Biafra, punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

Abbiamo contattato Ace Nnorom, un docente britannico di diritto pubblico e internazionale, per capire quali sono le ragioni della nuova fiamma secessionista per ripristinare la Nazione del Biafra. Il sig. Nnorom  racconta a Pressenza Italia la crisi che c’è all’interno di IPOB e parla anche di Nnamdi Kanu e il suo Business Partner Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor.
Signor Nnorom, grazie per aver accettato il nostro invito a fare questa intervista con Pressenza Italia. Puo parlarci un po di sé in modo che i nostri lettori abbiano un’idea chiara su chi sia e del suo ruolo nel movimento secessionistico del Biafra.
Una correzione: Il movimento del Biafra non è una secessione ma è un movimento per il restauro del Biafra. Mi chiamo Ace Nnorom sono un cittadino britannico maa di origine biafrana. Non ho nessun passaporto della Nigeria. Non sono un nigeriano. I miei genitori sono del Biafra. Mio padre ha combattuto durante la guerra del Biafra e poi è immigrato in Camerun dove sono nato. Attualmente sto lavorando per aiutare a restaurare la Nazione del Biafra. Sto aiutando i popoli indigeni del Biafra perché io stesso sono un biafrano.
 
Grazie per aver chiarito la questione “secessione”. Puo dirci alcuni elementi della storia del Biafra, della sua gente e delle relazioni con la Gran Bretagna e la Nigeria?
La storia del Biafra è molto semplice. Prima dell’arrivo degli europei, l’arrivo degli Inglesi in Nigeria per essere precisi, il Biafra era una nazione indipendente. Poi Frederick Lugard mise insieme Biafra, Oduduwa (Yoruba) e Arewa (Hausa) e ha formato la Nigeria odierna. Il Biafra comprende i seguenti stati: Rivers State, Cross River, Akwa Ibom, Ebonyi, Imo, Anambra, Abia, Enugu, Bayelsa, Delta, Efik, Ibibio, Annang, Ejagham, Eket, Ibeno e Ijaw.
Con questo lei vuole dire che il Biafra non è degli Igbo? Perché in Italia, quando parliamo di Biafra, pensiamo subito alle persone di origine Igbo.
No! Il Biafra non è soltanto degli Igbo. La stessa parola ‘Biafra’ è  un nome Ijaw. Il nome è stato dato da un uomo di origine Ijaw e non Igbo. Quando si guarda la mappa del 1885 del Biafra (Nigeria orientale) si ha: Abor, Aba, Owerri, Umuahia, Olu, Ikote, Ekpene, Uyo Eket, Calabar, Ogoja oji, River, Akwa, Oka, Onitsha, Innewi, Okigwe, Anan, Abakiliki, Yenegua, Warri, Asaba and Ugheli.
 
Il 30 maggio 2017 è stato il giorno della commemorazione del cinquantesimo anniversario dalla guerra e genocidio del Biafra. Perché dopo 50 anni dalla guerra civile stiamo ancora parlando di Biafra?
Come vi ho detto fin dall’inizio, Biafra è una Nazione che esiste all’ombra della Nigeria. In Nigeria ce la stessa situazone e motivi che hanno causato la guerra, cioè ingiustizie, discriminazioni, persecuzione e uccisioni brutali dei biafrani; io la chiamo pulizia e sterminio etnico. Ora abbiamo anche i pastori Fulani che uccidono i biafrani in Biafra. Uccidono anche i non-biafrani come nel Benue State. I biafrani sono discriminati sul lavoro, vengono continuamente uccisi dagli Hausa-Fulani e la polizia nigeriana e il governo non possono fare nulla. Le ingiustizie in Nigeria contro i popoli del Biafra sono così gravi che i biafrani non vedono alcun modo di sopravvivere e vogliono che il Biafra sia restaurato. Ecco perché dopo 50 anni stiamo ancora parlando del Biafra. Non siamo contenti sotto la Nigeria e chiediamo alla comunità internazionale di aiutarci. Nel 1914, quando ci fu l’unificazione della Nigeria, Frederick Lugard disse che dopo 100 anni dal 1914 la “fusione” della Nigeria poteva essere sciolta. Il contratto di unione di 100 anni è scaduto a gennaio 2014. Ora vogliamo la nostra libertà e il nostro paese, il Biafra.
Nnorom, molti analisti internazionali e organizzazioni per i diritti umani temono una nuova guerra civile. Hanno ragione di preoccuparsi?
Non devono preoccuparsi di una nuova guerra perché non ci sarà nessuna guerra. La guerra si è verificata solo perché la comunità internazionale ha consigliato la Nigeria in quel senso. La Nigeria sta ricevendo consigli da parte delle Nazioni Unite e del Regno Unito perché la Gran Bretagna appoggia la Nigeria come paese unico e indivisibile e questo è sbagliato. I biafriani stanno continuando in modo molto pacifico di cercare di stabilire una nazione e questa volta stanno lavorando con una “road map” che li porterà alle Nazioni Unite e verso un Referendum monitorato dall’ONU e altre nazioni. Non ci è stata data la possibilità di scegliere di stare in Nigeria nel 1914. Ora è il momento di darci quella scelta attraverso un referendum monitorato dalle Nazioni Unite. Se ci sarà qualche guerra sarà una guerra forzata contro i biafrani. I biafrani sono persone che amano la pace.
Che relazioni c’e tra il popolo del Biafra e i nigeriani?
 
I biafrani continuano a fare affari in Nigeria, ma quello che bisogna capire è che la gente nigeriana è un po strana in questa loro aggressività verso i biafrani. I biafrani dicono solo che non vogliono far parte di questo paese chiamato Nigeria. Abbiamo avuto la nostra nazione. Abbiamo dichiarato la nostra indipendenza nel 1960.
La Nigeria è uno Stato multietnico, come molti stati africani,  questa multietnicità viene riconosciuta politicamente? Ci sono leggi che proteggono le minoranze in Nigeria?
 
Secondo la tua prospettiva esterna Nigeria dovrebbe essere uno Stato multietnico. In Nigeria la multietnicità non può funzionare proprio come il modo in cui non si possono mescolare acqua e olio insieme. A causa delle discriminazioni e del razzismo contro i biafrani da parte dei nigeriani, specialmente nel nord, non c’è modo che la Nigeria possa essere un felice stato multietnico.  I Nigeriani non credono nella comunità multietnica. La Nigeria è un oggetto, una giungla. Ecco perché Nnamdi Kanu ed i suoi seguaci hanno deciso di chiamare la Nigeria uno Zoo. E con l’elezione di Muhammado Buhari tutto è peggiorato.
Voglio chiederti qualcosa visto hai citato Buhari, l’attuale Presidente della Nigeria. Quando Goodluck Jonathan era presidente della Nigeria, lui ha ignorato completamente la lotta per restaurare Biafra, ma perché con Buhari tutto è diverso? Pensi che Buhari ha contribuito a rendere più popolare la lotta del Biafra?
 
Bisogna capire che Jonathan non ha ignorato la lotta del Biafra. Nella vita la gente ha il proprio interesse e le proprie ambizioni. Penso che Jonathan non sapesse cosa fare perciò ha deciso di rimanere come ipresidente della Nigeria invece di aiutare il suo popolo, i biafrani; perché lui è  biafrano.
 
I media italiani e le ONG erano molto pro con la lotta del Biafra. Ci sono molti articoli provenienti dall’Italia e hanno aiutato con la consapevolezza del Biafra agli italiani. Ora però alcuni giornalisti e ONG in Italia non si fidano piu di IPOB sotto la guida di Nnamdi Kanu perché dopo diverse indagini hanno scoperto cose sul movimento, hanno detto che c’è troppo fanatismo malato e culto della personalità.  Quali sono le tue opinioni in merito?
Beh, quello che devi sapere è che IPOB non è sotto una leadership. Ci sono molti gruppi che combattono e lavorano per il restauro del Biafra. Nnamdi Kanu ha pilotato il nome IPOB. IPOB sta per popoli indigeni del Biafra. IPOB appartiene a tutti i cittadini del Biafra. Tutti dalla regione inferiore del Niger sono persone indigene. Ma ci sono persone che hanno ascoltato ciò che Nnamdi Kanu stava dicendo sulla Radio Biafra London (RBL) e credono che Nnamdi Kanu sta parlando per loro e dice le cose che loro non sono in grado di dire. E quando lo ascoltano alcuni di loro diventano pazzi, eccentrici e talmente felici da credere che lui sia loro. Nnamdi Kanu è solo una persona e per lui stesso definirsi leader “supremo” non va bene. Non esiste nessuno come il leader supremo nella nostra terra Biafra e cultura. I biafrani sono repubblicani. Nnamdi Kanu è di origine Igbo e anche in Igboland non c’è niente come il leader supremo. Magari Nnamdi Kanu uscendo dalla prigione di recente è forse stato toccato nel senso che il suo stato mentale in realtà non può essere conosciuto poiché lui consente alle persone di inchinarsi davanti a lui e chiamarlo “Re, Dio, Salvatore e Supremo”. All’interno di IPOB nessuno riconosce Kanu come un leader supremo. Abbiamo molti capi in IPOB. Il gruppo che coordina IPOB ora è conosciuto come DOS (Direzione dello Stato) e il capo del DOS è sig Uchenna Asiegbu. DOS è come il parlamento del Biafra. Poi abbiamo  Radio Biafra International (RBi) che è diversa da Radio Biafra London (RBL) di Nnamdi Kanu. Radio Biafra Londra (RBL) dove Nnamdi Kanu propagava è di proprietà di Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Radio Biafra Londra (RBL) è un’attività privata il quale il 75% della quota di RBL appartiene a Nnamdi Kanu e il 35% appartiene al suo partner e vice Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Quella radio è un’attività privata di  Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Nnamdi Kanu e Mefor e la loro Radio Biafra London (RBL) propagano bugie, notizie false, discorsi di odio e assassinio di personaggi anche su Facebook. L’unica radio dei biafrani che lavora per il restauro del Biafra ora è Radio Biafra International (RBi) perché i biafrani sono sparsi in tutto il mondo e per questo RBi li rappresenta tutti. In IPOB/DOS e RBi nessuno è un leader. I cittadini del Biafra sono uguali agli occhi di Dio, quindi non c’è niente come il leader supremo nella nostra lotta e in IPOB.
 
La ringrazio per aver messo un po di luci e chiarimenti sulla crisi in IPOB. Infine lo scopo del movimento pan-africano era quello di stabilire l’indipendenza tra le nazioni africane e promuovere l’unità tra tutti i popoli neri del mondo. Il movimento  è iniziato nel XIX secolo ma è stato rafforzato da diverse conferenze tenutesi a Londra tra il 1900 e il 1923. Cosa ne pensa del movimento pan-africano? Possono aiutare il vostro movimento?
Il pan-Africanismo non è mai stato forte ed ha sempre favorito e allargato i confini coloniali. Il Pan-fricanismo non ha mai combattuto per l’autodeterminazione dei popoli indigeni, quindi non vedo come possa aiutare a restaurare Biafra. A mio parere il movimento Pan-Africano è spesso controllato da maestri coloniali.
 

Sorgente: Pressenza – Biafra: Ace Nnorom fa il punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

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“Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”

C’era anche un importante imprenditore nigeriano del settore petrolifero dietro il presunto complotto per far cadere l’ad di Eni Claudio Descalzi e danneggiare il premier Matteo Renzi. L’obiettivo: mettere a capo del colosso petrolifero italiano il manager Umberto Vergine. E fu proprio l’imprenditore nigeriano che disse, all’ex manager Eni Vincenzo Armanna, di essere pronto a far cadere Renzi pur di raggiungere l’obiettivo. È questa la versione che Armanna ha fornito agli inquirenti della procura di Siracusa, durante l’interrogatorio di quattro giorni fa, aggiungendo un ulteriore dettaglio alla vicenda: l’ipotesi di colpire il premier ha ora anche una pista che porta in Nigeria.

Le parole dell’ex manager Eni dovranno essere verificate dagli inquirenti. Il punto, come rivelato ieri dal Fatto, è che Armanna racconta di essere testimone diretto di un’azione mirata a danneggiare anche il presidente del Consiglio: dice ai pm di aver partecipato a due cene e a un terzo incontro – tra Montecarlo, Lugano e Ginevra – durante le quali gli furono descritte le manovre per disarcionare l’ad Descalzi. Incontri nei quali gli fu proposto di contribuire a “diffondere una falsa informazione”, ovvero il “finanziamento dell’intelligence israeliana alle precedenti campagne elettorali del premier”. L’obiettivo, sempre a detta di Armanna, sarebbe stato quello di pilotare le nomine delle più importanti aziende di Stato e addirittura la vendita di alcune di esse. E per raggiungerlo – sostiene sempre Armanna in procura – il gruppo di italiani coinvolti e l’imprenditore nigeriano puntavano a delegittimare Renzi per aver intascato soldi dai servizi segreti di Israele.

Armanna aggiunge un altro elemento: “Dissero che avevano a disposizione gli italiani che avevano fabbricato il dossier del Niger Gate, conosciuti in Nigeria nel 2013, e che sarebbero stati di grande aiuto nel minare la credibilità del presidente del Consiglio italiano e della sua squadra”. Il riferimento al Niger Gate riguarda i falsi dossier – che videro il coinvolgimento del Sismi (il servizio segreto italiano che è diventato oggi l’Aise) che li avrebbe consegnati alla Cia – fabbricati nel 2002: dimostrarono il traffico di uranio tra Niger e Iraq portando Usa e Gran Bretagna ad accusare lo Stato iracheno di aver violato l’embargo sugli armamenti nucleari. Uno dei pretesti per scatenare la seconda guerra del Golfo. I professionisti del falso dossieraggio, secondo Armanna, erano pronti a colpire Descalzi e Renzi in combutta con italiani e nigeriani. Nessuno, per il momento, può sapere se ciò che dice Armanna sia vero o falso. Di certo descrive uno scenario gravissimo. E sarebbe altrettanto grave se mentisse raccontando fatti impossibili da dimostrare.

Nell’inchiesta milanese sulle presunte tangenti versate dall’Eni in Nigeria – circa 200 milioni di euro per l’acquisizione del giacimento Opl 245 – Armanna è indagato per concorso in corruzione internazionale, insieme con Descalzi, l’ex ad Eni Paolo Scaroni e il mediatore Luigi Bisignani. E i suoi verbali d’interrogatorio sono ritenuti attendibili dalla procura lombarda. È altrettanto vero che Armanna è un uomo considerato in contatto, per il lavoro svolto all’estero, con ambienti vicini alle intelligence straniere. La Procura di Siracusa ha il compito di verificare ogni minimo dettaglio di questa deposizione: se fosse vero ciò che dice Armanna, infatti, pur di conquistare l’Eni, un gruppo di italiani e nigeriani avrebbe architettato falsi dossier per portare “all’impeachment” di Renzi.

La gravità dello scenario è confermata da un’altra circostanza: la voce che Renzi fosse finanziato o quanto meno influenzato dal Mossad è effettivamente circolata nei mesi scorsi. Il Corriere della Sera a marzo l’ha attribuita a Massimo D’Alema che, durante una cena, avrebbe riferito ai commensali: “Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”. Frase che finora l’ex ministro degli Esteri non ha mai smentito, segno che questa voce – un legame tra Renzi e il Mossad – si era diffusa e circolava negli ambienti della politica.

Ed è altrettanto certo che l’ipotesi di un finanziamento del Mossad a Renzi, durante le primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani, fu confidata al Fatto, nel dicembre 2015, da un’autorevole fonte: “Nel 2012 il Dis (dipartimento della presidenza del Consiglio che coordina i servizi, ndr) ha informato il Copasir, in maniera informale, che il Mossad stava finanziando la campagna elettorale per le primarie contro Bersani. Così il Copasir avverte l’allora direttore del Dis, Gianpiero Massolo, chiedendogli di intervenire. Infine, qualcuno dei servizi incontra l’ambasciatore israeliano Noar Gilon per discutere l’argomento”. Il Fatto non ha trovato riscontri e quindi non ne ha mai scritto. Con l’interrogatorio di Armanna, però, la situazione cambia. Un testimone descrive una situazione completamente opposta. E a questo punto le ipotesi diventano due. E tutte inquietanti. La prima. Armanna dice la verità e qualcuno ha tentato di conquistare la guida della nostra principale azienda energetica anche a costo di simulare per Renzi un’accusa gravissima: aver preso soldi da un servizio segreto straniero.

La seconda. È, invece, la nostra fonte anonima a dire il vero. Considerata la sua autorevolezza, non possiamo infatti dare per scontato che abbia detto il falso, anche se è plausibile che qualcuno possa averla – volutamente o no – informata male. Resta il fatto che non abbiamo trovato alcun riscontro alla sua versione: “Il premier è stato finanziato nel 2012 dai servizi israeliani, con conseguente intervento del Dis, dopo un approccio informale con il Copasir, che ne discute con l’ambasciatore dell’epoca Noar Gilon”. A questo punto, però, se la nostra fonte dice il vero, la versione fornita ai pm da Armanna – al quale, come per la nostra fonte anonima, non possiamo noi attribuire la patente di teste attendibile, o di millantatore – è in grado di disinnescare la strisciante accusa rivolta al premier. I pm di Siracusa hanno adesso il compito di verificare la versione di Armanna e del principale indagato, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, accusato di concorso in corruzione internazionale. Nelle loro mani non c’è soltanto un’inchiesta per corruzione internazionale. Nel loro fascicolo c’è la ricerca di un pezzo di verità – un presunto complotto per conquistare l’Eni, danneggiare o meno il presidente del Consiglio – che non può restare inevasa.

di Antonio Massari e Davide Vecchi | 9 luglio 2016

‘Babies dying in Nigeria military camp’

Amnesty International says some 150 detainees — including babies — have died “in horrendous conditions” at a military detention center for suspected Boko Haram militants in northeast Nigeria this year.

In a report released on Wednesday, the human rights monitor said that seven young children and four babies were among those who died this year at the Giwa barracks in the city of Maiduguri, many from disease, hunger, dehydration, and gunshots wounds.

Sorgente: PressTV-‘Babies dying in Nigeria military camp’

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù.

di Redazione – 13 Agosto 2015

Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua–  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi».

«L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere – aggiunge Shayda Naficy, direttore della Campagna Internazionale per l’Acqua di Corporate Accountability International (CAI) – quando se ne impadroniscono i privati, ecco che nascono fortissime disparità nell’accesso e nei costi».  Eppure, malgrado la Banca Mondiale continui a preere per la privatizzazione dell’acqua soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, i dati rivelano che un’eleveta percentuale dei suoi progetto è in condizioni di distress. Il database dell’ente internazionale documenta un 34% di fallimenti.

Nel 2013 il CAI ha inviato una lettera aperta alla Banca Mondiale per chiedere lo stop al sostegno dato ai progetti di privatizzazione, ma nulla è cambiato.

Ma come si può dimenticare che l’accesso e il diritto all’acqua pulita sono la base della vita stessa?

 thanks to: il Cambiamento

Agip-ENI in Nigeria, perdite e promesse fasulle

We are for sharing, for transparency, for the future. We are for the energy of the heart and mind.
Eni is inspired by principles of correctness, transparency, honesty and integrity
Respect for people or the environment, for today’s world today or that of tomorrow […]  this is what we are working for every day.
Vaglielo a dire in Nigeria

Non e’ facile scrivere di Nigeria e di Agip ed essere italiani. E questo perche’ siamo al 30% noi che facciamo lo schifo laggiu’,  e nessuno che pensa di mettere pressione all’ENI, a Descalzi e a tutta la cricca di politici e di affaristi che chiudono gli occhi. La Nigeria e’ lontana, come lo sono tutti i paesi in cui noi occidentali andiamo, trivelliamo in cambio di quattro denari, molto inquinamento e tanti saluti. Per fortuna che c’e’ l’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria a cercare di denunciare e di rendere noto al grande pubblico quello che accade lontano nel silenzio generale. Il 12 Gennaio 2015 un incidente petrolifero nella zona di Kalaba, Yenagoa e nello stato di Bayelsa, dell’Agip. Viene tutto reso noto solo il 28 Gennaio. In quelle due settimane nessuno aveva fatto niente e il petrolio misto ad altre sostanze veniva bellamente rigettato in atmosfera, ricadendo poi sul suolo. Le richieste di queste associazioni? “Agip should take immediate steps to stop the spill by going to site and effect clamping” “Agip should take all necessary steps to prevent such delays in responding to spill incidents; especially when there is no security or accessibility issues”. “Agip should ensure steps are taken for the immediate clean-up of impacted environment,” La risposta dell’Agip per email di Filippo Cotalini, Media Relations Office Manager dell’Eni – stiamo investigando, appena pronto manderemo un annuncio. Campa oggi che viene domani. 18 Aprile 2015  un’altra perdita di petrolio in Nigeria, questa volta nnel campo detto Osiama, sempre nello stato del Bayelsa e sempre di proprieta’ dell’Agip-ENI. Ancora una volta gli intrepidi dell’Environmental Rights Action/ Friends of Earth Nigeria vanno a perlustrare una perdita di petrolio dall’oledotto Tebidabe-Ogboinbiri. Strada facendo hanno incontrato un altra perdita da un pozzo, a un paio di chilometri di distanza. Ovviamente nessuno aveva ancora fatto niente per ripulire ne l’oleodotto, ne il pozzo, anche nelle settimane successive al 18 Aprile. Di nuovo l’ENI sebbene contattata non ha dato risposte, secondo la stampa di Nigeria. Alla fine, esasperati, secondo Reuters il 27 Maggio 2015 in Nigeria, un altra comunita’ del Niger Delta di Bayelsa decide di chiudere i propri impianti petroliferi dell’AGIP nella zona detta Nembe 5. I membri dell’Agrisaba Oil and Gas Committee lamentano le promesse non mantenute dall’ Agip in termini di opportunita’ di lavoro e di sviluppo nella loro comunita’. E quindi chiudono i loro pozzi. Questa volta l’Agip aveva la risposta pronta, e per penna del CEO Claudio Descalzi: e’ tutto normale, non ci sono problemi, e’ tuttapposto. Evviva l’ENI.

thanks to: dorsogna