Impatto storico dell’”Aiuto Umanitario” statunitense sul mondo

Negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti hanno giustificato il proprio intervento in altri paesi con il pretesto dell’”aiuto umanitario”.

Diversi media e fonti internazionali hanno voluto sottolineare l’importanza del presunto “aiuto umanitario” inviato dagli Stati Uniti in Venezuela, per non parlare del forte blocco economico e commerciale applicato dalla nazione americana al popolo venezuelano, che danneggia la qualità della vita dei suoi cittadini.

Recentemente, il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha avvertito che l’aiuto umanitario degli Stati Uniti è uno spettacolo per nascondere le sue intenzioni di dominio e per appropriarsi della ricchezza della nazione sudamericana.

continua Impatto storico dell’”Aiuto Umanitario” statunitense sul mondo — Notizie dal Mondo

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Striscia di Gaza, i bombardamenti israeliani hanno ucciso 13 palestinesi, ferito 28 altri e danneggiato e distrutto centinaia di edifici

14/11/2018

Gaza-PIC e Quds Press. Il capo dell’Ufficio informazioni del governo palestinese nella Striscia di Gaza, Salama Maaruf, ha affermato che 13 palestinesi sono stati uccisi e 28 altri sono rimasti feriti da domenica 11 novembre, inizio dell’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza.

Da domenica sono stati effettuati 150 raid aerei israeliani durante i quali sono stati presi di mira 80 edifici e istituzioni, incluse strutture governative e civili.

Prendere di mira le aree civili, ha affermato Maaruf, “è un chiaro crimine di guerra che ha bisogno di un intervento internazionale urgente”.

Il ministro dei Lavori pubblici e degli alloggi a Gaza, Mufid al-Hasayneh, ha confermato che le stime preliminari dell’aggressione israeliana a Gaza indicano che 880 unità abitative sono state danneggiate, parzialmente o totalmente distrutte dalle forze di occupazione.

“Le stime preliminari dei danni agli edifici, dopo le visite sul campo, ammontano a 80 unità abitative completamente demolite, 50 parzialmente danneggiate e 750 parzialmente e moderatamente danneggiate“, ha detto in una dichiarazione martedì sera.

Ha sottolineato che l’80% dei danni si concentra nella Città di Gaza, sottolineando che i macchinari del ministero dei Lavori pubblici e degli alloggi hanno iniziato a rimuovere le macerie. 

Al-Hasayneh ha confermato che il ministero ha iniziato l’inventario iniziale dei danni alle strutture residenziali.

thanks to: Infopal

OLP: Israele totalmente responsabile escalation di violenza a Gaza

Ramallah-Ma’an. Martedì, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) ha dichiarato che ritiene Israele interamente responsabile per la “pericolosa escalation di violenza nella Striscia di Gaza”. 232 altre parole

via OLP: Israele totalmente responsabile escalation di violenza a Gaza — Infopal

Parola d’ordine: Gaza non si inginocchia

Parola d'ordine: Gaza non si inginocchia

“Gaza è salda e non si inginocchia”, questa la parola d’ordine del 31° venerdì di protesta lungo la linea terrestre dell’assedio di Gaza.

Per fermare la protesta si è parlato di mediazioni egiziane, poi di mediatori che hanno desistito, quindi di ulteriori dissidi interni tra le due principali fazioni (Hamas e Fatah) che sembrano sempre più irresolubili e che faciliterebbero la minacciata aggressione massiccia israeliana. Poi timidamente – perché di fronte a Israele le istituzioni internazionali sono sempre timide – l’Onu ed alcuni governi hanno invitato lo Stato ebraico a limitare la forza, alias la brutale violenza omicida, ma è più elegante chiamarla forza. Quindi è sceso in campo il re di Giordania per rivendicare il diritto ai “suoi” territori in West Bank prima che Israele riesca a realizzare il suo obiettivo di annetterli completamente come sa già fin troppo bene ogni osservatore onesto.

Intanto in tutta la Palestina Israele uccide (l’ultimo ragazzo ucciso in Cisgiordania, al momento, aveva 23 anni, si chiamava Mahmud Bisharat e fino a ieri viveva a Tammun, vicino Nablus), arresta arbitrariamente, ritira i permessi di lavoro ai familiari di Aisha Al Rabi, la donna palestinese uccisa dalle pietrate dei coloni fuorilegge invertendo i ruoli tra vittima e carnefici, demolisce le abitazioni palestinesi e interi villaggi, non ultimo un villaggetto poco lontano dal sempre illegalmente minacciato Khan Al Ahmar che, a differenza di quest’ultimo, non essendo salito agli onori della cronaca è rimasto invisibile e non ha creato “fastidiose” proteste all’occupante.

Israele avanza senza freni col suo bagaglio di morte e di ingiustizia, distribuite con la naturalezza di un seminatore che sparge i semi nel suo campo, e i media democratici sussurrano con discrezione, o tacciono a meno che qualcosa non sia proprio degno di attenzione per non essere scavalcati totalmente dai social e perdere audience.

Quindi, dello stillicidio quotidiano di vite e di diritti prodotto dall’occupazione israeliana difficilmente i media danno conto, solo la Grande marcia del ritorno riesce ad attirare poco poco la loro attenzione sia perché la creatività dei manifestanti, sia perché l’altissimo numero dei morti e dei feriti – regolarmente inermi – un minimo di attenzione la sollecitano. Ricordiamo che solo ieri i martiri, solo al confine, sono stati 4 e i feriti 232 di cui 180 direttamente fucilati in campo. Tra i feriti, solo ieri, si contano 35 bambini e 4 infermieri che prestavano soccorso ad altri feriti.

Ad uso di chi leggerà quest’articolo e magari non ricorda o non sa i motivi della Grande marcia, precisiamo che i gazawi chiedono semplicemente che Israele rispetti la Risoluzione Onu 194 circa il diritto al ritorno e tolga l’assedio illegale che strangola la Striscia, cioè i gazawi chiedono quello che per legge internazionale dovrebbe già essere loro.

In 31 venerdì di protesta sono stati fucilati a morte circa 210 palestinesi tra i quali si contano bambini, invalidi sulla sedia a rotelle, paramedici e giornalisti, in violazione – come sempre IMPUNITA – del Diritto internazionale, e sono stati fucilati alle gambe migliaia e migliaia di palestinesi con l’uso di proiettili ad espansione (vietati ma regolarmente usati da Israele) i quali, se a contatto con l’osso, lo frantumano portando all’invalidità permanente. Gaza ha un numero altissimo di ragazzi e uomini con una o due gambe amputate per volere di Israele.

Ma nonostante tutto questo la Grande marcia continua. La parola d’ordine di quest’ultimo venerdì non poteva essere più esplicativa, “Gaza non si inchina”, che è qualcosa di più che dire “Gaza non si arrende” perché la resa a un potere tanto forte da stritolarti potrebbe essere necessaria, ma l’inginocchiarsi davanti a quel potere non è nella natura del gazawo medio e tanto meno delle donne gazawe.

La foto di Aed Abu Amro, il ragazzo palestinese che pochi giorni fa, a petto nudo, con la bandiera in una mano e la fionda nell’altra sfidava la morte per amore della vita è la più evocativa di questa incredibile, vitale e al tempo stesso disperata volontà di vincere. La posta in gioco è la Libertà, quella per cui generazioni di uomini e di donne hanno dato la vita, non per vocazione al suicidio ma per conquistare il diritto di vivere liberi. Lo sappiamo guardando la storia antica e quella contemporanea. E Gaza non fa eccezione. I gazawi, uomini e donne che rischiano la vita per ottenere la libertà rientrano in quella categoria di resistenti che merita tutta l’attenzione e il rispetto della Storia. Ignorarlo è codardia. Confondere o invertire il ruolo tra oppresso e oppressore è codardia e disonestà.

Molti media mainstream stanno dando prova di codardia e disonestà. E’ un fatto.

La foto di Aed, scattata dal fotografo Mustafa Hassouna ha una carica vitale troppo forte per essere ignorata dai media e troppo pericolosa per la credibilità di Israele: rischia di attirare simpatie verso la resistenza gazawa e di ridurre il consenso alla propria narrazione mistificante e allora, veloce come la luce arriva la mano della Hasbara, il raffinato sistema di propaganda israeliano, che entra nel campo filo-palestinese per smontare, con argomentazioni apparentemente protettive verso i palestinesi, la forza evocativa di quella foto che orma è diventata virale.

Non potendo più essere fermata, va demolita. Quindi la forte somiglianza col dipinto di Delacroix titolato “La libertà che guida il popolo” viene definita impropria e l’accostamento addirittura osceno (v. articolo di Luis Staples su L’Indipendent). No, l’accostamento è assolutamente pertinente e lo è ancor di più se lo si richiama anche alla parola d’ordine dell’ultimo venerdì della Grande marcia, cioè “Gaza non si inginocchia”.

Intanto alla fine della marcia, mentre negli ospedali della Striscia si accalcavano i feriti, una mano ufficialmente sconosciuta faceva partire 14 razzi verso Sderot richiamando la rappresaglia israeliana sebbene 12 di questi razzi fossero stati distrutti dall’iron dome e altri 2 non avessero procurato danni.

Forse Israele non aspettava altro, forse quei razzi potrebbero essere frutto di una ben concertata manipolazione o forse di qualche gruppo esasperato e fuori controllo, o forse una precisa strategia ancora non ufficializzata, ancora non ci è dato di saperlo anche se la prestigiosa agenzia di stampa mediorientale Al Mayadeen, questa notte riportava parole della Jihad islamica la quale, pur non rivendicando il lancio dei razzi, dichiarava che “la resistenza non può accettare inerte la continua uccisione di innocenti da parte dell’occupazione israeliana“. Cosa significa? Che si è scelto consapevolmente di lasciare mano libera a Israele senza neanche fargli rischiare il timido rimprovero delle Nazioni Unite potendosi giocare il jolly della legittima difesa?

O significa che si sta spingendo Hamas all’angolo costringendolo a riprendere la strategia perdente delle brigate Al Qassam? C’entra forse lo scontro interno tra le diverse fazioni? Gli analisti più accreditati non si sbilanciano. Comunque Israele ha serenamente risposto come suo solito, ovvero con pesanti bombardamenti per l’intera nottata. L’ultimo è stato registrato nei pressi di Rafah questa mattina.

Al momento in cui scriviamo non si denunciano altre vittime ma solo pesanti distruzioni, rivendicate con fierezza da Israele come fosse una sfida anodina di tiro al piattello.

Le immagini trasmesse in diretta durante la notte sono impressionanti, ma più impressionante è il comportamento della maggior parte dei palestinesi di Gaza: al primo momento di terrore ha fatto seguito “l’abitudine”. L’abitudine ai bombardamenti israeliani che – i media non lo dicono – con maggiore o minore intensità, sono “compagni di vita quotidiana” di questa martoriata striscia di terra. E l’abitudine, coniugata con l’impotenza a reagire, ha fatto sì che la grande maggioranza dei gazawi, provando a tranquillizzare i bambini terrorizzati, abbia scelto di dormire confidando nella buona sorte, forse in Allah.
Del resto quale difesa per un popolo che, a parte i discutibili razzi, non ha altre armi che le pietre e gli aquiloni con la coda fiammante? E la foto che ritrae Aed come un moderno quadro di Delacroix cos’è se non fionda e bandiera contro assedio e assedianti ? Cos’è se non la sintesi fotografica della resistenza gazawa e, per estensione, della resistenza palestinese tout court a tutto ciò che Israele commette da oltre settant’anni senza mai subire sanzioni?

Non basteranno articoli come quello di Luis Staples su “L’Indipendent” e la coazione a ripetere del codazzo che si porteranno dietro a fermare la fame di Libertà e di Giustizia del popolo palestinese. La foto di Aed non farà solo la meritata fortuna professionale del fotografo Moustafa Hassuna, quella foto è diventata e resterà l’icona della Grande marcia, insieme alla parola d’ordine di ieri “Gaza non si inginocchia”.

Patrizia Cecconi

thanks to: l’Antidiplomatico

I siriani denunciano l’uso di bombe al fosforo da parte degli USA

VIDEO. Dov'è la Comunità internazionale? I siriani denunciano l'uso di bombe al fosforo da parte degli USA
Una squadra di giornalisti di RT ha visitato la città di Al Mayadeen, nella provincia siriana di Deir Ezzor, teatro di duri scontri con i terroristi dell’ISIS. I residenti della zona assicurano che l’aviazione della coalizione degli Stati Uniti ha anche lanciato massicci attacchi contro le infrastrutture civili.

Inoltre, denunciano che le forze dell’alleanza americana usava bombe al fosforo.

Notizia del:

Gaza, tre giorni di fuoco

Gaza, tre giorni di fuoco

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano

di Paola Di Lullo

Da domenica notte alla notte scorsa, la Striscia ed i gazawi hanno vissuto tre giorni di fuoco. Il che, in gergo comune, vorrebbe significare tre giorni pesanti, impegnativi, difficili. Invece in questo caso bisogna leggere alla lettera. Tre giorni di fuoco vero da cielo, mare e terra. Gaza vive da undici anni sotto embargo israeliano, con tutte le conseguenze che lo stesso comporta, ed è bloccata via cielo, via mare, via terra. Da tutti e tre i settori si sono abbattuti sulla Striscia missili e colpi di mortaio.

I primi bombardamenti nella notte tra sabato e domenica. Secondo il sito ebraico Yediot Ahronot la pioggia di oltre 25 missili che si sono abbattuti su Rafah e Khan Younis, sud di Gaza, era la risposta all’introduzione di quattro uomini in territori israeliano.
La stazione televisiva di Hamas, Al Aqsa, aveva mandato in onda un filmato in cui si vedevano, nella mattina di sabato, 4 giovani palestinesi attraversare il confine e dar fuoco ad una postazione dell’IDF.
I palestinesi avevano lasciato scritto su una tenda “March of Return. Returning to lands of Palestine”, prima di rientrare nella Striscia. Tutta l’operazione sarebbe durata un minuto circa.
Il link del video mandato in onda dalla stazione televisiva palestinese https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1995469107154229&id=129653250402500
Il link del video dei bombardamenti
https://www.facebook.com/eyeonpalestine2011/videos/1928170290538536/

La risposta era arrivata, appunto, nella notte, colpendo postazioni di Hamas.
Tre i morti, tutti a Rafah, uccisi da una cannonata sparata da un carro armato.
Due di essi erano combattenti delle Brigate di al-Quds, l’ala militare del Jihad Islamico, Hussein Samir al-Umour, 25 anni, e Abd al-Halim Abd al-Karim al-Naqa, 28 anni.
Il terzo palestinese ferito e poi morto era Nassim Marwan al-Umour, 25 anni.

Le Brigate al-Quds promettono vendetta.

Lunedì sera, i carri armati israeliani erano tornati in azione, bombardando diversi presunti siti militari di Hamas nella parte settentrionale della Striscia.
Secondo il portavoce del ministero della salute di Gaza, Ashraf al-Qudra, Muhammad Masoud al-Radie, 25 anni, membro delle Brigate al-Qassam, l’ala militare del movimento di Hamas, è stato ucciso in un bombardamento a Beit Lahiya.
Colpi di mortaio contro la cittadina sarebbero stati sparati per colpire tre siti di Hamas.

La risposta del Jihad islamico arriva martedì mattina. Una trentina di colpi di mortaio, di cui due, non intercettati dall’Iron dome, caduti in zona di confine, a Sderot ed Eshkol, dove sono risuonate le sirene e migliaia di abitanti sono stati costretti a recarsi nei rifugi.

Ed allora Israele si scatena sulla Striscia, colpendo, prevalentemente Zaytoun e Shiajeia, Il peggior bombardamento dai tempi di Protective Edge.

I video dei bombardamenti :

 

Ma ieri era anche la giornata della Freedom Ship, due pescherecci che, salpando dal porto di Gaza, si prefiggevano lo scopo di rompere, in uscita, l’embargo israeliano. Trasportavano 35 persone, tra cui malati, feriti, studenti e disoccupati. Dopo aver superato il limite di nove miglia imposto da Israele, i pescherecci sono stati avvicinati dalle navi da guerra israeliane e si è interrotto ogni tipo di collegamento. A 12 miglia dalla costa uno dei pescherecci è stato abbordato e condotto nel porto di Ashdod con le 17 persone che erano a bordo, tutti tratti in arresto. In serata, sono stati rilasciati i passeggeri della Freedom Ship, tra cui una donna, 4 feriti e 4 malati di cancro. Ancora in arresto il capitano, Suhail al-Amoudi.

 

Mentre le barche palestinesi si avviavano in acque internazionali, Israele bombardava ancora Gaza.
Colpito con sette missili un sito della Brigate al Quds, braccio armato del Jihad islamico, al centro della Striscia. Bombardata anche Khan Younis.
Il video del bombardamento
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1954175444616253&id=100000714496988

 

Gli F16 israeliani hanno lanciato anche tre raid su terreni vuoti nei pressi dell’Aeroporto Internazionale di Arafat, a est di Rafah.
Preso di mira un sito ad est di al-Maghazi e un altro a est di Deir al-Balah, centro di Gaza Strip.
La maggior parte dei siti colpiti, almeno 35, appartenevano alla resistenza palestinese, soprattutto alle Brigate Al-Quds, l’ala armata del Jihad islamico, ma anche ad Hamas. Fin dalla mattina, razzi palestinesi erano arrivati in territorio israeliano. Sarebbero sei gli israeliani feriti nella esplosioni, tra cui tre soldati.

 

In nottata, Israele ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia. La Resistenza ha risposto e le sirene hanno suonano in tutti gli insediamenti al confine con Gaza.
Il video dei bombardamenti https://www.facebook.com/palinfo/videos/1736586339710767/
Alle 4,00, ora locale, grazie alla mediazione dell’Egitto arriva un accordo di cessate il fuoco e la fine, per adesso dei bombardamenti israeliani.

