Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu

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Pentagono ha espresso forte preoccupazione dopo che l’agenzia di stampa di stato turca, Anadolu, ha rivelato la localizzazione di tutte (o molte) postazioni e basi delle forze militari statunitensi nel nord della Siria. L’agenzia Anadolu ha pubblicato lunedì un rapporto dettagliato sulla posizione delle strutture militari e in alcuni casi persino il numero degli effettivi statunitensi che cvi sono schierati.

Anadolu ha aggiunto che le basi – 2 aerodromi e 8 basi avanzate (FOB) – sono utilizzate per sostenere il Partito dell’Unione democratica (Pyd) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che costituiscono la struttura portante delle Forze Democratiche Siriane (FDS), movimento sostenuto da Washington che combatte l’Isis e sta liberando Raqqa inglobando anche milizie tribali arabe.

La dettagliata infografica pubblicata da Anasdolu rivelava inoltre che 200 militari delle forze speciali USA e 75 francesi operano sul fronte di Raqqa da un avamposto situato una trentina di chilometri a nord della capitale dello Stato Islamico per il 30% liberata dalle milizie delle FDS.

Washington e Ankara hanno da tempo rapporti molto tesi a causa dell’iniziativa statunitense di sostenere le FDS che Ankara teme possano costituire un’entità autonoma curda nel nord della Siria a ridosso dei confini con la Turchia.

La Turchia, che considera l’Ypg un “gruppo terroristico” alleato del PKK.  Il portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato che la diffusione di “informazioni militari sensibili” espone le forze della Coalizione a rischi non necessari e potrebbe potenzialmente compromettere le operazioni contro lo Stato Islamico.

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“Anche se non possiamo verificare in modo indipendenti le fonti che hanno contribuito a questo articolo, saremmo molto preoccupati se responsabili di un alleato Nato mettessero di proposito a rischio le nostre forze diffondendo informazioni sensibili”, ha detto il portavoce. “Abbiamo già espresso questi timori al governo della Turchia”, ha sottolineato pur rifiutandosi, per ragioni di sicurezza, di chiarire se le informazioni diffuse dall’Anadolu fossero veritiere.

Le autorità di Ankara hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella pubblicazione.

“Non si tratta di informazioni fornite dal nostro governo”, ha assicurato in una conferenza stampa, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan.

“L’agenzia Anadolu ha scritto queste informazioni basandosi sulle proprie fonti” ha detto il portavoce aggiungendo che “siamo stati informati di questo articolo dopo la sua pubblicazione”.

Resta in ogni caso difficile credere, specie con il rigido controllo sui media in vigore in Turchia, che Anadolu abbia potuto ottenere e pubblicare delicate infiormazoni di carattere militare senza che il governo ne fosse informato.

 

Foto: Anadolu e Getty Images

Sorgente: Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu – Analisi Difesa

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La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre

Alessandro Lattanzio, 26/8/2016 Il Ministero degli Esteri russo, in merito all’invasione turca in Siria, dichiarava “Mosca è seriamente preoccupata per gli sviluppi sul confine siriano-turco, ed è particolarmente allarmata dalla prospettiva che la situazione nella zona del conflitto continui a deteriorarsi, con conseguente maggiori perdite civili e accresciute tensioni etniche tra arabi e curdi. Crediamo fermamente che la crisi siriana può essere risolta esclusivamente sulla solida base del diritto internazionale attraverso il dialogo intra-siriano tra tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui i curdi, sulla base del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012 e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 2254, avviato dal Gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Va ricordato che nel febbraio 2016, Erdogan definì “risibile” l’accusa della Russia che la Turchia stesse preparando l’invasione della Siria. “Trovo questa dichiarazione russa ridicola… ma è la Russia che è attualmente impegnata nell’invasione della Siria“, aveva detto Erdogan, che affermava anche che la Russia va ritenuta responsabile delle persone uccise in Siria, e che Mosca e Damasco erano responsabili di 400000 morti. Parlando a una conferenza stampa congiunta con l’omologo senegalese, durante una visita in Senegal, Erdogan aveva anche detto che la Russia invadeva la Siria per creare uno “Stato boutique” per il Presidente Bashar al-Assad. “La Turchia non ha alcun piano o pensiero per attuare una campagna militare o incursione in Siria“, dichiarava un funzionario turco, “La Turchia è parte di una coalizione, collabora con i suoi alleati, e continuerà a farlo. Come abbiamo più volte detto, la Turchia non agisce unilateralmente“. “I russi cercano di nascondere i loro crimini in Siria“, dichiarava l’ex-primo ministro turco Ahmet Davutoglu, “Semplicemente distolgono l’attenzione dai loro attacchi ai civili di un Paese già invaso. La Turchia ha tutto il diritto di prendere tutte le misure per proteggere la propria sicurezza“. Intanto, un capo del gruppo terroristico filo-turco Faylaq al-Sham, entrato nella città di Jarablus nel nord della Siria nell’ambito di un’operazione supportata da carri armati e forze speciali turchi e aerei da guerra degli USA, riferiva che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico che occupavano Jarablus si erano ritirati e alcuni si erano arresi. Ma nonostante ciò, solo la metà della città era sotto il controllo dei terroristi neo-ottomani. “I jihadisti dello Stato islamico si sono ritirati da diversi villaggi alla periferia di Jarablus e si sono diretti a sud verso la città di al-Bab“.
Mentre il primo ministro turco Binali Yildirim affermava che “Il nostro esercito continuerà l’operazione finché i terroristi saranno completamente cacciati da questa regione e le forze armate turche forniscono supporto logistico alle forze dell’esercito libero siriano“, il rappresentante della Repubblica Araba di Siria presso le Nazioni Unite, Bashar al-Jafari, dichiarava che “E’ impossibile sconfiggere lo Stato islamico in Siria senza prima sconfiggerlo in Turchia. Come può la Turchia dire che combatte lo SIIL a Jarabulus se essa stessa ne ha permesso la creazione e lo sviluppo rifornendolo di migliaia di autoveicoli Toyota e di altre marche, già dotati di armi? Inoltre, coi fondi dal Golfo Persico gli ha acquistato armi da Ucraina, Croazia, Bulgaria, ecc. Non c’è dubbio che ci sia pressione russo-iraniana su Ankara per farle cambiare politica verso la Siria. La Turchia dice una cosa ma ne fa un’altra. Sentiamo buoni interventi ogni giorno, ma non vediamo nessuna azione reale. Se ci fossero azioni coerenti con le dichiarazioni, non avrebbe iniziato l’operazione a Jarabulus. Gli Stati Uniti usano la Turchia, il braccio armato del PKK, al-Nusra e altri. Questo è noto. Il diplomatico di più basso rango alle Nazioni Unite sa già cosa accade in Siria e Iraq. La lotta al terrorismo può avvenire solo creando una equa coalizione internazionale, in coordinamento con le autorità siriane. Lo sosterrò, ma non senza il consenso del governo siriano. Noi viviamo nel 21° secolo, non nella foresta. Si dimentica che esiste il diritto internazionale“. Sergej Balmasov, dell’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, dichiarava che “Gli statunitensi ancora perseguono il loro obiettivo principale, indebolire il governo di Bashar Assad. Tutte le coalizioni supportate dagli Stati Uniti sono temporanee“, e l’intervento della Turchia trascinerà ulteriormente la guerra in Siria destabilizzando la regione, mentre Ruslan Pukhov, del Centro per l’analisi delle strategie e tecnologie, dichiarava che “Tenendo conto dei legami tra Ankara e Washington al minimo nelle ultime due settimane, tale operazione serve ad distogliere l’attenzione da Fethullah Gulen e mostrare che Stati Uniti e  Turchia rimangono alleati strategici“.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa della Federazione Russa avviava ampie esercitazioni a sorpresa di prontezza al combattimento delle Forze Armate nei Distretti Militari meridionale, occidentale e centrale, così come delle Flotte del Nord, del Mar Nero e del Caspio, e delle principali basi delle VDV, ovvero le forze aerotrasportate. Il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu annunciava, “Oggi, in conformità con la decisione del comandante supremo delle Forze Armate, un’altra ispezione improvvisa è iniziata. Le truppe e i mezzi delle forze dei Distretti Militari Meridionale, Occidentale e Centrale, la Flotta del Nord, l’Alto Comando delle Forze Aerospaziali, il comando delle truppe Aerotrasportate dalle 0700 sono in allerta completa“. Le manovre si svolgono dal 25 al 31 agosto. Inoltre, il Distretto Militare del Sud avviava le esercitazioni strategiche “Caucaso-2016“; “I corpi di amministrazione militare, le unità militari e le formazioni di combattimento, sostegno speciale e logistico compiranno 12 esercitazioni specifiche volte ad affrontare i problemi nello schieramento avanzato del completo sistema di supporto delle truppe“, dichiarava il ministro. Più di 4000 effettivi e 300 mezzi della Flotta del Mar Nero e della Flottiglia del Caspio partecipavano alle manovre. Il Ministero della Difesa russo informava che anche 15 navi da combattimento della Flotta del Mar Nero e 10 della Flottiglia del Caspio aderivano alle esercitazioni, assieme a 8000 militari e oltre 2000 mezzi del Distretto Militare Meridionale, a 1000 militari e circa 200 mezzi della base russa nella Repubblica dell’Ossezia del Sud, e ai caccia-intercettori del Distretto Militare Occidentale che pattugliano i confini occidentali della Russia, “gli aerei da combattimento pattugliano costantemente lo spazio aereo nelle zone di confine“.1023573257Fonti:
al-Arabiya
Fort Russ
MID
New Cold War
Sputnik
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TASS

Sorgente: La Turchia s’infiltra in Siria, la Russia avvia grandi manovre | Aurora

President al-Assad: The Turks, Qataris and Saudis lost most of their cards and are now left with Aleppo battle card

Damascus, SANA – President Bashar al-Assad gave interview to Cuba’s official state news agency Prensa Latina in which he said the Turks, Qataris and Saudis lost most of their cards on the battlefields in Syria and that Aleppo battle is their last card, affirming that there is strong harmony between Syria and Latin America, especially Cuba, on the political and historical levels and that hard work is needed in order to invigorate the different sectors of this relation.

 

The following is the full text of the interview:

 

Question 1: Mr. President, thanks for giving Prensa Latina this historic opportunity of conveying your point of view to the rest of the world about the reality in Syria, because as you know, there is a lot of misinformation out there about your country, about the foreign aggression that is taking place against this beautiful country.

 

Mr. President, how would you evaluate the current military situation of the external aggression against Syria, and what are the main challenges of Syrian forces on the ground to fight anti-government groups? If it is possible, we would like to know your opinion about the battles or combats in Aleppo, in Homs.

 

Aleppo battle is the last card for the Turks, Qataris and Saudis

 

President Assad: Of course, there was a lot of support to the terrorists from around the world. We have more than one hundred nationalities participating in the aggression against Syria with the support of certain countries like Saudi Arabia and Qatar with their money and Turkey with the logistical support, and of course with the endorsement and supervision of the Western countries, mainly the United States, France, and the UK, and some other allies. But since the Russians decided to intervene in supporting legally the Syrian Army in fighting the terrorists in Syria, mainly al-Nusra and ISIS and some other affiliated groups, the scales have been tipped against those terrorists, and the Syrian Army has made many advances in different areas in Syria. And we are still moving forward, and the Syrian Army is determined to destroy and to defeat those terrorists. You mentioned Homs and Aleppo. Of course, the situation in Homs, since the terrorists left Homs more than a year ago, the situation has been much, much better, more stable. You have some suburbs of the city which were infiltrated by terrorists. Now there is a process of reconciliation in those areas in which either the terrorists give up their armaments and go back to their normal life with amnesty from the government, or they can leave Homs to any other place within Syria, like what happened more than a year ago in the center of the city.

 

For Aleppo it is a different situation, because the Turks and their allies like the Saudis and Qataris lost most of their cards on the battlefields in Syria, so the last card for them, especially for Erdogan, is Aleppo. That is why he worked hard with the Saudis to send as much as they can of the terrorists – the estimation is more than 5,000 terrorists – to Aleppo.

 

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Question 2: Through the Turkish borders?

 

President Assad: Yes, from Turkey to Aleppo, during the last two months, in order to recapture the city of Aleppo, and that didn’t work. Actually, our army has been making advancement in Aleppo and the suburbs of Aleppo in order to encircle the terrorists, then, let’s say, either to negotiate their going back to their normal life as part of reconciliation, or for the terrorists to leave the city of Aleppo, or to be defeated. There’s no other solution.

 

Question 3: Thank you, thank you very much. Mr. President, which are the priorities of the Syrian Army in the confrontation with the terrorist groups? And we’re particularly interested, because in Cuba we had something similar in the past, in the role of the popular defense groups; what is the role that the popular defense groups are playing in the theater of operations?

 

Syrian army’s priority is to fight al-Qaeda-linked organizations of ISIS, al-Nusra, Ahrar al-Cham and Jaish al-Islam

 

President Assad: The priority of the Syrian Army, first of all, is to fight ISIS and al-Nusra and Ahrar al-Cham and Jaish al-Islam. These four organizations are directly linked to Al Qaeda through the ideology; they have the same ideology, they are Islamic extremist groups who want to kill anyone who doesn’t look or doesn’t feel or behave like them. But regarding what you called the popular militia groups, actually, at the beginning of the war, the terrorists started an unconventional war against our army, and our army is a traditional army, like any other army in the world, so the support of those popular defence groups was very important in order to defeat the terrorists in an unconventional way. That was very helpful to the Syrian Army, because those fighters, those national fighters, they fight in their regions, in their cities, in their villages, so they know the area very well, they know the region very well, I mean the pathways, the terrain, let’s say, very well. So, they can be very huge assets for the Syrian Army. That is their role.

 

Question 4: Mr. President, how does the resistance of the Syrian people take place in the economic front to foreign aggression, I mean the economy, and please, what is your opinion on which sectors of the Syrian economy have remained functioning despite the war, economic blockade, looting, and so forth?

 

President Assad: Actually, the war on Syria is a full-blown war; it is not only supporting terrorists. They support the terrorists, and at the same time they launched a political war against Syria on the international level, and the third front was the economic front, in which they dictate to their terrorists, to their surrogate mercenaries, to start destroying the infrastructure in Syria that helped the economy and the daily needs of the Syrian citizens.

 

At the same time, they started an embargo directly on the borders of Syria through the terrorists and abroad through the banking systems around the world. In spite of that, the Syrian people were determined to live as much normal life as they can. That prompted many Syrian businessmen or the owners of, let’s say, the industry, which is mainly medium and small industry, to move from the conflict areas and unstable areas toward more stable areas, on a smaller scale of business, in order to survive and to keep the economy running and to keep the needs of the Syrian people available. So, in that regard, most of the sectors are still working. For example, the pharmaceutical sector is still working in more than 60% of its capacity, which is very important, helpful, and very supportive to our economy in such circumstances. And I think now we are doing our best in order to re-expand the base of the economy in spite of the situation, especially after the Syrian Army made many advancements in different areas.

 

Question 5: Mr. President, let’s talk a little bit about the international environment, please give me your opinion about the role of the United Nations in the Syrian conflict, the attempts of Washington and its allies to impose their will on the Security Council and in the Geneva peace talks.

 

So far, there is no UN role in the Syrian conflict; there is only Russian and American dialogue

 

President Assad: Talking about the role of the United Nations or Security Council could be illusive, because actually the United Nations is now an American arm, where they can use it the way they want, they can impose their double standards on it instead of the Charter. They can use it like any other institution within the American administration. Without some Russian and Chinese stances in certain issues, it would be a full American institution. So, the Russian and Chinese role has made some balance within these institutions, mainly regarding the Syrian issue during the last five years. But if you want to talk about their role through their mediators or their envoys, like recently de Mistura, and before that Kofi Annan, and in between Brahimi, and so on. Let’s say that those mediators are not independent; they reflect either the pressure from the Western countries, or sometimes the dialogue between the main powers, mainly Russia and the United States. So, they’re not independent, so you cannot talk about the role of the United Nations; it is a reflection of that balance. That is why so far, there is no United Nations role in the Syrian conflict; there is only Russian and American dialogue, and we know that the Russians are working hard and seriously and genuinely in order to defeat the terrorists, while the Americans always play games in order to use the terrorists, not to defeat them.

 

Question 6: Mr. President, how do you see at the present time the coexistence among Syrian ethnic and religious groups against this foreign intervention? How do they contribute or not in this regard?

 

President Assad: The most important thing about this harmony between the different spectrums of the Syrian fabric, is that it is genuine, because that has been built up through the history, through centuries, so for such a conflict, it cannot destroy that social fabric. That is why if you go around and visit different areas under the control of the government, you will see all the colors of the Syrian society living with each other.

 

Intervention: I saw it in Damascus.

 

President Assad: Exactly. And I would say, I would add to this, that during the conflict, this harmony has become much better and stronger, and this is not rhetoric; actually, this is reality, for different reasons, because this conflict is a lesson. This diversity that you have, it is either to be a richness to your country, or a problem. There’s no something in the middle. So, the people learned that we need to work more on this harmony, because the first rhetoric used by the terrorists and by their allies in the region and in the West regarding the Syrian conflict at the very beginning was sectarian rhetoric. They wanted people to divide in order to have conflict with each other, to stoke the fire within Syria, and it didn’t work. And the Syrians learned that lesson, that we had harmony; we had had harmony before the conflict, in the normal times, but we have to work more in order to make it much stronger.

 

So, I can say without any exaggeration that the situation regarding this part is good. In spite of that, I would say the areas under the control of the terrorists – and as you know those terrorists are mainly extremist groups affiliated to Al Qaeda – in which they worked very hard in order to indoctrinate the young generation with their dark ideology, and they succeeded in some areas, this dark ideology with the killing and beheading and all these horrible practices. With the time, it is going to be more difficult to deal with this new generation of young people who have been indoctrinated with Al Qaeda and Wahabi doctrine and ideology. So this is the only danger that we are going to face regarding our society, harmony, and coexistence that you just mentioned.

 

Question 7: Mr. President, I would like to go again to the international arena. What is in your opinion the role of the U.S.-led international coalition in relation to the groups that operate in northern Syria, in particular regarding the Kurds group. I mean the bombing of the American airplanes and the coalition in the northern part of the country. What to do you think about that?

 

President Assad: You know, traditionally, the American administrations, when they had relations with any group or community in any country, it is not for the sake of the country, it is not for the interest of the people; it is for the agenda of the United States. So, that is what we have to ask ourselves: why would the Americans support any group in Syria? Not for Syria. They must have their agenda, and the American agenda has always been divisive in any country. They don’t work to unite the people; they work to make division between the different kinds of people. Sometimes they choose a sectarian group, sometimes they choose an ethnic group in order to support them against other ethnicities or to push them in a way that takes them far from the rest of the society. This is their agenda. So, it is very clear that this American support is not related to ISIS, it is not related to al-Nusra, it is not related to fighting terrorism, because since the beginning of the American intervention, ISIS was expanding, not shrinking. It has only started to shrink when the Russian support to the Syrian Army took place last September.

 

Question 8: Mr. President, what is your opinion about the recent coup d’état in Turkey, and its impact on the current situation in that country, and on the international level, and on the Syrian conflict also?

 

Coup in Turkey is a reflection of instability and disturbances within the country

 

President Assad: Such a coup d’état, we have to look at it as a reflection of instability and disturbances within Turkey, mainly on the social level. It could be political, it could be whatever, but at the end, the society is the main issue when you have instability. Regardless of who is going to govern Turkey, who is going to be the president, who is going to be the leader of Turkey; this is an internal issue. We don’t interfere, we don’t make the mistake to say that Erdogan should go or should stay. This is a Turkish issue, and the Turkish people have to decide.

 

Erdogan used the coup to implement his Muslim Brotherhood agenda

 

But what is more important than the coup d’état itself, we have to look at the procedures and the steps that are being taken by Erdogan and his coterie recently during the last few days, when they started attacking the judges; they removed more than 2,700 judges from their positions, more than 1,500 professors in the universities, more than 15,000 employees in the education sector. What do the universities and the judges and that civil society have to do with the coup d’état? So, that reflects the bad intentions of Erdogan and his misconduct and his real intentions toward what happened, because the investigation hasn’t been finalized yet. How did they take the decision to remove all those? So, he used the coup d’état in order to implement his own extremist agenda, Muslim Brotherhood agenda, within Turkey, and that is dangerous for Turkey and for the neighboring countries, including Syria.

 

Question 9: Mr. President, how do you evaluate the Syrian government’s relations with the opposition inside Syria? What is the difference between these opposition organizations and those based outside Syria?

 

“Oppositions” outside Syria are traitors…the real opposition is the one based inside and works for the Syrian people   

 

President Assad: We have good relations with the opposition within Syria based on the national principles. Of course, they have their own political agenda and they have their own beliefs, and we have our own agenda and our beliefs, and the way we can make the dialogue either directly or through the ballot boxes; it could be a different way of dialogue, which is the situation in every country. But we cannot compare them with the other oppositions outside Syria, because the word “opposition” means to resort to peaceful means, not to support terrorists, and not to be formed outside your country, and to have grassroots, to have real grassroots made of Syrian people. You cannot have your grassroots be the foreign ministry in the UK, France or the intelligence in Qatar and Saudi Arabia and the United States. This is not opposition, this is called, in that case, you are called a traitor. So, they call them oppositions, we call them traitors. The real opposition is the one that works for the Syrian people and is based in Syria and its agenda derived its vision from the Syrian people and the Syrian interests.

 

Question 10: Mr. President, how do you evaluate the insistence of the U.S. and its allies that you leave power in addition to the campaign to distort the image of your government? I mean, in the foreign environment. How do you see that insistence from them that you leave power?

 

President Assad: Regarding their wish for me to leave power, they have been talking about this for the last five years, and we never responded even with a statement. We never cared about them. Actually, this is a Syrian issue; only the Syrian people can say who should come and go, who should stay in his position, who should leave, and the West knows our position very well regarding this. So, we don’t care and don’t have to waste our time with their rhetoric. I am here because of the support of the Syrian people. Without that, I wouldn’t be here. That is very simple.

 

It is part of the American politics to demonize presidents

 

About how they defame, or try to demonize certain presidents, this is the American way, at least since the second World War, since they substituted British colonization in this region, and maybe in the world, the American administrations and the American politicians haven’t said a single honest word regarding anything. They always lie. And as time goes by, they are becoming more inveterate liars, so this is part of their politics. So, to demonize me is like how they tried to demonize President Putin during the last two years and they did the same with the leader Castro during the last five and six decades. This is their way. So, we have to know that this is the American way. We don’t have to worry about it. The most important thing is to have good reputation among your own people. That is what we have to worry about.

 

Question 11: Mr. President, what is your opinion on Syria’s relation with Latin America, particularly the historical links with Cuba

 

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President Assad: In spite of the long distance between Syria and Latin America, we are always surprised how much the people in Latin America, not only the politicians, know about this region. I think this has many reasons, but one of them is the historical similarities and commonalities between our region, between Syria and Latin America. Latin America was under direct occupation for long time ago but after that it was under the occupation of the American companies, and the American coup d’états and the American intervention.

 

Intervention: Yes, a lot of them.

 

Latin America People understand that the war in Syria is about independence…there is strong harmony between Syria and Latin America, especially Cuba

 

President Assad: So, they know what is the meaning of being independent or not to be independent. They understand that the war in Syria is about independence. But the most important thing is the role of Cuba. Cuba was the spearhead of the independence movement within Latin America and Fidel Castro was the iconic figure in that regard. So, on the political level and the knowledge level, there is a strong harmony between Syria and Latin America, especially Cuba. But I do not think we work enough to improve the other part of the relation; to be on the same level mainly on the educational and the economic level. That was my ambition before the crisis and that is why I visited Latin America, Cuba, Venezuela, Argentine and Brazil, in order to invigorate this relation. Then, we had this conflict started and it was a big obstacle to do anything in that regard, but I think that we have not to restrain the relation on the historical and the political levels. That is not enough. You have so many other sectors, people should know more about each other. The long distance could be an obstacle, but it shouldn’t because we have strong relations with the rest of the world, east and west. So, it is not an obstacle in these days. So, I think if we overcome this crisis and this war, we should work harder in order to invigorate the different sectors of this relation with Latin America and especially with Cuba.

 

Question 12: Mr. President, do you have an expectation for… I mean would you tell me your opinion about the electoral process in the United States mainly for the president? Now, we have two candidates; the Republican one is Mr. Donald Trump and the Democratic one is Mrs. Hillary Clinton; and we know her very well, but what is your opinion about this process, about the result of this process and how it could impact the conflict here, in the war in Syria?

 

No US president in the near future will come to make dramatic change in the politics of the United States

 

President Assad: We resumed our relation with the United States in 1974. Now, it has been 42 years since then and we witnessed many American presidents in different situations and the lesson that we have learned is that no one should bet on any American president, that is the most important thing. So, it is not about the name. They have institutions, they have their own agenda and every president should come to implement that agenda in his own way, but at the end he has to implement that agenda.
All of them have militaristic agendas, and the only difference is the way. One of them sends his army like Bush and the other one sends mercenaries and proxies like Obama, but all of them have to implement this agenda. So, I do not believe that the president is allowed completely to fulfill his own political convictions in the United States, he has to obey the institutions and the lobbies, and the lobbies have not changed and the institutions’ agenda has not changed. So, no president in the near future will come to make a serious and dramatic change regarding the politics of the United States.

 

Question 13: Mr. President, one final question: what message would you send using this interview with Prensa Latina to the governments and people of Latin America, the Caribbean, and also why not the American people, about the importance of supporting Syria against terrorism?

 

Message to Latin America: We have to keep our independence as the US will not stop trying to topple every independent government

 

President Assad: Latin America is a very good and important example to the world about how the people and their governments regain their independence. They are the backyard of the United States as the United States sees, but this backyard was used by the United States to play its own games, to implement its own agenda and the people in Latin America sacrificed a lot in order to regain their independence and everybody knows that.

 

After regaining their independence, those countries moved from being developing countries, or sometimes under-developed countries, to be developed countries. So, independence is a very important thing and it is very dear for every Latin American citizen. We think they have to keep this independence because the United States will not stop trying to topple every independent government, every government that reflects the vast majority of the people in every country in Latin America.
And again, Cuba knows this, knows what I am talking about more than any other one in the world; you suffered more than anyone from the American attempts and you succeeded in withstanding all these attempts during the last sixty years or more just because the government reflected the Cuban people.

 

So, holding strongly to this independence, I think, is the crucial thing, the most important thing for the future of Latin America. Regarding Syria, we can say that Syria is paying the price of its independence because we never worked against the United States; we never worked against France or the UK. We always try to have good relations with the West.
But their problem is that they do not accept any independent country and I think this is same for Cuba. You never tried to do any harm to the American people but they do not accept you as an independent country. The same is true for other countries in Latin America and that’s why you always have coup d’états mainly between the sixties and the seventies.

 

So, I think preserving the independence of a certain country is not only an isolated case; if I want to be independent, I have to support the independence in the rest of the world. So, the independence anywhere in the world, including Latin America, will support my independence. If I am alone, I will be weak. Supporting Syria will be mainly in the international arena. There are many international organizations, mainly the United Nation, in spite of its impotence, but at the end, their support could play a vital role in supporting Syria and, of course, the Security Council; it depends on who is going to be the temporary member in the Security Council, and any other organization supporting Syria will be very important.

 

Question 14: Mr. President, I know that you are a very busy person, that is why I appreciate very much your time that you have dedicated to Prensa Latina interview in this moment. I hope this would not be the last interview that we have with you.

 

President Assad: You are welcome anytime.

Sorgente: President al-Assad: The Turks, Qataris and Saudis lost most of their cards and are now left with Aleppo battle card – Syrian Arab News Agency

Una diga per mettere fine al Kurdistan

Un piano da 32 miliardi di dollari per modificare il corso dei bacini di Tigri ed Eufrate e riprendere i sogni industriali di Ataturk. Ma il progetto di Erdogan rischia di spazzare via per sempre il patrimonio culturale e ambientale del Kurdistan settentrionale

Si chiama Güneydoğu Anadolu Projesi (Gup), traducibile con “Progetto per l’Anatolia Sud Occidentale”, e viene spacciato come un piano di proporzioni bibliche da 32 miliardi di dollari per trasformare gli alti bacini dei fiumi Tigri ed Eufrate con la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche.

Pensato da Kemal Ataturk, il fondatore dell’attuale Turchia, come un grimaldello per rifondare lo Stato in chiave moderna, spingendolo verso una industrializzazione forzata, nelle mani del presidentissimo Recep Tayyip Erdogan, il Gup è stato trasformato in un vero e proprio strumento di genocidio per sommergere sotto tonnellate d’acqua le città, i villaggi, i luoghi di resistenza e di memoria di quei curdi che continuano a resistere alla dittatura.

La fase attuativa del progetto è cominciata a cavallo degli anni ’80 e ’90, con la costruzione di due di queste dighe: la Karayak e la Ataturk. Per l’alto costo dell’operazione e per i risultati raggiunti – la Turchia non avrebbe necessità di altra energia -, sembrava che il Gup fosse arrivato alla sua conclusione. Era chiaro a tutti gli investitori che il gioco non valeva la candela. Il Governo turco si trovò senza più finanziatori, con oltre 90 mila sfollati da ricollocare e bersagliato dalle critiche degli ambientalisti di tutto il mondo per la distruzione di inestimabili tesori archeologici di origine persiana, romana, greca ed hittita. La censura della Comunità Europea – per quanto tardiva – favorì l’accantonamento del Gup che fu ultimato solo per un decimo scarso di quanto previsto inizialmente.

Con l’ascesa al potere di Erdogan, il Gup ha ripreso vita ma in funzione decisamente anti curda. L’Anatolia Sud Occidentale, cui fa riferimento il progetto, altro è che quel Kurdistan. Termine geografico che, a queste latitudini, non puoi neppure pronunciare a meno che tu non voglia finire dritto in galera, anche se sei avvocato, anche se sei giornalista, anche – o meglio, soprattutto se, – sei deputato.

E così sono ripresi i lavori di realizzazione di altre dighe come quella di Birecik che ha sommerso l’antica città di Zeugma. Lavori che hanno portato vantaggi pressoché nulli all’economia turca ma che, in compenso, hanno causato perdite irreparabili al patrimonio artistico che, ricordiamolo, non appartiene mai ad una solo Paese ma all’intera umanità.

La prossima vittima, con la ventilata realizzazione della diga di Ilisu, sarà Hasankeyf, antichissima cittadine con duemila abitanti che tutti gli archeologi sono concordi nel giudicare uno dei siti più promettenti al mondo per studiare i primi insediamenti umani alle radici della preistoria. Una città dove la storia si respira ad ogni passo e dove ad ogni passo si possono ammirare resti assiri, urartiani, persiani, romani, bizantini, omayyadi, abassidi, artuquidi… Tutto questo sta per scomparire ad opera di un uomo che l’Unione Europea ha eletto a suo alleato.

Il totale disprezzo per Erdogan nei confronti di tutti i reperti che non siano conducibili a quella disgrazia storica di cui lui si crede erede che è stato l’Impero Ottomano (che ha fatto per il Medio Oriente quello che la colonizzazione europea ha fatto per l’Africa) non è la sola chiave interpretativa per giustificare la diga di Ilisu.

Secondo gli attivisti, nelle mani di Erdogan, il Gup va inserito di una più vasta operazione che mira a genocidiare il popolo curdo. Non solo sommergendo i luoghi della sua memoria storica ma anche di abbattendo le principali roccaforti dove si nasconde la resistenza del Pkk, sommergendo i villaggi che sostengono i guerriglieri e quei sentieri di montagna dove i combattenti curdi si sono dimostrati invincibili. “I migliori amici di un curdo – recita un proverbio – sono le sue montagne”.

E proprio queste, sono le montagne che Erdogan vuole sommergere.

Il tutto, sotto l’ottica di una trasformazione radicale del territorio che prevede l’allontanamento dei pastori curdi per fare spazio ad una nuova economia fondata sull’agricoltura, affidando le nuove terre a quei contadini turchi di bassa estrazione sociale che sono la colonna vertebrale dell’elettorato di Erdogan. E magari, trasferire sulle sponde dei nuovi bacini idrici, anche qualche migliaio di quei profughi siriani per paura dei quali l’Unione Europea ha letteralmente venduto l’anima al diavolo.

Un vero e proprio “patto col diavolo”, questo che l’Europa ha sottoscritto con Erdogan, in virtù del quale i lavori alla diga di Ilsu sono stati recentemente ripresi, dopo l’abbandono a metà degli anni ’90 per le incursioni del Pkk, l’opposizione della popolazione che si era rifiutata di collaborare in qualsiasi modo alla realizzazione dell’opera e le determinate prese di posizione di associazioni ambientaliste e, all’epoca, pure di tanti Governi esteri.

Adesso le cose sono cambiate e l’Europa vede in Erdogan solo un alleato disposto a far barriera contro quelle “invasioni di profughi” che, numeri alla mano, non hanno nessun riscontro reale ma che le destre sanno cavalcare così bene. Un prezioso alleato per i cui servigi val la pena di chiudere un occhio ad ogni azione discutibile.

E così Erdogan può impunemente arrestare giornalisti ed oppositori, massacrare popolazioni, fare affari con gli stessi integralisti che afferma di voler contrastare.

E, infine, anche “atlantidizzare” una intera regione piena di storia, arte, cultura e di combattenti che resistono in nome di quella stessa libertà e quella stessa democrazia che dovrebbero essere anche le bandiere di una Europa dei popoli e non delle banche.

Sorgente: Pressenza – Una diga per mettere fine al Kurdistan

Hillary’s Secrets: What Was Hidden in Clinton’s Emails

U.S. presidential candidate and former Secretary of State Hillary Clinton speaks with the media after sitting down with workers and management of Whitney Brothers children's toy and furniture factory during a round table while campaigning for the 2016 Democratic presidential nomination in Keene, New Hampshire April 20, 2015

Former Secretary of State Hillary Clinton is the frontrunner to win the US Democratic Party’s presidential nomination. However, her triumphant march to the White House might be overshadowed by her email scandal.

Here are some controversial facts we’ve learned from emails addressed to and sent by US presidential candidate Hillary Clinton:

Revelation 1: Google and Al-Jazeera interfered in the Syrian events and collaborated with each other in an attempt to overthrow Syrian President Bashar-al-Assad.

According to an email from the head of “Google Ideas” Jared Cohen, received by the US State Department in 2012, the company was trying to support insurgents by urging representatives of Syrian power structures to take the side of the opposition.

“Given how hard it is to get information into Syria right now, we are partnering with Al-Jazeera who will take primary ownership over the tool we have built, track the data, verify it, and broadcast it back into Syria,” Cohen wrote in the e-mail.

Revelation 2: Following the 2011 Libyan intervention, France decided to seize the country’s oil industry and “reassert itself as a military power”.

An e-mail on the issue was written by Clinton family friend Sidney Blumenthal. He wrote that France was trying to establish control over Libyan oil immediately after the coup in 2011. Moreover, France was exerting pressure on the new Libyan government and demanding exclusive rights to 35% of the country’s oil industry in exchange for political support.

“In return for this assistance, the DGSE officers indicated that they expected the new government of Libya to favor French firms and national interests, particularly regarding the oil industry in Libya,” the email said.

Revelation 3: The US tried to conceal the fact that it helped Turkey to fight the Kurdistan Workers’ Party.

An email addressed to Clinton said that the US government tried to exert pressure on the Washington Post to amend an article on cooperation between American and Turkish intelligence in the fight against Kurdish rebels.

“Despite our efforts, WaPo will proceed with its story on US-Turkey intel cooperation against PKK,” the message said, referring to the Kurdistan Workers’ Party. “They will not make redactions we requested so expect the Wikileaks cables to be published in full.”

Revelation 4: The last revelation is more of a personal nature and concerns Clinton’s poor knowledge of modern technology. Thus, her email correspondence shows that she frequently needed assistance with daily activities such as faxing, charging her iPad or searching for a Wi-Fi network.

thanks to: Sputniknews

Pestati e uccisi: così la Turchia accoglie i siriani in fuga

Roma, 11 maggio 2016, Nena News – Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

L’organizzazione dà un bilancio degli ultimi due mesi, marzo e aprile: 5 morti (tra cui un bambino) e 14 feriti. Sono i numeri della politica di Ankara per gestire il flusso di rifugiati in fuga dalla guerra civile siriana e di quella dell’Unione Europea che insiste a descrivere la Turchia come un paese sicuro in cui confinare i profughi: ad oggi sono 2,7 milioni i rifugiati siriani in territorio turco, costretti ai margini, tra campi profughi e periferie delle città.

 

Dall’agosto 2015 le frontiere sono ufficialmente chiuse e chi riesce ad entrare lo fa con l’aiuto di trafficanti di uomini o attraversando illegalmente il confine, a rischio della vita: «Mentre i funzionari turchi dicono di accogliere i rifugiati siriani con confini aperti e braccia aperte, le loro guardie di frontiera li uccidono e li picchiano – spiega Gerry Simpson, ricercatore di Hrw – Sparare a uomini, donne e bambini traumatizzati che scappano da un contesto di guerra è orrendo».

 

E se con una mano Bruxelles copre i crimini dell’alleato turco, dall’altra le forze della coalizione occidentale anti-Isis realizzano il sogno che il presidente turco Erdogan ha nel cassetto da un po’: una zona cuscinetto al confine con la Siria, ovviamente in territorio siriano, con cui tenere alla larga i rifugiati e allo stesso tempo isolare i kurdi di Rojava dal Kurdistan turco. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Yeni Safak, l’operazione militare è già partita: l’obiettivo, per ora, è svuotare un’area lunga 18 km e larga 8 nella regione siriana di Jarablus, a nord ovest, zona calda negli ultimi mesi perché target sia del Pyd kurdo-siriano che dei miliziani dello Stato Islamico. Ma è target anche della Turchia che l’ha sempre definita la linea rossa, invalicabile per i kurdi e per le loro ambizioni di autonomia politica. A sostenere l’operazione, aggiunge il quotidiano, saranno Stati Uniti e Germania.

 

Il nord della Siria resta al momento il cuore dello scontro militare e diplomatico. Aleppo ne è modello e vittima: dopo aver pianto 300 morti in meno di due settimane, da giovedì la seconda città siriana vive nel limbo, tra una tregua rinnovata di due giorni in due giorni e scontri che proseguono in periferia. Lunedì sera, dopo un incontro a Parigi a margine del meeting delle opposizioni e gli “Amici della Siria” (Unione Europea, Gran Bretagna, Germania, Italia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Turchia), Stati Uniti e Russia si sono accordati per prolungare di altre 48 ore il cessate il fuoco su Aleppo.

 

Poche ore dopo l’esercito del governo di Damasco ne dava l’annuncio, spostando la lancetta alle 23.59 di oggi, quando – senza ulteriori accordi – si tornerà a far parlare le armi. È quanto successo lunedì, giorno di violenza tra una cessazione delle ostilità e l’altra: la parte nord della città è stata teatro di scontri mentre le due super potenze ribadivano in Francia l’impegno alla pace. Così Mosca ha fatto sapere che avrebbe minimizzato le azioni aeree per continuare a colpire i gruppi esclusi dalla tregua, al-Nusra e Isis: un’operazione complessa perché gli islamisti – soprattutto i qaedisti – sono concentrati in zone dove sono presenti anche le opposizioni etichettate come legittime.

 

Nelle stanze della diplomazia mondiale si insiste nel definire la tregua di Aleppo lo strumento per far ripartire il negoziato di Ginevra, sepolto sotto montagne di precondizioni poste da governo, opposizioni e rispettivi sponsor internazionali. Ieri il segretario di Stato Usa Kerry ha annunciato per il 17 maggio un nuovo incontro internazionale a Vienna.

 

A mostrare più coraggio di tutti gli attori coinvolti è la popolazione civile che tenta di riprendersi Aleppo: nonostante scontri non troppo sporadici, le famiglie che erano fuggite dalla città tentano un faticoso ritorno nelle proprie case, le scuole riaprono insieme ai piccoli esercizi commerciali necessari a mantenere viva una città devastata.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

thanks to: Nena News

ISIS ‘Department of Artifacts’ document exposes antique loot trade via Turkey

A new trove of documents, obtained by an RT Documentary crew who recently uncovered details of illicit ISIS oil business with Turkey, sheds light on jihadists’ lucrative trade of looted antiquities along their well-established oil and weapons transit routes.

Sorgente: ISIS ‘Department of Artifacts’ document exposes antique loot trade via Turkey (RT EXCLUSIVE) — RT News

RT Exclusive Documentary Reveals Financial Tracks of Turkey-Daesh Oil Trade

While gathering material for its new film on Daesh’s activities in the north of Syria and its ties to the illegal oil trade with Turkey, the RT Documentary crew came across bundles of unique documents, which reveal the scope of the illicit business and the revenue it provided; the crew also interviewed some residents who were directly involved.

Sorgente: RT Exclusive Documentary Reveals Financial Tracks of Turkey-Daesh Oil Trade

TURCHIA. Il sotterraneo-tomba della kurda Cizre

Da 6 giorni 29 persone sono bloccate in una casa sotto il fuoco dell’esercito turco, già 4 i morti. Arresti di politici di opposizione e censura della stampa: sulle ceneri di Gezi Park Erdogan ha imbastito uno Stato di polizia

Sorgente: TURCHIA. Il sotterraneo-tomba della kurda Cizre

Turchia, Onu: “Diffuse violazioni contro i curdi”

A denunciarlo è un rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale. Restano difficili le condizioni di vita dei rifugiati siriani e iracheni presenti nel Paese

In un rapporto pubblicato la scorsa settimana dalla Commissione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Turchia è stata accusata di commettere “diffuse violazioni dei diritti umani” contro la popolazione curda del Paese. La Commissione – organismo internazionale formato da esperti che lavorano per l’Ufficio dell’Alto Commissariato Onu per i diritti Umani (Ohchr) e che monitora se gli stati implementano la Convezione per l’eliminazione delle discriminazioni razziali – si è detta infatti “preoccupata” per le difficoltà che incontrano i curdi nell’inserimento nel mercato del lavoro e per l’alto tasso di disoccupazione delle donne curde. “Nel quadro della lotta al terrorismo, le leggi anti-terroristiche e le politiche securitarie hanno causato un attacco razziale contro i membri della comunità curda” si legge nel rapporto. “Tale legislazione – continua il documento – è stata applicata per limitare l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di associazione e ha prodotto arresti ingiustificati e persecuzioni contro i curdi”. La Commissione, inoltre, ha denunciato il gran numero di curdi del sud est del Paese che vivono in condizioni economiche difficili e il limitato accesso all’istruzione dei bambini soprattutto a causa dell’operazione militare turca in corso nella regione.

Dalla scorsa estate la Turchia è impegnata in una vera e propria guerra nel “Kurdistan turco” e sui monti Qandil (nord Iraq) contro il partito curdo dei lavoratori (Pkk) i cui membri e simpatizzanti sono considerati da Ankara “terroristi” alla stregua dei miliziani dell’autoproclamato “Stato Islamico” (Is). Sono ormai centinaia le vittime tra i combattenti e i civili (decine i poliziotti turchi uccisi in attacchi compiuti dal Pkk). Le restrizioni imposte dalle autorità turche nella regione a maggioranza curda hanno reso gravissima la situazione umanitaria soprattutto a Sur, Nusaybin, Kerboran, Cizre, Silopi e Idil. Ciononostante, il partito di governo (l’Akp) va dritto per la sua strada: le operazioni militari dovranno continuare finché il Pkk non verrà eleminato. “I terroristi [curdi] – ha dichiarato il premier Davutoglu lo scorso dicembre – saranno cancellati da questi distretti [nel sud-est] quartiere per quartiere, casa per casa, strada per strada”.

In questo contesto di guerra aperta contro il Pkk, a pagare il prezzo è l’intera popolazione curda. Nel suo rapporto la Commissione Onu ha esortato Ankara ad affrontare le diseguaglianze politiche ed economiche che essa subisce: “la Turchia dovrebbe permettere alla comunità curda di poter godere di pari diritti economici, sociali e culturali come tutto il resto della popolazione e dovrebbe adottare speciali misure per promuovere l’accesso dei curdi, soprattutto le donne, al mercato del lavoro. [Ankara] deve fare in modo che la legislazione anti-terroristica non vada ad intaccare la libertà di espressione e di associazione o altri diritti protetti dalla Convenzione combattendo le disparità esistenti tra le province curde e il resto del territorio [nazionale], aumentando l’accesso dei bambini curdi alla scuola e promuovendo l’insegnamento della loro lingua madre”.

Il rapporto si è poi occupato dei rifugiati siriani e iracheni presenti nel Paese. Se da un lato l’organismo dell’Onu ha notato gli sforzi compiuti dalla Turchia “per proteggere i diritti umani di un gran numero di profughi venuti dall’Iraq e Siria”, dall’altro ha però sottolineato come questi siano ancora soggetti a discriminazione razziale, vivano in condizioni di vita inadeguate e non dispongano ancora di permessi di lavoro. Grave resta la situazione delle donne siriane nei campi le quali, denuncia la Commissione, sono ancora soggette a violenza e vittime di traffico umano. Nena News

Sorgente: Turchia, Onu: “Diffuse violazioni contro i curdi”

Turkey arrests 12 academics, hunts more

Turkey arrests 12 academics for signing a petition that calls on Ankara to end its military campaign against Kurdistan Workers’ Party (PKK) in the country’s southeast. 

The academics are among more than 1,200 people from 90 Turkish universities who last week signed the declaration, Turkish news channel NTV reported Friday.

Police are looking to arrest seven others in western Turkey’s Kocaeli Province.

Prosecutors launched an investigation into the petition that was also signed by some foreign scholars, including US author and linguist Noam Chomsky and the Slovenian philosopher Slavoj Žižek.

Sorgente: PressTV-Turkey arrests 12 academics, hunts more

How Russia is Smashing the Turkish Game in Syria

So why did Washington take virtually forever to not really acknowledge ISIS/ISIL/Daesh is selling stolen Syrian oil that will eventually find is way to Turkey? Because the priority all along was to allow the CIA – in the shadows – to run a “rat line” weaponizing a gaggle of invisible “moderate rebels”.

Sorgente: How Russia is Smashing the Turkish Game in Syria

La vendetta di Putin s’abbatte sul clan di Erdogan

La vendetta di Putin s’abbatte sul clan di Erdogan Stavolta non è la telecamera di Cumhuriyet a svelare le magagne del sultano, ma una sequela d’immagini satellitari che il ministero della Difesa russo mostra in pompa magna al proprio Stato maggiore e a giornalisti convocati per una conferenza stampa a Mosca. Le immagini evidenziano quello che tutti sapevano – a cominciare dal Pentagono intervenuto a palese difesa di Erdoğan – e si teneva celato: autobotti e cisterne turche fanno il pieno di petrolio nei territori occupati dal Daesh. Il presidente dalla dimora-reggia di Ankara tuona, affermando che qualora l’accusa venisse provata si dimetterebbe. Ma il servizio compiuto dagli apparati tecnologici della difesa russa sono molto più che una prova.

Sorgente: La vendetta di Putin s’abbatte sul clan di Erdogan – contropiano.org

Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen

L’ex direttore generale della CIA, il Generale David Petraeus, suggeriva pubblicamente di armare al-Qaida contro il SIIL. Inoltre Barak Mendelsohn, professore di scienze politiche dell’Haverford College e del Foreign Policy Research Institute, ex-militare dell’esercito israeliano, sosteneva sulla rivista del Counsil on Foreign Relations, “Foreign Affairs”, che gli Stati Uniti dovevano sostenere al-Qaida, come già faceva Israele, per contrastare il SIIL e l’Iran. Turchia, Israele e Stati Uniti supportavano non solo Jabhat al-Nausra ma anche il SIIL contro il governo siriano, secondo il sito “Washington Blog” del 3 agosto 2015. Già il 15 agosto la Russia consegnava 6 intercettori Mikojan MiG-31 all’Aeronautica siriana (SAAF), presso la base aerea di Mazah, a Damasco. Inoltre 40 elementi della Fanteria di Marina russi sbarcavano a Tartus per addestrare, insieme a elementi della Guardia Rivoluzionaria Islamica iraniana (IRG), le reclute delle Forze di Difesa Nazionale sul nuovo equipaggiamento militare russo, presso i centri di addestramento di Sulunfah, ad est di Lataqia, Homs (Wadi al-Nasara) e Tartus (Masyaf e Safita). Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava, il 9 settembre, che “Abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare il governo siriano ad equipaggiare l’Esercito siriano di tutto ciò di cui ha bisogno per evitare il ripetersi dello scenario libico e di altri tristi eventi accaduti nella regione, perché alcuni dei nostri partner occidentali sono posseduti dall’idea di rimuovere i regimi indesiderati. Ci sono militari russi in Siria da diversi anni. La loro presenza è legata alle consegne di armi all’esercito siriano, pesando nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico e altri gruppi estremisti“. Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Maggiore-Generale Qasim Sulaymani descriveva, alla 18.ma riunione dell’Assemblea degli esperti di Teheran, il 1° settembre 2015, il SIIL come un’operazione degli Stati Uniti per fare pressione sulla comunità musulmana. “Gli Stati Uniti intendono proteggere il SIIL per legare i musulmani agli Stati Uniti e, infatti, ne hanno fatto una leva (contro i musulmani)“. Il comandante dell’IRGC informava i membri dell’Assemblea sulla situazione in Iraq e in Siria, dichiarando che le strategie degli Stati Uniti sono fallite. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano Muhamad Javad Zarif accusava di doppiopesismo l’occidente e gli Stati Uniti, “Mettendo da parte le politiche del doppio standard che impediscono la lotta contro il SIIL e il terrorismo nella regione, si sosterrebbe la campagna anti-SIIL, mentre noi non ostacoliamo quei Paesi disposti a partecipare alla coalizione anti-SIIL, tale lotta ha bisogno della volontà politica“. Zarif così ribadiva che non è possibile combattere il SIIL in un Paese e aiutarlo in un altro, come fanno gli USA in Iraq e Siria. Affermazioni corroborate dalla pubblicazione statunitense “The Washington Free Beacon” del 28 agosto, secondo cui gli USA non attaccarono mai i 60 campi di addestramento del SIIL da cui uscivano almeno 1000 terroristi al mese. “Il Pentagono non ha condotto raid aerei contro i 60 campi di addestramento dello Stato islamico (IS) che forniscono migliaia di combattenti ogni mese al gruppo terroristico, secondo ufficiali della difesa e dell’intelligence. I campi sono diffusi in tutte le aree controllate dallo Stato islamico in Iraq e Siria e sono esclusi dai bombardamenti degli Stati Uniti per preoccupazioni sui danni collaterali”. Inoltre, il SIIL aveva aperto altri campi in Libia e Yemen. “L’incapacità di attaccare i campi di addestramento di Stati Uniti e alleati solleva interrogativi presso gli ufficiali della difesa e dell’intelligence statunitensi sull’impegno del presidente Obama e dei suoi collaboratori all’attuale strategia per degradare e distruggere il gruppo terroristico. “Se conosciamo la posizione di tali campi, e il presidente vuole distruggere il SIIL, perché sono ancora attivi? si chiede un ufficiale”. I campi erano considerati dagli analisti dell’intelligence degli USA elementi chiave dei successi del gruppo terroristico, il cui vantaggio principale era fornire di continuo nuovi combattenti. “Un portavoce della Casa Bianca s’è rifiutato di commentare il mancato bombardamento dei campi terroristici”, e anche il portavoce del Pentagono Maggiore Roger M. Cabiness si rifiutava di comunicare il motivo per cui i campi di addestramento non venivano bombardati. “Non posso entrare nei dettagli sulla nostra ricerca dei bersagli“.
IS-training-camps_risultato Secondo il sito del Comando Centrale dell’USAF, su 6419 attacchi aerei effettuati dal 7 agosto 2014, (3991 in Iraq e 2428 in Siria), lo 0,3 per cento fu effettuato contro i campi di addestramento, mentre sarebbero stati colpiti 119 blindati, 340 Humvee, 510 concentramenti, 3262 edifici, 2577 postazioni, 196 infrastrutture petrolifere e 3680 “altri” obiettivi non identificati. Diversi ufficiali della Defense Intelligence Agency (DIA) e dell’US Central Command, responsabile delle operazioni, affermarono che i rapporti dell’intelligence indicano che la strategia degli Stati Uniti contro il SIIL non funzionava e secondo le stime dell’intelligence statunitense, i terroristi del SIIL erano aumentati in un anno. Il sito “Long War Journal” pubblicava una mappa dei 100 campi di addestramento del SIIL attivi a Mosul, Raqah, Niniwa, Ayn al-Arab, Aleppo, Falluja e Baiji. Secondo “The Daily Beast”, ufficiali e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti facevano pressioni sugli analisti del terrorismo per modificare le stime sullo Stato Islamico, ritraendolo più debole. Inoltre, 52 analisti dell’intelligence statunitense protestavano, ufficialmente, poiché i loro rapporti su SIIL e al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) venivano alterati o censurati dagli ufficiali del Comando Centrale degli USA (CENTCOM). “Il cancro è nell’alto comando dell’intelligence”, dichiarava un funzionario della Difesa statunitense. Due analisti del CENTCOM presentavano denuncia scritta all’ispettorato generale del dipartimento della Difesa, nel luglio 2015, sostenendo che i rapporti venivano alterati per presentare i gruppi terroristici più deboli di quanto gli analisti stimassero. Le modifiche non autorizzate venivano apposte dai comandanti del CENTCOM in modo da supportare la linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli USA stessero sconfiggendo il SIIL in Siria. La denuncia veniva firmata da altri 50 analisti, che lamentavano inoltre la politicizzazione dei rapporti dell’intelligence statunitensi. Le denunce sostenevano che diversi aspetti chiave dei rapporti dell’intelligence venivano rimossi o anche volutamente alterati. Altri rapporti ritenuti troppo negativi sulla valutazione delle operazioni statunitensi contro il SIIL, venivano respinti dal comando o addirittura occultati.COxMic7W8AIUkBf.jpg largeSiria
Il 1.mo settembre basi del SIIL venivano bombardate da aerei da guerra siriani a Qalaydin, Daqman e al-Zaqum, nella provincia di Hama. Le forze siriane liberavano il villaggio di al-Savaqiah, presso Fua, occupato dai terroristi, distruggendo 1 carro armato dei taqfiristi e sequestrando grandi quantità di munizioni.
Il 2 settembre, ad al-Zabadani, la linea tenuta dai terroristi islamisti di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra crollava mentre la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah liberavano il quartiere al-Balad e la chiesa al-Rum, ponendo sotto controllo tutta la città. A sud di al-Zabadani, EAS ed Hezbollah assaltavano Madaya, base dei terroristi al confine libanese. Presso Qunaytra, l’Esercito arabo siriano eliminava decine di terroristi a Qrum al-Humriyah, Hadar e Qan Arnabah, mentre ad Homs l’EAS colpiva le posizioni dei terroristi ad al-Basari, al-Quraytin, Badiyah, Jazal, Jab Hamad, Habra al-Sharqiya, al-Gharbiya e Masharfah. Il 2 settembre, autobomba degli islamisti uccideva 10 civili e ne feriva 25. altri 6 civili furono uccisi dai terroristi nella provincia di Damasco.
Il 3 settembre, il SIIL attaccava l’aeroporto militare di Dair al-Zur, dal fianco orientale, e i villaggi al-Muriyah e al-Jafra, ma la 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto, il secondo in una settimana, eliminando oltre 30 terroristi. Nel primo attacco ne erano stati eliminati altri 25. Ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito nazionalista sociale siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano la moschea al-Bayt eliminando 13 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham ed ELS. La ‘brigata meridionale’ dell’ELS e Jaysh al-Yarmuq attaccavano l’aeroporto militare di Thalah, nel Governatorato di al-Suwayda, ma NDF e SAAF respingevano l’attacco infliggendo pesanti perdite ai terroristi. La SAAF eliminava numerosi terroristi, tra cui ufficiali turchi, negli attacchi aerei sulle posizioni del Jabhat al-Nusra nella provincia di Idlib e nel Sahl al-Qab, a Marata, Qan Shayqun, Mhambal, Ariha, Tal Salmu, al-Qushayr, al-Mitala, al-Hamidiyah, Jisr al-Shughur e Ishtabraq.
Il 4 settembre, Jaysh al-Fatah riprendeva l’assalto alle città di Qafraya e al-Fua, nel Governatorato di Idlib. Prima dell’attacco i terroristi avevano sparato 40 granate di mortaio uccidendo due civili e ferendone altri 12. Presso le frazioni di Dair al-Zughab e Tal Qirbat, le Forze di Difesa Nazionale distruggevano tre tecniche ed eliminavano 37 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham respingendo l’attacco. A Bab al-Hawa, 161 terroristi del Jaysh al-Fatah venivano eliminati nei combattimenti per Zayzun contro le forze siriane che avevano circondato i terroristi. Nel tentativo di aprire una via di fuga ai terroristi accerchiati, Jaysh al-Fatah utilizzava tutta l’artiglieria a sua disposizione, consumando grandi quantità di munizioni fornite dai turchi, secondo Abu Muhamad al-Idlibi, capo locale dei terroristi, “Soffriamo carenze di veicoli e carburante. L’aiuto dalla Turchia non basta per poter svolgere i nostri compiti”. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, il Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) liberavano il quartiere al-Nabwa ad al-Zabadani, liquidando 15 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, ELS e Jabhat al-Nusra. Ad al-Suwayda i terroristi facevano esplodere un’autobomba uccidendo otto civili, tra cui shaiq Abu Fahd Wahid al-Balus, e ferendone altri 22. Balus aveva invitato i drusi a non farsi coinvolgere nelle dispute tra lo Stato e i terroristi.
Il 5 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, SSNP e NDF smantellavano un grande tunnel di haraqat Ahrar al-Sham nel quartiere Bayt al-Dalati, alla periferia del sud di al-Zabadani, utilizzato dai terroristi per rifornirsi al centro di al-Zabadani. Le forze armate siriane e della resistenza libanese liberavano i quartieri Bayt al-Dalati e Dawar al-Salwan, mentre la SAAF effettuava 40 attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi ad al-Zabadani e Madaya. Scontri tra SIIL e Ajnad al-Sham e Jaysh al-Islam sulla strada Qadam – Hajar al-Aswad, a sud di Damasco. 13 terroristi del SIIL vi restavano uccisi.
Il 6 settembre, presso Daraya, la Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni dei terroristi di Ajnad al-Sham eliminando 13 terroristi, tra cui Abu Amar al-Qafr al-Susani, capo militare del Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham; tutti liquidati da un elicottero d’attacco Mil Mi-24 Hind della SAAF. Il SIIL attaccava le posizioni difensive delle Forze armate siriane a Dair al-Zur con due attacchi suicidi e 60 colpi di artiglieria sui quartieri al-Jubaylah, al-Sina, e al-Amal, distruggendo la moschea al-Fardus e uccidendo una dozzina di civili. Dopo l’attentato suicida, il SIIL attaccava le difese dell’Esercito arabo siriano nel quartiere al-Jubaylah, venendo respinto con l’eliminazione di 15 terroristi. Anche gli attacchi alle postazioni dell’EAS ad al-Sina e al-Amal fallivano, con l’eliminazione di 3 tecniche e 18 terroristi del SIIL. L’Aeronautica siriana distruggeva basi, veicoli e concentramenti di terroristi a Jazal, presso Tadmur, ed eliminava 14 terroristi a Dair al-Qubra. La SAAF colpiva le posizioni dei terroristi presso Idlib e Hama, a Mhambal e al-Furayqa, eliminando 6 autoveicoli e 11 terroristi di Jabhat al-Nusra, a Qushir, al-Majas, Fatira, Muzra e Jusif.
Il 7 settembre, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), liberavano la Banca Commerciale, dove i terroristi avevano il loro deposito di armi. Il SIIL attaccava Wadi al-Sahlah e al-Bayarat, presso Tadmur, ma la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito siriano arabo e le Forze di Difesa Nazionale (NDF) respingevano l’assalto eliminando oltre 43 terroristi e 6 tecniche. Quindi la 67.ma Brigata, in coordinamento con la Liwa Suqur al-Sahra liberava Jazal dopo due giorni di combattimento. Il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur, venendo respinto dalla 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione dell’Esercito arabo siriano che distruggeva 4 tecniche del SIIL. A sud-ovest di Dair al-Zur, la 113.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano e la milizia Shaytat liberavano il pozzo petrolifero di al-Tayim eliminando 19 terroristi del SIIL. Presso Lataqia, l’EAS eliminava 31 terroristi e 6 autoveicoli.
L’8 settembre, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e Partito sociale nazionalista siriano (SSNP) liberavano i quartieri al-Ghabiyah e al-Mas eliminando 11 terroristi. Secondo il giornale libanese antisiriano “Daily Star”, ad al-Zabadani furono eliminati oltre 400 terroristi e altri 189 si erano arresi all’EAS. A Tal Qurdi, l’EAS eliminava 10 terroristi del Jaysh al-Islam.
Il 9 settembre, il SIIL attaccava nuovamente l’aeroporto militare di Dair al-Zur utilizzando un carro armato T-55 e un BMP, e 5 autoveicoli carichi di esplosivi contro l’ingresso orientale dell’aeroporto, seguiti dall’assalto dei terroristi su al-Muriyah, ad est della base siriana. Ma i soldati della 137.ma Brigata d’artiglieria e della 117.ma Brigata della 17.ma Divisione di riserva, della 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), distruggevano quattro delle autobombe mentre l’ultima mancava il bersaglio. L’assalto su al-Muriyah falliva pure, con l’eliminazione in tutto di 300 terroristi e 40 autoveicoli del SIIL. Ad Abu Dhuhur, dopo 48 ore di scontri i terroristi di Jabhat al-Nusra e Jund al-Aqsa, avviati dall’ennesimo attacco suicida, entravano nella base aerea difesa da Liwa Suqur al-Dahar, Forze di Difesa Nazionale (NDF) e soldati dell’Esercito arabo siriano (EAS) che perdevano tra morti e prigionieri 18 effettivi, mentre 23 terroristi furono eliminati. La Liwa Suqur al-Dahar era composta da miliziani del Governatorato di Idlib guidati da Abu al-Jarah, ex-militare di Idlib. Ad al-Suwayda, le forze siriane arrestavano 25 terroristi. Le forze siriane ed Hezbollah terminavano le operazioni di rastrellamento di al-Zabadani.
Il 10 settembre, il Jaysh al-Islam eseguiva un attacco verso al-Zabadani, ai villaggi Alali e Muzat controllati da Hezbollah, nel tentativo di spezzare l’assedio ai terroristi da parte della 63.ma Brigata della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS e di Hezbollah, ma l’attacco islamista falliva con l’eliminazione di 30 terroristi. L’assalto veniva sostenuto da un attacco aereo israeliano su una postazione dell’Esercito siriano presso Zabadani. La 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), liberavano i giacimenti di Jazal, presso Tadmur, dopo aver eliminato 20 terroristi e 4 tecniche del SIIL. Ad Aleppo l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni dei terroristi nei quartieri di al-Jadida, al-Ramusa, al-Ashrafyia, al-Rashidin, Shaiq al-Lutfi, al-Layramun, Bani Zayd, al-Amiryia, Shaiq Ahmad, al-Ridwanyia, al-Halabyia, Shaiq Qudir e Iqtar al-Bizar, mentre nella provincia di Hama, a Qafar Zita e ad al-Lataminah, l’EAS eliminava 26 terroristi.
L’11 settembre, presso Lataqia, ad al-Qabir e al-Atira, l’artiglieria dell’EAS bombardava un concentramento di terroristi, eliminandone 80.
Il 12 settembre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano liberavano completamente Jazal, a nord-ovest di Tadmur, e Tal Suda, eliminando 23 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Ad Unq al-Hawa, nella provincia di Homs, unità dell’esercito e gruppi di difesa popolari eliminavano numerosi terroristi del SIIL, mentre 6 autoveicoli di un convoglio di Jabhat al-Nusra venivano distrutti presso Dair al-Ful. Unità dell’EAS effettuavano diverse operazioni contro le basi dei terroristi del Jaysh al-Fatah tra al-Latamanah e al-Arbain, nella provincia di Hama, eliminando diversi terroristi. Ad al-Zabadani, 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, Hezbollah, NDF e SSNP eliminavano 18 terroristi di haraqat Ahrar al-Sham, esercito libero siriano e Jabhat al-Nusra liberando il quartiere di al-Nabua. A Dair al-Zur le milizie delle tribù Shaytat eliminavano 18 terroristi del SIIL di fronte l’ospedale al-Hiqmat. La 137.ma Brigata d’artiglieria della 17.ma Divisione e la 104.ta Brigata aviotrasportata della Guardia repubblicana dell’EAS, in coordinamento con milizia Shaytat e NDF, eliminavano 37 terroristi nelle fattorie di al-Muriyah e sul jabal al-Bardah. Dopo due mesi e cinque assalti, i capi della ‘brigata meridionale’ dell’ELS ponevano fine alla cosiddetta operazione “Tempesta del Sud” contro il Governatorato di Dara, avendo subito pesantissime perdite nonostante i terroristi circondassero da tre lati la città difesa dalla 15.ma e dalla 285.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano. Inoltre, a Balad al-Dara l’EAS eliminava diversi terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana. Le Forze armate siriane eliminavano decine di terroristi del Jaysh al-Islam alla periferia di Duma e ad Harasta. A Tal Maz, nella provincia di al-Suwayda, unità dell’esercito effettuavano un’operazione speciale contro le posizioni del SIIL dei terroristi, eliminandone diversi.
Il 12-13 settembre, a sud di Dara, a Gharaz, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS annientava il gruppo islamista Asifat al-Janub. Dopo aver ricevuto l’intelligence su un piano dell’ELS per tagliare le linee di rifornimento dell’esercito siriano e quindi circondare Dara con una manovra avvolgente da nord, gli aerei della SAAF bombardavano le posizioni dei terroristi presso Gharaz, al confine con la Giordania, mentre la 5.ta Divisione corazzata colpiva a sud di Dara un convoglio di pickup armati dei terroristi, eliminandone 89, ed investiva le 55 posizioni note di Jabhat al-Nusra e haraqat al-Muthana presso Dara, liquidando il capo di al-Muthana. A Duma, l’EAS liquidava un gruppo di terroristi giunti per coordinare le azioni tra Jaysh al-Islam e Faylaq al-Rahman contro le forze governative siriane. Furono eliminati 34 terroristi, ed altri 21 terroristi furono liquidati ad Harasta. Nella controffensiva su Harasta, Dhahiyat al-Assad e Duma, NDF, PLA e la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana dell’EAS eliminavano 250 terroristi. In quei giorni, il fronte meridionale dell’ELS, che doveva occupare Dara, invece si ritirava. A Daraya, dopo settimane di combattimenti per rompere le difese siriane nel Ghuta orientale, il piano degli islamisti falliva senza aver compiuto un qualsiasi progresso. Ad al-Zabadani, 1500 terroristi furono eliminati, sgombrando il Qalamun e il confine tra Libano e Siria dalla presenza dei taqfiriti sostenuti da Israele. 3500 terroristi rimanevano chiusi nelle sacche presso al-Qusayr, di Madaya e Wadi Barada. Il SIIL si ritirava dopo il fallimento dell’assalto all’aeroporto di Dair al-Zur.
Il 13 settembre, la SAAF compiva 7 attacchi aerei sulle posizioni del Jaysh al-Fatah nella base aerea di Abu Duhur, presso Idlib. Ad Aleppo, Jabhat al-Shamiyah e Jabhat al-Nusra attaccavano le postazioni difensive delle Forze armate siriane nel quartiere al-Ashrafīyah, ma furono respinti con pesanti perdite.COx__UbWcAEvUBX.jpg largeLe operazioni in Iraq, luglio-settembre 2015
Il 10 agosto raid aerei iracheni eliminavano 49 terroristi e 4 tecniche del SIIL nella provincia di Salahudin, mentre altri 12 furono liquidati dalle forze di sicurezza irachene ad Husaybah, ad est di Ramadi, nell’Anbar. Altri 7 terroristi furono eliminati dai combattenti delle unità di mobilitazione popolare ad Albu Shajal e al-Malahama, sempre nell’Anbar, assieme a 6 pickup armati del SIIL. 17 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, 48 km ad ovest di Baghdad. A Baghdad, il 13 agosto, un autocarro-bomba veniva fatto esplodere nel mercato Jamila di Sadr City uccidendo 61 civili e ferendone altri 200. Intanto a Ramadi l’esercito iracheno e le forze popolari circondavano completamente i terroristi del SIIL. “Il SIIL è assediato da tutti i lati a Ramadi“, dichiarava il Generale di Brigata Ahmad al-Bilawi, “Le forze irachene a fianco della milizia Hashd al-Shabi avanzano contro i ribelli del SIIL da nord ed est di Ramadi“, dichiarava il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio di Qalidiyah, provincia di Anbar, Ibrahim Fahdawi. “Le forze sciite e dell’esercito iracheno avanzano dal fronte settentrionale contro i militanti raggiungendo la periferia di Jirashi, tra la zona di Abu Diab e il Comando operativo di Anbar. Le forze di sicurezza avanzano anche da est e dalle regioni di Husaybah e al-Madyaq“. L’esercito e le forze volontarie iracheni avevano liberato le colline strategiche ad oriente della città di al-Ramadi. Il 13 agosto le forze irachene distruggevano 3 autoveicoli del SIIL e liberavano al-Maziq, 9 chilometri ad est di Ramadi. L’aviazione irachena colpiva due basi del SIIL e un’officina per auto-bombe a Falluja, eliminando decine di terroristi, mentre le forze irachene eliminavano 10 altri terroristi negli scontri a nord-est di Falluja, tra cui 3 capi del SIIL di origine libica: Salam Darbu, Adnan Ibrahim al-Mashadani e Safyan bin Qamu. Le forze aeree irachene eliminavano 125 terroristi del SIIL nella provincia di Salahudin, con raid aerei sulle posizioni taqfirite presso al-Shirqat, a 250 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, il comandante della Polizia Federale, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che la polizia irachena aveva eliminato 29 terroristi ad Husaybah, 7 km ad est di Ramadi, mentre la 16.ma Brigata dell’Esercito iracheno liberava al-Humaria e le unità della mobilitazione popolare liberavano al-Malab, sempre nella provincia dell’Anbar, eliminando 10 terroristi. Il 15 agosto, almeno 50 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno nella provincia di Salahudin, e il 16 agosto la 16.ma Brigata dell’Esercito liberava la stazione ferroviaria di Ramadi, dopo che i terroristi del SIIL avevano subito pesanti perdite nelle operazioni dell’esercito iracheno che avanzava fino ai quartieri meridionali al-Dabat e al-Baqr della città, e ad al-Malab, a sud di Ramadi. Il 19 agosto le forze irachene liberavano il quartiere al-Zaytun di Ramadi ed avanzavano su Huwaija al-Samara, mentre l’aeronautica irachena colpiva un convoglio del SIIL a Kirkuk, eliminando almeno 19 terroristi. Nell’operazione per la liberazione di Ramadi erano stati eliminati 150 terroristi del SIIL. Il 23 agosto, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Dijla, 30 chilometri a nord di Baghdad, a Baiji, nella provincia di Salahudin, e a Tal Afar nella provincia di Niniwa. Il 29 agosto l’esercito iracheno eliminava 45 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, presso al-Qalidiya, liberando Jubah, nel distretto di Hit nell’ambito dell’operazione per liberare Ramadi, capitale della provincia di Anbar, occupata dal SIIL dal maggio 2015. Il 30 agosto l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar verso al-Qalidiya, eliminando 45 terroristi del SIIL. Il SIIL giustiziava 112 propri membri a Niniwa, tra cui 18 capi, per aver tentato un “golpe” contro il capo dello Stato islamico Ibrahim al-Samarai, alias Abu Baqr al-Baghdadi, e pianificato l’eliminazione del capo del SIIL a Mosul Abu Abdulmajid Afar e l’invasione di Niniwa per poi dichiarare guerra al SIIL di Raqqa in Siria.
Il 3 settembre l’Esercito iracheno respingeva un’offensiva del SIIL sulla città di Samara, nella provincia di Salahudin, eliminando 58 terroristi. Inoltre, il SIIL aveva pianificato degli attentati suicidi a Samara, ma furono sventati. Le forze dell’Hashd al-Shabi respingevano l’attacco del SIIL sulla città di al-Qarmah nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. L’esercito iracheno e Hashad al-Shabi respingevano un’altra offensiva del SIIL su al-Baghdadi e Haditha, presso Ramadi, eliminando 112 terroristi, secondo il comandante della 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno, Maggior-Generale Abdulzubayah Nauman. Il 6 settembre, le forze popolari irachene Hashd al-Shabi distruggevano 15 autoveicoli armati del SIIL presso Tal al-Mashihidah, presso Ramadi, mentre a nord di Ramadi, ad Albu Aytha, eliminavano altri 30 terroristi. Le forze irachene quindi tagliavano le linee di rifornimento del SIIL nella provincia di Kirkuk, liberando al-Havijah nell’ambito dell’operazione per liberare la città di Fallujah (provincia di al-Anbar). A Mosul l’aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL eliminando circa 40 terroristi, tra cui Hasan Muhsan al-Jalabi, capo del campo di addestramento del SIIL di Tal Afar. Sempre a Mosul, Ahmad Qalil Wathiq, capo della sicurezza del SIIL di Mosul, veniva eliminato con le sue guardie del corpo nel corso di un attacco di forze tribali irachene. Il 9 settembre la 16.ma Divisione delle forze d’intervento rapido irachene liberava al-Naimiyah, a sud di Falluja. Il 12 settembre, le forze volontarie irachene eliminavano 28 terroristi del SIIL nel distretto di al-Qarmah, ad est di Falluja, provincia di Anbar.
Finora l’Iraq ha ricevuto 16 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M e 11 Mil Mi-28NE. Il contratto firmato con la Russia prevede la fornitura di 43 elicotteri: 24 Mil Mi-35M e 19 Mil Mi-28NE. Intanto i consiglieri militari degli Stati Uniti avevano tentato “di evitare che le forze antiterrorismo irachene prendessero l’Università di Anbar, a Ramadi, ma senza riuscirci“, secondo Samir al-Shavili, consulente sull’antiterrorismo presso i media iracheni. Aveva osservato che gli statunitensi avevano descritto l’Università d Anbar come una trappola pericolosa tesa dai terroristi del SIIL, tentando di dissuadere le forze irachene dall’occuparla, dopo che il gruppo terroristico aveva usato il gas mostarda durante l’assedio della città. “Le truppe irachene furono esposte al gas mostarda delle munizioni sparate dal SIIL, mentre si avvicinavano all’Università di Anbar”.

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Il 2 settembre 2015, il SIIL effettuava un duplice attentato nella capitale Sana, uccidendo 28 civili e ferendone 75. Al-Qaida compiva sei attentati nel governatorato di al-Bayda e uno a Shabwa tra il 2 e il 4 settembre e gli aviogetti sauditi bombardavano 30 volte Sana e attaccavano l’aeroporto al-Dulaymi. Il 4 settembre l’esercito yemenita ed Ansarullah distruggevano un deposito di armi saudite nella regione di al-Musfaq, nella provincia del Jizan, oltre a 2 autoveicoli militari sauditi. L’unità missilistica dell’esercito yemenita bombardava le basi militari saudite di Abu al-Salul, Wadi al-Malah, al-Musfaq e al-Qujarah, nella provincia al-Tawal dell’Arabia Saudita. Nel bombardamento della base militare di Safar, presso Marib, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrayn avevano perso, soprattutto nell’esplosione di un deposito di armi, almeno 300 soldati e ufficiali (i filo-sauditi ne ammettevano 85), 12 carri armati Leclerc, 40 altri mezzi e 4 elicotteri d’attacco AH-64D Apache. Il quotidiano libanese al-Akhbar titolava, “Aden, cimitero dei carri armati AMX Leclerc, orgoglio dell’arsenale francese“. Dopo il bombardamento, le forze saudite, che secondo un soldato saudita fatto prigioniero dalle forze yemenite erano composte soprattutto da mercenari somali e sudanesi, cercavano di riprendersi la provincia di Marib, fallendo e subendo pesanti perdite, e questo nonostante il supporto tecnologico fornito dalle basi francesi di Gibuti e Shayq Zayad, ad Abu Dhabi. I mercenari “catturati sono di diverse nazionalità e prestano servizio nell’esercito degli Emirati Arabi Uniti“, affermava un comandante yemenita. “I Paesi arabi hanno reclutato mercenari da diversi Paesi, tra cui Sudan, Somalia e Nigeria dopo aver perso numerose truppe negli scontri con le forze yemenite“, aggiungeva il comandante. Infine, dopo l’attacco missilistico a Marib, terroristi del SIIL decapitavano decine di soldati degli EAU catturati dopo esser fuggiti dalla base bombardata.
CODVaA6WwAAhoVZIl 6 settembre gli aerei sauditi bombardavano Sana e le basi militari di Nahdayn e Faj Atan, uccidendo 27 persone. Il 7 settembre, attacchi aerei sauditi uccidevano 12 persone e ne ferivano altre 39 nella città di Yarim, provincia di Ib. Secondo Zayfulah al-Shami, dirigente di Ansarullah, l’ex-presidente yemenita Mansur Hadi aveva inviato 700 miliziani delle tribù della provincia di Marib in Arabia Saudita per ricevere l’addestramento militare, mentre ad agosto Hadi aveva incontrato il presidente sudanese Omar al-Bashir, che aveva inviato 3000 mercenari sudanesi che a giugno, assieme alle truppe saudite, invasero Aden. Il 12 settembre l’esercito yemenita prendeva il controllo di quattro basi militari saudite nelle province di Janub al-Dhahra e Asir, in Arabia Saudita, distruggendo 3 depositi di munizioni e almeno 19 autoveicoli militari sauditi. Nel frattempo Ansarullah bombardava le strutture militari saudite nelle regioni di al-Hajlah e Jabal al-Dud nella provincia del Jizan, sempre in Arabia Saudita.
Intanto, Riyadh riduceva le spese sociali ed emetteva altre obbligazioni per affrontare un deficit di bilancio record dovuto alla caduta dei prezzi del petrolio, da oltre 6 mesi al di sotto dei 50 dollari al barile. Il governo saudita aveva emesso altri buoni del tesoro per finanziare il deficit di bilancio che arrivava a 117 miliardi di euro nel 2015. L’Arabia Saudita aveva prelevato dalle riserve valutarie 82 miliardi di dollari passando a 650 miliardi  di riserva valutaria. Il Qatar inviava nello Yemen 1000 soldati dotati di 200 blindati VAB, MOWAG Piranha II e CCTS-90 e di 30 elicotteri. La forza d’invasione nello Yemen era formata da 3000 soldati degli Emirati Arabi Uniti, 1000 del Qatar, 1000 dell’Arabia Saudita, 6000 mercenari yemeniti addestrati dall’Arabia Saudita, 3000 mercenari sudanesi, 800 soldati di Egitto, Bahrayn, Quwayt, Giordania, Senegal e Marocco.

marib

Fonti:
Analisis Militares
Analisis Militares
Fars
Fars
Fars
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Fars
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Fars
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Fars
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Fars
Fars
Fars
Global Research
Moon of Alabama
Reseau International
RID
Sputnik
The Saker
Zerohedge

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Sorgente: Le guerre perdute di Washington: Siria, Iraq e Yemen | Aurora

Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane

La carovana internazionale che doveva recarsi a Kobane per portare aiuti umanitari è stato bloccata a Suruc dall’esercito turco. Partita il 12 settembre, la carovana ha come richiesta quella dell’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco per permettere l’arrivo di aiuti alla popolazione di Kobane, per mesi sotto assedio dell’ISIS. Ascoltiamo una compagna femminista che racconta di come, invece, una delegazione di Kobane è riuscita a raggiungere gli internazionali.

Sorgente: Turchia: bloccata la carovana internazionale diretta a Kobane | Radio Onda Rossa

Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

La popo­la­zione di Cizre, ha dichia­rato 15 giorni fa l’autogoverno o come la defi­ni­sce il co-presidente del muni­ci­pio «l’autonomia demo­cra­tica». «Dopo pochi giorni, circa cento mezzi blin­dati dell’esercito sono entrati in città — ci spiega Fay­sal Sariy­il­diz — e un copri­fuoco con­ti­nuo è stato impo­sto a tutta la popo­la­zione. Cor­rente elet­trica, acqua e ser­vizi di comu­ni­ca­zione sono stati inter­rotti. Un incubo».

Sorgente: Tolto l’assedio a Cizre si contano i morti e i danni

Open Letter by Rectors of Turkish Universities

GAZA ANNOUNCEMENT TO THE WORLD FROM RECTORS OF 111 UNIVERSITIES IN TURKEY IN 11 LANGUAGES

Announcement to Public

In Gaza, there has been a great tragedy of humanity. The whole world is not reacting to it as if they were all deaf and blind. The Israeli government has lost its discernment and attack cruelly by putting the children in front of guns. In Ramadan, the holy month of Islamic world, people are having their iftar meal through the bombs with tears, grief and sorrow. Unfortunately, everyone, who closes their eyes to these cruel people and this kind of cruelty, is a sharer of that violence.

The whole world, especially Islamic, have to be together and display a common attitude in cooperation and solidarity towards actions of Israeli government, which aims our Muslim brothers and Islamic values.
Israeli government will end up with nothing by these cruel attacks. However; the more people pass it by and are silent towards these, the more they will listen to the stories of the children who passed away.

As the Rectors of universities in Turkey, with the signs below, we vigorously condemn the air strike and ground attacks of occupant Israeli government aimed at Gaza strip on 8th July 2014. We vehemently condemn these attacks, which are against the human rights and international law, and in which more than 350 Palestinians, including innocent children and women amongst, have been killed and thousands have been injured.

This is not the first attack of occupant Israeli government and this is one more clear violation of international law. The basic reason why Israel became more aggressive is the obvious support of USA, EU, Arabic governments and especially UN. International society is passing by Israel’s policies, which are crimes of humanity and war. But, it has been expected that regional and international actors apply result oriented pressure policy with an obvious attitude towards Israeli government.

It has been expected by international public opinion that The United Nations Security Council who has a mission to protect international order, and has been confirmed as a failure many times, should as soon as possible make a decision to set sanctions on Israel and should condemn Israel because of these attacks. Although UN has dozens of decisions on Israeli government, it is extremely thought – provoking that UN does not have any sanctions on Israeli government.
We as Rectors of universities in Turkey declare that we will;

  • take all sorts of responsibility to build public opinion against massacre on national and international platforms,

  • start funding and aid campaigns in all universities around Turkey to support our brothers in Gaza,
  • use all sorts of legal procedures to make Israel pay compensation for the sufferers either killed or wounded in Gaza,
  • follow the procedure of those, who are in charge of this massacre, being questioned and punished in the eye of international law.
  • initiate international public opinion to eradicate illegal blockade and occupation against Gaza,
  • that we support the demand of our brothers, who live in a prison-like condition in their own homeland, establishing independent State of Palestine with the capital city Jerusalem,
  • stop our all kind of academic, cultural and social relations with Israeli universities that do not blame the massacre of Israeli Government, until that non-human massacre against our brothers in Gaza is stopped and Gaza blockade is removed,
  • continue our all kind of academic, cultural and social relations with Israeli universities and Jew academicians that react, raise their voice and protest against the massacre of Israeli government,
  • give all kind of support to Jew societies and citizens who protest Israeli government for the sake of oppressed people of Palestine suffering and being killed in their own land, while they live in safe and peace away from their country.

May Allah’s peace and mercy be upon our casualties killed in the attacks of Zionist Israel, May their beloved ones accept our condolences, and May the injured get well soon.
Respectfully announced to public.

Rectors of Universities in Turkey

Rector of Muş Alparslan University

Prof. Dr. Nihat İnanç

Rector of Yıldız Teknik University

Prof. Dr. İsmail Yüksek

Rector of İstanbul Teknik University

Prof. Dr. Mehmet Karaca

Rector of Hacettepe University

Prof. Dr. Murat Tuncer

Rector of Ankara University

Prof. Dr. Erkan İbiş

Rector of Ağrı İbrahim Çeçen University

Prof. Dr. İrfan Aslan

Rector of Samsun 19 Mayıs University

Prof. Dr. Hüseyin Akan

 

Rector of Sakarya University

Prof. Dr. Muzaffer Elmas

 

Rector of Yıldırım Beyazıt University

Prof. Dr. Metin Doğan

Rector of Galatasaray University

Prof. Dr. Ethem Tolga

Rector of Gazi University

Prof. Dr. Süleyman Büyükberber

 

Rector of İstanbul University

Prof. Dr. Yunus Söylet

 

Rector of Social Sciences University of Ankara

Prof. Dr. Ömer Demir
Rector of Marmara University

Prof. Dr. M. Emin Arat

Rector of Akdeniz University

Prof. Dr. İsrafil Kurtcephe

 

Rector of Bezmialem University

Prof. Dr. Saffet Tüzgen


Rector of Cumhuriyet University
Prof. Dr. Faruk Kocacık,


Rector of Fatih Sultan Mehmet Vakıf University
Prof. Dr. Musa Duman,
Rector of Kastamonu University
Prof. Dr. Seyit Aydın,

 
Rector of Konya Necmettin Erbakan University.
Prof. Dr. Muzaffer Şeker,


Rector of Ordu University
Prof. Dr. Tarık Yarılgaç,


Rector of Adıyaman University
Prof. Dr. Talha Gönüllü,


Rector of Bartın University
Prof. Dr. Ramazan Kaplan,


Rector of Üsküdar University
Prof. Dr. Nevzat Tarhan,


Rector of Abant İzzet Baysal University
Prof. Dr. Hayri Coşkun,


Rector of Karabük University

Prof. Dr. Burhanettin Uysal,

Rector of Tokat Gaziosmanpaşa University

Prof. Dr. Mustafa Şahin,
Rector of Ahi Evran University

Prof. Dr. Kudret Saylam,
Rector of Bülent Ecevit University

Prof. Dr. Mahmut Özer,


Rector of Bingöl University

Prof. Dr. Gıyasettin Baydaş,


Rector of Tunceli University

Prof. Dr. Durmuş Boztuğ,


Rector of Bozok University

Prof. Dr. Tamer Uçar,


Rector of Bilecik Şeyh Edebali University

Prof. Dr. Azmi Özcan,

 

Rector of Harran University

Prof. Dr. İbrahim Halil Mutlu,


Rector of Dicle University

Prof. Dr. A. Jale Saraç,


Rector of Hakkari University

Prof. Dr. Ebubekir Ceylan,
Rector of Hasan Kalyoncu University

Prof. Dr. Tamer Yılmaz,


Rector of Hitit University

Prof. Dr. Reha Metin Alkan,


Rector of Selçuk University

Prof. Dr. Hakkı Gökbel,


Rector of İstanbul Aydın University

Prof. Dr. Yadigar İzmirli,


Rector of Mardin Artuklu University

Prof. Dr. S. Bedii Omay,


Rector of KTO Karatay University

Prof. Dr. Ömer Torlak,
Rector of Dumlupınar University

Prof. Dr. Ahmet Karaaslan,


Rector of Fırat University

Prof. Dr. Kutbeddin Demirdağ,

 

Rector of İstanbul Medeniyet University

Prof. Dr. Hamit Okur,


Rector of Siirt University

Prof. Dr. Murat Erman,


Rector of Adana Bilim Teknoloji University

Prof. Dr. Adem Ersoy,


Rector of Yeni Yüzyıl University

Prof. Dr. H. Hüsnü Gündüz,


Rector of Aksaray University

Prof. Dr. Mustafa Acar,


Rector of İstanbul Medipol University

Prof. Dr. Sabahattin Aydın,  

 

Rector of Yüzüncü Yıl University

Prof. Dr. Peyami Battal,


Rector of Mustafa Kemal University

Prof. Dr. H. Salih Güder,


Rector of Pamukkale University

Prof. Dr. Hüseyin Bağcı,

 

Rector of Karamanoğlu Mehmet Bey Univ.

Prof. Dr. Sabri Gökmen,

 

Rector of Adnan Menderes University

Prof. Dr. Mustafa Birincioğlu,

 

Rector of Namık Kemal University

Prof. Dr. Osman Şimşek,


Rector of Kırklareli University

Prof. Dr. Mustafa Aykaç,


Rector of Beykent University

Prof. Dr. Mehmet Emin Karahan,


Rector of Atatürk University
Prof. Dr. Hikmet Koçak,


Rector of Erzurum Teknik University

Prof. Dr. Muammer Yaylalı,


Rector of Çankırı Karatekin University

Prof. Dr. A. İbrahim Savaş,

 

Rector of Kafkas University

Prof. Dr. Sami Özcan,

Rector of Süleyman Demirel University

Prof. Dr. Hasan İbicioğlu,
Rector of Uşak University

Prof. Dr. Sait Çelik,


Rector of Şırnak University
Prof. Dr. Ali Akmaz,
Rector of Iğdır University
Prof. Dr. İ. Hakkı Yılmaz,


Rector of Ardahan University
Prof. Dr. Ramazan Korkmaz,
Rector of Yalova University
Prof. Dr. Niyazi Eruslu,
Rector of Bitlis Eren University
Prof. Dr. Mahmut Doğru,
Rector of Batman University
Prof. Dr. Abdüsselam Uluçam,

Rector of Osmaniye Korkutata University

Prof. Dr. Orhan Büyükalaca,

Rector of Bursa Teknik University

Prof. Dr. Ali Sürmen,
Rector of Niğde University
Prof. Dr. Adnan Görür,
Rector of Sinop University
Prof. Dr. Recep Bircan,
Rector of Artvin Çoruh University

Prof. Dr. Mehmet Duman,
Rector of Gaziantep University
Prof. Dr. Yavuz Coşkun,
Rector of Erzincan University
Prof. Dr. İlyas Çapoğlu,
Rector of İstanbul Gelişim University

Prof. Dr. Burhan Aykaç,
Rector of Nişantaşı University

Prof. Dr. Kerem Alkın,
Rector of Afyon Kocatepe University

Prof. Dr. Mustafa Solak,
Rector of Karadeniz Teknik University

Prof. Dr. Süleyman Baykal,


Rector of Recep Tayyip Erdoğan University

Prof. Dr. Hüseyin Karaman,
Rector of Süleymanşah University

Prof. Dr. Hüseyin Ekiz,
Rector of Gümüşhane University

Prof. Dr. İhsan Günaydın,
Rector of Kilis  7 Aralık University

Prof. Dr. İsmail Güvenç,
Rector of Eskişehir Osmangazi University

Prof. Dr. Hasan Gönen,
Rector of Kırıkkale University

Prof. Dr. Ekrem Yıldız,
Rector of Türk-Kazak University

Prof. Dr. Musa Yıldız
Rector of Çukurova University
Prof. Dr. Mustafa Kibar,
Rector of İzmir Katip Çelebi University

Prof. Dr. Galip Akhan,
Rector of Anadolu University
Prof. Dr. Naci Gündoğan,
Rector of Bayburt University
Prof. Dr. Selçuk Coşkun,
Rector of İnönü University
Prof. Dr. Cemil Çelik
Rector of Kahramanmaraş Sütçü İmam University

Prof. Dr. M. Fatih Karaaslan
Rector of Gebze YTE
Prof. Dr. Orhan Şahin,
Rector of Uludağ University
Prof. Dr. Kamil Dilek,
Rector of Muğla Sıtkı Koçman University

Prof. Dr. Mansur Harmandar,
Rector of Zirve University
Prof. Dr. Adnan Kısa,
Rector of Yeditepe University
Prof.Dr. Nurcan Baç,


Rector of Doğuş University
Prof.Dr. Abdullah Dinçkol,


Rector of Mimar Sinan Güzel Sanatlar University
Prof. Dr. Yalçın Karayağız,
Rector of Bahçeşehir University
Prof. Dr. Şenay Yalçın,
Rector of İstanbul 29 Mayıs University
Prof. Dr. İbrahim Kâfi Dönmez,
Rector of Balıkesir University
Prof. Dr. Mahir Alkan,
Rector of Biruni University
Prof. Dr. Adnan Yüksel,
Rector of Amasya University
Prof. Dr. Metin Orbay,


Rector of Mehmet Akif Ersoy University

Prof. Dr. Mustafa Saatçi,


Rector of Celal Bayar University

Prof. Dr. Mehmet Pakdemirli,


Nevşehir Haci Bektaş Veli University
Prof. Dr. Filiz Kılıç,


Rector of Düzce University
Prof. Dr. Funda Sivrikaya Şerifoğlu

Rector of Gedik University

Prof.Dr. Berrak Kurtuluş

 

Rector of Dokuz Eylül University

Prof. Dr. Mehmet Füzün

Rector of Avrasya University

Prof. Dr. Sami Karadeniz

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