai lavori più duri: chiudendoli in una riserva, ad esempio” (67).

Appunto ciò fece Hitler.

Col progredire della guerra i campi di concentramento e i ghetti divennero infatti importanti centri dell’economia bellica tedesca, per cui “lo sfruttamento della mano d’opera ebraica fu per il Terzo Reich e per i suoi uomini un’altra fonte di redditi di prima importanza” (68).

Il campo di concentramento, di Auschwitz, ad esempio, il cui comprensorio includeva una “sfera di interesse” di circa 40 km2, era il centro di gravità di una vasta zona industriale. Esso riforniva di mano d’opera molte industrie tedesche, tra cui: IG-Farbenindustrie, Berghütte, Vereinigte OberschIesische Hüttenwerke A.G., Hermann Göringwerke, Siemens-Schuckert-Werke A.G., Energie-Versorgung-Oberschlesien A.G., Oberschlesische Hydrierwerke,
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Oberschlesische Gerätebau G.m.b.H., Deutsche Gas- und Russgesellschaft, Deutsche Reichsbahn, Heeresbauverwaltung, Schlesische Feinweberei, Union-Werke, Golleschauer Portland-Zement A.G.

Negli anni 1942-1944 il campo centrale di Auschwitz aveva 39 campi esterni, di cui 31 per detenuti usati come mano d’opera; 19 di essi impiegavano in maggior parte detenuti ebrei (69).

A Monowitz gli stabilimenti della IG-Farbenindustrie impiegavano 25.000 detenuti di Auschwitz, circa 100.000 operai civili e circa 1.000 prigionieri di guerra inglesi (70).

Anche i ghetti si trasformarono in centri economici di grande importanza. Con la rivolta del ghetto di Varsavia “l’industria di guerra tedesca perdeva, nell’Est, uno dei suoi importanti centri di forniture militari” (71). Il secondo ghetto per importanza economica, dopo quello di Varsavia, era il ghetto di Lodz: “Le sue fabbriche di ogni genere, e in particolare le sue industrie tessili, costituivano per l’economia tedesca un apporto di grande valore (72)

Il 19 gennaio 1942 fu istituito l’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS Wirtschafts-Verwaltungshauptamt: SS-W. V. Hauptamt)”, il cui scopo era appunto quello di “utilizzare su grande scala la mano d’opera dei detenuti” “. Veniva così sancito un importante cambiamento nelle finalità dell’internamento nei campi di concentramento, come sottolineò il capo dell’SS-W.V. Hauptamt SS-Obergruppenführer Pohl in una lettera al Reichsführer-SS datata 3 aprile 1942:
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“La guerra ha reso necessario un evidente cambìamento di struttura dei campi di concentramento e ha cambiato radicalmente i loro compiti riguardo all’impiego dei detenuti. L’aumento dei detenuti soltanto per motivi di sicurezza o di rieducazione o di prevenzione non è più in primo piano. La mobilitazione di tutte le capacità lavorative anzitutto per i compiti di guerra (aocrescimento dell’armamento) e in secondo luogo per le costruzioni in tempo di pace si pone sempre di più in primo piano” (75).

Tali disposizioni valevano anche per gli ebrei. Già il 25 gennaio Himmler aveva inviato il seguente ordine all’ispettore generale dei campi di concentramento SS-Brigadeführer Glücks:

“Poiché prossimamente non si può contare su prigionieri di guerra russi, invierò nei campi un gr-an numero di ebrei e di ebree che vengono espatriati dalla Germania.

Nelle prossime settimane si prepari ad accogliere nei campi 100.000 ebrei e 50.000 ebree.

Nelle prossime settimane i campi di concentramento assumeranno grandi incarichi e compiti economici.

L’SS-Gruppenführer Pohl La informerà dettagliatamente” (76).

All’inizio del 1943 nel territorio del Reich erano impiegati nell’industria bellica circa 185.000 ebrei (77)

Nel maggio 1944 Hitler ordinò di impiegare 200.000 ebrei come mano d’opera nel programma di costruzioni Jäger (Jäger-Bauprogram) del direttorie ministeriale Dorsch. L’ordine concernente il personale di sorveglianza fu impartito da Himmler l’11 maggio:

“Il Führer ha ordinato che per la sorveglianza dei 200.000 ebrei che il Reichsführer-SS invia nei campi di concentramento del Reich per impiegarli nelle grandi costruzioni dell’organizzazione Todt e in altri compiti di
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importanza militare siano assegnati alle Waffen-SS 10.000 uomini con ufficiali e sottufficiali” (78).

L’ex ministro degli Interni ungherese Gabor Wajna riferì una dichiarazione di HimmIer secondo cui “da quando gli ebrei erano impiegati nel programma Jäger, la capacità era aumentata del 40%” (79).

Da una lettera dell’SS-W. V. Hauptamt datata “Oranìenburg, 15 agosto 1944″ risulta che era imminente l’internamento di 612.000 persone — tra cui 90.000 ebrei del programma Ungheria — nei campi di concentramento” (80).

L’importanza del potenziale lavorativo ebraico appare ancor più chiaramente se si considera l’impellente esigenza di mano d’opera dell’economia di guerra tedesca.

Il 21 marzo 1942 Hitler nominò Fritz SauckeI plenipotenziario generale per l’impiego della mano d’opera, col compito di sopperire a tale esigenza (81). Secondo un rapporto inviato da SauckeI a Hitler e a Göring il 27 luglio 1942, nel Reich erano impiegati 5.124.000 lavoratori stranieri. Malgrado ciò il bisogno di mano d’opera era tale che, nel gennaio 1943, SauckeI ordinò la mobilitazione totale di tutti i tedeschi per l’economia di guerra. Il 5 febbraio 1943, al congresso dei Gauleiter che si tenne a Posen, SauckeI dichiarò: “La durezza inaudita della guerra mi ha costretto a mobilitare, in nome del Führer, molti milioni di stranieri per impiegarli in tutta l’economia di guerra tedesca e tenerli al massimo del rendimento”. Ma all’inizio del 1944 Hitler chiese altri 4 milioni di lavoratori (82).

Lo “sterminio” degli ebrei era dunque un’assurdità economica, come riconosce lo stesso Poliakov (83), tanto più
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che, secondo Collotti, “fu tra l’altro la necessità economica di servirsi del loro lavoro che impedì lo sterminio in massa dei prigionieri sovietici voluto da Hitler” (84).

Ma se la necessità economica dei tedeschi era tanto impellente riguardo ai russi, perché non lo era anche riguardo agli ebrei?

Gli storici di regime replicano asserendo che lo “sterminio” ebraico, corrispondendo all’obiettivo fondamentale del Führer, eccedeva qualunque esigenza economica, anche a rischio di assumere un carattere nettamente antieconomico. Hannah Arendt espone mirabilmente questa tesi:

“L’incredibilità degli orrori è strettamente legata alla loro inutilità economica. I nazisti portarono questa inutilità all’estremo, fino all’aperta anti-utilità quando nel bel mezzo della guerra, malgrado la scarsezza di materiale edilizio e rotabile, costruirono enormi e costose fabbriche di sterminio trasportando milioni di persone avanti e indietro. Agli occhi dì un mondo rigorosamente utilitarista l’evidente contrasto fra queste azioni e le necessità militari dava all’intera impresa un’aria di folle irrealtà” (85).

E’ fin troppo facile obiettare che, se per Hitler lo “sterminio” degli ebrei era tanto importante da far passare in secondo piano le inipellenti necessità dell’economia di guerra tedesca fino all’anti- utilità, non avrebbe certamente permesso — fino ai primi due anni di guerra — l’emigrazione di almeno un milione di ebrei!

In realtà, fino a che punto i nazisti fossero utilitaristi riguardo agli ebrei, è dimostrato dalI'”Europa-Plan”, le cui trattative cominciarono in forma ufficiale nella primavera del 1944. HimmIer proponeva Io scambio di un milione di ebrei (bambini, donne, vecchi) “per 10.000
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autocarri pesanti, mille tonnellate di caffè e un po’ di sapone” (86).

Joel Brand, che conduceva le trattative da parte ebraica, si recò ad Istambul e di lì al Cairo.

“In pratica gli ostacoli sorsero da parte degli alleati. Joel Brand fu internato dalle autorità britanniche, senza aver avuto la possibilità di portare a termine il suo incarico; e il Dipartimento di Stato americano proibì al dottor Schwartz, direttore dell’American Jewish Joint, di trattare con sudditi nemici” (87).

Joel Brand riusci a trasmettere la proposta tedesca a Lord Moyne, allora ministro di stato britannico per il Medio Oriente, che gli rispose: “E che dovrei farmene di un milione di ebrei? Dove dovrei metterli?” (88).

La debolezza della suddetta tesi è strettamente connessa alla debolezza della presunta motivazione dello “sterminio” ebraico.

Per quasi tutti gli storici di regime è un fatto scontato che tale motivazione sia da rintracciare nella pretesa concezione nazionalsocialista secondo la quale gli ebrei, in quanto “razza inferiore”, erano da sterminare “per il solo fatto di essere ebrei”.

Questa ridicola tesi è smentita categoricamente dal fatto della politica di emigrazione ebraica — addirittura forzata! — propugnata dal governo del Reich persino nei primi due anni di guerra.

Poliakov stesso riconosce senza mezzi termini l’infondatezza di questa tesi. Dopo essersi posta la “lancinante domanda” della ragione per cui fu presa la decisione dello “sterminio”, egli prosegue:

“<Odio per gli ebrei>, <follia di HitIer>, sono termini troppo generali, e che, per ciò stesso, non significano nulla: e Hitler — almeno fino a quando la sorte del Terzo
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Reich non fu segnata — sapeva essere un politico calcolatore ed accorto. Abbiamo visto, del resto, che lo sterminio degli ebrei non faceva affatto parte dei progetti nazisti. E allora, perché questa decisione, di cui abbiamo visto quanto di irrazionale comportasse, fu presa, e perché proprio in quel certo momento?

Sarà opportuno quindi approfondire, pur essendo pienamente consapevoli che, in mancanza di ogni testímonianza, di ogni verbale, di ogni documento irrefutabile, deduzioni di questo genere rasentano l’astrattezza e la gratuità” (89).

In altre parole si ignora non solo quando e da chi, ma addirittura perchè sarebbe stata presa la decisione dello “sterminio”.

Riguardo alla motivazione della pretesa decisione, infatti, la storiografia di regime non è in grado di fornire se non “deduzioni” che “rasentano l’astrattezza e la gratuità” e che sono per di più in aperta contraddizione col fatto della politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica.

Fino a che punto ciò sia vero alla lettera, è dimostrato dal seguente giudizio di Robert Cecil, “vicepreside della scuola di specializzazíone in studi europei contemporanei dell’università di Reading e, dal 1968, professore di storia contemporanea tedesca presso la stessa università”:

“Il massacro degli slavi, come quello degli ebrei, fu un omicidio rituale, che non solo non contribui affatto alla vittoria militare ma, come vedremo fra poco, ostacolò gravemente la Wehrmacht nel suo compito” (90).

NOTE

PARTE PRIMA

I — “NESSUN DOCUMENTO E’ RIMASTO, NE’ FORSE E’ MAI ESISTITO”.

1) Enzo Collotti, La Germania nazista, Torino 1973, p. 146.

2) GeraId Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945, Milano 1965, p. 593.

3) William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino 1971, p. XIII.

4) Idem, p. XV.

5) Werner Maser, Nuremberg. A Nation on Trial, New York 1979, p. 305.

6) Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof. Nürnberg 14. November 1945 — 1. Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland 1947 (d’ora in avanti: IMG), vol. II, p. 169.

7) Traduzione poco felice. Il testo or:iginale dice: “aussi vantards et cyniques qu’ils aient été à d’autres occasions.”, cioè: “sebbene in altre occasioni siano stati millantatori e cinici” (Léon PoIiakov, Bréviaire de la haine. Le IIIe Reich et les Juifs, Paris 1979, p. 124).

8) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino 1977, p. 153.

9) Vedi nota 11.

10) Liliana Picciotto Fargion, La congiura del silenzio, La Rassegna mensile d’Israel, maggio-agosto 1984, p. 226.

11) La prima edizione del libro di Poliakov è dei 1951. Nell’edizione del 1979 citata nella nota 7 egli dichiara:

“Questa edizione integrale del “Bréviaire de la haine” è conforme all’edizione originale del 1951-1960. Non è il caso di introdurvi importanti cambiamenti o complementi. In effetti, le conoscenze di cui si dispone sulla politica cosiddetta “razziale” del Terzo Reich mirante a sterminare gli ebrei e a ridurre il numero degli slavi per mezzo di procedimenti talvolta simili, non si sono sensibilmente arricchite dal 1951″ (p. XIII).

12) Léon PoIiakov, Il nazismo e to sterminio degli ebrei, op. cit., p. 248.

13) Idem, p. 260.

14) Walter Laqueur, Was niemand wissen wollte: Die Unterdrückung der Nachrichten über Hitlers Endlösung”, Frankfurt/M.-Berlin-Wien 1981, p. 190.

15) Colin Cross, Adoft Hitler, Milano, 1977, p. 313.

16) Adolf Hitlers Mein Kampf. Eine kommentierte AuswahI von Christian Zentner, München, 1974, p. 168.

17) Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene, Milano 1967, p. 75.

18) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 153.

19) Idem, p. 155.

20) Léon Poliakov, Auschwitz, Paris 1973, p. 12.

21) Arthur Eisenbach, Operation Reinhard, Mass extermination of Jewish population in Poland, in: Polish Western Affairs, 1962, vol. III, n. 1, p. 80.

22) Broszat/Jacobsen/Krausnick, Anatomie des SS-Staates, München 1982, vol. 2, p. 297.

23) Bernd, NeIlessen, Der Prozesi von Jerusalem, Düsseldorf/Wien 1964, p. 201.

24) IMG, vol. I, p. 280.

25) PS-3762.

26) PS-2605.

27) Der Kästner-Bericht über Eichmanns Menschenhandel in Ungarn. Mit einem Vorwort von Professor Carlo Schmidt. München, 1961, p. 242.

28) Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 8, 1964. p. 89. Cfr. p. 90, nota 130.

29) Miklos Nyiszli, Medico ad Auschwitz, Milano, 1977, p. 166.

30) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit. p. 275.

31) IMG, vol. IV, p. 398.

II — LA POLITICA NAZIONALSOCIALISTA DI EMIGRAZIONE EBRAICA.

1) Eberhard Jäckel, La concezione del mondo in Hitler, Milano 1972, p. 66.

2) Ernst Deuerlein, “Hitlers Eintritt in die Politik und die Reichswehr”, in: Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 1959, p. 204.

3 ReginaId H. Phelps, “Hitlers “grundlengende” Rede über den Antisemitismus”, in: Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 1968, p. 417.

4) PS-1708.

5) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino, 1977, p. 20.

6) Termine ebraico (ha’abhârâh) che significa appunto “trasferimento”.

7) Broszat-Jacobsen-Krausnick, Anatomie des SS-Staates, München, 1982, vol. 2, p. 265. Joseph Walk (Hrsg.), Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat, Heidelberg-Karlsruhe, 1981, p. 48.

8) NG-1889.

9) PS-1417.

10) Gerald Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945, Milano 1965, p. 23.

11) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 36.

12) Idem, pp. 49-50. IMG, vol. XXI, p. 586.

13) PS-1816, p. 47, 55 e 56.

14) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 36. A Norimberga Schacht dichiarò che, se il suo piano fosse stato realizzato, “non sarebbe perito neppure un ebreo tedesco”, (IMG, vol. XX, p. 442).

15) Erich Kern, Die Tragödie der Juden, Verlag K.W. Schütz KG-Preussisch Oldendorf, 1979, p. 73.

16) NG-2586-A.

17) PS-3358.

18) Reichsführer-SS. An den SD-Führer des SS-O.A. Betr.: “Die Judenfrage als Faktor der Aussenpolitik im Jahre 1938“. 13. März 1939. In: Livre Brun. Les criminels de guerre et nazis en Allemagne occidentale. Verlag Zeit im Bild, Dresden, s.d. Documento 35 (fotocopia fuori testo; traduzione a p. 383).

19) Ich, Adolf Eichmann. Ein historischer Zeugenbericht. Herausgegeben von Dr. Rudolf Aschenauer, Druffel Verlag, Leoni am Starnberger See, 1980, p. 99.

20) H. G. AdIer, Der Kampf gegen die “Endlösung der Judenfrage”, Herausgegeben von der Bundeszentrale für Heimatdienst, Bonn 1958, p. 8.

21) M. Mazor, “Il y a trente ans: La Conférence d’Evian”, in: Le Monde Juif, Avril-juin 1968, N. 50, p. 23 e 25.

22) Dieci lezioni sul nazismo, a cura di Alfred Grosser, Afilano 1977, p. 243.

23) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., pp. 351-352.

24) PS-3363.

25) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 61.

26 Idem, pp. 61-62.

27) Idem, pp. 64-65.

28) Idem, p. 72.

29) PS-1816, p. 56.

30) “Denkschrift Himmlers über die Behandlung der Fremdvölkischen im Osten (Mai 1940)”, in: Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 1957, p. 197.

31) Ibidem.

32) Gerald Fleming, Hitler und die Endlösung, Wiesbaden und München, 1982, p. 56.

33) Léon PoIiakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 74.

34) PS-2233, IMG, vol. XXIX, p. 378. H. Monneray, La persécution des Juifs dans les pays de l’Est présentée à Nuremberg, Paris 1949, pp. 201-202.

35) PS-2233, IMG, vol. XXIX, p. 405.

36) NG-1838, p. 5.

37) CXLVI-51 e CXLIII-229. Cfr. J. Billig, Alfred Rosenberg dans l’action idéo1ogique, politique et administrative du Reich hitlérien, Paris 1963, p. 196, n. 632 e 633.

38) Idem, p. 193.

39) CXLVI-23. Idem, p. 197, n. 635.

40) IMG, vol. XVII, pp. 275-276.

41) IMG, vol. X, p. 449.

42) NG-2586-C. Cfr. Erich Kern, Die Tragödie der Juden, op. cit. p. 95. 43) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit, p. 76. 44) NG-2586-C. Cfr. Erich Kern, Die Tragödie der Juden, op. cit., p. 101.

45) NG-2586-C. Cfr. Erich Kern, Die Tragödie der Juden, op. cit, p. 103.

46) Léon Poliakov, Le procès de Jérusalem, Paris 1963, p. 152.

47) GeraId Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 19.

48) IMG, vol. II, p. 140.

49) IMG, vol. I, p. 283; vol. III, p. 635; vol. XXII, p. 289.

50) IMG, vol. I, p. 280.

51) NG-2586-E/PS-710.

52) Léon Poliakov, Le procès de Jérusalern, op cit., p. 158.

53) William. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino 1971, p. 1464; Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 108.

Ecco le rispettive traduzioni:

“Con la presente vi incarico di fare tutti i preparativi… necessari per una SOLUZIONE TOTALE del problema ebraico in tutti i territori d’Europa che si trovano sotto l’influenza tedesca…

Inoltre vogliate trasmettermi al più presto un prospetto da cui risultino le… misure già prese per l’attuazione della progettata SOLUZIONE FINALE del problema ebraico”.

Shirer espunge senza indicazione la parte iniziale del decreto e inventa l’espressione “le… misure già prese”.

“Con la presente vi delego ad attuare tutti i preparativi per l’organizzazione, materiale e finanziaria, di una soluzione totale della questione ebraica nei territori europei sotto controllo tedesco. Ogni qualvolta ciò coinvolga la competenza di altre organizzazioni centrali, tali organizzazioni dovranno essere chiamate a partecipare.

Vi incarico inoltre di sottopormi non appena possibile uno schema dei provvedimenti organizzativi, materiali e finanziari, per l’esecuzione della desiderata Soluzione finale del problema ebraico”.

Anche Reitlinger espunge senza indicazione la parte iniziale del decreto. Solo in nota (a) egli fa precedere il testo tedesco da tre puntini di sospensione.

(a) Nota 44 a p. 121.

54) NG-2586-J.

55) NG-4583. Cfr.: Le Monde Juif, Janvier 1952, p. 9.

56) Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat, op. cit., p. 353.

57) Idem, p. 361.

58) NG-1970 (XXVI-10).

59) NG-2586-G. Come è noto, anche il cosiddetto “protocollo di Wannsee” viene interpretato dagli storici di regime in funzione dello “sterminio” ebraico. In questa sede ci limitiamo a rilevare che, se le evacuazioni alI’Est significassero realmente la deportazione degli ebrei nei “campi di sterminio” orientali, esse non potrebbero certo essere definite delle “possibilità di ripiego”.

Per un esame approfondito della questione vedi: Wilhelm Stäglich, Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit, Tübingen, 1979, pp. 38-65 (Das “Wannsee-Protokoll”).

60) PS-4025.

61) Henry Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier, Wilhelm Goldmann Verlag, 1981, p. 456.

62) R. Manvell-H. Fraenkel, Vita e morte del dottor Goebbels, Milano 1961, p. 240. Testo tedesco in: Wilhelm Stäglich, Der Auschwitz Mythos, op. cit., p. 116.

63) NG-5570.

64) Adolf Hitler, Monologe im Führerhauptquartier 1941-1944, Hamburg, 1980, p. 241.

65) IMG, vol. XI, pp. 61-63.

66) NO-5193.

67) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit, p. 21.

68) Idem, p. 109.

69) Contribution à l’histoire du KL Auschwitz, Edition du Musée d’Etat à Oswiecim, s.d., pp. 44-57.

70) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland, German Crimes in Poland, Warsaw 1946, vol. I, p. 37.

71) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 316.

72) Idem, p. 148.

73) NO-495; NO-719.

74) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 110.

75) R-129.

76) NO-500.

77) NO-5195.

78) NO-5689.

79) NO-1874.

80) NO-1990.

81) Enzo Collotti, La Germania nazista, Torino, 1973, p. 266.

82) Idem, p. 267.

83) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 115.

84) Enzo ColIotti, La Germania nazista, op. cit., p. 267.

85) Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano, 1967, p. 609.

86) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 544.

87) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 345.

88) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 545.

89) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 155.

90) Robert Cecil, Il mito della razza nella Germania nazista, Vita di Alfred Rosenberg, MiIano 1973, p. 199.



[42]

PARTE SECONDA

1 –NASCITA E SVILUPPO DEL REVISIONISMO

La politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica, perseguita ufficialmente fino all’inizio di febbraio del 1942, pone dunque una domanda realmente “lancinante”, secondo la definizione di Poliakov.

Infatti, se fosse vero che il processo dello “sterminio” ebraico “corrispondeva all’obiettivo fondamentale del nazionalsocialismo” (1); se fosse vero che esso non fu “il risultato di una imprevedibile esplosione di violenza, o della prevaricazione di subordinati, ma il frutto di una ideologia di morte e di un disegno organico” (2); se fosse vero che “tra gli scopi che, secondo Hitler, dovevano essere raggiunti per mezzo della guerra, aveva parte importantissima lo sterminio generale degli ebrei, e al raggiungimento di esso dedicò il governo tedesco gran parte delle sue forze” (3), per quale misteriosa ragione Adolf Hitler si sarebbe privato di almeno un milione di vittime predestinate permettendo loro di emigrare?

Era dunque inevitabile che un’accusa così atroce, basata essenzialmente su “deduzioni e considerazioni psicologiche”, su “racconti di terza o di quarta mano”, sul “gioco delle induzioni psicologiche”, su “deduzioni” che “rasentano l’astrattezza e la gratuità” e su ‘”risposte frammentarie e talora ipotetiche” fosse messa in dubbio.

Già nell’immediato dopoguerra e negli anni successivi erano state espresse severe critiche ai processi contro i cosiddetti “criminali di guerra” nazisti — in particolare
[43]

al processo di Norimberga (4) — e alla condotta di guerra degli Alleati (5).
[44]

Ma colui che per primo mise in dubbio la realtà dello “sterminio” ebraico fu il francese Paul Rassinier (6), che è considerato a giusto titolo il precursore dell’attuale revisionismo storico. La sua opera fu ripresa e continuata da altri ricercatori che hanno creato una ricca letteratura revisionista, di cui menzioniamo i titoli più importanti.

Nel 1967 fu pubblicato a Vienna Geschichte der Verfehmung Deutschlands (Wien, Selbstverlag des Verfassers) di Franz Scheidl. Due anni dopo apparve anonimo negli Stati Uniti The Myth of the Six Million (The Noontide Press, Torrance, California), seguito, nel 1970, da The Big Lie: Six Million Murdered Jews (Fyshwick A.C.T. Unity Printers and Publishers), a cura di The History Research Unity, e “Auschwitz ou le Grand Alibi”, a cura di La Vieille Taupe (Paris).

Nel 1973 videro la luce Die Auschwitz-Lüge (Kritik Verlag, Mohrkirch) di Thies Christophersen (trad it.: La Fandonia di Auschwitz, Edizioni La Sfinge, Parma 1984), The Six Million Swindle (Boniface Press, Takoma Park, Maryland) di Augustin App e Hexen-Einmal-Eins einer Lüge (Verlag Hohe Warte — Franz von Bebenburg) di Emil Aretz.

L’anno dopo fu pubblicato in Inghilterra Did Six Million Really Die? (Historical Review Press,
[45]

di Richard Harwood (trad. it.: Auschwitz o della soluzione finale. Storia di una leggenda, Le Rune, Milano 1978), seguito nel 1976, presso la stessa casa editrice, dall’eccellente opera The Hoax of the Twentieth Century di Arthur Butz.

Nel 1978 Robert Faurisson scrisse il noto articolo “Le <problème des chambres à gaz>” (Défense de l’Occídent, N 158, Juin 1978, pp. 32-40) e l’anno dopo apparvero l’eccellente studio Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit? (Grabert-Verlag, Tübingen) di Wilhelm Stäglich, The Six Million Reconsidered (Historical Review Press) a cura del Committe for Truth in History, gli importanti articoli di Robert Faurisson “Le camere a gas non sono mai esistite” (Storia illustrata, N. 261, agosto 1979, pp. 15-35) e “The <Problem of the “Gas Chambers”> or <The Rumor of Auschwitz>” (Revisionist Press), El mito de los 6 millones. El fraude de les Judios asesinados por Hitler (Ediciones BAU. S.P., Badalona) di J. Bochacha, “Anne Frank’s Diary — A Hoax” (Institute for Historical Review) di Ditlieb Felderer e Holocaust, hoe lang nog? (Haro Boekdienst, Antwerpen) (7).
[46]

Nel settembre 1979 presso la Northrop University di Los Angeles si è tenuta la prima “Revisionist Convention”, organizzata dall’Institute for Historical Review, che dalla primavera del 1980 pubblica l’importante rivista trimestrale The Journal of Historical Review, alla quale collaborano ì più importanti storici revisionisti di ogni paese.

Ciò ha contribuito ulteriormente a rendere il revisíonismo storico una realtà inconfutabile e un movimento di pensiero inarrestabile. Infatti la tesi revisionista guadagna sempre più sostenitori.

Dal 1980 ad oggi sono state pubblicate parecchie opere, soprattutto in Francia, sulla scia dell’ “Affare Faurisson”.
[47]

Oltre ai numerosi articoli apparsi nella rivista “The Journal of Historical Review”, segnaliamo:

“Auschwitz Exit” (Vol. I, Täby, Svezia, 1980), di Ditlieb Felderer,

“1981 Revisionis’t Bibliography. A Select Bibliography of Revisionist Books Dealing with the Two World Wars and their Aftermaths. Compiled and Annoted by Keith Stimely” (Institute for Historical Review, 1980), che comprende anche le opere revisioniste sullo “sterminio” ebraico in lingua inglese;

“Vor dem Tribunal der Sieger: Gesetzlose Justiz in Nümberg” (Verlag K.W. Schütz KG — Preuss. Oldendorf, 1981), di Hildegard Fritzsche;

“Auschwitz im IG-Farben Prozess. Holocaustdokumente?” (Herausgegeben von Udo Walendy, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho/Weser, 1981);

“Holocaust nun unterirdisch?” (Historische Tatsachen Nr. 9, Vlotho/Weser, 1981), “Kenntnismängel der Alliierten” (Historische Tatsachen Nr. 15, VIotho/Weser. 1982),”Adolf Eichmann und die “Skelettsammlung des Ahnenerbe e.V.”” (Historische Tatsachen Nr. 18, Vlotho/Weser,1983), “Einsatzgruppen im Verbande des Heeres” (Historische Tatsachen Nr. 16 e 17, Vlotho/Weser, 1983), “Alliierte Kriegspropaganda 1914-1919” (Historische Tatsachen Nr. 22, Vlotho/Weser, 1985), “Macht + Prozesse = “Wahrheit? (Historische Tatsachen Nr. 25, Vlotho/Weser, 1985) ,tutti di Udo Walendy;

“<Massentötungen> oder Desinformation?” (Historische Tatsachen Nr. 24, Vlotho/Weser 1985), di Ingrid Weckert;

“Ich suchte — und fand die Wahrheit” (Kritík Nr. 58, Mohrkirch, 1982), di Robert Faurisson;

“The “Holocaust””: 120 Questions and Answers (Institute for Historical Review, 1983), di C. E. Weber;
[48]

“Nazi Gassing a Myth?” (IHR Special Report. Institute for Historical Review, 1983);

“The Dissolution of the Eastern European Jewry” (Institute for Historical Review, 1983), di Walter Sanning;

“Les grands truquages de l’histoire” (Jacques Grancher éd., Paris, 1983), di Hervé Le Goff (opera in cui compare uno studio sull’impostura del diario di Anna Frank: pp. 13-40) (8);

“The man who invented “genocide”” (Institute for Historical Review, 1984) di James J. Martin;

“Dachau… Buchenwald… Belsen… etc…” (Antwerpen, Vrij Historisch Onderzoek, 1984), di Z. L. Smith;

“Het Dagboek van Anne Frank: een vervalsing” (Antwerpen, Vrij Historisch Onderzoek, 1985), di Robert Faurisson;

“Worldwide Growth and Impact of “Holocaust” Revisionism” (Institute for Historical Review, 1985), IHR Special Report.

Aggiungiamo le opere più significative sull'”Affare Faurisson”:

“Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz” (La Vieille Taupe, Paris, 1980) di Serge Thion;

“Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz” (La Vieille Taupe, Paris, 1980) di Robert Faurisson, opere di valore eccezionale;

“L’Affaire Faurisson” (Le lutteur de classe, novembre 1981);

“Intolérable intolérance” (Editions de la Différence, 1981) di autori vari;
[49]

“Les petits suppléments au Guide des droits des victimes. N. 1. L’incroyable Affaire Faurisson” (La Vieille Taupe, Paris, 1982) a firma “Le Citoyen”;

“Réponse à Pierre Vidal-Naquet” (Edité par l’Auteur, 1982) di Robert Faurisson;

“L’Affaire Faurisson” (Université de Bordeaux III. Option Journalisme 1982-1983) di Marie- Paule Mémy;

“Epilogue judiciaire de l'”Affaire Faurisson” (La Vieille Taupe, Paris, 1983) di J. Aitken;

“Il caso Faurisson” (edito dall’Autore) di Andrea Chersi (Castenedolo 1983) (9).

Nel gennaio 1985 è apparso il primo numero della rivista revisionista spagnola “Revisión” (Alicante, Spagna).

Segnaliamo inoltre la rivista revisionista “Taboe. Revisionístisch tijdschrift voor kritisch en wetenschappelijk onderzoek” (Tabù. Rivista revisionista di ricerca critica e scientifica) (Antwerpen, Belgio).

Ci sia infine consentito di menzionare tre nostri studi:

“Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso” (Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985);

“La Risiera di San Sabba” (Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985);

“<Medico ad Auschwitz>. Anatomia di un falso. La falsa testimonianza di Miklos Nyiszli” (10) (di prossima pubblicazione).
[50]

Questa vasta letteratura è di valore disparato e va dalla divulgazione superficiale e spesso inesatta — giustamente criticata dagli storici sterminazionisti, come vengono chiamati dai revisionisti i sostenitori della realtà dello “sterminio” ebraico — alla ricerca scientifica metodica e approfondita.

Essa ha suscitato reazioni di varia natura (11).

Sul piano letterario alcuni scritti, fortemente passionali, tendono essenzialmente a screditare i revisionisti sia mediante la diffamazione personale, sia deformandone le tesi per poi facilmente volgerle al ridicolo, sia tentando di far passare il revisionismo per una “parte costitutiva di un movimento neonazista internazionale”, come insinua espressamente Robert Kempner (12), cioè per un rigurgito di antisemitismo nazista.

Questo tentativo appare chiaramente già dai titoli più ricorrenti di tale letteratura:

“Sulla critica della pubblicistica dell’estremismo di destra antisemita” (13) ; “Sguardo sulla letteratura neona-
[51]

zista” (14); — La Soluzione Finale e la Mitomania Neonazista” (15);

“La <soluzione finale> della questione ebraica nella recente letteratura neo-nazista” (16).

Tra gli articoli più virulenti segnaliamo:

“La politica dello struzzo”, di Augusto Segre, in: La Rassegna mensile di Israel, gennaio- marzo 1979, pp. 109-110;

“La distruzione della ragione”, di Giuseppe Laras, in: La Rassegna mensile di Israel, agosto- settembre 1979, pp. 285-288;

“Le camere a gas sono esistite!” (risposta di Enzo Collotti a Robert Faurisson), in: Storia illustrata, n. 262, settembre 1979, pp. 19-29 (vedi al riguardo: “Paurisson replica a Collotti”, in: Storia illustrata. n. 263, ottobre 1979, pp. 30-37).

Stefano Levi della Torre dedica al revisionismo un paragrafo dell’articolo “Nuove forme della giudeofobia” che è compreso nella sezione “Antisemitismo oggi” (17).

In realtà tale accusa è completamente infondata ed ha una finalità chiaramente propagandistica. Infatti le credenziali di colui che è considerato il fondatore del revisionismo, Paul Rassinier, non lasciano dubbi in proposito: socialista, resistente, arrestato dalla Gestapo nell’ottobre del 1943, torturato per 11 giorni, deportato a Buchenwald e poi a Dora per 19 mesi, invalido al 95% in conseguenza della deportazione, detentore della medaglia “vermeil de la Reconnaissance Francaise” e della “Rosette de la Résistance”.
[52]

In Francia l’eredità di Rassinier è stata raccolta da ambienti di sinistra, a cominciare dal gruppo che fa capo alla casa editrice “La Vieille Taupe” (18).

Altri scritti sterminazionisti, pur risentendo del pathos che suscita inevitabilmente la negazione dello “sterminio” ebraico, tentano di porsi sul piano della critica obiettiva. Tra i più significativi ricordiamo:

“Lies About the Holocaust”, di Lucy Dawidowicz, in: Commentary, December 1980, pp. 31- 37;

“Les redresseurs de morts. Chambres à gaz: la bonne nouvelle. Comment on révise l’histoire”, di Nadine Fresco, in: Les Temps Modernes, n, 407, Juin 1980, pp. 2150-2211. L’Autrice si propone di mostrare i metodi storiografici dei revisionisti.

“Les chambres à gaz ont existé” (Editions Gallimard, 1981), di Georges Wellers. Opera diretta contro Robert Faurisson.

“La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie” (Edité par Beate et Serge Klarsfeld, 1979), di Georges Wellers. Opera diretta contro Paul Rassinier.

“Six Million Did Die” (Johannesburg, 1978), di Arthur Suzman e Denis Diamond. Opera diretta contro Richard Harwood e Arthur Butz.

“Un Eichmann de papier. Anatomie d’un mensonge”, di Pierre Vidal-Naquet, in: Les Juifs, la mémoire et le présent, Paris 1981, pp. 195-272. Studio diretto contro Robert Faurisson.
[53]

“Tesi sul revisionismo”, di Pierre Vidal-Naquet, in: Rivista di storia contemporanea (Loescher Editore, Torino), I, gennaio 1983, pp. 3-24. Articolo di carattere generale contro il revisionismo.

“Nationalsozialistischen Massentötungen durch Giftgas” (Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a., Frankfurt am Main, 1983), opera collettiva di 24 storici mirante a confutare l’intera storiografia revisionista “.

Alcuni tentativi di riaffermare la “verità” sterminazionista hanno sortito l’effetto contrario. Particolarmente importanti a questo riguardo sono:

“The Holocaust Revisited: A Retrospective Analysis of the Auschwitz-Birkenau Extermination Complex (Central Intelligence Agency, Washington, D.C. U.S. Department of Commerce. NationaI Technical Informatíon Service, February 1979), di Dino A. Brugioni e Robert G. Poirier (trad. francese in: “Le Monde Juif”, n. 97, Janvier-Mars 1980, “Auschwitz à vol d’oiseau”, pp. 1- 22), opera in cui sono pubblicate delle fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau scattate nel 1944 dall’aviazione americana le quali demoliscono il mito degli immensi stermini che sarebbero stati perpetrati in tale campo nel 1944;

“Les “Krématorien” IV et V de Birkenau et leurs chambres à gaz”, di Jean-Claude Pressac, in: “Le Monde Juif”, N. 107, Juillet-Septembre 1982, pp. 91-131 (vedi il resoconto di Robert Faurisson “Le mythe des “chambres à gaz” entre en agonie”, in: Réponse à Pierre Vidal-
[54]

Naquet, Deuxième édition augmentée, La Vieille Taupe. Paris, 1982, pp. 67-87).

L’Album d’Auschwitz. D’après un album découvert par Lili Meier survivante du camp de concentration. Texte de Peter Hellman traduit de l’americain par Guy Casaril. Editions du Seuil, 1983 (vedi l’analisi di Robert Faurisson “Les tricheries de l’Album d’Auschwitz”, dattiloscritto inedito, 1983).

Ma le reazioni degli oppositori del revisionismo non si sono limitate al piano letterario. I processi intentati contro i revisionisti — onde ottenere da parte dei tribunali la condanna ufficiale delle tesi degli avversari — testimoniano dell’incapacità degli storici di regime di confutare seriamente ed efficacemente le argomentazioni revisioniste.

Alcuni casi, come quelli di Christophersen, di Faurisson e di Felderer, sono diventati tristemente noti (20).

Tristemente nota è anche l’esistenza nella Repubblica Federale Tedesca di un organo preposto al controllo degli scritti “pericolosi per la gioventù” (Bundesprüfstelle für jugendgefährdende Schriften), mero espediente per poter esercitare una censura legale sulla letteratura revisionista, le cui opere vengono regolarmente messe all'”Indice”! (Index für jugendgefährdende Schriften) “.

Fino a che punto possa giungere la cieca intolleranza nei confronti di coloro che negano mediante una seria
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documentazione la realtà dello “sterminio” ebraico, è testimoniato dal casa del dottor WilheIm Stäglich. Nel novembre 1982 il Consiglio dei Decani della Georg-August-Universität di Gottinga, presso la quale egli aveva conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1951, ha intrapreso una procedura per ritirargli il titolo di dottore per aver scritto l’eccellente opera “Der Auschwitz Mythos” (Il Mito di Auschwitz), che, a giudizio non propriamente spassionato di tale Consiglio, ha reso Wilhelm Stäglich “indegno di portare il titolo di dottore”.

La cosa più singolare è che il fondamento giuridico di tale procedura è costituito da due leggi naziste del 1939! (22).

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II– LA CRITICA REVISIONISTA

Sarebbe arduo riassumere in poche pagine i risultati della critica revisionista. Del resto, a noi preme di più esporre la ragion d’essere e i metodi di lavoro del revisionismo, per cui dedichiamo questo capitolo al chiarimento delle ragioni per le quali, a nostro avviso, è necessario dubitare della realtà dello “sterminio” ebraico.

Al processo di Norimberga il Pubblico Ministero inglese Sir Hartley Shawcross nella sua requisitoria del 26 luglio 1946 accusò i tedeschi dì aver ucciso più di sei milioni di ebrei “nelle camere a gas e nei forni di Auschwitz, Dachau, Treblinka, Buchenwald. Mauthausen, Maidanek e Oranienburg” (1).

Ciascuna di queste “camere a gas” ha avuto naturalmente i suoi “testimoni oculari”.

L’abate Georges Hénocque descrive così quella di Buchenwald: “Mi sentii rassicurato e, aprendo subito la porta di ferro, mi trovai nella famosa camera a gas. Il locale poteva avere venticinque metri quadrati di superficie e un’altezza di tre metri — tre metri e mezzo. Sul soffitto, diciassette cipolle di annaffiatoìo, sigillate e poste a intervalli regolari. A guardarle, nulla rivelava la loro funzione omicida. Esse assomigliavano a inoffensivi sfiatatoi d’acqua.

I deportati che prestavano servizio al crematorio mi avevano informato: per una specie di ironia, ogni vittima, entrando in questa camera, riceveva un asciugamano e un pezzetto di sapone. Questi sventurati potevano credere di andare alle docce. Dietro di loro veniva chiusa la pesante
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porta di ferro, bordata di una specie di guarnitura di gomma di mezzo centimetro di spessore, destinata ad impedire la penetrazione dell’aria.

All’interno i muri erano lisci, senza fessure, e come verniciati. All’esterno, accanto all’architrave della porta, si vedevano quattro boaoni ‘ posti l’uno sotto l’altro: uno rosso, uno giallo, uno verde e uno bianco.

Un dettaglio tuttavia mi preoccupava: non capivo in che modo il gas potesse venire giù dalle bocche degli annaffiatoi. Il locale in cui mi trovavo era situato accanto a un corridoio. Vi penetrai e dentro vidi un enorme’tubo che le mie braccia non riuscivano a cingere completamente e che era ricoperto di uno spessore di gomma di circa un centimetro. Accanta, una manovella che si poteva girare da sinistra a destra provocava l’arrivo del gas. Esso discendeva così fino al suolo con una forte pressione, sicché nessuna delle vittime poteva sfuggire a ciò che i tedeschi chiamavano “la morte lenta e dolce”.

Al di sopra del punto in cui il tubo formava un gomito per entrare nel locale di asfissia c’erano gli stessi bottoni che si trovavano sulla porta esterna: rosso, verde, giallo e bianco, che servivano evidentemente a controllare la discesa del gas.

Tutto era davvero predisposto e organizzato scientificamente. Il Genio del male non avrebbe potuto trovare di meglio. Rientrai nella camera a gas per cercare di scoprire quella del crematorio” (2).

L’SS-Obersturmbannführer Kaindl, ex comandante del campo di concentramento di Oranienburg-Sachsenhausen, dichiarò dinanzi a un Tribunale Militare sovietico:

“Alla metà di marzo del 1943 ho introdotto le camere a gas come luogo di sterminio in massa.

Pubblico Ministero — Di Sua iniziativa?
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Kaindl — In parte, sì. Poiché le installazioni esistenti non erano sufficienti per lo sterminio previsto, convocai una riunione alla quale partecipò anche il medico capo Baumkötter, il quale mi disse che l’avvelenamento di uomini mediante acido cianidricc in camere speciali aveva come effetto la morte istantanea. Allora considerai la costruzione di camere a gas per lo sterminio di uomini opportuna e anche più umana” (3).

Riguardo al campo di Dachau, il dott. Franz Blaha asserì in una dichiarazione giurata:

“Nel campo ci furono molte esecuzioni mediante gas, fucilazioni e iniezioni. La camera a gas fu terminata nel 1944 ed io fui chiamato dal dott. Rascher per esaminare le prime vittime. Delle otto o nove persone che si trovavano nella camera, tre erano ancora vive e le altre sembravano morte. I loro occhi erano rossi e i loro volti gonfi. Molti detenuti furono uccisi successivamente in questo modo” (4).

Il 19 agosto 1960 il giornale tedesco Die Zeit pubblicò — sotto il titolo “Keine Vergasung in Dachau” (Nessuna gasazione a Dachau) — una lettera del dott. Martin Broszat dell’Istituto di Storia contemporanea di Monaco nella quale dichiarava:

“Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati ebrei o altri detenuti. La camera a gas di Dachau non fu mai ultimata del tutto e non entrò mai <in funzione>”.

E ancora:

“Lo sterminio in massa degli ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate istallazioni tecniche, soprattutto (vor allem) nel territorio polacco occupato (ma in nessun luogo nel
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Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, sul Bug, a Treblinka, a Chelmo e a Belzec” (5).

Le riserve espresse in questa lettera furono chiarite dal dott. Broszat nella “Nota preliminare” all’articolo di Ino Arndt e Wolfang Scheffler “Organisierter Massenmord an Juden in nationalsozialistischen Vernichtungslagern”:

“Come abbiamo già rilevato, gli stermini di ebrei in senso istituzionale (esecuzione del programma della “soluzione finale”) mediante impianti di gasazione ebbero luogo esclusivamente nei campi summenzionati (6) dei territori polacchi occupati. Al contrario nei campi di concentramento generalmente c’erano sì crematori (per la cremazione dei detenuti morti in massa oppure uccisi durante la guerra), ma non impianti di gasazione. Dove però in particolare ciò accadde (Ravensbrück, Natzweiler, Mauthausen), essi non servivano allo sterminio ebraico nel senso del programma della “soluzione finale”. Essi dovevano piuttosto facilitare psichicamente ai Kommandos di esecuzione il loro “lavoro”, che fino ad allora veniva effettuato mediante fucilazioni, iniezioni di fenolo e altri sistemi” (7).

Simon Wiesenthal conferma che “non ci furono campi di sterminio in terra tedesca” (8).

In conclusione, né a Buchenwald, né a Oranienburg-Sachsenhausen sono mai esistite “camere a gas”, mentre la pretesa “camera a gas” di Dachau (9) non è mai stata utilizzata, come si può leggere anche nella pubblicazione ufficiale su tale campo:
[60]

“La <camera a gas> di Dachau non fu mai messa in funzione. Nel crematorio entrarono solo morti per la <cremazione>, nessun vivente per la <gasazione>” (10).

“Come abbiamo già detto, l’ultimo anno Dachau ebbe una camera di gasazione propria. Ma le sue “docce” non furono mai utilizzate” (11).

Di conseguenza, le “testimonianze oculari” di coloro che pretendono di aver visto in questi campi “camere a gas” o di avervi assistito a “gasazioni” sono false.

Tale circostanza avrebbe indotto qualunque storico serio ad effettuare una revisione critica di tutte le fonti dello “sterminio” ebraico, ma ciò naturalmente non è accaduto (12).

In effetti, la domanda che pone Robert Faurisson è più che legittima:

“Perché le <prove>, le <certezze>, le <testirnonianze> raccolte sui campi che geograficamente ci sono vicini non hanno improvvisamente più valore, mentre le <prove>, le <certezze>, le <testimonianze> raccolte sui campi della Polonia restano vere?” (13).

La domanda appare ancora più legittima se si considera ciò che Gerald Reitlinger scrive sulle prove relative ai “campi dì sterminio” polacchi:

“La più gran parte delle documentazioni sui campi di morte in Polonia, ad esempio, è stata raccolta dalle Commissioni d’inchiesta del Governo polacco e dalla Com-
[61]
missione Centrale di Storia ebraica della Polonia interrogando i superstiti fisicamente validi, ~ quali erano ben di rado uomini di qualche cultura. Inoltre l’ebreo dell’Europa orientale è retorico per natura, ama esprimersi con similitudini fiorite. Quando un testimone diceva che le vittime provenienti dal lontano Occidente arrivavano al campo di morte in vagoneletto, intendeva probabilmente dire che arrivavano in vetture passeggeri e non in carri bestiame. Talvolta la fantasia superava ogni credibilità, come quando i contrabbandieri di viveri del ghetto erano descritti come uomini giganteschi, con tasche che andavano dal collo alle caviglie. Anche i lettori che non soffrono di pregiudizi razziali possono trovare un poto troppo pesanti, per poterli digerire, i particolari di questi assassinü mostruosi, ed essere indotti a gridare Credat Judaeus Apella e a relegare questi racconti tra le favole. In fondo i lettori hanno diritto di pensare che si tratta di testimoni “orientali”, per i quali i numeri non sono che elementi retorici. Perfino i loro nomi — Sunschein, Zylberdukaten, Rothbalsam, Salamander: Raggio di Sole, Ducati d’argento, Balsamo Rosso, Salamandra — sembrano parti di fantasia” (14).

Riguardo ai metodi di lavoro di tali commissioni di inchiesta e alle “testimonianze” da esse raccolte, Reitlinger dichiara esplicitamente:

“Non si può non essere d’accordo con R. T. Paget, K. C., membro della Camera dei Comuni, quando dice che le ricerche eseguite dopo la guerra dalle commissioni d’inchiesta polacche sono di scarso valore probativo. Esse consistono, infatti, essenzialmente di descrizioni staccate di persone singole, ben raramente confermate da altre fonti” (15).

[62]
Le “prove” dell’esistenza di “camere a gas” nei pretesi “campi di sterminio” orientali sono dunque costituite pressoché esclusivamente da “testimonianze oculari” oltremodo sospette la cui veridicità viene ammessa a priori dagli storici che propugnano la realtà dello “sterminio” ebraico, e questa acriticità intenzionale è la caratteristica essenziale del loro metodo di lavoro storiografico.

Eppure l’analisi di queste “prove” e il loro confronto reciproco dovrebbe indurre tali storici a maggiore cautela.

Lo studio della genesi del mito dello “sterminio” ebraico a Treblinka, a Sobibor e a Belzec, ad esempio, è abbastanza rivelatore al riguardo.

Una delle prime “testimonianze oculari” su Treblinka — il rapporto inviato il 15 novembre 1942 dall’organizzazione clandestina del ghetto di Varsavia al governo polacco in esilio a Londra — descrive lo “sterminio” di ebrei in tale campo mediante vapore acqueo!

Nel marzo 1942 — si legge in tale rapporto — i tedeschi iniziarono la costruzione del nuovo campo di Treblinka B — nei pressi del campo di Treblinka A — che fu terminato alla fine di aprile del 1942. Verso la prima metà di settembre esso comprendeva due “case della morte”.

La “casa della morte n. 2” (dom smierci Nr 2) era una costruzione in muratura lunga circa 40 metri e larga 15. Secondo la relazione di un testimone oculare (wg relacji naocznego swiadka) essa conteneva dieci locali disposti ai due lati di un corridoio che attraversava tutto l’edificio. Nei locali erano installati dei tubi attraverso i quali passava il vapore acqueo (para wodna).

La “casa della morte n. 1” (dom smierci Nr 1) si componeva di tre locali e di una sala caldaie.

“Dentro la sala caldaie — prosegue il rapporto — c’è una grande caldaia per la produzione del vapore acqueo, e, mediante tubi che corrono attraverso le camere della morte e che sono forniti di un adeguato numero di fori,
[63]
il vapore surriscaldato si sprigiona all’intemo delle camere”.

Le “vittime” venivano rinchiuse nei locali suddetti e uccise col vapore acqueo!

“In questo modo le camere di esecuzione si riempiono completamente, poi le porte si chiudono ermeticamente e comincia la lunga asfissia (duszenie) delle vittime. mediante il vapore acqueo (para wodna) che viene fuori dai numerosi fori dei tubi. All’inizio dall’intemo giungono urla strozzate che si acquietano lentamente e dopo 15 minuti l’esecuzione è effettuata” (16).

Questa storia è stata ripresa ed elevata a verità ufficiale dalla Commissione suprema di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia, la quale ha accusato l’ex governatore Hans Frank di aver ordinato l’installazione di un “campo di sterminio” a Treblinka per l’eliminazione in massa degli ebrei “in camere riempite di vapore” (in Dampf gefüIlten Kammern)! (17).

Successivamente si è imposto il mito delle “camere a gas” a monossido di carbonio (18) che vale tuttora come verità ufficiale sui tre “campi di sterminio” orientali.
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La cosa è stata semplice: è bastato trasformare in “camere a gas” le “camere a vapore” del rapporto del 15 novembre 1942!

Così il “testimone oculare” Yankel Wiernik scrisse già nel 1944 che a Treblinka gli ebrei venivano uccisi in due costruzioni, una grande, con dieci “camere a gas”, l’altra piccola, con tre “camere a gas” (19), esattamente come le due “case della morte” del rapporto summenzionato avevano dieci e tre “camere a vapore”. Anche la disposizione dei locali della nuova costruzione è tratta di sana pianta dal rapporto del 15 novembre 1942: dieci camere disposte ai due lati di un corridoio che attraversava tutta la costruzione (20).

Quanto sia attendibile questo “testimone oculare”, si può arguire già da questa sua affermazione: in ogni “camera a gas” che misurava “circa 150 piedi quadrati” (about 150 square feet), cioè meno di 14 metri quadrati, potevano essere stipate 1.000-1.200 personne (21), con una densità di 71-85 personne per metro quadrato!

Eccoci dunque in presenza di uno di quei “testimoni oculari” par i quali, come asserisce Gerald Reitlinger, “i numeri non solo che elementi retorici”!

Nel 1946, le “camere a gas” di Sobibor venivano descritte cosi:

“A prima vista si ha tutta l’impressione di entrare in un bagno come gli altri: rubinetti per l’acqua calda e fredda, vasche per lavarsi… appena tutti sono entrati le porte vengono chiuse pesantemente. Una sostanza nera,
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pesante, esce in volute da fori praticati nel soffitto. Si sentono urla raccapriccianti che però non durano a lungo perché si tramutano presto in respiri affannosi e soffocati e in attacchi di convulsioni. Si dice che le madri coprano i figli con il loro corpo.

Il guardiano del “bagno” osserva l’intero procedimento attraverso una finestrella nel soffitto. In un quarto d’ora tutto è finito. Il pavimento si apre e i cadaveri piombano in vagoncini che aspettano sotto, nelle cantine del “bagno” e che, appena riempiti, partono velocemente. Tutto è organizzato secondo la più moderna tecnica te esca. Fuori, i corpi vengono deposti secondo un certo ordine e cosparsi di benzina, quindi viene loro dato fuoco” (22).

La “testimone oculare” Zelda Metz fornì la seguente descrizione:

“Poi entravano nelle baracche. dove alle donne venivano tagliati i capelli, indi nel “bagne”, cioè nella camera gas. Erano asfissiati col cloro (dusili chlorem). Dopo 15 minuti arano tutti asfissiati. Attraverso una finestrella si verificava se erano morti. Poi il pavimento si apriva automaticamente. I cadaveri cadevano in una vagone di une ferrovia che passava attraverso la camera a gas e portava i cadaveri al forno” (23)

Ma già nel 1947 la “Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia” optava per l’uccisione “mediante gas di combustione prodotto da un motore situato nella stessa costruzione e collegato alle camere per mezzo di tubi” (24), riconoscendo così false le “testimonianze” summenzionate. Ma ciò non impedì a Zelda Metz di presentarsi come teste d’accusa il 23 agosto 1950 al
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processo contro gli ex guardiani di Sobibor Hubert Gomerski e Johan Klier (5), nel quale il Pubblico Ministero sostenne appunto che in tale campo “le uccisioni avevano luogo mediante gas di scarico di un motore” ! (26).

Le “testirnonianze oculari” relative a Belzec sono ancora più istruttive.

Il primo mito dello “sterminio” ebraico nacque l’8 aprile 1942, solo tre settimane dopo l’apertura del campo: “le vittime venivano radunate in una casupola che aveva per pavimento una lastra di metallo attraverso la quale veniva fatta passare la corrente elettrica che folgorava gli ebrei” (27).

Una storia simile appare nella Kronika oswiecimska nieznanego autora (Cronaca di Oswiecim di autore ignoto) che sarebbe stata dissotterrata nel novembre 1953 nel terreno dell’ex campo di Auschwitz: a Belzec gli ebrei venvano folgorati (elektryzowano) (28).

Un rapporto datato 10 luglio 1942, giunto a Londra nel novembre dello stesso anno (29) e pubblicato il 1o dicembre sulla Polish Fortnightly Review descrive cosi lo “sterminio” degli ebrei a Belzec:

“Dopo essere stati scaricati, gli uomini vanno in una baracca a destra, le donne in una baracca situata a sinistra, dove si spogliano, apparentemente per prepararsi a fare il bagno. Dopo che si sono spogliati, entrambi i gruppi vanno in una terza baracca dove c’è una lastra elettrificata in cui vengono effettuate le esecuzioni” (30).

[67]
Una variante del mito menziona l’acqua al posto della lastra metallica: gli ebrei venivano uccisi facendo passare attraverso l’acqua in cui erano stati immersi la corrente elettrica (31).

La versione della folgorazione su lastra metallica riappare in un rapporto del novembre 1942:

“Si ordina alle vittime di spogliarsi nude — apparentemente per un bagno — ed esse sono poi condotte in una baracca con una lastra di metallo per pavimento. Poi la porta viene chiusa, la corrente elettrica passa attraverso le vittime e la loro morte è quasi istantanea” (32).

Nel rapporto del governo polacco in esilio a Londra del 10 dicembre 1942 si legge tra l’altro:

“All’inizio le esecuzioni venivano effettuate mediante fucilazione; tuttavia, viene riferito che in seguito i tedeschi applicarono nuovi metodi, quali il gas tossico, mediante cui la popolazione ebraica fu sterminata a Chelm, o la folgorazione, per la quale fu organizzato un campo a Belzec, dove, nel corso di marzo e aprile 1942, gli ebrei delle province di Lublino, Lwow e Kielce furono sterminati a decine di migliaia” (33).

Tale staoria fu ripetuta il 19 dicembre in una dichiarazione dell’ “Inter-Allied Information Committee”:

“Non si dispone di dati reali riguardo al destino dei deportati, ma sono disponibili notizie — notizie irrefutabli — secondo le quali sono stati organizzati deil luoghi di esecuzione a Chelm e a Belzec, dove, coloro che sopravvi-
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vono alle fucilazioni, sono uccisi in massa mediante folgorazione e gas letali” (34).

Un rapporto del 1o novembre 1943 descrive così l’ “inferno di Belzec” (Die Hölle von Belzec):

“Agli ebrei che venivano inviati a Belzec si ordinava di spogliarsi come per fare un bagno. Effettivamente venivano condotti in uno stabilimento di bagni che aveva una capienza di diverse centinaia di persone. Ma lì venivano uccisi a schiere mediante corrente elettrica” (35).

Nel 1944 il mito si arricchisce: ne viene elaborata una nuova versione che fonde i temi dell’acqua e della lastra metallica.

Il 12 febbraio 1944 il New York Times pubblicò il seguente racconto di “un giovane ebreo polacco” relativo alla “fabbrica delle esecuzioni” di “Beljec:”:

“Gli ebrei erano spinti nudi su una piattaforma metallica che funzionava come un elevatore idraulico che li calava in una enorme vasca piena d’acqua fino al collo delle vittime, disse egli. Essi venivano folgorati con la corrente per mezzo dell’acqua. L’elevatore poi sollevava i corpi ad un crematorio che si trovava di sopra, disse il giovane”. La fonte del racconto era costituita da “individui che erano fuggiti dopo essere stati realmente dentro la “fabbrica” (36), dunque da “testimoni oculari”.

Questa nuova forma del mito fu ripresa nel 1945 da Stefan Szende. I trasporti ebraici “entravano attraverso un tunnel nei locali sotterranei del luogo di esecuzione”. La tecnica dello “sterminio” descritta da Szende è a dir poco fantascientifica:

“Gli ebrei nudi venivano condotti in sale gigantesche. Queste sale potevano contenere parecchie migliaia di uomini alla volta. Esse non avevano finestre, erano di metallo, col pavimento che si poteva abbassare.
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Il pavimento di queste sale con migliaia di ebrei veniva calato in una cisterna piena d’acqua che si trovava sotto — però soltanto in modo tale che gli uomini sulla lastra metallica non fossero immersi completamente. Quando tutti gli ebrei sulla lastra metallica stavano già nell’acqua fino ai fianchi, si faceva passare nell’acqua la corrente ad alta tensione. Dopo pochi istanti tutti gli ebrei, migliaia alla volta, erano morti.

Poi il pavimento di metallo si sollevava fuori dall’acqua. Su di esso giacevano i cadaveri dei giustiziati. Si inseriva un altra linea elettrica e la lastra metallica si trasformava in una cassa da morto crematoria (Krematoriumssarg) incandescente, finché tutti i cadaveri enano inceneriti.

Potenti gru sollevavano allora la gigantesca cassa da morto crematoria ed evacuavano le ceneri. Grosse ciminiere da fabbrica evacuavano il fumo. La procedura era compiuta” (37).

Un’altra variante del mito menziona un “forno elettrico” (!) come strumento di “sterminio”.

“Poi essi entrano in una terza baracca che contiene un forno elettrico (einen elektrischen Ofen). In questa baracca hanno luogo le esecuzioni” ‘.

Nel 1945 la prima versione del mito assurse a verità ufficiale sul “campo di sterminio” di Belzec. Essa fu accolta nel rapporto del governo polacco e letta dal rappresentante sovietico dell’accusa L. N. Smirnow all’udienza dei 19 febbraio 1946 del processo di Norimberga:

“Nello stesso rapporto, nell’ultimo capitolo, a pagina 136 del libro dei documenti, troviamo una dichiarazione sul fatto che il campo di Beldjitze (39) fu costruito nel 1940;
[70]
però gli impianti elettrici speciali per lo sterminio in massa di uomini furono installati nel 1942. Col pretesto di portarle a fare il bagno, le persone venivano costrette a spogliarsi completamente e spinte nella casa il cui pavimento era elettrificato (mit elektrischem Strom geladen); lì venivano uccise” (40).

Il mito dello “sterminio” ebraico a Belzec mediante corrente elettrica non è stato il solo a circolare nel corso della seconda guerra mondiale.

Il “testimone oculare” Jan Karski, che pretende di aver visitato tale campo in divisa da guardia estone, descrive un procedimento di “sterminio” alquanto singolare: gli ebrei venivano caricati su vagoni cosparsi di calce viva.

Quando il carico era completo, il treno partiva e raggiungeva una zona deserta a 80 miglia da Belzec, dove restava fenno fino a quando tutti gli ebrei erano morti per l’azione corrosiva della calce e per soffocamento (41).

Nonostante le dettagliate “testimonianze oculari” che abbiamo riferito, anche per Belzec si è imposto definitivamente come verità ufficiale il mito delle “camere a gas” a monossido di carbonio. Tale mito, che ha ricevuto la sanzione ufficiale della Commissione di inchiesta sui crimini
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tedeschi in Polonia (42), appare improvvisamente nel 1946 nella raccolta “Dokumenty i materialy” (43).

La nuova versione si fonda sulla “testimonianza oculare” di Rudolf Reder (44), che è in gran parte un volgare plagio del famoso rapporto Gerstein (45).

La “testimonianza oculare” di Kurt Gerstein, SS-Obersturmführer, sul “campo di sterminio” di Belzec, è un caso tipico di acriticità e di malafede nell’assunzione delle “prove” da parte degli storici di regime.

Nel nostro studio Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso abbiamo segnalato 103 assurdità, contraddizioni interne ed esterne, falsificazioni storiche, contraddizioni rispetto alla storiografia ufficiale, esagerazioni iperboliche e inverosimiglianze che rendono questa “testimonianza oculare” assolutamente inattendibile.

Ma ciò non tange minimamente gli storici di regime, che dichiarano pressoché unanimamente:

“Non si nutre oggi alcun dubbio sulla veridicità del rapporto Gerstein” (46).

“Anche l’attendibilità obiettiva di tutti i particolari essenziali del rapporto è fuori questione” (47).

Gli storici di regime giustificano le false testimonianze — da essi stessi riconosciute tali — su Treblinka, Sobibor
[72]

e Belzec, sostenendo che durante la guerra si aveva una conoscenza precisa solo del fatto, dello “sterminio”, ma non delle sue modalità pratiche e tecniche. Pierre Vidal-Naquet scrive al riguardo:

“Nel flusso di informazioni che proveniva dai territori occupati c’era del vero, del meno vero e del falso. Sul senso generale di quanto stava accadendo non esisteva alcun dubbio, circa le modalità vi era spesso motivo di esitare tra l’una e l’altra’versione”. Egli ammette che ci furono anche “le fantasie e i miti”, ma dichiara che essi non sono esistiti per se stessi, bensì “come un’ombra proiettata dalla realtà, come un prolungamento della realtà” (48).

Questa argomentazione è una eccellente applicazione del principio metodologico “la conclusione precede le prove” che Pierre Vidal-Naquet attribuisce alla storiografia revisionista (49).

In effetti, riprendendo mutatis mutandis la domanda di Robert Faurisson, perché le “testimonianze oculari” relative alle “camere a vapore” di Treblinka, al “cloro” e alle “cantine” di Sobibor e allo “sterminio” ebraico a Belzec mediante corrente elettrica o treni della morte sono improvvisamente riconosciute false, mentre le “testimonianze oculari” relative alle “camere a gas” sono considerate vere?

E’ importante sottolineare che qui si ha a che fare con “testimonianze oculari” rigorosamente equivalenti riguardo all’attendibilità (o, più esattamente, all’inattendibilità) e completamente contradditorie riguardo al contenuto, sicché solo in quanto si ammette a priori l’esistenza delle “camere a gas” — la conclusione precede le prove! — si può parlare di “fantasie e miti” che sono “come una ombra proiettata dalla realtà”.
[73]

Del resto, quanto poco questa “realtà” sia tale, risulta chiaramente anche dallo studio della genesi del mito delle “camere a gas” di Auschwitz.

Tale mito si è imposto molto tardi, perché, sorprendentemente, “il più grande di tutti i luoghi di supplizio, la cosiddetta <fabbrica della morte> di Auschwitz-Birkenau, riuscì a serbare il suo segreto fino all’estate del 1944” (50).

Infatti nel luglio 1944 si diffusero i rapporti di due ebrei slovacchi evasi da Auschwitz (51) che furono pubblicati negli Stati Uniti dal War Refugee Board nel novembre dello stesso anno insieme ad altri due rapporti (52). Il più importante di essi, quello di Alfred Wetzler, è palesemente falso: costui presenta infatti una pianta e una descrizione dei crematori I e II (= Il e III secondo la numerazione ufficiale) di Birkenau completamente inventate, come risulta già dal semplice confronto con la pianta originale (53). Ma ciò non impedisce agli’storici di regime di proporlo subdolamente come vero!

Tipico è il caso di Georges Wellers, il quale utilizza goffamente la suddetta descrizione di Alfred Wetzler in due opere in cui appare riprodotta la pianta originale del crematorio II di Birkenau ! (54).

Ma prima di ricevere la sua codificazione ufficiale nelle “confessioni” di Rudolf Höss, il mito delle “camere a gas” di Auschwitz ha subìto altre vicissitudini sia riguar-
[74]

do al luogo, sia riguardo alla tecnica, sia riguardo al período dello “sterminio”.

Al processo di Norimberga, nel corso dell’udienza dell’8 agosto 1946, lo Sturmbannführer delle SS Georg Konrad Morgen descrisse con dovizia di particolari gli impianti del “campo di sterminio di Monowitz” (Vernichtungslager Monowitz):

“Poi questi autocarri partivano. Essi non andavano al campo di concentramento di Auschwitz, ma in un’altra direzione, al campo di- sterminio di Monowitz, che distava alcuni chilometri. Questo campo di sterminio era costituito da una serie di crematori. Questi crematori dall’esterno non erano riconoscibili come tali. Potevano essere scambiati per grandi impianti di bagni. Ciò era noto anche ai detenuti. Questi crematori erano circondati da una recinzione di filo spinato e all’intemo erano sorvegliati dai summenzionati gruppi di lavoro ebraici”.

E ancora:

“Il campo di sterminio di Monowitz era molto lontano dal campo di concentramento. Si trovava in una vasta zona industriale e non era riconoscibile come tale. Dappertutto all’orizzonte c’erano ciminiere ed esso fumava. Il campo stesso era sorvegliato all’esterno da un reparto speciale di uomini del Baltico, estoni, lituani e ucraini. L’intero procedimento tecnico era esclusivamente nelle mani dei detenuti stessi incaricati di ciò, i quali solo di volta in volta eranò sorvegliati da un Unterführer. L’uccisione vera e propria veniva eseguita da un altro Unterfúhrer che faceva sprigionare dei gas in questo locale” (55).

In realtà il campo di Monowitz, al pari dei trentanove campi esterni di Auschwitz, non ha mai posseduto né “camere a gas” né forni crematori (56).
[75]

Per quanto concerne la tecnica di “sterminio”, un rapporto del 18 aprile 1943 menzionava i seguenti metodi di uccisione, oltre alle “camere a gas” e alle fucilazioni:

“b) Camere elettriche; queste camere avevano pareti metalliche; le vittime vi venivano spinte dentro e poi si inseriva l’alta tensione.

c) Il sistema del cosiddetto martello pneumatico. Si trattava di camere speciali nelle quali dal tetto discendeva un “martello pneumatico” e le vittime venivano uccise per mezzo di un congegno speciale sotto un’alta pressione d’aria” (57).

Come commenta Martin Gilbert, questi due metodi erano “pure fantasie” (58).

Nel 1945, presso i falsi testimoni più sprovveduti, si affermò la versione della “gasazione” tramite docce finte.

Al processo Belsen la dottoressa Ada Bimko descrisse gli spruzzatori (sprays), i due “tubi” (pipes) e i due “enormi contenitori metallici che contenevano il gas” (huge metal containers containing gas) della “camera a gas” di Birkenau, che questa “testimone oculare” aveva visitato personalmente! (59)

In che modo questi falsi testimoni immaginavano che avvenissero le “gasazioni” risulta chiaramente dalla seguente narrazione di Sofia Schafranov, alla quale un detenuto del Sonderkommando avrebbe raccontato quanto segue:

“Veniva simulata una doccia e alle vittime, per quanto queste sapessero, ormai, di che genere di doccia si trattasse, si fornivano perfino asciugamani e un pezzo di sapone; dopo di che, er-&no fatte denudare e venivano cacciate in basse camere di cemento, ermeticamente chiuse. Al
[76]
soffitto erano applicati dei rubinetti, da dove, invece che acqua, era irrorato del gas tossico” (60).

Questa storia fu ripetuta al processo Degesch del 1949un testimone aveva sentito che “a Birkenau il gas veniva immesso nei locali attraverso docce finte”. Ma sia il dottor Heli, inventore dello Zyklon B, sia il dottor Ra., fisico, dichiararono che la tecnica di “gasazione” descritta era impossibile, sicché il Tribunale respinse come falsa la storia in questione:

“Il Tribunale non dubita del fatto che l’ipotesi che il gas sia tratto fuori dal barattolo di ZykIon B mediante una cannula e portato nelle camere a gas, sia errata, sicché non è più necessario fare l’esperimento richiesto da uno degli accusati” (61).

Ma ciò non impedisce a Vincenzo e Luigi Pappalettena di fornire il seguente commento — evidentemente ispirato a quanto era già stato asserito a Norimberga (62) — alla fotografia della “camera a gas” di Mauthausen:

“Avviati alla doccia, i prigianieri venivano investiti, anziché dall’acqua, dal micidiale gas che usciva dai forellini” (63).

Infine, riguardo al periodo dello “sterminio”, il dott. Reszö Kastner riferì una comunicazione da Bratislava secondo la quale “le SS erano in procinto di restaurare e riparare le camere a gas e i crematori di Auschwitz che erano fuori uso dall’autunno dei 1943” (die seit dem Herbst 1943 ausser Gebrauch waren) (64). In una dichiarazione giurata del 1945, egli precisò:
[77]

“Una comunicazione diceva che a Oswiecim si lavorava febbrilmente alla risistemazione delle camere a gas e dei crematori, che non erano in funzione da molti mesi” (die monatelang nicht in Betrieb waren) “,

mentre la storiografia ufficiale non registra — per il periodo in questione — alcuna sosta dell’attivítà delle “camere a gas” e dei forni crematori (66), per cui, nell’edizione del rapporto Kastner del 1961 il passo summenzionato è stato soppresso! (67).

La prima “perizia tecnica” sul “campo di sterminio” di Auschwitz è stata effettuata dai sovietici. La Commissione straordinaria di inchiesta sui crimini tedeschi ad Auschwitz ha “accertato” che in tale’campo furono assassinate più di quattro milioni di persone (68), cifra che per Reitlinger “fa ridere” (69). In che modo la Commissione sovietica sia giunta a tale conclusione fa ridere ancora di più.

“Nel crematorio n. 1, che esistette per 24 mesi, si potevano cremare 9.000 cadaveri al mese, il che dà un totale di 216.000 per tutto il tempo della sua esistenza. Le cifre corrispondenti (degli altri crematori) sono:

— crematorio n. 2, 19 mesi, 90.000 cadaveri al mese, totale 1.710.000;

— crematorio n. 3, 18 mesi, 90.000 cadaveri al mese, totale 1.620.000;

— crematorio n. 4, 17 mesi, 45.000 cadaveri al mese, totale 765.000;

— crematorio n. 5, 18 mesi, 45.000 cadaveri al mese, totale 810.000.
[78]
La capacità totale dei cinque crematori era di 279.000 cadaveri, per un totale di 5.121.000 per tutto il tempo della loro esistenza”.

Siccome da un lato i tedeschi bruciarono un gran numero di cadaveri su roghi, dall’altro i crematori non funzionarono sempre a pieno regime, la “Commissione tecnica” sovietica ha “accertato” appunto la cifra di quattro milioni di morti! ” (70).

Questo calcolo è assolutamente ridicolo già per il semplice fatto che la capacità massima di cremazione di 270.000 cadaveri al mese per i quattro crematori di Birkenau (= 9.000 al giorno) è nove volte superiore a quella reale! (71).

La “Commissione tecnica” sovietica ha inoltre “accertato” che nelle “camere a gas” di Auschwitz era stato impiegato il gas “Zyklon A”, che però non era più in uso dagli anni venti! (72).

Quale valore sia da attribuire alle conclusioni delle varie “commissioni d’inchiesta” sovietiche risulta chiaramente dal caso Katyn: la Commissione speciale che ha indagato sul massacro di Katyn — notoriamente perpetrato dai russi –, ha “accertato”, sulla base di “più di cento testimoni”, di “perizie medico-legaIi” e di “documenti e
[79]

elementi di prova”, che i responsabili dell’eccidio furono i tedeschil (73).

La Cominissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia, in un primo tempo, come abbiamo dimostrato, ha “accertato” che gli ebrei venivano uccisi a Treblinka in “camere a vapore” e a Belzec mediante corrente elettrica, indi ha “accertato” che essi venivano avvelenati in “camere a gas” ad ossido di carbonio, il che è già più che sufficiente per valutare la serietà della suddetta Commissione.

Riguardo al campo di Auschwitz, essa ha “accertato” che la capacità di incinerazione dei quattro crematori di Birkenau era di 12.000 cadaveri in 24 ore (74), il che è assurdo.

Jan Sehn, giudice e membro della “Commissione generale di inchiesta sui crimini hitleriani in Polonia”, la riduce a 8.000 (75). Questa ridicola cifra è stata ripresa da una pubblicazione del Museo di Auschwitz del 1979 (76), nonostante che un’altra pubblicazione del 1961 dello stesso Museo menzioni un documento tedesco da cui risulterebbe una capa cità massima di 4.416 cadaveri! (77).

Evidentemente sprovvisto del senso del ridicolo, Jan Sehn osa dichiarare:

“I dettagliatissimi documenti raccolti dalla Commissione Straordinaria di Stato sovietica come pure dalla Commissione Generale di Inchiesta sui Crimini Hitleriani in Polonia provano che il “rendimento” delle “camere
[80]
a gas” di Brzezinka (Birkenau) era”di circa 60.000 (sessantamila) persone in 24 ore”! (78).

La fonte più importante della “verità” ufficiale su Auschwitz è notoriamente costituita dalle “confessioni” di Rudolf Höss, la cui veridicità viene accettata acriticamente e dogmaticamente da tutti gli storici di regime.

Nell’Autobiografia egli scrive a proposito del suo primo interrogatorio da parte degli inglesi:

“Il mio primo interrogatorio si concluse con una confessione, dati gli argomenti più che persuasivi usati contro di me. Non so che cosa contenga la deposizione, sebbene l’abbia firmata. Ma l’alcool e la frusta furono troppo, anche per me” (79).

Martin Broszat avverte in nota:

“Si tratta di un protocollo dattiloscritto di 8 pagine che Höss firmò il 14-3-1946 alle 2,30 (=documento di Norimberga NO-1210). Riguardo al’contenuto, esso non differisce sensibilmente in nessun punto da ciò che Höss dichiarò o scrisse a Norimberga o a Cracovia” (80).

Dunque la prima “confessione” di Rudolf Höss, quella che ha costituito il modello di tutte le altre, è stata inventata dagli inquirenti inglesi!

Per convicersene senza ombra di dubbio è sufficiente un rapido sguardo al documento in questione.

Höss “confessa” di essere stato convocato a Berlino nel giugno 1941 da Himmler, il quale gli comunicò che il Führer aveva ordinato “la soluzione finale della questione ebraica in Europa”, cioè “lo sterminio totale di tutti gli ebrei d’Europa”, come gli viene fatto “con
[81]

fessare” nella dichiarazione giurata del 5 aprile 1945 (81) — il che non solo è falso, perché. la “soluzione. finale”, come si è visto, designava l’emigrazione degli ebrei europei nel Madagascar, ma contraddice anche cronologicamente i cardini della storiografia ufficiale, come rileva con grande imbarazzo Gerald Reitlinger, il quale elimina la contraddizione posticipando d’autorità di un anno la data della pretesa convocazione di Höss e del preteso ordine del Führer! (82).

Nel giugno 1941, continua la “confessione” dt Höss, nel Governatorato generale esistevano tre “campi di sterminio”: Wolzek, Belzec e Tublinka (sic). Ma il primo non è mai esistito, mentre il secondo e il terzo (Treblinka) entrarono rispettivamente in funzione — secondo — la storiografia ufficiale — nel marzo e nel luglio 1942. (83).

Höss “confessa” anche di aver visitato il campo dì Treblinka nella primavera del 1942 e di avervi assistito ad un processo di “gasazione”, il che è comunque impossibile, perché la costruzione del campo iniziò il 1o giugno, mentre la prima “gasazione” vi sarebbe stata effettuata il 23 luglio 1942 (84).

Nella dichiarazione giurata del 5 aprile 1946 questa pretesa visita ha luogo nel 1941, quando il campo di Treblinka ancora non esisteva!

Ma non è tutto. Il comandante del campo riferì a Höss che nel corso del semestre precedente aveva “gasato” 80.000 persone, il che significa che le “gasazioni” erano iniziate nell’autunno del 1941, cioè parecchi mesi prima che il campo fosse costruito!

Secondo il PS-3868, il comandante di Treblinka “aveva a che fare principalmente con la liquidazione di. tutti gli
[82]

ebrei del ghetto di Varsavia”, il che è assurdo, perché la deportazione a Treblinka di questi ebrei iniziò il 22 luglio 1942.

Gli inquirenti inglesi, che avevano conoscenze molto approssimative anche riguardo ad Auschwitz, hanno fatto “confessare” a Höss che i primi due crematori di Birkenau furono completati nel 1942, il che è falso (85), avevano ciascuno cinque forni doppi, il che è parimenti falso (86), e potevano cremare 2.000 cadaveri in 12 ore, il che è ugualmente falso (87); gli altri due crematori furono completati sei mesi dopo, il che è falso (88) e possedevano ciascuno quattro forni, il che è parimenti falso (89).

Ad Auschwitz furono uccise tre milioni di persone, di cui due milioni e mezzo nelle “camere a gas”. Ma nelle “Aufzeichnungen” di Cracovia Rudolf Höss “confessa”:

“Ritengo, ad ogni modo, che la cifra di due milioni e mezzo sia eccessiva. Anche ad Auschwitz le possibilità di sterminio erano limitate” (90). Successivamente, dinanzi al Tribunale Supremo Polacco, egli ridusse la cifra a 1.135.000 (91).

Nelle dichiarazioni giurate del 5 aprile e del 20 maggio 1946 (92) Höss ripete la “confessione” del documento NO-
[83]

1210, precisando che mezzo milione di persone morirono di fame e di malattie, cifra che supera abbondantemente il totale dei detenuti immatricolati! (93)

Gli inquirenti inglesi hanno infine spostato al marzo 1945 il fantomatico ordine di Himmler che avrebbe decretato la fine delle “gasazioni”, il che è in contraddizione con le date a loro volta contraddittorie della storiografia ufficiale.

Estradato in Polonia, Rudolf Höss ha continuato a fare lo stesso genere di “confessioni”.

I polacchi hanno riveduto e corretto (in base ai documenti sequestrati al campo di Auschwitz) la “confessione” del 14 marzo 1946 redatta dagli inquirenti inglesi, sviluppandola nell’Autobiografia e nelle “Annotazioni”, che costituiscono la fonte essenziale della “verità” ufficiale su Auschwitz.

E’ fin troppo facile immaginare in che modo tali “confessioni” siano state estorte a Rudolf Höss: basta pensare ai metodi dei grandi processi di Mosca per costringere gli imputati a fare la “confessione” desiderata.

Istauratosi il clima della “guerra fredda”, i polacchi hanno consentito a Höss di descrivere il trattamento subito da parte della giustizia “borghese”:

“Dopo qualche giorno venni trasferito a Minden sul Weser, il centro principale d’inchiesta per la zona inglese. Qui dovetti subire altri maltrattamenti per opera di un maggiore inglese, Pubblico Ministero. Le condizioni della prigione furono in tutto degne del suo comportamento. Dopo tre settimane, con mia sorpresa, mi rasarono, mi tagliarono i capelli e mi consentirono anche di lavarmi. Era la prima volta, dal momento dell’arresto. che mi toglievano le manette”.

[84]
Da Minden, Höss fu portato a Norimberga:

“Le condizioni generali in prigione erano buone (potevo anche leggere a volontà durante il tempo libero, perché avevamo a disposizione una nutrita biblioteca), ma gli interrogatori erano davvero molto spiacevoli, non dal punto di vista fisico, ma psichico, cosa anche peggiore. Ma non posso certo prendermela con quelli che mi interrogavano: erano tutti ebrei. Spiritualmente fui come. vivisezionato: i miei inquisitori volevano conoscere tutti i particolari: perfino gli ebrei. Non mi lasciarono alcun dubbio sulla sorte che mi attendeva” (94).

E’ facile immaginare in che cosa consistessero le pressioni psicologiche esercitate su Rudolf Höss. Un solo esempio tratto dal vasto repertorio dei grandi processi di Mosca:

“Gli ostaggi servono ad alimentare l’essenza delle torture morali. Eccone una, per esempio, semplicissima e che sarà sempre ignorata dai giornalisti esteri ammessi ad assistere al processo: si proietta davanti al prevenuto un film di torture raffinate e gli si sussurra che tale sarà la sorte di sua moglie, o della sua bambina se…” (95).

Non si creda che il “civile” Occidente rifuggisse da tali metodi. La commissione d’inchiesta costituita dai giudici van Roden e Simpson, che fu inviata in Germania nel 1948 per indagare sulle irregolarità commesse dal Tribunale Militare americano di Dachau — che aveva processato 1.500 tedeschi condannandone a morte 420 (96) — accertò che gli imputati erano stati sottoposti a torture fisiche e psichiche di ogni genere per costringerli a fare le “confessioni” desiderate. Ad esempio, in 137 dei 139 casi esaminati, gli imputati tedeschi avevano subìto danni irre-
[85]

parabili ai testicoli a causa dei calci che erano stati loro inferti durante gli interrogatori (97).

Ma ciò non deve stupire, perché rientra nella logica dei processi contro i cosiddetti “criminali di guerra” nazisti, il cui principio ispiratore fu esposto candidamente dal procuratore generale degli Stati Uniti Justice Robert H. Jackson nel corso dell’udienza del 26 luglio 1946 del processo di Norimberga:

“Gli Alleati si trovano tecnicamente ancora in stato di guerra con la Germania, sebbene le istituzioni Politiche e militari del nemico siano infrante. In quanto Corte di Giustizia Militare, questa Corte di Giustizia costituisce una continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Alleate” (98).

In conclusione, dubitare della realtà storica dello “sterminio” ebraico è non solo lecito, ma doveroso, perché è doveroso ricercare la verità storica “sottoponendo sistematicamente testimonianze, documenti e reperti al vaglio di quei metodi critici il cui impiego nessuno si sognerebbe mai di contestare quando si tratta di applicarli a qualsiasi altro problema storico, perché è su di essi, è su nient’altro, che la ricerca storica fonda la sua scientificità” (99), non già accettando aprioristicamente e acriticamente qualunque documento e “testimonianza oculare”, come fanno regolarmente gli storici di regime.

NOTE

PARTE SECONDA

1 –NASCITA E SVILUPPO DEL REVISIONISMO

1) Ernst Nolte, I tre volti del fascismo, Milano 1971, p. 559.

2) Vittorio E. Giuntella, Il Nazismo e i Lager, Roma 1980; p. 46.

3) Elia S. Artom, Storia d’Israele, Roma 1965, vol. III, p. 227.

4) Tra le opere più significative sui processi contro i “criminali di guerra” nazisti segnaliamo:

Anonimo, The Nuremberg “Trial”, 1946.

Montgomery Belgion, Epitaph on Nuremberg, London, 1946.

Maurice Bardèche, Nuremberg ou la terre promise, Paris, 1948.

Maurice Bardèche, Nuremberg II ou les Faux Monnayeurs, Paris, 1950.

F. J. P. Veale, Advance to Barbarism, London 1948.

F. J. P. Veale, Crimes Discreetly Veiled, London 1958 (ambedue ristampate dall’Institute for Historical Review, Torrance, California, USA, 1979).

G. A. Amaudruz, Ubu justicier au premier procès de Nuremberg, Paris 1949.

ReginaId T. Paget, Manstein. His Campaigns and his Trial, London 1951.

Utley, Freda. The High Cost of Vengeance, Regnery, 1949.

August von Knieriem, The Nuremberg Trials, Regnery, 1959.

Gerhard Brennecke, Die Nürnberger Geschichtsentstellung, Tübingen, 1970.

José A. Llorens Borràs, Crìmenes de guerra, Barcelona, 1973.

La vérité sur l’affaire de Malmédy et sur le colonel SS Jochen Peiper, Editions du Baucens, 1976.

Werner Maser, Nuremberg. A Nation on Trial, New York, 1979.

David Irving, Der Nürnberger Prozess, München, 1980.

Dietrich Ziemssen, The Malmédy Trial, Institute for Historical Review, 1981.

Léon de Poncins, Le procès de Nuremberg, in: Top Secret, Chiré-en-MontreuiI, 1972, pp. 91-126

Piero SeIla, “Occupazione della Germania e repressione politico-giudiziaria: Norimberga”, in: L’Occidente contro l’Europa, Milano, 1984, pp. 155-184.

5) Tra le opere più importanti sui crimini di guerra degli Alleati ricordiamo:

Erich Kern, Verbrechen am deutschen Volk. Dokumente alliierten Grausamkeiten 1939-1949, Verlag K.M. Schütz KG Pr. Oldendorf, 1964.

Erich Kern-Karl Balzer, Alliierten Verbrechen an Deutschen, Verlag K.W. Schütz KG Pr. Oldendorf, 1980.

Wilhelm Anders, Verbrechen der Sieger, DruffeI-Verlag, Leoni am Starnberger See, 1975.

“Crimes de guerre des alliés?” Défense de l’Occident, Numéro spécial 39-40, 1965.

Alliierten Kriegsverbrechen und Verbrechen gegen die Menschlichkeit, Samisdat Publishers LTD., Toronto, 1977.

J. Bochaca, Los crìmeres de los “buenos”, Barcelona, 1952.

Rudolf Trenkel, “Polens Kriegsschuld. Der Bromberger Blutsonntag”, Kritik, April 1981 (Nordland-Verlag).

David Irving, The Destruction of Dresden, London, 1963.

The Crime of Moscow in Vynnytsia, New York 1951 (ristampato dall’Institute for Historical Review, s.d.).

Louis FitzGibbon, Katyn, Institute for Historical Review, 1979.

Friedwald Kumpf, Die Verbrechen an Deutschen, Mannheirn, 1954.

Rudolf Aschenauer, Krieg ohne Grenzen. Der Partisanenkampf gegen Deutschland 1939-1945, Druffel-Verlag, Leoni am. Stamberger See, 1982.

