Rete No War sul Venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

 

Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

In Italia il governo, i parlamentari, i media, accodandosi agli Stati uniti e sulla base di fonti del tutto di parte, hanno prese di posizione inaccettabili rispetto al Venezuela. Matteo Renzi accusa Maduro di «distruggere libertà e benessere di un popolo che muore di violenza e di fame». Una volta di più, con la loro ingerenza, i politici e i media occidentali rischiano di rendersi responsabili di una nuova tragedia.
Gentiloni, Renzi, Trump & C.: per voi il popolo venezuelano è rappresentato dall’oligarchia di destra e dagli incendiari di esseri umani? Da oltre 100 giorni, gruppi dell’oligarchia bruciano vive persone, uccidono, distruggono beni comuni, mettono a ferro e fuoco i quartieri, usano armi, provocano scontri con la polizia, rifiutano il dialogo.
La situazione del Venezuela non è facile, anche a causa di una guerra economica evidente oltre che del retaggio di cento anni di estrattivismo. Ma come potete dire che l’opposizione – dei ricchi – vuole pace e pane?
Come potete considerare “oppositori perseguitati” due golpisti di lunga data come Ledesma e Lopez, che non hanno  mai condannato i crimini contro l’umanità compiuti dagli squadroni dell’opposizione nei mesi scorsi
Come potete parlare di “dittatura” in un paese dove si vota continuamente? Il 30 luglio, i venezuelani si sono recati in massa a eleggere un’Assemblea costituente, dopo oltre cento giorni di violenze istigate e perpetrate dall’oligarchia. Ma l’Italia ha già detto che non riconoscerà la Costituente.

Rete No War si dissocia dal governo e dai politici italiani. Come  piccolo gruppo attivo contro gli inferni provocati dai paesi dell’Asse della guerra Nato-Golfo, abbiamo un debito di riconoscenza con il Venezuela e gli altri paesi del gruppo Alba (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador): attivi in tutte le sedi contro le guerre di aggressione e le destabilizzazioni messe in atto dall’ asse della guerra Nato-Golfo.

 
Rete No War Roma

Sorgente: Pressenza – Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Nonostante l’impegno preso con il TNP, l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari.

La scena della folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità: la corsa agli armamenti nucleari.

Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo, stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.

L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.

Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno votato contro.

Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.

Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».

L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di non-proliferazione, pilastro del disarmo».

In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50 bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani.

Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.

Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.

Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 6 giugno 2017

Sorgente: Pressenza – Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Caporalato, la “filiera sporca” dell’ortofrutta: migranti sfruttati e lavoratori derubati degli 80 euro di Renzi

Stamattina, nella sala stampa della Camera dei deputati, Terra!Onlus, l’associazione antimafia daSud e Terrelibere.org hanno presentato il secondo rapporto #FilieraSporca: “La raccolta dei rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende”. Nel dossier vengono spiegate le cause del caporalato nell’anno in cui si registrano oltre dieci morti nei campi e centinaia di migliaia di braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Lavoro schiavile che passa anche per l’utilizzo di migranti richiedenti asilo, come quelli del Cara di Mineo ma anche tramite l’uso di lavoratori nostrani. I promotori della campagna #FilieraSporca hanno illustrato un quadro inquietante. La crisi economica ed etica del settore agrumicolo sostanzialmente scarica il peso sui lavoratori, italiani e migranti, mettendo sul mercato prodotti sotto costo.

La Spada di Damocle della grande distribuzione, produttori “strozzati”
La scomposizione del prezzo delle arance elaborata nel rapporto dimostra come il settore agrumicolo abbia scaricato tutto il peso della crisi economica sui lavoratori. Un chilo di arance per il mercato del fresco viene pagato al produttore tra i 13 e i 15 centesimi, di cui solo 8-9 vanno ai lavoratori, fino a scendere a 3-4 per i braccianti in nero, che arrivano a 2 per gli stagionali di Rosarno. Il prodotto al supermercato invece viene venduto a 1,10-1,40 euro, di cui il 35-50% è costituito dal ricarico della grande distribuzione organizzata (Gdo). Numeri ancora peggiori per le arance da succo. Un litro di succo d’arancia al supermercato costa 1,80-2 euro, ma è un prezzo imposto dal mercato, perché, anche con i miseri margini di guadagno della produzione, il prezzo minimo reale dovrebbe essere almeno 2,70 euro al litro. Il sottocosto lo pagano i lavoratori sfruttati e i consumatori che bevono succo tagliato con concentrato proveniente dall’estero, più economico e spacciato come italiano: l’industria di trasformazione delle arance fattura 400 milioni l’anno ma si comprano agrumi italiani per soli 50 milioni. Nel contempo per il succo c’è stato un aumento vertiginoso di importazioni da Egitto, Marocco e Spagna, oltre che dal Brasile. Discorso opposto per quanto riguarda l’export nostrano che è passato dalle 344.009 tonnellate del 2009-2010 alle 250.622 tonnellate del 2014-2015.

Nel rapporto si descrive anche il ruolo distorto delle Organizzazioni dei produttori (Op) che invece di assolvere alla loro funzione di aggregazione dei piccoli per bilanciare la forza dei grandi, sono loro stesse a fagocitare il mercato aumentandone le opacità: soprattutto al Sud sono diventate un escamotage di poche grosse aziende per accaparrarsi le terre e accedere ai fondi pubblici.

Questionario sulla trasparenza per le multinazionali, rispondono solo in quattro
#FilieraSporca ha inviato un questionario sulla trasparenza di filiera a 10 gruppi presenti in Italia: Coop, Conad, Carrefour, Auchan – Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga. Conad ha spiegato di “non essere molto interessata a questo tipo di operazioni”. La Coop inoltre risulta il distributore di arance e derivati a marchio più trasparente.

Nel questionario si è chiesto alle aziende di indicare la lista dei fornitori e dei subfornitori di arance in Sicilia e in Calabria, di conoscere come viene gestito il trasporto della merce dai magazzini siciliani alle piattaforme della distribuzione, di specificare la politica dei prezzi adottata e di indicare quali sono le politiche aziendali e di certificazione mirate a verificare la condotta dei fornitori nei confronti dei lavoratori.

Le aziende del settore si riprendono gli 80 euro di Renzi
Se 1,4 milioni d’italiani sono stati costretti a ridare i famosi 80 euro mensili di Renzi allo Stato, molti lavoratori del settore, pur avendone diritto, non li hanno neanche visti. Lo denuncia nel rapporto #FilieraSporca Rocco Anzaldi del Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) Cgil, spiegando come ormai, negli ultimi tempi, sia diventata una prassi per le aziende riprendersi il bonus Irpef introdotto da Renzi nel 2014. Una prassi talmente consolidata, denuncia il sindacato di categoria, che per evitare che quei soldi finissero nelle tasche delle aziende, i lavoratori hanno sottoscritto dei moduli di rinuncia al bonus, richiedendone poi solo successivamente il conguaglio in sede di dichiarazione dei redditi.

Un aspetto sconcertante che dimostra come i problemi lungo la filiera ormai non riguardano solo l’utilizzo di lavoratori stranieri che in qualche modo ne costituiscono l’ultimissimo anello, come, perfino, i centinaia dei richiedenti asilo del Cara di Mineo (uno dei più grandi centri europei per rifugiati in provincia di Catania) che ogni mattina alle 8, in sella alle biciclette comprate per 25 euro direttamente all’interno del Cara, escono per cercare lavoro negli agrumeti circostanti.

Appello al governo: “Andare oltre le politiche repressive e investire sulla prevenzione partendo da una legge sulla trasparenza”
“Chiediamo un incontro urgente al ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, è arrivato il momento che la politica agisca sulla prevenzione del fenomeno, rendendo trasparente la filiera – ha sottolineato Fabio Ciconte, direttore di Terra!Onlus e portavoce della campagna #FilieraSporca – qualsiasi provvedimento repressivo, per quanto necessario, sarà insufficiente a contrastare un fenomeno che riguarda tutti, grande distribuzione, imprenditori agricoli, commercianti e braccianti, stranieri e non, che pagano il prezzo più alto di una filiera che non funziona”.

“Tra i legami con Mafia Capitale e lo sfruttamento del lavoro, il Cara Mineo è il simbolo del fallimento delle politiche sull’accoglienza – ha aggiunto la deputata di Sel-Si Celeste Costantino, componente della commissione parlamentare Antimafia – serve un impegno maggiore del governo per superare i ghetti, ridare dignità al lavoro e togliere spazio alle mafie che creano e insieme cavalcano la crisi del settore”.

Sorgente: Caporalato, la “filiera sporca” dell’ortofrutta: migranti sfruttati e lavoratori derubati degli 80 euro di Renzi – Il Fatto Quotidiano

D’Alema, Renzi, Israele e il diritto internazionale

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Leonardo Aseni

Qualche giorno fa, durante una cena privata, Massimo D’Alema, sembra essersi lasciato sfuggire una battuta di estremo interesse politico: ‘’Renzi è un agente del Mossad, bisogna farlo cadere’’. Possiamo prendere alla leggera le parole del dirigente del PD ?


Aldo Giannuli prova ad ironizzare: ‘’Certo una battuta conviviale sicuramente è sfuggita; tutti sappiamo che Max è un distrattone che fa queste cose senza pensarci e senza badare che è presente un giornalista e si sa come fanno questi infami della carta stampata: ti carpiscono un pensiero, una battuta confidenziale e poi te la sparano sui giornali. Poi, pare che la giornalista si fosse introdotta clandestinamente ed assistesse alla cena travestita da ficus’’ 1


Resta il fatto che la vicinanza – per non dire il servilismo – di Matteo Renzi alla lobby sionista è più che evidente e nessuno si sogna di negarlo, nemmeno Giannuli il quale poco dopo precisa che: ‘’Certo che non è una cosa da poco dire che il Presidente in carica è un agente di influenza di un servizio segreto straniero (e che servizio!). E poi lo pensereste mai di uno come Renzi? Va bene, si è sempre mostrato assai comprensivo verso le ragioni di Israele, ma questo che vuol dire? Spesso è parso in sintonia con l’asse Telaviv-Mosca ( certamente l’asse Washington – Tel Aviv ), ma è solo un impressione’’. Del resto il consulente in materia economica del pinocchio fiorentino è Yoram Gutgeld e qui il nostro storico è chiaro: ‘’Ma proprio questa è la conferma che Renzi non può essere in rapporto con il Mossad, perché Gutgeld ha prestato servizio nella Israel Defense Foirces, per poi passare ai reparti regolari dove è stato tenente colonnello, addetto al settore analisi, quel che fa pensare non al Mossad ma, semmai, all’Unit 8200, una branca del sovra nominato Israel Defence Forces’’. Il problema, a parte la corretta precisazione di Giannuli, non può essere eluso: Mossad o IDF, Israele ha messo le mani sulle istituzioni italiane e mira a demolire la Costituzione democratica del nostro paese. Vi sembra una cosa da poco che il Primo Ministro italiano abbia come consulente un economista, ex militare – già il mix economia ed esercito suona strano – israeliano, quindi di un paese straniero il quale, puntualmente, viola il diritto internazionale?


La domanda che sto per porre è di estrema importanza: molti uomini politici, intellettuali ed accademici che operano in Italia, in quanto cittadini italiani, hanno, in virtù delle loro origini ebraiche, anche la cittadinanza israeliana. E’ legittimo sapere a quale paese, concretamente, queste persone giurano fedeltà ?


Sono davvero tanti ( troppi ) i ragazzi ebrei che – a spregio della nazione di cui sono cittadini – si trasferiscono in Israele e prestano servizio nell’IDF indottrinandosi al sionismo di guerra. E’ il caso dell’italiano Leonardo Aseni che è entrato nell’unità Golani sul Golan siriano; questi territori sono stati letteralmente rubati alla Siria baathista ed è qui che Israele offre copertura ai tagliagole del Fronte Jabat Al Nusra. Leggiamo su Reporter Nuovo, sito di orientamento filoisraeliano, che: ‘’Tanti, tantissimi sono i ragazzi ebrei che da tutte le parti del mondo si trasferiscono in Israele per “servire” il loro Paese: americani, francesi, sudamericani, russi, sudafricani’’ 2.


Partendo da questa prospettiva, Israele, si pone non più come un semplice Stato nazionale – seppur imperialista – ma come una sorta di entità metaterritoriale: Israele è ovunque siano presenti fanatici filosionisti, disposti ad avallare il progetto di pulizia etnica di Netanyahu. Le parole di Leonardo Aseni solo eloquenti: ‘’Ho sempre avuto il sogno di essere un soldato da combattimento. Il mio amore per Israele nessuno me l’ha mai inculcato. I miei genitori vivono a Milano, mio padre è cattolico, mia madre ebrea. La mia famiglia in Israele, zii, cugini ecc, non sono esageratamente sionisti. La passione per questo Stato, e per tutto quello che c’è dietro, nasce dalle mie letture, dalla mia passione per la storia.” Avendo fatto l’Aliyà (ovvero esercitare il diritto di ogni ebreo di emigrare nello Stato di Israele) a 25 anni lui avrebbe dovuto fare solo 6 mesi di leva militare, ma ha scelto di farlo come volontario per 18 mesi’’.


Questa anomalia è facilmente spiegabile se noi inquadriamo il sionismo come una ideologia pan-imperialistica – quindi non solo israeliana – che, avendo un carattere messianico, si propone di portare a compimento il progetto britannico di colonizzazione (e schiavizzazione) dei popoli. Il carattere messianico del sionismo si fonda sulla coppia (che assume caratteri paranoici) ‘’amico o nemico’’ all’interno delle ‘’comunità ebraiche’’ presenti in Europa e negli Stati Uniti.


Il problema è serio: questi individui, poco o per nulla fedeli alla Costituzione italiana, una volta adempiuto il loro compito nell’IDF e rientrati in Italia, quanto saranno propensi a rispettare gli orientamenti politici dominanti nell’opinione pubblica del nostro paese sulla questione israelo-palestinese ? Mi spiego: questi gruppi sionisti militanti (da non sovrapporre alla comunità ebraica) , presenti in Italia, in che misura diventano delle Quinte Colonne di Israele soprattutto per ciò che riguarda il controllo, la manipolazione dei media e la costruzione di consenso per le politiche di guerra sioniste, in barba al nostro diritto?


Per questo motivo l’affermazione di D’Alema, ‘’Renzi agente del Mossad’’, non può passare in sordina: la magistratura di uno Stato di diritto serio, avrebbe nelle sue mani un elemento importante per iniziare ad indagare le reali relazioni del Primo Ministro, Matteo Renzi, e lo stato d’Israele, ovvero uno stato straniero che mina gli interessi della nazione – e del popolo – italiano. Il sionismo, con la sua invasività e violenza, (im)pone seri problemi giuridici: Israele ridefinisce il concetto di sovranità nazionale, plasmandolo alla mercè dei suoi interessi imperiali. Le Costituzioni democratiche – come ho già detto precedentemente – sono demolite dalle lobby sioniste, strutture elitarie e ben organizzate.


Per l’ennesima volta chiarisco che cos’è la lobby sionista, concetto alquanto complesso e sicuramente – data l’ingenuità di molti lettori – scivoloso. La lobby israeliana si è consolidata per due ragioni, una storica ed una politica successiva alla nascita di Israele nel 1948: (a) storicamente, i più grandi strateghi del colonialismo britannico ( Disraeli, Cecil Rhodes ed altri ), erano in maggioranza uomini dell’alta borghesia ebraica osservanti del Talmud di Babilonia. Per questo motivo, quando il sionismo religioso si convertì in movimento politico, su basi laiche, nel 1897, il suprematismo talmudista aveva già influenzato una buona parte della classe dirigente britannica. (b) Israele è riuscita a collocare i propri sostenitori nelle organizzazioni transnazionali capitaliste. Opporsi alla lobby sionista, in virtù di ciò, è estremamente importante e lo storico Diego Siragusa lo conferma in modo deciso: ‘’La lobby, per definizione, è un gruppo di potere che fa “pressione” coi mezzi di cui dispone per ottenere vantaggi da chiunque. Le lobby ebraiche sono le più potenti e meglio organizzate al mondo. Controllano l’economia, la finanza, le banche, l’informazione, il cinema, le industrie strategiche, la politica, la scienza. Gli Stati Uniti sono controllati dalle lobby ebraiche che dettano legge in ogni campo. Israele è la prima potenza al mondo, non gli Stati Uniti’’ 3.


L’analisi di Siragusa coincide con quella dell’ebreo antisionista Gilad Atzmon – studioso che ha avuto il coraggio di parlare espressamente di tribalismo ebraico – oltre alla ricerca di James Petras, sociologo marxista il quale ha posto la domanda: “gli Usa sono i padroni o i servi del sionismo?’’. Ma è proprio il tribalismo ebraico su cui batte Atzmon la chiave di lettura più importante: i giovani, come Leonardo Aseni, che servono nell’IDF, una volta tornati in Italia, diventano degli ‘’sradicati’’, oserei dire degli ‘’alieni’’. L’indottrinamento sionista, gli sproloqui del Talmud e la condivisione dei crimini militari israeliani, legano psicologicamente questi ragazzi al regime di Tel Aviv, trasformandoli – su chiamata del Mossad, di un sayanim oppure dei ‘’fratelli’’ della comunità – in attivisti israeliani sul territorio italiano. Così si viene a creare un legame psicologico difficile da rompere, per l’appunto tribale: Leonardo Aseni non è, o non sarà, un semplice ‘’italoisraeliano’’ ma un sionista residente ( ed operante ? ) nel territorio italiano. Da questo punto di vista Israele diventa un meta-Stato, una condizione mentale che spinge, chi cade nella sua macchina dell’indottrinamento, a sentirsi come un corpo estraneo nel paese in cui risiede.


Faccio un appunto: secondo le leggi sioniste, un cittadino italiano che si converte al giudaismo può prestare servizio nell’IDF e magari chiedere la cittadinanza israeliana. Quindi si diventa parte di Israele e del suo esercito se si professa la fede ebraica. Scusate, ma solo due entità delegano l’ingresso nelle proprie milizie alle pratiche religiose: Israele e Daesh. Può essere difficile da digerire – soprattutto per il moralmente corrotto ceto mediatico e accademico italiano – ma questa è la verità. Non c’è null’altro da aggiungere. Un cittadino italiano che inizia a seguire i precetti dell’Islam sunnita non acquista, in nome di nessuna legge, la cittadinanza marocchina ( il Marocco è uno dei principali paesi islamici sunniti ). Israele, dal un punto di vista del diritto internazionale, dà così vita a delle vere e proprie aberrazioni giuridiche.


Per queste ragioni la pesante affermazione di D’Alema su Matteo Renzi deve spingerci a porre delle domande: quanto influisce la lobby sionista sulla politica estera dei nostri governanti ? Il Parlamento italiano – come quello britannico – è occupato da Israele? James Petras ha dimostrato come gli ‘’agenti israeliani penetrano indisturbati in tutti i gangli vitali della Nazione’’. Questo discorso vale anche per l’Italia ?

 

  1. http://www.aldogiannuli.it/renzi-spia-del-mossad-conte-max/
  2. http://www.reporternuovo.it/2014/03/06/da-milano-al-golan-un-italiano-che-ha-scelto-israele/
  3. http://www.linterferenza.info/attpol/3400/

 

thanks to: l’Interferenza

“Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”

C’era anche un importante imprenditore nigeriano del settore petrolifero dietro il presunto complotto per far cadere l’ad di Eni Claudio Descalzi e danneggiare il premier Matteo Renzi. L’obiettivo: mettere a capo del colosso petrolifero italiano il manager Umberto Vergine. E fu proprio l’imprenditore nigeriano che disse, all’ex manager Eni Vincenzo Armanna, di essere pronto a far cadere Renzi pur di raggiungere l’obiettivo. È questa la versione che Armanna ha fornito agli inquirenti della procura di Siracusa, durante l’interrogatorio di quattro giorni fa, aggiungendo un ulteriore dettaglio alla vicenda: l’ipotesi di colpire il premier ha ora anche una pista che porta in Nigeria.

Le parole dell’ex manager Eni dovranno essere verificate dagli inquirenti. Il punto, come rivelato ieri dal Fatto, è che Armanna racconta di essere testimone diretto di un’azione mirata a danneggiare anche il presidente del Consiglio: dice ai pm di aver partecipato a due cene e a un terzo incontro – tra Montecarlo, Lugano e Ginevra – durante le quali gli furono descritte le manovre per disarcionare l’ad Descalzi. Incontri nei quali gli fu proposto di contribuire a “diffondere una falsa informazione”, ovvero il “finanziamento dell’intelligence israeliana alle precedenti campagne elettorali del premier”. L’obiettivo, sempre a detta di Armanna, sarebbe stato quello di pilotare le nomine delle più importanti aziende di Stato e addirittura la vendita di alcune di esse. E per raggiungerlo – sostiene sempre Armanna in procura – il gruppo di italiani coinvolti e l’imprenditore nigeriano puntavano a delegittimare Renzi per aver intascato soldi dai servizi segreti di Israele.

Armanna aggiunge un altro elemento: “Dissero che avevano a disposizione gli italiani che avevano fabbricato il dossier del Niger Gate, conosciuti in Nigeria nel 2013, e che sarebbero stati di grande aiuto nel minare la credibilità del presidente del Consiglio italiano e della sua squadra”. Il riferimento al Niger Gate riguarda i falsi dossier – che videro il coinvolgimento del Sismi (il servizio segreto italiano che è diventato oggi l’Aise) che li avrebbe consegnati alla Cia – fabbricati nel 2002: dimostrarono il traffico di uranio tra Niger e Iraq portando Usa e Gran Bretagna ad accusare lo Stato iracheno di aver violato l’embargo sugli armamenti nucleari. Uno dei pretesti per scatenare la seconda guerra del Golfo. I professionisti del falso dossieraggio, secondo Armanna, erano pronti a colpire Descalzi e Renzi in combutta con italiani e nigeriani. Nessuno, per il momento, può sapere se ciò che dice Armanna sia vero o falso. Di certo descrive uno scenario gravissimo. E sarebbe altrettanto grave se mentisse raccontando fatti impossibili da dimostrare.

Nell’inchiesta milanese sulle presunte tangenti versate dall’Eni in Nigeria – circa 200 milioni di euro per l’acquisizione del giacimento Opl 245 – Armanna è indagato per concorso in corruzione internazionale, insieme con Descalzi, l’ex ad Eni Paolo Scaroni e il mediatore Luigi Bisignani. E i suoi verbali d’interrogatorio sono ritenuti attendibili dalla procura lombarda. È altrettanto vero che Armanna è un uomo considerato in contatto, per il lavoro svolto all’estero, con ambienti vicini alle intelligence straniere. La Procura di Siracusa ha il compito di verificare ogni minimo dettaglio di questa deposizione: se fosse vero ciò che dice Armanna, infatti, pur di conquistare l’Eni, un gruppo di italiani e nigeriani avrebbe architettato falsi dossier per portare “all’impeachment” di Renzi.

La gravità dello scenario è confermata da un’altra circostanza: la voce che Renzi fosse finanziato o quanto meno influenzato dal Mossad è effettivamente circolata nei mesi scorsi. Il Corriere della Sera a marzo l’ha attribuita a Massimo D’Alema che, durante una cena, avrebbe riferito ai commensali: “Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”. Frase che finora l’ex ministro degli Esteri non ha mai smentito, segno che questa voce – un legame tra Renzi e il Mossad – si era diffusa e circolava negli ambienti della politica.

Ed è altrettanto certo che l’ipotesi di un finanziamento del Mossad a Renzi, durante le primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani, fu confidata al Fatto, nel dicembre 2015, da un’autorevole fonte: “Nel 2012 il Dis (dipartimento della presidenza del Consiglio che coordina i servizi, ndr) ha informato il Copasir, in maniera informale, che il Mossad stava finanziando la campagna elettorale per le primarie contro Bersani. Così il Copasir avverte l’allora direttore del Dis, Gianpiero Massolo, chiedendogli di intervenire. Infine, qualcuno dei servizi incontra l’ambasciatore israeliano Noar Gilon per discutere l’argomento”. Il Fatto non ha trovato riscontri e quindi non ne ha mai scritto. Con l’interrogatorio di Armanna, però, la situazione cambia. Un testimone descrive una situazione completamente opposta. E a questo punto le ipotesi diventano due. E tutte inquietanti. La prima. Armanna dice la verità e qualcuno ha tentato di conquistare la guida della nostra principale azienda energetica anche a costo di simulare per Renzi un’accusa gravissima: aver preso soldi da un servizio segreto straniero.

La seconda. È, invece, la nostra fonte anonima a dire il vero. Considerata la sua autorevolezza, non possiamo infatti dare per scontato che abbia detto il falso, anche se è plausibile che qualcuno possa averla – volutamente o no – informata male. Resta il fatto che non abbiamo trovato alcun riscontro alla sua versione: “Il premier è stato finanziato nel 2012 dai servizi israeliani, con conseguente intervento del Dis, dopo un approccio informale con il Copasir, che ne discute con l’ambasciatore dell’epoca Noar Gilon”. A questo punto, però, se la nostra fonte dice il vero, la versione fornita ai pm da Armanna – al quale, come per la nostra fonte anonima, non possiamo noi attribuire la patente di teste attendibile, o di millantatore – è in grado di disinnescare la strisciante accusa rivolta al premier. I pm di Siracusa hanno adesso il compito di verificare la versione di Armanna e del principale indagato, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, accusato di concorso in corruzione internazionale. Nelle loro mani non c’è soltanto un’inchiesta per corruzione internazionale. Nel loro fascicolo c’è la ricerca di un pezzo di verità – un presunto complotto per conquistare l’Eni, danneggiare o meno il presidente del Consiglio – che non può restare inevasa.

di Antonio Massari e Davide Vecchi | 9 luglio 2016

Anti-Austerity rallies hit Italy, Spain

Thousands take to the streets in Italy and Spain in protest at the austerity measures taken by their governments.

Thousands of Italians have taken to the streets of Rome and several other major cities to express their resentment with the austerity policies imposed by the government of Prime Minister Matteo Renzi.

During the Saturday anti-austerity rallies, the demonstrators, mostly students and activists, chanted slogans against the government and accused the premier of triggering a war on the poor people.

The riot police also scuffled with protesters and apprehended a number of them, while others burnt flares and hurled eggs at the police.

A demonstrator lights a flare during an anti-austerity protest in Turin, Italy, on May 28, 2016. (EPA)

The demonstrators also marched in front of the highly guarded German embassy in the capital and threw eggs at the building, decrying the European Union’s austerity policies.

The riot police in Rome blocked the protesters from reaching their final destination, the Ministry of Internal Affairs.

Demonstrators scuffle with Italian riot police during an anti-austerity protest march in Rome, Italy, on May 28, 2016. (EPA)

The Italian government has been under fire for its economic and educational reforms.

Anti-austerity rallies in Spain

Meanwhile, thousands of anti-austerity Spaniards from various political groups and unions attended a “march of dignity” in Madrid to protest against what they called the neo-liberal policies of the EU.

The protesters expressed their anger at a variety of issues, including the Spanish government’s economic policies. They demanded an end to austerity measures that have caused cuts in a number of sectors including health and education.

Demonstrators hold banners as they protest against the Government’s austerity measures applied due to the Spanish economic crisis that began in 2008, at Puerta del Sol, Madrid, Spain, on May 28, 2016. (AFP)

The protesters also slammed a free trade deal between the European Union and the United States, known as the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), which according to marchers, will pose major risks for climate, environment and consumer safety, and may erode Europe’s consumer protections.

They spoke in favor of more humane rules governing asylum for refugees.

The Madrid rally is held a month ahead of a general election that follows an inconclusive vote in December as well as failed efforts to form a coalition government.

Sorgente: PressTV-Anti-Austerity rallies hit Italy, Spain

Renzi, Carrai, Mattarella e Cia

Ora Renzi tenta di salvare la faccia e anche l’amico, riservandogli un incarico nel suo staff, con la previsione di occuparsi di Big Data e cyber security, certo, ma senza alcun potere operativo, considerato che i settori restano di esclusiva competenza dei servizi segreti e dei loro addetti.

Sorgente: Renzi cede a Mattarella e Cia: si prende Carrai senza poteri – Il Fatto Quotidiano

Mossad base Italia: Marco Carrai

Marco Carrai, il suo amico è “una spia del Mossad”. L’inchiesta della Cia che imbarazza l’Italia

Marco Carrai, il suo amico è “una spia del Mossad”. L’inchiesta della Cia che imbarazza l’Italia

Leeden e il fedelissimo di Renzi in corsa per consulenza al coordinamento 007 si frequentano da anni. L’americano al centro di un’indagine del Pentagono. Coinvolto anche l’ambasciatore di Israele a Roma

Sono legati da anni, si sono frequentati tra Washington e Firenze, scambiandosi visite e conoscenze. Ma ora l’amicizia con Michael Ledeen può mettere in difficoltà Marco Carrai e il suo prossimo incarico: la consulenza al Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi. Perché se sino a oggi Ledeen era ritenuto vicino all’intelligence statunitense con legami con uomini della P2, adesso un’inchiesta svolta dal Pentagono fotografa nel dettaglio chi è stato e chi è davvero Ledeen, definito dalla Cia “spia di Israele” e per questo allontanato da Washington. Il Fatto è entrato in possesso dei fascicoli d’indagine ed è in grado di raccontare perché il legame di amicizia tra i due rischia di mettere in imbarazzo i Servizi segreti, il governo e le diplomazie.

I conflitti di interesse del “fratello Marco”
Non è bastato il no del Colle a fermare Renzi: il premier vuole portare nel Palazzo l’amico Carrai e così, dopo aver tentato di imporlo a capo della cyber-security, gli sta ora cucendo un abito su misura al Dis. E se per avere la licenza da 007 Carrai avrebbe dovuto spogliarsi dei suoi tanti conflitti di interesse, indossando il mantello della consulenza il problema svanisce: Carrai potrebbe portare con sé l’ingombrante bagaglio. Che non contiene solo gli incarichi pubblici come la presidenza di Aeroporti Firenze o le poltrone nei cda tra cui quella nella fondazione Open – la cassaforte del premier – con Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Né si limita alle aziende estero­vestite in Lussemburgo e Israele come la Wadi Venture con soci che hanno legami con l’esecutivo tra cui nominati in Finmeccanica e imprenditori con appalti pubblici, come raccontato dal Fatto settimane fa. Il conflitto di interessi di Carrai si estende anche ai suoi legami, a partire da quello con Ledeen.

Le visite a Firenze pagate dalla Provincia
In Italia di lui si sa poco, nonostante Ledeen abbia superato i 70 anni. Meno ancora si conosce del suo legame con il 40enne Carrai, che definisce il premier “mio fratello”. Si sa che i due sono molto legati. Tanto che Ledeen è arrivato da Washington a Firenze nel settembre 2014 per partecipare al matrimonio dell’amico di cui Renzi era testimone. Un rapporto coltivato negli anni. E allargato all’attuale premier nel 2006 quando la Provincia di Firenze pagò un viaggio a Ledeen, da Washington al capoluogo toscano, organizzato da Carrai, all’epoca capo gabinetto di Renzi, per far conoscere a suo “fratello” l’amico statunitense. Nell’autunno 2008, sempre a spese della Provincia, Renzi assieme a Carrai fa il tragitto inverso e ricambia la visita.

In Italia Ledeen ha altri buoni amici, condivisi con l’amico aspirante 007. In particolare Noar Gilon, dal 2012 ambasciatore d’Israele a Roma. Da allora il diplomatico è apparso più volte al fianco del futuro consulente del Dis. Nella Capitale e a Firenze. Insieme hanno organizzato un convegno con Confindustria sponsorizzato anche da Aeroporti Toscani (società presieduta da Carrai). Ma soprattutto hanno pianificato la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Firenze lo scorso agosto, accogliendolo al suo arrivo a Peretola e presentandolo poi a Renzi con una cerimonia a Palazzo Vecchio.

Carrai ha interessi privati a Tel Aviv, dove sono presenti due società a lui riconducibili con soci pesanti in Israele come Jonathan Pacifici e Reuven Ulmansky, veterano della Nsa, ex Unità 8200, dell’Israel Defence Force. Legami importanti, che porterà con sé sotto il mantello di consulente del Dis.

Ledeen e Gilon si conoscono almeno dal 1996. Il loro rapporto è nato a Washington. E si è sviluppato e consolidato attraverso l’Aipac, l’American Israeli Public Affaire Committee: la lobby pro Israele negli Stati Uniti, la più potente al mondo, il cui sostegno è ritenuto fondamentale per arrivare alla Casa Bianca. Il 21 marzo sia il repubblicano Donald Trump sia la democratica Hillary Clinton sono intervenuti al convegno Aipac. Ma per quanto ritenuta determinante dalla politica è temuta dai servizi di sicurezza americani e monitorata perché in due casi sono stati individuati all’interno della lobby uomini dei servizi segreti del Mossad. E per quanto forti siano i rapporti di amicizia tra gli Stati Uniti e Israele, il Pentagono non ama intrusioni straniere nella propria intelligence. Ed è proprio nell’ultima inchiesta, che ha individuato un flusso illegale di informazioni riservate della presidenza statunitense al Mossad, che è emerso il legame tra Ledeen e Gilon.

Rete di spie di Tel Aviv scoperta dagli americani
L’indagine, svolta dall’Fbi, è stata chiamata Aipac. Lawrence Franklin, capo analista dell’allora sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, è stato inizialmente condannato a 12 anni di carcere dal tribunale della Virginia per aver trasmesso informazioni top secret a due esponenti della lobby israeliana e a un diplomatico israeliano dell’ambasciata a Washington. Franklin ha confessato che i suoi due referenti nell’Aipac erano il direttore degli affari politici, Steven Rosen, il responsabile del desk iraniano, Keith Wiessman, e il consigliere all’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon. Quest’ultimo, all’inizio del processo, è rientrato a Tel Aviv prima di arrivare in Italia come ambasciatore nel 2012.

Proprio a Roma venne organizzato un incontro tra Franklin e Rhode con il faccendiere Manucher Ghorbanifar, già protagonista dello scandalo Iran-Contra. L’incontro nella capitale, ricostruisce l’inchiesta, fu organizzato da Ledeen che, secondo un report dell’Fbi, aveva un profondo legame con Franklin, almeno dal 2001: la Cia ritiene che loro due siano gli ispiratori del falso dossier sull’uranio nel Niger che venne usato dall’Amministrazione Bush per giustificare la guerra in Iraq.

L’inchiesta Aipac è stata avviata a metà anni Novanta e ripresa nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre. Gli uomini dell’Fbi mettono sotto osservazione alcuni americani impegnati in lobby di Paesi del Medio Oriente, tra cui l’Aipac. A inizio 2003, durante un appostamento, gli agenti scoprono un collegamento chiave. Seguendo Steve Rosen e Keith Weissman si fermano fuori da un bistrot dove i due pranzano. A loro si aggiunge Gilon, all’epoca capo degli affari politici presso l’ambasciata israeliana a Washington e definito nel report Fbi “specialista dell’armamento nucleare iraniano”. Poi arriva Franklin, alto funzionario dell’intelligence del Pentagono.

I file “Top Secret” finiti al Mossad
Gli agenti filmano l’intero pranzo. Franklin estrae da una valigetta alcuni documenti e li appoggia sul tavolo. “Ma non vengono consegnati a nessuno”, annota l’Fbi. Lui fa il gesto di consegnarli. “Ma il suo presunto complice è troppo intelligente e si rifiuta di prenderli, chiedendo con ogni probabilità di limitarsi a informarlo sul contenuto”, testimonia un funzionario dell’intelligence, riportato da Newsweek. A casa di Franklin vengono trovati diciotto documenti top secret e riservati all’ufficio del presidente degli Stati Uniti. Franklin lavorava in uno dei centri del Pentagono che più hanno promosso la guerra all’Iraq, aggirando anche il dipartimento di Stato e la stessa Cia: il segretissimo “Office of special plans” messo in piedi dal viceministro della difesa Paul Wolfowitz e dal sottosegretario Douglas Feith. Ufficio che aveva rapporti esclusivi con Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa e consigliere del presidente George W. Bush.

L’inchiesta prosegue per anni. Sottotraccia. Il processo inizierà solo nel 2006 e la prima condanna sarà emessa nel 2009. Durante le indagini gli agenti scoprono molte attività sospette che riguardano Iraq e Iran. E tutte le strade portano all’ufficio del Pentagono di Feith, nel quale Franklin lavora. Una conduce direttamente a un collaboratore di entrambi: Ledeen, definito dal Jerusalm Post “il guru neocon di Washington”. Fbi e Cia aggiungono altro al suo profilo. E svelano l’intero passato di Ledeen.

 A Roma per Israele da finto agente della Cia
Alla fine del 1970, Ledeen è a Washington come direttore esecutivo dell’Istituto ebraico per gli affari di Sicurezza Nazionale, un gruppo di lobby specializzato nel fare pressioni al Pentagono e al Congresso per far ottenere soldi e armi a Israele. Nei primi anni 80 viene allontanato e riesce ad avvicinarsi al Pentagono. In particolare a Noel Koch, il principale assistente del segretario alla Difesa per gli affari di sicurezza internazionale. Ledeen chiede a Koch di fargli un contratto di consulenza come esperto di terrorismo dicendosi disposto a essere pagato solo se e quando utilizzato. Koch accetta. Ma se ne pente: agli atti del procedimento è allegata una lettera inviata nel 1988 da Koch al Comitato di giustizia della Camera, l’ufficio che sovrintende al Dipartimento di giustizia e all’Fbi.

Con la missiva Koch accusa Ledeen di essere una spia di Israele e chiede al Comitato di indagare sul suo conto spiegando di aver scoperto che Ledeen gli ha mentito e tentato “con insistenze di acquisire informazioni classificate per le quali non ha legittimo diritto”. Koch inoltre specifica che in più casi Ledeen gli chiese copia di atti “altamente segreti della Cia”. In particolare documenti relativi a spie israeliane. “Qualcuno gli ha detto cosa rubare”, ha scritto Koch ricordando di aver chiesto più volte a l’Fbi di indagare su Ledeen ma che “l’alto funzionario Oliver Revell” a cui si rivolgeva “ha sempre respinto le richieste”. La lettera ha fatto avviare le indagini: Revell era amico di Ledeen, per questo respingeva le richieste di Koch.

Nonostante questi trascorsi la “spia d’Israele” riappare nei Palazzi della sicurezza americana. È Feith ad assumerlo come consulente nel suo Ufficio Piani Speciali. Un incarico che gli viene attribuito nel 2001, dopo l’11 settembre. Tra le prima cose di cui si occupa è organizzare un incontro a Roma con alcuni dissidenti iraniani e due dipendenti di Feith: Rhode, neoconservatore e tra gli architetti della guerra in Iraq, e Franklin, ritenuto una spia israeliana.

Durante il processo a suo carico, Franklin ha indicato tra i suoi referenti anche Gilon che tornò discretamente a Tel Aviv dove, dal 2009, è stato capo gabinetto del Ministro degli Esteri, poi vicedirettore per gli Affari dell’Europa occidentale presso gli Affari Esteri. Infine, da febbraio 2012, è a Roma come ambasciatore d’Israele.

Contattato dal Fatto Quotidiano per avere informazioni sul suo coinvolgimento nell’inchiesta, nonché per sapere quali siano oggi i suoi rapporti con Ledeen e Carrai, l’ambasciatore ha preferito non rispondere e ha affidato al suo braccio destro, Amit Zarouk, questa mail: “L’intera inchiesta (giornalistica, ndr) si basa su frammenti di informazione e su una distorta interpretazione di fatti non corretti. È tutto parte di una teoria del complotto che non merita alcuna seria considerazione”. I tentativi compiuti per contattare Ledeen si protraggono senza alcun esito da oltre un mese.

L’inchiesta Aipac ha creato una crisi tra Usa e Israele risolta allontanando da Washington quanti erano sospettati di avere legami con uomini dei servizi di Tel Aviv. Un’operazione di pulizia che ha poi portato il giudice della Virginia Thomas Selby Ellis a ridurre la pena a Franklin prima a otto anni per la sua collaborazione e poi a otto mesi di domiciliari e 100 ore di servizio alla comunità. Servizio, ha detto Ellis, che deve consistere nel “parlare ai giovani dell’importanza per i funzionari pubblici di rispettare la legge del proprio Stato”. Questo accade a Washington. E a Roma?

thanks to: Il Fatto Quotidiano del 23 aprile 2016

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini

Marinella Correggia

Palmyra. L’Occidente ha armato la mano degli assassini
(Foto di Università di Milano)

 

Ipocrisia del Pd e di tutti gli altri sostenitori di guerre

Dopo l’ennesimo indicibile orrore, l’esecuzione a Palmyra dell’82enne archeologo siriano Khaled al Asaad, per mano dei terroristi del sedicente Stato islamico, in Occidente è una corsa da parte di tutti – governi, giornalisti, politici – a fregiarsi della sua memoria.  Strumentalizzando la sua morte. Ad esempio il martire sarà commemorato alle feste del Pd, ha comunicato il premier Renzi.

Peccato che molte delle organizzazioni e persone che ora si dichiarano commosse e indignate, in testa a tutti il Pd, da anni sostengano in vario modo la guerra in Siria e nel 2011 abbiano appoggiato la guerra Nato in Libia. A questi smemorati va ricordato quanto segue:

–          Il sedicente Stato islamico (nato in Iraq dopo il 2003 grazie alla guerra di Bush) è cresciuto perché in Libia la Nato (Italia compresa) è stata la forza aerea delle milizie terroriste e razziste che hanno distrutto il paese e poi sono dilagate in Africa subsahariana e in Siria;

–          In Siria lo Stato islamico è cresciuto (espandendosi dal 2014 anche in Iraq) con l’arrivo di combattenti stranieri grazie al flusso di aiuti materiali e all’appoggio politico dei paesi della Nato e delle petro-monarchie del Golfo, uniti nel cosiddetto gruppo di “Amici della Siria” (ora “Gruppo di Londra”), a vantaggio dei vari gruppi armati di opposizione. Questo ha alimentato – anche a colpi di propaganda e menzogne – una guerra che ha ucciso la Siria. E ha boicottato la pace.

–          Eppure già dal 2012, come dimostrano documenti Usa desecretati e come tutti sapevano, l’opposizione armata era dominata da gruppi che miravano alla formazione di un califfato in Siria.

–          Gli aiuti Nato/Golfo all’opposizione armata sono aiuti a gruppi estremisti, perché sono evidenti le porte girevoli fra le diverse formazioni, che sul campo o si alleano o cedono armi e uomini ai più forti. Il cosiddetto Esercito siriano libero è un guscio vuoto.

–          L’appoggio a estremisti presenti o futuri continua: Usa e Turchia sono impegnati nel programma di addestramento e fornitura militare alla “Nuova forza siriana” (i cui adepti poi rifiutano di combattere contro l’Isis o si arrendono ad Al Nusra); Arabia saudita e Qatar continuano nell’appoggio finanziario perché la guerra vada avanti.

–          L’Italia sta zitta. Pochi giorni fa il ministro  Gentiloni ha accolto l’omologo saudita, impegnato anche a distruggere lo Yemen con la connivenza internazionale

thanks to: Pressenza

Unioni gay, la corte europea dei diritti umani condanna l’Italia ingiustamente.

Renzi: Quando ho visto Bibi è stato amore a prima vista. Sarà per quel nome così evocativo, B.B., che mi ricorda antiche passioni, sarà la faccia da nazista sempre pronto a bombardare qualcuno, sarà quell’odore…

… di bambini morti, bruciati dal fosforo bianco…

…ma io per lui farei pazzie!

Netanyahu: Come t’incula Renzi nemmeno John Holmes!

Renzi, “sterile e stupido” non è il boicottaggio di Israele, ma non far rispettare il diritto internazionale

Nel corso della sua visita in Israele, Matteo Renzi ha pronunciato un discorso alla Knesset in cui ha enfatizzato il legame e l’amicizia tra Italia e Israele e ha garantito che “l’Italia sarà sempre in prima linea contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”.  Renzi così dimostra di non conoscere affatto il movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), movimento lanciato nel luglio 2005 da una ampia coalizione della società civile palestinese, come risposta necessaria e morale per fermare le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, laddove le istituzioni hanno fallito.[1]

Da decenni Israele porta avanti, nell’impunità più assoluta, politiche di occupazione e di colonizzazione, appropriandosi di terre e risorse palestinesi, costruendo le colonie e il Muro dell’Apartheid, varando leggi che discriminano i palestinesi cittadini di Israele e costringendo metà della popolazione palestinese a vivere come profughi o in esilio.[2] A un anno dall’inizio dell’operazione “Margine Protettivo”, la terza operazione militare di bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza in 5 anni, che ha causato la morte di oltre 2.200 persone, la stragrande maggioranza civili e un quarto delle quali bambini, Israele continua a impedire la ricostruzione di circa 18.000 abitazioni distrutte, attraverso un blocco illegale che dura da 8 anni.[3]

La campagna BDS serve per rompere lo status quo in cui Israele continua a violare i diritti con totale impunità, grazie all’inazione degli Stati e delle istituzioni, e le imprese, anche italiane, continuano a trarre profitti da questo contesto di illegalità.[4]

In questi dieci anni, il movimento BDS è cresciuto in maniera costante, incassando sempre più consensi e successi. Aderiscono sindacati, movimenti, chiese, ONG, artisti e intellettuali, tra cui Ken Loach, Naomi Klein, Roger Waters dei Pink Floyd e l’arcivescovo sudafricano e Premio Nobel Desmond Tutu. Grazie al lavoro della società civile in tutto il mondo, aziende, banche e fondi pensioni hanno disinvestito dall’economia israeliana e dalle imprese complici e consumatori rifiutano di acquistare i prodotti israeliani.[5]

Il boicottaggio è un riconosciuto e legittimo mezzo nonviolento per esercitare pressione e ritirare il proprio sostegno da sistemi di ingiustizia, come è stato nella lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Ora più che mai, in Italia va rafforzata la campagna BDS in modo da porre fine alle complicità delle istituzioni e delle imprese italiane.

“Sterile e stupido” è continuare a ignorare le violazioni di Israele invece di prendere misure concrete per far rispettare i diritti umani, il diritto internazionale umanitario e le risoluzioni ONU e sostenere la richiesta di libertà, giustizia e uguaglianza delle e dei palestinesi.

BDS Italia
www.bdsitalia.org
bdsitalia@gmail.com

BDS Italia è un movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, costituito da associazioni e gruppi in tutta Italia che hanno aderito all’appello della società civile palestinese del 2005 e promuovono campagne e iniziative BDS a livello nazionale e locale.

Note:

[1]L’appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS)
http://www.bdsmovement.net/call
Aderenti in Italia: http://bdsitalia.org/index.php/campagna-bds/77-appello-bds

[2] The Discriminatory Laws Database
http://www.adalah.org/en/content/view/7771
Palestinian refugee numbers/whereabouts
http://www.irinnews.org/report/89571/middle-east-palestinian-refugee-numbers-whereabouts

[3] Fragmented lives Humanitarian Overview 2014
http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/annual_humanitarian_overview_2014_english_final.pdf
Gaza. Nessuna delle abitazioni distrutte è stata ricostruita
http://nena-news.it/gaza-nessuna-delle-abitazioni-distrutte-e-stata-ricostruita/
The Gaza Strip: The Humanitarian Impact of the Blockade
http://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_gaza_blockade_factsheet_july_2015_english.pdf

[4] L’Acea SpA ha firmato un accordo con la Mekorot, società idrica nazionale di Israele che sottrae, rubandola, acqua dalle falde palestinesi e la convoglia alle colonie israeliane illegali.
http://bdsitalia.org/index.php/campagne/no-mekorot
L’Impresa Pizzarotti SpA sta costruendo la TAV israeliana che collegherà Tel Aviv e Gerusalemme attraversando la Cisgiordania occupata, con la confisca di terre palestinesi, per realizzare un mezzo di trasporto che sarà riservato a soli israeliani.
http://bdsitalia.org/index.php/campagne/stop-that-train
L’Alenia Aermacchi ha venduto 30 caccia-addestratori M-346 a Israele.
http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2014/07/caccia-made-in-italy-per-i-raid.html
A gennaio di quest’anno, gli stessi piloti israeliani che hanno raso al suolo interi quartieri a Gaza l’estate scorso hanno cominciato ad addestrarsi con i velivoli “Made in Italy”.
http://www.iaf.org.il/4417-43780-en/IAF.aspx

[5] I principali successi del movimento BDS
http://www.bdsmovement.net/successes/

thanks to: BDS Italia

Matteo Renzi l’antisemita

Il Presidente del Consiglio italiano è stato in visita per due giorni in Israele, con un breve passaggio a Betlemme. Nei suoi discorsi tanti slogan e non poche banalità.

Matteo Renzi alla Knesset

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 23 luglio 2015, Nena NewsMatteo Renzi si proclama l’artefice della ripresa dell’Italia, il capo del governo che ha rilanciato il nostro Paese, anche in politica estera. Al contrario con il suo primo viaggio ufficiale in Israele, ieri e martedì, con una breve parentesi a Betlemme dove ha incontrato il leader dell’Anp Abu Mazen, il Presidente del Consiglio ha confermato che dell’Italia lui rappresenta l’inconsistenza nelle questioni che contano. Il primo ministro di un Paese che è parte del G8, punto sul quale insiste proprio Renzi, non può limitarsi a ripetere slogan e ovvietà quando si confronta con una delle crisi centrali del nostro tempo, quella israelo-palestinese. Una questione che chiama in causa la legge internazionale, le Convenzioni di Ginevra, il ruolo delle Nazioni Unite e della Corte penale internazionale, che condiziona la politica estera di Paesi arabi ed occidentali e che continua a generare attivismo e passioni in tutto il mondo. E’ in queste occasioni che un protagonista della scena internazionale si dimostra tale. Matteo Renzi ha confermato di non esserlo.

Si sa dove da sempre batte il cuore del Presidente del Consiglio. E lo ha confermato lui stesso ieri a Gerusalemme con il discorso che ha pronunciato davanti alla Knesset, presente il premier Netanyahu. Trenta minuti di esaltazione acritica di Israele, di dichiarazioni d’amore eterno condite da storie personali che da un lato hanno suscitato l’applauso di deputati, ministri e del folto pubblico presente ma dall’altro devono essere apparse troppo enfatiche agli stessi dirigenti e parlamentari israeliani. «Voi avete il dovere di esistere e di resistere e di tramandare ai vostri figli, come ai miei tre figli – Francesco, Emanuele ed Ester – perché siete un punto di riferimento anche se a volte possiamo avere dei dissensi», ha detto ad un certo punto Matteo Renzi. Martedì aveva proclamato che «Israele è il paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il paese del nostro futuro».

Nessuno vieta a Renzi di esprimere la sua ammirazione per Israele e di banalizzare la storia. Ma il Presidente del Consiglio italiano è anche il rappresentante del terzo Paese dell’Ue e non può riassumere “tutto il resto” in quattro parole: «La pace sarà possibile solo con due Stati e due popoli e solo se sarà garantita piena sicurezza di tutti: il diritto dello Stato palestinese all’autodeterminazione e quello dello Stato ebraico alla propria sicurezza». Non può limitarsi a pronunciare frasi ad effetto, per compiacere Netanyahu e i suoi ministri, come «Chi pensa di boicottare Israele non si rende conto di boicottare se stesso, di tradire il proprio futuro. l’Italia sarà sempre in prima linea nel forum europeo e internazionale contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido». Perchè dall’altra parte del Muro costruito da Israele in Cisgiordania e che Renzi ha certamente visto mentre si recava a Betlemme – Silvio Berlusconi riuscì addirittura a non scorgerlo – ci sono quasi tre milioni di palestinesi che reclamano libertà, fine dell’oppressione e dell’occupazione militare israeliana. E ci sono inoltre due milioni di palestinesi di Gaza che vivono in una prigione a cielo aperto che possono aprire e chiudere solo Israele e l’Egitto di Abdel Fattah al Sisi, quello figlio del golpe, delle centinaia di condanne a morte, degli attivisti anti Mubarak sbattuti in galera, della libertà di stampa negata, del quale il Presidente del Consiglio si è detto un sostenitore e uno stretto alleato. E non si possono dimenticare i cinque milioni di profughi palestinesi sparsi nei campi profughi di Libano, Siria e Giordania.

Renzi e il presidente palestinese Abu Mazen

Renzi, davanti alla Knesset, non ha mai pronunciato la parola occupazione, non ha fatto riferimento alle risoluzioni internazionali, ha evitato accuratamente di affrontare la questione della colonizzazione dei territori occupati, ha ricordato solo le sofferenze israeliane per il razzi palestinesi di un anno fa dimenticando i 2.200 palestinesi uccisi, tra i quali centinaia di bambini, e le distruzioni immense subite da Gaza sotto bombardamento israeliano per 50 giorni.

Chi proclama di voler fare grande l’Italia non può chiudere nello scantinato i palestinesi e i loro diritti, come ha fatto il primo ministro italiano ieri durante il breve passaggio per il palazzo presidenziale a Betlemme. Durante la conferenza stampa (non aperta alle domande dei giornalisti) il presidente palestinese ha denunciato la colonizzazione. «La continua costruzione di colonie da parte di Israele fa perdere speranza al popolo palestinese che attende la sua patria da circa 70 anni», ha detto, aggiungendo subito dopo «ma le nostre mani sono tese per la pace verso i nostri vicini israeliani sulla base delle risoluzioni internazionali». Renzi è rimasto impassibile. Poi, come se Abu Mazen non avesse mai aperto bocca, ha esortato il leader palestinese a «lottare contro il terrorismo», promettendo l’assistenza dell’Italia all’economia e lo sviluppo dei territori palestinesi. Pane non libertà.

thanks to: Nena News

Figli minori

Mentre Renzi parlando alla Knesset si è rivolto al popolo israeliano: «Voi non avete solo il diritto di esistere ma anche il dovere di esistere e di resistere e di tramandare ai vostri figli, come ai miei tre figli – Francesco, Emanuele ed Ester». Corriere della Sera 22 luglio 2015.

I soldati israeliani uccidono un padre mentre tenta di soccorrere il figlio ferito

340736CHebron-Ma’an e PIC. Giovedì mattina 23 luglio, le forze israeliane hanno sparato, uccidendolo, a un uomo di 53 anni, Falah Hammad Abu Maria, e ai suoi figli, Muhammad e Ahmad, dopo aver invaso la loro abitazione a Beit Ummar, nel nord di Hebron.

Testimoni hanno riferito a Ma’an che le forze israeliane hanno invaso la casa di Falah e hanno sparato a suo figlio Muhammad, 22 anni, due proiettili nella regione pelvica. Quando Falah ha cercato di aiutare il figlio ferito, i soldati gli hanno sparato due volte al petto, secondo quanto hanno riferito testimoni.

Il portavoce del comitato popolare locale, Muhammad Ayyad Awad, ha dichiarato a Ma’an che forze israeliane e unità sotto copertura hanno assaltato la casa di Falah all’alba di giovedì e hanno aperto il fuoco ferendo Muhammad Abu Maria nella regione pelvica. Muhammad Abu Maria è stato sottoposto a intervento chirurgico ed è in condizioni stabili. Awad ha aggiunto che Falah è stato ferito gravemente da due proiettili al petto quando ha tentato di aiutare il figlio.

Falah è stato portato all’ospedale al-Ahli di Hebron e dichiarato morto poco dopo. 

L’altro figlio di Falah, Ahmad, 25 anni, è stato ferito da una scheggia di proiettile al petto e portato all’ospedale al-Ahli, in condizioni definite stabili.

Un portavoce israeliano ha affermato che l’incidente ha avuto luogo durante un’operazione di arresti avvenuta nella notte e che è scoppiata una protesta “violenta” contro le forze israeliane. Un soldato israeliano sarebbe stato ferito dal lancio di una pietra. Le forze israeliane hanno risposto sparando proiettili veri.

L’aggressione israeliana è culminata con l’arresto dell’ex prigioniero liberato Hamad Ahmad Abu Maria, 23 anni.

thanks to: Infopal

Matteo Renzi ad Auschwitz: “Auschwitz è il Paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il Paese del nostro futuro”.

MATTEO RENZI IN ISRAELE

TEL AVIV\ aise\ –Israele è il Paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il Paese del nostro futuro”. Così Matteo Renzi durante la sua prima visita ufficiale a Tel Aviv parlando all’Università. Renzi ha assicurato che i legami tra Italia e Israele “sono molto forti, in particolare in politica estera”, quasi a sdrammatizzare la contrarietà di Israele al recente accordo sul nucleare siglato a Vienna tra Europa e Iran.
Un disaccordo ed una preoccupazione ribaditi da più parti ieri al presidente italiano.
“Siamo molto preoccupati e stiamo facendo di tutto” per convincere gli altri che l’Iran rappresenta ancora una minaccia, ha spiegato il presidente israeliano Reuven Rivlin nell’incontro con Renzi a Gerusalemme.
“L’accordo con l’Iran rappresenta una grande minaccia per Israele, l’Europa e tutto il mondo e metterà Teheran in condizione di avere a disposizione decine di armi atomiche entro 10 anni”. Così il premier israeliano Benyamin Netanyahu, dopo l’incontro con Renzi. In conferenza stampa Netanyahu ha parlato di un “cattivo accordo” e di un “errore storico” ed ha ammonito: “in 10 anni l’Iran sarà in grado di dotarsi di un’arsenale nucleare. In questo lasso di tempo l’intesa permette al regime di Teheran di costruire quante centrifughe vuole, per arricchire in modo illimitata le scorte di uranio. L’Iran potrà allora balzare verso decine di ordigni nucleari in un tempo zero”. Allo stesso tempo, ha aggiunto, “l’accordo garantirà nell’immediato all’Iran centinaia di migliaia di dollari che saranno diretti verso la sua aggressività nella regione e al terrorismo che dissemina in tutto il mondo”. Questo significa “altri fondi per i Guardiani della Rivoluzione, per le Forze Quds, per gli Hetzbollah, per Hamas, per la Jihad islamica, per il terrorismo che l’Iran appoggia in Libia, per le milizie sciite in Iraq e gli Huti in Yemen”.
Italia e Israele hanno posizioni “diverse” riguardo all’accordo sull’Iran, ha ammesso Renzi, precisando che l’Italia sostiene questo compromesso, ma ritiene che la sicurezza di Israele sia un dovere e un diritto. “La sicurezza di Israele è la sicurezza dell’Europa e anche la mia: abbiamo un destino comune da condividere”, ha osservato.
Renzi non ha però raccolto solo moniti in Israele. Rivlin, che già l’allora sindaco di Firenze accolse come presidente della Knesset, ha parlato del presidente italiano come “uno dei leader della nuova generazione, del futuro”, mentre Netanyahu, che ha accolto Renzi nella sua residenza di Gerusalemme con un “Buonasera Matteo” in italiano, ha detto che l’amicizia tra Italia e Israele “è forte e possiamo renderla ancora più forte. C’è una cooperazione di successo”. Il premier israeliano ha riconosciuto la “forte opposizione italiana all’antisemitismo” ed ha ribadito che “Italia e Israele hanno relazioni speciali” ed antiche. Un’amicizia, ha aggiunto, che “spero diventi sempre più solida in molti campi, dalla difesa all’economia, dalla ciber-security al commercio: le nostre relazioni possono crescere ancora di livello. L’Italia è nostro partner e nostro amico”.
Nel corso della giornata di ieri Renzi è inoltre intervenuto all’Università di Tel Aviv ed al Museo dell’olocausto, lo Yad Vashem, dove brucia la fiamma che ricorda 6 milioni di vittime della Shoah.

“Abbiamo la responsabilità del ricordo e dell’impegno quotidiano, giorno dopo giorno, contro l’antisemitismo, vera minaccia per la pace”, ha detto Matteo Renzi.

“La Shoah è parte integrante della nostra identità di italiani ed europei”, ha scritto il presidente nel libro dello Yad Vashem. “Mai più! Mai più! Mai più!”.

thanks to: aise

Renzi visita Auschwitz “paese modello per il futuro”.

Il primo leader occidentale a far visita al Paese ebraico dopo l’accordo di Vienna, in serata incontrerà il premier Netayahu. Missione: rassicurare l’alleato.

Il premier Matteo Renzi è il primo leader dell’occidente a visitare Israele dopo l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran.

Giunto in Israele per una visita di due giorni, Renzi in serata incontrerà il primo ministro, Benyamin Netanyahu. Nel pomeriggio il premier italiano sarà a Gerusalemme dove porrà omaggio, con una cerimonia solenne, allo Yad Vashem, il museo della Shoah. La visita proseguirà domani con gli incontri con il leader dell’opposizione israeliana, Isaac Herzog, e il Presidente Rivlin, prima di trasferirsi a Betlemme, dove incontrerà il leader dell’Anp, Abu Mazen.

Intervenendo poche ore fa all’incontro “Italia-Israele innovazione. Dalla conoscenza alla crescita” organizzato dall’Università di Tel Aviv, il premier ha ribadito che l’amicizia tra Italia e Israele “è forte”, ed è “importante per le questioni di politica estera e per le strategie per il futuro”. Per Renzi, “Israele è il paese delle radici di tutto il mondo, ma è anche il Paese del nostro futuro, un modello, una chiave per immaginare una nuova strategia per il futuro”.

Al centro dei colloqui che Renzi avrà con il collega israeliano Benyamin Netanyahu, vi saranno i temi internazionali. In primo luogo, la minaccia dell’estremismo e il fondamentalismo islamico dell’Isis, ma anche l’Iran.

Naor Gilon, ambasciatore israeliano in Italia, sottolinea che “per Israele, l’Iran è come l’Isis” e si dichiara preoccupato perchè l’accordo di Vienna concederebbe all’Iran “uno status nucleare ufficiale” e maggiori risorse economiche per aumentare la sua influenza in altri paesi, “in Libano con gli Hezbollah, in Siria con Assad, nello Yemen con gli Houti”, ma anche il sostegno “ad Hamas a Gaza e all’opposizione in Bahrein”.

thanks to: Sputniknews

Gaza, l’anticamera dell’inferno – #Percessareilfuoco

 

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“La Striscia di Gaza somiglia sempre più all’anticamera dell’inferno. Al buio, senz’acqua, sotto bombardamenti continui, con i cadaveri sotto le macerie e senza nessun posto dove poter fuggire.
Il mondo assiste attonito, i leader dei principali Paesi esprimono sconcerto. A parte ovviamente Renzi, che è andato fino in Egitto a perorare la causa del soldato israeliano catturato e non ha speso neppure una parola per Gaza. Memoria selettiva.
Bisogna fare qualcosa, dicono tutti. Si, ma cosa? Il M5S qualche idea ce l’ha: abbiamo consegnato nelle mani del ministro Mogherini una mozione per chiedere la sospensione temporanea della vendita di armi dall’Italia allo Stato d’Israele.
E oggi chiediamo l’aiuto di tutti affinché i Paesi europei richiamino il proprio ambasciatore a Tel Aviv e sospendano gli accordi economici: collegatevi al sito www.percessareilfuoco.org/, bastano pochi click per inviare la vostra mail e i vostri tweet ai principali leader europei e al Governo italiano, e per condividere l’iniziativa con tutti i vostri amici.
Non dobbiamo sentirci piccoli e impotenti contro una guerra: possiamo far sentire forte la nostra voce, è importante, facciamolo tutti subito!”.
M5S Camera

thanks to: beppegrillo

Matteo Renzi, lo schiavetto d’Israele

“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”

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