 

I 118 morti della Great Return March e gli oltre 13.000 feriti, di cui 332 in gravi condizioni, non hanno placato la sete di sangue del vampiro.

 

Per la stampa mainstream, pedissequo pappagallo di Israele, la marcia sarebbe stata organizzata da Hamas per implementare disordini ed agitazioni al border. Per chi non avesse letto prima, ribadisco ancora che, invece, la marcia, ideata e coordinata dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) è nata da un’istanza tutta e solo popolare, di tutto il popolo gazawi, al di là delle fazioni politiche. Le marce, i sit in e le veglie, hanno mostrato un popolo armato solo della sua volontà di ottenere giustizia ed il rispetto delle norme internazionali, prima tra tutte la risoluzione 194, che spingeva i rifugiati ad esercitare il loro diritto al ritorno. Israele ha schierato cecchini che hanno colpito indistintamente uomini, donne, bambini, handicappati, giornalisti, medici, paramedici. Hanno sparato per uccidere. Alle spalle, alla testa, al torace, in pieno volto. Hanno usato i proiettili ad espansione, o dum dum, vietati dalla Convenzione di Ginevra. Molti dei feriti sono in pericolo di vita, altri hanno subito l’amputazione di uno o più arti. Per la stessa stampa, Israele ha esercitato il suo diritto a difendersi. Hanno parlato di “scontri”, di “battaglia” tra Israele e Gaza, ma scontri e battaglie presupporrebbero, quantomeno, un minimo di parità di forze dispiegate sul campo. Israele è il terzo esercito meglio armato al mondo, i palestinesi disponevano di pietre, copertoni incendiari e qualche molotv.

 

L’Organizzazione per i diritti umani dell’Onu ha definito eccessivo l’uso della forza da parte di Israele, e – udite udite! – anche Amnesty International, da sempre fin troppo tenera con Israele, ha chiesto ai governi di tutto il mondo di imporre un embargo globale sulle armi a Israele in seguito alla sproporzionata risposta del paese alle manifestazioni di massa lungo la recinzione che lo separano dalla Striscia di Gaza.

 

FONTI : Ma’an News in arabic

Ma’an News Agency

Shehab News Agency

Quds Network

Palinfo
Notizia del: 31/05/2018

 

Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

di Fabrizio Poggi

Mentre Vladimir Putin inaugura la sezione stradale del ponte sullo stretto di Kerc, definito “opera illegale” dai golpisti ucraini e dalla loro claque liberale russa, non accenna a evolvere al meglio la situazione in Donbass, che vede il quotidiano stillicidio e martellamento di bombe di mortaio e d’artiglieria sui villaggi di campagna e sui quartieri periferici delle maggiori città delle Repubbliche popolari.
Bombe di mortaio da 120 mm e colpi sparati da mezzi blindati e lanciagranate automatici hanno colpito ieri nella LNR le propaggini di Kalinovo (nordovest di Stakhanov) e Prisib, una trentina di km a nordovest di Lugansk. Negli ultimi giorni, le forze ucraine avevano tentato di passare all’offensiva nell’area di Gorlovka, nella DNR, colpendo con rinnovata intensità i rioni di Sirokaja Balka e Nikitovskij (in quest’ultimo, una scuola è stata bersagliata anche ieri da colpi di mortaio da 120 mm), ma i contrattacchi delle milizie popolari hanno costretto le truppe di Kiev ad abbandonare le alture chiave a nordovest di Gorlovka, in particolare il villaggio di Cigari, precedentemente occupato nella terra di nessuno.

Il bilancio, provvisorio, è stato di due miliziani morti, nove soldati ucraini morti e cinque feriti. L’agenzia dan-news.info scriveva ieri che l’offensiva su Gorlovka era coincisa con l’arrivo in Ucraina del rappresentante speciale USA Kurt Volker, che, però, Mosca non considera più un interlocutore credibile, tanto da mettere in forse il proseguimento dei colloqui tra lui e il rappresentante (non più per molto) del Cremlino Vladislav Surkov, sullo sfondo dell’ormai lungo stallo del “formato normanno” Berlino-Mosca-Parigi-Kiev.

Novorosinform scrive che i danni più gravi del martellamento ucraino si registrano in queste ore nell’area del villaggio della miniera Glubokaja, con gli abitanti costretti a riparare nei rifugi o sfollare nei rioni più sicuri di Gorlovka, pur se anche quartieri periferici come Zajtsevo e Žovanka rimangono alla portata delle artiglierie ucraine e la stessa Gorlovka è praticamente assediata. D’altro canto, sembra che la manovra attorno a ?igari, potrebbe essere nient’altro che un diversivo per mascherare una prossima offensiva su Gorlovka, Donetsk o Doku?aevsk – tutte allineate sulla stessa traiettoria nordest-sudovest – o, più a sud, in direzione di Novoazovsk.

E’ in questo quadro, che nei giorni scorsi la leadership della DNR ha sollecitato i cosiddetti osservatori OSCE a “prestare maggior attenzione” alle violazioni ucraine del cessate il fuoco lungo la linea di demarcazione; i rappresentanti della DNR al Centro congiunto di controllo e coordinamento hanno informato l’OSCE su 33 violazioni ucraine nella sola giornata del 13 maggio, con il ferimento di due civili a Gorlovka. Le forze di Kiev avevano riversato infatti una pioggia di bombe di mortaio e proiettili d’artiglieria nell’area del villaggio di Šakhta Gagarina, per alleggerire la situazione su ?igari, da cui tentavano di evacuare i reparti sbaragliati dalle milizie.

Nonostante le voci su una presunta stabilizzazione della situazione e una relativa calma, le forze ucraine continuano dunque a violare quotidianamente il cessate il fuoco e ignorare le altre misure militari e politiche previste dagli accordi di Minsk del febbraio 2015. Così che, nota Denis Gaevskij su Svobodnaja Pressa, di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un conflitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Porošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese; tant’è che tra i circoli presidenziali non si escludono manovre per il rinvio delle elezioni al 2020.

Quanto la popolazione ucraina, sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indipendentista”, per quanto stanca della guerra, sia d’altra parte veramente propensa a riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche popolari del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, sono stati costretti a emigrare in Russia (come profughi permanenti o anche solo come lavoratori temporanei) fuggendo dal Donbass attaccato da Kiev e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti la settimana scorsa nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aperti all’interno di stessi nuclei familiari, ad amicizie troncate definitivamente, tra chi vive da una parte e dall’atra del fronte, a rotture irrevocabili anche tra parenti stretti.

E’ questo il frutto del martellamento psicologico golpista, accompagnato a un’ideologia dell’odio che è parte integrante del dente di lupo sbandierato nelle strade ucraine e che è stata pubblicamente sintetizzata, appena pochi giorni fa, dal console ucraino ad Amburgo, Vasilij Maruš?inets, che su feisbuc ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma nazionale e definire ariani gli ucraini. Sono questi, i caporioni nazisti ucraini sulla strada dell’autodeterminazione delle genti di Gorlovka, Makeevka, Al?evsk, Mikhajlovka, Jasinovataja, Avdeevka, Debaltsevo, Ilovajsk, Doku?aevsk, Volnovakha, Stakhanov, Stanitsa Luganskaja.

.. delle popolazioni di tutti quei luoghi attraversati dalla Carovana antifascista o di cui si è semplicemente intravista l’indicazione stradale.
I compagni italiani, russi, catalani, tedeschi, messicani, irlandesi, portoghesi salutati a Makeevka dai musici di “Aurora mineraria” sul resede del Palazzo della cultura della miniera “Butovskaja” si sono inchinati di fronte alle tombe dei civili uccisi dai proiettili ucraini nella grande area circostante l’aeroporto di Donetsk, nel rione Kujbyševskij e nel villaggio Vesëlyj, assieme ai quartieri Petrovskij e Kievskij della città tra i più esposti ai bombardamenti ucraini. Ecco, in lontananza, ciò che resta della torre di controllo dell’aeroporto; ecco le lapidi infrante del cimitero attiguo al rione Kievskij. Ecco le donne di Makeevka che si radunano attorno ai compagni per denunciare il regime di Kiev che ancora ogni giorno, dicono in lacrime, appena scurisce, rinnova i tiri d’artiglieria.

Ecco l’indicazione per Doku?aevsk, in cui ancora lo scorso 28 aprile due uomini sono rimasti uccisi e una donna ferita dai proiettili ucraini. Ma ecco anche le vetture bianche dell’OSCE – pochissime, per la verità, quelle in movimento; mentre numerose sono quelle immobili nel recinto della ricca sede dell’organizzazione – che sfrecciano non si sa per dove. Ecco Mikhajlovka, sulla tragica strada che unisce Al?evsk a Lugansk e in cui nel maggio di tre anni fa fu assassinato Aleksej Mozgovoj, il comandante comunista della brigata “Prizrak”; ecco il cippo sul luogo dell’attentato ed ecco, poi, non lontano, il piccolo cimitero in cui sono sepolti i troppi miliziani della “Prizrak” morti sotto il piombo ucraino o, come nel caso di Mozgovoj, per mano tuttora ignota, almeno a noi.

Eccola, Stakhanov, di cui troppe volte si sono lette le cronache dei bombardamenti, nel 2015, nel 2016 e, a più riprese, nel 2017; eccolo il sindaco, Sergej Ževlakov, dall’aria finalmente distesa, di cui si era visto il volto contratto, ancora nel dicembre scorso, mentre raccontava in TV dell’ultimo bombardamento ucraino sui quartieri periferici della città, che aveva semidistrutto decine di edifici e lasciato migliaia di persone senza energia elettrica e acqua potabile. Ecco l’indicazione per Volnovakha, entrata nella storia del conflitto per la strage di dodici civili causata da una mina a tempo ucraina, fatta brillare al passaggio di un autobus. Era accaduto poco prima dell’attentato alla sede del Charlie Hebdo a Parigi e il golpista Porošenko, ipocritamente e vigliaccamente, aveva addossato alle milizie la responsabilità del massacro di Volnovakha. A Parigi, dopo la famosa marcia a braccetto dei propri tutori occidentali, aveva beffardamente mostrato un pezzo di lamiera, presentandolo come un “frammento dell’autobus distrutto” e poi, tornato a casa, aveva organizzato una veglia con tanto di cartelli “Je suis Volnovakha”, accostando cinicamente le milizie ai terroristi francesi. Ecco Ilovajsk, Debaltsevo, che rammentano le vittorie delle milizie e le pesanti sconfitte di quello che Kiev si ostina a reclamizzare come “il più forte esercito d’Europa”.
Eccolo il Donbass ed ecco la sua gente che, dopo quattro anni di guerra e di bombardamenti terroristici sulle aree civili che, secondo Kiev, avevano lo scopo di spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, non si stanca di maledire i nuovi nazisti e di aver fiducia nella vittoria. Lo dicono i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell’anniversario della vittoria sul nazismo, sfilano nella marcia del Reggimento immortale, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato mesi fa da una rete moscovita insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo avessero spinto a lasciare il lavoro di controfigura cinematografica e unirsi ai combattenti del Donbass, aveva risposto: “Motivazioni?! Che razza di domanda! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.

Sorgente: Carovana AntiFascista, eccolo il Donbass dopo 4 anni di bombardamenti terroristici sulle aree civili

L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

PressTV 11 maggio 2018

Colpita dall’Esercito arabo siriano il 10 maggio, l’Unità speciale di intelligence 9900 è una delle unità di spionaggio più segrete dell’esercito israeliano. I razzi sparati dall’Esercito arabo siriano su obiettivi sensibili nel Golan occupato hanno inferto un duro colpo ai servizi d’intelligence dell’esercito israeliano. Le posizioni colpite erano di natura strategica aiutando l’esercito israeliano ad acquisire supremazia nell’intelligence. Erano collegati al centro di comando e controllo e ai centri di attività tecnica e umana dell’intelligence in combattimento. Raccoglievano informazioni strategiche e collegamenti con unità ed agenzie incaricate di analizzare le informazioni sui combattimenti. La Special Intelligence Unit 9900, incaricata di geografia, cartografia ed interpretazione delle immagini satellitari, è una delle più importanti unità militari e tecniche dell’esercito israeliano. Questa unità di cui gli esperti israeliani sono orgogliosi e si vantano, è un’unità segreta che si occupa di informazioni strategiche. È indipendente dall’unità 8200, che opera anche nell’intelligenza.

Unità 9900: la ragione d’essere
Dall’inizio dei programmi aerospaziali del regime israeliano negli anni ’80, l’Unità 9900 continua il proprio programma di spionaggio. Alcuni anni dopo che dei satelliti di spionaggio israeliani furono messi in orbita, le missioni di spionaggio furono assegnate all’Aman (acronimo per servizi segreti militari israeliani). Nel 1997, Israele lanciò un programma di spionaggio spaziale per sorvegliare i Paesi arabi e gli snodi della Palestina occupata. Fu in quel momento che nacque l’Unità 9900. Centinaia di soldati israeliani furono reclutati di nascosto e senza copertura mediatica. Pertanto, alcuna informazione filtrò sulle attività e il modus operandi. Una delle principali missioni dell’Unità 9900 consiste nel mettere in orbita i satelliti spia israeliani e fotografare installazioni nei Paesi della regione, registrando ogni atto insolito degli eserciti nella regione. Le immagini satellitari proiettano le azioni del movimento di Resistenza sugli schermi dell’Unità 9900. Queste informazioni, una volta raccolte e analizzate, vengono consegnate ai comandanti dell’esercito israeliano. L’unità 9900 è anche responsabile della raccolta di informazioni visive da satelliti o velivoli da ricognizione. Tali informazioni, immagini e mappe, una volta elaborate, rafforzano le posizioni del regime israeliano e sono rese disponibili ai responsabili israeliani nella sicurezza e militari.

Unità 9900: missioni e operazioni
L’Unità 9900 raccoglie immagini quotidiane di aree militari e campi di addestramento in cui operano gli eserciti arabi. Vengono poi inviati all’ufficio del ministro degli affari militari, del capo di stato maggiore e al capo dell’intelligence dell’IDF israeliani. L’unità sorveglia le strutture atomiche dell’Iran 24 ore al giorno, e cerca anche obiettivi per un possibile attacco dell’esercito israeliano.

Unità 9900: le sezioni
È composta da diverse sezioni geografiche e tecniche:
1- Un centro d’intelligence che si occupa di raccolta ed analisi delle informazioni. Ad esempio, gli esperti sanno come rilevare l’equipaggiamento da combattimento tramite immagini satellitari. È il luogo in cui sono archiviate tutte le informazioni provenienti dai satelliti, le foto scattate dai centri di controllo terrestri e quelle fornite da droni e sistema GPS.
2- Un centro di mappatura e analisi che si occupa della preparazione di carte riservate alle operazioni militari.
3- Un centro satellitare responsabile per i satelliti spia volto a raccolta e rapida analisi delle informazioni.

Unità 9900: priorità geografiche
1- Siria
2- Iran
3- Striscia di Gaza
4- Giordania
5- Egitto e Sinai
6- Medio OrienteTraduzione di Alessandro Lattanzio

via L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

La Siria abbatte dozzine di missili israeliani

Secondo l’agenzia stampa SANA, Israele ha attaccato sistemi di difesa missilistici siriani e stazioni radar.

Mosca, 10 maggio. /TASS/. Le forze di difesa aerea siriane hanno abbattuto dozzine di missili israeliani nella provincia di Quneitra, a 40 km da Damasco, come riportato giovedì dall’agenzia stampa SANA.

Secondo SANA gli attacchi aerei israeliani avevano come obiettivo i sistemi di difesa missilistici siriani e le stazioni radar.

Inoltre le forze armate siriane hanno respinto un attacco organizzato da gruppi armati di opposizione vicino la città di al-Baath, nelle alture del Golan, come riportato giovedì dal canale televisivo Al Mayadeen.

Secondo Al Mayadeen, i militanti hanno approfittato degli attacchi missilistici israeliani per tentare di conquistare le postazioni delle forze armate siriane. Al Mayadeen ha affermato anche che precedentemente le truppe siriane in quest’area sono state bombardate da carri armati Merkava.

Nelle prime ore di giovedì Israele ha condotto attacchi aerei contro postazioni delle forze armate siriane a Khan Arnaba, Tell al-Ahmar, Tell al-Qbaa e Qasr al-Naql. Nessuna informazione su vittime tra le forze armate siriane è stata riportata.

 

thanks to: TASS

SANA

 

La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana.

Notizie drammatiche arrivano in queste ore dal Medio Oriente. Mentre Trump rilasciava le sue folli dichiarazioni sull’Iran, l’aviazione di Israele ha immediatamente bombardato Damasco preparandosi ad aggredire il Libano, dopo la vittoria di Hezbollah alle ultime elezioni.

Fermiamo i criminali nazi-sionisti che governano lo Stato di Israele. Fermiamo la mano agli assassini che hanno sterminato decine di palestinesi nella striscia di Gaza. Solidarietà all’eroico popolo palestinese! Solidarietà ad Hezbollah e ai suoi valorosi combattenti internazionalisti! Solidarietà alla Siria sovrana e al suo popolo che fronteggiano l’aggressione imperialista, sionista e dei loro alleati tagliagole jihadisti! Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia! Cinque Stelle datevi una mossa, se volete essere credibili agli occhi del popolo della pace!

Mauro Gemma, direttore di Marx21

Sorgente: La follia di Trump contro l’Iran, Israele criminale ancora contro la Siria sovrana. ‘Sinistra del nostro paese, se ancora esisti, sveglia!’