Il governo venezuelano smantella le operazioni sotto falsa bandiera

“Se era vero che volevano far entrare aiuti umanitari, perché la prima cosa che hanno fatto è stata investire le persone con i carri armati?” chiese Jorge Rodríguez.

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Latinoamerica oggi

Congreso de los Pueblos Le minacce contro il Venezuela da parte del governo di Trump, accompagnato dai suoi leccapiedi Duque e Bolsonaro, e dal “Cartello di Lima”, stanno aprendo nella regione un possibile scenario di guerra, che deve essere prevenuta dalle organizzazioni sociali e dai partiti politici di sinistra, progressisti e democratici della regione…

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Le sfaccettature del continuo colpo di Stato in Venezuela

L’autoproclamazione di Juan Guaidó con il sostegno degli Stati Uniti e il blocco finanziario contro il Venezuela fanno parte del continuo colpo di stato. | Foto: Reuters12 febbraio 2019 Le guarimbas in Venezuela sono state uno strumento di violenza dell’opposizione per raggiungere il potere. Una strategia di colpo di stato che continua anche oggi.

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Venezuela: la catena di comando è chiara e Guaidó ha paura di passare da eroe a martire voluto

Álvaro Verzi Rangel, CLAE, 30/01/2019

La catena di comando è chiara: i falchi al comando di Washington, Juan Guaidó e i complici del gruppo di Lima si conformano, pronti a spartirsi il bottino venezuelano. Tutto questo con un attacco mortale dai social network e media egemonici per creare l’immaginario collettivo da dare un popolo sottomesso. Questo è il motivo per cui è necessario montare le violenze di strada ed avere “patrioti” disposti a qualsiasi cosa per sbarazzarsi del “tiranno”, costruire un’epopea in modo che Unione europea e Gran Bretagna decidano di sostenere l’usurpatore Guaidó, che il 4 febbraio potrebbe raggiungere concreti accordi coll’incontro dei complici del Grupo de Lima. Nonostante i prevedibili fallimenti diplomatici, gli Stati Uniti dovevano articolare i diversi attori in ogni spazio regionale e internazionale. Ora avanzano coi fatti compiuti e necessitano di maggiore consenso per intraprendere i prossimi passi economici, politici e militari. Andare contro Russia e Cina? Andare contro la Citgo e la compagnia dello Stato venezuelano PDVSA dove la Russia ha quasi la metà delle azioni? “Li stiamo aspettando, stiamo aspettando i violenti, i mercenari e chi vuole entrare in Venezuela”, aveva dichiarato Vladimir Padrino López, Ministro della Difesa. “Questo è un assedio, una sceneggiatura, osserviamo il modello applicato in Libia e vediamo generare gli stessi atti”, aggiungeva. “La situazione è pronta e quando gli USA vorranno, inizierà la guerra in Venezuela”, prediceva l’analista francese Thierry Meyssan in un video nel maggio 2017. Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS), rivolgeva un messaggio ai venezuelani assicurando “Non siete soli; la democrazia tornerà nel Paese. Non siamo mai stati così vicini come adesso”. Mercenari, paramilitari, “consiglieri” israeliani per l’occupazione dei territori e la destabilizzazione interna. Ed “aiuti umanitari” che l’opposizione dice farà entrare nel Paese sicuramente uno scenario creato da diplomatici e ONG per le telecamere, forse al confine con la Colombia, con la protezione di paramilitari e bande criminali con cui il governo di Bogotà è affettuoso.

Testo integrale su Aurorasito.

Rete sionista gestiva turismo sessuale per pedofili in Colombia! Molteplici arresti, sequestrati beni e valori per decine di milioni di dollari!

Certe “elette” attività suscitano la riprovazione e l’intervento persino dei peggiori e più corrotti narco-regimi filo-yankee dell’America Latina.

Le forze dell’ordine in Colombia hanno smantellato una rete di 12 cittadini dell’entità illegale sionista che gestivano una rete di traffico sessuale minorile insieme a due colombiani. L’ufficio del Procuratore Generale della Colombia ha dichiarato che otto dei sospettati sono stati arrestati, compresi sei sionisti.

Il presunto anello per il traffico sessuale forniva ai viaggiatori di Tel Aviv “pacchetti turistici” che includevano prostitute minorenni, che ricevevano tra 200.000 pesos ($ 63) e 400.000 pesos ($ 126) in cambio di servizi sessuali.

Tra le accuse contro i membri del gruppo di trafficanti ci sono omicidio, cospirazione, traffico di esseri umani, traffico di minori, produzione di droga, fornitura di servizi di prostituzione e riciclaggio di denaro. Il leader del ‘clan’ era Mor Zohar, riferiscono i media in Colombia, mentre uno degli arrestati è un poliziotto colombiano.

L’ufficio del Procuratore Generale ha dichiarato che durante l’inchiesta sono stati sequestrati 150 miliardi di pesos ($ 47,3 milioni) tra valori e immobili, compresi alberghi, ostelli e altre attività legate al turismo.

L’indagine è iniziata dopo l’omicidio del sionista Shai Azran a Medellin nel giugno 2016. La polizia in Colombia sospetta che l’assassino sia Assi Ben-Mosh, un altro sionista di 44 anni che ha operato in Colombia dal 2009. Ben-Mosh è stato arrestato in 2003 nei Paesi Bassi con l’accusa di guidare una rete internazionale di traffico di droga.

Le autorità colombiane monitorarono le attività di Ben-Mosh nella nazione sudamericana e scoprirono che possedeva un hotel a Santa Marta, l’Hotel Benjamin, e offrì “pacchetti turistici” e feste organizzate in cui la droga e il sesso sarebbero stati venduti – in collaborazione con Zohar.

La rete è sospettata di operare in un certo numero di città in Colombia, tra cui la capitale Bogotà, Medellin, Cartagena e Santa Marta.

thanks to: Palaestina Felix

Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

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Colombia, Farc e governo firmano la pace

Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha ordinato ieri all’esercito di dar corso al cessate-il-fuoco firmato con i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) che dovrebbe metter fine a mezzo secolo di conflitto violento tra la più numerosa guerriglia marxista del continente americano e uno dei governi finora più soggetti all’influenza di Washington e delle oligarchie reazionarie locali.

“Come capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, ho ordinato un definitivo cessate-il-fuoco con le Farc a partire da mezzanotte di lunedì”, ha affermato Santos. “Il conflitto armato con le Farc – ha aggiunto il capo dello Stato – è finito”. Le Farc vennero fondate nel 1964 come fronte militare del Partito Comunista e come strumento di autodifesa dei contadini e dei lavoratori delle aree più povere contro i soprusi e le violenze esercitate in maniera indiscriminata dalle bande di sicari al servizio dell’oligarchia che controllava i partiti Liberale e Conservatore, al potere per numerosi decenni.

Grazie alla fondamentale mediazione cubana durata parecchi anni e alla presenza dei rappresentanti dei governi garanti – Norvegia, Cile, Venezuela – il Governo colombiano e le Farc hanno firmato un complessivo accordo di pace che sarà sottoposto a referendum popolare il prossimo 2 ottobre.

“Il governo colombiano e le Farc annunciano di aver raggiunto un accordo finale, pieno e definitivo…sulla fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura in Colombia”, recita la nota diffusa dalle due delegazioni dall’Avana dove si sono svolti i colloqui di pace negli ultimi quattro anni.

A proposito del voto di ratifica fissato per il 2 ottobre il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto: “Sarà il voto più importante delle nostre vite. E’ un’opportunità storica e unica…di lasciarci alle spalle questo conflitto e dedicare i nostri sforzi a costruire un Paese più sicuro, affidabile, equo, istruito, per tutti noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti”.

“Gli ex membri delle Farc che hanno deposto le armi potranno accedere alla vita democratica del paese. Dovranno solo, come qualsiasi altra organizzazione politica, ottenere il consenso elettorale dei cittadini con opportune proposte e argomentazioni” ha concluso il presidente colombiano.

“Amici del governo colombiano, credo che insieme abbiamo vinto la più bella della battaglie, quella della pace per la Colombia” ha dichiarato da parte sua Ivan Marquez, capo delegazione delle Farc ai colloqui di pace dell’Avana.

I negoziati si sono conclusi dopo quasi quattro anni e hanno messo fine a un conflitto costato la vita a oltre 200mila persone e che ha provocato quasi 7 milioni di sfollati. I colloqui, iniziati nel novembre del 2012, si sono conclusi quando entrambe le parti si sono impegnate a definire gli ultimi dettagli dell’accordo.

Manuel Santos rappresenta quella parte dell’oligarchia che nella fine del conflitto armato con la guerriglia di sinistra – colloqui sono in corso anche con l’Esercito di Liberazione Nazionale, altra formazione armata di ispirazione marxista – vede la possibilità di modernizzare lo stato e ampliare l’integrazione regionale con il resto dell’America Latina.

Ma una parte dell’oligarchia, rappresentata dall’ex presidente Alvaro Uribe rema decisamente contro la normalizzazione politica e l’integrazione della guerriglia all’interno della vita politica colombiana. Nei mesi scorsi la destra reazionaria guidata da Uribe ha organizzato manifestazioni in diverse città del paese contro la firma dell’accordo con le Farc e sta mobilitando tutti gli strumenti a sua disposizione per boicottare il referendum del 2 ottobre. Gli apparati dello stato che fanno riferimento a Uribe hanno negli ultimi quattro anni fatto ricorso anche a complotti e attentati pur di far fallire le trattative, in coordinamento con alcuni ambienti di Washington e le oligarchie reazionarie del vicino Venezuela.

Per ora i sondaggi non sono particolarmente favorevoli alla vitttoria del si nel referentum del 2 ottobre. Secondo un sondaggio Ipsos dell’inizio di agosto il 50% degli elettori voterebbe ‘no’, e solo il 39% si esprimerebbe a favore della fine della repressione. Un altro sondaggio più recente pubblicato il 18 agosto da Datexco dà il ‘si’ al 32% e il ‘no’ al 29. L’88% dei colombiani interpellati da Ipsos ritiene inoltre che i comandanti delle Farc dovrebbero scontare pene detentive nonostante la fine della lotta armata, e il 75% pensa che dovrebbero essere esclusi dalla vita politica. Un ostacolo non indifferente al raggiungimento di una pace giusta con una guerriglia che controlla ampie porzioni del territorio statale e che dispone di circa 7 mila combattenti.

L’accordo, limato dalle delegazioni fino all’ultimo, é composto da sei capitoli sulla giustizia per le vittime, la riforma della terra, la partecipazione politica degli ex-ribelli, la lotta al traffico di droga, il disarmo e l’attuazione e monitoraggio dell’accordo stesso. In base a quanto deciso all’Avana, le Farc cominceranno a trasferire i circa 7mila combattenti dalla giungla in campi di disarmo creati dall’Onu, per poi trasfromarsi in partito politico. Le armi deposte verranno fuse per realizzare tre monumenti alla pace, mentre tribunali speciali saranno istituiti per giudicare i reati commessi durante il conflitto: per quelli meno gravi sarà concessa l’amnistia, che invece non coprirà massacri, torture e stupri. Non ci sara’ impunita’, ha assicurato Santos. Se non per i dirigenti dello Stato, dell’Esercito e della Polizia di Bogotà responsabili di crimini efferati ai danni non solo della guerriglia e delle sinistre ma anche della popolazione …

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Morire per una diga

Dal 2001, sono almeno 41 i “difensori dei fiumi” uccisi in Messico, Centro America e Colombia. Secondo i dati raccolti dal movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, il Paese con più vittime è il Guatemala, con 13. L’ultimo nome aggiunto all’elenco è quello dell’honduregna Berta Cacéres, Goldman Prize 2015, uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016

di Luca Martinelli – 18 marzo 2016

Tomás Cruz Zamora, Eduardo Maya Manrique e Benito Cruz Jacinto sono stati uccisi nel 2005, 2006 e 2007. Tutti e tre facevano parte del CECOP, il Consiglio di ejidos e comunità che si oppongono alla costruzione della diga La Parota, nello stato messicano del Guerrero. La lotta contro il progetto idroelettrico, sul fiume Papagayo, a 30 chilometri dalla famosa località di Acapulco, è iniziata nel 2003. L’invaso dell’impianto inonderebbe 13 comunità, dove vivono circa 20mila persone. Nell’estate del 2015, il portavoce del CECOP -Marco Antonio Suástegui Muñoz- è stato scarcerato dopo aver trascorso oltre un anno in prigione, con accuse inventate secondo alcune organizzazione per i diritti umani che seguono le attività del Consiglio.

I nomi delle 3 vittime del CECOP sono tra quelli riportati sulla mappa “Fiumi per la vita, non per la morte!”, che il MAPDER (il movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, www.mapder.lunasexta.org) ha pubblicato in occasione della Giornata internazionale di azione contro le dighe, che si celebra da 19 anni ogni 14 marzo. In tutto, sono elencati i nomi di 41 “difensori dei fiumi”, morti a partire dal 2001.

Secondo la ricerca, il Paese che ha visto il maggior numero di vittime nel periodo considerato è, con 13, il Guatemala. Lo stesso che è stato teatro, tra il 1980 e il 1982, del massacro di circa 450 indigeni della comunità di Rio Negro, Xococ, Cerro Pacoxom, Los Encuentros e Agua Fría, perpetrato per frenare l’opposizione alla costruzione della diga del Chixoy, finanziata dalla Banca mondiale (solo nell’ottobre del 2015 le vittime hanno subito un risarcimento). Sui cantieri era attiva Cogefar, poi Impregilo (e oggi Salini Impregilo, la stessa azienda italiana oggetto dell’Istanza di Survival International all’OCSE del marzo 2016). 
Dopo il Guatemala vengono l’Honduras (9 morti), il Messico (con 8), la Colombia (7) e infine Panama (4 morti).

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Spiega il MAPDER che “i progetti di dighe in America Latina rappresentano un mercato importante tanto nella fase di costruzione, quanto in quelle legate alla produzione e privatizzazione dell’energia”.
L’ultimo nome aggiunto all’elenco, quello della vittima numero 41, è quello di Berta Cacéres, la coordinatrice del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene di Honduras (COPINH), uccisa a La Esperanza nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016.
Secondo il COPINH e la famiglia di Berta Cacéres, la causa della morte delle dirigente indigena di etnia lenca andrebbe ricercato nell’opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca, le azioni che l’avevano portata nel 2015 al riconoscimento come ambientalista dell’anno, con l’assegnazione del prestigioso Goldman Prize (qui l’intervista rilasciata in quell’occasione ad Altreconomia).
La Cacéres è la 5 vittima legata al progetto Agua Zarca, dopo Tomás Garcia (nel 2014), Irene Meza William, Jacobo Rodriguez Maycol e Arial Rodriguez Garcia (nel 2015), tutti militanti di base del COPINH.

E meno di due settimane dopo l’omicidio della coordinatrice dell’organizzazione, il 15 marzo 2016 è stato assassinato un altro membro del COPINH, Nelson García. Ciò è avvenuto nonostante la richiesta della Commissione interamericana dei diritti umani, che il  5 marzo aveva emesso “medidas cautelares” chiedendo al governo honduregno di rafforzare le misure di sicurezza a protezione di tutti i membri dell’organizzazione indigena (oltre che dei familiari della Cacéres e del messicano Gustavo Castro, testimone oculare dell’omicidio).

È in seguito alla morte violenta di García che FMO, la banca olandese per lo sviluppo, ha annunciato la sospensione del proprio finanziamento al progetto. La stessa decisione era stata presa pochi giorni prima anche dal fondo d’investimento finlandese FinnFund. Complessivamente le due istituzioni europee avevano garantito al progetto osteggiato dal COPINH un sostegno pari a 20 milioni di euro.

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