Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho

Sputnik 24/09/2016 Un caccia F-35A s’è incendiato sulla Mountain Home Air Force Base, nello Stato dell’Idaho, informava l’US Air Force. “Il pilota è dovuto uscire dal velivolo all’avviamento del motore a causa dell’incendio a poppavia del velivolo“, dichiarava il portavoce dell’US Air Force capitano Mark Graff in una dichiarazione scritta fornita a Defense News. L’incidente è avvenuto verso mezzogiorno del 23 settembre. Secondo Graff, l’incendio è stato rapidamente spento e non ci sono stati feriti gravi. “Come misura precauzionale, quattro tecnici della 61.ma Unità di manutenzione, tre avieri del 366° Gruppo di manutenzione e un pilota del 61° Squadrone da caccia sono stati portati nel centro medico della base per una diagnosi”, dichiarava Graff. La causa dell’incendio viene indagata. Secondo Defense News, vi sono attualmente 7 F-35A della Luke Air Force Base, in Arizona, schierati nella Mountain Home AF Base per le manovre superficie-aria del 10-24 settembre.

Sorgente: Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho | Aurora

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No alle bombe nucleari in Italia

a cura di Pax Christi

“Settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. A distanza di tanto tempo, questo tragico evento suscita ancora orrore e repulsione. Esso è diventato il simbolo dello smisurato potere distruttivo dell’uomo quando fa un uso distorto dei progressi della scienza e della tecnica, e costituisce un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari e ogni arma di distruzione di massa”.
Papa Francesco, 9 agosto 2015
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No alle bombe nucleari in Italia
APPELLO DEL CONVEGNO «IL RUOLO DELLA NATO NELLA GUERRA MONDIALE A PEZZI», promosso da Pax Christi, “Mosaico di pace”, Comunità Le Piagge, Unione suore domenicane S. Tommaso d’Aquino, Comitato No Guerra No Nato, S. Niccolò, PRATO, 11 GIUGNO 2016
Sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti – documenta la U.S. Air Force – le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia e altri paesi europei.
La B61-12 – documenta la Federazione degli scienziati americani (Fas) – non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con una potenza media pari a quella di quattro bombe di Hiroshima; un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Le B61-12, che gli Usa si preparano a installare in Italia, sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese e lo espongono quindi a una rappresaglia nucleare.
Secondo le stime della Fas, gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180. Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano le B-61, destinate ad essere sostituite dalle B61-12.
Foto satellitari – pubblicate dalla Fas – mostrano che, per l’installazione delle B61-12, sono già state effettuate modifiche nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre.
L’Italia, che fa parte del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma – dimostra la Fas – anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare con cacciabombardieri italiani sotto comando Usa.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
Chiediamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, attenendosi a quanto esso stabilisce, chieda agli Stati uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinunciare a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.
Liberare il nostro territorio nazionale dalle armi nucleari, che non servono alla nostra sicurezza ma ci espongono a rischi crescenti, è il modo concreto attraverso cui possiamo contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari che minacciano la sopravvivenza dell’umanità.
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BOZZA DI MOZIONE DA PROPORRE AI PARLAMENTARI
Considerato che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
Considerato che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.
Considerato che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Considerato che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.
Considerato che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.
Considerato che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
I proponenti chiedono al Governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.

Sorgente: www.ildialogo.org No alle bombe nucleari in Italia,a cura di Pax Christi

Putin: Russia will respond to ‘aggressive NATO rhetoric’

Russia will take adequate measures to counter NATO’s increasingly “aggressive rhetoric,” President Vladimir Putin told MPs at the closing session of the State Duma. He called to create an international security system open to all countries.

It’s necessary to create a collective security system void of “bloc-like thinking” and open to all countries, Putin said on Wednesday in Russia’s parliament.

Russia is ready to discuss this extremely important issue,” he said, adding that such proposals have been so far left unanswered by Western countries.

But again, as it was at the beginning of WWII, we don’t see any positive response,” he continued. “On the contrary, NATO ups its aggressive rhetoric and aggressive actions near our borders.

In this environment, we must pay special attention to strengthening our country’s defense capabilities,” he concluded.

Terrorism has become the major threat to international security, Putin said, comparing it to the rise of Nazism before WWII. Facing this challenge, the international community should work together rather than remain separated and divided, he said.

What kind of lessons are needed to get rid of old-fashioned ideological discord and geopolitical games and unite in the fight against international terrorism? This common threat is rising right in front of us,” Putin said.

Security issues should not prevail over economic growth and well being, the president warned: “Security and international affairs are equally important, but there is nothing more important than economy and welfare.

“These are indeed very complicated and tough issues, but our country’s future depends on how we will tackle them.”

NATO aims to feed fears by painting Russia as ‘treacherous enemy’ – Russian Defense Ministry

Putin’s keynote address comes amid NATO’s build-up in Eastern Europe. After Crimea’s re-unification with Russia in 2014, the bloc started deployment of troops, equipment and infrastructure to Poland and Baltic countries, arguing that it would protect the region from alleged “Russian aggression.”

At the upcoming Warsaw summit in July, NATO leaders are expected to green-light deployment of four battalions of up to 800 troops in each unit to the Baltic States and Poland, along with intensifying the scale and pace of multinational military exercises. Recent live-fire drills, Anakonda 2016, Saber Strike and BALTOPS, involved thousands of troops and hundreds of combat vehicles to simulate large-scale operations in Poland, Latvia, Lithuania and Estonia.

Moscow says NATO’s build-up and its hostile rhetoric towards Russia aren’t helping to improve security and stability in Europe, and have triggered reciprocal measures.

The State Duma, the parliament’s lower house, is expected to go into summer recess before the general election starts this autumn. MPs will spend two months in the summer visiting their constituencies to meet voters, gearing up for the Duma elections scheduled for September.

Addressing the lawmakers, President Putin said the race has to be fair and transparent, and free of foul play. “I would like to thank all of you for everything that has been done over the past years … and, of course, look forward to seeing what we will be doing together with the parliament in the future,” he told MPs.

Sorgente: Putin: Russia will respond to ‘aggressive NATO rhetoric’ — RT News

Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

The NATO buildup in the Black Sea is part of the alliance’s strategy to expand its military presence along Russia’s borders. The move would destabilize the situation in the region, analysts say.

Sorgente: Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

‘Big Mistake’: Germany Leads NATO Games Near Russia 75 Years After Nazis

The country’s ex-Chancellor Gerhard Schroeder blasted the Merkel administration for the threatening provocation that risks sparking a new Cold War or worse.

On Saturday, former German Chancellor Gerhard Schroeder called the build-up along the Russian border during the summer of hostilities a “serious mistake” only days after the country’s forces took the lead in NATO’s Anaconda-2016 war games on the 75th anniversary of the German invasion of the Soviet Union in June 1941.

The Anaconda War Games, billed as a response to “Russian aggression” by the United States and Allied Forces involves over 30,000 NATO troops in Poland and follows several rounds of war games along Russia’s border in recent months. The provocative wargames also constitute the single largest movement of foreign troops within Poland’s borders since World War II.

Last year, when American think-tanks first started to beat the drums of a new Cold War saying Russia may have designs on invading NATO countries, President Vladimir Putin attempted to dispel these concerns saying, “I think that only an insane person and only in a dream can imagine that Russia would suddenly attack NATO.”

The Obama administration appears to have indulged in the fantasy by increasing US defense appropriations along Russia’s border by fourfold to repel a prospective attack from Russian forces. More concerning, they have brought the rest of NATO’s membership along for the ride with Poland expected to call for permanent troops to be situated along their border and with a missile defense shield established in Romania and a new one under construction in Poland.

The former German Chancellor remains concerned to see that the beleaguered Merkel government, which recent polling shows carries less than a 25 percent approval rating, also fancies itself part of the new Cold War fantasy.

“Overall, the EU needs Russia and Turkey in terms of security policy,” said Schroeder blasting the government for outlandishly taking part of it the massive military buildup along Russia’s border on the anniversary of the Nazi invasion.

The Russian government has responded by developing the Yu-74 ultra-maneuverable hypersonic glide vehicle which military analysts confirm has the capacity to penetrate any missile defense system and has also looked to beat back US and NATO threats from the Baltic region with a series of “buzzing” incidents — flying fighter jets next to American battleships.

The Kremlin remains steadfastly opposed to being baited into massively increasing defense appropriations to ward off a threat that should not exist and continues to responsibly explore international avenues of diplomacy against the American and German-led provocations.

Sorgente: ‘Big Mistake’: Germany Leads NATO Games Near Russia 75 Years After Nazis

US missiles go live despite Russia warning

The United States is about to activate its missile systems across Europe, despite Russia’s warnings against a systematically increasing US-led arms deployment near its borders.

Almost after a decade of pledging to protect members of the North Atlantic Treaty Organization (NATO), Washington will on Thursday activate a web of missile systems it has deployed across Europe over the years.

American and NATO officials are slated to declare operational the so-called shield at a remote air base in Deveselu, Romania.

“We now have the capability to protect NATO in Europe,” said Robert Bell, a NATO-based envoy of US Defense Secretary Ashton Carter.

He claimed that the shield is supposed to protect Europe from an Iranian missile threat, a claim Moscow has repeatedly rejected, saying the missiles are aimed at Russia instead.

“The Iranians are increasing their capabilities and we have to be ahead of that. The system is not aimed against Russia,” Bell told reporters, adding that the system will soon be handed over to NATO command.

The US Aegis Ashore missile complex, Romania

He echoed US State Department spokesman John Kirby who had said the system “is defensive in nature” and therefore can’t be targeted “at anybody.”

Despite American assurances, Moscow accuses Washington of trying to neutralize its nuclear arsenal and buy enough time to make a first strike on Russia in the event of war.

Russia’s response

General Sergey Karakayev, commander of the Russian Strategic Missile Forces (SMF), downplayed the system’s impact, saying that the Russian military was paying “special attention” to enhance their weapons and overcome US missile defense systems.

“Threats from the European segment of the missile defense system for the Strategic Missile Forces (SMF) are limited and don’t critically reduce the combat capabilities of the SMF,” Karakayev (pictured below) said on Tuesday.

The general added that Russian ballistic missiles can carry new warheads and deliver them through energy-optimal trajectories in multiple directions, making their path difficult to predict for missile defense systems.

During a Senate hearing in April, US Principal Deputy Undersecretary of Defense for Policy, Brian McKeon, requested a budget boost for the Missile Defense Agency, saying the funding was crucial for upgrading US missile systems to counter Russian and Chinese missiles.

Russia does not look favorably upon the North Atlantic Organization Treaty (NATO)’s growing deployment of missiles and nuclear weapons near its borders, with the Russian President Vladimir Putin saying in June last year that if threatened by NATO, Moscow will respond to the threat accordingly.

Sorgente: PressTV-US missiles go live despite Russia warning

Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

When it comes to the US response to the non-existent Russian threat to NATO’s eastern flank, Washington’s actions do not match its rhetoric, German politician Dr. Alexander Neu told Sputnik, commenting on the Pentagon’s plans to increase US military presence in Europe in 2017.

Sorgente: Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

Contrainjerencia 17/01/2016

Hillary Clinton con i terrorisiti di al-Qaida in Libia.

Hillary Clinton incontra i terroristi di al-Qaida in Libia.

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi di al-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.

Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i mercenari stranieri (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.Mails_Blums_2Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di commettere i peggiori crimini del genocidio.

al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni.Mails_Blums_1Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l'ideatrice della menzogna dell'uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall'oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall'assassinio della Libia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sorgente: Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

 

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

 

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

 

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

 

Italia e Israele, soci e alleati

 

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

 

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

 

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il sistema integrato d’addestramento dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”.

 

Grazie al caccia-addestratore italiano, gli allievi pilota israeliani possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti sui più importanti cacciabombardieri internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari giungeranno in Israele entro la fine del 2016 (Tel Aviv ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per l’acquisizione di 20 F-35 per un valore di 2,75 miliardi di dollari, con un’opzione per altri 55 velivoli). I “Lavi”, però, non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo M346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

 

Il giro d’affari della commessa dei caccia si attesta intorno al miliardo di dollari. L’accordo ha previsto che l’assemblaggio dei “Master” sia svolto nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (Varese); l’azienda italiana cura inoltre parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato da Elbit Systems e IAI – Israel Aircraft Industries nella base aerea di Hatzerim, a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. Esistono però altre vantaggiose contropartite per le industrie israeliane: Elbit Systems, ad esempio, ha sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. Elbit ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti con un’altissima risoluzione d’immagine per le ricognizioni aeree sia nelle missioni diurne che notturne.

 

I primi addestratori M-346 sono stati consegnati nel luglio 2014, nei giorni in cui le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” a Gaza. Il 23 giugno 2015 si è invece tenuta ad Hatzerim la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo. “Grazie ai caccia avanzati M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato a The Jerusalem Post il maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”. Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’“intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv” o gli “attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”.

 

Contemporaneamente alla commessa dei caccia di Alenia Aermacchi, le forze armate italiane hanno formalizzato la decisione di acquistare due velivoli di pronto allarme (Early warning and control – AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti da IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Es (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard NATO. L’Italia si è pure impegnata ad acquisire un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, prodotto anch’esso da IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani è Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla francese Thales, a cui è stata affidata la costruzione del segmento terrestre, il lancio da una base israeliana e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare entro la fine del 2016. Dopo il completamento dei test da parte del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio, il nuovo apparato sarà pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

 

Intanto le aziende italo-israeliane puntano a rafforzare la partnership per guadagnare nuove porzioni dei mercati d’armi internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Alla joint venture è stata assegnata la manutenzione e il supporto dei radar “Gabbiano T20” di Selex, destinati ai velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e probabilmente anche ai nuovi velivoli senza pilota acquistati dai militari brasiliani. La partnership tra Selex e AEL potrebbe allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

 

La trentesima stella della NATO 

 

Quanto le forze armate statunitensi e di alcuni dei principali paesi NATO siano interessate alla produzione di armi e tecnologie militari israeliane è provato da quanto accaduto qualche mese fa a Tel Aviv. Dal 19 al 21 maggio 2015, si è tenuta infatti una convention a porte chiuse tra i capi delle forze aeree di otto paesi NATO (Canada, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Stati Uniti d’America) e i manager delle maggiori imprese militari israeliane. “Si tratta del primo incontro a questi livelli ma speriamo che da ora in poi se ne possa tenere almeno uno all’anno per poter interscambiare le nostre esperienze con i colleghi della NATO e poter affrontare insieme le sfide a cui siamo chiamati”, ha dichiarato il Comandante dell’Aeronautica militare israeliana gen. Shachar Shohat, a conclusione del meeting. Secondo una nota del ministero della difesa, il gen. Shohat ha presentato ai generali NATO le attività di difesa aerea espletate in occasione dei bombardamenti a Gaza nell’estate 2014, “quando i sistemi Patriot israeliani abbatterono due velivoli senza pilota e le batterie anti-missili Iron Dome riuscirono a intercettare quasi il 90% dei bersagli”. Sempre secondo le autorità militari israeliane “la conferenza ha previsto inoltre una visita alle imprese statali (Israel Aerospace Industries, Rafael e Israel Military Industries) che stanno sviluppando un ampio spettro di tecnologie di pronto allarme, intelligence, difesa attiva e guerra anti-UAV e anti-missile”.

 

Israele è uno dei membri del cosiddetto “Dialogo mediterraneo” della NATO sin da quando fu istituito nel dicembre 1994 dai ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica. Con Israele fanno parte del “Dialogo mediterraneo” altri sei paesi africani e mediorientali: Algeria, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia. “Il Dialogo mediterraneo è un forum multilaterale dove le nazioni partner della regione possono discutere sulle questioni della sicurezza comune con gli alleati dell’Europa e del Nord America”, spiega la NATO. “Il Dialogo riflette il punto di vista dell’Alleanza secondo cui la sicurezza in Europa è strettamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Prioritariamente il Dialogo mediterraneo punta a conseguire una migliore conoscenza reciproca”. A coordinare i programmi di cooperazione con i paesi partner di Africa e Medio oriente è stato chiamato l’Allied Joint Force Command (JFC) di Napoli, il Comando congiunto delle forze alleate di stanza nella nuova installazione NATO di Lago Patria. Nel JFC di Napoli vengono ospitate le conferenze annuali del Dialogo mediterraneo, l’ultima delle quali si è tenuta lo scorso 2 dicembre.

 

Le relazioni tra Israele e l’Alleanza Atlantica si sono intensificate negli ultimi quindici anni principalmente nella conduzione della lotta al terrorismo, della pianificazione degli interventi in caso di crisi ed emergenze, del controllo dei confini, della ricerca e soccorso e dell’assistenza umanitariaNel novembre 2004 fu firmato a Bruxelles un importante protocollo con cui si autorizzò la realizzazione di esercitazioni militari tra le forze armate israeliane e la NATO. Un accordo complementare fu firmato nel marzo del 2005 dall’allora Segretario Generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e dal Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tre mesi più tardi, alcune unità della marina israeliana furono impegnate per la prima volta in un’esercitazione NATO in cui fu “simulato” un attacco ai sottomarini a largo del Golfo di Taranto. Nel luglio 2005 fu invece l’esercito israeliano a fare il suo debutto in un’esercitazione terrestre NATO in Ucraina a cui parteciparono 22 paesi dell’Alleanza ed extra-NATO.

 

Nel marzo 2006 si realizzò il primo dispiegamento in Israele dei grandi aerei radar “Awacs” in dotazione alla forza di pronto allarme della NATO, mentre fu autorizzato il trasferimento in pianta stabile di un ufficiale di collegamento israeliano presso il JFC di Napoli. Nel giugno 2006, otto unità israeliane di stanza nel porto di Haifa furono trasferite nel Mar Nero per un’esercitazione navale che l’Alleanza Atlantica tenne congiuntamente ai paesi del Dialogo mediterraneo. Nell’aprile 2007 sei unità della forza navale NATO furono inviate ad Eilat per partecipare ad un’esercitazione insieme al distaccamento speciale della Marina israeliana nel Mar Rosso. Dopo un rischiaramento nella base aerea statunitense di Nellis, Nevada, dal giugno al luglio 2008 alcuni cacciabombardieri israeliani parteciparono per la prima volta all’esercitazione “Red Flight”, insieme ai velivoli da guerra provenienti da Australia, Giappone, India, Nuova Zelanda e Singapore.

 

L’Alleanza Atlantica e Israele sottoscrissero un Programma di Cooperazione Individuale che fu ratificato dai ministri della difesa NATO il 2 dicembre 2008, tre settimane prima del sanguinoso attacco israeliano a Gaza. Il testo dell’accordo descriveva i principali settori in cui “NATO e Israele coopereranno pienamente”: il controterrorismo; lo scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; la connessione di Israele al sistema elettronico NATO; l’acquisizione degli armamenti; l’aumento delle esercitazioni militari.

 

Nel novembre 2009, durante la visita in Israele dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, al tempo presidente del Comitato militare alleato (e poi ministro della difesa italiano), fu stabilito che un’unità missilistica israeliana partecipasse a pieno titolo all’operazione navale NATO Active Endeavor, di “protezione del Mediterraneo contro le attività terroristiche”. Il 24 aprile 2010 Israele firmò a Bruxelles un security agreement che stabilì la cornice per lo scambio con la NATO dei dati d’intelligence e la “protezione congiunta” delle comunicazioni riservate. Il 7 marzo 2013, il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ricevette a Bruxelles il presidente israeliano Shimon Peres per rafforzare la cooperazione militare nel campo della “lotta al terrorismo”, delle “operazioni coperte” e della “guerra non convenzionale”. In quell’occasione fu sottoscritto pure un accordo di mutua cooperazione, il cui contenuto è ancora top secret, in vista dei nuovi piani di dispiegamento operativo e logistico delle forze armate statunitensi e NATO in Medio Oriente. “Israele è un importante alleato della NATO nel Dialogo Mediterraneo”, dichiarò Anders Fogh Rasmussen a conclusione del vertice con Shimon Peres. “Israele è uno dei nostri associati più antichi. Affrontiamo le stesse sfide nel Mediterraneo orientale e le stesse minacce alla sicurezza del XXI secolo, così abbiamo tutte le ragioni per rendere ancora più profonda e durevole la nostra associazione anche con gli altri paesi del Dialogo Mediterraneo”. Il 9 febbraio 2014, lo stesso Rasmussen si recò in visita ufficiale in Israele per incontrare le autorità governative e militari.

 

Il 17 novembre 2014 a La Hulpe, Belgio, si tenne una conferenza su La cooperazione NATO-Israele, a cui parteciparono i rappresentanti politici e militari dell’Alleanza Atlantica. Nel suo intervento, il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow auspicò un “maggiore coinvolgimento delle forze armate israeliane nelle attività addestrative, nei programmi di formazione alleati e nelle operazioni di peacekeeping e di gestione delle crisi internazionali incluse quelle a guida NATO”. Nuove consultazioni con le autorità militari israeliane per intensificare la cooperazione “alla luce degli odierni sviluppi nel Mediterraneo e in Medio Oriente” si sono tenute a Tel Aviv il 12 e 13 ottobre 2015 in occasione della visita ufficiale del vice segretario generale NATO per le politiche di sicurezza, l’ambasciatore Thrasyvoulos Terry Stamatopoulos.

 

L’ultima tappa della diabolica partnership Israele-NATO risale al 7 dicembre scorso, quando due unità da guerra assegnate allo Standing NATO Maritime Group TWO (SNMG2), uno dei due gruppi navali di pronto intervento dell’Alleanza, giungevano nel porto di Haifa provenienti da una missione “anti-pirateria” nell’Oceano Indiano. Prima di lasciare le acque israeliane, le navi da guerra NATO hanno partecipato con alcune unità della Marina israeliana all’esercitazione Passex, finalizzata – come riferito dal governo – a “rafforzare l’interoperabilità in campo navale tra la NATO e Israele”.

 

 
Relazione alla Conferenza Nazionale Palestina e dintorni, organizzata dal Fronte Palestina, Roma, 23 gennaio 2016.

2016. La Nato che verrà…

Aggressiva, dissuasiva e preventiva; onnicomprensiva, globale e multilaterale; cyber-nucleare, superarmata e iperdronizzata; antirussa, anticinese, antimigrante e anche un po’ islamofoba. Strateghi di morte e mister Stranamore vogliono così la NATO del XXI secolo: alleanza politico-economica-militare di chiara matrice neoliberista che sia allo stesso tempo flessibile e inossidabile, pronta ad intervenire rapidamente e simultaneamente ad Est come a Sud, ovunque e comunque.

Sorgente: 2016. La Nato che verrà… – contropiano.org

Partecipazione è Consapevolezza – sui fatti di Parigi

Dico a Te, Henry, Jude, Hidalgo, Greta, Josè, Elena, a Te, cittadino europeo; quanto è autentica la tua commozione rispetto all’obbrobrio di Parigi? Tu che appari sgomento, impotente e frustrato al cospetto di siffatto disastro, in quale misura Ti senti coinvolto, partecipe, responsabile?

Isis, Daesh, Califfato, Stato Islamico, ecco il colpevole di tale abominio che vede noi occidentali quali vittime sacrificali di un progetto delirante, pregno di violenza, sopraffazione, ingiustizia, dove la religione, di per sé già sufficiente ad intorbidire le coscienze, funge da paravento. Questa creatura malefica che data la sua origine nel 2014, anticipata a mezzo stampa l’anno precedente, è sorta per precisa volontà di coloro i quali, da sempre, perseguono quel progetto, appunto, denso di violenza, sopraffazione, ingiustizia; Stati ed Entità che, legittimamente, possono essere definiti canaglia: U.S.A., U.E., Nato, Stati del Golfo, Entità Sionista.

Funzionale al disegno criminoso in grado di perpetuare un modello di società classista, imperialista, soggetta al volere del sedicente mondo civilizzato, ecco che, dall’implosione di Afghanistan, Iraq, Libia, Siria sorge il Mostro da incitare, finanziare ed armare e, successivamente, una volta usato, eliminare perché creatura ad agibilità limitata. Pretendere, da sempre e per sempre, di dominare esportando una democrazia fittizia, densa di assolutismo, disparità, ingiustizia, produce Guantanamo non consenso, servilismo non protagonismo, rabbia non idealità.

Probabile che la macchina sia sfuggita al controllo dello scienziato pazzo, sfuggita, non che si sia ribellata. Nelle menti distorte del Potere Assoluto si è ritenuto, con presunzione mista ad ignoranza criminale, di poter insistere nell’imposizione di un feudalesimo fuori tempo massimo, divenuto sistema intangibile, sfruttando interessate rivendicazioni islamiste, tacciate da spirito religioso e contrapponendole alla società laica. Il risultato è sotto gli occhi di coloro i quali non volgono lo sguardo per non voler capire.

Isis e fede musulmana sono agli antipodi, così come cristianesimo e crociate, ebraismo e sionismo. Quanti si servono di tale mistificata identificazione sono da additare al pubblico ludibrio, coloro i quali si confondono hanno da essere sollecitati ad un doveroso, imminente “bagno di cultura”. Devastare l’habitat preesistente, annientare la vita altrui, sottrarre risorse per usufruirne in proprio, pretendere la non messa in discussione di tale modello, utilizzando Emiri, Sovrani o Califfi rappresenta una condotta non affatto dissimile, bensì contigua a quella apparentemente vituperata.

Le bombe a grappolo, l’uranio impoverito, i droni come si distinguerebbero, quanto a livello di crudeltà, da uccidere a sangue freddo dei civili? Lanciare missili su matrimoni o cortei funebri, distruggere ospedali bruciando vivi i malati, abbattere scuole ed abitazioni con dentro i civili è meno cruento che entrare, trucidando le persone, in un giornale od in un teatro? Yarnouk sollecita indignazione in qualcuno? Eppure questo campo profughi, quindi abitato da chi fu costretto a fuggire da una realtà disumana, è stato oggetto di violenza indiscriminata, senza che si levassero gli alti lai delle coscienze occidentali, così propense, altrove, alla vicinanza umana, forse perché tale campo trovasi in Siria, terra sventurata ma lontana.

E così per il recente massacro ad opera dello stesso soggetto criminale, in Libano, sempre in un campo profughi, sempre, ma vedi la casualità, con “ospiti” palestinesi.
Intere generazioni, in Yemen, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Libia, Iraq, Libano, Kurdistan, Palestina, ignorano cosa comprenda, nei fatti, la parola pace. Da quando emette il primo vagito, il nascituro in quella parte del globo terrestre dovrà rendersi conto di essere venuto al mondo dalla parte sbagliata, dove vivere è una scommessa giocata al tavolo delle potenze occidentali.

Crescere, studiare, lavorare, formarsi una famiglia…bere una birra con gli amici ad un tavolino di un bar rappresenta un sogno, sovente inarrivabile, ciò che costituisce, invece, una normalità per i coetanei del mondo dominante.Come se quanto descritto non fosse già sufficiente a rappresentare una situazione immorale, all’interno della dinamica di questi singoli Stati agisce una (il)logica di governance classista, repressiva, feudale.

Gli effettivi “signori della guerra”, mandatari del Potere occidentale, si fanno interpreti, traendone beneficio anche personalmente, della volontà dominante, accaparratrice della vita altrui; fino a quando dura…..come sanno bene Saddam, Gheddafi, Osama e tanti altri, misconosciuti. Resistono i potentati del Golfo, con i quali permangono ed anzi si intensificano i rapporti commerciali, ci si abbraccia e si vendono armi che andranno ad arricchire la dotazione in possesso di quelli che si farà finta di voler eliminare ma che, nel frattempo, irosi per il tradimento, si vendicheranno, da par loro, a scapito di civili altrettanto inermi come quelli trucidati in Medioriente.

Diffondere terrore rappresenta, da tempo immemorabile, esercizio appannaggio delle classi dominanti, volto a distogliere le coscienze dal solo ipotizzare un mutamento dello status quo, dall’idea di emancipazione, di Rivoluzione.

La proclamata “guerra umanitaria” (inquietante ossimoro), le balle spaziali di Colin Powell, le scuse postume ed insultanti di Blaer, la forzata esportazione della “democrazia” ci hanno consegnato un territorio devastato, umiliato e offeso, dove rancore, risentimento e spirito di vendetta se non condividere, occorre comprendere ed interpretare. Diversamente, la risultante dell’analisi ed il conseguente agire non si distoglierà da quello più brutale ed inumano, proprio della destra retriva e fascista.

Occorre comprendere che allorquando quel sentire di rabbia e rivendicazione viene,maledettamente, incanalato dal fanatismo sedicente religioso il piano del discorso appare mutare inclinazione, svolgendosi, agli occhi più ignari, come contrapposizione tra fedi e mondi diversi, distinti, opposti. Ma non è così.

La logica sottostante permane immutata e perversa nella sua spietatezza: il dominio dell’uomo sull’uomo. Irrilevante che sia proposto in nome di un dio, di un califfo, di un emiro, di un presidente, sarà sempre e soltanto logica padronale. Pertanto Voi, Henry, Jude, Hidalgo,Greta, Josè, Elena, rispettivamente in quanto francese, inglese, spagnolo, tedesca, portoghese, italiana, spiegate, per primi a voi stessi, con quale spirito partecipate alle manifestazioni a seguito dell’eccidio di Charlie Hebdo senza smuovere il culo, né la mente, né la coscienza quando, in contemporanea, accade un crimine drammaticamente più grave, quanto ad entità, come l’omicidio mirato di duemila palestinesi di Gaza, dei quali più di 500 bambini.

E fatemi capire, se in grado, in base a quale variopinta analisi, a seguito del lutto di Parigi, della Francia e di noi tutti, dovremmo essere maggiormente indignati, tristi, delusi rispetto agli innumerevoli crimini eseguiti non nel nostro territorio. Ma è proprio l’ubicazione la ragione della partecipazione/indifferenza a fronte di analogo evento.
Si è così egoisti dal pretendere che il nostro diritto ad essere felici, che dovrebbe appartenere a ciascun essere umano, sia e resti intangibile, a qualunque prezzo.

Si è così ipocriti dal fingere di ignorare realtà assai diverse, maleodoranti di crimini contro l’Umanità, in luoghi distanti da noi, situazioni delle quali siamo artefici o complici. Il sangue versato è di colore rosso, a chiunque appartenga; il genere umano è indistinto, colui che ha la fortuna di possedere maggiori risorse, di abitare in zone più sviluppate, di poter fruire di una vita più agiata dovrebbe rendersi conto della sua immensa fortuna, pronto a condividerla con i più disagiati ed, ove non fosse spontaneo tale agire, sarebbe necessario renderlo indotto.

Quanto suggerito non rappresenta un auspicio francescano ma la chiave di volta di un approccio diverso, l’unico in grado di garantire un futuro. La terra sulla quale abbiamo avuto in sorte di vivere non appartiene esclusivamente a noi, le genti che cercano rifugio qui da noi, fuggono dallo stesso nemico del quale oggi temiamo l’azione. Farsi abbindolare dallo scempio verbale degli ancora, purtroppo, padroni del mondo e loro meschini servitori, secondo i quali la risposta non potrà che essere ancora più cruenta, comporta una spirale di morte che, analogamente ad ogni guerra, essenza della disumanizzazione, andrà a gravare sugliinermi, indifesi, poveri civili.
L’istigazione all’odio razziale, sinonimo di brutalità priva di speranza, rappresenta il DNA di cerebrolesi, minus habens, fanatici guerrafondai, politici corrotti.

Soltanto recuperando le ragioni dei bistrattati, degli sfruttati, degli estromessi, dei rifugiati, dei migranti, dello straniero che chiede dignità ed è pronto a contraccambiare, si riuscirà a sottrarre brodo di coltura dal fanatismo religioso ed al delirio di onnipotenza, a chiunque appartenga.

thanks to: Enzo Barone

Palestina Rossa

Medici terroristi senza frontiere

Forse la vera novità di questo orrore è che, per una volta, se ne parla.

La Nato bombarda un’ospedale afgano a Kunduz? Déjà vu.

Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 2015, un ospedale in Afghanistan è stato bombardato da aerei sicuramente della Nato: 19 i morti, tra staff e pazienti, anche bambini. Purtroppo, la Nato non è nuova a questo genere di impresa, come il lettore scoprirà ben presto.
5 ottobre 2015 – Marinella Correggia

 

Fire swept through the hospital after the air strikes

 

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Errore? Rischio calcolato? Atto deliberato?

Il governo afghano ha “giustificato” il bombardamento da parte della Nato di un ospedale di Médecins sans frontières a Kunduz in questo modo: “Lì si nascondevano dieci talebani”. E’ una confessione di crimine.

Infatti, le convenzioni internazionali vietano di colpire strutture civili (ospedali, acquedotti, centrali elettriche, quartieri residenziali…), anche quando vi si annidino i nemici armati di chi colpisce.

Quello a Kunduz è, dunque, un crimine di guerra.

Dal canto loro, la Nato e gli Stati uniti – che aprono un’inchiesta ma non si scusano – dichiarano: “Potrebbe essere stato danneggiato un ospedale in un’operazione contro talebani che minacciavano le truppe della coalizione”. Ma siccome nel bistrattato diritto internazionale la protezione dei civili assume carattere assoluto, anche in questo caso si tratta dell’ammissione di un crimine di guerra: perché nemmeno insediamenti militari si potrebbero colpire, se nelle vicinanze o al loro interno sono presenti civili.

Altre due osservazioni:

1) è certo che nessuno, fra i colpevoli ai diversi livelli della catena di comando ed esecuzione, pagherà per la strage con il carcere: decine di casi lo comprovano. Al massimo ci sarà un risarcimento danni, di un ammontare offensivamente basso per le vittime di nazionalità afghana: decine di casi lo comprovano;

2) la giustificazione data è che i talebani (frutto avvelenato Made in USA, in ogni caso) minacciavano le truppe Nato. Dunque la Nato protegge solo se stessa?

Sì, la Nato protegge solo se stessa. E protegge i suoi occasionali alleati armati sul campo. Come durante l’operazione Unified Protector che nel 2011 ha liquefatto l’ex Jamahiriya libica. La Nato assediò dal cielo la città di Sirte colpendo anche un ospedale. A che scopo? Non certo per proteggere i civili, anche se questo era il surreale compito affidato dall’Onu all’Alleanza atlantica. Infatti, i civili a Sirte erano pro-Gheddafi e quindi non erano minacciati dalle truppe libiche residue che a Sirte avevano cercato rifugio. Sirte fu attaccata dalla Nato invece – e per quasi due mesi – per proteggere, non i civili della città, ma l’avanzata dei miliziani a terra che li assediavano. Andrebbe ricordato, peraltro, che nel 1999 e quindi sotto Gheddafi, la città di Sirte fu luogo di nascita dell’Unione africana e con essa la speranza di auto-emancipazione per il continente. Ora è in mano a Daesh (l’ISIS). Un progresso?

Durante una delle conferenze stampa Nato in contemporanea a Napoli e a Bruxelles, nel mese di ottobre 2011, chi scrive chiese al colonnello canadese Roland Lavoye : “Da Sirte hanno denunciato che la Nato, bombardando vicino a un ospedale, lo abbia colpito facendo dei feriti”. Risposta di Lavoye: “Ah, ma Lei lo sa chi c’era vicino all’ospedale? Le truppe di Gheddafi!”

Anche a prendere per buona questa versione, si tratta di un’ennesima autodenuncia di crimine: perché le convenzioni di Ginevra, in ogni caso, impediscono di prendere il rischio di colpire civili per non causare i famosi “effetti collaterali”. Se, appunto, bombardando da diecimila metri c’è questo rischio, è meglio desistere. Ma in Libia non hanno mai desistito, e nemmeno altrove.

Nel 2001, in Afghanistan, gli aerei Usa colpirono la sede della Croce rossa internazionale a Kabul. Per sbaglio? Per assunzione di rischio? Ma nessuno nemmeno si scusò.

Nel 1999 durante l’operazione Nato contro la Serbia-Montenegro furono colpite le fabbriche chimiche di Pancevo, con il rischio di una strage nella città . Nessuno pagò.

Invece nel 1991, nel corso dell’Operazione Tempesta del deserto a Baghdad, gli aerei della coalizione internazionale (occidentale e araba), capitanata dagli Usa, colpirono infrastrutture civili – ma non per errore e non per un rischio calcolato.

In quel caso fu deliberato. L’Iraq doveva essere riportato all’era preindustriale, come dichiarò l’allora segretario di stato americano, James Baker. La punizione doveva essere selvaggia, per chi aveva osato sfidare gli interessi petroliferi dell’Occidente e quelli dei loro alleati nel medio-oriente, il cui stile di vita, basato sul petrolio, non era (e non è) negoziabile.

Nota della redazione

A molti lettori può sorprendere questa ricostruzione di avvenimenti del nostro passato recente, tutti così simili al bombardamento NATO di un ospedale afghano a Kunduz avvenuto il 3 ottobre scorso. “Ma quando mai la NATO avrebbe attaccato in passato infrastrutture civili e segnatamente ospedali, in totale disprezzo della Convenzione di Ginevra?,” questi lettori si saranno chiesti. “E inoltre, se questa ricostruzione è vera, perché non eravamo stati informati di tutti questi fatti all’epoca?”

L’autrice di questa ricostruzione sa, per esperienza diretta, la risposta alla seconda domanda. Ha potuto osservare, durante le conferenze stampa a Napoli nell’ottobre 2011, come i giornalisti italiani – di tutte le testate – rimanevano muti a registrare fedelmente qualunque dichiarazione fornita dal colonnello di turno o erano semplicemente assenti, accontentandosi delle affermazioni riportate nei documenti forniti dalla NATO prima della conferenza.

Già nel 2010, peraltro, Carlo Gubitosa, della redazione di PeaceLink, aveva denunciato questa decadenza del giornalismo italiano in un celebre editoriale: oggi come oggi, egli scrisse, un giornalista, per sopravvivere, deve “soffocare per sempre l’istinto selvaggio e incontrollabile di fare domande e di cercare risposte.”

Perciò la vera novità in quest’ultimo orrore avvenuto a Kunduz il 3 ottobre è che finalmente se ne parla, subito e abbondantemente.  Washington non ha imposto il bavaglio.  Un cambio di tattica o il pre-annuncio di una svolta: dopo 14 anni, il ritiro vero – e non più fittizio – dall’Afghanistan?

                                                                                                                                              – PB

thanks to: Peacelink

Quando si bombarda un ospedale

Tonio Dell’Olio

Il bombardamento dell’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz in Afghanistan non è un errore. L’errore è la guerra. L’orrore è la guerra. Continuiamo a pagare l’arretramento di civiltà che, per interessi economici, strategici o di potere non vuole cercare altri strumenti per risolvere i conflitti. Continuare a pensare che la violenza si possa contrastare soltanto con una violenza più forte, è la peggiore delle ipocrisie possibili. Le vittime dell’ospedale non sono effetti collaterali ma la sottrazione di vita calcolata e preventivata della barbarie della guerra. Si tratta di un deficit di umanità che va oltre il cinismo e l’indifferenza e diventa tattica programmata di cui la vita umana è solo una componente variabile. Il fine giustifica i mezzi. E il fine dichiarato da parte “nostra” è sempre più nobile e importante di quello dell’altra fazione. Resta il bilancio che non conosceremo mai. Non quello del numero di morti e feriti. Piuttosto quello delle storie di ciascuno di essi. Vite umane ridotte a statistica. Concime per la vittoria finale.

thanks to: mosaico di pace

First NATO Office to Be Opened in Ukraine

For the first time in history, the NATO Secretary General will participate in a meeting of the National Security and Defense Council of Ukraine during his official visit to the country.

A number of documents on the broadening of NATO presence in Ukraine will be signed within the framework of Jens Stoltenberg’s visit to Kiev, where he is expected to take part in the meeting of the country’s Security Council, agency Ukrinform reported, citing the statement of Ukraine’s Foreign Minister Pavlo Klimkin.

According to earlier reports, the opening of the very first NATO office in Ukraine is being planned.

Sorgente: First NATO Office to Be Opened in Ukraine – Media

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini
(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

thanks to: Pressenza

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente

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La Siria sta vincendo. Nonostante lo spargimento di sangue e la grave pressione economica, la Siria avanza verso la vittoria militare e strategica che trasformerà il Medio Oriente. Vi sono prove evidenti che i piani di Washington, per il ‘cambio di regime’, sabotaggio dello Stato o smembramento del Paese su linee confessionali, sono falliti. Fallimenti che saranno fatali per il sogno degli Stati Uniti, annunciato una decina di anni fa da Bush figlio, di un servile ‘Nuovo Medio Oriente’. La vittoria della Siria è una combinazione di solido sostegno popolare all’esercito nazionale, di fronte al circolo vizioso dei settari islamici (taqfiri), fermo sostegno degli alleati più stretti e frammentazione delle forze internazionali contrarie. Le difficoltà economiche, compresi blackout regolari, sono peggiorati ma non hanno spezzato la volontà del popolo siriano di resistere. Il governo assicura che gli alimenti di base siano accessibili e mantiene istruzione, salute, sport, cultura e altri servizi. Una serie di Stati ostili ed agenzie delle Nazioni Unite riprendono i rapporti con la Siria. La sicurezza migliora, il recente accordo delle grandi potenze con l’Iran e altre mosse diplomatiche favorevoli sono tutti segnali che l’Asse della Resistenza si rafforza. Non ne sapreste molto dai media occidentali, che mentono persistentemente sul carattere del conflitto e della crisi. Le caratteristiche principali di tale inganno sono nascondere il sostegno della NATO ai gruppi taqfiri, strombazzarne le avanzate ed ignorare le controffensive dell’esercito siriano. In realtà, i terroristi filo-occidentali non hanno compiuto alcun progresso strategico con una marea di combattenti stranieri che li aiuta ad occupare parte di Aleppo da metà 2012.

Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente | Aurora.

Iran denuclearizzato, Italia nuclearizzata

«Oggi è una giornata storica ed è un grande onore per noi annunciare che abbiamo raggiunto un accordo sulla soluzione nucleare iraniana, per rendere il nostro mondo più sicuro»: così ha dichiarato a Vienna Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Quasi contemporaneamente giungeva dagli Stati uniti un altro annuncio: «La U.S. Air Force e la Nnsa (National Nuclear Security Administration) hanno completato, nel poligono di Tonopah in Nevada, il primo test in volo della bomba nucleare B61-12». Quella che tra non molto sostituirà la B61, la bomba nucleare statunitense stoccata ad Aviano e Ghedi Torre in un numero stimato in 70-90, parte di un arsenale di almeno 200 stoccate anche in Germania, Belgio, Olanda e Turchia.
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La riuscita del test «prova il continuo impegno degli Stati uniti di mantenere la B61», comunica la Nnsa. Specifica quindi che «la B61-12, dotata di una sezione di coda, sostituirà le bombe B61-3, -4, -7, -10 nell’attuale arsenale nucleare Usa». Viene dunque ufficialmente confermato che la B61 sarà trasformata da bomba a caduta libera in bomba «intelligente», che potrà essere sganciata a grande distanza dall’obiettivo. La B61-12 a guida di precisione, il cui costo è previsto in 8-12 miliardi di dollari per 400-500 bombe, si configura come un’arma polivalente, con una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima). Essa svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare.
La sostituzione della B61 con la B61-12, annuncia la Nnsa, «fornisce sicurezza ai nostri alleati». Lo dimostra il fatto che ad Aviano e Ghedi le bombe nucleari sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi e Tornado italiani, i cui piloti vengono addestrati all’attacco nucleare. In Italia, nel 2013 e 2014, si è svolta la Steadfast Noon (Mezzogiorno risoluto), l’esercitazione Nato di guerra nucleare, a cui l’anno scorso hanno partecipato anche F-16 polacchi. In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione che, all’articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
L’ammodernamento delle armi nucleari Usa schierate in Europa rientra nella crescente corsa agli armamenti nucleari. Secondo la Federazione degli scienziati americani, gli Usa mantengono 1.920 testate nucleari strategiche pronte al lancio (su un totale di 7.300), in confronto alle 1.600 russe (su 8.000). Comprese quelle francesi e britanniche, le forze nucleari della Nato dispongono di circa 8.000 testate nucleari, di cui 2.370 pronte al lancio. Aggiungendo quelle cinesi, pachistane, indiane, israeliane e nordcoreane, il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16300, di cui 4.350 pronte al lancio. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione degli arsenali.
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Per questo la lancetta dell’«Orologio dell’apocalisse», il segnatempo simbolico che sul «Bulletin of the Atomic Scientists» indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015, lo stesso livello del 1984 in piena guerra fredda.
Particolarmente alto il rischio che un giorno possano essere usate armi nucleari in Medio Oriente, dove l’unico paese a possederle è Israele, che a differenza dell’Iran non aderisce al Trattato di non-proliferazione. Secondo le stime, le forze armate israeliane possiedono 100-400 testate nucleari, comprese bombe H, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima. I vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi F-16 e F-15, armati anche di missili israelo-statunitensi Popeye a testata nucleare, e circa 50 missili balistici Jericho II su rampe di lancio mobili. Israele possiede inoltre 4 sottomarini Dolphin, modificati per l’attacco nucleare, forniti dalla Germania, che lo scorso settembre ha consegnato il quarto dei sei previsti.
Inoltre gli Stati uniti hanno firmato accordi per la fornitura ad Arabia saudita, Bahrain ed Emirati arabi di tecnologie nucleari e materiale fissile con cui possono dotarsi di armi nucleari. L’Arabia saudita ha ufficialmente dichiarato (The Independent, 30 marzo 2015) che non esclude di costruire o acquistare armi nucleari, con l’aiuto del Pakistan di cui finanzia il 60% del programma nucleare militare.
Su questo sfondo quella di Vienna appare come una tragica sceneggiata. Mentre si puntano i riflettori sull’Iran, che non possiede armi nucleari e il cui programma nucleare civile è verificabile, si lascia in ombra la drammatica realtà della corsa agli armamenti nucleari per convincere l’opinione pubblica che, con l’accordo sul nucleare iraniano, «il nostro mondo è più sicuro».

Manlio Dinucci Μάνλιο Ντινούτσι مانليو دينوتشي

Courtesy of il manifesto
Source: http://ilmanifesto.info/o-k-per-logiva-nucleare-b61-12-andra-ad-aviano/
Publication date of original article: 14/07/2015

thanks to: Tlaxcala

No Nato: ecco i motivi per i quali urge firmare la petizione

Manifesto dell’assemblea costitutiva del Gruppo della Svizzera Italiana del Movimento Svizzero per la Pace, sezione svizzera del Consiglio Mondiale per la Pace, tenutasi il 23 marzo 2014 a Bellinzona.

Bisogna uscire dalla Nato, sostengono i due gruppi, perché questa organizzazione, nata in funzione difensiva euro-atlantica nel 1949, dal 1990-91 invece si è trasformata in uno strumento di aggressione planetaria. Ciò rende l’appartenenza, almeno per l’Italia, due volte anticostituzionale:

  • la svolta del 1990-91, confermata poi formalmente a Chicago il 20-21 maggio 2012, prevede ineluttabilmente missioni di attacco all’estero e ciò viola l’art. 11 della Costituzione italiana;
  • questa svolta da ruolo difensivo a ruolo offensivo non è stata ratificata da nessuna votazione in Parlamento e ciò viola gli artt. 72 e 80 della Costituzione, che impongono invece la ratifica formale di cambiamenti sostanziali nei trattati internazionali già stipulati.

No Nato: ecco i motivi per i quali urge firmare la petizione.

Manifestazione nazionale No Muos, 4 aprile 2015

Manifestazione nazionale No Muos,  4 aprile 2015
(Foto di Red Militant)
La sentenza del TAR di Palermo del 13 febbraio ha decretato che il Muos è illegale ed illegittimo; partendo da questo giudizio, la lotta del movimento NO MUOS in questi anni rappresenta quindi la volontà popolare di applicare quella giustizia sociale che solo a distanza di 6 anni dall’approvazione del progetto Muos in c.da Ulmo ha avuto una conclusione giudiziaria.

Sul versante globale, mentre qui gli avvocati sono impegnati a sbrogliare quelle matasse burocratiche che hanno permesso l’installazione del Muos, i mass media sono indaffarati a presentare il nuovo prodotto delle politiche guerrafondaie degli stati occidentali, ovvero l’Isis nato sulle ceneri degli interventi “umanitari” delle precedenti guerre in Africa e Medio Oriente.

I maestri nell’arte della strumentalizzazione e della guerra, cinicamente, cercheranno di usare questo nuovo spauracchio per giustificare ancor di più gli investimenti nel settore militare compreso quindi il Muos, gli interventi che serviranno a consolidare il dominio in quei territori ricchi di risorse energetiche e sempre peggiori politiche securitarie volte ad neutralizzare qualsiasi forma di dissenso interno e a dissuadere tutti quei migranti che fuggendo dagli inferni della guerra e della miseria, quotidianamente rischiano in migliaia la vita nel Mar Mediterraneo per cercare di immaginare un futuro migliore.

Come i curdi che in Rojava, coraggiosamente difendono le loro città dagli assalti dell’Isis, noi qui ora e adesso ci stiamo difendendo da queste criminali politiche di militarizzazione e nocività.

Questa nuova sentenza ha ulteriormente dimostrato che siamo noi ad essere dalla parte della giustizia; siamo noi che abbiamo difeso la sughereta dalla devastazione ambientale, noi che abbiamo difeso la salute dei cittadini di Niscemi con i nostri corpi e le nostre pratiche di lotta, noi che abbiamo scelto in modo chiaro ed inequivocabile da che parte stare. Abbiamo subito denunce, intimidazioni, ritorsioni: non ci siamo fermati e non ci fermeremo mai.

Questo è successo nonostante i continui attacchi da parte delle istituzioni schierate a difesa dell’illegalità (prefettura, consolato americano, forze dell’ordine, regione Sicilia e Governo Nazionale).

La sentenza del TAR ha però il grande merito di elencare ad una ad una tutte le inadempienze di cui si sono resi responsabili gli enti preposti a “far rispettare le regole”. Tutti quanti, nessuno escluso, hanno applicato la regola del “Non vedo, non sento e non parlo” delle tre scimmiette.

Ecco perchè dopo le giornate del 9 agosto, i blocchi stradali, i cortei, lo sciopero sociale chiamiamo tutti ancora una volta alla mobilitazione, e per questo invitiamo tutti e tutte ad una grande manifestazione nazionale il 4 Aprile per ribadire che la terra è nostra e non di Cosa NOSTRA, americani e guerrafondai, politicanti e burocrati prezzolati. L’appuntamento è per le ore 14,00 del 4 aprile 2015 al presidio in Contrada Ulmo.

Allora #CI VEDIAMO A NISCEMI!

CONTRO IL MUOS, CONTRO OGNI GUERRA

COORDINAMENTO DEI COMITATI NO MUOS
thanks to: pressenza

Lampedusa sentinella Nato del Mediterraneo

Antonio Mazzeo

Lampedusa torna a fare da avamposto delle forze armate italiane e Nato nel Mediterraneo. A dare nuova linfa ai processi di militarizzazione della piccola isola a sud della Sicilia, l’installazione di due potenti impianti di sorveglianza radar. Come rivelato dal settimanale L’Espresso, gli impianti di Lampedusa hanno ricevuto il primo via libera con la conferenza di servizio del 15 luglio scorso. Il primo di essi sarà predisposto dalla Marina militare nell’ambito del programma pluriennale di ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture nazionali (in tutto undici), facenti parte della Rete radar costiera (RRC) e della Centrale di Sorveglianza Marittima Associata (CSMA), la piattaforma fondamentale per la cosiddetta Consapevolezza della Situazione Marittima che consente di avere sotto controllo tutte le attività navali in corso nel Mediterraneo. Avviato dal ministro della Difesa nel maggio 2009, il programma prevede l’acquisizione di radar di nuova generazione per la sorveglianza Over the Horizon (cioè per l’individuazione di grandi obiettivi “nemici” oltre l’orizzonte ottico), prodotti da aziende del gruppo Finmeccanica. I nuovi impianti saranno dotati di sensore di scoperta a compressione digitale d’impulsi con capacità ISAR (Inverse Synthetic Aperture Radar) e avranno un costo complessivo non inferiore agli 83 milioni di euro.

Nella versione più soft fornita dai comandi della Marina, il programma di ammodernamento della Rete radar costiera “è stato voluto per incrementare la capacità di protezione e sorveglianza dei traffici mercantili; il controllo dei flussi migratori via mare; la lotta ai traffici illeciti quali narcotraffico, traffico d’armi e di esseri umani; la vigilanza sulla pesca; la ricerca e il soccorso; il controllo dell’inquinamento marino”. Ma più di tutto, i nuovi radar rispondono alle esigenze degli strateghi di guerra di potenziare le azioni di contrasto di “qualsiasi tipo di minaccia”, comprese quelle di “natura asimmetrica caratterizzanti lo scenario internazionale, come le eventuali attività svolte da organizzazioni terroristiche internazionali”.

L’impianto di Lampedusa assicurerà la copertura in profondità fino a 100 miglia nautiche dalla costa; le informazioni raccolte saranno riportate alle due centrali di controllo della Rete di Taranto e Augusta, che trasmettono la situazione complessiva dell’area di pertinenza al Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) di Santa Rosa-Roma, per un’integrazione finale nel sistema di supporto al comando della Marina militare (il Marittime Command and Control Information System – MCCIS). Oltre ai dati forniti dalle diverse stazioni della Rete radar costiera, alla potenziata Centrale operativa di Sorveglianza Marittima convergeranno le informazioni raccolte dal Centro virtuale regionale del traffico marittimo V‐RMTC (il programma avviato su iniziativa della Marina militare italiana nel 2005 che prevede lo scambio di informazioni con una trentina di paesi Nato e della sponda Sud del Mediterraneo); dai sensori delle unità in navigazione e dei velivoli da pattugliamento e degli elicotteri imbarcati o impiegati da basi avanzate a terra; dai sistemi in dotazione della Guardia di Finanza (proprio a Lampedusa la Gdf ha installato il radar anti-migranti EL/M-2226 ACSR, acquistato in Israele dalla Elta Systems Ltd grazie al Fondi per le frontiere esterne Ue 2007-13), della Guardia Costiera, delle forze di polizia e degli alleati Nato e Ue. “La Centrale Nazionale di Sorveglianza Marittima dovrà interfacciarsi con i sistemi di sorveglianza marittima di altre Nazioni e/o Organizzazioni internazionali”, aggiunge il ministero della Difesa. In particolare, i nuovi radar costieri funzioneranno in rete con gli impianti previsti dal Project Team MARSUR (WG1 o Maritime Surveillance Networking), il programma promosso dall’European Defence Agency con le Marine militari di Cipro, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia e la collaborazione di Frontex (l’agenzia europea d’intelligence anti-immigrazione), con lo scopo d’individuare “una soluzione comune per lo scambio d’informazioni sulla sorveglianza marittima”.

Il secondo radar previsto nell’isola di Lampedusa sarà messo a disposizione della 134^ Squadriglia Radar Remota dell’Aeronautica italiana, il primo avamposto della Nato nel Mediterraneo meridionale, come spiega il portavoce della Difesa. In una nuova torre di alloggiamento a Cala Ponente, l’impianto ospiterà il Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL, acquistato dall’Aeronautica per la sorveglianza aerea a lunga portata e il potenziamento della rete operativa integrata nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence dell’Alleanza Atlantica.

Con un contratto del valore di 260 milioni di euro sottoscritto con Selex Es (Finmeccanica), la Difesa ha ordinato dodici impianti radar FADR per altrettanti siti italiani (oltre a Lampedusa, le stazioni siciliane di Noto-Mezzogregorio e Perino-Marsala; Mortara, Pavia; Borgo Sabotino, Latina; Capo Mele, Savona; Crotone, Jacotenente, Foggia; Lame di Concordia, Venezia; Otranto; Poggio Renatico, Ferrara; Potenza Picena, Massa Carrara), più due sistemi configurati nella versione mobile (DADR – Deployable Air Defence Radar).

Il FADR può essere controllato anche da centri posti a notevole distanza e la configurazione meccanica con cui è stato disegnato consente facilità di assemblaggio e smontaggio nei campi di battaglia. “Il RAT31-DL è stato sviluppato per rispondere ai futuri bisogni della difesa, dove la superiorità delle informazioni e dei comandi giocherà un ruolo sempre maggiore”, spiegano i manager di Selex-Finmeccanica. “Il sistema ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili, può supportare diverse funzioni come la difesa da missili anti-radiazione e da contromisure elettroniche. In Italia il FADR consentirà di controllare anche la presenza di missili balistici e comunicherà con gli altri punti di controllo nazionali e della Nato”. Grazie alla nuova rete radar, l’Aeronautica militare potrà pure avviare la sostituzione dei propri sistemi di sorveglianza aerea e rendere disponibili le frequenze necessarie all’introduzione della nuova tecnologia Wi-MAX (Worldwide Interoperability for Microwave Access) di accesso internet ad alta velocità in modalità wireless.

Il ministero della Difesa non ha inteso fornire i dati relativi alle emissioni elettromagnetiche del nuovo impianto radar di Lampedusa, affermando che “il programma è sottoposto a secretazione”. Scarne pure le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del sistema FADR rese dall’azienda produttrice. La brochure di Selex ES rivela solo che il Fixed Air Defence Radar opererà in banda D e avrà una portata sino a 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW  e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opererà in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”.

Il 10 gennaio 2012, rispondendo a un’interrogazione parlamentare che stigmatizzava i rischi per l’uomo e l’ambiente delle emissioni elettromagnetiche del radar RAT31-DL di Marsala-Perino, l’allora ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, affermava che “il nuovo radar, grazie al tipo di realizzazione e ad una tecnologia molto avanzata, presenta caratteristiche migliori rispetto al radar già esistente e sito nella medesima area, sia in termini di efficienza che di livelli di emissione elettromagnetica, riducendo la potenza di picco di trasmissione del 50% circa”. I dati, sempre insufficienti o incompleti, sulle emissioni riscontrate nel territorio marsalese erano in verità tutt’altro che tranquillizzanti. Sempre per Di Paola, “il valore massimo (picco) del campo elettrico prodotto dal radar attualmente in uso e riscontrato lungo la contrada Bufalata (a circa 1 chilometro dall’installazione militare) è di circa un quarto del limite previsto di 1952 V/m, mentre il valore massimo (medio) del campo elettrico (sempre a circa 1 chilometro dall’installazione militare), è di circa 7 millesimi del limite previsto di 61 V/m.”. Nessun rischio in futuro, dunque, per gli abitanti di Lampedusa? A Borgo Sabotino (Latina), dopo l’entrata in funzione del FADR RAT31-DL presso il locale centro radar dell’Aeronautica militare, i residenti hanno denunciato l’insorgenza di anomale interferenze che impediscono il buon funzionamento degli strumenti elettronici d’utilizzo quotidiano. Con un’interrogazione parlamentare, alcuni senatori del Movimento 5 Stelle hanno chiesto ai ministri della Difesa e della Salute “se siano a conoscenza dei problemi registrati a Borgo Sabotino e del corretto svolgimento degli atti e fatti che abbiano portato all’istallazione di antenne e apparecchiature simili, sia del grado dell’affidabilità di tale procedimento e dell’impianto funzionante per la salute dei cittadini residenti”. Ad oggi, però, il governo non ha voluto rispondere.

Con il nuovo impianto radar, l’Aeronautica militare rafforzerà ulteriormente il proprio dispositivo a Lampedusa. L’Ami è presente sull’isola dal 1958 con il “Teleposto Telecomunicazioni” e la “Stazione di Meteorologia”. Tale presenza si è ulteriormente evoluta negli anni successivi; nel 1986, con lo scoppio della crisi Usa-Libia e l’ancora misteriosa vicenda relativa al (presunto) lancio di due missili “Scud” contro la stazione trasmittente Loran C, gestita dal 1972 a Lampedusa da personale del Servizio Guardia Coste Usa, fu costituita la 134^ Squadriglia Radar, dotata prima del Sistema AN-FPS-8 e, nel 1989, del sistema MRCS (Mobile Radar Combat System), allo scopo di “garantire la sorveglianza e il controllo dello spazio aereo nazionale e Nato da eventuali minacce provenienti dall’aerea del Nord Africa”, come riporta il sito ufficiale dell’Aeronautica italiana. Sempre a Lampedusa, nel 1993, fu costituito il “Distaccamento Aeronautico” adiacente all’aeroporto (scalo classificato come “civile” pur se utilizzato spesso da aerei ed elicotteri militari), con la funzione di fornire il supporto logistico, tecnico e amministrativo a tutti gli enti dell’Aeronautica militare presenti sull’isola. A fine 1994, la 134^ Squadriglia prese possesso della stazione Loran C, dismessa dagli Stati Uniti d’America; quattro anni più tardi il reparto assunse la configurazione di “sensore remoto” con riporto dati al sito master di Noto-Mezzogregorio, sede del 34° Gruppo Radar. Nel 2004 venne installato nella ex base Loran il sistema radar a lungo raggio RAT-31 SL di Slex-Finmeccanica. A partire del 5 agosto 2008, con l’entrata in vigore del cosiddetto “decreto sicurezza” volto a contrastare la criminalità e l’immigrazione clandestina, il contingente dell’Aeronautica militare fu destinato alle attività di vigilanza interna ed esterna del Centro di identificazione ed espulsione / Centro di primo soccorso ed accoglienza migranti di Lampedusa. Gli avieri sono stati poi utilizzati a supporto degli interventi del personale dell’Esercito, della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera, giunto in massa nell’isola con le crescenti “emergenze-sbarchi” di migranti e richiedenti asilo.

Gli uomini della 134^ Squadriglia Radar e del Distaccamento Aeronautico hanno pure fornito l’assistenza ai velivoli militari C-130J “Hercules”, utilizzati per trasferire i migranti in altri centri italiani, e agli automezzi della Protezione civile adibiti a Lampedusa al trasporto tende, bagni chimici, letti e derrate alimentari. Nel gennaio 2008, dopo la decisione del governo di allestire un nuovo CIE nei locali della ex base statunitense Loran C, gli avieri hanno curato i lavori di allestimento del centro-lager di 200 posti letto e le relative “operazioni minime di messa in sicurezza”. L’infrastruttura, carente di servizi medico-sanitari e spazi di socializzazione e del tutto isolata dal contesto isolano, è stata poi classificata eufemisticamente come “Centro di prima accoglienza migranti” e utilizzata dopo il 2011 anche per la detenzione di donne e minori non accompagnati.

Nei mesi scorsi, le autorità governative hanno decretato la fine della missione del personale dell’Esercito italiano, presente stabilmente a Lampedusa dalla primavera del 1986. “L’operazione Strade Sicure che garantirà la vigilanza del Centro di Soccorso e Prima Accoglienza continuerà comunque sull’isola sotto il comando del Raggruppamento Sicilia Occidentale (Reggimento Lancieri d’Aosta con sede a Palermo) e verrà condotta da un plotone di venti uomini dell’Aeronautica Militare”, ha chiarito il ministero della Difesa. La componente terrestre utilizzò originariamente come base operativa una struttura a Contrada Imbriacola, passata al demanio nel 2006 e successivamente divenuta sede del CIE/Centro migranti. “I compiti principali dell’Esercito sono stati quelli della vigilanza in concorso alle forze dell’ordine del Centro di soccorso e prima accoglienza e la vigilanza del deposito di barconi impiegati dagli scafisti”, ricorda la Difesa. “L’Esercito ha impiegato sull’isola anche alcuni militari di origini africane, con compiti di mediazione culturale, per facilitare i rapporti tra Istituzioni e migranti e interpretarne le esigenze utilizzando la loro lingua madre”. La migliore narrazione per trasformare agenti e 007 in samaritani…

thanks to: Peacelink

Washington Is Destroying the World

The aggressive and mindless position of Washington is destroying the world, Paul Craig Roberts believes.

ATLANTA, October 7 (RIA Novosti) – The aggressive and mindless stance Washington’s warmongers have taken toward Russia and China has shattered the accomplishment of Reagan and Gorbachev.

Reagan and Gorbachev ended the cold war and removed the threat of nuclear armageddon. Now the neocons, the US budget-dependent (taxpayer dependent) US military/security complex and the US politicians dependent on campaign funds from the military/security complex have resurrected the nuclear threat.

The corrupt and duplicitous Clinton regime broke the agreement that the George H.W. Bush administration gave Moscow in 1990. In exchange for Moscow permitting a reunified Germany to be a NATO member, Washington agreed that there would be no expansion of NATO to the east. Gorbachev, US Secretary of State James Baker, US ambassador to Moscow Jack Matlock and declassified documents all testify to the fact that Moscow was assured that there would be no expansion of NATO into Eastern Europe.

In 1999 President Bill Clinton made a liar of the administration of President George H.W. Bush. The corrupt Clinton brought Poland, Hungary, and the newly formed Czech Republic into NATO.

President George W. Bush also made a liar out of his father, George H.W. Bush, and his father’s trusted Secretary of State, James Baker. “Dubya,” as the fool and drunkard is known, brought Estonia, Latvia, Lithuania, Slovenia, Slovakia, Bulgaria, and Romania into NATO in 2004.  The corrupt and hopeless Obama regime added Albania and Croatia in 2009.

In other words, over the past 21 years three two-term US presidents have taught Moscow that the word of the US government is worthless.

Today Russia is surrounded by US and NATO military bases, with more to come in Ukraine (part of Russia for centuries), Georgia (part of Russia for centuries and the birthplace of Joseph Stalin), Montenegro, Macedonia, Bosnia-Herzegovina, and perhaps also Azerbaijan.

A large land expanse that was formerly part of the Soviet Empire is now part of Washington’s Empire. The “coming of democracy” simply meant the changing of masters.

Washington always picks the puppet who serves as Secretary General of NATO.  The latest is a former Norwegian politician and prime minister, Jens Stoltenberg.  On Washington’s orders, the puppet quickly antagonized Moscow with the statement that NATO has a powerful army that has a global policing role and can be deployed wherever Washington wishes. This claim is a total contradiction of NATO’s purpose and charter.

Igor Korochenko, a member of the Russian Defense Ministry Public Council replied to Washington’s puppet Stoltenberg: “Such statements run counter to the system of international security, as the NATO alliance poses a threat to Russia. Therefore, it will cause responsive measures.”

The responsive measures are what you would expect: enough nuclear capability to wipe out the United States and Europe many times over.

The arrogant fools in Washington, wallowing in their hubris as “the indispensable nation,” have provoked Moscow to the point that Russia now has more deployed nuclear weapons than the US. As a result of Washington breaking its word and putting ABM missile bases on Russia’s border, Russia has developed supersonic ICBMs that can rapidly change their trajectory and cannot be shot down by any missile defense system.  Of course, the US corporations making billions of dollars selling Washington a useless ABM system will deny this.

Moreover, those countries, such as Poland, whose governments are sufficiently stupid to accept US ABM bases, would be obliterated before the bases could function. The utter stupidity of Eastern Europe’s bought-and-paid-for governments to put trust in Washington is likely to be the main cause of WW III.

The happy participant in the new Armageddon is the American military/security complex. These [word expelled] – ”private corporations” whose revenues are entirely public funds – are guaranteed more money regardless of the potential cost in human life. Their US Senate spokesperson, Jim Inhofe, a member of the Senate Armed Services Subcommittee on Strategic Forces, has resurrected the argument from 60 years ago that America is falling behind in the arms race. Restarting the arms race is essential to the profits of the US military/security complex and to the campaign contributions of senators.

It is not only Russia’s strategic nuclear forces that the fools in Washington have revived and activated, but China’s as well.  Last year China released a pictorial description of how China’s nuclear forces could destroy the US.  This was China’s response to Washington’s insane plan of building new air and naval bases from the Philippines to Vietnam in order to control the flow of resources in the South China Sea.  What kind of idiotic government does America have that thinks China is going to put up with this kind of interference in China’s sphere of influence?

China has now added to its nuclear arsenal a new variant of one of its mobile ICBMs. Washington does not know much about this new missile, because the CIA is too busy arranging protests in Hong Kong.

Both Russia and China were content to be part of the world economy and to improve the economic situation of their citizens by developing their economies.  But along comes the neocon Unipower, a collection of arrogant psychopaths who declare that Washington will not permit any other country, not even Russia and China, to rise to a capability of exercising a foreign policy independent of Washington’s purposes.

Nuclear war is back into the picture. First Washington threatens those it perceives as rivals.  When the perceived rivals don’t submit, Washington demonizes them.

In the histories written by Washington’s court historians, the greatest demons of modern times are the WW II governments of Japan and Germany along with the post-WW II Soviet government of Joseph Stalin. These American court historians ignore the facts.

Japan was forced into war by Washington, which cut off Japan’s access to resources. Japan was then nuked twice while the Japanese government was trying to surrender.

All of US president Woodrow Wilson’s promises made to Germany in order to end WW I, such as no territorial loses and no reparations, were broken. Germany was torn apart and German territory was handed over to Poland, France, and Czechoslovakia. Despite US president Woodrow Wilson’s promise to the contrary, impossible reparations were imposed on Germany by the Treaty of Versailles. The prescient John Maynard Keynes declared that the reparations would result in a second world war. If memory serves, portions of Germany were also given to Belgium, Lithuania, and Denmark.

This humiliation of an industrious and powerful people, whose armies occupied foreign territories when WW I ended, demonstrated the mendacity of the so-called “Western powers.” The French, British, and Americans paved the way for Adolph Hitler. By 1935 Hitler was sufficiently ensconced to denounce the Versailles Treaty. If Hitler had not succumbed to hubris and sent the German armies marching off into Russia where they were destroyed, he, or his successors, would still be ruling Europe today.

The true history is so different from what Washington pretends and Americans are taught. The majority of Americans are blind enablers of Washington’s war on the world. If ebola and global warming don’t destroy humanity, the ignorance of the American people and Washington’s war for world hegemony surely will.

Paul Craig Roberts served as an Assistant Secretary of the Treasury in the Reagan Administration. He was associate editor and columnist for The Wall Street Journal and columnist for Business Week and the Scripps Howard News Service. In 1992 he received the Warren Brookes Award for Excellence in Journalism. In 1993 the Forbes Media Guide ranked him as one of the top seven journalists in the United States. He is also chairman of The Institute for Political Economy.

thanks to: Paul Craig Roberts

Ria Novosti

Informazione Ucraina

di Patrick Boylan.

Da mesi i media denunciano “l’aggressione di Putin” contro l’Ucraina ed ora fanno vedere una controversa pistola fumante: presunte foto satellitari delle truppe russe. Quattro voci autorevoli, invece, ci invitano a ripensare la narrazione ufficiale. In Ucraina la NATO c’è anche se non si vede: vuole installare i suoi missili sulla frontiera russa, fermare il multipolarismo e ripiombarci nel bipolarismo della Guerra Fredda.

Lo scorso primo luglio, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato USA e uomo politico notoriamente di destra, ha stupito tutti con un articolo sul Washington Post in cui chiedeva la cessazione delle ostilità tra le parti nell’est dell’Ucraina e tra Washington e Mosca. “Basta con la demonizzazione di Putin e la politica dello scontro, bisogna trattare” ha ammonito Kissinger (originale in ingleseresoconto in italiano).

Poi, nel mese di agosto, sono apparsi altri tre articoli sull’Ucraina dello stesso tenore, tutti scritti da esponenti autorevoli dell’establishment europeo e statunitense:

  • La via per uscire dalla crisi ucraina – la finlandizzazione” di Jeffrey Tayler, corrispondente da Mosca di The Atlantic, ritenuta una delle dieci pubblicazioni statunitensi più influenti in politica estera (12.08.2014: originale in inglesetraduzione Google );

  • “La crisi ucraina è colpa dell’Occidente – non di Putin” di John Mearsheimer, accademico e uno dei cervelli del Council on Foreign Relations, think tank che orienta la politica estera statunitense (Foreign Affairs, 23.08.2014: originale in ingleseresoconto su Megachip).

Questi esperti vanno addirittura oltre Kissinger e sfatano completamente il resoconto del conflitto ucraino finora propagandato nei mass media. Ossia, che sarebbe Vladimir Putin, spinto da una presunta brama di accaparrarsi sempre più paesi per ricreare l’ex impero sovietico, l’aggressore pericoloso che bisogna isolare e mettere in riga.

Apprendiamo, invece, che è stato l‘Occidente, tramite la NATO, il vero aggressore in Ucraina. Infatti, l’Occidente ha realizzato un colpo di stato armato a Kiev lo scorso febbraio, dietro la cortina fumogena delle manifestazioni in piazza, usando milizie ucraine filonaziste, addestrate nelle caserme NATO della Polonia, per prendere d’assalto il palazzo presidenziale e costringere alla fuga l’allora Presidente Janukovyč. Ciò ha consentito a Washington di prendere possesso del paese e di portare al potere, non le persone per le quali i manifestanti si stavano battendo in piazza, ma gli uomini voluti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale – e già scelti da tempo.

Scopo dell’operazione: 1) poter installare basi missilistiche NATO lungo la frontiera russa, minaccia che Kiev e Washington negano di voler attuare ma che viene confermata dalle dichiarazioni della Commissione NATO-Ucraina e dalle visite in Ucraina del Missile Defense Agency del Pentagono; 2) privare la Russia delle forniture delle industrie specializzate nell’est dell’Ucraina, dalle quali l’esercito russo dipende da sempre; 3) privare la Russia della sua base navale strategica in Crimea; 4) consentire all’FMI di ridurre l’Ucraina alla subalternità, attuando la sua (tristemente nota) terapia d’urto economica – quella che l’Italia ha fatto salti mortali per evitare finora.

L’accresciuta povertà degli ucraini che ne deriverà, darà poi ai paesi europei sviluppati (in particolare alla Germania) accesso ad un vasto bacino di manodopera a bassissimo costo – come quella del sud-est asiatico ma molto più vicina e più istruita. Inoltre consentirà il dumping in Russia, di prodotti europei prodotti e venduti sottocosto dalle filiali ucraine (guerra economica condotta per procura).

La crisi ucraina è stata provocata, dunque, non dalla Russia ma dall’Occidente che, per mettere la Russia in difficoltà militarmente ed economicamente, ha commesso due illegalità: ha violato le norme internazionali che vietano l’attuazione di golpi in paesi terzi e ha violato i Patti Fondativi del 1997 che prevedevano un’Ucraina neutra e fuori da ogni alleanza militare. Le contromosse di Putin – annettere la Crimea con la sua base navale e sostenere la ribellione nell’est dell’Ucraina – andrebbero dunque viste meno come “invasioni ingiustificate” compiute “dal famelico orso russo” e più come tentativi di salvare il salvabile dopo l’invasione dell’Ucraina – questa sì ingiustificata – da parte della NATO. Questo concetto è stato peraltro raffigurato in un cartello della Rete NoWar per una manifestazione tenutasi davanti all’ambasciata d’Ucraina il 17 maggio 2014: vedi sotto.

Ma proprio la consapevolezza della falsità della narrazione ufficiale degli eventi in Ucraina ci consente poi di uscire dal conflitto. Invece dell’inevitabilità dello scontro, ci accorgiamo della possibilità di un negoziato, nei termini ipotizzati da Kissinger il primo luglio e ripresi nel mese di agosto, con varianti, dai tre autori elencati sopra.

Secondo questi esperti, l’Occidente potrebbe rinunciare all’installazione di basi missilistiche in Ucraina e al blocco delle forniture dalle industrie nell’est, per ottenere dalla Russia la fine della ribellione nella zona orientale del paese e la rinuncia alla sovranità sulla Crimea – naturalmente, dietro meccanismi che garantiscono la permanenza della base navale russa sulla penisola. Da parte sua, la Russia potrebbe accettare l’entrata dell’Ucraina nella zona economica europea, purché rimanga neutra sul piano politico-militare (“finlandizzandosi”) e dietro garanzie adeguate anti-dumping per tutelare l’economia russa. A ciò potremmo aggiungere la concessione, non dell’indipendenza, ma di un’estesa autonomia regionale all’est, militare (con una Guardia Regionale al posto della temutissima Guardia Nazionale), economica (con il controllo sulle proprie esportazioni) e culturale (tutele linguistiche e religiose).

E sarebbe la pace.

Ecco dunque apparire all’improvviso nell’estate del 2014, in quattro pubblicazioni autorevoli, una visione nuova degli eventi in Ucraina, diametralmente opposta alla fuorviante narrazione ufficiale. Una visione che, svelando le vere poste in gioco, ci consente di muoverci per fermare le ostilità sul campo e tra governi. Ma come?

L’editoriale di Gabor Steingart ce lo indica: rievoca la figura di Willy Brandt, sindaco di Berlino (e poi Cancelliere) all’epoca della costruzione del Muro da parte dei sovietici nel 1961. Quel muro poteva significare la fine di qualsiasi dialogo tra Est e Ovest. E invece Brandt si è prodigato per la conciliazione tra le parti e, passo dopo passo, ci è riuscito. Rifiutando le rappresaglie. Riconoscendo lo status quo al fine di cambiarlo. Riconciliando gli interessi. Promuovendo il riavvicinamento. E, soprattutto, provando e facendo provare la compassione – anche verso i nemici.

Potrebbe Brandt servire da modello per i nostri leader di oggi – Merkel, Obama, Poro?enko, Putin – per quanto riguarda la crisi ucraina? Steingart sembra infatti incoraggiare la Cancelliera tedesca a seguire l’esempio del suo predecessore e già la Merkel sta mantenendo costanti contatti telefonici con i leader che meno si parlano tra loro (una tattica di Brandt). Putin, pur non rinunciando a fornire “assistenza” agli ucraini russofoni, ha dichiarato la sua disponibilità a trattare con tutti in qualsiasi momento. Persino Poro?enko ha accettato, a margine del vertice regionale di Minsk il 26 agosto, di trattare con Putin faccia a faccia per due ore – trattativa “dura e complessa”, ha poi confidato, ma che ha permesso ai due statisti di creare un gruppo di contatto permanente per proseguire con le trattative. Un inizio di dialogo, dunque. (Per ragguagli sulla possibile svolta a Minsk, vedi quest’analisi di Giulietto Chiesa.)

Ma che dire del quarto protagonista, il convitato di pietra a Minsk, Barack Obama?

Purtroppo, a Washington, i neocon, i consiglieri ultra-conservatori cacciati dalla Casa Bianca con la sconfitta di Bush jr, sono ormai rientrati dalla finestra e oggi spingono l’amministrazione Obama a promuovere, di nuovo, la bipolarizzazione del mondo (il celebre “O con noi o contro di noi” di Bush jr.). Proprio l’opposto della conciliazione.

I motivi per questa insistenza sulla bipolarizzazione del mondo sono due. In politica estera, i neocon (e i poteri forti che li sponsorizzano) non vedono di buon occhio il graduale avvicinamento avvenuto in questi ultimi anni tra l’Europa e la Russia, con la costruzione di sempre più oleodotti e gasdotti (“fili” che cuciono insieme i due continenti), con l’intensificarsi dei rapporti commerciali, con lo sviluppo congiunto delle nuove tecnologie, e via discorrendo. Perché tutto ciò porterà ad un autentico multipolarismo, vale a dire, ad un futuro “blocco euro-russo” avente lo stesso peso degli USA o della Cina. Attuando invece il golpe in Ucraina per istigare la Russia a reagire, i neocon e i loro sponsor sono riusciti ad ottenere lo scontro, a rilanciare la retorica bipolare della Guerra Fredda e a spezzare in parte i legami euro-russi tramite:

— le sanzioni economiche contro la Russia che interrompono una parte degli scambi economici e tecnologici dell’EU con quel paese, sostituendoli con gli scambi atlantici previsti nel quadro del TTIP, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti – una gabbia normativa che subordina le industrie europee alle multinazionali statunitensi e che sarà probabilmente approvato entro quest’anno;

il blocco della costruzione dei nuovi oleogasdotti Russia-UE, come il Southstream, sostituendoli con la fornitura di gas liquefatto americano, ormai prodotto in eccesso grazie al fracking (almeno, così si dice). Ciò significa che, accanto alla dipendenza economica (TTIP), l’Europa dipenderà dagli USA anche sul piano energetico.

In pratica, la politica estera neocon rigetta il multipolarismo e ridivide il mondo in due blocchi: da una parte la Russia, l’Iran e la Cina (la SCO: l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione); dall’altra, l’«Occidente», cioè tutti gli altri paesi dietro la leadership degli USA. La SCO diventa, dunque, il nuovo Asse del Male. E con “il Male” non si tratta.

Obama, dunque, rifiuta il dialogo con Putin e impone a Poro?enko di non trattare con i leader separatisti. Sostituisce il dialogo con le sanzioni, con l’esclusione della Russia dagli incontri occidentali, con la sospensione delle iniziative politiche e scientifiche congiunte e con l’incremento delle truppe NATO lungo le frontiere russe. Il 26 agosto c’è stato a Minsk il parziale disgelo a sorpresa tra Poro?enko e Putin e perciò, puntualmente, due giorni dopo, la NATO ha tirato fuori le ormai famose foto satellitari delle truppe russe (simili ad altre che aveva da tempo ma mai mostrate) e, istigando il Presidente ucraino ad interrompere il suo viaggio e a suonare l’allarme per “l’invasione russa”, ha minacciato la guerra. Di sforzi di conciliazione, di sforzi per capire le ragioni dell’altro, d’inviti alla calma, neanche l’ombra.

Questa bipolarizzazione del mondo e demonizzazione dell’avversario è anche funzionale alla politica interna statunitense voluta dai neocon. La SCO fornisce al governo statunitense un nemico di peso da additare – come fu l’URSS durante la Guerra Fredda – per giustificare uno stato di emergenza permanente e la creazione di uno stato poliziesco. Già grazie agli attentati dell’11 settembre, i neocon hanno potuto: (1.) far approvare il Patriot Act “per punire i terroristi” ma, in realtà, per poter incarcerare senza processo qualsiasi dissidente; (2.) potenziare la NSA per “scoprire i terroristi” ma in realtà per spiare ogni singolo cittadino; (3.) militarizzare le polizie locali “per impedire atti terroristici” ma in realtà per impedire qualsiasi protesta, come si è visto a Ferguson in agosto. Davanti alle presunte minacce di un nemico (la SCO) ancora più potente dei terroristi jihadisti, la repressione diventerà totale.

Sarà possibile invertire questa tendenza, arrestare la propaganda a favore della bipolarizzazione del mondo e spingere per accordi di pace in Ucraina e di libero scambio tra l’Europa e la Russia? Di certo non sarà facile, vista la disparità dei mezzi a disposizione (gli sponsor dei neocon hanno molto influenza nel mondo, sia presso i governi che nei mass media). Ma vale la pena tentare, anche con petizioni come quella di Alex Zanotelli e di Alfonso Navarra su PeaceLink.

Soprattutto ricordiamo ai nostri governanti il metodo della conciliazione messo in opera con successo da Willy Brandt, all’epoca del Muro di Berlino, come Steingart ha fatto sul Handelsblatt. Inoltre, chiediamo con insistenza ai nostri mass media, pena il boicottaggio, di smetterla con la ricorrente demonizzazione dei nostri avversari e di farci capire invece anche le loro ragioni. Rifiutiamo il voto a partiti che non hanno un’articolata politica estera e cerchiamo, da attivisti, di influire su quella degli altri.

Facciamo tutto ciò pur consapevoli che sarà assai più difficile oggi, rispetto al 1961, superare – con gli appelli alla conciliazione e alla comprensione reciproca – il nuovo muro di Berlino che si sta costruendo sulla frontiera est dell’Ucraina. Perché questa volta, a costruire il muro, siamo noi.
thanks to: megachip

OPINION: Russia Could Station Missiles in Europe in Response to NATO Moves

Iskander missile system

17:42 07/05/2014

MOSCOW, May 7 (RIA Novosti) – Russia could deploy short-range Iskander missiles in the country’s westernmost Kaliningrad region if NATO decides to strengthen its military presence in Eastern Europe, Lt. Gen. Yevgeny Buzhinsky told RIA Novosti.

“Russia is a nuclear power,” he said. “If NATO becomes more active, we will deploy a division of Iskander missiles in Kaliningrad Region,” added Buzhinsky, who previously headed the department of international agreements in the Russian Defense Ministry.

US Air Force General Philip Breedlove said Tuesday that NATO will consider permanently stationing troops in parts of Eastern Europe following the increased tensions over Ukraine, Reuters reported.

“I think this is something we have to consider and we will tee this up for discussion through the leaderships of our nations to see where that leads,” he was quoted as saying.

Defense and foreign ministers of NATO member states as well as senior commanders are to examine the alliance’s presence in Europe prior to a summit of NATO leaders in Wales this September, Breedlove said.

“I don’t see any potential danger if a military conflict between NATO and Russia in Europe involving ground forces,” Buzhinsky told RIA Novosti. “There is no military threat [to Russia], this is an information war,” he said.

NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen said earlier the alliance will boost air patrols over Eastern Europe and dispatch extra ships to the Baltic and Mediterranean Seas due to the crisis in Ukraine. The Russian Foreign Ministry said that NATO was attempting to use the Ukrainian crisis as a pretext to unite the alliance’s members and to push for Moscow’s isolation.

Rasmussen also claimed last month that “Russia is speaking and behaving not as a partner, but as an adversary.”

Franz Klintsevich, Deputy Chairman of the State Duma Committee on Defense, told RIA Novosti that deployment of NATO infrastructure in Eastern Europe and in the Baltic States endangers these countries and Russia should diplomatically deliver this message to the leadership of these states.

“A serious object in the Lithuanian territory, any modern nuclear weapon – means Lithuania basically doesn’t exist anymore, and politicians should understand that, this is a serious issue,” Franz Klintsevich said.

 

thanks to: RIA Novosti

US F-35 jets unable to escape radars: Aviation Week

US warplanes, under the F-35 Joint Strike Fighter program, are incapable of escaping Russian and Chinese radars, a report says.

“The F-35 Joint Strike Fighter… is not, in fact, stealthy in the eyes of a growing number of Russian and Chinese radars,” the Aviation Week recently reported.

The report said the F-35 is not even effective in “jamming enemy radar.”

The US Department of Defense is spending “hundreds of billions of dollars” for a “fighter that will need the help of specialized jamming aircraft,” the Aviation Week stated in its report.

It said Russian armed forces have been equipped with a “highly counter-stealth radar system” – unveiled at an air show near Moscow in August 2013 – that is able to “track small targets.”

The US Department of Defense waived laws in January that ban the use of Chinese-made components on US weapons, including on F-35 warplanes.

Production of the F-35 military aircraft has faced technical issues, cost overruns and delays.

Some experts say flaws in the F-35 fuel tank and fueldraulic systems have left it even more vulnerable to lightning strikes and other fire sources including enemy fire.

KQ/HSN/SL

thanks to: PressTV