6) Opere principali di Paul Rassinier:

La menzogna di Ulisse, Le Rune, Milano 1966 (edizione originale: Le mensonge d’Ulysse, Ed. Bressanes, 1950).

Ulysse trahi par les siens, La Vieille Taupe, Paris 1980 (edizione originale: Librairie Francaise, 1961).

Le véritable procès Eichmann ou les vainqueurs incorrigibles, La Vieille Taupe, Paris, 1983 (edizione originale: Les Sept Couleurs, 1962).

Il dramma degli ebrei, Roma 1967 (edizione originale: Le drame des Juifs européens, Les Sept Couleurs, 1964).

L’Opération “Vicaire”. Le rö1e de Pie XII devant l’histoire, La TabIe Ronde, 1965.

Les responsables de la seconde guerre mondiale, Nouvelles Editions Latines, 1967 (cap. IV: La question juive).

7) Altri scritti fino al 1979:

Heinrich Härtle, Freispruch für Deutschland. Unsere Soldaten vor dem Nürnberger Tribunal, Verlag KX Schütz, Göttingen, 1965.

J.-P. Bermont (Paul Rassinier), La verità sul processo di Auschwitz, Quaderni di Ordine Nuovo, Roma 1965.

Léon de Poncins, “Six million innocent victims”, in: Judaism and the Vatican, Liberty Bell Publications, 1967, pp. 178-190.

Francois Duprat, “Le mystère des chambres à gaz”, in: Défense de l’Occident, N. 63, juin 1967, pp. 30-33.

Heinz Roth, Was hätten wir Väter wissen müssen? 1970.

Heinz Roth, Was geschah nach 1945? 1972.

Heinz Roth, … der makaberste Betrug aller Zeiten… 1974 (opere edite in proprio dall’Autore, Odenhausen/Lumda).

Heinz Roth, Warum werden wir Deutschen belogen? Refo Druck + VerIag H.F. Kathagen, 1973.

James J. Martin, Revisionist Viewpoints, Colorado Springs, 1971.

Erich Kern, Die Tragôdie der Juden. Schicksal zwischen Wahrheit und Propaganda. Verlag K.W. Schütz KG, Preuss. Oldendorf, 1979.

Udo Walendy, Europa in Flammen 1939-1945, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho/Weser, 1966, Band I.

Udo Walendy, Bild “Dokumente” für Geschichtsschreibung? VIotho/ Weser 1973.

Udo Walendy, “Die Methoden der Umerziehung”, Historische Tatsachen Nr. 2, VIotho/Weser 1976.

W.D. Rothe, Die Endlösung der Judenfrage, Frankfurt/Main 1974.

Richard Harwood, Der Nürnberg Prozess. Methoden und Bedeutung. Historical Review Press, 1977.

Richard Harwood, Nuremberg and other war crimes trials, Historical Review Press, 1978.

Alexander Scronn, General Psychologus, Kritik Nr. 42, Februar 1978 (Kritik-Verlag, Mohrkirch).

Horst Mattern, Jesus, die Bíbel und die 6.000.000 Lüge, Samisdat Publishers, Toronto, 1979.

Friedrich Schlegel, Das Unrecht am deutschen Volk, W. P. Publications, Liverpool, W. Va. USA, 1978.

Friedrich SchIegel, Die Befreiung nach 1945, W. P. Publications, Liverpool, 1978.

Friedrich SchIegel, Wir werden niernals schweigen, W. P. Publications, Liverpool, 1978.

Friedrich Schlegel, Versehwiegene Wahrheiten, Samisdat Publishers, Toronto, s.d.

W. StägIich – U. Walendy, NS-Bewältigung, Historical Review Press, 1979.

Thies Christophersen, Der Auschwitz-Betrug, Kritik Nr. 27, Kritik-Verlag, Mohrkirch, s.d.

J. G. Burg, Schuld und Schicksal, München, 1962.

J. G. Burg, Sündenböcke, München, 1967.

J. G. Burg, NS-Verbrechen. Prozesse des schlechten Gewissens, München,1963.

J. G. Burg, Das Tagebuch (der Anne Frank), München, 1978.

J.G. Burg, Maidanek in alle Ewigkeit? München, 1979.

Wilhelm Stäglich, Das Institut für Zeitgeschichte eine Schwinddelfirma? Kritik Nr. 38, Kritik-VerIag, Mohrkirch 1977.

Wilhelm Stäglich, Die westdeutsche Justiz und die sogenannten NS Gewaltverbrechen, Kritik-Verlag, Mohrkirch, 1978.

Heinrich Härtle, Was Holocaust verschweigt, Leoni am Starnberger Sce, 1979.

8) Vedi al riguardo:

“Le journal d’Anne Frank pourrait étre un faux!” in: Le Courrier des Yvelines, 9 Fé:vrier 1984, p. 4;

“On sait aujourd’hui que le journal d’Anne Frank était un faux. Le beau mensonge” in: Spécial dernière, 1er Mars 1984, p. 11.

9) Altri scritti sull'”Affare Faurisson”:

Vérité et solidarité, in: La Guerra sociale, N. 7, pp. 33-39.

Robert Poulet, La vérité au compte-gouttes, in: Rivarol, 25 Février 1983, p. 11.

Note rassineriane con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson, in: Alla Bottega, Marzo-Aprile 1983, pp. 33-41.

Robert Faurisson, El caso Faurisson (o la represión en Francia), in: Cedade, n. 104, Febrero 1982. pp. 9-12.

Robert Faurisson, Revisionism on Trial in France, in: The Journal of historical Review, Summer 1985, pp. 133-181.

10) Altri scritti:

Ich, Adolf Eichrnann. Ein historischer Zeugenbericht. Herausgegeben von Dr. Rudolph Aschenauer, Druffel-Verlag, Leoni am Stamberger See, 1980.

L. Degrelle, Lettera al Papa sulIa truffa di Auschwitz, Sentinella d’Italia, Monfalcone 1980.

Die grosse Holocaust-Debatte. Übersetzung aus der US-Zeitschrift “Spotlight”. Sonderdruck l. Dezember 1980.

H. Fikentscher, Sechs Millionen Juden vergast — verbrannt. Kritik. Nr. 51. Kritik-Verlag, Arhus, Danimarca.

J. Bochaca, El mito de Anna Frank, in: Cedade, n. 104, Febrero 1982, pp. 18-20.

“Holocaust” News. “Holocaust” Story An Evil Hoax, Revisionists’ Reprints, Manhattan Beach, 1982.

Mohamed Levy-Cohen, Zur geschichtlichen Analyse der nationalsozialistischen Konzentrationslager als Gegenstand des heutigen Kampfes, in: Die Aktion, Nummer 19-20, August-September 1983, pp. 267-276; Nummer 21-22, November-Dezember 1983, pp. 293- 303.

Sulla genesi e lo sviluppo del revisionismo vedi anche:

A. R. Butz, The International “Holocaust” Controversy, in: The Journal of Historical Review, Spring 1980, pp. 5-22.

Robert Fautrisson, El verdadero motivo de angustia del Estade de Israele. El revisionismo historico, in: Cedade, N. 134, Julio-Agosto 1985, pp. 12-13.

11) Sulle reazioni negli Stati Uniti vedi: Revisionists’ Reprints, Manhattan Beach, January 1985.

12) Nürnberg und “Auschwitz-Lüge”, in: Freiheit und Recht, Nr. 7-8, Juli-August 1975, p. 15.

13) Martin Broszat, Zur Kritik der Publizistik des antisemitischen Rechtsextremismus, in: Aus Politik und Zeitgeschichte. Beilage zur Wochenzeitung “Das Parlament”, 8 Maggio 1976, pp. 3-7.

14) Hermann Langbein, Coup d’oeil sur la littérature néo-nazie, in: Le Monde Juif, n. 78, Avril-Juin 1975, pp. 8-20.

15) Georges WeIlers, La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie, Edité par Beate et Serge Klarsfeld, 1979.

16) Articolo di E. Kulka in: Quaderni del Centro di studi sulla deportazione e l’internamento, n. 9 (1976-1977), pp. 112-124.

17) Stefano Levi della Torre, Nuove forme della giudeofobia (3. Revisionismo), in: La Rassegna mensile di Israel, maggio-agosto 1984, pp. 249-280.

18) Oltre al già citato “Le lutteur de classe”, segnaliamo al riguardo: La Guerre sociale: De l’exploitation dans les camps à l’exploitation des camps, N. 3, Juin 1979, pp. 9-31; De l’exploitation dans les camps à l’exploitation des camps (suite et fin). Une mise au point de “La Guerre sociale”, Paris, Mai 1981.

Le Frondeur: Le mythe concentrationnaire, Printemps 1981; N. 7, pp. 9-17; Hiver 1982, N. 8, pp. 7-13;

Du judaisme à la judaité, Juillet-Septembre 1982, N. 9, pp. 3-6.

Il caso Rassinier, in: Alla Bottega, Luglio-Agosto 1981.

19) Altri scritti di rilievo:

P. Viansson-Ponté, Le mensonge, in: Le Monde, 17-18 Juillet 1977, p. 13.

G. WeIlers, Le cas Darquier de Pellepoix, in: Le Monde Juif, N. 92, Octobre-Decembre 1978, pp. 162-167.

G. Wellers, La Négation des crimes nazis. Le cas des documents photographiques accablants, in: Le Monde Juif, N. 103, Juillet-Septembre 1981, pp. 96-107.

Vincenzo e Luigi Pappalettera, Un intervento di Pappalettera, in: Storia illustrata, N. 263, Ottobre 1979, pp. 38-44.

Primo Levi, Il difficile cammino della verità, in: La Rassegna mensile di Israel, n. 7-12, Luglio-Dicembre 1982, pp. 5- 11.

20) Inquisitionsprozesse heute — Hexenprozess der Neuzeit, Kritilk Nr. 55, Kritik-Verlag, 1981 (processo Christophersen).

Per il caso Faurisson vedi le opere già citate.

Ditlieb Felderer fu arrestato il 26 novembre 1982 e condannato nel maggio 1983 a dieci mesi di prigione per aver diffuso “materiale che incita all’odio”, cioè per aver negato la realtà dello “sterminio” ebraico (IHR Newsletter, The IHR 1982 Annual Report; IHR Newsletter, May 1983, Number 19; Revisionists’ Reprints, n. 6, Manhattan Beach, Fall 1983).

21) Udo WaIendy, Der moderne Index, Historische Tatsachen Nr. 7. Vlotho/Weser 1980.

Udo Walendy, Strafsache wissenschaftliche Forschung, Historische Tatsachen Nr. 21, Vlotho/Weser 1984.

Bescblagnahmt! Eingezogen! Verboten! Bücher, die wir nicht lesen dürfen! Kritik Nr. 52, Kritik-Verlag, Mohrkirch 1981.

22) Wilhelm Stäglich, “Der Auschwitz-Mythos”: A Book and its Fate, in: The Journal of Historical Review, Spring 1984, pp. 47-68.

Bollettino del “Comité contre l’application en 1983 des lois nazies de 1939 par l’Université Georg-August de Göttingen”, s.d.

II– LA CRITICA REVISIONISTA

1) IMG, vol. XIX, p. 483.

2) Abbé G. Hénocque, Les Antres de la Bête, Paris, 1947, pp. 115-116. Da: Robert Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, La Veille Taupe, Paris, 1980, riproduzione in facsimile alle pp. 191- 192.

3) Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert RückerI u.a., Frankfurt am Main ,1983, p. 255.

4) IMG, vol. V, p. 198 (PS-3249).

5) Die Zeit, Nr. 34, Freitag, den 19. August 1960, p. 16.

6) Si tratta dei campi di Chelmno, Belzec, Treblinka, Majdanek, Sobibor e Auschwitz-Birkenau menzionati a p. 105 (vedi nota seguente).

7) Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 24. Jahrgang, 1976, Heft 2, P. 109.

8) London Books and Bookmen, April 1955, p. 5.

9) In realtà non esiste la minima prova che il locale in questione sia mai stato o fosse destinato ad essere una “camera a gas”. Vedi al riguardo: Robert Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, op. cit., pp. 197-220.

10) Wie war das im KZ Dachau? Kuratorium für Sühnemal KZ Dachau, 1981, p. 16.

11) Idem, p. 30.

12) Unica eccezione — ma limitatamente ai campi del Vecchio Reich — Olga Wormser-Migot, la quale, dall’analisi delle “testimonianze oculari” relative, è giunta alla conclusione che né a Ravensbrück né a Mauthausen sono mai esistite “camere a gas” (a), suscitando in tal modo le ire dei suoi colleghi (b).

(a) Olga Wormser-Migot, Le Système concentrationnaire nazi, Presses Universitaires de France, 1968, pp. 541- 544.
(b) Germaine Tillon, Ravensbrück, Paris, 1973, pp. 235-248.

13) Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz. La Vieifle Taupe, Paris, 1980, p. 87.

14) Gerald Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945, Milano, 1965, p. 651.

15) Idem, p. 71.

16) Likwidacja zydowskiej Warszawy. Treblinka, in: Biuletyn Zydowskiego Instytutu Historycznego, Warszawa, Styczen-Czerwiec, 1951, Nr. I, pp. 93-100. Citazioni: p. 95 e 99.

17) PS-3311. Accusa n. 6 contro Hans Frank. Norimberga, 5 dicembre 1945. Un estratto del documento fu letto al processo di Norimberga: IMG, vol. III, pp. 632-633.

18) L’ingegnere americano F. P. Berg ha dimostrato nell’eccellente studio tecnico “The Diesel Gas Chambers: Myth Within a Myth” (The Journal of Historical Review, Spring 1984, pp. 15-46) che una “gasazione” mediante ossido di carbonio prodotto da un motore Diesel (a) è quanto mai irrazionale e inefficiente. Infatti, mentre un motore Diesel produce una concentrazione media di ossido di carbonio inferiore allo 0,4%, un motore a benzina emette normalmente il 7% di ossido di carbonio e l’1% di ossigeno. Modificando il carburatore, si può arrivare ad una concentrazione di ossido di carbonio del 12% (trenta volte superiore a quella di un motore Diesel), per cui “la storia della camera a gas Diesel è incredibile già per questi motivi” (p. 38).

(a) Secondo la storiografia ufficiale l’ossido di carbonio per le “camere a gas” era prodotto da motori Diesel.

19) Yankel Wiernik, A Year in Treblinka, New York 1944, p. 13 e 18. Wiernik dichiara di essere stato deportato a Treblinka il 24 agosto 1942 (p. 8), epoca in cui già esisteva la piccola costruzione con tre “camere a gas” (p. 13). La nuova costruzione con dieci “camere a gas” fu realizzata in cinque settimane a partire dalla fine di agosto (p. 18). Il rapporto polacco sulle “camere a vapore” fu ricevuto “nella prima metà di settembre” del 1942 (op. cit., p. 95), per cui le due “testimonianze oculari” si riferiscono allo stesso periodo.

20) Idem, p. 18.

21) Ibidem.

22) Alexander Pechersky, La rivolta di Sobibor, traduzione jiddish di N. Lurie, Mosca, Editrice statale Der Emes, 1946. In: Yuri Suhl, Ed essi si ribellarono. Storia della resistenza ebraica contro il nazismo. Milano, 1969, p. 31.

23) Dokumenty i materialy, opracowal Mgr Blumental, Lodz 1946, Tom I, p. 211.

24) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland, German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. II, p. 100.

25) Frankfurter Rundschau, 24 agosto 1950, p. 5.

26) Frankfurter Rundschau, 22 agosto 1950, p. 4.

Secondo la stariografia ufficiale, le “camere a gas” di Sobibor erano prive di cantine (Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. op. cit., p. 158; NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, Herausgegeben von Adalbert RückerI, München, 1979, p. 163).

27) Michael Tregenza, “Belzec Death Camp”, in: The Wiener Library Bulletin, n. 41/42, 1977, pp. 16-17.

28) Biuletyn Zydowskiego Instytutu Historycznego, Warszawa, Styczen-Czerwiec, 1954, Nr. 9-10, p. 307.

29) “Who knew of the extermination? Kurt Gerstein’s Story”. In: The Wiener Library Bulletin, n. 9, 1955, p. 22.

30) Polish Fortnightly Review, 1o Dicembre 1942, p. 4.

31) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit, p. 172.

32) “News is reaching the Polish Govemment in London about the liquidation of the Jewish ghetto in Warsaw”: Documenti del Foreign Office, FO 371/30917 5365, p. 79 (vedi anche: The Black Book of PoIish Jewry, New York 1943, p. 131: Report of Dr. I. Schwarzbart).

Secondo Martin Gilbert, il rapporto in questione fu redatto dal “testimone oculare” Jan Karski e da questi consegnato al governo Polacco in esilio a Londra il 25 n’ovembre 1942 (M. Gilbert, Auschwitz und die Alliierten, München, 1982, pp. 107-109).

Sulla “testimonianza oculare” di Jan Karski vedi p. 70.

33) Documenti del Foreign Office, FO 37113M4 5365, p. 12.

34) The New York Times, 20 dicembre 1942, p. 23.

35) A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen, Genf, 1944, V, pp. 21-22.

36) The New York Times, 12 febbraio 1944, p. 6.

37) Stefan Szende, Der letzte Jude aus Poland, Zürich, 1945, pp. 291-292.

38) A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen, Genf, 1944. III, pp. 42-43.

39) Deformazione del nome di “Belzec”, come risulta dal contesto, in cui sono menzionati gli altri due “campi di sterminio” di Treblinka e di “Sobibur” (trascrizione fonetica di “Sobibór”). Tale deformazione può essere dovuta alla confusione con la cittadina polacca di Belzyce (foneticamente molto simile a Beldjitze), situata a circa 25 km da Lublino, oppure a un errore di traslitterazione dal polacco in russo o dal russo in tedesco.

40) IMG, vol. VII, pp. 633-634.

41) Jan Karski, Story of a Secret State, Boston 1944, pp. 339-354. Una storia simile appare già — senza specifico riferimento a Belzec — nel rapporto del 25 novembre 1942 (a) e, con riferimento a Belzec, nel rapporto del governo polacco in esilio a Londra del 10 dicembre 1942 (b) e in un rapporto ricevuto a Londra nel dicembre 1942 (c).

(a) Documenti del Foreign Office, FO 371/30917 5365, p. 78.
(b) Documenti del Foreign Office, FO 371/30924 5365, p. 123. Cfr. The Black Book of Polish Jewry, op. cit., p. 122.
(c) The Black Bcok of Polish Jewry, op. cit., pp. 13-5-138.

42) Biuletyn GIownej Komisji Badania Zbrodni Niemieckich w Polsce, Warsawa, 1946, III, Obóz zaglady w Belzcu, pp. 31-45 (trad. inglese: Central Commission for the Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. II, Belzec extermination camp, pp. 89-96).

M. Muszkat, Polish Charges against German War Criminals, Warsaw, 1948, Case No. 1372 (The Camp in Belzec), pp. 223-232.

43) Dokumenty i materiaJy, op. cit., vol. I, pp. 217-224.

44) RudoIf Reder, Belzec, Krakow, 1946; Dokumenty i materialy, op. cit., vol. I, pp. 221-224 (testimonianza di Rudolf Reder).

45) Fin qui abbiamo riassunto e integrato i capitoli XI e XII della nostra opera Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso (Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985). La “testimonianza” di Rudolf Reder è analizzata nel cap. VIII.

46) Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene, Milano, 1967, p. 85.

47) Helmut Krausnick, Dokumentation zur Massen-Vergasung, Bonn, 1956, p. 3.

48) Pierre Vidal-Naquet, “Tesi sul revisionismo”, in: Rivista di storia contemporanea, Torino, 1983, p. 7 e 8.

49) Idem, p. 6.

50) Martin Gilbert, Auschwitz und die Alliierten, op. cit., p. 9.

51) The New York Times, 3 luglio 1944, p. 3 (Inquiry confirms nazi death camps); 6 luglio 1944, p. 6 (Two death camps places of horror).

52) Executive Office of the President. War Refugee Board. Washington, D.C. German Extermination Camps — Auschwitz and Birkenau. November, 1944.

53) Vedi: WilheIm Stäglich, Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit? Tübingen, 1979, pp. 234-237 e “Bildteil”.

54) Georges Wellers, Les chambres à gaz ont existé. Des documents, des témoignages, des chiffres, Gallimard, 1981, pp. 114-115 (pianta del crematorio II fuori testa).

Georges WeIlers, “Auschwitz”, in: Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, op. cit., pp. 228-229 (pianta del crematorio Il alle pp. 344-345).

55) IMG, vol. XX, p. 550 e 551.

56) Georges Wellers, La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie, Paris, 1979, p. 8.

57) Martin Gfibert, Auschwitz und die Alliierten, op. ct., p. 153.

58) Ibidem.

59) Trial of Joseph Kramer and Forty-Four Others (The BeIsen Trial), William Hodge and Company, London Edinburgh Glasgow, pp. 67-68. Per un esame approfondito della falsa testimonianza di Ada Bimko rimandiamo al nostro studio di prossima pubblicazione Come si falsifica la storia. Auschwilz: due false testimonianze.

60) Alberto Cavaliere, I campi della morte in Germania nel racconto di una sopravvissuta, Milano, 1945, p. 40.

61) Schwurgericht in Frankfurt am Main, Sitzung vom 28. März 1949. in: C.F. Rilter, Justiz und NS-Verbrechen, Sammlung deutscher Strafurteile wegen nationalsoziaIistischer Tötungsverbrechen 1945-1966, Amsterdam, 1968-1981, vol. XIII, p. 134.

62) IMG, vol. IV, p. 292.

63) Storia illustrata. Numero speciale. Il processo di Norimberga. N. 156, Novembre 1970, p. 78.

64) Rezsò Kastner, Der Bericht des jüdishen Rettungskomitee aus Budapest, Genf ,1946, p. 30.

65) PS-2605.

66) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland, German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, pp. 83-90. Più dettagliatamente: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum W 0swiecirmu, 6, 1962; 7, 1964.

67) Der Kästner-Bericht über Eichmanns Menschenhandel in Ungarn, Mit einern Vorwort von Professor Carlo Schmidt. München, 1961, p. 82. E’ omessa la frase “die seit dem Herbst 1943 ausser Gebrauch waren”.

68) URSS-8.

69) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 559.

70) URSS-8.

71) Il crematorio del cimitere di Hamburg-Öjendorf, uno dei piú moderni d’Europa, è fornito di quattro forni a gas Volkmann-Ludwig ciascuno dei quali, in 24 ore, può cremare fino a 21 cadaveri (“Holocaust nun unterirdisch?” Historische Tatsachen Nr. 9. Vlotho/Weser 1981, p. 36).

Se fossero stati altrettanto efficienti, i 46 forni di Birkenau avrebbero cremato solo 966 cadaveri al giorno.

72) Schwurgericht des Landgerichts Frankfurt am Main, Sitzung vom 27. Mai 1955, in: C. F. Rüter, op. cit., vol. XIII, p. 108.

Dal 1923 l’acido cianidrico in Germania fu usato a scopo di disinfestazione soltanto in forma di ZykIon B (Schwurgericht in Frankfurt am Main, Sitzung vom 28. Mán 1949, in: C. F. Rüter, op. cit., vol. XIII, p. 138).

Lo ZykIon B era acido cianidrico liquido fatto assorbire da un coibente poroso come la farina fossile e confezionato in barattoli ermeticamente chiusi (NI-9098, p. 35 e 38).

73) IMG, vol. VII, p. 470.

74) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, p. 98.

75) Jan Sehn, Le Camp de Concentration d’Oswiecim-Brzezinka, Warszawa, 1957, pp. 147-148.

76) Problèmes choisis de l’histoire du KL Auschwitz, Edition du Musée d’Etat à Oswiecim, 1979, p. 45.

77) Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 110.

78) Jan Sehn, Le Camp de Concentration d’Oswiecim-Brzezinka, op. cit, p. 132.

79) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, Torino 1985, pp. 158-159.

80) Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. Herausgegeben von Martin Broszat, München, 1981, p. 149, nota 1. Citiamo dáll’originale tedesco perché la traduzione italiana della nota è incompleta.

81) PS-3868.

82) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., pp. 131-132.

83) Adalbert RückerI, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 133 e 200.

84) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, op. cit., Vvol. I, p. 96.

85) I crematori IV e Il di Birkenau furono completati rispettivamente il 22 e il 31 marzo 1943 (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecirmiu, 4, 1961, p. 85 e 87).

86) I crematori Il e III avevano ciascuno 5 forni tripli (a tre muffole) (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 110).

87) Se fossero stafi efficienti come quelli del crematorio del cimitero di Hamburg-Öjendorf (vedi nota 71), i forni dei crematori Il e III di Birkenau avrebbero potuto cremare solo 630 cadaveri in 24 ore.

88) I crematori V e III furono completati rispettivamente il 4 aprile e il 25 giugno 1943 (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 88 e 109.

89) I crematori IV e V possedevano ciascuno un forno a 8 muffole (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 110. Vedi anche: Problèmes choisis de l’histoire du KL Auschwitz, op. cit., p. 44).

90) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit, p. 183.

91) William L. Shirer, Storia dei Terzo Reich, Torino, 1969, p. 1476.

92) PS-3868 e NI-034.

93) In totale ad Auschwitz furono immatricolati 405.222 detenuti (Problèmes choisis de l’histoire du KL. Auschwitz, op. cit., p. 17). Secondo la storiografia ufficiale, gli ebrei destinati allo “sterminio” non venivano immatricolati nei ruolini del campo.

94) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., pp. 159-160.

95) S. Labin, Stalin il Terribile, Garzanti 1950, p. 126.

96) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 617.

97) Freda Utley, Kostspielige Rache, Hamburg, 1951, p. 215 e seguenti. Sulle torture cui furono sottoposti gli imputati del processo di Malmédy vedi anche:

La vérité sur l’affaire de Malmédy et sur le colonel SS Jochen Peiper, Editions du Baucens, 1976;
The Malmédy Trial, by Dietrich Ziemssen, Institute for Historical Review, 1981. .

98) IMG, vol. XIX, p. 440.

99) “Note rassineriane con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson”, in: Alla Bottega, marzo-aprile 1983, p. 41.

Vedi la prima parte

+++++++++++++++++++++++++++++++
Prima pubblicazzione: Sentinella d’Italia, Via Buonarroti, 4, Monfalcone, Italia, 1985.
Traduzione francese, Annales d’histoire révsionniste, n. 1, printemps, 1987, p. 15-107. Traduttore: Jean Plantin.


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I falsi ebrei

La mitologia del moderno Israele

La mitologia del moderno Israele
(Foto di Leopoldo Salmaso)

di Tariq Ali 1

Questo articolo è la trascrizione da una conferenza tenuta presso la Rothko Chapel

 

“…

Al fine di creare un mito per giustificare l’esistenza dello stato di Israele, i leader sionisti avevano due argomenti:
– uno, che queste erano terre bibliche storicamente appartenenti al popolo ebraico;
– e in secondo luogo, queste terre erano concentrate in quella che oggi è la Palestina.

Quindi l’occupazione della Palestina e la creazione di Israele in questo particolare territorio era assolutamente essenziale.

Ora, sapete, molti di noi hanno confutato la loro tesi, e anche loro confutano lenostre, ma… non è questo il punto.

Quello che interessa qui è che uno storico ebreo molto illustre, o dovrei dire uno storico israeliano, perché lui preferisce essere definito storico israeliano, Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, ha scritto un libro molto interessante che ha scatenato una tempesta. Il suo libro, che è stato scritto inizialmente in ebraico, è diventato un best-seller in Israele, ha travolto il paese come un uragano. Ci volle un po’ di tempo prima che venisse pubblicato in Occidente, ma alla fine lo fu, prima in Francia e poi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ha suscitato un grande dibattito ed è stato molto interessante il fatto che Shlomo Sand ha essenzialmente decostruito tutti i miti del sionismo, con molta calma. Ha detto: “Guardate, non dovremmo usare questi miti per giustificare l’esistenza di Israele”.

Israele è qui per restare. Penso che tutti i cittadini di Israele, siano essi ebrei o palestinesi, arabi, cristiani, musulmani, dovrebbero avere gli stessi diritti. E dovremmo bloccare la legge per cui, se sei ebreo, puoi tornare in questa terra. È pazzesco, ha detto, perché dovremmo farlo ancora? Ma per far valere questo argomento egli ha fatto davvero molto lavoro storico e antropologico, e ha sostenuto che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., contrariamente alla mitologia non ci sono state espulsioni di ebrei dalla regione. (Shlomo) ha giustamente sottolineato che i romani non avevano l’abitudine di espellere le popolazioni dalle terre che avevano conquistato, perché erano molto intelligenti e avevano bisogno di coltivatori e persone che lavoravano in quelle terre, perché le legioni romane non lo facevano.

E lui (Shlomo) ha detto che non solo non c’erano espulsioni, ma, allo stesso tempo, c’erano sltre comunità ebraiche che contavano 4 milioni di persone, cioè un numero enorme per quei tempi, in Persia, Egitto, Asia Minore e altrove, che erano e sono rimaste fuori (dalla Palestina).

Egli ha anche sostenuto che l’idea che la fede ebraica, dopo la separazione da essa del movimento riformatore conosciuto come cristianesimo, non credesse nel proselitismo è del tutto falsa: ne fecero di proselitismo, molte persone si convertirono; alcuni si convertirono spontaneamente, mentre gli ebrei askenazisti in particolare nacquero dalle conversioni di massa ai margini del Mar Caspio, tra il VII e il X secolo, fra i Kazari, che finalmente adottarono l’ebraismo e si convertirono all’ebraismo in massa (per decreto regale -NdT), e questi sono gli ebrei ashkenazisti che popolarono l’Europa, e i ghetti d’Europa, e che soffrirono sotto l’Olocausto e tutto il resto.

Queste sono le persone che discendono dai Kazari. Loro in particolare, come dice Shlomo, costituivano la maggior parte del movimento sionista, non avevano assolutamente alcun legame con le terre arabe. Poi lui si è spinto oltre e ha detto: se la Palestina non è l’unica patria ancestrale degli ebrei, che cosa è successo a tutti gli ebrei in questi paesi? E qui trova una spiegazione devastante: dice che in larga maggioranza si sono convertiti all’Islam. Si sono convertiti all’Islam, la maggior parte di loro, non tutti, come molti altri popoli di quella regione all’epoca.

E dice che i palestinesi che abbiamo espulso e oppresso sono i diretti discendenti degli ebrei che un tempo vivevano, vivevano realmente in questa terra. È un libro notevole, e ha creato un enorme dibattito, e il dibattito, dice, non è in Israele. Ed è interessante questo: la maggior parte degli storici israeliani accettano che questa ricostruzione storica è accurata, ma dicono che la loro risposta alla scienza è: “beh, sai, ogni nazione crea la propria mitologia, quindi qual è il grande problema?”. Anche questo è vero, tra l’altro, ma questa mitologia è molto potente, e molto efficace perché questa mitologia è stata diffusa e opera ancora.

Voglio dire, a nessuno importerebbe la mitologia se tutto fosse stato sistemato e se fosse stato raggiunto un accordo, ma poiché non lo è stato, diventa una forza dirompente. E lo stesso Shlomo Sand non è affatto una figura radicale. Dice: “io non sono un sionista hardcore ma credo in Israele, però penso che tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti e non si può dire ai palestinesi: “non tornate in terre che vi sono state portate via”, e intanto continuare a dire agli ebrei, ovunque si trovino in qualsiasi parte del mondo: “potete tornare quando volete”. E ha detto che è per questo che lui ha scritto il libro: per lottare per l’uguaglianza. E i grandi attacchi al libro sono arrivati dalla diaspora. Voglio dire che il New York Times ne ha fatto una grande, grande recensione, il che ha creato un’enorme controversia. E in Francia e in Gran Bretagna non ci sono state polemiche, nel complesso si è accettato che ciò che lui sosteneva fosse vero. Intendo dire che tutti gli storici che hanno recensito il libro hanno detto che è accurato, sapete, non si può estrometterlo dalla storia, perché noi accettiamo le sue tesi. Ma la diaspora era arrabbiata anche solo per il fatto che fossero state esposte, così Sand rispose in modo molto acuto: “Beh, se siete così ansiosi di dire che ho torto e che quello che sto facendo danneggia Israele, perché non mettete i vostri soldi dove avete messo la bocca, e lasciate la diaspora e venite a stabilirvi in Israele?

Ha detto: “Se siete così appassionati per Israele, perché non venite a vivere qui? Noi viviamo qui e sappiamo come viviamo”. E ha detto ancora: “non viviamo bene, né noi né i non ebrei di quella parte del mondo, ed è per questo che ho scritto il mio libro”.

Ora, Shlomo è un tipo molto coraggioso, tra l’altro non è l’unico: molti storici israeliani hanno scritto libri di questo tipo, ma hanno avuto qualche impatto sui governanti del mondo o sui governanti di Israele?

E qui penso che la risposta sia no.

Una delle cose interessanti che Shlomo Sand cita nel suo libro è una dichiarazione di David ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, nel 1918, dove ben Gurion scrive: “Sapete, la gente chiede cosa è successo agli ebrei che vivevano in questa regione. Erano fedeli alla terra e per rimanere in questa terra, dice, la maggior parte degli ebrei sono diventati musulmani”. Così lui lo sapeva, e loro lo sapevano, i capi di Israele, che questa mitologia che si stava creando sulla base delle citazioni dell’Antico Testamento era in gran parte mitologia, non basata su alcuna realtà storica.

Ecco quindi un esempio di abuso della storia, un abuso che scatena un dibattito enorme e molto creativo, ma naturalmente i soli dibattiti e i libri, anche se forti e potenti come quello scritto da questo storico israeliano, non influenzano le menti dei politici o dei governanti perché alla fine non governano sulla base dei miti. I miti servono per tenere le persone in riga, essi governano per altri motivi: per mantenersi al potere, per mantenere il controllo della società così com’è, e questo non vale solo per Israele, si applica alla maggior parte dei governanti delle diverse parti del mondo, del mondo di oggi.

…“.

 

1 Tariq Ali è uno scrittore, giornalista, storico, regista, attivista politico e intellettuale pubblico. E’ membro del comitato editoriale della New Left Review e di Sin Permiso, e contribuisce a The Guardian, CounterPunch e alla London Review of Books. Insegna Filosofia Politica ed Economica all’Exeter College, Oxford.

È autore di diversi libri, tra cui ‘Pakistan: regime militare o potere al popolo (1970); ‘Il Pakistan può sopravvivere? Morte di uno Stato’ (1983); ‘Scontro di fondamentalismi: crociate, jihad e modernità’ (2002); ‘Bush a Babilonia’ (2003); ‘Conversazioni con Edward Said’ (2005); ‘Pirati dei Caraibi: Asse della speranza’ (2006); ‘Un banchiere per tutte le stagioni’ (2007); ‘Il duello’ (2008); ‘La sindrome di Obama’ (2010); e ‘Il centro estremo: Un avvertimento’ (2015).

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso


The Mythology of Modern Israel

The Mythology of Modern Israel
(Image by Flickr, modified)

by Tariq Ali1

This article is a transcription extracted from a conference at Rothko Chapel.

 

“…
In order to create a myth to justify the existence of the state (Israel), the Zionist leaders of Israel had two arguments:
– one, that these were biblical lands historically belonging to the Jewish people;
– and secondly, these lands were concentrated in what is now Palestine.

Therefore the occupation of Palestine and the creation of Israel in this particular territory was absolutely essential.

Now, you know, many of us argued against, and they would say they argue too, but… we don’t matter.
What is interesting now is that a very distinguished Jewish historian, or I should say an Israeli historian because that is: he prefers being referred to as an Israeli historian, Shlomo Sand at the University of Tel Aviv, wrote a very interesting book which created a storm. And his book, which was written initially in Hebrew, became a best-seller in Israel, just took the country by storm. It took some time before it was published in the West but it finally was, first in France and then in Britain and the United States. It created a big debate and what was very interesting was that Shlomo Sand essentially deconstructed all the myths of Zionism, quite calmly, and he said: “look, we shouldn’t use these myths to justify the existence of Israel”.
Israel is here to stay. I think all the citizens of Israel, whether they’re Jews or Palestinians, Arabs, Christians, Muslims, should have the same rights. And we should stop the right that, if you’re a Jew, you can come back to this land. It’s crazy, he said, why should we do this anymore? But in order to put this argument forward he really did a lot of historical and anthropological work, and he argued that, after the destruction of the temple in AD 70, contrary to mythology there were no expulsions of Jews from the region. He pointed out correctly that the Romans were not in the habit of expelling populations from lands that they conquered, because they were very intelligent and they needed cultivators and people working the areas, because the Roman legions didn’t do that.

And he (Shlomo) said not only were there no expulsions but, at the same time, there were Jewish communities numbering 4 million people, which is a huge amount for those times, in Persia, Egypt, Asia Minor and elsewhere, who stayed out.

And he then argued that the notion that the Jewish faith, after the separation of the reform movement known as Christianity from it, didn’t believe in proselytization is totally false: they did (proselitism), many people were converted; some converted themselves, and the Ashkenazi Jews in particular grew out of the mass conversions on the edge of the Caspian Sea, between the seventh and tenth centuries, off the khazars, who finally adopted Hebrew and converted to Judaism wholesale, and these are the Ashkenazi Jews who peopled Europe, and the ghettos of Europe, and who suffered under the Holocaust and all that.

These are those people descending from the khazars so he (Shlomo) said they in particular, who formed the bulk of the Zionist movement, had absolutely no connection with the Arab lands at all. Then he went even further so he said: if Palestine is not the unique ancestral homeland of the Jews, what happened to all the Jews in these countries? And here he comes up with a devastating explanation: he says by and large in their majority they converted to Islam, they converted to Islam, most of them not all of them, as many other people did in that region at the time.

And he says that the Palestinians whom we have been expelling and oppressing are the direct descendants of the Jews who used to live, actually live in this land. It’s a remarkable book, and it has created a huge debate, and the debate, he says, is not in Israel. And it’s interesting this: most Israeli historians accept that this is accurate, but they say their response to science is to say: well, you know, every nation creates its own mythology so what’s the big deal? But you know this is also true, by the way, but this mythology is very potent, and very powerful because this thing that is unleashed is still going on.

I mean, no one would mind the mythology if everything had been settled and some agreement had been reached, but because it hasn’t, it becomes a very disruptive force. And Shlomo Sand himself is by no means a radical figure. He says: I’m not a hardcore Zionist but I believe in Israel, except that I think all citizens should have equal rights and you can’t say to the Palestinians: “don’t come back to lands that were taken away from you”, as long as you keep saying to Jews, wherever they may be in whichever part of the world: “you can come back whenever you want”. And he said that’s why he wrote the book: to fight for equality. And the big attacks on the book have come from the Diaspora. I mean the New York Times ran a big, big review of it, which created a huge controversy. And in France and in Britain there was no controversy at all, by and large it was accepted that what he argued was true. I mean all the historians who reviewed the book said it’s accurate, you know, you can’t sort of catch him out of history, because we accept this. But the Diaspora was angry that this had even been said, to which Sand replied very very sharply: “well, if you’re so keen to say that I’m wrong and what I’m doing is harming Israel, why don’t you put your money where your mouth is, and leave the diaspora and come and settle in Israel?”.

He said: “if you’re that keen on the country, why don’t you come and live here, we live here and we know how we live”. And he said that: “how we live is not good, either for us or for the non-jews in that part of the world, and that is why I’ve written my book”.

Now, he’s a very courageous guy, by the way he’s not the only one: many Israeli historians have written books of this sort but do they have any impact on the rulers of the world or the rulers of Israel?
And here I think the answer is no.

And one of the interesting thing Shlomo Sand quotes in his book is a statement from David ben Gurion, one of the founding fathers of Israel, in 1918, where ben Gurion writes: “you know, people ask what happened to the Jews who lived in this region. They were loyal to the land and in order to stay in this land, he says, most of the Jews became Muslims”. So he knew it, and they knew it, the leaders of Israel, that this mythology that was being created on the basis of quotations from the Old Testament was largely mythology, not based on any historical reality at all.

So here you have an example of history being abused, but at the same time the abuse triggering off a huge and very creative debate, but of course debates alone and books, even as strong and powerful as the one written by this Israeli historian, do not sway the minds of politicians or rulers because ultimately they do not rule on the basis of the myths. The myths are to keep people in line, they rule for other reasons: to keep themselves in power, to keep control of the society as it is, and this doesn’t just apply to Israel, it applies to most of the rulers of different parts of the world, of the world today.
…”

Tariq Ali is a BritishPakistani writer, journalist, historian, filmmaker, political activist, and public intellectual. He is a member of the editorial committee of the New Left Review and Sin Permiso, and contributes to The Guardian, CounterPunch, and theLondon Review of Books. He reads PPE at Exeter College, Oxford.
He is the author of several books, including Pakistan: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) and The Extreme Centre: A Warning (2015).


La mitología de Israel moderno

La mitología de Israel moderno
(Imagen de Flickr, modificado)

Por Tariq Ali[1]

Este artículo es una transcripción extraída de una conferencia en la Capilla Rothko.

“…

Para crear un mito que justificara la existencia del Estado (Israel), los líderes sionistas de Israel tenían dos argumentos:

– uno, que estas eran tierras bíblicas que pertenecían históricamente al pueblo judío;

– y, en segundo lugar, estas tierras estaban concentradas en lo que ahora es Palestina.

Por lo tanto, la ocupación de Palestina y la creación de Israel en este territorio en particular eran absolutamente esenciales.

Ahora, ustedes saben, muchos de nosotros discutimos en contra, y ellos dirían que ellos también lo hacen, pero… no nos importa.

Lo que es interesante ahora es que un historiador judío muy distinguido, o debería decir un historiador israelí, porque eso es: prefiere que se le llame historiador israelí, Shlomo Sand, de la Universidad de Tel Aviv, escribió un libro muy interesante que creó una tormenta. Y su libro, que fue escrito inicialmente en hebreo, se convirtió en un best-seller en Israel, simplemente tomó el país por asalto. Pasó algún tiempo antes de que se publicara en Occidente, pero finalmente lo fue, primero en Francia y luego en Gran Bretaña y los Estados Unidos. Creó un gran debate y lo que fue muy interesante fue que Shlomo Sand esencialmente deconstruyó todos los mitos del sionismo, con bastante calma, y dijo: “Mira, no deberíamos usar estos mitos para justificar la existencia de Israel”.

Israel está aquí para quedarse. Creo que todos los ciudadanos de Israel, ya sean judíos o palestinos, árabes, cristianos, musulmanes, deberían tener los mismos derechos. Y debemos detener el derecho de que, si eres judío, puedes volver a esta tierra. Es una locura, dijo, ¿por qué deberíamos seguir haciendo esto? Pero para poder presentar este argumento, él realmente hizo mucho trabajo histórico y antropológico, y argumentó que, después de la destrucción del templo en el año 70 d.C., contrariamente a la mitología, no hubo expulsiones de judíos de la región. Señaló correctamente que los romanos no tenían la costumbre de expulsar a las poblaciones de las tierras que conquistaron, porque eran muy inteligentes y necesitaban cultivadores y gente que trabajara en las zonas, porque las legiones romanas no lo hacían.

Y él (Shlomo) dijo que no sólo no hubo expulsiones, sino que, al mismo tiempo, hubo comunidades judías de 4 millones de personas, lo cual es una cantidad enorme para aquellos tiempos, en Persia, Egipto, Asia Menor y otros lugares, que se quedaron fuera.

Y luego argumentó que la idea de que la fe judía, después de la separación del movimiento de reforma conocido como cristianismo, no creía en el proselitismo es totalmente falsa: ellos lo hicieron (proselitismo), muchas personas se convirtieron; algunos se convirtieron a sí mismos, y los judíos ashkenazis en particular surgieron de las conversiones masivas al borde del Mar Caspio, entre los siglos VII y X, de los khazars, que finalmente adoptaron el hebreo y se convirtieron al judaísmo al por mayor, y estos son los judíos ashkenazis que poblaron Europa y los guetos de Europa, y que sufrieron a causa del Holocausto y de todo eso.

Estas son las personas que descienden de los kázaros, así que él (Shlomo) dijo que ellos en particular, que formaban el grueso del movimiento sionista, no tenían absolutamente ninguna conexión con las tierras árabes en absoluto. Luego fue aún más lejos y dijo: si Palestina no es la única patria ancestral de los judíos, ¿qué pasó con todos los judíos de estos países? Y aquí viene con una explicación devastadora: dice que en su mayoría se convirtieron al islam, se convirtieron al islam, la mayoría de ellos, no todos, como muchas otras personas lo hicieron en esa región en ese momento.

Y dice que los palestinos a los que hemos estado expulsando y oprimiendo son los descendientes directos de los judíos que solían vivir, en realidad, viven en esta tierra. Es un libro notable, y ha creado un gran debate, y el debate, dice, no está en Israel. Y es interesante esto: la mayoría de los historiadores israelíes aceptan que esto es correcto, pero dicen que su respuesta a la ciencia es la siguiente: bueno, ya sabes, cada nación crea su propia mitología, así que, ¿cuál es el gran problema? Pero ustedes saben que esto también es cierto, de hecho, pero esta mitología es muy potente, y muy poderosa porque esta cosa que se desata todavía está en marcha.

Quiero decir, a nadie le importaría la mitología si todo se hubiera resuelto y se hubiera llegado a algún acuerdo, pero como no se ha logrado, se convierte en una fuerza muy perturbadora. Y el propio Shlomo Sand no es en absoluto una figura radical. Dice: No soy un sionista duro, pero creo en Israel, excepto que creo que todos los ciudadanos deben tener los mismos derechos y no se puede decir a los palestinos: “No vuelvas a las tierras que te fueron arrebatadas”, mientras sigas diciéndole a los judíos, dondequiera que estén en cualquier parte del mundo: “puedes volver cuando quieras”. Y dijo que por eso escribió el libro: para luchar por la igualdad. Y los grandes ataques al libro han venido de la diáspora. Quiero decir que el New York Times hizo una gran, gran revisión de la misma, lo que creó una gran controversia. Y en Francia y en Gran Bretaña no hubo ninguna controversia en absoluto, en general se aceptó que lo que él argumentaba era cierto. Quiero decir que todos los historiadores que revisaron el libro dijeron que es exacto, ya sabes, no puedes sacarlo de la historia, porque aceptamos esto. Pero la diáspora se enfadó porque esto ya se había dicho, a lo que Sand respondió de forma muy contundente: “Bueno, si estás tan ansioso por decir que estoy equivocado y que lo que estoy haciendo es dañar a Israel, ¿por qué no pones tu dinero donde está tu boca, dejas la diáspora y vienes a instalarte en Israel?”.

Él dijo: “Si te gusta tanto el campo, ¿por qué no vienes a vivir aquí?, nosotros vivimos aquí y sabemos cómo vivimos”. Y él dijo que: “La forma en que vivimos no es buena, ni para nosotros ni para los no judíos de esa parte del mundo, y por eso he escrito mi libro”.

Ahora bien, es un tipo muy valiente, por cierto, no es el único: muchos historiadores israelíes han escrito libros de este tipo, pero ¿tienen algún impacto en los gobernantes del mundo o en los gobernantes de Israel?

Y aquí creo que la respuesta es no.

Y una de las cosas interesantes que Shlomo Sand cita en su libro es una declaración de David ben Gurion, uno de los padres fundadores de Israel, en 1918, donde Ben Gurion escribe: “Sabes, la gente pregunta qué pasó con los judíos que vivían en esta región. Eran leales a la tierra y para permanecer en ella, dice, la mayoría de los judíos se convirtieron en musulmanes”. Así que él lo sabía, y ellos lo sabían, los líderes de Israel, que esta mitología que se estaba creando sobre la base de citas del Antiguo Testamento era en gran parte mitología, no se basaba en ninguna realidad histórica en absoluto.

Así que aquí tenemos un ejemplo de cómo se abusa de la historia, pero al mismo tiempo el abuso desencadena un debate enorme y muy creativo, pero, por supuesto, los debates por sí solos y los libros, incluso los tan fuertes y poderosos como el escrito por este historiador israelí, no influencian las mentes de los políticos o gobernantes porque, en última instancia, no gobiernan sobre la base de los mitos. Los mitos son mantener a la gente en línea, ellos gobiernan por otras razones: para mantenerse en el poder, para mantener el control de la sociedad tal como es, y esto no sólo se aplica a Israel, se aplica a la mayoría de los gobernantes de diferentes partes del mundo, del mundo de hoy.

…”

[1] Tariq Ali es un escritor, periodista, historiador, cineasta, activista político e intelectual británico paquistaní. Es miembro del comité editorial de New Left Review y Sin Permiso, y contribuye con The Guardian, CounterPunch y London Review of Books. Es profesor de EPP en el Exeter College de Oxford.

Es autor de varios libros, entre ellos, Pakistán: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) y The Extreme Centre: A Warning (2015).

thanks to: Redazione italiana di Pressenza

Israele e l’apartheid

Israele rifiuta questa analogia sostenendo di essere un paese democratico e che l’apartheid era stato istituito per legge in Sudafrica.

di Zohra Credy, 5 febbraio 2018

L’articolo qui sotto fornisce una panoramica del funzionamento della politica di apartheid imposta dall’occupante israeliano. Da quando è stato redatto nel 2016, sono state approvate altre leggi discriminatorie, altre case sono state distrutte, migliaia di alberi bruciati o saccheggiati e le condizioni di vita dei palestinesi si sono deteriorate ulteriormente. [ASI]

L’esercito israeliano risponde con lancio di gas e bombe assordanti a Hebron contro i palestinesi che chiedono l’apertura di negozi

di Zohra Credy, dicembre 2016

Apartheid, termine di origine afrikaner che significa separazione, è la parola data alla politica di segregazione razziale praticata dalla popolazione bianca in Sudafrica dal 1948. Ma per estensione apartheid definisce ogni sistema che poggia su una serie di leggi discriminatorie fondate su riferimenti etnici, razziali e religiosi.

Da qualche tempo la parola apartheid è usata da organizzazioni internazionali, analisti politici e associazioni di difesa dei diritti umani per descrivere la politica praticata dallo stato sionista nei confronti dei palestinesi.

Israele rifiuta questa analogia sostenendo di essere un paese democratico e che l’apartheid era stato istituito per legge in Sudafrica. Falsità sostengono gli avversari, l’apartheid sionista è più sofisticato di quello del Sudafrica!

L’apartheid in Sudafrica si basa sullo sviluppo separato delle popolazioni: “La segregazione si teneva sugli aspetti economici, geografici (creazione di bantustan) e sullo stato sociale in funzione delle origini etniche e razziali.”

Se guardiamo alla definizione delle Nazioni Unite di cui alla risoluzione 3068 del 30 novembre 1973, leggiamo quanto segue: “L’apartheid si riferisce a atti umani commessi per stabilire o mantenere il dominio di un gruppo razziale di esseri umani su un qualsiasi altro gruppo razziale di esseri umani e per opprimerlo sistematicamente”.

Alla luce di queste due definizioni cercheremo di vedere fino a che punto l’analogia tra Sudafrica e Israele può essere fatta rispetto all’apartheid?

Iniziamo con la segregazione geografica: esiste questo aspetto nella Palestina storica e qual è la politica israeliana per quanto riguarda l’organizzazione dello spazio tra ebrei e non ebrei?

Anche prima della creazione dello Stato di Israele nel 1947 da parte delle Nazioni Unite, i coloni ebrei vennero a sostituire i nativi palestinesi, e dove gli ebrei si stabilirono la mano d’opera palestinese fu cacciata (1). La logica che anima il progetto sionista non è quindi vivere con i palestinesi, ma a loro danno. È questa logica della negazione dell’Altro, il non ebreo, che determinerà la politica israeliana in Palestina. Ed è su questo punto che la politica sionista differisce dall’apartheid degli afrikaner. Questi ultimi avevano la pretesa di soggiogare la popolazione nera, mentre i sionisti vogliono sradicare i palestinesi dal paese.

Ma non essendo riuscite a sradicare l’intera popolazione – oltre 700.000 nativi palestinesi furono costretti all’esilio nel 1948 e più di 350.000 nel 1967 – le autorità israeliane hanno applicato l’Hafrada, cioè la separazione tra ebrei e non ebrei.

IMAGE: MICHAEL LEVIN

La preoccupazione della politica israeliana è di assicurare che questa separazione sia mantenuta dandosi i mezzi giuridici per farlo, senza rinunciare all’espulsione dell’Altro!

Sebbene l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini del 10 dicembre 1948 dichiari nel suo primo paragrafo “Che ogni uomo ha il diritto di muoversi liberamente e di scegliere la propria residenza all’interno di uno Stato” i palestinesi non possono muoversi liberamente a casa loro. Infatti, nei territori palestinesi occupati illegalmente dal 1967 dallo stato di Israele, il movimento di nativi palestinesi – a differenza dei coloni che circolano liberamente – è soggetto ai permessi di circolazione. Questo vincolo imposto ai palestinesi richiama la procedura del “pass” imposto ai neri dal sistema di apartheid sudafricano. Tuttavia, il sistema sudafricano del modello unico di “pass” – nonostante il suo aspetto immorale – è meno crudele rispetto al sistema di segregazione israeliano, con i palestinesi sottoposti a più di un centinaio di permessi (2).

Questi permessi non sono solo una violazione della libertà di movimento dei palestinesi, ma sono anche un mezzo che l’amministrazione israeliana si dà per esercitare il proprio dominio e l’oppressione sulle popolazioni occupate. Essendo questi permessi rinnovabili, soggetti a un lungo processo amministrativo e a un passaggio obbligato dallo Shin Bet, si può facilmente immaginare le pressioni in termini di ricatto, umiliazione, intimidazione e anche di repressione.

In un sistema coloniale che poggia sulla negazione dell’Altro i permessi di movimento aprono le porte alla pulizia etnica. Ciò significa che ai palestinesi può essere negato l’accesso da una località all’altra, come pure in Cisgiordania, a Gaza o persino all’ingresso nel paese. E’ così che tra il 1967 e il 1994 l’amministrazione israeliana ha revocato il diritto di residenza di 140.000 palestinesi in Cisgiordania e di 100.000 palestinesi a Gaza. A volte, tornando al loro paese dopo anni di assenza, i palestinesi, quando non vengono espulsi, imparano a loro spese di avere perso il diritto di residenza nel proprio paese perché l’amministrazione d’occupazione ha cambiato la legge senza preoccuparsi di avvisare gli interessati e violando il diritto internazionale che precisa al paragrafo 2 della Carta delle Nazioni Unite che: “Ognuno ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di tornare nel suo paese”. E come non parlare di apartheid quando un ebreo può tornare nel suo paese e un palestinese nato in Palestina perde questo diritto?

Una discriminazione accettata dalla “comunità internazionale”

Il calvario dei palestinesi non finisce con l’ottenimento di uno dei 101 permessi di circolazione esistenti; infatti il loro spostamento da un punto all’altro è soggetto a controlli. Le forze di occupazione non consentono la libertà di movimento dei palestinesi che vivono in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza (3) in nome della sicurezza dei coloni che si sono installati, non dimentichiamolo, illegalmente.

I palestinesi devono passare attraverso checkpoint sorvegliati dall’esercito israeliano. Ci sono 600 posti di controllo tra cui 120 fissi. Con i check-point volanti ci sono anche altri sbarramenti come le barriere agricole e molti altri ostacoli.

Il numero di posti di blocco può aumentare nei periodi in cui i palestinesi si sollevano contro la dominazione, come abbiamo potuto constatare durante l’intifada di Al-Aqsa o recentemente in quella dei coltelli. Questi posti di blocco, solo per l’immagine che offrono, sono un simbolo dell’umiliazione e dell’assoggettamento dei palestinesi stipati in corridoi recintati con reti metalliche da farli sembrare gabbie dello zoo. Ma nei giardini zoologici gli animali non vengono insultati o maltrattati, mentre i palestinesi vengono umiliati e spesso brutalizzati (4).

Alla luce della risoluzione 3068, questi controlli fanno parte dell’apartheid in quanto queste discriminazioni obbediscono al desiderio di garantire i privilegi e il dominio dei coloni sulla popolazione palestinese non ebrea. Non solo questi controlli da un punto all’altro turbano la vita quotidiana dei palestinesi per quanto riguarda il loro lavoro e la scolarità costringendoli a muoversi la mattina presto per poter arrivare in orario al lavoro o a scuola; ma possono anche perdere lì la loro vita. Succede che pazienti muoiano ai posti di blocco, donne partoriscano nelle ambulanze che le trasportano verso i reparti di maternità o addirittura per terra. Secondo il Centro d’informazione palestinese, tra il 2000 e il 2006, 69 donne hanno partorito mentre aspettavano di attraversare il checkpoint; di queste 5 sono morte per mancanza di assistenza e 35 neonati sono nati morti. Il checkpoint è simbolo di stress e angoscia per i palestinesi i cui permessi possono essere confiscati senza una vera ragione; significa, umiliazione, incertezza, perdita di tempo, perdita di libertà di movimento, a volte perdita della vita! Questo rischio è aumentato dopo l’intifada (rivolta) dei coltelli e dalla routine delle esecuzioni extragiudiziali (5).

Questa forma di apartheid si è aggravata con la costruzione nel 2002 del muro di separazione che isola la Cisgiordania e Gerusalemme da Israele. E’ il secondo muro dopo la barriera elettrificata che circonda Gaza.

Muro di “sicurezza” proclama Israele!

Ciò non toglie che sia un muro simbolo della segregazione e della dominazione israeliana come confermato dalla decisione della Corte internazionale di giustizia che lo considera illegale. A parte l’usurpazione del 16,6% di terre palestinesi agricole e ricche di risorse idriche, il tracciato del muro che segue la linea verde solo per il 20% del suo percorso ha inglobato il 45% delle terre agricole palestinesi. Un buon modo per assoggettare i palestinesi che si vedono costretti a passare attraverso l’autorizzazione delle autorità israeliane per andare a lavorare nei loro campi. Infatti, a causa del muro, villaggi sono privati del 60% dei loro terreni agricoli come a Qaffin. Altre aree palestinesi sono completamente chiuse, isolate sia dalla Cisgiordania che da Israele; come la città di Qalkilya – che si trova tra la linea verde e la barriera – 260.000 palestinesi sono rinchiusi in enclave. Altre centinaia devono avere un permesso per abitare e raggiungere le loro proprietà (400.000). A Gerusalemme Est, 200.000 si trovano dall’altra parte del muro. Si noti che 80 checkpoint separano i palestinesi dai loro campi!

Il muro ha ulteriormente consolidato la frammentazione della terra per creare veri bantustan! Le aree di insediamento palestinesi sono separate le une dalle altre. Migliaia di palestinesi sono tagliati fuori dalle aree urbane. Gerusalemme è isolata, la metà della popolazione della Cisgiordania non ha alcuna possibilità di pregare alla moschea di Al-Aqsa mentre i coloni la profanano sotto il controllo benevolo dell’esercito!

Israeliani e Palestinesi vivono sempre più separati. Le strade utilizzate dai coloni sono proibite ai palestinesi; è infinitamente peggio dell’apartheid afrikaner dove non ci sono mai state strade riservate ai neri in Sudafrica! Questa politica di separazione degli spazi ha reso città come Balata e Al Khalil delle vere città assediate. Al Khalil (Hebron) è una città testimone dell’apartheid israeliano, dove 200.000 palestinesi sono ostaggio di un migliaio di coloni ebrei. Nel nome della sicurezza dei coloni, Israele blocca strade, caccia i palestinesi da interi quartieri. Il centro della città vecchia di Al Khalil è chiuso da oltre 17 anni come 500 negozi, di cui solo 70 sono stati autorizzati a riaprire quest’anno.

FOTO – Il centro della città vecchia di Al Khalil da 17 anni è chiuso così come 500 negozi

Questa Hafrada non si applica solo ai palestinesi nei territori occupati illegalmente dal 1967 secondo la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, ma anche a 1 milione e 600.000 cittadini israeliani musulmani e cristiani che vivono in Israele.

Questa discriminazione sociale si manifesta nella disparità di trattamento tra la popolazione ebraica e quella palestinese. La prima beneficia di privilegi di cui la seconda è totalmente privata. La discriminazione più ingiusta è incontestabilmente contenuta nella legge del ritorno. Mentre Israele rifiuta questo diritto ai profughi palestinesi dell’esodo o dei territori occupati nel 1967, come pure ai cittadini palestinesi di Israele ai quali è proibito di tornare nelle proprie case e villaggi di origine da cui fuggirono nel 1948, gli ebrei di tutto il mondo hanno il diritto di stabilirsi in Palestina. Questa segregazione ha raggiunto il suo culmine quando nel 1970 fu adottato un emendamento alla legge sul ritorno che stabilisce che il diritto al ritorno si estende ai “figli e nipoti di un ebreo, al suo coniuge e al coniuge di un figlio o nipote di un ebreo – tranne a chi, ebreo, abbia di sua spontanea volontà cambiato religione”. Questa legge del ritorno porta in sé le stimmate dell’apartheid. Stabilisce il dominio di una popolazione su un’altra, l’esistenza di una popolazione sull’esclusione di un’altra!

Questa discriminazione si ritrova in quanto riguarda il matrimonio, la legge israeliana stabilisce la discriminazione rifiutando ai coniugi palestinesi di cittadini arabi israeliani, così come ai loro figli, il diritto di residenza. Si nega loro il diritto a una vita familiare normale, mentre il coniuge di un ebreo che non ha nessuna radice in Palestina, come abbiamo già visto, ne beneficia. Discriminazione anche perché sono validi solo i matrimoni celebrati da e davanti a un tribunale rabbinico che istituisce e mantiene il sistema etno-teocratico.

Le disparità di trattamento tra ebrei e non ebrei che vivono in Israele sono enormi. Innanzi tutto a livello dell’habitat Israele non ha costruito nessun villaggio o città araba mentre la popolazione è passata dai 160.000 abitanti che erano rimasti nel 1948 (i palestinesi che poterono rimanere al momento della creazione dello Stato di Israele) al più di un milione e 600.000. Solo 7 distretti sono stati costruiti nel Negev per ricollocare i “profughi” beduini espulsi dalle loro proprietà.

Nei territori occupati la costruzione di alloggi è soggetta all’approvazione delle forze di occupazione che la concedono col contagocce. Ma di fronte alla crescita demografica i palestinesi sono costretti a costruire senza permesso, correndo così il rischio di ritrovarsi per strada con le case distrutte dall’occupante sionista. Nell’area di Gerusalemme circa centomila palestinesi vivono sotto questa minaccia. Dal 2001 al 2004 sono state distrutte circa 5000 case. Il ritmo ha avuto un’accelerazione dagli attacchi con i coltelli di soldati israeliani.

Dall’occupazione di Gerusalemme nel 1967 sono stati costruiti solo 14.000 edifici, mentre ne sarebbero occorsi altrettanti all’anno, essendo la popolazione passata da 70.000 a 285.000. In parallelo il numero di permessi di costruzione continua a crescere per i coloni in Cisgiordania e in particolare a Gerusalemme dove sono stati concessi 3.690 permessi nel 2011 secondo l’ONG israeliana “Peace Now”. Nella Cisgiordania occupata illegalmente, la progressione nelle costruzioni dei coloni ha raggiunto il 20% nel 2011 rispetto al 2010, secondo la stessa fonte.

Falascià in partenza per Israele

La discriminazione colpisce anche le infrastrutture e la qualità dei servizi pubblici, nei quartieri e nelle città arabe in Israele dove le infrastrutture sono spesso completamente assenti. Il servizio di raccolta rifiuti non è garantito e talvolta le fogne sono a cielo aperto! Il budget stanziato per i comuni arabi è meno della metà di quello stanziato per i comuni ebraici. Nel Negev le località abitate dagli arabi palestinesi non beneficiano di alcuna infrastruttura, lo stato è totalmente assente. Questa realtà è in netto contrasto con quella delle comunità ebraiche cui vengono offerti tutti i servizi. Sebbene paghino le tasse, gli arabi israeliani vengono trattati come cittadini di seconda e persino di terza classe dopo i falascia!

Questa politica di segregazione si ritrova al livello dell’istruzione e dell’insegnamento. Lo Stato di Israele sostiene l’insegnamento della popolazione scolastica ebraica e finanzia il 100% delle scuole. Tuttavia, pur riconoscendo le scuole cristiane che ospitano studenti cristiani e musulmani, lo stato finanzia solo il 29% del costo totale di una scuola elementare, facendo assumere il resto dei finanziamenti ai genitori degli alunni: “È una questione di disuguaglianza, un bambino ebreo israeliano ha diritto al 100% di istruzione finanziata dallo stato e le nostre scuole no, anche se il nostro insegnamento è uno dei migliori in Israele”, deplora il padre francescano Abdel Massih Fahim, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa. Nel Negev, 5.000 bambini palestinesi non vanno a scuola perché alcune località sono completamente prive di infrastrutture, scuole comprese. Per questi bambini la scuola più vicina si trova a 20 o 25 km di distanza, distanza difficile da percorrere ogni giorno specialmente quando mancano mezzi di trasporto ed economici.

La discriminazione sociale dei palestinesi si estende anche ad altre aree quali l’occupazione. Il privilegio all’accesso alla funzione pubblica è riservato ai soli ebrei visto il numero irrisorio di nuovi assunti non ebrei. Il tasso di disoccupazione è molto alto. Le prospettive per il futuro bloccate. La precarietà è evidente con il 78% degli arabi israeliani che vive al di sotto della soglia di povertà, percentuale che sale all’83% per i bambini.

Nei territori palestinesi, la violenza dell’occupazione e l’espansione delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est gravano drammaticamente sull’economia palestinese e di conseguenza sul mercato del lavoro: “I pesi combinati dell’occupazione persistente e delle colonie non hanno permesso lo sviluppo di un’economia palestinese produttiva e vitale che potesse offrire sufficienti opportunità di lavoro dignitoso.” scrive Guy Ryder, direttore generale dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro).

Secondo il rapporto dell’OIL, la disoccupazione sarebbe aumentata del 25% nel 2014 rispetto al 2013 per attestarsi al 27%; questo tasso sale al 40% per i giovani uomini e al 63% per le giovani donne. A Gaza il tasso medio di disoccupazione è doppio rispetto a quello della Cisgiordania, è di 58,1 per i giovani uomini e dell’83,5% per le ragazze (15-24 anni). Queste cifre sono allarmanti quando sappiamo che il 70% dei palestinesi ha meno di 30 anni (7).

Questa disoccupazione, la più alta del mondo, frutto della politica di dominazione fornisce una mano d’opera molto a buon mercato all’economia israeliana. Gli accordi collettivi non sono sempre rispettati. I palestinesi, osserva il rapporto dell’OIL, “lavorano in condizioni non regolamentate che possono essere precarie e assomigliano allo sfruttamento”.

Lavorare in Israele dovrebbe rimanere una scelta per i palestinesi, ma è diventata una necessità a causa delle restrizioni che ostacolano l’economia palestinese.

Abbiamo già menzionato le restrizioni imposte dal sistema di dominazione sionista alla libera circolazione dei palestinesi. Al di là dei disagi nella vita quotidiana delle persone, come abbiamo visto le conseguenze di queste restrizioni sono incommensurabili per l’economia. I checkpoint, i coprifuoco e la chiusura di località sono tra le prime cause del marasma economico nei territori occupati. Queste restrizioni fanno sì che i lavoratori perdano ore e intere giornate per recarsi sul posto di lavoro, il che rende difficile per le aziende organizzarsi e funzionare normalmente a causa di ritardi e assenze non intenzionali dei dipendenti. Per avere un’idea della paralisi causata da questa politica, citiamo due esempi: nel 2003, ci sono state a marzo 403 ore di coprifuoco a Nablus e 678 ore a Hebron in gennaio!

Questa disorganizzazione delle aziende porta ad un calo della produttività e di conseguenza a un aumento dei costi di produzione del 33%, secondo François Courbe. Ma non è finita! Il divieto dell’uso di reti stradali riservate ai coloni che costringono i palestinesi a percorrere lunghe distanze insieme al sistema di trasbordo che richiede che le merci vengano scaricate dai camion ai posti di blocco e ricaricate su altri camion dall’altra parte, aumenta il costo dell’80%!

Tra il 1993 e il 1996, periodo segnato da una “possibile pace” i blocchi costarono all’economia palestinese più di 2,5 miliardi di euro e il tenore di vita medio calò del 36%. Possiamo così misurare l’entità dei danni in tempi di tensioni!

Questa frammentazione dello spazio economico è aggravata dai privilegi accordati agli ebrei a spese dei palestinesi privati di due importanti fonti di ricchezza dell’economia: la terra e l’acqua.

Fedele al principio del sionismo che è stato costruito sulla negazione del palestinese, la carta dell’Agenzia ebraica stabilisce che le terre “sono la proprietà inalienabile del popolo ebraico”. Una vera politica di apartheid è in atto. Pertanto, sono stati creati 36 tra leggi e regolamenti che consentono la confisca delle terre palestinesi. Tali, la legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950, che ha permesso la confisca di case, terre e altre proprietà da 750.000 a 900.000 palestinesi costretti all’esilio; il mancato riconoscimento del diritto al ritorno; il mancato riconoscimento della legge ottomana basata sul diritto di costume; la legge sulle zone militari; la legge sugli spazi verdi; la legge sull’assenza (la terra che non è stata arata per tre anni consecutivi dà luogo a un sequestro).

E’ così che l’Israeli Lands Authority e il Fond national juif controllano il 93% delle terre. Gli arabi israeliani non possiedono che il 3% delle terre della parte della Palestina storica che è diventata Israele secondo la partizione delle Nazioni Unite. Più di un terzo della popolazione israeliana occupa oggi terre e abitazioni di profughi palestinesi, che sono state annesse tra il 1948 e il 1954 senza alcuna forma di risarcimento.

La concessione delle terre obbedisce ad una politica segregazionista. La concessione è di 48 o 98 anni per gli ebrei e di un solo anno per i non ebrei. È una legge perniciosa per escludere gli arabi israeliani! Inoltre, il Fondo Nazionale Ebraico affitta le sue terre esclusivamente agli ebrei. Nei territori palestinesi occupati nel 1967, Israele praticherà la stessa politica segregazionista nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e di Gaza in violazione del diritto internazionale e degli accordi di Oslo. Le forze di occupazione perseguono una politica sistematica di confisca di terre. Con l’ordinanza militare 378, un terzo del territorio della Cisgiordania è stato dichiarato zona militare, e l’ordine militare 364 stabilisce che le terre dichiarate “terre di Stato” non possano essere lavorate che da contadini israeliani e vietate all’accesso dei palestinesi. Con la legge sulle riserve naturali in cui nessuna attività agricola può essere svolta dai palestinesi siamo alla metà dei rimanenti territori palestinesi che così viene ancora rubata. Nell’area C che rappresenta il 60% della Cisgiordania, divisa in 3 settori A, B, C, solo l’1% delle terre è riservato alla pianificazione a beneficio dei palestinesi.

Dal momento che la terra è una questione fondamentale per la costruzione del progetto sionista si è fatto di tutto per espropriare il palestinese e rovinarlo a tutto beneficio del colono ebreo.

Come non parlare di apartheid? Quando il colono ebreo ha tutti i diritti e il contadino palestinese è soggetto a leggi discriminatorie? Infatti il palestinese non può piantare un albero nella zona B e C senza il consenso delle forze militari d’occupazione, consenso che può trascinarsi per anni! Non solo l’occupante non incoraggia la piantagione, ma sradica. Così tra il 1993 e il 2001 sono stati estirpati 282.000 alberi, di cui 81.000 ulivi. Da quando il numero è dovuto aumentare gli attacchi dei coloni sono continui. Secondo l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo), nel corso del 2013, 10.142 alberi produttivi sono stati bruciati, estirpati o saccheggiati dagli attacchi dei coloni.

Inoltre, il palestinese non può scegliere le sue colture. La legge gli vieta di coltivare prodotti in concorrenza con i prodotti israeliani. Il palestinese è anche soggetto alla legge sull’esportazione. In effetti, l’esportazione di prodotti palestinesi può essere effettuata solo dopo la commercializzazione e la vendita di prodotti israeliani, “quando i prodotti arrivano a poter attraversare il confine, sono marci, avvizziti o cattivi e non sono più commerciabili” (8).

I palestinesi crollano sotto il peso delle costrizioni e non possono far fronte ai benefici concessi ai coloni. I prodotti agricoli palestinesi sono banditi dalla vendita a Gerusalemme Est, riservata ai soli prodotti delle colonie ebraiche.

Per misurare l’impatto devastante delle leggi di segregazione sull’economia palestinese occorre sapere che nel 1967 la Cisgiordania esportava l’80% delle verdure e il 45% della frutta. La produzione era paragonabile a Israele. Ma dagli anni ’80, con l’occupazione e la politica di assoggettamento queste esportazioni sono in calo per le ragioni che abbiamo già esaminato, ma anche e soprattutto per la mancanza di accesso a una risorsa principale della vita: l’acqua.

I coloni ebrei prima di tutto, è il leitmotiv della politica idrica israeliana

L’acqua è un’importante sfida della politica israeliana. Non per considerazioni economiche come si potrebbe pensare, ma piuttosto per considerazioni ideologiche. Il settore agricolo israeliano è trascurabile visti i rapporti economici, rappresenta solo l’1,6% del PIL. Ma l’acqua contribuisce ad alimentare l’immagine della terra promessa trasmessa dal discorso messianico sionista: il deserto diventato paradiso per il popolo eletto. Per questo motivo, dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, le grandi riserve idriche sono state dichiarate “bene nazionale” la cui gestione è stata confiscata alle comunità palestinesi locali e affidata ai comandi militari sionisti. Lo sfruttamento delle risorse, la modernizzazione delle infrastrutture, la perforazione di pozzi sono tutti soggetti a una richiesta di autorizzazione. Tuttavia, le richieste vengono sistematicamente respinte.

I coloni controllano tutti gli accessi all’acqua. Pompano 45 milioni di mcubi all’anno mentre i palestinesi usano solo il 10% dell’acqua disponibile nel territorio. L’acqua è un’arma nelle mani di questo nuovo apartheid, hanno scritto in un rapporto i parlamentari francesi della Commissione Affari esteri nel 2011. Certo, è apartheid, 450.000 coloni usano più acqua di 2, 5 milioni di palestinesi. Inoltre, e nonostante il diritto internazionale, viene data priorità ai coloni in caso di siccità. Dall’inizio del mese di Ramadan, un’interruzione idrica sta completamente assetando la Cisgiordania e Gaza dove non c’è più acqua potabile. A Gaza tutte le riserve d’acqua sono state bersaglio di bombardamenti nel 2014, come tutte le altre infrastrutture.

L’acqua è un’arma usata da Israele per attuare la sua politica perniciosa di apartheid e pulizia etnica. Il settore agricolo, importante nell’economia palestinese, è sotto perfusione. Sta morendo e i campi abbandonati per la mancanza d’acqua saranno confiscati.

Alla fine di questo studio, sembra difficile non parlare di apartheid. Tutte le leggi sioniste tendono a promuovere la supremazia degli ebrei rispetto ai non ebrei sia nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele che dei palestinesi nei territori occupati. Sempre più voci israeliane si stanno alzando per denunciare gli eccessi della politica d’apartheid. Ilan Pappé, Gideon Levy, Amira Haas e Ronit Matalon che ha scritto: “Viviamo oggi sotto un regime d’apartheid. Come possiamo chiamarlo diversamente quando costruiamo strade riservate agli ebrei.”(9)

Ma questa osservazione non è fatta solo dagli intellettuali. In un sondaggio condotto dall’istituto Dialogo in Israele, il 58% degli israeliani intervistati ritengono che lo Stato conduce una politica di apartheid [secondo Gilad Atzmon è peggio dell’apartheid, nldr] contro gli arabi. Tuttavia, a differenza degli intellettuali dissidenti citati sopra, la società israeliana si radicalizza guidata dalla retorica del sionismo messianico. Secondo un sondaggio pubblicato nel 2012, realizzato dalla Fondazione Avi Chai, il 70% degli ebrei israeliani si considera un popolo eletto. Avendo la legge divina dalla loro, sono affrancati da tutte le leggi umane! Gideon Levy nota che sempre più “la religione è lo Stato e lo Stato è la religione” (10).

Esiste una forte somiglianza tra la visione dei missionari afrikaner e il “popolo eletto ebreo”. Questa visione contiene in sé tutti i germi del dominio dell’Altro e della superiorità sull’Altro, quindi l’apartheid.

In nome della religione e di un ideale messianico, la politica segregazionista continua coperta da certi discorsi religiosi, come quello della Torat ha Melekh (La Tora del Re), che chiede l’uccisione preventiva di bambini, donne e uomini non ebrei che potrebbero rappresentare una potenziale minaccia per gli ebrei. Non è questa una legittimazione dei crimini extragiudiziali di palestinesi? Un incitamento alla violenza senza limiti dei coloni? Al dominio dell’ebreo sul non ebreo?

Israele ha istituito un sistema di apartheid, subdolamente pernicioso e molto più sofisticato dal punto di vista amministrativo, ma, nella sua forma, peggiore del precedente apartheid degli afrikaner. In Sud Africa, non c’erano né strade separate, né targhe d’immatricolazione riservate ai neri, né la strumentalizzazione della Shoa per coprire l’orribile volto dell’apartheid.

Shlomo Sand ha scritto: “C’è un elemento di disuguaglianza nel fatto stesso di definire lo stato come stato ebraico”. (11) Nella Palestina storica, l’ebraicità si sta consolidando. E anche l’apartheid!

Zohra Credy | Dicembre 2016

(1) Zohra CREDY, Histoire de la Palestine

(2) Chaim LEVINSON, Haaretz, 23 dicembre 2011.

(3) Gaza è sotto blocco illegale dal 2006. Su un’area di 380 km2. Quasi 2 milioni di persone sono bloccate dal blocco israeliano. Le condizioni di vita sono inumane.

(4) Machsom Watch: associazione composta da donne che vanno ai checkpoint per testimoniare e inviare i loro rapporti alle organizzazioni internazionali.

(5) Gideon LEVY, “In Israele e nei territori occupati, il più grande pericolo è la routine” Haaretz, 14 gennaio 2016

(6) Jean-François COURBE, Les conséquences du conflit sur la situation économique et sociales des territoires palestiniens occupés, Confluence Méditerranée, 2005/4, N° 55.

(7) Relazione annuale dell’OIL sulla situazione dei lavoratori dei territori occupati per la riunione della commissione dell’OIL a Ginevra il 1° giugno 2015

(8) Stefan DECONINCK, l’agricoltura e il conflitto israelo-palestinese

(9) Ronit MATALON, “Viviamo sotto un regime di apartheid” Le Monde, domenica 10 gennaio 2016

(10) Gideon LEVY, Haaretz, 29 gennaio 2012

(11) Shlomo SAND, “A chi appartiene lo Stato? Haaretz, 10 ottobre 2006

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina

Fonte: https://arretsurinfo.ch/israel-et-lapartheid/

thanks to: InvictaPalestina

L’Olocausto come mezzo di estorsione

Negli anni ’90, dopo il crollo del Muro di Berlino, sotto il presidente USA Bill Clinton l’industria dell’Olocausto lanciò una gigantesca campagna per ottenere, a 50 anni di distanza, risarcimenti in denaro per le persecuzioni agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale da parte di Svizzera, Germania e paesi dell’Europa orientale. Lo svolgimento di questa campagna e l’apparato mediatico e politico che la sostenne vengono esaurientemente descritti da Norman Finkelstein nel suo libro L’industria dell’Olocausto, nel capitolo intitolato significativamente La duplice estorsione: estorsione aidanni dei paesi sopracitati e delle vittime o delle loro famiglie 93 . I brani seguenti sono tratti da quel capitolo.
a) Svizzera. Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali del proprio paese per avere negato rifugio agli ebrei durante l’Olocausto nazista. Nell’occasione si riaprì la discussione sull’antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra.
Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati al fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le “vittime bisognose dell’Olocausto” e, cosa ancor più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti.
Verso la fine del 1995 Edgar Bronfman (presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri.
Bronfman, erede della fortuna dell’azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale era stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava “a nome del popolo ebraico” come pure dei “sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse”. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente 775 conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari.
Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata e si diede a mobilitare l’intero establishment politico americano: il presidente Clinton, le agenzie del governo federale, la Camera e il Senato (in particolare attraverso il senatore Alphonse D’Amato), i governi dei vari stati e le amministrazioni locali in tutto il paese. Da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l’industria dell’Olocausto orchestrò un’indegna campagna diffamatoria. Il portavoce della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. Secondo Tom Bower, uno degli artefici della campagna, “il terrore attraverso lo scandalo era l’arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie di accuse allo scopo di creare disagio e scioccare” 94 . “L’ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa – spiegò il rabbino Singer – e noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: ‘Basta, scendiamo a patti’” 95 .
La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In una ricerca sponsorizzata dall’ufficio di D’Amato e dal Centro Simon Wiesenthal, venne affermato che “la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo, per proteggere l’immagine della nazione e la sua prosperità…la cupidigia svizzera era senza pari…dietro la facciata di civiltà c’era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro” 96 .
L’accusa principale era che vi fosse stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, “una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant’anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all’Olocausto”. Questa cospirazione naturalmente fu “il più grande ladrocinio della storia dell’umanità”. Per l’industria dell’Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande…
Come prima cosa, l’industria dell’Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell’Olocausto l’accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. “Nel corso degli ultimi cinquant’anni” riportò la rivista Time in un articolo, un “atteggiamento costante” delle banche svizzere “è stato quello di essere evasivi e fare ostruzionismo quando i sopravvissuti all’Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti”.

Oltre a fomentare l’isteria antisvizzera, l’industria dell’Olocausto coordinò una strategia a due livelli per “costringere con il terrore” (l’espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions e boicottaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell’ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus e “altri che si trovavano in posizione analoga” per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi il Centro Simon Wiesenthal intentò una seconda class action e nel gennaio 1997 il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza.
Tuttavia l’arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. “Adesso il gioco si fa più sporco” avvertì nel gennaio 1997 Avraham Burg, presidente dell’Agenzia Ebraica e uomo di riferimento d’Israele nel caso delle banche svizzere. Nei mesi successivi le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell’Illinois vararono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997 il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, operò la prima azione concreta.
Altrettanto fece un fondo di New York e nell’arco di pochi giorni si ebbero altri casi in California, Massachusetts e Illinois. Nel frattempo, D’Amato e altri funzionari statali cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere di operare negli Stati Uniti. Nell’aprile 1998 le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, e in giugno fecero la loro “ultima offerta” di seicento milioni di dollari di risarcimenti. Abraham Foxman, responsabile dell’Anti Defamation League, sconcertato dall’arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: “Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema così complesso” 97. Nel luglio 1998 arrivò una nuova ondata di disinvestimenti (New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California), e a metà agosto gli svizzeri capitolarono, accettando di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. “Lei è stato un vero pioniere” si congratulò con D’Amato il Primo ministro israeliano Netanyahu “Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito” 98 .
A questo punto i soldi ottenuti dagli studi legali che avevano intentato le class action avrebbero dovuto essere distribuiti ai legittimi destinatari, i parenti delle vittime. Qui però sorsero i problemi, in quanto le organizzazioni ebraiche, gli avvocati che avevano seguito le cause e altri elementi dell’establishment volevano trattenere il denaro per sè. Nulla di nuovo, dal momento che Bronfman ha ammesso che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico nell’arco degli anni ha ammassato non meno di “sette miliardi di dollari circa” grazie al denaro dei risarcimenti 99 .
b) Germania. Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell’agosto 1998, nel settembre dello stesso anno l’industria dell’Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi team legali intentarono una class action contro l’industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento.
Per fomentare l’isteria collettiva, si fece ricorso a molteplici annunci pubblicitari a tutta pagina. In un’inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia “diretto” i suoi terrificanti esperimenti.
Verso la fine del 1999 i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra intorno ai 5 miliardi di dollari. “Non avremmo potuto raggiungere un accordo” riferì in seguito il diplomatico clintoniano Stuart Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera “senza il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton…e di altri influenti funzionari” del governo americano 100 .
c) Europa orientale. L’estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l’estorsione nei confronti dell’Europa dell’Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle “vittime bisognose dell’Olocausto”, l’industria dell’Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell’antisemitismo in Europa.
L’industria dell’Olocausto si è presentata nelle vesti dell’unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l’Olocausto nazista. “Esiste un accordo con il governo israeliano” riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera “in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization” 101 . Utilizzando questo mandato, l’industria dell’Olocausto ha chiesto ai paesi del blocco ex sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro. Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, ha avanzato queste richieste senza dare troppo risalto pubblicitario: l’opinione pubblica infatti non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto nei confronti degli stremati contadini polacchi. Inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell’Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della WJRO: la pretesa di essere legittimi eredi dei morti per incamerarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D’altro canto, l’industria dell’Olocausto non ha bisogno di mobilitare l’opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell’amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
“E’ importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie” spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare “sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei” nell’Europa dell’Est. Al fine di promuovere il “rinnovamento” della vita ebraica in Polonia, la WJRO ha avanzato pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era di circa tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. La WJRO ha reclamato la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. “Gli amministratori polacchi temono” ha riportato Jewish Week “che la richiesta possa portare la nazione alla bancarotta” 102 . Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l’insolvenza, Elan Steinberg del World Jewish Congress denunciò la legge come “un atto fondamentalmente antiamericano” 103 .
Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l’industria dell’Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso affinchè i risarcimenti per l’Olocausto fossero messi in cima alla lista dei requisiti per quei paesi dell’Est che volevano entrare nell’OCSE, nella WTO, nell’Unione Europea, nella Nato. Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso americano di “controllare” che ogni paese pagasse. “E’ estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano” ha affermato il deputato Benjamin Gilman “che il loro atteggiamento…è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali” 104 .
Alla fine chi sicuramente ha guadagnato da questo ciclo incessante di richieste di risarcimento sono stati gli avvocati e i funzionari che lavorano per organismi come la Claims Conference. I loro stipendi ammontano a centinaia di migliaia di dollari all’anno. Tuttavia si moltiplicano le proteste da parte delle vittime in nome delle quali l’industria dell’Olocausto agisce: molte hanno fatto causa alla Claims Conference, accusandola di “perpetuare l’espropriazione” 105 .

 


93 Il resto del paragrafo è interamente ricavano dal libro di Finkelstein.
94 Tom Bower, I cassieri dell’Olocausto, 1998
95 ibidem
96 ibidem

97 Gregg Rickman, Swiss Banks and Jewish Souls, 1999
98 ibidem
99 New York Times, 24 giugno 1998
100 Audizione alla commissione sulle attività bancarie e finanziarie della Camera USA, 9 febbraio 2000

101 Audizione 11 febbraio 1996
102 Jewish Week, 14 gennaio 2000
103 Newsday, 6 febbraio 2000
104 Audizione alla Commissione sulle relazioni internazionali della Camera, 6 agosto 1998
105 Isabel Vincent, Hitler’s Silent Partners, 1997

 

from: Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

INCREDIBILE: i giornali d’epoca riportano la cifra di 6 milioni di vittime per altri olocausti ebraici poco noti.

GRANDE FRATELLO

 

-A cura di Floriana Castro-

Nota su Antisemitismo

Negli ultimi 70 anni siamo stati letteralmente bombardati da film, testimonianze (a volte anche di persone che la shoah non l’hanno mai vissuta), interventi nelle varie università senza poter ricevere risposta a domande fuori dal coro del tipo: come hanno fatto a morire 6 MILIONI nella sola Europa quando la comunità israelitica non superava i 12 milioni in tutto il mondo? E come avrebbe fatto la comunità -secondo le stime ufficiali dimezzata- a contare 13 milioni di unità a pochi anni dalla fine della guerra? In alcuni paesi se si confuta il numero ufficiale di 6 MILIONI di ebrei che avrebbero subito lo sterminio si rischiano addirittura 6 anni di carcere.  Il professore Faurisson, dopo molti anni di studi sugli eventi olocaustici, fu uno dei primi a sostenere l’assenza delle camere a gas nei campi di concentramento, per tale ragione fu  umiliato, messo al bando e tacciato di antisemitismo.Nessun grattacapo invece per chi confuta il numero dei morti dell’Olocausto ad opera dei comunisti, o l’olocausto degli Armeni eccMa mentre gli storici nei decenni successivi alla shoah sono stati impossibilitati dal corretto svolgimento del loro lavoro, un indizio molto importante ce lo danno i collezionisti di giornali d’epoca. In questo articolo vedremo, come il numero di 6 MILIONI sia stato indicato costantemente dalla comunità israelitiche sin dal 1905 ai tempi dell’impero zarista in Russia, trent’anni prima dalle persecuzioni naziste, eventi che -come documentato- oltre alla vittoria della loro causa, e la simpatia dei goym hanno inoltre portato alle casse sioniste milioni e milioni di dollari. Prediamo in esame 11 quotidiani d’epoca che vanno dal 1915 al 1940, analizzando brevemente il contesto storico di ognuno degli eventi (corredato con foto di 11 giornali d’epoca, e fonti dettagliate al termine dell’articolo)

1) Articolo di “The Sun” del 6 Giugno 1915 (pag.1 della quinta sezione)
Nel 1915 troviamo gli ebrei russi nella Russia dello zar Nicola II, al loro primo tentativo di rovesciare il governo, tentativo che fallirà, per poi andare in porto nel 1917 instaurando la dittatura comunista, ideata, progettata e finanziata dai sionisti.
Questo è il titolo dell’articolo
“Orrori peggiori di quelli di Kishineff nella Russia di oggi”
didascalia: “Una cospirazione senza precedenti per schiacciare gli ebrei sospettati di essere organizzati per coprire le sconfitte delle truppe di zar. Torture e massacri diffusi in centinaia di città”.
Questo è uno stralcio dell’articolo
“Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme sino ad oggi gli ebrei non hanno mai avuto una pagina così nera nella loro storia di quella che il governo russo sta scrivendo oggi. SEI MILIONI di ebrei, la metà del popolo ebraico in tutto il mondo, vengono perseguitati, braccati e ridotti alla fame. Migliaia di loro sono stati barbaramente uccisi. Centinaia di migliaia di ebrei, vecchi uomini donne e bambini vengono spinti senza pietà di città in città su mezzi del governo, attaccati dalle truppe del proprio paese”.
Segue un accorato appello di uno dei rabbini presenti in Russia: “Le autorità stanno inviando innocenti vecchi ebrei uomini e donne in Siberia. vi abbiamo scritto molte lettere dalla Polonia riguardanti le nostre vicissitudini. Cari fratelli, abbiate pietà per i SEI MILIONI di ebrei in Russia: state dalla nostra parte”!

2) Passiamo adesso al New York Times del 18 Ottobre 1918 (pag 12)
Siamo ad un anno dopo la rivoluzione d’ottobre e l’ascesa al potere dei comunisti. Lo zar, con i suoi familiari, sono caduti sotto i fucili del commando rosso tre mesi prima, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918. Gli ebrei non sono più in pericolo. Una volta eminato l’impero tiranno resta un unico problema: raccogliere fondi (molti soldi…) per la ricostruzione della comunità di 6 MILIONI di ebrei morti nelle persecuzioni o gravemente danneggiati.
Questo è il titolo dell’articolo “Un fondo di un miliardo di dollari per ricostruire l’ebraismo”
Nella didascalia si legge: SEI MILIONI di ebrei necessitano il nostro aiuto per riprendere la vita normale una volta terminata la guerra”
Nell’articolo si legge:
“Il Comitato degli ebrei americani sta mettendo in atto un piano per la più grande operazione umanitaria della storia”
In fondo: “Gli americani, tutti, ebrei e non ebrei allo stesso modo saranno presto chiamati a dare una contributo ad un fondo di circa un miliardo di dollari per attuare il programma di ricostruzione della comunità ebraica di tutto il mondo.”
Un riconoscimento politico del carattere nazionale degli ebrei avvenne nel Gennaio del 1918 con la creazione di un Commissariato per gli Affari Nazionali Ebraici, sezione speciale del Commissariato delle Nazionalità, sotto la guida di Stalin prima che salisse al potere sovietico. Sia il Lenin, che Trotsky (vero nome Lejba Bronsztajn) erano ebrei. Nel primo governo bolscevico l’85% era rappresentato da ebrei: su 22 ministri, 18 erano ebrei; nella stazione di polizia su 43 membri, gli ebrei erano 34; nell’esercito, 556 dei posti erano occupati da 447 ebrei, in un paese dove gli ebrei rappresentavano meno del 2% della popolazione totale.

3) Passiamo al numero del New York Times dell’8 settembre 1919 (pag. 6)
Dopo aver rovesciato l’impero zarista e messo a posto lo zar con tutta la sua famiglia, la battaglia è volta ad assimilare l’ Ucraina -non ancora allineata al nuovo modello – all’impero sovietico.
Il NYT titola: “Gli ebrei ucraini mirano a fermare i pogrom”
(Pogrom è un termine con cui vengono indicate le sommosse popolari anti giudaiche)
In Ucraina fra il 1917 e il 1922, in seguito alla Rivoluzione Russa, vi fu un lungo periodo di guerra civile e di anarchia con continui cambi di fazioni al potere nei territori dove nell’ultimo periodo, il regime zarista aveva portato avanti una politica di russificazione delle terre ucraine. Questo periodo fu segnato dall’esistenza di più entità statali separate.

Nella didascalia del NYT si legge: “Una commissione sta per visitare l’Europa per preparare un memorandum per il presidente Wilson . Wilson, ricordiamo è stato il presidente USA, massone di grado 33° passato alla storia per aver privatizzato la Banca centrale Americana, cedendola ai sionisti nel 1913, che fondarono una banca privata che funge da banca centrale la “Federal Reserve Bank” e il suo sistema che fino ad oggi sta prosciugando tutte le risorse globali a beneficio dell’èlite Fu sempre Wilson ad interessarsi perché Trotskij potesse ottenere un passaporto americano con il quale intraprendere il viaggio di ritorno in Russia per compiere la tanto programmata rivoluzione d’ottobre.
L’articolo riferisce che in Ucraina sono stati uccisi già centinaia di migliaia di ebrei e che altri 6 MILIONI si trovano in grave pericolo.
Nell’articolo si legge: “6 MILIONI di ebrei sono stati minacciati di essere completamente sterminati in Ucraina e Polonia. La federazione degli ebrei ucraini in America, una organizzazione che rappresenta tre quarti di un milione di ucraini in questo paese, ha deciso al congresso ieri che il massacro dei loro fratelli in Europa orientale deve finalmente essere fermato portando la pace e l’aiuto economico degli Stati Uniti. “Il segretario di Stato Lansing, ha reso noto che il Dipartimento di Stato ha già dato il consenso alla la federazione di inviare una commissione in Ucraina, per indagare sulle condizioni degli ebrei e per stabilire collegamenti diretti con i loro fratelli in America” .

Nel 1922 i piani dell’èlite si concretizzeranno e l’Ucraina entrerà a far parte ufficialmente a far parte della “civile” URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina.
Ricordiamo inoltre che i polacchi dipinti come “antisemiti” stavano in realtà combattendo per il loro paese contro l’instaurazione di uno stato comunista ebraico in Polonia (clicca qui) che verrà più tardi invasa dai nazisti e dai comunisti che se la spartirono da buoni amici nel 1940. (clicca qui) .

4) Andiamo al New York Times del 12 novembre sempre del 1919 (pag.7)
Siamo in America. Gli oligarchi responsabili della Grande Depressione in USA sono alle prese con la raccolta fondi per gli ebrei in miseria nell’est Europa
Felix M. Warburg racconta la triste condizione degli ebrei, titolo dell’articolo: “Gli ebrei hanno sofferto la guerra più di tutti gli altri ”
Ricordiamo, l’ebreo Felix M. Warburg, era membro all’omonima famiglia che da secoli lavora per il Nuovo Ordine Mondiale. La M. M. Warburg, è una delle banche che tiene il mondo in scacco con l’oligarchia fianaziaria, nonché una delle centrali della progettata Grande Depressione che colpì l’America a partire dal 1919. Warburg, fu inoltre partner di Kuhn, Loeb & Co, sposò Frieda Schiff, una giovane appartenente ad un’altra delle 13 famiglie ebraico-sioniste per il controllo del mondo: gli Schiff appunto. Certo, il New York Times non può ancora presagire che le filantropiche famiglie Warburg e Kuhn & Loeb Bank così coinvolte nelle sofferenze dei loro fratelli ebrei, dopo qualche anno avrebbero finanziato le idee criminali di Adolph Hitler, trasferendo all’economia tedesca ben 975 milioni di dollari, dei quali 170 vennero destinati alla creazione di tre grandi cartelli. Finanziarono gli armamenti della Germania nazista ma anche gli esperimenti di eugenetica e il progetto MK Ultra ai danni anche dei loro fratelli minori
(clicca qui)
Ma torniamo al 1919. Nell’articolo si leggono le dichiarazioni di Warburg, che era tra le altre cose Presidente del Comitato di distribuzione congiunta di fondi americani per gli ebrei vittime della guerra:
“ I colpi successivi degli eserciti contendenti hanno spezzato la schiena degli ebrei d’Europa, riducendo tragicamente in miseria e in malattia 6 MILIONI di ebrei, oltre la metà della comunità ebraica in tutto il mondo”. Warburg non fa alcun accenno alla fame che gli americani erano costretti a patire in quegli anni, in cui la Grande Depressione imperversava in America a causa delle loro manovre studiate ad hoc per far passare tutta la ricchezza reale (l’oro) nelle loro mani: i cittadini avevano l’obbligo di consegnare l’oro alle autorità (banche), pena per i trasgressori: 10 anni di carcere!

5) Atlanta Constitution del 23 febbraio 1920 (pag. 1 continua a pagina 3, quarta colonna)
Siamo ad Atlanta. Rabbini e sionisti sono ancora alle prese con la raccolta fondi per gli ebrei dell’est Europa:
“50.000 dollari raccolti per salvare gli ebrei in difficoltà”. Nell’articolo si fa riferimento ad  un meeting tenutosi ad Atlanta presieduto da un certo Harold Hirsh. All’incontro intervennero anche Fred Rusland che ha descritto le situazioni drammatiche di fame, povertà estrema e oppressione che sarebbero stati costretti a subire  gli ebrei in alcuni paesi dell’Europa dell’est e in Palestina, ma grazie al generoso contributo economico, 6 MILIONI di ebrei avrebbero potuto essere salvati. Il rabbino David Marx disse:
“No siamo qui stasera per piangere i morti, 6 MILIONI di ebrei si trovano in grave pericolo, sono ferocemente perseguitati. Se non ci muoviamo molti altri moriranno. Questi fratelli guardano all’America affinchè questo paese risponda generosamente con un aiuto economico che possa alleviare le loro sofferenze” . Siamo nel 1920, 13 anni prima che Hitler salisse al potere, e a 19 anni dall’inizio della guerra!

6) New York Times 7 maggio 1920 (pag 11)
Siamo ancora nel 1920. Il NYT annuncia con gioia che la campagna di raccolta fondi per gli ebrei in Europa ha raggiunto la cifra di 100.000 dollari.
Nell’articolo si legge: “I fondi di aiuto per il sostegno del popolo ebraico in Europa dove 6 MILIONI di ebrei sono alle prese con enormi sofferenze, carestie e oppressioni hanno ricevuto l’attenzione particolare di Nathan Strauss, un imprenditore e grande sostenitore della causa sionista”.
Strauss afferma: “Se gli americani, in particolar modo gli ebrei americani si rifiuteranno di contribuire al sollievo delle sofferenze dei loro fratelli possa questa colpa cadere sulle loro teste: avranno sulla loro coscienza l’estinzione del popolo ebraico”

7) New York Times del 20 luglio 1921 (pag 2)
A distanza di un anno dalla grande raccolta fondi si ritorna a chiedere aiuti economici affinchè vengano salvate le vite di altri 6 MILIONI di ebrei, (sempre sei milioni!) questa volta in grave pericolo nei territori dell’Unione Sovietica, dove i contro-rivoluzionari innescarono una contro-offensiva contro il regime. In questo articolo i sionisti fanno una chiara ammissione di quanto i regimi sovietici giudaici abbiano favorito il popolo ebraico a spese di centinaia di milioni di cristiani. Nell’articolo si legge che il pericolo di una caduta, o di un indebolimento del regime comunista avrebbe potuto sguisagliare le agitazioni dei pogrom: un pericolo che doveva essere in qualche modo fermato. Dr. Meir Kreinin, un ebreo russo che fece la sua fortuna in Russia, -uno tra i fondatori della Società per la diffusione dei Lumi in Russia, nonché proprietario di un certo numero di giornali ebraici e presidente della prima organizzazione Emigdirekt- sul NYT lancia un monito: “ Se diminuisce il potere sovietico, 6 MILIONI di ebrei rischiano il massacro” ha dichiarato Kreinin, intervenuto ad uno degli eventi filanropici per la raccolta fondi in sostegno della causa ebraica. Nell’articolo si legge: “La mia dichiarazione proviene direttamente da documenti ufficiali presentati al governo di Berlino. 6 MILIONI di ebrei stanno affrontando uno sterminio di massa. La carestia in Russia imperversa. I contro-rivoluzionari stanno per avere la meglio e il controllo Sovietico sta per dimuniure. Numerosi Pogrom imperversano in tutta la Russia e in Ucraina”.
Che io sappia il potere sovietico non fu mai in serie difficoltà in quegli anni, pur con qualche agitazione dei pogroms. I provvedimenti vengono presi: i pogrom furono fermati e con l’ascesa di Stalin,- in seguito alla morte di Lenin nel 1924- i sogni di riconquista del paese dei contro-rivoluzionari falliranno.

8) Montreal Gazzette 29 dicembre 1931 (pag 6)
Il titolo dell’articolo è “6 MILIONI di ebrei stanno morendo di fame”. Le condizioni degli ebrei nell’est Europa vengono descritte minuziosamente dal rabbino Wise: 6 MILIONI di ebrei muoiono di fame soprattutto in inverno. Se non vengono raccolti ulteriori fondi dal comitato di almeno 2 milioni e 500.000 dollari disastri, miseria e caos senza precedenti si abbatteranno su tutta l’umanità ” (!!) Il rabbino ha illustrato una lunga relazione al meeting al Monfefiore club di Montreal. Nell’articolo vengono anche descritti alcuni dei circoli di raccolta fondi in tutto il mondo in favore della causa ebraica. Il banchiere  Felix Warburg (di cui abbiamo parlato sopra) era presidente della “Jewish Red Cross Society ” che si occupava della raccolta fondi, insieme a Herbert Lehman: uno dei tre fratelli proprietari del colosso finanziario “Lehman Brothers”. Herbert Lehman nel 1933 diventerà il 45° governatore dello stato di New York. La Lehman Brothers è la holding che -come ricorderete- nel 2008 dichiarò bancarotta causando il crollo dell’economia su scala mondiale.

9) New York Times del 31 maggio 1936 (pag 14)
Siamo nel 1936. Adolph Hitler è al al potere da 3 anni in Germania. Tre anni prima che iniziasse la seconda guerra mondiale nel 1936 si parla già di milioni di ebrei sterminati: l’unica soluzione per la sopravvivenza dei giudei? La fondazione di uno stato ebraico in Palestina. Il titolo dell’articolo del NYT : “Gli americani fanno appello per un rifugio ebraico” . Si legge

“L’unica salvezza per il popolo di Israele perseguitato è la restaurazione del suo antico patrimonio e l’immigrazione in Palestina. La Gran Bretagna ha il potere per spalancare le porte della Palestina per poter accogliere i milioni di ebrei fuggiti dall’olocausto” . Mancano ancora tre anni all’inizio della guerra, e cinque anni dall’inizio delle deportazioni nei campi! (1941). Si legge nell’articolo “Alla petizione per la concessione del rifugio ebraico si sono uniti anche numerosi cristiani “illuminati” ed esponenti delle chiese protestanti ed episcopali tra cui il reverendo James Freeman vescovo di Washington”. Dopo 12 anni questo obiettivo si realizzerà e nascerà finalmente lo Stato di Israele (1948).

10) New York Times 23 febbraio 1938 (pag 23)
L’articolo intitolato “Insegnanti ebrei rimproverati da Isaacs” riporta un intervento di Mr. Tarshis in rappresentanza del comitato “American Jewish Joint distribution”. Mr Tarshis afferma che 6 MILIONI di ebrei sono stati privati della protezione e di qualsiasi opportunità economica: 6 MILIONI di ebrei sono ridotti alla fame senza più alcuna speranza, stanno affrontando la più grande tragedia di tutti i tempi. L’antisemitismo si è diffuso a macchia d’olio in tredici stati europei e minaccia la sopravvivenza di milioni di ebrei: una tragedia iniziata con l’ascesa al potere di Hitler ”  Mr Isaac e Simon J. Jason, presidente dell’associazione “Jewish Teachers” hanno puntato sull’istruzione: “Noi non non ci occupiamo di politica, ma abbiamo il dovere di svolgere il nostro compito. Tutti gli insegnati anche cattolici e protestanti hanno il dovere di educare i fanciulli al senso civico e al rispetto, occorre formare una morale sociale”. Ebbene, anche questo obiettivo è stato centrato in seguito: la shoah è diventato un dogma sociale e domande sulla verità degli eventi non sono permesse.

11) New York Times 6 ottobre 1940 (pag 10)
La guerra è iniziata da un anno e le sorti di mezzo mondo sono ancora da decidere. La deportazione degli ebrei inizierà nel 1941: è ancora impossibile fare una stima precisa di quanti di loro avrebbero perso la vita. Tuttavia il NYT già nel 1940 annuncia una ricompensa alle pene dei giudei e anche molto generosa. Il titolo dell’articolo è “Il Nuovo ordine Mondiale promesso agli ebrei”. Nell’articolo si legge Arthur Greenwood , del gabinetto di guerra britannico manda un messaggio di rassicurazione agli ebrei: una volta terminata la guerra e una volta ottenuta la vittoria, nuovi sforzi occorreranno per fondare un Nuovo Ordine Mondiale basato sugli ideali di pace e giustizia”. Greenwood- deputato leader del partito laburista inglese- ha inoltre aggiunto: “Nel Nuovo Mondo gli ebrei avranno numerose opportunità le sofferenze e le ingiustizie che hanno subito potranno essere adeguatamente riparate. La loro collaborazione sarà fondamentale per la ricostruzione del mondo”. Il messaggio fu consegnato ai rabbini Stephen Wise, Maurice Perlzweig arrivati a Londra in quella mattina del 6 ottobre 1940 alla quale risposero che il messaggio potrebbe viene da loro interpretato come una dichiarazione di ferma intenzione da parte dell’ Inghilterra per venire incontro agli ebrei.

Neturei-Karta

EBREI ULTRA-ORTODOSSI NON RICONOSCONO LO STATO DI ISRAELE


Il 26 gennaio del 2014, la polizia israeliana ha arrestato due insegnanti responsabili di un folto gruppo di 100 studenti ultra-ortodossi perché tenevano festosamente un barbecue vicino ad un monumento all’olocausto, proprio alla vigilia del ‘giorno della memoria. Gli ebrei ultra-ortodossi non riconoscono il ‘Giorno della Memoria’ di Israele ed episodi simili sono ricorrenti. Molti gruppi haredi – popolazione in velocissima crescita in Israele – sostengono che l’Olocausto sia solo una finzione creata ad arte per fornire un pretesto alla creazione dello stato di Israele. Recentemente molti ebrei ultra-ortodossi sono stati arrestati per aver scritto su un memoriale dell’olocausto frasi del tipo: “Se Hitler non fosse esistito, i sionisti lo avrebbero inventato”(…). (clicca qui)

LA RIVOLUZIONE CULTURALE, POLITICA E RELIGIOSA PORTATA DALLA SHOAH
Guardiamo alle conseguenze: gli effetti della shoah, hanno inevitabilmente portato a Norimberga, alla fondazione dell’ONU e non solo… In seguito, con il pretesto della shoah si è finalmente costituito lo Stato d’Israele, (1948) a pochi anni dal termine della guerra. L’esercito israeliano, -notoriamente uno degli eserciti più forti del mondo, ma che ricordiamo non potrebbe sussistere senza le continue trasfusioni di denaro degli USA addebitati ai contribuenti americani- ha usato tutto il suo potere per opprimere, bombardare e massacrare i legittimi abitanti della Palestina, ridotti ormai ad essere schiavi nella loro stessa terra. Con la fondazione dello stato di Israele inoltre è nata la questione mediorientale così come la conosciamo oggi: le dichiarazioni di guerra da parte degli USA a tutti i paesi arabi non Israel friendly; le “primavere colorate”; i false flag che stanno insagunando tutto il mondo; i paesi adiacenti ad Israele tenuti impegnati a farsi guerra fra di loro; i conflitti di religione, nati dopo il 48, prima dell’intervento dei sionisti infatti, cristiani, musulmani ed ebrei vivevano pacificamente in quelle terre. Dopo la shoah è ormai impossibile fare una una critica alle ambizioni e agli intrighi giudaici di ieri e di oggi senza essere tacciati di antisemitismo. Ma non solo, grazie alla Shoah il giudaismo riuscì finalmente in un’impresa titanica; impresa che aveva fallito in 1960 anni: penetrare all’interno della Chiesa Cattolica. (clicca qui)

Subito dopo la II Guerra, la B’nai B’rith (la massoneria per soli ebrei) riuscì a mettersi in contatto con alcuni alti esponenti della Chiesa Cattolica per mutare l’insegnamento che le scritture, il magistero e i padri della Chiesa avevano tramandato sugli ebrei. E’ da ricordare in particolare l’impegno di 3 agenti della B’nai B’rith, Jules Isaac, Label Katz e Nahum Goldmann che riuscirono a convincere gran parte dell’alta gerarchia ecclesiastica, sostenendo che l’antisemitismo cristiano è stato responsabile del dilagare dell’odio antisemita, un sentimento alimentato nella popolazione dall’insegnamento cristiano preconciliare che avrebbe in seguito portato allo sterminio ebraico.

Gli agenti della B’nai B’rith  negano spudoratamente persino la responsabilità ebraica nella Crocifissione di Gesù Cristo, oltre a negare l’inattaccabile storicità di Gesù. Le richieste dei giudei furono finamente prese in considerazione. Il tanto agognato Concilio Vaticano II, segnerà una rottura con l’insegnamento della Chiesa in materia di giudaismo e i rapporti con le altre religioni. Con l’ingresso della B’nai B’rith, e della massoneria all’interno delle mura di Pietro ecco finalmente dilagare scandali, eresie infiltrazioni massoniche di tutti i tipi che hanno portato all’allontanamento in massa dei fedeli e alla grave crisi dottrinale nella quale la Chiesa di trova tutt’oggi.

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Nahum Goldmann, fu il primo ad ipotizzare l’idea di Norimberga già nel 1942 quando le sorti della guerra erano ancora da decidere. In seguito collaborò all’enciclica Nostra Aetate il futuro documento del Concilio sui rapporti cogli ebrei. (clicca qui) Oggi la sottomissione ai giudei è talmente grande da spingere alcune diocesi a concedere l’indulgenza plenaria il giorno della memoria, il 27 gennaio. Nessuna indulgenza per chi onora le vittime cristiane, del comunismo, della massonica Rivoluzione Francese, né per chi onora i martiri cristiani caduti per difendere l’Italia in occasione del Risorgimento, nè per il milione e mezzo di armeni trucidati dagli ebrei turchi donmeh, o per tutti quelli morti ammazzati nel corso di duemila anni. Nessuna indulgenza per i fedeli che li onorano e nemmeno nessuna giornata della memoria per le vittime.

UN’AMMISSIONE IMPORTANTE
Il 14 agosto del 2002, la radio-speaker americana Amy Goodman, intervista Shulamit Aloni, ex ministro dell’educazione in Israele e fondatrice del partito israeliano Ratz. L’intervistatrice chiede all’ex ministro: “ spesso quando negli USA viene espresso dissendo nei confronti della politica di Israele, ma chi osa fare una critica viene tacciato di antisemitismo. Qual’è la vostra risposta in quanto ebrea-israeliana”?  L’ex ministro israeliano fa un’ammissione importante, ecco la spudorata risposta: “Beh è un TRUCCO che abbiamo sempre usato: quando in Europa qualcuno critica Israele, tiriamo fuori l’Olocausto, alchè questi vengono chiamati antisemiti. L’organizzazione è forte, ha molto denaro e i legami tra Israele e l’establishment americano sono molto forti; hanno il potere, ed è giusto. E’ gente talentuosa, piena di soldi, media, potere ecc. Tirar fuori l’Olocausto giustifica quello che facciamo ai palestinesi”. (video)

Il trucco dell’antisemitismo
Una cruda dichiarazione di superiorità che lascia senza parole l’intervistatrice che si trova spiazzata di fronte a tanta arroganza. La signora Olani può ammettere candidamente che l’olocausto è uno strumento da scagliare in faccia a chi osasse criticare Israele, la stessa cosa che pensiamo anche noi, ma non senza essere accusati di anti-semitismo. L’ex ministro può anche permettersi di aggiungere che loro stanno facendo contro i palestinesi ciò che Hitler non è riuscito a fare con loro e può affermare che questo è perfettamente giusto!

“Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (MT,21,43)

La perdita dell’elezione dopo il rifiuto della Salvezza portata dal Signore dei Signori, la distruzione del tempio e la cacciata da quella terra che fu la terra promessa furono eventi profetizzati da quel Cristo le cui manifestazioni di odio e disprezzo non riescono proprio ad evitare, e le cui profezie desiderano smentire; la fondazione proprio dello Stato di Israele, e l’ossessione per la ricostruzione del tempio (un ideale che è stato anche trasmesso ai massoni loro servi) ne sono la prova.

(In basso video: “noi abbiamo ammazzato il vostro Cristo e ne siamo fieri”. Gli effetti di un’educazione all’odio e l’illusione di superiorità sugli altri)

Con le loro illusioni di superiorità, la voglia di costruire un Regno celeste tutto nell’aldiquà in cui loro domineranno su tutti gli altri popoli, possiamo dire che gli israeliti negli ultimi 2000 hanno fondalmente lavorato solo per distruggere il progetto dell’Altissimo. Come disse l’ex rabbino convertitosi al cattolicesimo Eugenio Zolli: “quello che una volta fu il popolo eletto oggi si è snaturato al punto da diventare il più acerrimo nemico di Dio”. Nota su Antisemitismo

-Floriana Castro– Antimassoneria Copyright 2016

Fonti principali

Collezionisti antichi quotidiani: giornali che parlano della causa ebraica dal 1915/1938

New York Times in cui si parla del NWO promesso agli ebrei

LIBRI CONSIGLIATI

“Le forze Occulte che governano il mondo” Vermijion

“Il Talmud smascherato” I.B. Pranaitis

ARTICOLI CORRELATI

Conoscere la Shoah per conoscere il passato, il presente e il futuro

Il Sionismo smascherato: breve storia di una vendetta (cap.1)

Il Sionismo smascherato: breve storia di una vendetta (cap.2)

 

thanks to: Antimassoneria

Are Jews White?

In his latest radio segment Rabbi Yaakov Shapiro brings down compelling arguments on the topic “Are Jews White?”.
Here is a summary of the Rabbi’s show. In case you missed it you can listen to the recording below.

Tune in December 22nd from 9:30-10pm to Rabbi Shapiro’s latest segment “Is Jerusalem the Jewish Capital?” live on WSNR 620 AM or by calling 616-597-1984.

“Are Jews White?” with Rabbi Yaakov Shapiro

Recently, in Texas, a “Rabbi” representing Hillel (a Zionistic Jewish campus organization) lost an argument with a Neo-Nazi… about Judaism. Richard Spencer, the leader of the National Policy Institute (a USA-based white supremacist organization) was giving a speech about his desire for the United States to become a white supremacist nation, one that excludes Black people, Jews, Mexicans, and any other racial minority.

The “Rabbi” stood up in the middle of Spencer’s speech and said to him: “You are teaching radical exclusion, I teach radical inclusion, let’s learn Torah together.”. Spencer quickly replied: “Do you really want radical inclusion in the State of Israel? Be honest… Jews have continued to exist because of radical exclusion; they refused to intermarry with the gentiles. I respect that, you have a culture and that is what I want for my people (white people)”. The “Rabbi” stumbled and did not have a rebuttal for Spencer.

Basically what Richard Spencer argued was that the State of Israel does not want Jews to be a minority. They want to have a Jewish majority to keep their culture “pure”. If you believe that there should be a Jewish state in Israel then why can’t the white supremacists have a WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) state over here? The Jewish people are their model as they have succeeding in creating a State for themselves.

The “Rabbi” did not have an answer for Spencer. The next day he told reporters that he simply isn’t an experienced debater. He squashed his argument in 30 seconds- The Neo-Nazi destroyed the “Rabbi’s” argument using a coherent argument.

The Rabbi was not actually talking to the Neo-Nazi about Judaism- he was talking about Zionism. Jews and Nazis agree on one thing: Israel represents the Jews and the Jews are a religion/nation/race. What does Israel have to do with Torah Judaism? The Jews did not create the state, the Zionists did. Jews are members of a religion – Zionists are members of a political movement. When one of Rabbi Shapiro’s student’s was in law school, a professor said that in Israel they allow torture. A religious, Jewish student argued that torture is against Judaism. Everyone was confused and thought that Israeli law is Jewish law. It’s not.

Many articles have been written recently by various Zionists claiming that the Jewish people are not white- they are an ethnicity called Jewish. The truth is that Jews are not an ethnicity, you can’t convert to an ethnicity. Jews can be Black, White, Asian, etc. The Jewish people are only a people because of the Torah. If we didn’t have the Torah we wouldn’t be Jews. The only reason we exist as Jews is because of our religion. For thousands of years this is how the Jewish people understood themselves.

Then came the Zionists who said that the Jewish people are not a religion. They wanted to be atheists but we still want to be “Jews”. Herzl had an idea that in order to fix the Jews he will convert all the Jews to Christianity. He quickly realized that it was easier to assimilate then to stage a mass coversion. Assimilation didn’t work because the non-Jews persecuted them anyway, even though they weren’t religious. When the assimilated saw that it didn’t work, they came up with Plan-B: Zionism.

Zionism means that Jews are going to become a nation with a culture. However, Torah Jews don’t have a culture, there are all kinds of different Jewish cultures. Yemenite Jews, Hungarian Jews, Moroccan Jews, etc. We don’t even have a common language as most Jews do not speak biblical Hebrew. The only thing that we have in common is our religion. We don’t even have a common land as we are in exile.

The founders of Zionism created a language, which is a national characteristic (Ivrit) because they wanted to create a culture. They created a land- “Israel”. They rewrote Jewish history and said they are now the real Jews; the nation of Israel.

Many people (Zionists included) don’t realize that you can’t be an atheist Jew just like you can’t be an atheist Muslim or Christian. However, if you asked an atheist what makes you a Jew they may say “I’m a national Jew” – do you live in Israel “no” they what makes you a Jew? “Well I’m an ethnic Jew” but there are Chinese Jews. Jews have no ethnic characteristics. There are Zionists that say Judaism is a tribe. That can’t be though because tribal affiliations go by the father. But if that’s the case then why does Judaism go through the mother?

The Nazis also wanted the Jews to be a race, not a religion. Nazis are racist antisemites and they want to exclude Jews from their countries. They view them as an ethnic minority. The Zionists and the antisemites have common ground. They say that Judaism is a race. Torah authorities say that those who believe in Jewish Nationalism are idol worshippers. You could even eat kosher, put on tefillin, you are still an idol worshipper. It’s a terrible thing. The nazis where nationalists. We learned how horrible it is because of the Jews who were the victims of this. It is treason against the Jewish people and Hashem (G-d) to believe in Jewish nationalism. The Zionists rewrote history.

When the Zionists started their movement they changed the definition of Judaism. Unfortunately both the Rabbi in Texas and Neo-Nazi Richard Spencer believe in the concept as Jews as a nation.

At the end of the day this is what we have: this new neo-Nazi movement wants to take over the United States and exclude Jews and other minorities. Never mind that the movement is disgusting, the idea that Jews are not white, but are a specific nationality is a racist idea and a Zionist idea. Neo-Nazis quote that in the 1700’s, the beginning of the United States, only free white people were allowed to immigrate. They fail to mention that Jews were included in the founding fathers definition of free white people.

thanks to: True Torah Jews

The Business of Anti-Semitism

Every good marketer will tell you that one of the first steps in selling a product is convincing a prospective buyer of their need for a product and/or service. If the consumer feels no lack in living without this particular object, then the entire impetus to buy is lost. Selling a country to people is no different. With a nation such as “Israel”, whose international reputation leaves much to be desired, they must create an impetus for people to take them seriously on the world stage. The answer – immigration. Though many libels have been directed at the Jewish People throughout their history, idiocy has not been one of them. If there is mass immigration to “Israel” by educated Jews from stable countries then, so the logic goes, there must be something to it. Now another problem rears its ugly head. How does one create an incentive on the other side? How do you persuade Diaspora Jews to move to such a…ummm…peaceful country?

Luckily for those in the Israeli immigration business, there is a solution. Media exposure. By adding their commentary to every minor incident that could possibly be interpreted as anti-Semitism, they create a feeling of uneasiness in Jews everywhere. A recent example is Israeli Knesset member Isaac Herzog’s (Zionist Union Party) statement last week where he expressed outrage, “… over the wave of anti-Semitic incidents and threats in the United States and said Israel should be preparing for the worst – a wave of Diaspora Jews fleeing to the Jewish state. I call on the government to urgently prepare and draw up a national emergency plan for the possibility of waves of immigration of our Jewish brothers to Israel.” Translation to Diaspora Jews: “you’re in grave danger, come over to us before it’s too late!” A decent impetus if there ever was one. Buy or die.

Isaac Herzog is only following tradition. The architect of the Zionist Dream/Nightmare, Theodor Herzl, wrote:

“It would be an excellent idea to call in respectable, accredited anti-Semites as liquidators of property. To the people they would vouch for the fact that we do not wish to bring about the impoverishment of the countries that we leave. At first they must not be given large fees for this; otherwise we shall spoil our instruments and make them despicable as ‘stooges of the Jews.’ Later their fees will increase, and in the end we shall have only Gentile officials in the countries from which we have emigrated. The anti-Semites will become our most dependable friends, the anti-Semitic countries our allies.” (The Complete Diaries of Theodor Herzl. Vol. 1, pg. 83-84)

“Israel’s” first prime minister, David Ben-Gurion, proudly preserved Herzl’s tradition. In an April, 1963, New York Times article he claimed that,

“Jews are in truth a separate element in the midst of the peoples among whom they live – an element that cannot be completely absorbed by any nation – and for this reason no nation can calmly tolerate it in its midst.” Delightful.

When those waiting for an excuse to release a bit of pent-up anti-Jewish feeling strike, then their point is authenticated and they take to the stage to trumpet their premonition of imminent disaster. The cycle becomes ever more vicious till many Jews feel no other alternative than to immigrate. As one French couple, Yohan and Yael Sahal, who moved several months ago to the West Bank settlement of Brukhin, said, “There are terror attacks and anti-Semitism in Paris as well, so it’s better to be in your own land, where at least you’ll have someone to protect you. If you have to be afraid, then at least you should be afraid somewhere that’s your home.” With “Israel” having a violent death rate over 9 times greater than France, the Sahal’s claim that there is “someone to protect you” falls a little flat. Not so strangely, the recent rise in French Jewish immigration to the Zionist State was followed by a sharp rise in anti-Semitic activity in France as a result of “Israel’s” Gaza offensive, Operation Protective Edge. As an aside, the worst year in terms of violent incidents against Jews around the globe in the last two decades was 2009, directly following Operation Cast Lead.

With the anti-Semitism stew bubbling away on the burner, what is the next step? Step in Nefesh B’Nefesh. No can deny that organizations such as Nefesh B’Nefesh are among a select group of marketers. When they recently held their annual “Israel” Mega Event in Manhattan, they drew a larger than ever crowd of more than 1,500, all interested in leaving the hazardous environment of America for the safe shores of “Israel”, where one can live in peace without constantly fearing for ones life (insert sarcasm). The NYC Mega Event isn’t the only one. Nefesh B’Nefesh plans to hold events this year in Toronto, Montreal and Los Angeles.

The constant media exposure which insinuates that the terms “Israel” and “Jew” are somehow synonyms only fortifies the position of both Zionists and Anti-Semites.

Our Sages knew for thousands of years that keeping a low profile is the best defense against bigotry. Over-exposure only gives license to those seeking an excuse to wreak havoc. Out of sight out of mind. True Torah Jews wishes to say this:

Just as our forefathers throughout the long years of our exile wished only to unassumingly serve G-d, so this is our wish. We don’t wish to be headlines on the worlds newspapers or top stories on the evening news. And we don’t wish to be associated in any way, shape or form with the State of “Israel” and their yes-men. This is the sentiment of the hundreds of thousands of Anti-Zionist Jews throughout the world. To “Israel” – leave us alone.

thanks to: True Torah Jews

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST
Article by Rabbi Gedalya Liebermann – Australia
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“Spiritually and Physically Responsible “

From its’ inception, many rabbis warned of the potential dangers of Zionism and openly declared that all Jews loyal to G-d should stay away from it like one would from fire. They made their opinions clear to their congregants and to the general public. Their message was that Zionism is a chauvinistic racist phenomenon which has absolutely naught to do with Judaism. They publicly expressed that Zionism would definitely be detrimental to the well being of Jews and Gentiles and that its effects on the Jewish religion would be nothing other than destructive. Further, it would taint the reputation of Jewry as a whole and would cause utter confusion in the Jewish and non-Jewish communities. Judaism is a religion. Judaism is not a race or a nationality. That was and still remains the consensus amongst the rabbis.

We were given the Holy Land by G-d in order to be able to study and practice the Torah without disturbance and to attain levels of holiness difficult to attain outside of the Holy Land. We abused the privilege and we were expelled. That is exactly what all Jews say in their prayers on every Jewish festival, “Umipnay chatoenu golinu mayartsaynu” – “Because of our sins we were expelled from our land”.

We have been forsworn by G-d “not to enter the Holy Land as a body before the predestined time”, “not to rebel against the nations”, to be loyal citizens, not to do anything against the will of any nation or its honour, not to seek vengeance, discord, restitution or compensation; “not to leave exile ahead of time.” On the contrary; we have to be humble and accept the yoke of exile.

(Talmud Tractate Ksubos p. 111a).

To violate the oaths is not only a sin, it is a heresy because it is against the fundamentals of our Belief. Only through complete repentance will the Almighty alone, without any human effort or intervention, redeem us from exile. This will be after G-d will send the prophet Elijah and Moshiach who will induce all Jews to complete repentance. At that time there will be universal peace.

THE UNHEEDED CRY

All of the leading Jewish religious authorities of that era predicted great hardship to befall humanity generally and the Jewish People particularly, as a result of Zionism. To be a Jew means that either one is born to a Jewish mother or converts to the religion with the condition that he or she make no reservations with regard to Jewish Law. Unfortunately there are many Jews who have no inkling whatsoever as to the duties of a Jew. Many of them are not to blame, for in many cases they lacked a Jewish education and upbringing. But there are those who deliberately distort the teachings of our tradition to suit their personal needs. It is self understood that not just anyone has the right or the ability to make a decision regarding the philosophy or law of a religion. Especially matters in which that person has no qualification. It follows then that those individuals who “decided” that Judaism is a nationality are to be ignored and even criticized. It is no secret that the founders of Zionism had never studied Jewish Law nor did they express interest in our holy tradition. They openly defied Rabbinical authority and self-appointed themselves as leaders of the Jewish “nation”. In Jewish history, actions like those have always spelled disaster. To be a Jew and show open defiance of authority or to introduce “amendment” or “innovation” without first consulting with those officially appointed as Jewish spiritual leaders is the ideal equation to equal catastrophe. One can not just decide to “modernize” ancient traditions or regulations. The spiritual leaders of contemporary Judaism better known as Orthodox rabbis have received ordination to judge and interpret matters pertaining to the Jewish faith. These rabbis have received their rights and responsibilities and form a link in the unbroken chain of the Jewish tradition dating all the way back to Moses who received the Torah from Almighty G-d Himself. It was these very rabbis who, at the time of the formation of the Zionist movement, foresaw the pernicious outcome that was without a doubt lined up. It was a man possessing outstanding Judaic genius, and a level of uncontested holiness who enunciated the Jewish stance regarding Zionism.

This charismatic individual, the Rebbe of Satmar, Grand Rabbi Joel Teitelbaum, did not mince any words. Straight to the point he called Zionism “the work of Satan”, “a sacrilege” and “a blasphemy”. He forbade any participation with anything even remotely associated with Zionism and said that Zionism was bound to call the wrath of G-d upon His people. He maintained this stance with unwavering bravery from the onset of Zionism whilst he was still in Hungary up until his death in New York where he lead a congregation numbering in the hundreds of thousands. Grand Rabbi Teitelbaum, scion to a legacy of holy mystics and Hassidic Masters unfortunately had his prediction fulfilled. We lost more than six million of our brothers, sisters, sons and daughters in a very horrible manner. This, more than six million holy people had to experience as punishment for the Zionist stupidity. The Holocaust, he wept, was a direct result of Zionism, a punishment from G-d.

IT IS COMMON KNOWLEDGE THAT ALL THE SAGES AND SAINTS IN EUROPE AT THE TIME OF HITLER’S RISE DECLARED THAT HE WAS A MESSENGER OF DIVINE WRATH, SENT TO CHASTEN THE JEWS BECAUSE OF THE BITTER APOSTASY OF ZIONISM AGAINST THE BELIEF IN THE EVENTUAL MESSIANIC REDEMPTION.

But it doesn’t end there. It wasn’t enough for the Zionist leaders to have aroused the wrath of G-d. They made a point of displaying abysmal contempt for their Jewish brothers and sisters by actively participating in their extermination. Just the idea alone of Zionism, which the rabbis had informed them would cause havoc, was not enough for them. They made an effort to pour fuel on an already burning flame. They had to incite the Angel of Death, Adolf Hitler. They took the liberty of telling the world that they represented World Jewry. Who appointed these individuals as leaders of the Jewish People?? It is no secret that these so-called “leaders” were ignoramuses when it came to Judaism. Atheists and racists too. These are the “statesmen” who organized the irresponsible boycott against Germany in 1933. This boycott hurt Germany like a fly attacking an elephant – but it brought calamity upon the Jews of Europe. At a time when America and England were at peace with the mad-dog Hitler, the Zionist “statesmen” forsook the only plausible method of political amenability; and with their boycott incensed the leader of Germany to a frenzy. Genocide began, but these people, if they can really be classified as members of the human race, sat back.

“No Shame”

President Roosevelt convened the Evian conference July 6-15 1938, to deal with the Jewish refugee problem. The Jewish Agency delegation headed by Golda Meir (Meirson) ignored a German offer to allow Jews to emigrate to other countries for $250 a head, and the Zionists made no effort to influence the United States and the 32 other countries attending the conference to allow immigration of German and Austrian Jews. [Source]

On Feb 1, 1940 Henry Montor executive vice-President of the United Jewish Appeal refused to intervene for a shipload of Jewish refugees stranded on the Danube river, stating that “Palestine cannot be flooded with… old people or with undesirables.” [Source]

Read “The Millions That Could Have Been Saved” by I.DombIt is an historical fact that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that: a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

The Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

The answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments: a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees. b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war. c) No ransom will be paid This response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

These treacherous Zionist leaders betrayed their own flesh and blood. Zionism was never an option for Jewish salvation. Quite the opposite, it was a formula for human beings to be used as pawns for the power trip of several desperadoes. A perfidy! A betrayal beyond description!

In 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved. The same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

The British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

On December 17, 1942 both houses of the British Parliament declared its readiness to find temporary refuge for endangered persons. The British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany. This motion received within two weeks a total of 277 Parliamentary signatures. On Jan. 27, when the next steps were being pursued by over 100 M.P.’s and Lords, a spokesman for the Zionists announced that the Jews would oppose the motion because Palestine was omitted. [Source]

On Feb. 16, 1943 Roumania offered 70,000 Jewish refugees of the Trans-Dniestria to leave at the cost of $50 each. This was publicized in the New York papers. Yitzhak Greenbaum, Chairman of the Rescue Committee of the Jewish Agency, addressing the Zionist Executive Council in Tel Aviv Feb. 18 1943 said, “when they asked me, “couldn’t you give money out of the United Jewish Appeal funds for the rescue of Jews in Europe, I said NO! and I say again, NO!…one should resist this wave which pushes the Zionist activities to secondary importance.” On Feb. 24, 1943 Stephen Wise, President of the American Jewish Congress and leader of the American Zionists issued a public refusal to this offer and declared no collection of funds would seem justified. In 1944, the Emergency Committee to Save the Jewish People called upon the American government to establish a War Refugee Board. Stephen Wise testifying before a special committee of Congress objected to this proposal. [Source]

During the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizman, the first “Jewish statesman” stated: “The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important”. Weizman’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation “One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

And then, after the bitterest episode in Jewish history, these Zionist “statesmen” lured the broken refugees in the DP camps to remain in hunger and deprivation, and to refuse relocation to any place but Palestine; only for the purpose of building their State.

In 1947 Congressman William Stration sponsored a bill to immediately grant entry to the United States of 400,000 displaced persons. The bill was not passed after it was publicly denounced by the Zionist leadership. [Source]

These facts are read with consternation and unbearable shame. How can it be explained that at a time during the last phase of the war, when the Nazis were willing to barter Jews for money, partly because of their desires to establish contact with the Western powers which, they believed, were under Jewish influence, how was it possible one asks that the self-proclaimed “Jewish leaders” did not move heaven and earth to save the last remnant of their brothers?

On Feb. 23, 1956 the Hon. J. W. Pickersgill, Minister for Immigration was asked in the Canadian House of Commons “would he open the doors of Canada to Jewish refugees”. He replied “the government has made no progress in that direction because the government of Israel….does not wish us to do so”. [Source]

In 1972, the Zionist leadership successfully opposed an effort in the United States Congress to allow 20,000-30,000 Russian refugees to enter the United States. Jewish relief organizations, Joint and HIAS, were being pressured to abandon these refugees in Vienna, Rome and other Europiean cities. [Source]
The pattern is clear!!! Humanitarian rescue efforts are subverted to narrow Zionist interests.

There were many more shocking crimes committed by these abject degenerates known as “Jewish statesmen”, we could list many more example, but for the time being let anyone produce a valid excuse for the above facts.

Zionist responsibility for the Holocaust is threefold.

1. The Holocaust was a punishment for disrespecting The Three Oaths (see Talmud, Tractate Kesubos p. 111a).

2. Zionist leaders openly withheld support, both financially and otherwise, to save their fellow brothers and sisters from a cruel death.

3. The leaders of the Zionist movement cooperated with Hitler and his cohorts on many occasions and in many ways.

Zionists Offer a Military Alliance with Hitler

It would be wishful thinking if it could be stated that the leaders of the Zionist movement sat back and ignored the plight of their dying brothers and sisters. Not only did they publicly refuse to assist in their rescue, but they actively participated with Hitler and the Nazi regime. Early in 1935, a passenger ship bound for Haifa in Palestine left the German port of Bremerhaven. Its stern bore the Hebrew letter for its name, “Tel Aviv”, while a swastika banner fluttered from the mast. And although the ship was Zionist owned, its captain was a National Socialist Party (Nazi) member. Many years later a traveler aboard the ship recalled this symbolic combination as a “metaphysical absurdity”. Absurd or not, this is but one vignette from a little-known chapter of history: The wide ranging collaboration between Zionism and Hitler’s Third Reich. In early January 1941 a small but important Zionist organization submitted a formal proposal to German diplomats in Beirut for a military-political alliance with wartime Germany. The offer was made by the radical underground “Fighters for the Freedom of Israel”, better known as the Lehi or Stern Gang. Its leader, Avraham Stern, had recently broken with the radical nationalist “National Military Organization” (Irgun Zvai Leumi – Etzel) over the group’s attitude toward Britain, which had effectively banned further Jewish settlement of Palestine. Stern regarded Britain as the main enemy of Zionism.

This remarkable proposal “for the solution of the Jewish question in Europe and the active participation on the NMO [Lehi] in the war on the side of Germany” is worth quoting at some length:

“The NMO which is very familiar with the goodwill of the German Reich government and its officials towards Zionist activities within Germany and the Zionist emigration program takes the view that: 1.Common interests can exist between a European New Order based on the German concept and the true national aspirations of the Jewish people as embodied by the NMO. 2.Cooperation is possible between the New Germany and a renewed, folkish-national Jewry. 3.The establishment of the Jewish state on a national and totalitarian basis, and bound by treaty, with the German Reich, would be in the interest of maintaining and strengthening the future German position of power in the Near East.

“On the basis of these considerations, and upon the condition that the German Reich government recognize the national aspirations of the Israel Freedom Movement mentioned above, the NMO in Palestine offers to actively take part in the war on the side of Germany.

“This offer by the NMO could include military, political and informational activity within Palestine and, after certain organizational measures, outside as well. Along with this the “Jewish” men of Europe would be militarily trained and organized in military units under the leadership and command of the NMO. They would take part in combat operations for the purpose of conquering Palestine, should such a front be formed.

“The indirect participation of the Israel Freedom Movement in the New Order of Europe, already in the preparatory stage, combined with a positive-radical solution of the European-Jewish problem on the basis of the national aspirations of the Jewish people mentioned above, would greatly strengthen the moral foundation of the New Order in the eyes of all humanity.

“The cooperation of the Israel Freedom Movement would also be consistent with a recent speech by the German Reich Chancellor, in which Hitler stressed that he would utilize any combination and coalition in order to isolate and defeat England”.

(Original document in German Auswertiges Amt Archiv, Bestand 47-59, E224152 and E234155-58. Complete original text published in: David Yisraeli, The Palestinian Problem in German Politics 1889-1945 (Israel: 1947) pp. 315-317).

On the basis of their similar ideologies about ethnicity and nationhood, National Socialists and Zionists worked together for what each group believed was in its own national interests.

This is just one example of the Zionist movements’ collaboration with Hitler for the purpose of possibly receiving jurisdiction over a minute piece of earth, Palestine.

And to top it all up, brainwashing!

How far this unbelievable Zionist conspiracy has captured the Jewish masses, and how impossible it is for any different thought to penetrate their minds, even to the point of mere evaluation, can be seen in the vehemence of the reaction to any reproach. With blinded eyes and closed ears, any voice raised in protest and accusation is immediately suppressed and deafened by the thousandfold cry: “Traitor,” “Enemy of the Jewish People.”

Source for paragraphs marked “[Source]”: The Wall Street Journal December 2, 1976

The data presented on this page was prepared by AJAZ.

thanks to: True Torah Jews

Jewish vigilantes jailed over Paris attack on Gaza fundraising event

Six members of Jewish Defence League participated in ‘lynching’ of two men and chanted ‘Death to Arabs’ during 2009 assaults

PARIS – Six Jewish vigilantes were jailed in Paris on Friday over a “savage gang attack” targeting attendees at a fundraising event for Gaza in 2009.

The defendants used iron bars, baseball bats and bike chains in the onslaught, in which they deliberately targeted anybody who looked like a Muslim.

Among their victims was a 22-year-old singer who suffered a “lynching” by the 20-strong mob who chanted “Death to Arabs” and “Long live Israel!”

All were leading members of the Jewish Defence League (JDL), a notorious vigilante group that is outlawed in both America and Israel because of its links with terrorism.

Despite this, the JDL is allowed to demonstrate openly in France, and its yellow and black clenched fist flags are regularly seen at events across the country. 

A court in the French capital heard how all six had beaten up Hatem Essabbak and Mustapha Belkhir outside a Paris theatre in April 2009.

The case is considered one of the most sensitive in recent legal history, because of the way it illustrates how the Israel-Palestine conflict has been exported to the streets of major French cities. 

No less than five examining judges were involved in the Paris enquiry, with four resigning one after the other because of the intense pressure. 

The six men found guilty of carrying out aggravated violent assaults were Jason Tibi, Rudy Lalou, Azar Cohen, Maxime Schaffier, Yoia Bensimou, and Yoni Sulman.

Other JDL gang members are said to have fled to Israel to avoid prosecution, while Tibi has admitted serving in the Israeli army while waiting for his case to come to court. At least two of those convicted today have since fled to Israel.

A damning verdict reads: “The facts of this case illustrate how the violence was aggravated by victims being targeted because of their race and religion.”

Dominique Cochain, Essabbak’s barrister, said: “Normally, this type of case is dealt with within three months. It has to be said that this is a very sensitive issue.”

Essabbak, a 22-year-old singer at the time, was with his girlfriend outside the Adyar Theatre, close to the Eiffel Tower, on Sunday 12 April, 2009.

Both were taking part in Our Talents for Gaza – a showbiz event raising money for the surviving families of more than 1,400 Palestinians, including 400 children, killed by Israeli forces during an offensive a few weeks before.

Essabbak was surrounded by the JDL men who used iron bars, bats, bike chains, crash helmets and fists in the “unprovoked lynching,” the court heard.

Essabbak said: “I was repeatedly hit in the face, around the head, and on both legs. I then fell to the ground, and was hit again around the head. They carried on until they saw I wasn’t moving. My life stopped on 12 April, 2009.” 

Mustapha Belkhir went to help Essabbak and was also badly beaten up. Both men ended up in hospital.

Witnesses heard the attackers shouting: “Have this, it’s for Gaza, you dirty Arab,” and “Us Jews are going to f*** you, you dirty race.”

Most of the JDL members had their faces covered, but their mobile phones were later traced to the scene of the attack.

Tibi – who was described in court as the leader of the group – at first denied any knowledge of the attacks, but admitted taking part when confronted with evidence.

Tibi and and Sulman received two-year sentences, while the others were handed sentences of between nine months and a year.

Beyond the theatre attack, 27-year-old Tibi has a previous prison conviction for smashing up a Palestinian book shop in Paris, and has been filmed fighting in Marseille. 

Cochain told the court: “The evidence is that Mr Tibi has not changed. Videos on Google show that in 2011 he disrupted a pro-Palestine meeting in the 14th arrondissement of Paris, accompanied by JDL members, and wanted to stop debate.

“They were shouting slogans like ‘F*** Palestine’. He was also in Marseille in June 2011 to protest against the Gaza flotilla taking supplies to the blockaded Palestinian territory. His face was covered in blood and he was saying ‘I’m here to protest’, ‘Israel will live, Israel will vanquish.’”

The JDL is regularly involved in attacks on pro-Palestine activists, politicians, journalists and other perceived enemies across France.

There have been numerous calls to ban the JDL in France, with Interior Minister Bernard Cazeneuve condemning their behaviour as “excessive”.

Sorgente: Jewish vigilantes jailed over Paris attack on Gaza fundraising event | Middle East Eye

Iran, gli ebrei al voto in Sinagoga: ‘Siamo iraniani’

Sono in 20mila, ‘stiamo bene qui e non ce ne andremo’

Nella sala della preghiera della sinagoga di Yusifad a Teheran, davanti al grande candelabro azzurro a sette braccia dipinto sulla parete di fondo, è stato allestito un seggio elettorale. Gli scrutatori sono musulmani, ma i votanti sono solo ed esclusivamente ebrei. La comunità ebraica iraniana, la più numerosa di tutto il Medio Oriente (ovviamente dopo Israele) con circa 20mila persone, ha diritto ad un proprio rappresentante nel nuovo Parlamento iraniano, o Majlis, così come gli armeni, i cattolici siriaci e gli zoroastriani, tutte minoranze ‘protette’ dalla costituzione islamica. A Teheran oggi si è votato anche nelle chiese e nei templi del fuoco.

 

Nella Sinagoga, il dovere elettorale è preso molto sul serio. Dati i numeri relativamente piccoli, stupisce il continuo via–vai di votanti, molti uomini con la kippah, donne velate, famiglie con bambini. All’ora di pranzo qualcuno porta grandi ceste di frutta e le appoggia sugli stessi tavoli dove si compilano le schede, prima di metterle nell’urna e di sigillare il voto timbrando l’indice della mano destra nell’inchiostro. I candidati in corsa sono due, Homayoun Samiha e Siamak Morsedes. “Noi ci sentiamo iraniani a tutti gli effetti. Stiamo bene qui. Non abbiamo problemi”, spiega all’ANSA Elyas Abbian, proprietario di una gioielleria nel grande bazar di Teheran.

 

Abbian dice di ricevere continue pressioni da Israele, specie dai suoi parenti, perché anche lui compia la sua alya, ovvero il ritorno alla Terra Promessa. “L’emigrazione non è però un obbligo”, sottolinea. Anche se non esistono rapporti diplomatici tra Israele e l’Iran – e anzi i due Paesi vengono spesso considerati nemici giurati – gli ebrei iraniani possono recarsi in preghiera a Gerusalemme. Nella sinagoga di Teheran, molti ammettono di essere stati in Israele, ma di essere poi tornati.

Chi doveva partire, ormai è partito. Ai tempi dello Scià vivevano in Iran circa 100mila ebrei. Poi la Rivoluzione del 1979 creò una situazione di paura. L’ayatollah Khomeini inquadrò gli ebrei come minoranza protetta ma i più non si fidarono. Gli ebrei hanno vissuto in Iran da 2500 anni, da quando giunsero in Persia liberati da Ciro il Grande, dopo la schiavitù di Babilonia. La storia della minoranza ebraica in Persia e poi in Iran è stata caratterizzata da alti e bassi, periodi di convivenza pacifica si sono alternati a periodi di persecuzioni e conversioni forzate. Dopo le tensioni vissute durante la presidenza di Ahmadinejad e il suo furore anti-sionista, per gli ebrei iraniani è cominciata una fase più positiva con Rohani. “Il sabato è rispettato come nostro giorno di festa, nelle nostre scuole si studia in ebraico, i nostri ragazzi possono fare il servizio militare vicino alle loro comunità, i nostri riti sono tutelati”, afferma Abbian. “Anzi, il 99,9% dei miei amici sono musulmani e non vi sono problemi di religione. Io partecipo alle loro feste e loro vengono al Tempio”. Abbian si ferma a parlare all’ingresso della Sinagoga, dove l’atmosfera sembra rilassata, tranquilla. Solo un soldato è di guardia, così come negli altri seggi. Gli ebrei iraniani sperano che il nuovo corso avviato da Rohani possa portare anche ad un dialogo con Israele? “Noi speriamo ovviamente di sì, però prima deve essere risolta la questione palestinese. Solo a questa condizione, Israele e Iran potranno diventare buoni amici”, risponde senza esitazione il negoziante del bazar.

Sorgente: Iran, gli ebrei al voto in Sinagoga: ‘Siamo iraniani’ – Mondo – ANSA.it