La verità su Cristoforo Colombo

La verità su Cristoforo Colombo

Oggi Cristoforo Colombo è celebrato come un mitico eroe – con tanto di canzoni, poesie, e fictions – sulla sua grande avventura attraverso l’Atlantico per esplorare la terra maestosa che sarebbe stata poi chiamata America. Negli USA ci sono cinquantaquattro comunità che prendono il nome dall’esploratore, incluso il distretto della Columbia. “Salve, Colombia” è stato l’inno nazionale non ufficiale degli Stati Uniti fino al 1931. Una festa federale, il “Columbus Day”, si celebra ogni anno il secondo lunedì di ottobre.

Nonostante tutto ciò, gli storici hanno iniziato a demolire il mito di Colombo:
– che abbia scoperto l’America;
– che abbia dimostrato che il mondo non era piatto (cosa ben nota per più di un millennio prima di Colombo. In effetti, gli studiosi avevano una buona stima della circonferenza della Terra, e ciò motivava parte del dissenso contro la proposta di viaggio di Colombo – egli pensava che l’Asia fosse più estesa di quello che è, e il mondo molto più piccolo, così uno degli studiosi commissionati dalla monarchia a indagare sulla plausibilità del viaggio di Colombo, disse che era “improponibile per qualsiasi persona istruita”);
– che fosse venuto in America in nome dell’esplorazione;
– infine, che fosse venuto in pace.

Molto semplicemente, la maggior parte di questi “fatti” sono inequivocabilmente falsi o mezze verità. Colombo solcò l’oceano blu per cercare ricchezze e, ufficialmente, in nome della Cristianità. Però, per lo più schiavizzò e violentò gli indigeni che incontrò, vendette ragazze per essere prostituite (perfino bambine di nove anni per sua stessa ammissione), e compì numerose azioni tanto atroci da farlo forzatamente esautorare e rimandare in Spagna in catene. Cristoforo Colombo era brutale, anche relativamente agli standard del suo tempo, il che spinse Bartolomeo de las Casas, che aveva accompagnato Colombo in uno dei suoi viaggi, a scrivere nella sua Storia delle Indie: “Sono state commesse sotto i miei occhi azioni tanto inumane e barbare da non trovare uguali in nessuna epoca… I miei occhi hanno visto atti così estranei alla natura umana che tremo anche ora a scriverne”.

Nell’agosto del 1492, Colombo lasciò la Spagna con tre navi: Santa Maria, Pinta e Santa Clara (soprannominata “Nina”). Dopo due mesi in alto mare, la terra fu avvistata. Ora, prima che partissero, il re Ferdinando e la regina Isabella avevano promesso che chi avesse avvistato terra per primo sarebbe stato ricompensato con una giacca di seta e una rendita di diecimila maravedi. Rodrigo de Triana stava di vedetta sulla Pinta e fu il primo ad avvistare la terra. Egli gridò al resto dell’equipaggio in basso, e il capitano della Pinta annunciò l’avvistamento con un colpo di cannone. Ma quando giunse il momento di ricevere il premio, Colombo disse di aver visto una luce in lontananza molte ore prima del grido di Triana, “ma era così indistinto che non ebbi il coraggio di affermare che fosse terra”.
Risulta che il premio andò a Colombo.

Sbarcato sull’isola, che avrebbe chiamato San Salvador (l’attuale Bahamas), Colombo si mise subito a cercare oro e a schiavizzare le popolazioni indigene. In particolare Colombo, dopo aver visto gli Arawak (i popoli della regione) uscire dalle foreste spaventati dalle spade dei visitatori, ma con doni, scrisse nel suo diario:
Non portavano armi e non le conoscevano, perché mostrai loro una spada e la prendevano per la lama e si tagliavano tanto erano ignoranti. Sarebbero stati buoni servitori… con cinquanta uomini avremmo potuto soggiogarli tutti e fargli fare tutto ciò che volevamo.

Come altri osservatori europei avrebbero osservato, gli Arawak erano leggendari per la loro ospitalità e il loro desiderio di condividere. Di nuovo Colombo a proposito degli Arawak:
“sono così ingenui e così liberi con i loro beni che nessuno che non li abbia conosciuti potrebbe crederci. Quando chiedi qualcosa che possiedono, non dicono mai di no. Al contrario, offrono di condividerlo con chiunque”.

Colombo ne approfittò rapidamente. Vedendo che portavano borchie d’oro agli orecchi, radunò un certo numero di Arawak e si fece condurre dove si trovava l’oro. Il viaggio li portò alle attuali Cuba e Haiti (ma Colombo credeva che fosse Asia) dove trovarono granelli d’oro nei fiumi, ma non gli enormi “campi” che Colombo si aspettava. Ciò nonostante, scrisse un rapporto in Spagna secondo cui “Ci sono molte spezie e grandi miniere d’oro e altri metalli”. Questo rapporto gli procurò il finanziamento per un secondo viaggio, questa volta con 13 navi e milleduecento uomini. Mentre non riuscì mai a riempire quelle navi d’oro, le riempì con un’altra “valuta”, una valuta che avrebbe avuto un effetto orrendo sull’evoluzione della società: schiavi.

Nel 1495, Colombo ritornò nel Nuovo Mondo e immediatamente fece prigionieri 1500 Arawaks. Di quei 1500, ne scelse 500 per essere rispediti in Spagna come schiavi (circa duecento morirono nel tragitto), dando il via al commercio transatlantico di schiavi. Gli altri mille furono forzati a cercare quel po’ di oro che c’era nella regione. Secondo il noto storico Howard Zinn, chiunque avesse più di 14 anni doveva procacciare una quota d’oro. Se non avesse trovato abbastanza oro, gli avrebbero mozzato le mani.

Alla fine, quando capirono che non c’era molto oro nella regione, Colombo e i suoi uomini presero il resto come schiavi e li misero al lavoro nelle loro fattorie appena stabilite nella regione. Molti nativi morirono e il loro numero diminuì. Gli storici moderni stimano che nel XV secolo ci fossero circa 300.000 Arawak. Nel 1515 ne erano rimasti solo 50.000. Nel 1531, 600; e nel 1650 sulle isole non erano più rimasti Arawaks purosangue.

Il modo in cui Colombo e i suoi uomini trattavano le donne e i bambini di quelle popolazioni era anche peggiore. Colombo usava abitualmente lo stupro delle donne come “ricompensa” per i suoi luogotenenti. Ad esempio, ecco il resoconto di un amico e compatriota di Colombo, Michele da Cuneo, che accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio nel Nuovo Mondo, su ciò che Michele fece con una ‘donna Carib’ indigena. Michele scrisse:
Quando stavo nella nave catturai una bellissima donna caraibica, che il Signor Ammiraglio [Colombo] mi concesse e, dopo averla portata nella mia cabina, essendo nuda secondo la loro usanza, concepii il desiderio di provare piacere.Volevo attuare il mio desiderio, ma lei non voleva e mi graffiò con le sue unghie in modo tale da farmi desiderare di non aver mai cominciato. Ma visto ciò (per dirti la fine di tutto), presi una corda e la picchiai per bene, facendola urlare tanto che non avresti creduto alle tue orecchie. Finalmente arrivò a più miti consigli al punto che, posso dirti, sembrava fosse stata istruita in una scuola di puttane…

Andando oltre, Colombo scrisse in una lettera del 1500:

Si possono facilmente ricavare cento castellani per una donna come per una fattoria, è un affare molto diffuso e ci sono molti commercianti che vanno in cerca di ragazze; quelle dai nove ai dieci anni sono ora le più richieste.

Come illustrato in un rapporto di 48 pagine recentemente scoperto negli archivi spagnoli, scritto da Francisco De Bobadilla (incaricato di indagare sul governo di Colombo per volere della regina Isabella e del re Ferdinando, che erano turbati dalle accuse circa alcune azioni di Colombo), una donna che aveva insultato la famiglia di Colombo fu spogliata nuda e costretta a cavalcare su un mulo attorno alla colonia. Ultimato il giro, la sua lingua fu tagliata per ordine del fratello di Colombo, Bartolomeo, con cui Colombo poi si congratulò per aver difeso con successo l’onore della famiglia. Inutile dire che questi e numerosi altri atti simili indussero infine De Bobadilla a esautorare Colombo e a rimandato in Spagna in catene.

Dopo che Colombo fu cacciato, gli spagnoli replicarono la sua politica di schiavitù e violenza. Nel 1552, lo storico e frate spagnolo Bartolomeo de las Casas pubblicò vari volumi con il titolo Storia delle Indie. Qui egli descrisse il collasso della popolazione non europea. Egli scrive che, poiché gli uomini venivano catturati e costretti a lavorare nelle miniere in cerca d’oro, raramente o mai tornavano a casa, e ciò ebbe un impatto significativo sul tasso di natalità. Se una donna partoriva, essendo oberata di lavoro e malnutrita, spesso non riusciva a produrre abbastanza latte per il bambino. De Las Casas riferisce anche che alcune donne “affogarono i loro bambini per pura disperazione”.

Ci sono molti altri esempi, scritti, e ricerche che indicano un fatto: Cristoforo Colombo era un individuo deplorevole. Nessuno è perfetto – se ci limitassimo a coloro che non avevano difetti importanti, avremmo pochi uomini da celebrare – ed è estremamente importante vedere le cose nel contesto del tempo in cui gli individui vivevano. Ma anche nella sua epoca, molti dei suoi atti erano considerati deplorevoli dai suoi pari, il che costituisce buona parte dei motivi per cui Colombo fu arrestato per la sua condotta nel Nuovo Mondo. Se si aggiunge che il suo reale impatto storico e generale fu incidentale rispetto a quello che egli stava effettivamente cercando di fare (rendendo un po’ arduo celebrarlo anche per quel lato della sua vita), forse è ora che lasciamo perdere i miti su Cristoforo Colombo appresi alle elementari e smettiamo di celebrare l’uomo Colombo.

L’articolo originale è pubblicato su Today I found out

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Traduzione dall’Inglese di Leopoldo Salmaso

thanks to: Pressenza

Advertisements

Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

Sorgente: Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile – DINAMOpress

Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

Perché contro i Mapuche?

nahuell_n

Darío Aranda

È il bersaglio scelto dal governo nazionale e dai media governativi. Tutti i popoli indigeni dell’Argentina chiedono la stessa cosa: territorio.

Hanno diverse metodologie di lotta, ma nessuna provoca tanta diffidenza (politica, giudiziaria, mediatica, sociale) come il modo di agire del Popolo Mapuche. “Terroristi”, “cileni”, “hanno ucciso i tehuelche” (tribù non mapuche, ndt), sono alcune delle definizioni che la voce ufficiale ha stabilito in diversi momenti della storia e si ripetono fino ad ora. A due mesi dall’assassinio alle spalle di Rafael Nahuel e dopo la creazione di un “comando unificato”, merito della ministra Patricia Bullrich, si va avanti con la criminalizzazione. Razzismo, diritti lesi e in fondo: il territorio disputato. Un articolo di Darío Aranda per “lavaca”.

Gennaio, agosto e novembre 2017. Tre momenti: feroce repressione contro il Pu Lof In Resistenza di Cushamen (Chubut), scomparsa di Santiago Maldonado e assassinio di Rafael Nahuel (nella Villa Mascardi, Río Negro). Come mai prima, i mezzi di comunicazione hanno fatto fuoco sui “mapuche”. La situazione mapuche si è insediata, nel peggiore dei modi, nell’agenda nazionale.

Diana Lenton, dottoressa in antropologia e docente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UBA, dichiara che l’avanzata contro il Popolo Mapuche ha una base fondamentale nel razzismo. Spiega che le comunità mapuche fanno le medesime richieste del Popolo Qom, ma esprimono il loro messaggio in modo differente, “da uguale ad uguale” di fronte al non mapuche. “Il punto di vista razzista non tollera che un indigeno si posizioni da uguale ad uguale”, afferma.

La Lenton mette in evidenza che molte persone di solito dicono di non essere razziste perché “aiutano” un determinato gruppo, ma quando il destinatario esce da questa situazione tutto cambia. “Tollerano ‘l’altro’ quando sta sotto uno, ma non tollerano che quell’altro lo tratti da uguale ad uguale”.

Membro della Rete di Ricercatori sul Genocidio e la Politica Indigena, aggiunge che c’è una generazione di dirigenti mapuche molto preparata, con una formazione politica e universitaria, e questo aumenta la diffidenza razzista. E quei dirigenti mapuche fanno un buon uso dell’oratoria e dei mezzi di comunicazione, per cui il loro discorso è forse più efficace di altri popoli.

Territori e compagnie

C’è una coincidenza nella quale un elemento centrale è la lotta per il territorio, con attori che passano sopra i diritti indigeni (imprese petrolifere, minerarie, grandi tenute; sempre d’accordo con settori politici e giudiziari). “Bisogna tenere presente perché imprese e perché attività economiche vogliono svilupparsi nei territori dove vivono le comunità mapuche”, mette in allarme la Lenton.

Lefxaru Nawel, membro della zonale Xawvnko della Confederazione Mapuche di Neuquén, conferma il rifiuto del fracking (in particolare a Vaca Muerta), delle attività minerarie e delle dighe, che sgomberano e inondano i territori ancestrali. Ed evidenzia un altro fattore particolare del Popolo Mapuche, i “recuperi territoriali”, quando le comunità identificano un luogo ancestrale oggi nelle mani delle grandi imprese o dei proprietari terrieri, e decidono di ritornare. Sebbene esistano alcune esperienze di recuperi territoriali di altri popoli (comunità pilagá a Formosa), questo è soprattutto proprio del Popolo Mapuche. “Più di 25 anni fa noi comunità decidemmo di fare un uso effettivo dei nostri diritti e di tornare nei territori che ci appartengono”, dichiara Nawel.

Colonizzazione tardiva

Lefxaru Nawel non dubita che negli ultimi mesi ci sia stata una campagna politica e mediatica per criminalizzare le comunità originarie della Patagonia. “Solo da poco sono passati i 130 anni della fine della conquista, per mano dello stato argentino, mentre i popoli indigeni del nord argentino l’hanno subita 300 o 400 anni fa, per mano degli spagnoli”, ricorda. E, d’altra parte, puntualizza che il Popolo Mapuche ha la particolarità di proporre la necessità di una nazione, non in termini secessionisti, ma di sovranità sui territori, autonomie, con proprie autorità. “È un progetto che comporta un profondo dibattito sullo stato plurinazionale, forse altri popoli non lo propongono così apertamente e questo comporta che i settori reazionari prendano posizioni repressive”, afferma.

Indomiti e transfrontalieri

Eduardo Hualpa è un avvocato specializzato in diritto indigeno, con più di venti anni di lavoro insieme alle comunità mapuche-tehuelche di Chubut. Crede che la diffidenza contro il Popolo Mapuche abbia molteplici cause, tra le quali che si tratta di “uno dei popoli più agguerriti, più indomiti, con dirigenti con un alto profilo in spazi regionali, nazionali e internazionali”. Afferma che la politica del governo nazionale è “puntare alla testa dei dirigenti mapuche e silenziare le proteste”.

Segnala anche la particolarità della grande estensione territoriale che abbracciano le comunità mapuche, con una presenza in cinque province, fatto che “gli ha dato una grande dinamica, differente nella loro lotta” ed evidenzia che si tratta dell’unico popolo che alza la bandiera dei recuperi territoriali.

Evidenzia che è nota anche la presenza mapuche in ambiti giudiziari. Hualpa è autore del libro “Diritti Costituzionali dei Popoli Indigeni”, dove ha scoperto che la metà delle sentenze nelle cause indigene riguardano comunità mapuche. È il popolo indigeno che litiga di più nei tribunali.

“Un fattore che fa pensare è che si tratta di un popolo transfrontaliero (Argentina e Cile), al quale calzano molto bene le teorie sulla sicurezza continentale che sono promosse dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti”, mette in allarme Hualpa, membro dell’Associazione degli Avvocati di Diritto Indigeno (AADI).

Estrattivismo e classe sociale

Adrián Moyano è laureato in Scienze Politiche e giornalista, ha scritto tre libri sul Popolo Mapuche e da 27 anni vive a Bariloche. Afferma che “l’offensiva e le repressioni” contro il Popolo Mapuche sono in relazione con l’annunciata “pioggia di investimenti” che il governo nazionale promette per la Patagonia. E precisa che un attore di peso è l’Eximbank, organizzazione finanziaria pubblica degli Stati Uniti che finanzia investimenti di compagnie statunitensi all’estero. “Vari di quei progetti passano per Neuquén, Río Negro e Chubut, e sono relativi allo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali e a progetti idroelettrici”, spiega Moyano.

Indica come esempio l’intenzione di una diga sul fiume Corcovado, contrastato dalla popolazione della città con il medesimo nome e dalla comunità mapuche Pillán Mahuiza. Sebbene il progetto abbia quasi due decenni, serve per approvvigionare di energia la compagnia Aluar, annunci ufficiali segnalano un tentativo di rilancio.

Moyano ricorda che il presidente Macri è solito riposare nel country club Cumelén di Villa la Angostura, e che poco tempo dopo essere stato eletto ha avuto un incontro con Joe Lewis, “signore feudale della zona e, come Benetton, con il controllo sulle fonti d’acqua e i progetti idroelettrici”.

Un fattore storico che evidenzia è che il Governo “è giunto al potere con lo speciale appoggio del settore sociale che ha beneficiato della Campagna del Deserto”. Il caso più emblematico è la nomina del presidente della Società Rurale Argentina, Luis Miguel Etchevehere, a capo del Ministero dell’Agroindustria. “L’appartenenza a quella classe sociale di funzionari importanti  è un fattore che spiega il particolare accanimento contro i mapuche, nell’ambito di un Governo che aumenta la stigmatizzazione dei popoli indigeni”, afferma Moyano.

Il Comando di Bullrich

“Comando unificato”, è stato il nome scelto dalla ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich, per battezzare uno spazio promosso dal governo nazionale e organizzato con i governi di Neuquén, Río Negro e Chubut.

“Dopo otto anni di un crescente aumento della violenza, la Ministra della Sicurezza insieme ai ministri di Governo di Chubut, Pablo Durán, della Sicurezza di Neuquén, Jorge Lara, e al ministro della Sicurezza di Río Neogro, Gastón Pérez Estevan, hanno creato un comando unificato per affrontare la problematica. Con 96 cause giudiziarie contro di loro, questo gruppo violento ha intensificato i propri attacchi, intimorendo tutti i cittadini”, annuncia il comunicato del governo nazionale, datato 27 dicembre 2017.

Secondo il Governo, si registra “un incremento delle azioni violente e delinquenziali dell’organizzazione Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), il braccio armato di un movimento di liberazione etnonazionalista chiamato Movimento Autonomo del Puel Mapu (MAP). La RAM e il MAP, e la loro organizzazione madre situata in Cile, il Coordinamento Arauco Malleco (CAM) promuovono una lotta insurrezionale contro gli stati argentino e cileno che persegue il fine ultimo di separare i cosiddetti ‘territori ancestrali’ di ambedue paesi, e confermare un nuovo stato retto da un proprio governo”.

Le chiama anche “organizzazioni estremiste” e le accusa di ricevere il sostegno di “gruppi anarchici e di sinistra radicale che utilizzano il loro nome e i loro simboli per commettere azioni violente nelle grandi città”.

RAM. Rapporto congiunto realizzato dal Ministero della Sicurezza della Nazione e dai governi di Río Negro, Neuquén e Chubut”, è il nome della “indagine” che ha presentato Patricia Bullrich. Si tratta di 180 pagine zeppe di imprecisioni, falsi dati, supposizioni e pone i mapuche come nemico interno, pericoloso, terrorista. “La RAM sarebbe legata a comunità aborigene radicalizzate nelle province di Río Negro, Chubut e Neuquén (…) Non riconosce lo Stato Argentino, la sua organizzazione, le sue leggi, e le istituzioni, cercando di imporre con la forza e il timore le proprie idee di non appartenenza alla Nazione Argentina (…) Agiscono nella clandestinità, con i visi coperti e portando armi da fuoco, pugnali, fionde, bombe molotov, bastoni e pietre. Incendiano proprietà, danneggiano installazioni, rubano bestiame, bloccano strade e la fornitura di elettricità, minacciano gli abitanti, intimidiscono e lanciano pietre contro i passanti, non permettono la libera circolazione, sparano, uccidono anche.

La seconda settimana di gennaio, il presidente Macri ha ricevuto i governatori di Chubut (Mariano Arcioni) e di Río Negro (Alberto Weretilneck), in vacanza nel country Cumelén di Villa la Angostura. “La questione mapuche” (come è chiamata da parte del potere) è stata nell’agenda politica.

“Una volta di più, assistiamo ad una misura del governo nazionale e dei governi di Neuquén, Río Negro e Chubut, che attenta contro leggi e principi democratici consacrati nella Costituzione Nazionale, configurando un altro passo nell’aumento della persecuzione dei popoli indigeni”, ha avvisato il Tavolo Nazionale per la Pace e il Dialogo Interculturale, formato da Adolfo Pérez Esquivel, Fernando Pino Solanas, Roberto Gargarella, Diana Lenton, Maristella Svampa e Alcira Argumedo, tra gli altri.

Allo spazio partecipano anche la Confederazione, il Parlamento Mapuche-Tehuelche di Río Negro e il Parlamento Plurinazionale. “La creazione di un comando con forze di sicurezza a carattere interprovinciale e nazionale il cui obiettivo è combattere questo ‘nemico mapuche’ ricorda la terribile storia del terrorismo di stato in Argentina”, hanno avvisato le organizzazioni indigene.

Anche il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale (Correpi), insieme a mezzo centinaio di organizzazioni, ha ripudiato la creazione del comando unificato: “Lo Stato, nuovamente, cerca di demonizzare e dividere diversi movimenti popolari, con l’obiettivo di creare un nemico interno, un capro espiatorio per giustifichare il vertiginoso aumento della repressione della protesta sociale di fronte alle permanenti misure antipopolari che porta avanti.

Facendo il gioco

Il 10 gennaio, il Movimento Mapuche Autonomo di Puelmapu (MAP) ha emesso un comunicato con il quale ha denunciato la politica repressiva del governo nazionale. E ha anche rivendicato le modalità d’azione della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), giusto lo spazio che il Governo mette in discussione e tema della campagna mediatica dei grandi quotidiani.

“La Resistenza Ancestrale Mapuche è esistita, esiste ed esisterà fino a quando il Popolo Mapuche continuerà ad essere oppresso dallo stato argentino (…) Di fronte a queste minacce, alla violenza e all’assoggettamento esercitato dallo stato e dal capitalismo transnazionale, il fatto è che sono stati organizzati gruppi di resistenza nelle comunità e nelle zone rurali per difendere il territorio mediante azioni di sabotaggio”, spiega il comunicato.

Segnala che il MAP è “una proposta politica e filosofica” e sostiene che “le comunità allineate alla proposta politica del MAP riconoscono l’esistenza della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

Nessuna comunità mapuche firma il comunicato. Nessuna comunità mapuche si identifica in pubblico come parte della RAM.

Il comunicato del 10 gennaio è funzionale alla strategia repressiva del governo nazionale.

Lo scorso settembre, una decina di organizzazioni mapuche aveva emesso un inusuale e duro comunicato: “Di fronte al drammatico o grottesco appello della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

“Non avalliamo, non giustifichiamo, non aderiamo a nessuna RAM. La RAM e la controfaccia, che è il piano di repressione dello stato, è il sintomo della mancanza di un dialogo politico istituzionale serio. Il Popolo Mapuche rivendica i diritti umani e la non violenza come metodo di rivendicazione dei diritti”, evidenzia lo scritto firmato dai referenti del Coordinamento del Parlamento Popolo Mapuche-Tehuelche di Río Negro, della Confederazione Mapuche Neuquina (Zonali Xavnko, Pewence, Willice e Lafkence) e delle comunità di Santa Fe, Chubut e Santa Cruz. Contestano duramente la RAM: “Oggi sorge una espressione che si autodefinisce mapuche, che attraverso comunicati e volantini si rende responsabile di azioni dirette, con attacchi fisici e distruzioni materiali di presunti ‘obiettivi nemici’ che in modo grottesco ed evidente sembra più l’agire di un gruppo di intelligence che la lucidità e capacità di resistenza culturale che ha avuto il popolo mapuche in decenni di repressione”.

Hanno ricordato che il popolo mapuche ha sempre rivendicato il dialogo come forma di risoluzione dei conflitti. “Come è possibile che assurdi volantini che rivendicano violenza, aggressioni fisiche, incendi di beni di lavoratori, di spazi pubblici, siano proprio di persone che si identificano con una storia come quella mapuche. Crediamo che sia opera di una montatura, dell’agire dei servizi di intelligence degli stati argentino e cileno, per approntare un piano per l’applicazione della legge antiterrorismo; costruendo così uno scenario che giustifichi una politica repressiva”.

Violenza e impunità

Il 17 gennaio la comunità mapuche Las Huaytekas ha denunciato un attacco incendiario nelle sue abitazioni. La polizia non ha perseguito gli attaccanti. E il Potere Giudiziario ha i suoi tempi (lunghi) per indagare i fatti di violenza contro i mapuche.

Giovedì 25 gennaio si compiono due mesi dall’assassinio alle spalle, per mano della Prefettura, di Rafael Nahuel, giovane mapuche. Nonostante che il proiettile mortale sia del medesimo calibro di quelli utilizzati dalle forze statali, nessun effettivo è stato processato dal giudice Gustavo Villanueva né allontanato dal suo incarico da Patricia Bullrich.

Ci saranno manifestazioni nella città di Buenos Aires, nella capitale neuquina e a Bariloche. “È stato lo Stato, è stata la prefettura. Nessun altro morto per la difesa del territorio”, invita la convocazione a Bariloche, promossa da organizzazioni sociali, comunità mapuche, familiari e amici di Rafael Nahuel.

Il manifesto di invito mostra una foto di Rafael Nahuel in un corteo, che suona un ñolkiñ (strumento mapuche). A lettere rosse, due parole riassumono ciò che chiede la famiglia Nahuel e anche un debito storico verso i popoli indigeni: “Giustizia ora”.

25/01/2018

lavaca

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Darío Aranda, ¿Por qué contra los Mapuches?” pubblicato il 25-01-2018 in lavacasu [http://www.lavaca.org/notas/por-que-contra-los-mapuches/] ultimo accesso 06-02-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Da torturati a terroristi: repressione made in Benetton

Ripubblichiamo questo articolo da Earth RiotEarth Riot che fa un preciso quadro della situazione discriminatoria e repressiva nei territori Mapuche in Argentina.

Un’ondata repressiva che non riconosce la libertà di protesta e l’inalienabile diritto alla vita, ma, al contrario, condanna e criminalizza la resistenza dei popoli.

Il governo Macri attraverso il documento Comando unificato contro la violenza della RAM, redatto nel dicembre 2017 dal ministro della sicurezza nazionale Patricia Bullrich, ha ripristinato termini e metodologie di azione dei tempi bui, identificando come estremisti, guerriglieri e terroristi i/le Mapuche.
Un documento funzionale a legittimare (agli occhi dell’opinione pubblica) la protezione offerta alla multinazionale Benetton (puntualmente supportata dalle forze dell’ordine locali nell’opera di acaparramento delle terre ancestrali nella Patagonia argentina) e la detenzione di Facundo Jones Huala (guida della Resistenza Ancestrale Mapuche e, per questo, prigioniero politico dal giugno 2017), oltre a giustificare le uccisioni di Santiago Maldonado e Rafael Nahuel per mano del governo argentino.

Una repressione retro-attiva che in questi giorni si sta abbattendo su chi ha offerto supporto alla resistenza Mapuche fin dalle prime incursioni della polizia nella comunità Pu Lof di Cushamen: teatro di numerosi scontri tra cui quello che nell’agosto del 2017 costò la vita a Santiago.

Dopo esser stat* rapit* e torturat* dalla polizia e dagli impiegati Benetton nel gennaio 2017, le persone che all’epoca erano accorse nel Pu Lof per offrire supporto alla resistenza Mapuche si vedono ora (a causa del suddetto documento) criminalizzate e accusate di terrorismo dal ministro Bullrich, come racconta Ivana Huenelaf, una delle numerose persone ad aver subito la violenza delle forze dell’ordine:
gendarmi e dipendenti Benetton inseguivano i/le Mapuche e le persone solidali, colpite, picchiate, rapite, torturate e arrestate, ma ora il governo indaga sulle vittime di queste violenze, questo è l’ordine del ministero della sicurezza diretto da Patricia Bullrich.
Nel corso degli anni la presenza di dipendenti Benetton, spesso armati, durante le azioni di polizia si è fatta sempre più presente, non solo per l’accaparramento delle terre, ma anche per requisire i cavalli presenti nelle comunità Mapuche.

La multinazionale italiana, infatti, dal 1991 ha colonizzato le terre ancestrali della Patagonia argentina non solo per l’allevamento delle pecore schiavizzate per la produzione di lana (260.000), ma anche per quello di 9.700 bovini e 1.000 cavalli.
Nel gennaio 2017, oltre ai rapimenti e alle torture combinate ai danni di diversi Mapuche e solidali, vennero sequestrati numerosi cavalli, come nel corso dell’azione di polizia del 2 febbraio 2018, quando gli appartenenti alla comunità Pu Lof vennero accerchiati e isolati fin dalle prime ore dell’alba e numerosi animali caricati e portati via da camion appartenenti alla Compagnia Tierra del Sud (ex The Argentine Southern Land Co) di proprietà della famiglia Benetton.
L’operazione di polizia del 10 gennaio 2017 ha portato alla demolizione di case, violenze su donne e ragazze e l’arresto di tre uomini oltre a quello di Ivana e alle altre 7 persone accorse sul posto per offrire supporto e cibo ai/alle resistenti: Jorge Buchile, Javier Huenchupan, Daniela Gonzalez, Gustavo Jaime, Pablo e Gonzalo Seguí

Il governo Macri adesso le accusa di aver condotto sabotaggi, aggredito la polizia con armi e molotov mai apparse, e di aver rubato e tentato l’affogamento di 360 animali di proprietà della Benetton.

siamo andati a caccia di Mapuche
Questo è ciò che dichiarò un poliziotto davanti al pubblico ministero quando fu ascoltato nell’ambito degli scontri del gennaio 2017, racconta Ivana a cui quel giorno fu fratturata una mano, ricordando la presenza numerosa di dipendenti Benetton provenienti da Chubut (provincia argentina che si estende nella Patagonia) dove si registrano almeno 140 casi di Mapuche scomparsi nel nulla.

Avevo 5 anni quando ho subito il primo sgombero, mio nonno mi diceva: siamo tutti Mapuche, siamo persone della terra, siamo tutti popoli della terra e per questo dobbiamo resistere.

Sorgente: Da torturati a terroristi: repressione made in Benetton – Infoaut

I 900 mila indigeni del Brasile

Maria Gobern

Il Brasile è il paese con più popoli indigeni isolati al mondo. Circa 240 tribù di circa 900.000 persone abitano in Brasile, lo 0,4% della popolazione brasiliana. La tribù più piccola consiste di un solo uomo, che vive nella sua casa nell’ovest del Brasile.

Il Governo ha riconosciuto 690 territori ai suoi abitanti indigeni, che abbracciano approssimativamente il 13% della superficie del paese. Quasi tutta questa riserva territoriale (il 98,5%) si trova nell’Amazonia. Nonostante ciò, approssimativamente la metà degli indigeni del Brasile vive fuori di questa zona, di modo che queste tribù occupano solo l’1,5% del totale del territorio riservato agli indigeni nel paese.

Insediati nell’Amazonia brasiliana, questi gruppi sopravvivono grazie alla selva, ma la maggior parte sta venendo spianata dal disboscamento, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle mega dighe, dalle strade o dalle esplorazioni di idrocarburi.

Questi gruppi indigeni di solito non hanno nessun contatto pacifico con nessun altro della società maggioritaria o dominante. La  ONG Survival Internacional segnala che, in generale, la sua decisione di non mantenere contatti con altri popoli indigeni o con forestieri è dovuta ai “precedenti disastrosi incontri e alla continua distruzione della selva”.

Alcune tribù hanno una popolazione con più di un centinaio di persone e vivono in recondite zone limitrofe allo stato di Acre e in territori protetti come la Valle del Javarí, vicino alla frontiera peruviana. Altri sono gruppi dispersi, sopravvissuti di antiche tribù andate in frantumi, a causa della febbre del caucciù e dell’espansione agricola.

La storia dei popoli indigeni del Brasile è stata segnata dalla brutalità, dalla schiavitù, dalla violenza, dalle malattie e dal genocidio, e così lo documenta l’ONG Survival. Quando i primi colonizzatori europei giunsero nell’anno 1500, quello che ora è il Brasile lo abitavano circa 11 milioni di indigeni di 2.000 differenti tribù. Durante il primo secolo di contatto il 90% risultò annichilito, principalmente a causa delle malattie portate dai colonizzatori, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Nei secoli seguenti, altre migliaia morirono schiavizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di caucciù. Dopo 500 anni che gli europei giunsero in Brasile, i popoli indigeni hanno perso la maggior parte della propria terra, subendo un genocidio di massa. Oggigiorno il Brasile continua a disboscare con aggressivi piani per sviluppare e industrializzare l’Amazonia, inclusi i territori più remoti si trovano ora in pericolo. Vari complessi di dighe idroelettriche stanno venendo costruite vicino a gruppi indigeni isolati, nel 2016 la selva amazzonica ha perso circa 800.000 ettari, un record dal 2008. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato l’anno scorso, le iniziative di conservazione che sono guidate dai gruppi indigeni dell’Amazonia sono più efficaci di quelle del governo.

Centinaia di indigeni sono scesi nelle strade del Brasile a manifestare quando il governo brasiliano ha aperto all’attività mineraria un parco nazionale della dimensione della Danimarca, chiamato Riserva Nazionale del Rame e i suoi Associati (Renca), ottenendo che lo scorso settembre la giustizia brasiliana annunciasse che gli indigeni dovranno essere consultati prima di autorizzare qualsiasi impianto e le conclusioni dovranno essere dibattute nel Congresso Nazionale. Ancora piccoli risultati, in Brasile esiste un endemico razzismo verso gli indigeni. Il Brasile è uno dei due unici paesi dell’America del Sud che non riconosce il diritto territoriale indigeno.

Gli indigeni brasiliani lottano contro le invasioni illegali, i progetti su grande scala nelle loro terre come dighe, strade, miniere, ecc. e sognano il controllo sui propri territori. Si stima che in Brasile si sia estinta in media una tribù ogni anno lungo l’ultimo secolo, intere comunità che affrontano la propria estinzione.

9 gennaio 2018

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Maria GobernLos 900 mil indígenas de Brasil” pubblicato il 09-01-2018 El Saltosu [https://elsaltodiario.com/gsnotaftershave/los-900000-indigenas-de-brasil] ultimo accesso 30-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Documentario della TV Aljazeera sulla resistenza Mapuche contro lo Stato Cileno e Argentino

Documentario: Desafío de los Mapuche (Sfida dei Mapuche)

Perché i Mapuche dell’Argentina e del Cile sono stati spinti al bordo dell’insurrezione in difesa delle loro antiche terre.

Per molto tempo il popolo mapuche del sud dell’Argentina e del Cile ha protestato per la perdita di terre ancestrali per mano dei colonizzatori dell’epoca coloniale. Nel XVI secolo i coloni seguirono i conquistatori spagnoli attraverso la spina dorsale dell’America del Sud, territorio che oggigiorno è dominato da vaste proprietà private ed enormi piantagioni di legname. Gli attivisti dicono che le piantagioni hanno lasciato la regione impoverita ambientalmente e gli abitanti indigeni sprofondati nella povertà.

Recentemente, questi risentimenti ribollendo stanno portando all’ebollizione.

Gli attivisti mapuche sempre più energici, decisi a stabilire i propri diritti attraverso l’azione diretta, si sono scontrati con le corrispondenti forze di sicurezza belligeranti, questi ultimi incitati in ambedue paesi, diciamo dai manifestanti, dai governi di destra e a favore degli affari. Dopo occupazioni, manifestazioni, retate di sicurezza, una serie di attacchi incendiari contro lo sfruttamento del legname, il presunto assassinio di attivisti da parte della polizia, alcuni temono che si stia cominciando a perdere il controllo della faccenda.

People & Power ha inviato i cineasti Glenn Ellis y Guido Bilbao a indagare.

17 gennaio 2018

Werken Noticias

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Documental de TV Aljazeera sobre la resistencia Mapuche contra el Estado Chileno y Argentino” pubblicato il 17-01-2018 in Werken Noticiassu [http://werken.cl/documental-de-tv-aljazeera-sobre-la-resistencia-mapuche-contra-el-estado-chileno-y-argentino/] ultimo accesso 26-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Indigenizzarsi

Gustavo Esteva

La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.

Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.

L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.

La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.

Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’. Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale “patria”], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triqui di Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono: “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.

Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che “indio” era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di “indio” e mette in luce l’equivoco coloniale di “indigeno”: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…

Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione “popoli originari” o “nativi”, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.

Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine “indigeno” ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo. In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.

Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.

Ma che fare con gli altri?

Chi sono i non indigeni?

Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?

L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si “indigenizzino”, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.

Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.

14/08/2017

La Jornada

Traduzione di Camminar Domandando

tratto da Cronache Latinoamericane

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/08/28/indigenizzarsi/

Traduzione di Camminar Domandando:
Gustavo Esteva, Indigenizarse” pubblicato il 14-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/14/opinion/020a1pol] ultimo accesso 01-09-2017.

Sorgente: Indigenizzarsi «

Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

Sorgente: Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra «

How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes

Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories about her family’s own experiences dealing with hurricanes and tornadoes in South Florida.

By Michael Sainato

 

Osceola drove the point that Native Americans’ experiences and responses to hurricanes and other natural disasters stem from a deep connection and reverence for nature, one that is severely lacking in modern society. She wrote, “Our ancestors the Seminole and Miccosukee were taught not to fear the Hurricane. The generations of our people today need to remember and to share the stories with our younger generations so they too will respect and love the natural world.”

In the 1700’s, American colonists had displaced Native American tribes from their homeland in northern Florida, and southern Georgia, pushing the Seminole and Miccosukee tribes to South Florida. The Seminole Wars raged on in the 1800’s as they fought back against President Andrew Jackson’s genocidal efforts to relocate Native Americans to territory west of the Mississippi River, and Native Americans ultimately sought refuge in the swamps of South Florida to avoid being attacked by white Americans. Living in Florida, the native Americans developed the knowledge and foresight to anticipate hurricanes and protect themselves from them.

In the book, The Great Okeechobee Hurricane of 1928, William Nealy noted that sawgrass blooming tipped off Native Americans in Florida that a hurricane was coming; “they believed that only an atmospheric condition such as a major hurricane would cause the pollen to bloom on the sawgrass several days before a hurricane’s arrival.” Upon the sawgrass tipping off the Native Americans, they would leave the Everglades for ground inland and use the palms from Saw Palmetto plants to construct tunnels for shelter.

In response to Hurricane Irma, Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories on Facebook regarding her family members’ historical experiences with hurricanes and tornadoes in South Florida.

“Many years ago when my husband’s late father was a young boy about 10 years old their family was out in the Everglades at a gathering on one of the tree islands,” she wrote in one post. “The elders looked at the sky and knew a ‘Big Wind’ was coming. As time progressed it started getting windy. They had all traveled by dug out canoe and it was too late for them to travel elsewhere, so they were told they were going to stay in place. His father remembered the men dragging the canoes up on to the island and securing the gathering grounds. He remembered the chickee hut they were staying in, the men brought down the legs down so the roof landed on the ground. They crawled under the roof and huddled covered from the elements. They heard the winds howling and felt the winds as they passed thru the leaves of the roof. They could hear the trees crashing to the ground. He remembered them being worried one would fall on them. It was many hours before the hurricane passed. When the winds and rain finally passed they came out of their shelters. And for as far as they could see the land looked clear for the winds had flattened the landscape.” She added that one man went out hunting and was caught in the hurricane, forced to take solace under his dug out canoe. “Before the storm he told them he couldn’t find any game, there were no animals anywhere were in sight. But after the storm as he started making his way back to the tree island that the people were gathering, he saw animals out. He was able to get a deer and some birds and brought them back to the people,” Osceola continued. “In the earlier days our people may not of had much in other people’s eyes, but when you hear the elders stories you know differently. They had the knowledge and connection to the land to care for themselves and their people. Creator kept them safe and as in this story provided them with nourishment after the lands were washed.”

She shared her mother’s story, who was raised by her own grandparents in line with tradition so that ancestral knowledge is passed down, in which her mother was caught in a hurricane in a chickee hut with her grandparents, and everyone had to grab poles in the hut and tie themselves with rope to them to hold the hut together as the rain and wind from the hurricane pelted them until the storm passed.

As much of Florida faced tornado warnings due to Hurricane Irma, Osceola shared another story in regards to her mother’s encounter with a tornado. “When my late mom was growing up it was during a time when our people still freely traveled and lived in various parts of Florida, “she wrote. “During her childhood much of Florida was undeveloped so our people traveled and set up temporary camps thru out and they were able to travel to and from these camps depending on the seasons. Many of our people rarely encountered other people of different cultures. Florida was still ‘wild.’ Late Mom told us about this one time they were traveling across the Everglades in their dug out canoe,” she continued. “She remembered this one time when she was a little girl, they were traveling across the Everglades in the canoe. As anyone in Florida knows, it can be sunny one minute and then out of no where you can get a bad storm especially during summer months. Well there they were poling across the Everglades, the sky was all clear, then when out of know where the storm clouds started forming quickly, and the air suddenly got cold, then it started raining. Grandpa started quickly poling the canoe towards a Tree Island. Grandpa saw the clouds and saw the Tornado forming. He beached the canoe up on the Tree Island, and made them get out. He flipped the canoe over, then he lifted one side up far enough for them to get under the canoe. As they were under the canoe the rain got harder and it got windy. Mom remembered water coming in under the canoe and bugs crawling on them. As quickly as the rain and wind came it went. Grandpa with their help pushed the canoe back over and back into the water. Where they could continue on their way home. The canoe and her grandfather’s quick thinking protected them.”

Osceola also shared her own story from experiencing Hurricane Andrew in 1992. With her husband and two young children, Florida residents berated them to leave their camp in the Everglades. In contrast to Miami, she cited that the destruction was minimal as there wasn’t much development within Native American territory, compared to Miami that was devastated. “It seemed like almost every non-Indian and their grandma kept coming to the camp to try to get us to go to a shelter. We didn’t have electricity or running water, no air conditioning, no refrigerator, and we have little kids we were told and we should think of the kids and should go some place safe,” Osceola said. “What these well intentioned people didn’t realize, the conditions they saw was our reality before Andrew and was still our reality after Andrew. They didn’t know what they were seeing was our normal way of life. What they thought they were seeing was us having loss of basic necessities as a result of Andrew. Nothing changed for us. I am thankful for that. We lived in an area if needed we could hunt and fish. We had a way to get food, we had a hand pump water well. We had firewood to cook with. Our chickees we’re still standing. We were okay. We were self reliant. And we still are.”

Sorgente: How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes