Venezuela, giovane partorisce in strada. L’ultima fake news di Repubblica diventa virale

Venezuela, giovane partorisce in strada. L'ultima fake news di Repubblica diventa virale
Il quotidiano in prima fila nel sostenere la propaganda di chi vuole l’intervento armato in Venezuela

di Fabrizio Verde

Col passar del tempo sembra scendere inesorabilmente la qualità delle bufale, o fake news per usare i termini maggiormente in voga, diffuse ad arte per screditare il Venezuela. Risulta così semplice smontarle che quasi non c’è gusto nel farlo. Finanche la persona più lontana e avulsa dai fatti che accadono in Venezuela sentirebbe lontano un miglio l’inconfondibile puzza di bufala che accompagna certe notizie.

 

L’ultima in ordine di tempo riguarda una donna che avrebbe partorito in strada perché rifiutata da una clinica in quanto senza denaro. La notizia è diffusa da un giornalista Carlos Julio Rojas, militante del partito di opposizione Vente Venezuela. L’uomo fu arrestato nel 2017 perché coinvolto nell’assalto a una caserma nella zona nord di Caracas.

 

La (non)notizia inizia a rimbalzare su vari siti venezuelani di opposizione e la ritroviamo, come sempre accade in questi casi, pari pari, sui principali media mainstream. Da ‘Repubblica’ al ‘Corriere della Sera’ passando per ‘Il Fatto Quotidiano’.

 

Una bufala che riesce anche a contraddirsi quando ‘Repubblica’ scrive: «Rojas ha riferito che poco dopo il fatto, sul posto è giunta una volante della polizia che ha prelevato la giovane e l’ha portata in un centro medico».

 

La verità è che i soldi c’entrano ben poco in questa storia visto che in Venezuela la sanità è pubblica e gratuita. Mentre c’entra molto il fatto che Repubblica lavora sempre per propagandare neoliberismo e privatizzazioni.

 

In Venezuela non può accadere quel che viene denunciato da Usa Today: in Messico donne indigene e povere sono costrette a partorire in prati e parcheggi perché rifiutate dagli ospedali.

 

«Non si tratta di casi isolati. Registriamo una tendenza. Non stiamo parlando di una donna: ce ne sono molte e non viene fatto nulla per risolvere il problema», denuncia Regina Tames, direttrice del Reproductive Choice Information Group, organizzazione non governativa con sede a Città del Messico. Ma questo Repubblica non ve lo racconta.

 

In Venezuela non può accadere quel che invece accade nella culla della democrazia, gli Stati Uniti, dove esistono casi di famiglie letteralmente mandate sul lastrico dalle spese sostenute per il parto. Uno dei migliori studi sull’argomento redatto negli Usa rivela che sono circa 56mila le famiglie che annualmente finiscono in bancarotta dopo aver accolto un nuovo bambino. Ma questo Repubblica non ve lo racconta.

Notizia del:
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Maduro rieletto Presidente col 68% dei voti

Thierry Deronne, Caracas, Venezuela Infos, 21 maggio 2018Il Vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera l’annunciò pochi giorni prima: “Il popolo del Venezuela ora detiene, ancora una volta, la chiave per il futuro dell’America Latina. Proprio come due secoli fa, ai tempi di Simon Bolivar, il suo ruolo storico è proteggere il nostro continente da un impero ed impedire che spazzino via gli altri capisaldi della resistenza. Dopo quattro anni di guerra economica, il compito è stato difficile, come gli indigeni di Autana, nello stato di Amazonas, si allineavano sotto la pioggia per attraversare il fiume Orinoco e votare.
La campagna di destra consisteva, attraverso la maggioranza dell’economia privata, nell’aumentare i prezzi oltre quanto era noto finora, e promuovere il boicottaggio del voto, paralizzando persino i trasporti nella regione della capitale il giorno delle elezioni. Un diritto sotto una forte influenza esterna, in osmosi cogli annunci anticipati da Unione Europea e Casa Bianca di rifiutare il verdetto delle urne. In una conferenza stampa tenuta poco prima dell’annuncio dei risultati, il candidato dell’opposizione Henri Falcon improvvisamente si rifiutava di riconoscere la legittimità delle elezioni e chiese di organizzarne un’altra, mentre criticava la destra radicale: ¨oggi è chiaro che questa richiesta di astensione ha perso un’opportunità straordinaria di porre fine alla tragedia che il Venezuela vive”. Col 92,6% dei voti contati, il Centro elettorale nazionale dava i primi risultati ufficiali, irreversibili. La partecipazione totale ammontava al 46%, 8 milioni 360 mila voti. Di questi, 5 milioni 823 mila andavano al candidato Nicolas Maduro che ha vinto le elezioni presidenziali con quasi il 68% dei voti. Da parte sua, l’avversario Henry Falcon ottenne 1820552 voti o 21%, l’evangelista Javier Bertucci 925042 voti (11%) e Reinaldo Quijada 34614 voti. La Costituzione venezuelana, nell’articolo 228, recita: “sarà proclamato vincitore il candidato che ha ottenuto la maggioranza dei voti validi“: qualunque sia il livello di partecipazione, è la maggioranza semplice che determina la vittoria. Va detto che il “nucleo duro” del chavismo, che ha sempre oscillato tra 5 e 6 milioni di voti, è rimasto intatto e che l’astensione riguarda essenzialmente l’opposizione. La pressione della guerra economica e le sanzioni eurostatunitensi si sono scontrate con la fibra storica della resistenza popolare e persino risvegliando l’intera organizzazione di base, specialmente nella distribuzione e produzione di cibo, in un’alleanza concreta con le misure sociali e i programmi di Nicolas Maduro.
Dopo 26 giorni di campagne ufficiali che hanno visto quattro candidati annunciare proposte antagoniste nei media, il Centro Nazionale Elettorale installava 14638 seggi elettorali nel Paese. C’erano circa 2000 osservatori internazionali, tra cui le nazioni caraibiche della CARICOM, Unione africana e CEELA, il Consiglio degli esperti elettorali dell’America latina. Furono organizzati 17 osservazioni del sistema elettorale. Composto in maggioranza dai presidenti dei tribunali elettorali nazionali di Paesi governati dalla destra, il Consiglio degli esperti elettorali latinoamericani spiegava per voce del suo presidente Nicanor Moscoso: “Abbiamo avuto incontri con ciascuno dei candidati che hanno accettato i risultati di ispezioni e controlli. Siamo alla presenza di un processo trasparente e armonioso“. Luis Emilio Rondón, Rettore del Centro elettorale nazionale e membro dell’opposizione, affermava pubblicamente che il voto offriva le stesse garanzie di trasparenza delle elezioni del 2015, vinte dalla destra con due milioni di voti di vantaggio. L’ex-Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, presente come osservatore, ricordava che le elezioni venezuelane si sono svolte con assoluta normalità. “Ho assistito al voto in quattro centri: flusso permanente di cittadini, poco tempo di attesa per votare. Sistema molto moderno con doppio controllo. Da quello che ho visto, un’organizzazione impeccabile. Nessuno può mettere in discussione le elezioni in Venezuela e su tutto il pianeta non ci sono elezioni più controllate che in Venezuela”. Un altro osservatore, l’ex-primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, dichiarava che la posizione di Stati Uniti e Unione europea di “disapprovazione” delle elezioni presidenziali in Venezuela, prima che avessero luogo, era un’”assurdità”, ammettendo di essere “un po’ arrabbiato per ciò che era in gioco. È molto grave dire ad un Paese: queste elezioni non sono utili, sono inutili, prima che abbiano luogo. È segno d’irresponsabilità nei confronti di un popolo e del suo futuro. Che posizioni così importanti siano state prese con così pochi elementi di giudizio, mi spaventa”. Zapatero metteva in discussione i pregiudizi dell’UE contro il Venezuela: “Perché l’ha fatto col Venezuela? Non è ragionevole, non è facile da spiegare(…) Credo che l’Unione europea debba ridiventare una potenza regionale che dia priorità a dialogo e pace. Credo che l’America Latina si aspetti che l’Unione europea punti al dialogo”. Zapatero prese come esempio Cuba: “Dopo tutto abbiamo sentito parlare di Cuba, ora c’è un totale cambiamento di situazione, è molto facile discutere con Cuba. L’atteggiamento nei confronti del Venezuela rimane un grande mistero. Chi dice prima di aver sperimentato che le condizioni non sono soddisfatte per le elezioni in Venezuela è un indovino o è prevenuto. Se il governo bolivariano volesse frodare, non avrebbe invitato il mondo intero ad osservare le elezioni. Ma a parte l’Organizzazione degli Stati americani (OAS), il mondo intero è stato invitato a vivere il processo elettorale. Unione europea e ONU non hanno esperti per verificare un processo elettorale? Certo che li hanno, ma siamo bloccati da un grave pregiudizio, da dogmi che portano al fanatismo e al disastro”. Concludeva dicendo che “si deve venire sul campo. Vita ed esperienza politica consistono nel bandire i pregiudizi e conoscere la verità da sé”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Venezuela, Padre Numa, il “prete dei poveri”: “L”aiuto umanitario’ della Caritas è solo uno show, una montatura”

Venezuela, Padre Numa, il prete dei poveri: L''aiuto umanitario' della Caritas è solo uno show, una montatura

“La Conferenza episcopale è divenuta portavoce delle destre. La mattina, Trump parla contro il Venezuela. Il pomeriggio parla la destra sullo stesso tenore. La sera si pronuncia la Conferenza episcopale. E i tre testi risultano allineati.

di Geraldina Colotti

Caracas, 19 maggio 2018

Si definisce “un lottatore per i diritti umani e un prete dei poveri”, il gesuita venezuelano Numa molina. Lo abbiamo incontrato a Caracas alla vigilia delle elezioni, tra microfoni, fili e computer della Comunicacion Popular (Conaicop).

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fgeraldina.colotti%2Fvideos%2F1755209534526947%2F&show_text=0&width=560

Cosa significa essere un prete dei poveri in Venezuela?

Significa essere mal visto dalla chiesa istituzionale, ma essere molto amato dalla gente del popolo, che scommette sul proceso bolivariano.

Come spiega questo appello della gerarchia ecclesiastica contro le elezioni presidenziali del 20 maggio?

Sin dal principio si sono fatti manipolare dalla destra e hanno finito per esserne se non i portavoce, sicuramente concordanti con la linea della destra. Abbiamo così constatato una cosa ben strana: la mattina, Trump parla contro il Venezuela. Il pomeriggio parla la destra sullo stesso tenore. La sera si pronuncia la Conferenza episcopale. E i tre testi risultano allineati. I veschovi dovrebbero cautelarsi, invece non lo fanno, si espongono: significa che sono a favore di quella linea, la linea che sta opprimento i popoli, la linea di quelli che ci stanno lasciando senza medicine e provocano una crisi economica così terribile. Le gerarchie ecclesiastiche sono a favore della guerra economica e stanno facendo tanto danno al popolo. Pensa che questa settimana ci hanno bloccato 7 milioni di dollari che servivano per pagare medicine ai 15.000 pazienti con dialisi. Medicine salvavita, senza le quali un paziente in quelle condizioni, muore. Chi permette questo è responsabile di genocidio. Nel diritto internazionale questo si chiama crimine di lesa umanità. Come posso io come cristiano, come Conferenza episcopale dichiarare con tanta leggerezza contro il governo e non rendermi conto che sto andando contro i più poveri?

Caritas e Ong parlano di crisi umanitaria e dicono che è il governo a violare i diritti umani perché rifiuta gli aiuti.

Io avrei preferito che più che parlare di crisi umanitaria, agissero per evitarla, perché quel che importa sono le opere. “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”, ha detto Gesù. Non sono beati quelli che l’ascoltano e la ripetono come pappagalli senza viverla. Visto che parlano tanto di aiuto umanitario e incolpano il governo di non voler ricevere le medicine, voglio rivelare per la prima volta un fatto. Ho assistito a una riunione riservata tra il precedente presidente della Conferenza episcopale venezuelana, Monsignor Padron, Nicolas Maduro e i suoi più stretti collaboratori. Il presidente venezuelano non ha rifiutato nessuna delle proposte di Padron.

Ha anzi messo a disposizione un camion della Guardia Nazionale con relativa scorta militare per ricevere le medicine dall’arrivo a destinazione. Dopo due o tre giorni , ho chiesto all’allora ministro incaricato di questo, Elias Jaua, se fossero arrivati i container di medicine promessi dalla Caritas e lui mi ha risposto che era arrivata solo una piccola cassa che poteva entrare nel cofano di una macchina. Era solo uno show, una montatura. Di fronte a tanta falsità ho deciso di rivelare questo episodio. Maduro non ha chiuso nessuna porta alla Caritas. Solo ha chiesto che non venisse usata l’espressione aiuto umanitario perché in concreto significa ingerenza da parte degli Usa, sinonimo di invasione.

Le gerarchie ecclesiastiche si comportano come un partito politico. Fanno campagna. Cacciano i fedeli chavisti dalle chiese, benedicono il fascismo in piazza, tuonano dall’altare contro “la dittatura” durante una processione come quella della Vergine di Coromoto. Come lo spiega?

Mi colpisce questa mancanza di rispetto alla religiosità popolare. Non si può usare a fini politici l’immagine di un santo dietro il quale hanno camminato generazioni di persone unite nella fede. Bisogna rispettare la spiritualità popolare, non manipolarla a fini politici malsani, perversi. Non vorrei che venisse usata un’immagine religiosa per nessuna parte politica, men che meno per una ideologia che non rispetta il povero, come quella lavoratrice che era venuta a pregare nel giorno del suo compleanno e ha detto al parroco che non era d’accordo sui suoi sermoni politici, ed è stata cacciata in malo modo dai collaboratori del parroco. Perché? E’ una figlia di Dio e la devo rispettare, si tratta del più elementare dei diritti umani.

A proposito del Venezuela, il papa Bergoglio sembra a volte avere una posizione diversa da quella ufficiale del Vaticano. Come amico personale del pontefice, qual è la sua opinione?

Con Bergoglio ho avuto alcune conversazioni particolari. Un anno fa, ho celebrato con lui una messa a Santa Marta. E prima, nel 2013, ho conversato un’ora con lui. Mi ha colpito quando, dopo essere rimasti in silenzio divisi da un piccolo tavolo di accoglienza mentre lui celebrava messa con la punta delle dita, mi ha detto: “in America Latina è in gioco il sogno di Bolivar, il sogno di San Martin: la Patria grande”. Così pensa Bergoglio, ma è assediato dalla destra vaticana e da quella mondiale. Da qui gli arriva una montagna di notizie false. Un giornalista che risponde alla Conferenza Episcopale, Ramon Antonio Pérez, tutti i giorni invia notizie negative ai media del Vaticano. E tu sai quante notizie di questo genere compaiono quasi quotidianamente sui grandi giornali italiani. Notizie di questo genere bersagliano Francesco ogni giorno e per questo io lo ammiro per non aver ceduto alle pressioni della Segreteria di Stato. Lo stesso Segretario di Stato è stato nunzio in Venezuela, amico delle più grandi famiglie oligarchiche venezuelane. Le incontrava, pranzava con loro. Questo è il Segretario che abbiamo. Dunque, grazie papa Francisco non per essere chavista o di destra, ma per aver evitato di pronunciare parole negative contro il Venezuela. L’unica cosa che ha fatto è stata quella di promuovere il dialogo. Mi ha mandato a promuovere il dialogo: “Vai a promuovere il dialogo, digli che dialoghino”, ha detto.

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Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Chiusura della campagna elettorale in Venezuela: bagno di folla per Maduro

Ad accompagnare Maduro si segnala la presenza dell’asso del football mondiale, Diego Armando Maradona, un grande sostenitore del progetto bolivariano

Nel consueto scenario dell’Avenida Bolivar a Caracas, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolas Maduro, ha chiuso la propria campagna elettorale con un vero proprio bagno di folla.

Ad accompagnare Maduro si segnala la presenza dell’asso del football mondiale, Diego Armando Maradona, un grande sostenitore del progetto bolivariano sin dai tempi del Comandante Chavez.

Una manifestazione dove il chavismo ha mostrato ancora una volta di essere forza viva e ben radicata nella società venezuelana, nonostante la vera e propria guerra che da svariati anni si trova a combattere.

Maduro attraverso il proprio profilo Facebook ha dichiarato: «Ho viaggiato per il paese ascoltando i vostri sogni e desideri. Stiamo difendendo la nostra storia e la nostra dignità. Stiamo difendendo l’indipendenza del Venezuela e il diritto di avere un futuro giusto, prospero e solidale. Insieme tutto è possibile».

Nella giornata di domenica i venezuelani saranno chiamati alle urne per un’elezione storica, come ha sottolineato la rivista America XXI. Perché una sconfitta per la Rivoluzione Bolivariana potrebbe significare un ritorno al regime neoliberista. Con tutte le sciagure che ne conseguono per il popolo.

Basta volgere lo sguardo all’Argentina per averne un assaggio.

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Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Mision Verdad 9 maggio 2018Per cominciare, nonostante orrendi oltraggi, alti tradimenti e aspri attacchi promossi dai nemici del Chavismo, dentro e fuori il Venezuela, contro il mandato di Hugo Chávez, i tempi della presidenza di Nicolás Maduro sono stati molto più difficili. Questo soprattutto per i meccanismi del complotto e del golpe attivati, e anche perché le azioni del nemico fecero del popolo oggetto di danni diretti e collaterali.
L’assedio a pieno spettro di cui il Venezuela è oggetto è innegabile e l’attenzione del mondo vi è concentrata. L’anti-chavismo e i suoi poteri effettivi dentro e fuori il Venezuela hanno scosso la vita nazionale come mai prima d’ora, con la piena convinzione di riconquistare il potere politico nazionale. Le formule fallite contro Chávez sono portate oggi a un nuovo livello di perfezione. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il boicottaggio politico estero, i complotti diplomatici, i tentativi d’isolamento. Il Paese ha anche subito lo scontro tra poteri interni e aggressioni istituzionali dopo l’acquisizione del parlamento da parte della Tavola unita democratica (MUD) nel 2015, confronto di poteri, infiltrazioni di agenti ai vertici, come nel caso di Luisa Ortega Díaz nella giustizia e conseguente scontro istituzionale. Il Venezuela ha visto l’attivazione dei guarimbas come forme germinali di guerra paramilitare nelle città, attacchi mediatici nazionali e internazionali, propagazione del conflitto e tentativo di spingere la popolazione allo scontro civile. Il Paese fu testimone di abusi nell’economia nazionale, caos dei sistemi d’approvvigionamento e dei prezzi, attacchi alla valuta, svalutazione indotta da Colombia e Miami e caos economico propagato da fattori privati dell’economia reale; ed ora il ruolo diretto svolto dalla Casa Bianca nell’esecuzione del blocco finanziario e commerciale per soffocare l’intera nazione, all’unisono coll’annunciato intervento militare contro il nostro Paese. A questo punto domande sono necessarie: come fu possibile che anche tra tali circostanze la Rivoluzione Bolivariana sia riuscita a resistere al Governo e che oggi il Chavismo continui ad essere una realtà politica che dirige i destini nazionali? In base a quali attributi è stato possibile? Comprendete che con molti meno affanni, altre correnti della sinistra latino-americana furono rovesciate, come Manuel Zelaya, Dilma Rousseff e Fernando Lugo. E altre rivoluzioni praticamente perdute, come nel caso dell’Ecuador.

Perché il Venezuela resiste?
Resistenza e offensiva: intelligenza politica e ruolo dell’avanguardia

Una chiave per riconoscerlo è l’alto senso di coesione delle forze chaviste. Senza, il sostegno al governo Chavez, la rivoluzione come progetto politico e sociale sarebbe impossibile. In cosa consiste? L’unità consiste nel collegamento stretto e solido tra la leadership chavista e la base. Qualcosa in cui altre rivoluzioni democratiche hanno avuto grandi difficoltà. Va sempre chiesto, perché non si radicarono in Brasile pronunciamento e sostegno quando vi fu il rovesciamento di Dilma? Perché la risposta popolare fu spasmodica? Questa unità non avrebbe senso politico pratico se non fosse condotta in modo efficace ed intelligente dalla direzione chavista. La capacità che il Presidente Nicolás Maduro ha avuto, così spesso sottovalutata, e i leader che l’affiancano, ha permesso di disarmare e sottomettere l’avversario in diverse occasioni e di giocare contro molti fattori ed avversari. Il senso dell’intelligenza politica della leadership chavista è un valore costruito in anni di evoluzione. Un altro senso politico sviluppato dal chavismo è stato persistere con solidità nella propria posizione, nella Costituzione e sfruttando al massimo le risorse istituzionali per non perdere il centro di gravità politico. Le oscillazioni indotte dall’avversario furono un tentativo perenne di mettere il chavismo nel campo opposto. Un esempio di ciò fu Maduro chiedere più volte all’opposizione di dialogare, alcune volte senza successo, altre volte a discapito dei militanti. Ma ogni volta che Maduro riusciva a sedersi con la destra, ne usciva trionfante, ed essa fu sempre decimata, fratturata e divisa. Maduro dovette usare una politica intelligente e dialogante, mantenendo posizioni solide ma rendendosi minimamente strategico nel disarmare l’avversario. Ricordiamo: Maturo dall’inizio del 2017 dovette articolare a porte chiuse alcuni incontri preparatori coi capi della MUD per affrontare (e cercare di neutralizzare) ciò che poi esplose: guarimbas, assalti violenti, caos e cellule paramilitari germinali, dispiegandosi sotto i riflettori in diverse città del Paese.

L’avanguardia chavista non è solo nell’esecutivo, ma nella militanza
L’ala più incline alla violenza della MUD ne prese le redini e spinse il Paese (agli ordini dagli Stati Uniti) nel conflitto totale. Con molta perseveranza, negoziati e inviti aperti, Maduro articolò il dialogo per disattivare le violenze nel luglio 2017, senza cedere e terminando con l’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Il risultato è stato quindi una mappa elettorale che, per la tragedia della MUD, ne significò la frammentazione politica quando alcune parti inclini alla violenza decisero di disimpegnarsi dall’arena politica. Naturalmente, la MUD dialogò a metà 2017, una volta che il suo piano insurrezionale perse forza e fu smembrato tatticamente. I dispositivi di sicurezza dello Stato lo smantellarono, portando a un vicolo cieco i loro promotori, subendo una usura insostenibile. La politica intelligente di Maduro era dialogare da un lato, quando era necessario, ma dall’altro colpire quando andava fatto, usando il potere da capo di Stato, la sicurezza pubblica o invocando l’ANC. Perciò il violento assedio fu temporaneamente spezzato. Certo, il legame civico-militare trasversale del chavismo non va sottovalutato. C’è una chiara differenza tra il Venezuela e altri riferimenti della sinistra regionale. Mentre in vari Paesi i militari sono confinati in una “posizione istituzionale”, politicamente inetta, il Venezuela va nella direzione opposta. Chávez lo capì sempre e pose le basi del sostegno al governo Maduro. Ciò consiste nel dare corpo ai legami tra militari e civili, poiché è qui che risiede la genesi di Chavez come forza politica, l’insurrezione militare del 4 febbraio 1992 fu preceduta dall’insurrezione civile del 1989, nota come “el Caracazo”. Se il chavismo non avesse legami così stretti tra i due settori, avrebbe ceduto alla destabilizzazione a pochi anni dall’inizio del potere. Il chavismo ha sempre capito che l’istituzione non poteva persistere in termini formali se non ci fosse stata una rivoluzione. Pertanto, ci fu lo smantellamento delle strutture militari del Venezuela, toccando interessi sensibili e trasformando i militari in componente istituzionali col chavismo e la Costituzione del 1999.
Un altro fattore da riconoscere è che, a differenza di altre esperienze latinoamericane, il chavismo ha costituito un corpo vivente che sviluppa la politica oltre le istituzioni, e anche oltre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) come entità politica governante. Il chavismo ha creato la propria avanguardia, un tessuto politico integrato, poliedrico e molteplice, definito da ampi settori e forze sociali che hanno attuato il chavismo come realtà e soggettività politica. L’avanguardia sono coloro che costruiscono la vera politica negli spazi vitali della vita quotidiana. Donne e uomini comuni, leader di comunità e di base, organizzati nelle strutture dei Consigli Comunali, CLAP, movimenti sociali, strutture locali del PSUV, forze dei partiti alleati, movimenti sindacali, istanze di comunità, ecc. In questi spazi, la politica centrale viene replicata riproducendo le linee guida e la direzione del chavismo. Queste sono aree di lavoro per l’esecuzione di politiche pubbliche e missioni sociali. Ma sono più di questo, perché si tratta anche di stabilire in ogni spazio di lavoro un’area vitale per la difesa della rivoluzione in tutti i momenti e in tutte le circostanze, contro ogni minaccia che incomba sul processo politico chavista. Il chavismo non è composto da seguaci: è composto da militanti. Gli spazi d’avanguardia sono per la difesa della rivoluzione, nel quadro della riflessione permanente sulle principali questioni e circostanze nazionali che il Paese attraversa. Sono anche luoghi in cui la linea e le istruzioni delle istanze rivoluzionarie sono difese. Ma dove c’è anche il costante esercizio di critica e costruzione collettiva. Sono spazi in cui il senso della militanza chavista matura e si mantiene la base che gli ha permesso di sostenersi elettoralmente, ed anche di continuare ad essere la principale forza politica in Venezuela.

A titolo di conclusione
Questo breve passaggio è una minuscola recensione del futuro costruito come fenomeno politico in Venezuela negli ultimi tempi. Non esiste un unico metodo in grado di definire la persistenza del chavismo come realtà politica in Venezuela. Elementi come intelligenza, conoscenza dell’avversario, senso dell’opportunità, principio di solidità e conservazione del centro di gravità politica, legami con la base, massimo uso delle risorse e affinità identitarie, sono i fili trasversali che hanno fatto del chavismo una forza politica senza precedenti in Venezuela. Tuttavia, in questa miriade di aspetti che formano il chavismo, in un momento senza precedenti della storia, arrivano nuove definizioni. Pertanto, l’analisi di questa forza politica e delle sue qualità è lungi dall’essere conclusa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Venezuela, Kellogg’s chiude l’impianto. Maduro ordina riapertura e affida la produzione ai lavoratori

Il Governo attraverso i ministeri di Economia e Finanza e del Processo Sociale del Lavoro ha provveduto «a riaprire l’azienda e consegnarla ai lavoratori. Adesso l’azienda produce con la classe operaia industriale», ha spiegato Maduro

di Fabrizio Verde
In Venezuela così come nel resto del mondo quando una multinazionale decide di chiudere bottega – in questo caso parliamo della statunitense Kellogg’s – lo fa senza tener in conto che lascerà dei lavoratori senza reddito. Di solito questo avviene in barba ad ogni legge, perché lo sappiamo, l’unica legge che conta per costoro è quella del profitto.

 

Questo è quanto avvenuto a Maracay, nello Stato di Aragua, dove l’azienda alimentare che produce prodotti diffusi in tutto il mondo ha deciso di serrare definitivamente le porte del proprio stabilimento. Tra l’altro a pochi giorni dalle imminenti elezioni presidenziali.


Visto che questo avviene in tutto il mondo, dov’è la notizia?

 

Siccome siamo in Venezuela, paese dove nonostante boicottaggi, guerra economica, inflazione indotta e ogni tipo di sabotaggio possibile venga attuato, il governo difende a spada tratta i lavoratori e i propri interessi. Così, il presidente Nicolas Maduro, ha immediatamente ordinato che l’azienda fosse riaperta e consegnata ai lavoratori in maniera che la produzione potesse immediatamente riprendere a pieno ritmo.

 

«Pensano che il popolo si spaventerà. Imperialisti, oligarchi, questo popolo non ha paura di nessuno, questo popolo ha un presidente e un Governo che lo protegge», ha affermato il massimo dirigente bolivariano in piena campagna elettorale dallo Stato Carabobo.

 

Curioso che questo avvenga proprio in quel paese, il Venezuela, bollato come una brutale dittatura che schiaccia il popolo. Mentre nei paesi da dove vengono rivolte tali infamanti accuse, le multinazionali fanno il bello e il cattivo tempo senza che i governi non provino nemmeno a contrastare tali criminali condotte. Con i lavoratori che restano senza salario e troppo spesso senza nemmeno alcun ammortizzatore sociale.

 

Se questa è la tanto sbandierata democrazia…

 

Il presidente Maduro ha inoltre spiegato che Kellogg’s, in Venezuela nella mani di alcuni investitori messicani come riferisce l’agenzia AVN, ha compiuto un atto «assolutamente incostituzionale e illegale».

Per questo il Governo attraverso i ministeri di Economia e Finanza e del Processo Sociale del Lavoro ha provveduto «a riaprire l’azienda e consegnarla ai lavoratori. Adesso l’azienda produce con la classe operaia industriale», ha spiegato Maduro.

 

Il presidente ha agito secondo i dettami della ‘Ley Orgánica del Trabajo, los Trabajadores y las Trabajadoras’. Che al Titolo III, «stabilisce il potere dell’Esecutivo di ripristinare, a protezione del processo sociale del lavoro, le attività produttive di un’entità lavorativa che è stata oggetto di chiusura illegale o fraudolenta».

 

Il presidente Maduro ha dichiarato che «la società continuerà la produzione nelle mani della classe operaia.

 

Per poi annunciare che saranno avviate «azioni legali nei confronti dei proprietari azionisti della società Kellogg’s affinché paghino nei tribunali e nella giustizia; devono rispettare le leggi del Venezuela, rispettare i lavoratori e le famiglie dei lavoratori».

 

Sorgente: Venezuela, Kellogg’s chiude l’impianto. Maduro ordina riapertura e affida la produzione ai lavoratori

Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico”

di Geraldina Colotti,

Caracas, 15 maggio 2018

Tornando a Caracas a qualche mese di distanza dall’ultimo viaggio, non si può non notare la differenza in termini di cura delle strade e della raccolta dei rifiuti. Visibili anche i miglioramenti realizzati nello stato Miranda, lasciato in stato di abbandono negli anni in cui ha governato la destra nella persona di Henrique Capriles, più propenso a mostrarsi alla stampa che ai cittadini. La sindaca di Caracas, Erika Farias, storica attivista del movimento LGBT, è nota per essere “una gran lavoratrice e una amministratrice efficiente”. Il giovane governatore chavista Hector Rodriguez, stile sobrio e diretto, capace di coniugare con perizia il dato particolare al generale, sta dando priorità ai problemi economici dei quartieri popolari, al lavoro e al tessuto produttivo, sia delle comunas che della zona economica speciale con cui si spera di rilanciare gli investimenti. Da mesi gli operai sono al lavoro per riparare le voragini del manto stradale e la “polizia di prossimità” sta gradatamente cambiando il segno al problema della sicurezza.

Tornando nella capitale, colpisce però anche l’anarchia dei prezzi, che sembra sfuggire a ogni controllo. Con arroganza, il commerciante di un esercizio “elegante” può imporre un prezzo (già alto) a un prodotto e quello di fronte lo può quadruplicare senza vergogna. Quanto può durare una sistuazione simile? Ci sarà modo di rimetter mano ai meccanismi impazziti dell’economia venezuelana?

Commercianti, speculatori e classi medio-alte, ripetono la litania delle destre: “Stiamo morendo di fame” mentre sciorinano le meraviglie dei loro viaggi all’estero, come abbiamo ascoltato in aereo e in moltissime altre conversazioni, in Italia e in Venezuela. “Stiamo facendo morire di fame”, dovrebbero dire invece, ammettendo la loro criminale parte in commedia nella strategia del “caos costruttivo” con la quale il Pentagono ha infettato il corpo sociale venezuelano per rendere ingovernabili tutte le sue ferite (errori e corruzione compresi). Una strategia che si è intensificata con la vittoria di Nicolas Maduro alle elezioni del 2013, seguite alla morte di Chavez. I problemi, però, sono cominciati con l’inizio del proceso bolivariano, quando è apparso chiaro che Chavez non era il solito caudillo manipolabile, ma il risultato di un tentativo collettivo di portare a sintesi un modello di paese alternativo al capitalismo.

Se un lettore italiano ha conservato l’ormai introvabile guida Edt sul Venezuela (ultima edizione 2010) potrà rendersi conto di questo, scorrendo i luoghi comuni, i giudizi e gli “apprezzamenti” sulle politiche economiche di Chavez. All’epoca, ogni cittadino – anche quelli che prima non avevano nemmeno la possibilità di nutrirsi – poteva disporre di 3000 dollari a cambio agevolato per recarsi all’estero.

Una misura che ha dato la stura all’esercito di “raspacupo”, che svuotavano illegalmente le carte di credito per poi cambiare i dollari al mercato parallelo, speculando e dissanguando il paese. Epperò la guida considera normale assumere la “protesta dei cittadini” perché i 3000 dollari erano pochi… E si potrebbe continuare. Quali “cittadini”? Quelli che “muoiono di fame” viaggiando e speculando tra Caracas e Miami…Quelli che, in Italia e in Europa lasciano che i propri governi impongano sanzioni al popolo venezuelano, mediante un blocco economico-finanziario che ha come unico obiettivo spazzare via un governo ostinato nel declinare in concreto una parola che si vorrebbe bandire dalla storia delle classi popolari: socialismo.

Ieri il ministro della Salute venezuelano Luis Lopez ha denunciato accoratamente che la Banca Mondiale ha bloccato un pagamento di 7 milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine e apparati medici destinati ai pazienti in dialisi, che sono 15.000. Periodicamente, si scoprono depositi clandestini di medicine accaparrate. In questi giorni sono stati inaugurati 18 centri di salute a Caracas, ma come farli funzionare se le politiche criminali degli stati capitalisti impediscono l’arrivo degli anestetici, delle medicine salvavita che le industrie farmaceutiche locali non riescono a produrre in quantità sufficiente?

L’Italia è complice. Il ministro Ernesto Villegas ha denunciato che la banca Intesa San Paolo sta bloccando l’invio di finanziamenti destinati alla partecipazione del Venezuela alla decima Biennale di Venezia, che apre il 26 di maggio. Nonostante la guerra economica, il Venezuela continua a finanziare massicciamente la cultura, a differenza di quel che si fa in Italia. In ogni fiera, in ogni iniziativa culturale, risuonano le parole di José Marti: “Essere colti per essere liberi”. A 200 anni dalla nascita di Marx, la cultura serve a capire da che parte della barricata ci si vuole situare. Serve a smascherare i meccanismi della guerra economica e i sepolcri imbiancati che la sostengono mediante l’intossicazione ideologica e mediatica.

“Darò la vita per il rinascimento economico, da costruire insieme”, ha detto il presidente Nicolas Maduro nell’atto di chiusura della campagna elettorale nel Tachira. Dal Tachira, stato di frontiera e crocevia di traffici di ogni tipo, partono gli attacchi dei paramilitari. Anche questa volta l’allerta è massima a ridosso delle elezioni del 20 maggio che Trump e i suoi vassalli cercano con ogni mezzo di impedire. Ha lanciato l’allarme anche il presidente boliviano Evo Morales. Il Venezuela sarà il nuovo Vietnam dell’America Latina? Nonostante il boicottaggio, il governo bolivariano ha invitato qui una pletora di “accompagnanti” internazionali di ogni tendenza politica. Arriveranno anche dall’Italia.

Il sistema elettorale venezuelano, altamente automatizzato e considerato a prova di frodi, ha concluso la prima fase di 14 verifiche incrociate. Contro Maduro, che si ricandida per un nuovo mandato, sostenuto dal Partito comunista e da tutto l’arco delle sinistre in Venezuela, si presenta Henry Falcon. Il suo modello di paese è quello che governa in Nordamerica, in Europa e nei paesi capitalisti dell’America Latina. I suoi consulenti sono gli economisti della scuola di Chicago, tristemente nota negli anni del Piano Condor e dei dittatori latinoamericani. I supporter dei Fondi avvoltoio, emissari del Fondo Monetario internazionale, pronto a intervenire nell’economia venezuelana. Come? Come stanno facendo Macri in Argentina e il golpista Temer in Brasile, azzerando le leggi del lavoro, le pensioni, e privatizzando nuovamente l’economia bolivariana. Per questo, in questi giorni la classe operaia moltiplica le assemblee, dentro e fuori i luoghi di lavoro, si mobilitano i 79 rappresentanti eletti dai lavoratori nell’Assemblea Nazionale Costituente. Per rieleggere come presidente l’ex operaio del metro Nicolas Maduro al grido di “Vamos, Nico”. Per chi vuole manifestare il proprio sostegno nelle reti sociali, l’hastag è #Tod@sConMaduro

Sorgente: Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico” – L’Analisi – L’Antidiplomatico

Venezuela’s Maduro 1st leader to meet Cuba’s president

Cuban President Miguel Diaz Canel (R) and visiting Venezuelan President Nicolas Maduro meet at the Palace of the Revolution in Havana, Cuba, April 21, 2018. (Photo by AFP)
Cuban President Miguel Diaz Canel (R) and visiting Venezuelan President Nicolas Maduro meet at the Palace of the Revolution in Havana, Cuba, April 21, 2018. (Photo by AFP)

Venezuelan President Nicolas Maduro has become the first foreign leader to visit new Cuban President Miguel Diaz-Canel, signifying the importance of relations between Caracas and Havana.

Maduro flew to Havana on Saturday to personally congratulate Diaz-Canel. The two met at the Cuban Palace of the Revolution later on the same day to discuss relations and map out further cooperation.

“Cuba and Venezuela are in the best condition to unite forces,” said Maduro, shortly after arriving at Jose Marti International Airport. “We have done it before, with giant results. Every time we took a step forward, the enemies of our motherlands said ‘you can’t,’ and we always showed that yes, we could.”

“We come to renew hope, to renew dreams and… above all, to visualize the 10 years ahead,” he added.

Cuban President Miguel Diaz-Canel (L) and his visiting Venezuelan counterpart, Nicolas Maduro (R), review the guard of honor at the Palace of Revolution in Havana, Cuba, April 21, 2018. (Photo by AFP)

Havana and Caracas have maintained close political and economic relations since the late President Hugo Chavez came to power in Venezuela in 1999.

The two governments view themselves as united against what they denounce as US imperialism.

The Cuban National Assembly on Thursday inaugurated Diaz-Canel, who has served as first vice president since 2013, marking a generational shift after almost six decades of rule under legendary revolutionary leader, the late Fidel Castro, and — more recently — his brother Raul.

The 57-year-old Diaz-Cane, who has spent years climbing the party ranks, was nominated last week as the candidate for the presidency and was formally appointed to a five-year term.

The 86-year-old Raul Castro, who came to power as president in 2008, when he replaced his ailing brother, will remain as the First Secretary of the Communist Party of Cuba until a congress slated for 2021.

On Friday, Russia and China congratulated Cuba on the election of Diaz-Canel as its new president, wishing to continue to expand ties with Havana.

Sorgente: PressTV-Venezuela’s Maduro 1st leader to meet Cuba’s president

Perché il chavismo è tornato a vincere in Venezuela?

“Il chavismo ha vinto allora”

di Marco Teruggi – Telesur 

(traduzione di Francesco Monterisi)

Alcune analisi di destra e di sinistra concordano su un punto: il chavismo non avrebbe più la forza di combattere. Il movimento storico sarebbe un’immagine sbiadita di ciò che fu, con capacità per alcuni ultimi sganassoni a vuoto in una lotta già persa,  o al punto di cadere per un furioso KO o sovraccumulazione di colpi. Così lo ripetono, da diversi anni, sempre più sicuri, e da questa certezza derivano conclusioni che scrivono in articoli o proiettano in piani per il definitivo ritorno al potere politico.

La realtà, invece, nelle elezioni elettorali, gli toglie ragione e capacità politica: il chavismo non solo ha forza, ma ottiene anche immense vittorie elettorali. Questa domenica è stata una nuova prova di ciò,  al rimanere nelle sue mani 18 dei 23 governatori in gioco. Un risultato contrario alle previsioni ripetute da un’opposizione trionfalista, dai mezzi di comunicazione dominanti che avevano fatto il vuoto intorno alla gara elettorale, e ora non sanno come spiegare quanto successo, se non con -la prevedibile ed insostenibile- denuncia di frode o il non riconoscimento dei voti fino al riconteggio. Diranno che ci sono state frodi lì dove hanno perso e riconosceranno i risultati dove hanno vinto?

Il chavismo ha vinto allora. L’iniziativa politica è dalla sua parte: ha l’Assemblea Nazionale Costituente in esercizio, con la legittimità d’origine di più di otto milioni di voti e una mappa di governatorati a suo favore. La destra è stata duramente colpita. Da un lato, l’ala insurrezionale/armata, centralmente  Voluntad Popular (VP) e Primero Justicia (PJ), ha aggiunto la sua sconfitta di ieri a quella di luglio. VP è rimasta senza governatorato e PJ ha perso Miranda, lo stato governato dal suo principale, dirigente Capriles Radonski. Per quanto riguarda l’Acción Democrática, più propensa ad una strategia elettorale, è rimasta con quattro governatorati, senza divenire un’alternativa/minaccia al chavismo.

Significa che la destra ha sofferto due sconfitte consecutive in tre mesi, le sue due ali sono rimaste ferite gravemente ed i suoi leader hanno dimostrato di non avere leadership. La sua dipendenza dagli USA ed alleati, come l’Unione Europea, diventa allora maggiore. I segnali da là si sono messi in moto ancor prima di domenica – già anticipavano il risultato? – con l’installazione dell’illegale Corte Suprema di Giustizia nella sede dell’Organizzazione degli Stati Americani. È una certezza: il chavismo combatte contro gli USA. Se fosse solo una questione nazionale l’avversario politico sarebbe piccolo, quasi senza possibilità.

Questo non significa sottovalutare le possibili reazioni che possano scatenarsi all’interno del Venezuela, articolate a livello internazionale. La mappa dei governatorati mostra che la destra è rimasta con zone strategiche: di confine e petrolifere. In uno schema di logoramento ed assalto, dove gli attacchi alternano tra l’economia e la violenza politica, ciò può indicare che, in questi territori e nodi economici, potrebbero approfondirsi alcuni dei colpi più forti. È certo che attaccheranno di nuovo, il conflitto alterna tra le sue forme, mai si ferma.

Il chavismo, da parte sua, rimane con la ratifica dell’iniziativa politica nelle sue mani e l’urgenza di risolvere la guerra/crisi economica. Il risultato di ieri ha dimostrato che il tempo della politica può imporsi sul tempo dell’economia al momento di votare, ma  tale logoramento economico rappresenta un’erosione permanente nella vita della gente comune, nelle soggettività, nella battaglia cultura. E così come la direzione ha ratificato la capacità di risolvere il conflitto politico e portarlo ai voti piuttosto che alla morte, ha anche dato segnali della sua grave difficoltà nel risolvere tali necessità economiche. È a causa di un problema di modello, di corruzione, di attacchi internazionali? Una miscela di tutto questo?

È qui che si deve porre forza, la rettificazione interna e le alleanze internazionali – quest’ultimo sembra più avanzato, in particolare con le alleanze russe/cinesi/indiane. La maggioranza della popolazione, come dicono i voti, vuole che sia questo governo, questo progetto storico, quello che risolva i problemi che il paese deve affrontare. La destra continua senza poter costruirsi  come una valida alternativa, come una proposta di paese credibile, una soluzione alle difficoltà, prodotto della sua propria incapacità politica, di leggere la società venezuelana, capire le ragioni del chavismo, i territori e passioni da dove è nato e si rinnova questo movimento storico.

Se si misura in termini elettorali, non c’è molto tempo. Le elezioni dei sindaci dovrebbero essere a breve e le elezioni presidenziali entro un anno. Con i risultati dei governatorati come indicativi, significa che il chavismo ha la possibilità di mantenersi – l’economia sarà chiave – e la destra è di fronte a più incertezze che certezze. Ciò potrebbe tradursi nel fatto che cerchino di accelerare le azioni, sia per riprovare un’uscita di forza, o per acutizzare il logoramento della popolazione, il caos nella vita quotidiana. Uno dei piani della destra è peggiorare il quadro generale per arrivare alle battaglie elettorali con il maggior logoramento possibile e  tradurre il malcontento in voti. Finora ha funzionato solo nelle elezioni legislative del 2015 – non è l’unica spiegazione di quei risultati.

Come si sa, le elezioni sono un momento dentro il progetto bolivariano, che mira a costruire il socialismo del XXI secolo -un orizzonte sfuocato in questa fase. Vale a dire che la rivoluzione è più delle indispensabili vittorie alle urne, è centralmente una costruzione di potere popolare territoriale, economico, di una nuova istituzionalizzazione comunitaria. Lì deve tornare a porsi lo sguardo e articolarlo insieme con quello economico. Il popolo venezuelano ha dimostrato aver la capacità di resistere alle provocazioni armate della destra, affrontare il peso dell’economia e fare i primi passi per la società a venire. Radicalizzare la democrazia potrebbe essere uno dei compiti di questa fase.

Il Venezuela, contro le previsioni di coloro che poetizzavano la sua caduta -riprendendo l’immagine scritta da José Martí-, è in piedi e ha dato una storica lezione: si può affrontare questa nuova forma di guerra e vincere. Ciò rappresenta una vittoria nel soggettivo, un messaggio verso l’esterno, un altro segno che l’eredità di Hugo Chávez ed il percorso da protagonista della rivoluzione si sono radicati nelle profondità del popolo umile e da quelle zone nasce la forza nei momenti più difficili.

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