Venezuela, Padre Numa, il “prete dei poveri”: “L”aiuto umanitario’ della Caritas è solo uno show, una montatura”

Venezuela, Padre Numa, il prete dei poveri: L''aiuto umanitario' della Caritas è solo uno show, una montatura

“La Conferenza episcopale è divenuta portavoce delle destre. La mattina, Trump parla contro il Venezuela. Il pomeriggio parla la destra sullo stesso tenore. La sera si pronuncia la Conferenza episcopale. E i tre testi risultano allineati.

di Geraldina Colotti

Caracas, 19 maggio 2018

Si definisce “un lottatore per i diritti umani e un prete dei poveri”, il gesuita venezuelano Numa molina. Lo abbiamo incontrato a Caracas alla vigilia delle elezioni, tra microfoni, fili e computer della Comunicacion Popular (Conaicop).

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Cosa significa essere un prete dei poveri in Venezuela?

Significa essere mal visto dalla chiesa istituzionale, ma essere molto amato dalla gente del popolo, che scommette sul proceso bolivariano.

Come spiega questo appello della gerarchia ecclesiastica contro le elezioni presidenziali del 20 maggio?

Sin dal principio si sono fatti manipolare dalla destra e hanno finito per esserne se non i portavoce, sicuramente concordanti con la linea della destra. Abbiamo così constatato una cosa ben strana: la mattina, Trump parla contro il Venezuela. Il pomeriggio parla la destra sullo stesso tenore. La sera si pronuncia la Conferenza episcopale. E i tre testi risultano allineati. I veschovi dovrebbero cautelarsi, invece non lo fanno, si espongono: significa che sono a favore di quella linea, la linea che sta opprimento i popoli, la linea di quelli che ci stanno lasciando senza medicine e provocano una crisi economica così terribile. Le gerarchie ecclesiastiche sono a favore della guerra economica e stanno facendo tanto danno al popolo. Pensa che questa settimana ci hanno bloccato 7 milioni di dollari che servivano per pagare medicine ai 15.000 pazienti con dialisi. Medicine salvavita, senza le quali un paziente in quelle condizioni, muore. Chi permette questo è responsabile di genocidio. Nel diritto internazionale questo si chiama crimine di lesa umanità. Come posso io come cristiano, come Conferenza episcopale dichiarare con tanta leggerezza contro il governo e non rendermi conto che sto andando contro i più poveri?

Caritas e Ong parlano di crisi umanitaria e dicono che è il governo a violare i diritti umani perché rifiuta gli aiuti.

Io avrei preferito che più che parlare di crisi umanitaria, agissero per evitarla, perché quel che importa sono le opere. “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”, ha detto Gesù. Non sono beati quelli che l’ascoltano e la ripetono come pappagalli senza viverla. Visto che parlano tanto di aiuto umanitario e incolpano il governo di non voler ricevere le medicine, voglio rivelare per la prima volta un fatto. Ho assistito a una riunione riservata tra il precedente presidente della Conferenza episcopale venezuelana, Monsignor Padron, Nicolas Maduro e i suoi più stretti collaboratori. Il presidente venezuelano non ha rifiutato nessuna delle proposte di Padron.

Ha anzi messo a disposizione un camion della Guardia Nazionale con relativa scorta militare per ricevere le medicine dall’arrivo a destinazione. Dopo due o tre giorni , ho chiesto all’allora ministro incaricato di questo, Elias Jaua, se fossero arrivati i container di medicine promessi dalla Caritas e lui mi ha risposto che era arrivata solo una piccola cassa che poteva entrare nel cofano di una macchina. Era solo uno show, una montatura. Di fronte a tanta falsità ho deciso di rivelare questo episodio. Maduro non ha chiuso nessuna porta alla Caritas. Solo ha chiesto che non venisse usata l’espressione aiuto umanitario perché in concreto significa ingerenza da parte degli Usa, sinonimo di invasione.

Le gerarchie ecclesiastiche si comportano come un partito politico. Fanno campagna. Cacciano i fedeli chavisti dalle chiese, benedicono il fascismo in piazza, tuonano dall’altare contro “la dittatura” durante una processione come quella della Vergine di Coromoto. Come lo spiega?

Mi colpisce questa mancanza di rispetto alla religiosità popolare. Non si può usare a fini politici l’immagine di un santo dietro il quale hanno camminato generazioni di persone unite nella fede. Bisogna rispettare la spiritualità popolare, non manipolarla a fini politici malsani, perversi. Non vorrei che venisse usata un’immagine religiosa per nessuna parte politica, men che meno per una ideologia che non rispetta il povero, come quella lavoratrice che era venuta a pregare nel giorno del suo compleanno e ha detto al parroco che non era d’accordo sui suoi sermoni politici, ed è stata cacciata in malo modo dai collaboratori del parroco. Perché? E’ una figlia di Dio e la devo rispettare, si tratta del più elementare dei diritti umani.

A proposito del Venezuela, il papa Bergoglio sembra a volte avere una posizione diversa da quella ufficiale del Vaticano. Come amico personale del pontefice, qual è la sua opinione?

Con Bergoglio ho avuto alcune conversazioni particolari. Un anno fa, ho celebrato con lui una messa a Santa Marta. E prima, nel 2013, ho conversato un’ora con lui. Mi ha colpito quando, dopo essere rimasti in silenzio divisi da un piccolo tavolo di accoglienza mentre lui celebrava messa con la punta delle dita, mi ha detto: “in America Latina è in gioco il sogno di Bolivar, il sogno di San Martin: la Patria grande”. Così pensa Bergoglio, ma è assediato dalla destra vaticana e da quella mondiale. Da qui gli arriva una montagna di notizie false. Un giornalista che risponde alla Conferenza Episcopale, Ramon Antonio Pérez, tutti i giorni invia notizie negative ai media del Vaticano. E tu sai quante notizie di questo genere compaiono quasi quotidianamente sui grandi giornali italiani. Notizie di questo genere bersagliano Francesco ogni giorno e per questo io lo ammiro per non aver ceduto alle pressioni della Segreteria di Stato. Lo stesso Segretario di Stato è stato nunzio in Venezuela, amico delle più grandi famiglie oligarchiche venezuelane. Le incontrava, pranzava con loro. Questo è il Segretario che abbiamo. Dunque, grazie papa Francisco non per essere chavista o di destra, ma per aver evitato di pronunciare parole negative contro il Venezuela. L’unica cosa che ha fatto è stata quella di promuovere il dialogo. Mi ha mandato a promuovere il dialogo: “Vai a promuovere il dialogo, digli che dialoghino”, ha detto.

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Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Chiusura della campagna elettorale in Venezuela: bagno di folla per Maduro

Ad accompagnare Maduro si segnala la presenza dell’asso del football mondiale, Diego Armando Maradona, un grande sostenitore del progetto bolivariano

Nel consueto scenario dell’Avenida Bolivar a Caracas, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolas Maduro, ha chiuso la propria campagna elettorale con un vero proprio bagno di folla.

Ad accompagnare Maduro si segnala la presenza dell’asso del football mondiale, Diego Armando Maradona, un grande sostenitore del progetto bolivariano sin dai tempi del Comandante Chavez.

Una manifestazione dove il chavismo ha mostrato ancora una volta di essere forza viva e ben radicata nella società venezuelana, nonostante la vera e propria guerra che da svariati anni si trova a combattere.

Maduro attraverso il proprio profilo Facebook ha dichiarato: «Ho viaggiato per il paese ascoltando i vostri sogni e desideri. Stiamo difendendo la nostra storia e la nostra dignità. Stiamo difendendo l’indipendenza del Venezuela e il diritto di avere un futuro giusto, prospero e solidale. Insieme tutto è possibile».

Nella giornata di domenica i venezuelani saranno chiamati alle urne per un’elezione storica, come ha sottolineato la rivista America XXI. Perché una sconfitta per la Rivoluzione Bolivariana potrebbe significare un ritorno al regime neoliberista. Con tutte le sciagure che ne conseguono per il popolo.

Basta volgere lo sguardo all’Argentina per averne un assaggio.

Notizia del:

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Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Mision Verdad 9 maggio 2018Per cominciare, nonostante orrendi oltraggi, alti tradimenti e aspri attacchi promossi dai nemici del Chavismo, dentro e fuori il Venezuela, contro il mandato di Hugo Chávez, i tempi della presidenza di Nicolás Maduro sono stati molto più difficili. Questo soprattutto per i meccanismi del complotto e del golpe attivati, e anche perché le azioni del nemico fecero del popolo oggetto di danni diretti e collaterali.
L’assedio a pieno spettro di cui il Venezuela è oggetto è innegabile e l’attenzione del mondo vi è concentrata. L’anti-chavismo e i suoi poteri effettivi dentro e fuori il Venezuela hanno scosso la vita nazionale come mai prima d’ora, con la piena convinzione di riconquistare il potere politico nazionale. Le formule fallite contro Chávez sono portate oggi a un nuovo livello di perfezione. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il boicottaggio politico estero, i complotti diplomatici, i tentativi d’isolamento. Il Paese ha anche subito lo scontro tra poteri interni e aggressioni istituzionali dopo l’acquisizione del parlamento da parte della Tavola unita democratica (MUD) nel 2015, confronto di poteri, infiltrazioni di agenti ai vertici, come nel caso di Luisa Ortega Díaz nella giustizia e conseguente scontro istituzionale. Il Venezuela ha visto l’attivazione dei guarimbas come forme germinali di guerra paramilitare nelle città, attacchi mediatici nazionali e internazionali, propagazione del conflitto e tentativo di spingere la popolazione allo scontro civile. Il Paese fu testimone di abusi nell’economia nazionale, caos dei sistemi d’approvvigionamento e dei prezzi, attacchi alla valuta, svalutazione indotta da Colombia e Miami e caos economico propagato da fattori privati dell’economia reale; ed ora il ruolo diretto svolto dalla Casa Bianca nell’esecuzione del blocco finanziario e commerciale per soffocare l’intera nazione, all’unisono coll’annunciato intervento militare contro il nostro Paese. A questo punto domande sono necessarie: come fu possibile che anche tra tali circostanze la Rivoluzione Bolivariana sia riuscita a resistere al Governo e che oggi il Chavismo continui ad essere una realtà politica che dirige i destini nazionali? In base a quali attributi è stato possibile? Comprendete che con molti meno affanni, altre correnti della sinistra latino-americana furono rovesciate, come Manuel Zelaya, Dilma Rousseff e Fernando Lugo. E altre rivoluzioni praticamente perdute, come nel caso dell’Ecuador.

Perché il Venezuela resiste?
Resistenza e offensiva: intelligenza politica e ruolo dell’avanguardia

Una chiave per riconoscerlo è l’alto senso di coesione delle forze chaviste. Senza, il sostegno al governo Chavez, la rivoluzione come progetto politico e sociale sarebbe impossibile. In cosa consiste? L’unità consiste nel collegamento stretto e solido tra la leadership chavista e la base. Qualcosa in cui altre rivoluzioni democratiche hanno avuto grandi difficoltà. Va sempre chiesto, perché non si radicarono in Brasile pronunciamento e sostegno quando vi fu il rovesciamento di Dilma? Perché la risposta popolare fu spasmodica? Questa unità non avrebbe senso politico pratico se non fosse condotta in modo efficace ed intelligente dalla direzione chavista. La capacità che il Presidente Nicolás Maduro ha avuto, così spesso sottovalutata, e i leader che l’affiancano, ha permesso di disarmare e sottomettere l’avversario in diverse occasioni e di giocare contro molti fattori ed avversari. Il senso dell’intelligenza politica della leadership chavista è un valore costruito in anni di evoluzione. Un altro senso politico sviluppato dal chavismo è stato persistere con solidità nella propria posizione, nella Costituzione e sfruttando al massimo le risorse istituzionali per non perdere il centro di gravità politico. Le oscillazioni indotte dall’avversario furono un tentativo perenne di mettere il chavismo nel campo opposto. Un esempio di ciò fu Maduro chiedere più volte all’opposizione di dialogare, alcune volte senza successo, altre volte a discapito dei militanti. Ma ogni volta che Maduro riusciva a sedersi con la destra, ne usciva trionfante, ed essa fu sempre decimata, fratturata e divisa. Maduro dovette usare una politica intelligente e dialogante, mantenendo posizioni solide ma rendendosi minimamente strategico nel disarmare l’avversario. Ricordiamo: Maturo dall’inizio del 2017 dovette articolare a porte chiuse alcuni incontri preparatori coi capi della MUD per affrontare (e cercare di neutralizzare) ciò che poi esplose: guarimbas, assalti violenti, caos e cellule paramilitari germinali, dispiegandosi sotto i riflettori in diverse città del Paese.

L’avanguardia chavista non è solo nell’esecutivo, ma nella militanza
L’ala più incline alla violenza della MUD ne prese le redini e spinse il Paese (agli ordini dagli Stati Uniti) nel conflitto totale. Con molta perseveranza, negoziati e inviti aperti, Maduro articolò il dialogo per disattivare le violenze nel luglio 2017, senza cedere e terminando con l’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Il risultato è stato quindi una mappa elettorale che, per la tragedia della MUD, ne significò la frammentazione politica quando alcune parti inclini alla violenza decisero di disimpegnarsi dall’arena politica. Naturalmente, la MUD dialogò a metà 2017, una volta che il suo piano insurrezionale perse forza e fu smembrato tatticamente. I dispositivi di sicurezza dello Stato lo smantellarono, portando a un vicolo cieco i loro promotori, subendo una usura insostenibile. La politica intelligente di Maduro era dialogare da un lato, quando era necessario, ma dall’altro colpire quando andava fatto, usando il potere da capo di Stato, la sicurezza pubblica o invocando l’ANC. Perciò il violento assedio fu temporaneamente spezzato. Certo, il legame civico-militare trasversale del chavismo non va sottovalutato. C’è una chiara differenza tra il Venezuela e altri riferimenti della sinistra regionale. Mentre in vari Paesi i militari sono confinati in una “posizione istituzionale”, politicamente inetta, il Venezuela va nella direzione opposta. Chávez lo capì sempre e pose le basi del sostegno al governo Maduro. Ciò consiste nel dare corpo ai legami tra militari e civili, poiché è qui che risiede la genesi di Chavez come forza politica, l’insurrezione militare del 4 febbraio 1992 fu preceduta dall’insurrezione civile del 1989, nota come “el Caracazo”. Se il chavismo non avesse legami così stretti tra i due settori, avrebbe ceduto alla destabilizzazione a pochi anni dall’inizio del potere. Il chavismo ha sempre capito che l’istituzione non poteva persistere in termini formali se non ci fosse stata una rivoluzione. Pertanto, ci fu lo smantellamento delle strutture militari del Venezuela, toccando interessi sensibili e trasformando i militari in componente istituzionali col chavismo e la Costituzione del 1999.
Un altro fattore da riconoscere è che, a differenza di altre esperienze latinoamericane, il chavismo ha costituito un corpo vivente che sviluppa la politica oltre le istituzioni, e anche oltre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) come entità politica governante. Il chavismo ha creato la propria avanguardia, un tessuto politico integrato, poliedrico e molteplice, definito da ampi settori e forze sociali che hanno attuato il chavismo come realtà e soggettività politica. L’avanguardia sono coloro che costruiscono la vera politica negli spazi vitali della vita quotidiana. Donne e uomini comuni, leader di comunità e di base, organizzati nelle strutture dei Consigli Comunali, CLAP, movimenti sociali, strutture locali del PSUV, forze dei partiti alleati, movimenti sindacali, istanze di comunità, ecc. In questi spazi, la politica centrale viene replicata riproducendo le linee guida e la direzione del chavismo. Queste sono aree di lavoro per l’esecuzione di politiche pubbliche e missioni sociali. Ma sono più di questo, perché si tratta anche di stabilire in ogni spazio di lavoro un’area vitale per la difesa della rivoluzione in tutti i momenti e in tutte le circostanze, contro ogni minaccia che incomba sul processo politico chavista. Il chavismo non è composto da seguaci: è composto da militanti. Gli spazi d’avanguardia sono per la difesa della rivoluzione, nel quadro della riflessione permanente sulle principali questioni e circostanze nazionali che il Paese attraversa. Sono anche luoghi in cui la linea e le istruzioni delle istanze rivoluzionarie sono difese. Ma dove c’è anche il costante esercizio di critica e costruzione collettiva. Sono spazi in cui il senso della militanza chavista matura e si mantiene la base che gli ha permesso di sostenersi elettoralmente, ed anche di continuare ad essere la principale forza politica in Venezuela.

A titolo di conclusione
Questo breve passaggio è una minuscola recensione del futuro costruito come fenomeno politico in Venezuela negli ultimi tempi. Non esiste un unico metodo in grado di definire la persistenza del chavismo come realtà politica in Venezuela. Elementi come intelligenza, conoscenza dell’avversario, senso dell’opportunità, principio di solidità e conservazione del centro di gravità politica, legami con la base, massimo uso delle risorse e affinità identitarie, sono i fili trasversali che hanno fatto del chavismo una forza politica senza precedenti in Venezuela. Tuttavia, in questa miriade di aspetti che formano il chavismo, in un momento senza precedenti della storia, arrivano nuove definizioni. Pertanto, l’analisi di questa forza politica e delle sue qualità è lungi dall’essere conclusa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Venezuela, Kellogg’s chiude l’impianto. Maduro ordina riapertura e affida la produzione ai lavoratori

Il Governo attraverso i ministeri di Economia e Finanza e del Processo Sociale del Lavoro ha provveduto «a riaprire l’azienda e consegnarla ai lavoratori. Adesso l’azienda produce con la classe operaia industriale», ha spiegato Maduro

di Fabrizio Verde
In Venezuela così come nel resto del mondo quando una multinazionale decide di chiudere bottega – in questo caso parliamo della statunitense Kellogg’s – lo fa senza tener in conto che lascerà dei lavoratori senza reddito. Di solito questo avviene in barba ad ogni legge, perché lo sappiamo, l’unica legge che conta per costoro è quella del profitto.

 

Questo è quanto avvenuto a Maracay, nello Stato di Aragua, dove l’azienda alimentare che produce prodotti diffusi in tutto il mondo ha deciso di serrare definitivamente le porte del proprio stabilimento. Tra l’altro a pochi giorni dalle imminenti elezioni presidenziali.


Visto che questo avviene in tutto il mondo, dov’è la notizia?

 

Siccome siamo in Venezuela, paese dove nonostante boicottaggi, guerra economica, inflazione indotta e ogni tipo di sabotaggio possibile venga attuato, il governo difende a spada tratta i lavoratori e i propri interessi. Così, il presidente Nicolas Maduro, ha immediatamente ordinato che l’azienda fosse riaperta e consegnata ai lavoratori in maniera che la produzione potesse immediatamente riprendere a pieno ritmo.

 

«Pensano che il popolo si spaventerà. Imperialisti, oligarchi, questo popolo non ha paura di nessuno, questo popolo ha un presidente e un Governo che lo protegge», ha affermato il massimo dirigente bolivariano in piena campagna elettorale dallo Stato Carabobo.

 

Curioso che questo avvenga proprio in quel paese, il Venezuela, bollato come una brutale dittatura che schiaccia il popolo. Mentre nei paesi da dove vengono rivolte tali infamanti accuse, le multinazionali fanno il bello e il cattivo tempo senza che i governi non provino nemmeno a contrastare tali criminali condotte. Con i lavoratori che restano senza salario e troppo spesso senza nemmeno alcun ammortizzatore sociale.

 

Se questa è la tanto sbandierata democrazia…

 

Il presidente Maduro ha inoltre spiegato che Kellogg’s, in Venezuela nella mani di alcuni investitori messicani come riferisce l’agenzia AVN, ha compiuto un atto «assolutamente incostituzionale e illegale».

Per questo il Governo attraverso i ministeri di Economia e Finanza e del Processo Sociale del Lavoro ha provveduto «a riaprire l’azienda e consegnarla ai lavoratori. Adesso l’azienda produce con la classe operaia industriale», ha spiegato Maduro.

 

Il presidente ha agito secondo i dettami della ‘Ley Orgánica del Trabajo, los Trabajadores y las Trabajadoras’. Che al Titolo III, «stabilisce il potere dell’Esecutivo di ripristinare, a protezione del processo sociale del lavoro, le attività produttive di un’entità lavorativa che è stata oggetto di chiusura illegale o fraudolenta».

 

Il presidente Maduro ha dichiarato che «la società continuerà la produzione nelle mani della classe operaia.

 

Per poi annunciare che saranno avviate «azioni legali nei confronti dei proprietari azionisti della società Kellogg’s affinché paghino nei tribunali e nella giustizia; devono rispettare le leggi del Venezuela, rispettare i lavoratori e le famiglie dei lavoratori».

 

Sorgente: Venezuela, Kellogg’s chiude l’impianto. Maduro ordina riapertura e affida la produzione ai lavoratori

Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico”

di Geraldina Colotti,

Caracas, 15 maggio 2018

Tornando a Caracas a qualche mese di distanza dall’ultimo viaggio, non si può non notare la differenza in termini di cura delle strade e della raccolta dei rifiuti. Visibili anche i miglioramenti realizzati nello stato Miranda, lasciato in stato di abbandono negli anni in cui ha governato la destra nella persona di Henrique Capriles, più propenso a mostrarsi alla stampa che ai cittadini. La sindaca di Caracas, Erika Farias, storica attivista del movimento LGBT, è nota per essere “una gran lavoratrice e una amministratrice efficiente”. Il giovane governatore chavista Hector Rodriguez, stile sobrio e diretto, capace di coniugare con perizia il dato particolare al generale, sta dando priorità ai problemi economici dei quartieri popolari, al lavoro e al tessuto produttivo, sia delle comunas che della zona economica speciale con cui si spera di rilanciare gli investimenti. Da mesi gli operai sono al lavoro per riparare le voragini del manto stradale e la “polizia di prossimità” sta gradatamente cambiando il segno al problema della sicurezza.

Tornando nella capitale, colpisce però anche l’anarchia dei prezzi, che sembra sfuggire a ogni controllo. Con arroganza, il commerciante di un esercizio “elegante” può imporre un prezzo (già alto) a un prodotto e quello di fronte lo può quadruplicare senza vergogna. Quanto può durare una sistuazione simile? Ci sarà modo di rimetter mano ai meccanismi impazziti dell’economia venezuelana?

Commercianti, speculatori e classi medio-alte, ripetono la litania delle destre: “Stiamo morendo di fame” mentre sciorinano le meraviglie dei loro viaggi all’estero, come abbiamo ascoltato in aereo e in moltissime altre conversazioni, in Italia e in Venezuela. “Stiamo facendo morire di fame”, dovrebbero dire invece, ammettendo la loro criminale parte in commedia nella strategia del “caos costruttivo” con la quale il Pentagono ha infettato il corpo sociale venezuelano per rendere ingovernabili tutte le sue ferite (errori e corruzione compresi). Una strategia che si è intensificata con la vittoria di Nicolas Maduro alle elezioni del 2013, seguite alla morte di Chavez. I problemi, però, sono cominciati con l’inizio del proceso bolivariano, quando è apparso chiaro che Chavez non era il solito caudillo manipolabile, ma il risultato di un tentativo collettivo di portare a sintesi un modello di paese alternativo al capitalismo.

Se un lettore italiano ha conservato l’ormai introvabile guida Edt sul Venezuela (ultima edizione 2010) potrà rendersi conto di questo, scorrendo i luoghi comuni, i giudizi e gli “apprezzamenti” sulle politiche economiche di Chavez. All’epoca, ogni cittadino – anche quelli che prima non avevano nemmeno la possibilità di nutrirsi – poteva disporre di 3000 dollari a cambio agevolato per recarsi all’estero.

Una misura che ha dato la stura all’esercito di “raspacupo”, che svuotavano illegalmente le carte di credito per poi cambiare i dollari al mercato parallelo, speculando e dissanguando il paese. Epperò la guida considera normale assumere la “protesta dei cittadini” perché i 3000 dollari erano pochi… E si potrebbe continuare. Quali “cittadini”? Quelli che “muoiono di fame” viaggiando e speculando tra Caracas e Miami…Quelli che, in Italia e in Europa lasciano che i propri governi impongano sanzioni al popolo venezuelano, mediante un blocco economico-finanziario che ha come unico obiettivo spazzare via un governo ostinato nel declinare in concreto una parola che si vorrebbe bandire dalla storia delle classi popolari: socialismo.

Ieri il ministro della Salute venezuelano Luis Lopez ha denunciato accoratamente che la Banca Mondiale ha bloccato un pagamento di 7 milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine e apparati medici destinati ai pazienti in dialisi, che sono 15.000. Periodicamente, si scoprono depositi clandestini di medicine accaparrate. In questi giorni sono stati inaugurati 18 centri di salute a Caracas, ma come farli funzionare se le politiche criminali degli stati capitalisti impediscono l’arrivo degli anestetici, delle medicine salvavita che le industrie farmaceutiche locali non riescono a produrre in quantità sufficiente?

L’Italia è complice. Il ministro Ernesto Villegas ha denunciato che la banca Intesa San Paolo sta bloccando l’invio di finanziamenti destinati alla partecipazione del Venezuela alla decima Biennale di Venezia, che apre il 26 di maggio. Nonostante la guerra economica, il Venezuela continua a finanziare massicciamente la cultura, a differenza di quel che si fa in Italia. In ogni fiera, in ogni iniziativa culturale, risuonano le parole di José Marti: “Essere colti per essere liberi”. A 200 anni dalla nascita di Marx, la cultura serve a capire da che parte della barricata ci si vuole situare. Serve a smascherare i meccanismi della guerra economica e i sepolcri imbiancati che la sostengono mediante l’intossicazione ideologica e mediatica.

“Darò la vita per il rinascimento economico, da costruire insieme”, ha detto il presidente Nicolas Maduro nell’atto di chiusura della campagna elettorale nel Tachira. Dal Tachira, stato di frontiera e crocevia di traffici di ogni tipo, partono gli attacchi dei paramilitari. Anche questa volta l’allerta è massima a ridosso delle elezioni del 20 maggio che Trump e i suoi vassalli cercano con ogni mezzo di impedire. Ha lanciato l’allarme anche il presidente boliviano Evo Morales. Il Venezuela sarà il nuovo Vietnam dell’America Latina? Nonostante il boicottaggio, il governo bolivariano ha invitato qui una pletora di “accompagnanti” internazionali di ogni tendenza politica. Arriveranno anche dall’Italia.

Il sistema elettorale venezuelano, altamente automatizzato e considerato a prova di frodi, ha concluso la prima fase di 14 verifiche incrociate. Contro Maduro, che si ricandida per un nuovo mandato, sostenuto dal Partito comunista e da tutto l’arco delle sinistre in Venezuela, si presenta Henry Falcon. Il suo modello di paese è quello che governa in Nordamerica, in Europa e nei paesi capitalisti dell’America Latina. I suoi consulenti sono gli economisti della scuola di Chicago, tristemente nota negli anni del Piano Condor e dei dittatori latinoamericani. I supporter dei Fondi avvoltoio, emissari del Fondo Monetario internazionale, pronto a intervenire nell’economia venezuelana. Come? Come stanno facendo Macri in Argentina e il golpista Temer in Brasile, azzerando le leggi del lavoro, le pensioni, e privatizzando nuovamente l’economia bolivariana. Per questo, in questi giorni la classe operaia moltiplica le assemblee, dentro e fuori i luoghi di lavoro, si mobilitano i 79 rappresentanti eletti dai lavoratori nell’Assemblea Nazionale Costituente. Per rieleggere come presidente l’ex operaio del metro Nicolas Maduro al grido di “Vamos, Nico”. Per chi vuole manifestare il proprio sostegno nelle reti sociali, l’hastag è #Tod@sConMaduro

Sorgente: Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico” – L’Analisi – L’Antidiplomatico

Venezuela’s Maduro 1st leader to meet Cuba’s president

Cuban President Miguel Diaz Canel (R) and visiting Venezuelan President Nicolas Maduro meet at the Palace of the Revolution in Havana, Cuba, April 21, 2018. (Photo by AFP)
Cuban President Miguel Diaz Canel (R) and visiting Venezuelan President Nicolas Maduro meet at the Palace of the Revolution in Havana, Cuba, April 21, 2018. (Photo by AFP)

Venezuelan President Nicolas Maduro has become the first foreign leader to visit new Cuban President Miguel Diaz-Canel, signifying the importance of relations between Caracas and Havana.

Maduro flew to Havana on Saturday to personally congratulate Diaz-Canel. The two met at the Cuban Palace of the Revolution later on the same day to discuss relations and map out further cooperation.

“Cuba and Venezuela are in the best condition to unite forces,” said Maduro, shortly after arriving at Jose Marti International Airport. “We have done it before, with giant results. Every time we took a step forward, the enemies of our motherlands said ‘you can’t,’ and we always showed that yes, we could.”

“We come to renew hope, to renew dreams and… above all, to visualize the 10 years ahead,” he added.

Cuban President Miguel Diaz-Canel (L) and his visiting Venezuelan counterpart, Nicolas Maduro (R), review the guard of honor at the Palace of Revolution in Havana, Cuba, April 21, 2018. (Photo by AFP)

Havana and Caracas have maintained close political and economic relations since the late President Hugo Chavez came to power in Venezuela in 1999.

The two governments view themselves as united against what they denounce as US imperialism.

The Cuban National Assembly on Thursday inaugurated Diaz-Canel, who has served as first vice president since 2013, marking a generational shift after almost six decades of rule under legendary revolutionary leader, the late Fidel Castro, and — more recently — his brother Raul.

The 57-year-old Diaz-Cane, who has spent years climbing the party ranks, was nominated last week as the candidate for the presidency and was formally appointed to a five-year term.

The 86-year-old Raul Castro, who came to power as president in 2008, when he replaced his ailing brother, will remain as the First Secretary of the Communist Party of Cuba until a congress slated for 2021.

On Friday, Russia and China congratulated Cuba on the election of Diaz-Canel as its new president, wishing to continue to expand ties with Havana.

Sorgente: PressTV-Venezuela’s Maduro 1st leader to meet Cuba’s president

Perché il chavismo è tornato a vincere in Venezuela?

“Il chavismo ha vinto allora”

di Marco Teruggi – Telesur 

(traduzione di Francesco Monterisi)

Alcune analisi di destra e di sinistra concordano su un punto: il chavismo non avrebbe più la forza di combattere. Il movimento storico sarebbe un’immagine sbiadita di ciò che fu, con capacità per alcuni ultimi sganassoni a vuoto in una lotta già persa,  o al punto di cadere per un furioso KO o sovraccumulazione di colpi. Così lo ripetono, da diversi anni, sempre più sicuri, e da questa certezza derivano conclusioni che scrivono in articoli o proiettano in piani per il definitivo ritorno al potere politico.

La realtà, invece, nelle elezioni elettorali, gli toglie ragione e capacità politica: il chavismo non solo ha forza, ma ottiene anche immense vittorie elettorali. Questa domenica è stata una nuova prova di ciò,  al rimanere nelle sue mani 18 dei 23 governatori in gioco. Un risultato contrario alle previsioni ripetute da un’opposizione trionfalista, dai mezzi di comunicazione dominanti che avevano fatto il vuoto intorno alla gara elettorale, e ora non sanno come spiegare quanto successo, se non con -la prevedibile ed insostenibile- denuncia di frode o il non riconoscimento dei voti fino al riconteggio. Diranno che ci sono state frodi lì dove hanno perso e riconosceranno i risultati dove hanno vinto?

Il chavismo ha vinto allora. L’iniziativa politica è dalla sua parte: ha l’Assemblea Nazionale Costituente in esercizio, con la legittimità d’origine di più di otto milioni di voti e una mappa di governatorati a suo favore. La destra è stata duramente colpita. Da un lato, l’ala insurrezionale/armata, centralmente  Voluntad Popular (VP) e Primero Justicia (PJ), ha aggiunto la sua sconfitta di ieri a quella di luglio. VP è rimasta senza governatorato e PJ ha perso Miranda, lo stato governato dal suo principale, dirigente Capriles Radonski. Per quanto riguarda l’Acción Democrática, più propensa ad una strategia elettorale, è rimasta con quattro governatorati, senza divenire un’alternativa/minaccia al chavismo.

Significa che la destra ha sofferto due sconfitte consecutive in tre mesi, le sue due ali sono rimaste ferite gravemente ed i suoi leader hanno dimostrato di non avere leadership. La sua dipendenza dagli USA ed alleati, come l’Unione Europea, diventa allora maggiore. I segnali da là si sono messi in moto ancor prima di domenica – già anticipavano il risultato? – con l’installazione dell’illegale Corte Suprema di Giustizia nella sede dell’Organizzazione degli Stati Americani. È una certezza: il chavismo combatte contro gli USA. Se fosse solo una questione nazionale l’avversario politico sarebbe piccolo, quasi senza possibilità.

Questo non significa sottovalutare le possibili reazioni che possano scatenarsi all’interno del Venezuela, articolate a livello internazionale. La mappa dei governatorati mostra che la destra è rimasta con zone strategiche: di confine e petrolifere. In uno schema di logoramento ed assalto, dove gli attacchi alternano tra l’economia e la violenza politica, ciò può indicare che, in questi territori e nodi economici, potrebbero approfondirsi alcuni dei colpi più forti. È certo che attaccheranno di nuovo, il conflitto alterna tra le sue forme, mai si ferma.

Il chavismo, da parte sua, rimane con la ratifica dell’iniziativa politica nelle sue mani e l’urgenza di risolvere la guerra/crisi economica. Il risultato di ieri ha dimostrato che il tempo della politica può imporsi sul tempo dell’economia al momento di votare, ma  tale logoramento economico rappresenta un’erosione permanente nella vita della gente comune, nelle soggettività, nella battaglia cultura. E così come la direzione ha ratificato la capacità di risolvere il conflitto politico e portarlo ai voti piuttosto che alla morte, ha anche dato segnali della sua grave difficoltà nel risolvere tali necessità economiche. È a causa di un problema di modello, di corruzione, di attacchi internazionali? Una miscela di tutto questo?

È qui che si deve porre forza, la rettificazione interna e le alleanze internazionali – quest’ultimo sembra più avanzato, in particolare con le alleanze russe/cinesi/indiane. La maggioranza della popolazione, come dicono i voti, vuole che sia questo governo, questo progetto storico, quello che risolva i problemi che il paese deve affrontare. La destra continua senza poter costruirsi  come una valida alternativa, come una proposta di paese credibile, una soluzione alle difficoltà, prodotto della sua propria incapacità politica, di leggere la società venezuelana, capire le ragioni del chavismo, i territori e passioni da dove è nato e si rinnova questo movimento storico.

Se si misura in termini elettorali, non c’è molto tempo. Le elezioni dei sindaci dovrebbero essere a breve e le elezioni presidenziali entro un anno. Con i risultati dei governatorati come indicativi, significa che il chavismo ha la possibilità di mantenersi – l’economia sarà chiave – e la destra è di fronte a più incertezze che certezze. Ciò potrebbe tradursi nel fatto che cerchino di accelerare le azioni, sia per riprovare un’uscita di forza, o per acutizzare il logoramento della popolazione, il caos nella vita quotidiana. Uno dei piani della destra è peggiorare il quadro generale per arrivare alle battaglie elettorali con il maggior logoramento possibile e  tradurre il malcontento in voti. Finora ha funzionato solo nelle elezioni legislative del 2015 – non è l’unica spiegazione di quei risultati.

Come si sa, le elezioni sono un momento dentro il progetto bolivariano, che mira a costruire il socialismo del XXI secolo -un orizzonte sfuocato in questa fase. Vale a dire che la rivoluzione è più delle indispensabili vittorie alle urne, è centralmente una costruzione di potere popolare territoriale, economico, di una nuova istituzionalizzazione comunitaria. Lì deve tornare a porsi lo sguardo e articolarlo insieme con quello economico. Il popolo venezuelano ha dimostrato aver la capacità di resistere alle provocazioni armate della destra, affrontare il peso dell’economia e fare i primi passi per la società a venire. Radicalizzare la democrazia potrebbe essere uno dei compiti di questa fase.

Il Venezuela, contro le previsioni di coloro che poetizzavano la sua caduta -riprendendo l’immagine scritta da José Martí-, è in piedi e ha dato una storica lezione: si può affrontare questa nuova forma di guerra e vincere. Ciò rappresenta una vittoria nel soggettivo, un messaggio verso l’esterno, un altro segno che l’eredità di Hugo Chávez ed il percorso da protagonista della rivoluzione si sono radicati nelle profondità del popolo umile e da quelle zone nasce la forza nei momenti più difficili.

Notizia del:

L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

Sorgente: L’America Latina invisibile «

Amnesty International, un’altra ONG al servizio del Dipartimento di Stato USA

da Mision Verdad

Un nuovo attacco di Amnesty International contro il Venezuela arriva attraverso la campagna ‘Acción Mundial Emergente’. Il documento detta le azioni da compiere, una sorta di vademecum per le ONG, sullo strano caso Tumeremo. L’approccio di questa organizzazione globale risponde direttamente ai dettami del Dipartimento di Stato (USA N.d.T.), e pertanto riprende la narrazione della «crisi umanitaria» nella sua concezione destituente. Per questo bisogna controllare i precedenti di questo agente non statale.

Amnesty International si definisce come movimento a livello globale che monitora in maniera disinteressata il rispetto dei diritti umani. Dal 1962, quando l’avvocato inglese Peter Benenson rilasciò il primo comunicato sotto forma di storia giornalistica avvenuta nel Portogallo di Salazar, e apparve il primo reclamo che sembrava genuino, ha compiuto un salto organizzato rilevante. Società finanziarie e istituzioni governative indirizzarono la rotta verso gli interessi del Dipartimento di Stato nordamericano e altri gruppi di decisione. Con una parola d’ordine chiara ereditata da Benenson: «Il modo più rapido per aiutare i prigionieri di coscienza è [con] la pubblicità».

Così, anche se Amnesty International copre mediatamente i suoi finanziatori, le menzogne emergono quando le ONG vogliono mantenere uno status pubblico ‘indipendente’. Giocano nell’ombra nel contesto dell’agenda globale dettata dal Pentagono e dagli altri centri militari sparsi in Occidente.

Due soggetti giuridici, Amnesty International Limited e Amnesty International Charity Limited, si occupano di ricevere i finanziamenti per la ripartizione delle risorse ai suoi operatori. Sempre dietro le belle parole sui diritti umani così come vengono intesi dai think-thank dominanti insieme alle lobby corporative e parlamentari. Amnesty International opera in oltre 150 paesi, dove compila report per giustificare «guerre umanitarie» ed edulcorare, o difendere (in questo caso è lo stesso in quanto propaganda), le invasioni della NATO nel suo dispiegamento militare-territoriale.

Oltre a distorcere selettivamente l’opinione pubblica sui diritti umani e il suo concetto, assegna risorse e mobilita operatori nel quadro delle missioni per i diritti umani, soprattutto in paesi che non seguono le direttive del Dipartimento di Stato (USA), le centrali di intelligence e i gruppi finanziari. Amnesty International è il riferimento obbligato ideologico e fattuale di chi prende le grandi decisioni in seno all’oligarchia globale.

Uno dei più grandi finanziatori di Amnesty International è George Soros. Uno speculatore criminale, la cui ragion d’essere è accumulare ed espandersi. Utilizza la Open Society Foundations come fondo di distribuzione, di risorse e capitali per ONG in punti chiave come Ucraina, Russia, Medio Oriente e dintorni, Venezuela, Cuba ed Europa nella sua totalità. Anche il governo britannico e la Commissione Europea sono due importanti finanziatori.

I report di Amnesty International si basano su presunte testimonianze compilate da gruppi di opposizione a governi proBRICS e processi di emancipazione, finiti nel mirino degli interessi imperialistici. Ha avuto ai suoi vertici ex operatori politici del Dipartimento di Stato come Suzanne Nossel, che è stata direttrice di Amnesty International negli Stati Uniti. Nossel coniò il termine Smart Power per i think-thank democratici e affini, e fu segretaria di Hillary Clinton nel 2012-2013. Zbigniew Brzezinski, già cervello geopolitico di Obama, fu consulente della direzione esecutiva di Amnesty International.

L’analista Tony Cartalucci definisce Amnesty International attore propagandista del Dipartimento di Stato. I diritti umani sono un mezzo per soddisfare interessi diversi da ciò che predicano. I diritti umani come mercanzia.

La politica R2P (dottrina Responsibility to Protect), strettamente legata alle dinamiche della NATO, è la divisa di Amnesty International. (…) Avalla invasioni militari e metodi di Guerra non convenzionale. Ha fatto campagna contro Yugoslavia, Irak, Libia, Siria e Venezuela.

Mentre il Dipartimento di Stato e gli alleati finanziano e organizzano gruppi terroristi in Medio Oriente, Amnesty International fa propaganda contro Russia e Siria nell’ambito di un’operazione mediatica di vasta portata. Il crimine addossato all’altro come operazione psicologica, lo descrive in un altro articolo Cartalucci. L’operatività di Amnesty International consiste nel lanciare missioni di osservazione, che raccolgono testimonianze, affinché le ONG possano preparare dei dossier come fatto contro il governo Assad senza alcuna prova.

Le contraddizioni nei rapporti si accentuano quando viene toccato il tema dei «prigionieri politici» a Cuba, mentre i paesi finanziatori sono molto più severi nella loro giurisprudenza rispetto alle associazioni tra individui o gruppi che ricevono finanziamenti dall’estero a fini politici o parapolitici.

Operando come ONG che denuncia abusi dei diritti umani dello Stato venezuelano, nel 2014 si è pronunciata a favore dei ‘guarimberos’ e Leopoldo Lopez, nulla di strano essendo Amnesty International un attivo cartellone pubblicitario di Wall Street. Le ONG in territorio venezuelano replicano quanto enunciato da Amnesty International come fosse dottrina. Amnesty funge anche da ‘copertura teorica’ e ‘indipendenza giornalistica’ per gli argomenti di Provea e Foro Penal Venezolano. Missino Verdad ha spiegato i metodi e il vero ruolo delle ONG, i legami finanziari con la NED, Open Society Foundations e altre istituzioni e società al servizio dell’1%.

(…)

La merce chiamata diritti umani utilizza l’arena mediatica per diffondere quanto pensato e scritto dai think-thank al servizio di Pentagono e CIA, dai laboratori di guerra, e con l’assedio finanziario di schiera contro il paese e il popolo venezuelano. Amnesty International gioca un ruolo attivo a livello internazionale, in quelle zone dove vanno definendosi i futuri scenari geopolitici nell’ambito della guerra mondiale-societaria in corso. Il Venezuela ha un ruolo nodale in questo schema, dove si sviluppa uno scenario golpista che ha come proscenio politico e istituzionale l’Assemblea Nazionale controllata dalla MUD e l’offensiva economica condotta contro l’esecutivo guidato da Nicolas Maduro.

(…)

La propaganda contro il Venezuela si intensifica quando il chavismo avanza con mosse strategiche per smontare la guerra. Non bisogna sottovalutare i nodi imperiali che convergono con ingenti risorse in questa Guerra Non Convenzionale con un volto «civico», come lo sono ONG come Amnesty International.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Notizia del: 14/08/2017

Sorgente: Amnesty International, un’altra ONG al servizio del Dipartimento di Stato USA – ALBA LATINA – L’Antidiplomatico

Il fattore Cuba: guerra psicologica e guerra asimmetrica contro il Venezuela

Il fattore Cuba: guerra psicologica e guerra asimmetrica contro il Venezuela

Viviamo una dittatura mediatica globale. Che dobbiamo combattere in un nuovo scenario di guerra asimmetrica

di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación – Cubainformazione

La presunta “ingerenza di Cuba in Venezuela” è stato un messaggio ricorrente della stampa di ultra-destra (1) nei 18 anni di Rivoluzione Bolivariana (2).

 

Oggi, in uno scenario di vessazione viscerale al governo di Nicolás Maduro, il messaggio ha già condizionato l’intero sistema mediatico (3).

 

Ricordiamo che, nel 2003, Cuba trasferì decine di migliaia di professionisti nelle zone più povere del Venezuela, principalmente nella  Missione sanitaria comunitaria Barrio Adentro (4). Attualmente, Cuba ha 46000 cooperanti nei 24 stati del paese, in quasi 20 programmi sociali (5). Per citare solo un dato di impatto, la cooperazione sanitaria cubana, in Venezuela, ha salvato 1700000 vite (6).

 

Ma, in questi 14 anni, ai media internazionali non gli è interessato mostrare il cambiamento operato nella vita di milioni di persone grazie a questi programmi (7). Le uniche storie di vita pubblicabili sono state quelle di una minoranza di cooperanti cubani che, per accedere ad una migliore retribuzione, decisero aderire al programma di asilo politico negli USA (8). A proposito, eliminato, in gennaio, questo programma, da Barack Obama, oramai leggiamo poche notizie su “medici cubani disertori” (9).

 

Ma l’attuale scenario di violenta guerra psicologica ha bisogno di storie più forti circa il “fattore cubano” in Venezuela.

 

Pochi giorni fa, il presidente Donald Trump parlava, apertamente, di un ipotetico intervento militare nel paese (10). L’opposizione venezuelana, quasi due giorni dopo, emetteva un comunicato in cui, senza neanche menzionare gli USA, accusava “la dittatura di Maduro di convertire il paese in una minaccia regionale” e  -incredibilmente- l’ “intervento” che respingeva era quello”cubano”! (11)

 

Su questa presunta “ingerenza cubana” possiamo ora leggere centinaia di articoli d’opinione, editoriali, reportage e notizie nei principali media di tutto il mondo: da “The Washington Post” (USA) (12) sino a Deutsche Welle (Germania) (13), passando per “El Mundo” (14) o “ABC” (Spagna) (15).

 

Naturalmente, è la stampa venezuelana quella che porta il tema al parossismo. Pochi giorni fa, il quotidiano “El Nacional”, diceva che con la nuova Assemblea Nazionale Costituente, “Venezuela e Cuba saranno un solo paese” (16).

 

Il messaggio è già universale: Maduro è “il burattino di coloro che davvero comandano in Venezuela: i cubani” (17). “Il regime venezuelano oggi si mantiene grazie ad un apparato repressivo (…) e d’intelligence (…) controllato da ufficiali e funzionari cubani” (18), al fine di garantire “il petrolio che gli fornisce” Caracas. Tutto ciò lo leggiamo nel quotidiano spagnolo “El País”, la cui linea editoriale sul Venezuela è marcata da Moisés Naim (19).

 

 

Moisés Naim, che oggi afferma che il suo paese è “una succursale del regime di Raúl Castro” (20) fu -ricordiamo- il ministro venezuelano del Commercio e dell’Industria  che, nel 1989, cedette tutta la sovranità economica al Fondo Monetario Internazionale, e attuò un duro pacchetto neoliberale. Migliaia di persone povere, allora, scesero in piazza e assaltarono negozi alimentari, in quello che è conosciuto come il Caracazo (21).

 

Chi oggi parla della “sofferenza di milioni di venezuelani” (22) fu il ministro che portò il suo paese ad avere l’80% di povertà ed il 58% di povertà estrema, con diversi milioni di persone senza servizi sanitari o di istruzione (23).

 

Chi oggi sostiene quello che definisce “la resistenza nelle strade” (24), vale a dire, la violenza dell’opposizione che ha bruciato vive più di 20 persone per essere “chaviste” (25), fece parte del governo che impose la legge marziale e autorizzò a sparare con munizioni da guerra. Il saldo: più di 3000 morti (26).

 

Ma non solo è l’amnesia storica e la doppia morale. Oggi, da tutto l’apparato mediatico viene chiesto, spudoratamente, pressioni (27), sanzioni (28) e persino un intervento in Venezuela (29): “Sì, intervenire: non c’è perché spaventarsi. Il diritto di ingerenza umanitaria, in un caso come il venezuelano, reclama il suo esercizio”, leggiamo in “El País”(30).

 

Qualcuno può argomentare che tutto questo è pubblicato nella sezione “Opinione” di detti giornali. O tra virgolette di notizie e reportage. Che non è, necessariamente, l’opinione dei media. Una fallacia, perché oggi la censura di qualsiasi articolo di opinione, di linea contraria è assoluta e implacabile (31).

 

Per questo  smettiamo con le banalità. Viviamo una dittatura mediatica  globale. Che dobbiamo combattere in un nuovo scenario di guerra asimmetrica. Con metodi anche … asimmetrici.

(Traduzione di Francesco Monterisi)

Pubblichiamo su gentile concessione dell’autore

  1. http://www.abc.es/internacional/20130926/abci-injerencia-cubana-ejercito-venezuela-201309251956.html

  2. http://www.telesurtv.net/news/Venezuela-celebra-18-anos-de-la-primera-juramentacion-de-Chavez-20170202-0022.html

  3. https://www.lavozdegalicia.es/noticia/internacional/2014/02/26/oposicion-exige-fin-injerencia-cuba-venezuela/0003_201402G26P23991.htm

  4. http://ceims.mppre.gob.ve/index.php?option=com_content&view=article&id=39:mision-barrio-adentro-i-ii-iii-iv

  5. http://www.telesurtv.net/news/Maduro-llego-a-Cuba-para-revisar-acuerdos-bilaterales-20160317-0074.html

  6. http://minci.gob.ve/201

    7/04/venezuela-alcanza-cifras-historicas-materia-salud/

  7. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/56041-162-ataques-a-medicos-cubanos-en-venezuela-no-han-sido-noticia-no-eran-cooperantes-europeos

  8. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/64383-medicos-cubanos-desertores-en-colombia-marionetas-desechables-contra-el-dialogo-cuba-eeuu-y-de-paso-contra-venezuela

  9. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/72954-para-justificar-los-privilegios-de-la-emigracion-cubana-la-prensa-se-moja-hasta-los-pies

  10. https://elpais.com/internacional/2017/08/12/estados_unidos/1502489697_592906.html

  11. http://www.el-nacional.com/noticias/oposicion/mud-rechazamos-injerencia-cubana-amenazas-invasion-militar_198563

  12. https://www.washingtonpost.com/opinions/global-opinions/fidel-castros-venezuela-obsession/2016/11/26/5a3d3e9c-b405-11e6-8616-52b15787add0_story.html?utm_term=.313b9f96e8de

  13. http://www.dw.com/es/qu%C3%A9-futuro-le-ve-a-venezuela/a-40015546

  14. http://www.elmundo.es/opinion/2017/08/15/5991d326468aebea428b45f3.html

  15. http://www.abc.es/internacional/abci-cuba-controla-venezuela-traves-centro-escuchas-electronicas-201704050306_noticia.html

  16. http://www.el-nacional.com/noticias/columnista/venezuela-cuba-seran-solo-pais_185285

  17. https://elpais.com/elpais/2017/05/13/opinion/1494697154_543336.html

  18. https://elpais.com/elpais/2017/08/04/opinion/1501856720_135011.html

  19. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/56246-moises-naim-el-pais-ofrece-columna-diaria-para-denigrar-a-venezuela-y-cuba-a-un-criminal-del-caracazo

  20. http://www.dw.com/es/qu%C3%A9-futuro-le-ve-a-venezuela/a-40015546

  21. http://www.rebelion.org/noticia.php?id=164505

  22. https://elpais.com/elpais/2017/05/13/opinion/1494697154_543336.html

  23. http://www.forodebatemarxista.com/index.php?option=com_content&view=article&id=559:s-sesui&catid=4:internacional&Itemid=7

  24. http://www.infobae.com/america/venezuela/2017/07/29/moises-naim-venezuela-paso-de-ser-un-petroestado-a-ser-un-narcoestado/

  25. http://www.cubadebate.cu/noticias/2017/07/22/la-oposicion-ha-quemado-vivas-al-menos-23-personas-en-venezuela/#.WZLz-lFLeig

  26. http://www.telesurtv.net/articulos/2014/02/27/el-caracazo-y-el-derrumbe-del-golpe-fascista-3177.html

  27. http://www.elmundo.es/internacional/2017/08/05/598464ea22601d385f8b465f.html

  28. https://www.republica.com/en-el-anden/2017/08/01/maduro-chavez-y-la-invasion-consentida/

  29. http://www.laprensa.com.ni/2017/08/05/editorial/2274926-el-factor-cubano-en-venezuela

  30. https://elpais.com/elpais/2017/08/04/opinion/1501856720_135011.html

  31. https://forocontralaguerra.org/2017/08/09/como-no-dar-una-noticia-paraperiodistas-espanoles-ante-la-constituyente-venezolana/

 

Notizia del: 20/08/2017

Sorgente: Il fattore Cuba: guerra psicologica e guerra asimmetrica contro il Venezuela – World Affairs – L’Antidiplomatico

Il punto di vista della Cina sul Venezuela

Raúl Zibechi

Conoscere i criteri che usa la potenza emergente sull’America Latina, e in particolare sul Venezuela, è sommamente importante giacché raramente i loro mezzi di comunicazione lasciano intravedere le opinioni che circolano nel governo cinese. Il 1° agosto la rivista cinese  Global Times ha pubblicato un esteso editoriale intitolato “Venezuela un microcosmo dell’enigma latinoamericano” (goo.gl/ksmY77).

Il Global Times appartiene all’organo ufficiale del Partito Comunista della Cina, Quotidiano del Popolo, ma si focalizza su temi internazionali e le sue opinioni hanno maggiore autonomia del media che lo patrocina.

L’articolo analizza le recenti elezioni dell’Assemblea Costituente mostrando un certo sostegno al progetto ma, allo stesso tempo prendendo le distanze. Riserva le sue maggiori critiche alla Casa Bianca, dicendo che “Washington si preoccupa solo di prendere il controllo del continente, come suo cortile posteriore, e non è interessata ad aiutarli”.

Evidenza che gli obiettivi degli Stati Uniti consistono nella “eliminazione di Maduro e nella distruzione dell’eredità politica di Chávez”, ma precisa anche che tutti i governi di sinistra del continente hanno una relazione “scomoda” con Washington.

Secondo il Global Times, “senza un’industrializzazione pienamente sviluppata, le economie latinoamericane dipendono in gran misura dalle risorse”, ragione per cui molti paesi presentano forti spaccature sociali e di ricchezza, come succede in Venezuela, dove i contadini e i poveri urbani appoggiano il governo mentre la classe media ricca sostiene l’opposizione.

Finora non ci sono novità. Ma a questo punto comincia un’analisi che svela le posizioni del governo cinese. “Il sistema politico che hanno adottato dall’Occidente non è riuscito ad affrontare questi problemi”, spiega il Global Times.

La rivista, pertanto, dice che “indipendentemente da chi vinca, il Venezuela avrà difficoltà a vedere la luce alla fine del tunnel. Le divisioni sociali non possono essere risolte, e l’intervento degli Stati Uniti non si fermerà. Il Venezuela può essere trascinato in un prolungata battaglia politica”. Con totale trasparenza, la dirigenza cinese pensa che il paese si incammini verso maggiori conflitti.

In secondo luogo, sostiene che il Venezuela sia un “importante socio della Cina”. Difende le relazioni di cooperazione “indipendentemente da chi governa il paese”, perché “il commercio con la Cina sarà utile ai venezuelani”. Per quello stimano di mantenere delle relazioni fluide e strette che “in Venezuela trascendono gli interessi di partito”.

I cinesi aprono l’ombrello e avvertono che le relazioni non sono subordinate ai governi di turno, ossia, che sono di lunga durata e non rinunceranno a quelle anche se cadrà il governo di Nicolás Maduro.

Il terzo punto è chiave: “Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo.

Alla fine, sostiene che la presenza della Cina in America Latina “non ha una motivazione geopolitica”, cosa anche troppo dubbia, ma afferma anche che la “Cina non interferirà nel processo politico del Venezuela o di qualsiasi altro paese latinoamericano”, qualcosa che finora è completamente vero.

Anche se circospetta, l’analisi cinese rivela tre questioni centrali. La presenza cinese nella regione è giunta per rimanere, è chiaro che c’è un conflitto con gli Stati Uniti, e non interferiranno nelle relazioni destra-sinistra, perché -anche se lo negano- la loro presenza è di carattere strategico.

In un altro momento, bisognerà riflettere sul “sistema politico” che la Cina propone, indirettamente, ai paesi amici del mondo che, evidentemente, non assomiglia alle democrazie elettorali di tipo occidentale.

Le relazioni della Cina con la regione abbracciano una vasta gamma di temi, dagli investimenti economici fino agli accordi militari e ai crescenti legami culturali con l’apertura di centinaia di centri di studio di lingua cinese. In vari paesi sono state installate industrie, in particolare di montaggio e costruzione di automobili, fatto che amplia i loro investimenti focalizzati in un prima fase sulle materie prime.

Richiama l’attenzione la potenza delle relazioni economiche. La Cina è  uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue (goo.gl/8iuAR7).

Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso dei suoi investimenti sono destinati ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture.

Gli investimenti più notevoli sono stati destinati al terminal marittimo della petrolchimica Pequiven e all’impresa mista Sinovensa, costituita da PDVSA e dalla Compagnia Nazionale Cinese del Petrolio, creata dopo la nazionalizzazione della Faglia Petrolifera dell’Onirico, nel 2007. Grazie ai 4 miliardi di dollari investiti dalla Cina, la Sinovensa è passata dal produrre 30 mila barili quotidiani di petrolio a 170 mila barili (goo.gl/9QDaCp).

L’ultimo prestito importante si è registrato nel novembre del 2016, con 2,200 miliardi di dollari nel settore petrolifero, per portare nei prossimi anni la produzione sino-venezuelana a 800 mila barili quotidiani (goo.gl/MZE7nZ).

Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro.

4 agosto 2017

La Jornada

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, “La mirada de China sobre Venezuela” pubblicato il 04-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol#texto] ultimo accesso 12-08-2017.

Sorgente: Il punto di vista della Cina sul Venezuela «

Venezuela, una giovane donna alla guida dell’Assemblea Costituente. Il popolo ha votato per la pace

Venezuela, una giovane donna alla guida dell'Assemblea Costituente. Il popolo ha votato per la pace

 

 
Ieri, tra slogan e danze, un fiume di rosso e bandiere ha accompagnato i 545 costituenti in Parlamento. Da un confronto che si preannuncia lungo e che potrebbe innervare l’Anc nella società bolivariana “in modo permanente”, nascerà la Carta Magna n. 27 nella storia della Repubblica

di Geraldina Colotti

Onesimo contro el Cimarron. Si può anche leggere così la presa di posizione del Vaticano contro l’Assemblea Nazionale Costituente. Lo schiavo che ritorna contro lo schiavo fuggiasco delle comuni libere e ribelli che, nella Haiti di Toussaint Louverture interroga i principi di “Liberté, égalité, fraternité”: com’è possibile “che la nostra schiavitù sostenga la libertà dell’Europa”?

Onesimo di Bisanzio, poi santificato, era uno schiavo del ricco Filemone, già convertito al cristianesimo da Paolo di Tarso i cui precetti cercava di applicare. Dopo aver rubato, Onesimo scappò a Roma per fuggire alla punizione. Lì si incontrò con Paolo, in carcere in attesa del giudizio dell’imperatore. Si mise al suo servizio.

Paolo, benché amasse Onesimo “come un figlio”, decise di rispettare le leggi romane sulla schiavitù e di rimandarlo dal padrone: al quale scrisse la famosa Lettera a Filemone. Gli chiedeva di accogliere lo schiavo pentito “come un fratello” perché sarebbe stato “utile” a entrambi, alla religione e al sistema sociale (utile è infatti il significato greco di Onesimo).

Il messaggio di Bergoglio all’interno del Vaticano rispetto al Venezuela, arriva fino a questo punto. Il figlio del falegname, invece, dice al ricco: “Vendi tutto e seguimi”. Ma il giovane di buona famiglia scuote la testa e se ne va triste “perché aveva molte ricchezze”. I comunisti, invece, fanno le rivoluzioni per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e costruire qualcosa di simile al messaggio del Cristo originario: anche camminando a fianco dei cristiani conseguenti, ma senza subirne l’egemonia.

La questione – per i cultori del “forse di qua ma forse anche di là” – sta in questi termini anche in un paese come il Venezuela, laico per costituzione eppure intriso della cultura della “pace e dell’incontro”. Incontro da pari a pari. Pace con giustizia sociale: per conseguirla, bisogna lottare. Per difenderla, bisogna battersi, decidere, scontentare, lasciarne alcuni per strada mantenendo comunque uno spiraglio aperto. Il chavismo ha deciso di “distruggere lo Stato borghese” incamminandosi verso il socialismo: guidato dal “potere originario”, quello popolare, che gli ha dato mandato pieno con oltre 8 milioni di voti.

Ieri, tra slogan e danze, un fiume di rosso e bandiere ha accompagnato i 545 costituenti in Parlamento. Da un confronto che si preannuncia lungo e che potrebbe innervare l’Anc nella società bolivariana “in modo permanente”, nascerà la Carta Magna n. 27 nella storia della Repubblica.

La giunta direttiva è guidata da una giovane donna, la ex ministra degli Esteri Delcy Rodriguez. Primo vicepresidente, il professor Aristobulo Isturiz (afrodiscendente), secondo Isaias Rodriguez, ex Procuratore generale e attuale ambasciatore del Venezuela in Italia, poeta e fine conoscitore della cultura europea.

“Votando per la Costituente – ha detto Delcy Rodriguez – il popolo ha inviato molti messaggi. Il primo è quello di esigere la pace. Il secondo è che, se le destre non prendono il cammino della pace, dev’essere garantita la giustizia”. Lo ha detto rivolgendosi al Padre Numa Molina, gesuita e amico personale del papa Bergoglio, presente alla cerimonia. Ieri una sentenza del Tsj ha sollevato dall’incarico la Fiscal General Luisa Ortega.

In una seguitissima trasmissione giovanile, Zurda Conducta, sono stati presentati vari video sulle violenze delle destre – ormai ridotte a pochi focolai nei quartieri bene della capitale – e anche uno che evidenzia la corruzione ai massimi livelli decisionali del Ministerio Publico che Ortega ha diretto: la zuffa di due alti funzionari per la spartizione di una tangente.

 

Ortega avrebbe cambiato casacca per evitare le sanzioni Usa alle proprietà e alle società gestite negli Stati uniti dalla sua famiglia. Dopo il suo “pronunciamento critico” nei confronti del chavismo, infatti, il suo nome non è comparso fra quelli a cui Trump ha imposto nuove sanzioni finanziarie, in primis il blocco dei beni e dei visti negli Usa. Beni che gli altri leader chavisti hanno smentito di avere, denunciando l’azione di discredito condotta “dall’impero”. Le sanzioni colpiscono però soprattutto l’istituzione che i “puniti” dirigono, come il Consejo Nacional Electoral, e le società che hanno rapporti commerciali con l’istituzione.

Una pressione che potrebbe spiegare la fuga e le affermazioni di Antonio Mugica, rappresentante di Smartmatic, l’impresa che fornisce il sistema informatico elettorale. Un’impresa diventata leader del settore che risulta finanziata da George Soros. Dopo aver smentito se stesso e centinaia di osservatori internazionali che hanno definito il sistema elettorale venezuelano a prova di frodi, Mugica ora si è aggiunto al coro di quanti, dagli Usa all’Europa, passando per il Vaticano, vogliono invalidare l’Anc accusando i Cne di frodi.

“La verità si può verificare, le ceneri no”, ha chiosato Isaias Rodriguez riferendosi al “plebiscito” dell’opposizione, organizzato il 16 luglio fuori dalla legalità e dal Cne e per il quale le destre hanno sostenuto di aver ricevuto oltre 7 milioni di voti. Poi hanno bruciato le schede “per motivi di privacy”.

I costituenti hanno giurato “di essere liberi, sovrani e indipendenti”: per Bolivar e per Chavez. “Di lottare per rompere le catene che schiavizzano il popolo, fedeli, leali e conseguenti anche a costo della vita”. Bill Nelson, senatore dello Stato della Florida, negli Usa, ha applaudito il Dipartimento del Tesoro della Casa Bianca per le sanzioni imposte a Maduro e ha chiesto di sospendere completamente le importazioni di petrolio dal Venezuela.

In un incontro con i media comunitari internazionali, si sono analizzati i meccanismi dell’informazione manipolata, mettendo a confronto la stessa foto di prima pagina, pubblicata contro il Venezuela dai più grandi quotidiani privati di mezzo mondo lo stesso giorno. Un “cartello mediatico” che opera per rendere invisibile il popolo venezuelano, ha detto il ministro della Comunicazione, Ernesto Villegas, in una intervista a Rt: “In Venezuela – ha affermato – si sta producendo una mega fake news, si sta sperimentando una ricetta ucraina rafforzata”. Le immagini che amplificano i fatti più cruenti servono a riattizzare le violenze “quando le manifestazioni si stanno estinguendo”.

L’opzione violenta o quella elettorale? Il cartello di opposizione – Mesa de la Unidad Democratica (Mud) – si azzuffa: vi sono quelli che vogliono agire su più tavoli, gli oltranzisti delle “guarimbas” e i più concilianti, che intanto vogliono pensare alle elezioni regionali, e poi alle comunali e alle presidenziali. Altro paio di maniche sarà però scegliere un candidato che metta d’accordo tutte le infuocate correnti di potere.

 

Notizia del: 05/08/2017

La Rai mente sapendo di mentire

Oggi, il Televideo RAI ha pubblicato una notizia totalmente falsa sul Venezuela.

Ultim’ora delle 22:15 del 4 agosto 2017, il Televideo della RAI scrive che a Caracas c’è altissima tensione dopo l’insediamento dell’Assemblea Costituente. E prosegue: “La Guardia Nazionale Bolivariana ha lanciato gas lacrimogeni contro un gruppo di oppositori che ha organizzato una imponente manifestazione davanti al Parlamento“.


Più avanti, continua: “Tutta l’area è blindata e le forze di sicurezza impediscono la protesta“.


Innanzitutto, all’autore della nota mi viene da chiedere: “La manifestazione c’è stata o non c’è stata? E’ stata dispersa dal lancio dei lacrimogeni della “Guardia Nazionale Bolivariana” o l’area era blindata?” Chi ha scritto la nota, prima di tutto dovrebbe essere più chiaro: non può fare una affermazione e subito dopo, nella stesa nota, fare un’altra affermazione che smentisce la prima!

La stessa notizia, o meglio la stessa “fake news” è ribadita da Televideo nella parte dedicata agli esteri (pagina 150 e seguenti). Nella pagina 151, pubblicata alle 23:40, quindi una ora e 25 minuti dopo l’Ultim’ora si riporta, testuali parole: “All’esterno, imponente manifestazione degli oppositori“.

Io ero davanti al Parlamento venezuelano nel momento dell’insediamento della Costituente e nelle ore successive e posso testimoniare che le affermazioni di Televideo sono totalmente infondate; non c’è stata nessuna manifestazione dell’opposizione davanti al parlamento.

Si tratta di una notizia falsa, anzi una triplice falsità: prima di tutto nel centro di Caracas, all’ovest e nella gran parte della città non c’era tensione, ma era tutto tranquillo; davanti al Parlamento c’era tantissima gente allegra, tutti sostenitori della Costituente e non c’era nessuna manifestazione imponente degli oppositori; e per finire, non c’è stata nessuna repressione e nessun lancio di bombe lacrimogene come afferma Televideo, per la semplice ragione che non c’erano manifestazioni di opposizione né imponenti, né microscopiche davanti al Parlamento.

Una manifestazione degli oppositori c’è stata, ma nella zona dei quartieri ricchi, nell’est di Caracas, che non ha avuto nessun effetto sul resto della città.

Nel video dell’Agenzia AVN, l’installazione della Costituente all’interno del Parlamento ed immagini delle manifestazioni popolari all’esterno. Non si vedono disordini

Le immagini di Telesur trasmesse in diretta dalla Piazza Bolivar di Caracas

Durante gran parte del giorno sono stato a “passeggiare” con mia moglie nel centro di Caracas. Abbiamo assistito all’ingresso dei deputati eletti alla Costituente ed alla imponente partecipazione popolare che ha accompagnato gli eletti; poi abbiamo continuato la passeggiata, arrivando alla Piazza Diego Ibarra, a meno di cento metri dal Parlamento, dove abbiamo visto il recente inaugurato “Parco acquatico” per il diletto dei bambini (ho postato anche un video in youtube); abbiamo mangiato pure un gelato in una gelateria italiana e siamo passati nuovamente dal Parlamento, che si trova ad un angolo della centralissima Piazza Bolivar.



Quindi sono stato nelle vicinanze del Parlamento prima, durante e dopo l’insediamento dell’Assemblea Costituente e posso asserire senza timore di essere smentito da nessun giornalista o funzionario di Televideo RAI che non c’è stata nessuna manifestazione di opposizione e meno che meno lancio di bombe lacrimogene.

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Il parlamento venezuelano circondato da una folla di sostenitori della Costituente


Conati di violenza, comunque con una partecipazione sempre più ridotta da parte degli oppositori, ci sono stati nell’est di Caracas, come accennato sopra. L’opposizione è sempre più spaccata ed una parte consistente ha deciso di abbandonare le manifestazioni violente di questi ultimi mesi per partecipare alle elezioni.

Il Venezuela viene accusato di essere una dittatura, ma è una strana dittatura dove si vota molto spesso (22 o 23 elezioni negli ultimi 18 anni) e l’opposizione vince anche: ha vinto le ultime elezioni parlamentari del 2015, vinse un referendum costituzionale, ha eletto governatori, sindaci, consiglieri regionali, comunali.

Il 30 luglio si è votato per la Costituente e fra qualche mese, quando termineranno i lavori ci sarà un referendum per l’approvazione definitiva della nuova costituzione; poi si dovranno eleggere tutti i poteri. Il Presidente della Repubblica al momento di attivare la Costituente ha rimesso il mandato a disposizione. In ogni caso l’elezione del Presidente è prevista per l’autunno del 2018. 

Intanto quest’anno ci sarà l’elezione dei governatori degli stati e lunedì saranno presentati i candidati. Molti partiti di opposizione hanno deciso di abbandonare la via della violenza e partecipare ai vari processi elettorali che ci saranno nei prossimi mesi.

Anche le grandi imprese sembrano decise ad abbandonare la guerra economica, uno dei fattori che ha inciso sulla scarsità di beni nel mercato venezuelano, accanto alla crisi economica generale, alla caduta del prezzo del petrolio ed altri. Molte imprese hanno prima ridotto e poi sospeso totalmente l’attività produttiva o distributiva per incrementare la scarsità di beni nel mercato ed alimentare il malessere della popolazione verso il governo; i grandi media privati hanno avuto il compito di diffondere l’idea che la causa della scarsità era da attribuire solamente all’inefficienza del governo.

La multinazionale Colgate, per esempio, poche ore fa ha annunciato che riattiva la produzione dei suoi prodotti, in particolare del dentifricio, prodotto che negli ultimi mesi era introvabile in Venezuela.

Quindi la situazione del Venezuela sta decisamente cambiando, nel senso che si sta riducendo il clima di violenza e settori dell’opposizione hanno deciso di partecipare alle elezioni, cercando di conquistare il potere per la via elettorale. A quanto pare alcuni media, come la RAI non hanno capito che c’è una nuova situazione in Venezuela. Per esempio, nell’Ambasciata spagnola, o meglio nella residenza dell’Ambasciatore spagnolo in Venezuela, con la mediazione dell’ex capo del Governo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, è stata portata avanti una trattativa, rimasta segreta fino a ieri, fra governo e MUD, ossia l’opposizione. Con questa trattativa l’opposizione o parte dell’opposizione alla fine è stata convinta ad abbandonare la violenza e partecipare alle elezioni. L’esistenza di questa negoziazione è stata rivelata ieri (3 agosto) dal giornalista Kico Bautista.

Intanto, proprio il 3 di agosto l’Ambasciata spagnola a Caracas è stata oggetto di un attentato con bombe molotov. Chi c’è dietro questo attentato? Qualcuno che non era d’accordo con queste trattative?

Ricapitolando la situazione in Venezuela sta cambiando ed a quanto pare alcuni media, come la RAI, non si sono ancora resi conto di questo cambiamento in atto e continuano ad attaccare il Venezuela con notizie false, come questa di una imponente manifestazione dell’opposizione davanti al Parlamento.

La RAI, come tanti altri media italiani, è impegnata da anni a manipolare le informazioni riguardanti il Venezuela. Tra le tante fake news della RAI, ricordo che qualche anno fa, nella puntata di “Italia chiama Italia” trasmessa da RAI International il 5 di ottobre del 2011 e dedicata interamente alla violenza in Venezuela, intitolata appunto “Venezuela violento”, la conduttrice di quel programma, Benedetta Rinaldi, parlò di seimila omicidi al giorno solo a Caracas! Chiunque, facendo un semplice calcolo matematico, poteva rendersi conto che si trattava di una bugia bella grossa, di un tentativo di manipolare e disinformare, di un tentativo di screditare il Venezuela. Se in una città di 3 milioni di abitanti, come Caracas o Roma, ci fossero 6.000 omicidi al giorno la città rimarrebbe senza popolazione dopo meno di un anno e mezzo. E’ semplice matematica!

thanks to: attilio folliero

“La Oscura Causa”: un documentario sul Venezuela

 

“La Oscura Causa”: un documentario sul Venezuela

Questo mio documentario non è un lavoro circostanziale. Continuerà ad avere un senso finché gli Stati Uniti persisteranno nell’idea di abbattere la Rivoluzione Bolivariana in atto in Venezuela, nell’obbiettivo di impadronirsi del petrolio e delle altre risorse naturali.

Nel 1902, l’Inghilterra, la Germania ed altre nazioni europee vollero conquistare il Venezuela. Gli argomenti e le pratiche di destabilizzazione di quell’epoca lontana sono quasi le stesse di quelle di oggi.

Questo documentario è basato su interviste a studiosi venezuelani che, con un linguaggio semplice e didattico, ci raccontano una storia che i grandi media insistono a nascondere o tergiversare.

Versione con sottotitoli in italiano:

 

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

thanks to: Hernando Calvo Ospina

Pressenza

Rete No War sul Venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

 

Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

In Italia il governo, i parlamentari, i media, accodandosi agli Stati uniti e sulla base di fonti del tutto di parte, hanno prese di posizione inaccettabili rispetto al Venezuela. Matteo Renzi accusa Maduro di «distruggere libertà e benessere di un popolo che muore di violenza e di fame». Una volta di più, con la loro ingerenza, i politici e i media occidentali rischiano di rendersi responsabili di una nuova tragedia.
Gentiloni, Renzi, Trump & C.: per voi il popolo venezuelano è rappresentato dall’oligarchia di destra e dagli incendiari di esseri umani? Da oltre 100 giorni, gruppi dell’oligarchia bruciano vive persone, uccidono, distruggono beni comuni, mettono a ferro e fuoco i quartieri, usano armi, provocano scontri con la polizia, rifiutano il dialogo.
La situazione del Venezuela non è facile, anche a causa di una guerra economica evidente oltre che del retaggio di cento anni di estrattivismo. Ma come potete dire che l’opposizione – dei ricchi – vuole pace e pane?
Come potete considerare “oppositori perseguitati” due golpisti di lunga data come Ledesma e Lopez, che non hanno  mai condannato i crimini contro l’umanità compiuti dagli squadroni dell’opposizione nei mesi scorsi
Come potete parlare di “dittatura” in un paese dove si vota continuamente? Il 30 luglio, i venezuelani si sono recati in massa a eleggere un’Assemblea costituente, dopo oltre cento giorni di violenze istigate e perpetrate dall’oligarchia. Ma l’Italia ha già detto che non riconoscerà la Costituente.

Rete No War si dissocia dal governo e dai politici italiani. Come  piccolo gruppo attivo contro gli inferni provocati dai paesi dell’Asse della guerra Nato-Golfo, abbiamo un debito di riconoscenza con il Venezuela e gli altri paesi del gruppo Alba (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador): attivi in tutte le sedi contro le guerre di aggressione e le destabilizzazioni messe in atto dall’ asse della guerra Nato-Golfo.

 
Rete No War Roma

Sorgente: Pressenza – Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

Tutto quello che devi sapere sull’Assemblea Costituente in Venezuela (e il mainstream ti ha censurato)

Il presidente Nicolás Maduro ha convocato un’Assemblea Nazionale Costituente. In cosa consiste l’inaspettata mossa del governo venezuelano?

di Nazareth Balbás – RT

«Convoco il potere costituente originario del popolo, è il momento, questo è il cammino. Non ci hanno lasciato alternative», ha dichiarato il presidente Nicolás Maduro.

La possibilità di una Costituente, già ventilata qualche settimana fa, si è concretizzata nel corso della massiccia mobilitazione del chavismo per la Festa dei Lavoratori nel centro di Caracas. In parallelo, l’opposizione ha organizzato un’altra giornata di proteste contro il presidente, cercando di giungere – senza permesso e senza successo – fino alla sede del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), ubicata nella stessa zona dove si trovava la marcia pro-governativa.

L’escalation di violenza nelle strade, prodotto degli appelli allo scontro dell’opposizione, così come delle reiterate accuse a Maduro di essere un «dittatore», hanno creato uno scenario dove l’obiettivo è legittimare  il carattere democratico del «potere costituente originario» per risolvere la congiuntura politica. Ma in cosa consisterà questo processo?

Qual è l’obiettivo dell’Assemblea Nazionale Costituente?

Secondo l’articolo 327 della Costituzione, il popolo venezuelano – depositario del potere costituente – può convocare un’Assemblea Nazionale Costituente per «trasformare lo Stato, creare un nuovo ordinamento giuridico e redigere una nuova Costituzione».

Maduro può convocare un’Assemblea Nazionale Costituente?

Sì. Secondo l’articolo 348 della Costituzione Bolivariana, il presidente ha la facoltà di convocarla.

L’opposizione può partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente?

Sì. Tra 200 e 250 costituenti, di qualsiasi segno politico, saranno eletti a scrutinio diretto, universale e segreto per formare un assemblea, incaricata di redigere il nuovo testo costituzionale.

Cosa succede adesso?

Una volta annunciato il processo, dev’essere approvato il decreto di convocazione dell’Assemblea Nazionale Costiuente. Il presidente Maduro lo ha firmato lunedì notte.

Che ruolo gioca il Consiglio Nazionale Elettorale?

Il Potere Elettorale deve verificare che la convocazione sia sta effettuata correttamente.

Cosa accadrà all’Assemblea Nazionale?

Il Parlamento cesserà le sue funzioni, dal momento che l’Assemblea Costituente sarà incaricata di legiferare.

Il testo costituzionale sarà sottoposto a votazione?

Sì, tutto quello che sarà deciso dall’Assemblea Costituente sarà sottoposto all’approvazione del popolo.

Quale organismo può opporsi alle decisioni dell’Assemblea Costituente?

Quanto approvato dall’Assemblea Nazionale dev’essere coerente con la Costituzione vigente. Se, per esempio, viene proposto un articolo che introduce la pena di morte, questo entra in contraddizione con i principi dell’attuale Costituzione, pertanto può essere attivato l’articolo 350 che abilita il Tribunale Supremo di Giustizia a decidere sulla questione.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Fonte: RT
Notizia del: 30/07/2017

Sorgente: Tutto quello che devi sapere sull’Assemblea Costituente in Venezuela (e il mainstream ti ha censurato) – ALBA LATINA – L’Antidiplomatico

Venezuela: in otto milioni alle urne sfidando le violenze della destra

Nella giornata dedicata al voto per l’Assemblea costituente, barricate, omicidi, minacce e guarimbas di Mud e gruppi paramilitari per far prevalere l’astensione. Il paese rischia di trasformarsi in una Siria latinoamericana. Forte il rischio di un intervento militare statunitense o colombiano giustificato da ragioni umanitarie.

di David Lifodi

Più di otto milioni di venezuelani, su un elettorato di circa 19, ieri si sono recati al voto per eleggere l’Assemblea costituente. Difficile capire cosa accadrà adesso. La percentuale dei votanti, il 41,5%, non è altissima. Probabilmente, per mettere a tacere l’opposizione, la partecipazione elettorale avrebbe dovuto essere senz’altro maggiore, ma, al tempo stesso, considerando che la Mesa de Unidad Democrática (Mud) ha fatto di tutto, dalle barricate alle minacce, passando per gli omicidi mirati e gli assalti ai seggi, pur di far prevalere l’astensionismo, otto milioni di persone alle urne non sono nemmeno un risultato da disprezzare. Chi si è recato a votare lo ha fatto consapevole che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita. Il paese risulta diviso a metà, ma, aldilà delle immagini televisive che mostrano solo ed esclusivamente scontri e violenze e non le lunghe file ai seggi per votare, si teme un’ulteriore salto di qualità da parte di Stati uniti e opposizione “democratica”, che da giorni invocano la cosiddetta “Ora 0”, leggi rovesciamento del governo bolivariano.

Un aspetto su cui in pochi si sono soffermati nella giornata di ieri è stato il rifiuto di riconoscere la validità delle elezioni, a prescindere, da parte di stati quali Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Perù. Si tratta di paesi che sono politicamente vicini agli Stati uniti e sostenitori della dottrina Usa della “sicurezza democratica”, quindi non sorprende che abbiano avallato la votazione farsa promossa due settimane fa dalla Mud e ritengano irregolare a priori quella per la Costituente. È stato lo stesso direttore della Cia, Pompeo, ad annunciare recentemente che stava lavorando con Messico e Colombia per aiutare i venezuelani a liberarsi di Maduro. Da tempo, per la sua posizione strategica, lo stato venezuelano del Táchira, al confine con la Colombia, si è trasformato in un campo militare privilegiato per le operazioni della destra neofascista e dei paramilitari colombiani, i quali stanno dando man forte alla Mud per spazzare via la rivoluzione bolivariana. È da questo stato, non a caso, che sono partiti la maggior parte di attacchi e sabotaggi condotti da gruppi paramilitari allo scopo di “trasformare il Venezuela in una nuova Siria e lo stato di Táchira in una nuova Aleppo”, come ha dichiarato il ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino López. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, nonostante abbia ricevuto il Nobel per la Pace (immeritato) per i negoziati (in fase di stallo) con la guerriglia delle Farc, si è trasformato, al tempo stesso, in facilitatore delle campagne della destra venezuelana e si è già proposto per eventuali operazioni di assistenza umanitaria. Sotto questa copertura, la stessa che più volte è servita per giustificare gli interventi degli Stati uniti in altri paesi, Santos ha sposato in pieno la causa dell’operazione Venezuela Freedom-2, sponsorizzata dal Pentagono. Non solo. Il legame tra uno dei leader della Mud, Henrique Capriles (governatore dello stato di Miranda) e Santos è tale che tra gli uomini vicini al presidente e, al tempo stesso, consulente dell’opposizione venezuelana, c’è Germán Medina, già collaboratore dell’ex presidente colombiano Uribe e sostenitore di Capriles nel 2013, quando quest’ultimo fu sconfitto alle presidenziali da Maduro. Tra coloro che appoggiano la Mud anche Jorge Quiroga, vecchio esponente dell’estrema destra boliviana, e Vicente Fox, ex presidente messicano alfiere di primo piano del neoliberismo.

Le immagini di ieri, che hanno mostrato volutamente un paese nel caos e in preda di scontri, testimoniano comunque che in Venezuela è in corso un colpo di stato permanente e continuato. Del resto, è stato uno dei dirigenti più oltranzisti della Mud, Freddy Guevara, ad invocare modalità di guerra non convenzionali promosse dagli Stati uniti e ad augurarsi uno scenario simile a quello libico o siriano. Fa parte di questo piano il tentativo di paralizzare la società civile venezuelana tramite l’utilizzo di una violenza totale e indiscriminata contro i civili. Lo stesso numero di morti di questi ultimi mesi, che ha raggiunto purtroppo la cifra di circa 120 persone, è stato acriticamente imputato al governo bolivariano. In realtà, come ha evidenziato Luis Hernández Navarro su La Jornada, i gruppi di incappucciati che hanno messo a ferro e a fuoco Caracas e definiti frettolosamente come esponenti dei colectivos, appartengono in realtà a organizzazioni paramilitari vicine all’opposizione. Ad alcuni sostenitori del chavismo hanno appiccato il fuoco, come accaduto a maggio al giovane Orlando José Figueras, altre persone sono state aggredite con pietre e bastoni pur non essendo militanti bolivariani e in alcuni casi sono stati gli stessi “ribelli” a morire o a provocarsi gravi ferite utilizzando ordigni atti a devastare o a incendiare edifici pubblici. Sempre Navarro ha definito i membri dell’opposizione come apprendisti tropicali dell’Isis ed ha sottolineato come la maggior parte delle vittime della Mud siano afrodiscendenti, segnale della trasformazione della destra venezuelana in una sorta di versione sudamericana del Ku Klux Klan. Anche in occasione dei disordini e delle violenze di ieri, si è parlato di morti e feriti, ma in pochissimi hanno evidenziato che tra gli omicidi compiuti nella giornata del voto a morire è stato un candidato alla Costituente fatto fuori in casa propria da uomini armati a seguito di un’irruzione. Tutto ciò non per fare una macabra conta di morti da attribuire all’una o all’altra fazione, ma per mostrare il livello di intossicazione della comunicazione a proposito di quanto sta accadendo in Venezuela, paese vittima di una feroce guerra mediatica.

È stato lo stesso dissidente della Mud, Enrique Ocha Antich, ad ammettere che l’opposizione punta a creare un potere parallelo a quello istituzionale, allo scopo di far crescere la già forte polarizzazione sociale che da anni sta attraversando il paese e giustificare un intervento di potenze straniere mascherato da motivazioni umanitarie. La destra venezuelana ha compiuto un salto di qualità: sotto le bandiere della non violenza e della battaglia per la democrazia, veicolate da una stampa embedded, ha promosso in realtà le peggiori azioni, a partire dagli incendi dei magazzini dove erano conservati alimenti di prima necessità per i quartieri popolari all’insegna di quella che Luis Hernández Navarro definisce “pedagogia del fuoco”. Peraltro,  quella bolivariana è una dittatura ben strana, visto che gli oppositori possono permettersi di assaltare basi militari, supermercati, ministeri e molto altro senza che la Guardia nazionale bolivariana non faccia nient’altro se non difendersi. Lo stesso Leopoldo López, il leader del partito di ispirazione fascista Voluntad Popular, lo scorso 8 luglio ha ottenuto gli arresti domiciliari e, quando è uscito di prigione, dove in molti avevano diffuso la voce che fosse stato torturato, è sembrato in realtà in ottima forma, tanto da mostrare  un fisico da vero e proprio culturista.

La crescita esponenziale della violenza politica, unita a tentativi sistematici  e quotidiani di destabilizzazione, non permette al governo bolivariano di poter avere un futuro roseo in un paese oggettivamente diviso. Sia detto provocatoriamente, ma l’unico motivo per augurarsi la fine della rivoluzione bolivariana, sarebbe quello di vedere all’opera, con funzioni di governo, un’opposizione divisa su tutto, accomunata solo dall’odio contro il chavismo, ma senza uno straccio di programma. Nel caso in cui questa eventualità, tutt’altro che scontata, si verifichi, è probabile l’apertura di uno scenario non troppo dissimile a quello honduregno, all’insegna della repressione indiscriminata. In quel caso la stampa internazionale griderà ugualmente tutto il suo sdegno? La risposta, purtroppo, è scontata.

L’immagine è di Vincenzo Apicella

Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury

Signor Riccardo Noury,
Portavoce e responsabile della comunicazione di Amnesty International Italia

con grande rammarico e preoccupazione apprendiamo come la sua organizzazione sia tornata a prestare il fianco all’offensiva delle destre contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. In un nuovo rapporto intitolato ‘Ridotti al silenzio con la forza: detenzioni arbitrarie e motivate politicamente in Venezuela’, Amnesty accusa le autorità venezuelane «di aver intensificato la persecuzione e le punizioni nei confronti di chi la pensa diversamente, in un contesto di crisi politica in cui le proteste che si susseguono in tutto il paese hanno dato luogo a diverse morti e a centinaia di ferimenti e arresti».

Si tratta di una ricostruzione falsa, tendenziosa e che getta ulteriore benzina sul fuoco delle violenze provocate da chi cerca, per la terza volta (2002 e 2014 i precedenti), di esautorare un governo legittimo con la violenza e con il terrorismo sulle strade.

I dirigenti dell’opposizione venezuelana hanno innescato una spirale di odio ormai sfuggito anche al loro stesso controllo. Gruppi di violenti – fascisti e mercenari con un tariffario preciso perlopiù – applicano con un’organizzazione paramilitare omicidi (che poi i media trasformano in “morti per la brutale repressione del regime”), rapine e devastazioni, oltre a veri e propri atti di terrorismo contro ospedali infantili, linciaggi in piazza, blocco di strade e distruzioni di edifici pubblici.

Se la situazione non fosse così grave per il futuro del Venezuela, suonerebbero quasi comiche le parole di Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe della sua organizzazione, che arriva a parlare di una «campagna diffamatoria sui mezzi d’informazione nei confronti di oppositori politici». Siamo oltre il farsesco.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se i dirigenti dell’estrema destra del paese scendessero in piazza a coordinare le azioni dei violenti, spesso armati, come fatto da Freddy Guevara di Voluntad Popular? Il Partito estremista e violento di Gilbert Caro e Stelcy Escalona, che citate nel vostro rapporto. Il dirigente e la militante del partito guidato dal golpista Leopoldo Lopez, sono stati fermati di ritorno dalla Colombia e trovati in possesso di un fucile FAL calibro 7,62 mm, di proprietà della Forza Armata Nazionale Bolivariana con il numero di serie cancellato; un caricatore con 20 cartucce; 3 stecche di esplosivo C4. Ci sembra quanto meno arduo prendere le difese di chi viene trovato in possesso di un vero e proprio arsenale.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se uno dei leader dell’estrema destra del paese in un’intervista alla BBC, certamente non un organo che può essere additato di simpatie con l’attuale governo venezuelano, invitasse testualmente l’esercito e la polizia del paese a compiere un colpo di stato non obbedendo più agli ordini dello Stato? E’ quello che ha fatto recentemente Julio Borges, altro leader della destra venezuelana.

Come nel caso di Honduras, Haiti, Paraguay e Brasile, in Venezuela è in corso un nuovo tentativo di “golpe morbido”. E i mezzi di comunicazione, purtroppo, si sono posti al servizio dei grandi interessi economici e politici, con l’intento di screditare il governo venenzuelano attraverso notizie false che servono a provocare il deterioramento generale del paese. “Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l’opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c’è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all’interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell’OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente”. Sono le parole illuminanti di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay.

Ecco, signor Noury, perché la sua organizzazione ha deciso di fare da “sponda all’interventismo”? Prevenire le guerre di aggressione, come le tante che l’Occidente ha condotto in questi decenni, è un modo sicuro per evitare oceani di dolore e il disfacimento di interi paesi, che poi costringe a moltiplicare le organizzazioni addette all’emergenza umanitaria, bellica e post-bellica. Per prevenire le guerre occorre anche combattere le menzogne che le favoriscono, perché creano il pretesto. Quando – e solo ogni tanto – le menzogne sono smascherate, è troppo tardi e un paese è già distrutto.

Le ripetiamo, signor Noury: perché la sua organizzazione ha deciso di fare da sponda all’interventismo contro il Venezuela aiutando a creare il “pretesto”? Dopo ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Siria… la sua organizzazione non ha già visto troppi morti e sofferenza nel mondo prodotti dalla furia cieca dell’ingerenza occidentale?

E, per concludere, Signor Noury, non provate rimorso nei confronti delle famiglie delle vittime riunite nel ‘Comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuato’ che Lei, adducendo come motivazione la mancanza di tempo, ha rifiutato di incontrare l’anno scorso quando erano in visita in Italia? Sa signor Noury, quelle persone erano la testimonianza viva di quella violenza terrorista che oggi, come nel 2014, si ripete in Venezuela con gli stessi strumenti e protagonisti.

23 maggio 2017

Primi firmatari:

Adolfo Pérez Esquivel – Premio Nobel per la pace 1980. Carcerato e torturato dalla dittatura argentina.
Gianni Vattimo – Filosofo
Frei Betto – Teologo della liberazione brasiliano
Pino Cacucci – Scrittore
Gianni Minà – Giornalista e scrittore
Alessandra Riccio – Docente universitario e giornalista
Maïté Pinero – Giornalista 
Giorgio Cremaschi – Ex leader del sindacato Fiom 
Luciano Vasapollo – Docente universitario. Capitolo Italiano della Rete di Intellettuali in difesa dell’umanità

Adesioni:

Javier Couso – Europarlamentare 
Eleonora Forenza – Europarlamentare
João Pedro Stédile – Economista, Movimento dei Senza terra, Brasile 
Mariela Castro Espín, Direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba (CENESEX), Cuba
Carlos Aznárez – Giornalista, Resumen Latinoamericano, Argentina
James Petras – Professore emerito di sociologia alla Binghamton University, Stati Uniti
Emir Sader – Professore emerito di sociologia, Brasile
John Pilger – Giornalista, Australia
François Houtart – Docente universitario, Teologo, Sociologo, Belgio
Juan Melchor Roman – Docente, direzione politica nazionale CNTE, Messico
Andre Vltchek – Scrittore e documentarista, Libano
Christopher Black – Avvocato di diritto penale internazionale, Canada
Peter Koening – Economista (ex Banca Mondiale), Svizzera
Anita Leocadia Prestes – Storica e Docente universitaria, Brasile
Rev. Raúl Suárez – Reverendo battista, Direttore del Centro Memoriale Martin Luther King Jr, Cuba
Ricardo Rodríguez – Scrittore, Spagna
Quim Boix – Segretario generale della UIS (Unión Internacional de Sindicatos) de Pensionistas y Jubilados (PyJ), Spagna 
Richard Moretto – Sindaco di Sautel, Francia
Sergio Medina – Fotografo, Cineasta, Svizzera
Céline Meneses – La France Insoumise
Pepe Escobar – Saggista, analista geopolitico, Brasile
Valerio Evangelisti – Scrittore
Luciano Andrés Valencia – Scrittore e storico, Spagna
Leonidas Vatikiotis – Giornalista, documentarista, Grecia
Duci Simonovic – Filosofo, Serbia
Juan José García Del Valle – Giornalista, Spagna
Lucy Rodriguez Gangura – Sociologa, Spagna
Guido Piccoli – Giornalista e scrittore, Italia
Ana Corbisier – Sociologa, Brasile
José Luis Livolti – El MCL,movimiento campesino liberacion, Argentina
Randy Alonso Falcón – Giornalista, direttore di Cubadebate e del programma televisivo Mesa Redonda, Cuba
Ida Garberi – Giornalista, Cubainformacion, Cuba
Carlo Amirante – Già professore di diritto costituzionale, Italia
Fabio Marcelli – Dirigente dei Giuristi democratici, Italia

Notizia del: 02/06/2017

Sorgente: Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury – Notizia del giorno – L’Antidiplomatico

Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela

L’economista Alfredo Serrano Mancilla svela la reale dinamica che porta alla formazione dei prezzi in Venezuela, smontando la lettura neoliberista della tematica

di Alfredo Serrano Mancilla – celag.org
Mi hanno definito finanche «primitivo» per aver affermato che l’inflazione non può essere spiegata esclusivamente dalla creazione di moneta. Lo torno a ripetere per quelli che non vogliono ascoltare né leggere: la massa monetaria influisce sul livello dei prezzi, ma questo non significa sia l’unica variabile determinante.

 

Nessuno nega che i prezzi in Venezuela siano un problema. Proprio per questo, la questione non può essere trattata con tanta leggerezza. La formazione dei prezzi è un problema infinitamente più complesso che una relazione univoca tra due variabili. I prezzi non cadono dal cielo, non sono determinati da nessun software matematico. La famosa mano invisibile non esiste. Ogni prezzo ha la sua ragione d’essere.

 

In Venezuela, da diversi decenni, l’inflazione di è costituita come componente strutturale dell’economia. L’inflazione media annua nel periodo 1989-1998 fu del 52,45%. Con l’arrivo del chavismo, questo valore si ridusse significativamente, con l’eccezione degli ultimi anni. Nel periodo 1999-2012, la crescita media annuale dei prezzi fu del 22%. A partire dal 2013 questa tendenza al ribasso scomparve. I prezzi tornarono a crescere con maggiore velocità. L’inflazione giunse al 56,2% nel 2013; 68,5% nel 2014; 180,9% nel 2015.

 

Per alcuni neoliberisti da manuale (monetaristi) tutto è dovuto al chavismo che utilizza troppo la macchina per stampare bolívares. Questo corrisponde a verità?  È tutta colpa dell’emissione monetaria? No. Assolutamente no. Non tutto è dovuto all’aumento degli aggregati monetari. Numericamente è molto semplice dimostrarlo. Basta dare uno sguardo ad alcuni casi per renderci rapidamente conto che non vi è alcuna relazione diretta. È vero che nel 2015 l’inflazione fu elevata (180,9%) così come anche l’emissione monetaria (100,66%). Tuttavia, non è stato sempre così. Osserviamo l’anno 2006: con maggiore creazione di denaro (104,34%), l’inflazione fu relativamente bassa (17%). Oppure guardiamo l’anno 1996, prima dell’avvento del chavismo al potere, l’inflazione giunse al 103% con una crescita della massa monetaria del 55%. Comunque si guardi la questione, non vi è alcuna relazione semplicistica tra prezzi e denaro in circolazione.

 

Inoltre possiamo trovare nel mondo infiniti esempi che mostrano come la massa monetaria non sia l’unica causa dell’inflazione. In Argentina, nel periodo 2007-2013, le tensioni inflazionistiche furono costantemente indipendenti dalla crescita della base monetaria. Negli Stati Uniti, tra il 2008 e il 2012, l’emissione monetaria fu di quasi il 160% e l’indice dei prezzi non sorpassò il 10,3% in questo periodo. Nel Regno Unito vi sono stati periodi in cui l’emissione ha sfiorato il 200% mentre i prezzi sono cresciuti del 16,4%. In Brasile con un’espansione monetaria del 123% i prezzi sono cresciuti del 27,6%. Nell’Unione Europea, dopo un’emissione senza paragoni, ad esempio 1,6 miliardi di euro in un anno e mezzo, l’inflazione resta al di sotto del 2%. Come si può vedere, la determinazione dei prezzi è molto più complessa di un’equazione riduzionista basata sul denaro in circolazione.

 

L’altro grande mantra è incolpare direttamente i lavoratori. Sarà vero che l’incremento salariale causa inflazione come afferma il manuale di stupidaggini del neoliberismo? Assolutamente falso. Ancora meno nel caso venezuelano. Gli aumenti salariali decisi dalla Rivoluzione Bolivariana in quest’ultimo periodo di tempo sono andati dietro ai prezzi. Hanno rincorso l’inflazione per non causare una perdita del potere d’acquisto. Questa spirale ha una determinata sequenza: prima, l’incremento dei prezzi, successivamente, gli aumenti salariali. Affermare il contrario è assolutamente falso; sarebbe ingiusto colpevolizzare il lavoratore per l’aumento dei prezzi. Implicita è l’intenzione di applicare la ricetta neoliberista: riduzione dei salari per abbassare la domanda, e quindi, controllare l’inflazione.

 

Alla luce di quanto visto, in Venezuela, per capire l’inflazione si dovrà ricorrere ad altre analisi economiche molto più ampie. Qui, sei punti fondamentali.

 

Innanzitutto, bisogna considerare che l’inflazione è il risultato di un’asta distributiva. Dietro ogni incremento di prezzo, vi sarà chi ottiene un maggior margine di profitto mentre allo stesso tempo un altro soffrirà una diminuzione del potere d’acquisto.

Se il consumatore ha bisogno di un bene, lo pagherà fino al punto che gli permetterà di raggiungere il suo salario. Vi sono beni che non saranno più consumati, ma non altri. I beni necessari che non hanno sostituti, sono quelli che pesano maggiormente nel calcolo dell’inflazione. Sono quelli che maggiormente colpiscono le tasche dei cittadini.

 

Indubbiamente, il costo di produzione è una variabile fondamentale. Nessun prezzo può essere inferiore al costo di produzione per l’imprenditore. Questo è qualcosa di logico. Ma non significa che il costo di produzione è un buco nero dove tutto è consentito. C’è sempre un’inflazione dei costi che si riverbera sul prezzo finale senza alcuna ragione. In Venezuela, dati alla mano, vi sono due elementi chiamati Costi di Prestazione dei Servizi e Altri Costi di Vendita, che non hanno bisogno di giustificazione, e che rappresentano circa il 25% del totale dei costi di produzione.

 

Altro aspetto fondamentale, dimenticato dal Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela, è l’influenza della struttura oligopolistica dell’offerta sulla formazione dei prezzi. Sono poche (e grandi) le aziende private che hanno un tale potere di mercato da poter fissare i prezzi. La loro posizione dominante gli permette di vendere un prodotto a un prezzo eccessivo. Non vi è concorrenza sufficiente per mettere in discussione il prezzo esorbitante. O si acquista a quel prezzo o non si riesce a trovare il prodotto. La concentrazione industriale oltre ad essere ingiusta è notevolmente inefficace in materia di prezzi.

 

Non possiamo dimenticare il ruolo delle importazioni in un’economia fortemente dipendente dall’estero. Paradossale è che mentre l’economia mondiale si trova in una fase di prezzi bassi, in Venezuela i prodotti importati giungono a prezzi gonfiati. A cosa è dovuto? I prezzi di trasferimento sono la risposta. Si importa a prezzi superiori rispetto ai marcatori di riferimento internazionali. Da questa situazione traggono beneficio solo gli intermediari, mentre viene oltremodo penalizzata la popolazione venezuelana.

 

Anche la distribuzione ha molto da dire su questa problematica. Le catene distributive influenzano la formazione dei prezzi. Si innestano come attori fondamentali nella catena del valore e portano il prezzo molto al di sopra dei suoi veri costi. Raramente generano valore aggregato ma sono responsabili del 40% dell’incremento dei prezzi. Questo fenomeno è ancora poco studiato dall’economia convenzionale, nonostante i distributori siano importanti agenti economici con grandi margini di profitto (che si traducono in perdita del potere d’acquisto per la cittadinanza).

 

Per ultimo, ma non per questo meno importante, il Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela non presta alcuna attenzione al comportamento di un indicatore illegale, fissato dall’Alabama (Stati Uniti), che si espande come la schiuma senza alcuna criterio economico. Dólar Today è cresciuto di quasi 1500 punti in meno di due mesi. Questo comportamento non corrisponde ad alcun cambiamento nelle variabili macroeconomiche del paese. Nemmeno risponde all’evoluzione del valore del tasso di cambio implicito (relazione tra bolívares in circolazione e riserve), che è rimasto stabile negli ultimi mesi (circa 450 bolívares/dollari). Possiamo trovare solo ragioni politiche dietro questi salti senza alcuna motivazione economica. Questo indicatore serve come scusa a pochi grandi imprenditori, che possono così fissare prezzi alti nonostante Dólar Today coinvolga solamente il 5% delle transazioni economiche nel paese. Cioè, viene utilizzato per fissare i prezzi della maggioranza degli acquisti, ma è presente in una percentuale marginale delle operazioni realizzate quotidianamente. Una vera e propria truffa utilizzata come traino inflazionario in Venezuela per destabilizzare l’economia del paese.

 

L’inflazione ha radici multiple. Non tutto è causato dall’emissione monetaria, dai salari o dagli investimenti sociali. Tutta la colpa non è nemmeno di Dólar Today, anche se negli ultimi tempi ha guadagnato importanza. I prezzi si formano a partire da una complessa serie di variabili che interagiscono in uno scenario nel quale vi sono correlazioni di forze economiche; e dove ci sono sempre interessi politici. Pertanto, per capire l’inflazione bisogna gettare quanto prima nella spazzatura questo Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela.

 

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde) 

Sorgente: Manuale di stupidaggini sull’inflazione in Venezuela – ALBA LATINA – L’Antidiplomatico