Open Shuhada Street

Sorgente: 19-2-18_Open-Shuhada-Street

Advertisements

Ahed Tamimi, la “vera wonderwoman”

MEMO. L’artista irlandese, l’uomo che ha ideato la celebre immagine rossa e nera di Che Guevara, ha spostato la propria attenzione verso un nuovo eroe, la teenager palestinese Ahed Tamimi.

Fitzpatrick ha creato una immagine di Tamimi mentre tiene in mano una bandiera palestinese sopra al simbolo della DC Comics di Wonder Woman. Lo slogan dice “Esiste una reale Wonder Woman”. Questa immagine si può trovare anche sul suo sito web.

Ahed, 17 anni, è divenuta un simbolo internazionale della resistenza palestinese a seguito del suo arresto avvenuto a dicembre dell’anno scorso, che è giunto alcuni giorni dopo un confronto avuto con i soldati israeliani.

“Ahed Tamimi, per me, significa nobiltà di fronte all’oppressione. Questa ragazza è giovane, è ancora una bambina”, ha dichiarato Fitzpatrick al sito web di notizie Newsweek.

“Se fosse accaduto a me quando io avevo 15 anni, penso che sarei rimasto pietrificato. Da qualsiasi parte le arrivi il coraggio, vi è una risonanza che riecheggia in tutto il resto del mondo. Io sono una parte di questa eco”. Ha inoltre aggiunto: “Mi dispiacerebbe che la uccidessero. E questo è il motivo per cui faccio quel che faccio”.

Durante l’episodio, avvenuto nella sua abitazione presso il villaggio di Nabi Saleh vicino a Ramallah, Ahed è stata filmata da sua madre, Nariman, mentre urla e spinge due soldati. La si vede mentre calcia verso un militare e gli dà uno schiaffo, minacciando di colpire anche l’altro. Il video è divenuto molto popolare e soltanto quattro giorni dopo, la notte del 19 dicembre, Ahed e sua madre sono state arrestate dopo che i militari hanno preso d’assalto la loro casa. Ahed ha dichiarato che l’incidente era avvenuto dopo aver visto il video di suo cugino quindicenne a cui era stato sparato un proiettile di gomma alla testa.

E’ accusata di 12 reati, compresa l’aggressione, “incitamento” e lancio di pietre. Se verrà condannata, dovrà affrontare una lunga pena detentiva. Il giudice Menachem Liberman ha dato ordine che il processo, tenuto presso un tribunale militare, avvenga a porte chiuse.

Il giudice ha fatto allontanare dal tribunale diplomatici, giornalisti e supporter di Ahed. Liberman ha detto che ciò serve per proteggere la privacy di Ahed dato che si tratta di un minorenne. L’avvocato della teenager, Gaby Lasky, ha dichiarato che la sua cliente era disponibile a rinunciare a questo diritto.

“Questo tribunale di occupazione teme le attenzioni che riceverebbe su di sé a causa di questo processo”, ha riferito Lasky. “Dopo aver messo Ahed in detenzione a tempo indeterminato in violazione dei suoi diritti di minorenne, il tribunale ora utilizza questo falso pretesto di proteggere i suoi diritti per riparare se stesso dalle critiche che si sollevano numerose attorno a questo caso”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

Sorgente: Ahed Tamimi, la “vera wonderwoman” | Infopal

Insegnante palestinese dilaniato da un cane dell’esercito israeliano mentre i soldati stavano a guardare

Gideon Levy, Alex Levac

16 febbraio 2018, Haaretz

Dopo aver fatto irruzione nella casa di un insegnante a notte fonda, i soldati gli hanno aizzato contro il loro cane. Il cane lo ha azzannato e bloccato, mentre i suoi familiari assistevano inorriditi

Non è un bello spettacolo. Sua moglie ci mostra le foto sul suo telefonino: il suo braccio ferito, malconcio e sanguinante, morsicato e lacerato, deturpato in tutta la sua lunghezza. Lo stesso vale per la sua gamba. È il risultato della notte di orrore che ha trascorso, insieme a sua moglie e ai suoi bambini.

Immaginatevi: la porta d’ingresso viene sfondata in piena notte, i soldati irrompono con violenza in casa e gli scatenano contro un cane. Lui cade sul pavimento, terrorizzato, mentre il feroce animale addenta la sua carne per un quarto d’ora. Per tutto il tempo, sia lui che sua moglie e i bambini gridano in modo straziante. Poi, ferito e sanguinante, viene ammanettato e arrestato dai soldati, gli vengono negate per ore cure mediche, finché viene portato in ospedale, dove questa settimana lo abbiamo incontrato insieme alla moglie. Anche là è rimasto agli arresti, costretto a giacere incatenato al letto.

Quel semilinciaggio è stato perpetrato da soldati dell’esercito israeliano nei confronti di Mabruk Jarrar, un insegnante arabo trentanovenne del villaggio di Burkin, vicino a Jenin, nel corso della brutale caccia all’uomo seguita all’assassinio, il 9 gennaio, del rabbino Raziel Shevach della colonia di Havat Gilad. E, come se non bastasse, pochi giorni dopo quella notte di terrore i soldati sono tornati nel cuore della notte. Le donne della casa sono state costrette a svestirsi completamente, compresa l’anziana madre di Jarrar e sua sorella muta e disabile, a quanto pare per cercare denaro.

Reparto ortopedico dell’ospedale Haemek di Afula, lunedì: una piccola stanza con tre letti. In quello di mezzo c’è Jarrar, che è qui da circa due settimane. Domenica mattina l’insegnante era ancora legato al letto con catene di ferro ed i soldati impedivano alla moglie di avvicinarsi. Se ne sono andati a mezzogiorno dopo che il tribunale militare ha ordinato il rilascio incondizionato di Jarrar.

Non è chiaro perché sia stato arrestato né perché i soldati gli abbiano aizzato contro il cane.

Il suo braccio sinistro e la sua gamba sinistra sono bendati, il dolore acuto che ancora accompagna ogni movimento è chiaramente visibile sul suo viso. Sua moglie Innas, di 37 anni, è accanto a lui. Si sono sposati appena 45 giorni fa, il secondo matrimonio per entrambi. I suoi due bambini nati dal primo matrimonio – Suheib, di nove anni, e Mahmoud, di cinque – sono stati testimoni di ciò che i soldati ed il loro cane hanno fatto al padre. I bambini adesso stanno con la loro madre a Jenin, ma il loro sonno è disturbato, come ci dice Jarrar: si svegliano con gli incubi, chiamandolo e bagnando il letto per la paura.

Jarrar insegna arabo nella scuola elementare Hisham al-Kilani di Jenin. Venerdì 2 febbraio lui e sua moglie sono andati a dormire circa a mezzanotte. Nella stanza accanto stavano dormendo i suoi due figli, che trascorrono con lui i fine settimana. Intorno alle 4 del mattino la famiglia è stata svegliata da un’esplosione proveniente dalla porta d’ingresso. Parecchie finestre sono state distrutte dalla potenza dell’esplosione. Jarrar è balzato dal letto ed è corso dai bambini. Fuori dalla casa erano ferme delle jeep dell’esercito. Secondo la coppia, un grosso cane, probabilmente dell’“Oketz”, l’unità cinofila dell’esercito, è stato portato dentro la casa, seguito da almeno 20 soldati. È facile immaginare il terrore che ha assalito loro ed i bambini.

Il cane si è lanciato su Jarrar, affondando i denti nel suo fianco sinistro, gettandolo a terra e trascinandolo sul pavimento. All’inizio i soldati non hanno fatto niente. Sua moglie è corsa verso di lui con una coperta, cercando di coprire il cane e salvare suo marito. I bambini guardavano e piangevano mentre i genitori gridavano aiuto; adesso dicono che le loro grida erano molto forti. Innas non è riuscita a liberare il marito dalla presa del cane.

Ci sono voluti alcuni minuti, ricordano, prima che anche i soldati cercassero di trattenere il cane, ma l’animale non gli obbediva. Mabruk era certo che stesse per essere fatto a pezzi ed ucciso; anche Innas temeva il peggio.

I soldati hanno strappato via i vestiti di Jarrar, a quanto pare nel tentativo di liberarlo dalle fauci del cane, ed alla fine ci sono riusciti – dopo circa un quarto d’ora, secondo la sua impressione. Poi uno dei soldati lo ha colpito due volte in faccia. Lui era ferito e barcollava per lo spavento ed in quello stato i soldati gli hanno legato le mani dietro la schiena. Lo hanno portato di sotto e a quel punto è arrivato un ufficiale che ha chiesto a Jarrar il suo nome, lo ha liberato dalle manette ed ha fotografato le sue ferite. L’ufficiale, ci dice ora Jarrar, è sembrato anche lui sconvolto dalle ferite sanguinanti, dal braccio e dalla gamba dilaniati.

Dopo essere stato nuovamente ammanettato, l’insegnante è stato portato con un veicolo militare al centro di detenzione di Salem, vicino a Jenin, dove dice di essere rimasto per circa tre ore senza nessuna assistenza medica. Alla fine è stato portato all’ospedale Haemek, dove è arrivato circa alle 10,30 del mattino. A quel punto era in arresto, anche se non era chiaro per quale motivo.

Quella stessa notte sono stati arrestati anche i suoi due fratelli, Mustafa e Mubarak Jarrar. Mubarak è stato rilasciato, Mustafa resta detenuto. Hanno tutti lo stesso cognome della persona ricercata per l’assassinio del rabbino Shevach, Ahmed Jarrar, che è stato in seguito ucciso dall’esercito.

Sempre quella stessa notte è accaduto un evento simile, che ha coinvolto altre forze dell’esercito, nel villaggio di Al-Kfir, vicino a Jenin. Circa alle 4 del mattino i soldati hanno fatto irruzione nella casa di Samr e Nour Adin Awad, genitori di quattro bambini piccoli. Insieme ai soldati è stato fatto entrare in camera da letto un cane dell’unità “Oketz”, che ha azzannato e ferito entrambi i genitori.

Come ha spiegato Nour a Abd Al-Karim a-Saadi, ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem: “Stringevo al petto mio figlio Karem di due anni, che piangeva. Ho aperto la porta, su cui i soldati stavano picchiando, ed un cane mi ha attaccata, saltandomi addosso. Karem è caduto dalle mie braccia. Poi ho visto che mio marito lo ha sollevato da terra. Ho cercato di cacciare via il cane dopo che mi ha morsicato il petto. Sono riuscita ad allontanarlo, ma poi ha afferrato coi denti la mia gamba sinistra. Con tutte le mie forze sono riuscita a scacciarlo. In quel momento i soldati guardavano il cane, ma non facevano niente. Per tutto quel tempo mio marito pregava i soldati di togliermi il cane di dosso. Un soldato ha parlato al cane in ebraico e allora esso mi ha afferrato per il braccio sinistro tenendomi stretta per alcuni minuti, finché è arrivato un soldato da fuori e lo ha allontanato. Io sanguinavo ed avevo molto male.”

La seconda irruzione dei soldati è avvenuta qualche giorno dopo, l’8 febbraio. C’erano solo donne e bambini in casa Jarrar: Innas, i due figli di suo marito ed anche sua madre e sua sorella, che vivono nello stesso edificio. Erano le 3,30 di notte. Secondo Innas, circa 20 soldati, maschi e femmine, hanno preso parte al raid. Le hanno detto che nella casa c’era del denaro di Hamas e che loro erano venuti per confiscarlo. Hanno calpestato i letti, ignorando le preghiere di Innas di fermarsi. Hanno chiesto dove fosse Mabruk – probabilmente non sapendo che era già detenuto dall’esercito in ospedale.

Poi ci sono state le perquisizioni corporali. Una donna soldato ha portato le tre donne – la moglie di Jarrar, sua madre di 75 anni e sua sorella cinquantenne disabile – in una stanza ed ha loro ordinato di spogliarsi completamente. La ricerca non ha portato a niente: niente soldi, niente Hamas. Di conseguenza i soldati hanno dato ad Innas un permesso di ingresso in Israele, per visitare suo marito ad Afula. Dice che le hanno detto che lui si trovava nel carcere di Megiddo. Vi si è recata il giorno dopo, solo per scoprire che lui non era là. Ha chiamato Abed Al-Karim a-Saadi di B’Tselem, che lei descrive come il suo gentile salvatore. Lui ha fatto qualche telefonata e ha scoperto che Mabruk era in realtà in ospedale ad Afula. Era ancora in arresto quando lei vi è arrivata e le è stato permesso solo di fargli visita per 45 minuti.

In risposta alla richiesta di una dichiarazione, il portavoce dell’esercito ha detto questa settimana ad Haaretz: “Il 3 febbraio 2018 le forze di sicurezza sono arrivate nel villaggio di Burkin, alla casa di Mabruk Jarrar, che è sospettato di attività dannose alla sicurezza in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Una volta giunti alla casa, i soldati lo hanno invitato ad uscire. Dopo ripetuti richiami e dato che non usciva, i soldati hanno agito secondo la procedura ed è stato inviato un cane a cercare la gente dentro casa. Il sospettato si era chiuso in una stanza al piano superiore dell’edificio insieme alle donne della sua famiglia.

Quando si è aperta la porta, il cane ha azzannato il sospettato, ferendolo. Egli ha ricevuto immediata assistenza dai medici dell’esercito fino a quando è stato trasferito all’ospedale. In seguito sono state svolte altre attività di ricerca di individui ricercati. Sottolineiamo che, contrariamente a quanto si sostiene nell’articolo, le donne della casa non sono state denudate dalle forze dell’esercito.”

Jarrar è seduto sul suo letto d’ospedale, parla con difficoltà, ogni movimento gli costa fatica. Innas viene ogni giorno da Burkin. “Come pensate che mi sentissi?”, risponde alla domanda su come si sentisse mentre il cane lo aggrediva. “Ho pensato che stavo per morire.”

Data la composizione etnica di medici, pazienti, infermieri e visitatori, questo è effettivamente un ospedale bi-nazionale ebreo-arabo – come molti degli ospedali nel nord del Paese. Ma un addetto alla manutenzione ebreo entra improvvisamente nella stanza, fremente di rabbia. “Perché state intervistando degli arabi? Perché non degli ebrei?”, chiede. L’uomo minaccia di chiamare l’ufficiale di sicurezza dell’ospedale, perché il ferito e straziato Mabruk Jarrar stava parlando con noi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

thanks to: Zeitun

Hebron città fantasma

https://i0.wp.com/www.assopacepalestina.org/wp-content/uploads/2018/02/Shuhada-strada.jpg

In occasione dell’imminente campagna Open Shuhada Street 2018, AssopacePalestina ha elaborato la versione italiana di un opuscolo originariamente prodotto da Youth Against Settlements in collaborazione con il gruppo tedesco KURVE Wustrow.

Dal momento che l’opuscolo contiene una notevole quantità di informazioni aggiornate su Hebron, e più in generale sull’occupazione in Cisgiordania, se ne raccomanda vivamente l’uso e la diffusione.

L’opuscolo si può leggere e scaricare a questo link:   HEBRON citta fantasma_web

thanks to: AssopacePalestina

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh – ‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.


di Jaclynn Ashly, 4 febbraio 2018

FOTO – Graffito che dice “Morte a Ahed Tamimi” lasciato da coloni israeliani nel villaggio di Nabi Saleh (Foto: Jaclynn Ashly)

Betlemme, Cisgiordania occupata – Giovedì notte, quando i residenti di Nabi Saleh nella Cisgiordania occupata erano profondamente addormentati nelle loro case, coloni israeliani si sono aggirati furtivamente per le strade del villaggio sporcando muri con graffiti di minacce contro l’attivista adolescente incarcerata Ahed Tamimi e la sua famiglia.
Alcuni dei graffiti recitano: “Morte a Ahed Tamimi”, “Non c’è posto in questo mondo per Ahed Tamimi” e un altro chiede che la famiglia Tamimi sia “cacciata dal Paese”.

Graffito a Nabi Saleh in cui si legge “Non c’è posto per Ahed Tamimi in questo mondo”.

Bassem Tamimi, il padre di Ahed, ha detto a Mondoweiss che nessuno degli abitanti del villaggio ha visto i coloni entrare nel villaggio, ma che l’incidente è avvenuto ad un certo punto dopo l’una di notte. “I coloni hanno scritto che Ahed dovrebbe essere uccisa per spaventare gli abitanti di Nabi Saleh” ha detto.
Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana, ha detto a Mondoweiss che “le unità di polizia sono state chiamate a Nabi Saleh dopo che erano state riportate notizie di graffiti nel villaggio”. Ha aggiunto che la polizia ha aperto un’indagine sull’incidente.
Bassem ha detto a Mondoweiss che un gruppo di coloni ha dichiarato anche sui social media che avrebbero aspettato fuori dal carcere israeliano HaSharon il giorno in cui Ahed verrà rilasciata e che poi uccideranno l’adolescente.
“Ho paura per mia figlia”, ha detto Bassem. “Non solo è palestinese, ma il suo viso è diventato così riconoscibile che tutti sanno esattamente chi è e come è.”

‘Escalation ad un altro livello’

L’insediamento illegale israeliano Halamish si trova su una collina adiacente a Nabi Saleh. Dozzine di ettari delle terre del villaggio sono stati confiscati per permettere a Israele di costruire l’insediamento.
Dalla casa di Bassem, si può vedere una grande piscina sul tetto di una di queste unità abitative in stile americano che punteggiano la terra.
Questo è il luogo in cui Ahed ha dato il famoso schiaffo che ha trasformato l’adolescente in un’icona internazionale per quello che subiscono i bambini palestinesi sotto l’occupazione militare israeliana da oltre mezzo secolo.
Poco prima che Ahed affrontasse i soldati israeliani fuori di casa sua, il cugino di 15 anni era stato gravemente ferito, colpito a bruciapelo in faccia con un proiettile di gomma.

FOTO – Una vista dell’insediamento di Halamish da fuori casa di Bassem Tamimi.

Un video dell’incidente – dove si vede Ahed che schiaffeggia e colpisce due soldati israeliani – è diventato virale e gli israeliani hanno scatenato una tempesta sui social media chiedendo l’arresto di Ahed.
Ahed e sua madre Nariman sono state successivamente arrestate per l’incidente e ora affrontano numerose accuse, tra cui presunti attacchi e incitamenti. Sono detenute da quasi due mesi nella prigione israeliana di HaSharon.
Dall’incidente dello schiaffo almeno altri nove residenti del villaggio sono stati arrestati, soprattutto durante raid notturni dell’esercito israeliano. Il 3 gennaio Musab Tamimi, 17 anni, un lontano parente di Ahed, è stato ucciso dalle forze israeliane nel villaggio gemello di Nabi Saleh, Deir Nitham.
“Siamo abituati ad avere a che fare con l’esercito israeliano che attacca le nostre case e fa irruzione nel villaggio”, ha detto a Mondoweiss Manal Tamimi, parente di Ahed. “Ma c’è ora un’escalation ad un altro livello, a cui anche i coloni partecipano.”
Ha aggiunto che questo incidente ha creato una situazione “ancor più pericolosa” per il villaggio.

‘Dobbiamo stare più attenti’

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.
Dice Bassem che dopo un incidente in cui i coloni israeliani hanno tentato di dare fuoco alla moschea del villaggio, i residenti avevano messo a punto una strategia per impedire ai coloni di avvicinarsi al villaggio.
Avevano creato ronde di sorveglianza del villaggio, grazie alle quali residenti avrebbero percorso la periferia del villaggio e avvertito gli altri residenti dell’eventuale presenza di coloni o soldati.
Tuttavia, al momento, di solito i residenti del villaggio si informano a vicenda usando i social media o si chiamano quando avvistano coloni vicino al villaggio, suggerendo di lanciare sassi e far rotolare pneumatici in fiamme nella loro direzione nel tentativo di impedire che si avvicinino.
Il villaggio, che ospita circa 600 residenti, è abbastanza piccolo, tanto che in altre occasioni ai residenti è bastato andare sui tetti e gridare “coloni! coloni!”
Ma l’incursione dei coloni di giovedì sera ha lasciato il paese a disagio. “Nessuno sa come o quando sono entrati nel villaggio”, ha detto Manal.
“Dovremo stare molto più attenti”, ha osservato, aggiungendo che i residenti stanno prendendo in considerazione la possibilità di riprendere con le ronde di sorveglianza del villaggio dopo questo incidente.

‘Prendere la legge nelle loro mani’

Secondo il gruppo israeliano per i diritti Yesh Din, in Cisgiordania un palestinese che presenta un reclamo alla polizia contro un israeliano ha solo l’1,9% di possibilità di ottenere “un’indagine efficace e che un sospettato sia identificato, processato e condannato”.
Il gruppo ha notato che gli attacchi dei coloni coinvolgono “molti cittadini israeliani e includono atti di violenza, danni alla proprietà, acquisizione di terre palestinesi e altri reati”.
Questi attacchi fanno “parte di una strategia calcolata per espropriare i palestinesi della loro terra”, ha aggiunto il gruppo. Secondo l’Onu, nel 2017 sono stati segnalati almeno 150 attacchi di coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Dall’arresto di Ahed, i leader israeliani di destra hanno definito l’adolescente una “terrorista” e hanno chiesto misure estreme contro la minore.
Naftali Bennett, ministro israeliano dell’Istruzione dell’estrema destra, ha affermato che Ahed e le altre donne che sono apparse nel video dovrebbero “finire le loro vite in prigione”.
Oren Hazan, un parlamentare israeliano del partito Likud, ha detto alla BBC questa settimana: “Se fossi stato lì, sarebbe finita in ospedale. Di sicuro. Nessuno avrebbe potuto fermarmi. L’avrei presa a calci e calci in faccia, mi creda.”
Secondo Manal, questi richiami alla violenza e alla dura detenzione della famiglia Tamimi hanno incoraggiato i coloni. “Vogliono prendere la legge nelle loro mani e punire la famiglia Tamimi”, ha detto.
Tuttavia, Manal ha fatto in modo di esprimere la forza apparentemente incrollabile per cui gli abitanti di Nabi Saleh sono famosi. “Non abbiamo paura dei coloni o dell’esercito”, ha detto. “Ma faremo in modo che quello che è successo giovedì sera non accada più.”

traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
fonte: http://mondoweiss.net/2018/02/israeli-settlers-vandalize/


‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

Bethlehem, occupied West Bank — On Thursday night, when residents of Nabi Saleh in the occupied West Bank were sound asleep in their homes, Israeli settlers crept through the village’s streets, vandalizing walls with graffiti threatening jailed teen activist Ahed Tamimi and her family.

Some of the graffiti reads: “Death to Ahed Tamimi,” “There’s no place in this world for Ahed Tamimi,” and another demanding that the Tamimi family be “kicked out of the country.”

Bassem Tamimi, Ahed’s father, told Mondoweiss that none of the village’s residents had seen the settlers enter the village, but that the incident occurred at some point after 1 a.m. “The settlers wrote that Ahed should be killed in order to scare the residents in Nabi Saleh,” he said.

Micky Rosenfeld, spokesperson for the Israeli police, told Mondoweiss that “police units were called into Nabi Saleh after reports of graffiti being sprayed in the village.” He added that the police had opened an investigation into the incident.

Bassem told Mondoweiss that a group of settlers also stated on social media that they would wait outside Israel’s HaSharon prison on the day Ahed gets released and then kill the teen.

“It makes me scared for my daughter,” Bassem said. “Not only is she Palestinian, but her face has become so recognizable that everyone knows exactly who she is and what she looks like.”

‘Escalating to another level ’

Israel’s illegal Halamish settlement sits on a hilltop adjacent to Nabi Saleh. Dozens of hectares of the village’s lands were confiscated in order for Israel to build the settlement.

From Bassem’s home, a large swimming pool can be seen on the roof of one of these American-esque housing units that dot the land.

This is the location where Ahed threw her now infamous slap, which transformed the teen into an international icon for the experiences of Palestinian children under Israel’s more than half-century military occupation.

Shortly before Ahed confronted the Israeli officials outside her home, her 15-year-old cousin had been severely wounded after being shot point-blank in the face with a rubber bullet.

A video of the incident — where Ahed is seen slapping and hitting two Israeli officials — went viral, and Israelis created a social media storm demanding the arrest of Ahed.

Ahed and her mother Nariman were subsequently arrested for the incident and now face numerous charges, including alleged assault and incitement. They have been held for nearly two months in Israel’s HaSharon prison.

Since the slap incident, at least nine other residents have been arrested from the village, mostly during overnight Israeli army raids. On January 3, Musab Tamimi, 17, a distant relative of Ahed, was killed by Israeli forces in Nabi Saleh’s sister village of Deir Nitham.

“We are used to dealing with the Israeli army attacking our homes and raiding the village,” Manal Tamimi, a relative of Ahed, told Mondoweiss. “But it’s escalating to another level, where even the settlers are participating now.”

She added that this incident has created an “even more dangerous” situation for the village.

‘We have to be more careful’

When the village began their weekly protests against Israel’s occupation in 2009, attacks from settlers residing in Halamish escalated, with hundreds of Nabi Saleh’s olive trees being burned and destroyed by settlers.

According to Bassem, after an incident where Israeli settlers attempted to light the village’s mosque on fire, residents developed a strategy to prevent settlers from approaching the village.

They created village watch patrols, in which residents would wander the outskirts of the village and warn other residents if settlers or soldiers were seen.

However, nowadays, village residents typically notify each other on social media or call one another when settlers are spotted near the village, prompting village residents to throw rocks and roll burning tires towards them in an effort to prevent them from approaching.

The village, home to some 600 residents, is small enough that other times residents need only to stand on their roofs and scream “settlers! Settlers!”

But the settler incursion Thursday night left the village feeling uneasy. “No one knows how or when they entered the village,” Manal said.

“We will have to be much more careful,” she noted, adding that residents are considering bringing back the village watch patrols following the incident.

‘Taking the law into their own hands’

According to Israeli rights group Yesh Din, a Palestinian in the West Bank who files a police complaint against an Israeli only has a 1.9 percent chance of it being “effectively investigated, and a suspect identified, prosecuted and convicted.”

The group has noted that settler attacks involve “many Israeli citizens and includes acts of violence, damage to property, takeover of Palestinian land, and other offenses.”

These attacks are “part of a calculated strategy for dispossessing Palestinians of their land,” the group added. According to the UN, at least 150 settler attacks were reported in 2017 in the West Bank, including East Jerusalem.

Since Ahed’s arrest, right-wing Israeli leaders have called the teenager a “terrorist” and have advocated extreme measures against the minor.

Naftali Bennett, Israel’s ultra-right education minister, said that Ahed and the other women who appeared in the video should “finish their lives in prison.”

Oren Hazan, an Israeli lawmaker from the Likud party, told the BBC this week: “If I was there, she would finish in the hospital. For sure. Nobody could stop me. I would kick, kick her face, believe me.”

According to Manal, these calls for violence and harsh imprisonment of the Tamimi family have emboldened the settlers. “They want to take the law into their own hands and punish the Tamimi family,” she said.

However, Manal made sure to express the seemingly unwavering strength that Nabi Saleh’s residents are famous for. “We are not afraid of the settlers or the army,” she said. “But we will make sure that what happened Thursday night will never happen again.”

thanks to: InvictaPalestina

Mondoweiss

PLO on the Knesset’s extension of Israeli law

PLO Executive Committee Member Dr. Hanan Ashrawi on the Knesset’s extension of Israeli law to academic institutions in the illegal settlements

“We condemn the Israeli Knesset’s vote to extend Israeli law to academic institutions in the illegal settlements and place them under the authority of the Council for Higher Education in Israel. This decision represents another dangerous step in the annexation of the occupied West Bank. These academic institutions include Ariel University which is located in the Salfit Governorate (settlement of Ariel), Orot College which is located in the Salfit Governorate (settlement of Elkana), and Herzog College which is located near Bethlehem and Jerusalem (settlement of Alon Shvut).

Such legislation is part of the Israeli government’s plans to impose its sovereignty on all of the occupied West Bank, systematically wiping out the Palestinian presence and continuity on Palestinian soil and destroying the two-state solution.

All settlements are illegal and constitute a war crime under the Rome Statute of the International Criminal Court and a direct violation of international law and conventions, including UNSC resolution 2334. Israel is thereby demonstrating its intent to prolong and consolidate its military occupation by working to “legalize” the presence of extremist Jewish settlers, institutions and settlements in the occupied Palestinian territory.

The U.S. administration’s unilateral steps on Jerusalem and refugees, as well as its unquestioning support of Israel’s lawlessness and impunity have only emboldened Israel to persist in such unlawful policies of creeping annexation with the aim of superimposing “Greater Israel” on all of historic Palestine.

We call on global and regional partners who claim to support international law, international humanitarian law and the two-state solution to step in urgently and curb this latest Israeli outrage and to hold Israel to account by employing punitive measures and sanctions.

In particular, we urge the European Union to implement its own legislation which clearly states that it will not provide funding to Israeli organizations or institutions situated in the occupied West Bank. Instead of maintaining a relationship of exceptionalism and preferential treatment with Israel, it is time to send Israel a clear message that the EU will not tolerate such behavior that not only violates international law but also subverts any global effort at bring about the two-state solution and peace.”

###

© Scoop Media

Sorgente: PLO on the Knesset’s extension of Israeli law

L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania

Betlemme-Ma’an. In un rapporto, il coordinatore umanitario dell’ONU per la Palestina ha lanciato l’allarme, martedì 23 agosto, su un probabile incremento dei rischi dovuti al trasferimento forzato di beduini in Cisgiordania.
Robert Piper ha avvertito a proposito di tali rischi dopo aver visitato la comunità beduina di Abu Nuwwar, nel governatorato di Gerusalemme, che si trova a sud-ovest della colonia illegale israeliana di Maale Adumim.
Abu Nuwwar è uno dei tanti villaggi beduini che hanno subito il trasferimento forzato previsto dai progetti delle autorità israeliane per la costruzione di migliaia di abitazioni per le colonie destinate unicamente agli ebrei, nella zona del corridoio E1.

Il rapporto ha sottolineato che, la scorsa settimana, le autorità israeliane avevano dislocato 64 Palestinesi, compresi 24 bambini, dopo la demolizione di 29 strutture in otto zone, aggiungendo che le forze israeliane hanno anche distrutto o confiscato 85 costruzioni civili in 28 comunità della Cisgiordania dall’inizio di questo mese, lasciando senza casa 129 Palestinesi ed impattando negativamente sulla vita quotidiana di almeno 2.100 Palestinesi.

“Tra le 85 strutture distrutte recentemente o confiscate, 24 erano state fornite da donatori come aiuti, compresi rifugi di emergenza a seguito delle demolizioni di abitazioni avvenute in precedenza, ricoveri per animali, bagni, un centro sociale ed una nuova rete idrica di acqua potabile, quest’ultima supportata dall’UNICEF”, si legge nel rapporto.

Le demolizioni hanno inoltre colpito quasi 1000 comunità di Beduini palestinesi nella Valle del Giordano che, come evidenzia la relazione, soffrono già a causa dell’estrema scarsità di acqua. La relazione esprime preoccupazione anche per la situazione di Susiya, nella parte meridionale della Cisgiordania, dove le autorità israeliane hanno compiuto azioni volte alla distruzione dell’intero villaggio.

“Serie ripetute di demolizioni, restrizioni sull’accesso ai servizi basilari e visite regolari da parte del personale di sicurezza israeliano che promuovono ‘progetti di delocalizzazione’ fanno tutti parte di una situazione coercitiva che coinvolge attualmente queste famiglie palestinesi particolarmente vulnerabili”, ha affermato Piper secondo quanto riportato nel rapporto.
“La crescente pressione per spostarsi in altre zone della Cisgiordania continua ormai inarrestabile; in questa situazione non possiamo aspettarci che la gente prenda decisioni sulla base di un reale consenso cosicché il rischio di trasferimenti forzati resta alto”.

La relazione ha richiamato l’attenzione sui doveri legali di Israele come forza occupante in base al diritto internazionale, tra i quali, il provvedere ai bisogni primari dei Palestinesi garantendo un “sistema di progettazione e suddivisione in zone” equo.
Nel 2016 vi è stata un’ondata di demolizioni e confische lungo tutta la Cisgiordania con 786 strutture di proprietà palestinese distrutte fino ad oggi. Queste demolizioni hanno provocato complessivamente la dislocazione di 1.197 persone, compresi 558 bambini. Oltre 200 delle strutture abbattute erano state fornite come soccorso umanitario.

“Dkaika, Khan al Ahmar, Umm al-Kheir, Abu Nuwwar, Susiya… queste sono soltanto alcune delle comunità estremamente vulnerabili nelle quali famiglie, molte delle quali costituite da rifugiati Palestinesi, vivono nel timore continuo di rimanere senza casa ed i bambini si chiedono se avranno ancora una scuola da frequentare domani”, ha aggiunto Piper.

La costruzione della colonia nella zona E1 dividerebbe effettivamente la Cisgiordania e renderebbe la creazione di uno stato palestinese contiguo – come previsto dalla soluzione dei due stati per il conflitto israelo-palestinese appoggiata a livello internazionale – pressoché impossibile.
L’attività israeliana nella zona E1 ha attirato molte critiche a livello internazionale ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva già dichiarato in passato che “E1 è una linea rossa che non può essere oltrepassata”.
Anche il primo ministro palestinese Rami Hamdallah ha denunciato mercoledì scorso il trasferimento forzato dei Beduini, dicendo che “le sistematiche violazioni israeliane del diritto internazionale non sono più accettabili da parte della comunità internazionale”.

Traduzione di Aisha T. Bravi

Sorgente: L’ONU mette in guardia sui rischi dovuti ai trasferimenti forzati di Beduini in Cisgiordania | Infopal

Michael Chabon, scrittore ebreo: l’occupazione israeliana è peggio dell’apartheid

Michael Chabon, scrittore ebreo: l'occupazione israeliana è peggio dell'apartheid

Il noto scrittore statunitense di origini ebraiche, Michael Chabon, ha dichiarato che l’oppressione israeliana contro il popolo palestinese è peggiore del sistema dell’apartheid in Sud Africa.

In un’intervista all’agenzia di stampa francese AFP, Chabon ha dichiarato, ieri, che ha scoperto “la vera natura” dell’occupazione israeliana dopo il viaggio fatto lo scorso aprile, accompagnato da altri autori nordamericani, nei territori palestinesi occupati.

“Parte di ciò che lo rende particolarmente orribile per me e diverso dall’Apartheid è che gli ebrei lo stanno facendo e io sono un Ebreo”, ha precisato durante l’intervista telefonica ad AFP.

Inoltre, in un’altra intervista rilasciata alla pubblicazione ebraica statunitense “The Forward”, Chabon ha dichiarato che l’occupazione dei territori palestinesi da parte del  regime di Tel Aviv è “una grave ingiustizia”, che non ha mai visto.

“Che la gente che ha sofferto una persecuzione orribile e prolungata ha una tale svolta e, inoltre, opprimere un altro popolo ad un livello burocratico tale, è in qualche modo per me molto più duro dell’Apartheid, per quanto orribile è stato l'apartheid e con questo non cerco di minimizzarlo”, ha sottolineato.

Va notato che le dichiarazioni dello scrittore ebreo-statunitense, 52 anni, hanno scatenato reazioni su Internet e le critiche da parte dei media della destra israeliana.

Secondo le fonti, Chabon non ha cominciato ad occuparsi dell’occupazione israeliana fino al suo matrimonio con Ayelet Waldman ebrea, che ha viaggiato nei territori palestinesi, due anni fa. Questo viaggio ha “aperto gli occhi” a lei, ed anche allo scrittore, ha spiegato Chabon.

Lui e sua moglie hanno pubblicato un libro scritto da 25 autori di spicco nordamericani che si concentra su diversi aspetti della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione israeliana.

Lo scorso aprile, Chabon, insieme ad altri scrittori, tra cui Dave Eggers e Geraldine Brooks, quest’ultima insignita del premio Pulitzer, ha visitato le città palestinesi di Al-Quds (Gerusalemme) e Al-Khalil (Hebron), ed i villaggi vicino alla città di Ramallah, nel nord della Cisgiordania.

Più di mezzo milione di israeliani vivono in più di 120 insediamenti illegali costruiti dopo l’occupazione dei territori palestinesi della Cisgiordania e Al-Quds nel 1967.

Fonte: Hispantv

Israel ‘ethnically cleansing’ occupied West Bank: Israeli lawmaker

 

Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since 1967.
Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since 1967.

An Israeli lawmaker has accused Tel Aviv of committing “ethnic cleansing” against Palestinians in the occupied West Bank amid a rise in the demolition of Palestinian houses and buildings in the area.

Dov Khenin told Sky News on Sunday that Israel’s demolition of Arab structures in the so-called Area C of the West Bank is an attempt to clear the area and prepare it for Israelis to settle there in the future.

Area C, which is under full Israeli control, covers 360,000 hectares (890,000 acres) of land, equal to 60 percent of the West Bank’s area.

The 1993 Oslo Accords between Israel and the Palestinians divides the West Bank into Area A under full Palestinian control, Area B under shared Israeli-Palestinian control and Area C.

Israel is committing an “ethnic cleansing in a very sophisticated way” in the occupied West Bank, Khenin said.

Israeli MP Dov Khenin (photo by AFP)

Israeli authorities rejected Khenin’s remarks and claimed that the demolitions are taking place because the structures being destroyed do not have building permits.

UN fieldworker Matthew Ryder has said, though, that getting approvals for buildings is “virtually impossible” for the Palestinians.

“Israel’s own figures show that, between 2010 and 2014, Palestinians in the area that Israel controls only managed to obtain 33 permits for building on their land — that’s something like 1.5% of the permits that are actually granted,” Ryder said.

Recent figures released by the United Nations show the Israeli military has more than tripled the pace of the demolitions of Palestinian structures in the occupied West Bank over the past three months.

The world body said the average demolitions have risen to 165 on the monthly basis since January.

The demolitions have raised alarm among world diplomats and human rights groups over what they regard as the Tel Aviv regime’s continued violation of international law.

Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since the 1967 Israeli occupation of the Palestinian territories of the West Bank, including East al-Quds (Jerusalem).

All Israeli settlements are illegal under the international law. However, Tel Aviv has defied calls to stop the settlement expansions in the occupied territories.

thanks to: Presstv

Muhammad Ali Net, 20 anni – Muhammad Jasser Abdullah Krakrh, 30 anni – Mohammed Jamal

di Samantha Comizzoli

 

Muhammad Ali Net (20 anni) di Jalazoun, Ramallaah. Una settimana fa i soldati israeliani gli hanno sparato al petto proiettili veri. E’ morto oggi.

Altro palestinese morto…nella prigione palestinese di Al Kahlil per un incendio….scontri in corso … Io la parola la voglio usare anche qui… martire. Il martire morto ad Al Kahlil nella prigione palestinese è Mohammed Jamal e sembra sia morto per le ferite riportate durante l’interrogatorio (credo del Wucoi). Di seguito è scoppiato l’incendio nella prigione, quindi tutto fa pensare sia stato provocato per coprire il morto. Gli agenti che hanno fatto l’interrogatorio sono stati arrestati

Martire a Beit il, Ramallah, ucciso dai coloni israeliani. Mezz’ora fa quando sono passata dalla strada, il corpo era ancora lì, circa un centinaio di soldati attorno. Rallentamenti sulla strada Ramallah – Nablus, si apprestavano a chiudere Zaatara checkpoint. Il martire è Mohammed Jassem del villaggi di Sinji, che dista solo pochi metri dal luogo dell’assassinio.
Ero al Ramallah Hospital..è arrivata la notizia del martire in questo modo “gli hanno sparato i coloni israeliani, lui aveva cercato di fermare l’auto, era da solo e a piedi”. Ora la notizia che viene passata è “ha tentato di accoltellare due soldati e i soldati gli hanno sparato”. Qualcosa non torna.
Dalle testimonianze sul martirio di oggi: operaio edile. Parrebbe fosse con altri due amici che sono fuggiti. I soldati feriti da Muhammad sono sono due, uno grave. E’ stato difficile il riconoscimento di Muhammad perchè gli hanno sparato in faccia e in testa. I soldati israeliani hanno attaccato il villaggio di Sinji in gran numero e con raid nelle case. Chiusi i villaggi di Sinji, Beit Ili e Turmus Aya. Si segnala ancora numero massiccio di soldati sulla strada Ramallah- Nablus e si temono reazioni questa notte.

Fonte:
https://www.facebook.com/samantha.comizzoli?fref=ts

10-4-15_Uccisi.

Per non dimenticare… il diritto al ritorno: missione multipla ad agosto 2015

luoghi della diaspora palestinese
 

Siamo donne e uomini che ritengono che il diritto al ritorno sia un punto irremovibile e centrale per il futuro del popolo di Palestina. Nessun risarcimento potrà mai ripagare le sofferenze e le privazioni di decenni di diaspora, ma il riconoscimento di questo diritto è l’unico modo per dare una soluzione all’occupazione delle terre palestinesi.

Crediamo perciò che si debba ricordare a noi e al mondo che l’occupazione ha generato un esodo forzato del popolo di Palestina e che oggi ci sono palestinesi in Libano, come in Giordania, Siria, Iraq e altri Paesi – non ultimo il nostro Occidente – ma che ci sono palestinesi rifugiati nella stessa Palestina.

Partendo da queste considerazioni stiamo organizzando per il prossimo mese di agosto una iniziativa internazionale per portare contemporaneamente quattro missioni a Gaza, Cisgiordania, Libano e Giordania. L’obiettivo è la riaffermazione del diritto al ritorno.

L’ebraicizzazione di Israele – punta più alta del programma neocoloniale del sionismo – esclude il diritto al ritorno dei non ebrei, e dunque dei palestinesi nati in quelle stesse terre e dei loro discendenti. La nostra presenza in quei paesi vuole denunciare questo trattamento intollerabile e razzista. Una missione che metta al centro la questione dei diritti dei rifugiati, tutti i loro diritti.

Il tema del diritto al ritorno per il popolo di Palestina, ignorato da troppi, dentro e fuori il mondo arabo-mediorientale, non può essere eluso o messo da parte in nome di altre e pretestuose compatibilità. Le quattro delegazioni ricorderanno le vittime delle stragi e porteranno ai palestinesi la solidarietà politica e il sostegno umano.

Per realizzare questo progetto lanciamo da oggi una sottoscrizione nazionale, dando così continuità al positivo lavoro messo in campo da anni dal Forum Palestina e dal Comitato per non dimentica Sabra e Chatila e proseguito nel dicembre 2013 / gennaio 2014 a Gaza dalla delegazione “Tutti a Gaza 2013”.

Siamo quindi pronti per raccogliere le vostre adesioni per formare le quattro delegazioni Per non dimenticare il diritto al ritorno. Quello del prossimo agosto sarà un appuntamento importante perché ci darà la possibilità di conoscere la realtà di Gaza, Cisgiordania, Libano e Giordania incontrando tutte le forze e le organizzazioni politiche e sociali che lì lavorano e operano.

Vogliamo che l’iniziativa che ci accingiamo a prendere, in collaborazione con i nostri amici palestinesi, con i quali da anni lavoriamo insieme nel Comitato internazionale Per non dimenticare Sabra e Chatila e con il quotidiano libanese Assafir, sia un momento, centrale, di un percorso che deve prevedere iniziative su tutto il territorio italiano da svolgersi prima e dopo il mese di agosto con al centro “il diritto al ritorno”. Intendiamo, inoltre, tessere un filo con il lavoro che il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila ha svolto negli ultimi anni. La nostra presenza in Libano, come a Gaza, Cisgiordania, Giordania è finalizzata a denunciare una realtà inaccettabile e drammatica che ha origine dall‘occupazione della Palestina.

Il nostro invito è rivolto a quanti in questi anni hanno lavorato a fianco del popolo palestinese, combattendo l’occupazione e condannando il sionismo. Siamo senza equilibrismi dalla parte dei diritti dei palestinesi, “senza se e senza ma..”, ma nello stesso tempo respingiamo qualsiasi approccio antisemita e razzista. La pregiudiziale antifascista e anticoloniale è pertanto per noi centrale.

Vi chiediamo di farci pervenire nel tempo più breve possibile le vostre intenzioni di partecipare – attraverso la scheda qui allegata – per consentirci di organizzare al meglio la visita. Nelle prossime settimane vi faremo sapere regole date e costi della missione.

Bassam Saleh, Ismail Fawzi, Nabil Kheir, Sami Hallac, Yousef Salman, Ahmed Dawud, Ma’moun Al Barghouti, Hakeem Abu Jaleela, Mohammed Hamdan, Mariagiulia Agnoletto (Salaam ragazzi dell’Olivo – Milano), Enzo Apicella (cartoonist), Goretta Bonacorsi, Enzo Brandi, Sergio Cararo (direttore di Contropiano), Andrea Catone (direttore di Marx XXI), Antonietta Chiarini, Tullia Chiarini, Blanca Clemente, Mimmo Colaninno, Geraldina Colotti (Monde Diplomatique), Comitato Fasano per la Palestina (Fasano, BR), Marinella Correggia (giornalista, attivista per la pace), Tonia De Guido (Comitato Palestina – Bologna), Eliana Ferrari, Mirca Garuti (laboratorio multimediale Alkemia – Modena), Rodolfo Greco (www.palestinarossa.it – Milano), Luciano Ianni (attivista pro-Palestina – Roma), Enzo Infantino (attivista pro-Palestina – Calabria), Kalamu (gruppo musicale calabrese), Tonio Leone (attivista per la Palestina – Fasano), Alessia Leonello, Stefania Limiti (giornalista, Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Roma), Pati Luceri (docente e attivista pro-Palestina – Lecce), Francesco Maringiò (presidenza internazionale Centro Studi Correspondances Internacionales), Miriam Marino, Marcella Masperi, Mariano Mingarelli (Associazione Italo Palestinese – Firenze), Nicol? Monti (direttore Labaro TV), Maurizio Musolino (giornalista, Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila – Roma), Loretta Mussi (attivista pro-Palestina – Roma), Flavio Novara (Laboratorio multimediale Alkemia – Modena), Gustavo Pasquali (Comitato per non dimenticare il diritto al ritorno – Roma), Ivano Poppi, Laura Pugnaghi (Rete 1° marzo), Roberta Ravoni, Carmen Ricci, Dominique Sbiroli (Comitato con la Palestina nel cuore – Roma), Massimo Sgarzi, Elio Teresi (direttore Radio Aut per l’antimafia sociale – Palermo), Ornella Terracini, Marta Turilli (Comitato con la Palestina nel cuore – Roma), Jacopo Venier (direttore Libera TV), Maria Raffaella Violano (Presidente Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese), Lucio Vitale.

QUI LA SCHEDA DI PREADESIONE

thanks to: Forum Palestina

Palestine resistance should boost defense abilities: Leader

Leader of the Islamic Revolution Ayatollah Seyyed Ali Khamenei says resistance groups in Palestine should strengthen their defense capabilities in the face of possible fresh aggression by Israel.

“The Resistance current should boost its preparedness day by day and reinforce its power resources inside Gaza,” Ayatollah Khamenei said in a meeting with Secretary General of the Islamic Jihad of Palestine Ramadan Abdullah in Tehran on Thursday.

The Leader said the Palestinian resistance’s recent victory against the Israeli regime’s 50-day war indicated the realization of the “divine promise”, which will pave the way for greater triumphs.

The Leader also anticipated a promising future for the Palestinian people, saying, “The outlook of the developments is bright and good.”

Ayatollah Khamenei urged Palestinians in the West Bank to get on board in the fight against the Israeli regime, saying, “Fighting the Zionist regime (Israel) is a war of destiny.”

“The enemy should feel the same worries in the West Bank as it does in Gaza,” the Leader added.

Ayatollah Khamenei further vowed more support for the Palestinian people, stating, “The Islamic Republic and the Iranian people are proud of your victory and resistance, and hope that the back-to-back triumphs of resistance [groups] will continue until final victory.”

Abdullah, for his part, extended to the Leader the greetings of senior officials from Islamic Jihad and other Palestinian resistance groups, and presented a report on the latest Israeli war on Gaza.

“Definitely, the victory was achieved with the assistance of the Islamic Republic,” the senior Palestinian official said, adding, “Without Iran’s strategic and efficient help, resistance and victory in Gaza would have been impossible.”

Abdullah further assessed as strategic and effective the Leader’s guidelines on the necessity of arming the West Bank for countering the Israeli regime’s aggression, saying the remarks have re-energized the Palestinian fighters and raised their spirits.

On July 23, Ayatollah Khamenei said armed resistance by Palestinians is “the only way” to confront the Zionist regime.

“We believe that the West Bank should also be armed like Gaza and those who are interested in Palestine’s destiny should act in this regard,” the Leader said at the time.

Israeli launched a deadly onslaught on the besieged Gaza Strip on July 8. Gaza health officials say over 2,140 Palestinians, including 577 children, were killed in the Israeli onslaught. Over 11,100 others, including 3,374 children, 2,088 women and 410 elderly people, were injured. Tens of Israelis were also killed by the Palestinian resistance retaliatory rockets.

The Israeli aggression ended on August 26 with an Egyptian-brokered truce.

IA/NN/KA

thanks to: Presstv

PALESTINA. La “normalità” degli abusi sui minori

Sotto le bombe a Gaza, target dell’esercito in Cisgiordania: numerosi rapporti analizzano le gravi violazioni israeliane del diritto internazionale, dall’assedio della Striscia al trattamento delle centinaia di bambini arrestati in Cisgiordania.

(Foto: Getty Images)

di Francesca La Bella

Roma, 21 luglio 2014, Nena News – Dall’inizio dell’operazione “Barriera Protettiva” contro la Striscia di Gaza, ogni giorno abbiamo avuto notizia della morte di uno o più minori. In molti casi si tratta di bambini molto piccoli, colpiti dai bombardamenti o, da tre giorni a questa parte, dal fuoco delle truppe di terra israeliane.

L’uccisione di civili ed, in particolar modo, di minorenni, anziani e invalidi, costituisce una grave violazione del diritto internazionale in generale e delle convenzioni di Ginevra in materia di diritto umanitario in situazioni belliche in particolare. Per far fronte a questa terribile accusa i portavoce israeliani hanno affermato che sono state messe in atto tutte le misure necessarie a minimizzare le vittime civili attraverso la comunicazione preventiva degli attacchi e che la responsabilità di queste morti deve essere esclusivamente imputata ad Hamas perché utilizzerebbe i civili come scudi umani. Nel caso dei quattro bambini colpiti sulla spiaggia da un missile sparato dal mare, il governo israeliano ha persino porto le sue ufficiali scuse perché le vittime civili sono state collaterali rispetto all’eliminazione di un obiettivo “legittimo”, un militante di Hamas. Israele afferma, dunque, di aver fatto tutto ciò che è necessario per cercare di proteggere i soggetti deboli al meglio in un contesto difficile come quello attuale.

La realtà è, però, ben diversa. La Striscia di Gaza è uno dei territori con la maggiore densità demografica al mondo, chiusa su tutti i lati, con valichi di confine dai quali è possibile uscire solo con il beneplacito di Israele, o dell’Egitto per quanto riguarda il valico di Rafah.  I minori e le loro famiglie hanno possibilità di fuga quasi nulle, soprattutto in frangenti come quello attuale e, anche se riuscissero ad allontanarsi, mancherebbe loro un posto dove andare e l’assicurazione della tutela dei loro diritti fondamentali. In tale senso si era già espresso il Comitato internazionale sui diritti del fanciullo che, l’anno passato, aveva sottolineato come un attacco in un territorio come Gaza violava sia il principio di proporzionalità sia quello di distinzione (civili-combattenti) date le condizioni fisico-demografiche dell’area. Nei rapporti di organizzazioni come Save the Children viene, inoltre, evidenziato quanto vivere nella Striscia, anche normalmente, comporti un disagio fisico e psicologico, soprattutto dei minori, che tende ad aggravarsi nelle fasi di conflitto: mancanza d’acqua e medicine; senso di insicurezza dovuto alla persistente possibilità di attacco; limitazione della libertà di movimento/emigrazione.

La condizione dei minori palestinesi è, infatti, molto difficile anche durante i periodi di non belligeranza. E’ di fine giugno la pubblicazione di un rapporto dell’Euro-mid Observer For Human Rights, organizzazione non governativa con base a Ginevra, nel quale si evidenziavano le numerose violazioni dei diritti dei minori palestinesi perpetrate da Israele. Attraverso testimonianze dirette, analisi dell’UNICEF e dichiarazioni di operatori internazionali, il rapporto presenta la condizione dei minori palestinesi, principalmente nella Cisgiordania, e cerca di descrivere il trattamento al quale può essere soggetto un minore al momento dell’arresto da parte israeliana.

Sottolineando prioritariamente che, tra inizio 2010 e metà 2014, i minori presi in custodia dalle forze armate israeliane sono stati circa 2500, di cui 400 tra i 12 e i 15 anni, il rapporto descrive in maniera analitica i diversi passaggi della presa in custodia, dall’arresto all’interrogatorio, alla detenzione. I reati generalmente contestati riguardano il lancio di sassi e molotov contro militari israeliani, la partecipazione a manifestazioni pacifiche non autorizzate, la vicinanza a gruppi considerati illegali o anche solo la conoscenza di persone appartenenti a suddetti gruppi. La contestazione delle accuse non è, però, un passaggio fondamentale al momento dell’arresto. Secondo molte testimonianze, infatti, i minori vengono portati via dalle loro case in piena notte, ammanettati e a volte bendati, senza che ai genitori venga comunicato il motivo dell’arresto o consentito di accompagnarli. Davanti alla richiesta di maggiori informazioni sulla natura del reato o sulla localizzazione del minore le risposte rimangono vaghe e, spesso, solo dopo la confessione del soggetto sotto custodia, alle famiglie viene concesso di visitare il minore e di conoscere le accuse.

A questo si aggiunga che le modalità di interrogatorio portano quasi sempre ad una piena confessione. In primo luogo mancano avvocati difensori e traduttori e i minori, in molti casi, vengono interrogati in ebraico e obbligati a firmare documenti nella stessa lingua. Se questo non bastasse, alle violazioni procedurali, spesso, si aggiunge vera e propria coercizione fisica. Nel rapporto di monitoraggio dell’UNICEF sulla condizione dei minori sotto detenzione militare israeliana di ottobre 2013, ad esempio, venivano elencati una serie di casi di minori che, sotto custodia, sono stati sottoposti a violenza fisica, anche con bastoni, e molti organismi internazionali, come il Defense for Children International – Palestine (DCI-Palestine), sottolineano come la perquisizione corporale, l’intimidazione, l’umiliazione e l’isolamento siano pratiche normalmente utilizzate benché vietate dalla Convenzione internazionale dei diritti del Fanciullo siglata da Israele nel 1991.

La mancata tutela dei minori palestinesi non si estrinseca, però, solo nel momento della presa in custodia. Proprio il comitato internazionale delegato a monitorare la messa in atto della Convenzione sopracitata, nel suo ultimo rapporto, datato giugno 2013, esprime grande preoccupazione per i trattamenti riservati ai minori palestinesi dalle forze armate israeliane. In questo senso condanna l’utilizzo dei minori come scudi umani, protezione di veicoli militari dal lancio di pietre e avanguardie in edifici potenzialmente pericolosi, ed informatori (14 casi segnalati tra gennaio 2010 e marzo 2013) e sottolinea come i responsabili di tali atti in passato non siano stati processati per tali violazioni.

Mancata garanzia dei diritti minimi dei minori, violenze sistematiche nei loro confronti e uno stato di latente conflitto fanno si che, nonostante in questi 11 giorni di attacco i minori che hanno perso la vita siano già più di 100 e che tra le decine di arresti effettuati in Cisgiordania moltissimi siano minori, questa non debba essere considerata una situazione eccezionale. Per i giovani palestinesi quello che succede in questi giorni è molto simile alla normalità.

thanks to: Nena News

Dutch PM: No idea why Israel won’t let scanner be used for exports to West Bank

Israel’s refusal to allow Gaza to use a scanner machine donated by Netherlands donated to screen exports from the Gaza Strip to the West Bank will be on the agenda at a meeting Sunday night between Prime Minister Benjamin Netanyahu and Dutch Prime Minister Mark Rutte.

Rutte had been scheduled to attend a festive dedication of the X-ray machine at the Kerem Shalom crossing during his visit. Speaking before Israeli and Palestinian peace activists on Sunday, the Dutch prime minister expressed grave disappointment at Usrael’s refusal to let the X-ray machine be used. “I don’t understand this decision,” Rutte said.

Dan Yakobson, a member of the Palestinian-Israeli Peace NGO Forum who attended the meeting with Rutte, said the Dutch premier had sounded surprised and even mortified by the way the issue of the scanner had been handled.

He said that under the circumstances, Rutte had wondered at the security concern: “After all, the X-ray machine was donated by the Netherlands and placed at the Kerem Shalom crossing precisely because of Israeli security concerns,” Yakobson quoted Rutte as saying. “I have no idea what is behind this decision, and I will ask Netanyahu about it during our meeting this evening.”

Yakobson said the Dutch prime minister asked the peace activists if they thought Netanyahu had changed his mind on the Palestinian issue and if he genuinely wanted to make peace. They didn’t know, the participants told him, according to Yakobson. However, they said, the fact that Israel accepted the European Union stipulation that no Horizon 2020 research funding would go to Israeli research enterprises connected with territories beyond the 1967 borders shows that the government favors ties with Europe over the settlements.

“We told him that the conduct regarding the scientific cooperation agreement showed that with internal Israeli assertiveness and enough international assertiveness, things can move,” Yakobson said. “We recommended stepping up international involvement on the Israeli-Palestinian matter and even considering the model the world powers used in the deal with Iran in Geneva and applying it to negotiations between Israel and the Palestinians.”

Haaretz.Com.

L’ANP, LA POLIZIA PALESTINESE E IL BAMBINO CHE VENDE IL PREZZEMOLO

Da mesi sono qui in Palestina (Cisgiordania) come attivista per i diritti umani con l’ISM. Non ho mai voluto intervistare nè incontrare membri dell’ANP nè della Polizia Palestinese perchè non voglio sedermi a tavolino con chi collabora con il mostro. Non voglio dargli spazio e voce perchè ne hanno già. Vi parlo, pertanto, di fatti dei quali sono testimone, traendo le conclusioni.

viaL’ANP, LA POLIZIA PALESTINESE E IL BAMBINO CHE VENDE IL PREZZEMOLO | Palestina Rossa.

FALASTIN Press

Books and Publications about Palestine

Brescia Anticapitalista

comunista e rivoluzionaria, per una società ecosocialista, femminista e libertaria

Vauro

sito ufficiale

Falcerossa - Comuniste e comunisti

La Pasionaria: Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio

comedonchisciotte.net

Alla ricerca della verità (versione storica)

ragionandoci

cercando di comprendere, ragionandoci...

Terra Santa Libera

Il folle progetto sionista si realizzerá con la pulizia etnica locale e la ricostruzione del tempio sul Monte Moriah

Database of Press Releases related to Africa - APO-Source

Base de données de communiqués de presse liés à l'Afrique - APO-Source

The other Iran

A site about the people of Iran. Please enjoy and share with others.

leonardopalmisano

Solo la parola redime

i sensi della poesia

e in pasto diedi parole e carne

Olivier Turquet, deposito bagagli

scritti da conservare da qualche parte

Epiphanies !

إضاءات

%d bloggers like this: