Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

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I 900 mila indigeni del Brasile

Maria Gobern

Il Brasile è il paese con più popoli indigeni isolati al mondo. Circa 240 tribù di circa 900.000 persone abitano in Brasile, lo 0,4% della popolazione brasiliana. La tribù più piccola consiste di un solo uomo, che vive nella sua casa nell’ovest del Brasile.

Il Governo ha riconosciuto 690 territori ai suoi abitanti indigeni, che abbracciano approssimativamente il 13% della superficie del paese. Quasi tutta questa riserva territoriale (il 98,5%) si trova nell’Amazonia. Nonostante ciò, approssimativamente la metà degli indigeni del Brasile vive fuori di questa zona, di modo che queste tribù occupano solo l’1,5% del totale del territorio riservato agli indigeni nel paese.

Insediati nell’Amazonia brasiliana, questi gruppi sopravvivono grazie alla selva, ma la maggior parte sta venendo spianata dal disboscamento, dall’agricoltura e dall’allevamento, dalle mega dighe, dalle strade o dalle esplorazioni di idrocarburi.

Questi gruppi indigeni di solito non hanno nessun contatto pacifico con nessun altro della società maggioritaria o dominante. La  ONG Survival Internacional segnala che, in generale, la sua decisione di non mantenere contatti con altri popoli indigeni o con forestieri è dovuta ai “precedenti disastrosi incontri e alla continua distruzione della selva”.

Alcune tribù hanno una popolazione con più di un centinaio di persone e vivono in recondite zone limitrofe allo stato di Acre e in territori protetti come la Valle del Javarí, vicino alla frontiera peruviana. Altri sono gruppi dispersi, sopravvissuti di antiche tribù andate in frantumi, a causa della febbre del caucciù e dell’espansione agricola.

La storia dei popoli indigeni del Brasile è stata segnata dalla brutalità, dalla schiavitù, dalla violenza, dalle malattie e dal genocidio, e così lo documenta l’ONG Survival. Quando i primi colonizzatori europei giunsero nell’anno 1500, quello che ora è il Brasile lo abitavano circa 11 milioni di indigeni di 2.000 differenti tribù. Durante il primo secolo di contatto il 90% risultò annichilito, principalmente a causa delle malattie portate dai colonizzatori, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Nei secoli seguenti, altre migliaia morirono schiavizzati nelle piantagioni di canna da zucchero e di caucciù. Dopo 500 anni che gli europei giunsero in Brasile, i popoli indigeni hanno perso la maggior parte della propria terra, subendo un genocidio di massa. Oggigiorno il Brasile continua a disboscare con aggressivi piani per sviluppare e industrializzare l’Amazonia, inclusi i territori più remoti si trovano ora in pericolo. Vari complessi di dighe idroelettriche stanno venendo costruite vicino a gruppi indigeni isolati, nel 2016 la selva amazzonica ha perso circa 800.000 ettari, un record dal 2008. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato l’anno scorso, le iniziative di conservazione che sono guidate dai gruppi indigeni dell’Amazonia sono più efficaci di quelle del governo.

Centinaia di indigeni sono scesi nelle strade del Brasile a manifestare quando il governo brasiliano ha aperto all’attività mineraria un parco nazionale della dimensione della Danimarca, chiamato Riserva Nazionale del Rame e i suoi Associati (Renca), ottenendo che lo scorso settembre la giustizia brasiliana annunciasse che gli indigeni dovranno essere consultati prima di autorizzare qualsiasi impianto e le conclusioni dovranno essere dibattute nel Congresso Nazionale. Ancora piccoli risultati, in Brasile esiste un endemico razzismo verso gli indigeni. Il Brasile è uno dei due unici paesi dell’America del Sud che non riconosce il diritto territoriale indigeno.

Gli indigeni brasiliani lottano contro le invasioni illegali, i progetti su grande scala nelle loro terre come dighe, strade, miniere, ecc. e sognano il controllo sui propri territori. Si stima che in Brasile si sia estinta in media una tribù ogni anno lungo l’ultimo secolo, intere comunità che affrontano la propria estinzione.

9 gennaio 2018

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Maria GobernLos 900 mil indígenas de Brasil” pubblicato il 09-01-2018 El Saltosu [https://elsaltodiario.com/gsnotaftershave/los-900000-indigenas-de-brasil] ultimo accesso 30-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Indigenizzarsi

Gustavo Esteva

La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.

Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.

L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.

La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.

Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’. Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale “patria”], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triqui di Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono: “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.

Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che “indio” era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di “indio” e mette in luce l’equivoco coloniale di “indigeno”: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…

Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione “popoli originari” o “nativi”, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.

Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine “indigeno” ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo. In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.

Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.

Ma che fare con gli altri?

Chi sono i non indigeni?

Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?

L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si “indigenizzino”, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.

Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.

14/08/2017

La Jornada

Traduzione di Camminar Domandando

tratto da Cronache Latinoamericane

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/08/28/indigenizzarsi/

Traduzione di Camminar Domandando:
Gustavo Esteva, Indigenizarse” pubblicato il 14-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/14/opinion/020a1pol] ultimo accesso 01-09-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes

Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories about her family’s own experiences dealing with hurricanes and tornadoes in South Florida.

By Michael Sainato

 

Osceola drove the point that Native Americans’ experiences and responses to hurricanes and other natural disasters stem from a deep connection and reverence for nature, one that is severely lacking in modern society. She wrote, “Our ancestors the Seminole and Miccosukee were taught not to fear the Hurricane. The generations of our people today need to remember and to share the stories with our younger generations so they too will respect and love the natural world.”

In the 1700’s, American colonists had displaced Native American tribes from their homeland in northern Florida, and southern Georgia, pushing the Seminole and Miccosukee tribes to South Florida. The Seminole Wars raged on in the 1800’s as they fought back against President Andrew Jackson’s genocidal efforts to relocate Native Americans to territory west of the Mississippi River, and Native Americans ultimately sought refuge in the swamps of South Florida to avoid being attacked by white Americans. Living in Florida, the native Americans developed the knowledge and foresight to anticipate hurricanes and protect themselves from them.

In the book, The Great Okeechobee Hurricane of 1928, William Nealy noted that sawgrass blooming tipped off Native Americans in Florida that a hurricane was coming; “they believed that only an atmospheric condition such as a major hurricane would cause the pollen to bloom on the sawgrass several days before a hurricane’s arrival.” Upon the sawgrass tipping off the Native Americans, they would leave the Everglades for ground inland and use the palms from Saw Palmetto plants to construct tunnels for shelter.

In response to Hurricane Irma, Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories on Facebook regarding her family members’ historical experiences with hurricanes and tornadoes in South Florida.

“Many years ago when my husband’s late father was a young boy about 10 years old their family was out in the Everglades at a gathering on one of the tree islands,” she wrote in one post. “The elders looked at the sky and knew a ‘Big Wind’ was coming. As time progressed it started getting windy. They had all traveled by dug out canoe and it was too late for them to travel elsewhere, so they were told they were going to stay in place. His father remembered the men dragging the canoes up on to the island and securing the gathering grounds. He remembered the chickee hut they were staying in, the men brought down the legs down so the roof landed on the ground. They crawled under the roof and huddled covered from the elements. They heard the winds howling and felt the winds as they passed thru the leaves of the roof. They could hear the trees crashing to the ground. He remembered them being worried one would fall on them. It was many hours before the hurricane passed. When the winds and rain finally passed they came out of their shelters. And for as far as they could see the land looked clear for the winds had flattened the landscape.” She added that one man went out hunting and was caught in the hurricane, forced to take solace under his dug out canoe. “Before the storm he told them he couldn’t find any game, there were no animals anywhere were in sight. But after the storm as he started making his way back to the tree island that the people were gathering, he saw animals out. He was able to get a deer and some birds and brought them back to the people,” Osceola continued. “In the earlier days our people may not of had much in other people’s eyes, but when you hear the elders stories you know differently. They had the knowledge and connection to the land to care for themselves and their people. Creator kept them safe and as in this story provided them with nourishment after the lands were washed.”

She shared her mother’s story, who was raised by her own grandparents in line with tradition so that ancestral knowledge is passed down, in which her mother was caught in a hurricane in a chickee hut with her grandparents, and everyone had to grab poles in the hut and tie themselves with rope to them to hold the hut together as the rain and wind from the hurricane pelted them until the storm passed.

As much of Florida faced tornado warnings due to Hurricane Irma, Osceola shared another story in regards to her mother’s encounter with a tornado. “When my late mom was growing up it was during a time when our people still freely traveled and lived in various parts of Florida, “she wrote. “During her childhood much of Florida was undeveloped so our people traveled and set up temporary camps thru out and they were able to travel to and from these camps depending on the seasons. Many of our people rarely encountered other people of different cultures. Florida was still ‘wild.’ Late Mom told us about this one time they were traveling across the Everglades in their dug out canoe,” she continued. “She remembered this one time when she was a little girl, they were traveling across the Everglades in the canoe. As anyone in Florida knows, it can be sunny one minute and then out of no where you can get a bad storm especially during summer months. Well there they were poling across the Everglades, the sky was all clear, then when out of know where the storm clouds started forming quickly, and the air suddenly got cold, then it started raining. Grandpa started quickly poling the canoe towards a Tree Island. Grandpa saw the clouds and saw the Tornado forming. He beached the canoe up on the Tree Island, and made them get out. He flipped the canoe over, then he lifted one side up far enough for them to get under the canoe. As they were under the canoe the rain got harder and it got windy. Mom remembered water coming in under the canoe and bugs crawling on them. As quickly as the rain and wind came it went. Grandpa with their help pushed the canoe back over and back into the water. Where they could continue on their way home. The canoe and her grandfather’s quick thinking protected them.”

Osceola also shared her own story from experiencing Hurricane Andrew in 1992. With her husband and two young children, Florida residents berated them to leave their camp in the Everglades. In contrast to Miami, she cited that the destruction was minimal as there wasn’t much development within Native American territory, compared to Miami that was devastated. “It seemed like almost every non-Indian and their grandma kept coming to the camp to try to get us to go to a shelter. We didn’t have electricity or running water, no air conditioning, no refrigerator, and we have little kids we were told and we should think of the kids and should go some place safe,” Osceola said. “What these well intentioned people didn’t realize, the conditions they saw was our reality before Andrew and was still our reality after Andrew. They didn’t know what they were seeing was our normal way of life. What they thought they were seeing was us having loss of basic necessities as a result of Andrew. Nothing changed for us. I am thankful for that. We lived in an area if needed we could hunt and fish. We had a way to get food, we had a hand pump water well. We had firewood to cook with. Our chickees we’re still standing. We were okay. We were self reliant. And we still are.”

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Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni
(Foto di http://www.survival.it)

Lo scorso 2 giugno quasi 250 abitazioni del popolo Jumma, gli abitanti indigeni delle Colline Chittagong del Bangladesh, sono state rase al suolo dal fuoco appiccato da alcuni coloni bengalesi dopo il ritrovamento del corpo senza vita di un motociclista bengalese, Nurul Islam Nayon. La popolazione locale ha accusato gli Jumma del decesso. L’incendio che ha causato la morte di un’anziana donna che è rimasta intrappolata in casa per Survival International è avvenuto mentre “l’esercito e la polizia sono rimasti a guardare e non sono intervenuti quando i coloni che protestavano contro la morte del signor Nayon si sono scatenati, dando fuoco alle case degli Jumma e ai negozi in tre diversi villaggi”.

Il governo del Bangladesh ha trasferito per più di 60 anni coloni bengalesi nelle terre degli Jumma che sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Hill Tracts a essere, oggi, una minoranza. Il 4 giugno la polizia e l’esercito hanno violentemente disperso una protesta pacifica degli jumma nata per chiedere che i piromani fossero consegnati alla giustizia. Per questo Survival ha lanciato un appello perché i responsabili dell’incendio e della morte di Nurul Islam Nayon siano consegnati alla giustizia ed ha sollecitato il governo del Bangladesh “affinché indaghi con urgenza sul ruolo delle forze di sicurezza durante l’attacco ai tre villaggi e durante la conseguente protesta pacifica”.

Ma la violazione dei diritti dei popoli indigeni non è una prerogativa solo del Bangladesh. Un’inchiesta istituita dai parlamentari brasiliani che rappresentano gli interessi di grandi allevatori e agricoltori ha appena pubblicato un rapporto in cui si chiede la chiusura del Dipartimento agli Affari Indiani (Funai) perché è ormai diventato “ostaggio di interessi esterni” e chiede che decine dei suoi funzionari vengano perseguiti per aver appoggiato quelle che definisce “demarcazioni illegali dei territori indigeni”. Ad oggi il Funai ha già subito grossi tagli al suo bilancio, che hanno portato alla riduzione di molte delle squadre responsabili della protezione dei territori delle tribù incontattate lasciando alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e sicari armati e senza scrupoli. “Negli ultimi cinque mesi, il Funai ha cambiato tre presidenti. All’inizio di questo mese il secondo presidente, Antonio Costa, è stato destituito” per aver criticato il Presidente Temer e Osmar Serraglio, il Ministro della Giustizia, ha ricordato Survival, affermando che “non solo vogliono eliminare il Funai, ma anche le politiche pubbliche come la demarcazione della terra [indigena]”. Le conclusioni del rapporto sono state accolte con indignazione e incredulità sia in Brasile che fuori. “Uccidere il Funai equivale a uccidere noi, i popoli indigeni – ha affermato Francisco Runja, un portavoce Kaingang – è un’istituzione cruciale per noi, per la nostra sopravvivenza, per la nostra resistenza, ed è una garanzia per la demarcazione dei nostri territori ancestrali.” Mentre per lo sciamano e portavoce Yanomami Davi Kopenawa “Il Funai è rotto… è già morto. Lo hanno ucciso. Esiste solo di nome. Un bel nome, ma non ha più il potere di aiutarci”.

Ma il presente ed il futuro dei popoli indigeni non è costellato solo di brutte notizie. Anni di lotte e rivendicazione dei propri diritti hanno portato in questi mesi anche ad importanti successi. Un caso esemplare è quello dei Boscimani che lo scorso 11 maggio hanno ricordato il ventesimo anniversario dallo sgombero dalle loro terre, nel cuore della Central Kalahari Game Reserve (CKGR), al campo di reinsediamento di New Xade, rinominato dai Boscimani “luogo di morte”. Fu la prima di un’ondata di sfratti effettuati dal governo del Botswana, determinato ad aprire le loro terre ancestrali all’estrazione dei diamanti e al turismo. Per molti osservatori, il trattamento disumano che il governo ha riservato ai Boscimani ricorda il regime di apartheid del vicino Sud Africa, dove le comunità nere venivano sistematicamente sfrattate dalle loro case per essere spostate in baracche sovraffollate alle periferie delle città. Nel 2006, però, i Boscimani che furono sfrattati dalla riserva nel 2002 hanno vinto uno storico processo presso la Corte Suprema del Botswana, grazie anche al sostegno di Survival International, che ha stabilito che questo popolo era stato sfrattato illegalmente e aveva il diritto di vivere e cacciare nella riserva. “Finalmente centinaia di Boscimani stanno lasciando gli odiati campi di reinsediamento e ritornano a casa” ha spiegato Survival, e anche se non sono rare le violenze e le torture da parte dei guardaparco quando esercitano il loro diritto alla caccia, “oggi è chiaro che i Boscimani non sono bracconieri, ma cacciano per sopravvivere, senza minacciare in alcun modo la fauna locale”.

All’inizio di giugno, con una decisione senza precedenti, anche la Corte Africana per i diritti dell’uomo ha stabilito che il governo del Kenya ha violato i diritti degli Ogiek, una tribù di cacciatori-raccoglitori che vive nella Foresta Mau, nella Rift Valley in Kenya, sfrattandoli ripetutamente dalle loro terre ancestrali. Il tribunale, dopo che gli Ogiek avevano citato in giudizio il governo per la violazione del loro diritto alla vita, alla terra, alla proprietà, allo sviluppo e alla non-discriminazione, ha riscontrato che il Governo ha violato sette articoli della Carta Africana e ha ordinato di prendere “tutte le misure del caso” per rimediare alla violazione. Il caso era stato sollevato per la prima volta otto anni fa dall’Ogiek Peoples Development Program (OPDP), il Centro per lo Sviluppo dei Diritti delle Minoranze (CEMIRIDE) e dal Gruppo Internazionale per i Diritti delle Minoranze. “Per gli Ogiek, è una svolta storica. La questione dei loro diritti territoriali è stata finalmente affrontata e il caso gli ha dato più forza. Il governo ha ora l’opportunità di restituire loro la Foresta di Mau e la loro dignità di popolo Ogiek” ha dichiarato Daniel Kobei, direttore dell’OPDP. La speranza è che quest’ultima sentenza costituisca un importante precedente per altri casi legati ai diritti territoriali indigeni, non solo in Africa.

 

Alessandro Graziadei

Sorgente: Pressenza – Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Survival denuncia Salini Impregilo all’OCSE per la diga Gibe III in Etiopia

 

Fino a mezzo milione di persone rischiano la fame a causa della diga Gibe III, costruita da Salini Impregilo sul fiume Omo.

Fino a mezzo milione di persone rischiano la fame a causa della diga Gibe III, costruita da Salini Impregilo sul fiume Omo. © Magda Rakita/Survival

Survival International ha presentato un’Istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali del fiume Omo, da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

Salini non ha chiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Tuttavia, la promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

Gli indigeni della bassa valle dell’Omo dipendono dalle esondazioni stagionali per irrigare le coltivazioni e abbeverare il bestiame.

Gli indigeni della bassa valle dell’Omo dipendono dalle esondazioni stagionali per irrigare le coltivazioni e abbeverare il bestiame. © Terry Hughes/Survival

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare.”

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate.”

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone” ha dichiarato il Direttore generale di Survival International Stephen Corry. “A migliaia ora rischiano di morire di fame perché la più grande e famosa impresa costruttrice italiana non ha pensato che i diritti umani meritassero il suo tempo e la sua attenzione. Le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello ‘sviluppo’ del paese – vergognosamente sostenuta dalle agenzie per lo sviluppo di nazioni occidentali tra cui Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti – sono sotto gli occhi di tutti. Derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni è una sentenza di morte.”

Note ai redattori:
– Questa settimana, dal 13 al 17 marzo, il Presidente della Repubblica Mattarella è in visita in Etiopia. Survival International chiede al Presidente di usare la sua influenza per garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni della valle dell’Omo.
Leggi alcuni estratti del rapporto stilato dopo una missione dei principali donatori di aiuti all’Etiopia (DAG) nella valle dell’Omo, nell’agosto 2014.
– Per richiedere una copia dell’Istanza specifica presentata da Survival all’OCSE, contattare l’ufficio stampa o chiamare il numero 02-8900671.
– Il programma televisivo Scala Mercalli ha appena dedicato un servizio a quanto sta accadendo nella valle dell’Omo. Guarda il pezzo andato in onda sabato scorso, 12 marzo su RAI3.

thanks to: Survival

Indigenous Villagers Fight “Evil Spirit” of Hydropower Dam in Brazil

 

At dusk on the Tapajós River, one of the main tributaries of the Amazon River in northern Brazil, the Mundurukú indigenous people gather to bathe and wash clothes in these waters rich in fish, the staple of their diet. But the “evil spirit”, as they refer in their language to the Sao Luiz Tapajós dam, threatens to leave most of their territory – and their way of life – under water.

“The river is like our mother. She feeds us with her fish. Just as our mothers fed us with their milk, the river also feeds us,” said Delsiano Saw, the teacher in the village of Sawré Muybu, between the municipalities of Itaituba and Trairao in the northern Brazilian state of Pará.

“It will fill up the river, and the animals and the fish will disappear. The plants that the fish eat, the turtles, will also be gone. Everything will vanish when they flood this area because of the hydroelectric dam,” he told IPS.

The dam will flood 330 sq km of land – including the area around this village of 178 people.

Sorgente: Indigenous Villagers Fight “Evil Spirit” of Hydropower Dam in Brazil | Inter Press Service

Lo “Sviluppo” sta privando i popoli indigeni delle loro terre, dell’autosufficienza e della dignità, lasciandoli senza niente.

Sta accadendo ancora oggi, in India, in Etiopia, in Canada e in altre parti del mondo, con conseguenze devastanti..

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Il governo etiope, principale beneficiario degli aiuti americani e britannici nonché partner “prioritario” della Cooperazione italiana, sta reinsediando con la forza 200.000 indigeni fino ad oggi autosufficienti, tra cui i Mursi, i Kwegu e i Bodi, lasciandoli a migliaia senza terra, senza bestiame né mezzi di sostentamento. Impossibilitati a continuare a mantenersi da soli, dicono di non poter far altro che “aspettare di morire”. Secondo il Primo Ministro, questo progetto, in un paese famoso per le sue carestie, servirà a dare alle tribù “una vita moderna”.

I presunti destinatari di questo “sviluppo” subiscono arresti, pestaggi e stupri. I loro granai vengono distrutti nel tentativo di costringerli a rinunciare alle loro terre e ai loro stili di vita. Il risultato sarà un’autentica catastrofe umanitaria.

Tre generazioni di Kwegu lungo il fiume Omo, in Etiopia.

Tre generazioni di Kwegu lungo il fiume Omo, in Etiopia.

 

Felici e prosperi

Una donna Dongria impegnata a raccogliere cibo, India.

Una donna Dongria impegnata a raccogliere cibo, India.

I popoli indigeni che vivono nelle loro terre sono generalmente prosperi. Studi recenti dimostrano che i miliardari più ricchi del mondo non sono più felici della media dei pastori masai. Tuttavia, molti governi, che spesso ambiscono alle loro terre, considerano gli autosufficienti stili di vita dei popoli tribali arretrati e imbarazzanti. Gli indigeni vengono costretti ad adeguarsi alla nozione altrui di progresso, trasformandosi in agricoltori stanziali e piegandosi alle logiche dell’economia di mercato.

I Dongria Kondh dell’India coltivano oltre cento prodotti diversi e raccolgono quasi duecento tipi differenti di alimenti selvatici, che garantiscono loro un’alimentazione ricca per tutto l’anno, anche durante i periodi di siccità. Sino ad oggi hanno respinto ogni tentativo di assimilazione nella società dominante.

“È assurdo che questi stranieri vengano qui a insegnarci lo sviluppo. Si può parlare di sviluppo quando distruggi l’ambiente che ti dà cibo, acqua e dignità? Devi pagare per lavarti, per mangiare e persino per bere acqua. Nella nostra terra, noi non dobbiamo comprare l’acqua come fate voi, e possiamo mangiare qualunque cosa, gratuitamente.” –Lodu Sikaka, Dongria Kondh

 

Costretti a cambiare

Alcune tribù, come i Penan del Borneo malese, sono confinate in insediamenti alieni e obbligate a praticare l’agricoltura “moderna” pur avendo una conoscenza enciclopedica della biodiversità delle loro foreste e dei loro ambienti, che le sostengono da generazioni. Sono sfrattate per far spazio a dighe gigantesche con la scusa e nella convinzione che il passaggio da un’economia di caccia e raccolta a una basata sull’agricoltura significhi “progresso”.

I Penan protestano contro la distruzione della foresta e dei loro stili di vita, Sarawak.

I Penan protestano contro la distruzione della foresta e dei loro stili di vita, Sarawak.

“Gli stranieri che vengono qui sostengono sempre di portare il progresso. Ma tutto ciò che portano sono solo vane promesse. Stiamo lottando per la nostra terra. È l’unica cosa di cui abbiamo realmente bisogno.” – Arau, Penan, Sarawak

 

Conseguenze devastanti

I Guarani del Brasile sono costretti a vivere sul ciglio delle strada. Derubati delle loro terre, centinaia di Guarani si sono tolti la vita. Il più piccolo aveva solo nove anni.

I Guarani del Brasile sono costretti a vivere sul ciglio delle strada. Derubati delle loro terre, centinaia di Guarani si sono tolti la vita. Il più piccolo aveva solo nove anni.

I popoli tribali costretti ad abbandonare le loro pratiche tradizionali di coltivazione, caccia e raccolta, perdono anche la loro autosufficienza e finiscono in balìa di un’economia di mercato che non comprendono e che spesso finisce per sfruttarli.

Come nel filmato “Arrivano i nostri!”, le tribù che hanno subito questo “sviluppo” passano dall’essere comunità floride e indipendenti, padrone delle loro terre, al vivere ai margini della società. Vittime di continue pressioni e di un processo di sradicamento dei loro stili di vita, spesso le società tribali implodono tra altissimi tassi di tossicodipendenza, suicidio e malattie croniche.

“Mi chiedo che razza di progresso sia quello che fa vivere le persone meno di prima. Prendiamo l’HIV/AIDS, i nostri bambini non vogliono andare a scuola perché là li picchiano, le donne si prostituiscono. Gli uomini non possono cacciare. Alcuni litigano perchè si annoiano e si ubriacano. Iniziano a togliersi la vita…. Non si era mai visto niente di simile prima. È questo lo “sviluppo”?” – Roy Sesana, Boscimane Gana, Botswana

 

Terra e libertà di scelta

Non è che gli indigeni non vogliano cambiare: come tutti i popoli del pianeta, sono in continua evoluzione e mutamento. Ma anziché subirlo per mano di estranei, devono poter scegliere e controllare la direzione di questo cambiamento. Il fattore più importante per il benessere dei popoli tribali è il rispetto dei loro diritti territoriali. Garantirgli sicurezza nella loro terra, significa metterli nella condizione migliore per decidere liberamente dei loro stili di vita e del tipo di “sviluppo” che desiderano.

Una donna Yanomami, Brasile.

Una donna Yanomami, Brasile.

 

“Non è che gli Yanomami rifiutino il progresso o che non vogliano le cose che hanno i Bianchi. Vogliamo solo avere la possibilità di scegliere, senza essere costretti a cambiare a tutti i costi, volenti o nolenti.”

thanks to: Survival

Il progresso può uccidere

Portare ai popoli indigeni lo “sviluppo” e il “progresso” non contribuisce a renderli più felici né più sani. Al contrario, provoca conseguenze devastanti. Rispettare i loro diritti territoriali è di gran lunga il modo migliore per assicurare il loro benessere.

Leggi il rapporto di Survival.

 

 

 

 

Sono scaricabili gratuitamente sia la versione integrale (solo in inglese) sia la versione riassuntiva (in italiano)

Scarica il rapporto integrale (in inglese)

61 pagine, PDF

 

 

 

Scarica la versione riassuntiva (in italiano)

19 pagine, PDF

 

HIV/AIDS fame obesità suicidio salute & libertà morte tossicodependenza

 

thanks to: Survival

Scandalo: sfratti forzati in Etiopia – ecco cosa voleva nascondere il governo britannico

Survival è venuta in possesso dei rapporti delle due missioni effettuate dai donatori nell’agosto 2014.

I due rapporti rivelano:

– che il governo etiope non ha ottenuto il consenso delle tribù della bassa valle dell’Omo al reinsediamento;

– che per costringere le tribù ad abbandonare le loro terre, il governo è ricorso a pressioni e minaccie, facendole in alcuni casi anche temere per le loro vite;

– che un gruppo indigeno ha detto ai donatori, “Prima che possiate tornare l’anno prossimo, il governo verrà a ucciderci e a finirci”;

– che l’accaparramento di terra associato alle piantagioni su larga scala impedisce alle tribù di accedere ai pascoli e alle terre d’allevamento ancestrali da cui dipendono per sopravvivere, e alle rive dei fiumi di cui hanno bisogno per coltivare;

– che in merito alle condizioni di vita in uno dei villaggi di reinsediamento visitati, il rapporto afferma: “La loro situazione durante la nostra visita era deplorevole; a causa dell’assenza di servizi igienici, gli abitanti dei villaggi soffrono di malattie come diarrea emorragica, malaria e mal di testa aspecifici… Nonostante le terribili circostanze riscontrate a ‘X’ [nome del villaggio cancellato], i residenti affermano che il governo non permette a questo gruppo impoverito e vulnerabile di andarsene”;

– che le linee guida definite dagli enti donatori per garantire che il reinsediamento rispetti la legge internazionale sono state regolarmente ignorate.

Sorgente: Scandalo: sfratti forzati in Etiopia – ecco cosa voleva nascondere il governo britannico – Survival International

Giornata internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto)

 

Giornata internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto)
(Foto di Flickr/Bro. Jeffrey Pioquinto, SJ CC BY 2.0)

Attivisti indigeni per l’ambiente rischiano la vita – Un nuovo rapporto documenta le sempre maggiori minacce in tutto il mondo

Pressenza – Giornata internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto).

Reportage sotto copertura denuncia gli sfratti di massa delle tribù dalle riserve delle tigri dell’India

22 luglio 2015

Canal Plus ha denunciato lo sfratto illegale di abitanti come Jatiya dai villaggi nella Riserva delle tigri di Kanha, operato nel nome della conservazione.

Canal Plus ha denunciato lo sfratto illegale di abitanti come Jatiya dai villaggi nella Riserva delle tigri di Kanha, operato nel nome della conservazione.

© Canal Plus, 2015

Dopo un’indagine condotta sotto copertura, l’emittente televisiva francese Canal Plus ha denunciato lo sfratto di migliaia di indigeni dalla Riserva delle tigri di Kanha, operato nel nome della conservazione (guarda il video in coda alla notizia, a partire dal minuto 37). Nella stessa riserva, ogni anno vengono accolti centinaia di migliaia di turisti.

La giornalista di Canal Plus ha visitato le famiglie baiga che nel 2014 sono state sfrattate da Kanha – set del celebre “Il libro della giungla” di Kipling – scoprendo che, da quando sono stati costretti ad abbandonare le loro case, le vite degli indigeni sono state distrutte. Dispersi nei villaggi circostanti, oggi stentano a sopravvivere.

Sukhdev, un uomo baiga, è stato ucciso dopo aver cercato di comprare della terra per la sua famiglia; il suo villaggio era stato sfrattato da Kanha l’anno scorso.

“Non troveremo un altro luogo come questo…” aveva detto Sukhdev in un’intervista rilasciata nel 2012 a Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. “Come potrei stabilirmi là? Come cresceremo i nostri figli? Abbiamo bisogno dei nostri campi e delle nostre case… Come potremmo non morire?”

“Eravamo una delle ultime famiglie a resistere” ha raccontato il fratello di Sukhdev a Canal Plus. “Ma i funzionari della riserva ci hanno costretto ad andare via. Ci hanno detto che si sarebbero presi cura di noi per tre anni, ma non hanno fatto nulla. Anche quando mio fratello è stato ucciso, nessuno è venuto ad aiutarci.”

Alcuni studi hanno rilevato che le tigri prosperano nelle aree abitate dai popoli indigeni. E mentre i Baiga hanno vissuto per generazioni a fianco delle tigri e considerano l’animale come la loro “piccola sorella”, un alto funzionario locale preposto alla conservazione ha definito il turismo di massa a Kanha “incompatibile e nocivo” alla conservazione delle specie.

Canal Plus ha avuto accesso a un rapporto ufficiale riservato che descrive nel dettaglio il reinsediamento sistematico di 22.000 persone dalle riserve delle tigri della regione. Secondo quanto previsto dalla legge indiana, i popoli indigeni devono dare il loro consenso prioritario agli spostamenti, ma spesso vengono perseguitati e costretti ad andarsene.

Sukhdev, un uomo Baiga, è stato ucciso dopo aver cercato di comprare della terra per la sua famiglia. Il suo villaggio era stato sfrattato dalla Riserva per le tigri di Kanha nel 2014.

Sukhdev, un uomo Baiga, è stato ucciso dopo aver cercato di comprare della terra per la sua famiglia. Il suo villaggio era stato sfrattato dalla Riserva per le tigri di Kanha nel 2014.
© Survival International, 2012

Lo staff del Dipartimento alle Foreste impegnato nelle operazioni riceve dal WWF (Fondo mondiale per la natura) sostegno infrastrutturale, addestramento ed equipaggiamenti. Nell’intervista rilasciata a Canal Plus, il direttore di WWF-India rifiuta di condannare gli sfratti.

“La cosiddetta ‘conservazione’ continua a distruggere i popoli indigeni, da generazioni. Questi popoli non hanno mai minacciato le tigri che, anzi, starebbero meglio se le tribù rimanessero e il turismo cessasse” ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “I popoli indigeni sono generalmente dei conservazionisti migliori delle grandi ONG, come il WWF, che rimangono in silenzio mentre i parchi sfrattano con la forza persone come Sukhdev e la sua famiglia. È arrivato il momento di fermare questi sfratti e denunciare questo scandalo.”

– Guarda qui il documentario di Canal Plus (dal minuto 37, in francese) :

Scarica una traduzione italiana non ufficiale del documentario (pdf, 100 KB)
Leggi le lettere di Survival al WWF-India con risposte in ordine cronologico (traduzione in italiano con originali in inglese in calce allo stesso file, PDF 273 KB).
– Leggi il rapporto di Survival ‘Parks Need Peoples’ (I parchi hanno bisogno dei popoli)
– Guarda la testimonianza commovente rilasciata nel 2012 a Survival da alcuni abitanti del villaggio di Jholar, sfrattati nel 2014 dalla riserva delle tigri di Kanha.

thanks to: Survival

Il Perù avvia il dialogo con una tribù incontattata

31 luglio 2015

Il governo peruviano avvierà un dialogo con i Mashco-Piro incontattati che si sono avvicinati agli esterni.

Il governo peruviano avvierà un dialogo con i Mashco-Piro incontattati che si sono avvicinati agli esterni.

© Jean-Paul Van Belle

Il governo peruviano ha annunciato l’intenzione di avviare il dialogo con un gruppo di Mashco-Piro incontattati, messi in grave pericolo a causa del contatto sporadico con gli esterni.

La decisione arriva a seguito dei sempre più frequenti avvistamenti del gruppo – composto da circa 30 Indiani – ai margini del Parco Nazionale di Manu, nel sudest dell’Amazzonia peruviana. A cercare di comunicare con la tribù saranno gli Yine, che abitano nell’area e parlano una lingua simile a quella dei Mashco-Piro.

La posizione di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, sull’iniziativa è la seguente:

Quando sono i membri di una tribù ad avviare il contatto, il governo coinvolto ha il dovere di intervenire prontamente e con decisione per cercare di ridurre l’alto rischio di perdere vite umane. I requisiti generali da osservare sono due:

1) Se il contatto non era atteso e quindi nell’area non è già presente un team di medici esperti e di assistenti, questi devono recarvisi immediatamente – dopo un necessario periodo di quarantena. Il team deve essere addestrato ed equipaggiato per affrontare le particolari circostanze che generalmente si verificano all’inizio delle storie di contatto. Deve rimanere sul campo a lungo termine, ma deve allo stesso tempo cercare di evitare di spingere gli indigeni alla dipendenza.

Questo prerequisito, seppur elementare, raramente viene adeguatamente rispettato.

2) La terra della tribù deve essere protetta per garantirne la proprietà e l’utilizzo da parte degli indigeni, e i confini devono essere controllati per prevenire le incursioni di persone non autorizzate. Gli estranei devono essere tenuti lontani anche nel caso in cui gli indigeni lascino volontariamente i confini della propria terra.

Il contatto non deve essere avviato da nessun altro se non dalla tribù in questione, poiché quasi tutti i contatti causano una perdita di vite.

Una missionaria aveva dato cibo e vestiti ai Mashco-Piro, esponendoli al rischio di contrarre malattie mortali verso cui non hanno difese immunitarie.

Una missionaria aveva dato cibo e vestiti ai Mashco-Piro, esponendoli al rischio di contrarre malattie mortali verso cui non hanno difese immunitarie.

© Jaime Corisepa/FENAMAD

Turisti e missionari si erano avvicinati ai Mashco-Piro e avevano lasciato loro vestiti, cibo, bibite gasate e persino birre – esponendoli al grave rischio di contrarre malattie verso cui non hanno difese immunitarie. In maggio si era registrato un conflitto violento tra la tribù e una comunità indigena del luogo.

È dagli anni ’90 che Survival chiede al governo peruviano di rispettare i diritti territoriali dei Mashco-Piro e di impedire l’invasione della loro terra da parte di esterni, ma la risposta è stata lenta e inadeguata. La situazione ha raggiunto oggi un punto di crisi.

Survival ha inoltre condannato il ‘contatto controllato’ auspicato dagli antropologi americani Robert Walker e Kim Hill in un articolo pubblicato sulla rivista Science, poiché rischia di incentivare il contatto forzato con altri gruppi incontattati.

Un secondo gruppo di Mashco-Piro, più grande e apparentemente in salute, aveva conquistato i titoli dei giornali tempo fa, quando i suoi membri erano usciti dalla foresta e chiesto beni a una comunità indigena stanziale. Tuttavia, sebbene alcune tribù incontattate scelgano di entrare sporadicamente in contatto con altri gruppi indigeni per effettuare scambi, questi episodi non devono essere interpretati come un desiderio di sedentarizzarsi o di avviare un contatto stabile con la società dominante.

“Il rispetto dei diritti territoriali è fondamentale per evitare che le tribù amazzoniche vengano sterminate – se le loro terre non saranno protette, le tribù incontattate rischiano la catastrofe” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “I diritti territoriali dei Mashco-Piro sono riconosciuti sia dalla legge nazionale sia da quella internazionale; la sopravvivenza della tribù dipende in gran parte dal grado di rispetto di questi diritti.”

thanks to: Survival