Facebook And Israel Officially Announce Collaboration To Censor Social Media Content

By Whitney Webb

Following Facebook’s censorship controversy over a world famous photograph of the Vietnam War, Facebook has agreed to “work together” with Israel’s government to censor content Israeli officials deem to be improper. Facebook officially announced the “cooperative” arrangement after a meeting took place between Israeli government ministers and top Facebook officials on September 11th. The Israeli government’s frenzied push to monitor and censor Facebook content it deems inappropriate follows the viral success of BDS, or Boycott, Divest, Sanctions, a global non-violent movement that works to expose Israeli human rights violations.

The success of BDS has struck a nerve with Israel, leading its government to pass legislation allowing it to spy on and deport foreign activists operating within Israel and Palestine. Israel has also threatened the lives of BDS supporters and has lobbied for legislative measures against BDS around the world. They are now seeking to curtail any further BDS success by directly controlling the content of Facebook users.

However, Facebook’s formal acknowledgement of its relationship with Israel’s government is only the latest step in an accord that has been in the works for months. In June of this year, Facebook’s Israel office hired Jordana Cutler as head of policy and communications. Cutler is a longtime adviser to Netanyahu and, before her recent hire at Facebook, was Chief of Staff at the Israeli embassy in Washington, DC. Facebook may have been intimidated into the arrangement by Gilad Erdan, Israeli Minister of Public Security, Strategic Affairs, and Information, who threatened to enact legislation, in Israel and abroad, that would place responsibility on Facebook for attacks “incited” by its social media content. Erdan has previously said that Facebook “has a responsibility to monitor is platform and remove content.”

In addition, as the Intercept reported in June, Israel actively reviews the content of Palestinian Facebook posts and has even arrested some Palestinians for posts on the social media site. They then forward the requests for censorship to Facebook, who accepts the requests 95% of the time.

How to Disappear Off the Grid Completely (Ad)

idfrevengefbphotoAn Israeli Soldier with “Revenge” written across his chest took to Facebook to incite retaliation against Palestinians after 3 Israeli teenagers were killed. His post was not censored by Facebook and was praised by the Times of Israel.

In what is an obvious and troubling disparity, Facebook posts inciting violence against Palestinians are surprisingly common and Facebook rarely censors these posts. According to Pulitzer Prize-winning journalist, Glenn Greenwald, this disparity underscores “the severe dangers of having our public discourse overtaken, regulated, and controlled by a tiny number of unaccountable teach giants.”

With Facebook arguably functioning as the most dominant force in journalism, its control over the flow of information is significant. The fact that a private company with such enormous influence has partnered with a government to censor its opponents is an undeniable step towards social media fascism. Though social media was once heralded as a revolutionary opportunity to allow regular people to share information globally and to politically organize for grassroots change, allowing governments to censor their opposition threatens to transform it into something else entirely.

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Top Image Credit – http://www.wb7.hk

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Demolire e deportare: bambini a rischio nella Jordan Valley

Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.

La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione.

Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.

Tale violenza, che si configura, tra l’altro, come violazione degli artt. 49 e 53 della IV Convenzione di Ginevra, al momento è sottoposta al vaglio della Corte Suprema Israeliana che si esprimerà fra due giorni, altra aberrazione legale visto che, in mancanza di azioni da parte delle Organizzazione preposte alla tutela del Diritto internazionale ci si affida al tribunale dell’occupante “riconoscendogli” un ruolo super partes!

Bambini e insegnanti hanno anticipato di due settimane l’apertura dell’anno scolastico per presidiare la loro scuola e chiedono attenzione mondiale al loro problema che, se nello specifico è il problema di 178 bambini, in realtà è la violazione di più principi del Diritto universale e ci riguarda tutti.

Per tutto ciò la nostra Associazione si unisce all’appello della Comunità Internazionale a sostegno del diritto allo studio e all’autodeterminazione delle comunità beduine in Palestina e sollecita i media a dare la dovuta attenzione a questo ennesimo caso di violazione della dignità umana per mano di uno Stato, come quello di Israele, ritenuto, con sempre minori ragioni, uno Stato democratico.

Comunicato stampa di www.associazioneoltreilmare.com

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La maestra più brava del mondo in visita a Roma

Di Hanan Al-Hroub e di come abbia vinto il Global Teacher Prize 2016, meglio conosciuto come il Nobel dei docenti, abbiamo già scritto. Era il 13 marzo di quest’anno quando Papa Francesco annunciò il suo nome spiegando che la maestra palestinese aveva meritato il premio “per l’importanza che ha saputo dare al ‘gioco’ come parte fondamentale dell’educazione dei bambini”. Bambini costretti a subire i traumi e le violenze che porta con sé l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Quegli stessi bambini per cui la maestra più brava del mondo ha detto: “Non posso controllare l’ambiente in cui vivono o proteggerli fuori da scuola. Quindi cerco almeno di garantire loro un ambiente felice e sicuro dentro la scuola”.

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Il Palfest che rompe l’assedio culturale

La settimana scorsa in Cisgiordania si è svolta la nona edizione del PalFest, il Festival palestinese della letteratura.

Che non è il Festival della letteratura palestinese (d’altra parte la posizione degli aggettivi a qualcosa servirà, no?), ma un Festival letterario a vocazione locale e internazionale che si svolge nelle città della Palestina storica.

Il Palfest è nato da un’idea di Ahdaf Soueif, scrittrice e attivista anglo-egiziana che da poco è stata ospite in Italia al Salone di Torino. Ed è sempre Soueif che ogni anno conduce i vari ospiti tra le città palestinesi teatri dei vari eventi culturali.

Questa nona edizione ha collezionato il più alto numero di ospiti (ben 31 tra scrittori, musicisti, giornalisti e intellettuali palestinesi e di altre nazionalità, tra cui il Premio Nobel JM Coetzee) che abbiano mai partecipato a quello che è stato definito l’Iron Man dei festival letterari.

Perché Iron Man? Perché è fisicamente stancante e psicologicamente pesante: gli ospiti hanno partecipato ad incontri a Nablus, Ramallah, Betlemme, Gerusalemme e Haifa e hanno attraversato checkpoint israeliani, hanno visitato campi profughi palestinesi, città blindate, sono stati sottoposti a perquisizioni e controlli da parte delle autorità israeliane.

Le foto che seguono sono tratte dall’account Facebook del Festival, per la galleria completa potete cliccare qui.

 

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Da Ramallah a Gerusalemme attraverso il checkpoint di Qalandia

E come è spesso accaduto, ci sono stati problemi legati al visto di alcuni degli ospiti: quest’anno è toccato allo scrittore Ahmed Masoud, nato a Gaza ma residente a Londra (e dotato di passaporto britannico), che si è visto rifiutare l’ingresso dalle autorità israeliane. Nonostante il passaporto britannico, contava di più la sua città di nascita, Gaza. Il passaggio che segue è tratto dal suo blog:

“What does that even mean?” I was genuinely confused

“Go back to Gaza” he carried on

“But I can’t” I bloody can’t, I damn can’t, I truly and honestly can’t.

Israel denied me entry to Palestine yesterday (21 May 2016) mainly because I am from Gaza. That’s it, no other reason what so ever.  No further explanation, no details, they didn’t give a shit even though I was travelling on my British passport. They took me to a room and showed me all my details on a screen, an Israeli soldier came carrying a big gun. I said I wanted to speak to my British Embassy, but they just laughed and said in a thick Arabic accent “Enta Falasteeni khabebi” (You are Palestinian darling).

Il Palfest ha un duplice obiettivo: portare in Palestina ospiti ed eventi legati alla letteratura e alla cultura internazionale per un pubblico che altrimenti avrebbe poche opportunità di conoscere di persona autori e libri della letteratura mondiale e che a causa delle restrizioni ai movimenti tra le stesse città palestinesi difficilmente può accedere ad eventi organizzati anche solo a poche decine di chilometri di distanza (ecco perché è un Festival itinerante). E sensibilizzare gli intellettuali non palestinesi sulle condizioni di vita dei palestinesi. In entrambi i casi si tratta di “rompere un assedio culturale” imposto da Israele ai palestinesi.

Ecco per esempio cosa ha “imparato” JM Coetzee:

Sorgente: Il Palfest che rompe l’assedio culturale

Martina Lauer: un’attivista tedesca per la Palestina in Canada

Qui di seguito la mia intervista con l’attivista e traduttrice pro-palestinese Martina Lauer. Martina Lauer è nata in Germania meridionale e vive in Canada da 20 anni. In Germania ha studiato germanistica e storia presso l’Università di Friburgo in Germania e ha lavorato come insegnante e lettrice in Germania, Inghilterra e Peru. Dal 2008-09, all’indomani dei violenti bombardamenti israeliani contro Gaza, ha iniziato ad impegnarsi nel movimento pro-palestinese. Ha scritto per il sito Itisapartheid, ora Adsfor Apartheid e traduce articoli e testi sulla resistenza palestinese per i siti pro-palestinesi ProMosaik e Palästina Portal. Vorrei ringraziare Martina per le sue risposte così dettagliate ed importanti alle nostre domande. Spero che grazie alle sue parole molte lettrici e molti lettori comprenderanno l’importanza di un impegno attivo e “creativo” a favore del popolo palestinese. Ognuno di noi può e deve impegnarsi a favore della Palestina e dei diritti umani. La critica nei confronti di Israele e l’antisionismo in questo contesto significano un posizionamento chiaro a favore dei diritti umani e a favore dei popoli oppressi e colonizzati anche al di fuori della Palestina occupata.

Sorgente: Pressenza – Martina Lauer: un’attivista tedesca per la Palestina in Canada

Palestine Media Roundup (May 6)

by Palestine Page Co-Editors

[Destroyed settlement on Aug 31 2005. On 1 Sep 2005 the IDF left Gaza Strip as part of Israel's unilateral disengagement plan and all Israeli citizens were evicted from the area: Image from www.shutterstock.com] [Destroyed settlement on Aug 31 2005. On 1 Sep 2005 the IDF left Gaza Strip as part of Israel’s unilateral disengagement plan and all Israeli citizens were evicted from the area: Image from http://www.shutterstock.com]

[This is a roundup of news articles and other materials circulating on Palestine and reflects a wide variety of opinions. It does not reflect the views of the Palestine Page Co-Editors or of Jadaliyya. You may send your own recommendations for inclusion in each roundup to Palestine@jadaliyya.com.]


The Occupation Forces

Israel Demolishes Agricultural Structures in Qalqilia Israeli forces destroyed a Palestinian agricultural structure in the city of Qalqilia.

Dailies Focus on Israeli Soldier’s Fatal Shooting of Palestinian After allegedly trying to run over Israeli soldiers, Ahmad Riyadh Shehadeh was fatally shot by troops. Three major newspapers focused on the story Wednesday.

Hebron Shooter Called to “Kill Everyone In Gaza” While Palestinians are being imprisoned for Facebook posts, IDF soldier Elor Azaria, before being convicted of manslaughter, was never even questioned about his Twitter posts which called for the massacre of Palestinians.

Israeli Forces Attack Palestinian Journalists at World Press Freedom Demo Israeli forces fired stun grenades and tear gas at a sit-in, which left three journalists injured.


Domestic Politics

What Zionism Has Meant for Palestinians This piece traces the history of Zionism and explores what the concept has meant for Palestinians: dispossession, exile and apartheid.

For Most Israelis, Palestinian Lives Don’t Matter After the execution of Maram Salih Hassan Abu and her brother, Ibrahim Salah Taha, very little questions have been asked. The systematic execution and detainment of Palestinians goes by without any large scale Israeli protest or intervention.

Is It Anti-Semitic to Ask Whether Israel Has the Right to Exist? This piece, written by a self-proclaimed Zionist, questions whether or not Israel truly has the right to exist.

The Spirit of Nelson Mandela in Palestine: Is His Real Legacy Being Upheld? In the wake of the statue of Nelson Mandela being erected in Ramallah, it is important to ask if his legacy is being realized.

PM Hamadallah: Netanyahu is More Interested in Building Settlements than a Bridge to Peace Prime Minister Rami Hamdallah has expressed his interest in French-led peace talks between Israel and Palestine, stating that Netanyahu has been more interested in building settlements than peace.


Foreign Policy

China: Palestinians Suffer More than Refugees Chinese Foreign Minister Wang Yi stated that the Palestinian issue is “larger than the refugee tragedy.”

Palestinian Flag Banned from Eurovision Song Contest The Palestinian flag has been banned at the Eurovision Song Contest this year.

Trump: Israel Should Keep Going with West Bank Settlements On Tuesday, Donald Trump stated that Israel should not stop its settlement construction in the West Bank, illegal under international law.

Settlers and Illegal Settlements

Aggressive Settler Attacks Palestinian Schoolboys in Hebron’s Old City Anat Cohen attacked and assaulted schoolboys on their way to school in Hebron.

Israeli to Demolish 9 Homes in Bethlehem Village The village of al-Walajeh outside Bethlehem is scheduled to have nine homes demolished by Israeli forces.

UN: Four-fold Increase in Israeli Demolitions This Year The UN has found that Israeli demolitions have left over eight hundred Palestinians displaced since the start of 2016, a record-high number.


Boycott, Divestment and Sanctions

Facebook Users Urged to Display Their Support for Palestine May 15, Facebook users will be encouraged to change their profile pictures to show commemoration for Nakba Day.

Blaming the Victim in Palestine In the wake of anti-BDS legislation and movements, Palestinians are painted as the aggressors.

Chile Law School Backs Israeli Boycott by Big Margin The law school at the University of Chile have voted to call for the boycott of Israeli institutions.

Alliance of Baptists Rules Out Investing in Israel-Linked Firms The Alliance of Baptists, already having voted to boycott Israel, is now determining whether or not the church has bought any shares in firms that profit from Israeli occupation.

Palestinians Call for Boycott of Genocide Conference in Jerusalem The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel has called for a boycott on this year’s International Network of Genocide Scholars (INoGS) in Jerusalem.

UK Councils Face Anti-Semitism Claim Over Settlements Goods Ban Jewish Human Rights Watch (JHRW) has filed suits against three UK councils, claiming that their bans on settlement goods is anti-Semitic.


Law

Israel Cuts Electricity, Water Supplies to Palestinian Prisoners Nafha Prison has cut electricity and water to its Palestinian inmates, according to the PLO’s Commission of Prisoners and Released Prisoners’ Affairs.

Palestinian Journalist to Spend Four More Months in Israeli Detention Omar Nazzal, being held on classified charges, will be held in Israeli prison for four more months.

UN to Hold Meeting on the Protection of Palestinian Civilians A UN meeting will be held on May 6th to discuss how to protect Palestinian civilians from ongoing violence.

Hunger-Striking Palestinian Prisoner has Begun Refusing Water Sami Janazreh, on hunger strike for over 60 days, has now begun refusing water in protest of his administrative detention.

Israeli Who Burned Alive Teenager Abu Khdeir Gets Life Sentence Yosef Haim Ben-David, who killed 16-year-old Mohammad Abu Khdeir, was given a life sentence plus twenty years for his crimes.

PMO: Freedom of Expression is Ground for Arrest Under Israeli Pretext of Incitement The Prime Minister’s office has released a statement in which they believe Israel is targeting Palestinians’ rights of freedom of expression.


Economy and Development

EU Provides 15 Million Euros to PA Amid Ongoing Financial Woes The EU is contributing fifteen million euros to the PA to assist its ongoing debt.

UN Agency Says Israeli Ban on Cement Preventing Reconstruction in Gaza Israel has banned the import of cement into the Gaza Strip, which prevents the reconstruction of Gaza after the 2014 offensive.

Gaza’s Only Orphanage Struggles Against Odds The Al-Amal Institute for Orphans in Gaza City, started in 1949, is now the only orphanage in all of Gaza.

thanks to: Jadaliyya

Il dibattito politico e culturale negli Usa sulla Palestina

ANALISI. Rashid Khalidi delinea i tre tratti principali che hanno caratterizzato le scelte politiche statunitensi dal conflitto del 1948: la compiacenza dei leader arabi che hanno bisogno del sostegno statunitense contro la loro stessa gente; la premura presidenziale per l’elettorato nazionale; il disinteresse per la causa palestinese

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L’Onu approva quattro risoluzioni sostenute dai palestinesi in una vittoria storica – Palestinians welcome UN call for settlement database

unnamed (1)Betlemme – Ma’an. In una vittoria storica per la leadership palestinese, giovedì il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani il ha approvato quattro risoluzioni riguardanti il ​​territorio palestinese occupato, una delle quali sarà redigere una “lista nera” delle compagnie che fanno affari negli insediamenti illegali israeliani.

Il Dipartimento degli Affari di negoziazione dell’Olp ha riferito che, in aggiunta alla risoluzione riguardante gli insediamenti – che è passata con 32 a 0 –, un’altra è stata adottata per il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione.

Una risoluzione basata sui diritti umani dei palestinesi è stata approvata dal Consiglio e si rivolge alle demolizioni delle case, alle violazioni dei luoghi sacri e alle esecuzioni extragiudiziarie eseguite dalle forze israeliane.

È stata approvata un’altra risoluzione per la promulgazione di sistemi investigativi adeguati per garantire la responsabilità per le violazioni compiute da Israele nei terrori palestinesi occupati.

La risoluzione proposta dalla leadership palestinese che obbliga il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a formare un database di tutte le parti che svolgono affari nelle aree sotto l’occupazione militare israeliana ha subito l’opposizione maggiore dagli USA e dall’Unione Europea prima del voto di giovedì, secondo i report del Guardian.

A quanto riferito, i leader occidentali hanno avvertito che sostenere la risoluzione potrebbe andare a scapito degli aiuti concessi all’Autorità palestinese.

La risoluzione riecheggia una recente decisione dell’Unione Europea di etichettare i prodotti realizzati negli insediamenti illegali israeliana, una vittoria per il movimento BDS che tenta di utilizzare il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele per porre fine alla decennale occupazione.

Traduzione di F.G.

Israeli security forces check the IDs of Palestinians at the entrance of the village of Nahalin (AFP)

Israeli security forces check the IDs of Palestinians at the entrance of the village of Nahalin (AFP)

The Palestinian government has hailed the decision by the United Nations to establish a database of companies working in Israeli settlements, a ruling that Israel called an “absurdity”.

The United Nations Human Rights Council (UNHRC) on Thursday adopted four motions on the Palestinian territories, including one calling for the establishment of a list of companies operating from settlements in the Israeli-occupied West Bank.

Israel has long accused the body of unfairly singling it out.

Ibrahim Khreisheh, Palestinian envoy to the UNHRC, called the vote a “message of hope for our people”.

“Israel continues to systematically violate the inalienable rights of the Palestinians while enjoying impunity from the international community,” he added.

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu labelled UNHRC an “anti-Israel circus” which “attacks the only democracy in the Middle East and ignores the gross violations of Iran, Syria and North Korea.”

UNHRC has also confirmed Canadian Stanley Michael Lynk as its new investigator on the situation of human rights in the Palestinian territories after his predecessor resigned, citing Israel’s continued refusal to grant him access.

Israel occupied the West Bank in the 1967 Six Day War, in a move considered illegal under international law. Around 400,000 Israeli settlers now live alongside around 2.5 million Palestinians there.

Since the beginning of 2016, over 450 Palestinian homes and other structures in the West Bank have been destroyed by Israeli forces.

Friday 25 March 2016

thanks to: Infopal

Middle East Eye

“La pulizia etnica della Palestina”

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

Palestinese vince premio per l’insegnamento da un milione di dollari.

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L’immagine mostra Hanan Al Hroub che insegna ai bambini rifugiati

By Sean Coughlan, 13 marzo 2016

 

Un’ insegnante palestinese ha vinto un milione di dollari in un premio internazionale per l’insegnamento. Il riconoscimento è stato annunciato da Papa Francesco in un video.

Hanan Al Hroub è cresciuta in un campo per rifugiati palestinesi e adesso insegna a questi stessi rifugiati. È specializzata nel supporto ai bambini traumatizzati dalla violenza.

La vincitrice è stata annunciata durante una cerimonia di premiazione a Dubai, con un videomessaggio di congratulazioni mandato dal principe William.

Il Papa Francesco ha mandato a sua volta un messaggio in cui ha sostenuto che questi insegnanti sono ” i costruttori della pace e dell’unità”.

La signora Al Hroub ha poi detto agli spettatori che “gli insegnanti sono capaci di cambiare il mondo.” e il principe William ha citato “l’incredibile responsabilità” degli insegnanti.

C’è stato anche un finalista britannico, Colin Hegarty, un professore di matematica da Londra che ha creato un sito internet interattivo con lezioni di matematica online.

I finalisti del Global Teacher Prize comprendono insegnanti da India, Kenya, Finlandia e dagli Stati Uniti.

Creato dalla Varkey Foundation, la sezione filantropica della società scolastica internazionale GEM, il premio e la cerimonia in stile Oscar hanno lo scopo di innalzare lo status della professione educativa.
Il pubblico dell’evento includeva anche stars di Hollywood come Salma Hayek e Matthew McConaughey e personalità politiche, tra le quali l’ex primo ministro britannico, Tony Blair, ed il vicepresidente degli Emirati Arabi, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum.

I primi 10 finalisti sono stati invitati sul palco da un videomessaggio del fisico Stephen Hawking ed hanno ricevuto le congratulazioni in un videomessaggio dal vicepresidente statunitense, Joe Biden, e dall’ex presidente americano, Bill Clinton.

Gli altri finalisti erano:

•Maarit Rossi, dalla Finlandia, che ha sviluppato un proprio metodo per insegnare la matematica. La Finlandia ha alcuni dei migliori risultati mondiali nei test internazionali ma le scolaresche della signora Rossi ricevono risultati di alto livello persino se comparati agli standard finlandesi.

•Aqeela Asifi, arrivata in Pakistan come rifugiata dall’Afghanistan. Insegna alle bambine rifugiate nelle scuole che ha essa stessa creato.

•Ayub Mohamud, insegnante di economia dal Kenya, è arrivato in finale grazie ad un progetto ideato per evitare l’estremismo violento e la radicalizzazione.

•Robin Chaurasiya da Mumbai, in India. Ha fondato un’organizzazione per educare e supportare le adolescenti dei quartieri a luci rosse della città.

•Richard Johnson, un insegnante di scienze da Perth in Australia, che ha ideato un laboratorio di scienze per bambini delle scuole elementari.

•Michael Soskil dalla Pennsylvania, negli Stati Uniti, già vincitore del Premio Presidenziale per l’Eccellenza nell’Insegnamento della Matematica e delle Scienze. È stato in grado di motivare i suoi alunni mettendoli in collegamento con progetti provenienti da tutto il mondo.

•Kazuya Takahashi, dal Giappone, ha sviluppato sistemi innovativi per insegnare le scienze ed incoraggiare alla cittadinanza globale.

•Joe Fatheree, dall’Illinois negli Stati Uniti, è stato un pioniere nell’insegnare progetti attraverso l’uso di stampanti tridimensionali, della tecnologia dei droni e usando videogiochi come Minecraft.

Sunny Varkey, fondatore della Varkey Foundation, ha spiegato alla conferenza educativa internazionale che il premio è stato ideato per aumentare il riconoscimento pubblico dell’importanza della figura dell’insegnante.

“La mia speranza è che i bambini di tutto il mondo guardino la cerimonia di domenica e pensino a ciò che gli insegnanti fanno per loro.” ha detto Varkey.

thanks to: trad. L. Pal – Invictapalestina

BBC

“Abbiamo sprecato 40 anni parlando di niente, facendo niente.” Pappé demolisce il processo di pace.

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Medio Oriente, Philip Weiss, 4 Marzo 2016

La notte scorsa Ilan Pappé ha tenuto una brillante conferenza sulla crudele illusione di processo di pace in una sala della New York University stipata con circa 200 persone di ogni età.

Questo pomeriggio parlerà alla Columbia e, se siete nei paraggi, ci dovreste andare. Non riesco a pensare ad una più convincente spiegazione degli schemi politici del conflitto in questo momento. Qualcuno potrebbe discostarsi da parti delle tesi di Pappé ma la sua analisi del supporto del processo di pace fino alla colonizzazione predatoria è indiscutibile. Ed il suo discorso era illuminato dall’empatia verso gli israeliani; quindi questo non è un programma di violenza ma di pacifica trasformazione.

Cosa ha detto il professore anglo-israeliano?

Per decenni gli intellettuali hanno provato ed hanno fallito nello spiegare il conflitto come un progetto coloniale. Attualmente questo paradigma va di moda negli ambienti accademici, è acuto e potente ed aiuta a spiegare la rilevanza della Palestina per il Medio Oriente a tutto il mondo.

L’analisi del processo di colonizzazione prende il posto dell’analisi della situazione di Israele e Palestina come conflitto egemonico tra due movimenti nazionali, un problema di “affari” più che un problema “umano”.

In quest’ottica, i negoziatori potrebbero gestire il conflitto e presupporre di offrire una congrua divisione dell’immobile, squilibrata da un lato perché è quello più forte, ma il risultato di questo modello fallito è quello che possiamo osservare nella mappa della Palestina che va rimpicciolendosi, riducendosi a poco più di briciole per la popolazione indigena.
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Il modello coloniale è accurato perché cattura lo spirito del sionismo dal 1882 ad oggi: il progetto di colonizzare una terra e fare i conti con una popolazione indigena attraverso un processo di “eliminazione e deumanizzazione”.
Come i colonizzatori del Nord America, i colonizzatori sionisti stavano spesso scappando dalla discriminazione in Europa. “Se ne sono andati perché erano perseguitati, perché non si sentivano al sicuro, infatti erano sotto una minaccia reale e stavano cercando un porto sicuro .”- ha detto Pappé -“Hanno lasciato il continente con un biglietto di sola andata e la consapevolezza che non sarebbero tornati indietro.”

I fondatori non si sono fatti illusioni su quello che stavano per fare. Pappé ha raccontato che i piani per la pulizia etnica della Palestina hanno origine dall’inizio del 1940, quando i funzionari sionisti compilarono la lista dei villaggi palestinesi e delle loro popolazioni.

La cosa stupefacente del progetto sionista era che la Seconda Guerra Mondiale aveva inteso segnare la fine del colonialismo, ma in Palestina il colonialismo subì una promozione.
Gli ufficiali americani sul territorio pressarono per il ritorno dei profughi del 1948 (come ci fu riferito) ed oltre, ma la Casa Bianca ripiegò.
Il Dipartimento di Stato ed i funzionari ed emissari della CIA di Harry Truman dissero che non importava il modo in cui i rifugiati erano andati via (qui Pappé accredita quanto raccontato da Irene Gendzier); avevano il diritto di tornare, ma la Casa Bianca adottò le motivazioni israeliane. Così, la politica di garantire ai rifugiati il loro diritto al ritorno, un diritto onorato di routine in Europa, venne nullificato in Israele e Palestina.

Mentre il messaggio che veniva non solo dagli Stati Uniti ma anche dalle comunità internazionali era che in qualunque altro posto il colonialismo apparteneva al passato, il genocidio, l’eliminazione di popolazioni, il prendere possesso della terra altrui con la forza, erano qualcosa che apparteneva al periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale e non a quello successivo (questo è il periodo della decolonizzazione, questo è il periodo in cui, almeno dal punto di vista etico, questo modo di fare non faceva parte del discorso normativo), ciò nonostante quanto recepito da israele è che non fosse inclusa nel discorso.
E molti grandi filosofi della morale a quei tempi, negli anni ’50 e ’60, avrebbero potuto fare l’impossibile, quello che altri stanno facendo oggi. Puoi adottare principi universali in ogni posto del mondo, ma non in Israele. Nessuno spiega questo eccezionalismo. Nessuno costruisce alcuna infrastruttura logica per questo eccezionalismo. Questo eccezionalismo è considerato dovuto.

E l’eccezionalismo ha fatto un ottimo lavoro per Israele. La pulizia etnica di circa 500 villaggi nel 1948 fu seguita dalla pulizia etnica di 36 villaggi all’interno di Israele tra il 1948 ed il 1956 e la creazione della Striscia di Gaza come campo di rifugiati per palestinesi espulsi. Dall’inizio degli anni ’60 in poi, una lobby di generali e politici israeliani ha avanzato la richiesta che Israele potesse colonizzare anche la West Bank. David Ben-Gurion si mise di traverso ma nel 1964 fu espulso dal governo e la lobby accrebbe il suo potere. Nel 1967 conquistarono la West Bank.

E virtualmente dal 1967 Israele iniziò un discorso di pace che ha abbindolato il mondo. Questo è stato l’elemento più disturbante del discorso di Pappé. Puoi raccontare di essere sul terreno di pace ed i leaders vincono addirittura premi Nobel per la Pace per un piano allo scopo di “contenere la popolazione indigena in enclavi che non hanno alcun peso ” sulla maggioranza della società. La popolazione partecipa al processo di pace per sentire che sta facendo qualcosa di buono ma non fa che prolungare il disastro per i palestinesi. Questi perdono sempre più terra ogni giorno. Gaza è un luogo di “disumanità, barbarie ed inedia”. Gli ebrei americani, che negli anni hanno visitato la West Bank cinque volte, ricevono la sensazione di star facendo qualcosa per alleviare le tremende condizioni.

Perché se una logica di deumanizzazione e di eliminazione del popolo palestinese è sviluppata in nome della pace, in nome della riconciliazione, in nome della coesistenza, essa riceve una immunità e questa immunità non è guadagnata perché si tratta di un discorso particolarmente geniale ma perché riesce persino a convincere i palestinesi a parteciparvi, riesce persino a convincere le persone di coscienza nel mondo a parteciparvi, con la convinzione che in questo momento si parli di pace.

Israele cerca la legittimazione per le azioni dei suoi coloni attraverso “incredibili progetti umanitari” ma nella realtà i due modi di fare non possono escludersi reciprocamente.
Durante la prima fase del sionismo “si trattava di costruire le infrustrutture dello stato dal nulla, la creazione di una nuova cultura, l’integrazione di un centinaio di differenti culture sociali da cui venivano gli immigrati e la loro fusione in un’unica società. La costruzione della tecnologia e via dicendo. ” Nella seconda e terza fase “le comunità cominciano ad emergere attraverso l’arte moderna, la letteratura moderna una discreta quantità di libertà individuali, ben rappresentate nella città di Tel Aviv.”

Tutte queste conquiste possono essere tollerate all’interno del contesto di un progetto coloniale. Vale a dire che puoi continuare a deumanizzare, puoi continuare ad eliminare la popolazione nativa e contemporaneamente eccellere in altri aspetti della vita a beneficio della società coloniale.

La legittimazione internazionale alle azioni di Israele ha fornito un imprimatur alla brutalità ed alle carneficine portate a termine dai vicini di Israele. Yemen, Siria ed Iraq erano società oppressive in qualche misura a causa dell’anacronistica influenza del sionismo, sebbene non tutte le colpe siano di Israele (tutto ciò combacia con la visione secondo la quale l’Egitto si sarebbe cementato sotto una dittatura su un popolo di 80 milioni di persone per 30 anni, a causa di questo processo di pace benedetto da tutti).

Tante brave persone sono state manipolate dal processo di pace e portate a pensare che le espropriazioni di Israele fossero temporanee.

Le persone ci cascano perché hanno bisogno di risolvere le proprie contraddizioni cognitive, ma di certo 50 anni ti devono avere dimostrato che forse, nel 1967, dopo 19 anni, Israele era un fatto temporaneo ma Israele nella West Bank è definitivamente non temporanea. Le cose stanno così. Questo è lo stato d’Israele, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo. C’è un solo stato e ci sarà sempre un solo stato e questo stato è lo stato d’Israele.
Così abbiamo avuto tanta energia, energia diplomatica, energia accademica, buona volontà se volete, investita in un processo presupposto come un genuino processo di pace basato sulla versione più sofisticata del sionismo, che non ha portato da nessuna parte. Tutto ciò non è certo andato sprecato per Israele ma noi abbiamo sprecato tempo, se davvero eravamo alla ricerca di pace e riconciliazione. Abbiamo davvero sprecato tempo, stiamo ancora sprecando tempo.

Assomiglia alla vecchia barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi smarrite sotto ad un lampione stradale, sebbene quello non sia il posto in cui le chiavi erano state perse.

La chiave non era stata persa nella soluzione dei due stati, nell’idea della spartizione, non è stata persa nel paradigma del conflitto in Palestina come guerra tra due movimenti nazionalisti. La chiave è stata persa nell’oscurità della realtà di un processo colonialista.

Siamo giunti ad un momento critico del conflitto. Abbiamo bisogno di abbandonare i paradigmi storici che negano che questo sia colonialismo. È importante per gli occidentali che si insista sul fatto che questo è un progetto colonialista affinché sorga una nuova comprensione di massa su come risolvere il problema, ponendo fine al sionismo.

La necessità è che si faccia una grande pressione sulla società israeliana affinché emerga l’antisionismo radicale. Professori, studenti, giornalisti ed attivisti occidentali hanno ruoli importanti da giocare qui. Bisogna supportare il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, ha detto Pappé. Bisogna parlare dell’apartheid e del genocidio. Quando ha tenuto una conferenza nella sua Università, l’Università di Exeter in Gran Bretagna, sul tema del colonialismo, l’ambasciata israeliana, il consiglio dei deputati della comunità ebraica e persino l’ufficio del primo ministro, tutti chiamarono l’università nel giro di 12 ore per dire che non volevano che si permettesse all’evento “antisemita e filo-nazista” di avere luogo. La scuola tenne duro (questo aneddoto mi ha colpito per la sua dismisura).

Il colonialismo nelle ere passate si è tradotto in genocidio. I recenti modelli di decolonizzazione sono misti. All’Irlanda del Nord è servito molto tempo ma la situazione oggi è molto migliorata rispetto al passato. La stessa cosa accade in Sud Africa, anche se oggi sopravvive l’apartheid economica. Lo Zimbabwe non è una risposta e non lo è neppure l’Algeria, ha detto Pappé. Troppo violente ed intolleranti. E si deve tenere in considerazione il caos scoppiato in Syria ed Egitto al crollo delle autorità tradizionali. Ma questi non sono motivi per preservare l’oppressione israeliana. Le persone imparano dai propri errori. Ma abbiamo bisogno di prendere a cuore la situazione in fretta. I palestinesi dovrebbero cambiare il loro modello per discostarsi da quello del Fronte di Liberazione Nazionale (algerino) a quello dell’African National Congress (in Sud Africa), anche se non è questo il momento di sollevare questa urgenza. E gli occidentali non dovrebbero legittimare l’Autorità Palestinese.

La sfida: “Possiamo aiutare dall’esterno, possiamo costruire dall’interno una cornice per una relazione tra la terza generazione di coloni e gli indigeni?”. Sì.

Per la maggioranza degli israeliani un discorso simile sembrerebbe provenire da marziani ma non è importante. Dobbiamo insistere, perché abbiamo sprecato 40 anni parlando di niente, facendo niente, portando milioni di dollari nella West Bank che non hanno risolto nulla, creando istituzioni palestinesi che non significano nulla. Abbiamo perso tempo, abbiamo perso energie. E non ho intenzione di continuare, sono troppo vecchio. C’è una generazione più giovane che capisce questi problemi, sia in Israele che in Palestina e penso che stiano iniziando a costruire un nuovo discorso.

La fine dell’intervento di Pappé è stata piena di speranza. Lo scopo finale del sionismo era quello di frammentare la popolazione palestinese, di separare rifugiati da indigeni, occupati da esiliati e di impedire loro di comunicare. Facebook ha cambiato tutto questo. Il sionismo non aveva previsto internet, che sta costruendo ponti attraverso tutti questi gruppi, dando loro potere.

E se in questa università insisterete ad insegnare la storia di Israele e Palestina come storia di una colonizzazione, ad insegnare cosa siano apartheid e genocidio e continuerete a supportare movimenti come il BDS “avrete un pizzico di coscienza in voi, quindi non sopporterete le politiche messe in atto sui palestinesi e la storia vi giudicherà come le persone che hanno contribuito ad un futuro migliore in Israele e Palestina.”.

Sento la fondamentale necessità di aggiungere tre commenti personali.
In primo luogo, la stanza scoppiava di persone. Il senso di eccitazione nell’assistere ad un discorso di questo leader intellettuale era palpabile. La gente ha letto il libro di Pappé sulla puliza etnica ed il suo recente libro con Chomsky. Lo vedono come un esperto, erano completamente rapiti nell’ascoltare. C’erano molti avvenimenti all’Università di New York la notte scorsa, e tuttavia questo era un evento importante. La gente sa della Palestina ed i giovani non taceranno su questo argomento. Il movimento che per lungo tempo abbiamo tracciato è forte e vitale. C’era una grande diversità nella stanza, così come ascoltatori che sembravano essere docenti.

In secondo luogo, inizialmente è stato mostrato un breve documentario chiamato “Abu Arab” di Mona Dohar, su proposta del movimento Zochrot.
Non potrei dire abbastanza di questo film. Mostra una giovane donna, Muna Thaher, che accompagna suo nonno Abu-Arab al suo villaggio cancellato, vicino Nazareth. Ogni momento è delicato e spontaneo. L’anziano racconta storia della sua infanzia nel villaggio, prima che la sua famiglia venisse costretta ad andarsene, sua sorella uccisa e la salute di sua madre compromessa. Dice alla nipote che il ritorno è inevitabile, se non per la sua generazione, allora per la prossima. I semplici rapporti umani del film toccano parti della mente che nessuna analisi può raggiungere. La ragazza del film è dolce e premurosa, una donna qualsiasi che si batte per tutti con occhi aperti. Il documentario lascia questa idea: nessuno può disputare le proprie pretese di costruire un futuro sulla terra di questa donna.

In terzo luogo, un elemento del discorso di Pappé mi ha colpito come testimone. Si è spesso rivolto alla lobby interna in Israele che colonizza la West Bank ma non ha mai menzionato la lobby americana. Lo immagino come un marxista per pratica che non vuole entrare nella visione religiosa del conflitto. Ma in quale altro modo puoi spiegare l’anomalo eccezionalismo del colonialismo israeliano nel 20esimo secolo senza parlare della storia ebraica? L’anomala protezione del sionismo da parte dell’occidente è un prodotto del senso di colpa verso l’Olocausto da parte dei poteri occidentali, sì, ma non è una strategia imperialistica. È contro gli interessi statunitensi avere un Medio Oriente caotico come quello odierno, una instabilità che era stata perfettamente prevista dal Dipartimento di Stato 70 anni fa. Perché i presidenti degli Stati Uniti dovrebbero ribaltare gli interessi statunitensi? Perché sono dipendenti dalla lobby israeliana, dai finanziatori ebraici dell’ala destra. Triste ma elementare. Questo è il motivo per cui la Milbank Tweed supporta eventi sulle torture della CIA ma minaccia di ritirare il finanziamento ad Harvard in occasione di un evento palestinese. Questo è il motivo per cui il sionismo risponde ad un evento palestinese alla Vassar minacciando uno “sciopero dei finanziatori ebrei”. Questo è il motivo per cui Truman ha violato un principio profondamento rispettato, quello della separazione tra chiesa e stato, allo scopo di tenersi stretti i finanziatori per le elezioni. Dobbiamo attribuire le responsabilità ai potenti ebrei sionisti americani che considerano un proprio dovere supportare uno stato ebraico. Questa discussione e questa decolonizzazione deve prima avvenire all’interno degli Stati Uniti per poter essere davvero realizzata.

Trad. L. Pal – Invictapalestina.org

fonte: http://mondoweiss.net/2016/03/we-wasted-40-years-talking-about-nothing-doing-nothing-pappe-demolishes-the-peace-process/

thanks to: Invicta Palestina

Paris’ Palestine threat riles Netanyahu

Sun Jan 31, 2016 4:32PM
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (C) chairs the weekly cabinet meeting on January 31, 2016. (AFP photo)
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (C) chairs the weekly cabinet meeting on January 31, 2016. (AFP photo)

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu has expressed frustration over a recent ultimatum by France for Palestinian statehood if efforts to renew peace efforts fail.

In public remarks to his cabinet on Sunday, Netanyahu dismissed an ultimatum by French Foreign Minister Laurent Fabius, saying the initiative would only encourage Palestinians to shun compromise.

Netanyahu criticized the French proposal as “an incentive for the Palestinians not to make any compromises.”

His remarks come two days after the French minister said Paris would recognize a Palestinian state if initiatives to end the Israeli-Palestinian conflict come to nothing.

Fabius told a gathering of foreign diplomats that Paris has a responsibility as a permanent member of the UN Security Council to keep up efforts to find a solution to the Israel-Palestine conflict.

“We cannot let the two-state solution disintegrate. It is our responsibility as a UN Security Council member and a power seeking peace,” he said.

The top French diplomat noted that France is planning to hold an international conference in the “coming weeks” to bring together the Israeli and Palestinian sides as well as the US and some European and Arab states.

Fabius pointed out that if this last attempt at finding a solution ends in a deadlock, “we need to face our responsibilities by recognizing the Palestinian state.”

Reacting to the developments, Palestinian President Mahmoud Abbas on Saturday welcomed the French proposal, telling an African summit in Ethiopia that “the status quo cannot continue”.

The Palestinians are seeking to create an independent state on the territories of the West Bank, East al-Quds (Jerusalem) and the Gaza Strip, with East al-Quds as the capital. They are also demanding that Israel withdraw from the Palestinian lands occupied in a 1967 war. The Tel Aviv regime, however, has refused to return to the 1967 borders and is unwilling to discuss the issue of al-Quds.

People take part in a pro-Palestinian demonstration in Paris, calling for the recognition of the state of Palestine and a boycott of Israel, October 10, 2015. (AFP)

In 2012, the United Nations General Assembly voted to upgrade Palestine’s status at the UN from “non-member observer entity” to “non-member observer state” despite strong opposition from the Israeli regime and the US.

Palestine’s flag was hoisted for the first time at the United Nations headquarters in New York in September last year.

Several nations including Britain, France, Spain, Ireland, Belgium and Portugal have symbolically recognized Palestine as a state. Sweden, however, officially recognized Palestine two years ago.

The last round of peace talks shattered in April 2014, and a deadly wave of violence gripped the occupied territories since October last year.

At least 166 the number of Palestinians, including women and children, killed by Israeli forces since October 2015.

Meanwhile, the United States, European Union have also issued criticisms of the Israeli regime in recent days, saying Netanyahu had gone a step too far in accusing UN Secretary of State Ban Ki-moon of giving a “tailwind to terrorism.”

Ban on Wednesday repeated his harsh criticism of the Israeli regime over its failure to work toward resolving the conflict with the Palestinians.

“After nearly 50 years of occupation – after decades of waiting for the fulfillment of the Oslo promises – Palestinians are losing hope,” Ban told a UN committee on Palestinian rights on Wednesday.

Sorgente: PressTV-Paris’ Palestine threat riles Netanyahu

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

I meccanismi del dominio sionista sulla Palestina

“Gaza e l’industria israeliana della violenza”, il libro di Alfredo Tradardi, Diana Carminati e Enrico Bartolomei, edito da Derive Approdi, spiega approfonditamente le strategie e le menzogne della politica internazionale contemporanea (non solo israeliana) su quanto accade ai palestinesi: dal progetto originario di Theodor Herzl al disegno di frantumazione degli stati arabi mediorientali.

di Vera Pegna

La Palestina è avvolta, dilaniata, sconvolta dalle nebbie oscure delle strategie della menzogna della politica contemporanea, sempre più raffinate e scientifiche. P.142

Questa frase riassume i temi principali del libro: lo stato attuale della Palestina, le nebbie oscure che ci impediscono di capire cosa vi succede e perché, le strategie della menzogna messe in atto da Israele e dalla politica contemporanea; strategie sempre più raffinate e scientifiche perché oggetto di continuo studio e evoluzione da parte di centinaia (o forse più) cervelli di uomini e donne in vari paesi che dedicano la loro vita a perfezionare dei sistemi di dominio tali da configurare persino crimini contro l’umanità. Ma non solo, lavorano anche per meglio ingannare la gente, per meglio ingannarci. È la fabbrica del falso che lavora a ciclo continuo.

Nel caso specifico della Palestina, che cos’è che rende necessario per la politica contemporanea (quindi non solo per quella israeliana) l’uso della menzogna e che cosa si vuole coprire? L’efferatezza dei crimini commessi dai governi israeliani? Le violazioni del diritto internazionale? Certo anche questi ma ciò che rende prioritariamente indispensabile la menzogna è l’obiettivo ultimo, è il progetto sionista in quanto tale, un progetto “a vocazione genocidaria” come disse Tradardi: ovvero non uno stato ebraico in Palestina (del resto Israele è già riconosciuto come stato ebraico – lo leggiamo e lo sentiamo sui media ogni giorno -), ma una Palestina tutta ebraica, ebraica quanto l’Inghilterra è inglese, disse Theodor Herzl, il fondatore del progetto sionista. È vero che il libro ce lo fa capire, in un certo senso ce lo documenta pure, però vorrei rilevare che parlare delle strategie della menzogna e del sionismo (che come tutti gli ismi, essendo un’astrazione, si presta a interpretazioni diverse) non basta. Bisogna additare il progetto sionista, bollarlo con marchio d’infamia poiché, lungi dall’essere un’astrazione, è una road map precisa, enunciato esplicitamente e ripetutamente dai massimi leaders sionisti fino e anche dopo la proclamazione dello stato d’Israele e poi prudentemente messo in sordina perché inaccettabile – per lo meno pubblicamente anche dagli alleati più stretti di Israele: il fine del progetto sionista dunque non è uno stato ebraico in quanta parte della Palestina si riesce a conquistare, ma la terra d’Israele, la grande Israele, egemone dal Nilo all’Eufrate, con ciò che necessariamente ne consegue: guerre, pulizia etnica, violazioni dei diritti e del diritto internazionale e atrocità di ogni genere. Inoltre, il progetto sionista prevede la frammentazione degli stati vicini, indispensabile affinché Israele possa esercitare la propria egemonia sull’intera regione mediorientale. E infatti, già nell’introduzione viene citato un documento del 1982, intitolato ”Una strategia per Israele negli anni ottanta” del giornalista e stratega israeliano Oder Yinon’s che spiega con dovizia di particolari come dividere il Medio Oriente in tanti staterelli. Tale frammentazione, coincidente ormai con gli interessi geopolitici degli USA, e in una certa misura anche dell’Europa, è attualmente in corso di realizzazione in Irak, Siria e Libia.

Di questo ci parla il capitolo 10: Gaza e il piano di destabilizzazione e di frammentazione del Medio Oriente è da leggere con attenzione per l’analisi complessiva che viene fatta degli interessi, delle alleanze, dei progetti per il futuro del Medio Oriente (e ritroviamo punto per punto il piano Yinon’s). Uno degli aspetti più apprezzabili di questo libro è il grande respiro con cui gli autori presentano l’intero scacchiere mediorientale (e non solo, con riferimenti anche all’Ucraina, per esempio), i protagonisti, le logiche che vengono seguite e lo spregevole doppio gioco dell’Occidente che va fino alla sponsorizzazione del terrorismo. Ci ricordano quanto una guerra infinita rappresenti un successo per il complesso militare-industriale-securitario occidentale. Nel caso della guerra di lunga durata, prevedibile per frammentare gli stati mediorientali, ci fanno notare anche le conseguenze che spese militari di questa entità avranno sul bilancio dello stato con le inevitabili ricadute sociali (welfare) nei paesi coinvolti. Un elemento che spesso viene sottovalutato. Come sottovalutiamo o diamo un’accezione troppo limitata al concetto di complicità che invece qui viene sviscerato a fondo.

Spesso quando parliamo di complicità dell’Europa con le politiche aggressive dei governi israeliani dimentichiamo sia gli accordi commerciali (è di questi giorni la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania), sia le centinaia di collaborazioni sul piano culturale fra le università israeliane e quelle europee, non ultima quella di Torino; ma è anche complicità partecipare alle nebbie oscure di cui sopra, offuscando o negando la realtà di Gaza. Cito: Complicità nell’ignorare e nel non denunciare le violazioni e i crimini di guerra che Israele commette continuamente, e nell’offrire sostegno al diritto di Israele a difendersi mentre compie programmaticamente, come è stato dimostrato, genocidi. Programmaticamente, dunque in filigrana c’è sempre il progetto sionista.

Altri spunti di riflessione sull’indifferenza generale, di una opinione pubblica impassibile, Assuefazione alla violenza e alla sua spettacolarizzazione. Confusione organizzata ad arte con la complicità dei referenti politici. Il senso di impotenza per chi conserva ancora uno spirito critico nelle nostre società che sempre meno sono società di cittadini con diritti e sempre più società di individui che non contano più, dove ha vinto un senso comune neoliberista e, come scrive uno studioso canadese, l’interesse personale è l’unico principio dell’agire, il consumo l’unico obbligo per essere cittadini. E non si può non essere d’accordo con Edward Said che insiste sulla necessità di sviluppare la capacità critica e il senso di responsabilità personale. Ai quali, però, vorrei aggiungere l’intransigenza.

Il capitolo sulla violenza della menzogna e il doppio linguaggio usato da Israele (repressione=sicurezza, resistenza=terrorismo e Palestina=Israele) mi sembra uno dei capitoli più illuminanti perché collega le menzogne alle strategie messe in atto per realizzare il progetto sionista. Leggo: Per arrivare alla realtà storica è necessario rompere la gabbia mentale del linguaggio sionista egemone. Un esempio ce lo ha dato a varie riprese Giorgio Napolitano quando era presidente affermando che: l’antisionismo è una forma di antisemitismo. Ecco che torna in mente il concetto di complicità. Ma questa riflessione sull’uso acritico del linguaggio sionista ha una valenza generale.

Il libro ci ricorda il linguaggio adoperato da politici, giornalisti, ecc. ai talk show dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Un altro esempio di uso acritico o deliberato del linguaggio egemone riguarda il canale di Suez. Nasser non nazionalizzò il canale, il quale non smise mai di essere egiziano, ma la Compagnie du Canal de Suez composta essenzialmente da europei la quale faceva profitti mostruosi investiti direttamente all’estero; far credere che Nasser nazionalizzò il canale, il corso d’acqua, serviva ad alimentare i sospetti verso il nuovo regime degli ufficiali liberi che avevano cacciato re Faruk.

Ottima la scelta di riferire i metodi e le strategie usati dai governi israeliani ai miti fondanti dello stato d’Israele. Nel suo elenco, Ilan Pappe dedica il primo posto allo slogan Un popolo senza terra per una terra senza popolo. E a proposito di questo slogan, ci tengo a portarvi una mia testimonianza personale. Avevo 14 anni quando fu proclamato lo stato d’Israele e vivevamo ad Alessandria d’Egitto. Mio nonno mi spiegò che Theodor Herzl – l’ideatore del progetto sionista – era un miscredente come lui e che il popolo ebraico nel cui nome diceva di parlare non esisteva: si trattava di un sotterfugio inventato per potere accampare il diritto di creare uno Stato. Dopo lunghe ricerche era giunto alla conclusione che l’espressione ‘popolo ebraico’ si trovava soltanto nell’Antico Testamento e che nessuno l’aveva mai usata, se non in senso biblico, fino alla nascita del progetto sionista alla fine dell’800. L’inganno di Herzl stava dunque nell’avere contrabbandato un mito biblico per una realtà vivente. Per noi che vivevamo in Egitto, era chiaro che lo slogan fondante del sionismo: Un popolo senza terra per una terra senza popolo non era altro che una doppia impostura. Il popolo senza terra, gli ebrei, non erano un popolo in senso politico e la terra senza popolo, la Palestina, lo aveva sì un popolo, altrimenti chi produceva le arance di Giaffa e l’olio d’oliva di Nablus che il nonno ci portava al ritorno dei suoi viaggi di affari in Palestina? Nonostante la nebbia fitta che ha avvolto il termine di popolo ebraico sia stata squarciata da numerosi studiosi alla metà del secolo scorso, questo è uno dei miti più duri a morire, grazie alla diffusa complicità di cui gode Israele.

Il libro s’intitola Gaza e l’industria israeliana della violenza e 8 degli 11 capitoli sono infatti dedicati ad altrettanti aspetti della violenza la quale, assurta a sistema, colpisce le persone in primo luogo ma anche l’economia, il territorio, lo stesso processo di pace; una violenza che diventa genocida, viene esportata, si globalizza entrando in simbiosi con le peggiori forze di repressione presenti nei cinque continenti. E ciò ci fa capire meglio sia il militarismo totale che contraddistingue la società israeliana sia il senso imperituro del progetto sionista e quindi della frammentazione degli stati mediorientali in atto.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite su Gaza, riportato dall’Afp lo scorso 3 settembre, se le condizioni economiche e demografiche non cambieranno il territorio diventerà “inabitabile” entro cinque anni. Colpa di otto anni di embargo economico e di tre interventi militari di Israele negli ultimi sei anni, che non permettono ai palestinesi di rialzarsi. Eppure. Eppure, la storia ci insegna che i colonizzatori sottovalutano sempre il coraggio e la determinazione di cui sono capaci i colonizzati per conquistare la libertà. Infatti, i gazawi rimangono in piedi, resistono, consapevoli che sumud richiede intransigenza; intransigenza che per loro significa, cito: Liberazione è l’antitesi di Oslo, è l’antitesi della soluzione razzista dei due stati. Ogni alternativa rivoluzionaria offerta dalla resistenza sul terreno deve separarsi nettamente da ogni accordo precedente.

Intanto, come tutti i popoli oppressi i palestinesi e in particolare i gazawi si sono inventati le loro forme di resistenza. I loro tunnel mi ricordano quelli che scavavano i vietnamiti sotto le bombe americane negli anni 60. Allora stavo a Milano e la mia sezione del Pci cercava di far conoscere le parole d’ordine dei vietnamiti. Yankee go home e rivoluzione fino alla vittoria. Il Pci ci chiese di evitare di diffondere questa seconda parola d’ordine. Non è anche questa una forma di connivenza se non di complicità con l’aggressore?

thanks to: La Città Futura

 

Giornata della Memoria – La verità dietro i cancelli di Auschwitz

David Cole è uno storico revisionista ebreo, e in quanto tale più difficilmente attaccabile dalla critica e agevolato nello studiare l’olocausto senza il timore di essere bollato come antisemita.

 

 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber

HolocaustCartoon.jpg

(La vignetta tradotta:

1° commento: “Non penso siano ebrei”

2° commento: noi DOBBIAMO arrivare a 6.000.000, in OGNI caso)

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Dachau_gas-chamber-never-used-mai-usata.jpgAd esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco.

(nella foto la targa UFFICIALE posta dentro la ex “camera a gas” di Dachau)

Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec.

Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”.

Auschwitz_plaque_4mil.jpgA Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)(Sulla tale “confessione” si legga QUI l’analisi di Carlo Mattogno)

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore. (5)

Boris Polevoi- Russian Jewish writer Boris Polevoi-1945-elettroesecuzione-articolo-pravda.jpg(In foto, Boris Polevoi ,giornalista propagandista ebreobolscevico della Pravda che,il 2 Febbraio 1945 ,5 giorni dopo l’occupazione russa dell’ abbandonato lager di Auschwitz, inventò, in un articolo l’elettro esecuzione nel KL di Auschwitz, evidentemente DOPO aver ascoltato i SOPRAVVISSUTI lì rimasti, che EVIDENTEMENTE non sapevano di CAMERE a GAS e della carneficina di “4.000.000” di ebrei appena conclusasi ! )

Qui sotto quello che dovrebbe essere stato il sistema di sterminio nella fantasia giudeobolscevica

 auschwitz-elettroesecuzione-maggio-1945-pravda-pavlov-ebreo.jpg

 Il 2 febbraio1945 la Pravda pubblicò un articolo del suo corrispondente Boris Poljevoi intitolato «Il complesso della morte ad Auschwitz», nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue:

«Essi [i Tedeschi] spianarono la collina delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale, fecero saltare e distrussero le tracce del nastro trasportatore elettrico (eljektrokonvjeijera) dove erano stati uccisi centinaia di detenuti alla volta con la corrente elettrica (eljektriceskim tokom); i cadaveri venivano messi su un nastro trasportatore che si muoveva lentamente e scorreva fino a un forno a pozzo (sciachtnuju pje­), dove i cadaveri bruciavano completamente»(consulta la fonte coi riferimenti, cliccando QUI)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.

Testimonianze inattendibili

vrba_wetzler1.jpgGli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili.

Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) (Cliccando QUI si leggerà di 2 falsari olocaustici,ebrei,per eccellenza,foto sopra!)

Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto:

Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibiliNon è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)

Documenti tedeschi confiscati

Haavara_in_inglese.jpg(A sin un documento originale INCONTESTABILE: il PATTO di COLLABORAZIONE tra ebrei sionisti tedeschi e III° Reich sulla EMIGRAZIONE ebraica dalla Germania,firmato il 25 Agosto 1933!)

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva… La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.

Hitler e la “soluzione finale”

[Sul “problema” (per gli olosterminazionisti in S.P.E.) dell’ORDINE (mancante!) di sterminio di Adof Hitler, si legga il CAPITOLO V dello studio “Hilberg e le conoscenze della storiografia olocausticasul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici” di Carlo Mattogno, cliccando QUI]

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario.

Schlegelberger document marzo-aprile1942.JPGUn documento (foto, German Federal Archives (BA) file R.22/52) confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra:

Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto… Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)

Le SS di Himmler e i campi

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(Nella foto alcuni internati del lager di Campo di concentramento di Mittelbau-Dora ,addetti alla produzione di componenti per missili V2, CliccandoQUI maggiori informazioni su tale attività)

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che

“i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi.

Veniva inoltre ordinato:

I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo… I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili.

Infine, la direttiva sottolineava che il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo. (13)

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.

“Olocaustomania” a senso unico

holokauszt.holocash.jpgBenché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

holocaustianità-auschwitziana-delirio-pazzia-demenza-paranoia-ebraica-ebrei-juden-jews.jpgPer molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Elie Wiesel Holocaust -hoaxer.jpgIl noto scrittore ebreo Elie Wiesel (nel fotomontaggio) è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time:

Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virileper ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco. (18)

(Su tale wiesel elie ,sulle sue  storie si sedicente sopravvissuto, la demolizione sistematica di un VERO ex internato ,nello studio dedicato di Carlo Mattogno,cliccare QUI)

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato:

arbeit-macht-frei-palestinian-holocaust.jpgPer ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

(nella foto un esempio della scellerata e genocida attività criminale dell’entità sionista di Palestina che si VUOLE e DEVE  giustificare e coprire)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che

“invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge:

“Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche… L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”.

germany-pays.gifFinkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale

allo scopo di estorcere miliardi di dollari (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.

Conclusione

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.(“REATO” che si vuole perseguire anche in Italia ,cliccare QUI,da parte di tale pacifici riccardo,ebreo di Roma)(nella foto : pacifici riccardo)

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto.

Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 Note

1. Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: ‘No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, “Auschwitz Revisionism,” The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson, “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap”, in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, “Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler’s War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342…)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive ‘Six Million’” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1.

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber, The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

 N.B.Colore,foto,evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale
http://olo-truffa.myblog.it/adolf-hitler/

Il ventesimo anniversario del rapporto Leuchter

INTERVISTA CON FRED LEUCHTER

Di Richard A. Widmann

Forse il più importante di tutti gli studi revisionisti, Il Rapporto Leuchter: Un rapporto tecnico sulle presunte camere a gas di esecuzione di Auschwitz, Birkenau e Majdanek, in Polonia, celebra quest’anno il ventesimo anniversario della sua pubblicazione. Sebbene la maggior parte dei revisionisti conoscano bene la gestazione di questo lavoro pionieristico, è bene fare un breve riassunto.

Nel 1988 Ernst Zündel si trovò sotto processo per aver violato in Canada una legge contro la diffusione di “false notizie”. Il “crimine” di Zündel era quello di aver pubblicato un opuscolo che contestava la versione ortodossa dell’Olocausto, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?], di Richard Harwood. In seguito alla raccomandazione del professor Robert Faurisson, il team di legali di Zündel cercò un esperto delle camere a gas che potesse fornire una valutazione sulle presunte camere a gas in Polonia e riferire sulla loro capacità omicida.

Bill Armontrout, il direttore del penitenziario di stato del Missouri disse che Fred Leuchter era il solo esperto degli Stati Uniti nella progettazione, nel funzionamento e nella manutenzione delle camere a gas. Dal 1979 al 1988, Leuchter lavorò con la maggior parte degli stati americani che effettuavano esecuzioni capitali. Si specializzò nella progettazione e nella fabbricazione di attrezzature di esecuzione, inclusi sistemi di elettrocuzione, di iniezione di sostanze letali, di impiccagione, e di attrezzature per camere a gas. Leuchter era la scelta giusta: era infatti il solo esperto di camere a gas negli Stati Uniti, e credeva nel genocidio nazista degli ebrei.

A Leuchter venne chiesto dal team di Zündel di andare in Polonia e di intraprendere un’ispezione e un’analisi forense delle presunte camere a gas. Il 25 Febbraio del 1988, Leuchter si recò in Polonia per esaminare le presunte camere a gas di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Leuchter esaminò gli edifici descritti nella letteratura specializzata come camere a gas omicide. Condusse anche un’ispezione forense, per la quale vennero presi dei campioni di mattoni e di malta, che vennero portati negli Stati Uniti per essere sottoposti ad analisi chimica.

Il risultato delle scoperte di Leuchter venne sottoposto al Tribunale canadese. Leuchter scrisse nel suo rapporto che “il sottoscritto non ha trovato prove che nessuna delle strutture normalmente ritenute camere a gas omicide siano mai state utilizzate come tali e, inoltre, ritiene che a causa della progettazione e della costruzione di tali strutture, queste non possano essere state utilizzate come camere a gas omicide”.

Il giudice, Ron Thomas, decise che Leuchter era qualificato come esperto nella progettazione, costruzione, manutenzione e funzionamento della camere a gas. A Leuchter venne permesso di fornire il suo parere sul funzionamento e l’idoneità delle dette strutture ad operare come camere a gas omicide. Il suo Rapporto, però, non venne ammesso come prova. Sebbene il Rapporto non venne accettato dalla Corte, ebbe però un effetto sbalorditivo. A causa delle sue scoperte molte persone diventarono scettiche della versione comunemente accettata dell’Olocausto.

Forse l’impatto più importante del lavoro di Leuchter fu quello che ebbe sullo storico inglese David Irving. Poco dopo aver visto il Rapporto per la prima volta, Irving scrisse: “Mi sono state mostrate queste prove per la prima volta quando sono stato chiamato come perito al processo Zündel a Toronto nell’Aprile del 1988, i rapporti di laboratorio erano sconvolgenti”. Prosegue Irving: “Nessuna traccia significativa [di composti di cianuro] venne trovata negli edifici…definiti come le famigerate camere a gas del campo. Né, come l’autore spaventosamente ferrato del rapporto mette in chiaro, la progettazione e la costruzione di questi edifici rendevano fattibile il loro utilizzo come camere a gas omicide” (Leuchter Report: Focal Point Edition p.6).

Nonostante sia stato universalmente riconosciuto quale esperto nel campo delle attrezzature di esecuzione, Leuchter ora si ritrova sotto attacco per la sua testimonianza. Si può dire che è stata la forza del Rapporto Leuchter, l’analisi scientifica irrefutabile e la credibilità del suo autore a spingere coloro che difendono la versione ortodossa dell’Olocausto ad attaccarlo nel modo maligno con cui hanno agito. Vennero fatte minacce ai funzionari delle carceri che avevano scelto di lavorare con Leuchter. Venne calunniato sui giornali e in televisione. Vennero utilizzati cavilli legali per impedirgli di lavorare. Contro di lui venne impiegata anche la repressione giudiziaria.

Non c’è dubbio che Fred Leuchter ha pagato un prezzo estremamente alto per difendere la libertà di Ernst Zündel. Fred, tuttavia, è uno di quei rari soggetti che capiscono che quando è in pericolo la libertà di una persona, è in pericolo la libertà di tutti. Fred conosce anche l’importanza della verità storica. Il suo Rapporto non era motivato dall’interesse personale. Non era ispirato dall’inimicizia contro qualcuno e non era il frutto di un’agenda nascosta, nonostante quello che i suoi detrattori vorrebbero far credere. Allora, come adesso, Fred Leuchter è un vero personaggio. Germar Rudolf l’ha definito “un pioniere”. Io direi che è un eroe.

Il 30 Giugno di quest’anno, Fred Leuchter mi ha permesso di fargli la seguente intervista:

Widmann: Signor Leuchter, il suo lavoro, il “Rapporto Leuchter” ha vent’anni. In esso lei ha espresso la sua opinione di tecnico, basata su anni di esperienza come tecnico in attrezzature di esecuzione, che “le presunte camere a gas nei siti ispezionati non potevano essere, allora come adesso, utilizzate come camere a gas di esecuzione”. Lei è ancora di quest’opinione e, in caso affermativo, perché?

Leuchter: Quella era e rimane la mia opinione di tecnico. Il tempo ha solo cementato quell’opinione. Il laboratorio della Polizia di Stato polacca, Germar Rudolf, Walter Lüftl, e molti altri hanno proseguito le mie indagini e hanno confermato le mie scoperte. Se qualcuno contestava all’epoca le mie risultanze e la mia opinione, ora non può. Io certamente non lo faccio. Non presi le mie indagini alla leggera. Ho fatto lo stesso lavoro diverse altre volte negli Stati Uniti relativamente ad attrezzature di esecuzione difettose e a condanne a morte eseguite malamente. Prendo il mio lavoro e la mia reputazione molto seriamente. Le presunte camere a gas non furono né allora né mai della camere a gas di esecuzione.

Widmann: Lei ha pagato un prezzo molto alto per il suo coinvolgimento nel revisionismo dell’Olocausto. Se lei potesse rifare tutto daccapo, rifarebbe adesso quel suo viaggio, diventato famoso, nei campi di concentramento in Polonia?

Leuchter: Non mi piace quello che mi è accaduto! Non potrei in buona coscienza prendere le distanze da Zündel, non lo,potevo allora e neppure adesso. Aveva diritto alla migliore difesa possibile e quella difesa era imperniata su di me. Inoltre, credo che chiunque abbia diritto alla libertà di parola e di pensiero. Sì, lo farei di nuovo.

Widmann: Si tiene al corrente degli studi e delle opinioni dei revisionisti? In particolare, ha letto il rapporto di Germar Rudolf, che sostanzialmente conferma la maggior parte delle conclusioni del suo rapporto? In tal caso, qual è la sua opinione del lavoro di Rudolf?

Leuchter: Sì, mi tengo al corrente. E sì, ho letto il suo rapporto. Credo che il rapporto di Germar sia un lavoro eccellente. Germar è un chimico e come tale il suo approccio alla questione è differente dal mio. Quello che ci differenzia è secondario e deriva da questioni disciplinari. Sono onorato che Germar Rudolf sia d’accordo con il mio lavoro e che lo abbia confermato!

Widmann: Qual è la sua opinione sulla legislazione anti-revisionista di gran parte dell’Europa, che ha messo fuori legge i punti di vista alternativi sull’Olocausto?

Leuchter: Credo che questa legislazione sia esiziale per il libero pensiero e per la libertà di parola e quei paesi e quei politici che la sostengono dovrebbero vergognarsi. Gli elettori di quei paesi dovrebbero vergognarsi che una tale legislazione sia stata approvata e rafforzata in loro nome e dovrebbero rimuovere i politici che ne sono responsabili. Stanno creando un Gulag nei loro stessi paesi.

Widmann: Che consiglio darebbe per quei giovani che possono trovarsi a fronteggiare una forma tremenda di ostilità contro idee e ideali che essi sentono, e sanno, essere giusti? Dovrebbero prendere posizione anche alla luce di una forte ostilità?

Leuchter: Non sono sicuro che questa sia una domanda da fare a me, a Zündel, a Faurisson, a Germar o a chiunque altro che è stato preso dalla lotta, e che è stato punito così duramente per aver detto la verità. Tutti noi, diremmo, in modo inequivocabile, “Prendete posizione, e combattete”. Più duro è il combattimento, più tosti dobbiamo essere.

Widmann: Sicuramente la sua è stata una vita interessante e qualcuno direbbe anche sorprendente. Ha pensato di scrivere le sue memorie?

Leuchter: Forse. Veda se riesce a trovare qualcuno che faccia un’offerta!

 

http://www.codoh.com/author/portraits/port2leu.htmlhttp://www.nizkor.org/hweb/people/l/leuchter-fred/ihr-v12n4.html

hitbush.jpgPrescott Sheldon Bush (bisnonno di George W. Bush), Come i suoi discendenti, fu membro della Skull & Bones, società che gli permise di entrare in contatto con le famiglie Harriman e Walker, formatesi anch’esse all’universita di Yale. L’unione con Dorothy Walker, figlia del ricco industriale George Herbert Walker, era destinata anche a generare grandi affari tra il clan dei Bush e quello dei Walker (sempre sotto l’ala protettrice degli Harriman, Rotshilds e dei Rockefeller, famiglie di origine ebrea).

Il 20 ottobre 1942, dieci mesi dopo la dichiarazione di guerra al Giappone e alla Germania da parte degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt ordinò la confisca delle azioni della UBC in quanto accusata di finanziare Hitler e di avere ceduto quote azionarie a importanti gerarchi nazisti.

Prescott Bush era allora azionista e direttore dell’UBC. Una questione del massimo interesse, considerato che, dopo essere salito al potere nel 1933, Hitler aveva decretato l’abolizione del debito estero tedesco, contratto in larga parte in seguito al Trattato di Versailles.

Il 28 ottobre 1942, Roosevelt ordinò la confisca delle azioni di due compagnie statunitensi che contribuivano ad armare Hitler, la Holland American Trading Corporation e la Seamless Equipment Corporation, entrambe amministrate dalla banca di proprietà della famiglia Harriman, di cui era allora direttore Bush.Tanto per fare un esempio, per Hitler e Stalin sarebbe stato molto più complicato sostenere una guerra aperta se la banda Harriman-Bush-Walker non avesse allo stesso tempo armato Hitler fino ai denti e rifornito di carburante le truppe russe. Era dagli anni Venti che la famiglia Walker estraeva petrolio da Baku (Azerbaigian) per poi rivenderlo all’Armata Rossa.Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, e ancora durante il conflitto, una joint venture legava la Standard 0il, di proprietà della famiglia Rockefeller, alla I.G. Farben, un’imponente industria chimica tedesca. Molti degli stabilimenti comuni alla Standard Oil e alla I.G. Farben situati nelle immediate vicinanze dei campi di concentramento nazisti – tra cui Auschwitz, per esempio – sfruttavano il lavoro dei prigionieri per produrre un’ampia gamma di prodotti chimici, tra cui il Cyclon-B, gas letale molto diffuso nei lager per sterminare le stesse persone che erano costrette a produrlo.

E nonostante il bombardamento sistematico con cui rasero al suolo moltissime città tedesche durante la guerra, le truppe statunitensi agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire zone in prossimità di questi stabilimenti chimici. Nel 1945 la Germania era sotto un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti erano tutti intatti. Quando fu eletto vicepresidente nel 1980, George Bush senior incaricò un personaggio misterioso, tale William Farish III, di amministrare e gestire tutti i suoi beni. Il sodalizio tra i Bush e i Farish si colloca molto indietro nel tempo, addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: William Farish dirigeva negli Stati Uniti il cartello formato dalla Standard Oil of New Jersey (l’attuale Exxon) e la I.G. Farben di Hítler. Fu precisamente questo consorzio a determinare l’apertura del campo di concentramento di Auschwitz nel 1940 allo scopo di produrre gomma sintetica e nafta dal carbone. All’epoca, quando questa notizia cominciò a diffondersi agli organi di stampa, il Congresso statunitense apri un’inchiesta. Se si fosse davvero spinta fino alle ultime conseguenze, avrebbe irrimediabilmente compromesso il clan Rockefeller. Ma non avvenne nulla di tutto ciò: ci si limitò a silurare il direttore esecutivo della Standard Oil, William Farish I. In occasione di quel congresso, W. Averell Harriman si occupò personalmente di far arrivare a New York i maggiori ideologi del nazismo, prendendo accordi con la Hamburg-Amerika Line , di proprietà dei Walker e dei Bush. Tra quegli “scienziati” vi era anche il principale fautore delle teorie razziste durante il regime di Hitler, lo psichiatra Ernst Rüdin, che conduceva a Berlino studi sulle razze finanziati dalla famiglia Rockefeller.
La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale.
La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo.

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura.

Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti.«La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta.

Perchè famiglie Ebree finanziarono i loro maggiori persecutori? Perchè esiste una legge che impedisce di ricostruire i fatti storici in merito all’olocausto?

A voi la sentenza. Pace alle vittime di ogni guerra, contro ogni male e ed ogni ingiustizia.

 

NON DOBBIAMO TACERE. Perché fare le Giornate della memoria

Avveniva nell’agosto del 1942. La Svizzera chiudeva le frontiere agli ebrei che cercavano di salvarsi dalla deportazione. Berna era al corrente della minaccia che incombeva su quelle persone ma decise di respingerle. Da allora si sono moltiplicate in Europa le giornate della memoria, i parchi della memoria, i monumenti alla memoria, i musei della memoria, cinematografia, letteratura e arte dedicate alla memoria. Celebrare la memoria è diventato un imperativo morale e civico, richiesto in Italia alle scuole di ogni ordine e grado dalla legge 211 del 20 luglio 2000.

Perché fare memoria?
In prima battuta diremmo che ricordare il cattivo agire di ieri dovrebbe servire a migliorare l’agire di oggi. A che servirebbe fare nomi e cognomi delle vittime del passato se non favorisse la denuncia dei responsabili delle vittime del presente? Eppure sembra che gli occidentali cresciuti a suon di commemorazioni non si facciano tanti scrupoli a brindare con i boia odierni. Che memoria è quella di Renzi quando condanna Hitler ma poi se ne va in Arabia Saudita a vendere armi al re Salman che le usa per distruggere il già stremato Yemen, che finanzia l’estremismo islamico, foraggia l’Isis in Siria e taglia teste e crocifigge in massa persone sospettate di dissenso politico, minorenni compresi? Quale credibilità può avere l’Italia che siede ai tavoli negoziali invocando soluzioni diplomatiche e nel contempo vende armi agli stati estremisti? Quale credibilità possono avere gli Stati uniti e l’Inghilterra quando condannano il nazifascismo e l’Isis e nel frattempo, per convincere l’Occidente a radere al suolo l’Iraq nel 2003, fabbricano intenzionalmente la falsa accusa delle armi di distruzione di massa? E come giudicare la nostra Europa e i capi di stato di tutto il mondo, mano nella mano, compunti e commossi per Charlie Hebdo ma per i 130 mila civili uccisi in Iraq (prevalenza donne e bambini) non hanno trovato di meglio da dire che: “scusate, ci siamo sbagliati”!? Come giudicare l’Europa che si commuove di fronte alle camere a gas e riempie di fiaccolate Parigi ma tace le sue responsabilità dirette e indirette nella sistematica distruzione della Siria, delle comunità Yazidi e Cristiane, dei civili che muoiono a grappoli e fuggono a milioni? Cosa pensare di Israele che attorno alla Memoria della Shoah ha costruito la legittimazione della sua esistenza ma proibisce con una Legge apposita ai palestinesi di fare memoria pubblica della catastrofe (Nakba) che li ha colpiti nel 1948? E non è rivoltante che i capi delle nazioni facciano inderogabilmente omaggio alle vittime della Shoah allo Yad Vashem e nessuno di loro citi Israele in giudizio presso i Tribunali Internazionali per i crimini contro l’umanità che ininterrottamente dal 1948 Israele compie impunemente contro la popolazione palestinese? A che serve “commemorare” se poi chiamiamo barbarie la violenza altrui e “guerre giuste” le nostre? E soprattutto, a che serve celebrare “giornate della memoria” se non ci interessa conoscere e capire queste cose? Se voltarci verso il passato non ci muove a guardare il presente con verità, allora il nostro è soltanto un voltafaccia, né più né meno di quello svizzero nel 1942.

Lo stesso male sotto spoglie diverse
Tutti i governi e gli stati europei si sono fatti premura di istituzionalizzare le celebrazioni della giornata della memoria, di renderle obbligatorie a scuola, di richiamarne l’importanza in programmi televisivi di approfondimento, di descriverne la necessità in numerosi articoli di approfondimento. Com’è possibile allora che nell’Europa della memoria non esista un vasto, generale e unanime sussulto di fronte alle migliaia di persone (uomini, donne e bambini) che premono sulle frontiere europee perché fuggono da guerre di cui sono vittime designate? Nessuno si accorge che il male è lo stesso? Nessuno si accorge che ha soltanto cambiato nome, che ieri si chiamava nazi-fascismo e oggi si chiama capitalismo selvaggio? Due facce diverse di un male endemico: il primo si era diffuso in un’Europa malata di nazionalismo, il secondo è cresciuto a dismisura in un’Europa già malata di colonialismo. E’ risaputo che la situazione del Medio Oriente è al centro di una ridefinizione delle aree di influenza da parte dei paesi colonizzatori (Israele, Stati Uniti, Europa, Turchia, Russia) che stanno facendo a brandelli quel territorio decisi ad accaparrarsene il più possibile. L’Isis è l’ultimo arrivato e pretende di avere la sua parte. Il punto è che vuole troppo. Quindi va combattuto. Ma non troppo, cioè non fino al punto di impedirgli di far cadere il presidente siriano. Da questo punto di vista gli attentati di Parigi sono stati un ottimo spot pubblicitario a sostegno della campagna militare che la Francia stava già portando avanti contro Assad.

Associazione a delinquere
Dobbiamo cominciare a dire che ogni giornata della Memoria a cui non corrisponde un esercizio metodico di conoscenza circostanziata delle forme odierne di violazione della dignità umana ad opera degli stati e di chiunque altro, è inevitabilmente complice di quei poteri il cui terrore ha spinto l’Europa di ieri a tacere. Nazionalismo ieri, neo-colonialismo e capitalismo selvaggio oggi. Entrambi stanno facendo milioni di vittime. Alle migliaia che muoiono di stenti in viaggio, vanno aggiunte infatti le decine di migliaia che vengono dilaniate dalle bombe intelligenti delle coalizioni che di volta in volta nascono attorno ai soliti capofila (USA, Francia, Inghilterra), a volte perfino con la benedizione dell’ONU. Tra queste coalizioni ce n’è una permanente, si chiama NATO, un’organizzazione intergovernativa finalizzata a proteggere militarmente gli interessi dei suoi membri anche a scapito di tutti gli altri. E pazienza se per raggiungere lo scopo le diverse coalizioni abbiano messo a ferro e fuoco Stati interi (Iraq, Libano, Siria), abbattuto governi legittimi democraticamente eletti (Iran 1954), premiato Stati occupanti e punito la resistenza delle popolazioni occupate (Israele-Palestina), razziato interi continenti, (Africa), affamato un quarto dell’umanità. Questa cosa non si chiama “coalizione”, si chiama “associazione a delinquere”.

Nel nostro nome

L’opinione pubblica occidentale continua a pensare se stessa come la migliore compagine umana mai apparsa sotto il sole. E’ vero che l’Europa è stata grembo di civiltà. Questo non significa che quella di oggi sia degna di quella di ieri. In un passato remoto l’Europa ha saputo apparire al mondo come la patria della democrazia, la stella polare del progresso, la madre dei diritti dell’uomo, la culla della civiltà. Ma di quell’Europa (se mai è esistita) non è rimasto nulla. Le nostre società civili (cioè noi, la gente), insieme alle classi dirigenti, ai politici, agli intellettuali, agli industriali, ai professionisti della comunicazione non si sono sollevati con sufficiente energia di fronte all’affondamento dei primi barconi…hanno permesso che la cosa si ripetesse e continuano a permetterlo. Nel solo 2015 abbiamo lasciato annegare in mare 700 bambini che erano in fuga da condizioni allucinanti strettamente connesse alla destabilizzazione dell’area mediorientale e nord-africana. Destabilizzazione di cui proprio le politiche occidentali hanno una responsabilità fondamentale. Basterebbe soffermarsi sulla cronaca degli ultimi 25 anni per rendersi conto di come le politiche occidentali abbiano soffocato ogni dissenso democratico interno al mondo mediorientale e africano quando si trattava di sostenere i dittatori alleati e come abbiano finanziato l’estremismo per dividere la società araba quando gli stessi dittatori risultavano scomodi agli interessi di Borsa. Come abbiamo potuto permettere ai nostri rappresentanti di commettere questi scempi nel nostro nome? Come possiamo pensare che le nuove generazioni del mondo palestinese, arabo, afgano e nordafricano, cresciute con i fischi dei missili negli orecchi e costretti a nascondersi come topi per non morire non nutrano risentimento verso l’Occidente che finanzia la corruzione dei loro paesi, spalleggia il proliferare dei gruppi terroristici spontanei e giustifica senza vergogna le azioni terroristiche sistematiche e decennali compiute da Stati quali Israele e Arabia saudita?
E’ vero che nelle nostre città si aprono mostre, si tengono concerti, si fa teatro, si stampano libri e si scrivono poesie. Ma se non proviamo un po’ di empatia per gli incolpevoli che picchiano alle nostre frontiere, se ci commuoviamo per i morti di Parigi ma non ci accorgiamo che Israele uccide i palestinesi come fossero insetti, se non diciamo “basta” al vezzo militare di chiamare effetti collaterali i morti accidentali (?) delle nostre bombe…allora “la bellezza non ci salverà”.

Prendere coscienza

Noi occidentali viviamo in quella parte di mondo che gode di privilegi dai quali la maggioranza dell’umanità è esclusa. Non è una colpa essere nati dalla parte ricca del mondo, lo diventa però goderne senza chiedersi da dove arrivi quella ricchezza, perché sia così sproporzionata, perché in taluni luoghi si accumuli e in altri scarseggi. Diventa un colpa abituarsi ad essa sapendo che il suo prezzo è la riduzione in schiavitù di una parte dell’umanità. Diventa una colpa anche descriverla come l’esito di un sistema socio culturale e organizzativo più avanzato (i nostri valori) trascurando l’enorme vantaggio accumulato in secoli di colonialismo e sfruttamento. Diventa una colpa sorvolare sul fatto che questo sistema non cambia perché blindato da sistemi politico-giuridici internazionali creati appositamente da coloro che ne traggono vantaggio. Diventa una colpa l’ingenuità protratta nel credere che quella in corso sia una guerra globale dettata da ragioni di sicurezza. Sicurezza si, ma non della gente, non dei diritti umani, non delle legittime aspirazioni dei popoli ma dei privilegiati e dei privilegi, con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo. Con il pretesto della lotta al terrorismo le potenze mondiali e regionali stanno conducendo la più grande e trasversale operazione militare e politica dai tempi del primo dopoguerra per assicurarsi il controllo di maggior territorio possibile. In questo gioco mortale su vasta scala assumono rilevanza strategica i gruppi terroristici che vengono combattuti o finanziati nella misura in cui possono essere utili agli interessi delle contrapposte coalizioni internazionali o regionali. La guerra in corso peraltro considera i terroristi e i resistenti un irrilevante distinguo lessicale: ciò che conta è che entrambi minacciano lo status quo. Così mentre gli elefanti combattono, sul terreno restano stritolate comunità, famiglie, villaggi. Guerra contro la gente, guerra contro l’umanità: è questo il nome che dobbiamo dare alla guerra in corso. Non è detto che prima o poi toccherà a noi. Il futuro non lo prevede nessuno. Ma la colpa delle nostre società civili diventa palese nell’assordante contrasto tra l’enorme movimento di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra e l’assenza di ampi e significativi movimenti civili di solidarietà e di condanna delle politiche dei nostri governi. Le strade dei poveri pullulano di mani, volti, e voci imploranti. Le nostre sono desolatamente vuote. Così noi legittimiamo le scelte dei nostri governanti e ci rendiamo complici.

don Gianluca
don Andrea
don Alessandro
don Emanuele

 

Pubblicato da il 31/12/15
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thanks to: Bocche Scucite

Gaza resistance movements reiterate their resistance to the Israeli occupation and determination to liberate Palestine

Julie Webb-Pullman

Both Hamas and the Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) held well-attended events in the Gaza Strip in the past week, celebrating the anniversaries of their founding and reiterating their resistance to the Israeli occupation and determination to liberate Palestine.

December 12 marked the 48th anniversary of the PFLP, while December 16 was the 28th birthday of Hamas.

Hamas supporters rally in Gaza City

Hamas supporters rally in Gaza City

Referring to the 2006 elections, “a crucial transition in the history of Hamas and Palestine,” Hamas noted they “clearly were not the horse Israel or the western powers bet on, and in a barbaric and uncivilized way, the world backed Israel to impose a siege and wage three wars on Gaza to end Hamas rule and put an end to the free and democratic choice of the Palestinian people.”

“28 years ago, a handful of Hamas members were a crucial part of the first Palestinian intifada, throwing stones, barricading the roads so that the Israeli military jeeps could not pass, and fighting the occupiers’ brutality with Molotov, knives, and later on pistols. Today, 28 years later, Hamas has strategically improved and developed and grown militarily, socially, politically, and institutionally. Hamas now is capable of defending the Palestinian people against Israeli aggression without kneeling, without giving up Palestinian rights and demands. Hamas is here to acheive an independent, free Palestine. Hamas is here to stay,” they said.

The Islamic Movement released a Press Statement to mark the occasion:

A statement on the 28th anniversary of Hamas foundation

On the 28th anniversary of Hamas foundation, which coincides with Jerusalem intifada that defends Al-Aqsa Mosque and the sanctities in Jerusalem, Hamas is proud of its contribution to the resistance project, mainly armed resistance, after the PA abandoned it and adopted fruitless negotiations and security coordination.

Despite assassination of Hamas’s prominent Leaders and cadres, Hamas did not give up Palestinian rights and constants, and has recorded unprecedented heroic acts in defending the land and people of Palestine.

Hamas won the municipal and legislative elections, liberated Gaza from Israeli occupation and freed hundreds of Palestinian prisoners, both men and women.

Hamas and al-Qassam Brigades have defended the Palestinian people against three Israeli offensives, achieving a balance of terror and deterrence with Israeli occupation, and proving that the Palestinian people are able to defeat the Israeli siege and strangulation.

Over the years, Hamas has proved uncontainable, unbreakable despite the enemy’s plots and conspiracies. Hamas is still embraced by the Palestinian people and the noble peoples of the Arab and Muslim nations. It also remains a source of inspiration to the free peoples all over the world.

On our 28th anniversary, we in Hamas vow to continue our resistance and steadfastness until almighty Allah grants us triumph.

Hamas takes the opportunity of its 28th anniversary to emphasize the following:

1. Hamas will never recognize the Israeli occupation, and confirms that Palestine from the Jordan River to the Mediterranean is an Arab, Islamic country.

2. The right of return is a sacred, non-negotiable individual and collective right.

3. Jerusalem is the core of our struggle with the Israeli occupation, its holiness inspired from our faith and the blood of the martyrs, men, women and children. Therefore, we will never compromise even one inch or a grain of its soil or holy sites.

4. We vow to free our heroic Palestinian prisoners in an honorable prisoners swap deal similar to Wfaa Alahrar’s.

5. Palestine is the trust of the nation, and it is a must for all free honest people in our nation to contribute to the liberation of Palestine. Hamas vows to remain faithful to the liberation of Palestine and to keep its weapons directed at the Israeli occupation only.

6. We confirm that the Jerusalem intifada is an opportunity for unity. We support its continuation, we call on the PA to end security coordination with the Israeli occupation, and leave the illusions of peace with it, for Israel does not recognize our right to our land and holy places.

7. We salute our people in the Occupied Territories of 1948 for their heroic struggle against Judaization schemes, particularly Sheikh Raed Salah, the families of martyrs and wounded and worshipers at Al Aqsa Mosque.

8. We salute the Palestinian people in the Occupied West Bank who broke barriers of fear and terror of the Israeli occupation, and carried out heroic resistance operations against Israeli soldiers and settlers.

9. We salute the Palestinian people in Gaza, who have endured three brutal Israeli offensives and a nine-year-long siege, and who still struggle against all threats and conspiracies.

10. We also salute the Palestinian refugees in the diaspora, who are suffering displacement and internal conflicts, and we urge Arab countries to honor and relieve them until they return to their land.

The Islamic Resistance Movement

14 December 2015

PFLP supporters march through the streets of Gaza

PFLP supporters march through the streets of Gaza

On 12 December the PFLP held a march from Soraya to the UN Headquarters in Gaza City, where Jamil Mizher, member of the Political Bureau and leader of the PFLP branch in Gaza, delivered the keynote speech. He saluted those who have died in the struggle to liberate Palestine, and made special mention of Sami Madi, who was killed in Bureij by Israeli occupation forces the previous day while participating in demonstrations on the Gaza border to mark the Front’s anniversary.

Palestinian prisoners in Israeli jails were also singled out for attention. PFLP General Secretary Ahmad Sa’adat and his fellow leaders Khalida Jarrar and Ahed Abu Ghoulmeh, as well as the diverse Palestinian leaders held behind bars such as Marwan Barghouti, Jamal Abu al-Hija and Hassan Salameh were all honoured for their sacrifices and struggles.

Mizher stressed that the role of the people in the current uprising is superseding all narrow interests and internal divisions, noting that US imperialism and the so-called “Quartet” in Palestine would be unable to stop the intifada without forcing their strategic partner, the Israeli occupier, to recognize the rights of the Palestinian people.

“Our people will no longer accept the path of negotiations and Oslo,” he said, while strongly criticising the Palestinian leadership in the occupied west Bank for continuing to “impede the implementation of decisions by the PLO’s Central Council” through its ongoing security coordination with Israel.

thanks to: Gaza.Scoop.ps

Mishaal: The Palestinians and the occupation cannot coexist

https://i0.wp.com/gaza.scoop.ps/wp-content/uploads/2015/08/Meshaal-400-x-304.jpgDOHA, (PIC)– Head of Hamas’s political bureau Khaled Mishaal has said that the Palestinian people have proven with their blood that they can never coexist with the occupation and settlement.

In a special interview conducted last night by al-Jazeera satellite channel, the Palestinian leader called on the world to anticipate more initiatives and surprises from an occupied people aspiring for freedom.

“We need the intifada (uprising) to curb the settlers, stop the attacks on Jerusalem and the Aqsa Mosque, and restore the Palestinian cause’s prestige,” Mishaal said.

He stressed the need for reaching an understanding on a common strategy for the intifada and how to run it on the ground, describing it as “a historic moment and a merit that should be agreed upon nationally.”

The Hamas official underlined that the current intifada frustrated the Israeli government’s plan to divide the Aqsa Mosque after the failure of all political initiatives, warning that abandoning the option of intifada and resistance would end the entire national project.

He added that the intifada brought the Palestinian cause back to the regional and international arenas and unified the Palestinian people inside and outside occupied Palestine.

He also emphasized the importance of providing the intifada with an official support from the Palestinian political leadership, which he said should take a decision allowing its security apparatuses and institutions to take part in it.

“I am telling the [Palestinian Authority] leadership. This is a historic moment. This is a merit. The intifada is backed by the people, but it also needs protection, backup and a decision from it,” he said.

He also called on Fatah faction to actively participate in the intifada, asserting that it is against the occupation and not the Palestinian Authority.

Mishaal affirmed that his Movement would go on with the intifada until the end. “We have engaged in the intifada and we will be there till the end. We also invite everyone to take part.”

Commenting on recent threats by Benjamin Netanyahu about his government’s ability to demolish the Aqsa Mosque, the Hamas official said that anyone who dares destroy the Mosque would only accelerate Israel’s demise.

He finally urged the Arab and Muslim leaders and governments to assume their responsibilities and protect the Aqsa Mosque, affirming that the Palestinian people defend themselves on their own land, and their resistance is completely different from terrorism.

thanks to: PIC

Spain: City Council Announces Support for BDS, Warrant Issued for Netanyahu’s Arrest

The Santiago de Compostela City Council (capital of Spain’s Galicia region) passed a motion declaring itself a space free of discrimination against the Palestinian people and in support of the BDS campaign on 10 November.

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According to the Alternative Information Center (AIC), the BDS Galicia group reports that ruling electoral alliance in the City Hall, Compostela Aberta, and two of the groups in the opposition, the Socialist Party (PSdeG-PSOE) and the Galizan Nationalist Bloc (BNG) voted in favour, while the People’s Party (PP) abstained.

Such initiatives were set in motion in 2010 by the South African Municipal Workers Union (SAMWU), which after the Israeli massacre in Gaza in 2008-09 started spreading this Apartheid Israel Free zone idea.

BDS Galicia provides us with the full text of the motion passed by Santiago City Council:

Emergency motion presented by the Compostela Aberta municipal group at the plenary meeting of the city council regarding the request for Santiago City Council to support the global BDS movement.

Concepción Fernández Fernández, councillor for Social Policy, Diversity and Healthcare, tabled the following emergency motion for approval at the city council plenary meeting:

In July 2005 a broad-based coalition of Palestinian groups launched the Global BDS Campaign (boycotts, divestment and sanctions against Israeli settlements, apartheid and occupation) against Israel, urging “people of conscience around the world to impose broad boycotts and implement divestment initiatives against Israel” as a measure designed to help put an end to the increasingly bloody ethnic cleansing inflicted on the Palestinian people.

Trade unions, universities, grassroots organisations, consumer associations, pacifist movements, municipalities, artists, students and professionals from all walks of life and from all around the world have come together in a peaceful, citizen’s movement whose influence increases daily. This global movement has become the touchstone for solidarity with Palestine. It is a global movement that Galiza cannot afford not to be part of.

For these reasons, the Compostela Aberta municipal group tables to following motion before the plenary session of Santiago de Compostela City Council for its approval:

1.- To declare Santiago City Council as a space free from discrimination against the Palestinian people and supporting the BDS Campaign with the following aims:

– To end occupation and settlements in all of the Palestinian territories and to dismantle the wall;

-To recognise the basic rights of the Arab-Palestinian citizens living in Israel to full equality;

-To recognise the right of the Palestinian refugees to return to their homes and properties as stated in United Nations General Assembly Resolution 194;

2.- To refrain from collaborating with the State of Israel, its public bodies and its official representatives in the Spanish State and in any kind of agricultural, educational, trade, cultural or security projects;

3.- To spread awareness of the BDS Campaign and to support it in all areas (economy, culture, sports, academia and public institutions).

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In related news, Turkish news site, Yenis Afak, recently reported that a Spanish court has found Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and six other senior officials guilty of crimes against humanity for their role in the 2010 raid on Gaza-bound aid ship, Mavi Marmara.

Nine activists were killed, including one Turkish-American, and dozens injured when Israeli commandos boarded the lead ship of a Gaza-bound flotilla, Mavi Marmara, when it attempted to breach the blockade of the Palestinian territory. Spanish activists were also on board the ships.

The Madrid-based Supreme Court has ordered arrest of Prime Minister Benjamin Netanyahu, ex-foreign minister Avigdor Lieberman, ex-defense minister Ehud Barak, then-deputy PMs Moshe Ya’alon and Eli Yishai, and then-state minister Benny Begin. Israel’s ex-Navy Commander Eliezer Marom is among the co-defendants found guilty by the Spanish judge.

Also from AIC: 11/12/15 Bill Banning BDS Supporters Passes First Stage

thanks to: IMEMC News

Palestina, esistere non basta più

Il filtro dei media racconta solo la violenza, mai la disobbedienza e la disperazione

Nell’ultimo mese la tensione in Palestina e in Israele è cresciuta fino ad esplodere in scontri, omicidi, esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e fitte sassaiole. Le immagini sono arrivate nelle nostre case dai telegiornali, con giornalisti che, con funambolica abilità, con la solita litania ci dicono che gli israeliani si difendono dai terroristi. Ormai si aggiornano solo i numeri.

E’ diventato questo il conflitto israelo-palestinese per i media? Ebbene sì un susseguirsi di numeri aggiornati in tempo reale. Le scene da film di Tarantino in cui feriti palestinesi, bambini o adulti che siano, vengono ammazzati, o come dice la sicurezza israeliana “neutralizzati”, non vengono trasmesse dai media internazionali.

Così come non lo sono le immagini del bambino ferito da un colono che senza pietà gli grida “figlio di puttana” e chiede ai poliziotti, che calciano il ferito, di finirlo. Le televisioni internazionali non hanno passato il video in cui con disprezzo un colono israeliano ha sbattuto sul viso di un ragazzino palestinese ferito che veniva trasportato su una barella delle fette di carne di maiale, gridando “sappiamo quanto a voi musulmani piace il maiale.” Le immagini di questi attacchi brutali si trovano su Facebook e Twitter, ad uso di coloro che la causa palestinese la seguono da anni e sanno già molto bene quale sia la situazione.

IL LINGUAGGIO USATO DAI MEDIA, CHE NON PRONUNCIANO MAI LA PAROLA OCCUPAZIONE E RIPORTANO CIFRE E FATTI SENZA CONTESTO, CONTRIBUISCE NUOVAMENTE AD ISOLARE I PALESTINESI, A BENEFICIO DI ISRAELE. UN’ALTRA PORTA IN FACCIA A PERSONE CHE DA GENERAZIONI HANNO FATTO DELLA RESISTENZA, DEL RESTARE ATTACCATI ALLA PROPRIA TERRA AD OGNI COSTO UNA RAGIONE DI VITA.

“Esistere è resistere”, si legge sul Muro che Israele ha costruito oltre la Linea Verde per prendersi terre e risorse idriche palestinesi. Ma oggi i giovani palestinesi pensano che forse anche esistere non sia più sufficiente perché la loro è diventata una realtà che è al di sotto della sopravvivenza. Soffocati dall’oppressione del regime militare di occupazione che controlla le loro vite fin dalla nascita, dal numero sempre crescente di coloni, oggi oltre 600,000 di cui circa 300,000 solo a Gerusalemme Est, i giovani palestinesi hanno rotto le fila dell’immobilismo imposto dalla politica di contenimento dell’asservita autorità palestinese.

Con i leader politici di un certo calibro dietro le sbarre delle carceri israeliane e i burocrati neoliberisti dell’Autorità Palestinese al potere impegnati a far quadrare i conti per ingraziarsi i generosi donatori stranieri, occidentali o arabi che siano, i giovani palestinesi non hanno trovato che se’ stessi come ultima ed unica “arma” per contrastare l’occupazione. E non si può dire che non abbiano provato a farlo con mezzi pacifici.

FORSE IN POCHI RICORDANO QUANDO NEL 2011 TENTARONO AZIONI DI DISOBBEDIENZA CIVILE SALENDO SUGLI AUTOBUS RISERVATI AGLI ISRAELIANI CHE ATTRAVERSANO LA CISGIORDANIA CON DESTINAZIONE GERUSALEMME E FURONO BRUTALMENTE PICCHIATI E ARRESTATI. NON FA NOTIZIA IL FOTOGRAFO PALESTINESE CHE, NONOSTANTE ABBIA AVUTO ENTRAMBE LE GAMBE AMPUTATE A SEGUITO DI OPERAZIONI MILITARI, CONTINUA A CHIEDERE GIUSTIZIA PUBBLICANDO LE FOTO DI GAZA IN MACERIE. NON HANNO FATTO NOTIZIA I RAGAZZI E LE RAGAZZE VESTITI COME I PERSONAGGI DI AVATAR PER PROTESTARE CONTRO IL MURO CHE A BIL’IN GLI PORTA VIA LE TERRE CHE LE LORO FAMIGLIE HANNO COLTIVATO DA GENERAZIONI, CHE GLI PORTA VIA IL FUTURO.

Stanchi anche dell’indifferenza della politica internazionale, che ha ridicolizzato i timidi tentativi dei burocrati palestinesi di far uso dei meccanismi di giustizia internazionale, i giovani palestinesi non possono fare altro che prendere in mano il proprio futuro; è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Non gli resta altro che danzare la debke mentre lanciano un sasso contro una jeep dell’esercito israeliano o andare verso morte certa colpendo con un coltello chi è partecipe, più o meno consapevole, di un sistema coloniale che da decenni li umilia e li opprime.

Sarebbe miope pensare che quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sia la reazione alle restrizioni che Israele ha imposto un mese fa all’accesso alla moschea di Al Aqsa o che da parte israeliana la furia sia stata scatenata dall’attacco in cui hanno perso la vita due coloni israeliani nei pressi di Nablus.

Le violenze e le manifestazioni di questi giorni sono la cartina tornasole del fallimento degli accordi di Oslo, della pace economica di Saeb Erekat, della soluzione a due stati. Da parte palestinese è tragicamente sfociato in impotenza l’ottimismo di coloro che, non avendo capito che i lunghi documenti degli Accordi di Oslo altro non erano che una trappola per sottrarre ai palestinesi il controllo delle proprie terre, risorse e del proprio destino, vent’anni dopo, si sono solo trovati inermi e indebitati con le banche.

In questo clima di frustrazione, di slogan politici e nazionalisti che non erano altro che parole portate via dal vento, sono cresciuti i ragazzi e le ragazze che, con l’incoscienza e spudoratezza della loro età, oggi affrontano a volto coperto e con le mani piene di pietre un nemico crudele e inesorabile. Anche i bambini, cresciuti nei campi profughi o in una Gerusalemme est intrisa di tensione e paura, che hanno visto i propri parenti e i compagni di scuola picchiati e arrestati dalle forze di sicurezza israeliane, si sentono grandi e prendono parte ad un gioco al massacro più grande di loro.

Chi dovrebbe proteggerli ancora sembra non aver capito che le regole del gioco sono cambiate e che uccidere a sangue freddo un bambino palestinese per Israele è ordinaria amministrazione. A Gaza durante l’attacco dell’estate 2014, Israele ha ucciso oltre 550 bambini e non ha mostrato rimorsi, tanto meno la comunità internazionale ha alzato la voce per far capire che certe morti innocenti non possono essere tollerate, al contrario i dati di quest’anno indicano trend positivi nel settore industriale bellico israeliano.

GLI ISRAELIANI, SCAMPATO OGNI PERICOLO CHE IL SOGNO PALESTINESE DI OSLO POTESSE DIVENTARE REALTÀ, STANNO DANDO LIBERO SFOGO ALLA FOBIA DELL’ARABO E ALLA VOGLIA DI VENDETTA GENERATI DALLA PROPAGANDA DEL TERRORE E DALLA DISUMANIZZAZIONE IDEOLOGICA DEI PALESTINESI CHE PERVADE IL SISTEMA DELL’ISTRUZIONE, L’ESERCITO E I MEDIA ISRAELIANI E INTERNAZIONALI.

La disumanizzazione dei palestinesi agli occhi degli israeliani è ulteriormente rafforzata dalla separazione fisica che i due gruppi hanno subito a causa delle politiche adottate da Israele e culminate con la costruzione del Muro e la chiusura di Gaza. In una società profondamente militarizzata è facile instillare disprezzo e senso di superiorità verso coloro tenuti sotto il giogo militare e coloniale. I continui attacchi dei coloni contro i palestinesi, le migliaia di ulivi sradicati, le case palestinesi bruciate e la morte di famiglie innocenti sono testimonianza di questi sentimenti.

Negli ultimi giorni questa violenza è sfociata in follia e caccia all’arabo, per cui il minimo sospetto legittima agli occhi dell’israeliano e dell’occidentale medio esecuzioni sommarie come quella avvenuta nella stazione degli autobus di Afula. La gravità della situazione è confermata dall’impunità con cui tutto questo avviene, ad ulteriore conferma del fatto che le autorità israeliane sono non solo complici ma istigatrici di questa violenza.

Gestire il livello di violenza a seconda delle necessità politiche è una delle tattiche con cui Israele si destreggia abilmente per assicurarsi la coesione interna e l’appoggio incondizionato delle potenze occidentali unite nella lotta al terrorismo. Fino a che il conflitto israelo-palestinese sarà confinato nella retorica del terrorismo il ciclo di violenza non si arresterà.

Fino a che non si condannerà l’occupazione israeliana in maniera categorica chiedendone la fine incondizionata, i ragazzi palestinesi continueranno a morire ammazzati senza che nessun rappresentanza politica rivendichi queste giovani vite. I ragazzi e le ragazze palestinesi che in questi giorni hanno accettato di sfidare la morte anche semplicemente uscendo da casa o da scuola, l’hanno fatto con la triste consapevolezza di non avere nessun esercito che si mobiliterà in loro difesa e che nessuna sentenza punirà mai i colpevoli della loro morte.

E’ difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di una situazione in cui i responsabili politici, da un parte gli israeliani per un piano preordinato e dall’altra la leadership palestinese per debolezza politica e interesse, hanno rispettivamente voluto e lasciato che il conflitto sfociasse nella violenza privata. Il sindaco di Gerusalemme che esorta i propri cittadini ad armarsi e le misure punitive adottate dal Governo israeliano di chiudere alcuni quartieri di Gerusalemme Est e di non restituire i corpi dei palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani sono benzina sul fuoco, ed indicano che Israele intende far affogare la causa palestinese nel sangue.

Il rappresentante diplomatico palestinese alle Nazioni Unite ieri ha affermato che i Palestinesi necessitano della protezione delle forze delle Nazioni Unite, forse dimenticandosi che tale forza può essere autorizzata solo dal Consiglio di Sicurezza, l’organo delle Nazioni Unite che da sempre è stato ostile verso l’adozione di misure efficaci contro le violazioni israeliane a causa del diritto di veto dell’alleato chiave di Israele: gli Stati Uniti.

FORSE AVREBBE DOVUTO PRENDERE NOTA DEL COMUNICATO CON CUI L’AMMINISTRAZIONE AMERICANA CONDANNAVA GLI ATTACCHI CONTRO GLI ISRAELIANI SENZA FAR ALCUN RIFERIMENTO AI MORTI PALESTINESI, CHE IN MENO DI DUE SETTIMANE SONO ARRIVATI AD OLTRE 30. IL RESTO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE, IMPEGNATA IN MANOVRE BELLICO-DIPLOMATICHE SULL’INGESTIBILE FRONTE SIRIANO, SI È LIMITATA A POCHE FRASI DI ROUTINE SENZA MORDENTE.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha dimostrato di aver perso completamente il polso della situazione e ha ribadito il proprio impegno per la pace e chiesto la fine dell’occupazione. Impegnarsi per la fine dell’occupazione con ogni mezzo e senza concessioni, per avere libertà, giustizia e rispetto per i propri diritti per arrivare a parlare di pace, è invece quello che oggi chiedono i giovani palestinesi, in Palestina e in Israele.

Ora più che mai sentono che il tempo è loro nemico e che l’occupazione li sta strangolando. E si sa, chi si sente afferrato alla gola non può che reagire scalciando violentemente per liberarsi dalla presa e non soccombere per la mancanza di ossigeno.

Se questa sia una terza intifada o meno poco importa, non è importante darle un nome, è importante capirne il messaggio: la politica a tutti i livelli e per ragioni diverse ha fallito, ha lasciato le persone indifese e gli individui devono far cambiare la politica.

Questo messaggio sembra essere arrivato anche ai palestinesi cittadini d’Israele e agli arabi israeliani che hanno indetto uno sciopero generale e in circa 200,000 hanno dimostrato a Sakhnin, nel nord di Israele, in solidarietà con i palestinesi sotto occupazione. A questa specifica manifestazione avrebbero dovuto aggiungersi gli ebrei israeliani, in quanto vittime della manipolazione e delle politiche coloniali israeliane.

Dovremmo tutti riempire le strade delle capitali europee, di New York, di Pechino, fare come a Santiago del Cile, avere il coraggio di esigere dai nostri politici di smetterla con l’ipocrisia di considerare le parti del conflitto israelo-palestinese come duellanti ad armi pari e di riconoscere che Israele detiene le chiavi per la soluzione di questo conflitto, che non è né religioso né lotta al terrorismo, ma un regime coloniale e razzista camuffato da occupazione militare. Riprendiamoci anche noi, come stanno facendo i giovani palestinesi il potere nelle nostre mani e facciamo sentire la nostra voce di dissenso nei confronti dei nostri stati per la loro connivenza con i crimini commessi da Israele.

DOBBIAMO FAR IN MODO CHE LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE SIA COSTRETTA A MANDARE UN SEGNALE FORTE, ASSORDANTE, CHE FACCIA SENTIRE ISRAELE A DISAGIO CON IL RESTO DEGLI ALLEATI DI SEMPRE. NON È QUESTO CHE SI FA ANCHE CON UN AMICO QUANDO, DOPO RIPETUTE RIMOSTRANZE, CONTINUA DRITTO PER LA SUA STRADA? AD UN CERTO PUNTO LO SI ALLONTANA PER INCORAGGIARLO A RIFLETTERE E CAMBIARE ATTEGGIAMENTO.

E allora abbiamo il dovere di chiedere che i nostri stati cessino di fornire armi ad Israele, di puntare il dito ogni volta che la nostra politica estera filo-israeliana contribuisce a rafforzare l’occupazione, di rifiutarci di vedere nei nostri supermercati prodotti delle colonie israeliane in Palestina. Se alzassimo la testa e facessimo sentire la nostra voce e il nostro appoggio aiuteremmo questi giovani palestinesi a non dubitare che “Esistere è Resistere”, insieme.

La terza intifada, per quelli che vogliono chiamarla in questo modo, è una lotta a mani nude per la libertà e contro l’oppressione, che dovrebbe andare oltre i confini della Palestina, per dare a tutti noi di nuovo il coraggio di prendere in mano una pietra per scagliarla contro il muro d’indifferenza dei nostri politici, per far valere i nostri diritti.

thanks to: Grazia Careccia

qcodemag.it

Palestina e Israele: che fare?

Frutto di un fitto scambio tra Noam Chomsky e Ilan Pappé, il libro prosegue la riflesssione sulla questione israelo-palestinese proponendo  un “nuovo lessico” per definirla

Noam Chomsky (destra) e Ilan Pappé (sinistra)

 

di Andrea Colasuonno – Odysseo

Roma, 18 luglio 2015, Nena NewsÈ uscito il nuovo libro di Noam Chomsky e Ilan Pappé “Palestina e Israele: che fare?. A quasi un anno esatto dall’ultima sanguinosissima operazione israeliana su Gaza, “Margine protettivo”, i due autori hanno voluto proseguire il lavoro di riflessione iniziato con “Ultima fermata Gaza”, testo edito 5 anni fa, di grande successo e vasta diffusione.

Anche questo nuovo lavoro, come quello precedente, nasce fondamentalmente da un fitto scambio di vedute fra i due celebri studiosi ebrei. Così, spiega il curatore Frank Barat nell’introduzione, si era pensato di dividere il lungo dialogo in tre parti: una che trattasse del passato della questione palestinese, una del presente, l’altra del futuro. Le bozze del libro erano pronte quando nel luglio 2014 Israele e Gaza precipitarono nell’ennesimo conflitto. Pappé come Chomsky decisero che fosse doveroso a quel punto integrare il loro libro-intervista con lavori originali che ne chiarissero meglio alcuni contenuti.

Seguendo questa logica il testo si è arricchito di capitoli quali “I tormenti di Gaza, i crimini di Israele, le nostre colpe”, “Breve storia del genocidio progressivo di Israele”, il “Discorso alle Nazioni Unite” di Noam Chomsky. Ma soprattutto “Le vecchie e le nuove conversazioni”, saggio “eccellente, di straordinaria attualità, provocatorio e originale”, posizionato non a caso in apertura al testo, nel quale Pappé prova a riscrivere il vocabolario del conflitto israelo-palestinese.

Da dove nasce questa esigenza? Nasce dalla presa d’atto che le grandi conquiste raggiunte fuori dalla Palestina, ad esempio il cambio avvenuto nell’opinione pubblica mondiale circa il conflitto in questione, non si sia tradotto in miglioramenti concreti sul territorio. Ciò, secondo Pappé, non è avvenuto anche perché fra diplomatici, studiosi, politici, ma anche attivisti filo palestinesi occidentali, vige ancora un’egemonia retorica di ciò che chiama il “vocabolario dell’ortodossia pacifista”. Un vocabolario scaturito da una fiducia “quasi religiosa” nella soluzione a due Stati, messo a punto negli ambienti delle scienze politiche americane e “utile a conformarsi alle posizioni degli Stati Uniti”.  

che-fareEcco che, secondo lo storico israeliano, un “nuovo lessico può servire agli attivisti per rafforzare il proprio impegno nella lotta contro l’ideologia sottesa agli abusi e alle violazioni israeliane dei diritti umani e civili […]”. E allora questi alcuni dei termini in questione.

Colonialismo al posto di “sionismo”. Una sostituzione del genere, spiega Pappé, è fondamentale perché chiarisce la natura delle politiche israeliane di giudaizzazione sia all’interno di Israele che in Cisgiordania. Del resto il movimento sionista già nel 1882 usava il termine “le-hityashev”, letteralmente “colonizzare”. Inoltre non tutti capiscono “sionismo” mentre più o meno tutti comprendono “colonialismo”. Ciò permette di spezzare la favola della “complessità” del conflitto israele-palestina, che solo serve ai sionisti a prendere tempo e confondere le idee. In realtà “la fisionomia e l’obiettivo di questo progetto non sono per nulla straordinari”, si tratta di un popolo che ruba la terra a un altro popolo, vedi Sudafrica.

Stato segregazionista al posto di “Stato Ebraico”. Diversi studi hanno dimostrato come le politiche israeliane siano diventate negli anni via via più omogenee sia per i palestinesi della Cisgiordania che per gli arabi-israeliani. Oggi, secondo Pappé, Israele è indubbiamente uno stato che segrega e discrimina in base all’etnia, alla religione e alla nazionalità.

Apartheid al posto di “conflitto”. L’uso sempre più frequente di tale espressione, soprattutto negli ambienti che contano, ha favorito e favorirà sempre di più iniziative atte a sensibilizzare sulla condotta israeliana. Un esempio su tutti sono le “Israeli Apartheid Week”.

Decolonizzazione al posto di “processo di pace”. È chiaro a tutti, afferma Pappé, che il processo di pace è uno strumento per permettere a Israele di prendere tempo e aumentare le colonie. Introducendo il termine “decolonizzazione” si spera allora di fermare l’industria della “coesistenza” finanziata principalmente da americani e Unione Europea.

Pulizia etnica al posto di “catastrofe” (Nakba). Parlare di pulizia etnica permette di individuare una vittima e un aggressore, base per cercare una riconciliazione. La comunità internazionale ha stabilito da tempo precise direttive che indicano come trattare le vittime di atti del genere. Ecco che ad esempio, seguendo il “principio di riparazione”, non sarebbe scandaloso riprendere a parlare di “diritto al ritorno” (dei profughi del ’48), punto completamente rimosso dalla vecchia ortodossia pacifista.

Cambio di regime al posto di “negoziati”. Non deve più essere considerato inconcepibile un cambiamento radicale dello Stato israeliano: da stato colonialista a patria per tutti. Diversi esempi di storia recente (Egitto, Tunisia) dimostrano come una cosa del genere sia possibile anche per mezzo di soluzioni non violente o quasi non violente.

Soluzione a uno stato al posto di “soluzione a due stati”. Secondo lo storico dovrebbe essere una diretta conseguenza del “cambio di regime” di cui abbiamo accennato appena più su. La questione, tuttavia, è di portata capitale e sarebbe inutile provare a sintetizzarla nel giro di qualche riga. È il punto sul quale Chomky e Pappé divergono più platealmente. Il libro prova a spiegare i perché dell’uno e i perché dell’altro lasciando poi, come tutti i libri, la parola alla storia.

thanks to: Nena News

“In Israele, ci muoviamo in mezzo ad assassini e torturatori”

di Amira Hass

 

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ] – scrive la giornalista israeliana – scaturisce “dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori”

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti e abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano e hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

thanks to: NenaNews

forumpalestina

Behind the Balfour Declaration – Britain’s Great War Pledge To Lord Rothschild

By Robert John

Acknowledgements

To Benjamin H. Freedman, who committed himself to finding and telling the facts about Zionism and Communism. and encouraged others to do the same. The son of one of the founders of the American Jewish Committee, which for many years was anti-Zionist, Ben Freedman founded the League for Peace with Justice in Palestine in 1946. He gave me copies of materials on the Balfour Declaration which I might never have found on my own and encouraged my own research. (He died in April 1984.)

The Institute for Historical Review is providing means for the better understanding of the events of our time.

Attempts to review historical records impartially often reveal that blame, culpability, or dishonor are not to be attached wholly to one side in the conflicts of the last hundred years. To seek to untangle fact from propaganda is a worthy study, for it increases understanding of how we got where we are and it should help people resist exploitation by powerful and destructive interests in the present and future, by exposing their working in the past.

May I recommend to the Nobel Prize Committee that when the influence of this organization’s historical review and search for truth has prevailed the societies of its contributors — say about 5 years or less from now — that they consider the IHR for the Nobel Peace Prize.

Regrettably, some of the company in that award would be hard to bear!


The Balfour Declaration may be the most extraordinary document produced by any Government in world history. It took the form of a letter from the Government of His Britannic Majesty King George the Fifth, the Government of the largest empire the world has even known, on which — once upon a time — the sun never set; a letter to an international financier of the banking house of Rothschild who had been made a peer of the realm.

Arthur Koestler wrote that in the letter “one nation solemnly promised to a second nation the country of a third.” More than that, the country was still part of the Empire of a fourth, namely Turkey.

It read:

Foreign Office, November 2nd,1917

Dear Lord Rothschild,

I have much pleasure in conveying to you on behalf of His Majesty’s Government the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations, which has been submitted to and approved by the Cabinet:

“His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.”

I should be grateful if you would bring this Declaration to the knowledge of the Zionist Federation.

Yours sincerely,

Arthur James Balfour.[1]

It was decided by Lord Allenby that the “Declaration” should not then be published in Palestine where his forces were still south of the Gaza-Beersheba line. This was not done until after the establishment of the Civil Administration in 1920.

Then why was the “Declaration” made a year before the end of what was called The Great War?

“The people” were told at the time that it was given as a return for a debt of gratitude which they were supposed to owe to the Zionist leader (and first President of Israel), Chaim Weizman, a Russian-born immigrant to Britain from Germany who was said to have invented a process of fermentation of horse chestnuts into scarce acetone for production of high explosives by the Ministry of Munitions.

This horse chestnut propaganda production was not dislodged from the mass mind by the short bursts of another story which was used officially between the World Wars.

So let us dig into the records and bury the chestnuts forever.

To know where to explore we must stand back from the event and look over some parts of the relevant historical background. The terrain is extensive and the mud deep, so I shall try to proceed by pointing out markers.

Herzl on the Jewish Problem

Support for a “national home” for the Jews in Palestine from the government of the greatest empire in the world was in part a fulfillment of the efforts and scheming of Theodore Herzl (1860-1904), descendant of Sephardim (on his rich father’s side) who had published Der Judenstaat (The Jewish State) in Vienna in l896. It outlined the factors which he believed had created a universal Jewish problem, and offered a program to regulate it through the exodus of unhappy and unwanted Jews to an autonomous territory of their own in a national-socialist setting.

Herzl offered a focus for a Zionist movement founded in Odessa in 1881, which spread rapidly through the Jewish communities of Russia, and small branches which had sprung up in Germany, England and elsewhere. Though “Zion” referred to a geographical location, it functioned as a utopian conception in the myths of traditionalists, modernists and Zionists alike. It was the reverse of everything rejected in the actual Jewish situation in the “Dispersion,” whether oppression or assimilation.

In his diary Herzl describes submitting his draft proposals to the Rothschild Family Council, noting: “I bring to the Rothschilds and the big Jews their historical mission. I shall welcome all men of goodwill — we must be united — and crush all those of bad.” [2]

He read his manuscript “Addressed to the Rothschilds” to a friend, Meyer-Cohn, who said,

Up till now I have believed that we are not a nation — but more than a nation. I believed that we have the historic mission of being the exponents of universalism among the nations and therefore were more than a people identified with a specific land.

Herzl replied:

Nothing prevents us from being and remaining the exponents of a united humanity, when we have a country of our own. To fulfill this mission we do not have to remain literally planted among the nations who hate and despite us. If, in our present circumstances, we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.” [2a]

In this era, there were a number of Christians and Messianic groups who looked for a Jewish “return.” One of these was the Protestant chaplain at the British Embassy in Vienna, who had published a book in 1882: The Restoration of the Jews to Palestine According to the Prophets. Through him, Herzl obtained an audience of the Grand Duke of Baden, and as they waited for their appointment to go to the castle, Herzl said to Chaplain Hechler, ”When I go to Jerusalem I shall take you with me.”

The Duke gave Herzl’s proposal his consideration, and agreed to Herzl’s request that he might refer to it in his meetings outside of Baden. He then used this to open his way to higher levels of power.

Through intermediaries, he endeavoured to ingratiate himself with the Sultan of Turkey by activities designed to reduce the agitation by émigré Armenian committees in London and Brussels for Turkish reforms and cessation of oppression [A] and started a press campaign to calm public opinion in London on the Armenian question. But when offered money for Palestine, the Sultan replied that his people had won their Empire with blood, and owned it. ”The Jews may spend their millions. When my Empire is divided, perhaps they will get Palestine for nothing. But only our corpse can be divided. I will never consent to vivisection. ” [2b]

Herzl met the Papal Nuncio in Vienna and promised the exclusion of Jerusalem, Bethlehem and Nazareth from the Jewish state. He started a Zionist newspaper, Die Welt, and was delighted to hear from the United States that a group of rabbis headed by Dr. Gustave Gottheil favored a Zionist movement. All this, and more, in a few months.

It was Herzl who created the first Zionist Congress at Basel, Switzerland, 29-31 August 1897, [B] There were 197 “delegates”; some were orthodox, some nationalist, liberal, atheist, culturalist, anarchist, socialist and some capitalist.

”We want to lay the foundation stone of the house which is to shelter the Jewish nation,” and ”Zionism seeks to obtain for the Jewish people a publicly recognized, legally secured homeland in Palestine.” declared Herzl. And his anti-assimilationist dictum that “Zionism is a return to the Jewish fold even before it is a return to the Jewish land,” was an expression of his own experience which was extended into the official platform of Zionisn as the aim of “strengthening the Jewish national sentiment and national consciousness.” [3]

Another leading figure who addressed the Congress was Max Nordau, a Hungarian Jewish physician and author, who delivered a polemic against assimilated Jews. “For the first time the Jewish problem was presented forcefully before a European forum,” wrote Weizmann. But the Russian Jews thought Herzl was patronizing them as Askenazim. They found his “western dignity did not sit well with our Russian-Jewish realism; and without wanting to, we could not help irritating him.” [4]

As a result of the Congress, the “Basic Protocol,” keystone of the world Zionist movement, was adopted as follows:

Zionism strives to create for the Jewish people a home in Palestine secured by public law. The Congress contemplates the following means to the attainment of this end:

1. The promotion on suitable lines of the colonization of Palestine by Jewish agricultural and industrial workers.

2. The organization and binding together of the whole of Jewry by means of appropriate institutions, local and international, in accordance with the laws of each country.

3. The strengthening and fostering of Jewish national sentiment and consciousness.

4. Preparatory steps towards obtaining Government consent where necessary to the attainment of the aim of Zionism.[5]

The British Chovevei-Zion Association declined an invitation to be represented at the Congress, and the Executive Committee of the Association of Rabbis in Germany protested that:

1. The efforts of so-called Zionists to found a Jewish national state in Palestine contradict the messianic promise of Judaism as contained in the Holy Writ and in later religious sources.

2. Judaism obligates its adherents to serve with all devotion the Fatherland to which they belong, and to further its national interests with all their heart and with all their strength.

3. However, those noble aims directed toward the colonization of Palestine by Jewish peasants and farmers are not in contradiction to these obligations, because they have no relation whatsoever to the founding of a national state.[6]

In conversation with a delegate at the First Congress, Litman Rosenthal, Herzl said,

It may be that Turkey will refuse or be unable to understand us. This will not discourage us. We will seek other means to accomplish our end. The Orient question is now the question of the day. Sooner or later it will bring about a conflict among the nations. A European war is imminent. . The great European War must come. With my watch in hand do I await this terrible moment. After the great European war is ended the Peace Conference will assemble. We must be ready for that time. We will assuredly be called to this great conference of the nations and we must prove to them the urgent importance of a Zionist solution to the Jewish Question. We must prove to them that the problem of the Orient and Palestine is one with the problem of the Jews — both must be solved together. We must prove to them that the Jewish problem is a world problem and that a world problem must be solved by the world. And the solution must be the return of Palestine to the Jewish people.[American Jewish News, 7 March 1919]

A few months later, in a message to a Jewish conference in London, Herzl wrote “the first moment I entered the Movement my eyes were directed towards England because I saw that by reason of the general situation of things there it was the Archimedean point where the lever could be applied.” Herzl showed his desire for some foothold in England, and also perhaps his respect for London as the world’s financial center, by causing the Jewish Colonial Trust, which was to be the main financial instrument of his Movement, to be incorporated in 1899 as an English company.

Herzl was indefatigable. He offered the Sultan of Turkey help in re-organizing his financial affairs in return for assistance in Jewish settlement in Palestine.[7] To the Kaiser, who visited Palestine in 1888 and again in 1898, [C] he promised support for furthering German interests in the Near East; a similar offer was made to King Edward VII of England; and he personally promised the Pope to respect the holy places of Christendom in return for Vatican support.[D] But only from the Czar did he receive, through the Minister of the Interior, a pledge of “moral and material assistance with respect to the measures taken by the movement which would lead to a diminution of the Jewish population in Russia.” [8]

He reported his work to the Sixth Zionist Congress at Basle on 23 August 1903, but stated, “Zion is not and can never be. It is merely an expedient for colonization purposes, but, be it well understood, an expedient founded on a national and political basis.” [9]

When pressed for Jewish colonization in Palestine, the Turkish Sublime Porte offered a charter for any other Turkish territory [with acceptance by the settlers of Ottoman citizenship] which Herzl refused.[11] The British Establishment, aware of Herzl’s activities through his appearance before the Royal Commission on Alien Immigration, [E] and powerful press organs such as the Daily Chronicle and Pall Mall Gazette which were demanding a conference of the Powers to consider the Zionist program, [12] somewhat characteristically, had shown a willingness to negotiate about a Jewish colony in the Egyptian territory of El-‘Arish on the Turco-Egyptian frontier in the Sinai Peninsula. But the Egyptian Government objected to making Nile water available for irrigation; the Turkish Government, through its Commissioner in Cairo, objected; and the British Agent in Cairo, Lord Cromer, finally advised the scheme’s rejection.[13]

Meanwhile, returning from a visit to British East Africa in the Spring of 1903, Prime Minister Joseph Chamberlain put to Herzl the idea of a Jewish settlement in what was soon to become the Colony of Kenya, but through a misunderstanding Herzl believed that Uganda was intended, and it was referred to as the “Uganda scheme.” Of the part of the conversation on the El-‘Arish proposal, Herzl wrote in his diary that he had told Chamberlain that eventually we shall gain our aims “not from the goodwill but from the jealously of the Powers.” [14] With the failure of the El-‘Arish proposal, Herzl authorized the preparation of a draft scheme for settlement in East Africa. This was prepared by the legal firm of Lloyd George, Roberts and Company, on the instructions of Herzl’s go-between with the British Government, Leopold Greenberg.[15]

Herzl urged acceptance of the “Uganda scheme,” favoring it as a temporary refuge, but he was opposed from all sides, and died suddenly of heart failure on 3 July 1904. Herzl’s death rid the Zionists of an “alien,” and he was replaced by David Wolffsohn (the Litvak [F]).[16]

The “Uganda proposal” split the Zionist movement. Some who favored it formed the Jewish Territorial Organization, under the leadership of Israel Zangwill (1864-1926). For these territorialists, the renunciation of “Zion” was not generally felt as an ideological sacrifice; instead they contended that not mystical claims to “historic attachment” but present conditions should determine the location of a Jewish national homeland.[17]

In Turkey, the “Young Turk” (Committee of Union and Progress) revolution of 1908 was ostensibly a popular movement opposed to foreign influence. However, Jews and crypto-Jews known as Dunmeh had played a leading part in the Revolution.[19]

The Zionists opened a branch of the Anglo-Palestine Bank in the Turkish capital, and the bank became the headquarters of their work in the Ottoman Empire. Victor Jacobson [G] was brought from Beirut, “ostensibly to represent the Anglo-Palestine Company, but really to make Zionist propaganda among the Turkish Jews.” [20] His contacts included both political parties, discussions with Arab members of Parliament from Syria and Palestine, and a general approach to young Ottoman intellectuals through a newspaper issued by the Zionist office.[21] In Turkey, as in Germany, “Their own native Jews were resentful of the attempt to segregate them as Jews and were opposed to the intrusion of Jewish nationalism in their domestic affairs.” Though several periodicals in French “were subvened” by the Zionist-front office under Dr. Victor Jacobson, [22] (the first Zionist who aspired to be not a Zionist leader but a “career” diplomat,) and although he built up good political connections through social contacts, “always avoiding the sharpness of a direct issue, and waiting in patient oriental fashion for the insidious seed of propaganda to fructify,” [23] yet some of those engaged in the work, notably Vladimir (Zev) Jabotinsky (1880-1940), came to despair of success so long as the Ottoman Empire controlled Palestine. They henceforth pinned their hopes on its collapse.[24]

At the Tenth Zionist Congress in 1911, David Wolffsohn, who had succeeded Herzl, said in his presidential address that what the Zionists wanted was not a Jewish state but a homeland, [26] while Max Nordau denounced the “infamous traducers,” who alleged that “the Zionists … wanted to worm their way into Turkey in order to seize Palestine . It is our duty to convince (the Turks) that … they possess in the whole world no more generous and self-sacrificing friends than the Zionists.” [H][27]

The mild sympathy which the Young Turks had shown for Zionism was replaced by suspicion as growing national unrest threatened the Ottoman Empire, especially in the Balkans. Zionist policy then shifted to the Arabs, so that they might think of Zionism as a possible make-weight against the Turks. But Zionists soon observed that their reception by Arab leaders grew warmer as the Arabs were disappointed in their hopes of gaining concessions from the Turks, but cooled swiftly when these hopes revived. The more than 60 Arab parliamentary delegates in Constantinople and the newly active Arabic press kept up “a drumfire of complaints” against Jewish immigration, land purchase and settlement in Palestine.[28]

“After many years of striving, the conviction was forced upon us that we stood before a blank wall, which it was impossible for us to surmount by ordinary political means,” said Weizmann of the last pre-war Zionist Congress. But the strength of the national will forged for itself two main roads towards its goal — the gradual extension and strengthening of our Yishuv (Hebrew: literally, “settlement,” a collective name for the Jewish settlers) in Palestine and the spreading of the Zionist idea throughout the length and breadth of Jewry.[29]

The Turks were doing all they could to keep Jews out of Palestine. But this barrier was covertly surmounted, partly due to the venality of Turkish officials, [30] (as delicately put in a Zionist report — “it was always possible to get round the individual official with a little artifice”); [32] and partly to the diligence of the Russian consuls in Palestine in protecting Russian Jews and saving them from expulsion.[33]

But if Zionism were to succeed in its ambitions, Ottoman rule of Palestine must end. Arab independence could be prevented by the intervention of England and France, Germany or Russia. The Eastern Jews hated Czarist Russia. With the entente cordiale in existence, it was to be Germany or England, with the odds slightly in Britain’s favor in potential support of the Zionist aim in Palestine, as well as in military power.[I] On the other hand, Zionism was attracting some German and Austrian Jews with important financial interests and had to take into account strong Jewish anti-Zionist opinion in England.

But before Zionism had finally reckoned it could gain no special consideration in Palestine from Turkey, the correspondent of The Times was able to report in a message published 14 April 1911, of the Zionist organ Jeune Turc’s [J] “violent hostility to England” and “its germanophile enthusiasm,” and to the propaganda carried on among Turkish Jews by “German Zionist agents.” When the policy line altered, this impression in England had to be erased.[34] The concern of the majority of rich English Jews was not allayed by articles in the Jewish Chronicle, edited by Leopold Greenberg, pointing out that in the Basle program there was “not a word of any autonomous Jewish state,” [35] and in Die Welt, the official organ of the Movement, the article by Nahum Sokolow, then the General Secretary of the Zionist Organization, in which he protested that there was no truth in the allegation that Zionism aimed at the establishment of an independent Jewish State.[36] Even at the 11th Congress in 1913, Otto Warburg, speaking as chairman of the Zionist Executive, gave assurances of loyalty to Turkey, adding that in colonizing Palestine and developing its resources, Zionists would be making a valuable contribution to the progress of the Turkish Empire.[37]


[A]  A letter entered in Herzl’s diary on 15 May 1896 states that the head of the Armenian movement in London is Avetis Nazarhek, “and he directs the paper Huntchak (The Bell). He will be spoken to.”
[B]  On either side of the main doorway of the hall hung white banners with two blue stripes, and over the doorway was placed a six-pointed “Shield of David.” It was the invention of David Wolffsohn, who employed the colors of the traditional Jewish prayer shawl. Fifty years later, the combined emblems became the flag of the Zionist state. The “Shield of David” is of Assyrian origin: previously a decorative motif or magical emblem. It appeared on the heraldic flag of the Jews in Prague in 1527.
[C]  On the latter trip he was accompanied by his Empress. Their yacht, the Hohenzollern, put in at Haifa, and they were escorted to Jerusalem by 2,000 Turkish soldiers.
[D]  Pope Pius X told him that the Church could not support the return of “infidel Jews” to the Holy Land.[10]
[E]  In 1880, there were about 60,000 Jews in England. Between 1881 and 1905, there was an immigration of some 100,000 Eastern Jews. Though cut by the Aliens Bill of the Balfour Government, which became law in the summer of 1905, immigration continued so that by 1914 there was a Jewish population in England of some 300,000. A leader of the fight against the Aliens Bill and against tightening up naturalization regulations in 1903-1904 was Winston S. Churchill.[18]
[F]  The Eastern Jews referred to each other as “Litvaks” (Lithuania), “Galizianers” (Galicia), “Polaks,” “Hungarians,” and geographical regions of their ancestral origin, e.g., “Pinskers”; never by the term Jew.
[G]  (1869 — 1935). Born in the Crimea, and nurtured in the atmosphere of assimilation and revolutionary agitation in Russia, Jacobson had organized clubs and written about Zionism in Russian Jewish newspapers. After the First World War, the era of the direct and indirect bribe and the contact man gave way to one in which the interests of nationalities, represented by diplomat-attorneys, had to be met, wrote Lipsky: “In this new world into which Jacobson was thrown, he laboured with the delicacy and concentration of an artist . . working persistently and with vision to build up an interest in the cause. He had to win sympathy as well as conviction.” [25]
[H]  In the Zionist Congress of 1911, (22 years before Hitler came to power, and three years before World War I), Nordau said, “How dare the smooth talkers, the clever official blabbers, open their mouths and boast of progress … Here they hold jubilant peace conferences in which they talk against war… But the same righteous governments, who are so nobly, industriously active to establish the eternal peace, are preparing, by their own confession, complete annihilation for six million people, and there is nobody, except the doomed themselves, to raise his voice in protest although this is a worse crime than any war … ” [31]
[I]  Approximate annual expenditure for military purposes by the European Powers in the first years of the century were: France — £38,400,000; Germany — £38,000,000; Italy — £15,000,000; Russia — £43,000,000; United States — £38,300,000; Great Britain — £69,000,000 at pre-1914 values of sterling.
[J]  Its business manager was a German Jew, Sam Hochberg. Among invited contributors was the immensely wealthy Russian Jew Alexander Helphand who, as “Parvus,” was later to suggest to the German left-wing parties that Lenin and his associates be sent to Russia in 1917 to demoralize still further the beaten Russian armies.


The Great War

Until mid-1914, the surface of European diplomatic relations was placid, reflecting successfully negotiated settlements of colonial and other questions. But certain British journalists were charged by their contemporaries “that they deliberately set out to poison Anglo-German relations and to create by their scaremongering such a climate of public opinion that war between the two Great Powers became inevitable.” (The Scaremongers: The Advocacy of War and Rearmament 1896-1914, A. J. A. Morris, Routledge & Kegan Paul, 1984)

Were they paid or pure? Every anti-German diatribe in British newspapers added to German government concern as to whether it was part of a policy instigated or condoned by Downing Street. Further, there were groups in every major European country which could see only in war the possible means to further their interests or to thwart the ambitions of their rivals. This is why the assassination of Archduke Franz Ferdinand, heir-apparent to the Austro-Hungarian throne, on 28 June in Sarajevo, soon set Europe crackling with fire, a fire which naturally spread through the lines of communications to colonial territories as far away as China.

On 28 July, Austria declared war on Serbia. Germany sent an ultimatum to Russia threatening hostilities if orders for total mobilization of the Russian army and navy were not countermanded.

A telegram dated 29 July 1914 from the Czar Nicholas to the Emperor Wilhelm, proposing that the Austro-Serbian dispute should be referred to the Hague Tribunal, remained unanswered. At the same time Germany sent a message to France asking if she would remain neutral; but France, which had absorbed issue after issue of Russian railroad bonds in addition to other problems, was unequivocal in supporting Russia. Amid mounting tension and frontier violations, Germany declared war on Russia and France.

The French Chief-of-Staff, General Joseph Joffre, was prepared to march into Belgium if the Germans first violated its neutrality [38] which had been guaranteed by Britain, France, Prussia, Austria and Russia. German troops crossed the Belgian frontier (on 4 August at 8 a.m.) and the United Kingdom declared war on Germany.

First Pledge

Lord Kitchener, who had left London at 11:30 on the morning of 3 August to return to Egypt after leave, was stopped at Dover and put in charge of the War Office.[39] At the first meeting of the War Council he warned his colleagues of a long struggle which would be won not at sea but on land, for which Britain would have to raise an army of millions of men and maintain them in the field for several years.[40] When the defense of Egypt was discussed at the meeting, Winston Churchill suggested that the ideal method of defending Egypt was to attack the Gallipoli Peninsula which, if successful, would give Britain control of the Dardenelles. But this operation was very difficult, and required a large force. He preferred the alternative of a feint at Gallipoli, and a landing at Haifa or some other point on the Syrian coast.

In Turkey, the Sultan had taken the title of Khalif-al-IsIam, or supreme religious leader of Moslems everywhere, and emissaries were dispatched to Arab chiefs with instructions that in the event of Turkey being involved in the European hostilities, they were to declare a jihad, or Moslem holy war. A psychological and physical force which Kitchener of Khartoum, the avenger of General Gordon’s death, understood very well.

Kitchener planned to draw the sting of the jihad, which could affect British-Indian forces and rule in the East, by promoting an Arab revolt to be led by Hussein, who had been allowed by the Turks to assume his hereditary dignity as Sherif of Mecca and titular ruler of the Hejaz. Kitchener cabled on 13 October 1914 to his son, Abdullah, in Mecca, saying that if the Arab nation assisted England in this war, England would guarantee that no internal intervention took place in Arabia, and would give the Arabs every assistance against external aggression.

A series of letters passed between Sherif Hussein and the British Government through Sir Henry McMahon, High Commissioner for Egypt, designed to secure Arab support for the British in the Great War. One dated 24 October 1915 committed HMG to the inclusion of Palestine within the boundaries of Arab independence after the war, but excluded the area now known as Lebanon. This is clearly recognized in a secret “Memorandum on British Commitments to King Hussein” prepared for the inner group at the Peace Conference in 1919. (See Appendix) I found a copy in 1964 among the papers of the late Professor Wm. Westermann, who had been adviser on Turkish affairs to the American Delegation to the Peace Conference.

The Second Pledge

As the major ally, France’s claim to preference in parts of Syria could not be ignored. The British Foreign Minister, Sir Edward Grey, told the French Ambassador in London, Mr. Paul Gambon, on 21 October 1915, of the exchanges of correspondence with Sherif Hussein, and suggested that the two governments arrive at an understanding with their Russian ally on their future interests in the Ottoman Empire.

M. Picot was appointed French representative with Sir Mark Sykes, now Secretary of the British War Cabinet, to define the interests of their countries and to go to Russia to include that country’s views in their agreement.

In the subsequent secret discussions with Foreign Secretary Sazonov, Russia was accorded the occupation of Constantinople, both shores of the Bosporus and some parts of “Turkish” Armenia.[K] France claimed Lebanon and Syria eastwards to Mosul. Palestine did in fact have inhabitants and shrines of the Greek and Russian Orthodox and Armenian churches, and Russia at first claimed a right to the area as their protector. This was countered by Sykes-Picot and the claim was withdrawn to the extent that Russia, in consultation with the other Allies, would only participate in deciding a form of international administration for Palestine.

The Sykes-Picot Agreement was incompatible with the pledges made to the Arabs. When the Turks gave Hussein details of the Agreement after the Russian revolution, he confined his action to a formal repudiation.

Like the Hussein-McMahon Correspondence, the Tripartite Agreement made no mention of concessions to Zionism in the future disposition of Palestine, or even mention of the word “Jew.” However it is now known that before the departure of Sykes [L] for Petrograd on 27 February 1916 for discussions with Sazonov, he was approached with a plan by Herbert Samuel, who had a seat in the Cabinet as President of the Local Government Board and was strongly sympathetic to Herzl’s Zionism.[41]

The plan put forward by Samuel was in the form of a memorandum which Sykes thought prudent to commit to memory and destroy, Commenting on it, Sykes wrote to Samuel suggesting that if Belgium should assume the administration of Palestine it might be more acceptable to France as an alternative to the international administration which she wanted and the Zionists did not.[42] Of boundaries marked on a map attached to the memorandum he wrote, “By excluding Hebron and the East of the Jordan there is less to discuss with the Moslems, as the Mosque of Omar then becomes the only matter of vital importance to discuss with them and further does away with any contact with the bedouins, who never cross the river except on business. I imagine that the principal object of Zionism is the realization of the ideal of an existing center of nationality rather than boundaries or extent of territory. The moment I return I will let you know how things stand at Pd.” [43]

However, in conversations both with Sykes and the French ambassador, Sazonov was careful not to commit himself as to the extent of the Russian interest in Palestine, but made it clear that Russia would have to insist that not only the holy places, but all towns and localities in which there were religious establishments belonging to the Orthodox Church, should be placed under international administration, with a guarantee for free access to the Mediterranean.[44]

Czarist Russia would not agree to a Zionist formula for Palestine; but its days were numbered.

The Third Pledge

In 1914, the central office of the Zionist Organization and the seat of its directorate, the Zionist Executive, were in Berlin. It already had adherents in most Eastern Jewish communities, including all the countries at war, though its main strength was in Russia and Austria-Hungary.[45] Some important institutions, namely, the Jewish Colonial Trust, the Anglo-Palestine Company and the Jewish National Fund, were incorporated in England. Of the Executive, two members (Otto Warburg [M] and Arthur Hantke) were German citizens, three (Yechiel Tschlenow, Nahum Sokolow and Victor Jacobson) were Russians and one (Shmarya Levin) had recently exchanged his Russian for Austro-Hungarian nationality. The 25 members of the General Council included 12 from Germany and Austria-Hungary, 7 from Russia…Chaim Weizmann and Leopold Kessler) from England, and one each from Belgium, France, Holland and Rumania.[46]

Some prominent German Zionists associated themselves with a newly founded organization known as the Komitee fur den Osten, whose aims were: “To place at the disposal of the German Government the special knowledge of the founders and their relations with the Jews in Eastern Europe and in America, so as to contribute to the overthrow of Czarist Russia and to secure the national autonomy of the Jews.” [47]

Influential Zionists outside the Central Powers were disturbed by the activities of the K.f.d.O. and anxious for the Zionist movement not to be compromised. Weizmann’s advice was that the central office be moved from Berlin and that the conduct of Zionist affairs during the war should he entrusted to a provisional executive committee for general Zionist affairs in the United States.

At a conference in New York on 30 August 1914, this committee was set up under the chairmanship of Louis D. Brandeis, with the British-born Dr. Richard Gottheil and Jacob de Haas, Rabbi Stephen Wise and Felix Frankfurter, among his principal lieutenants. For Shmarya Levin, the representative of the Zionist Executive in the United States, and Dr. Judah Magnes, to whom the alliance of England and France with Russia seemed “unholy,” Russian czarism was the enemy against which their force should be pitted.[48] But on 1 October 1914 Gottheil, first President of the Zionist Organization of America, wrote from the Department of Semitic Languages, Columbia University, to Brandeis in Boston enclosing a memorandum on what the organization planned to seek from the belligerents, with respect to the Russian Jews:

We have got to be prepared to work under the Government of any one of the Powers … shall be glad to have any suggestion from you in regard to this memorandum, and shall be glad to know if it meets with your approval. I recognize that I ought not to have put it out without first consulting you; but the exigencies of the situation demanded immediate action. We ought to be fully prepared to take advantage of any occasion that offers itself.[49]

In a speech on 9 November, four days after Britain’s declaration of war on Turkey, Prime Minister Asquith said that the traditional eastern policy had been abandoned and the dismemberment of the Turkish Empire had become a war aim. “It is the Ottoman Government,” he declared, “and not we who have rung the death knell of Ottoman dominion not only in Europe but in Asia.” [50] The statement followed a discussion of the subject at a Cabinet meeting earlier that day, at which we know, from Herbert Samuel’s memoirs, that Lloyd George, who had been retained as legal counsel by the Zionists some years before, [51] “referred to the ultimate destiny of Palestine.” In a talk with Samuel after the meeting, Lloyd George assured him that “he was very keen to see a Jewish state established in Palestine.”

On the same day, Samuel developed the Zionist position more fully in a conversation with the Foreign Secretary, Sir Edward Grey. He spoke of Zionist aspirations for the establishment in Palestine of a Jewish state, and of the importance of its geographical position to the British Empire. Such a state, he said, ”could not be large enough to defend itself.” and it would therefore be essential that it should be by constitution, neutral. Grey asked whether Syria as a whole must necessarily go with Palestine, and Samuel replied that this was not only unnecessary but inadvisable, since it would bring in a large and unassimilable Arab population. ”It would,” he said be a great advantage if the remainder of Syria were annexed by France, as it would be far better for the state to have a European Power as a neighbor than the Turk. ” [52]

In January 1915 Samuel produced a Zionist memorandum on Palestine after discussions with Weizmann and Lloyd George. It contained arguments in favor of combining British annexation of Palestine with British support for Zionist aspirations, and ended with objections to any other solution.[53] Samuel circulated it to his colleagues in the Cabinet. Lloyd George was already a Zionist ”partisan”; Lord Haldane, to whom Weizmann had had access, wrote expressing a friendly interest; [54] though privately expressing Zionist sympathies, the Marquess of Crewe presumably did not express any views in the Cabinet on the memorandum; [55] Zionism had a strong sentimental attraction for Grey[56] but his colleagues, including his cousin Edwin Montagu, did not give him much encouragement. Prime Minister Asquith wrote: “I confess that I am not attracted by the proposed addition to our responsibilities, but it is a curious illustration of Dissy’s favorite maxim that race is everything to find this almost lyrical outburst proceeding from the well-ordered and methodical brain of H.S.” [57]

After further conversations with Lloyd George and Grey.[58] Samuel circulated a revised text to the Cabinet in the middle of March 1915.

It is not known if the memorandum was formally considered by the Cabinet, but Asquith wrote in his diary on 13 March 1915 of Samuel’s “dithyrambic memorandum” of which Lloyd George was ”the only other partisan. ” [59] Certainly, at this time, Zionist claims and aspirations were secondary to British policy towards Russia and the Arabs.

Britain, France and Germany attached considerable importance to the attitudes of Jewry towards them because money and credit were needed for the war. The international banking houses of Lazard Frères, Eugene Mayer, J. & W. Seligman, Speyer Brothers and M.M. Warburg, were all conducting major operations in the United States, as were the Rothschilds through the New York banking house of Kuhn, Loeb & Co.[N] Apart from their goodwill. the votes of America’s Jewish community of 3,000,000 were important to the issue of that country’s intervention or non-intervention in the war, and the provision of military supplies. The great majority represented the one-third of the Jews of Eastern Europe. including Russia, who had left their homelands and come to America between 1880 and 1914. Many detested Czarist Russia and wished to see it destroyed. Of these Jews, not more than 12,000 were enrolled members of the Zionist Organization.[60]

The goodwill of Jewry, and especially America’s Jews, was assessed by both sides in the war as being very important. The once-poor Eastern European Jews had achieved a dominant position in New York’s garment industry. and had become a significant political force. In 1914 they sent a Russian-born socialist to the Congress of the United States. They produced dozens of Yiddish periodicals; they patronized numerous Yiddish theatres and music halls; their sons and daughters were filling the metropolitan colleges and universities.[61]

From the beginning of the war, the German Ambassador in Washington. Count Bernstorff, was provided. by the Komitee fuer den Osten, with an adviser on Jewish Affairs (Isaac Straus); and when the head of the Zionist Agency in Constantinople appealed, in the winter of 1914, to the German Embassy to do what it could to relieve the pressure on the Jews in Palestine, it was reinforced by a similar appeal to Berlin from Bernstorff.[62] In November 1914, therefore, the German Embassy in Constantinople received instructions to recommend that the Turks sanction the re-opening of the Anglo-Palestine Company’s Bank — a key Zionist institution. In December the Embassy made representations which prevented a projected mass deportation of Jews of Russian nationality.[63] In February 1915 German influence helped to save a number of Jews in Palestine from imprisonment or expulsion, and “a dozen or twenty times” the Germans intervened with the Turks at the request of the Zionist office in Turkey, “thus saving and protecting the Yishuv.” [65] The German representations reinforced those of the American Ambassador in Turkey (Henry Morgenthau).[O][66] Moreover, both the German consulates in Palestine and the head of the German military mission there frequently exerted their influence on behalf of the Jews.[67]

German respect for Jewish goodwill enabled the Constantinople Zionist Agency from December 1914 to use the German diplomatic courier service and telegraphic code for communicating with Berlin and Palestine.[68] On 5 June 1915 Victor Jacobson was received at the German Foreign Office by the Under-Secretary of State (von Zimmerman) and regular contact commenced between the Berlin Zionist Executive (Warburg, Hantke and Jacobson) and the German Foreign Office.[69]

Zionist propagandists in Germany elaborated and publicized the idea that Turkey could become a German satellite and its Empire in Asia made wide open to German enterprise; support for “a revival of Jewish life in Palestine” would form a bastion of German influence in that part of the world.[70] This was followed by solicitation of the German Foreign Office to notify the German consuls in Palestine of the German Government’s friendly interest in Zionism. Such a course was favored by von Neurath [P] when asked by Berlin for his views in October, and in November of 1915, the text for such a document was agreed upon and circulated after the approval of the German Chancellor (Bethmann-Hollweg). It was cautiously and vaguely worded so as not to upset Turkish susceptibilities, stating to the Palestine consuls that the German Government looked favorably on “Jewish activities designed to promote the economic and cultural progress of the Jews in Turkey, and also on the immigration and settlement of Jews from other countries.” [71]

The Zionists felt that an important advance toward a firm German commitment to their aims had been made, but when the Berlin Zionist Executive pressed for a public assurance of sympathy and support, the Government told them to wait until the end of the war, when a victorious Germany would demonstrate its goodwill.[72]

When Zionist leaders in Germany met Jemal Pasha, by arrangement with the Foreign Office, during his visit to Berlin in the summer of 1917, they were told that the existing Jewish population would be treated fairly but that no further Jewish immigrants would he allowed. Jews could settle anywhere else but not in Palestine. The Turkish Government, Jemal Pasha declared, wanted no new nationality problems, nor was it prepared to antagonize the Palestinian Arabs, “who formed the majority of the population and were to a man opposed to Zionism.” [73]

A few weeks after the interview, the Berlin Zionists’ pressure was further weakened by the uncovering by Turkish Intelligence of a Zionist spy ring working for General Allenby’s Intelligence section under an Aaron Aaronssohn. “It is no wonder that the Germans, tempted as they may have been by its advantages, shrank from committing themselves to a pro-Zionist declaration.” [74]

It was fortunate for Zionism that the American Jews as a whole showed no enthusiasm for the Allied cause, wrote Stein, political secretary of the Zionist Organization from 1920 to 1929, “If they had all along been reliable friends, there would have been no need to pay them any special attention.” [75]

In 1914 the French Government had sponsored a visit to the United States by Professor Sylvain Levy and the Grand Rabbi of France with the object of influencing Jewish opinion in their favor, but without success. A year later, it tried to reply to disturbing reports from its embassy in Washington about the sympathies of American Jews [76] by sending a Jew of Hungarian origin (Professor Victor Basch) to the United States in November 1915.[77]

Ostensibly he represented the Ministry of Public Instruction, but his real mission was to influence American Jews through contact with their leaders.[78] Though armed with a message to American Jewry from Prime Minister Briand, he encountered an insuperable obstacle — the Russian alliance. “For Russia there is universal hatred and distrust … We are reproached with one thing only, the persecution of the Russian Jews, which we tolerate — a toleration which makes us accomplices … It is certain that any measures in favor of Jewish emancipation would be equivalent to a great battle lost by Germany.” [79] Basch had to report to French President Poincare the failure of his mission.[80]

At the same time that Basch had been dispatched to the United States, the French Government approved the setting up of a “Comité de propagande Francais aupres des Juifs neutres,” and Jacques Bigart, the Secretary of the Alliance Israelite, accepted a secretaryship of the Comité. Bigart suggested to Lucien Wolf, of the Jewish Conjoint Foreign Committee in London, that a similar committee be set up there. Wolf consulted the Foreign Office and was invited by Lord Robert Cecil to provide a full statement of his views.[81]

In December 1915 Wolf submitted a memorandum in which he analyzed the characteristics of the Jewish population of the United States and reached the conclusion that “the situation, though unsatisfactory, is far from unpromising.” Though disclaiming Zionism, be wrote that “In America, the Zionist organizations have lately captured Jewish opinion.” If a statement of sympathy with their aspirations were made, “I am confident they would sweep the whole of American Jewry into enthusiastic allegiance to their cause.” [82]

Early in 1916 a further memorandum was submitted to the British Foreign Office as a formal communication from the Jewish Conjoint Foreign Committee. This stated that “the London (Conjoint) and Paris Committees formed to influence Jewish opinion in neutral countries in a sense favorable to the Allies” had agreed to make representations to their respective Governments. First, the Russian Government should be urged to ease the position of their Jews by immediate concessions for national-cultural autonomy secondly, “in view of the great organized strength of the Zionists in the United States,” (in fact out of the three million Jews in the U.S. less than 12,000 had enrolled as Zionists in 1913), [83] the Allied Powers should give assurances to the Jews of facilities in Palestine for immigration and colonization, liberal local self-government for Jewish colonists, the establishment of a Jewish university, and for the recognition of Hebrew as one of the vernaculars of the land — in the event of their victory.[84]

On 9 March 1916 the Zionists were informed by the Foreign Office that “your suggested formula is receiving (Sir Edward Grey’s) careful and sympathetic attention, but it is necessary for H.M.G. to consult their Allies on the subject.” [85] A confidential memorandum was accordingly addressed to the Russian Minister of Foreign Affairs in Petrograd, to ascertain his views, though its paternity, seeing that Asquith was still Prime Minister, “remains to be discovered.” [86] No direct reply was received, but in a note addressed to the British and French ambassadors four days later, Sazonov obliquely assented, subject to guarantees for the Orthodox Church and its establishments, to raise no objection to the settlement of Jewish colonists in Palestine.[87]

Nothing came of these proposals. On 4 July the Foreign Office informed the Conjoint Committee that an official announcement of support was inopportune.[88] They must be considered alongside the Sykes-Picot Agreement being negotiated at this time, and the virtual completion of the Hussein-McMahon Correspondence by 10 March 1916, with the hope that an Arab revolt and other measures would bring victory near.

But 1916 was a disastrous year for the Allies. “In the story of the war” wrote Lloyd George,

the end of 1916 found the fortunes of the Allies at their lowest ebb. In the offensives on the western front we had lost three men for every two of the Germans we had put out of action. Over 300,000 British troops were being immobilized for lack of initiative or equipment or both by the Turks in Egypt and Mesopotamia, and for the same reason nearly 400,000 Allied soldiers were for all purposes interned in the malarial plains around Salonika.[89]

The voluntary system of enlistment was abolished, and a mass conscript army of continental pattern was adopted, something which had never before occurred in British history.[Q][90] German submarine activity in the Atlantic was formidable; nearly 11/2 million tons of merchant shipping had been sunk in 1916 alone. As for paying for the war, the Allies at first had used the huge American debts in Europe to pay for war supplies, but by 1916 the resources of J.P. Morgan and Company, the Allies’ financial and purchasing agents in the United States, were said to be nearly exhausted by increased Allied demands for American credit.[91] There was rebellion in Ireland. Lord Robert Cecil stated to the British Cabinet: “France is within measurable distance of exhaustion. The political outlook of Italy is menacing. Her finance is tottering. In Russia, there is great discouragement. She has long been on the verge of revolution. Even her man-power seems coming near its limits. ” [94]

Secretary of State Kitchener was gone — drowned when the cruiser Hampshire sank on 5 June 1916 off the Orkneys when he was on his way to Archangel and Petrograd to nip the revolution in the bud. He had a better knowledge of the Middle East than anyone else in the Cabinet. The circumstances suggest espionage and treachery. Walter Page, the U.S. Ambassador in London, entered in his diary: “There was a hope and feeling that he (Lord Kitchener) might not come back… as I make out.”

There was a stalemate on all fronts. In Britain, France and Germany, hardly a family numbered all its sons among the living. But the British public — and the French, and the German — were not allowed to know the numbers of the dead and wounded. By restricting war correspondents, the American people were not allowed to know the truth either.

The figures that are known are a recital of horrors.[R]

In these circumstances, a European tradition of negotiated peace in scores of wars, might have led to peace at the end of 1916 or early 1917.

Into this gloomy winter of 1916 walked a new figure. He was James Malcolm, [S] an Oxford educated Armenian [T] who, at the beginning of 1916, with the sanction of the British and Russian Governments, had been appointed by the Armenian Patriarch a member of the Armenian National Delegation to take charge of Armenian interests during and after the war. In this official capacity, and as adviser to the British Government on Eastern affairs, [95] he had frequent contacts with the Cabinet Office, the Foreign Office, the War Office and the French and other Allied embassies in London, and made visits to Paris for consultations with his colleagues and leading French officials. He was passionately devoted to an Allied victory which he hoped would guarantee the national freedom of the Armenians then under Turkish and Russian rule.

Sir Mark Sykes, with whom he was on terms of family friendship, told him that the Cabinet was looking anxiously for United States intervention in the war on the side of the Allies, but when asked what progress was being made in that direction, Sykes shook his head glumly, “Precious little,” he replied.

James Malcolm now suggested to Mark Sykes that the reason why previous overtures to American Jewry to support the Allies had received no attention was because the approach had been made to the wrong people. It was to the Zionist Jews that the British and French Governments should address their parleys.

“You are going the wrong way about it,” said Mr. Malcolm. “You can win the sympathy of certain politically-minded Jews everywhere, and especially in the United States, in one way only, and that is, by offering to try and secure Palestine for them.” [96]

What really weighed most heavily now with Sykes were the terms of the secret Sykes-Picot Agreement. He told Malcolm that to offer to secure Palestine for the Jews was impossible. “Malcolm insisted that there was no other way and urged a Cabinet discussion. A day or two later, Sykes told him that the matter had been mentioned to Lord Milner who had asked for further information. Malcolm pointed out the influence of Judge Brandeis of the American Supreme Court, and his strong Zionist sympathies.” [97]

In the United States, the President’s adviser, Louis D. Brandeis, a leading advocate of Zionism, had been inducted as Associate Justice of the Supreme Court on 5 June 1916. That Wilson was vulnerable was evident, in that as early as 1911, he had made known his profound interest in the Zionist idea and in Jewry.[98]

Malcolm described Wilson as being “attached to Brandeis by ties of peculiar hardness,” a cryptic reference to the story that Wilson had been blackmailed for $40,000 for some hot love letters he had written to his neighbor’s wife when he was President of Princeton. He did not have the money, and the go-between, Samuel Untermeyer, of the law firm of Guggenheim, Untermeyer & Marshall, said he would provide it if Wilson would appoint to the next vacancy on the Supreme Court a nominee selected by Mr. Untermeyer. The money was paid, the letters returned, and Brandeis had been the nominee.

Wilson had written to the Senate, where opposition to the nominee was strong: “I have known him. I have tested him by seeking his advice upon some of the most difficult and perplexing public questions about which it was necessary for me to form a judgment When Brandeis had been approved by the Senate, Wilson wrote to Henry Morgenthau: “I never signed any commission with such satisfaction.” “Relief” might have been a more appropriate word.

The fact that endorsement of Wilson’s nominee by the Senate Judiciary Committee had only been made “after hearings of unprecedented length” [99] was not important. Brandeis had the President’s ear; he was “formally concerned with the Department of State.” [100] This was the significant development, said Malcolm, which compelled a new approach to the Zionists by offering them the key to Palestine.

The British Ambassador to the United States (Sir Cecil Spring-Rice) had written from Washington in January 1914 that “a deputation came down from New York and in two days ‘fixed’ the two Houses so that the President had to renounce the idea of making a new treaty with Russia.” [101] In November 1914 he had written to the British Foreign Secretary of the German Jewish bankers who were extending credits to the German Government and were getting hold of the principal New York papers” thereby “bringing them over as much as they dare to the German side and “toiling in a solid phalanx to compass our destruction.” [102]

This anti-Russian sentiment was part of a deep concern for the well-being of Russian and Polish Jews. Brandeis wrote to his brother from Washington on 8 December 1914: “… You cannot possibly conceive the horrible sufferings of the Jews in Poland and adjacent countries. These changes of control from German to Russian and Polish anti-semitism are bringing miseries as great as the Jews ever suffered in all their exiles.” [U][103]

In a speech to the Russian Duma on 9 February (27 January Gregorian) 1915, Foreign Minister Sazonov denied the calumnious stories which, he said, were circulated by Germany, of accounts of alleged pogroms against the Jews and of wholesale murders of Jews by the Russian armies. “If the Jewish Population suffered in the war zone, that circumstance unfortunately was inevitably associated with war, and the same conditions applied in equal measure to all people living within the region of military activity.” He added to the rebuttal with accounts of hardship in areas of German military action in Poland, Belgium and Serbia.[104]

It is noteworthy that the chairman of the non-Zionist American Jewish Committee responded to an appeal by the Brandeis group that all American Jews should organize to emphasize Zionist aims in Palestine before the Great Powers in any negotiations during or at the end of the war, by dissociating his community from the suggestion that Jews of other nationalities were to be accorded special status. He said that “the very thought of the mass of the Jews of America having a voice in the matter of deciding the welfare of the Jews in the world made him shrink in horror.”[107]

The new approach to the Zionist movement by Mark Sykes with James Malcolm as preliminary interlocutor took the form of a series of meetings at Chaim Weizmann’s London house, with the knowledge and approval of the Secretary of the War Cabinet, Sir Maurice Hankey.

A Programme for a New Administration of Palestine in Accordance with the Aspirations of the Zionist Movement was issued by the English Political Committee of the Zionist Organization in October 1916, and submitted to the British Foreign Office as a basis for discussion in order to give an official character to the informal house-talks. It included the following:

(1) The Jewish Chartered Company is to have power to exercise the right of pre-emption over Crown and other lands and to acquire for its own use all or any concessions which may at any time be granted by the suzerain government or governments.

(2) The present population, being too small, too poor and too little trained to make rapid progress, requires the introduction of a new and progressive element in the population. (But the rights of minority nationalities were to be protected).

Other Points were, (3) recognition of separate Jewish nationality in Palestine; participation of the Palestine Jewish population in local self-government; (5) Jewish autonomy in purely Jewish affairs; (6) official recognition and legalization of existing Jewish institutions for colonization in Palestine.[108]

This Programme does not appear to have reached Cabinet level at the time it was issued, probably because of Asquith’s known lack of sympathy, but as recorded by Samuel Landman, the Zionist Organization was given official British facilities for its international correspondence.[109]

Lloyd George, an earnest and powerful demagogue, was now prepared to oust Asquith, his chief, by a coup de main. With the death of Kitchener in the summer of 1916, he had passed from Munitions to the War Office and he saw the top of the parliamentary tree within his grasp. In this maneuver he was powerfully aided by the newspaper proprietor Northcliffe, [V] who turned all his publications from The Times downwards to depreciate Asquith, and by the newspaper-owing M.P., Max Aitken (later Lord Beaverbrook).

With public sympathy well prepared, Lloyd George demanded virtual control of war policy. It was intended that Asquith should refuse. He did. Lloyd George resigned. Asquith also resigned to facilitate the reconstruction of the Government. The King then sent for the Conservative leader, Bonar Law, who, as prearranged, advised him to offer the premiership to Lloyd George.[110]

Asquith and Grey were out; Lloyd George and Balfour were in. With Lloyd George as Prime Minister from December 1916, Zionist relations with the British Government developed fast. Lloyd George had been legal counsel for the Zionists, and while Minister of Munitions, had had assistance from the Zionist leader Chaim Weizmann; the new Foreign Minister, Arthur Balfour, was already known for his Zionist sympathies.

The Zionists were undermining the wall between them and their Palestine objective which they had found impossible “to surmount by ordinary political means” prior to the war.[111] Herzl’s suggestion that they would get Palestine “not from the goodwill but from the jealousy of the Powers,” [112] was being made to come true.

The Zionists moved resolutely to exploit the new situation now that the Prime Minister and Foreign Secretary were their firm supporters.

Landman, in his Secret History of the Balfour Declaration, wrote:

Through General McDonogh, Director of Military Operations, who was won over by Fitzmaurice (formerly Dragoman of the British Embassy in Constantinople and a friend of James Malcolm), Dr. Weizmann was able, about this time, to secure from the Government the services of half a dozen younger Zionists for active work on behalf of Zionism. At the time, conscription was in force, and only those who were engaged on work of national importance could be released from active service at the Front. I remember Dr. Weizmann writing a letter to General McDonogh and invoking his assistance in obtaining the exemption from active service of Leon Simon, (who later rose to high rank in the Civil Service as Sir Leon Simon, C.B.), Harry Sacher, (on the editorial staff of the Manchester Guardian), Simon Marks, [W] Yamson Tolkowsky and myself. At Dr. Weizmann’s request I was transferred from the War Office (M.I.9), where I was then working, to the Ministry of Propaganda, which was under Lord Northcliffe, and later to the Zionist office, where I commenced work about December 1916. Simon Marks actually arrived at the Office in khaki, and immediately set about the task of organizing the office which, as will be easily understood, had to maintain constant communications with Zionists in most countries.

From that time onwards for several years, Zionism was considered an ally of the British Government, and every help and assistance was forthcoming from each government department. Passport or travel difficulties did not exist when a man was recommended by our office. For instance. a certificate signed by me was accepted by the Home Office at that time as evidence that an Ottoman Jew was to be treated as a friendly alien and not as an enemy, which was the case with the Turkish subjects.


[K]  This new offer to Russia of a direct outlet into the Mediterranean is a measure of the great importance attached by Britain and France to continued and wholehearted Russian participation in the war. British policy from the end of the Napoleonic wars had been directed against Russia’s efforts to extend its conquests to the Golden Horn and the Mediterranean (threatening Egypt and the way to India). For this reason, Britain and France had formed an alliance and fought the Crimean War (1854-56), which ended in the Black Sea being declared neutral; no warships could enter it nor could arsenals be built on its shores.
But Russian concern for the capture of Constantinople was more than economic and strategic. It was not unusual for priests to declare that the Russian people had a sacred duty to drive out the “infidel” Turk and raise the orthodox cross on the dome of Santa Sophia.
In 1877, the Russian armies again moved towards Constantinople with the excuse of avenging cruelties practiced on Christians. Again England frustrated these designs and the aggression ended with the Congress of Berlin, and British occupation of Cyprus.
[L]  Sir Mark Sykes, Secretary of the British War Cabinet, sent to Russia to negotiate the Tripartite (Sykes-Picot) Agreement for the Partition of the Ottoman Empire. M. Picot was the French representative in the negotiations. Neither Hussein nor Sir Henry McMahon were made aware of these secret discussions. Among other things, the agreement called for parts of Palestine to be placed under “an international administration.”
[M]  Of the Warburg international banking family. Although ostensibly a second Secretary in the Wilhelmstrasse, Warburg has been reported as having the same postition in German counterintelligence as Adrmiral Canaris in World War II.
[N]  Jacob Schiff, German-born senior partner in Kuhn, Loeb & Co. and “the most influential figure of his day in American Jewish life,” wrote in The Menorah Journal of April 1915: “It is well known that I am a German sympathizer … England has been contaminated by her alliance with Russia … am quite convinced that in Germany anti-Semitism is a thing of the past.[64] The Jewish Encyclopedia for 1906 states that “Schiff’s firm subscribed for and floated the large Japanese war loan in 1904-05” (for the Russo-Japanese war). “in recognition of which the Mikado conferred on Schiff the second order of the Sacred Treasure of Japan.” Partners with Schiff were Felix M. Warburg and his brother Paul who had come to New York in 1902 from Hamburg, and organized the Federal Reserve System.
[O]  An award for Morgenthau’s heavy financial support for Wilson’s presidential campaign.
[P]  Later, Foreign Minister (1932-38) and Protector of Bohemia (1939-43).
[Q]  Russian nationals resident in the United Kingdom (nearly all of them Jews), not having become British subjects, some 25,000 of military age, still escaped military service.[92] This prompted Jabotinsky and Weizmann to urge the formation of a special brigade for Russian Jews, but the idea not favorably received by the Government, and the Zionists joined non-Zionists in an effort to persuade Russian Jews of military age to volunteer as individuals for service in the British army. The response was negligible, and in July 1917 the Military Service (Conventions with Allies) Act was given Royal assent. Men of military age were invited to serve in the British army or risk deportation to Russia. However, the Russian revolution prevented its unhindered application.[93]
[R]  Half a million Frenchmen were lost in the first four months of war, 1 million lost by the end of 1915, and 5 million by 1918. Who can imagine that the Allies lost 600,000 men in one battle, the Somme, and the British more officers in the first few months than all wars of the previous hundred years put together?
At Stalingrad, in the Second World War, the Wehrmacht had 230,000 men in the field. The German losses at Verdun alone were 325,000 killed or wounded.
By this time a soldier in one of the better divisions could count on a maximum of three months’ service without being killed or wounded, and the life expectancy for an officer at the front was down to five months in an ordinary regiment and six weeks in a crack one.
[S]  See his Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution .
[T]  Born in Persia, where his family had settled before Elizabethan days. He was sent to school in England in 1881, being placed in the care of a friend and agent of his family, Sir Albert (Abdullah) Sassoon. Early in 1915, he founded the Russia Society in London among the British public as a means of improving relations between the two countries. Unlike the Zionists, he had no animus towards Czarist Russia.
[U]  A reference to the 1914 invasion of Austria and East Prussia by the Russians with such vigor that many people believed that the “Russian steamroller” would soon reach Berlin and end the war. Only the diversion of whole army divisions from the Western to the Eastern Front under the command of General von Hindenburg saved Berlin, and in turn saved Paris.
There was a direct effort by certain groups to support anti-Imperial activities in Russia from the United States, [105][106] but Brandeis was apparently not implicated.
[V]  Northcliffe was small-minded enough to have Lloyd George called to the telephone, in front of friends, to demonstrate the politician’s need of the Press.
[W]  Associated with Israel M. Sieff, another of Weizmann’s inner circle, in the business which later became Marks & Spencer, Ltd. Sieff was appointed an economic consultant to the U.S. Administration (OPA) in March 1924. As subsequent supporters, with Lord Melchett, of “Political and Economic Planning” (PEP), they exercised considerable influence on British inter-war policy.


The Declaration, 1917

The informal committee of Zionists and Mark Sykes as representative of the British Government, met on 7 February 1917 at the house of Moses Gaster, [X] the Chief Rabbi of the Sephardic (Spanish and Portuguese) congregations in England. Gaster opened the meeting with a statement that stressed Zionist support for British strategic interests in Palestine which were to be an integral part of any agreement between them. As these interests might be considered paramount to British statesmen, support for Zionist aims there, Caster said, was fully justified. Zionism was irrevocably opposed to any internationalization proposals, even an Anglo-French condominium.[113]

Herbert Samuel followed with an expression of the hope that Jews in Palestine would receive full national status, which would be shared by Jews in the Diaspora. The question of conflict of nationality was not mentioned and a succeeding speaker, Harry Sacher, suggested that the sharing should not involve the political implications of citizenship.[114] Weizmann spoke of the necessity for unrestricted immigration. It is clear that the content of each speech was thoroughly prepared before the meeting.

Sykes outlined the obstacles: the inevitable Russian objections, the opposition of the Arabs, and strongly pressed French claims to all Syria, including Palestine.[115] James de Rothschild and Nahum Sokolow, the international Zionist leader, also spoke. The meeting ended with a summary of Zionist objectives:

1. International recognition of Jewish right to Palestine;

2. Juridical nationhood for the Jewish community in Palestine;

3. The creation of a Jewish chartered company in Palestine with rights to acquire land;

4. Union and one administration for Palestine; and

5. Extra-territorial status for the holy places.[117]

The first three points are Zionist, the last two were designed to placate England and Russia, respectively [118] and probably Italy and the Vatican. Sokolow was chosen to act as Zionist representative, to negotiate with Sir Mark Sykes.

The Zionists were, of course, coordinating their activities internationally. On the same day as the meeting in London, Rabbi Stephen Wise in the United States wrote to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes: ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [118a]

The reports reaching England of impending dissolution of the Russian state practically removed the need for Russian endorsement of Zionist aims, but made French and Italian acceptance even more urgent. This at any rate was the belief of Sykes, Balfour, Lloyd George and Winston Churchill, who, as claimed in their subsequent statements, were convinced that proclaimed Allied support for Zionist aims would especially influence the United States. Events in Russia made the cooperation of Jewish groups with the Allies much easier. At a mass meeting in March 1917 to celebrate the revolution which had then taken place, Rabbi Stephen Wise, who had succeeded Brandeis as chairman of the American Provisional Zionist Committee after Brandeis’s appointment to the Supreme Court, said: “I believe that of all the achievements of my people, none has been nobler than the part the sons and daughters of Israel have taken in the great movement which has culminated in free Russia.” [119]

Negotiations for a series of loans totalling $190,000,000 by the United States to the Provisional Government in Russia of Alexander Kerensky were begun on the advice of the U.S. ambassador to Russia, David R. Francis, who noted in his telegram to Secretary of State Lansing, “financial aid now from America would be a master-stroke. Confidential. Immeasurably important to the Jews that revolution succeed… ” [120]

On 22 March 1917 Jacob H. Schiff of Kuhn, Loeb & Co., wrote to Mortimer Schiff, “We should be somewhat careful not to appear as overzealous but you might cable Cassel because of recent action of Germany (the declaration of unlimited U-boat warfare) and developments in Russia we shall no longer abstain from Allied Governments financing when opportunity offers.”

He also sent a congratulatory cable to the Minister of Foreign Affairs in the first Provisional Government, referring to the previous government as “the merciless persecutors of my co-religionists.”

In the same month, Leiber Davidovich Bronstein, alias Leon Trotsky, a Russian-born U.S. immigrant, had left the Bronx, New York, for Russia, with a contingent of followers, while V.I. Ulyanov (Lenin) and a party of about thirty were moving across Germany from Switzerland, through Scandinavia to Russia. Some evidence exists that Schiff and other sponsors like Helphand financed these revolutionaries.

In March 1917, President Wilson denounced as “a little group of willful men,” the non-interventionists who filibustered an Administration-sponsored bill that would have empowered Wilson to wage an undeclared naval war against Germany. The opposition to Wilson was led by Senators La Follette and Norris.

On 5 April, the day before the United States Congress adopted a resolution of war, Schiff had been informed by Baron Gunzburg of the actual signing of the decrees removing all restrictions on the Jews in Russia.

At a special session of Congress on 2 April 1917, President Wilson referred to American merchant ships taking supplies to the Allies which had been sunk during the previous month by German submarines (operating a counter-blockade; the British and French fleets having blockaded the Central Powers from the beginning of the war); and then told Congress that “wonderful and heartening things have been happening within the last few weeks in Russia.”

He asked for a declaration of war with a mission:

for democracy, for the right of those who submit to authority to have a voice in their own governments, for the rights and liberties of small nations, for a universal dominion of right by such a concert of free peoples as shall bring peace and safety to all nations and make the world itself at last free.

To such a task we can dedicate our lives and our fortunes, everything that we are and everything that we have, with the pride of those who know that the day has come when America is privileged to spend her blood and her might for the principles that gave her birth and happiness and the peace that she has treasured. God helping her, she can do no other. (emphasis supplied)

That night crowds filled the streets, marching, shouting, singing Dixie” or “The Star Spangled Banner.” Wilson turned to his secretary, Tumulty: “Think what that means, the applause. My message tonight was a message of death, How strange to applaud that!”

So, within six months of Malcolm’s specific suggestion to Sykes, the United States of America, guided by Woodrow Wilson, was on the side of the Allies in the Great War.

Was Wilson guided by Brandeis away from neutrality — to war?

In London, the War Cabinet led by Lloyd George lost no time committing British forces first to the capture of Jerusalem, and then to the total expulsion of the Turks from Palestine. The attack on Egypt, launched on 26 March 1917, attempting to take Gaza, ended in failure. By the end of April a second attack on Gaza had been driven back and it had become clear that there was no prospect of a quick success on this Front.

From Cairo, where he had gone hoping to follow the Army into Jerusalem with Weizmann, Sykes telegraphed to the Foreign Office that, if the Egyptian Expeditionary Force was not reinforced then it would be necessary “to drop all Zionist projects … Zionists in London and U.S.A. should be warned of this through M. Sokolow… ” [120a]

Three weeks later, Sykes was told that reinforcements were coming from Salonika. The War Cabinet also decided to replace the Force’s commander with General Allenby.

Sykes was the official negotiator for the whole project of assisting the Zionists. He acted immediately after the meeting at Gaster’s house by asking his friend M. Picot to meet Nahum Sokolow at the French Embassy in London in an attempt to induce the French to give way on the question of British suzerainty in Palestine.[121] James Malcolm was then asked to go alone to Paris to arrange an interview for Sokolow directly with the French Foreign Minister. Sokolow had been previously unsuccessful in obtaining the support of French Jewry for a meeting with the Minister; since the richest and most influential Jews in the United States and England, with the notable exception of the Rothschilds, who could have arranged such a meeting, were opposed to the political implications of Zionism. In Paris, the powerful Alliance Israélite Universelle had made every effort to dissuade him from his mission.[122] Not that the Zionists had no supporters in France other than Edmond de Rothschild, [Y]but the Ministry of Foreign Affairs had no reason to entangle itself with them.[123] Now James Malcolm opened the door directly to them as he had done in London.

Sykes joined Malcolm and Sokolow in Paris. Sykes and Malcolm, apart from the consideration of Zionism and future American support for the war, were concerned with the possibility of an Arab-Jewish-Armenian entente which, through amity between Islamic, Jewish and Christian peoples, would bring peace, stability and a bright new future for the inhabitants of this area where Europe, Asia Minor and Africa meet. Sokolow went along for the diplomatic ride, but in a letter to Weizmann (20 April 1917) he wrote: “I regard the idea as quite fantastic. It is difficult to reach an understanding with the Arabs, but we will have to try. There are no conflicts between Jews and Armenians because there are no common interests whatever.” [Z][124]

Several conversations were held with Picot, including one on 9 April when other officials included Jules Cambon, the Secretary-General of the Foreign Ministry, and the Minister’s Chef de Cabinet, Exactly what assurances were given to Sokolow is uncertain, but he wrote to Weizmann “that they accept in principle the recognition of Jewish nationality in terms of a national home, local autonomy, etc.” [125] And to Brandeis and Tschlenow, he telegraphed through French official channels: “… Have full confidence Allied victory will realise our Palestine Zionist aspirations.” [126]

Sokolow set off for Rome and the Vatican. “There, thanks to the introductions of Fitzmaurice on the one hand and the help of Baron Sidney Sonnino [AA] on the other,” a Papal audience and interviews with the leading Foreign Office officials were quickly arranged.[127]

When Sokolow returned to Paris, he requested and received a letter from the Foreign Minister dated 4 June 1917, supporting the Zionist cause in general terms. He hastily wrote two telegrams which he gave to M. Picot for dispatch by official diplomatic channels. One was addressed to Louis D. Brandeis in the United States. It read: “Now you can move. We have the formal assurance of the French Government.” [BB][128]

“After many years, ‘ wrote M. Picot, “I am still moved by the thanks he poured out to me as he gave me the two telegrams … do not say that it was the cause of the great upsurge of enthusiasm which occurred in the United States, but I say that Judge Brandeis, to whom this telegram was addressed, was certainly one of the elements determining the decision of President Wilson.” [129]

But Wilson had declared war one month before!

It is natural that M. Picot should want to believe that he had played a significant part in bringing America into the war and therefore helping his country’s victory. The evidence certainly supports his having a part in helping a Zionist victory.

Their objective was in sight, but had still to be taken and held.

Although the United States was now a belligerent, no declaration of support had been made for the Zionist program for Palestine, either by Britain or the United States, and some of the richest and most powerful Jews in both countries were opposed to it.

The exception among these Jewish merchant princes was, of course, the House of Rothschild. From London on 25 April 1917, James de Rothschild cabled to Brandeis that Balfour was coming to the United States, and urged American Jewry to support “a Jewish Palestine under British Protection,,, as well as to press their government to do so. He advised Brandeis to meet Balfour.[134] The meeting took place at a White House luncheon, “You are one of the Americans I wanted to meet,” said the British Foreign Secretary.[135] Brandeis cabled Louis de Rothschild: “Have had a satisfactory talk with Mr. Balfour, also with Our President. This is not for Publication. ” [136]

On the other hand, a letter dated 17 May 1917 appeared in The Times (London) signed by the President of the Jewish Board of Deputies and the President of the Anglo-Jewish Association (Alexander and Montefiore, both men of wealth and eminence) stating their approval of Jewish settlement in Palestine as a source of inspiration for all Jews, but adding that they could not favor the Zionist’s political scheme. Jews, they believed, were a religious community and they opposed the creation of “a secular Jewish nationality recruited on some loose and obscure principle of race and ethnological peculiarity.” They particularly took exception to Zionist Pressure for a Jewish chartered company invested with political and economic privileges in which Jews alone would participate, Since this was incompatible with the desires of world Jewry for equal rights wherever they lived.[137]

A controversy then ensued in the British press, in Jewish associations and in the corridors of government, between the Zionist and non-Zionist Jews. In this, Weizmann really had less weight, but he mobilized the more forceful team. The Chief Rabbi dissociated himself from the non-Zionist statement and charged that the Alexander-Montefiore letter did not represent the views of their organizations.[138] Lord Rothschild wrote: “We Zionists cannot see how the establishment of an autonomous Jewish State under the aegis of one of the Allied Powers could be subversive to the loyalty of Jews to countries of which they were citizens. In the letter you have published, the question is also raised of a chartered company.” He continued: “We Zionists have always felt that if Palestine is to be colonized by the Jews, some machinery must be set up to receive the immigrants, settle them on the land and develop the land, and to be generally a directing agency. I can only again emphasize that we Zionists have no wish for privileges at the expense of other nationalities, but only desire to be allowed to work out our destinies side by side with other nationalities in an autonomous state under the suzerainty of one of the Allied Powers.” [139] This letter stressed the colonialist aspect of Zionism, but detracted from the strong statist declaration of Weizmann. The Zionist body in Palestine was to be of a more organizational character for the Jewish community.

Perhaps feeling that his statement had been a little too strong for liberal acceptance, Weizmann also joined this correspondence in the Times. Writing as President of the English Zionist Federation, he first claimed that,

it is strictly a question of fact that the Jews are a nationality. An overwhelming majority of them had always had the conviction that they were a nationality, which has been shared by non-Jews in all countries.”

The letter continued:

The Zionists are not demanding in Palestine monopolies or exclusive privileges, nor are they asking that any part of Palestine should he administered by a chartered company to the detriment of others. It always was and remains a cardinal principle of Zionism as a democratic movement that all races and sects in Palestine should enjoy full justice and liberty, and Zionists are confident that the new suzerain whom they hope Palestine will acquire as a result of the war will, in its administration of the country, be guided by the same principle.[140] (emphasis supplied)

The competition for the attention of the British public and British Jewry by the Zionists and their Jewish opponents continued in the press and in their various special meetings. A manifesto of solidarity with the opinions of Alexander and Montefiore was sent to The Times on 1 June 1917; and in the same month at Buffalo, N.Y., the President of the Annual Convention of the Central Conference of American Rabbis added his weight against Jewish nationalism: “I am not here to quarrel with Zionism. Mine is only the intention to declare that we, as rabbis, who are consecrated to the service of the Lord … have no place in a movement in which Jews band together on racial or national grounds, and for a political State or even for a legally-assured Home.” [141]

But while the controversy continued, the Zionists worked hard to produce a draft document which could form a declaration acceptable to the Allies, particularly Britain and the United States, and which would be in the nature of a charter of international status for their aims in Palestine. This was treated as a matter of urgency, as Weizmann believed it would remove the support from non-Zionist Jews [142] and ensure against the uncertainties inseparable from the war.

On 13 June 1917 Weizmann wrote Sir Ronald Graham at the Foreign Office that “it appears desirable from every point of view that the British Government should give expression to its sympathy and support of the Zionist claims on Palestine. In fact, it need only confirm the view which eminent and representative members of the Government have many times expressed to us … ” [143] This was timed to coincide with a minute of the same date of one of Balfour’s advisers in which it was suggested that the time had arrived “when we might meet the wishes of the Zionists and give them an assurance that H.M.G. are in general sympathy with their aspirations. ” [144] To which Balfour remarked, “Personally, I should still prefer to associate the U.S.A. in the Protectorate, should we succeed in securing it.” [145]

The Zionists also had to counter tentative British and American plans to seek a separate peace with Turkey. When Weizmann, for the Zionists, together with Malcolm, for the Armenians, went on 10 June to the Foreign Office to protest such a plan, Weizmann broadly suggested that the Zionist leaders in Germany were being courted by the German Government, and he mentioned, to improve credibility, that approaches were made to them through the medium of a Dr. Lepsius.

The truth, probably, is that the Berlin Zionist Executive was initiating renewed contact with the German Government so as to give weight to the pleading of their counterparts in London that the risk of German competition could not be left out of account. Lepsius was actually a leading Evangelical divine, well known for his championship of the Armenians, who were then being massacred in Turkey. When Leonard Stein examined the papers of the Berlin Executive after the war, his name was not to be found, and Mr. Lichtheim of the Executive had no recollection of any overtures by Lepsius.[146]

In the U.S., in July 1917, a special mission consisting of Henry Morgenthau, Sr., and Justice Brandeis’s nephew, Felix Frankfurter, was charged by President Wilson to proceed to Turkey, against which the United States did not declare war, to sound out the possibility of peace negotiations between Turkey and the Allies. In this, Wilson may have been particularly motivated by his passion to stop the massacres of Armenian and Greek Christians which were then taking place in Turkey and for whom he expressed immense solicitude On many occasions. Weizmann, however, accompanied by the French Zionist M. Weyl, forewarned, proceeded to intercept them at Gibraltar and persuaded them to return home.[147] During 1917 and 1918 more Christians were massacred in Turkey. Had Morgenthau and Frankfurter carried out their mission successfully, maybe this would have been avoided.

This account appears in William Yale’s book The Near East: A Modern History. He was a Special Agent of the State Department in the Near East during the First World War. When I had dinner with him on 12 May 1970 at the Biltmore Hotel in New York, I asked him if Weizmann had told him how the special mission had been aborted. He replied that Weizmann said that the Governor of Gibraltar had held a special banquet in their honor, but at the end all the British officials withdrew discretely, leaving the four Jews alone. “Then,” said Weizmann, “we fixed it.”

The same evening, he told me something which he said he had never told anyone else, and which was in his secret papers which were only to be opened after his death. He later wrote to me, after he had read The Palestine Diary, saying that he would like me to deal with those papers.

One of Yale’s assignments was to follow Wilson’s preference for having private talks with key personalities capable of influencing the course of events. He did this with Lloyd George, General Allenby and Col. T.E. Lawrence, for example. Yale said he had a talk with Weizmann “somewhere in the Mediterranean in 1919,” and asked him what might happen if the British did not support a national home for the Jews in Palestine. Weizmann thumped his fist on the table and the teacups jumped, “If they don’t,” he said, “we’ll smash the British Empire as we smashed the Russian Empire.”

Brandeis was in Washington during the summer of 1917 and conferred with Secretary of State Robert S. Lansing from time to time on Turkish-American relations and the treatment of Jews in Palestine.[148] He busied himself in particular with drafts of what later became the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine, and in obtaining American approval for them.[149] A considerable number of drafts were made in London and transmitted to the United States, through War Office channels, for the use of the American Zionist Political Committee. Some were detailed, but the British Government did not want to commit itself to more than a general statement of principles.

On 18 July, such a statement, approved in the United States, was forwarded by Lord Rothschild to Lord Balfour. It read as follows:

His Majesty’s Government, after considering the aims of the Zionist Organization, accepts the principle of recognizing Palestine as the National Home [CC] of the Jewish people and the right of the Jewish people to build up its national life in Palestine under a protectorate to be established at the conclusion of peace following the successful issue of war.

His Majesty’s Government regards as essential for the realization of this principle the grant of internal autonomy to the Jewish nationality in Palestine, freedom of immigration for Jews, and the establishment of a Jewish national colonization corporation for the resettlement and economic development of the country.

The conditions and forms of the internal autonomy and a charter for the Jewish national colonizing corporation should, in the view of His Majesty’s Government, be elaborated in detail, and determined with the representatives of the Zionist Organization.[150]

It seems possible that Balfour would have issued this declaration but strong representatives against it were made directly to the Cabinet by Lucien Wolf, Claude Montefiore Sir Mathew Nathan, Secretary of State for India Edwin Montagu, [DD] and other non-Zionist Jews. It was significant they believed that “anti-semites are always very sympathetic to Zionism,” and though they would welcome the establishment in Palestine of a center of Jewish culture, some — like Philip Magnes — feared that a political declaration would antagonize other sections of the population in Palestine, and might result in the Turks dealing with the Jews as they had dealt with the Armenians.[154] The Jewish opposition was too important to ignore, and the preparation of a new draft was commenced. At about this time, Northcliffe and Reading [EE] visited Washington and had a discussion with Brandeis at which they undoubtedly discussed Zionism.[155]

Multiple pressures at key points led Lord Robert Cecil to telegraph to Col. E.M. House on 3 September 1917: “We are being pressed here for a declaration of sympathy with the Zionist movement and I should be very grateful if you felt able to ascertain unofficially if the President favours such a declaration. ” [156] House, who had performed services relating to Federal Reserve and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, [157] and was Wilson’s closest adviser, relayed the message, but a week later Cecil was still without a reply.

On 11 September the Foreign Office had ready for dispatch the following message for Sir William Wiseman, [FF] head of the British Military Intelligence Service in the United States: “Has Colonel House been able to ascertain whether the President favours sympathy with Zionist aspirations as asked in my telegram of September 3rd? We should be most grateful for an early reply as September 17th is the Jewish New Year and announcement of sympathy by or on that date would have excellent effect.” But before it was sent, a telegram from Colonel House dated 11 September reached the Foreign Office.

Wilson had been approached as requested and had expressed the opinion that “the time was not opportune for any definite statement further, perhaps, than one of sympathy, provided it can be made without conveying any real commitment.” Presumably, a formal declaration would presuppose the expulsion of the Turks from Palestine, but the United States was not at war with Turkey, and a declaration implying annexation would exclude an early and separate peace with that country.[158]

In a widely publicized speech in Cincinnati on 21 May 1916, after temporarily relinquishing his appointment as Ambassador to Turkey in favor of a Jewish colleague, Henry Morgenthau had announced that he had recently suggested to the Turkish Government that Turkey should sell Palestine to the Zionists after the war. The proposal, he said, had been well received, but its publication caused anger in Turkey.[159]

Weizmann was “greatly astonished” at this news, especially as he had “wired to Brandeis requesting him to use his influence in our favour … But up to now I have heard nothing from Brandeis.” [161]

On 19 September Weizmann cabled to Brandeis:

Following text declaration has been approved by Foreign Office and Prime Minister and submitted to War Cabinet:

1. H.M. Government accepts the principle that Palestine should be reconstituted as the national home of the Jewish people.

2. H.M. Government will use its best endeavours to secure the achievement of the object and will discuss the necessary methods and means with the Zionist Organization.[162]

Weizmann suggested that non-Zionist opposition should be forestalled, and in this it would “greatly help if President Wilson and yourself support the text. Matter most urgent.” [163] He followed this up with a telegram to two leading New York Zionists, asking them to “see Brandeis and Frankfurter to immediately discuss my last two telegrams with them,” adding that it might be necessary for him to come to the United States himself.[164]

Brandeis saw House on 23 September and drafted a message, sent the following day through the British War Office. It advised that presidential support would be facilitated if the French and Italians made inquiry about the White House attitude, but he followed this the same day with another cable stating that from previous talks with the President and in the opinion of his close advisers, he could safely say that Wilson would be in complete sympathy.[165]

Thus Brandeis had either persuaded Wilson that there was nothing in the draft (Rothschild) declaration of 19 September which could be interpreted as “conveying any real commitment,” which is difficult to believe, or he had induced the President to change his mind about the kind of declaration he could approve or was sure he and House could do so.[166]

On 7 February 1917, Stephen Wise had written to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes, ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [167] In October, after seeing House together with Wise, de Haas reported to Brandeis: ”He has told us that he was as interested in our success as ourselves.” To Wilson, House stated that “The Jews from every tribe descended in force, and they seem determined to break in with a jimmy, if they are not let in.” [168] A new draft declaration had been prepared; Wilson had to support it.

On 9 October 1917, Weizmann cabled again to Brandeis from London of difficulties from the “assimilants” Opposition: “They have found an excellent champion … in Mr. Edwin Montagu who is a member of the Government and has certainly made use of his position to injure the Zionist cause. ” [169]

Weizmann also telegraphed to Brandeis a new (Milner-Amery) formula. The same draft was cabled by Balfour to House in Washington on 14 October:

His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish race and will use its best endeavours to facilitate achievement of this object; it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of the existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed in any other country by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship.[170]

It was reinforced by a telegram from the U.S. Embassy in London direct to President Wilson (by-passing the State Department), stating that the “question of a message of sympathy with the (Zionist) movement” was being reconsidered by the British Cabinet “in view of reports that (the) German Government are making great efforts to capture (the) Zionist movement.” [171]

Brandeis and his associates found the draft unsatisfactory in two particulars. They disliked that part of the draft’s second safeguard clause which read, “by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship,” and substituted “the rights and civil political status enjoyed by Jews in any country. In addition, Brandeis apparently proposed the change of “Jewish race” to “Jewish people.” [172] Jacob de Haas, then Executive Secretary of the Provisional Zionist Committee, has written that the pressure to issue the declaration was coming from the English Zionist leaders: “they apparently needed it to stabilize their position against local anti-Zionism. If American Zionists were anxious about it, Washington would act.” De Haas continues:

Then one morning Baron Furness, one of England’s unostentatious representatives, brought to 44 East 23rd Street, at that time headquarters of the Zionist Organization, the final draft ready for issue. The language of the declaration accepted by the English Zionists based as it was on the theory of discontent was unacceptable to me. I informed Justice Brandeis of my views, called in Dr. Schmarya Levin and proceeded to change the text. Then with Dr. Wise, I hurried to Colonel House. By this time he had come to speak of Zionism as “our cause.” Quietly he perused my proposed change, discussed its wisdom and promised to call President Wilson on his private wire and urge the change. He cabled to the British Cabinet. Next day he informed me that the President had approved. I had business that week-end in Boston and it was over the long distance wire that my secretary in New York read to me the final form as repeated by cable from London. It was the text as I had altered it.[173]

“It seems clear,” wrote Stein, “that it was not without some prompting by House that Wilson eventually authorized a favourable reply to the British enquiry.” Sir William Wiseman, “who was persona grata both with the President and with House, was relied upon by the Foreign Office for dealing with the declaration at the American end. Sir William’s recollection is that Colonel House was influential in bringing the matter to the President’s attention and persuading him to approve the formula.” [174]

On 16 October 1917, after a conference with House, Wiseman telegraphed to Balfour’s private secretary: ”Colonel House put the formula before the President who approves of it but asks that no mention of his approval shall be made when His Majesty’s Government makes formula public, as he had arranged the American Jews shall then ask him for approval, which he will publicly give here.”[175]

The Balfour Declaration, as stated, was issued on 2 November 1917. Its text, seemingly so simple, had been prepared by some the craftiest of the craft of legal drafting. Leaflets containing its message were dropped by air on Germany and Austria and on the Jewish belt from Poland to the Baltic Sea.

Seven months had passed since America entered the war. It was an epochal triumph for Zionism, and some believe, for the Jews.

On the other hand, two months before the declaration, Sokolow had written of a marked falling off in “le philo-sémitisme d’autrefois,” ascribed by some to the impression that the Russian Jews were the mainspring of Bolshevism; and on the day it was issued, The Jewish Chronicle complained of “the antisemitic campaign which a section of the press in this country, indifferent to the national interests, is sedulously conducting.” [176] There only remained certain courtesies to be effected. On November 1917, Weizmann wrote a letter of thanks to Brandeis:

“… I need hardly say how we all rejoice in this great event and how grateful we all feel to you for the valuable and efficient help which you have lent to the cause in the critical hour … Once more, dear Mr. Brandeis, I beg to tender to you our heartiest congratulations not only on my own behalf but also on behalf of our friends here — and may this epoch-making be a beginning of great work for our sorely tried people and also of mankind.” [177]

The other principal Allied governments were approached with requests for similar pronouncements. The French simply supported the British Government in a short paragraph on 9 February 1918. Italian support was contained in a note dated 9 May 1918 to Mr. Sokolow by their ambassador in London in which he stressed the religious divisions of communities, grouping “a Jewish national centre” with existing religious communities.”

On 31 August 1918, President Wilson wrote to Rabbi Wise “to express the satisfaction I have felt in the progress of the Zionist movement . . since … Great Britain’s approval of the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people.” Brandeis joined in Zionist delight at the President’s endorsement and wrote: “Since the President’s letter, anti-Zionism is pretty near disloyalty and non-Zionism is slackening.” [178] Non-Zionist Jews now had a hard time if they wanted to disseminate their views; if they could not support Zionism they were asked at least to remain silent.

On 30 June 1922, the following resolution was adopted by the United States Congress:

Favouring the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people;

Resolved by the Senate and the House of Representatives of the United States of America in Congress assembled. That the United States of America favours the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, it being clearly understood that nothing shall be done which should prejudice the civil and religious rights of Christians and all other non-Jewish communities in Palestine, and that the holy places and religious buildings and sites in Palestine shall be adequately protected.[GG]

All people tend to see the world and its events in terms of their own experience, ideas and prejudices. This is natural. It is a fact used by master politicians and manipulators of opinion who form their appeals accordingly. The case of the Balfour Declaration is a fascinating example of a scheme presenting a multiplicity of images according to the facet of mind on which it reflected.

There were critics of the Balfour Declaration, although among the cacophony of many events competing for attention, few but its beneficiaries concentrated on the significance of what was being offered. One was the Jewish leader and statesman Mr. Edwin Montagu, who had no desire that Jews should be regarded as a separate race and a distinct nationality.[181] The other was Lord Curzon, who became Foreign Secretary at the end of October 1918. He prepared a memorandum dated 26 October 1917, on the penultimate and final drafts of the Balfour Declaration and related documents, and circulated it in the Cabinet. It was titled “The Future of Palestine.” Here are some extracts:

I am not concerned to discuss the question in dispute between the Zionist and anti-Zionist Jews . I am only concerned in the more immediately practical questions:

(a) What is the meaning of the phrase “a national home for the Jewish race in Palestine,” and what is the nature of the obligation that we shall assume if we accept this as a principle of British policy?

(b) If such a policy be pursued what are the chances of its successful realisation?

If I seek guidance from the latest collection of circulated papers (The Zionist Movement, G.-164) I find a fundamental disagreement among the authorities quoted there as to the scope and nature of their aim.

A “national home for the Jewish race or people” would seem, if the words are to bear their ordinary meaning, to imply a place where the Jews can be reassembled as a nation, and where they will enjoy the privileges of an independent national existence. Such is clearly the conception of those who, like Sir Alfred Mond, speak of the creation in Palestine of “an autonomous Jewish State,” words which appear to contemplate a State, i.e., a political entity, composed of Jews, governed by Jews, and administered mainly in the interests of Jews…

The same conception appears to underlie several other of the phrases employed in these papers, e.g., when we are told that Palestine is to become “a home for the Jewish nation,” “a national home for the Jewish race,” “a Jewish Palestine,” and when we read of “the resettlement of Palestine as a national centre,” and “the restoration of Palestine to the Jewish people,” all these phrases are variants of the same idea, viz., the re-creation of Palestine as it was before the days of the dispersion.

On the other hand, Lord Rothschild, when he speaks of Palestine as “a home where the Jews could speak their own language, have their own education, their own civilization, and religious institutions under the protection of Allied governments,” seems to postulate a much less definite form of political existence, one, indeed, which is quite compatible with the existence of an alien (so long as it is not Turkish) government…

Now what is the capacity as regards population of Palestine within any reasonable period of time? Under the Turks there is no such place or country as Palestine, because it is divided up between the sanjak of Jerusalem and the vilayets of Syria and Beirut. But let us assume that in speaking of Palestine in the present context we mean the old scriptural Palestine, extending from Dan to Beersheba, i.e., from Banias to Bir es-Sabi… . an area of less than 10,000 square miles. What is to become of the people of this country, assuming the Turk to be expelled, and the inhabitants not to have been exterminated by the war? There are over a half a million of these, Syrian Arabs — a mixed community with Arab, Hebrew, Canaanite, Greek, Egyptian, and possibly Crusaders’ blood. They and their forefathers have occupied the country for the best part of 1,500 years. They own the soil, which belongs either to individual landowners or to village communities. They profess the Mohammadan faith. They will not be content either to be expropriated for Jewish immigrants, or to act merely as hewers of wood and drawers of water to the latter.

Mr. Hamilton Fish replied: “As author of the first Zionist Resolution patterned on the Balfour Resolution, I denounce and repudiate the Ben Gurion statements as irreconcilable with my Resolution as adopted by Congress, and if they represent the Government of Israel and public opinion there, then I shall disavow publicly my support of my own Resolution, as I do not want to be associated with such un-American doctrines.”[180]


[X]  Born in Rumania in 1856, his imposing presence and scholarship combined with “an oracular manner suggesting that he had access to mysteries hidden from others, had made him an important figure at Zionist Congresses and on Zionist platforms in England and abroad.” It was calculated that Sykes would be impressed by his personality and background.[116]
[Y]  These included the socialist leader, Jules Cuesde, who had joined Viviani’s National Government as Minister of State; Gustave Herve: the publicist and future Minister de Monzie; and others.
[Z]  Privately, Sokolow resented Malcolm as “a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [130]
[AA]  Of Jewish extraction.[131]
[BB]  The French note represented a defeat for the “Syrian Party” in the government who believed in French dominion over the entire area. This was not only due to the strong representations of Sykes on behalf of his Government, but was assisted by those of Baron Edmond de Rothschild, [132] who prevailed upon the Alliance Israélite to back the Zionist cause.
The result of the no less successful conversations in Rome and the Vatican were cabled to the Zionist Organization over British controlled lines.[133]
[CC]  The use of the term “National Home” was a continuation of the euphemism deliberately adopted since the first Zionist Congress, when the term “Heimstaette” was used instead of any of the possible German words signifying “state.” At that time, its purpose was to avoid provoking the hostility of non-Zionist Jews.[151]
The author or inventor of the term ”Heimstaette” was Max Nordau who coined it ”to deceive by its mildness ” until such time as ”there was no reason to dissimulate our real aim.” [152]
The Arabic translation of ”National Home” ignores the intended subtlety, and the words employed: watan, qawm, and sha’b, are much stronger in meaning than an abstract notion of government.[153]
[DD]  (1879-1924). His father, the first Lord Swaythling, and Herbert Samuel’s father were brothers.
[EE]  Rufus Isaacs, a Jewish lawyer, who had quickly risen to fame in his profession, and then in politics. This was a period when elevations to the peerage for political and financial assistance to the party in power were so numerous that the whole system of British peerage was weakened. In 1916, Isaacs was a viscount; in 1917 an earl.
[FF]  Joined Kuhn, Loeb & Co. in 1921. and was responsible for their liaison with London banks, and was “in charge of financing several large enterprises.” [160]
[GG]  This was introduced by Mr. Hamilton Fish. His interpretation of his action was clarified thirty-eight years later, when the World Zionists held their 25th Congress in Jerusalem. David Ben Gurion, as Prime Minister of Israel, in his address to the gathering stated: “every religious Jew has daily violated the precepts of Judaism by remaining in the diaspora”; and, citing the authority of the Jewish sages, said: “Whoever dwells outside the land of Israel is considered to have no god.” He added: “Judaism is in danger of death by strangulation. In the free and prosperous countries it faces the kiss of death, a slow and imperceptible decline into the abyss of assimilation.” [179]


Wilson and the War

If the contract with Jewry was to bring the United States into the Great War in exchange for the promise of Palestine, did they in fact deliver, through Brandeis or anyone else?

For the German-Jewish princes of the purse in the United States, the evidence points more to the Russian revolution being the factor of most weight in determining their attitude.

Was it the resumption of Germany’s submarine blockade, the sinking of the Laconia, the Zimmerman telegram, which really influenced Wilson for war? Was it the Zionist counsel of Brandeis? In a careful study, Prof. Alex M. Arnett showed in 1937 that Wilson had decided to put the United States into the war on the side of the Allies many months before the resumption of U-boat warfare by Germany, which was promoted as a sufficient reason.[182]

In the propaganda battle for American public opinion between Britain and Germany, the former had the advantage of language, and the fact that on 5 August 1914 they had cut the international undersea cables linking Germany and the United States, thus eliminating quick communication between those two countries and giving British “news” the edge in forming public opinion.

The success of British propaganda methods were acknowledged by a German soldier of the time when he dictated his memoirs, Mein Kampf, in 1925: “In England propaganda was regarded as a weapon of the first order, whereas with us it represented the last hope of a livelihood for our unemployed politicians and a snug job for shirkers of the modest heroic type. Taken all in all, its results were negative.”

British propaganda portrayed the war as one of just defense against a barbarian aggressor akin to the hordes of Genghis Khan, who were rapers of nuns, mutilators of children, led by the Kaiser — pictured as a beast in human form, a lunatic, deformed monster, modern Judas, and criminal monarch.

Stories that German soldiers cut off the hands of Belgian children and crucified prisoners and perpetrated and all sorts of other atrocities said to have been practiced in Belgium, were circulated as widely as possible. The story about their making glycerine and soap from corpses did not appear until the end of April 1917, when new stories were created by American propagandists. One, a book called Christine, by “Alice Cholmondeley,” a collection of letters purporting to have been written by a teenage girl music student to her mother in Britain until her death in 1914, mingled a damning catalogue of alleged German character faults with emotional feelings for her fictitious mother and music. Propaganda experts rated it highly.[183]

The head of the American section of the British propaganda bureau, Sir Gilbert Parker, was able to report on his Success in the issue of his secret American Press Review for 11 October 1916 before the Presidential election: ”This week supplies satisfactory evidence of the permeation of the American Press by British influence.”

Men of British ancestry still dominated the powerful infrastructure of the economy, filled top positions in the State Department, in the influential Eastern universities, and in the communications and cultural media. Britain and France were more identified with democracy and freedom, and the Central Powers with imperial militaristic autocracy. From Oyster Bay, former President Theodore Roosevelt, recipient of the Nobel Peace Prize, performed high-pitched war dances of words in support of belligerency.

But at the Democratic convention, and in the subsequent campaign, it was William Jennings Bryan and his allied orators who created the theme and slogan: “He kept us out of war.”

Bryan had resigned as Secretary of State in June 1915 because he believed Wilson was jeopardizing American neutrality and showing partiality towards England. In his last interview, he told Wilson bitterly, “Colonel House has been Secretary of State, not I, and I have never had your full confidence.”

House, a secretive and subtle flatterer who had performed services relating to the Federal Reserve Bank and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, was perceived by Wilson as the “friend who so thoroughly understands me,” “my second personality….my independent self, His thoughts and mine are one.”

Bryan had wanted to go on a peace mission to Europe at the beginning of 1915, but the President sent House instead. House had actually sailed on the British ship Lusitania and as it approached the Irish coast on 5 February, the captain ordered the American flag to be raised.

The Intimate Papers of Colonel House record that on the morning of 7 May 1915, he and the British Foreign Secretary Grey drove to Kew. “We spoke of the probability of an ocean liner being sunk,” recorded House, “and I told him if this were done, a flame of indignation would sweep across America, which would in itself probably carry us into the war.” An hour later, House was with King George in Buckingham Palace. “We fell to talking, strangely enough,” the Colonel wrote that night, ”of the probability of Germany sinking a trans-Atlantic liner… ” He said, “Suppose they should sink the Lusitania with American passengers on board… “

That evening House dined at the American Embassy. A dispatch came in, stating that at two in the afternoon a German submarine had torpedoed and sunk the Lusitania off the southern coast of Ireland. 1,200 lives were lost, including 128 Americans. It took 60 years for the truth about its cargo to be confirmed; that it had carried munitions which exploded when the torpedo hit. But Secretary of State Bryan remarked to his wife, “I wonder if that ship carried munitions of war… . If she did carry them, it puts a different face on the whole matter! England has been using our citizens to protect her ammunition.”

In a telegram to President Wilson from England on 9 May 1915, House said he believed an immediate demand should made to Germany for assurance against a similar incident.

I should inform her that our Government expected to take measures … to ensure the safety of American citizens.

If war follows, it will not be a new war, but an endeavor to end more speedily an old one. Our intervention will save, rather than increase loss of life. We can no longer be neutral spectators .

In another telegram on 25 May, he noted that he had received from Ambassador Gerard a cable that Germany is in no need of food. “This does away with their contention that the starving of Germany justified their submarine policy.”

The next day, House lunched with Sir Edward Grey and read him all the telegrams that had passed between the President, Gerard and himself since last they had met. And he wrote on 30 May 1915, “I have concluded that war with Germany is inevitable, and this afternoon at six o’clock I decided to go home on the S.S. St. Paul on Saturday. I sent a cable to the President to this effect.” After his arrival in the United States, he wrote to the President from Rosslyn, Long Island, on 16 June 1915, a long letter which included the paragraph:

I need not tell you that if the Allies fail to win, it must necessarily mean a reversal of our entire policy.

I think we shall find ourselves drifting into war with Germany … Regrettable as this would be, there would be compensations. The war would be more speedily ended, and we would be in a strong position to aid the other great democracies in turning the world into the right paths. It is something that we have to face with fortitude, being consoled by the thought that no matter what sacrifices we make, the end will justify them. Affectionately yours, E.M. House.

Are these references related to Zionism or Palestine? I think not. Perhaps the clue is that immediately after the election of Wilson, House had anonymously published a political romance entitled Philip Dru: Administrator. Dru leads a revolt and becomes a dictator in Washington, where he formulates a new American constitution and brings about an international grouping or league of Powers.

Let us look to the other side of the water again in 1916, a year later.

About a month before Malcolm’s meeting with Sir Mark Sykes, Lloyd George gave an interview to the President of the United Press Association of America, in which he said “that Britain had only now got into her stride in her war effort, and was justifiably suspicious of any suggestion that President Wilson should choose this moment to ‘butt in’ with a proposal to stop the war before we could achieve victory.”

“The whole world … must know that there can be no outside interference at this stage. Britain asked no intervention when she was unprepared to fight. She will tolerate none now that she is prepared, until the Prussian military despotism is broken beyond repair… . The motto of the Allies was ‘Never Again!’ ” And this made worthwhile the sacrifices so far as well as those needed to end the war with victory.[184]

Grey wrote to him on the 29th of September that he was apprehensive about the effect “of the warning to Wilson in your interview… . It has always been my view that until the Allies were sure of victory the door should be kept open for Wilson’s mediation.”

But the following month, at one of the formal regular meetings with the Chief of the Imperial Staff, when Lloyd George received the familiar answers as to the course of the war — the German losses were greater than the Allies, that the Germans were gradually being worn down, and their morale shaken by constant defeat and retreat — he asked Sir Wm. Robertson for his views as “to how this sanguinary conflict was to be brought to a successful end … He just mumbled something about ‘attrition’.”

Lloyd George then asked for a formal memorandum on the subject. This was not encouraging, and said that an end could not be expected “before the summer of 1918. How long it may go on afterwards I cannot even guess.”

The facts were far from rosy, but were the hopes of Great Britain really hanging upon American entry into the war? There were two other possible courses.

One was suggested by the Marquess of Landsdowne, a member of the Cabinet and a statesman of considerable standing as the author of the Entente Cordiale in 1904. It was contained in a Memorandum Respecting a Peace Settlement, circulated to the Cabinet with the consent of the Prime Minister. Landsdowne suggested doubts as to the possibility of victory within a reasonable space of time.

What does the prolongation of the war mean? Our own casualties already amount to over 1,100,000. We have had 15,000 officers killed, not including those who are missing. There is no reason to suppose that, as the force at the front in the different theatres of war increases, the casualties will increase at a lower rate. We are slowly but surely killing off the best of the male population of these islands. The figures representing the casualties of our Allies are not before me. The total must be appalling.[185]

The other members of the Cabinet and the Chief of Staff repudiated peace without victory.

The other course was that adopted: to thrust more men and money into the holocaust (defined as a wholesale sacrifice or destruction). What would now be called political and military summit meetings were held in France to plan for it. They commenced on 15 November 1916.

In the political presentations, the only reference to America seems to have been offered by Lloyd George:

The difficulties we have experienced in making payment for our purchases abroad must be as present to the minds of French statesmen as to ourselves. Our dependence upon America is growing for food, raw material and munitions. We are rapidly exhausting the securities negotiable in America. If victory shone on our banners, our difficulties would disappear.[Asquith deleted the next sentence, which read] Success means credit: financiers never hesitate to lend to a prosperous concern: but business which is lumbering along amidst great difficulties and which is making no headway in spite of enormous expenditure will find the banks gradually closing their books against it.

This reference to Allied problems in getting more credit from the bankers in the United States, who were predominantly German-Jewish, elucidates Schiff’s agreement to arrange credit for Britain through the Jewish banker Cassel — they were not waiting for a Balfour Declaration, they were waiting for the Russian Revolution!

On the military side, there was general agreement at the summit conference that what was needed was a ”knock-out blow,” and it was decided that the 1917 plan of campaign would be an offensive on all fronts, including Palestine, with the Western Front as the principal one.

On 7 December the Asquith government fell and Lloyd George, who was pledged to a more vigorous prosecution of the war, took over the Government. Five days later, Germany and her allies put forward notes in which they stated their willingness to consider peace by compromise and negotiations.

The first of the battles opened on 9 April 1917, heralded by a bombardment of 2,700,000 shells. Another attack was launched by the French nine days later, these resulting in about a million dead and wounded on both sides. The French Army mutinied, and General Petain was put in charge.

At this time the two events which were to twist the world into a new shape were occurring, the Russian Revolution and American entry into the war.

French Government wanted to defer all offensive operations until American assistance became available, but the generals thought otherwise. Maj.-Gen. J.F.C. Fuller, whom I have met, one of the few bright military-political minds in this century, tells us that Haig “had set his heart on a decisive battle in Flanders, and so obsessed was he by it that he believed that he could beat the Germans single-handed, and before the Americans came in.” [186] I do not think that people who did not live in the great days of the British Empire can have a sense of the hubris of a Haig, unless one gets it from classical literature. Perhaps today it would be found in the head of the World Bank, from whom we taxpayers, like the common soldiers of that time, are so far removed! There was actually resentment in the England of my boyhood about Americans claiming to have played any significant part in fighting the Great War.

The outcome of the grandiosity of the generals and politicians was the costly Flanders campaign of the summer and autumn. On 7th June it was opened by the limited and successful Battle of Messines, which was preceded by a seventeen days’ bombardment of 3,500,000 shells, and initiated by the explosion of nineteen mines packed with a million pounds of high explosives.

On 31st July it was followed by the Third Battle of Ypres, for which the largest force of artillery ever seen in British history was assembled. In all, the preliminary bombardment lasted nineteen days, and during it 4,300,000 shells, some 107,000 tons in weight were hurled onto the prospective low lying battlefield. Its entire surface was upheaved; all drains, dikes, culverts and roads were destroyed, and an almost uncrossable swamp created, in which the infantry wallowed for three and a half months. When, on 10th November, the battle ended, the Germans had been pushed back a maximum depth of five miles on a frontage of ten miles, at a cost of a little under 200,000 men to themselves, and, at the lowest estimate, of 300,000 to their enemy.

Thus ended the last of the great artillery battles of attrition on the Western Front, and when in retrospect they are looked on, it becomes understandable why the politicians were so eager to escape them.

The Great War was like a greatly magnified version of the mutual destruction of noble men in the Niebelungenlied. Set against each other by the vanity and lack of vision of their rulers, the more they fought the more there was to avenge until death delivered them from their need. “At the going down of the sun and in the morning,” we should learn their lesson.

Britain’s Obligation?

In a memorandum marked in his own handwriting “Private & Confidential” to Lord Peel and other members of the Royal Commission on Palestine in 1936, James Malcolm wrote:

I have always been convinced that until the Jewish question was more or less satisfactorily settled there could be no real or permanent peace in the world, and that the solution lay in Palestine. This was one of the two main considerations which impelled me, in the autumn of 1916, to initiate the negotiations which led eventually to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine. The other, of course, was to bring America into the War.

For generations Jews and Gentiles alike have assumed in error that the cause of Anti-Semitism was in the main religious. Indeed, the Jews in the hope of obtaining relief from intolerance, engaged in the intensive and subversive propagation of materialistic doctrines productive of ”Liberalism,” Socialism, and Irreligion, resulting in de-Christianisation. On the other hand, the more materialistic the Gentiles became, the more aware they were subconsciously made of the cause of Anti-Semitism, which at bottom was, and remains to this day, primarily an economic one. A French writer — Vicomte de Poncins — has remarked that in some respects Anti-Semitism is largely a form of self-defence against Jewish economic aggression. In my opinion, however, neither the Jews nor the Gentiles bear the sole responsibility for this.

As I have already said, I had a part in initiating the negotiations in the early autumn of 1916 between the British and French Governments and the Zionist leaders, which led to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine.

The first object, of course, was to enlist the very considerable and necessary influence of the Jews, and especially of the Zionist or Nationalist Jews, to help us bring America into the War at the most critical period of the hostilities. This was publicly acknowledged by Mr. Lloyd George during a recent debate in the House of Commons.

Our second object was to enable and induce Jews all the world over to envisage constructive work as their proper field, and to take their minds off destructive and subversive schemes which, owing to their general Sense of insecurity and homelessness, even in the periods preceding the French Revolution, had provoked so much trouble and unrest in various countries, until their ever-increasing violence culminated in the Third International and the Russian Communist Revolution. But to achieve this end it was necessary to promise them Palestine in consideration of their help, as already explained, and not as a mere humanitarian experiment or enterprise, as represented in certain quarters.

It is no wonder that Weizmann did not refer to Malcolm in his autobiography, and Sokolow privately resented Malcolm “as a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [187]

It is also worth noting that on page seven of his memorandum Malcolm quoted General Ludendorff, former Quartermaster General of the German Army, and perhaps at least remembered for heading an unsuccessful coup in Munich in 1923, as saying that the Balfour Declaration was “the cleverest thing done by the Allies in the way of propaganda and that he wished Germany had thought of it first.”

On the other hand, might it not have provided some cold comfort for Ludendorff to believe that the Zionist Jews were a major factor in the outcome of the war — if that is what he is implying?

Malcolm’s belief in the Balfour Declaration as a means of bringing the United States into the war was confirmed by Samuel Landman, secretary to the Zionist leaders Weizmann and Sokolow, and later secretary of the World Zionist Organization. As

the only way (which proved so to be) to induce the American President to come into the war was to secure the cooperation of Zionist Jews by promising them Palestine, and thus enlist and mobilize the hitherto unsuspectedly powerful forces of Zionist Jews in America and elsewhere in favour of the Allies on a quid pro quo contract basis. Thus, as will be seen, the Zionists having carried out their part, and greatly helped to bring America in, the Balfour Declaration of 1917 was but the public confirmation of the necessarily secret “gentlemens’ ” agreement of 1916, made with the previous knowledge, acquiescence, and or approval of the Arabs, and of the British, and of the French and other Allied governments, and not merely a voluntary, altruistic and romantic gesture on the part of Great Britain as certain people either through pardonable ignorance assume or unpardonable ill-will would represent or rather misrepresent …[188]

Speaking in the House of Commons on 4 July 1922, Winston Churchill asked rhetorically,

Are we to keep our pledge to the Zionists made in 1917…? Pledges and promises were made during the war, and they were made, not only on the merits, though I think the merits are considerable. They were made because it was considered they would be of value to us in our struggle to win the war. It was considered that the support which the Jews could give us all over the world, and particularly in the United States, and also in Russia, would be a definite palpable advantage. I was not responsible at that time for the giving of those pledges, nor for the conduct of the war of which they were, when given, an integral part. But like other members I supported the policy of the War Cabinet. Like other members, I accepted and was proud to accept a share in those great transactions, which left us with terrible losses, with formidable obligations, but nevertheless with unchallengeable victory.

However, Hansard notes, one member, Mr. Gwynne, plaintively complained that “the House has not yet had an opportunity of discussing it.”

Writing to The Times on 2 November 1949, Malcolm Thomson, the official biographer of Lloyd George, noted that this was the thirty-second anniversary of the Balfour Declaration and it seemed a

suitable occasion for stating briefly certain facts about its origin which have recently been incorrectly recorded.

When writing the official biography of Lloyd George, I was able to study the original documents bearing on this question. From these it was clear that although certain members of the Cabinets of 1916 and 1917 sympathized with Zionist aspirations, the efforts of Zionist leaders to win any promise of support from the British Government had proved quite ineffectual, and the secret Sykes-Picot agreement with the French for partition of spheres of interest in the Middle East seemed to doom Zionist aims. A change of attitude was, however, brought about through the initiative of Mr. James A. Malcolm, who pressed on Sir Mark Sykes, then Under-Secretary to the War Cabinet, the thesis that an allied offer to restore Palestine to the Jews would swing over from the German to the allied side the very powerful influence of American Jews, including Judge Brandeis, the friend and adviser of President Wilson. Sykes was interested, and at his request Malcolm introduced him to Dr. Weizmann and the other Zionist leaders, and negotiations were opened which culminated in the Balfour Declaration.

These facts have at one time or another been mentioned in various books and articles, and are set out by Dr. Adolf Boehm in his monumental history of Zionism, “Die Zionistische Bewegung,” Vol. 1, p.656. It therefore surprised me to find in Dr. Weizmann’s autobiography, “Trial and Error,” that he makes no mention of Mr. Malcolm’s crucially important intervention, and even attributes his own introduction to Sir Mark Sykes to the late Dr. Caster. As future historians might not unnaturally suppose Dr. Weizmann’s account to be authentic, I have communicated with Mr. Malcolm, who not only confirms the account I have given, but holds a letter written to him by Dr. Weizmann on March 5, 1941, saying: “You will be interested to hear that some time ago I had occasion to write to Mr. Lloyd George about your useful and timely initiative in 1916 to bring about the negotiations between myself and my Zionist colleagues and Sir Mark Sykes and others about Palestine and Zionist support of the allied cause in America and elsewhere.”

No doubt a complexity of motives lay behind the Balfour Declaration, including strategic and diplomatic considerations and, on the part of Balfour, Lloyd George, and Smuts, a genuine sympathy with Zionist aims. But the determining factor was the intervention of Mr Malcolm with his scheme for engaging by some such concession the support of American Zionists for the allied cause in the first world war.

Yours, & c.,

MALCOLM THOMSON

According to Lloyd George’s Memoirs of the Peace Conference, where, as planned many years before, the Zionists were strongly represented,

There is no better proof of the value of the Balfour Declaration as a military move than the fact that Germany entered into negotiations with Turkey in an endeavor to provide an alternative scheme which would appeal to Zionists. A German-Jewish Society, the V.J.O.D., [HH] was formed, and in January 1918, Talaat, the Turkish Grand Vizier, at the instigation of the Germans, gave vague promises of legislation by means of which “all justifiable wishes of the Jews in Palestine would be able to meet their fulfillment.”

Another most cogent reason for the adoption by the Allies of the policy of the Declaration lay in the state of Russia herself. Russian Jews had been secretly active on behalf of the Central Powers from the first; they had become the chief agents of German pacifist propaganda in Russia; by 1917 they had done much in preparing for that general disintegration of Russian society, later recognised as the Revolution. It was believed that if Great Britain declared for the fulfillment of Zionist aspirations in Palestine under her own pledge, one effect would be to bring Russian Jewry to the cause of the Entente.

It was believed, also, that such a declaration would have a potent influence upon world Jewry outside Russia, and secure for the Entente the aid of Jewish financial interests. In America, their aid in this respect would have a special value when the Allies had almost exhausted the gold and marketable securities available for American purchases. Such were the chief considerations which, in 1917, impelled the British Government towards making a contract with Jewry.[189]

As for getting the support of Russian Jewry, Trotsky’s aims were to overthrow the Provisional Government and turn the imperialist war into a war of international revolution. In November 1917 the first aim was accomplished. Military factors primarily influenced Lenin to sign the peace treaty of Brest-Litovsk in 1918.

The Zionist sympathizers Churchill and George seemed never to lose an opportunity to tell the British people that they had an obligation to support the Zionists.

But what had the Zionists done for Britain?

Where was the documentation?

“Measured by British interests alone,” wrote the Oxford historian Elizabeth Monroe in 1963, the Balfour Declaration “was one of the greatest mistakes in our imperial history!”

The Zionists had the Herzlian tradition — shall we call it — of Promises, “promises.” Considerable credit for the diplomacy which brought into existence the Jewish national home must go to Weizmann. A British official who came into contact with him summarized his diplomatic method in the following words:

When (the First World War) began, his cause was hardly known to the principal statesman of the victors. It had many enemies, and some of the most formidable were amongst the most highly placed of his own people … He once told me that 2,000 interviews had gone into the making of the Balfour Declaration. With unerring skill he adapted his arguments to the special circumstances of each statesman. To the British and Americans he could use biblical language and awake a deep emotional undertone; to other nationalities he more often talked in terms of interest. Mr. Lloyd George was told that Palestine was a little mountainous country not unlike Wales; with Lord Balfour the philosophical background of Zionism could be surveyed; for Lord Cecil the problem was placed in the setting of a new world organization; while to Lord Milner the extension of imperial power could be vividly portrayed. To me, who dealt with these matters as a junior officer of the General Staff, he brought from many sources all the evidences that could be obtained of the importance of a Jewish national home to the strategical position of the British Empire, but he always indicated by a hundred shades and inflections of the voice that he believed that I could also appreciate better than my superiors other more subtle and recondite arguments.[190]


[HH]   Vereinigung Jüdischer Organisationen in Deutschland zur Wahrung der Rechte des Osten. (Alliance of the Jewish Organizations of Germany for the Safeguarding of the Rights of the East.)


Triumph and Tragedy

Herzl correctly predicted a great war between the Great Powers. His followers organized to be ready for that time to further their ambitions through exploiting the rivalry of the Great Powers. They had a vested interest in promoting that war and in its continuance until Palestine was wrested from Turkey by British soldiers.

They prepared for the Peace Conference at Versailles although they had no belligerent standing, but they had the weight of the Rothschilds, Bernard Baruch, Felix Frankfurter, and others, which made room for them.

In the Introduction to The Palestine Diary I wrote,

The establishment in 1948 of a “Jewish state” in Palestine was a phenomenal achievement. In fifty years from the Zionist Congress in Basle, Switzerland, in 1897 — attended by a small number of Jews who represented little more than themselves — the Zionist idea had captivated the vast majority of world Jewry, and enlisted in particular Britain, America and the United Nations to intervene in Palestine in its support.

In 1983, seventy-five years after the Balfour Declaration and nearly ninety years after the first Zionist Congress in Switzerland a meeting was held there of the International Conference on the Question of Palestine — but the conferees were not Jews — they were Palestinians — two million are in exile — displaced by Jews!

Where is the meaning for us?

On a day-to-day level, we can look in our newspapers for Zionist tactics of influence and leverage which we can document they have used successfully in the past.

Then there is a long-term strategy, From the mass of material in a century of history and in our complex society of today I see the underlying effect of two themes, They influence the lives of every one of us, and will continue to do so unless a change is made.

We can see them clearly in their early formulation, before they had been fed as valid data into the information processing and software systems of our society, with the result that most of the answers we get are wrong!

They are found in the conversation of Herzl and Meyer-Cohn in 1895. The sets of ideas are those associated with Jewish nationalism and racism on the Right [191] — racism being defined by Sir Andrew Huxley P.R.S. as the belief in the subjugation of one race by another, and on the other hand the concept of “universalism.”

Acceptance of this input from the Right into our computations has resulted in the transfer of some $50 billion from our pockets into theirs.[192] In 1983, budgeted American tax money, labeled “aid,” alone amounts to $625 for every man, woman and child in Israel.[193] It results in our acceptance of concentration camps for Palestinians containing thousands of people without a squeak from the so-called “international community” in acceptance of their assassination, torture, deportation, closing of their schools and colleges, even of their massacre.[194] The lives of American troops — men and women, are committed to supporting these crimes.[195] Criticism is called “antisemitism,” a word which computes as “unemployable social outcast.”

Jewish nationalism and Israeli policy planned the present destabilization of Lebanon in 1955.[196] This is part of larger schemes to fragment and enfeeble possible challenges to their supremacy in the Middle East.[197]

On the other hand we have “universalism.” This, I believe was the factor motivating Woodrow Wilson through House in his telegram of 30 May 1916 and letter of 16 June 1915 to the President, to which I have referred. “The League of Nations,” the United Nations Organization, are its printouts. Just as House was a coefficient of the international bankers, so the United Nations and the international bankers have been part of the coefficient whereby over $400 billion of the earnings of workers in countries where universalism is a significant force, has been transferred to the peoples of Asia, Africa, South America and Communist countries; money needed for our capital investment.

People should ask: How is it that, with such multiplication of industrial power and resources, our peoples’ standard of living and possibilities to have and support children have not multiplied accordingly? Why do so many of our women have to work? Why does no public figure — politician, labor leader — dare to ask — and raise the roof?

Universalism and Marxism compete superficially for first place as finalists in western culture distortion. Both promote its ethnic dilution, but deny us the reality of racial differences. Against our individuality and our nationalism, they and the global capitalists and their corporations unite as transnationals to reduce all but themselves to a common consumer market of blurred boundaries and one color. They would like one law — which they would make; one armed force — which they would control. Universalism would impose — not a global peace, but a global tyranny!

Universalism has come up with “interdependence,” an expression used as a cover for the expropriation of our earnings as foreign aid in various forms; it has anesthetized the sense of self-defense of our countries so that those who have tried to stop their colonization by people from exploding populations of Africa, Asia and Latin America have been made to feel that they were depriving others of their “human rights.”

In countries where they live other than Israel, Zionists are in the forefront of opposition to restrictions on immigration. Note that even in 1903 a leader of the fight against the Alien’s Bill and against tightening up naturalization regulations in Britain was the pro-Zionist Winston S. Churchill, and the super-Zionist Herzl appeared before the Royal Commission on Alien Immigration to oppose any restriction.

And yet, my Arab friends born in Jerusalem are cast out and cannot return.

“If,” said Herzl, “we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.

In a hundred years they have almost won that struggle.

In a conversation with Joseph Chamberlain in 1903, Theodore Herzl was asked how the Jewish colony would survive in the distant future. Herzl said, “We shall play the role of a small buffer state. We shall attain this not through the goodwill but from the jealousy of the Powers.”

This is the game that Israel plays today, obtaining its military supplies, its high technology, and its billions of dollars from the pay packets of American workers, using the rivalry of the USSR and the U.S.A.

We should not allow ourselves to be made pawns in the games of others.


Appendix

SECRET

Political Intelligence Department,

Foreign Office.

Special 3.

Memorandum on British Commitments to King Husein

(Page 9) With regard to Palestine, His Majesty’s Government are committed by Sir H. McMahon’s letter to the Sherif on the 24th October, 1915, to its inclusion in the boundaries of Arab independence. But they have stated their policy regarding the Palestinian Holy Places and Zionist colonisation in their message to him of the 4th January, 1918:

“That so far as Palestine is concerned, we are determined that no people shall be subjected to another, but that in view of the fact:

“(a.) That there are in Palestine shrines, Wakfs, and Holy Places, sacred in some cases to Moslems alone, to Jews alone, to Christians alone, and in others to two or all three, and inasmuch as these places are of interest to vast masses of people outside Palestine and Arabia, there must be a special regime to deal with these places approved of by the world.

“(b.) That as regards the Mosque of Omar, it shall be considered as a Moslem concern alone, and shall not be subjected directly or indirectly to any non-Moslem authority.

“That since the Jewish opinion of the world is in favour of a return of Jews to Palestine, and inasmuch as this opinion must remain a constant factor, and further, as His Majesty’s Government view with favour the realisation of this aspiration. His Majesty’s Government are determined that in so far as is compatible with the freedom of the existing population, both economic and political, no obstacle should be put in the way of the realisation of this ideal.”

This message was delivered personally to King Husein by Commander Hogarth, and the latter reported on his reception of it as follows:

“The King would not accept an independent Jewish State in Palestine, nor was I instructed to warn him that such a State was contemplated by Great Britain. He probably knows nothing of the actual or possible economy of Palestine, and his ready assent to Jewish settlement there is not worth very much. But I think he appreciates the financial advantage of Arab co-operation with the Jews.”


Notes

[1]A Survey of Palestine, 1945-1946, H.M.S.O., vol. I, p.1.
[2]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl. pp.35.
[2a]Ibid., p.63.
[2b]Ibid., pp. 128-129, 132, 152, 176.
[3]Ibid., p.215.
[4]  Weizmann, Trial and Error, p.45-46.
[5]  Stein, Leonard, Zionism (London: Kegan Paul, Trench, Trubaer and Ca., 1932). p.62.
[6]  Bela. Alex., Theodor Herzl (tr. Maurice Samuel). (Philadelphia: Jewish Palestine Society), pp. 304-305; Halpern. The Ideal of a Jewish State, p.144.
[7]Ibid,. For financial details. see pp. 262-264.
[8]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl, p.398.
[9]  Lewisohn, Ludwig, Theodor Herzl. (New York: World. 1955). pp. 335-341.
[10] Bela. Theodor Herzl, p.490.
[11]Ibid., pp. 361ff. 378f.
[12] Ziff, William B., The Rape of Palestine. (New York: Longmans & Green, 1938), p. 43.
[13] British Foreign Office to Herzl, 19 lane 1903, Zionist Archives, Jerusalem.
[14]Tagebuecher,vol.111, pp, 412-413 (24 April 1903), Berlin 1922.
[15] Stein. Leonard, The Balfour Declaration. (New York: Simon & Schuster, 1916),
[16] Lipsky, Louis, A Gallery of Zionist Profiles (New York: Farrar, Straus & Cudahy, 1956), p.37.
[17] Halpern, The Idea of a Jewish State, pp. 154-155.
[18] Stein, The Balfour Declaration, p.78. [19]Ibid., p. 35.
[20] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.94.
[21] Alsberg, F.A., Ha-Sh’ela ha-Aravit, vol. I, Shivat Zion, IV, pp. 161-209. Quoted by Halpern in The Idea of a Jewish State, p.267.
[22] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.36.
[23]Ibid., p. 98.
[24] Halpern, The Idea of a Jewish State, p.267.
[25] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, pp.95.98.
[26] Protocols of the 10th Zionist Congress, p.11.
[27] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.26.
[28] Halpern. The Idea of a Jewish State, p. 267.
[29] Report of the 12th Zionist Congress (London: Central Office of the Organization. 1922) pp. 13ff.
[30] Bela, A., Return to the Soil. (Jerusalem: Zionist Organization. 1952) p.27.
[31] Hecht, Ben, Perfidy (New York: Julian Messner, Inc., 1961), p.254.
[32] Reports submitted by the Executive of the Zionist Organization to the 12th Zionist Congress, London, 1921, Palestine Report. p.7.
[33] Hyamson, A.M., The Near East, 31 Oct. 1913 (London, 1917), p.68.
[34]Ibid., pp.39-40.
[35]Jewish Chronicle, 16 October 1908.
[36]Die Welt, 22 January 1909.
[37] Protocols of the 11th Zionist Congress, p.6.
[38] Joffre, Joseph J.C., The Memoirs of Marshal Joffre (London and New York: Harper & Brothers, 1932), Vol.1, pp.38-39.
[39] Chamberlain, Austen, Down the Years (London: Cassell & Co., 1935), p.104.
[40] Churchill, Winston L.S., The World Crisis, 1911-1918 (London: T. Butterworth, 1931), Vol.1, p.234.
[41] Stein, The Balfour Declaration, pp.104-105.
[42]Ibid., p.109.
[43]Ibid., pp.233-234.
[44] Adamov, E., Ed., Die Europaeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.91.
[45] Stein, The Balfour Declaration, p.97.
[46] For details see 1921 Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London, 1921.
[47] Letter from Max Bodheimer to Otto Warburg, 22 November 1914 Jerusalem: Zionist Archives), quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.98, n.8.
[48] Stein, The BalfourDeclaration, pp.197-198.
[49] Gottheil to Louis 0. Brandeis, 1 October 1914 (unpublished).
[50] London: The Times, 10 November 1914.
[51] Letter from Greenberg to Herzl, 4 July 1903, quoted in Stein, TheBalfour Declaration, p.28. This seems to indicate Lloyd George’s first contact with the Zionist movement: ‘Lloyd George, as you know, is an M.P.; he, therefore, knows the ropes of these things and can be helpful to us.’
[52] Samuel, Viscount Herbert, Memoirs (London: Cresset Press, 1945), pp 139ff.
[53] Letter from Samuel to Weizmann, 11 January 1915, quoted in Stein, The BalfourDeclaration, p.109, fo. 24; also Samuel, Memoirs, p.144.
[54] Samuel, Memoirs, p.143. In a letter of 20 November 1912 to the Zionist Executive, Weizmann mentioned Haldane as one of the important persons to whom he thought he could gain access: Zionist Archives.
[55] Stein, The BalfourDeclaration, p.111, fn. 33; Crewe’s mother-in-law was the Countess of Rosebery, daughter of Baron Mayer de Rothschild, see p.112, fn. 34.
[56] Samuel, Memoirs, p.141.
[57] Oxford and Asquith, Earl, Memories and Reflections (London: Cassell, 1928), Vol. II , p. 59.
[58] Samuel, Memoirs, pp.143-144.
[59] Oxford and Asquith, Memories and Reflections, Vol. II, p. 65.
[60]Ibid., p. 188; Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London 1921. ‘Organization Report.’ p. 113, gives a much smaller figure.
[61] Rischin, Moses, The Promised City: New York’s Jews, 1870-1914 (Cambridge: Harvard University Press, 1962).
[62] German Foreign Office Documents at London Record Office, Washington to Berlin K 692/K 176709-10, and K 692/K 17611-12-Berlin to Washington, 1 November 1914. ‘Some time ago we already strongly advised Turkey, on account of international Jewry, to protect Jews of every nationality, and we are now reverting to the matter once again.’
[63] German Foreign Office Documents, K 692/K 176723 and 176745.
[64] Stein, The Balfour Declaration, p.201.
[65] Richard Lichtheim to Leonard Stein, 12 February 1952, The Balfour Declaration, p.209, fn. 9.
[66] Report dated 8 March 1915, Papers of Nahum Sokolow, Quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.210, fn. 10.
[67]Palestine Report to 1921 Zionist Congress, p. 34.
[68] Lichtheim, Richard, Memoirs, published in Hebrew version as She’ar Yashoov (Tel Aviv: Newman, 1953), Chapter XV.
[69]Ibid., Chapter XVIII.
[70]The Timesof history of the War; Vol. XIV, pp. 320-321; Stein, The Balfour Declaration, pp. 212-213; e.g., Preussicher Jahrbuecher, August-September 1915, article by Kurt Blumenfeld.
[71] Lichtheim, Memoirs, Chapter XVIII; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 213-214, fns. 21.22.
[72] Stein, The Balfour Declaration, p.214, fn. 23.
[73] Stein, The Balfour Declaration, pp. 536-537; Note of the interview in memorandum 28 August 1917, Zionist Archives.
[74] Stein, The Balfour Declaration, p.537. Even in 1959, Aaronssohn’s superior, Colonel Richard Meinertzhagen. wrote: “I am not at liberty to divulge any of his exploits as it would publicize methods better kept secret”- Middle East Diary 1917-1956 (New York: Yoseloff, 1960) p.5.
[75] Stein, The Balfour Declaration, p.217.
[76] Conjoint Foreign Committee 1916/210, 5 April 1916; Stein, The Balfour Declaration, p.218.
[77]Hatikvah (Antwerp), December 1927, contains article by Basch.
[78] Conjoint Foreign Committee, 1915/340.
[79]Ibid., 1916/183ff; Translated in Stein, The Balfour Declaration, p.219.
[80] Poincare, R., Au Service de la France (Paris: Plon, 1926), Vol. VIII, p.220,15 May 1916.
[81] Conjoint Foreign Committee, 1916/110, 124; Stein, The Balfour Declaration, p 220.
[82] Conjoint Foreign Committee, 1916/11ff; Stein, The Balfour Declaration, pp. 220-221.
[83]Die Welt, 1913, No. 35, p. 1146; Stein, The Balfour Declaration, p. 67.
[84] Conjoint Foreign Committee, 1916/130ff, 18 February 1916; Stein. The Balfour Declaration, p. 221.
[85] Conjoint Foreign Committee, 1916/206; Stein, The Balfour Declaration, p. 223.
[86] Stein. The Balfour Declaration, p.225.
[87] Adamov, E., Ed., Die Europoeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.80.
[88] Conjoint Foreign Committee, 1916/387.
[89] Lloyd George, WarMemoirs, 1915-1916, p.434.
[90] Falls, Cyril, The Great War (New York; Putnam, 1959), p.180.
[91] Yale, William, The Near East: A Modern History (Ann Arbor: The University of Michigan Press. 1958) p. 263.
[92] Caster (Moses) Papers, quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.285, fn.
[93] Stein, The Balfour Declaration, pp. 488-490.
[94] Lloyd George, War Memoirs, 1915-1916, p.276.
[95] Landman, S., in World Jewry, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal, 1935), Vol.2, No.43, 22 February 1935.
[96] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Malcolm, Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution, pp. 2-3.
[97] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Link, A.S., Wilson, The New Freedom (Princeton: University Press. 1956) pp. 10ff, 13ff.
[98] Ziff, The Rape of Palestine, p. 58.
[99] Mason, Alphoos T.M., Brandeis, A Free Man’s Life (New York: Viking Press, 1956), p. 451.
[100]Ibid., p. 452.
[101] Gwynn, Stephen, Ed., Letters and Friendships of Sir Cecil Spring Rice (London: Constable, 1929), Vol. II, pp. 200-201.
[102] Yale, The Near East, p.268.
[103] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 448.
[104]The TimesDocumentary History of the War, London, 1917, Vol. IX, Part 3, p. 303.
[105] National Archives. Department of State, Decimal File 1910-1929, No. 881.4018/325.
[106]Jewish Advocate, 13 August 1915.
[107]Boston Post, 4 October 1915.
[108] The ESCO (Ethel Silverman Cohn) Foundation of Palestine. Inc., Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies (New Haven: Yale University Press 1947), Vol. I, pp.87-89.
[109] Sykes, Two Studies in Virtue, p.187.
[110] Somervell, D.C., British Politics Since 1900 (New York: Oxford University Press 1950), p. 113.
[111] Report of the Twelfth Zionist Congress (London: Central Office of the Zionist Organization, 1922), p. 13ff.
[112] Stein, The Balfour Declaration, p. 25.
[113] Antonius, The Arab Awakening, p. 263.
[114] Taylor. Alan, Prelude to Israel (New York: Philosophical Library, 1959), p. 19.
[115] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 92-93
[116] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 286-287.
[117] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 94.
[118] Taylor. Alan, Prelude to Israel, p. 20.
[118a] Stein, p 509 citing Brandeis’ papers.
[119]New York Times 24 March 1917.
[120] United States: State Department Document 861.00/288, 19 March 1917.
[120a] 120a. Stein, p 332 fn.
[121] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 196.
[122] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 140. Stein, TheBalfourDeclaration, p. 396, fn. 10.
[123] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 396-397.
[124]Ibid., p. 394 fn 3.
[125] Letter from Sokolow to Weizmann, quoted in TheBalfourDeclaration, p. 400, fn. 27.
[126] Stein, TheBalfourDeclaration, p.400. fn. 29.
[127] Landman, S., in World Jewry, BalfourDeclaration: Scent Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal 1935), 1 March 1935.
[128]Les Origines de la Déclaration Balfour, Question d’Israel (Paris, 1939), Vol. 17, p. 680 (Translation)
[129]Ibid.
[130] Translation from Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[131] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 414.
[132] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 211.
[133] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 141.
[134] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.452.
[135] Dugdale, Blanche E.C., Arthur James Balfour (London, Hutchinson, 1936), Vol, II. p. 231.
[136] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, pp. 452-453.
[137]The Times (London), 24 May 1917.
[138]Ibid., 28 May 1917.
[139] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 148.
[140]Ibid., p 149.
[141]Ibid., p 153.
[142] Weizmann, Trial and Error, p. 179.
[143] Stein, p. 462.
[144]Ibid.
[145]Ibid.
[146]Ibid., pp 463-64.
[147] Yale, The Near East: A Modern History, p. 241 Also article by William Yale in World Politics (New Haven: April 1949), Vol. I, No.3, pp. 308-320 on ‘Ambassador Morgenthau’s Special Mission of 1917’; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 352-360.
[148] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[149]Ibid., p 453.
[150] Jeffries, Palestine: The Reality, pp. 163-164.
[151] De Haas, Jacob, Theodor Herzl: A Biographical Study (Chicago: University Press, 1027), Vol. I, pp. 194 et seq
[152] Sykes, Two Studies in Virtue: On the basis of Nordan’s manuscript, ‘The Prosperity of His Servant.’ p 160 fn 1.
[153] Sadaqu Najib, Qadiyet Falastin (Beirut: 1946) pp. 19, 31.
[154] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 526.
[155] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.673.
[156] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 504, fn. 5.
[157] Seymour, Charles (ed. by), The Intimate Papers of Col. House (New York: Houghton Mifflin, 1926), pp. 161, 174.
[158] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 504-505, fn. 5, 7.
[159] The Jewish Chronicle, 26 May 1916. In a personal communication, Prof. W. Yale notes that the Cairo publisher Dr. Faris Nimr told him that Morgenthau had talked with the Khedive, Abbas Hilmi, in 1914, regarding a role in promoting the cession of Palestine to Egypt.
[160]New York Times, Obituary, 18 June, 1962.
[161]Chaim Weizmann Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[162] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[163]Ibid., p.453. Stein, TheBalfourDeclaration, p.506.
[164] Brandeis to de Haas and Lewin-Epstein. 20 September 1917, Brandeis Papers, in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[165]Ibid., Brandeis to House, 24 September 1917.
[166] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 507-508.
[167]The Brandeis Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p.509.
[168]The Wilson Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 509.
[169] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.453.
[170]Ibid.
[171] Adler. ‘The Palestine Question in the Wilson Era,’ pp. 305-306. Quoted in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 528.
[172] See ‘The Zionist-Israel Juridical claims to constitute “The Jewish people” nationality entity and to confer membership in it: Appraisal in public international law.’ W.T. Mallinson, Jr., George Washington Law Review, Vol. 32, No.5, (June 1964). pp. 983-1075, particularly p. 1015.
[173]The New Palestine published by the Zionist Organization of America, 28 October 1927, pp. 321, 343.
[174] William Wiseman to Leonard Stein, 7 November 1952: in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 529.
[175] In a dispatch dated 19 May 1919 from Balfour to Curzon, ‘The correspondence with Sir William Wiseman in October 1917’ is mentioned as evidence of endorsement of the Balfour Declaration. Document on British Foreign Policy, First Series, Vol. IV, No.196, fn. 4, p.281.
[176] Stein, pp. 561-62.
[177] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.454.
[178]Ibid., p.455.
[179]The New York Times, 8 January 1961, 53:6.
[180]Ibid., 14 January 1961, 22:5.
[181] Lloyd George, Memoirs of the Peace Conference, Vol. II, p. 732.
[182]Claude Kitchen and the Wilson War Policies, 1937, reprinted 1971, Russel.
[183] Knightley, Phillip, The First Casualty (N.Y.: Harcourt Brace, 1975), p. 122.
[184]War Memoirs of David Lloyd George (Boston: Little, Brown, 1933), pp. 280-3.
[185]War Memoirs, p.291.
[186]The Conduct of War, J.F.C. Fuller (New Brunswick: Rutgers, 1961), p.171
[187] Translation from the Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[188]Great Britain, the Jews and Palestine (London, 1936), pp. 4-5, New Zionist Press.
[189] George, Memoirsof the Peace Conference, p. 726.
[190] Taylor, Prelude to Israel, p.24.
[191] Example: resigning Israeli Chief of Staff, Gen. Rafael Eytan, following the invasion of Lebanon, likened the Palestinians to “cockroaches.”
[192] The U.S. General Accounting Office figure for military and economic aid to Israel from 1948 through 1982 was $24 billion. To this must be added the tax-free contributions to Israeli organizations, loss on investment of funds in Israeli bonds by American cities such as New York, by labor unions, and other entities. To the add the costs of transfer of American technology to Israel. Since 1982, IJ.S. annual taxpayer levies for Israel have been increased by Congress. so that the cost of Israel for the United States could easily climb to well in excess of $100 billion over the next decade.
[193]The New York Times, 10 July 1983.
[194] I recall distinctly how our soldiers fired their weapons at the elderly, at women and children, all on order of their commanders. I witnessed the pleas and cries of small children after their mothers were brutally killed in front of them by our soldiers. Some of the soldiers even fired phosphorus canisters into Ein El-Helweh shelters, where hundreds of civilians had taken refuge. None of them survived.” Account by Lt. Eytan Kleibneuf in Haolam Hazeh, Israel, 7 July 1982. Kleibneuf is a member of Mi’jan Michael Kibbutz and member of Mapam’s United Kibbutzim Movement, and a reserve officer in the Israel infantry forces.
The West German weekly Stern, 24 August 1982, carried an article by Austria’s Jewish Chancellor, Bruno Kreisky, stating that Israel had committed “gigantic crimes” in its invasion of Lebanon. “Israel stands morally naked. Its leaders have shown their true face,” he concluded.
During Israel’s invasion of Lebanon, the U.S. Jewish Press carried a regular column by Rabbi Meir Kahane advocating the killing of Palestinians of all ages. This he wrote, was G-d’s will as expressed in the Torah. Not to do so, opposed that will. This is the Holy War (herem) which God “commanded” the Hebrews to wage against the Canaanites for the possession of the Promised Land. The Old Testament repeatedly refers to the terror that the herem would produce and to Israel’s obligation to destroy all persons with their property who remain in the land, lest they become slaves or corrupting influences. The Hebrew word herem designates a sacred sphere where ordinary standards do not apply, and in a military context … herem is a total war of annihilation without limits against men, women, animals and property. For a discussion of the herem and its revival by the Zealots as reflected in the Dead Sea Scrolls, see de Vaux, R., Ancient Israel, New York: McGraw-Hill. 1972, pp.258-267.
In psychological terms, the defense for indulgence in the horror of herem is projection -projection of ideas of herem as being held by others, or indulging in behavior which invites the ”Group-Fantasy of Martyrdom.” See Journal of Psychohistory, Vol.6, No.2, Fall 1978, H.F. Stein, “The Psychodynamic Paradox of Survival Through Persecution,” pp.151-210.
[195] Within three weeks of the presentation of this lecture at the IHR conference, 241 U.S. Marines and 58 French servicemen were killed in Beirut on 23 October 1983.
[196]Israel’s Sacred Terrorism by Livia Rokach. Belmont 1980: Assoc. of Arab-Amer. Grads. Amer. Grads. Contains the Memoirs of Moshe Sharett 1953-57, Israel’s first Foreign Minister and second Prime Minister.
[197] “A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties,” by Oded Yinon, a former officer in the Israeli Foreign Ministry. In Kivunim (Directions), the Hebrew-language journal of the Department of Information of the World Zionist Organization, February 1982. “The dissolution of Syria and Iraq … into ethnically or religious unique areas such as in Lebanon, is Israel’s primary target on the eastern front in the long run, while the dissolution of the military power of those states serves as the short term target,” the presentation reads in part.


From The Journal of Historical Review, Winter 1985-6 (Vol. 6, No. 4), pages 389-450, 498. This paper was first presented by the author at the Fifth IHR Conference, 1983. It was also the basis for the booklet, Behind the Balfour Declaration: The Hidden Origin of Today’s Mideast Crisis, published by the Institute for Historical Review in 1988.

About the Author

Robert John — foreign affairs analyst, diplomatic historian, author and psychiatrist — was educated in England . He graduated from University of London King’s College, and then studied at the Middle Temple , Inns of Court, in London . He was the author, with Sami Hadawi, of The Palestine Diary: British, American and United Nations Intervention, 1914-1948. This detailed two-volume work, first published in 1970, includes a foreword by British historian Arnold Toynbee. Robert John died on June 4, 2007, age 86.

thanks to:

Robi Damelin, israeliana e Bushra Awad, palestinese: trovare l’umanità nel nemico

Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Robi Damelin, israeliana e Bushra Awad, palestinese: trovare l’umanità nel nemico

(Foto di The Parents Circle Families Forum Video)

Di Brigit Katz per The Parents Circle Families Forum,  22/04/2015

Robi Damelin è israeliana. Bushra Awad è palestinese. Sono divise dalla lingua, la religione e la guerra, ma ciò che condividono è più potente delle loro differenze. Sono madri che hanno perso un figlio nel conflitto tra Israele e Palestina e la sera di mercoledì 22 aprile 2015, al Women in the World Summit, hanno trasmesso un messaggio di riconciliazione.

In una tavola rotonda moderata da Tina Brown, le due donne hanno parlato di come trasformare il loro dolore in una forza a favore della pace.

Robi Damelin è intervenuta per prima. Nel marzo del 2002 suo figlio David è stato ucciso da un cecchino palestinese mentre presidiava un checkpoint in Cisgiordania. All’epoca studiava filosofia e pedagogia all’Università di Tel Aviv ed era stato richiamato come ufficiale della riserva. David non voleva prestare servizio nei Territori Occupati, ma alla fine aveva deciso di accettare i suoi obblighi militari.

“Non sai mai chi è la persona dietro al fucile,” ha detto Robi Damelin durante la tavola rotonda. “Se non ci vado, che ne sarà dei miei studenti?” si chiedeva David.  “Cosa succederà ai miei soldati? Se ci vado, io e i miei soldati tratteremo la gente in modo dignitoso.”

Dopo la morte di David Robi Damelin era consumata dal dolore, ma ha capito subito che la risposta non era altro spargimento di sangue. “La prima cosa che ho detto, pare, è stata ’Non puoi uccidere nessuno in nome di mio figlio’”, ha raccontato a Tina Brown. “In realtà non me lo ricordo.”

“Tanta gente prova rabbia e desiderio di vendetta. Che cosa c’è stato di diverso in te?” ha chiesto Brown.

“Ho capito molto presto che quelI’uomo non aveva ucciso David perché era David,” ha risposto Robi Damelin. “Se lo avesse conosciuto, non avrebbe mai fatto una cosa simile.”

La sua ricerca di pace l’ha perfino spinta a contattare l’uomo che aveva ucciso suo figlio. Era detenuto in una prigione israeliana e non ha risposto alla sua lettera per due anni. Quando l’ha fatto, non ha usato le parole di riconciliazione che lei sperava di sentire.

“Non era certo una lettera da Martin Luther King,” ha commentato Robi Damelin. “Ma una volta scritta la prima lettera, non mi sono più sentita una vittima di quell’uomo.”

Sei anni dopo l’assassinio del figlio di Robi Damelin, anche quello di Bushra Awad è stato ucciso da un cecchino. Le due donne si sono conosciute a un incontro del Parents Circle Families Forum, un’organizzazione composta da oltre 600 famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso una persona cara nel conflitto.  Il Parents Circle si propone di incoraggiare il dialogo tra le due fazioni in guerra attraverso l’umanità condivisa del dolore.

Durante la tavola rotonda è stato mostrato un video del primo incontro tra Robi Damelin e Bushra Awad. All’inizio Robi parla mentre Bushra rimane chiusa in un rigido silenzio, per poi ammorbidirsi quando l’israeliana le mostra una foto di David. “Haram (“E’ una vergogna” in arabo),” commenta Bushra. “Haram,” ripete Robi.

Alla fine del video, Bushra Awad è salita sul palco, accompagnata da una traduttrice. Vestita di nero, portava una foto del figlio appesa a una catenella. Quando si è seduta, Robi Damelin ha spostato la sedia perché potessero stare più vicine.

Il figlio di Bushra Awad, Mahmoud, è stato ucciso durante uno contro con i soldati israeliani.  Aveva 18 anni e si stava preparando a finire la scuola superiore. “Mahmoud era molto bello,” ha raccontato Bushra al pubblico. “Andava bene a scuola, aveva ottimi voti. Voleva fare del bene nella sua comunità. Voleva andare al college. Era la mia principale felicità. E’ nato dopo cinque anni di matrimonio. Era la mia candela, la mia candela accesa.”

“Che cosa hai pensato di Robi al vostro primo incontro?” le ha chiesto Brown.

“Non mi è piaciuta,” ha risposto Bushra ridendo.

“Cos’è cambiato in seguito?”

“Le voglio molto bene da quando ho capito che il suo dolore era uguale al mio,” ha risposto la donna palestinese. “Dopo che mi ha raccontato la sua storia e quella di suo figlio, ho riconosciuto che era una madre come me. Tutte e due abbiamo perso un figlio.”

Ora Robi Damelin e Bushra Awad lavorano insieme per la pace. Con altri membri del Parents Circle tengono conferenze per studenti israeliani e palestinesi e seminari per adulti. Durante l’Operazione Margine di Protezione hanno partecipato ogni giorno a veglie per la pace a Tel Aviv.

Tendere un ramoscello d’olivo a chi viene percepito come un nemico non è sempre facile, soprattutto per Bushra Awad. “Alcune persone della mia comunità accettano il mio attivismo, altre no,” ha raccontato durante la tavola rotonda. “Alcuni mi accusano di vendere il sangue di mio figlio, ma non è così: sto comprando il sangue degli altri miei figli.”

La sera della tavola rotonda Robi Damelin e Bushra Awad portavano scarpe da ginnastica decorate con “uccelli di pace”. “Le scarpe sono un simbolo di percorso comune e dialogo, ” ha spiegato l’israeliana. “In tutto il mondo ci sono donne che portano queste scarpe e chiedono ‘Perché?’ nei conflitti. Non veniamo solo da Israele e dalla Palestina. Ce ne sono molte altre come noi.”

Robi Damelin e Bushra Awad non sono solo vittime gemelle di una tragedia o collaboratrici in un progetto di riconciliazione, ma anche amiche. Prima che le luci si spegnessero sul palco, si sono abbracciate tra gli applausi del pubblico.

Video: Due madri unite da una tragedia trasformano il dolore in riconciliazione

Il Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione composta da oltre 600 famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso una persona cara nel conflitto. Le attività comuni hanno dimostrato che la riconciliazione tra individui e nazioni è possibile; è questo l’approccio che cercano di trasmettere a entrambe le parti in conflitto, insieme alla conclusione che il processo di riconciliazione tra nazioni è il prerequisito per raggiungere una pace sostenibile. L’organizzazione utilizza pertanto tutte le risorse disponibili nell’educazione, negli incontri pubblici e nei mass media per diffondere le sue idee.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

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La Palestina aderisce al Tribunale dell’Aja

L’occupazione israeliana dei Territori e i bombardamenti di Gaza. Questi i casi del dossier che i palestinesi presenteranno alla Corte per denunciare le violazioni israeliane. Iniziate le indagini preliminari

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosideetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

thanks to: forumpalestina

Nena News

30 marzo, Giornata della Terra palestinese

downloadI Palestinesi in tutto il mondo lunedì 30 marzo celebrano la Giornata della Terra, una ricorrenza importante, che risale al 1976, quando migliaia di persone, cittadini palestinesi in Israele si riunirono per protestare contro l’espropriazione di altra terra palestinese in Galilea. Scoppiarono duri scontri con la polizia israeliana, durante i quali sei palestinesi vennero uccisi, a centinaia feriti e arrestati.

Il ricordo di quel giorno di resistenza popolare contro il sionismo e le sue politiche coloniali divenne la Giornata internazionale della Terra palestinese.

 

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Campagna pubblicitaria pro-palestinese conquista le mura delle città degli Stati Uniti

318509_345x230Betlemme-Ma’an. Di Alex Shams. I pendolari delle città degli Stati Uniti hanno constatato con sorpresa che il loro viaggio questo mese è stato adornato con poster e striscioni che invitano il governo a porre fine al supporto militare a favore di Israele.

I poster sono stati affissi in sette città degli Stati Uniti per tutto il mese di marzo, e fanno parte di una più ampia campagna di sensibilizzazione lanciata dal Palestine Advocacy Project, un gruppo di attivisti con base in America, conosciuti anche come Ads Against Apartheid, il cui fine è quello di aumentare la consapevolezza riguardo la complicità americana all’occupazione israeliana.

Messaggi che condannano la demolizione da parte di Israele delle case palestinesi, le sue politiche di incarcerazione che prendono di mira i bambini, la costruzione di insediamenti riservati solo ai cittadini ebrei nella Cisgiordana e nella zona di Gerusalemme est, sono tra i temi principali affrontati in questa campagna, il cui lancio coincise con la visita del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel paese.

“Il denaro derivante dalle tasse americane aiuta il governo israeliano a condurre una brutale occupazione militare dei territori palestinesi, che per decenni ha negato ai palestinesi i diritti di base. Queste pubblicità mostrano com’è in realtà l’occupazione e l’apartheid israeliana, ed è importante che gli americani vedano tutto questo”, ha affermato Jake Chase-Lubitz , un membro del consiglio del progetto, in una dichiarazione rilasciata dal gruppo.

La campagna fa parte di una più ampia pressione affinché i palestinesi rimangano nel radar del pubblico americano, in particolare dopo che l’attenzione si è spostata dopo la fine dell’attacco israeliano a Gaza di quest’estate.

Rivolgendosi agli americani con dei messaggi negli spazi pubblici, il gruppo sta cercando di esporre ai cittadini la realtà in merito al supporto americano di Israele e cosa questo comporta per i palestinesi.

“I media negli Stati Uniti generalmente presentano i palestinesi come un problema per Israele piuttosto che il contrario. Ma Israele è un problema onnipresente per i palestinesi, ha un impatto negativo in quasi tutti gli aspetti della loro vita, e noi crediamo sia importante per il dibattito pubblico conoscere questa realtà”, ha dichiarato Chase-Lubitz in un’intervista per email con l’agenzia Ma’an.

Questi poster saranno affissi nelle stazioni delle metropolitane così come nei camion, nei bus, nei manifesti, assicurando che decine di migliaia arriveranno nelle città su cui si è posto l’obiettivo – Los Angeles, New York, San Antonio, San Diego, San Francisco e  Washington D.C.

La campagna, comunque, mostra delle controversie, poiché il gruppo è andato incontro, nelle precedenti ondate di affissione di poster, ad atti di vandalismo e querele.

Il gruppo è stato costretto infatti a ritirare i propri striscioni a Boston dopo quella che Chase-Lubitz ritiene “una pressione politica da parte di associazioni sioniste ben finanziate ed organizzate” sull’agenzia di trasporti locale. I manifesti a Los Angeles sono stati invece oggetto di vandalismo.

Questo mese la campagna è stata ancora una volta oggetto di attacchi, e il gruppo ha riferito che, il 9 marzo a Los Angeles, il conducente di un camion che esibiva il poster è stato minacciato da un individuo armato irritato dal messaggio.

“Suggerire che in realtà sono gli israeliani a sbagliare e che i palestinesi sono delle vittime equivale a dire: forse noi abbiamo torto, e che alcune delle persone da cui ci difendiamo sono le nostre stesse vittime. Questo non sta bene a molta gente”, ha dichiarato Chase-Lubitz all’agenzia Ma’an, commentando gli ostacoli che la campagna sta affrontando.

Infatti, in un mondo dove il sentimento pro-palestinesi è ampliamente condiviso e le pressioni contro Israele per mettere fine all’occupazione militare sono rapidamente cresciute negli ultimi anni, gli Stati Uniti si distinguono come uno dei pochi paesi a maggioranza filo-israeliana sulla Terra.

Un sondaggio dell’opinione pubblica americana, condotto lo scorso febbraio, ha mostrato che circa il 62 per cento degli intervistati si è dichiarato favorevole ad Israele, mentre solo il 16 per cento si è dichiarato favorevole alla Palestina. Il supporto pro-Israele tende ad essere molto più elevato tra gli americani bianchi e anziani e gli evangelici, mentre i giovani e le persone di colore mostrano sempre di più la loro inclinazione per la Palestina.

Il Palestine Advocacy Project crede che sia in atto un cambiamento più ampio all’interno dell’opinione pubblica, sostenuto dal lavoro degli attivisti in tutto il paese che si dedicano all’esposizione della realtà del controllo israeliano sulla vita palestinese.

L’ultima campagna pubblicitaria è stata realizzata grazie all’aiuto di una mezza dozzina di partner locali, tra cui: Northern California Friends of Sabeel, American Muslims for Palestine, Bay Area Jewish Voice for Peace, LA Jews for Peace, Jewish Voice for Peace di San Diego e San Antonio for Justice in Palestine. Le organizzazioni coinvolte riflettono la diversità del crescente movimento pro-palestinese negli Stati Uniti.

“Siamo solo una piccola parte di un movimento che è si focalizza sulla Palestina. Questo movimento è cresciuto significativamente negli ultimi cinque-dieci anni, grazie al lavoro ispiratore di giovani palestinesi-americani che sono stufi che le loro famiglie e i loro amici vengano attaccati, da quegli ebrei che sono disgustati da ciò che è stato fatto in loro nome, e altre persone di coscienza che lottano per ciò che è giusto”, ha riferito Chase-Lubitz.

Traduzione di Domenica Zavaglia

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Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

Netanyahu è “l’uomo giusto” per parlare dell’Iran davanti al Congresso

Il premier israeliano durante una conferenza (Foto di Promosaik)

Global Research, 3 marzo 2015

Prof. Yakov M. Rabkin, professore di storia all’università di Montreal

Il premier israeliano è perfettamente adatto per spiegare al Congresso il presunto pericolo del potere nucleare iraniano. Dopo tutto, è stato Israele insieme ai suoi alleati di Washington ad inventare questa questione fin dall’inizio. Ora tocca a Netanyahu tentare di dar credito a quell’affermazione, sebbene persino i servizi segreti americani, europei e israeliani non siano d’accordo sul fatto che l’Iran starebbe cercando di produrre armi nucleari. Alcuni forse si ricordano che le asserzioni secondo cui l’Iraq possederebbe armi di distruzione di massa erano provenute in gran parte dalle stesse fonti, vicine al partito israeliano di destra Likud.

Il lavoro di lobby del partito Likud ha fomentato in modo determinante la campagna contro l’Iran. Infatti, in occasione dell’incontro dell’AIPAC nella primavera del 2006, l’Iran è stato particolarmente preso di mira, grandi schermi che alternavano immagini di Adolf Hitler che denunciava gli ebrei e poi del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che minacciava di “cancellare Israele dalla faccia della terra”. Lo show terminava con uno sbiadito augurio post-olocausto “mai più”. In pochi mesi la lobby ha distribuito ben 13.000 cartelle stampa solo tra i giornalisti statunitensi per fissare bene nelle teste dei media queste immagini cariche di pathos.

I leader iraniani sono stati continuamente raffigurati come gente che nega l’olocausto e che minaccia di cancellare Israele dalla faccia della terra. Queste due affermazioni sono state pubblicate in migliaia di giornali: l’Iran è uno stato ambiguo e una minaccia per la pace mondiale. Sono state persino usate per imporre le sanzioni occidentali contro l’Iran che avrebbe tentato di produrre armi nucleari. Milioni di iraniani soffrono a causa di queste sanzioni e ancora più persone in Iran soffrirebbero un intervento militare che per Tel Aviv e Washington non è ancora escluso. Ecco perché si devono analizzare in dettaglio queste affermazioni secondo cui i governanti iraniani sarebbero degli antisemiti accaniti.
La questione del programma nucleare iraniano richiede un’analisi razionale. La correlazione tra Israele/sionismo ed ebrei/ebraismo ha soffocato da tempo il dibattito razionale sul Medio Oriente. I critici di Israele, ebrei e non, vengono regolarmente accusati di antisemitismo. Tali accuse hanno iniziato a influenzare ampiamente le relazioni internazionali. E la “bomba atomica iraniana” ne è un esempio. Netanyahu giunge a Washington, fingendo di parlare nel nome del popolo ebraico mondiale invece che quale rappresentante eletto dai cittadini di Israele, un terzo dei quali non sono neppure ebrei.

La negazione dell’olocausto

Tra i partecipanti alla conferenza internazionale sull’Olocausto, organizzata dall’ex-presidente iraniano quasi dieci anni fa, figuravano alcuni noti “negatori” dell’Olocausto e anche un gruppetto di ebrei ortodossi in abiti neri che raccontavano del massacro nazista contro i loro parenti. È di poco interesse pratico dibattere sul fatto se Ahmadinejad neghi la veridicità dell’Olocausto o meno, visto che oramai non detiene più il potere. Ma ci si potrebbe meravigliare per quale motivo tendiamo a considerare la negazione dell’Olocausto una questione talmente grave. Infatti, un “negatore” del massacro di centinaia di migliaia di ebrei in Ucraina nel 17esimo secolo o dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 15esimo passerebbe quasi del tutto inosservato. A rendere unico l’Olocausto, non sono solo la sua immediatezza e la sua ampiezza, ma anche le manipolazioni sioniste della sua memoria.
I leader iraniani non erano stati i primi a denunciare il prezzo che l’establishment israeliano ha estorto ai palestinesi (musulmani, cristiani e anche alcuni ebrei), costretti a pagare per un crimine commesso in Europa, da nazisti europei, contro ebrei europei. Per quanto possa valere quest’obiezione, essa non equivale ad una negazione dell’Olocausto, ma piuttosto ad un’obiezione contro l’uso di questa tragedia quale mezzo di legittimazione del fatto che il sionismo e Israele continuino ad espropriare i palestinesi.
Secondo Moshe Zimmermann, professore di storia tedesca e noto intellettuale israeliano, “la shoah viene spesso strumentalizzata. Cinicamente si può dire che la shoah è uno tra gli oggetti più utili per manipolare il pubblico e in particolare il popolo ebraico in Israele e all’estero. Nella politica israeliana la shoah viene usata per dimostrare che un ebreo disarmato equivale ad un ebreo morto”.

Gli usi politici del genocidio nazista sono comuni. Secondo l’ex ministro dell’educazione israeliano “l’olocausto non è una follia nazionale accaduta nel passato e ormai trascorsa, ma un’ideologia ancora presente, in quanto ancora oggi potrebbe succedere che il mondo legittimi dei crimini contro di noi”. Oltre a fornire a Israele una ragion d’essere alquanto persuasiva, l’olocausto ha anche dimostrato di essere un mezzo potente per sostenere Israele. Un parlamentare israeliano l’ha posta in questi termini diretti:

“Persino i migliori amici del popolo ebraico evitarono di offrire sostegno agli ebrei europei e volsero le spalle ai camini dei campi di sterminio … per questo tutto il mondo libero, in particolare in quest’epoca, deve dimostrare pentimento … offrendo sostegno diplomatico, difensivo ed economico a Israele”.

L’industria dell’olocausto di Norman Finkelstein documenta ampliamente come la memoria del genocidio nazista possa essere sfruttata a fini politici. Per decenni, l’olocausto ha svolto la funzione di strumento di persuasione nelle mani della politica estera israeliana al fine di soffocare qualsiasi critica e creare simpatia verso uno stato che si traveste dall’eroe collettivo di sei milioni di vittime. Netanyahu, nei suoi dibattiti pubblici sull’Iran, invoca regolarmente l’olocausto. Asserisce che l’ipotetica bomba atomica iraniana costituisca “una minaccia esistenziale”. Inoltre, in una conclusione priva di senso chiama Israele “l’unico luogo sicuro per gli ebrei”. All’indomani dei recenti attentati contro cittadini di origine ebraica a Parigi o Copenaghen, Netanyahu ha nuovamente invitato gli ebrei europei a lasciare i loro paesi per trasferirsi in Israele, loro “vera patria”. Le sue invettive su un “olocausto nucleare” sul fronte iraniano hanno gioco facile presso i suoi sostenitori, ma è difficile che rappresentino un’argomentazione razionale di politica estera.

Eliminare Israele dalla faccia della terra

Tanto inchiostro è stato versato anche su un’altra affermazione, secondo la quale l’Iran avrebbe dichiarato la propria intenzione di “eliminare Israele dalla faccia della terra”. Juan Cole e altri hanno dimostrato che si trattava di un errore di traduzione e che la parola “faccia della terra e/o carta geografica” non figurava nell’originale. Infatti si tratta di una citazione da una delle vecchie invettive anti-sioniste dell’Ayatollah Khomeini: Esrâ’il bâyad az sahneyeh roozégâr mahv shavad, che tradotta significa “Israele deve sparire dalla pagina del tempo”. Dopo questa storia inventata sulla “cancellazione di Israele dalla faccia della terra”, queste parole iniziarono a fare il giro del mondo, martellando per bene l’opinione pubblica. Infatti gli istigatori sionisti della campagna contro l’Iran le hanno usate fino alla noia. Un rapporto pubblicato di recente sull’Iran da parte del Centro degli Affari Pubblici di Gerusalemme, una fabbrica di pensiero sionista particolarmente attiva nella conduzione della campagna contro l’Iran, traduce correttamente la citazione di Khomeini, ma insiste comunque sul fatto che si tratti di un incitamento al “genocidio”. Quest’ultimo è diventato il termine favorito nelle recenti pubblicazioni sioniste: lo stesso rapporto fa riferimento al “genocidio fallito del 1948 da parte di diversi stati arabi e dei palestinesi contro Israele”.

I leader iraniani invece hanno ripetutamente richiesto di risolvere i problemi del mondo, inclusa la questione palestinese, con il dialogo. Hanno proposto tra l’altro “un referendum libero per istituire un governo basato sulla volontà della nazione palestinese, inclusi ebrei, cristiani e musulmani, in cui tutti abbiano diritto di voto”.

Nessuna di queste proposte sembra prevedere un intervento militare e non può essere interpretata come “minaccia esistenziale”. Ecco perché allora nei media comuni non interessa a nessuno: infatti le affermazioni moderate provenienti da Teheran non vale la pena pubblicarle.

I leader iraniani hanno anche affermato che “il regime sionista sarà eliminato quanto prima, come l’Unione Sovietica, e che l’umanità otterrà presto la libertà”. Come l’Unione Sovietica è stata disintegrata in modo pacifico, allo stesso modo anche Israele scomparirà in modo pacifico, cedendo al peso delle proprie contraddizioni interne. Visto che l’Unione Sovietica non è stata cancellata da una pioggia di bombe atomiche, l’Iran non suggerisce l’uso della forza neppure per smantellare Israele. Inoltre non avrebbe alcun senso vista l’estrema superiorità militare israeliana quale unica potenza nucleare regionale.

La richiesta di porre termine al sionismo non significa la distruzione di Israele e della sua popolazione. Secondo Jonathan Steel del Guardian non si tratta che di un “vago desiderio futuro”. Questo desiderio equivale ad una preghiera per “uno smantellamento pacifico dello stato sionista”, pronunciata regolarmente dai membri del gruppo antisionista ebraico Neturei Karta. Infatti la liturgia ebraica abbonda di prese di posizione alquanto aggressive nei confronti di chi non riconosce Dio o commette il male. Ad esempio nei servizi delle festività principali noi ebrei recitiamo la frase u’malkhut ha’rishaa kula ke’ashan tikhleh (e che il regno del male scompaia come il fumo). Il significato letterale significa annichilire o distruggere un intero paese, ma il vero significato di “regno del male” significa che ogni azione nefasta in ogni luogo verrà eliminata. Non si parla dunque di una persona in particolare e neppure di migliaia di persone innocenti.

Anche se milioni di ebrei recitano questa invocazione ogni anno, questo non significa la guerra atomica. Ma se volessimo demonizzare gli ebrei, potremmo usare quest’invocazione e trasformarla in un’accusa infondata secondo cui gli ebrei vorrebbero distruggere interi paesi. Alcuni israeliani laici hanno interpretato questa preghiera tradizionale quale invocazione alla distruzione della maggioranza secolare della popolazione ebraica in Israele. Per questo la tradizione ebraica rifiuta le interpretazioni letterali dei testi sacri e si rifà a quelle dei rabbini, anche se a volte molto inverosimili. I rabbini ad esempio interpretano unanimamente il principio biblico “occhio per occhio” quale obbligo di pagare una compensazione monetaria per salvare l’occhio del reo. La preghiera liturgica ebraica menzionata è un esempio di retorica religiosa basata su metafore espressive che si riferiscono a un desiderio di vedere un mondo senza il male.

Per ritornare alla nostra tematica principale: sono ormai passati oltre trecento anni dall’ultima volta che l’Iran ha attaccato un altro paese, cosa che non si può dire di Israele e degli Stati Uniti. Considerare l’Iran meno responsabile di Israele di cui si sa per certo che possiede armi nucleari sembra un residuo incoerente della mentalità coloniale.

Inoltre l’Iran combatte attivamente gli estremisti dello “Stato Islamico” che giustifica le proprie atrocità servendosi di interpretazioni letterali del Corano. Gli ebrei in Iran continuano a praticare l’ebraismo senza essere disturbati dalle autorità iraniane e desiderano continuare a vivere nel paese in cui hanno vissuto per millenni, e questo mentre la maggior parte dei leader iraniani anti-sionisti ha dichiarato di non essere anti-semita. Infatti se fossero state antisemite, le autorità iraniane avrebbero perseguitato gli ebrei locali, invece di provocare la potenza nucleare israeliana.

La pretesa di Netanyahu di parlare “nel nome di tutti gli ebrei” mette in pericolo gli ebrei, e soprattutto quelli iraniani. Alcuni sionisti comunque rimangono imperterriti e rimproverano persino gli ebrei iraniani per non essere emigrati in Israele da tempo. Questo atteggiamento espone la forse più antica comunità ebraica del mondo musulmano, visto che ovviamente la ragione di stato israeliana spesso prevale sul benessere e sulla sopravvivenza concreta delle comunità ebraiche. I sionisti considerano gli ebrei che vivono al di fuori di Israele quale potenziali immigrati o beni provvisori per promuovere gli interessi israeliani.

Dissenso ebraico

Il discorso di Netanyahu al congresso statunitense e la sua attuale campagna contro l’Iran hanno causato profonde divisioni tra gli ebrei che sostengono incondizionatamente Israele e quelli che rifiutano o mettono in dubbio il sionismo e l’agire dello stato israeliano. Il dibattito pubblico sulla posizione di Israele all’interno della continuità ebraica è diventato aperto e franco, non solo in Israele, ma anche all’estero. Molti vedono il futuro dello stato di Israele quale uno stato di cittadini, ebrei, musulmani, cristiani ed atei, più che di uno stato basato e gestito nel nome dell’ebraismo mondiale.

Mentre sono pochi gli ebrei a meravigliarsi pubblicamente del fatto se lo stato di Israele, cronicamente insicuro, “sia veramente un bene per gli ebrei”, molti di più disapprovano che il sionismo distrugga i valori morali ebraici e metta a repentaglio gli ebrei sia in Israele sia all’estero. Ad esempio il film Munich di Steven Spielberg focalizza in modo decisivo sul costo morale dell’affidamento cronico di Israele alla forza. In una scena, un membro dell’unità israeliana di picchiatori, che cacciano gli attivisti palestinesi della diaspora, rimane disgustato e proclama: “Siamo ebrei e gli ebrei non commettono il male perché i nostri nemici lo fanno… siamo ritenuti virtuosi. E questa è una bella cosa. È essere ebrei…” Mentre Schindler’s List indaga le minacce alla sopravvivenza fisica degli ebrei, Munich espone le minacce alla loro sopravvivenza spirituale. Chiaro che i sostenitori del Likud in America hanno ettato gango sul regista ebreo e sul suo film ancora prima che uscisse nei cinema. Hanno diffamato anche diversi libri pubblicati di recente (Prophets Outcast, Wrestling with Zion, Myths of Zionism, The Question of Zion) e incentrati sul conflitto di fondo tra sionismo e valori ebraici tradizionali. Il discorso di Netanyahu al Congresso ha profondamente lacerato questo conflitto intra-ebraico.

La lobby del Likud sostiene continuamente che gli ebrei che osano criticare Israele metterebbero a repentaglio il suo “diritto di esistere” e fomenterebbero dunque l’antisemitismo. Questo ha condotto alcuni ebrei britannici, canadesi e statunitensi famosi a prendere la parola nel contesto di un dibattito aperto su Israele nei media e persino nelle pubblicazioni conservatrici. La nota rivista pro-establishment Economist ha pubblicato un’indagine sullo “stato degli ebrei” e un editoriale indirizzato agli ebrei comuni della diaspora per farli superare l’atteggiamento tipico secondo cui “il mio paese ha sempre ragione, anche quando ha torto”, adottato da numerose organizzazioni ebraiche. Questo certamente intacca l’immagine degli ebrei quale gruppo riunito intorno alla bandiera israeliana.
L’impegno a favore dell’emancipazione ebraica dallo stato di Israele e la sua politica ha superato alcune vecchie dissidenze, creandone comunque anche delle nuove. Pertanto un critico ultraortodosso di Israele, che normalmente si oppone all’ebraismo riformista, si è complimentato con un rabbino riformista che aveva affermato:

“Se i sostenitori ebrei di Israele non si oppongono alla politica catastrofica che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini e neppure crea il clima appropriato in cui lavorare per una pace giusta con i palestinesi … poi stanno anche tradendo i valori ebraici millenari e agendo contro gli interessi israeliani a lungo termine”.

Molti ebrei e israeliani credono che la lobby del Likud, uno sforzo collettivo dei cristiani, ebrei, musulmani ed atei di destra, rappresenti la più grande minaccia per la sicurezza a lungo termine di Israele, visto che sostiene regolarmente i falchi di Israele, indebolendo invece gli israeliani che nella regione si impegnano per la riconciliazione. La lobby promuove anche l’antisemitismo visto che spesso viene considerata “ebraica”, dando dunque l’impressione errata secondo cui gli ebrei detterebbero la politica estera americana, spostandola verso destra. Infatti la maggior parte degli ebrei statunitensi ha votato Barak Obama. Mentre i leader israeliani attuali e i loro alleati in America continuano ad incitare il mondo contro l’Iran, diverse organizzazioni pacifiste in Israele e in diverse comunità della diaspora ebraica hanno rilasciato delle dichiarazioni che condannano la campagna anti-iraniana e il comportamento di Netanyahu.

Oggi, in assenza di stati arabi che rappresentino una minaccia militare per Israele, è l’Iran che gli israeliani vengono indotti a temere. E proprio vicino all’Iran, che ha affermato a più riprese di non aver alcuna intenzione di acquistare armi nucleari, si trova il Pakistan, un regime instabile con un forte movimento islamista, con fazioni di Al-Qaeda, e che possiede un arsenale nucleare non immaginario, ma reale. Anche se il Pakistan non ha minacciato Israele, le “minacce esistenziali” potrebbero non avere mai fine, se lo stato sionista andrà avanti per la sua strada, continuando a sfidare i popoli dell’intera regione, negando giustizia ai palestinesi.

Una precisazione

Le due accuse cariche di emotività rivolte all’Iran hanno dominato i media occidentali. Un’altra accusa secondo cui l’Iran avrebbe approvato una legge che costringerebbe gli ebrei a portare dei simboli di riconoscimento gialli è stata riportata dal Toronto National Post alcuni anni fa, rinforzando l’immagine dell’Iran quale nuova Germania nazista. Anche se l’articolo fu ritirato il giorno dopo, sono più le persone a ricordarsi della notizia che non della successiva smentita dal quotidiano, di propietà di canadesi impegnati nel Likud.
Quest’informazione errata sicuramente aiuta a preparare l’opinione pubblica a un intervento militare statunitense o israeliano contro l’Iran ricco di petrolio, un inquietante remake della paura delle illusorie armi di distruzione di massa irachene che hanno provocato un intervento militare gigantesco contro quel paese sfortunato, la cui popolazione aveva già sofferto per decenni a causa delle sanzioni occidentali. Saddam Hussein è stato debitamente ritratto come un’altra incarnazione di Hitler e di nuovo è stato invocato lo spettro dell’olocausto nucleare.

È Israele che presumibilmente possiede centinaia di armi nucleari e a differenza dell’Iran si rifiuta di firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. L’Iran invece non ha mai dichiarato di essere intenzionato a produrre armi nucleari. Secondo noti esperti israeliani l’Iran non sarebbe in grado di acquistare una tale capacità nucleare-militare per 5-10 anni, e anche se l’acquisisse, l’Iran lo farebbe per proteggersi dalle incursioni israeliane e sicuramente non per attaccare Israele.

I leader iraniani vengono erroneamente visti come estremisti forsennati con poteri illimitati da cui aspettarsi delle azioni irrazionali. Ne segue che devono essere fermati ad ogni costo. Questo aspetto si è trasformato oramai in un mantra non solo per i politici israeliani di destra, ma anche per un retorico come Netanyahu – che disprezzando la Carta delle Nazioni Unite minaccia apertamente di attaccare l’Iran – e per alcuni politici americani che lo ammirano. Mentre la Casa   Bianca e gli esperti di politica estera e dei servizi segreti sanno che né Israele né gli Stati Uniti sono minacciati da un attacco iraniano, le loro argomentazioni razionali sembrano essere meno persuasive della retorica carica di pathos. Gli Stati Uniti hanno noti interessi geopolitici nel Golfo Persico, ma le accuse contro l’Iran basate sulla deliberata idetificazione di Israele con gli ebrei potrebbero distorcere il modo di fare politica estera a Washington.
Gli intellettuali apprezzano la precisione. E ai politici serve in ugual modo visto che da loro ci si aspetta un agire prudente e razionale. L’ingerenza di Netanyahu nella politica estera americana fa parte del suo tentativo a lungo termine di allineare gli interessi della grande potenza a quelli dello stato sionista. Per questo le sue argomentazioni vanno prese con le pinze e senza emozioni superflue che spesso oscurano le questioni riguardanti Israele e i suoi vicini. Per diversi anni le diplomazie estere si sono concentrate sul contenimento dell’intervento militare israeliano contro l’Iran. Israele allora aveva le mani libere per trattare i palestinesi con sostanziale impunità. La nuova “minaccia esistenziale” dell’arma di distruzione di massa ipotetica a Israele serviva da vera e propria “arma di distruzione di massa”. L’incredibile crescita dello Stato Islamico a livello grafico mostra che meccanismi possono innescare la demodernizzazione e la successiva disperazione in certe regioni del mondo. Basta citare l’esempio dell’Iraq, della Libia e della Siria, tutti e tre paesi soggetti a interventi militari esterni, e il seguente emergere dello Stato Islamico per capire che la destabilizzazione di un paese o di una regione ha conseguenze devastanti e di vasta portata. Il premier israeliano invoca la cosiddetta minaccia iraniana per rallentare o invertire la politica iraniana di modernizzazione. La forzata demodernizzazione dell’Iraq, della Siria e della Libia, i paesi più antichi e colti del mondo arabo, ha sicuramente giovato alla posizione strategica israeliana all’interno della regione. Netanyahu comunque ci dovrà spiegare come la demodernizzazione dell’Iran gioverà agli Stati Uniti.

Traduzione italiana: Dr. phil. Milena Rampoldi dell’associazione ProMosaik e.V.

thanks to: pressenza

Federica Mogherini prende in giro i Palestinesi e gli Europei. L’unico modo per avere uno Stato Palestinese è cacciare gli ebrei dalla Palestina.

GAZA, November 8, 2014 – (WAFA) – European Union Foreign Policy Chief Federica Mogherini stated Saturday that Gaza can’t afford a fourth war and affirmed the EU’s commitment and support to Gaza reconstruction.

 

Mogherini made her remarks during a joint press conference with UNRWA Commissioner-General Pierre Krahenbuhl at al-Bahrain school in Tal al-Hawa in western Gaza city, an UNRWA-run school sheltering hundreds of internally-displaced people whose houses were destroyed during the 51-day aggression on Gaza.

 

Mogherini arrived Saturday in the Gaza Strip coming from Jerusalem through Erez border crossing point. She visited Sheja’eya neighborhood and met with the Palestinian families whose houses were destroyed during the recent Israeli onslaught on the coastal enclave and listened to their suffering.

 

 Noting that she visited Gaza to examine the humanitarian situation, Mogherini stated that she, as a mother, came to the Gaza Strip to directly see the humanitarian situation following the war, and that during the Cairo-based Gaza Reconstruction Conference she maintained that situation should change in the strip.

 

She added: “There is no time to wait. We should work more quickly in regard to Gaza reconstruction, a commitment that we have made. We should do everything to see children returning to their houses before they turn a year old.”

 

 She expressed her thanks for the UNRWA and noted that the EU stands ready to help the Palestinians in Gaza live in a better situation, adding: “We in Europe know that the only means to end this suffering is bringing this conflict to an end and establishing a Palestinian state living in peace with Israel.”

 

 Moughrini stressed that the EU needs an effective functioning Palestinian government in Gaza and expressed her hopes to see that possible soon, adding: “Most importantly, we call upon all parties to return to negotiations and resume the peace process.”

 

 She stressed the EU’s support for rebuilding Gaza, noting that the EU should put all its political weight to resume the political process and enable the Palestinian national consensus government to effectively operate in the strip.

 

 Regarding the EU’s recognition of the State of Palestine, Mogherini remarked that the EU has not yet reached a consensus to do so and that it is the decision of each EU state. Nevertheless she stressed: “We need a Palestinian state; that is the ultimate goal and is the position of all the European Union.”

 

 “What’s important for me is not whether other countries, be they European or not, recognize Palestine… I’d be happy if, during my mandate, the Palestinian state existed,’ she told French newspaper Le Monde, Newsweek reported.

 

 Mogherini reportedly met in Gaza city with four ministers in the Palestinian unity government. According to Office of the European Union Representative Office, she had a joint press conference with Prime Minister Rami Hamdallah at 3:30 p.m. at the Prime Minister’s Office and would meet President Mahmoud Abbas at 6:30 p.m.

K.F./T.R.

thanks to: WAFA

“Light for Gaza”: Stefano Bollani a Roma per la Palestina

Foto Sunshine4Palestine

 

L’eclettico Stefano Bollani con il suo Piano Solo e l’associazione no–profit Sunshine4Palestine insieme per una serata di raccolta fondi destinati alla realizzazione di pannelli fotovoltaici per il Charitable Hospital di Jenin

Il 3 Novembre 2014 non sarà una serata come le altre. Al Teatro Argentina di Roma si esibirà dalle 21.30 l’eclettico Stefano Bollani con il suo concerto Piano Solo. Bollani è un puzzle di musica, di simpatia, di estemporaneità che si fondono in continuazione per poi cogliere e plasmare i suoni in un continuo dialogo fra improvvisazione e canzone, pubblico e pianista.

Piano Solo è un viaggio nella sua musica interiore, nelle sue emozioni, passando dal Brasile alla canzone degli anni’40 fino ad arrivare ai bis a richiesta in cui mescola 10 brani come se fosse dj. Un viaggio incredibile, dove Bollani sembra prendere per mano ogni spettatore per portarlo accanto a sè, nella sua musica piena di sentimento e di divertimento. Destrutturando e ricostruendo ogni volta in modo diverso i brani che spesso ritroviamo nei suoi dischi.

L’improvvisazione, la genialità, il piacere non sono gli unici leit motiv della serata, patrocinata dal Comune di Roma. Ad essi si affiancherà la beneficenza perché i proventi del concerto saranno devoluti all’associazione non–profit Sunshine4Palestine (S4P), ideatrice dell’evento.

“I fondi che riusciremo a raccogliere grazie alla serata – racconta Barbara Capone, presidente di S4P – sono destinati ad ultimare il progetto al quale stiamo lavorando dal 2011, il nostro “progetto zero”, che consiste nel dotare il Charitable Hospital di Jenin, nella Striscia di Gaza, dell’energia necessaria al suo funzionamento con la costruzione di un impianto fotovoltaico sul tetto della struttura. Un impianto che convertirà sole in vite umane”.

L’impianto è suddiviso in tre moduli, che possono essere installati l’uno indipendentemente dall’altro. Grazie alle numerose donazioni pervenute negli anni passati, ad eventi culturali organizzati con la collaborazione di Radiodervish, Saro Cosentino, Nicola Alesini, Valentina Lupi, Matteo Scannicchio, Antonio Rezza, i Luf e ad un finanziamento della Fondazione Vik Utopia Onlus, il primo dei tre moduli è stato istallato nel gennaio 2014.  L’istallazione ha permesso un aumento del 181% del numero di pazienti trattati dal nosocomio.

Per coprire il fabbisogno energetico dell’ospedale, tutti e tre i moduli sono necessari, ma grazie all’istallazione e messa in opera del primo modulo, Sunshine4Palestine è riuscita a fornire sufficiente energia alla struttura per operare in situazioni di emergenza. Allo stato corrente, l’impianto permette il funzionamento di uno dei piani dell’ospedale per 16 ore al giorno, rispetto alle 4 ore precedenti. Il piano ospita il Pronto Soccorso, la clinica ginecologica, il laboratorio di analisi e la farmacia dell’ospedale. L’impianto ha resistito agli attacchi di luglio/agosto 2014 e, a seguito della distruzione della sola centrale elettrica di Gaza, è ora più che mai impellente completarne la realizzazione.

“Crediamo che con questo progetto – continua Barbara Capone – potrà essere offerta energia sostenibile per aiutare a mantenere funzionante ed affidabile un servizio sanitario pubblico, la cui attività è essenziale per lo sviluppo pacifico di quelle terre. Ringraziamo Stefano Bollani e il Teatro Argentina che hanno creduto nella nostra associazione da subito. Per noi è un onore inimmaginabile aver ricevuto questa accoglienza per un progetto che è nato partendo da un sogno, un foglio di carta ed una matita”.

INFO e PREVENDITA BIGLIETTI

Teatro Argentina

Largo di Torre Argentina, 52, 00186 Roma

06 6840 00311

http://www.teatrodiroma.net

thanks to: pressenza

Palestinian Prime Minister Says Gaza Reconstruction Possible if Israel Removes Blockade

A general view of destroyed buildings in Beit Hanoun town, in the northern Gaza Strip August 5, 2014.

A general view of destroyed buildings in Beit Hanoun town, in the northern Gaza Strip August 5, 2014.

 

MOSCOW, October 16 (RIA Novosti) – Reconstruction in the Gaza Strip will not be possible unless Israel removes its blockade against the region, the prime minister of Palestine said Thursday.

“The reconstruction of the Gaza Strip will not be possible without the removal of the Israeli blockade, which has been ongoing for seven years now,” the Jerusalem Post quoted Rami Hamdallah as saying.

Hamdallah made the comment at a Ramallah meeting with International Monetary Fund (IMF) delegates, with chief emissary to the West Bank and Gaza Christoph Duenwald heading the delegation, according to the newspaper.

At an international conference held on Sunday in Cairo, donor countries pledged $5.4 billion for the reconstruction of the Gaza Strip following the recent fifty-day war between Israel and Hamas.

According to UN estimates, over 2,100 Palestinians and 71 Israelis were killed as a result of the hostilities, with thousands of houses in Gaza being razed, before an open-ended truce between the sides was brokered by Egypt on August 26.

thanks to: RIANOVOSTI

Lacrime, devastazione: ecco il rientro a scuola dei bambini di Gaza

17/9/2014

10365850_10153178708080760_139713264181760818_nGaza-AFP. Mentre centinaia di migliaia di bambini palestinesi ritornavano a scuola domenica scorsa, Azhar recitava una poesia per ricordare suo padre, ucciso dai bombardamenti israeliani durante il recente conflitto contro la Striscia di Gaza.

“Papà, cosa posso dirti, se ti dico che ti amo non è abbastanza”, la bambina di nove anni, che sta per cominciare il quarto anno, ha letto la poesia davanti alla classe affollata di compagni in lacrime.

“Oggi è il primo giorno di scuola, quindi anche se il mio papà è morto martire in guerra – sono felice”, ha dichiarato all’AFP con un sorriso.

Azhar, i suoi compagni e un altro mezzo milione di bambini di Gaza sono tornati a scuola con tre settimane di ritardo a causa del conflitto durato 50 giorni che ha devastato l’enclave, lasciando più di 2.140 Palestinesi uccisi.

Quest’anno il ritorno in classe, hanno affermato insegnanti e presidi, si concentrerà prima di tutto nel trattare il dramma emotivo che molti bambini stanno ancora soffrendo.

“Abbiamo ascoltato le loro esperienze durante le vacanze (estive): alcune storie ci hanno fatto ridere, altre ci hanno fatto piangere. Noi li incoraggiamo a parlarne il più possibile”, ha affermato l’insegnante di Azhar, Rima Abu Khatla.

Tamer Jundiyeh, il padre di Azhar, è stato ucciso durante un bombardamento aereo nel quartiere di Shujaiyeh, lasciando orfani lei ed altri cinque fratelli più giovani.

“Ho paura che la guerra ricominci di nuovo”, ha detto all’AFP, mentre le tornavano alla mente i missili lanciati dagli aerei israeliani che hanno colpito la sua casa ed ucciso suo padre.

La compagna di classe di Azhar, Isra, è traumatizzata mentre parla del raid israeliano che ha ucciso suo nonno e sua zia.

“I martiri ed i feriti stavano morendo davanti a noi, eravamo molto impauriti”, ha affermato la bambina di nove anni all’AFP, “mio nonno e mia zia Layla sono stati uccisi, li ho visti nella nostra casa”.

Un’altra compagna, Doa, ha perso l’uniforme scolastica dopo che la sua casa è stata distrutta e si è presentata in classe con vestiti normali.

“Abbiamo abbandonato la nostra casa quando è stata bombardata e quando siamo tornati era stata distrutta”, da dichiarato all’AFP.

24 scuole distrutte

L’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti ai rifugiati Palestinesi (UNRWA), che possiede 245 scuole a Gaza, ha fornito formazione specializzata agli insegnanti, stimando che circa 373.000 bambini di Gaza avranno “bisogno di supporto psico-sociale diretto e specializzato” durante questo anno scolastico.

L’ultimo conflitto contro Israele, iniziato l’8 luglio, è stato il peggiore da quando, nel 2005, Israele si è ritirato dai territori occupati, e ha causato la morte di più di 500 bambini, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Migliaia di strutture, incluse le scuole, sono state rase al suolo dai bombardamenti.

Samia al-Zaalane, il preside della scuola di Shujaiyeh frequentata da Azhar, ha detto che molti studenti hanno dovuto essere trasferiti nella sua scuola, dove nove delle 18 classi sono state completamente distrutte.

“Abbiamo dovuto unire le classi – invece di 35 scolari per classe, ora ne abbiamo 60”, ha dichiarato all’AFP.

Il ministro dell’educazione di Gaza ha affermato che 24 scuole sono state distrutte dai bombardamenti israeliani, assieme ad altre 190 parzialmente danneggiate nell’enclave impoverita, dove quasi il 45% della popolazione di 1,8 milioni di abitanti ha meno di 14 anni.

Il gruppo israeliano per i diritti, Gisha, ha affermato che prima della guerra a Gaza mancavano già 259 scuole, in parte a causa delle restrizioni imposte da Israele sulla consegna del materiale da costruzione.

Ed anche se l’anno scolastico sta iniziando, circa 65.000 Palestinesi stanno vivendo ancora nelle scuole dell’UNRWA dove si erano rifugiati per scappare ai bombardamenti che hanno distrutto 20.000 case, con soluzione abitative alternative molto lente ad arrivare.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Sopravvissuto ad Auschwitz: “Mi identifico con i giovani palestinesi”


27/8/2014 The Electronic IntifadaAdri Nieuwhof.

Hajo Meyer, autore del libro La fine del giudaismo, è nato a Bielefeld, in Germania, nel 1924. Nel 1939, a 14 anni scappò da solo in Olanda per sfuggire al regime nazista, e non poté frequentare la scuola. L’anno seguente, quando i tedeschi occuparono l’Olanda, visse in clandestinità con un documento d’identità malamente contraffatto. Meyer  fu catturato dalla Gestapo nel marzo 1944 e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz la settimana dopo. E’ uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz.

Adri Nieuwhof: Cosa vorrebbe dire per presentarsi ai lettori di EI?

Hajo Meyer: Dovetti lasciare il liceo a Bielefeld dopo la Notte dei Cristalli [il pogrom di due giorni contro gli ebrei nella Germania nazista], del novembre 1938. Fu un’esperienza terribile per un ragazzino curioso e i suoi genitori. Pertanto, posso identificarmi completamente con i giovani palestinesi che subiscono restrizioni nell’istruzione. E non mi posso in alcun modo identificare con i criminali che rendono impossibile l’istruzione ai giovani palestinesi. 

AN: Cosa l’ha spinta a scrivere il libro, La fine del giudaismo?

HM: In passato, i media europei scrissero ampiamente dei politici di estrema destra come Joerg Haider in Austria e Jean-Marie Le Pen in Francia. Ma quando Ariel Sharon fu eletto [Primo Ministro] in Israele nel 2001, i media rimasero in silenzio. Ma nel 1980 capirono il pensiero profondamente fascista di questi politici. Con il libro ho voluto prendere le distanze da tutto questo. Sono cresciuto con l’eguaglianza di rapporti tra esseri umani nel giudaismo come valore fondamentale. Ho appreso del giudaismo nazionalista solamente quando ho sentito i coloni difendere, nelle interviste, le loro vessazioni contro i palestinesi.

Quando un editore mi ha chiesto di scrivere del mio passato, ho deciso di scrivere questo libro, in un certo senso, per affrontare il mio passato. Le persone di un gruppo che disumanizzano persone di un altro gruppo, lo possono fare o perché hanno imparato dai loro genitori, o perché è stato fatto loro il lavaggio del cervello dai leader politici. Questo è successo per decenni, in Israele, nel senso che manipolano l’Olocausto per i loro fini politici. A lungo andare il paese si sta distruggendo, portando i cittadini ebrei alla paranoia.

Nel 2005 [l’allora primo ministro Ariel] Sharon ha illustrato ciò dichiarando alla Knesset [il parlamento israeliano]: “Sappiamo che non possiamo fidarci di nessuno, possiamo fidarci solo di noi stessi”. Questa è la più breve definizione possibile di qualcuno che soffre di paranoia clinica. Una delle cose che mi dà più fastidio, è che Israele, con l’inganno, si definisce uno stato ebraico, mentre in realtà è sionista. Vuole il massimo del territorio con un numero minimo di palestinesi. Ho avuto 4 nonni ebrei. Sono ateo. Condivido l’eredità socio-culturale ebraica e ho imparato a conoscere l’etica ebraica. Non voglio essere rappresentato da uno stato sionista. Non hanno idea dell’Olocausto. Usano l’Olocausto per far crescere la paranoia nei loro figli.

AN: Nel suo libro, lei scrive delle lezioni che ha appreso dal suo passato. Può spiegare come il passato ha influenzato la sua percezione di Israele e Palestina?

HM: Non sono mai stato un sionista. Dopo la guerra, gli ebrei sionisti parlavano del miracolo di avere ”il nostro paese”. Da ateo convinto ho pensato, se questo è un miracolo di Dio, avrei voluto che avesse compiuto il più piccolo miracolo che si possa immaginare, creando lo stato 15 anni prima. Così i  miei genitori non sarebbero morti.

Posso scrivere una lista infinita di analogie tra la Germania nazista e Israele. L’acquisizione di terreni e di proprietà, il negare l’accesso all’istruzione e restringere la possibilità di guadagnarsi da vivere e distruggere la loro speranza, il tutto con lo scopo di cacciare la gente dalla propria terra. E quello che io personalmente trovo più sconvolgente: sporcarsi le mani uccidendo le persone. Ciò sta creando situazioni in cui le persone iniziano a uccidersi a vicenda. Quindi la distinzione tra vittime e colpevoli diventa debole. Seminando discordia in una situazione dove non c’è unità, ampliando il divario tra i popoli – come Israele sta facendo a Gaza.

AN: Nel suo libro lei scrive del ruolo degli ebrei nel movimento per la pace dentro e fuori Israele, e i refusenik dell’esercito israeliano. Come valuta il ​​loro contributo?

HM: Certo è positivo che parte della popolazione ebrea di Israele cerchi di vedere i palestinesi come esseri umani e come loro pari. Tuttavia, mi turba un po’  il numero che protesta ed è veramente anti-sionista. Siamo arrivati ad ottenere quello che è successo nella Germania di Hitler. Se si esprimeva un minimo accenno di critica all’epoca, si finiva nel campo di concentramento di Dachau. Se si esprimeva una critica, eri morto. Gli ebrei in Israele hanno diritti democratici. Possono protestare per le strade, ma non lo fanno.

AN: Può commentare la notizia che i ministri israeliani hanno approvato un progetto di legge che vieta la commemorazione della Nakba, o l’esproprio della Palestina storica? La legge propone pene fino a tre anni di carcere.

HM: E’ così razzista, così terribile. Sono a corto di parole. E’ l’espressione di quello che già sappiamo. [L’organizzazione israeliana commemorazione della Nakba] Zochrot è stata fondata per contrastare gli sforzi di Israele di spazzare via i segni che ricordano la vita palestinese. Per proibire ai palestinesi di commemorare pubblicamente la Nakba. Non possono agire in un modo più nazi-fascista. Forse aiuterà a svegliare il mondo.

AN: Quali sono i suoi progetti per il futuro?

HM: [Ride] Sai quanti anni ho? Ho quasi 85 anni. Dico sempre cinicamente e con autoironia che ho una scelta: o sono sempre stanco perché voglio fare così tanto, o mi siedo in attesa del tempo di morire. Beh, ho intenzione di essere stanco, perché ho ancora tanto da dire.

Adri Nieuwhof è consulente e difensore dei diritti umani in Svizzera.

Traduzione di Edy Meroli

(Nella foto: Hajo Meyer ritratto da Christiane Tilanus)

thanks to: The Electronic Intifada

Edy Meroli

Infopal