Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana

Ali Abunimah

9 marzo 2018, Electronic Intifada

Un’importante esponente del Parlamento Europeo sta chiedendo un’inchiesta ufficiale sul ruolo di una funzionaria di alto livello dell’Unione Europea in una campagna di diffamazione della lobby israeliana che l’ha presa di mira.

Ana Gomes, una parlamentare portoghese di centro-sinistra, è stata denunciata da gruppi della lobby filoisraeliana come antisemita dopo che li ha pubblicamente criticati per aver tentato di bloccare il suo invito al militante per i diritti umani dei palestinesi Omar Barghouti per una conferenza al Parlamento Europeo la scorsa settimana a Bruxelles.

Le accuse dei gruppi della lobby filoisraeliana sono state poi amplificate da Katharina von Schnurbein, la più importante funzionaria dell’UE incaricata di combattere l’antisemitismo, e dall’ambasciata UE a Tel Aviv, nota ufficialmente come la “Delegazione dell’Unione Europea in Israele”.

Gomes ha fatto la sua richiesta mercoledì con una lettera a Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea – il governo dell’UE – e alla responsabile della diplomazia dell’UE Federica Mogherini. “Chiedo un’inchiesta sulla campagna diffamatoria diretta contro di me, in quanto MEP (membro del Parlamento Europeo) eletta, da parte di qualcuno della Delegazione UE in Israele e dalla signora von Schnurbein,” afferma la lettera.

Gomes vuole l’indagine per definire se questi funzionari abbiano violato i loro doveri in base al regolamento del personale e alle norme dell’UE sui social media.

In linea con la prassi comune nei sistemi democratici, ai funzionari dell’UE viene richiesto di rimanere politicamente neutrali, il che rende l’attacco pubblico a Gomes – una politica eletta – da parte di von Schnurbein e dell’ambasciata UE a Tel Aviv una grave violazione del loro dovere.

Gomes ha anche sporto la propria denuncia al difensore civico europeo, un ente indipendente incaricato di indagare su accuse di comportamento scorretto presso le istituzioni europee.

Una “lobby perversa”

Il 28 febbraio Gomes ha ospitato un seminario sul movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) [contro Israele] con Omar Barghouti.

Barghouti è uno dei fondatori della campagna di base non violenta per i diritti umani e vincitore nel 2017 del “Gandhi Peace Award” [Premio Gandhi per la Pace].

All’inizio del seminario Gomes ha sottolineato che discussioni sui diritti umani dei palestinesi erano molto più frequenti, “ma sono diventate sempre più rare in questo parlamento in seguito ad una lobby molto perversa che tenta di intimidire le persone.”

Gomes ha aggiunto di essere stata sottoposta a simili pressioni nei giorni precedenti il seminario da parte di gruppi che “dicono molte falsità” e “fraintendono le parole di molti studiosi.”

In risposta l’“AJC Transatlantic Institute” [Istituto Transatlantico AJC] ha denunciato le notazioni di Gomes come “antisemite”, sostenendo che lei stava “demonizzando le organizzazioni della società civile ebraica” e ha chiesto “un’azione disciplinare” contro di lei da parte del suo gruppo parlamentare.

L’ “AJC Transatlantic Institute” è l’ufficio di Bruxelles dell’”American Jewish Committee” [Commissione Ebraica Americana], un’organizzazione lobbystica che afferma di “appoggiare Israele ai più alti livelli” dai “corridoi dell’ONU a New York a quelli dell’Unione Europea.”

Una delle sue principali attività è insabbiare i crimini di guerra israeliani.

Katharina von Schnurbein, dell’UE, ha ritwittato l’attacco dell’“AJC Transatlantic Institute”, sostenendo che le obiezioni di Gomes per essere stata censurata da gruppi politici che lavorano per Israele rappresentano “abominevoli espressioni antisemite.”

A loro volta, i tweet di von Schnurbein che attaccavano Gomes sono stati ritwittati da @EUinIsrael, l’account ufficiale dell’ambasciata UE a Tel Aviv.

In almeno uno dei propri tweet, l’ambasciata ha fornito il proprio appoggio implicito alle critiche a Gomes.

Allineata con Israele

In realtà uno dei suoi [di von Schnurbein] principali obiettivi è stato aiutare la lobby filoisraeliana a combattere l’attivismo solidale con i palestinesi diffamando come antisemite le critiche contro l’occupazione, la colonizzazione di insediamento e l’apartheid di Israele.

Ha sostenuto senza prove che le attività del BDS hanno portato ad un incremento di episodi antisemiti nei campus universitari.

In risposta ad una richiesta di informazioni da parte di “Electronic Intifada”, la Commissione Europea ha fornito il proprio pieno appoggio a von Schnurbein in seguito al suo attacco contro Gomes.

“La Commissione Europea rimane ferma contro l’antisemitismo – così come più in generale contro il razzismo e la xenofobia – e il lavoro della coordinatrice nella lotta contro l’antisemitismo è una parte importante dei nostri sforzi a questo proposito,” ha detto un portavoce.

Questa settimana von Schnurbein era a Londra per partecipare alla cena di un gruppo lobbystico israeliano, il “Community Security Trust”, insieme all’ambasciatore israeliano Mark Regev.

L’ambasciata UE a Tel Aviv si è anche schierata con opinioni di estrema destra: lo scorso anno ha ingaggiato un sostenitore israeliano del genocidio dei palestinesi perché comparisse in un video in cui reclamizzava i benefici della cooperazione tra UE ed Israele.

Tentativi di bloccare la conferenza

Nella lettera in cui chiede l’inchiesta, Gomes afferma che l’annuncio del seminario con Barghouti “ha provocato tentativi da parte di alcune organizzazioni di bloccarlo, di etichettare esso, il signor Barghouti e me con l’insulto di “antisemiti”.

Oltre all’”AJC Transatlantic Institute”, Gomes afferma che le “organizzazioni che hanno condotto questa campagna diffamatoria” includono gruppi della lobby filoisraeliana come l’“European Coalition for Israel”, l’“European Jewish Congress” e l’“European Leadership Network”.

Come riportato da Electronic Intifada, l’“European Leadership Network” ha una politica di collaborazione con politici dell’estrema destra europea, compresi neonazisti e negazionisti dell’Olocausto, nella misura in cui sono filoisraeliani.

Anche l’“Israel Project”, un’importante organizzazione antipalestinese, si è dato da fare contro la conferenza di Barghouti, definendo “vergognoso” che il Parlamento Europeo “legittimi il suo antisemitismo.”

Coraggio morale

“Insistendo perché io parlassi al Parlamento Europeo, resistendo alle intimidazioni ed ai tentativi menzogneri della lobby dell’UE filoisraeliana, Ana Gomes ha dimostrato il proprio coraggio morale e il suo fermo impegno per i diritti umani,” ha detto Barghouti a “Electronic Intifada”.

Ha aggiunto: “Lei ha anche rappresentato la crescente ripulsa della società civile europea e di base nei confronti delle gravissime violazioni dei diritti umani da parte di Israele contro il popolo palestinese e, in modo decisivo, della complicità dell’UE nel consentire e rafforzare il sistema pluridecennale di oppressione coloniale e apartheid di Israele.”

Nella sua conferenza al seminario – il cui testo Gomes ha postato sul suo sito – Barghouti ha detto che “solo consistenti pressioni da parte della società civile europea possono porre fine a questa complicità dell’UE.”

Anche Israele lo sa, ed è la ragione per cui i lobbysti di Bruxelles ed i loro alleati all’interno della burocrazia dell’UE appaiono così determinati a calunniare chiunque resista loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana – Zeitun

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American Public Opinion About U.S. Aid To Israel and Other Top AIPAC Programs

THE ISRAEL LOBBY AND AMERICAN POLICY

Grant F. Smith

Dale Sprusansky: Grant Smith is the director of the Institute for Research: Middle Eastern Policy–again, the co-sponsor of today’s event. He’s the author of the 2016 book Big Israel: How Israel’s Lobby Moves America, which covers the history, functions, and activities of Israel affinity organizations in America. Grant has written two unofficial histories of AIPAC, and many other books.

His organization is constantly working on Freedom of Information Act requests and uncovering important documents, especially on Israel’s nuclear program. I can tell you that few, if any, people work harder on this issue than Grant. Between his frequent research, appearance in FOIA court, his writing, his polling and his 5:00 a.m. e-mails, Grant is truly a one-man machine. Today he will be sharing polling data on U.S. aid to Israel conducted by his organization and byother pollsters.

Grant Smith: Thank you, Dale. Public opinion polling is very important, obviously, but there isn’t very much done in terms of asking about what the public thinks about core Israel lobby programs. But that’s going to change today. The polling that we are about to look at could and should provide input to elected officials, who should then, in turn, act in the public interest. Polling about the Israel lobby programs that we’re going to look at reveals the growing gap between what the public thinks about particular issues, and the government actions being demanded by the Israel lobby.

Last year, I spoke here about the birth of the Israel lobby in the United States, its growth, its size, its composition and division of labor. This was all based on my book Big Israel, in which I reveal a $3.7 billion nonprofit ecosystem on track to reach $6.3 billion by 2020. With 14,000 employees, 350,000 volunteers, but a paying membership of approximately 774,000, it is this nonprofit lobby, along with overlapping campaign-finance infrastructure–whether it is large individual donors, stealth political action committees–that provide Israel with the U.S. support that it would otherwise not have. All of this will be on a brilliant display when 15,000 AIPAC members assemble this weekend to begin their annual policy conference. So let’s continue looking at the lobby, and what Americans think of that program.

The following surveys I’m about to show you are Google Consumer Research Surveys, probably the single most accurate polling tool available in America today. The famous Nate Silver said, “Perhaps it won’t be long before Google and not Gallup is the most trusted name in polling.”

So let’s take a look at what Americans think about Israel’s single most important program, which is obtaining unconditional U.S. foreign aid, including advanced American weaponry, cash for Israel’s export-oriented military industry, packaged into 10-year memorandums of understanding, or MOUs. These 10-year MOUs we’re going to look at require keeping the entire issue of Israel’s nuclear weapons program off the table.

The U.S. has provided $254 billion in known foreign aid to Israel, more than any other country. Now there has been a recent attempt by scholars, such as Prof. Hillel Frisch, to try to move the goalpost and claim that Japan, Germany, and South Korea are in fact bigger recipients. However, this argument is wrong. Japan, Germany, and South Korea are in a different category–that of treaty-bound allies. The military alliance expenditures, with contributions by both sides, have mutual obligations which make them not usefully comparable to U.S. aid with Israel, which has no obligations.

When informed of its relative size, 60 percent of Americans believe that U.S. foreign aid to Israel is either much too much or too much. And this finding is also reflected in polls by Shibley Telhami and some Gallup polls. This has been consistent over time. Recent years–2014, 2015, 2016–showed similar levels of responses. Americans responding to this poll have been informed that aid has been around 9 percent of the total foreign aid budget, but this question will have to change in the future, as Dale has mentioned, since the Trump administration proposes cutting the State Department budget, while leaving aid to Israel untouched. So we should ask ourselves when that happens, what will it be–10, 20, 30 percent? We don’t know yet.

The Sept. 14 Memorandum of Understanding, the U.S. guaranteed in this MOU security assistance over 10 years. There are no Israeli obligations, and up to 28 percent could be spent on Israel’s own export-oriented industries. This is the latest in a series of 10-year commitments, and the public has been told that this will guarantee Israel’s qualitative military edge.

When we polled this right after the MOU signing, the public responded–60 percent of them–that they had higher priorities. When questioned if the $38 billion was a good investment, 60 percent said health care for U.S. veterans, education, and paying down the national debt would be far better expenditures. Only 17 percent thought it should be spent on Israel.

When Congress passes aid to Israel and presents them to the president in bills to be signed, both rely on a subterfuge that the U.S. does not, and indeed cannot, know whether Israel has nuclear weapons. However, under the Arms Export Control Act, procedures must be followed whenever the U.S. provides foreign aid to known nuclear powers that have not signed the Nuclear Non-Proliferation Treaty. In 2012, under increasing pressure–including from a journalist who’s here today and Helen Thomas, who’s not with us–the Obama administration passed a gag order that punishes any federal employee or contractor who speaks out about what most people already know, which is that Israel has nuclear weapons.

So in a public opinion survey, first of its kind, most Americans would prefer an honest discussion about Israel’s nuclear weapons. Fifty-two percent said Congress should take nukes under consideration. Officially Congress has said it does not take a position on this matter. But under pressure from reporters–a handful–and legal action to block U.S. aid over its nuclear weapons program, and dogged reporting, this could change.

[START OF VIDEO CLIP]

Sam Husseini: Do you acknowledge that Israel has nuclear weapons, sir?

Sen. Chuck Schumer: I’m not–you can go read the newspapers about that.

Sam Husseini: You can’t acknowledge that Israel has nuclear weapons, sir?

Chuck Schumer: It is a well-known fact that Israel has nuclear weapons, but the Israeli government doesn’t officially talk about what kinds of weapons and where, et cetera.

Sam Husseini: Could the U.S. government be forthright?

Chuck Schumer: Okay. That’s it.

[END OF VIDEO CLIP]

Grant Smith: That was Sam Husseini, who is here with us today. In 1985 Israel and its lobby were the primary force behind providing preferential U.S. market access to Israeli exporters. This was later rebranded as America’s first free trade agreement. Because U.S. industry and labor groups were unanimously opposed to it, an Israeli Embassy operative covertly obtained and passed a 300-page classified report compiled from proprietary industry data from the ITC to help AIPAC overcome opposition. This was investigated as a counterespionage matter by the FBI.

And, as could probably be expected from such a process, it replaced a balanced tradingrelationship with a chronic U.S. deficit to [Israel].

In fact, on an inflation- adjusted basis, the U.S.-lsrael Free Trade Agreement is the worst bilateral free trade deal ever, with a cumulative deficit of $144 billion.

In this era of popular disapproval of trade deals–whether it’s the Trans-Pacific Partnership initiative or the North American Free Trade Agreements–when informed of the Israel free trade deal, 63 percent of Americans would either renegotiate or cancel it altogether.

Another bad deal that has been a long-term Israel and lobby initiative is moving the U.S. Embassy to Jerusalem. Since 1948, Israel has been attempting to persuade foreign embassies to relocate in Jerusalem, which is, under the original partition agreement, supposed to be international. But, leveraging Bob Dole’s presidential aspirations, in 1995 the Zionist Organization of America and AIPAC championed a law that was passed that defunds State Department overseas building budgets unless the U.S. Embassy is moved. U.S. presidents have refused to do it, but there are now many champions of the move in the Trump administration.

Americans are not so excited when told in a survey question, “Israel’s U.S. lobby wants the U.S. Embassy in Israel moved from Tel Aviv to Jerusalem. No other country, in accord with the U.N. resolutions opposing such a move, has done so.” Fifty-six percent of Americans indicate the embassy should not move, while 38 percent say it should. There is a renewed push to return to a policy of no daylight between the United States and Israel. This policy, particularly championed by former Israeli Ambassador to the U.S. Michael Oren, means that the U.S. and Israel can disagree, but not openly, since that would encourage common enemies and renders Israel vulnerable. Of course, such a policy mainly benefits Israel as a bargaining chip it can put in its pocket and leverage the appearance of U.S. unconditional support in its own relations. So there is an effort underway for that. Americans, when told and asked, Israel and its U.S. lobby are the only parties making such a demand in a question–“Israel and its U.S. lobby want a no-daylight policy, the president never criticizing Israeli settlements and giving Israel billions in aid and diplomatic support at the U.N.”–most say, 56 percent say, the majority say, there should not be a no-daylight policy.

We have Maria LaHood with us today who can do a much better job talking about what Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) are–a movement to end international support for Israel’s oppression of the Palestinians–and the effort by the Israel lobby to pass laws blocking this, making it illegal across the country.

So I’ll only say that Israel lobby direct mail fund-raising campaigns are virtually unequivocally focused on stopping BDS as a fund-raising and major program initiative right now. It’s highly visible. It’s the number one priority.

Question: Israel & its US lobby want a no daylight” policy of the president never openly criticizing Israeli settlements, giving Israel billions in aid, & diplomatic support at the UN

But Americans are ambivalent. When asked, 60 percent neither oppose nor support such laws, with 21 percent opposing them and only 18 percent supporting them. So Americans are notbehind BDS, are not highly on board with it, and they also don’t support the entire idea of single issue lobbying on behalf of a single foreign country.

I think this is the most important survey question, because it gets to the heart of the entire mechanism by which the Israel lobby has accumulated so much influence–campaign contributions. So here it is. That system ranges from seed funding of political candidates to funding through coordinated stealth political action committees, bundled campaign contributions, and pro-Israel mega donors. Janet McMahon and two former congressmen will be talking about that, I’m sure.

Seventy-one percent of Americans do not support this system.

They are probably not aware, however, why lobbyists for Israel no longer talk about getting guns and diplomacy for Israel. They talk about maintaining the U.S. special relationship with Israel, and there is a legal reason for that. Lobbyists for Israel, including the old-timers such as Abraham Feinberg and the founder of AIPAC Isaiah Kenen, in their writings and speeches were far more forthright in the early days. They honestly stated that their goal was weapons, money, and diplomatic support, because Israel needs it. There was no talk of because America needs Israel.

AIPAC received, indirectly, foreign startup money to launch itself, and today the tight coordination with the Israeli government continues. But the PR frame, the public relations frame, has changed. Now, it’s one of preserving special interests and common values. By the 1970s, no matter what the lobby did, the Justice Department stopped pursuing questions about whether some of its actors were in fact foreign agents who should be regulated as such. And since that year, a growing number of espionage investigations of AIPAC, and even the ADL, were opened, but then quietly closed for no justifiable reasons. 1970, in fact, was the last year the Justice Department took an interest in the Israel lobby as a foreign agent. There were in-depth hearings in 1962 and 1963 pleading with the IRS to look at their tax-exempt status, but nothing happened.

However, Americans appear to support a return to that simpler time when foreign agents were compelled to comply with disclosure laws and didn’t have quite so much power over Congress and elected officials. Sixty-six percent, in fact, when asked, favor returning to regulating such activities.

Perhaps this is driven by warranted investigative journalism about coordinated Israel lobby and Israeli government officials that are still using every means possible, including covert ones, to win. That includes an attempt to overturn a very beneficial–the JCPOA–Obama administration deal with Iran which most Americans favor, but which Israel and its lobby do not favor.

So you do have good journalism that came out about surveillance of the negotiations with the Iranians, about the Israeli government offering to do whatever is necessary with individual members of Congress if they would oppose passing this deal which the entire mainstream establishment Israel lobby–AIPAC, the ADL, the AJC–were united in opposing.

So, in conclusion, solid majorities of Americans polled, when using accurate survey technology, believe that U.S. foreign aid to Israel is too much. They don’t really even approve of the meansby which they’re won, and the funds and the U.S. unilateral commitments that are made to execute. However, this is a passive majority. None of these opinions and views has recently been, with few exceptions, translated into direct action by their members of Congress. So only through active opposition, rather than passive opposition, which is clearly out there, will Americans be able to get their government back into the business of representing them. And only by clearly asking about, and polling, and surveying, and doing serious research about Israel lobby programs and what Americans think about them, will we be able to have a process that takes wing and goes viral, so to speak, in terms of engaging more Americans to get out of this passive mode and become active participants once again with their government.

So with that, I am hoping our wonderful ushers, who are here today earning some community service hours, will circulate–Adrien, and Tabatha, and Sebastian, there we have Sapphire. If you have any questions, please pass your cards to them. We’ve got a very tight schedule, so we’re trying to keep our question and answer sessions getting to the most important questions first. Thank you. Do we have any questions yet?

Question: Many US lobbyists, nonprofit organizations & individuals steer campaign contributions to incumbents & sitting members of Congress solely on the basis of support for Israel.

Question: Until 1970 the US enforced laws requiring public disclosures when Israeli government & surrogate programs sought to influence U.S. public opinion and lobby congress. US should be regulating such activities

thanks to: Washington Report on Middle East Affairs. May2017, Vol.
36 Issue 3, p7-10. 4p.

D’Alema, Renzi, Israele e il diritto internazionale

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Leonardo Aseni

Qualche giorno fa, durante una cena privata, Massimo D’Alema, sembra essersi lasciato sfuggire una battuta di estremo interesse politico: ‘’Renzi è un agente del Mossad, bisogna farlo cadere’’. Possiamo prendere alla leggera le parole del dirigente del PD ?


Aldo Giannuli prova ad ironizzare: ‘’Certo una battuta conviviale sicuramente è sfuggita; tutti sappiamo che Max è un distrattone che fa queste cose senza pensarci e senza badare che è presente un giornalista e si sa come fanno questi infami della carta stampata: ti carpiscono un pensiero, una battuta confidenziale e poi te la sparano sui giornali. Poi, pare che la giornalista si fosse introdotta clandestinamente ed assistesse alla cena travestita da ficus’’ 1


Resta il fatto che la vicinanza – per non dire il servilismo – di Matteo Renzi alla lobby sionista è più che evidente e nessuno si sogna di negarlo, nemmeno Giannuli il quale poco dopo precisa che: ‘’Certo che non è una cosa da poco dire che il Presidente in carica è un agente di influenza di un servizio segreto straniero (e che servizio!). E poi lo pensereste mai di uno come Renzi? Va bene, si è sempre mostrato assai comprensivo verso le ragioni di Israele, ma questo che vuol dire? Spesso è parso in sintonia con l’asse Telaviv-Mosca ( certamente l’asse Washington – Tel Aviv ), ma è solo un impressione’’. Del resto il consulente in materia economica del pinocchio fiorentino è Yoram Gutgeld e qui il nostro storico è chiaro: ‘’Ma proprio questa è la conferma che Renzi non può essere in rapporto con il Mossad, perché Gutgeld ha prestato servizio nella Israel Defense Foirces, per poi passare ai reparti regolari dove è stato tenente colonnello, addetto al settore analisi, quel che fa pensare non al Mossad ma, semmai, all’Unit 8200, una branca del sovra nominato Israel Defence Forces’’. Il problema, a parte la corretta precisazione di Giannuli, non può essere eluso: Mossad o IDF, Israele ha messo le mani sulle istituzioni italiane e mira a demolire la Costituzione democratica del nostro paese. Vi sembra una cosa da poco che il Primo Ministro italiano abbia come consulente un economista, ex militare – già il mix economia ed esercito suona strano – israeliano, quindi di un paese straniero il quale, puntualmente, viola il diritto internazionale?


La domanda che sto per porre è di estrema importanza: molti uomini politici, intellettuali ed accademici che operano in Italia, in quanto cittadini italiani, hanno, in virtù delle loro origini ebraiche, anche la cittadinanza israeliana. E’ legittimo sapere a quale paese, concretamente, queste persone giurano fedeltà ?


Sono davvero tanti ( troppi ) i ragazzi ebrei che – a spregio della nazione di cui sono cittadini – si trasferiscono in Israele e prestano servizio nell’IDF indottrinandosi al sionismo di guerra. E’ il caso dell’italiano Leonardo Aseni che è entrato nell’unità Golani sul Golan siriano; questi territori sono stati letteralmente rubati alla Siria baathista ed è qui che Israele offre copertura ai tagliagole del Fronte Jabat Al Nusra. Leggiamo su Reporter Nuovo, sito di orientamento filoisraeliano, che: ‘’Tanti, tantissimi sono i ragazzi ebrei che da tutte le parti del mondo si trasferiscono in Israele per “servire” il loro Paese: americani, francesi, sudamericani, russi, sudafricani’’ 2.


Partendo da questa prospettiva, Israele, si pone non più come un semplice Stato nazionale – seppur imperialista – ma come una sorta di entità metaterritoriale: Israele è ovunque siano presenti fanatici filosionisti, disposti ad avallare il progetto di pulizia etnica di Netanyahu. Le parole di Leonardo Aseni solo eloquenti: ‘’Ho sempre avuto il sogno di essere un soldato da combattimento. Il mio amore per Israele nessuno me l’ha mai inculcato. I miei genitori vivono a Milano, mio padre è cattolico, mia madre ebrea. La mia famiglia in Israele, zii, cugini ecc, non sono esageratamente sionisti. La passione per questo Stato, e per tutto quello che c’è dietro, nasce dalle mie letture, dalla mia passione per la storia.” Avendo fatto l’Aliyà (ovvero esercitare il diritto di ogni ebreo di emigrare nello Stato di Israele) a 25 anni lui avrebbe dovuto fare solo 6 mesi di leva militare, ma ha scelto di farlo come volontario per 18 mesi’’.


Questa anomalia è facilmente spiegabile se noi inquadriamo il sionismo come una ideologia pan-imperialistica – quindi non solo israeliana – che, avendo un carattere messianico, si propone di portare a compimento il progetto britannico di colonizzazione (e schiavizzazione) dei popoli. Il carattere messianico del sionismo si fonda sulla coppia (che assume caratteri paranoici) ‘’amico o nemico’’ all’interno delle ‘’comunità ebraiche’’ presenti in Europa e negli Stati Uniti.


Il problema è serio: questi individui, poco o per nulla fedeli alla Costituzione italiana, una volta adempiuto il loro compito nell’IDF e rientrati in Italia, quanto saranno propensi a rispettare gli orientamenti politici dominanti nell’opinione pubblica del nostro paese sulla questione israelo-palestinese ? Mi spiego: questi gruppi sionisti militanti (da non sovrapporre alla comunità ebraica) , presenti in Italia, in che misura diventano delle Quinte Colonne di Israele soprattutto per ciò che riguarda il controllo, la manipolazione dei media e la costruzione di consenso per le politiche di guerra sioniste, in barba al nostro diritto?


Per questo motivo l’affermazione di D’Alema, ‘’Renzi agente del Mossad’’, non può passare in sordina: la magistratura di uno Stato di diritto serio, avrebbe nelle sue mani un elemento importante per iniziare ad indagare le reali relazioni del Primo Ministro, Matteo Renzi, e lo stato d’Israele, ovvero uno stato straniero che mina gli interessi della nazione – e del popolo – italiano. Il sionismo, con la sua invasività e violenza, (im)pone seri problemi giuridici: Israele ridefinisce il concetto di sovranità nazionale, plasmandolo alla mercè dei suoi interessi imperiali. Le Costituzioni democratiche – come ho già detto precedentemente – sono demolite dalle lobby sioniste, strutture elitarie e ben organizzate.


Per l’ennesima volta chiarisco che cos’è la lobby sionista, concetto alquanto complesso e sicuramente – data l’ingenuità di molti lettori – scivoloso. La lobby israeliana si è consolidata per due ragioni, una storica ed una politica successiva alla nascita di Israele nel 1948: (a) storicamente, i più grandi strateghi del colonialismo britannico ( Disraeli, Cecil Rhodes ed altri ), erano in maggioranza uomini dell’alta borghesia ebraica osservanti del Talmud di Babilonia. Per questo motivo, quando il sionismo religioso si convertì in movimento politico, su basi laiche, nel 1897, il suprematismo talmudista aveva già influenzato una buona parte della classe dirigente britannica. (b) Israele è riuscita a collocare i propri sostenitori nelle organizzazioni transnazionali capitaliste. Opporsi alla lobby sionista, in virtù di ciò, è estremamente importante e lo storico Diego Siragusa lo conferma in modo deciso: ‘’La lobby, per definizione, è un gruppo di potere che fa “pressione” coi mezzi di cui dispone per ottenere vantaggi da chiunque. Le lobby ebraiche sono le più potenti e meglio organizzate al mondo. Controllano l’economia, la finanza, le banche, l’informazione, il cinema, le industrie strategiche, la politica, la scienza. Gli Stati Uniti sono controllati dalle lobby ebraiche che dettano legge in ogni campo. Israele è la prima potenza al mondo, non gli Stati Uniti’’ 3.


L’analisi di Siragusa coincide con quella dell’ebreo antisionista Gilad Atzmon – studioso che ha avuto il coraggio di parlare espressamente di tribalismo ebraico – oltre alla ricerca di James Petras, sociologo marxista il quale ha posto la domanda: “gli Usa sono i padroni o i servi del sionismo?’’. Ma è proprio il tribalismo ebraico su cui batte Atzmon la chiave di lettura più importante: i giovani, come Leonardo Aseni, che servono nell’IDF, una volta tornati in Italia, diventano degli ‘’sradicati’’, oserei dire degli ‘’alieni’’. L’indottrinamento sionista, gli sproloqui del Talmud e la condivisione dei crimini militari israeliani, legano psicologicamente questi ragazzi al regime di Tel Aviv, trasformandoli – su chiamata del Mossad, di un sayanim oppure dei ‘’fratelli’’ della comunità – in attivisti israeliani sul territorio italiano. Così si viene a creare un legame psicologico difficile da rompere, per l’appunto tribale: Leonardo Aseni non è, o non sarà, un semplice ‘’italoisraeliano’’ ma un sionista residente ( ed operante ? ) nel territorio italiano. Da questo punto di vista Israele diventa un meta-Stato, una condizione mentale che spinge, chi cade nella sua macchina dell’indottrinamento, a sentirsi come un corpo estraneo nel paese in cui risiede.


Faccio un appunto: secondo le leggi sioniste, un cittadino italiano che si converte al giudaismo può prestare servizio nell’IDF e magari chiedere la cittadinanza israeliana. Quindi si diventa parte di Israele e del suo esercito se si professa la fede ebraica. Scusate, ma solo due entità delegano l’ingresso nelle proprie milizie alle pratiche religiose: Israele e Daesh. Può essere difficile da digerire – soprattutto per il moralmente corrotto ceto mediatico e accademico italiano – ma questa è la verità. Non c’è null’altro da aggiungere. Un cittadino italiano che inizia a seguire i precetti dell’Islam sunnita non acquista, in nome di nessuna legge, la cittadinanza marocchina ( il Marocco è uno dei principali paesi islamici sunniti ). Israele, dal un punto di vista del diritto internazionale, dà così vita a delle vere e proprie aberrazioni giuridiche.


Per queste ragioni la pesante affermazione di D’Alema su Matteo Renzi deve spingerci a porre delle domande: quanto influisce la lobby sionista sulla politica estera dei nostri governanti ? Il Parlamento italiano – come quello britannico – è occupato da Israele? James Petras ha dimostrato come gli ‘’agenti israeliani penetrano indisturbati in tutti i gangli vitali della Nazione’’. Questo discorso vale anche per l’Italia ?

 

  1. http://www.aldogiannuli.it/renzi-spia-del-mossad-conte-max/
  2. http://www.reporternuovo.it/2014/03/06/da-milano-al-golan-un-italiano-che-ha-scelto-israele/
  3. http://www.linterferenza.info/attpol/3400/

 

thanks to: l’Interferenza

Livingstone fired over Hitler remarks

The former mayor of London, Ken Livingstone, is fired from his radio show for saying Hitler supported Zionism.

Livingstone said last month that “let’s remember when Hitler won his election in 1932, his policy then was that Jews should be moved to Israel. He was supporting Zionism before he went mad and ended up killing six million Jews.”

Sorgente: PressTV-Livingstone fired over Hitler remarks

Renzi, Carrai, Mattarella e Cia

Ora Renzi tenta di salvare la faccia e anche l’amico, riservandogli un incarico nel suo staff, con la previsione di occuparsi di Big Data e cyber security, certo, ma senza alcun potere operativo, considerato che i settori restano di esclusiva competenza dei servizi segreti e dei loro addetti.

Sorgente: Renzi cede a Mattarella e Cia: si prende Carrai senza poteri – Il Fatto Quotidiano

Parlamentare britannico: Israele ha costruito a tavolino la storia degli accoltellamenti, il Partito Conservatore è influenzato dal “denaro ebraico”

Il Parlamentare laburista Sir Gerald Kaufman ha accusato Israele di aver inventato alcuni recenti episodi di accoltellamento e ha denunciato l’influenza del “denaro ebraico” sul Partito conservatore, nel corso di un discorso tenuto in Parlamento.

A riportarlo è il Jewish Chronicle: Kaufman, Parlamentare per la circoscrizione Manchester Gorton e Father of the House alla Camera dei Comuni, ha dichiarato, nel corso di un evento organizzato dal Palestine Return Centre, che il Governo si è spostato su posizioni decisamente più filo-israeliane negli ultimi anni, a causa di donazioni elargite da gruppi ebraici.

“Alle elezioni di maggio, i Conservatori hanno goduto di cospicue donazioni e del sostegno del Jewish Chronicle” ha continuato.

“Esiste un consistente gruppo di parlamentari conservatori che sono filo-israeliani a prescindere dalle azioni del governo: non si curano di ciò che Israele e il suo governo commettono.”

Ha poi aggiunto: “Non sono interessati al regime di oppressione in cui vivono i Palestinesi, o al fatto che possano essere uccisi in qualunque momento. Solo negli ultimi giorni, gli Israeliani ne hanno uccisi 52, nell’indifferenza generale e questo governo non sembra minimamente interessato.”

Kaufman si è spinto oltre e ha dichiarato che “oltre la metà” degli episodi di accoltellamento avvenuti in Cisgiordania, a Gerusalemme e sul resto del territorio israeliano sarebbero stati inventati di sana pianta, secondo quanto riportato dal blogger David Collier.

Leggendo una mail di un amico che vive a Gerusalemme Est, Kaufman ha aggiunto: “Più della metà degli accoltellamenti è frutto della fantasia. Per quanto riguarda l’altro 50%, alcuni casi erano veri, in altri è impossibile stabilirlo perché i Palestinesi sono stati giustiziati”.

“Sono arrivati al punto di uccidere persone dai tratti somatici arabi; negli ultimi giorni, hanno ucciso due ebrei israeliani e un eritreo scambiandoli per arabi.”

“Anche in quel caso, hanno provato a dire che si trattava di tentativi di accoltellamento, prima che si scoprisse che le vittime non erano Palestinesi.”

Kaufman si riferiva a un episodio accaduto recentemente, quando un uomo eritreo è stato ucciso da una folla inferocita, che credeva erroneamente che l’uomo fosse il complice di un terrorista arabo.

Il Palestine Return Centre, che ha organizzato la tavola rotonda a cui Kaufman ha partecipato, è un’organizzazione che si dedica alle questioni legate ai Palestinesi in diaspora e al loro diritto al ritorno.

Kaufman è parlamentare dal giugno 1970, quindi attualmente è il membro più anziano della Camera dei Comuni. È ebreo, ma da sempre si mostra molto critico nei confronti di Israele e del governo israeliano.

Trad: Romana Rubeo

Fonte: http://www.intifada-palestine.com/2015/12/british-mp-israel-fabricated-knife-attack-stories-conservative-party-influenced-by-jewish-money

Sorgente: Parlamentare britannico: Israele ha costruito a tavolino la storia degli accoltellamenti, il Partito Conservatore è influenzato dal “denaro ebraico” |

Israele vuole cancellare la Costituzione italiana?

Il totale asservimento dei media italiani ai governi guerrafondai di Israele, proprio in questi giorni, ha trovato una nuova conferma: i direttori di alcuni fra i più autorevoli organi di stampa, come Repubblica, Rainews e Corriere della Sera, hanno subito pressioni (presumiamo da ambienti filoisraeliani molto influenti, perché solo questi hanno la forza di fare questo) per licenziare decine di giornalisti colpevoli – citiamo direttamente dal sito di Progetto Dreyfus licenziamenti di massa nelle redazioni  – “di aver riportato, in forme totalmente stravolte, gli attentati commessi dai terroristi palestinesi in Israele”.
L’articolo di cui sopra pubblicato sul sito di Progetto Dreyfus, megafono della Comunità ebraica romana – quella stessa che lo storico Diego Siragusa ha definito come la “sezione italiana dell’estrema destra israeliana” -, è un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, sia pure maldestramente camuffato dietro la richiesta di una più corretta informazione. Continuiamo a leggere l’articolo:‘’La disinformazione, al limite della propaganda, perpetrata da questi ultras dalla penna vicina ai terroristi palestinesi è finalmente terminata. Si è infatti interessato persino il presidente dell’ordine dei giornalisti che ha minacciato di ritirare diversi tesserini, di rispedire alcuni dei titolisti a corsi di formazione di giornalismo con particolare focus sull’etica ed escludere come estrema ratio dall’ordine alcuni degli autori più recidivi’’ 1.
Siamo di fronte ad affermazioni molto gravi e lesive dei principi che sono alle fondamenta della nostra Costituzione e in particolare di quell’articolo specifico che garantisce la piena libertà e il pluralismo dell’informazione.
In parole povere, secondo questi signori, chi fornisce un’ informazione non gradita al governo israeliano e al Likud dovrebbe essere allontanato o licenziato dai giornali per cui lavora e addirittura cacciato dall’ordine dei giornalisti. Si tratta di una minaccia ben precisa, un modo subdolo per rovinare la vita (non solo professionale) di decine se non centinaia di persone che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Tutto lascia dunque supporre che le redazioni di alcuni giornali verranno sfoltite a causa di licenziamenti politici, perché di questo si tratterebbe. Domanda: La “sinistra” italiana si mobiliterà in difesa di questi lavoratori forse prossimi al licenziamento (per ragioni politiche, è bene sottolinearlo) e per difendere il sacrosanto diritto alla libertà di stampa e di opinione così palesemente sotto attacco da parte dei gruppi di potere sionisti? Oppure tutto ciò passerà in sordina, dal momento che, da SEL fino al PCL, sembrano decisamente più impegnati ad occuparsi di “diritti civili, femminismo, liberalizzazione dei costumi e istanze lgbt” piuttosto che di conflitto sociale, lavoro e antimperialismo? Verranno licenziati, espulsi dall’Ordine dei Giornalisti o peggio ancora mediaticamente “linciati” dei giornalisti critici di Israele? Questioni secondarie. La “sinistra capitalista” ha ben altre urgenze e priorità….
Ma qual è l’agghiacciante tesi di Progetto Dreyfus, un sito che, fra le altre cose, trasuda islamofobia da tutti i pori (è sufficiente dargli un’occhiata per rendersene conto), sul conflitto in corso? Leggiamo: “L’unica cosa che contava per questi pseudo giornalisti era riportare il numero dei morti, alto da parte palestinese perché tanti, oltre 150, sono stati gli attentatori. Allo stesso tempo era basso, circa 25 in totale, il numero di persone barbaramente uccise con coltelli e macchine che hanno investito donne e bambini da parte israeliana”.
E chi sarebbero questi pericolosi attentatori, questi ‘’terroristi’’? Forse Afula di Asraa Abed, una donna indifesa, accerchiata dai militari israeliani, fino a che non le hanno sparato diverse pallottole. Per il giornalista di Haaretz, Gideon Levy, questo è “palesemente un assassinio. Quei poliziotti erano troppo codardi o assetati di vendetta e perciò meritano di essere processati, non encomiati” 2. Per un giornalista israeliano, certamente di Sinistra e democratico, quei soldati erano solo dei codardi che “meritano di essere processati”, mentre per i sionisti, quegli assassini sono degli ‘’eroi’’.
La Palestina è chiaramente sotto occupazione, definire ‘’terrorista’’ chi difende il proprio diritto alla libertà, all’indipendenza e a una dignitosa esistenza libera dalla dominazione neocoloniale, dovrebbe suscitare profonda indignazione. Un’ indignazione di massa che purtroppo tarda ad arrivare. E’ possibile restare in silenzio di fronte alle minacce e al terrorismo mediatico di Israele? E chi sarebbero poi i ‘’terroristi’’? Scrive ancora Levy: ‘’Ancor più macabra è l’esecuzione di Fadi Alon a Gerusalemme. Dopo che ha gettato a terra il coltello con cui aveva ferito un giovane ebreo, ha cercato di scappare dalla folla inferocita verso un poliziotto, che la gente incitava con parole volgari ad ucciderlo. Rispondendo alla richiesta della marmaglia, il poliziotto ha sparato a morte al ragazzo, senza motivo, e poi ha fatto rotolare il suo corpo in strada’’. Altri video dimostrano che una gran parte delle azioni dell’IDF (l’esercito israeliano) sono semplici atti di crudeltà, che hanno origine nel razzismo e nel particolarismo etnico e religioso ormai da tempo egemone in Israele.
Vogliamo parlare di Gaza ? Ashraf al-Qadra, membro del ministero della Salute palestinese, documenta che: ”L’occupazione persiste nell’utilizzo di armi non convenzionali contro i cittadini di Gaza, essa ne ha fatto uso in passato e continua tuttora”. 3 E continua: “Le tipologie delle ferite, curate negli ospedali della Striscia di Gaza in seguito agli attacchi israeliani, provano che l’occupazione ha usato armi incendiarie e non convenzionali, vietate a livello internazionale. Ciò si evince dai corpi delle vittime, che arrivano negli ospedali di Gaza con ustioni di grandi dimensioni e amputazioni in molte parti del corpo, oltre alle lacerazioni dei tessuti interni delle vittime. Tutto ciò dimostra che vi è un uso eccessivo della violenza contro i civili di Gaza, e che l’occupazione colpisce deliberatamente le aree popolate per aumentare il numero delle vittime tra i civili”. Il risultato è questo: oltre 43.000 persone, oggi a Gaza, vivono in condizioni di disabilità 4. E’ inutile girarci attorno: solo una persona in malafede può mettere sullo stesso piano un sasso lanciato da un ragazzo palestinese (o anche una coltellata sferrata con rabbia e disperazione), con i bombardamenti al fosforo e le bombe dirompenti dei cacciabombardieri israeliani.

Quello israeliano è un chiaro progetto di pulizia etnica, una sorta di lento e silenzioso genocidio portato avanti anche grazie all’impunità di cui gode Israele che, oltre a rappresentare una costante minaccia per i popoli arabi e/o mussulmani, sta mettendo in campo una strategia per attentare, come abbiamo appena visto, alle più elementari libertà democratiche – fra cui la libertà di stampa ed di informazione – in Europa.
Solo poche settimane fa la presentazione a Roma del libro di Alan Hart, “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei“, è stata boicottata, come spiega nel suo blog lo storico Diego Siragusa l’Anpi siamo anche noi , traduttore e autore della prefazione, al punto tale che anche l’ANPI provinciale di Roma ha deciso di annullare l’evento. E’ lecito pensare a pressioni”, spiega Siragusa nel suo articolo, e non possiamo che condividere la sua ipotesi.
Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria violazione del diritto che si traduce nel tentativo (ma è molto di più di un semplice tentativo) di mettere il bavaglio alla libera informazione, di zittire con le minacce i giornalisti non allineati al pensiero unico e ovviamente di orientare e condizionare la politica estera del paese (come se non fosse già del tutto prona agli interessi degli USA e di Israele). Tutto ciò dimostra peraltro, qualora ce ne fosse bisogno, quale sia il tasso di autonomia politica di questo paese .
E ancora: a chi giova l’iranofobia fomentata dai media filoisraeliani? La domanda è complessa e per questo, escludendo di rivolgerla (perché sarebbe del tutto inutile) ad un qualsiasi “funzionario mediatico” di regime, la giriamo alla giornalista Tiziana Ciavardini, colta ed esperta conoscitrice della Repubblica Islamica dell’Iran:
Dall’Islamofobia crescente in Occidente intensificatasi dopo i recenti attacchi terroristici in Francia e nei paesi mediorientali il senso di paura patologica nei confronti dell’IRAN fortunatamente sta in parte sta cambiando. La mia esperienza ultra decennale nella Repubblica Islamica dell’Iran mi ha portato ad avere una visione della cultura e della società contemporanea prettamente in contrasto con quelle che sono le notizie spesso capziose e confuse che i mass media ormai da anni stanno cercando di divulgare. Mi rivolgo in particolare a quella ‘paura dell’IRAN’ quella ‘IRANOFOBIA’ che vedeva nell’IRAN il male assoluto. Negli ultimi decenni l’Iran é stato piú volte presentato come un paese insicuro e da evitare caratterizzato da problemi politici interni che le cronache hanno inevitabilmente evidenziato creando un latente pregiudizio ancora oggi difficile da superare. Con l’elezione del Presidente Hassan Rohani l’Iran sta vivendo peró, un cauto cambiamento. Nello scenario mediorientale oggi questo Paese rappresenta l’unico Stato con una elevata stabilità politica ed istituzionale e rappresenta l’unica superpotenza regionale con una propria specifica identità. Purtroppo in Occidente siamo ancora ancorati al nostro etnocentrismo, convinti che la nostra civiltà occidentale si sia sparsa e imposta in tutto il mondo grazie alla superiorità morale del sistema democratico-parlamentare su altri sistemi politici. In realtá il sistema politico iraniano é troppo complesso e difficilmente comprensibile da un punto di vista occidentale e lo sbaglio maggiore é quello di voler attribuire regole e decisioni ad una sola persona quando non é esattamente cosí. L’Iran sta aprendo le proprie porte a nuove sorprendenti dinamiche un motivo in piú per intensificare il dialogo

La lobby sionista: vietato parlarne?

Ma c’è anche un’altra domanda a cui siamo chiamati a rispondere: esiste la lobby israeliana (sionista), cioè un centro (o vari centri) di potere impegnato(i) a difendere lo Stato di Israele e la sua politica di sostanziale e anche formale apartheid nei confronti del popolo palestinese? La risposta è semplice: sì, esiste. Cerchiamo di inquadrare il problema ripercorrendo le opinioni di importanti studiosi appartenenti alla Sinistra antimperialista italiana. Anche perché, molto spesso la sinistra confonde il “sionismo” con l’ “ebraismo”,eppure i rabbini Neturei Karta sono contrari allo Stato ebraico. . La destra, oggigiorno, è filosionista: condivide con questo sia l’imperialismo economico e politico che la sua funzione “messianica”.
Secondo lo storico marxista Mauro Manno “Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denuncino la pericolosità’ 5. Il Partito Radicale (Pannella e Bonino in testa … ) così come il quotidiano La Repubblica (solo per citarne alcuni perchè l’elenco sarebbe infinitamente più lungo) sono apertamente schierati dalla parte di Israele.
Per il filosofo “post-marxista”, Costanzo Preve, nessuna persona intellettualmente onesta potrebbe negare l’esistenza della lobby filoisraeliana, “però anche solo fare un riferimento a questa realtà incontrovertibile, è immediatamente assimilato all’antisemitismo, identificato nel simbolismo comune mediatico manipolato con l’approvazione, esplicita o implicita, ai crimini sterministici di Hitler. Il tradimento degli intellettuali consiste nel non denunciare questo fatto…” 6.
Quindi, come mettere al riparo l’informazione e la libertà di stampa da questa progressiva involuzione antidemocratica? In regime capitalistico chi possiede i mezzi di produzione controlla e possiede anche i mezzi di informazione: egemonia di classe e costruzione del consenso camminano di pari passo. Israele è un paese imperialista (al vertice della catena di comando insieme a Usa e Gran Bretagna ), mentre l’Italia è un paese sub-imperialistico a sovranità limitata. I rapporti di forza fra questi stati rendono proni i governanti e i giornalisti italiani alle classi dirigenti americane e israeliane.
Lo storico Diego Siragusa ci ha spiegato molto bene come “Decisiva è, quindi, la tecnica dell’inganno. Il motto del MOSSAD, il famigerato servizio segreto israeliano, è questo “PER MEZZO DELL’INGANNO FAREMO LA GUERRA”. In modo esplicito gli israeliani confessano il loro metodo fondamentale col quale hanno costruito il loro stato e la loro potenza: la disinformazione sistematica come la quintessenza del loro progetto sionista. Possedere il controllo dell’informazione planetaria è la condizione necessaria per il successo dell’inganno” 7.Fino a quando tale inganno avrà successo? Da più di sessant’anni a questa parte a fare le spese degli appetiti di questa potenza imperialista cinica, arrogante e aggressiva sono i popoli dell’area mediorientale e in particolare quello palestinese.
La battaglia per ristabilire una verità storica e oggettiva su Israele, sui suoi crimini e sulla natura imperialista del sionismo, deve diventare quindi una priorità per chiunque sia animato da uno spirito democratico e da onestà intellettuale.

1)http://www.progettodreyfus.com/stop-alla-disinformazione-licenziamenti-di-massa-nelle-redazioni-dei-quotidiani-online/

2)http://www.bocchescucite.org/la-pena-di-morte-illegale-e-senza-processo-di-israele-e-accolta-dagli-applausi-delle-masse/

3)http://www.infopal.it/fonte-ufficiale-palestinese-israele-ha-trasformato-gaza-in-un-campo-di-sperimentazione-per-armi-vietate-a-livello-globale/

4)http://www.infopal.it/piu-di-43-600-disabili-a-gaza/

5)http://palestinanews.blogspot.it/2009/02/in-ricordo-di-mauro-manno-esiste-la.html

6)http://www.comunismoecomunita.org/?p=4115

7)http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=308%3Ala-disinformazione-e-la-formazione-del-consenso-attraverso-i-media&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=101

thanks to: l’interferenza

L’attacco della lobby Israeliana alla libertà accademica. Tentativi di censura segno di debolezza

I tentativi di censura non sono un segno di forza, ma di debolezza

di Ben White

Per anni, le lobby israeliane hanno bollato l’appello dei palestinesi per il boicottaggio delle università israeliane come attacco alla “libertà accademica”. Ora la maschera è finalmente caduta.

Il mese prossimo, all’Università di Southampton nel Regno Unito, si terrà una conferenza su Israele e il diritto internazionale che riunirà “studiosi di diritto, politica, filosofia, teologia, antropologia, storia, studi culturali e altre discipline connesse”.

Tuttavia, in un impudico attacco alla libertà di parola, è aumentata la pressione perché l’università annullasse l’evento. Alla fine dell’anno scorso, il Comitato dei Deputati Ebrei Britannici, il Jewish Leadership Council, e l’Unione degli studenti ebrei hanno scritto al direttore della Scuola di Giurisprudenza di Southampton, sostenendo che la conferenza “andrebbe oltre l’ammissibile”.

Nel mese di febbraio, queste organizzazioni si sono riunite nella coalizione Università del Regno Unito, e hanno lamentato che la “libertà di parola” impediva alle università di “prendere in considerazione rappresentazioni valide per la comunità ebraica”. Stranamente, era presente anche l’ambasciatore britannico in Israele, Matthew Gould.

Attacchi continui

Nelle ultime settimane vi è stato un flusso costante di attacchi contro l’Università di Southampton, tra cui il suggerimento che la conferenza avrebbe reso l’università “complice nel favorire la montante e straziante ondata di antisemitismo in Europa”.

Disturba che sia intervenuto anche il Ministro per le Comunità, Eric Pickles, ponendosi come arbitro di ciò che si trova oltre i confini del “legittimo dibattito accademico”.

L’università ha invece sottolineato l’obbligo di legge di proteggere la libertà di parola. Un portavoce ha detto che l’università “difende la libertà accademica, la libertà di parola e le opportunità per il personale e gli studenti di discutere di una vasta gamma di opinioni e prospettive”.

Nel frattempo, centinaia di docenti e ricercatori hanno firmato una dichiarazione a sostegno della libertà accademica. Professori delle università di Oxford, Cambridge, della London School of Economics, di Harvard, del MIT, dell’Università della California e altre hanno condannato “i tentativi di parte” compiuti per “mettere sotto silenzio analisi dissenzienti del tema in questione”.

L’intero episodio è istruttivo del modo in cui i sostenitori di Israele cercano ipocritamente e in mala fede di soffocare la discussione critica.

In primo luogo, gli oppositori del boicottaggio accademico di Israele si presentano come difensori della “libertà accademica” – anche se la campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) è basata sulla complicità istituzionale delle università israeliane nell’occupazione e in crimini di guerra. Il significato di libertà di parola viene ridefinito come discussione che non disturbi i difensori intransigenti di Israele.

I timori di ‘estremismo’

Eppure gli stessi lobbisti israeliani che erroneamente dicono che il BDS è un attacco alla libertà accademica ora vogliono impedire una conferenza semplicemente perché non gli piacciono le idee che verranno discusse. Infatti, in un gesto che ricorda il maccartismo, la coalizione anti-BDS ha passato in rassegna 56 conferenzieri, etichettandone 45 come “anti-israeliani”.

In secondo luogo, la strategia iniziale – dopo l’attacco privato, quello pubblico – è stata quello di insinuare che la conferenza avrebbe in qualche modo nuociuto ai “rapporti tra le comunità”, un tentativo trasparente di attingere a timori circa “l’estremismo” e l’antisemitismo.

Ad alcuni funzionari universitari è stato detto da coloro che cercano di censurare che la conferenza stava causando “grande preoccupazione e angoscia” e che avrebbe potuto avere “conseguenze dannose per il benessere degli studenti e i rapporti tra le comunità nel campus”. Il direttore del Jewish Leadership Council, Simon Johnson, ha affermato che la conferenza avrebbe avuto “un impatto negativo sul sentimento comunitario”.

Questo tipo di discorso rappresenta un trend in crescita. Il Comitato dei Deputati, per esempio, ha citato “la coesione della comunità”, per opporsi ai Consigli locali che espongono bandiere palestinesi in un gesto di solidarietà nei confronti di un popolo occupato.

In terzo luogo, il significato di libertà di parola viene rivisitato in modo da significare discussione che non disturbi i difensori intransigenti di Israele. Il vicepresidente del Comitato dei Deputati, Jonathan Arkush, ha chiesto che a meno che l’università “rimodulasse” il convegno, questo “avrebbe dovuto essere annullato”. Ha detto che non si trattava di censura, ma “semplicemente” di chiedere “un dibattito equilibrato”.

Imparzialità

L’“insistenza” del Comitato sulla cosiddetta imparzialità è ironica, dato che il tesoriere uscente dell’organizzazione ha dichiarato di non potere criticare Israele, finché era in carica. Secondo Laurence Brass, chi esprime la propria opinione “è sottoposto a critiche personali molto dure e talvolta persino ad insulti”. Infatti, Arkush stesso ha chiesto a Brass di tacere.

Il doppio standard va oltre la parodia. Douglas Murray, della fondazione neo-conservatrice The Henry Jackson Society, ha dichiarato che la conferenza non è protetta dalla libertà di parola, perché è “unilaterale” – pochi giorni dopo aver scritto un articolo in cui affermava che “la Gran Bretagna è ora un paese in cui la libertà di parola è problematica”.

La deputata Caroline Nokes, nel frattempo, ha descritto la “libertà accademica” come “sacrosanta” e subito dopo, senza neanche rendersene conto, ha detto che si poteva fare un’eccezione a tale principio inviolabile nel caso di questa conferenza “apparentemente unilaterale”.

“Non si tratta di libertà accademica”, ha scritto la Federazione Sionista in una petizione. Protestano fin troppo. Ma non è solo questione di resistere a un attacco alla libertà accademica mascherato da preoccupazione per “l’uniteralità” o “i rapporti tra le comunità”.

In una prospettiva più ampia si tratta della continuazione degli sforzi per mettere a tacere il dibattito critico e punti di vista diversi, in particolare il punto di vista palestinese, in un momento in cui la voce degli espulsi e degli occupati viene sentita più forte che mai. I tentativi di censura non sono un segno di forza, ma di debolezza.

Ben White è un giornalista freelance, scrittore e attivista, specializzato in Palestina / Israele. 

Fonte: Al Jazeera

Traduzione di Federico Zanettin

thanks to: BDS Italia

Torino: sulla campagna Boycott Israel e le strumentalizzazioni de La Stampa

Torino: sulla campagna Boycott Israel e le strumentalizzazioni de La Stampa | Palestina Rossa.

Riportiamo il comunicato del collettivo Boycott Israel di Torino in risposta a un articolo comparso ieri sulle pagine online de La Stampa: nel pezzo, firmato dal noto Massimo Numa, si strumentalizza con falsità e imprecisioni un presidio organizzato lunedì dal collettivo Boycott Israel per informare della campagna avviata in questi giorni in merito ai festival musicali di MiTo e Torino Danza.

All’interno delle due rassegne, infatti, sono previsti concerti che ospiteranno artisti israeliani, alcuni dei quali organizzati con il diretto sostegno dell’ambasciata di Israele. Massimo Numa non è certo nuovo a questo tipo di strumentalizzazioni (cui oggi sono seguiti i cori di indignazione del sindaco Fassino) e noto per il disprezzo con cui è solito trattare le vicende che riguardano i movimenti sociali nonché le mobilitazioni a sostegno della Palestina, spesso e impropriamente tacciate di antisemitismo grazie a inesattezze e deliri di “escalation” e “campagne d’odio”. Di seguito il comunicato del collettivo Boycott Israel che fa chiarezza sull’iniziativa e, al fondo, il volantino di presentazione della campagna di boicottaggio.

In primo luogo ringraziamo Massimo Numa e gli altri redattori per l’ampio risalto dato all’iniziativa del 2 settembre di boicottaggio contro Israele negli spettacoli di MiTo e Torino Danza.

In merito a quanto pubblicato, dichiariamo la nostra totale estraneità a qualunque iniziativa di boicottaggio di negozianti ebrei in quanto tali, di cui peraltro, a Torino, non siamo a conoscenza. Ci risulta che una simile iniziativa sia stata presa a Roma da un gruppo neofascista: ma noi, come tutti coloro che appoggiano l’appello palestinese per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele), consideriamo la battaglia contro fascismo e antisemitismo base fondante del nostro lavoro.

A maggior ragione sottolineiamo ancora una volta che Ebraismo (un’antica religione) e Israele (uno stato razzista) non possono essere identificati: nel mondo migliaia di ebrei hanno preso posizione contro la politica genocida dei governi israeliani, esprimendo la propria solidarietà ai palestinesi divenuti “vittime delle vittime”.

Constatiamo che invece Beppe Segre, presidente della comunità ebraica torinese, continua a operare perentoriamente questa identificazione, sostenendo che “la comunità ebraica appoggia completamente la posizione dello stato di Israele”. Invitiamo i membri di coscienza della Comunità a prendere posizione contro questo arbitrario arruolamento.

In generale quanto riportato su La Stampa non è altro che il frutto di una profonda disinformazione e pregiudizio attribuendo a quanti si battono per la fine dell’occupazione in Palestina una campagna di odio verso Israele. Il Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è una campagna che utilizza strumenti non violenti per costringere il governo di Israele a porre fine al regime di occupazione e di apartheid come è successo con il Sud Africa. Il BDS viene appoggiato e sostenuto da intellettuali ebrei quali lo storico Ilan Pappe, la sociologa scomparsa Tanya Reihnardt , la filosofa Judith Butler e tanti altri che qui non è possibile citare insieme a artisti e intellettuali non ebrei, ad esempio Ken Loach, Roger Waters, Elvis Costello, Naomi Klein, diversi premi Nobel e chiese e università americane ed europee.

L’ultima cruenta aggressione a Gaza, che ha provocato oltre 2100 morti, di cui oltre 500 bambini, ma a cui la popolazione ha resistito eroicamente con tutti i mezzi, deve essere per tutte le persone sensibili uno sprone in più a sostenere la campagna BDS fino alla realizzazione dei suoi obbiettivi:

La fine dell’occupazione e del blocco di Gaza
La fine dell’apartheid
Il diritto al ritorno dei profughi palestinesi cacciati dalle loro case più di 60 anni fa.

In particolare riteniamo importante continuare a dedicarsi al boicottaggio culturale, un punto particolarmente sensibile per Israele perchè smaschera la falsa immagine positiva che questo stato cerca di fornire di sè. Nel 2009 infatti Arye Mekel del Ministero degli affari esteri israeliano disse: ”Manderemo ovunque i più noti scrittori e romanzieri, compagnie teatrali, mostre. In questo modo sarà mostrato il volto più grazioso di Israele, così che non siamo più pensati solo in un contesto di guerra”.

Collettivo Boycott Israel – Torino

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Il rapporto segreto che aiuta Israele a nascondere i fatti

I portavoce israeliani hanno il loro bel da fare nello spiegare come hanno ucciso più di 1000 Palestinesi in Gaza, molti dei quali civili, a confronto con appena tre civili uccisi in Israele dai razzi e mortai di Hamas. Ma in televisione, nelle radio e sui giornali, i portavoce del governo israeliano, come Mark Regev, appaiono furbi e meno aggressivi rispetto ai loro predecessori, che spesso erano visibilmente indifferenti a quanti palestinesi erano stati uccisi.

C’è una ragione per questo miglioramento delle competenze di PR (Public Relation n.d.t) dei portavoce israeliani. Stando a quello che si dice, il copione che stanno utilizzando è uno studio professionale, ben studiato e riservato, su come influenzare i media e l’opinione pubblica in America e in Europa. Scritto dall’esperto sondaggista repubblicano e stratega politico, il dottor Frank Luntz, lo studio è stato commissionato cinque anni fa da un gruppo chiamato Il Progetto Israele, con uffici negli Stati Uniti e in Israele, per l’utilizzo da parte di coloro “che sono in prima linea nella lotta contro la guerra mediatica per Israele “.

Ognuna delle 112 pagine del libretto è contrassegnata “non per la distribuzione o la pubblicazione” ed è facile capire il perché. La relazione Luntz, ufficialmente intitolata ” Il Dizionario della Lingua Globale del Progetto Israele 2009“, è trapelata quasi subito aNewsweek online, ma la sua vera importanza è stata raramente riconosciuta. Dovrebbe essere una lettura obbligatoria per tutti, specialmente i giornalisti, interessati a qualsiasi aspetto della politica israeliana riguardo alle sue “fare e non fare” per i portavoce israeliani.

Questi sono molto illuminanti per il divario tra ciò che i funzionari e i politici israeliani credono davvero, e quello che dicono, quest’ultimo modellato nei minimi dettagli con sondaggi per determinare quello che gli americani vogliono ascoltare. Certo, nessun giornalista che intervista un portavoce israeliano può farlo senza leggere questa anteprima di molti dei temi e frasi utilizzate dal signor Regev e dai suoi colleghi.

Il libretto è pieno di consigli sostanziosi su come si dovrebbero modellare le loro risposte per diversi tipi di pubblico. Ad esempio, lo studio afferma che “gli americani concordano sul fatto che Israele ha diritto a frontiere difendibili”. Ma non si dice nulla di preciso per definire esattamente come dovrebbero essere quei confini. Evitare di parlare di confini in termini di pre-o post-1967, perché serve solo a ricordare agli americani la storia militare di Israele. Soprattutto a sinistra questo ti danneggia. Ad esempio, il supporto per il diritto di Israele a confini difendibili cade da un esaltante 89 per cento a meno del 60 per cento quando si parla in termini di 1967.

Cosa dire riguardo al diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi che sono stati espulsi o sono fuggiti nel 1948 e negli anni successivi, e che non sono autorizzati a tornare alle loro case? Qui il dottor Luntz offre sottili consigli per i portavoce, dicendo che “il diritto al ritorno è un problema difficile da comunicare efficacemente per gli israeliani perché gran parte del linguaggio israeliano suona come le parole ‘separati ma uguali’ dei segregazionisti negli anni ’50 e ’80 sostenitori dell’apartheid. Il fatto è che gli americani non amano, non credono e non accettano il concetto di ‘separati ma uguali’. ”

Come dovrebbero regolarsi i portavoce con quello che il libretto ammette essere una domanda difficile? Dovrebbero fare una “domanda”, sulla base del fatto che gli americani non amano le persone che fanno domande”. Poi dicono ‘ i Palestinesi non si sono accontentati del proprio stato. Ora stanno chiedendo territorio all’interno di Israele’”. Altre proposte per una effettiva risposta israeliana includono l’affermazione che il diritto al ritorno potrebbe diventare parte di una accordo definitivo “a un certo punto in futuro”.

Dr Luntz osserva che gli americani nel loro complesso hanno paura dell’immigrazione di massa negli Stati Uniti, così parlare di “immigrazione palestinese di massa” in Israele questa non sarà accolta favorevolmente dagli americani. Se non altro funziona dire che il ritorno dei palestinesi potrebbe “deviare gli sforzi per raggiungere la pace”.

La relazione Luntz è stata scritta all’indomani dell’operazione Piombo Fuso nel dicembre 2008 e gennaio 2009, quando 1.387 palestinesi e nove israeliani furono uccisi.

C’è un intero capitolo su “isolare l’Iran sostenuta da Hamas come un ostacolo alla pace”. Purtroppo, all’arrivo dell’attuale operazione Protective Edge, che ha avuto inizio il 6 luglio, c’è stato un problema per i propagandisti israeliani perché Hamas aveva litigato con l’Iran sulla guerra in Siria e non ha avuto contatti con Teheran. Relazioni amichevoli sono stati ripresi solo negli ultimi giorni – grazie alla invasione israeliana.

Gran parte del consiglio del dottor Luntz è di circa il tono e la presentazione del caso israeliano. Dice che è assolutamente cruciale per trasmettere empatia per i palestinesi: “Persuadables [sic] non si curano di quanto si sa fino a che non sanno quanto vi preoccupate. Mostrate empatia per entrambi i lati! “Questo potrebbe spiegare perché un certo numero di portavoce israeliani sono quasi lacrimosi per le difficoltà dei palestinesi martellati da bombe e proiettili israeliani.

In una frase in grassetto, sottolineato e scritto in minuscolo, il dottor Luntz dice che il portavoce o leader politici israeliani non devono mai, mai giustificare “il massacro deliberato di donne e bambini innocenti” e devono aggressivamente sfidare coloro che accusano Israele di un tale crimine. Il portavoce israeliano ha lottato per essere fedele a questa prescrizione quando 16 palestinesi sono stati uccisi in un rifugio delle Nazioni Unite a Gaza lo scorso Giovedi.

C’è una lista di parole e frasi da utilizzare e una lista di quelle da evitare. Schmaltz è molto richiesto: “Il modo migliore, l’unico modo, per raggiungere la pace duratura è quello di raggiungere il rispetto reciproco.” Soprattutto, il desiderio di Israele per la pace con i palestinesi va sottolineato in ogni momento, perché questo è quello che la stragrande maggioranza degli americani vuole che accada. Ma ogni influenza su Israele per fare effettivamente la pace può essere ridotta affermando “un passo alla volta, un giorno alla volta”, che sarà accettato come “un approccio di buon senso per l’equazione terra in cambio di pace”.

Dr Luntz cita come un esempio un “efficace slogan israeliano” che recita: “In particolare voglio raggiungere le madri palestinesi che hanno perso i loro figli. Nessun genitore dovrebbe seppellire il proprio bambino”.

Lo studio ammette che il governo israeliano non vuole veramente una soluzione a due stati, ma dice che questo dovrebbe essere mascherato, perché il 78 per cento degli Americani lo vuole. Le speranze per il miglioramento economico dei palestinesi devono essere sottolineate.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu è citato con vigore quando dice che è “tempo per qualcuno di chiedere ad Hamas: Che cosa stai facendo per portare prosperità al tuo popolo?”. L’ipocrisia di questo tizio convince: sono i sette anni di assedio economico israeliano che hanno ridotto Gaza alla povertà e alla miseria.

In ogni occasione, la presentazione degli eventi dei portavoce israeliani è orientata a dare agli Americani ed Europei l’impressione che Israele vuole la pace con i palestinesi ed è disposto a compromessi per raggiungere questo obiettivo, quando tutte le prove dicono che non è così. Anche se non era nelle intenzioni, alcuni studi più rivelatori sono stati scritti in tempo di guerra e di pace sul moderno Israele.

The Israel Project’s 2009 GLOBAL LANGUAGE DICTIONARY (Pdf versione italiana)

titolo originale: The secret report that helps Israel hide facts

di Patrick Cockburn pubblicato su www.independent.co.uk

Traduzione di Davide Amerio http://www.tgvallesusa.it/?p=10214

( Fonte:Contropiano.org )