Il nostro vicino nucleare

La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare
11 maggio 2018 – Rossana De Simone

soldati francesi nella repubblica Centrafricana

di Gregorio Piccin

La grandeur a tempo di Brexit.
A partire dal 2019 il Regno Unito sarà a tutti gli effetti fuori dall’Unione europea. A dire il vero la sua adesione è sempre stata alquanto ambigua e molto parziale considerato il mantenimento della sovranità monetaria e il reale collocamento strategico/militare (più spostato verso Usa e Commonwealth che interno all’asse franco-tedesco europeo).
Tuttavia, indipendentemente dal profilo sfuggente del Regno Unito, in Europa la politica estera comune non è mai esistita: ogni Paese si fa gli affari suoi e dove necessario, li difende anche militarmente in concorrenza con gli altri. Questa è ancora la realtà materiale delle relazioni internazionali. E poco conta se dagli anni novanta si sia astrattamente creduto ad una presunta “fine degli Stati” a fronte dei fenomeni di globalizzazione e finanziarizzazione. Nella grande maggioranza dei casi, gli Stati stanno semplicemente dismettendo la loro funzione regolatrice per concentrarsi sulla funzione repressiva interna e di proiezione militare verso l’esterno.
Lo schema neocoloniale, in sintesi, rappresenta la versione aggiornata e perfezionata del colonialismo e dell’imperialismo novecenteschi: multinazionali di bandiera e grandi banche > ricerca scientifica e tecnologica > professionalizzazione delle Forze armate > controllo dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime.
Si è di fatto passati a piè pari dalla “civilizzazione” della Belle epoque alla “democratizzazione” post ’89 e la Francia, in questo senso, è grande maestra.
Se consideriamo il paniere delle devastanti aggressioni militari occidentali dell’ultimo venticinquennio ogni Paese ha infatti partecipato o meno a seconda degli interessi materialmente in campo.
Fa eccezione l’Italia che si è sempre indistintamente buttata nella mischia, a prescindere persino da qualsiasi valutazione di così detto interesse nazionale, per dimostrare “responsabilità e prestigio” ovvero un imbarazzante servilismo nei confronti di Washington.
La Brexit ha quindi consegnato alla Francia l’indiscusso primato militare in Europa.
Questo Paese è infatti una media potenza militare, con potere di veto all’Onu, con autonome capacità nucleari, con estesi interessi neocoloniali in Africa e in Medio oriente, con basi, avamposti e pezzi di “territorio nazionale” in diversi continenti ed oceani e con conseguenti spiccate capacità di proiezione della forza militare.

Vive la France (afrique)!
La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare.
Dopo aver perso Laos, Cambogia e Vietnam nel 1954, la Francia perde anche la più prossima Algeria nel 1962 dopo quattro anni di guerra di sterminio: almeno 300.000 algerini vennero uccisi e circa 3.000.000 deportati in campi di prigionia, a fronte di una popolazione complessiva di dieci milioni.
E’ proprio nel bel mezzo di questa guerra che il generale De Gaulle (presidente della repubblica nel decennio ’59-’69) comprende che il vecchio colonialismo andava rapidamente sostituito con qualcosa di nuovo, più accettabile per l’opinione pubblica ma soprattutto che potesse scongiurare la perdita totale del controllo francese sulle sue stesse colonie.
Nel 1960 De Gaulle concede unilateralmente l’indipendenza a tutte le colonie africane francofone e contemporaneamente crea le così dette “reti Foccart”, composte da soggetti economici, politici, militari e dei servizi segreti. Lo scopo di queste reti politico-affaristiche era quello di controllare direttamente due grandi risorse strategiche come le materie prime e i nuovi fondi per lo sviluppo.
La Francia, per presidiare questo controllo nel tempo, ha utilizzato sia la finanza che le forze armate: da una parte l’imposizione del franco CFA (il così detto franco africano) come moneta direttamente convertibile con quella della “madre patria” e dall’altro il mantenimento di basi militari con annessa “cooperazione” ossia addestramento e controllo degli eserciti locali.
Dopo quasi sessant’anni la Francia è ancora presente nella Françafrique con multinazionali, banche, basi e forze armate, mercenari ma soprattutto con il CFA, oggi convertito in euro.
Il risultato di questa prodigiosa “decolonizzazione”? Un pesante indebitamento di questi Paesi principalmente verso il sistema bancario francese, corruzione strutturale, sistematica perdita di controllo sulle risorse strategiche (tra cui petrolio e uranio), disastri ambientali, l’assenza di qualsiasi prospettiva di sviluppo, migrazioni disumane.

Libia insidiosa
La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), è stata un chiaro esempio di “difesa” della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si è trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana (e un sistema bancario) che potesse insidiare il CFA tuttora in uso nella Françafrique.
Anche in altri Paesi si è tentata la strada dell’indipendenza economica ma è chiaro che la grandeur non può stare in piedi senza il pilastro della Françafrique: più della metà degli 87 colpi di stato che si sono susseguiti nel continente africano negli ultimi 50 anni si sono verificati nell’Africa francofona.
E proprio l’Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata ultimamente il terreno di una ricomposizione di interessi a livello di alcuni Paesi dell’eurozona. Da quando il franco francese è scomparso, il CFA è stato infatti agganciato all’euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla Françafrique.
La convertibilità CFA/euro ha portato con sé almeno due conseguenze importanti: la prima è che i Paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni europee e con una capacità d’acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda è che la Francia non può più sostenere l’esclusiva.
Ecco spiegato come mai, dal 2015, la Germania ha inviato in Mali un suo contingente che conta oggi più di mille soldati mentre l’Italia ha tentato maldestramente d’inviare il suo in Niger nel quadro della così detta “Coalizione per il Sahel” lanciata dal governo Macron in un vertice a Parigi lo scorso 13 dicembre.

Il nuovo ruolo militare della Francia: verso il 2% del P.i.l
Macron eredita da Hollande il rilancio del protagonismo francese nel continente africano. Parigi intende infatti consolidare la presenza militare in Africa dalla Costa Atlantica fino all’Oceano Indiano, dal Senegal a Gibuti, passando per il Sahel e quindi ricongiungersi con altre basi e avamposti già presenti nei due oceani. Questa visione strategica espansionista, aggressiva e molto ambiziosa richiede un concorso negli “oneri per la sicurezza” che la Germania offre già da anni.

La capacità di proiezione globale (condivisa come piattaforma con gli alleati) offre all’industria bellica francese prospettive senza fine.
Il ruolo di capofila richiede però alla Francia (e a tutti i francesi) un forte aumento della spesa militare: con la nuova Legge di Programmazione Militare (LPM 2019-2025), Macron intende stanziare la somma di 295 miliardi di euro, ben 105 miliardi in più rispetto al quinquennio precedente.
L’8 febbraio scorso, nel presentare la LPM il ministro della difesa Parly ha giustificato questo forte aumento definendolo “…necessario per mantenere l’influenza globale della Francia ed intervenire in ogni luogo del globo in cui vengano minacciati gli interessi della Nazione e la stabilità internazionale…” (RID, aprile 2018, pag.68).
Il piano ha l’ambizione di garantire “l’autonomia strategica” nazionale ed europea. Oltre alle nuove acquisizioni (sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) la LPM prevede un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate di cui 1.500 per i servizi segreti e 1.000 operatori per la cybersicurezza più 750 funzionari da impiegare nella “divisione vendite” nella Direction Générale de l’Armement.
In Francia infatti è lo stesso governo ad occuparsi dell’export dei prodotti dell’industria bellica nazionale, dalle pistole ai caccia.
Un servizio che secondo Alessandro Profumo (a.d Leonardo), anche lo Stato italiano dovrebbe fornire all’industria bellica nostrana per avere maggiore rappresentatività di fronte alla domanda internazionale.
La Francia intende inoltre aggiornare la sua capacità nucleare: la LPM stanzia 25 miliardi di euro in cinque anni per conferire ai caccia Rafale capacità di bombardamento, sviluppare un nuovo missile balistico intercontinentale e un nuovo sommergibile con capacità di lancio.
Non c’è dubbio che la grandeur stia attraversando una fase di poderoso slancio, favorita dalla Brexit e sostenuta dalla Pesco.
La nuova Legge di Programmazione Militare, che vorrebbe garantire l’”autonomia strategica” attraverso la difesa degli interessi della nazione, fa il paio con la dichiarata intenzione di raggiungere, entro il 2025, la soglia del 2% del p.i.l per le spese militari.
In questo modo il governo Macron persegue l’intenzione di dirigere lo scomposto neocolonialismo europeo con il ruolo di capofila militare-industriale e nucleare. Per il momento, sempre all’ombra della Nato.

Sorgente: Il nostro vicino nucleare

Advertisements

Quando l’Italia bombardava la Siria

“L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “

di Manlio Dinucci*

il manifesto, 17 aprile 2018 

Per motivare la guerra del 2003, gli Usa accusarono l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa: il segretario di stato Colin Powell presentò all’Onu una serie di «prove» risultate poi false, come ha dovuto ammettere lui stesso nel 2016.

«Prove» analoghe vengono oggi esibite per motivare  l’attacco alla Siria effettuato da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Il generale Kenneth McKenzie,  Joint Staff Director del Pentagono, ha presentato il 14 aprile una relazione, corredata da foto satellitari, sul Centro di ricerca e sviluppo Barzah a Damasco, definendolo «il cuore del programma delle armi chimiche siriane».

Il Centro, che costituiva il principale obiettivo, è stato attaccato con 76 missili da crociera (57 Tomahawk lanciati da navi e sottomarini e 19 Jassm da aerei). L’obiettivo è stato distrutto, ha annunciato il generale, «riportando indietro di anni il programma delle armi chimiche siriane».

Questa volta non c’è bisogno di aspettare tredici anni per avere conferma della falsità delle «prove». Un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati ultimata nel febbraio 2018: «La squadra di ispezione non ha osservato alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». Non a caso il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw.

La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non parla l’apparato politico-mediatico, che accusa invece la Siria di possedere e usare armi chimiche.

Il  premier Gentiloni ha dichiarato che l’Italia, pur appoggiando «l’azione circoscritta e mirata a colpire la fabbricazione di armi chimiche», non vi ha in alcun modo partecipato. In realtà, essa è stata precedentemente concordata e pianificata in sede Nato. Lo prova il fatto che, subito dopo l’attacco, è stato convocato il Consiglio Nord Atlantico, nel quale Stati uniti, Gran Bretagna e Francia hanno «aggiornato gli Alleati sull’azione militare congiunta in Siria» e gli Alleati hanno espresso ufficialmente «il loro pieno appoggio a tale azione».

Gentiloni ha inoltre dichiarato che «il supporto logistico che forniamo soprattutto agli Usa non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria». In realtà, l’attacco alla Siria dal Mediterraneo è stato diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia.

L’Italia condivide dunque la responsabilità di un’azione bellica che viola le più elementari norme del diritto internazionale. Non si sa ancora quali saranno le sue conseguenze, è certo però che essa alimenta le fiamme della guerra. Anche se Gentiloni assicura che «non può essere l’inizio di una escalation».

*Pubblicato su gentile concessione dell’Autore

Notizia del:

Sorgente: Manlio Dinucci – “Falsi made in Usa e bugie made in Italy”

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. L’avete letta con attenzione?

di Manlio Dinucci* – il manifesto, 3 aprile 2018

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. «Facilitando la mobilità militare all’interno della Ue – spiega la rappresentante esteri dell’Unione, Federica Mogherini – possiamo reagire più efficacemente quando sorgono le sfide». Anche se non lo dice, è  evidente il riferimento alla «aggressione russa».

Il Piano d’azione è stato deciso in realtà non dalla Ue, ma dal Pentagono e dalla Nato.

Nel 2015, il generale Ben Hodges, comandante delle forze terrestri Usa in Europa (U.S. Army Europe), ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare» così che le forze Usa, per fronteggiare «l’aggressione russa»,  possano muoversi con la massima rapidità da un paese europeo all’altro, senza essere rallentate da regolamenti nazionali e procedure doganali.

Tale richiesta è stata fatta propria dalla Nato: il Consiglio Nord Atlantico, riunitosi l’8 novembre 2017 a livello di ministri della Difesa, ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di «applicare legislazioni nazionali che facilitino il passaggio di forze militari attraverso le frontiere» e, allo stesso tempo, di «migliorare le infrastrutture civili così che siano adattate alle esigenze militari».

Il 15 febbraio 2018, il Consiglio Nord Atlantico a livello di ministri della Difesa ha annunciato la costituzione di un nuovo Comando logistico Nato per «migliorare il movimento in Europa di truppe ed equipaggiamenti essenziali alla difesa».

Poco più di un mese dopo, l’Unione europea ha presentato il Piano d’azione sulla mobilità militare, che risponde esattamente ai requisiti stabiliti dal Pentagono e dalla Nato. Esso prevede di «semplificare le formalità doganali per le operazioni militari e il trasporto di merci pericolose di tipo militare».

Si prepara così «l’Area Schengen militare», con la differenza che a circolare liberamente non sono persone ma carrarmati. Movimentare carrarmati e altri mezzi militari su strada e per ferrovia non è però lo stessa cosa che farvi circolare normali autoveicoli e treni.

Si devono perciò rimuovere «le esistenti barriere alla mobilità militare», modificando «le infrastrutture non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari, in particolare ponti e ferrovie con insufficiente capacità di carico». Ad esempio, se un ponte non è in grado di reggere il peso di una colonna di carrarmati, dovrà essere rafforzato o ricostruito.

La Commissione europea «individuerà le parti della rete trans-europea dei trasporti adatte al trasporto militare, stabilendo le necessarie modifiche». Esse dovranno essere effettuate lungo decine di migliaia di chilometri della rete stradale e ferroviaria. Ciò richiederà una enorme spesa a carico dei paesi membri, con un «possibile contributo finanziario Ue per tali opere».

Saremo comunque sempre noi cittadini europei a pagare queste «grandi opere», inutili per usi civili, con conseguenti tagli alle spese sociali e agli investimenti in opere di pubblica utilità. In Italia, dove scarseggiano i fondi per la ricostruzione delle zone terremotate, si dovranno spendere miliardi di euro per ricostruire infrastrutture adatte alla mobilità militare.

I 27 paesi della Ue, 21 dei quali appartengono alla Nato, vengono ora chiamati ad esaminare il Piano. L’Italia avrebbe quindi la possibilità di respingerlo.

Questo però significherebbe, per il prossimo governo, opporsi non solo alla Ue ma alla Nato sotto comando Usa, cominciando a sganciarsi dalla strategia che, con l’invenzione della minaccia russa, prepara la guerra, questa sì vera, contro la Russia. Sarebbe una decisione politica fondamentale per il nostro paese ma, data la sudditanza agli Usa, resta nel regno della fantapolitica.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore

L’antidiplomatico – Liberi di svelarvi il mondo

La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

King World News, 26 marzo 2018

Nell’ultima settimana di marzo, uno dei maggiori gestori di fondi al mondo dichiarava a King World News che la Cina ha appena compiuto una svolta globale che porterà a 20000 dollari l’oro e a un sistema monetario e uno yuan basati sull’oro. C’è anche un terribile avvertimento.La Cina compie una svolta globale
Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Il vero pericolo
Ma il vero pericolo deriverà da una guerra commerciale totale. Il Presidente della PBoC Zhou ha spesso notato il rovescio della medaglia quando una nazione sovrana ha la valuta di riserva mondiale. O la valuta è sopravvalutata, portando il Paese a grandi deficit commerciali. Oppure (se il Paese emittente cerca di evitarlo limitando l’offerta della propria valuta), la crescita mondiale ne risentirà. Non fraintendetemi: non sostengo che la Cina e altri partner commerciali giochino in modo equo. Dico che l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono sfidare il deficit commerciale è con un forte rallentamento della crescita mondiale o rinunciando al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Il dollaro è nettamente sopravvalutato e rimarrà tale fin quando sarà la valuta di riserva mondiale. Vedo la Cina alla ricerca urgente del modo per evitare il collasso economico che potrebbe comportare una guerra commerciale. Noi siamo le nostre peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale, non solo rischiando una guerra commerciale che infliggerebbe danni ingenti all’economia mondiale, ma anche a causa delle nostre specifiche vulnerabilità, soprattutto e sorprendentemente nell’arena militare. Ignoranza ed autocompiacimento degli USA su questo sono mozzafiato.

La Cina potrebbe piegare gli Stati Uniti
L’adagio rilevante è che se vivi in una casa di vetro, non lanciare pietre. Qualsiasi pena commerciale imponiamo alla Cina, senza dubbio causando qualche sofferenza, non paralizzerà l’economia cinese. Ma se la Cina rispondesse nello stesso modo, piegherebbe gli Stati Uniti. Il motivo: mentre Trump si concentra su acciaio e alluminio, la Cina insieme ad altri Paesi controlla le risorse, in particolare i metalli delle terre rare, di gran lunga più vitali per le nostre forze armate e sicurezza. Ogni anno l’US Geological Survey (USGS), l’agenzia incaricata di fornire dati e analisi sulle risorse naturali e i pericoli, pubblica un annuario che dettaglia riserve mondiali, risorse e produzione di materie prime e minerali. Negli ultimi due decenni i rapporti sono sempre più lugubri. Una volta largamente autonomi per risorse, gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti da altri Paesi, alcuni dei quali, come la Cina, potrebbero facilmente divenire dei nemici. Nessuno può obiettare che non sia intelligente, o vantaggioso per la sicurezza nazionale, dipendere dai nemici sulle risorse cruciali.Il generale dell’aeronautica Robert Latiff avverte
Ho parlato di terre rare prima. In effetti il mio libro del 2011 “Red Alert” era in parte un avviso agli USA sul pericolo derivante dalla nostra crescente inaccessibilità a questi metalli. Nei sette anni passati da allora, non abbiamo fatto nulla per far fronte ai nostri dubbi. Nel suo libro del 2017 “Future War“, il generale dell’aeronautica militare Robert Latiff ha scritto: “L’elettronica di consumo sempre più piccola e capace… dipende in modo cruciale dai metalli delle terre rare… Più preoccupante dal punto di vista degli armamenti, i metalli delle terre rare si trovano su tutti gli aerei ad alte prestazioni, missili ed elettronica avanzata“. Forse più spaventoso in vista delle recenti valutazioni militari è il suo commento: “I magneti delle terre rare consentono il controllo del tiro dei missili altamente manovrabili e ad altissima velocità“.

Missili ipersonici cinesi
La Cina sviluppa missili ipersonici che volano cinque o più volte la velocità del suono e sono estremamente difficili da rilevare o neutralizzare. Possono, senza testata nucleare, affondare una portaerei. Un rapporto della National Academy of Sciences, commissionato dall’US Air Force nel 2016, osservava che quando si tratta di tali tecnologie: “L’assenza in questo Paese di un chiaro percorso all’acquisizione… è in netto contrasto col ritmo febbrile della ricerca nei potenziali avversari… I loro investimenti sono significativi… e le loro realizzazioni in alcuni casi sorprendenti“. A cui si può aggiungere che senza terre rare, “un chiaro percorso di acquisizione” non esiste. Il fatto che il rapporto sia stato scritto nel 2016 e che nei due anni successivi non sia cambiato nulla, è più che sufficiente a tenermi sveglio la notte. Più recentemente due importanti gruppi di riflessione, RAND Corporation e International Institute for Strategic Studies (IISS), hanno pubblicato relazioni di ampio respiro sulla difesa degli Stati Uniti. Il rapporto RAND affermava che le forze statunitensi “non riescono a tenere il passo con le forze modernizzatrici delle grandi potenze avversarie” e “sono mal posizionate per affrontare le sfide chiave in Europa ed Asia orientale“.

La Cina ha già raggiunto il suo obiettivo
Il rapporto IISS fa commenti simili. Ad esempio, afferma: “Gli sviluppi dei nuovi armamenti in Cina e l’ampio progresso tecnologico nella difesa sono volti a favorire la transizione dal “recupero” con l’occidente a divenire innovatore nella difesa globale: in alcune aree della tecnologia della difesa, la Cina ha già raggiunto i suoi obiettivi“. A cui posso aggiungere le valutazioni su ciò che si può vedere, non da ciò che la Cina potrebbe nascondere, che sarebbe enorme. Non asserisco che una qualsiasi mancanza nella nostra supremazia militare sia dovuta unicamente all’assenza di rifornimenti di terre rare, cobalto e altri prodotti essenziali che la Cina controlla virtualmente attraverso possesso naturale e/o capacità di ricostituzione. Ma dovrebbe essere ovvio che è stupido, e contro i nostri interessi nella sicurezza nazionale, fare qualsiasi cosa che rischi di limitarci l’accesso a questi materiali chiave. In altre parole, una guerra commerciale minaccia non solo l’economia mondiale ma anche la nostra capacità di difenderci e di produrre beni consumo di alta qualità. La posizione meno invidiabile in cui ci troviamo non iniziò con Trump, Obama o Bush. Piuttosto, risale a quando Nixon ci tolse il gold standard nel 1971 e alla politica miope che scaturì da tale infame decisione. Siamo mezzo secolo dopo a sperare che una nuova versione del sistema monetario centrato sull’oro possa salvarci.

Oro a 20000 dollari
Ciò spingerà l’oro molto in alto. E se la Cina in qualche modo non ci riesce, probabilmente significherà gravi disordini geopolitici, nel qual caso, l’oro, ancora una volta, è ciò che vorreste possedere. L’oro si prepara a un balzo per forza e durata impressionanti. Eric, il prezzo dell’oro sarà di almeno 20000 dollari e probabilmente di più, e i lettori di KWN non dovrebbero più rimanerne fuori: è troppo tardi perché il tempo sta per scadere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

Noam Chomsky spiega quello che si nasconde dietro la chiamata alle armi con “l’intervento umanitario”

Telesur

“Quasi ogni atto aggressivo di una grande potenza è giustificata per motivi umanitari”, afferma l’intellettuale statunitense Noam Chomsky in un’intervista esclusiva .

In un’intervista esclusiva con teleSUR, il noto attivista intellettuale e politico Noam Chomsky affronta il concetto di “intervento umanitario”, che, sostiene , viene utilizzato come pretesto per un violento attacco militare guidato dalle potenze globali, in particolare gli Stati Uniti.

“Dal punto di vista dell’aggressore è un intervento umanitario, ma non è lo stesso dal punto di vista delle vittime. Probabilmente, se avessimo i documenti di Attila l’Unno, troveremmo le stesse giustificazioni”, ha detto Chomsky.

La prima volta che il termine “intervento umanitario” è stato ampiamente discusso sia nel diritto internazionale sia nelle organizzazioni globali è stato sulla scia dell’intervento della NATO in Serbia.

Nel 1996, i gruppi secessionisti in Kosovo, sostenuti dall’esercito albanese, hanno compiuto attacchi terroristici sul territorio jugoslavo, che a loro volta hanno innescato attacchi reciproci da parte della Jugoslavia. Gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno usato questo come scusa per invadere e bombardare la Serbia.

Wesley Clark, il generale responsabile delle forze statunitensi e della NATO durante la guerra in Kosovo, avvertì Washington che un attacco degli Stati Uniti alla Jugoslavia avrebbe solo comportato un’escalation delle atrocità: incapace di attaccare gli Stati Uniti, la Jugoslavia sarebbe stata costretta a rivalersi sul terreno.

La NATO ha quindi lanciato l’Operazione Allied Force, il nome in codice per l’attentato alla Jugoslavia, apparentemente per prevenire ulteriori atrocità. Questo ha intensificato la risposta jugoslava e causato ancora più sofferenze, portando alla fine al processo Slobodan Milosevic in un tribunale criminale internazionale delle Nazioni Unite.

“Se si torna indietro con la mente a quella discussione … era stato un intervento umanitario perché si dovevano fermare le atrocità serbe, e questo è il modo in cui viene presentato in Occidente, al contrario si deve tacere sul fatto che quelle atrocità erano la conseguenza prevista come pretesto per l’invasione “, ha detto Chomsky.

Gli avvocati e gli analisti internazionali hanno in seguito deciso che l’invasione era “illegale ma legittima”, ha detto Chomsky: “illegale a causa di un’evidente violazione del diritto internazionale, ma legittima perché necessaria per fermare le orribili atrocità che hanno seguito l’invasione, quindi hanno semplicemente invertito il cronologia, che è ciò che viene fatto di solito … (Gli Stati Uniti) invasero per prevenire atrocità causate dall’invasione “.

La discussione su cosa sia l'”intervento umanitario” e su come quel concetto possa coesistere con la sovranità è iniziata dopo il genocidio in Ruanda e il massacro di Srebrenica, ma gli eventi in Serbia hanno portato alla conclusione di accordi internazionali.

L’Assemblea Generale U.N. ha quindi emesso una risoluzione sulla “responsabilità di proteggere”, affermando che l’azione militare non può essere intrapresa se non autorizzata dal Consiglio di sicurezza. Questo, in effetti, dà la priorità all’applicazione delle pressioni diplomatiche al fine di garantire che i governi non violino i diritti della propria gente.

Un’altra definizione legale proviene dalla Commissione internazionale per l’intervento e la sovranità statale (ICISS), guidata da Gareth Evans e Mohamed Sahnoun, e include rappresentanti di Canada, Stati Uniti, Canada, Russia, Germania, Sudafrica, Filippine, Svizzera, Guatemala e India .

La commissione ha perfezionato ulteriormente la “responsabilità di proteggere”, aggiungendo una clausola che consente ai gruppi regionali di intervenire “nel caso in cui il Consiglio di sicurezza non accetti di autorizzare l’intervento”, ma “soggetta alla successiva approvazione da parte del Consiglio di sicurezza”.

Quale gruppo regionale può intervenire? Come dice Chomsky: “Ce n’è uno: si chiama NATO, e ciò che sta dicendo è che, anche se il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti non lo autorizza, la NATO è giustificata nell’intervenire”.

In altre parole, ogni volta che gli Stati Uniti o la NATO affermano che l’intervento militare è legale ai sensi del diritto internazionale con l’approvazione del Consiglio di sicurezza, ciò che in realtà significa è che è legale ai sensi del rapporto ICISS e non dell’accordo U.N. dell’Assemblea generale.

“È un bell’esempio di come la propaganda funziona in un sistema potente e ben funzionante”, afferma Chomsky.

Seguendo questo ragionamento, il bombardamento della Libia potrebbe essere considerato un “intervento umanitario” secondo il concetto di “responsabilità di proteggere”: il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una no-fly zone per la Libia e il governo di Gheddafi ha accettato una tregua, ma quando il suo esercito ha continuato verso Bengazi, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno lanciato una campagna di bombardamenti.

Gli attacchi hanno distrutto la maggior parte delle infrastrutture della Libia e ucciso circa 10.000 persone, lasciando la Libia indifesa “come è oggi, nelle mani di milizie preoccupanti”.

Chomsky sostiene che tutto questo abbia permesso alle ultime milizie islamiche di emergere e oggi la Libia rappresenta l’approdo per il flusso di armi e jihadisti nel Levante e nell’Africa occidentale, “che è diventata la principale fonte di terrorismo radicale nel mondo – in gran parte una conseguenza del già ricordato intervento umanitario in Libia.”

“Guardate caso per caso e raramente potrete trovare un esempio che forse potete sostenere possa essere un intervento umanitario”, e tuttavia gli autentici casi umanitari restano “aspramente contrapposti” dagli Stati Uniti.

Iraq e Afghanistan

Chomsky sostiene che le intenzioni degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, tuttavia, fossero molto diverse: “Nel caso dell’Afghanistan, sospetto che fosse solo una vendetta, probabilmente come Abdul Haqq ha detto: volevano” mostrare i loro muscoli “. ‘qualcuno ci ha attaccato, mostreremo al mondo che possiamo attaccare qualcuno ancora più duramente.’ “

Questa mentalità riecheggia nel commento nucleare di Trump alla Corea del Nord di avere “un bottone più grande di te”. Come sottolinea Chomsky, non c’era “alcuno scopo strategico o strategia recondita.

L’Iraq, dice, è una storia diversa: “L’Iraq è un paese che (gli Stati Uniti) hanno voluto invadere”, a causa delle sue risorse e della sua posizione strategica nel mezzo della più grande regione petrolifera del mondo.

“Che puoi capire sui tradizionali motivi imperiali, ma sospetto che l’Afghanistan sia davvero più o meno ciò che Abdul Haqq ha detto.”

Sorgente: Noam Chomsky spiega quello che si nasconde dietro la chiamata alle armi con “l’intervento umanitario”

Il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2017-2019

Quattro esempi per tre sezioni: Niger, Schengen militare e missione nucleare dell’F-35, Italia potenza militare
esercitazione bersaglieri
Il motivo principale per cui l’Italia ha scelto il caccia F-35: la capacità di eseguire una missione nucleare
28 gennaio 2018 – Rossana De Simone

Il Documento programmatico pluriennale (DPP) per la Difesa per il triennio 2017-2019, presentato alle Commissioni difesa di Camera e Senato nell’agosto 2017, costruisce l’evoluzione del quadro strategico nella dimensione militare sulla base dell’analisi geopolitica internazionale delineata nel Libro Bianco 2015 e si presenta suddiviso in tre parti: impegni nazionali della Difesa, sviluppo dello strumento nazionale e bilancio della difesa. https://www.difesa.it/Content/Documents/DPP/DPP_2017_2019_Approvato_light.pdf

Impegni nazionali della Difesa: Niger

Come sottolineato nel Libro Bianco della difesa, tra le priorità geo-strategiche del Paese vi sono la sicurezza della regione euro-atlantica, l’area euro-mediterranea e quella mediorientale. L’area euro-mediterranea è la regione “su cui si incentra il focus strategico nazionale” in quanto è uno spazio geopolitico estremamente interconnesso che negli ultimi anni ha visto aumentare drammaticamente l’instabilità, la conflittualità e l’insicurezza al suo interno. L’affermazione di gruppi terroristici hanno alimentato i flussi migratori e messo a rischio la libertà dei traffici commerciali e la sicurezza energetica. Tale minaccia, secondo la politica estera e di difesa italiana, permette di legittimare il superamento dei tradizionali concetti di “sicurezza” e “difesa”. In definitiva l’Italia deve divenire un attore della sicurezza globale capace di esercitare un ruolo di responsabilità a livello internazionale, operare non solo per la salvaguardia degli interessi nazionali, ma anche per la protezione e la tutela delle popolazioni nelle aree di crisi, e sviluppare la promozione di livelli crescenti di sicurezza e stabilità globale. Insomma economia, energia, migrazioni e sicurezza riguardano l’interesse nazionale e la politica di difesa, e avvallano l’uso dello strumento militare.

In questa cornice si inserisce l’approvazione della missione in Niger “Cresce impegno nell’area mediterranea, si dimezza presenza in Iraq. I militari italiani in Africa sono fondamentali per l’interesse nazionale” https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/cresce-impegno-area-mediterranea-dimezza-presenza-in-iraq.aspx Questa affermazione del ministro Pinotti deve essere letta sotto vari aspetti:

1 – Il Niger è un paese ricco di risorse minerarie: carbone, ferro, fosfati, oro, petrolio e soprattutto uranio (quinto paese al mondo per estrazione dell’uranio al opera della multinazionale francese Areva). L’Africa è molto importante per l’ENI (presente in Tunisia, Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Ghana, Libia) che assume il ruolo di “motore degli interessi strategici dell’Italia nel mondo (Gentiloni)”.

2 – Collocazione internazionale dell’Italia: necessità di inserirsi nello storico asse Francia-Germania nel campo della difesa europea (Pesco). La Germania contribuisce insieme alla Francia alla “stabilizzazione” (o meglio colonizzazione) della zona sahariana con forze sul terreno, a cui si sono aggiunte quelle statunitensi.

3 – Integrazione fra lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina.

In questa prima parte del documento sono riportate tabelle che indicano il livello di pace globale, la rotta dei migranti nel Mediterraneo centrale, l’evoluzione degli impegni operativi internazionali e nazionali compresa l’emergenza sismica. Alla base dell’analisi sulla complessità del contesto globale vi è la tendenza a teorizzare un mondo estremamente instabile e conflittuale in cui i cambiamenti climatici, il disagio sociale, la competizione per l’approvvigionamento delle risorse naturali, i mutamenti climatici, la pervasività delle nuove tecnologie e il rischio di conflitti tradizionali/ibridi giocano un ruolo fondamentale. L’interconnessione fra gli attori e fattori che si affacciano a livello mondiale ha determinato due movimenti apparentemente contraddittori: globalizzazione (anche finanziaria) e frammentazione tenuti insieme dalla centralità delle reti informatiche che ha esteso la conflittualità nello spazio cibernetico.

Sviluppo dello strumento nazionale: Schengen militare e missione nucleare dell’F-35

Prima di entrare nel merito della seconda parte è necessaria una premessa per capire come la politica estera e militare dell’Unione europea sia subordinata alla strategia statunitense.
La National defense strategy https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905-2.pdf , rilasciata dal Pentagono nel mese di dicembre 2017, si basa su quattro pilastri e tre sfide: proteggere la patria, promuovere la prosperità, la pace attraverso la forza (anche quella nucleare per mantenere il potere in ogni dominio) e far progredire l’influenza americana. Parallelamente i competitor sono i poteri revisionisti (che intendono rivedere gli equilibri mondiali in funzione anti americana) della Cina e Russia (che possono essere sia alleati sia concorrenti), i regimi canaglia come la Corea el Nord e gli attori transazionali come ISIS. Elbridge A. Colby, assistente del segretario alla Difesa James Mattis, ha dichiarato che quella presentata non è una strategia di scontro ma che conosce la realtà della competizione. Una strategia dunque che ha bisogno di costruire una forza letale, rafforzare le alleanze e riformare la struttura della difesa. Nuove capacità e alleanze più forti servono per essere più agili e letali e per convincere gli alleati a spendere di più per la difesa. L’Italia è un paese accusato di spendere poco per la difesa anche dalla NATO: “Non ci aspettiamo, afferma Stoltenberg, che tutti gli alleati rispettino l’obiettivo del 2% immediatamente, ma ci aspettiamo che tutti gli alleati fermino i tagli al settore e inizino ad aumentare la spesa per la difesa. Ed è questo il caso anche dell’Italia”.

A difesa dell’Italia è intervenuta Elizabeth Braw, professore associato presso il Consiglio Atlantico, in un articolo in cui afferma che in America l’esercito italiano viene rappresentato come la “polizia d’Europa” perché impegnata a salvare migranti e in moltissimi fronti: dall’Afghanistan ai Balcani. http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_23/elogio-stampa-usa-militari-italiani-poliziotti-d-europa-4cfaf648-87f9-11e7-a960-ee4515521d95.shtml

Elisabeth Braw aveva scritto nel 2016 un articolo per Foreign Affairs, rivista del Council on Foreign Relations, dal titolo “A Schengen Zone for NATO” in cui sosteneva la necessità di creare una “Schengen militare” affinché le truppe nei paesi della Nato, per rispondere all’aggressione russa, potessero muoversi senza alcun ritardo: “Gli stati membri della Nato sono desiderosi di difendersi l’uno con l’altro, e hanno truppe e equipaggi per farlo…. ma una cosa che frustra i comandanti è evidente: le difficoltà burocratiche da adempiere per far passare le truppe da un confine all’altro…Al prossimo summit di Varsavia i membri della Nato discuteranno di risposte unitarie contro l’aggressione russa e probabilmente decideranno di stazionare quattro battaglioni – circa 4 mila truppe – negli stati baltici e Polonia. Ma con la Russia che sta formando due nuove divisioni nelle regioni occidentali, al confine con gli Stati Baltici, 4 mila truppe in più potrebbero non essere sufficienti a fronteggiare un potenziale attacco”.

Nell’articolo “Eucom chiede una zona militare di Schengen in Europa” si riprende quanto già affermato nel documento sulla strategia USA: “L’obiettivo è consentire alla forza militare di muoversi liberamente nel teatro europeo…la velocità di reazione resta fondamentale… Più di ogni altra cosa abbiamo bisogno di una zona militare di Schengen che permetterebbe ad un convoglio militare di muoversi liberamente in tutta Europa. Adesso non è così”. http://www.ilgiornale.it/news/eucom-chiede-zona-militare-schengen-europa-1426522.htmlhttps://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen . L’intervista più interessante è però quella dell’eurodeputato Urmas Paet, ex ministro degli Esteri estone e relatore del rapporto “Unione europea di difesa”, in relazione al ruolo dell’EDA (Agenzia europea per la difesa): “Lei afferma che al di là della ricerca sulla difesa, l’UE potrebbe anche finanziare il supporto logistico alla difesa. A che tipo di supporto logistico ti stai riferendo? Oggi abbiamo il problema che manca ancora una “Schengen militare”. È piuttosto complicato e dispendioso in termini di tempo spostare truppe e attrezzature da uno Stato membro dell’UE a un altro. Questo a volte può richiedere giorni se non settimane. Tuttavia, quando si profila una crisi e vogliamo essere proattivi, dobbiamo essere molto più efficaci e più veloci in questo campo. Pertanto, le norme e le procedure applicabili alle truppe mobili e alle attrezzature militari all’interno dell’UE dovrebbero essere riformate. Alcuni finanziamenti dell’UE dai fondi strutturali potrebbero andare a progetti che sostengono le nostre forze armate come strade, ponti, caserme, ecc. In questi settori, l’UE può essere molto più favorevole alla difesa europea” https://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen

L’Unione Europea aveva già deciso nel 2015 che “Per gli Stati Ue che partecipano ai programmi dell’Agenzia europea per la Difesa è prevista l’esenzione Iva per le spese di procurement militare. Secondo il direttore esecutivo dell’agenzia la misura è “una grande opportunità di business e risparmio per gli stati”. http://www.eunews.it/2015/11/05/niente-piu-iva-sulle-spese-militari-per-la-difesa-ue/44523

Nel Documento programmatico si fa riferimento alla “capacità di muovere rapidamente uomini, mezzi e materiali nelle aree d’interesse [in quanto] rimarrà un fattore essenziale per contenere potenziali crisi prima che le stesse possano svilupparsi”, e inserisce fra i programmi operanti la voce Infrastrutture NATO: il programma attiene alla realizzazione, con fondi del NATO Security Investment Program, di infrastrutture operative per soddisfare le esigenze dell’Alleanza. Oneri definiti annualmente in ragione della percentuale di partecipazione dell’Italia al NSIP e degli impegni assunti in ambito NATO. La spesa annua prevista è di 66,6 milioni per il 2017/18/19 e di 199,7 milioni dal 2020 al 2022. Tuttavia non ci sono solo le infrastrutture cosiddette “materiali” ad essere considerate, ma anche quelle “immateriali” che riguardano le reti di telecomunicazione. Due esempi diversi sono l’ottimizzazione delle reti Intranet delle Forze armate per collegamento alla rete unificata della Difesa e il porto di Livorno. Nel primo caso l’Italia si è dotata del sistema satellitare SICRAL (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed Allarme) per le telecomunicazioni “Il sistema è in grado di garantire l’interoperabilità tra le reti della Difesa, della sicurezza pubblica, dell’emergenza civile e della gestione e controllo delle infrastrutture strategiche. Con SICRAL le Forze Armate Italiane dispongono di capacità satellitare proprietaria nelle comunicazioni satellitari per i collegamenti strategici e tattici sul territorio nazionale e nelle operazioni fuori area, con piattaforme terrestri, navali ed aeree”, associato al sistema Cosmo SKYMED per l’acquisizione di immagini e sorveglianza per mantenere la capacità di monitoraggio delle aree di interesse strategico.

Per quanto riguarda il porto di Livorno si stanno potenziando gli scali fluviali e ferroviari della base americana fra Pisa e Livorno. “Ponte mobile e nuova ferrovia: la base Usa sarà potenziata. Maxi progetto con la realizzazione di opere strategiche militari e per la sicurezza nazionale” http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/05/26/news/ponte-mobile-e-nuova-ferrovia-la-base-usa-sara-potenziata-1.15397995

Un caso particolare è simboleggiato dalla Sicilia in quanto rappresenta un hub dell’intelligence americana. Non solo per il Muos di Niscemi, sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, per la base Nato di Sigonella, il complesso portuale di Augusta, le stazioni aeree di Birgi e le stazioni radar, ma per Sicily Hub, snodo importante per la struttura della rete Internet che veicola il traffico dati attraverso cavi sottomarini già attenzionata dalla NATO. “Il Mediterraneo è un bacino strategico in cui si sono già verificati sabotaggi ai cavi sottomarini: La Russia si sta chiaramente interessando alle infrastrutture sottomarine delle nazioni Nato”. L’apparente attenzione dei russi sui cavi che forniscono connessioni Internet e altre comunicazioni verso il Nord America e l’Europa, potrebbe dare al Cremlino il potere di tagliare o attingere a linee dati vitali”. https://www.washingtonpost.com/world/europe/russian-submarines-are-prowling-around-vital-undersea-cables-its-making-nato-nervous/2017/12/22/d4c1f3da-e5d0-11e7-927a-e72eac1e73b6_story.html?hpid=hp_hp-top-table-main_russiasubs712pm%3Ahomepage%2Fstory&utm_term=.6f8b9205f535

Sicily Hub di Palermo è un nuovo data center, snodo fondamentale per lo scambio di traffico internet generato in Africa, Mediterraneo e Medio Oriente, realizzato da Sparkle (Telecom) e De-Cix, gestore di una internet exchange neutrale tra le più importanti nel mondo (altri sono quelli di Francoforte, Marsiglia, Londra e Amsterdam). Un altro punto nodale è quello operato da Fastweb e Med Opern Hub. “La Sicilia al centro del traffico dati: le reti sottomarine” http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/palermo_si_accende_l_hub_neutrale_di_carini_la_sicilia_al_centro_del_business_tlc-164047993/
Sostanzialmente nella povera Sicilia, drammaticamente insufficiente nelle infrastrutture principali, trasporto ferroviario, strade, ponti e rete idrica, si gioca una battaglia per il controllo dell’informazione:“Il grande orecchio americano in ascolto dai cavi di Palermo” http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-25/grande-orecchio-americano-ascolto-063713.shtml?uuid=AbnNrRxI&

“Una volta si diceva che l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, adesso è diventata una porta per tutte le comunicazioni del Mediterraneo: lo snodo strategico per il traffico internazionale di telefonate, mail, Web” http://espresso.repubblica.it/internazionale/2013/10/24/news/cosi-ci-spiano-stati-uniti-e-gran-bretagna-1.138890
Mappa dei cavi sottomarini dove passa il 90% delle informazioni mondiali https://www.submarinecablemap.com/

La costruzione di un apposito Comando interforze per le operazioni cibernetiche (CIOC) deve dirigere e coordinare operazioni militari nello spazio cibernetico in collaborazione con NATO e UE. Attraverso l’elaborazione Piano nazionale per la sicurezza https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2017/05/piano-nazionale-cyber-2017.pdf , deve individuare gli obiettivi funzionali necessari a garantire la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale. http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/04/indag/c04_cibernetico/2017/01/25/indice_stenografico.0009.html

In questa seconda parte del DPP sono indicati gli indirizzi strategici, l’analisi delle esigenze operative e le linee di sviluppo dello strumento militare e i principali programmi d’investimento della difesa in esecuzione e di quelli che si ritiene necessario avviare.
Oltre al potenziamento degli strumenti di difesa cibernetica e nell’ambito dell’intelligence, le altre componenti che esprimono “la piena operatività dello Strumento militare” sono quella navale, aerospaziale e terrestre.

Programma Interforze: sistema NGIFF (Leonardo) per rendere gli assetti nazionali in teatri operativi pienamente interoperabili con le forze dei paesi NATO. Velivolo Joint Airborne Multisensor Multimission System per lo sviluppo della capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione in sostituzione di Alenia G222VS (accordo stipulato tra Italia e Israele nel 2012). Dispositivo crittografico per ammodernamento delle capacità crypto della NATO. Sistemi satellitari: Sicral e Cosmo Skymed. Pantera: sistema di analisi delle informazioni. Velivolo NH-90 (Airworthiness).

Programma Esercito: Carro armato Ariete (ammodernamento). Disturbatori di frequenza portabili contro gli RC-IED. Per le Forze speciali è previsto l’acquisizione di materiali d’armamento, equipaggiamenti, dispositivi optoelettronici per la visione notturna/sorveglianza e veicoli speciali. Costituzione di un Centro Security Force Assistance per la formazione.

Programma Marina: Forse speciali G.O.I – Gruppo operativo Incursori. Capacità di aviolancio con battelli gonfiabili chiglia rigida RHIB. Giubbotti anti proiettili per nuclei ispettivi Brigata Marina San Marco rispondenti alle operazioni di traffici illeciti di migranti e salvaguardia degli interessi nazionali. Nuovo siluro pesante U-212A.

Programma Aeronautica: Sistema d’arma EC-27J variante da guerra elettronica del velivolo C-27J. Forze speciali A.M. Potenziamento delle capacità operative degli Incursori. Aeromobili a pilotaggio remoto (capacità di contrasto classe mini/micro. Aggiornamento stazioni di pianificazione del sistema d’arma “Storm Shadow”. Aggiornamento della piattaforma Predator. Capacità aerea non convenzionale della piattaforma avionica del velivolo Tornado (decontaminazione equipaggi) per il mantenimento delle capacità di Force Protection in ambiente degradato.
I programmi in attesa di finanziamenti riguardano la Preparazione alle forze, Proiezione delle forze, Protezione delle forze e capacità d’ingaggio, Sostegno delle forze, Comando e controllo e Superiorità conoscitiva.
Fra i programmi operanti nella voce “Spese non riconducibili a capacità” è inserita la Ricerca scientifica e tecnologica (48,1 milioni annuali per tre anni). I programmi riguardano il settore sistemi/armamenti terrestri, sistemi/armamenti navali, sistemi/armamenti aerei, informatica, sanitaria e sistemi di gestione della difesa.

I programmi più costosi fra quelli operanti, che superano i 100 milioni annui, troviamo il programma NH-90 (elicotteri di trasporto tattico)avviato in cooperazione con Francia, Germania ed Olanda. Costo complessivo per 116 elicotteri 4.068,53 milioni. Nel triennio la spesa è di 600 euro finanziati dal MISE.
Unità navale LHD. Fabbisogno complessivo 1.171,3 milioni. Nel triennio 589,8 milioni finanziati dal MISE.
Programma per fregate FREMM avviato con la Francia. Fabbisogno complessivo 5.992,3 milioni. Nel triennio 477,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma per pattugliatori d’altura PPA. Fabbisogno complessivo di 3.853,6 milioni. Nel triennio 1.285,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma velivoli F-2000 (EFA) in cooperazione con Germania, Regno Unito e Spagna. Fabbisogno complessivo 21.100 milioni. Nel triennio 1.729 finanziati dal MISE.
Programma elicotteri HH-101 CSAR. Fabbisogno di 1.050 milioni. Nel triennio 361 milioni finanziati dal MISE.

Ultimo programma, perché più importante e costoso, è il caccia Joint Strike Fighter F-35. Programma in cooperazione con USA, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia e Turchia. Fabbisogno complessivo per la FASE 1 di 7.093 milioni di euro. Nel triennio la previsione di spesa è di 2.198 milioni finanziati dal Ministero della Difesa. La FASE 2 sarà avviata dal 2021 e comporterà il finanziamento di talune componenti a lunga lavorazione dei velivoli ad essa associati già a partire dal 2019, con contribuzioni al momento non ancora definite. Nella tabella viene prevista una spesa dal 2020 al 2022 di 2.217 milioni.
Ma perché il caccia F-35 è il programma più importante della Difesa? Questo programma iniziato nel 1996 avrebbe dovuto completarsi nel 2012, ma una serie infinita di problemi ne ha rinviato la data a metà del 2030. Secondo l’ultima previsione effettuata dal governo degli Stati Uniti i costi del programma sono balzati dai 147 miliardi di euro previsti nel 2001 ai 240 miliardi di euro di quest’anno. Come accade in Italia, anche il Ministero della Difesa britannico è stato incolpato di non fornire una stima dei costi di acquisto, manutenzione e gestione, limitandosi a indicare una cifra complessiva fino al 2026. Il The Times ha pubblicato una serie di articoli in cui si riportano affermazioni gravi “è troppo costoso, inaffidabile, pieno di problemi tecnici e potenzialmente pericoloso. https://publications.parliament.uk/pa/cm201719/cmselect/cmdfence/326/32608.htmhttps://www.parliament.uk/business/committees/committees-a-z/commons-select/defence-committee/news-parliament-2017/f35-procurement-report-published-17-19/

Negli USA è il Pentagono ad affermare che gli sforzi per migliorare l’affidabilità sono “stagnanti”: Why the Pentagon Isn’t Happy With the F-35 https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-01-24/lockheed-f-35-s-reliability-progress-has-stalled-pentagon-told Tuttavia all’interno del Pentagono vi sono voci discordanti. Ad esempio sul fatto che l’F-35 abbia ancora notevoli problemi tecnici (la versione A non ha ancora raggiunto la Full Operational Capability FOC e sulla certificazione IOC, Initial Operational Capability, il Joint Program Office ha enumerato seri problemi che la rendono “fumo negli occhi”). Come fa un velivolo progettato con l’obbligo di trasportare il carico utile nucleare portare avanti tale missione se i collaudi hanno evidenziato l’impossibilità di usare un cannone o l’uso di armamento stand off (bombe guidate di precisione) perché non ha la capacità di illuminare i bersagli per le missioni CAS (missione svolta da aerei da attacco al suolo ai quali è richiesto di attaccare le forze di terra nemiche)? Eppure per il tenente gen. Chris Bogdan, armare l’F-35 con la bomba nucleare richiederà solo un po’ di addestramento extra per i piloti, nulla di straordinario. http://docs.house.gov/meetings/AS/AS25/20160323/104712/HHRG-114-AS25-Wstate-BogdanUSAFC-20160323.pdf

L’Air Force nel 2015 ha ricevuto 15,6 milioni per lavorare sulla doppia capacità e altri 4,9 milioni nel 2016. Stati Uniti e NATO sembrerebbero pronti ad aiutare gli Stati che non riuscissero a rispettare l’impegno.
In Italia sono stati I gruppi pacifisti e antimilitaristi a denunciare il doppio uso dell’F-35A. Forse perché è questo il motivo principale per cui l’Italia ha scelto questo caccia: la capacità di eseguire una missione nucleare. La versione A prevede hardware e software avanzati per trasportare e rilasciare le nuove bombe nucleari B61-12. Nella scheda emessa dalla Camera “Il programma Joint Strike Fighter- F35” http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/DI0289.pdf la missione nucleare non viene menzionata ma neanche i suoi sostenitori ne hanno mai fatto cenno. L’adesione ufficiale al programma è avvenuta durante il governo D’Alema: il 23.12.1998 che ha firmato il Memorandum of Agreement per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari.
Nell’articolo “l dibattito sulle armi nucleari tattiche in Italia: tra impegni di disarmo e solidarietà atlantiche” http://www.iai.it/sites/default/files/iai1104.pdf si legge che “Nonostante l’esplicito impegno a “creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari”, il nuovo Concetto strategico della Nato adottato a Lisbona il 19 novembre 2010 ribadisce che “fintanto che ci sono armi nucleari nel mondo, la Nato rimarrà un’Alleanza nucleare”. Cinque paesi dell’Alleanza atlantica, Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia continuano ad ospitare armi nucleari tattiche (Ant) statunitensi all’interno dei propri confini”. In Italia è ancora dominante l’idea, colta da Lawrence Freedman, che la Nato non sia una “semplice alleanza militare”, ma un elemento fondamentale per il mantenimento di una comunità transatlantica; “i fattore critico nella garanzia nucleare degli Usa verso l’Europa non è la credibilità della strategia, ma l’autenticità della ‘comunità atlantica’”.

Dunque l’Italia non si pone il problema che la condivisione nucleare, utilizzando velivoli a doppio uso (fino a ora il Tornado), violi l’articolo I del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). L’Italia non è una nazione nucleare secondo i termini del TNP, ma rimane parte degli accordi di condivisione nucleare della NATO: “Assessing an F-35-based nuclear deterrent” http://www.basicint.org/sites/default/files/Assessing%20an%20F-35-based%20nuclear%20deterrent.%20%20Kevan%20Jones%20MP..pdf

Nell’articolo “Il disarmo nucleare è a rischio”, il direttore della Stampa scrive che Washington e Mosca hanno iniziato ad accusarsi di violare il Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Inf), ponendo le premesse per una corsa al riarmo nucleare e innescando un domino di imprevedibili rischi per la sicurezza dell’Europa. http://www.lastampa.it/2017/10/29/cultura/opinioni/editoriali/il-disarmo-nucleare-a-rischio-NscDFBMLwV2Q3ipam4gVAI/pagina.html
Perchè Trump vuole testate nucleari a basso rendimento? “Lo scopo finale delle armi nucleari è il medesimo elaborato alla fine degli anni ’40: scoraggiare un attacco armato contro gli Stati Uniti e proteggere i suoi alleati. Per definizione, “gli asset nucleri sono uno strumento per impedire l’aggressione di qualsiasi tipo contro gli interessi nazionali e vitali dell’America”. E’ il concetto della garanzia politica. E’ il medesimo che si applica, ad esempio, per la bomba nucleare tattica guidata B-61 in Europa. Le B-61 dovrebbero rappresentare un deterrente strategico ritenuto in grado di dissuadere anche gli stessi alleati dallo sviluppare armi nucleari fatte in casa. Vanno quindi intese come una garanzia politica degli Stati Uniti, che ne detengono la proprietà e la discrezionalità, a protezione dell’Europa. La responsabilità condivisa per le armi nucleari si basa sulla solidarietà degli alleati della Nato e l’unità di intenti a protezione dell’integrità territoriale. Ma è ancora valido il concetto di arma nucleare tattica o arma nucleare non strategica? No. Non esiste alcuna arma nucleare tattica” http://www.ilgiornale.it/news/mondo/perch-trump-vuole-testate-nucleari-basso-rendimento-1483778.html

Secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists le lancette del Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse che simboleggia l’avvicinamento dell’umanità al punto di non ritorno, ora mancano due minuti alla mezzanotte, soglia oltre la quale l’impatto dell’uomo sul pianeta sarà irreversibile. Oggi, secondo gli esperti, il rischio di un simile scenario non è mai stato così alto, soprattutto a causa di due minacce gemelle: le armi nucleari e i cambiamenti climatici. “Si tratta naturalmente di una valutazione, che gli esperti multidisciplinari del Bulletin fanno valutando tutti i fattori geopolitici che aggravano e avvicinano il rischio della guerra nucleare” scrive Angelo Baracca sul sito del Forum contro guerra. Il Forum aveva organizzato il 20 gennaio davanti alla base di Ghedi (che ospita le B61 e che riceverà quelle aggiornate B61-12) una manifestazione per dire no alle guerre e si al disarmo nucleare. Al termine della manifestazione si è annunciato un rilancio della mobilitazione antinucleare attorno a tutti i luoghi nevralgici del Potere nucleare in Italia, dalle aerobasi ai porti, dai siti di stoccaggio ai luoghi di produzione dei vettori (in Italia gli F35), in tutti quei luoghi cioè dove non si ha la certezza assoluta che queste armi non ci siano. Una iniziativa alla Base di Aviano il 18 marzo 2018 è il prossimo appuntamento. http://www.forumcontrolaguerra.org/2018/01/26/guerra-nucleare-piu-vicina/

Il bilancio della difesa: Italia potenza militare

Secondo diversi studi che analizzano fattori diversi, l’Italia è ottava o undicesima potenza militare nel mondo. Credit Suisse, società di servizi finanziari con sede in Svizzera, nel suo report sulla ricerca e sviluppo, dopo aver preso in considerazione il budget stanziato per la spesa militare, numero di personale impegnato e livello di addestramento, avanzamento tecnologico delle armi, numero di aeromobili/aircraft, carri armati, sottomarini da guerra, disponibilità di eventuali armi nucleari (armate e totali) e sistemi di alleanze, ha inserito l’Italia all’ottavo posto. http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=EE7A6A5D-D9D5-6204-E9E6BB426B47D054
GlobalFirepower, altra società che fornisce dati riguardanti oltre 130 moderne potenze militari, ha analizzato la potenziale capacità di guerra (convenzionale) di ogni nazione attraverso terra, mare e aria, valori relativi a risorse, finanze e geografia e altri 50 fattori diversi per determinare la classifica annuale. L’Italia viene posta all’undicesimo posto nel mondo e quarta in Europa. https://www.globalfirepower.com/countries-listing-europe.asphttps://www.globalfirepower.com/countries-listing.asp

La terza parte del DPP che illustra il bilancio della difesa mostra dei grafici riepilogativi dei bilanci destinati dal 2008 al 2017. Da questi si possono ricavare almeno due considerazioni: le spese totali possono essere calcolate prendendo in considerazione gli stanziamenti a bilancio ordinario, quelli delle missioni internazionali (997,2 milioni), i contributi del MISE per i programmi tecnologicamente avanzati (2.550 milioni di cui 25 nel triennio vigente) e i costi dell’Arma dei Carabinieri, oppure considerando solo il bilancio ordinario. Il grafico che illustra le risorse destinate alla difesa vede un picco nel 2011 con la cifra di 24.174,3 mentre nel 2017 lo stanziamento è pari a 23.478,3. Se si fa riferimento al solo bilancio ordinario della difesa il picco si trova nel 2008 con 21.132,4 e nel 2013 con 20.702,3 milioni. Nel 2017 lo stanziamento è pari a 20.269,1.

Se si guardano invece i grafici sul rapporto spese per la difesa/pil 2008-2017 emerge che se si considerano le risorse della difesa il pil è pari a 1,37%, mentre con il solo bilancio ordinario si scende all’ 1,19% e a 0,80 se si esclude la funzione difesa del territorio.
Gli stanziamenti per le missioni internazionali hanno visto un picco nel 2011 con 1.497 milioni. Nel 2017 è pari a 997,2 milioni.
L’incremento dei finanziamenti del MISE è pari al 78% passando da 1.515,2 del 2008 a 2.704 milioni del 2017.
La funzione difesa del 2017 vede una spesa di 9.799 milioni per il personale, 1.272 milioni per l’esercizio e 2.141 milioni per l’investimento.
Il personale militare è diminuito di 1501 unità. La voce esercizio considera la formazione e l’addestramento, manutenzione e supporto logistico, funzionamento Enti, comandi e Unità ed esigenze interforze. Vi è stata una riduzione delle risorse dai 2,7 miliardi ai 1,3 attuali.

Il settore investimento riguarda quella parte di spesa che serve a dotare un esercito di mezzi, materiali ed equipaggiamenti tecnologicamente avanzati. Ed è esplicitamente la parte di spesa che interessa l’industria bellica (che non manca mai di lamentarsi della scarsità di fondi statali). Le risorse previste per l’anno 2017, 2018 e 2019 sono rispettivamente di 2.141,1 milioni, 2.122,8 e 2.164,1 a cui bisogna aggiungere però i finanziamenti MISE. Con entrambi i finanziamenti sono stati e sono sostenuti i programmi dei velivoli EFA, le fregate FREMM, i veicoli blindati VBM 8×8, l’elicottero NH-90, il programma navale, l’elicottero AW-101 Combat SAR, la digitalizzazione della componente terrestre FORZA NEC, i velivoli M-346 e T-345 e il sistema di controllo del territorio per l’Arma dei carabinieri SI.CO.TE.

Con la legge n. 208 del 2015 https://www.difesa.it/Amministrazionetrasparente/Pagine/Programma-Biennale-degli-acquisti-di-beni-e-servizi-e-relativi-aggiornamenti-annuali.aspx sono stati avviati i programmi di ammodernamento dei sistemi missilistici antiaereo a medio raggio FSAF e PAAMS (consorzio EUROSAM), del futuro elicottero di esplorazione e scorta (FEES) e Blindo Pesante Centauro 11.
Nella voce Funzione sicurezza del territorio viene compresa la sfera militare (che riguarda la difesa della Patria, partecipazione alle operazioni militari anche all’estero e altro) e la sfera di ordine e sicurezza pubblica (controllo del territorio, contrasto alla criminalità organizzata e comune, tutela dell’ordine pubblico).
Se si comprendono anche le funzioni del Corpo forestale dello stato, 492 milioni, lo stanziamento è pari a circa 6.519,8 milioni. La funzione sicurezza del territorio è così suddivisa: personale 6.145,7 milioni, esercizio 345,8 milioni e investimento 28,3 milioni.
Vi sono poi le spese per funzioni esterne: rifornimento idrico delle isole minori, contributi a vari enti e associazioni, indennizzi per servitù militari, esercizio del satellite meteorologico METEOSAT e EUMETSAT (satelliti europei), ammortamento mutui alloggi. Per il 2017 sono previsti 141 milioni, 135,6 e 135,3 per il 2018 e 2019. Per le pensioni provvisorie del personale in ausiliaria sono previsti 396,5 milioni nel 2017, 399,5 e 400,5 milioni nel 2018 e 2019.
Infine il DDP fa riferimento al bilancio della difesa in chiave NATO. Il budget in chiave NATO si discosta da quello della Difesa perché detrae o aggiunge voci in maniera diversa.

thanks to: PeaceLink

Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho

Sputnik 24/09/2016 Un caccia F-35A s’è incendiato sulla Mountain Home Air Force Base, nello Stato dell’Idaho, informava l’US Air Force. “Il pilota è dovuto uscire dal velivolo all’avviamento del motore a causa dell’incendio a poppavia del velivolo“, dichiarava il portavoce dell’US Air Force capitano Mark Graff in una dichiarazione scritta fornita a Defense News. L’incidente è avvenuto verso mezzogiorno del 23 settembre. Secondo Graff, l’incendio è stato rapidamente spento e non ci sono stati feriti gravi. “Come misura precauzionale, quattro tecnici della 61.ma Unità di manutenzione, tre avieri del 366° Gruppo di manutenzione e un pilota del 61° Squadrone da caccia sono stati portati nel centro medico della base per una diagnosi”, dichiarava Graff. La causa dell’incendio viene indagata. Secondo Defense News, vi sono attualmente 7 F-35A della Luke Air Force Base, in Arizona, schierati nella Mountain Home AF Base per le manovre superficie-aria del 10-24 settembre.

Sorgente: Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho | Aurora

No alle bombe nucleari in Italia

a cura di Pax Christi

“Settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. A distanza di tanto tempo, questo tragico evento suscita ancora orrore e repulsione. Esso è diventato il simbolo dello smisurato potere distruttivo dell’uomo quando fa un uso distorto dei progressi della scienza e della tecnica, e costituisce un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari e ogni arma di distruzione di massa”.
Papa Francesco, 9 agosto 2015
———————————————————————–
No alle bombe nucleari in Italia
APPELLO DEL CONVEGNO «IL RUOLO DELLA NATO NELLA GUERRA MONDIALE A PEZZI», promosso da Pax Christi, “Mosaico di pace”, Comunità Le Piagge, Unione suore domenicane S. Tommaso d’Aquino, Comitato No Guerra No Nato, S. Niccolò, PRATO, 11 GIUGNO 2016
Sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti – documenta la U.S. Air Force – le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia e altri paesi europei.
La B61-12 – documenta la Federazione degli scienziati americani (Fas) – non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con una potenza media pari a quella di quattro bombe di Hiroshima; un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Le B61-12, che gli Usa si preparano a installare in Italia, sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese e lo espongono quindi a una rappresaglia nucleare.
Secondo le stime della Fas, gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180. Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano le B-61, destinate ad essere sostituite dalle B61-12.
Foto satellitari – pubblicate dalla Fas – mostrano che, per l’installazione delle B61-12, sono già state effettuate modifiche nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre.
L’Italia, che fa parte del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma – dimostra la Fas – anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare con cacciabombardieri italiani sotto comando Usa.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
Chiediamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, attenendosi a quanto esso stabilisce, chieda agli Stati uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinunciare a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.
Liberare il nostro territorio nazionale dalle armi nucleari, che non servono alla nostra sicurezza ma ci espongono a rischi crescenti, è il modo concreto attraverso cui possiamo contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari che minacciano la sopravvivenza dell’umanità.
——————————————————————————————–
BOZZA DI MOZIONE DA PROPORRE AI PARLAMENTARI
Considerato che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
Considerato che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.
Considerato che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Considerato che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.
Considerato che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.
Considerato che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
I proponenti chiedono al Governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.

Sorgente: www.ildialogo.org No alle bombe nucleari in Italia,a cura di Pax Christi

Putin: Russia will respond to ‘aggressive NATO rhetoric’

Russia will take adequate measures to counter NATO’s increasingly “aggressive rhetoric,” President Vladimir Putin told MPs at the closing session of the State Duma. He called to create an international security system open to all countries.

It’s necessary to create a collective security system void of “bloc-like thinking” and open to all countries, Putin said on Wednesday in Russia’s parliament.

Russia is ready to discuss this extremely important issue,” he said, adding that such proposals have been so far left unanswered by Western countries.

But again, as it was at the beginning of WWII, we don’t see any positive response,” he continued. “On the contrary, NATO ups its aggressive rhetoric and aggressive actions near our borders.

In this environment, we must pay special attention to strengthening our country’s defense capabilities,” he concluded.

Terrorism has become the major threat to international security, Putin said, comparing it to the rise of Nazism before WWII. Facing this challenge, the international community should work together rather than remain separated and divided, he said.

What kind of lessons are needed to get rid of old-fashioned ideological discord and geopolitical games and unite in the fight against international terrorism? This common threat is rising right in front of us,” Putin said.

Security issues should not prevail over economic growth and well being, the president warned: “Security and international affairs are equally important, but there is nothing more important than economy and welfare.

“These are indeed very complicated and tough issues, but our country’s future depends on how we will tackle them.”

NATO aims to feed fears by painting Russia as ‘treacherous enemy’ – Russian Defense Ministry

Putin’s keynote address comes amid NATO’s build-up in Eastern Europe. After Crimea’s re-unification with Russia in 2014, the bloc started deployment of troops, equipment and infrastructure to Poland and Baltic countries, arguing that it would protect the region from alleged “Russian aggression.”

At the upcoming Warsaw summit in July, NATO leaders are expected to green-light deployment of four battalions of up to 800 troops in each unit to the Baltic States and Poland, along with intensifying the scale and pace of multinational military exercises. Recent live-fire drills, Anakonda 2016, Saber Strike and BALTOPS, involved thousands of troops and hundreds of combat vehicles to simulate large-scale operations in Poland, Latvia, Lithuania and Estonia.

Moscow says NATO’s build-up and its hostile rhetoric towards Russia aren’t helping to improve security and stability in Europe, and have triggered reciprocal measures.

The State Duma, the parliament’s lower house, is expected to go into summer recess before the general election starts this autumn. MPs will spend two months in the summer visiting their constituencies to meet voters, gearing up for the Duma elections scheduled for September.

Addressing the lawmakers, President Putin said the race has to be fair and transparent, and free of foul play. “I would like to thank all of you for everything that has been done over the past years … and, of course, look forward to seeing what we will be doing together with the parliament in the future,” he told MPs.

Sorgente: Putin: Russia will respond to ‘aggressive NATO rhetoric’ — RT News

Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

The NATO buildup in the Black Sea is part of the alliance’s strategy to expand its military presence along Russia’s borders. The move would destabilize the situation in the region, analysts say.

Sorgente: Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea