L’ex-ministro della Difesa israeliano ammette che Israele ha mentito sui tunnel di Hezbollah

Israele-MEMO. L’ex-ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso giovedì che gli ufficiali israeliani hanno mentito per anni sull’esistenza di tunnel di Hezbollah al di sotto del confine tra Libano ed Israele.

Parlando con la radio dell’esercito israeliano, Ya’alon ha affermato che gli ufficiali hanno mentito sui tunnel per anni prima di decidere di eseguire un’operazione per distruggerli, all’inizio di questa settimana.

“L’abbiamo fatto per ingannare l’altro lato”, ha dichiarato Ya’alon alla radio dell’esercito. “Esiste un’esagerazione nel modo in cui [l’operazione] è stata presentata, e spero che questo non ci ferisca”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda le osservazioni precedenti, rilasciate nel 2016, quando aveva affermato che non c’era “nessun tunnel” a nord, Ya’alon ha dichiarato: “I miei commenti di due anni fa […] erano una bugia al fine di preservare la sicurezza dello stato“.

Tuttavia, egli ritiene che esista un’esagerazione per quanto riguarda l’operazione in corso.

Le osservazioni di Ya’alon sono state ampiamente riportate dai media israeliani, ma ha insistito sul fatto che “nessuno dei tunnel ha raggiunto le comunità in cui la gente ha affermato di aver sentito di scavare”.

Israele ha lanciato la sua operazione nelle prime ore di martedì, dichiarando la città di Metulla – situata sul confine israelo-libanese, non lontano dalle Alture del Golan – una zona militare chiusa. Si pensa che l’operazione potrebbe durare per diverse settimane, e Israele sostiene che il tunnel sotto Metulla è uno dei molti.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

thanks to: Infopal

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Rete sionista gestiva turismo sessuale per pedofili in Colombia! Molteplici arresti, sequestrati beni e valori per decine di milioni di dollari!

Certe “elette” attività suscitano la riprovazione e l’intervento persino dei peggiori e più corrotti narco-regimi filo-yankee dell’America Latina.

Le forze dell’ordine in Colombia hanno smantellato una rete di 12 cittadini dell’entità illegale sionista che gestivano una rete di traffico sessuale minorile insieme a due colombiani. L’ufficio del Procuratore Generale della Colombia ha dichiarato che otto dei sospettati sono stati arrestati, compresi sei sionisti.

Il presunto anello per il traffico sessuale forniva ai viaggiatori di Tel Aviv “pacchetti turistici” che includevano prostitute minorenni, che ricevevano tra 200.000 pesos ($ 63) e 400.000 pesos ($ 126) in cambio di servizi sessuali.

Tra le accuse contro i membri del gruppo di trafficanti ci sono omicidio, cospirazione, traffico di esseri umani, traffico di minori, produzione di droga, fornitura di servizi di prostituzione e riciclaggio di denaro. Il leader del ‘clan’ era Mor Zohar, riferiscono i media in Colombia, mentre uno degli arrestati è un poliziotto colombiano.

L’ufficio del Procuratore Generale ha dichiarato che durante l’inchiesta sono stati sequestrati 150 miliardi di pesos ($ 47,3 milioni) tra valori e immobili, compresi alberghi, ostelli e altre attività legate al turismo.

L’indagine è iniziata dopo l’omicidio del sionista Shai Azran a Medellin nel giugno 2016. La polizia in Colombia sospetta che l’assassino sia Assi Ben-Mosh, un altro sionista di 44 anni che ha operato in Colombia dal 2009. Ben-Mosh è stato arrestato in 2003 nei Paesi Bassi con l’accusa di guidare una rete internazionale di traffico di droga.

Le autorità colombiane monitorarono le attività di Ben-Mosh nella nazione sudamericana e scoprirono che possedeva un hotel a Santa Marta, l’Hotel Benjamin, e offrì “pacchetti turistici” e feste organizzate in cui la droga e il sesso sarebbero stati venduti – in collaborazione con Zohar.

La rete è sospettata di operare in un certo numero di città in Colombia, tra cui la capitale Bogotà, Medellin, Cartagena e Santa Marta.

thanks to: Palaestina Felix

Come darsi la zappa sopra i piedi e perdere le elezioni

I deliri di Salvini in Israele

I deliri di Salvini in Israele

“Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah….”. Questo capolavoro di geopolitica è parte di uno pseudo comunicato pubblicato su Twitter dal ministro degli interni (e degli esteri?) del governo italiano.

I “terroristi” islamici di Hezbollah sono coloro che hanno evitato che l’Isis e i fratelli di Al-Qaeda prendessero possesso della Siria. Insieme all’Iran e all’intervento russo chiaramente. Ma il ruolo degli Hezbollah è stato decisivo. Sappiamo, del resto, qual è la posizione sulla Siria di Salvini e il suo sostegno all’ideologia wahabita, responsabile anche del massacro in Yemen, è in linea del resto con il suo asservimento totale al regime di Israele. Regime che Salvini ha il coraggio di definire“il baluardo di democrazia in Medio Oriente”. Su quest’ultima frase non scriviamo nulla per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

Essendo la prima visita di un esponente del governo Conte nei territori occupati di Palestina, attendiamo presto prese di distanze immediate. Il silenzio assenso ai deliri di Salvini sarebbe imperdonabile.

P.s. Dopo la visita di Salvini in Israele gli Hezbollah avranno sicuramente iniziato a tremare di paura….

Notizia del:

Efficacia della Cupola di ferro d’Israele, l’80% dei razzi palestinesi lo penetra

Tra crescenti tensioni tra Israele e numerose fazioni militanti palestinesi, il territorio israeliano è stato oggetto dell’attacco da parte di 300 missili che colpivano indiscriminatamente i centri popolati israeliani. Un missile anticarro armato palestinese colpiva un autobus israeliano, ferendo un soldato, mentre i maggiori attacchi coi razzi provocava vari feriti leggeri, ma erano inefficaci. La natura estremamente primitiva delle capacità missilistiche palestinesi, paragonate a fuochi d’artificio potenziati da alcuni analisti, ne limita seriamente l’efficacia, mancando di carico utile e accuratezza, non hanno un impatto considerevole anche se usati in grandi quantità. Tuttavia, gli attacchi potrebbero aver rivelato la debolezza chiave delle difese israeliane, che potrebbero essere sfruttate da altri avversari del Paese dalle capacità missilistiche molto più sofisticate. Esempi includono il KN-02 Toksa coreano schierato e il P-800 russo schierati dalla Siria.
Israele fa grande affidamento sul suo sistema missilisitoc terra-aria Iron Dome per difendere lo spazio aereo da razzi a corto raggio come quelli lanciati dalla Striscia di Gaza, ma le capacità della piattaforma furono sottoposte a serie domande in diverse occasioni, in particolare affrontando la più competente capacità missilistica in caso di possibile guerra con la Siria o Hezbollah, che lancerebbero missili balistici e da crociera avanzati di Russia e Corea democratica, artiglieria a razzo e altri sistemi dai diversi calibri che minacciano più dei razzi schierati a Gaza. Tuttavia, il 12 novembre, la Cupola di Ferro intercettò circa il 20% dei razzi: sessanta su trecento. Come è spesso accaduto in passato, le scarse capacità dei razzi palestinesi fecero sì che l’incapacità del sistema di difendere i centri popolati israeliana non venisse mai seriamente considerata, dati i danni molto limitati causato dagli attacchi.
Iron Dome entrò in servizio nel 2011, sviluppato congiuntamente da Israel Aerospace Industries e Rafael Advanced Defense Systems. Ogni piattaforma può schierare 20 missili intercettori, ognuno dal costo di circa 40000 dollari, molto più di un razzo palestinese. Attualmente vengono utilizzate 10 batterie di intercettori Iron Dome, con altre cinque programmate. Secondo quanto riferito, il sistema d’arma dovrebbe essere esportato in Arabia Saudita nel prossimo futuro, probabilmente in risposta al fallimento del sistema statunitense Patriot nel proteggere il regno arabo dagli attacchi missilistici yemeniti, anche se la Cupola di Ferro dovrà dimostrarsi migliore. Data la sofisticazione delle capacità missilistiche di Hezbollah in particolare, notevolmente ampliatesi dalla guerra della con Israele nel 2006, il fatto che le capacità di Iron Dome possano essere messe in discussione dagli attacchi con razzi estremamente primitivi, indica lo stato della sicurezza israeliana in una eventuale guerra futura.

thanks to: Aurorasito

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Military Watch 13 novembre 2018

L’Espresso: L’umiliazione come prassi dell’occupazione

L’ESPRESSO di oggi, 18/11/2018, a pag.22

All’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv vengo detenuto per quattro ore, scalzo, al freddo di una stanza spoglia con indosso soltanto una maglietta. Mi hanno sequestrato bagaglio, passaporto, cellulare e computer. Setacciano i file, la mia vita, mi lasciano al freddo ad aspettare. Nel borsone ho, ancora impacchettata, la kufia che Ehab Besseiso, il ministro della cultura palestinese, mi ha regalato, insieme a Handala, il bambino che si stringe le mani dietro la schiena, simbolo della resistenza della gente dei territori occupati, e a una grande chiave di latta, altro simbolo: ogni palestinese possiede ancora le chiavi della casa che è stato costretto a sgomberare in fretta e furia sotto l’occupazione, pensando che un giorno ci sarebbe tornato. E invece. «Se voglio ti tengo qui per sempre», mi dice l’ufficiale di frontiera israeliano con in mano il mio iPhone, puntando il dito su una foto scattata da me a Hebron, coloni che per strada spintonano due ragazzini palestinesi, e su un’altra che mi ritrae con il ministro.

“E tu splendi” in tutto il mondo arabo.

Sono in Palestina per accompagnare l’uscita del mio ultimo romanzo, E tu splendi, in tutti i paesi del mondo arabo. Con Al-Mutawassit, il mio editore, decidiamo che debba essere il “luogo più silenzioso del pianeta” a ospitare il mio incontro con la stampa araba, il festival letterario di Ramallah. Io però nel paese ci sono entrato, al massimo adesso rischio di non uscirne.
La scrittrice palestinese Susan Abulhawa, in Palestina invece non riesce a entrarci, come molti dei palestinesi costretti all’esilio. Il 1. di novembre 2018, al Ben Gurion la Abulhawa è incarcerata per due giorni, atterrata per partecipare a un festival letterario a Gerusalemme, prima di essere respinta negli Usa, dove vive. «Noi palestinesi siamo gli unici che non possono entrare in Palestina», scrive poi su Facebook. «Sono gli israeliani che dovrebbero andarsene, non io. Io sono figlia di questa terra, qui c’è la casa della mia famiglia».

Naturalmente si riferisce alla Nakba del 1948. La “catastrofe”, la creazione dello Stato d’Israele e la conseguente occupazione militare della Palestina. Il conflitto più lungo dell’era contemporanea.
La Palestina ti sfida a essere disposto a guardare l’ingiustizia della legge dell’uomo. L’esercizio più difficile. Un paese annientato tra le guerre tra i leader del mondo e le illusioni di pace. «Qui la situazione è tremendamente semplice. Non c’è niente di complesso. C’è un paese occupato e un popolo che occupa», mi dice un ragazzo americano, volontario dell’International Solidarity Movement.
La Palestina è un buco nero, è il buco nero del mondo. È lo scarto, ciò che resta dopo che i leader della terra hanno consumato le loro lotte di potere. La Palestina è l’osceno. Armi chimiche, fosforo bianco. Ogni arma proibita dagli accordi internazionali può essere utilizzata dagli israeliani contro i palestinesi. Più di centomila morti in settant’anni. Nessuno vede, nessuno parla. Se parli di ciò che accade in Palestina le parole vengono annerite. Scompaiono. Dai media, dal discorso pubblico. Conosce, l’uomo, ingiustizia più grande di questa: tutti sanno, e tutti fanno finta di non sapere?

Mi trovo a Ramallah, e so che per capire davvero gli equilibri – e i continui sfondamenti – che reggono il Medio Oriente (e su più vasta scala la dialettica tra Usa e monarchie del Golfo da un lato, e Russia, Iran e la Siria di Assad dall’altro) l’unica cosa che si può fare è sprofondare dentro quel buco nero. Non c’è oggi luogo sulla terra in cui la separazione tra parole e fatti, tra dialettica pubblico-diplomatica e realtà, sia più grande.
“Due Stati; “soluzione diplomatica” sono formule a cui in Palestina nessuno crede più. Di sicuro dal 14 maggio, giorno di duri scontri a Gaza e di più di 60 vittime, il giorno in cui Trump ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, di fatto chiudendo per sempre anche solo l’idea di un dialogo, e serrando le fila, apertamente e attraverso il genero e braccio destro Kushner, all’asse anti-Iran composta da Usa-Israele e dalle monarchie del Golfo.
Questo è la Palestina oggi: lo scarto di una strategia anti-Iran. «La verità è che ci hanno chiuso in prigione nella nostra terra», mi dice Khalid Mansour, un funzionario del ministero della Cultura. Oltre al festival di Ramallah, per me sono previsti incontri nelle università di Nablus, Hebron e Betlemme, e ci spostiamo a bordo di un fuoristrada. «Hanno preso tutto. Per entrare in quello che ci resta del nostro paese dobbiamo chiedere loro il permesso. Sempre che quel giorno abbiano voglia di aprire i check-point». Non è solo l’intifada dei coltelli mai cessata – l’ultima spiaggia della resistenza-, è il continuo stato di violenza a cui tutti sono ormai assuefatti.

A un altro check-point, quello di Kalandia, fisso negli occhi un soldato-ragazzino che stringe un mitragliere più grande di lui, in piedi davanti a una grande stella di David. Dallo specchietto retrovisore, l’autista della nostra jeep se ne accorge, e sibila “no” tra i denti. Il soldato assesta due potenti pugni sul vetro posteriore della vettura, la macchina si ferma. Il finestrino del lato del passeggero si abbassa, il giovanissimo militare infila la canna del fucile fino a una spanna dal viso di chi guida. Io non respiro, l’autista arabo invece gli sbraita contro, nella lingua dell’occupazione, in ebraico. Urla che avrebbe potuto spaccare il vetro, picchiando così forte. Il ragazzino si sfila gli occhiali da sole. Poi infila dentro la testa e ci scruta, noi zitti. Fissa me. Tre, quattro secondi. Non riesco ad abbassare lo sguardo, non sono abituato a una violenza così esibita, mi viene da resisterle. Gli viene detto, in ebraico, che sono uno scrittore italiano. Lui scrolla la testa. Poi fa segno che possiamo andare, in fretta. Quando siamo lontani, parte un applauso spontaneo all’autista. «Non si fissano. Mai», mi dicono. «I militari se vogliono sparano. Più sono giovani, più sparano. Ammazzano. Tengono coltelli pronti, in caso di uccisione. Estraggono il corpo dall’auto, gli affiancano un coltello e scattano due foto. Non gli accadrà mai niente».

Non è solo la violenza, è anche la continua vessazione. Sono gli ulivi millenari sradicati a ogni nuova confisca di terreno e insediamento di una nuova colonia, è l’acqua dei palestinesi razionata per colmare le piscine delle ville dei coloni. È una coppia di anziani malati ritratta in una foto diventata famosa tra i palestinesi, in carrozzina e bombole d’ossigeno davanti alle macerie della loro abitazione rasa al suolo dalle truppe d’invasione: smarriti, alla fine della loro vita non sanno dove andare. Sono gli arresti arbitrari (700 mila persone imprigionate negli ultimi trent’anni), senza capo d’imputazione né giudizio, rinnovabili ogni tre mesi, che possono estendersi anche per vent’anni.
Il ministro della Cultura mi porta a vedere il film-documentario palestinese di Raed Andoni, Gost Hunting. Conosco uno degli attori principali, Mohammed Khattab, lui stesso, come il regista, recluso per 17 anni, senza un motivo, un’imputazione. «Lo fanno per disgregarci socialmente», mi dice. «Se separi un padre dai suoi figli per diciassette anni stai rompendo una famiglia, e interrompendo la catena della memoria, cercando di portare quei ragazzi a scappare, a spopolare la Palestina». E invece, come Handala, devono resistere, mani intrecciate dietro la schiena.

Tanto più dopo il 6 novembre scorso, quando Netanyahu ha approvato un disegno di legge per cui i giudici delle corti militari potranno sancire la pena capitale ai detenuti palestinesi anche senza la maggioranza del consiglio, in maniera arbitraria. Si potrà ammazzare in prigione.
Il giorno dopo dovremmo andare all’università di Betlemme, ma a Ramallah è tutto sospeso. Impossibile uscire dalla città. C’è una grande manifestazione contro un nuovo insediamento. Ci sono scontri. Forse c’è un morto, si dice. Forse c’è un ragazzo morto.

La mattina seguente siamo a Hebron, dove c’è un insediamento di coloni nel centro della città. Faccio la mia conferenza all’università, i ragazzi sono interessati e curiosi, una decina di ragazze si presenta con copie pirata di Non dirmi che hai paura, che ha raggiunto un numero incredibile di lettori, soprattutto ragazzi, in tutti i paesi arabi. Nel centro della città di Hebron, una fitta rete metallica protegge i palestinesi dagli oggetti e dagli escrementi che i coloni lanciano loro addosso.
Mentre camminiamo, alcuni coloni aggrediscono due ragazzini palestinesi che hanno l’unica colpa di passare di lì, sotto lo sguardo di militari israeliani di origine etiope (sono moltissimi gli etiopi che sentono la chiamata di Zion, in cambio di un posto sicuro e stipendiato dai coloni). Io scatto la foto che l’ufficiale all’aeroporto troverà, e che mi costerà il fermo.
«Due giorni fa», mi spiega Khalid Mansour, «un colono ha investito in auto un ragazzo di diciassette anni che andava a scuola. È da due giorni quindi che i palestinesi lanciano pietre ai militari israeliani. E questa è solo la solita rappresaglia dei coloni».

«Il mio paese non è una valigia», dice un celebre verso del più famoso poeta palestinese, Mahmoud Darwish, nato prima della Nakba del 1948. «La mia casa invece è una valigia», mi dice Ghayath Almadhoun, poeta palestinese quarantenne – amico, prima di parole, poi di persona. Nato in un campo profughi di Damasco, Ghayath è ora cittadino svedese, ma la sua famiglia è stata espulsa due volte. Ghayath mi guarda, e sorride. Mi legge una sua poesia, che si chiama “Israele“. «Senza Israele, mio padre non sarebbe stato espulso dalla Palestina / Non sarebbe scappato in Siria / Non avrebbe mai incontrato mia madre / E io non sarei qui, ora / E tu non saresti la mia amante».
Sull’aereo, una volta liberato dalla polizia di frontiera, ci penso. È vero, è tutto terribilmente semplice. «Noi palestinesi paghiamo le colpe dell’orrore europeo della Shoah», mi ha detto Ghayath. «Toccherebbe all’Europa cercare di mediare, per aiutare la Palestina a ritrovare una dignità». Già, l’Europa. Quale Europa?, penso.

Giuseppe Catozzella, :«Nell’abisso Palestina»

 

thanks to: Invicta Palestina

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2018/11/giuseppe-catozzella-nellabisso-palestina.html

Corte Suprema israeliana dà il via libera a demolizione di scuola palestinese

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Betlemme-PIC. La Corte Suprema israeliana ha dato il via libera alla demolizione della scuola palestinese di Tahadi 5, nel villaggio di Beit Ta’mur, ad est di Betlemme.

Il direttore del comitato anti-colonie di Betlemme, Hasan Brijiya, ha affermato che la sentenza del tribunale ha dato il via libera alla demolizione della scuola da parte dell’esercito e dei coloni israeliani.

L’avvocato Emil Mashreki presenterà un ricorso al tribunale centrale israeliano per impedire la demolizione.

Brijiya ha affermato che i palestinesi locali si manterranno vigili nell’area, in modo da stare in guardia contro qualsiasi tentativo di demolizione.

In una chiara violazione di tutte le leggi e dei principi dei diritti umani, incluso il diritto all’istruzione e all’accesso alle istituzioni educative, molte scuole nei villaggi palestinesi e nelle comunità beduine sono attaccate da soldati e coloni israeliani.

thanks to: InfoPal

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Malato di cancro in condizioni critiche prigioniero in carcere israeliano

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Ramallah-PIC. Un rapporto palestinese ha avvertito che le condizioni di salute del prigioniero Yaser Rabai’ah, che soffre di cancro al colon, hanno raggiunto una fase critica.

Il rapporto, che è stato rilasciato dalla Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex-detenuti, ha dichiarato che il prigioniero Rabai’ah è stato trasferito nel carcere di Ashkelon come preparativo per il suo trasferimento all’ospedale Barzilai, dove riceverà la chemioterapia.

Secondo il rapporto, Rabai’ah è esposto a negligenza medica nelle carceri israeliane e subì un intervento chirurgico per rimuovere parte del suo fegato nel 2007.

Il prigioniero, che è in detenzione dal 2001, sta scontando l’ergastolo.

thanks to: Infopal

Il prigioniero politico Adnan liberato dopo 2 mesi di sciopero della fame

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IMEMC. Dopo uno sciopero della fame di 58 giorni, Khader Adnan è stato rilasciato dalla prigione israeliana.

Questo è stato il terzo sciopero della fame di Adnan: nel 2011 intraprese uno sciopero della fame di 66 giorni e nel 2014 uno “sciopero della fame fino alla morte” di 55 giorni. Divenne un simbolo dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame e della loro risoluta resistenza alle orribili condizioni e alla brutalità delle strutture di detenzione israeliane.

Adnan è stato ripetutamente imprigionato dalle autorità israeliane, che lo accusano di essere membro di una “organizzazione bandita”, il Jihad islamico. Ma non è mai stato accusato di aver intrapreso azioni violente o di aver preso parte alla resistenza armata; l’essere semplicemente considerato un “rischio per la sicurezza” lo ha portato in prigione per mesi e persino per anni senza accuse specifiche. Ha trascorso un totale di otto anni nelle carceri israeliane.

L’imprigionamento più recente è durato undici mesi, senza che alcuna accusa venisse esplicitata contro di lui. È uno delle centinaia di prigionieri palestinesi detenuti senza accuse nell’ambito della cosiddetta “detenzione amministrativa”: le autorità israeliane imprigionano i palestinesi a tempo indeterminato senza accuse né accesso a un sistema legale di processi e appelli.

Lo sciopero della fame di Adnan, del 2011, scatenò un movimento tra i prigionieri palestinesi: nel 2012, circa 2.000 prigionieri palestinesi iniziarono uno sciopero della fame chiedendo la fine della politica di detenzione amministrativa, isolamento e altre misure punitive.

Il 28 ottobre di quest’anno, dopo 57 giorni di sciopero della fame, Adnan annunciò che avrebbe smesso di bere acqua. Poco dopo entrò in trattative con le autorità israeliane, che accettarono di rilasciarlo se avesse posto termine allo sciopero della fame.

Fonti informate hanno riferito a PIC che Adnan è stato rilasciato dopo 11 mesi di detenzione amministrativa, giudicata sufficiente da un giudice militare che si era occupato del caso a fine ottobre, dopo che Adnan aveva deciso di astenersi dal bere acqua.

Durante lo sciopero della fame di 58 giorni, la salute di Adnan si era gravemente deteriorata dopo aver smesso di prendere integratori che lo aiutavano a sopravvivere al lungo digiuno. Prima di terminare il suo sciopero, aveva iniziato a mostrare sintomi gravi come il vomito con sangue.

Adnan, 40 anni, di Arrabeh, in Cisgiordania, aveva detto ai suoi avvocati e persone che lo visitavano, che stava facendo lo sciopero della fame per ottenere la libertà, e contro la detenzione senza processo e il rinnovo delle accuse inventate contro di lui.

Ha concluso il suo sciopero in seguito alle promesse di ottenere un’udienza per il suo caso e di interrompere il rinnovo della sua detenzione.

Dall’inizio del suo sciopero, Adnan è stato sottoposto a misure abusive: era in isolamento, veniva spostato da un centro di detenzione a un altro, era privato delle visite e detenuto in condizioni carcerarie dure.

Adnan è sposato ed è padre di sette figli, il più grande dei quali ha 10 anni e la più piccola, Maryam, ha 18 mesi.

thanks to: Infopal

Le incursioni israeliane a Gaza sono la regola, non l’eccezione

Secondo le Nazioni Unite, le truppe israeliane  sono entrate a Gaza oltre 70 volte quest’anno. E quelle sono solo le incursioni che si conoscono.

Henriette Chacar  – 13 novembre 2018

Foto di copertina: Soldati israeliani schierati lungo il confine di Gaza. (Miriam Alster / Flash90)

Da quando a Gaza domenica notte le forze speciali israeliane si sono  impegnate in un micidiale conflitto a fuoco con i commando di Hamas, Israele ha lanciato dozzine di bombe e missili sulla Striscia e Hamas ha lanciato centinaia di missili contro Israele.

Il New York Times ha definito il raid delle forze speciali come “la prima incursione israeliana a Gaza dai tempi dell’Operazione Margine Protettivo , nel luglio 2014”.

Ciò  non potrebbe essere più lontano dalla verità.

Dall’inizio del 2015 fino alla fine dell’ottobre 2018, l’esercito israeliano ha compiuto 262 tra incursioni e operazioni di terra all’interno della Striscia di Gaza, di cui oltre 70 solo quest’anno. Questi numeri non includono le operazioni segrete come quella andata male domenica.

Come un generale israeliano in pensione ha spiegato alla televisione nazionale, tali incursioni segrete attraverso le linee nemiche sono in realtà di routine. “Attività di cui la maggior parte dei civili non è a conoscenza si svolgono ogni notte e in ogni regione”, ha detto Tal Russo al canale israeliano Channel 10 mentre si discuteva degli eventi di Gaza.

Secondo i dati ottenuti da +972 dall’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) nei Territori Palestinesi occupati, nel 2014 Israele ha effettuato 21 incursioni a Gaza (esclusa la guerra di sette settimane). L’anno successivo, nel 2015, quel numero è più che raddoppiato, salendo a 56. Nel 2016 e nel 2017 si sono svolte rispettivamente 68 e 65 incursioni. Secondo i dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’ottobre 2018, erano stati registrati 73 incidenti del genere.

Ciò che è eccezionale nell’azione di domenica non è che i soldati israeliani siano entrati a Gaza, ma che l’operazione militare sia stata scoperta-

Ibtisam Zaqout, responsabile del lavoro sul campo  del Centro Palestinese per i Diritti Umani ha spiegato a +972 che  il più delle volte, quando  le forze israeliane si infiltrano nell’enclave costiera, rimangono tra i 200 e i 300 metri dalla barriera di confine.

Solitamente i soldati non attraversano la barriera a piedi, ma con i bulldozer militari, principalmente per radere al suolo edifici e livellare la terra, così da mantenere sgombra la visuale nella “zona cuscinetto” mantenuta da Israele lungo il confine, ha aggiunto.

Israele non ha determinato il perimetro di questa area riservata agli accessi lungo la barriera con Gaza, e ha spesso impiegato una violenza letale per allontanare gli abitanti di Gaza. Secondo il rapporto Gisha pubblicato ad agosto, tra il 2010 e il 2017 le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso lungo la recinzione di Gaza-Israele almeno 161 Palestinesi e ne hanno feriti più di 3.000

Queste continue restrizioni di movimento vicino alla barriera, che il rapporto descrive come “arbitrarie” e “incoerenti”, non solo mettono in pericolo la vita delle persone, ma danneggiano anche gravemente i mezzi di sostentamento di decine di migliaia di agricoltori e di pastori di Gaza, soffocando lo sviluppo economico della Striscia.

La limitazione di movimento lungo la recinzione, oltre alle incursioni diurne e palesi che colpiscono gli agricoltori e i raccoglitori di rottami, sono solo due esempi dei modi in cui Israele continua a esercitare il controllo sui Palestinesi a Gaza nonostante il “disimpegno” del 2005. Da quando Hamas ha preso il controllo della striscia nel giugno 2007, Israele ha anche mantenuto un rigoroso blocco di terra, aria e mare.

L’incursione segreta di domenica sera dimostra qualcosa di ancora più ampio. Il raid è stato compiuto al culmine dei più seri colloqui di cessate il fuoco che  ci siano mai stati tra Israele e Hamas dal 2014. Inoltre si è verificato poche ore dopo che il primo ministro israeliano Netanyahu aveva dichiarato che stava facendo di tutto per evitare un’altra guerra, dichiarazione che suggerirebbe che Israele non avrebbe intenzione di innescare un’escalation. In altre parole, non c’era nulla di speciale nell’incursione transfrontaliera se non il fatto di aver lasciato sette persone morte.

Interrogato lunedì sulla frequenza delle incursioni a Gaza negli ultimi anni, un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che l’esercito “non discute tali questioni”.

[Nota dell’editore: in conformità con i nostri obblighi legali, questo articolo è stato inviato al Censor IDF per la revisione prima della pubblicazione. Non ci è consentito indicare se e dove l’articolo è stato censurato.]

thanks to:  972mag

Traduzione di Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

 

Striscia di Gaza, i bombardamenti israeliani hanno ucciso 13 palestinesi, ferito 28 altri e danneggiato e distrutto centinaia di edifici

14/11/2018

Gaza-PIC e Quds Press. Il capo dell’Ufficio informazioni del governo palestinese nella Striscia di Gaza, Salama Maaruf, ha affermato che 13 palestinesi sono stati uccisi e 28 altri sono rimasti feriti da domenica 11 novembre, inizio dell’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza.

Da domenica sono stati effettuati 150 raid aerei israeliani durante i quali sono stati presi di mira 80 edifici e istituzioni, incluse strutture governative e civili.

Prendere di mira le aree civili, ha affermato Maaruf, “è un chiaro crimine di guerra che ha bisogno di un intervento internazionale urgente”.

Il ministro dei Lavori pubblici e degli alloggi a Gaza, Mufid al-Hasayneh, ha confermato che le stime preliminari dell’aggressione israeliana a Gaza indicano che 880 unità abitative sono state danneggiate, parzialmente o totalmente distrutte dalle forze di occupazione.

“Le stime preliminari dei danni agli edifici, dopo le visite sul campo, ammontano a 80 unità abitative completamente demolite, 50 parzialmente danneggiate e 750 parzialmente e moderatamente danneggiate“, ha detto in una dichiarazione martedì sera.

Ha sottolineato che l’80% dei danni si concentra nella Città di Gaza, sottolineando che i macchinari del ministero dei Lavori pubblici e degli alloggi hanno iniziato a rimuovere le macerie. 

Al-Hasayneh ha confermato che il ministero ha iniziato l’inventario iniziale dei danni alle strutture residenziali.

thanks to: Infopal