#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2012/10/nakba.jpg

A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Advertisements

#DecretoSalvini

Putin, le politiche dell’UE incoraggiano l’arrivo di migranti

Putin, le politiche dell'UE incoraggiano l'arrivo di migranti

Dichiarazioni a margine di un incontro a Mosca con il Primo Ministro dell’Ungheria Viktor Orban

A margine di un incontro a Mosca con il Primo Ministro dell’Ungheria, Viktor Orban, il presidente russo Vladimir Putin ha affrontato il tema delle migrazioni verso l’Europa.

 

«Se dai il benvenuto ai migranti, con incentivi e altro, i migranti continueranno ad arrivare. Ma sta all’Europa decidere come comportarsi, è tutta una questione politica», ha dichiarato Putin secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa.

 

Il presidente russo, interrogato sull’argomento dalla tv ungherese ha poi tracciato un parallelo con le migrazioni verso la Russia: «In Russia – ha aggiunto Putin – vengono migranti da paesi ex sovietici, che sanno il russo, conoscono la nostra cultura ed è più facile che si integrino, mentre in Europa arrivano persone da culture diverse».

 

thanks to: l’Antidiplomatico

Italy Quake: ‘Migrants Who Have Nothing Help Europeans in Need’

Refugees in Italy’s southern region of Calabria are donating money to help survivors of the devastating earthquake that hit the country earlier this week. Sputnik discussed the refugees’ involvement in rescue operations with Giovanni Maiolo – local coordinator of Protection System for Refugees and Asylum Seekers in Italy.

https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2016/08/14055040_1276483915730018_6752568019062776420_n.jpg?w=592&h=592

Sorgente: Italy Quake: ‘Migrants Who Have Nothing Help Europeans in Need’

Migranti, dalle minacce agli incendi fino alla proteste violente: ecco l’Italia xenofoba contro chi accoglie i profughi

C’è un’Italia che apre le porte, mette a disposizione alberghi, chiese, intere abitazioni o stanze sfitte, e che ogni giorno si siede a tavola con migranti dalle storie sconosciute, insegna loro la lingua e li aiuta a ricostruire una vita. E poi ce n’è un’altra, quella che strepita, si oppone, riempie le bacheche facebook di lamentele che sfociano spesso nell’insulto. Parla di “sicurezza” e “invasione”, accusa chi ospita di farlo solo per il proprio interesse, e forma comitati di protesta. Talvolta minaccia, manda biglietti intimidatori anonimi, o scatena raid incendiari.

Non è una vita facile quella di chi, nell’ultimo anno, ha deciso di lavorare per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di chi arriva sulle nostre coste. Da nord a sud, sono tanti coloro che raccontano episodi di diffidenza, intolleranza e fastidio, con cui devono convivere quotidianamente: si va dall’albergatore che si è visto recapitare lettere anonime con minacce di morte, a quello che ha perso i clienti abituali che poco gradivano la presenza di africani nella stanza accanto, fino alle diverse manifestazioni organizzate contro l’apertura di centri per immigrati. Quasi tutti piccoli casi, che non sono espressione della maggioranza e che spesso non superano i confini delle cronache locali. Ma, messi insieme, dipingono comunque l’immagine di un Paese in cui, a fatica, convivono anime opposte.

Le minacce- Spesso i primi a essere presi di mira, perché tra quelli più esposti, sono gli albergatori che fanno accordi con le prefetture per dare alloggio a gruppi di richiedenti asilo. Giulio Salvi, direttore dell’hotel Bellevue in Valtellina, ha ricevuto minacce prima in una lettera lettera anonima: “Via i migranti dall’hotel o li uccido uno a uno. Poi via facebook, dove sono apparsi diversi commenti in cui si invitava a dare fuoco all’albergo. Tra le accuse a Salvi c’era anche quella di sciacallaggio: “Incassi milioni con finti profughi”. Di certo Salvi non è l’unico ad aver ricevuto intimidazioni di questo tipo e con questi toni. Ad aprile Walter Scerbo, sindaco di Palizzi, in provincia di Reggio Calabria, si è visto recapitare un bigliettino non firmato, ma con un messaggio molto chiaro: “Se succede qualcosa con questi bastardi negri ti ammazziamo”. A scatenare le minacce xenofobe era stato il progetto di accoglienza di un gruppetto di stranieri, voluto proprio dall’amministrazione comunale.

L’incendio al Mark Hotel – L’albergo, chiuso da 10 anni, si trova a Ussita, minuscolo comune in mezzo al verde, in provincia di Macerata. A maggio, dopo che il proprietario aveva messo a disposizione le proprie stanze per accogliere i profughi, facendo fare anche dei sopralluoghi, qualcuno è entrato nella struttura forzando la porta. Ha portato con sé del gasolio e poi ha dato fuoco ai materassi, proprio quelli destinati ai migranti. “Anche qui nelle Marche c’è un clima preoccupante, fino adesso sottovalutato da tutti”, ha detto don Vinicio Albanesi, pochi minuti dopo la morte di Emmanuel, il 36enne nigeriano a Fermo. Nei mesi scorsi sono stati piazzati degli ordigni rudimentali davanti a quattro chiese della diocesi di Fermo, tutte parrocchie impegnate in progetti di solidarietà. Le indagini sono in corso, ma il religioso è convinto che le bombe siano opera della stessa mano, e che abbiano come obiettivo quello di scoraggiare le attività di aiuto agli extracomunitari.

La fuga dei turisti – Giancarlo Pari gestisce un piccolo hotel di fronte alla spiaggia di Igea Marina, a pochi chilometri da Rimini. L’anno scorso, su proposta della prefettura, aveva deciso di concedere ospitalità a tre gruppi di migranti, circa 40 persone in tutto. L’aveva fatto volentieri e la convivenza non aveva dato alcun problema. Eppure, passato l’inverno, all’inizio della stagione estiva, ha chiesto di interrompere il progetto di accoglienza. “Ci sono troppe difficoltà da parte delle persone bianche ad accettare quelle di colore – ha raccontato alle telecamere del fattoquotidiano.it – Sono stato obbligato, altrimenti avrei perso i miei clienti abituali”.

Le proteste dei comitati – A volte basta solo ipotizzare l’apertura di un centro d’accoglienza per far scattare le manifestazioni dei cittadini, raccolti in comitati. A maggio sempre nelle Marche, in provincia di Ancona, gli abitanti di Castelferretti hanno bloccato la strada con striscioni e fumogeni per opporsi al progetto, ancora tutto sulla carta, di allestire in zona un campo profughi. Anche in provincia di Parma, qualche mese prima, i cittadini avevano organizzato sit-in e fiaccolate per dire no alla sistemazione di una quindicina di profughi in una ex scuola. Nel vicentino, don Lucio Mozzo, voleva sfruttare gli spazi di una canonica chiusa da tempo per dare aiuto a una decina di profughi. Il suo progetto è stato bloccato da centinaia di fedeli che, dimenticando la carità cristiana, sono andati su tutte le furie e si sono riuniti in massa nella chiesa di Don Mozzo. Alla fine il prete è stato costretto a fare un passo indietro.

A contattare don Mozzo era stata l’associazione Papa Giovanni XXIII, impegnata ogni giorno sul fronte dell’aiuto ai migranti: “Abbiamo avuto un paio di casi di proteste in Veneto – racconta Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della comunità – una parte della cittadinanza si è risentita e ha fatto resistenza. Ma non generalizzerei. Abbiamo ricevuto anche tanta solidarietà. Di sicuro noi continuiamo a portare avanti il nostro lavoro, perché crediamo nel valore dell’accoglienza. Pensiamo però che vada fatta per piccoli gruppi, 10 o 12 persone al massimo, non con grossi agglomerati. Solo così si può favorire la convivenza pacifica e il rispetto verso lo straniero“. Famosi sono poi due casi andati in scena l’estate scorsa: quello di Quinto di Treviso, dove i residenti si sono rivoltati contro la presenza in un residence di 100 profughi ottenendone lo spostamento, e quello di Roma, dove ci sono stati anche scontri tra Casapound e polizia.

L’accoglienza in casa – Nell’estate scorsa Roberto Gabellini, pensionato di Rimini, ha dato le chiavi della propria casa a un’associazione che assiste i migranti. Una villetta a due piani, con vista sulle colline, dove sono entrati 17 profughi. Apriti cielo: Gabellini, con un passato in Alleanza nazionale, è stato obbligato far fronte a una tempesta di critiche e accuse di sciacallaggio. Alcune provenienti da suoi ex-amici di partito. Qualcuno si è spinto anche oltre, arrivando alle minacce: “Vengo a incendiarti casa per sentire la puzza di negro che brucia. Per questo l’uomo, che ha anche pensato di assumere una ditta di vigilanza privata per la notte, si è rivolto alle forza dell’ordine. “I carabinieri ci hanno aiutato molto – racconta – spesso sono passati per assicurarsi fosse tutto tranquillo”. Oggi però, a un anno di distanza, le cose sono cambiate. “I ragazzi ospitati si sono guadagnati la fiducia con il loro lavoro e il loro comportamento, sempre impeccabile. E sono riusciti a superare la diffidenza dei vicini e di una parte della città. E di minacce non ne sono più arrivate”. Anche la famiglia di Maria Cristina Visioli, che fa parte della rete Refugees Welcome Italia, ha deciso di aprire (gratuitamente) le porte della propria abitazione di Bologna ai profughi. Ma qualcuno tra i vicini ha avuto da ridire. “Finché abbiamo ospitato giapponesi o americani nessuno ha detto un parola. Quando sono arrivati ragazzi africani, c’è chi si è lamentato in assemblea di condominio. Fortunatamente è stato un episodio senza conseguenze, ma è il sintomo di una certa diffidenza nei confronti delle persone di colore, che c’è anche a Bologna”.

Sorgente: Migranti, dalle minacce agli incendi fino alla proteste violente: ecco l’Italia xenofoba contro chi accoglie i profughi – Il Fatto Quotidiano

Ecco i poveri migranti che scappano dalle guerre

Povere famiglie in fuga sulle rotte ghiacciate dal vento e dalla neve. Scappano dalle nostre guerre umanitarie. E noi alziamo muri assassini.

 


Migranti in fuga sulla rotta balcanica
Migranti in fuga sulla rotta balcanica

Fotoracconto di un dramma umanitario, attraverso gli scatti di Marko Djurica a Miratovac in Serbia. Immagini accompagnate da testi scritti da Antonio Cipriani nei suoi editoriali contro la guerra infinita combattuta dai ricchi contro i poveri di tutto il mondo.

 


 

Perché alla fine di ogni analisi, di ogni slogan o ragionevole dubbio, sono i poveri a morire nelle guerre. Nei luoghi dove le bombe devastano, dove uccide l’embargo, dove si crepa per mano di dittatori criminali o di altri fantasmi evocati dall’Occidente; o durante la fuga da quelle bombe, dalla schiavitù e dalla fame, in una traversata disperata in mare, nelle mani degli aguzzini mafiosi che si arricchiscono con i disperati alla ricerca di futuro, nelle città occidentali dove esplodono i kamikaze, dove il terrorismo scoppia improvviso.

 

Non solo sangue di vittime civili innocenti sotto le bombe occidentali, anche vittime nei mesi successivi a causa di un embargo che causò la morte di quasi milione di persone. Uno studio dell’Unicef ha reso noto che tra il 1991 e il 1998 sono morti 500.000 bambini iracheni di età inferiore ai cinque anni.

Chirurgia plastica mediatica, sulla pelle delle vittime innocenti. E non che sia accaduto qualcosa di diverso nella altre cosiddette operazioni umanitarie. Guerre raccontate da un giornalismo embedded su media in ginocchioni, rese virtuali dalla sproporzione mediatica messa in campo: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011. Siria dal 2013. Dopo tanti anni possiamo dire che la guerra infinita ha due aspetti che la rendono feroce e inquietante: la tecnologia senza limiti e l’apparato mediatico-informativo che crea una costante narrazione tossica. A uso dei cittadini che sono tenuti fuori dalle decisioni, esclusi dalla conoscenza, imboccati con fandonie dal primo all’ultimo momento. Senza una sola possibilità che cresca una coscienza. In una costruzione della realtà xenofoba e fascista, utile a militarizzare ogni aspetto della vita democratica con azioni repressive giustificate ogni volta con la ferocia simbolica e mediatica dei cattivi di turno. Il frutto marcio di tutto questo ordine mondiale, che si basa sul disordine controllato in alcune parti del pianeta, è quello che viviamo ogni giorno. Quello che leggiamo e non capiamo. Quello che vediamo, brutale e simbolico, e non capiamo. Le immagini dei bambini che scappano dai luoghi che le guerre hanno devastate, e non capiamo.

 

Mi fa sempre venire i brividi l’idea che per risolvere una tragedia umanitaria si debba andare in armi a sganciare bombe sulla testa dei bambini. Eppure da decenni non fanno altro che spiegarci che è giusto così. E mi irrita pensare che ogni volta i precursori del sangue innocente, delle vittime da danni collaterali, siano i media: ossia quel complesso informativo fatto di annunci, pressappochismo, certezze assolute della politica rilanciate dai giornali e dalle tv. Inanellando suggestioni, indirizzando l’opinione pubblica sempre più ottusa e xenofoba, rendendo plausibile ogni efferatezza futura e cancellando tracce di quelle presenti e passate.

 

Così, in questi giorni in cui davanti ai nostri occhi si sta consumando una tragedia epocale, siamo impietriti di fronte al dolore umano e scossi di fronte alle lacrime di coccodrillo di chi per decenni e decenni ha costruito, armi in pugno, un mondo così asimmetrico. Decidendo che anche chi scappava dalle guerre e dalle dittature sanguinarie (con l’Occidente sempre implicato) o dalla povertà non avesse alcun canale umanitario, nessun aiuto se non la sorte del mare. Libera circolazione dei capitali e delle merci, ma non di tutti cittadini, divisi sulla base della sorte che li ha fatti nascere al Nord o al Sud del mondo. I primi privilegiati, possono viaggiare e vivere come vogliono; i secondi, poveri cristi, non hanno diritti.

 

Quelli chiedono vita e noi rispondiamo morte. In un modo o nell’altro. Non ci sono solo i guerrieri o gli allarmisti, ci sono anche quelli più eleganti che vorrebbero mettere muri per separare i poveri dai meno poveri e poi altri muri per separarli dai ricchi. Ed eserciti a guardia dei muri di ingiustizia. Come dire: ti stanno ammazzando, fanno a pezzi i tuoi figli, tu scappi e per proteggerti mettiamo reti e fili spinati per non farti uscire dai luoghi del massacro. E se ci provi ti spariamo. E se sei fortunato per risolvere col metodo iracheno o libico la cosa ti mandiamo i bombardieri.

 

Di fronte a crisi internazionali, a guerre o vicende che ne rappresentano la declinazione asimmetrica dell’epoca, è difficile trovare le parole giuste in una tempesta comunicativa nel deserto delle conoscenze. Perché emerge di colpo il problema di questa democrazia neoliberista che in guerra, come in economia si basa su pochi e solidi principi: favorire la strategia più utile al capitale, massimizzando profitti sia dal punto di vista dell’accumulo di risorse che sul piano della destabilizzazione generale delle coscienze.

Una guerra asimmetrica combattuta dal potere economico-militare, con tutte le armi a disposizione – per prima la comunicazione – per difendere la fortezza e i suoi interessi imperialisti dall’assalto dei poveri del mondo. Di chi chiede pane e un domani per i figli. Di chi rischia la vita in mare per una speranza di futuro. Quella speranza che nella propria terra non esiste più. Sottratta ai poveri da un sistema di ingiustizie che serve per arricchire ancora di più i ricchi del mondo.

 

Ps. Secondo studi recenti dell’Oxfam l’1% della popolazione mondiale è più ricco del 99% del resto del mondo. Solo 62 persone possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera, mentre solo 6 anni fa erano 388. E si pensava che per riequilibrare la giustizia sociale si dovesse lavorare per redistribuire ricchezze e possibilità. Ecco perché il nuovo ordine si deve per forza basare sulle armi e sulla guerra. Ce lo insegna la storia, solo con le armi si difendono i privilegi dell’ingiustizia sociale.

thanks to: Globalist

La visione della ginestra

09.08.2015 Peppe Sini
La visione della ginestra
(Foto di Oxfam)

Opporsi all stragi, alla schiavitù. all’apartheid.

Poche parole ai parlamentari e ministri di questo paese.

Gentili deputate e gentili deputati, gentili senatori e gentili senatrici, gentili ministre e gentili ministri,

questa lettera si compendia in un semplice appello: salvate le vite che oggi lo stato italiano sta contribuendo ad estinguere. Deliberate il semplice provvedimento che solo puo’ salvare innumerevoli innocenti: riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a salvare la propria vita, riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro.

La strage nel Mediterraneo e’ diretta conseguenza della sciagurata decisione dei governi europei di impedire alle vittime innocenti della fame e delle guerre di giungere in Europa in modo legale e sicuro. E’ questa sciagurata decisione che ha creato lo scellerato mercato di carne umana nelle mani – negli artigli – delle mafie dei trafficanti seviziatori e assassini. Se i governi dell’Unione Europea, o anche uno solo di essi, decidesse di riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Europa in modo legale e sicuro, ebbene scomparirebbe questo scellerato mercato criminale e omicida, e nessuno piu’ morirebbe lungo la rotta che dall’inferno del sud del mondo porta alla salvezza nel nord del benessere (benessere peraltro frutto della plurisecolare e tuttora perdurante rapina coloniale e neocoloniale delle risorse di quello stesso devastato sud del mondo, ridotto a inferno proprio dalla plurisecolare rapina razzista, schiavista, imperialista). L’Europa ha un debito immenso con i popoli del sud del mondo: cominci a restituire ciòche ha rapinato, e cominci salvando le vite degli innocenti in fuga dall’orrore e dalla morte.

 

Riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro significherebbe anche far cessare nel nostro paese l’infame e mostruosa riduzione in schiavitùdi tanti uomini e di tante donne innocenti, consegnati nelle grinfie delle mafie: l’abominevole schiavitùpresente oggi con accecante visibilita’ nelle campagne come nelle periferie e nel cuore delle città come sui margini delle strade d’Italia; l’abominevole schiavitu’ che uno stato di diritto, che un ordinamento democratico, che un paese civile non puòtollerare.

 

Riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro significherebbe anche abolire i campi di concentramento e le deportazioni; fa orrore già solo dirle queste parole: “campi di concentramento”, “deportazioni”; ma questo orrore che ci sconvolge al solo nominarlo è effettuale realtà nel nostro paese. L’infezione nazista è già qui. Il razzismo è già divenuto prassi istituzionale, misura amministrativa. Ogni persona decente capisce che i campi di concentramento vanno aboliti; ogni persona decente capisce che le deportazioni vanno abolite; ogni persona decente capisce che un essere umano e’ un essere umano. Non esistono “clandestini”: è la politica razzista dei governi dell’Unione Europea che cosi’ denomina – per poterle piu’ agevolmente opprimere, sfruttare e perseguitare – persone innocenti che cercano solo di salvare e migliorare la propria vita: su questo pianeta siamo tutti cittadine e cittadini, nella famiglia umana siamo tutti fratelli e sorelle, nella vicenda dell’esistere siamo tutti compagne e compagni di vita, di un medesimo cammino la cui legge primaria e ineludibile e’ il mutuo soccorso, il reciproco aiuto.

 

Riconosciamo il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro: è l’unico modo per salvare innumerevoli vite, è l’unico modo per restare – o tornare ad essere – umani noi stessi. Ogni vittima ha il volto di Abele. Vi è una sola umanità in un unico mondo vivente casa comune dell’umanità intera. Il primo dovere di ogni persona, ed a maggior ragione di ogni istituto civile, è salvare le vite. Avete il potere di fare le leggi: rompere la complicità con la strage, fate l’azione giusta: riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro. Un fraterno saluto, auspicando un impegno legislativo doveroso, necessario, urgente.

Post scriptum: chi scrive queste righe in anni lontani coordinò per l’Italia una campagna di solidarieta’ con Nelson Mandela allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano; capirete con quanta amarezza, con quale orrore, deve constatare che il regime razzista sconfitto in Sudafrica è oggi al potere nei paesi dell’Unione Europea. E sempre chi scrive queste righe in anni lontani promosse il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi all’indomani nella scomparsa del grande testimone della dignità umana; capirete con quanta amarezza, con quale orrore, deve constatare che nei paesi dell’Unione Europea oggi tornano e s’insediano ideologie e prassi naziste. Dinanzi a crimini cosi’ gravi, che per essere strutturali e per essere avallati ovvero commessi dalle istituzioni non cessano di essere crimini, divengono solo crimini più grandi, piu’ gravi, piu’ atroci, il dovere di ogni cittadino, il dovere di ogni persona, e’ di opporsi con tutte le forze; negando il consenso al male, al male opponendosi con la forza della verita’, con la scelta della nonviolenza, operando per il bene comune, operando per salvare le vite, tutte le vite. La vostra coscienza vi illumini.

Pressenza – La visione della ginestra.

Lega clandestina

30 luglio 2015 – Renato Sacco

“Segnala il clandestino”. “Non essere complice dell’invasione”. La sezione locale della Lega Nord di Orzinuovi, (BS) ha lanciato una campagna contro i ‘clandestini’. Un invito alla ‘delazione’ a fare la spia, a segnalare enti o associazioni che ospitano o aiutano ‘clandestini’. Non ci vuol molto a capire la gravità di questo invito. Un segno di inciviltà e di degrado umano e civile che non oso immaginare dove ci può portare.

O meglio, immagino dove ci possa portare, ma voglio sperare che questa frana che rischia di travolgere la nostra umanità si possa arrestare: ognuno deve fare la proprio parte, anche piccola, ma la deve fare!

Non posso non ricordare altri tempi, dove le persone da segnalare erano, ad es., gli ebrei. Se è vero che c’è stato qualcuno che per denaro ha “segnalato” la presenza di persone ebree, poi mandate ai campi di sterminio, è riconosciuto da tutti che sono infinitamente più numerosi gli esempi e le testimonianze di persone che hanno rischiato la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei.

È a loro che dobbiamo guardare per prendere esempio e forza. A persone come don Carlo Gnocchi che fece addirittura certificati di battesimo ‘falsi’ per salvare numerosi ebrei. E per la Chiesa don Gnocchi è Beato! È un modello di vita cristiana da imitare! Per chi, come la Lega, parla spesso di ‘radici cristiane’, forse è il caso di ricordare che queste sono le vere radici e testimonianze di fede cristiana. Bisognerà che qualcuno lo ricordi. Dimenticarlo ci apre baratri di inciviltà.

E per concludere in modo più leggero, mi viene in mente quella filastrocca che ci hanno insegnato da piccoli: “Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù. Quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto”. 

thanks to: mosaico di pace

Record di rifugiati nel mondo: chiediamoci perché

I migranti sbarcano da noi per arraffarsi le nostre ricchezze? Semmai il contrario. Sbarcano incessantemente dal 1990 perché, a partire da quella data, noi sbarchiamo incessantemente nei loro paesi, a seguito dei nostri eserciti, per arraffarci le loro ricchezze, a suon di bombe. Il che provoca il loro esodo.

Per cui un modo per fermare le orde migratorie in fuga ci sarebbe: non causarle.
.

20 giugno 2015 – Patrick Boylan

Migranti soccorsi dalla Guardia Costiera greca

Azzeccato lo spot che l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha diffuso oggi, 20 giugno, per la Giornata Mondiale del Rifugiato. Denuncia il record assoluto di sfollati nel mondo verificatosi nel 2014 – sono stati costretti ad abbandonare casa 60 milioni di persone, equivalente all’intera popolazione dell’Italia – e quella cifra potrebbe essere addirittura superata quest’anno. Davanti a questa impennata vertiginosa, mai vista prima, il video lancia allo spettatore un invito pressante: “Chiediti perché.”

Noi della Redazione di PeaceLink ci siamo chiesti perché – peraltro, è da tempo che ce lo chiediamo – ed ecco le nostre risposte. Sono due. Una individua una causa push (ciò che spinge un soggetto ad andar via dal proprio paese, suo malgrado). L’altra, che sarà oggetto di un successivo editoriale, individua una causa pull (ciò che noi facciamo, pur lamentandoci dei nuovi arrivi sulle nostre coste, per farli arrivare comunque).

Né l’una né l’altra di queste due cause hanno a che fare con le spiegazioni razziste o comunque autoassolventi che circolano oggi con sempre maggiore insistenza, grazie anche ad una certa stampa e a certi ambienti politici demagogici.

Non crediamo affatto, ad esempio, per citare la spiegazione populista fornita più frequentemente, che l’ondata crescente di migranti in quest’ultimi tempi sia dovuta all’“invidia che loro hanno della nostra ricchezza, che vogliono arraffarsi”.

Questa “spiegazione” non regge proprio. Negli anni del boom economico italiano (1950-1980), infatti, i popoli dell’Africa e del Medio Oriente, attraverso la TV, conoscevano benissimo il divario di ricchezza che li separava dal Nord mondiale, eppure non migravano in massa. I dati ONU sulle migrazioni, in particolare quelli nelle caselle verdi, parlano chiaro:

Saldi Migratori

Se i popoli dell’Africa e del Medio Oriente non migravano in massa, è perché, nonostante il più alto tenore di vita in Europa durante gli anni del boom, la scelta di migrare, come sottolinea lo spot dell’Unhcr, rimane una scelta difficile – non solo per i rischi tremendi, ma per il tormento di dover abbandonare la propria casa e tutti gli affetti e, squattrinati, di dover affrontare nuove lingue e nuove abitudini in ambienti spesso ostili. Ecco perché, tranne per i casi eccezionali, la migrazione viene rifiutata dalla gente comune – a meno di non esservi costretti, ad esempio per scappare dalle bombe.

E allora, perché, dopo 1980, e vertiginosamente negli ultimi quattro anni, c’è stata un’impennata di migrazioni?

Non è che la situazione economica per un lavoratore in Europa sia diventata, ad un tratto, molto più attraente rispetto agli anni ’60 o ’70. Semmai il contrario: il reddito pro capite per un lavoratore manuale in Europa è sceso in termini reali, particolarmente negli ultimi sei anni (dati CNEL 2014).

E non è che la situazione economica nei paesi africani o medio-orientali, tranne per le zone di guerra, sia diventata, ad un tratto, molto meno attraente rispetto a prima. Semmai il contrario. Il seguente grafico illustra, infatti, l’andamento economico recente dell’Unione Europea nei confronti di sei paesi segnati da guerre o comunque da violenti conflitti interni. Come si vede, tutti hanno recuperato, più o meno, dalla crisi economica mondiale nel 2009. Tranne per la Libia, che ha subito una seconda catastrofe nel 2011: buona parte delle sue infrastrutture produttive è stata deliberatamente distrutta dall’aviazione italiana, francese e angloamericana, col pretesto che era necessario farlo per rovesciare Gheddafi.

PIL (a parità di potere di acquisto) tra l'EU e sei paesi in guerra

Questo grafico dimostra chiaramente, dunque, che i sei paesi in guerra elencati sopra hanno non solo recuperato almeno una parte del livello economico da loro raggiunto prima del 2009 ma, in alcuni casi, hanno persino ridotto il divario tra loro e l’Unione Europea (che stenta a ripartire).

Tutto ciò significa che chi scappa da questi paesi in guerra, non scappa da una situazione economica catastrofica o comunque molto peggiorata rispetto a prima, per ricercare un presunto “Eldorado” in Europa.

La catastrofe da cui scappa, dunque, non può essere che la guerra stessa, e le sue conseguenze: la distruzione della propria casa e la perdita dei propri cari, la paura delle violenze delle milizie nemiche, il timore delle proprie forze armate e dell’aviazione “amica”, che ti può far saltare in aria come “danno collaterale” senza battere ciglio. Perché questa è la guerra.

Anche quelle migrazioni che sembrano avere origine nelle persecuzioni etniche o religiose sono, in realtà, fughe dalla guerra – o meglio, da uno sterminio manu militari, condotto apparentemente in nome di una etnia o di una religione ma, come tutte le guerre, in realtà per motivi molto più bassi: il dominio politico-economico di un territorio, anche per conto terzi. Abitualmente, infatti, questi stermini etnici o religiosi sono istigati e alimentati da interessi finanziari internazionali che non hanno né etnia né religione. Pecunia non olet,

Infine, molte migrazioni – che appaiono provocate dalla povertà, non dalle guerre – possono essere, anch’esse, ricondotte a fughe da conflitti armati occulti, generalmente istigati e finanziati dall’Occidente. Emblematico è il caso dell’Eritrea oggi: non c’è più la guerra guerreggiata interetnica con l’Etiopia, finanziata dagli USA nel 1998-2000 per far cadere Isaias Afewerki, il Presidente eritreo anti NATO e anti Fondo Monetario Internazionale. Ma continuano comunque gli attacchi sporadici logoranti da parte di guerriglieri etiopici lungo la frontiera con l’Eritrea. (Nel 2011, l’Etiopia ha ammesso di sostenere questa guerriglia.) Inoltre, tramite le sanzioni, l’Occidente strangola economicamente l’Eritrea, nella speranza che il depauperamento del paese provochi una rivolta anti regime. (E’ la stessa strategia usata dall’Occidente in passato contro l’Iraq ed ora contro la Siria.) Infine, ad intervalli, la CIA attua tentativi di golpe nel paese, che porta il governo, già autoritario, a barricarsi (e il paese) ancora di più – permettendo all’Occidente di inveire con sdegno contro il regime anti-democratico di Afeweki. In mezzo a tutto ciò, l’Italia mantiene la propria equidistanza, fornendo armi ad entrambe le parti.

Naturalmente nei mass media occidentali non appare quasi nulla di tutto ciò: le ondate di profughi eritrei vengono spiegate come fuga, non da una guerra occulta che noi alimentiamo, ma da un “feroce dittatore”. L’epiteto virulento ricorda quello applicato dai mass media a Mu’ammar Gheddafi per giustificare i bombardamenti del 2011 e il suo assassinio. I mass media stanno forse sollecitando la nostra adesione ad un’altra operazione del genere?

Riprendiamo il grafico presentato prima (“Tabella 2 – Saldi migratori”), questa volta allineando i dati verticalmente, per poter paragonare la crescita esponenziale delle migrazioni, a partire dagli anni ’90, con la crescita esponenziale delle guerre, anch’essa iniziatasi a partire dagli anni ’90.

Si tratta di guerre che ci riguardano da vicino perché sono quelle condotte, direttamente o per procura, da noi occidentali. Vengono condotte in particolar modo attraverso la NATO che, da forza difensiva atlantica, è passata, all’inizio degli anni ’90 e senza alcuna ratifica nei parlamenti europei, a forza offensiva mondiale.

Confronto tra "Migrazioni" e "Guerre a partecipazione europea e/o con ricadute migratorie in Europa, dal 1950 al 2015"

fonte: Wikipedia, List of ongoing armed conflicts e fonti integrative. Sulla creazione dell’ISIS vedi qui, qui e qui.

Come si evince dalla tabella, c’è stata una spaventosa impennata di “guerre per la democrazia” e di “guerre contro il terrorismo” dopo l’implosione dell’ex Unione Sovietica nel 1990. Infatti, a partire da quel momento, gli USA e i loro alleati, sotto l’egida della nuova NATO offensiva, hanno potuto usare le loro armi, incontrastati nel mondo. E ne hanno approfittato, altro che!

Ovviamente la “democrazia” e il “terrorismo” c’entrano poco con queste guerre; esse vengono condotte, nella realtà dei fatti, per ben altri motivi. Segnatamente, vengono condotte per rovesciare regimi non graditi da Washington o da Bruxelles e per sostituirli con regimi filo NATO e filo Fondo Monetario Internazionale. E se i nuovi regimi si dimostrano più sanguinari ed autoritari di quelli vecchi? In questo caso, la NATO fa finta di niente.

Conclusione

La vertiginosa crescita delle migrazioni nel mondo viene causata in primo luogo – non dalla povertà o dalle carestie – ma dall’impennata, a partire dal 1990, delle guerre da noi intraprese nel mondo. I migranti sono i “danni collaterali” delle operazioni militari che noi lanciamo per impadronirci delle materie prime e delle altre ricchezze che si trovano nei loro paesi.

Ecco perché il più comune grido razzista – “Via i migranti, vogliono solo arraffarsi le nostre ricchezze!” – è così ipocrita: infatti, i veri saccheggiatori siamo noi.  Su scala planetaria.  Ma rifiutiamo ostinatamente di vederlo.

Siamo, ahimè, un po’ come il marito ossessivo che accusa continuamente la moglie di presunti tradimenti e che, poi, si scopre di avere lui un sfilza di relazioni extraconiugali. Egli teme nella moglie un impulso libidico incontrollato che sa benissimo di esistere – nella realtà dei fatti – perché ce l’ha lui dentro; e per non guardare in faccia questa triste verità, proietta quell’impulso su di lei. Così il razzista che denuncia l’avidità dei migranti.

Ma lasciamo stare le diatribe razziste. Pensiamo piuttosto a cosa possiamo fare per ridurre la prima causa delle ondate di migrazioni – quella push (che spinge un soggetto ad andar via dal proprio paese, suo malgrado).

La risposta è ormai chiara: ridurre il numero di guerre a cui l’Italia partecipa e, nel contempo, spingere il Ministro degli Affari Esteri Gentiloni a recuperare il ruolo prestigioso che l’Italia svolgeva nel Rinascimento, quando i diplomatici italiani insegnavano a tutta l’Europa l’arte di risolvere pacificamente i conflitti più intricati.

Ma perché questa soluzione produca davvero risultati positivi, è essenziale che l’Italia assuma un ruolo attivo e propositivo nel mondo. Non è sufficiente, infatti, che l’Italia smetta di partecipare alle guerre, perché diminuiscano gli sbarchi sulle sue spiagge. L’Italia deve, nel contempo, contribuire a fermare le guerre tout court, anche a costo di dover tener testa ad alleati bellicosi. Bisogna dunque ripristinare la diplomazia internazionale come vocazione qualificante del Bel Paese, facendo leva sullo status morale che l’Italia acquisirà dalla pratica di una ferrea politica di neutralità. E’ ciò che fecero, con successo, molti Paesi Non Allineati durante l’epoca d’oro di quel movimento.

Sul piano pratico, dal momento che la NATO ci coinvolge in sempre più guerre all’estero, la soluzione più immediata sarebbe quella di fare campagna per l’uscita dell’Italia dal patto atlantico e per il pronunciamento formale di uno status di neutralità internazionale. Rivendicazioni vecchiotte? Pura utopia? Non è detto. Pochi lo sanno (i giornali si ostinano a non parlarne), ma tre Senatori della Repubblica, del Gruppo Misto, hanno depositato un Disegno di Legge che chiede proprio quello: si può firmare la petizione a sostegno della loro DL qui.

Male che vada, come ripiego, si potrebbe fare campagna per rimanere nella NATO ma a titolo di partner, non membro. Come semplice partner – la qualifica che hanno rivendicato ed ottenuto l’Austria, la Svezia e l’Irlanda – l’Italia parteciperebbe agli esercizi NATO di difesa del continente europeo ma, come i predetti paesi, non sarebbe costretta a partecipare alle guerre offensive all’estero – peraltro in flagrante violazione dell’art. 11 della Costituzione italiana.

Come ultima possibilità, per chi trova che anche un cambio di status all’interno della NATO sia utopistico, si potrebbe pur sempre fare campagna per uscire dalle varie compagini ad hoc, create per fomentare e foraggiare le guerre, di cui l’Italia fa tuttora parte.

Per esempio, si potrebbe chiedere al Ministro Gentiloni:

  1. di togliere l’Italia dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la compagine che fornisce le armi ai mercenari jihadisti da noi foraggiati per rovesciare il governo Assad (in palese violazione della carta dell’ONU).;
  1. di uscire dalla missione Resolute Support in Afghanistan (dove altri 17 civili sono morti l’altro ieri sotto le bombe delle forze occidentali di occupazione), rimpatriando ora tutte le truppe italiane. Siccome si tratta – su carta se non nella realtà dei fatti – di una missione di addestramento delle truppe afghane, l’Italia non è vincolato dall’art. 5 dello Statuto NATO e perciò non ha nessun obbligo di parteciparvi;
  1. di uscire dal Gruppo UE che fornisce gli aiuti militari al governo di Kiev per condurre la sua guerra nel Donbass. Chiediamocelo: se i secessionisti veneti dovessero prendere con le armi piazza San Marco, sarebbe concepibile che un governo italiano ordinasse il bombardamento a tappeto di Venezia “per stanare i terroristi”? Eppure è quello che fa il Presidente ucraino Poroshenko (le parole virgolettate sono sue). Ora basta, egli deve smettere di bombardare il proprio popolo! Non si tratta di cedere nulla a Putin.  Dal momento che esistono altri modi per risolvere – con successo – i tentativi di secessione, come la storia insegna, bisogna utilizzare quei mezzi, non le bombe. Il Ministro Gentiloni dovrebbe, dunque, non solo interrompere il flusso di aiuti militari italiani a Kiev ma anche minacciare di escludere l’Ucraina dall’UE, ponendo un veto, se il Governo non cercherà di risolvere il conflitto senza i canoni.

Soprattutto, per quanto riguarda la questione specifica dei flussi migratori, si potrebbe chiedere al Ministro Gentiloni

  1. di uscire dall’EUNAVFOR Med, la missione anti-scafisti approvata il 18 maggio scorso dai Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione Europea. Questa missione propone, come “ultima ratio” (ma si sa già come andrà a finire), una vera e propria “guerra agli scafisti” libici per “salvare i migranti dalle loro grinfie” e ridurre i flussi in transito. Si tratta di una balla colossale.

La “guerra agli scafisti”, infatti, è un chiaro pretesto per ricominciare con i bombardamenti che hanno devastato la Libia nel 2011. Qualcuno crede ancora che la NATO si sia mossa allora per difendere i dimostranti libici in piazza, minacciati da Gheddafi? Figuriamoci. La NATO si è mossa, come in tutte le guerre, per assicurare ai suoi referenti (ENI per l’Italia, tanto per fare un nome) il dominio economico-territoriale del paese bersagliato.

Solo che, in Libia, non l’ha ottenuto completamente; ci sono troppe milizie di ribelli che, dopo l’assassinio di Gheddafi, non si sono lasciati arruolare dai leader libici sponsorizzati dall’Europa. Perciò ora bisogna completare il lavoro di colonizzazione, annientando tutte le milizie che non ubbidiscono all’auto-proclamato governo filo-UE. Si tratta di un governo che molti paesi europei hanno già riconosciuto, disconoscendo nel contempo il governo meno manovrabile, ma regolarmente eletto, insediatosi a Tripoli. (Ma non avevamo bombardato la Libia per portarci la democrazia e far rispettare lo stato di diritto?) L’Italia, poi, sempre per mantenere le equidistanze, riconosce entrambi i governi.

Quindi come nel 2011, con un pretesto umanitario, EUNAVFOR Med – assistita dalla NATO – si propone di impadronirsi della Libia. Ma questa volta, si propone di farlo per davvero, eliminando ogni opposizione e, nel fare ciò, distruggendo quel poco di infrastrutture che il paese si è potuto ricostruire finora. Ciò creerà immancabilmente nuove ondate di migranti che fuggono dalle devastazioni, ma non importa, fermare le migrazioni non è e non sarà il vero scopo della missione. Ecco perché bisogna dire no a questo progetto criminale, strappare l’intesa EUNAVFOR Med, e rifiutare l’utilizzo delle basi italiane per qualsiasi azione militare in Libia.

Tutto questo per dire che esiste una soluzione al “problema” delle migrazioni di massa. Anzi, esistono almeno due soluzioni. La seconda sarà oggetto di un prossimo editoriale: come eliminare la causa pull delle migrazioni, ossia l’attrattiva.

Per quanto riguarda la prima soluzione, ossia come eliminare la principale causa push che “spinge” a migrare, la si può riassumere in due parole soltanto:

Basta guerre!

thanks to: peacelink