Il nostro vicino nucleare

La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare
11 maggio 2018 – Rossana De Simone

soldati francesi nella repubblica Centrafricana

di Gregorio Piccin

La grandeur a tempo di Brexit.
A partire dal 2019 il Regno Unito sarà a tutti gli effetti fuori dall’Unione europea. A dire il vero la sua adesione è sempre stata alquanto ambigua e molto parziale considerato il mantenimento della sovranità monetaria e il reale collocamento strategico/militare (più spostato verso Usa e Commonwealth che interno all’asse franco-tedesco europeo).
Tuttavia, indipendentemente dal profilo sfuggente del Regno Unito, in Europa la politica estera comune non è mai esistita: ogni Paese si fa gli affari suoi e dove necessario, li difende anche militarmente in concorrenza con gli altri. Questa è ancora la realtà materiale delle relazioni internazionali. E poco conta se dagli anni novanta si sia astrattamente creduto ad una presunta “fine degli Stati” a fronte dei fenomeni di globalizzazione e finanziarizzazione. Nella grande maggioranza dei casi, gli Stati stanno semplicemente dismettendo la loro funzione regolatrice per concentrarsi sulla funzione repressiva interna e di proiezione militare verso l’esterno.
Lo schema neocoloniale, in sintesi, rappresenta la versione aggiornata e perfezionata del colonialismo e dell’imperialismo novecenteschi: multinazionali di bandiera e grandi banche > ricerca scientifica e tecnologica > professionalizzazione delle Forze armate > controllo dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime.
Si è di fatto passati a piè pari dalla “civilizzazione” della Belle epoque alla “democratizzazione” post ’89 e la Francia, in questo senso, è grande maestra.
Se consideriamo il paniere delle devastanti aggressioni militari occidentali dell’ultimo venticinquennio ogni Paese ha infatti partecipato o meno a seconda degli interessi materialmente in campo.
Fa eccezione l’Italia che si è sempre indistintamente buttata nella mischia, a prescindere persino da qualsiasi valutazione di così detto interesse nazionale, per dimostrare “responsabilità e prestigio” ovvero un imbarazzante servilismo nei confronti di Washington.
La Brexit ha quindi consegnato alla Francia l’indiscusso primato militare in Europa.
Questo Paese è infatti una media potenza militare, con potere di veto all’Onu, con autonome capacità nucleari, con estesi interessi neocoloniali in Africa e in Medio oriente, con basi, avamposti e pezzi di “territorio nazionale” in diversi continenti ed oceani e con conseguenti spiccate capacità di proiezione della forza militare.

Vive la France (afrique)!
La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare.
Dopo aver perso Laos, Cambogia e Vietnam nel 1954, la Francia perde anche la più prossima Algeria nel 1962 dopo quattro anni di guerra di sterminio: almeno 300.000 algerini vennero uccisi e circa 3.000.000 deportati in campi di prigionia, a fronte di una popolazione complessiva di dieci milioni.
E’ proprio nel bel mezzo di questa guerra che il generale De Gaulle (presidente della repubblica nel decennio ’59-’69) comprende che il vecchio colonialismo andava rapidamente sostituito con qualcosa di nuovo, più accettabile per l’opinione pubblica ma soprattutto che potesse scongiurare la perdita totale del controllo francese sulle sue stesse colonie.
Nel 1960 De Gaulle concede unilateralmente l’indipendenza a tutte le colonie africane francofone e contemporaneamente crea le così dette “reti Foccart”, composte da soggetti economici, politici, militari e dei servizi segreti. Lo scopo di queste reti politico-affaristiche era quello di controllare direttamente due grandi risorse strategiche come le materie prime e i nuovi fondi per lo sviluppo.
La Francia, per presidiare questo controllo nel tempo, ha utilizzato sia la finanza che le forze armate: da una parte l’imposizione del franco CFA (il così detto franco africano) come moneta direttamente convertibile con quella della “madre patria” e dall’altro il mantenimento di basi militari con annessa “cooperazione” ossia addestramento e controllo degli eserciti locali.
Dopo quasi sessant’anni la Francia è ancora presente nella Françafrique con multinazionali, banche, basi e forze armate, mercenari ma soprattutto con il CFA, oggi convertito in euro.
Il risultato di questa prodigiosa “decolonizzazione”? Un pesante indebitamento di questi Paesi principalmente verso il sistema bancario francese, corruzione strutturale, sistematica perdita di controllo sulle risorse strategiche (tra cui petrolio e uranio), disastri ambientali, l’assenza di qualsiasi prospettiva di sviluppo, migrazioni disumane.

Libia insidiosa
La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), è stata un chiaro esempio di “difesa” della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si è trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana (e un sistema bancario) che potesse insidiare il CFA tuttora in uso nella Françafrique.
Anche in altri Paesi si è tentata la strada dell’indipendenza economica ma è chiaro che la grandeur non può stare in piedi senza il pilastro della Françafrique: più della metà degli 87 colpi di stato che si sono susseguiti nel continente africano negli ultimi 50 anni si sono verificati nell’Africa francofona.
E proprio l’Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata ultimamente il terreno di una ricomposizione di interessi a livello di alcuni Paesi dell’eurozona. Da quando il franco francese è scomparso, il CFA è stato infatti agganciato all’euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla Françafrique.
La convertibilità CFA/euro ha portato con sé almeno due conseguenze importanti: la prima è che i Paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni europee e con una capacità d’acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda è che la Francia non può più sostenere l’esclusiva.
Ecco spiegato come mai, dal 2015, la Germania ha inviato in Mali un suo contingente che conta oggi più di mille soldati mentre l’Italia ha tentato maldestramente d’inviare il suo in Niger nel quadro della così detta “Coalizione per il Sahel” lanciata dal governo Macron in un vertice a Parigi lo scorso 13 dicembre.

Il nuovo ruolo militare della Francia: verso il 2% del P.i.l
Macron eredita da Hollande il rilancio del protagonismo francese nel continente africano. Parigi intende infatti consolidare la presenza militare in Africa dalla Costa Atlantica fino all’Oceano Indiano, dal Senegal a Gibuti, passando per il Sahel e quindi ricongiungersi con altre basi e avamposti già presenti nei due oceani. Questa visione strategica espansionista, aggressiva e molto ambiziosa richiede un concorso negli “oneri per la sicurezza” che la Germania offre già da anni.

La capacità di proiezione globale (condivisa come piattaforma con gli alleati) offre all’industria bellica francese prospettive senza fine.
Il ruolo di capofila richiede però alla Francia (e a tutti i francesi) un forte aumento della spesa militare: con la nuova Legge di Programmazione Militare (LPM 2019-2025), Macron intende stanziare la somma di 295 miliardi di euro, ben 105 miliardi in più rispetto al quinquennio precedente.
L’8 febbraio scorso, nel presentare la LPM il ministro della difesa Parly ha giustificato questo forte aumento definendolo “…necessario per mantenere l’influenza globale della Francia ed intervenire in ogni luogo del globo in cui vengano minacciati gli interessi della Nazione e la stabilità internazionale…” (RID, aprile 2018, pag.68).
Il piano ha l’ambizione di garantire “l’autonomia strategica” nazionale ed europea. Oltre alle nuove acquisizioni (sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) la LPM prevede un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate di cui 1.500 per i servizi segreti e 1.000 operatori per la cybersicurezza più 750 funzionari da impiegare nella “divisione vendite” nella Direction Générale de l’Armement.
In Francia infatti è lo stesso governo ad occuparsi dell’export dei prodotti dell’industria bellica nazionale, dalle pistole ai caccia.
Un servizio che secondo Alessandro Profumo (a.d Leonardo), anche lo Stato italiano dovrebbe fornire all’industria bellica nostrana per avere maggiore rappresentatività di fronte alla domanda internazionale.
La Francia intende inoltre aggiornare la sua capacità nucleare: la LPM stanzia 25 miliardi di euro in cinque anni per conferire ai caccia Rafale capacità di bombardamento, sviluppare un nuovo missile balistico intercontinentale e un nuovo sommergibile con capacità di lancio.
Non c’è dubbio che la grandeur stia attraversando una fase di poderoso slancio, favorita dalla Brexit e sostenuta dalla Pesco.
La nuova Legge di Programmazione Militare, che vorrebbe garantire l’”autonomia strategica” attraverso la difesa degli interessi della nazione, fa il paio con la dichiarata intenzione di raggiungere, entro il 2025, la soglia del 2% del p.i.l per le spese militari.
In questo modo il governo Macron persegue l’intenzione di dirigere lo scomposto neocolonialismo europeo con il ruolo di capofila militare-industriale e nucleare. Per il momento, sempre all’ombra della Nato.

Sorgente: Il nostro vicino nucleare

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Quando l’Italia bombardava la Siria

“L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “

di Manlio Dinucci*

il manifesto, 17 aprile 2018 

Per motivare la guerra del 2003, gli Usa accusarono l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa: il segretario di stato Colin Powell presentò all’Onu una serie di «prove» risultate poi false, come ha dovuto ammettere lui stesso nel 2016.

«Prove» analoghe vengono oggi esibite per motivare  l’attacco alla Siria effettuato da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Il generale Kenneth McKenzie,  Joint Staff Director del Pentagono, ha presentato il 14 aprile una relazione, corredata da foto satellitari, sul Centro di ricerca e sviluppo Barzah a Damasco, definendolo «il cuore del programma delle armi chimiche siriane».

Il Centro, che costituiva il principale obiettivo, è stato attaccato con 76 missili da crociera (57 Tomahawk lanciati da navi e sottomarini e 19 Jassm da aerei). L’obiettivo è stato distrutto, ha annunciato il generale, «riportando indietro di anni il programma delle armi chimiche siriane».

Questa volta non c’è bisogno di aspettare tredici anni per avere conferma della falsità delle «prove». Un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati ultimata nel febbraio 2018: «La squadra di ispezione non ha osservato alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». Non a caso il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw.

La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non parla l’apparato politico-mediatico, che accusa invece la Siria di possedere e usare armi chimiche.

Il  premier Gentiloni ha dichiarato che l’Italia, pur appoggiando «l’azione circoscritta e mirata a colpire la fabbricazione di armi chimiche», non vi ha in alcun modo partecipato. In realtà, essa è stata precedentemente concordata e pianificata in sede Nato. Lo prova il fatto che, subito dopo l’attacco, è stato convocato il Consiglio Nord Atlantico, nel quale Stati uniti, Gran Bretagna e Francia hanno «aggiornato gli Alleati sull’azione militare congiunta in Siria» e gli Alleati hanno espresso ufficialmente «il loro pieno appoggio a tale azione».

Gentiloni ha inoltre dichiarato che «il supporto logistico che forniamo soprattutto agli Usa non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria». In realtà, l’attacco alla Siria dal Mediterraneo è stato diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia.

L’Italia condivide dunque la responsabilità di un’azione bellica che viola le più elementari norme del diritto internazionale. Non si sa ancora quali saranno le sue conseguenze, è certo però che essa alimenta le fiamme della guerra. Anche se Gentiloni assicura che «non può essere l’inizio di una escalation».

*Pubblicato su gentile concessione dell’Autore

Notizia del:

Sorgente: Manlio Dinucci – “Falsi made in Usa e bugie made in Italy”

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. L’avete letta con attenzione?

di Manlio Dinucci* – il manifesto, 3 aprile 2018

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. «Facilitando la mobilità militare all’interno della Ue – spiega la rappresentante esteri dell’Unione, Federica Mogherini – possiamo reagire più efficacemente quando sorgono le sfide». Anche se non lo dice, è  evidente il riferimento alla «aggressione russa».

Il Piano d’azione è stato deciso in realtà non dalla Ue, ma dal Pentagono e dalla Nato.

Nel 2015, il generale Ben Hodges, comandante delle forze terrestri Usa in Europa (U.S. Army Europe), ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare» così che le forze Usa, per fronteggiare «l’aggressione russa»,  possano muoversi con la massima rapidità da un paese europeo all’altro, senza essere rallentate da regolamenti nazionali e procedure doganali.

Tale richiesta è stata fatta propria dalla Nato: il Consiglio Nord Atlantico, riunitosi l’8 novembre 2017 a livello di ministri della Difesa, ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di «applicare legislazioni nazionali che facilitino il passaggio di forze militari attraverso le frontiere» e, allo stesso tempo, di «migliorare le infrastrutture civili così che siano adattate alle esigenze militari».

Il 15 febbraio 2018, il Consiglio Nord Atlantico a livello di ministri della Difesa ha annunciato la costituzione di un nuovo Comando logistico Nato per «migliorare il movimento in Europa di truppe ed equipaggiamenti essenziali alla difesa».

Poco più di un mese dopo, l’Unione europea ha presentato il Piano d’azione sulla mobilità militare, che risponde esattamente ai requisiti stabiliti dal Pentagono e dalla Nato. Esso prevede di «semplificare le formalità doganali per le operazioni militari e il trasporto di merci pericolose di tipo militare».

Si prepara così «l’Area Schengen militare», con la differenza che a circolare liberamente non sono persone ma carrarmati. Movimentare carrarmati e altri mezzi militari su strada e per ferrovia non è però lo stessa cosa che farvi circolare normali autoveicoli e treni.

Si devono perciò rimuovere «le esistenti barriere alla mobilità militare», modificando «le infrastrutture non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari, in particolare ponti e ferrovie con insufficiente capacità di carico». Ad esempio, se un ponte non è in grado di reggere il peso di una colonna di carrarmati, dovrà essere rafforzato o ricostruito.

La Commissione europea «individuerà le parti della rete trans-europea dei trasporti adatte al trasporto militare, stabilendo le necessarie modifiche». Esse dovranno essere effettuate lungo decine di migliaia di chilometri della rete stradale e ferroviaria. Ciò richiederà una enorme spesa a carico dei paesi membri, con un «possibile contributo finanziario Ue per tali opere».

Saremo comunque sempre noi cittadini europei a pagare queste «grandi opere», inutili per usi civili, con conseguenti tagli alle spese sociali e agli investimenti in opere di pubblica utilità. In Italia, dove scarseggiano i fondi per la ricostruzione delle zone terremotate, si dovranno spendere miliardi di euro per ricostruire infrastrutture adatte alla mobilità militare.

I 27 paesi della Ue, 21 dei quali appartengono alla Nato, vengono ora chiamati ad esaminare il Piano. L’Italia avrebbe quindi la possibilità di respingerlo.

Questo però significherebbe, per il prossimo governo, opporsi non solo alla Ue ma alla Nato sotto comando Usa, cominciando a sganciarsi dalla strategia che, con l’invenzione della minaccia russa, prepara la guerra, questa sì vera, contro la Russia. Sarebbe una decisione politica fondamentale per il nostro paese ma, data la sudditanza agli Usa, resta nel regno della fantapolitica.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore

L’antidiplomatico – Liberi di svelarvi il mondo

La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

King World News, 26 marzo 2018

Nell’ultima settimana di marzo, uno dei maggiori gestori di fondi al mondo dichiarava a King World News che la Cina ha appena compiuto una svolta globale che porterà a 20000 dollari l’oro e a un sistema monetario e uno yuan basati sull’oro. C’è anche un terribile avvertimento.La Cina compie una svolta globale
Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Il vero pericolo
Ma il vero pericolo deriverà da una guerra commerciale totale. Il Presidente della PBoC Zhou ha spesso notato il rovescio della medaglia quando una nazione sovrana ha la valuta di riserva mondiale. O la valuta è sopravvalutata, portando il Paese a grandi deficit commerciali. Oppure (se il Paese emittente cerca di evitarlo limitando l’offerta della propria valuta), la crescita mondiale ne risentirà. Non fraintendetemi: non sostengo che la Cina e altri partner commerciali giochino in modo equo. Dico che l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono sfidare il deficit commerciale è con un forte rallentamento della crescita mondiale o rinunciando al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Il dollaro è nettamente sopravvalutato e rimarrà tale fin quando sarà la valuta di riserva mondiale. Vedo la Cina alla ricerca urgente del modo per evitare il collasso economico che potrebbe comportare una guerra commerciale. Noi siamo le nostre peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale, non solo rischiando una guerra commerciale che infliggerebbe danni ingenti all’economia mondiale, ma anche a causa delle nostre specifiche vulnerabilità, soprattutto e sorprendentemente nell’arena militare. Ignoranza ed autocompiacimento degli USA su questo sono mozzafiato.

La Cina potrebbe piegare gli Stati Uniti
L’adagio rilevante è che se vivi in una casa di vetro, non lanciare pietre. Qualsiasi pena commerciale imponiamo alla Cina, senza dubbio causando qualche sofferenza, non paralizzerà l’economia cinese. Ma se la Cina rispondesse nello stesso modo, piegherebbe gli Stati Uniti. Il motivo: mentre Trump si concentra su acciaio e alluminio, la Cina insieme ad altri Paesi controlla le risorse, in particolare i metalli delle terre rare, di gran lunga più vitali per le nostre forze armate e sicurezza. Ogni anno l’US Geological Survey (USGS), l’agenzia incaricata di fornire dati e analisi sulle risorse naturali e i pericoli, pubblica un annuario che dettaglia riserve mondiali, risorse e produzione di materie prime e minerali. Negli ultimi due decenni i rapporti sono sempre più lugubri. Una volta largamente autonomi per risorse, gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti da altri Paesi, alcuni dei quali, come la Cina, potrebbero facilmente divenire dei nemici. Nessuno può obiettare che non sia intelligente, o vantaggioso per la sicurezza nazionale, dipendere dai nemici sulle risorse cruciali.Il generale dell’aeronautica Robert Latiff avverte
Ho parlato di terre rare prima. In effetti il mio libro del 2011 “Red Alert” era in parte un avviso agli USA sul pericolo derivante dalla nostra crescente inaccessibilità a questi metalli. Nei sette anni passati da allora, non abbiamo fatto nulla per far fronte ai nostri dubbi. Nel suo libro del 2017 “Future War“, il generale dell’aeronautica militare Robert Latiff ha scritto: “L’elettronica di consumo sempre più piccola e capace… dipende in modo cruciale dai metalli delle terre rare… Più preoccupante dal punto di vista degli armamenti, i metalli delle terre rare si trovano su tutti gli aerei ad alte prestazioni, missili ed elettronica avanzata“. Forse più spaventoso in vista delle recenti valutazioni militari è il suo commento: “I magneti delle terre rare consentono il controllo del tiro dei missili altamente manovrabili e ad altissima velocità“.

Missili ipersonici cinesi
La Cina sviluppa missili ipersonici che volano cinque o più volte la velocità del suono e sono estremamente difficili da rilevare o neutralizzare. Possono, senza testata nucleare, affondare una portaerei. Un rapporto della National Academy of Sciences, commissionato dall’US Air Force nel 2016, osservava che quando si tratta di tali tecnologie: “L’assenza in questo Paese di un chiaro percorso all’acquisizione… è in netto contrasto col ritmo febbrile della ricerca nei potenziali avversari… I loro investimenti sono significativi… e le loro realizzazioni in alcuni casi sorprendenti“. A cui si può aggiungere che senza terre rare, “un chiaro percorso di acquisizione” non esiste. Il fatto che il rapporto sia stato scritto nel 2016 e che nei due anni successivi non sia cambiato nulla, è più che sufficiente a tenermi sveglio la notte. Più recentemente due importanti gruppi di riflessione, RAND Corporation e International Institute for Strategic Studies (IISS), hanno pubblicato relazioni di ampio respiro sulla difesa degli Stati Uniti. Il rapporto RAND affermava che le forze statunitensi “non riescono a tenere il passo con le forze modernizzatrici delle grandi potenze avversarie” e “sono mal posizionate per affrontare le sfide chiave in Europa ed Asia orientale“.

La Cina ha già raggiunto il suo obiettivo
Il rapporto IISS fa commenti simili. Ad esempio, afferma: “Gli sviluppi dei nuovi armamenti in Cina e l’ampio progresso tecnologico nella difesa sono volti a favorire la transizione dal “recupero” con l’occidente a divenire innovatore nella difesa globale: in alcune aree della tecnologia della difesa, la Cina ha già raggiunto i suoi obiettivi“. A cui posso aggiungere le valutazioni su ciò che si può vedere, non da ciò che la Cina potrebbe nascondere, che sarebbe enorme. Non asserisco che una qualsiasi mancanza nella nostra supremazia militare sia dovuta unicamente all’assenza di rifornimenti di terre rare, cobalto e altri prodotti essenziali che la Cina controlla virtualmente attraverso possesso naturale e/o capacità di ricostituzione. Ma dovrebbe essere ovvio che è stupido, e contro i nostri interessi nella sicurezza nazionale, fare qualsiasi cosa che rischi di limitarci l’accesso a questi materiali chiave. In altre parole, una guerra commerciale minaccia non solo l’economia mondiale ma anche la nostra capacità di difenderci e di produrre beni consumo di alta qualità. La posizione meno invidiabile in cui ci troviamo non iniziò con Trump, Obama o Bush. Piuttosto, risale a quando Nixon ci tolse il gold standard nel 1971 e alla politica miope che scaturì da tale infame decisione. Siamo mezzo secolo dopo a sperare che una nuova versione del sistema monetario centrato sull’oro possa salvarci.

Oro a 20000 dollari
Ciò spingerà l’oro molto in alto. E se la Cina in qualche modo non ci riesce, probabilmente significherà gravi disordini geopolitici, nel qual caso, l’oro, ancora una volta, è ciò che vorreste possedere. L’oro si prepara a un balzo per forza e durata impressionanti. Eric, il prezzo dell’oro sarà di almeno 20000 dollari e probabilmente di più, e i lettori di KWN non dovrebbero più rimanerne fuori: è troppo tardi perché il tempo sta per scadere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

Noam Chomsky spiega quello che si nasconde dietro la chiamata alle armi con “l’intervento umanitario”

Telesur

“Quasi ogni atto aggressivo di una grande potenza è giustificata per motivi umanitari”, afferma l’intellettuale statunitense Noam Chomsky in un’intervista esclusiva .

In un’intervista esclusiva con teleSUR, il noto attivista intellettuale e politico Noam Chomsky affronta il concetto di “intervento umanitario”, che, sostiene , viene utilizzato come pretesto per un violento attacco militare guidato dalle potenze globali, in particolare gli Stati Uniti.

“Dal punto di vista dell’aggressore è un intervento umanitario, ma non è lo stesso dal punto di vista delle vittime. Probabilmente, se avessimo i documenti di Attila l’Unno, troveremmo le stesse giustificazioni”, ha detto Chomsky.

La prima volta che il termine “intervento umanitario” è stato ampiamente discusso sia nel diritto internazionale sia nelle organizzazioni globali è stato sulla scia dell’intervento della NATO in Serbia.

Nel 1996, i gruppi secessionisti in Kosovo, sostenuti dall’esercito albanese, hanno compiuto attacchi terroristici sul territorio jugoslavo, che a loro volta hanno innescato attacchi reciproci da parte della Jugoslavia. Gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno usato questo come scusa per invadere e bombardare la Serbia.

Wesley Clark, il generale responsabile delle forze statunitensi e della NATO durante la guerra in Kosovo, avvertì Washington che un attacco degli Stati Uniti alla Jugoslavia avrebbe solo comportato un’escalation delle atrocità: incapace di attaccare gli Stati Uniti, la Jugoslavia sarebbe stata costretta a rivalersi sul terreno.

La NATO ha quindi lanciato l’Operazione Allied Force, il nome in codice per l’attentato alla Jugoslavia, apparentemente per prevenire ulteriori atrocità. Questo ha intensificato la risposta jugoslava e causato ancora più sofferenze, portando alla fine al processo Slobodan Milosevic in un tribunale criminale internazionale delle Nazioni Unite.

“Se si torna indietro con la mente a quella discussione … era stato un intervento umanitario perché si dovevano fermare le atrocità serbe, e questo è il modo in cui viene presentato in Occidente, al contrario si deve tacere sul fatto che quelle atrocità erano la conseguenza prevista come pretesto per l’invasione “, ha detto Chomsky.

Gli avvocati e gli analisti internazionali hanno in seguito deciso che l’invasione era “illegale ma legittima”, ha detto Chomsky: “illegale a causa di un’evidente violazione del diritto internazionale, ma legittima perché necessaria per fermare le orribili atrocità che hanno seguito l’invasione, quindi hanno semplicemente invertito il cronologia, che è ciò che viene fatto di solito … (Gli Stati Uniti) invasero per prevenire atrocità causate dall’invasione “.

La discussione su cosa sia l'”intervento umanitario” e su come quel concetto possa coesistere con la sovranità è iniziata dopo il genocidio in Ruanda e il massacro di Srebrenica, ma gli eventi in Serbia hanno portato alla conclusione di accordi internazionali.

L’Assemblea Generale U.N. ha quindi emesso una risoluzione sulla “responsabilità di proteggere”, affermando che l’azione militare non può essere intrapresa se non autorizzata dal Consiglio di sicurezza. Questo, in effetti, dà la priorità all’applicazione delle pressioni diplomatiche al fine di garantire che i governi non violino i diritti della propria gente.

Un’altra definizione legale proviene dalla Commissione internazionale per l’intervento e la sovranità statale (ICISS), guidata da Gareth Evans e Mohamed Sahnoun, e include rappresentanti di Canada, Stati Uniti, Canada, Russia, Germania, Sudafrica, Filippine, Svizzera, Guatemala e India .

La commissione ha perfezionato ulteriormente la “responsabilità di proteggere”, aggiungendo una clausola che consente ai gruppi regionali di intervenire “nel caso in cui il Consiglio di sicurezza non accetti di autorizzare l’intervento”, ma “soggetta alla successiva approvazione da parte del Consiglio di sicurezza”.

Quale gruppo regionale può intervenire? Come dice Chomsky: “Ce n’è uno: si chiama NATO, e ciò che sta dicendo è che, anche se il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti non lo autorizza, la NATO è giustificata nell’intervenire”.

In altre parole, ogni volta che gli Stati Uniti o la NATO affermano che l’intervento militare è legale ai sensi del diritto internazionale con l’approvazione del Consiglio di sicurezza, ciò che in realtà significa è che è legale ai sensi del rapporto ICISS e non dell’accordo U.N. dell’Assemblea generale.

“È un bell’esempio di come la propaganda funziona in un sistema potente e ben funzionante”, afferma Chomsky.

Seguendo questo ragionamento, il bombardamento della Libia potrebbe essere considerato un “intervento umanitario” secondo il concetto di “responsabilità di proteggere”: il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una no-fly zone per la Libia e il governo di Gheddafi ha accettato una tregua, ma quando il suo esercito ha continuato verso Bengazi, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno lanciato una campagna di bombardamenti.

Gli attacchi hanno distrutto la maggior parte delle infrastrutture della Libia e ucciso circa 10.000 persone, lasciando la Libia indifesa “come è oggi, nelle mani di milizie preoccupanti”.

Chomsky sostiene che tutto questo abbia permesso alle ultime milizie islamiche di emergere e oggi la Libia rappresenta l’approdo per il flusso di armi e jihadisti nel Levante e nell’Africa occidentale, “che è diventata la principale fonte di terrorismo radicale nel mondo – in gran parte una conseguenza del già ricordato intervento umanitario in Libia.”

“Guardate caso per caso e raramente potrete trovare un esempio che forse potete sostenere possa essere un intervento umanitario”, e tuttavia gli autentici casi umanitari restano “aspramente contrapposti” dagli Stati Uniti.

Iraq e Afghanistan

Chomsky sostiene che le intenzioni degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, tuttavia, fossero molto diverse: “Nel caso dell’Afghanistan, sospetto che fosse solo una vendetta, probabilmente come Abdul Haqq ha detto: volevano” mostrare i loro muscoli “. ‘qualcuno ci ha attaccato, mostreremo al mondo che possiamo attaccare qualcuno ancora più duramente.’ “

Questa mentalità riecheggia nel commento nucleare di Trump alla Corea del Nord di avere “un bottone più grande di te”. Come sottolinea Chomsky, non c’era “alcuno scopo strategico o strategia recondita.

L’Iraq, dice, è una storia diversa: “L’Iraq è un paese che (gli Stati Uniti) hanno voluto invadere”, a causa delle sue risorse e della sua posizione strategica nel mezzo della più grande regione petrolifera del mondo.

“Che puoi capire sui tradizionali motivi imperiali, ma sospetto che l’Afghanistan sia davvero più o meno ciò che Abdul Haqq ha detto.”

Sorgente: Noam Chomsky spiega quello che si nasconde dietro la chiamata alle armi con “l’intervento umanitario”

Il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2017-2019

Quattro esempi per tre sezioni: Niger, Schengen militare e missione nucleare dell’F-35, Italia potenza militare
esercitazione bersaglieri
Il motivo principale per cui l’Italia ha scelto il caccia F-35: la capacità di eseguire una missione nucleare
28 gennaio 2018 – Rossana De Simone

Il Documento programmatico pluriennale (DPP) per la Difesa per il triennio 2017-2019, presentato alle Commissioni difesa di Camera e Senato nell’agosto 2017, costruisce l’evoluzione del quadro strategico nella dimensione militare sulla base dell’analisi geopolitica internazionale delineata nel Libro Bianco 2015 e si presenta suddiviso in tre parti: impegni nazionali della Difesa, sviluppo dello strumento nazionale e bilancio della difesa. https://www.difesa.it/Content/Documents/DPP/DPP_2017_2019_Approvato_light.pdf

Impegni nazionali della Difesa: Niger

Come sottolineato nel Libro Bianco della difesa, tra le priorità geo-strategiche del Paese vi sono la sicurezza della regione euro-atlantica, l’area euro-mediterranea e quella mediorientale. L’area euro-mediterranea è la regione “su cui si incentra il focus strategico nazionale” in quanto è uno spazio geopolitico estremamente interconnesso che negli ultimi anni ha visto aumentare drammaticamente l’instabilità, la conflittualità e l’insicurezza al suo interno. L’affermazione di gruppi terroristici hanno alimentato i flussi migratori e messo a rischio la libertà dei traffici commerciali e la sicurezza energetica. Tale minaccia, secondo la politica estera e di difesa italiana, permette di legittimare il superamento dei tradizionali concetti di “sicurezza” e “difesa”. In definitiva l’Italia deve divenire un attore della sicurezza globale capace di esercitare un ruolo di responsabilità a livello internazionale, operare non solo per la salvaguardia degli interessi nazionali, ma anche per la protezione e la tutela delle popolazioni nelle aree di crisi, e sviluppare la promozione di livelli crescenti di sicurezza e stabilità globale. Insomma economia, energia, migrazioni e sicurezza riguardano l’interesse nazionale e la politica di difesa, e avvallano l’uso dello strumento militare.

In questa cornice si inserisce l’approvazione della missione in Niger “Cresce impegno nell’area mediterranea, si dimezza presenza in Iraq. I militari italiani in Africa sono fondamentali per l’interesse nazionale” https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/cresce-impegno-area-mediterranea-dimezza-presenza-in-iraq.aspx Questa affermazione del ministro Pinotti deve essere letta sotto vari aspetti:

1 – Il Niger è un paese ricco di risorse minerarie: carbone, ferro, fosfati, oro, petrolio e soprattutto uranio (quinto paese al mondo per estrazione dell’uranio al opera della multinazionale francese Areva). L’Africa è molto importante per l’ENI (presente in Tunisia, Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Ghana, Libia) che assume il ruolo di “motore degli interessi strategici dell’Italia nel mondo (Gentiloni)”.

2 – Collocazione internazionale dell’Italia: necessità di inserirsi nello storico asse Francia-Germania nel campo della difesa europea (Pesco). La Germania contribuisce insieme alla Francia alla “stabilizzazione” (o meglio colonizzazione) della zona sahariana con forze sul terreno, a cui si sono aggiunte quelle statunitensi.

3 – Integrazione fra lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina.

In questa prima parte del documento sono riportate tabelle che indicano il livello di pace globale, la rotta dei migranti nel Mediterraneo centrale, l’evoluzione degli impegni operativi internazionali e nazionali compresa l’emergenza sismica. Alla base dell’analisi sulla complessità del contesto globale vi è la tendenza a teorizzare un mondo estremamente instabile e conflittuale in cui i cambiamenti climatici, il disagio sociale, la competizione per l’approvvigionamento delle risorse naturali, i mutamenti climatici, la pervasività delle nuove tecnologie e il rischio di conflitti tradizionali/ibridi giocano un ruolo fondamentale. L’interconnessione fra gli attori e fattori che si affacciano a livello mondiale ha determinato due movimenti apparentemente contraddittori: globalizzazione (anche finanziaria) e frammentazione tenuti insieme dalla centralità delle reti informatiche che ha esteso la conflittualità nello spazio cibernetico.

Sviluppo dello strumento nazionale: Schengen militare e missione nucleare dell’F-35

Prima di entrare nel merito della seconda parte è necessaria una premessa per capire come la politica estera e militare dell’Unione europea sia subordinata alla strategia statunitense.
La National defense strategy https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905-2.pdf , rilasciata dal Pentagono nel mese di dicembre 2017, si basa su quattro pilastri e tre sfide: proteggere la patria, promuovere la prosperità, la pace attraverso la forza (anche quella nucleare per mantenere il potere in ogni dominio) e far progredire l’influenza americana. Parallelamente i competitor sono i poteri revisionisti (che intendono rivedere gli equilibri mondiali in funzione anti americana) della Cina e Russia (che possono essere sia alleati sia concorrenti), i regimi canaglia come la Corea el Nord e gli attori transazionali come ISIS. Elbridge A. Colby, assistente del segretario alla Difesa James Mattis, ha dichiarato che quella presentata non è una strategia di scontro ma che conosce la realtà della competizione. Una strategia dunque che ha bisogno di costruire una forza letale, rafforzare le alleanze e riformare la struttura della difesa. Nuove capacità e alleanze più forti servono per essere più agili e letali e per convincere gli alleati a spendere di più per la difesa. L’Italia è un paese accusato di spendere poco per la difesa anche dalla NATO: “Non ci aspettiamo, afferma Stoltenberg, che tutti gli alleati rispettino l’obiettivo del 2% immediatamente, ma ci aspettiamo che tutti gli alleati fermino i tagli al settore e inizino ad aumentare la spesa per la difesa. Ed è questo il caso anche dell’Italia”.

A difesa dell’Italia è intervenuta Elizabeth Braw, professore associato presso il Consiglio Atlantico, in un articolo in cui afferma che in America l’esercito italiano viene rappresentato come la “polizia d’Europa” perché impegnata a salvare migranti e in moltissimi fronti: dall’Afghanistan ai Balcani. http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_23/elogio-stampa-usa-militari-italiani-poliziotti-d-europa-4cfaf648-87f9-11e7-a960-ee4515521d95.shtml

Elisabeth Braw aveva scritto nel 2016 un articolo per Foreign Affairs, rivista del Council on Foreign Relations, dal titolo “A Schengen Zone for NATO” in cui sosteneva la necessità di creare una “Schengen militare” affinché le truppe nei paesi della Nato, per rispondere all’aggressione russa, potessero muoversi senza alcun ritardo: “Gli stati membri della Nato sono desiderosi di difendersi l’uno con l’altro, e hanno truppe e equipaggi per farlo…. ma una cosa che frustra i comandanti è evidente: le difficoltà burocratiche da adempiere per far passare le truppe da un confine all’altro…Al prossimo summit di Varsavia i membri della Nato discuteranno di risposte unitarie contro l’aggressione russa e probabilmente decideranno di stazionare quattro battaglioni – circa 4 mila truppe – negli stati baltici e Polonia. Ma con la Russia che sta formando due nuove divisioni nelle regioni occidentali, al confine con gli Stati Baltici, 4 mila truppe in più potrebbero non essere sufficienti a fronteggiare un potenziale attacco”.

Nell’articolo “Eucom chiede una zona militare di Schengen in Europa” si riprende quanto già affermato nel documento sulla strategia USA: “L’obiettivo è consentire alla forza militare di muoversi liberamente nel teatro europeo…la velocità di reazione resta fondamentale… Più di ogni altra cosa abbiamo bisogno di una zona militare di Schengen che permetterebbe ad un convoglio militare di muoversi liberamente in tutta Europa. Adesso non è così”. http://www.ilgiornale.it/news/eucom-chiede-zona-militare-schengen-europa-1426522.htmlhttps://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen . L’intervista più interessante è però quella dell’eurodeputato Urmas Paet, ex ministro degli Esteri estone e relatore del rapporto “Unione europea di difesa”, in relazione al ruolo dell’EDA (Agenzia europea per la difesa): “Lei afferma che al di là della ricerca sulla difesa, l’UE potrebbe anche finanziare il supporto logistico alla difesa. A che tipo di supporto logistico ti stai riferendo? Oggi abbiamo il problema che manca ancora una “Schengen militare”. È piuttosto complicato e dispendioso in termini di tempo spostare truppe e attrezzature da uno Stato membro dell’UE a un altro. Questo a volte può richiedere giorni se non settimane. Tuttavia, quando si profila una crisi e vogliamo essere proattivi, dobbiamo essere molto più efficaci e più veloci in questo campo. Pertanto, le norme e le procedure applicabili alle truppe mobili e alle attrezzature militari all’interno dell’UE dovrebbero essere riformate. Alcuni finanziamenti dell’UE dai fondi strutturali potrebbero andare a progetti che sostengono le nostre forze armate come strade, ponti, caserme, ecc. In questi settori, l’UE può essere molto più favorevole alla difesa europea” https://www.eda.europa.eu/webzine/issue12/cover-story/europe-needs-a-military-schengen

L’Unione Europea aveva già deciso nel 2015 che “Per gli Stati Ue che partecipano ai programmi dell’Agenzia europea per la Difesa è prevista l’esenzione Iva per le spese di procurement militare. Secondo il direttore esecutivo dell’agenzia la misura è “una grande opportunità di business e risparmio per gli stati”. http://www.eunews.it/2015/11/05/niente-piu-iva-sulle-spese-militari-per-la-difesa-ue/44523

Nel Documento programmatico si fa riferimento alla “capacità di muovere rapidamente uomini, mezzi e materiali nelle aree d’interesse [in quanto] rimarrà un fattore essenziale per contenere potenziali crisi prima che le stesse possano svilupparsi”, e inserisce fra i programmi operanti la voce Infrastrutture NATO: il programma attiene alla realizzazione, con fondi del NATO Security Investment Program, di infrastrutture operative per soddisfare le esigenze dell’Alleanza. Oneri definiti annualmente in ragione della percentuale di partecipazione dell’Italia al NSIP e degli impegni assunti in ambito NATO. La spesa annua prevista è di 66,6 milioni per il 2017/18/19 e di 199,7 milioni dal 2020 al 2022. Tuttavia non ci sono solo le infrastrutture cosiddette “materiali” ad essere considerate, ma anche quelle “immateriali” che riguardano le reti di telecomunicazione. Due esempi diversi sono l’ottimizzazione delle reti Intranet delle Forze armate per collegamento alla rete unificata della Difesa e il porto di Livorno. Nel primo caso l’Italia si è dotata del sistema satellitare SICRAL (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed Allarme) per le telecomunicazioni “Il sistema è in grado di garantire l’interoperabilità tra le reti della Difesa, della sicurezza pubblica, dell’emergenza civile e della gestione e controllo delle infrastrutture strategiche. Con SICRAL le Forze Armate Italiane dispongono di capacità satellitare proprietaria nelle comunicazioni satellitari per i collegamenti strategici e tattici sul territorio nazionale e nelle operazioni fuori area, con piattaforme terrestri, navali ed aeree”, associato al sistema Cosmo SKYMED per l’acquisizione di immagini e sorveglianza per mantenere la capacità di monitoraggio delle aree di interesse strategico.

Per quanto riguarda il porto di Livorno si stanno potenziando gli scali fluviali e ferroviari della base americana fra Pisa e Livorno. “Ponte mobile e nuova ferrovia: la base Usa sarà potenziata. Maxi progetto con la realizzazione di opere strategiche militari e per la sicurezza nazionale” http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/05/26/news/ponte-mobile-e-nuova-ferrovia-la-base-usa-sara-potenziata-1.15397995

Un caso particolare è simboleggiato dalla Sicilia in quanto rappresenta un hub dell’intelligence americana. Non solo per il Muos di Niscemi, sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, per la base Nato di Sigonella, il complesso portuale di Augusta, le stazioni aeree di Birgi e le stazioni radar, ma per Sicily Hub, snodo importante per la struttura della rete Internet che veicola il traffico dati attraverso cavi sottomarini già attenzionata dalla NATO. “Il Mediterraneo è un bacino strategico in cui si sono già verificati sabotaggi ai cavi sottomarini: La Russia si sta chiaramente interessando alle infrastrutture sottomarine delle nazioni Nato”. L’apparente attenzione dei russi sui cavi che forniscono connessioni Internet e altre comunicazioni verso il Nord America e l’Europa, potrebbe dare al Cremlino il potere di tagliare o attingere a linee dati vitali”. https://www.washingtonpost.com/world/europe/russian-submarines-are-prowling-around-vital-undersea-cables-its-making-nato-nervous/2017/12/22/d4c1f3da-e5d0-11e7-927a-e72eac1e73b6_story.html?hpid=hp_hp-top-table-main_russiasubs712pm%3Ahomepage%2Fstory&utm_term=.6f8b9205f535

Sicily Hub di Palermo è un nuovo data center, snodo fondamentale per lo scambio di traffico internet generato in Africa, Mediterraneo e Medio Oriente, realizzato da Sparkle (Telecom) e De-Cix, gestore di una internet exchange neutrale tra le più importanti nel mondo (altri sono quelli di Francoforte, Marsiglia, Londra e Amsterdam). Un altro punto nodale è quello operato da Fastweb e Med Opern Hub. “La Sicilia al centro del traffico dati: le reti sottomarine” http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/news/palermo_si_accende_l_hub_neutrale_di_carini_la_sicilia_al_centro_del_business_tlc-164047993/
Sostanzialmente nella povera Sicilia, drammaticamente insufficiente nelle infrastrutture principali, trasporto ferroviario, strade, ponti e rete idrica, si gioca una battaglia per il controllo dell’informazione:“Il grande orecchio americano in ascolto dai cavi di Palermo” http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-25/grande-orecchio-americano-ascolto-063713.shtml?uuid=AbnNrRxI&

“Una volta si diceva che l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, adesso è diventata una porta per tutte le comunicazioni del Mediterraneo: lo snodo strategico per il traffico internazionale di telefonate, mail, Web” http://espresso.repubblica.it/internazionale/2013/10/24/news/cosi-ci-spiano-stati-uniti-e-gran-bretagna-1.138890
Mappa dei cavi sottomarini dove passa il 90% delle informazioni mondiali https://www.submarinecablemap.com/

La costruzione di un apposito Comando interforze per le operazioni cibernetiche (CIOC) deve dirigere e coordinare operazioni militari nello spazio cibernetico in collaborazione con NATO e UE. Attraverso l’elaborazione Piano nazionale per la sicurezza https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2017/05/piano-nazionale-cyber-2017.pdf , deve individuare gli obiettivi funzionali necessari a garantire la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale. http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/04/indag/c04_cibernetico/2017/01/25/indice_stenografico.0009.html

In questa seconda parte del DPP sono indicati gli indirizzi strategici, l’analisi delle esigenze operative e le linee di sviluppo dello strumento militare e i principali programmi d’investimento della difesa in esecuzione e di quelli che si ritiene necessario avviare.
Oltre al potenziamento degli strumenti di difesa cibernetica e nell’ambito dell’intelligence, le altre componenti che esprimono “la piena operatività dello Strumento militare” sono quella navale, aerospaziale e terrestre.

Programma Interforze: sistema NGIFF (Leonardo) per rendere gli assetti nazionali in teatri operativi pienamente interoperabili con le forze dei paesi NATO. Velivolo Joint Airborne Multisensor Multimission System per lo sviluppo della capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione in sostituzione di Alenia G222VS (accordo stipulato tra Italia e Israele nel 2012). Dispositivo crittografico per ammodernamento delle capacità crypto della NATO. Sistemi satellitari: Sicral e Cosmo Skymed. Pantera: sistema di analisi delle informazioni. Velivolo NH-90 (Airworthiness).

Programma Esercito: Carro armato Ariete (ammodernamento). Disturbatori di frequenza portabili contro gli RC-IED. Per le Forze speciali è previsto l’acquisizione di materiali d’armamento, equipaggiamenti, dispositivi optoelettronici per la visione notturna/sorveglianza e veicoli speciali. Costituzione di un Centro Security Force Assistance per la formazione.

Programma Marina: Forse speciali G.O.I – Gruppo operativo Incursori. Capacità di aviolancio con battelli gonfiabili chiglia rigida RHIB. Giubbotti anti proiettili per nuclei ispettivi Brigata Marina San Marco rispondenti alle operazioni di traffici illeciti di migranti e salvaguardia degli interessi nazionali. Nuovo siluro pesante U-212A.

Programma Aeronautica: Sistema d’arma EC-27J variante da guerra elettronica del velivolo C-27J. Forze speciali A.M. Potenziamento delle capacità operative degli Incursori. Aeromobili a pilotaggio remoto (capacità di contrasto classe mini/micro. Aggiornamento stazioni di pianificazione del sistema d’arma “Storm Shadow”. Aggiornamento della piattaforma Predator. Capacità aerea non convenzionale della piattaforma avionica del velivolo Tornado (decontaminazione equipaggi) per il mantenimento delle capacità di Force Protection in ambiente degradato.
I programmi in attesa di finanziamenti riguardano la Preparazione alle forze, Proiezione delle forze, Protezione delle forze e capacità d’ingaggio, Sostegno delle forze, Comando e controllo e Superiorità conoscitiva.
Fra i programmi operanti nella voce “Spese non riconducibili a capacità” è inserita la Ricerca scientifica e tecnologica (48,1 milioni annuali per tre anni). I programmi riguardano il settore sistemi/armamenti terrestri, sistemi/armamenti navali, sistemi/armamenti aerei, informatica, sanitaria e sistemi di gestione della difesa.

I programmi più costosi fra quelli operanti, che superano i 100 milioni annui, troviamo il programma NH-90 (elicotteri di trasporto tattico)avviato in cooperazione con Francia, Germania ed Olanda. Costo complessivo per 116 elicotteri 4.068,53 milioni. Nel triennio la spesa è di 600 euro finanziati dal MISE.
Unità navale LHD. Fabbisogno complessivo 1.171,3 milioni. Nel triennio 589,8 milioni finanziati dal MISE.
Programma per fregate FREMM avviato con la Francia. Fabbisogno complessivo 5.992,3 milioni. Nel triennio 477,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma per pattugliatori d’altura PPA. Fabbisogno complessivo di 3.853,6 milioni. Nel triennio 1.285,1 milioni finanziati dal MISE.
Programma velivoli F-2000 (EFA) in cooperazione con Germania, Regno Unito e Spagna. Fabbisogno complessivo 21.100 milioni. Nel triennio 1.729 finanziati dal MISE.
Programma elicotteri HH-101 CSAR. Fabbisogno di 1.050 milioni. Nel triennio 361 milioni finanziati dal MISE.

Ultimo programma, perché più importante e costoso, è il caccia Joint Strike Fighter F-35. Programma in cooperazione con USA, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia e Turchia. Fabbisogno complessivo per la FASE 1 di 7.093 milioni di euro. Nel triennio la previsione di spesa è di 2.198 milioni finanziati dal Ministero della Difesa. La FASE 2 sarà avviata dal 2021 e comporterà il finanziamento di talune componenti a lunga lavorazione dei velivoli ad essa associati già a partire dal 2019, con contribuzioni al momento non ancora definite. Nella tabella viene prevista una spesa dal 2020 al 2022 di 2.217 milioni.
Ma perché il caccia F-35 è il programma più importante della Difesa? Questo programma iniziato nel 1996 avrebbe dovuto completarsi nel 2012, ma una serie infinita di problemi ne ha rinviato la data a metà del 2030. Secondo l’ultima previsione effettuata dal governo degli Stati Uniti i costi del programma sono balzati dai 147 miliardi di euro previsti nel 2001 ai 240 miliardi di euro di quest’anno. Come accade in Italia, anche il Ministero della Difesa britannico è stato incolpato di non fornire una stima dei costi di acquisto, manutenzione e gestione, limitandosi a indicare una cifra complessiva fino al 2026. Il The Times ha pubblicato una serie di articoli in cui si riportano affermazioni gravi “è troppo costoso, inaffidabile, pieno di problemi tecnici e potenzialmente pericoloso. https://publications.parliament.uk/pa/cm201719/cmselect/cmdfence/326/32608.htmhttps://www.parliament.uk/business/committees/committees-a-z/commons-select/defence-committee/news-parliament-2017/f35-procurement-report-published-17-19/

Negli USA è il Pentagono ad affermare che gli sforzi per migliorare l’affidabilità sono “stagnanti”: Why the Pentagon Isn’t Happy With the F-35 https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-01-24/lockheed-f-35-s-reliability-progress-has-stalled-pentagon-told Tuttavia all’interno del Pentagono vi sono voci discordanti. Ad esempio sul fatto che l’F-35 abbia ancora notevoli problemi tecnici (la versione A non ha ancora raggiunto la Full Operational Capability FOC e sulla certificazione IOC, Initial Operational Capability, il Joint Program Office ha enumerato seri problemi che la rendono “fumo negli occhi”). Come fa un velivolo progettato con l’obbligo di trasportare il carico utile nucleare portare avanti tale missione se i collaudi hanno evidenziato l’impossibilità di usare un cannone o l’uso di armamento stand off (bombe guidate di precisione) perché non ha la capacità di illuminare i bersagli per le missioni CAS (missione svolta da aerei da attacco al suolo ai quali è richiesto di attaccare le forze di terra nemiche)? Eppure per il tenente gen. Chris Bogdan, armare l’F-35 con la bomba nucleare richiederà solo un po’ di addestramento extra per i piloti, nulla di straordinario. http://docs.house.gov/meetings/AS/AS25/20160323/104712/HHRG-114-AS25-Wstate-BogdanUSAFC-20160323.pdf

L’Air Force nel 2015 ha ricevuto 15,6 milioni per lavorare sulla doppia capacità e altri 4,9 milioni nel 2016. Stati Uniti e NATO sembrerebbero pronti ad aiutare gli Stati che non riuscissero a rispettare l’impegno.
In Italia sono stati I gruppi pacifisti e antimilitaristi a denunciare il doppio uso dell’F-35A. Forse perché è questo il motivo principale per cui l’Italia ha scelto questo caccia: la capacità di eseguire una missione nucleare. La versione A prevede hardware e software avanzati per trasportare e rilasciare le nuove bombe nucleari B61-12. Nella scheda emessa dalla Camera “Il programma Joint Strike Fighter- F35” http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/DI0289.pdf la missione nucleare non viene menzionata ma neanche i suoi sostenitori ne hanno mai fatto cenno. L’adesione ufficiale al programma è avvenuta durante il governo D’Alema: il 23.12.1998 che ha firmato il Memorandum of Agreement per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari.
Nell’articolo “l dibattito sulle armi nucleari tattiche in Italia: tra impegni di disarmo e solidarietà atlantiche” http://www.iai.it/sites/default/files/iai1104.pdf si legge che “Nonostante l’esplicito impegno a “creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari”, il nuovo Concetto strategico della Nato adottato a Lisbona il 19 novembre 2010 ribadisce che “fintanto che ci sono armi nucleari nel mondo, la Nato rimarrà un’Alleanza nucleare”. Cinque paesi dell’Alleanza atlantica, Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia continuano ad ospitare armi nucleari tattiche (Ant) statunitensi all’interno dei propri confini”. In Italia è ancora dominante l’idea, colta da Lawrence Freedman, che la Nato non sia una “semplice alleanza militare”, ma un elemento fondamentale per il mantenimento di una comunità transatlantica; “i fattore critico nella garanzia nucleare degli Usa verso l’Europa non è la credibilità della strategia, ma l’autenticità della ‘comunità atlantica’”.

Dunque l’Italia non si pone il problema che la condivisione nucleare, utilizzando velivoli a doppio uso (fino a ora il Tornado), violi l’articolo I del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). L’Italia non è una nazione nucleare secondo i termini del TNP, ma rimane parte degli accordi di condivisione nucleare della NATO: “Assessing an F-35-based nuclear deterrent” http://www.basicint.org/sites/default/files/Assessing%20an%20F-35-based%20nuclear%20deterrent.%20%20Kevan%20Jones%20MP..pdf

Nell’articolo “Il disarmo nucleare è a rischio”, il direttore della Stampa scrive che Washington e Mosca hanno iniziato ad accusarsi di violare il Trattato sulle armi nucleari a medio raggio (Inf), ponendo le premesse per una corsa al riarmo nucleare e innescando un domino di imprevedibili rischi per la sicurezza dell’Europa. http://www.lastampa.it/2017/10/29/cultura/opinioni/editoriali/il-disarmo-nucleare-a-rischio-NscDFBMLwV2Q3ipam4gVAI/pagina.html
Perchè Trump vuole testate nucleari a basso rendimento? “Lo scopo finale delle armi nucleari è il medesimo elaborato alla fine degli anni ’40: scoraggiare un attacco armato contro gli Stati Uniti e proteggere i suoi alleati. Per definizione, “gli asset nucleri sono uno strumento per impedire l’aggressione di qualsiasi tipo contro gli interessi nazionali e vitali dell’America”. E’ il concetto della garanzia politica. E’ il medesimo che si applica, ad esempio, per la bomba nucleare tattica guidata B-61 in Europa. Le B-61 dovrebbero rappresentare un deterrente strategico ritenuto in grado di dissuadere anche gli stessi alleati dallo sviluppare armi nucleari fatte in casa. Vanno quindi intese come una garanzia politica degli Stati Uniti, che ne detengono la proprietà e la discrezionalità, a protezione dell’Europa. La responsabilità condivisa per le armi nucleari si basa sulla solidarietà degli alleati della Nato e l’unità di intenti a protezione dell’integrità territoriale. Ma è ancora valido il concetto di arma nucleare tattica o arma nucleare non strategica? No. Non esiste alcuna arma nucleare tattica” http://www.ilgiornale.it/news/mondo/perch-trump-vuole-testate-nucleari-basso-rendimento-1483778.html

Secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists le lancette del Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse che simboleggia l’avvicinamento dell’umanità al punto di non ritorno, ora mancano due minuti alla mezzanotte, soglia oltre la quale l’impatto dell’uomo sul pianeta sarà irreversibile. Oggi, secondo gli esperti, il rischio di un simile scenario non è mai stato così alto, soprattutto a causa di due minacce gemelle: le armi nucleari e i cambiamenti climatici. “Si tratta naturalmente di una valutazione, che gli esperti multidisciplinari del Bulletin fanno valutando tutti i fattori geopolitici che aggravano e avvicinano il rischio della guerra nucleare” scrive Angelo Baracca sul sito del Forum contro guerra. Il Forum aveva organizzato il 20 gennaio davanti alla base di Ghedi (che ospita le B61 e che riceverà quelle aggiornate B61-12) una manifestazione per dire no alle guerre e si al disarmo nucleare. Al termine della manifestazione si è annunciato un rilancio della mobilitazione antinucleare attorno a tutti i luoghi nevralgici del Potere nucleare in Italia, dalle aerobasi ai porti, dai siti di stoccaggio ai luoghi di produzione dei vettori (in Italia gli F35), in tutti quei luoghi cioè dove non si ha la certezza assoluta che queste armi non ci siano. Una iniziativa alla Base di Aviano il 18 marzo 2018 è il prossimo appuntamento. http://www.forumcontrolaguerra.org/2018/01/26/guerra-nucleare-piu-vicina/

Il bilancio della difesa: Italia potenza militare

Secondo diversi studi che analizzano fattori diversi, l’Italia è ottava o undicesima potenza militare nel mondo. Credit Suisse, società di servizi finanziari con sede in Svizzera, nel suo report sulla ricerca e sviluppo, dopo aver preso in considerazione il budget stanziato per la spesa militare, numero di personale impegnato e livello di addestramento, avanzamento tecnologico delle armi, numero di aeromobili/aircraft, carri armati, sottomarini da guerra, disponibilità di eventuali armi nucleari (armate e totali) e sistemi di alleanze, ha inserito l’Italia all’ottavo posto. http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=EE7A6A5D-D9D5-6204-E9E6BB426B47D054
GlobalFirepower, altra società che fornisce dati riguardanti oltre 130 moderne potenze militari, ha analizzato la potenziale capacità di guerra (convenzionale) di ogni nazione attraverso terra, mare e aria, valori relativi a risorse, finanze e geografia e altri 50 fattori diversi per determinare la classifica annuale. L’Italia viene posta all’undicesimo posto nel mondo e quarta in Europa. https://www.globalfirepower.com/countries-listing-europe.asphttps://www.globalfirepower.com/countries-listing.asp

La terza parte del DPP che illustra il bilancio della difesa mostra dei grafici riepilogativi dei bilanci destinati dal 2008 al 2017. Da questi si possono ricavare almeno due considerazioni: le spese totali possono essere calcolate prendendo in considerazione gli stanziamenti a bilancio ordinario, quelli delle missioni internazionali (997,2 milioni), i contributi del MISE per i programmi tecnologicamente avanzati (2.550 milioni di cui 25 nel triennio vigente) e i costi dell’Arma dei Carabinieri, oppure considerando solo il bilancio ordinario. Il grafico che illustra le risorse destinate alla difesa vede un picco nel 2011 con la cifra di 24.174,3 mentre nel 2017 lo stanziamento è pari a 23.478,3. Se si fa riferimento al solo bilancio ordinario della difesa il picco si trova nel 2008 con 21.132,4 e nel 2013 con 20.702,3 milioni. Nel 2017 lo stanziamento è pari a 20.269,1.

Se si guardano invece i grafici sul rapporto spese per la difesa/pil 2008-2017 emerge che se si considerano le risorse della difesa il pil è pari a 1,37%, mentre con il solo bilancio ordinario si scende all’ 1,19% e a 0,80 se si esclude la funzione difesa del territorio.
Gli stanziamenti per le missioni internazionali hanno visto un picco nel 2011 con 1.497 milioni. Nel 2017 è pari a 997,2 milioni.
L’incremento dei finanziamenti del MISE è pari al 78% passando da 1.515,2 del 2008 a 2.704 milioni del 2017.
La funzione difesa del 2017 vede una spesa di 9.799 milioni per il personale, 1.272 milioni per l’esercizio e 2.141 milioni per l’investimento.
Il personale militare è diminuito di 1501 unità. La voce esercizio considera la formazione e l’addestramento, manutenzione e supporto logistico, funzionamento Enti, comandi e Unità ed esigenze interforze. Vi è stata una riduzione delle risorse dai 2,7 miliardi ai 1,3 attuali.

Il settore investimento riguarda quella parte di spesa che serve a dotare un esercito di mezzi, materiali ed equipaggiamenti tecnologicamente avanzati. Ed è esplicitamente la parte di spesa che interessa l’industria bellica (che non manca mai di lamentarsi della scarsità di fondi statali). Le risorse previste per l’anno 2017, 2018 e 2019 sono rispettivamente di 2.141,1 milioni, 2.122,8 e 2.164,1 a cui bisogna aggiungere però i finanziamenti MISE. Con entrambi i finanziamenti sono stati e sono sostenuti i programmi dei velivoli EFA, le fregate FREMM, i veicoli blindati VBM 8×8, l’elicottero NH-90, il programma navale, l’elicottero AW-101 Combat SAR, la digitalizzazione della componente terrestre FORZA NEC, i velivoli M-346 e T-345 e il sistema di controllo del territorio per l’Arma dei carabinieri SI.CO.TE.

Con la legge n. 208 del 2015 https://www.difesa.it/Amministrazionetrasparente/Pagine/Programma-Biennale-degli-acquisti-di-beni-e-servizi-e-relativi-aggiornamenti-annuali.aspx sono stati avviati i programmi di ammodernamento dei sistemi missilistici antiaereo a medio raggio FSAF e PAAMS (consorzio EUROSAM), del futuro elicottero di esplorazione e scorta (FEES) e Blindo Pesante Centauro 11.
Nella voce Funzione sicurezza del territorio viene compresa la sfera militare (che riguarda la difesa della Patria, partecipazione alle operazioni militari anche all’estero e altro) e la sfera di ordine e sicurezza pubblica (controllo del territorio, contrasto alla criminalità organizzata e comune, tutela dell’ordine pubblico).
Se si comprendono anche le funzioni del Corpo forestale dello stato, 492 milioni, lo stanziamento è pari a circa 6.519,8 milioni. La funzione sicurezza del territorio è così suddivisa: personale 6.145,7 milioni, esercizio 345,8 milioni e investimento 28,3 milioni.
Vi sono poi le spese per funzioni esterne: rifornimento idrico delle isole minori, contributi a vari enti e associazioni, indennizzi per servitù militari, esercizio del satellite meteorologico METEOSAT e EUMETSAT (satelliti europei), ammortamento mutui alloggi. Per il 2017 sono previsti 141 milioni, 135,6 e 135,3 per il 2018 e 2019. Per le pensioni provvisorie del personale in ausiliaria sono previsti 396,5 milioni nel 2017, 399,5 e 400,5 milioni nel 2018 e 2019.
Infine il DDP fa riferimento al bilancio della difesa in chiave NATO. Il budget in chiave NATO si discosta da quello della Difesa perché detrae o aggiunge voci in maniera diversa.

thanks to: PeaceLink

Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho

Sputnik 24/09/2016 Un caccia F-35A s’è incendiato sulla Mountain Home Air Force Base, nello Stato dell’Idaho, informava l’US Air Force. “Il pilota è dovuto uscire dal velivolo all’avviamento del motore a causa dell’incendio a poppavia del velivolo“, dichiarava il portavoce dell’US Air Force capitano Mark Graff in una dichiarazione scritta fornita a Defense News. L’incidente è avvenuto verso mezzogiorno del 23 settembre. Secondo Graff, l’incendio è stato rapidamente spento e non ci sono stati feriti gravi. “Come misura precauzionale, quattro tecnici della 61.ma Unità di manutenzione, tre avieri del 366° Gruppo di manutenzione e un pilota del 61° Squadrone da caccia sono stati portati nel centro medico della base per una diagnosi”, dichiarava Graff. La causa dell’incendio viene indagata. Secondo Defense News, vi sono attualmente 7 F-35A della Luke Air Force Base, in Arizona, schierati nella Mountain Home AF Base per le manovre superficie-aria del 10-24 settembre.

Sorgente: Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho | Aurora

No alle bombe nucleari in Italia

a cura di Pax Christi

“Settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. A distanza di tanto tempo, questo tragico evento suscita ancora orrore e repulsione. Esso è diventato il simbolo dello smisurato potere distruttivo dell’uomo quando fa un uso distorto dei progressi della scienza e della tecnica, e costituisce un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari e ogni arma di distruzione di massa”.
Papa Francesco, 9 agosto 2015
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No alle bombe nucleari in Italia
APPELLO DEL CONVEGNO «IL RUOLO DELLA NATO NELLA GUERRA MONDIALE A PEZZI», promosso da Pax Christi, “Mosaico di pace”, Comunità Le Piagge, Unione suore domenicane S. Tommaso d’Aquino, Comitato No Guerra No Nato, S. Niccolò, PRATO, 11 GIUGNO 2016
Sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti – documenta la U.S. Air Force – le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Italia e altri paesi europei.
La B61-12 – documenta la Federazione degli scienziati americani (Fas) – non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con una potenza media pari a quella di quattro bombe di Hiroshima; un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Le B61-12, che gli Usa si preparano a installare in Italia, sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese e lo espongono quindi a una rappresaglia nucleare.
Secondo le stime della Fas, gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180. Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano le B-61, destinate ad essere sostituite dalle B61-12.
Foto satellitari – pubblicate dalla Fas – mostrano che, per l’installazione delle B61-12, sono già state effettuate modifiche nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre.
L’Italia, che fa parte del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma – dimostra la Fas – anche piloti che vengono addestrati all’attacco nucleare con cacciabombardieri italiani sotto comando Usa.
L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
Chiediamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e, attenendosi a quanto esso stabilisce, chieda agli Stati uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinunciare a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.
Liberare il nostro territorio nazionale dalle armi nucleari, che non servono alla nostra sicurezza ma ci espongono a rischi crescenti, è il modo concreto attraverso cui possiamo contribuire a disinnescare l’escalation nucleare e a realizzare la completa eliminazione delle armi nucleari che minacciano la sopravvivenza dell’umanità.
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BOZZA DI MOZIONE DA PROPORRE AI PARLAMENTARI
Considerato che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
Considerato che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.
Considerato che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Considerato che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.
Considerato che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.
Considerato che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
I proponenti chiedono al Governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.

Sorgente: www.ildialogo.org No alle bombe nucleari in Italia,a cura di Pax Christi

Putin: Russia will respond to ‘aggressive NATO rhetoric’

Russia will take adequate measures to counter NATO’s increasingly “aggressive rhetoric,” President Vladimir Putin told MPs at the closing session of the State Duma. He called to create an international security system open to all countries.

It’s necessary to create a collective security system void of “bloc-like thinking” and open to all countries, Putin said on Wednesday in Russia’s parliament.

Russia is ready to discuss this extremely important issue,” he said, adding that such proposals have been so far left unanswered by Western countries.

But again, as it was at the beginning of WWII, we don’t see any positive response,” he continued. “On the contrary, NATO ups its aggressive rhetoric and aggressive actions near our borders.

In this environment, we must pay special attention to strengthening our country’s defense capabilities,” he concluded.

Terrorism has become the major threat to international security, Putin said, comparing it to the rise of Nazism before WWII. Facing this challenge, the international community should work together rather than remain separated and divided, he said.

What kind of lessons are needed to get rid of old-fashioned ideological discord and geopolitical games and unite in the fight against international terrorism? This common threat is rising right in front of us,” Putin said.

Security issues should not prevail over economic growth and well being, the president warned: “Security and international affairs are equally important, but there is nothing more important than economy and welfare.

“These are indeed very complicated and tough issues, but our country’s future depends on how we will tackle them.”

NATO aims to feed fears by painting Russia as ‘treacherous enemy’ – Russian Defense Ministry

Putin’s keynote address comes amid NATO’s build-up in Eastern Europe. After Crimea’s re-unification with Russia in 2014, the bloc started deployment of troops, equipment and infrastructure to Poland and Baltic countries, arguing that it would protect the region from alleged “Russian aggression.”

At the upcoming Warsaw summit in July, NATO leaders are expected to green-light deployment of four battalions of up to 800 troops in each unit to the Baltic States and Poland, along with intensifying the scale and pace of multinational military exercises. Recent live-fire drills, Anakonda 2016, Saber Strike and BALTOPS, involved thousands of troops and hundreds of combat vehicles to simulate large-scale operations in Poland, Latvia, Lithuania and Estonia.

Moscow says NATO’s build-up and its hostile rhetoric towards Russia aren’t helping to improve security and stability in Europe, and have triggered reciprocal measures.

The State Duma, the parliament’s lower house, is expected to go into summer recess before the general election starts this autumn. MPs will spend two months in the summer visiting their constituencies to meet voters, gearing up for the Duma elections scheduled for September.

Addressing the lawmakers, President Putin said the race has to be fair and transparent, and free of foul play. “I would like to thank all of you for everything that has been done over the past years … and, of course, look forward to seeing what we will be doing together with the parliament in the future,” he told MPs.

Sorgente: Putin: Russia will respond to ‘aggressive NATO rhetoric’ — RT News

Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

The NATO buildup in the Black Sea is part of the alliance’s strategy to expand its military presence along Russia’s borders. The move would destabilize the situation in the region, analysts say.

Sorgente: Dangerous Maneuvers: What’s Behind NATO Military Buildup in Black Sea

‘Big Mistake’: Germany Leads NATO Games Near Russia 75 Years After Nazis

The country’s ex-Chancellor Gerhard Schroeder blasted the Merkel administration for the threatening provocation that risks sparking a new Cold War or worse.

On Saturday, former German Chancellor Gerhard Schroeder called the build-up along the Russian border during the summer of hostilities a “serious mistake” only days after the country’s forces took the lead in NATO’s Anaconda-2016 war games on the 75th anniversary of the German invasion of the Soviet Union in June 1941.

The Anaconda War Games, billed as a response to “Russian aggression” by the United States and Allied Forces involves over 30,000 NATO troops in Poland and follows several rounds of war games along Russia’s border in recent months. The provocative wargames also constitute the single largest movement of foreign troops within Poland’s borders since World War II.

Last year, when American think-tanks first started to beat the drums of a new Cold War saying Russia may have designs on invading NATO countries, President Vladimir Putin attempted to dispel these concerns saying, “I think that only an insane person and only in a dream can imagine that Russia would suddenly attack NATO.”

The Obama administration appears to have indulged in the fantasy by increasing US defense appropriations along Russia’s border by fourfold to repel a prospective attack from Russian forces. More concerning, they have brought the rest of NATO’s membership along for the ride with Poland expected to call for permanent troops to be situated along their border and with a missile defense shield established in Romania and a new one under construction in Poland.

The former German Chancellor remains concerned to see that the beleaguered Merkel government, which recent polling shows carries less than a 25 percent approval rating, also fancies itself part of the new Cold War fantasy.

“Overall, the EU needs Russia and Turkey in terms of security policy,” said Schroeder blasting the government for outlandishly taking part of it the massive military buildup along Russia’s border on the anniversary of the Nazi invasion.

The Russian government has responded by developing the Yu-74 ultra-maneuverable hypersonic glide vehicle which military analysts confirm has the capacity to penetrate any missile defense system and has also looked to beat back US and NATO threats from the Baltic region with a series of “buzzing” incidents — flying fighter jets next to American battleships.

The Kremlin remains steadfastly opposed to being baited into massively increasing defense appropriations to ward off a threat that should not exist and continues to responsibly explore international avenues of diplomacy against the American and German-led provocations.

Sorgente: ‘Big Mistake’: Germany Leads NATO Games Near Russia 75 Years After Nazis

US missiles go live despite Russia warning

The United States is about to activate its missile systems across Europe, despite Russia’s warnings against a systematically increasing US-led arms deployment near its borders.

Almost after a decade of pledging to protect members of the North Atlantic Treaty Organization (NATO), Washington will on Thursday activate a web of missile systems it has deployed across Europe over the years.

American and NATO officials are slated to declare operational the so-called shield at a remote air base in Deveselu, Romania.

“We now have the capability to protect NATO in Europe,” said Robert Bell, a NATO-based envoy of US Defense Secretary Ashton Carter.

He claimed that the shield is supposed to protect Europe from an Iranian missile threat, a claim Moscow has repeatedly rejected, saying the missiles are aimed at Russia instead.

“The Iranians are increasing their capabilities and we have to be ahead of that. The system is not aimed against Russia,” Bell told reporters, adding that the system will soon be handed over to NATO command.

The US Aegis Ashore missile complex, Romania

He echoed US State Department spokesman John Kirby who had said the system “is defensive in nature” and therefore can’t be targeted “at anybody.”

Despite American assurances, Moscow accuses Washington of trying to neutralize its nuclear arsenal and buy enough time to make a first strike on Russia in the event of war.

Russia’s response

General Sergey Karakayev, commander of the Russian Strategic Missile Forces (SMF), downplayed the system’s impact, saying that the Russian military was paying “special attention” to enhance their weapons and overcome US missile defense systems.

“Threats from the European segment of the missile defense system for the Strategic Missile Forces (SMF) are limited and don’t critically reduce the combat capabilities of the SMF,” Karakayev (pictured below) said on Tuesday.

The general added that Russian ballistic missiles can carry new warheads and deliver them through energy-optimal trajectories in multiple directions, making their path difficult to predict for missile defense systems.

During a Senate hearing in April, US Principal Deputy Undersecretary of Defense for Policy, Brian McKeon, requested a budget boost for the Missile Defense Agency, saying the funding was crucial for upgrading US missile systems to counter Russian and Chinese missiles.

Russia does not look favorably upon the North Atlantic Organization Treaty (NATO)’s growing deployment of missiles and nuclear weapons near its borders, with the Russian President Vladimir Putin saying in June last year that if threatened by NATO, Moscow will respond to the threat accordingly.

Sorgente: PressTV-US missiles go live despite Russia warning

Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

When it comes to the US response to the non-existent Russian threat to NATO’s eastern flank, Washington’s actions do not match its rhetoric, German politician Dr. Alexander Neu told Sputnik, commenting on the Pentagon’s plans to increase US military presence in Europe in 2017.

Sorgente: Forget ‘Russian Aggression’! Why Pentagon Wants More Troops in Europe

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Guerre della NATO, rifugiati e terrorismo: l’Europa deve dare una risposta coerente

Ancora una volta assistiamo ad attentati terroristici in Europa. Agli occhi dei mass-media occidentali queste stragi di civili europei sono orribili. Tutte le persone che amano la pace devono condannarle. Come Pressenza le condanniamo con forza.

I politici e la popolazione civile europea però non possono continuare a condannare il terrorismo senza cercare e risolvere le radici del problema.

Come la crisi dei rifugiati non si può risolvere chiudendo le frontiere e riempiendo il Mediterraneo di navi da guerra, così il terrorismo non si può affrontare aumentando le misure di sicurezza e di sorveglianza della popolazione, demonizzando i musulmani e dando tutte le colpe agli immigrati.

L’origine di entrambi questi problemi è il coinvolgimento europeo nelle guerre in Medio Oriente. Questa è una verità scomoda, che quasi tutti i politici sono incapaci di accettare. O, se l’accettano, non possono dirlo in pubblico, perché i media anti-umanisti li perseguiteranno nel tentativo di distruggere la loro carriera e ridurli al silenzio.

L’Europa è intervenuta per decenni nei punti strategici del pianeta, promuovendo guerre e instabilità civile. Tutti conosciamo i nomi di questi posti: Libia, Siria, Afghanistan, Iraq e molti altri. La giustificazione che veniva addotta per queste guerre era la mancanza di diritti umani e democrazia, eppure sappiamo che decine di altri paesi hanno una situazione terribile al riguardo: l’Arabia Saudita è in cima alla lista, ma ne fanno parte anche lo Zimbabwe, l’Egitto e la Cina.

Mentre nei primi paesi la NATO scatena l’inferno in terra, i secondi vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono. Guardando da vicino, i primi paesi hanno grandi giacimenti di petrolio o sono importanti dal punto di vista geografico per gli oleodotti, mentre alcuni dei secondi sono privi di materie prime strategiche e con altri ci sono legami commerciali che non si possono mettere a rischio. Un esempio eclatante in questo senso è costituito dalle enormi quantità di armi vendute all’Egitto e all’Arabia Saudita.

Gli europei devono svegliarsi: la politica estera dell’Unione Europea è un disastro. Le guerre non producono la pace, ma solo rifugiati e terroristi. I nostri politici e quelli che controllano il sistema bancario, quello dell’informazione e quello militare lo sanno benissimo.

Mi sono venute in mente le parole pronunciate dallo scrittore e attivista nonviolento Silo negli anni Ottanta:

Non sorprendiamoci se qualcuno risponde con la violenza fisica se l’abbiamo sottoposto a pressioni psicologiche inumane, o alle pressioni dello sfruttamento, della discriminazione e dell’intolleranza. Se questa risposta ci sorprende o siamo parte in causa di questa ingiustizia (e in tale caso la nostra “sorpresa” è anche una bugia), o vediamo solo gli effetti senza notare le cause che determinano questa esplosione.

L’Europa è diretta verso l’abisso. La pace che ha in gran parte sperimentato dal 1945 è in grave pericolo. I benefici sociali e la sicurezza per cui abbiamo tanto lottato sono sotto attacco da parte di una malsana collaborazione tra multi-nazionali, mass-media, banche e complesso militare-industriale.

E’ ora che la società civile agisca. E’ urgente che ognuno di noi partecipi a organizzazioni umaniste basate sui principi della nonviolenza, dove l’essere umano è il valore centrale, come Mondo senza guerre e senza Violenza, il Partito Umanista, Convergenza delle Culture e altre e che queste organizzazioni sostengano come meglio possono ampie campagne per il cambiamento sociale come DiEM25, ICAN, No Nato e molte altre ancora. Tocca ai cittadini europei rifiutare le false informazioni e le giustificazioni dei media anti-umanisti e cercare fonti alternative come Pressenza.

E’ ora di esprimere la solidarietà non solo tra chi ha credenze e aspetto simili, ma tra tutti gli esseri umani. Questa sarebbe l’unica risposta coerente

22.03.2016 Tony Robinson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

thanks to: Pressenza

La ricolonizzazione della Libia

Omar el-Mukhtar

Omar el-Mukhtar

Nella commedia degli equivoci per il teatrino della politica, il primo attore Renzi ha detto che in Libia «l’Italia farà la sua parte», quindi – appena il Pentagono ha annunciato che l’Italia assumerà il «ruolo guida» – ha dichiarato: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia», mentre in realtà è già iniziata con le forze speciali che il parlamento ha messo agli ordini del premier. Questi, per dare il via ufficiale, aspetta che in Libia si formi «un governo strasolido che non ci faccia rifare gli errori del passato». In attesa che nel deserto libico facciano apparire il miraggio di un «governo strasolido», diamo uno sguardo al passato.

 

Nel 1911 l’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, Poco dopo lo sbarco, l’esercito italiano fucilò e impiccò 5mila libici e ne deportò migliaia. Nel 1930, per ordine di Mussolini, metà della popolazione cirenaica, circa 100mila persone, fu deportata in una quindicina di campi di concentramento, mentre l’aviazione, per schiacciare la resistenza, bombardava i villaggi con armi chimiche e la regione veniva recintata con 270 km di filo spinato. Il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar, venne catturato e impiccato nel 1931. Fu iniziata la colonizzazione demografica della Libia, sequestrando le terre più fertili e relegando le popolazioni in terre aride. Nei primi anni Quaranta, all’Italia sconfitta subentrarono in Libia Gran Bretagna e Stati uniti. L’emiro Idris al-Senussi, messo sul trono dagli inglesi nel 1951, concesse a queste potenze l’uso di basi aeree, navali e terrestri. Wheelus Field, alle porte di Tripoli, divenne la principale base aerea e nucleare Usa nel Mediterraneo.

 

Con l’Italia re Idris concluse nel 1956 un accordo, che la scagionava dai danni arrecati alla Libia e permetteva alla comunità italiana di mantenere il suo patrimonio. I giacimenti petroliferi libici, scoperti negli anni ‘50, finirono nelle mani della britannica British Petroleum, della statunitense Esso e dell’italiana Eni. La ribellione dei nazionalisti, duramente repressa, sfociò in un colpo di stato incruento attuato nel 1969, sul modello nasseriano, dagli «ufficiali liberi» capeggiati da Muammar Gheddafi.

 

Abolita la monarchia, la Repubblica araba libica costrinse Usa e Gran Bretagna a evacuare le basi militari e nazionalizzò le proprietà straniere. Nei decenni successivi, la Libia raggiunse, secondo la Banca mondiale, «alti indicatori di sviluppo umano», con una crescita del pil del 7,5% annuo, un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro oltre 2 milioni di immigrati africani. Questo Stato, che costituiva un fattore di stabilità e sviluppo in Nordafrica, aveva favorito con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero creato l’autonomia finanziaria e una moneta indipendente dell’Unione africana.

 

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Per questo e per impadronirsi del petrolio e del territorio libici, la Nato sotto comando Usa lanciava la campagna contro Gheddafi, a cui in Italia partecipava in prima fila l’«opposizione di sinistra». Demoliva quindi con la guerra lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali e gruppi terroristi. Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia. Dove rimette piede quell’Italia che, calpestando la Costituzione, ritorna al passato coloniale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

thanks to: Voltairenet

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

Contrainjerencia 17/01/2016

Hillary Clinton con i terrorisiti di al-Qaida in Libia.

Hillary Clinton incontra i terroristi di al-Qaida in Libia.

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi di al-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.

Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i mercenari stranieri (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.Mails_Blums_2Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di commettere i peggiori crimini del genocidio.

al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni.Mails_Blums_1Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l'ideatrice della menzogna dell'uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall'oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall'assassinio della Libia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sorgente: Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

L’industria di guerra e la Israele – NATO connection

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

 

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

 

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

 

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

 

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

 

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

 

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

 

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

 

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

 

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI – Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

 

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

 

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

 

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

 

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

 

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

 

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI – Israel Aerospace Industries.

 

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

 

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

 

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

 

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

 

Italia e Israele, soci e alleati

 

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

 

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

 

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il sistema integrato d’addestramento dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”.

 

Grazie al caccia-addestratore italiano, gli allievi pilota israeliani possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti sui più importanti cacciabombardieri internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari giungeranno in Israele entro la fine del 2016 (Tel Aviv ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per l’acquisizione di 20 F-35 per un valore di 2,75 miliardi di dollari, con un’opzione per altri 55 velivoli). I “Lavi”, però, non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo M346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

 

Il giro d’affari della commessa dei caccia si attesta intorno al miliardo di dollari. L’accordo ha previsto che l’assemblaggio dei “Master” sia svolto nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (Varese); l’azienda italiana cura inoltre parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato da Elbit Systems e IAI – Israel Aircraft Industries nella base aerea di Hatzerim, a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. Esistono però altre vantaggiose contropartite per le industrie israeliane: Elbit Systems, ad esempio, ha sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. Elbit ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti con un’altissima risoluzione d’immagine per le ricognizioni aeree sia nelle missioni diurne che notturne.

 

I primi addestratori M-346 sono stati consegnati nel luglio 2014, nei giorni in cui le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” a Gaza. Il 23 giugno 2015 si è invece tenuta ad Hatzerim la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo. “Grazie ai caccia avanzati M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato a The Jerusalem Post il maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”. Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’“intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv” o gli “attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”.

 

Contemporaneamente alla commessa dei caccia di Alenia Aermacchi, le forze armate italiane hanno formalizzato la decisione di acquistare due velivoli di pronto allarme (Early warning and control – AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti da IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Es (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard NATO. L’Italia si è pure impegnata ad acquisire un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, prodotto anch’esso da IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani è Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla francese Thales, a cui è stata affidata la costruzione del segmento terrestre, il lancio da una base israeliana e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare entro la fine del 2016. Dopo il completamento dei test da parte del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio, il nuovo apparato sarà pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

 

Intanto le aziende italo-israeliane puntano a rafforzare la partnership per guadagnare nuove porzioni dei mercati d’armi internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Alla joint venture è stata assegnata la manutenzione e il supporto dei radar “Gabbiano T20” di Selex, destinati ai velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e probabilmente anche ai nuovi velivoli senza pilota acquistati dai militari brasiliani. La partnership tra Selex e AEL potrebbe allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

 

La trentesima stella della NATO 

 

Quanto le forze armate statunitensi e di alcuni dei principali paesi NATO siano interessate alla produzione di armi e tecnologie militari israeliane è provato da quanto accaduto qualche mese fa a Tel Aviv. Dal 19 al 21 maggio 2015, si è tenuta infatti una convention a porte chiuse tra i capi delle forze aeree di otto paesi NATO (Canada, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Stati Uniti d’America) e i manager delle maggiori imprese militari israeliane. “Si tratta del primo incontro a questi livelli ma speriamo che da ora in poi se ne possa tenere almeno uno all’anno per poter interscambiare le nostre esperienze con i colleghi della NATO e poter affrontare insieme le sfide a cui siamo chiamati”, ha dichiarato il Comandante dell’Aeronautica militare israeliana gen. Shachar Shohat, a conclusione del meeting. Secondo una nota del ministero della difesa, il gen. Shohat ha presentato ai generali NATO le attività di difesa aerea espletate in occasione dei bombardamenti a Gaza nell’estate 2014, “quando i sistemi Patriot israeliani abbatterono due velivoli senza pilota e le batterie anti-missili Iron Dome riuscirono a intercettare quasi il 90% dei bersagli”. Sempre secondo le autorità militari israeliane “la conferenza ha previsto inoltre una visita alle imprese statali (Israel Aerospace Industries, Rafael e Israel Military Industries) che stanno sviluppando un ampio spettro di tecnologie di pronto allarme, intelligence, difesa attiva e guerra anti-UAV e anti-missile”.

 

Israele è uno dei membri del cosiddetto “Dialogo mediterraneo” della NATO sin da quando fu istituito nel dicembre 1994 dai ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica. Con Israele fanno parte del “Dialogo mediterraneo” altri sei paesi africani e mediorientali: Algeria, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia. “Il Dialogo mediterraneo è un forum multilaterale dove le nazioni partner della regione possono discutere sulle questioni della sicurezza comune con gli alleati dell’Europa e del Nord America”, spiega la NATO. “Il Dialogo riflette il punto di vista dell’Alleanza secondo cui la sicurezza in Europa è strettamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Prioritariamente il Dialogo mediterraneo punta a conseguire una migliore conoscenza reciproca”. A coordinare i programmi di cooperazione con i paesi partner di Africa e Medio oriente è stato chiamato l’Allied Joint Force Command (JFC) di Napoli, il Comando congiunto delle forze alleate di stanza nella nuova installazione NATO di Lago Patria. Nel JFC di Napoli vengono ospitate le conferenze annuali del Dialogo mediterraneo, l’ultima delle quali si è tenuta lo scorso 2 dicembre.

 

Le relazioni tra Israele e l’Alleanza Atlantica si sono intensificate negli ultimi quindici anni principalmente nella conduzione della lotta al terrorismo, della pianificazione degli interventi in caso di crisi ed emergenze, del controllo dei confini, della ricerca e soccorso e dell’assistenza umanitariaNel novembre 2004 fu firmato a Bruxelles un importante protocollo con cui si autorizzò la realizzazione di esercitazioni militari tra le forze armate israeliane e la NATO. Un accordo complementare fu firmato nel marzo del 2005 dall’allora Segretario Generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e dal Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tre mesi più tardi, alcune unità della marina israeliana furono impegnate per la prima volta in un’esercitazione NATO in cui fu “simulato” un attacco ai sottomarini a largo del Golfo di Taranto. Nel luglio 2005 fu invece l’esercito israeliano a fare il suo debutto in un’esercitazione terrestre NATO in Ucraina a cui parteciparono 22 paesi dell’Alleanza ed extra-NATO.

 

Nel marzo 2006 si realizzò il primo dispiegamento in Israele dei grandi aerei radar “Awacs” in dotazione alla forza di pronto allarme della NATO, mentre fu autorizzato il trasferimento in pianta stabile di un ufficiale di collegamento israeliano presso il JFC di Napoli. Nel giugno 2006, otto unità israeliane di stanza nel porto di Haifa furono trasferite nel Mar Nero per un’esercitazione navale che l’Alleanza Atlantica tenne congiuntamente ai paesi del Dialogo mediterraneo. Nell’aprile 2007 sei unità della forza navale NATO furono inviate ad Eilat per partecipare ad un’esercitazione insieme al distaccamento speciale della Marina israeliana nel Mar Rosso. Dopo un rischiaramento nella base aerea statunitense di Nellis, Nevada, dal giugno al luglio 2008 alcuni cacciabombardieri israeliani parteciparono per la prima volta all’esercitazione “Red Flight”, insieme ai velivoli da guerra provenienti da Australia, Giappone, India, Nuova Zelanda e Singapore.

 

L’Alleanza Atlantica e Israele sottoscrissero un Programma di Cooperazione Individuale che fu ratificato dai ministri della difesa NATO il 2 dicembre 2008, tre settimane prima del sanguinoso attacco israeliano a Gaza. Il testo dell’accordo descriveva i principali settori in cui “NATO e Israele coopereranno pienamente”: il controterrorismo; lo scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; la connessione di Israele al sistema elettronico NATO; l’acquisizione degli armamenti; l’aumento delle esercitazioni militari.

 

Nel novembre 2009, durante la visita in Israele dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, al tempo presidente del Comitato militare alleato (e poi ministro della difesa italiano), fu stabilito che un’unità missilistica israeliana partecipasse a pieno titolo all’operazione navale NATO Active Endeavor, di “protezione del Mediterraneo contro le attività terroristiche”. Il 24 aprile 2010 Israele firmò a Bruxelles un security agreement che stabilì la cornice per lo scambio con la NATO dei dati d’intelligence e la “protezione congiunta” delle comunicazioni riservate. Il 7 marzo 2013, il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ricevette a Bruxelles il presidente israeliano Shimon Peres per rafforzare la cooperazione militare nel campo della “lotta al terrorismo”, delle “operazioni coperte” e della “guerra non convenzionale”. In quell’occasione fu sottoscritto pure un accordo di mutua cooperazione, il cui contenuto è ancora top secret, in vista dei nuovi piani di dispiegamento operativo e logistico delle forze armate statunitensi e NATO in Medio Oriente. “Israele è un importante alleato della NATO nel Dialogo Mediterraneo”, dichiarò Anders Fogh Rasmussen a conclusione del vertice con Shimon Peres. “Israele è uno dei nostri associati più antichi. Affrontiamo le stesse sfide nel Mediterraneo orientale e le stesse minacce alla sicurezza del XXI secolo, così abbiamo tutte le ragioni per rendere ancora più profonda e durevole la nostra associazione anche con gli altri paesi del Dialogo Mediterraneo”. Il 9 febbraio 2014, lo stesso Rasmussen si recò in visita ufficiale in Israele per incontrare le autorità governative e militari.

 

Il 17 novembre 2014 a La Hulpe, Belgio, si tenne una conferenza su La cooperazione NATO-Israele, a cui parteciparono i rappresentanti politici e militari dell’Alleanza Atlantica. Nel suo intervento, il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow auspicò un “maggiore coinvolgimento delle forze armate israeliane nelle attività addestrative, nei programmi di formazione alleati e nelle operazioni di peacekeeping e di gestione delle crisi internazionali incluse quelle a guida NATO”. Nuove consultazioni con le autorità militari israeliane per intensificare la cooperazione “alla luce degli odierni sviluppi nel Mediterraneo e in Medio Oriente” si sono tenute a Tel Aviv il 12 e 13 ottobre 2015 in occasione della visita ufficiale del vice segretario generale NATO per le politiche di sicurezza, l’ambasciatore Thrasyvoulos Terry Stamatopoulos.

 

L’ultima tappa della diabolica partnership Israele-NATO risale al 7 dicembre scorso, quando due unità da guerra assegnate allo Standing NATO Maritime Group TWO (SNMG2), uno dei due gruppi navali di pronto intervento dell’Alleanza, giungevano nel porto di Haifa provenienti da una missione “anti-pirateria” nell’Oceano Indiano. Prima di lasciare le acque israeliane, le navi da guerra NATO hanno partecipato con alcune unità della Marina israeliana all’esercitazione Passex, finalizzata – come riferito dal governo – a “rafforzare l’interoperabilità in campo navale tra la NATO e Israele”.

 

 
Relazione alla Conferenza Nazionale Palestina e dintorni, organizzata dal Fronte Palestina, Roma, 23 gennaio 2016.

2016. La Nato che verrà…

Aggressiva, dissuasiva e preventiva; onnicomprensiva, globale e multilaterale; cyber-nucleare, superarmata e iperdronizzata; antirussa, anticinese, antimigrante e anche un po’ islamofoba. Strateghi di morte e mister Stranamore vogliono così la NATO del XXI secolo: alleanza politico-economica-militare di chiara matrice neoliberista che sia allo stesso tempo flessibile e inossidabile, pronta ad intervenire rapidamente e simultaneamente ad Est come a Sud, ovunque e comunque.

Sorgente: 2016. La Nato che verrà… – contropiano.org

Partecipazione è Consapevolezza – sui fatti di Parigi

Dico a Te, Henry, Jude, Hidalgo, Greta, Josè, Elena, a Te, cittadino europeo; quanto è autentica la tua commozione rispetto all’obbrobrio di Parigi? Tu che appari sgomento, impotente e frustrato al cospetto di siffatto disastro, in quale misura Ti senti coinvolto, partecipe, responsabile?

Isis, Daesh, Califfato, Stato Islamico, ecco il colpevole di tale abominio che vede noi occidentali quali vittime sacrificali di un progetto delirante, pregno di violenza, sopraffazione, ingiustizia, dove la religione, di per sé già sufficiente ad intorbidire le coscienze, funge da paravento. Questa creatura malefica che data la sua origine nel 2014, anticipata a mezzo stampa l’anno precedente, è sorta per precisa volontà di coloro i quali, da sempre, perseguono quel progetto, appunto, denso di violenza, sopraffazione, ingiustizia; Stati ed Entità che, legittimamente, possono essere definiti canaglia: U.S.A., U.E., Nato, Stati del Golfo, Entità Sionista.

Funzionale al disegno criminoso in grado di perpetuare un modello di società classista, imperialista, soggetta al volere del sedicente mondo civilizzato, ecco che, dall’implosione di Afghanistan, Iraq, Libia, Siria sorge il Mostro da incitare, finanziare ed armare e, successivamente, una volta usato, eliminare perché creatura ad agibilità limitata. Pretendere, da sempre e per sempre, di dominare esportando una democrazia fittizia, densa di assolutismo, disparità, ingiustizia, produce Guantanamo non consenso, servilismo non protagonismo, rabbia non idealità.

Probabile che la macchina sia sfuggita al controllo dello scienziato pazzo, sfuggita, non che si sia ribellata. Nelle menti distorte del Potere Assoluto si è ritenuto, con presunzione mista ad ignoranza criminale, di poter insistere nell’imposizione di un feudalesimo fuori tempo massimo, divenuto sistema intangibile, sfruttando interessate rivendicazioni islamiste, tacciate da spirito religioso e contrapponendole alla società laica. Il risultato è sotto gli occhi di coloro i quali non volgono lo sguardo per non voler capire.

Isis e fede musulmana sono agli antipodi, così come cristianesimo e crociate, ebraismo e sionismo. Quanti si servono di tale mistificata identificazione sono da additare al pubblico ludibrio, coloro i quali si confondono hanno da essere sollecitati ad un doveroso, imminente “bagno di cultura”. Devastare l’habitat preesistente, annientare la vita altrui, sottrarre risorse per usufruirne in proprio, pretendere la non messa in discussione di tale modello, utilizzando Emiri, Sovrani o Califfi rappresenta una condotta non affatto dissimile, bensì contigua a quella apparentemente vituperata.

Le bombe a grappolo, l’uranio impoverito, i droni come si distinguerebbero, quanto a livello di crudeltà, da uccidere a sangue freddo dei civili? Lanciare missili su matrimoni o cortei funebri, distruggere ospedali bruciando vivi i malati, abbattere scuole ed abitazioni con dentro i civili è meno cruento che entrare, trucidando le persone, in un giornale od in un teatro? Yarnouk sollecita indignazione in qualcuno? Eppure questo campo profughi, quindi abitato da chi fu costretto a fuggire da una realtà disumana, è stato oggetto di violenza indiscriminata, senza che si levassero gli alti lai delle coscienze occidentali, così propense, altrove, alla vicinanza umana, forse perché tale campo trovasi in Siria, terra sventurata ma lontana.

E così per il recente massacro ad opera dello stesso soggetto criminale, in Libano, sempre in un campo profughi, sempre, ma vedi la casualità, con “ospiti” palestinesi.
Intere generazioni, in Yemen, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Libia, Iraq, Libano, Kurdistan, Palestina, ignorano cosa comprenda, nei fatti, la parola pace. Da quando emette il primo vagito, il nascituro in quella parte del globo terrestre dovrà rendersi conto di essere venuto al mondo dalla parte sbagliata, dove vivere è una scommessa giocata al tavolo delle potenze occidentali.

Crescere, studiare, lavorare, formarsi una famiglia…bere una birra con gli amici ad un tavolino di un bar rappresenta un sogno, sovente inarrivabile, ciò che costituisce, invece, una normalità per i coetanei del mondo dominante.Come se quanto descritto non fosse già sufficiente a rappresentare una situazione immorale, all’interno della dinamica di questi singoli Stati agisce una (il)logica di governance classista, repressiva, feudale.

Gli effettivi “signori della guerra”, mandatari del Potere occidentale, si fanno interpreti, traendone beneficio anche personalmente, della volontà dominante, accaparratrice della vita altrui; fino a quando dura…..come sanno bene Saddam, Gheddafi, Osama e tanti altri, misconosciuti. Resistono i potentati del Golfo, con i quali permangono ed anzi si intensificano i rapporti commerciali, ci si abbraccia e si vendono armi che andranno ad arricchire la dotazione in possesso di quelli che si farà finta di voler eliminare ma che, nel frattempo, irosi per il tradimento, si vendicheranno, da par loro, a scapito di civili altrettanto inermi come quelli trucidati in Medioriente.

Diffondere terrore rappresenta, da tempo immemorabile, esercizio appannaggio delle classi dominanti, volto a distogliere le coscienze dal solo ipotizzare un mutamento dello status quo, dall’idea di emancipazione, di Rivoluzione.

La proclamata “guerra umanitaria” (inquietante ossimoro), le balle spaziali di Colin Powell, le scuse postume ed insultanti di Blaer, la forzata esportazione della “democrazia” ci hanno consegnato un territorio devastato, umiliato e offeso, dove rancore, risentimento e spirito di vendetta se non condividere, occorre comprendere ed interpretare. Diversamente, la risultante dell’analisi ed il conseguente agire non si distoglierà da quello più brutale ed inumano, proprio della destra retriva e fascista.

Occorre comprendere che allorquando quel sentire di rabbia e rivendicazione viene,maledettamente, incanalato dal fanatismo sedicente religioso il piano del discorso appare mutare inclinazione, svolgendosi, agli occhi più ignari, come contrapposizione tra fedi e mondi diversi, distinti, opposti. Ma non è così.

La logica sottostante permane immutata e perversa nella sua spietatezza: il dominio dell’uomo sull’uomo. Irrilevante che sia proposto in nome di un dio, di un califfo, di un emiro, di un presidente, sarà sempre e soltanto logica padronale. Pertanto Voi, Henry, Jude, Hidalgo,Greta, Josè, Elena, rispettivamente in quanto francese, inglese, spagnolo, tedesca, portoghese, italiana, spiegate, per primi a voi stessi, con quale spirito partecipate alle manifestazioni a seguito dell’eccidio di Charlie Hebdo senza smuovere il culo, né la mente, né la coscienza quando, in contemporanea, accade un crimine drammaticamente più grave, quanto ad entità, come l’omicidio mirato di duemila palestinesi di Gaza, dei quali più di 500 bambini.

E fatemi capire, se in grado, in base a quale variopinta analisi, a seguito del lutto di Parigi, della Francia e di noi tutti, dovremmo essere maggiormente indignati, tristi, delusi rispetto agli innumerevoli crimini eseguiti non nel nostro territorio. Ma è proprio l’ubicazione la ragione della partecipazione/indifferenza a fronte di analogo evento.
Si è così egoisti dal pretendere che il nostro diritto ad essere felici, che dovrebbe appartenere a ciascun essere umano, sia e resti intangibile, a qualunque prezzo.

Si è così ipocriti dal fingere di ignorare realtà assai diverse, maleodoranti di crimini contro l’Umanità, in luoghi distanti da noi, situazioni delle quali siamo artefici o complici. Il sangue versato è di colore rosso, a chiunque appartenga; il genere umano è indistinto, colui che ha la fortuna di possedere maggiori risorse, di abitare in zone più sviluppate, di poter fruire di una vita più agiata dovrebbe rendersi conto della sua immensa fortuna, pronto a condividerla con i più disagiati ed, ove non fosse spontaneo tale agire, sarebbe necessario renderlo indotto.

Quanto suggerito non rappresenta un auspicio francescano ma la chiave di volta di un approccio diverso, l’unico in grado di garantire un futuro. La terra sulla quale abbiamo avuto in sorte di vivere non appartiene esclusivamente a noi, le genti che cercano rifugio qui da noi, fuggono dallo stesso nemico del quale oggi temiamo l’azione. Farsi abbindolare dallo scempio verbale degli ancora, purtroppo, padroni del mondo e loro meschini servitori, secondo i quali la risposta non potrà che essere ancora più cruenta, comporta una spirale di morte che, analogamente ad ogni guerra, essenza della disumanizzazione, andrà a gravare sugliinermi, indifesi, poveri civili.
L’istigazione all’odio razziale, sinonimo di brutalità priva di speranza, rappresenta il DNA di cerebrolesi, minus habens, fanatici guerrafondai, politici corrotti.

Soltanto recuperando le ragioni dei bistrattati, degli sfruttati, degli estromessi, dei rifugiati, dei migranti, dello straniero che chiede dignità ed è pronto a contraccambiare, si riuscirà a sottrarre brodo di coltura dal fanatismo religioso ed al delirio di onnipotenza, a chiunque appartenga.

thanks to: Enzo Barone

Palestina Rossa

Medici terroristi senza frontiere

Forse la vera novità di questo orrore è che, per una volta, se ne parla.

La Nato bombarda un’ospedale afgano a Kunduz? Déjà vu.

Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 2015, un ospedale in Afghanistan è stato bombardato da aerei sicuramente della Nato: 19 i morti, tra staff e pazienti, anche bambini. Purtroppo, la Nato non è nuova a questo genere di impresa, come il lettore scoprirà ben presto.
5 ottobre 2015 – Marinella Correggia

 

Fire swept through the hospital after the air strikes

 

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Errore? Rischio calcolato? Atto deliberato?

Il governo afghano ha “giustificato” il bombardamento da parte della Nato di un ospedale di Médecins sans frontières a Kunduz in questo modo: “Lì si nascondevano dieci talebani”. E’ una confessione di crimine.

Infatti, le convenzioni internazionali vietano di colpire strutture civili (ospedali, acquedotti, centrali elettriche, quartieri residenziali…), anche quando vi si annidino i nemici armati di chi colpisce.

Quello a Kunduz è, dunque, un crimine di guerra.

Dal canto loro, la Nato e gli Stati uniti – che aprono un’inchiesta ma non si scusano – dichiarano: “Potrebbe essere stato danneggiato un ospedale in un’operazione contro talebani che minacciavano le truppe della coalizione”. Ma siccome nel bistrattato diritto internazionale la protezione dei civili assume carattere assoluto, anche in questo caso si tratta dell’ammissione di un crimine di guerra: perché nemmeno insediamenti militari si potrebbero colpire, se nelle vicinanze o al loro interno sono presenti civili.

Altre due osservazioni:

1) è certo che nessuno, fra i colpevoli ai diversi livelli della catena di comando ed esecuzione, pagherà per la strage con il carcere: decine di casi lo comprovano. Al massimo ci sarà un risarcimento danni, di un ammontare offensivamente basso per le vittime di nazionalità afghana: decine di casi lo comprovano;

2) la giustificazione data è che i talebani (frutto avvelenato Made in USA, in ogni caso) minacciavano le truppe Nato. Dunque la Nato protegge solo se stessa?

Sì, la Nato protegge solo se stessa. E protegge i suoi occasionali alleati armati sul campo. Come durante l’operazione Unified Protector che nel 2011 ha liquefatto l’ex Jamahiriya libica. La Nato assediò dal cielo la città di Sirte colpendo anche un ospedale. A che scopo? Non certo per proteggere i civili, anche se questo era il surreale compito affidato dall’Onu all’Alleanza atlantica. Infatti, i civili a Sirte erano pro-Gheddafi e quindi non erano minacciati dalle truppe libiche residue che a Sirte avevano cercato rifugio. Sirte fu attaccata dalla Nato invece – e per quasi due mesi – per proteggere, non i civili della città, ma l’avanzata dei miliziani a terra che li assediavano. Andrebbe ricordato, peraltro, che nel 1999 e quindi sotto Gheddafi, la città di Sirte fu luogo di nascita dell’Unione africana e con essa la speranza di auto-emancipazione per il continente. Ora è in mano a Daesh (l’ISIS). Un progresso?

Durante una delle conferenze stampa Nato in contemporanea a Napoli e a Bruxelles, nel mese di ottobre 2011, chi scrive chiese al colonnello canadese Roland Lavoye : “Da Sirte hanno denunciato che la Nato, bombardando vicino a un ospedale, lo abbia colpito facendo dei feriti”. Risposta di Lavoye: “Ah, ma Lei lo sa chi c’era vicino all’ospedale? Le truppe di Gheddafi!”

Anche a prendere per buona questa versione, si tratta di un’ennesima autodenuncia di crimine: perché le convenzioni di Ginevra, in ogni caso, impediscono di prendere il rischio di colpire civili per non causare i famosi “effetti collaterali”. Se, appunto, bombardando da diecimila metri c’è questo rischio, è meglio desistere. Ma in Libia non hanno mai desistito, e nemmeno altrove.

Nel 2001, in Afghanistan, gli aerei Usa colpirono la sede della Croce rossa internazionale a Kabul. Per sbaglio? Per assunzione di rischio? Ma nessuno nemmeno si scusò.

Nel 1999 durante l’operazione Nato contro la Serbia-Montenegro furono colpite le fabbriche chimiche di Pancevo, con il rischio di una strage nella città . Nessuno pagò.

Invece nel 1991, nel corso dell’Operazione Tempesta del deserto a Baghdad, gli aerei della coalizione internazionale (occidentale e araba), capitanata dagli Usa, colpirono infrastrutture civili – ma non per errore e non per un rischio calcolato.

In quel caso fu deliberato. L’Iraq doveva essere riportato all’era preindustriale, come dichiarò l’allora segretario di stato americano, James Baker. La punizione doveva essere selvaggia, per chi aveva osato sfidare gli interessi petroliferi dell’Occidente e quelli dei loro alleati nel medio-oriente, il cui stile di vita, basato sul petrolio, non era (e non è) negoziabile.

Nota della redazione

A molti lettori può sorprendere questa ricostruzione di avvenimenti del nostro passato recente, tutti così simili al bombardamento NATO di un ospedale afghano a Kunduz avvenuto il 3 ottobre scorso. “Ma quando mai la NATO avrebbe attaccato in passato infrastrutture civili e segnatamente ospedali, in totale disprezzo della Convenzione di Ginevra?,” questi lettori si saranno chiesti. “E inoltre, se questa ricostruzione è vera, perché non eravamo stati informati di tutti questi fatti all’epoca?”

L’autrice di questa ricostruzione sa, per esperienza diretta, la risposta alla seconda domanda. Ha potuto osservare, durante le conferenze stampa a Napoli nell’ottobre 2011, come i giornalisti italiani – di tutte le testate – rimanevano muti a registrare fedelmente qualunque dichiarazione fornita dal colonnello di turno o erano semplicemente assenti, accontentandosi delle affermazioni riportate nei documenti forniti dalla NATO prima della conferenza.

Già nel 2010, peraltro, Carlo Gubitosa, della redazione di PeaceLink, aveva denunciato questa decadenza del giornalismo italiano in un celebre editoriale: oggi come oggi, egli scrisse, un giornalista, per sopravvivere, deve “soffocare per sempre l’istinto selvaggio e incontrollabile di fare domande e di cercare risposte.”

Perciò la vera novità in quest’ultimo orrore avvenuto a Kunduz il 3 ottobre è che finalmente se ne parla, subito e abbondantemente.  Washington non ha imposto il bavaglio.  Un cambio di tattica o il pre-annuncio di una svolta: dopo 14 anni, il ritiro vero – e non più fittizio – dall’Afghanistan?

                                                                                                                                              – PB

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