Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb.al Jazeera. Da Zeitun.info. Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora.

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

Traduzione per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

© Agenzia stampa Infopal

via Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra — Infopal

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Israele attacca il premio Nobel 2018 perchè sostiene i Palestinesi

Il Premio Nobel 2018 nella lista nera dei sostenitori di israele.

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo. Copertina: Nobel Prize 2018 per la  Chemistry: Frances H Arnold, George P Smith and Gregory P Winter

Roberto Prinzi – 4 ottobre 2018

Molti di voi avranno letto o sentito i nomi dei vincitori del Premio Nobel 2018 per la Chimica annunciati ieri. Avrete molto probabilmente sentito che uno dei vincitori è George P. Smith, professore di scienze biologiche all’Università del Missouri, Usa. Un nome che giustamente non vi dirà nulla, almeno che non siete del campo.

Peccato perché Smith è un intellettuale a tutto tondo ed è un grande attivista. Al di là dei suoi meriti scientifici indiscutibili di cui tutta la stampa nostrana ha parlato, di quest’uomo purtroppo non è stato detto (o meglio non è stato voluto dire) che lui è un accanito sostenitore della Palestina e del movimento Bds (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele). Una lacuna informativa non casuale: come si è potuto “dimenticare” di ricordare il suo attivismo per il popolo palestinese che occupa da anni una parte importante della sua attività intellettuale e umana?

E’ un peccato che non siano emerse le sue posizioni politiche: ad esempio le sue recenti condanne ad Israele per la mattanza dei palestinesi e la necessità di boicottare l’autoproclamato stato ebraico. E’ un peccato ancora di più perché, in un mondo istituzionale e accademico che deve essere sempre più ovattato politicamente, dove si ha sempre più paura di prendere posizioni nette e politiche che possano in qualche modo nuocere al mainstream (capitalistico e imperiale), questo maledetto genio si è esposto con coerenza e coraggio a fianco del popolo palestinese. Passando anche numerosi guai: potete facilmente immaginare quali pressioni questo “professore controverso” abbia subito e subisca da parte dei gruppi pro-israeliani che negli Usa sono fortissimi.

Di lui ci sarebbero tante belle storie da raccontare, ma per limiti di spazio mi limiterò a un episodio del 2015 quando tentò di avere un corso su “Prospettive del sionismo” adoperando come testo base il noto libro dello storico israeliano Ilan Pappé “La pulizia etnica della Palestina”. Alla fine, per la pressione dei gruppi sionisti presenti all’università, il suo corso fu cancellato.

Però pensate ora soltanto un attimo a quest’uomo che, sfidando il low profile di gran parte dell’accademica e l’ostilità delle lobby, decide di abbandonare per qualche ora la “sua” materia e incomincia a parlare di come la fondazione dello stato d’Israele si sia basata sulla rimozione, spoliazione e cancellazione del popolo autoctono: quello palestinese.

Sito Canary Mission che “documenta individui e organizzazioni” che promuovono l’odio verso gli Stati Uniti, Israele e gli ebrei nelle università del Nord America.

Ora è stato scritto che “allora sbagliò” perché “uscì fuori tema”, che quello “non era il suo campo di studi”. Secondo me queste sono sciocchezze. In fondo cosa è la biologia se non la scienza che, oltre a studiare i processi fisici, chimici ed emergenti dei fenomeni che caratterizzano i sistemi viventi, si occupa dei processi come l’adattamento, lo sviluppo, l’evoluzione, l’interazione tra gli organismi ed il loro comportamento?

Abituato al rigore del metodo scientifico, Smith non ha fatto e fa altro che applicarlo anche al caso della Palestina. E se si è rigorosi – e se sei biologo lo devi essere – se si analizzano cause e conseguenze, l’interazione tra esseri viventi etc etc, beh allora non puoi prendere una posizione netta e non schierarti con i palestinesi. Senza le solite paraculate di molti “intellettuali” che, nella migliore delle ipotesi, dividono le responsabilità di colpe in parti uguali come se fossero pezzi di torte di compleanno da dividere tra commensali. Smith si schiera. Punto. Poco importa che sta nel Missouri a decine di migliaia dalla Palestina. Poco importa che sulla carta insegna “scienze biologiche”.

Immagini inserite liberamente da Invictapalestina.org

thanks to: Invictapalestina

 

Istantanee dal vivo rivelano scavi segreti israeliani sotto la moschea al-Aqsa

Gerusalemme occupata-PIC. Il vice-capo del Movimento islamico nei Territori occupati nel 1948, Kamal al-Khatib, ha pubblicato una serie di immagini che mostrano il danno provocato dagli scavi israeliani su vasta scala, sotto la moschea al-Aqsa, a Gerusalemme.

Pubblicate sulla pagina Facebook di al-Khatib, le foto in diretta sono state inizialmente inviate da un ingegnere israeliano ai suoi amici mentre si vantava dei suoi successi negli scavi sotterranei di Al-Aqsa.

Al-Khatib ha detto che gli scavi, che sono stati tenuti segreti dalle autorità di occupazione israeliane, cercano un’estensione sotterranea al Muro di Buraq (muro occidentale di al-Aqsa).

Ha aggiunto che sono stati installati tubi moderni, dimostrando il fatto che gli scavi sono una nuova creazione.

Le autorità di occupazione israeliane hanno intrapreso scavi, sia segreti che annunciati, dal 1967 nella ricerca del presunto monte del tempio, che le cronache storiche sostengono sia un mito.

via Istantanee dal vivo rivelano scavi segreti israeliani sotto la moschea al-Aqsa — Infopal

Israele tra crimini e privilegi

Israele tra crimini e privilegi

Restituzione del corpo di Muhammed Zaghlul Rimaw (Foto di http://www.bocchescucite.org)

Che fine ha fatto la scuola di gomme? Quella del villaggio di Khan al Ahmar a est di Gerusalemme che Israele vuole demolire? Abbiamo seguito con attenzione e con preoccupata apprensione l’iter degli eventi. Cinque giorni fa, alla vigilia della minacciata demolizione, abbiamo scritto su questa testata che si sperava nel miracolo. La scuola e il villaggio sono ancora lì. Forse il miracolo si chiama Angela Merkel, la cancelliera tedesca che ha fatto rischiare a Israele un incidente diplomatico in caso di demolizione.

Chi se lo sarebbe aspettato che proprio dalla Germania, così attenta per i suoi trascorsi di metà ‘900, a non urtare Israele, sarebbe venuto quest’altolà allo Stato ebraico!

Il rispetto dei diritti umani, che è alla base dei nostri valori, ci faceva temere che Israele per l’ennesima volta si sarebbe macchiato della loro violazione. Vogliamo sperare che anche l’Alto Commissario UE Federica Mogherini abbia contribuito al “miracolo” promettendo di dar seguito ai suoi avvertimenti circa le sanzioni contro Israele, configurandosi come crimine di guerra l’eventuale demolizione e deportazione degli abitanti del villaggio.

Ma forse Israele sta solo prolungando l’agonia di Khan Al Ahmar giocando il crudele gioco del gatto col topo, contando sulla sua forza e sugli interessi diffusi che fanno suoi alleati i tanti governi sedicenti democratici.  Comunque la demolizione della scuola di gomme e del villaggio che la ospita al momento non c’è ancora stata, quindi l’unione delle due illegali colonie di Maale Adumin e Kfar Adumin che avrebbe illegittimamente diviso in due la Cisgiordania aspetta momenti migliori per realizzarsi.

Ma intanto Israele non perde tempo e soprattutto non lo fa perdere ai suoi soldati che, arroganti nella loro risaputa impunità, aggrediscono, picchiano e  ignorano con sprezzo le riprese video fatte da normali turisti a Gerusalemme o in altre zone della Cisgiordania che denunciano, come casuali testimoni oculari, la violenza gratuita e inaudita che questi delinquenti in divisa esercitano contro un qualunque palestinese gli capiti a tiro.

Per quanto riguarda Khan Al Ahmar, visto che la Merkel ha imposto a Israele di non demolire il villaggio, pena l’annullamento della sua visita e le connesse conseguenze diplomatiche, lo Stato ebraico governato da Netanyahu e influenzato da gente come i ministri Lieberman e Bennet davanti ai quali impallidirebbe l’italico Caradonna e altri squadristi del secolo scorso, ha sospeso l’esecuzione della sentenza da parte dei suoi militari ma al loro posto si sono mossi i coloni, cioè i fuorilegge che hanno occupato i Territori palestinesi, e si sono “attivati” inondando il villaggio di acque reflue.

Se la stampa mainstream non avesse timore di urtare i suoi padroni sionisti o filosionisti denuncerebbe con sdegno e preoccupazione queste azioni di stampo squadristico. Ma la stampa mainstream non lo fa. Discretamente ignora, così come discretamente ha ignorato alcuni giorni fa la restituzione della salma di un palestinese torturato a morte nelle galere dello Stato di Israele, non certo per ignorare la restituzione della salma che, anzi, sarebbe stata occasione per ossequiare Israele, ma per coprire le cause della morte del giovane Muhammed Zaghlul Rimawi provocata da percosse e torture. E’ il terzo palestinese ucciso più o meno come il nostro Stefano Cucchi dall’inizio dell’anno. Ma sono così tanti i palestinesi uccisi, chi sotto tortura, chi fucilato direttamente, chi per mancanza di cure mediche, che non fanno più notizia e quindi, per i parametri del bravo giornalista, vengono “giustamente” ignorati dai media mainstream.

Israele, se per uno di quei giochi di ruolo che piacciono tanto agli psicologi, potesse cambiare di nome per un solo momento, sarebbe immediatamente identificato come Stato canaglia in quanto oggettivamente, vestito solo della realtà dei suoi crimini, non potrebbe apparire in altro modo. Ma, come nella favola del “re nudo” servirebbe l’irriverente innocenza di uno spirito libero a dichiararlo tale, sciogliendo l’incantesimo che porta a ripetere coattivamente che Israele ha diritto alla sicurezza e a giustificare ogni sua abietta azione in nome di questo mantra a dir poco strumentale.

A noi il ruolo di quello spirito libero ci aggrada e ci appartiene e quindi, mentre seguitiamo a sperare che il villaggio di Khan al Ahmar venga risparmiato, non per generosità dello Stato canaglia, ma per le sanzioni che per la prima volta verrebbe a subire per il suo ennesimo sopruso, non ignoriamo quello che i soldati di T’sahal commettono quotidianamente sia in Cisgiordania che a Gaza. Non ignoriamo che vengono fucilati come nel più fascista dei regimi, coloro che manifestano per ottenere diritti dovuti e riconosciuti dall’Onu da circa  70 anni, non ignoriamo che Israele ha distrutto infrastrutture di ogni tipo, compresi aeroporti, centrali elettriche e fabbriche nella Striscia di Gaza dove seguita a uccidere e invalidare centinaia di giovani. Non ignoriamo che le sue violazioni del Diritto internazionale sono ferite profonde al corpo giuridico comunitario e quindi anche noi.

Noi, come il bambino che grida “il re è nudo” abbiamo il dovere morale e il diritto di dire a voce alta “Israele è uno Stato canaglia” e potrà avere un abito democratico vero solo se entrerà, cosa che in 70 anni non ha MAI fatto, nell’alveo del Diritto internazionale a partire dal riconoscimento delle Risoluzioni Onu nei confronti delle quali ha sempre mostrato il massimo disprezzo senza aver mai avuto in cambio alcuna sanzione.

Se la battaglia di Khan Al Ahmar sarà vinta dalla comunità Jahalin e, parallelamente, da Vento di Terra (la ong italiana che ha costruito la scuola di gomme e che sta sostenendo la comunità anche con la presenza fisica dei suoi membri) Israele capirà che non sempre paga la forza, ma qualche volta ha la meglio il Diritto e questo sarà un bene non soltanto per la Palestina, ma anche per quella piccola parte ancora sana della comunità israeliana e sarà un bene anche per noi che giorno per giorno siamo costretti a vedere l’inutilità di una democrazia che non sa difendersi da chi, nei fatti, la vuole demolire.

thanks to: Patrizia CecconiPressenza

Radio militare israeliana: “Merkel annullerà viaggio in Israele se viene ..distrutto Khan al-Ahmar

Radio militare israeliana: “Merkel annullerà viaggio in Israele se viene … Roma, 3 ottobre 2018, Nena News – La cancelliera Angela Merkel…

via Radio militare israeliana: “Merkel annullerà viaggio in Israele se viene ..distrutto Khan al-Ahmar — Israele – Palestina : testimonianze in attesa

Lo Stato d’Israele si sgretolerà e vedremo una libera Palestina democratica prima di quanto immaginato

Stuart Littlewood, AHTribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso un ex-militare, è oggi un noto attivista per la pace e instancabile lavoratore per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più chiare a richiedere il sostegno al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e per la creazione di una democrazia unica con uguali diritti su tutta la Palestina storica. Sarà alla Conferenza del partito laburista a Liverpool il 23-26 settembre. Ho avuto la fortuna d’intervistarlo, nella settimana che segna il 70° anniversario dell’assassinio di Folke Bernadotte e del 36 ° anniversario del massacro genocida nel campo profughi di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire l’ambizione sionista, ciò che dice Miko potrebbe dovrebbe far riflettere chi segue il dettato della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, è cresciuto in una famiglia sionista con un regime sionista. Cosa le è successo per uscirne?
Miko Peled: Come il titolo del mio libro di memorie ‘Il Figlio del Generale’ suggerisce, sono nato da un padre che era generale dell’IDF e poi, come sottolinea il sottotitolo, intrapresi il “Viaggio di un israeliano in Palestina” . Il viaggio è definisce a me, e attraverso di me si spera che definisca al lettore, cosa sia “Israele” e cosa sia “Palestina”. È un viaggio dal lato dell’oppressore privilegiato e dell’occupante (Israele) a quello degli oppressi (Palestina) e dei nativi della Palestina. Ho scoperto che è, in effetti, lo stesso Paese: Israele che occupa la Palestina. Ma senza il viaggio, non l’avrei capito. Questo per me era la chiave. Mi ha permesso di vedere ingiustizia, privazione, privazione di acqua e diritti e così via. Quanto più mi permisi, e continuo a permettermi di avventurarmi in questo viaggio, più potevo vedere cos’è veramente il sionismo, Israele e chi sono io.

Molti mesi fa avvertì che Israele avrebbe “fatto tutto il possibile, avrebbe imbrattato, provato tutto il possibile per fermare Corbyn”, e la ragione per cui l’antisemitismo viene usato è che non hanno altri argomenti. Questo si è avverato con Jeremy Corbyn con un attacco feroce e prolungato anche dall’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe comportarsi Corbyn e quali contromisure suggerirebbe?
Jeremy Corbyn ha chiarito durante la conferenza laburista dello scorso anno che non permetterà che accuse d’antisemitismo interferiscano col suo lavoro di leader del partito laburista e uomo dedito alla creazione di una società giusta nel Regno Unito e di un mondo giusto. In quel discorso, disse qualcosa che nessun leader occidentale avrebbe osato dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese”. Ha sempre avuto sempre i mezzi e il suo sostegno cresce. Credo che stia facendo la cosa giusta. Mi aspetto che continui.

E cosa ne pensa dello sfogo di Sacks?
Non sorprende che un razzista che sostiene Israele se ne esca così, non rappresenta nessuno.

L’organo governativo del Partito laburista, il NEC, ha adottato la definizione dell’IHRA di armamentario dell’antisemitismo, nonostante gli avvertimenti di esperti legali e la raccomandazione d’includere dei caveat al Comitato di selezione degli affari interni della Camera dei Comuni. Questa decisione è vista come una spaccatura per pressione esterna e ovviamente influenzare la libertà di parola sancita dalla legge inglese e garantita dalle convenzioni internazionali. In che modo influenzerà la credibilità laburista?
Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono certo che vivranno subendo l’afflizione della vergogna che ciò pone a coloro chi ne ha votato l’adozione. Ci sono almeno due avvisi già dalla comunità ebraica ultra-ortodossa, che costituisce dal 25% al 30% degli ebrei del Regno Unito, che respingono l’idea che JC sia antisemita, rifiutando il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Sull’Occupazione, affermò che Israele ha raggiunto lo scopo di rendere irreversibile l’occupazione della Cisgiordania 25 anni fa. Perché pensa che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea di una soluzione a due Stati? Come crede si sviluppi la situazione?
Gli Stati Uniti, e in particolare l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia ingoiato tutta la Palestina del Mandato e non c’è spazio per i non ebrei nel Paese. Non fanno altre affermazioni. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono placare Israele e accettarlo così com’è. I loro elettori, tuttavia, chiedono giustizia per i palestinesi, quindi, con un codardo compromesso, i Paesi dell’UE secondo un autentico post-colonialismo trattano l’Autorità palestinese come se fosse Stato palestinese. Ecco perché, credo, gli europei andranno avanti “riconoscendo” il cosiddetto Stato della Palestina, anche se non esiste. Lo fanno per placare i loro elettori senza realmente fare nulla per promuovere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato un palestinese, non hanno liberato un solo prigioniero da una prigione israeliana, non hanno salvato un bambino dai bombardamenti su Gaza, non hanno alleviato sofferenza e privazione dei palestinesi nel deserto del Naqab o nei campi profughi. È un gesto vuoto, codardo. Ciò che gli europei dovrebbero fare è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi vivono sotto un regime di apartheid nella propria terra, sono vittime della pulizia etnica e del genocidio e che questo deve finire, e l’occupazione sionista deve finire completamente e senza condizioni. Credo che lo Stato di Israele si sgretolerà e che vedremo una Palestina democratica libera dal Fiume al Mare prima di quanto la maggior parte della gente pensi. L’attuale realtà è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non se ne vanno, Israele ha appena annunciato, ancora. che due milioni di cittadini non ebrei non sono graditi in questo Stato, e il BDS è al lavoro.

Le IDF si definiscono l’esercito più morale del mondo. Ha prestato servizio nell’IDF. Quanto è credibile tale affermazione?
È una bugia. Non esiste un esercito morale e l’IDF sono impegnate nella pulizia etnica, nel genocidio e nel far rispettare un regime d’apartheid da sette decenni. Di fatto, le IDF sono una delle forze terroristiche meglio equipaggiate,addestrate, finanziate e sostenute del mondo. Anche se hanno generali, belle uniformi e armi avanzate, non sono altro che bande armate di teppisti e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere i palestinesi. I loro ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo brutalità e spietatezza crudelmente inflitte nella vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnati a denunciare la verità su un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione oppressa sotto un’occupazione illegale. Dicono che il loro scopo è porre fine all’occupazione. Come valuta le loro possibilità di successo?
Loro e altre ONG come loro potrebbero fare la differenza. Sfortunatamente, non vanno lontano, non invitano i giovani israeliani a rifiutarsi di servire nelle IDF, e non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi, ritengo che il loro lavoro sia superficiale e conti poco.

Gli israeliani accusano spesso il sistema educativo palestinese di creare futuri terroristi. Come lo confronta coll’istruzione in Israele?
Il sistema educativo palestinese attraverso un accurato processo di controllo, quindi tali affermazioni d’insegnare l’odio sono infondate. Israele, tuttavia, fa un ottimo lavoro nell’insegnare ai palestinesi di essere oppressi e non avere altra scelta che resistere. Lo fa usando militari, polizia segreta, burocrazia dell’apartheid, innumerevoli permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite. Le corti israeliane insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non sono considerate come nulla. Non ho incontrato palestinesi che esprimano odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’istruzione da Israele, non a causa di un libro di testo palestinese. Gli israeliani subiscono un’approfondita educazione razzista ben documentata in un libro di mia sorella, la prof.ssa Nurit Peled-Elhanan, intitolata Palestina nei libri di testo israeliani.

Le comunità cristiane in Terra Santa si riducono rapidamente. Gli israeliani sostengono che i musulmani li espellono, ma i cristiani dicono che è la crudeltà dell’occupazione che ha spinto così tanti a lasciare. Qual è la sua opinione? Gli israeliani cercano d’inserire un cuneo tra cristiani e musulmani? C’è una guerra religiosa in atto per cacciare i cristiani?
I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione in Palestina, ora sono appena il 2%. Non c’è nessuno da incolparne se non Israele. Israele ha distrutto comunità e chiese cristiane palestinesi proprio come ha distrutto i musulmani. Per Israele gli arabi sono arabi e non hanno posto nella terra d’Israele. Raccomando caldamente l’eccellente relazione di Bob Simon su CBS 60 Minutes del 2012 intitolato Christians in the Holy Land. Alla fine, affronta l’ex-ambasciatore d’Israele a Washington DC che volle annullare la trasmissione.

Si definisce persona religiosa oggi?
Non lo sono mai stata.

Conosce Gaza. Come giudica Hamas sul suo governo? E attori onesti potrebbero lavorare con loro per la pace?
Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per anni, palestinesi e stranieri, e loro valutano che, sul governo e tenendo in considerazione le gravi condizioni in cui vivono, vanno lodati.

Alcuni dicono che il pubblico israeliano è in gran parte inconsapevole degli orrori dell’occupazione e protetto dalla verità. Se è vero, inizia a cambiare?
Gli israeliani sono pienamente consapevoli delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano e votano in gran numero e per sette decenni continuano a votare per chi inviano loro e i loro figli a commettere tali atrocità, che non sono commesse da mercenari stranieri ma da ragazzi e ragazze israeliani che operano con orgoglio. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. In passato, c’era una facciata civile in Israele, e oggi non c’è più. Dire che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è una dichiarazione perfettamente accettabile oggi. In passato, si era alquanto imbarazzati ad ammetterlo.

Israele ha compiuto una serie di assalti armati in acque internazionali su imbarcazioni umanitarie che portavano aiuti medici e non militari alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggi e passeggeri vengono regolarmente picchiati e gettati in prigione, e alcuni uccisi. Gli organizzatori ora dovrebbero rinunciare o raddoppiare gli sforzi usando tattiche diverse?
Le flottiglie di Gaza sono certamente encomiabili, ma se l’obiettivo è raggiungere le coste di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore è solo nel fatto che sono espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se tempo e sforzi, rischi e spese lo giustifichino. Israele si assicurerà che nessuno riesca a passare e che il mondo non presti attenzione. A mio parere, le flottiglie non sono la migliore forma d’azione. Nessun problema della tragedia in Palestina può essere risolto da solo. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua o le leggi razziste, ecc. Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha la migliore possibilità, ma non viene utilizzato abbastanza e troppo tempo vine sprecato per argomentarne i meriti. Sicuramente uno dei punti deboli di chi si preoccupano di aver giustizia in Palestina è che abbia un’idea semplicemente del “darsi da fare”. C’è poca coordinazione e quasi alcuna strategia sulla questione cruciale su come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una seria sfida.

Questa settimana era il 70° anniversario dell’assassinio del diplomatico svedese Conte Folke Bernadotte da parte di una squadra sionista, mentre era mediatore del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono stranamente silenziosi su questo, anche agli svedesi.
Questo fa parte di una serie di numerosi omicidi politici perpetrati da bande terroristiche sioniste in cui nessuno fu ritenuto responsabile. Il primo fu nel 1924 quando assassinarono Yaakov Dehan. Poi, nel 1933 assassinarono Chaim Arlozorov. Il massacro del 1946 al King David Hotel fu naturalmente motivato politicamente e provocò circa cento morti, la maggior parte innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poi, nel settembre 1948, l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario delle Nazioni Unite e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che apparentemente arrivò coi piani per porre fine alle violenze in Palestina, sapendo che i capi sionisti non l’avrebbero accettato. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, non sono previsti servizi commemorativi che io sappia o che questo anniversario sia menzionato da un’organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Questo poco dopo l’assassinio e fece un ottimo lavoro assicurandosi che il governo svedese tacesse sulla questione. Ci furono molti, molti altri omicidi e massacri, penso all’attacco alla USS Liberty e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come strumento legittimo per raggiungere i suoi obiettivi politici. Poco si sa o si ricorda di tali omicidi brutali. Innumerevoli leader, scrittori, poeti, ecc. palestinesi sono stati assassinati da Israele.

Molta speranza è riposta sul BDS dalla solidarietà della Palestina. Quanto è efficace il BDS e in che modo la società civile può aumentare la pressione?
Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per magia od intervento divino. Le persone devono accettarlo pienamente, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e il totale isolamento di Israele. C’è troppa tolleranza per chi promuove il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e va cambiato. I funzionari eletti devono essere costretti ad accettare interamente il BDS. I gruppi di solidarietà della Palestina devono passare dalla solidarietà alla piena resistenza e il BDS è la forma perfetta di resistenza disponibile.

Ci sono altri problemi chiave che affronta in questo momento?
Passare dalla solidarietà alla resistenza è, a mio avviso, la chiave in questo momento. Utilizzando gli strumenti che abbiamo, come il BDS, è fondamentale. Il passaggio della legge sullo Stato della nazione israeliana è un’opportunità per riunire i cittadini palestinesi d’Israele col resto dei palestinesi. Dovremmo sforzarci di portare alla totale unità tra rifugiati di Cisgiordania, Gaza e 1948, e chiedere la piena parità dei diritti e la sostituzione del regime sionista che terrorizza la Palestina da sette decenni con una Palestina libera e democratica. Si spera che questa opportunità venga colta.

Infine, Miko, come vanno i tuoi libri: “Il figlio del generale” e “L’ingiustizia: storia della Quinta Fondazione della Terra Santa”? Mi sembra che quest’ultimo, che racconta di come il sistema giudiziario negli Stati Uniti sia stato indebolito a vantaggio degli interessi israeliani, debba essere una lettura obbligata qui nel Regno Unito dove la stessa cosa accade nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe arrivare ai tribunali.
Bene, vanno bene, anche se non sono ancora dei best seller, e dato che siamo sul lato meno popolare del problema, è dura. “Il figlio del generale” è uscito in seconda edizione, quindi va bene, e mi piacerebbe sicuramente vederlo, e l’Ingiustizia arriva a più persone. Purtroppo però, non abbastanza persone si rendono conto di come l’occupazione in Palestina ne influenzi la vita, in occidente, a causa del lavoro dei gruppi di sorveglianza sionisti come Board of Deputies nel Regno Unito e AIPAC e ADL negli Stati Uniti. Solo per questo, cinque innocenti scontano lunghe condanne nelle prigioni federali negli Stati Uniti, solo perché palestinesi.

Molte grazie, Miko, apprezzo il fatto che tu abbia dedicato del tempo a condividere le tue opinioni.
Tra le molte idee positive che ricevo dall’incontro con Miko, c’è soprattutto la necessità degli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò implicherà un coinvolgimento più ampio, un migliore coordinamento, un indirizzo aggiornato e una strategia precisa. In effetti un BDS Mk2, sovralimentato da un elevato numero di ottani. In secondo luogo, dovremmo trattare il sionismo e chi lo promuove e sostiene con molta meno tolleranza. Come Miko ha detto in un’altra occasione, “Se l’opposizione ad Israele è antisemitismo, allora come si chiama il sostegno a uno Stato dedito a una brutale pulizia etnica da settant’anni?” Se Jeremy Corbyn leggesse questo, sì, farebbe bene ad ignorare i suoi persecutori, compresi i veri antisemiti schiumanti, ma deve anche eliminare dal partito laburista l’altrettanto spregevole tendenza sionista. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

“Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell’Iran”

Qualcuno ha ingannato Netanyahu sulle armi atomiche dell'Iran

Il corrispondente della rete Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte dell’edificio che, secondo Israele, è un impianto nucleare segreto.

Il primo ministro del regime israeliano, Benjamin Netanyahu, nel suo discorso tenuto giovedì scorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA), ha dichiarato che l’Iran ha un “deposito segreto” in cui è depositato “una quantità enorme di attrezzature e materiali per il programma segreto di armi nucleari “, mentre mostrava alcuni poster con una mappa e una fotografia di un edificio dall’aspetto innocuo, con il nome “Turquzabad”.

I social network sono stati inondati da battute di utenti iraniani su questa località, essendo Turquzabad (che esiste nei pressi della capitale iraniana, Teheran) uno dei nomi che sono menzionati in Persiano, scherzosamente, in una località remota o , senza importanza e sottosviluppato. Molti hanno suggerito che qualcuno avesse giocato un trucco ai servizi segreti israeliani.

Ecco perché il corrispondente di Euronews in Iran ha deciso di guardare oltre le porte della suddetta installazione e vedere cosa c’è veramente dentro.

Il giornalista afferma che l’edificio non ha un sistema di sicurezza avanzato, come dovrebbe essere il caso di ospitare un impianto nucleare segreto, e che ha visto solo poche telecamere.

“Qualcuno deve aver ingannato Netanyahu (…) di recente hanno tagliato l’acqua all’edificio per debiti. Chi crederebbe che la bomba atomica sia prodotta qui?” ha raccontato uno dei residenti nel pressi della fantomatica installazione nucleare

Secondo un’altra persona intervistata sul posto, Israele presenta tali accuse in modo che il mondo smetta di concentrarsi su altre cose. Questo regime sa che le persone sono sottoposte a una grande pressione economica ed è per questo che cerca di distogliere l’attenzione e incoraggiare un cambio di sistema nella Repubblica Islamica, ha aggiunto.

Fonte: Euronews
Notizia del:

Fucilare i bambini palestinesi non è reato

Fucilare i bambini palestinesi non è reato
Li uccidono così, fucilandoli a freddo. Adulti e bambini senza distinzione, tanto sono palestinesi!

Sanno che per i loro continui crimini, anche se a volte configurabili come crimini di guerra, altre come crimini contro l’umanità non pagheranno alcun prezzo.

Chi sono questi serial killer finora impuniti? sono i soldati di Tsahal, le forze armate israeliane.

Ieri ne hanno uccisi sette di palestinesi inermi. Il più giovane non aveva ancora 12 anni, praticamente un cucciolo, il più vecchio ne aveva 26. Ma nessuna sanzione arriverà a fermare il grilletto dei killer, cecchini cui Israele ha dato mandato di colpire i palestinesi che manifestano lungo la linea dell’assedio.

Manifestano per rivendicare ciò che NON dovrebbe neanche essere chiesto, se l’ONU avesse un senso, perché è già loro dovuto.

Chiedono, anzi giustamente pretendono, il rispetto di due diritti essenziali e ritenuti tali da più Risoluzioni della Nazioni Unite, il diritto alla libertà e il diritto al ritorno nelle terre che furono costretti ad abbandonare.

Solo ieri i criminali israeliani ne hanno feriti circa 500 portando a oltre 20.000 il numero dei feriti complessivi della Grande marcia per il ritorno, e uccisi altri sette portando la strage di inermi, solo lungo il border, a quasi 200 martiri.

Numeri da guerra e non da due ore di manifestazione. Una vergogna insopportabile per uno Stato democratico, ma Israele non prova vergogna, perché Israele è uno Stato etnocratico e NON democratico. Sarebbe ora di dirlo a voce alta e di pretendere, dati alla mano, che le nostre istituzioni facciano altrettanto. La vergogna non appartiene a Israele se uccide o ferisce centinaia di “goym”, cioè di non ebrei, alias di non appartenenti al popolo eletto, a maggior ragione se questi sono “solo” dei palestinesi, ma appartiene a chi si riconosce nei valori democratici e per questo prova indignazione oltre che umano dolore.

Ma, al di là dell’indignazione che, in quanto democratici sinceri, proviamo davanti a tale efferata e non sanzionata violenza, cerchiamo di capire a cosa mira Israele. Non è sufficiente fermarsi all’osservazione sociologica di un dato incontestabile, e cioè ia sua sempre più evidente deriva verso una pratica a dir poco nazistoide, per dare una spiegazione convincente circa la strategia che determina tanta criminale violenza.

Netanyahu, all’assemblea dell’Onu di tre giorni fa, ha liquidato con disprezzo la questione palestinese, considerandola ormai risolta e si è tuffato sull’Iran e su Hezbollah. Ma Israele lo sa che sta rischiando e facendo rischiare molto grosso a tutto il Medio Oriente, e non solo?

Vorrà forse utilizzare una delle sue 137 o più bombe nucleari? Risulta difficile crederci. Allora cosa vuole Israele? e cosa vuol fare dei palestinesi, per restare nel tema che stiamo affrontando?

La violenza di cui stiamo parlando riguarda i palestinesi di Gaza, ma la Cisgiordania non è davvero risparmiata dagli abusi israeliani, al punto che perfino l’Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, F.

Mogherini ha preso, almeno verbalmente, posizione (v. la minacciata demolizione della scuola di gomme e del villaggio di Khan al Ahmar). Forse, rispetto a Gaza, il suo è semplicemente un gioco criminale per testare Hamas e vedere se dopo tante provocazioni risponderà, fornendogli la possibilità di dire che è stato “costretto” ad attaccare massicciamente ancora una volta la Striscia e poterla usare, come ritenuto da alcuni analisti, come laboratorio per sperimentare nuove armi.

Non abbiamo la possibilità di verificarlo e quindi lo lasciamo nella sfera del dubbio. Ma una cosa sappiamo ed è di pubblico dominio: Israele ha già più volte usato fosforo bianco e cluster bombs contro i gazawi e non ha avuto per questo alcuna sanzione.

Perché l’ONU teme Israele? forse perché le voci di lobbies ebraiche che dagli USA governano il mondo non sono semplici fantasie?
Ma anche questo non basta a capire. C’è qualcosa che va indagato più a fondo, pena il rischio di liquidare tutto in una formula che chiama la religione ebraica a sostegno dell’agire israeliano al di fuori, al di sopra e contro ogni legalità, riducendo il Diritto e le Istituzioni internazionali in cenere.

Il problema vero non sarebbe comunque nel liquidare tutto a problema religioso, quanto le sue conseguenze circa il Diritto internazionale. Un danno che va ben oltre le violenze contro i palestinesi e lo sprezzo per i loro diritti. Un danno che per una specie di legge fisica tracima dalla Palestina e coinvolge il mondo. 

Questo consentire a Israele di agire impunito in una sorta di riconoscimento del suo essere “über alles” tollerando, o fingendo di ignorare o addirittura acclamando le sue illegalità è un problema enorme eppure i media mainstream seguitano a fornire copertura mediatica a questo Stato fuorilegge derubricando perfino le fucilazioni di bambini a “risultati degli scontri”. Scontri impossibili per definizione data la struttura del border.

Mentre trascrivo i nomi degli ultimi sette martiri per non lasciarli solo come numeri dell’eccidio, mi viene in mente il sermone del pastore protestante Niemoeller, poi ripreso nei versi di Brecht, “vennero a prendere i comunisti ma io non dissi niente, non ero comuniista. Poi vennero a prendere gli ebrei ma io non dissi niente, non ero ebreo. Vennero….. …poi vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse parlare“.

Che ci pensino i nostri colleghi dei media mainstream, almeno quelli che si definiscono democratici, ci pensino. E non solo per sostenere la causa palestinese che noi riteniamo assolutamente giusta, ma per non lasciar decomporre quel che che resta dei valori democratici di cui troppo spesso a vuoto riempiono le loro pagine.

Oggi sono stati sepolti   Mohammed Nayef ,14 anni,  Iyad Khalil  20 anni,  Mohammed Walid Haniya, di 24 anni come  Mohammed Bassam Shaksa, il piccolo Nasser Azmi Musabeh di soli 12 anni, Mohammed Ali Anshasi, 18 anni e  Mohammed Ashraf Al-Awawdeh di 26 anni. Tutti fucilati ti senza processo da uno Stato che compiendo abitualmente questi crimini non può che essere definito CANAGLIA.

thanks to: Patrizia Cecconi – Milano 29 settembre 2018

Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane

Gaza-PIC. Sette palestinesi sono stati uccisi e 506 sono stati feriti, venerdì, nelle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno in corso nella Striscia di Gaza. Il ministero della Sanità ha reso noto che 7 giovani sono stati uccisi dai soldati israeliani di stanza al confine con la Striscia di Gaza: Mohammed Nayef al-Hum (14 anni), di…

via Striscia di Gaza, 7 palestinesi uccisi e 500 feriti dalle forze israeliane — Infopal

#DecretoSalvini contro l’immigrazione selvaggia

E’ fondamentale regolare l’immigrazione. In Palestina gli ebrei sono arrivati come richiedenti asilo, perchè scappavano dai pogrom dell’est Europa. Una volta sul territorio palestinese hanno cominciato ad organizzarsi, ad armarsi, hanno attaccato i Palestinesi e li hanno cacciati dal loro paese. In Italia ci sono quasi 7 milioni di immigrati. Sono troppi. E’ già un numero pericoloso. Bisogna fermarli finchè siamo in tempo altrimenti faremo la fine dei Palestinesi.

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A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal