GIRO 2018: Le tappe della memoria

In Palestina le prime tre #tappe del Giro dovrebbero transitare sulle macerie dei paesi distrutti dalle forze armate sioniste e sulle tombe della popolazione palestinese sterminata.

La prima tappa non poteva non partire da #Gerusalemme. E’ un percorso a cronometro tecnicamente impegnativo. Da subito, appena presentato il Giro negli studi RAI nel novembre 2017, i sionisti hanno ottenuto l’eliminazione della dicitura “Ovest” dopo “Gerusalemme”. Evidentemente già sapevano quello che sarebbe accaduto dopo pochi giorni, ai primi di dicembre, e cioè la dichiarazione di Trump di riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele senza alcuna distinzione tra Ovest ed Est. Questo riconoscimento contrasta le molteplici Risoluzioni ONU che attribuiscono a Gerusalemme uno status internazionale e che ordinano a Israele il ritiro dai territori occupati nel 1967 (tra cui Gerusalemme est). Il riconoscimento azzera uno dei principi cardine del diritto internazionale, quello che vieta l’acquisizione di territorio con la forza. Bando a sottili disquisizioni giuridiche, da tempo tenute in alcun conto; torniamo al percorso della tappa che tocca luoghi significativi. I corridori dovrebbero transitare vicino a #KfarSha’ul, una cittadina sorta sulle macerie di #DeirYassin. Costretti dalla necessità della gara contro il tempo, essi non potrebbero soffermarsi a rendere omaggio alle centinaia di vecchi, uomini, donne e bambini massacrati il 9/4/1948. In oltre 144 case abitavano 708 persone. La pulizia etnica è stata totale e nessuno è rimasto vivo a Deir Yassin: o uccisi o espulsi. Doverosamente il percorso tocca #Talbiyya, città natale di Edward Said. Si passa poi vicino a via #Jabotinsky, una delle tante vie d’Israele dedicate a questo signore, onorato eroe nazionale benché grande estimatore di Mussolini (sì, Benito, quello delle leggi razziali) nonché fondatore dell’Irgun, organizzazione terroristica ebraica nata nel 1935 da una scissione dell’Haganah e responsabile, con la banda Stern, tra l’altro, dell’attentato all’Hotel King Daviddi Gerusalemme ove nel 1946 furono uccise 91 persone tra cui 17 ebrei. Il crimine più significativo della banda Stern (subito dopo essere stata integrata nell’esercito israeliano) è l’omicidio del conte Bernadotte del settembre 1948: la sua sgradita attività di mediatore ONU prevalse sui suoi immensi meriti nell’attività a favore dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti: grazie a Bernadotte si salvarono circa 30.000 persone tra cui migliaia di ebrei (tra 6000 e 10.000). I corridori dovrebbero andare poi verso la porta di #Giaffa, ove sorgeva il quartiere marocchino, distrutto nel 1967, al quarto giorno della guerra cosiddetta “dei sei giorni”, per fare posto al grande slargo avanti al Muro del pianto. Il villaggio di #Lifta non è lontano dal percorso; fu parzialmente distrutto nel Gennaio 1948 e i suoi 2958 abitanti furono uccisi o espulsi. La tappa di Gerusalemme non poteva non toccare lo #YadVashem, l’Ente nazionale per la memoria della Shoah. Nel suo Giardino dei Giusti trova posto anche Gino Bartali, usato dagli organizzatori del Giro e dalla propaganda israeliana come astuto espediente per giustificare la scelta di #Israele come luogo di partenza del #101° #GiroDItalia. Nonostante la massiccia campagna mediatica qualche sospettoso ha notato che l’inserimento di #Bartali tra i #Giusti è stato piuttosto tardivo (2013) e ha insinuato il dubbio che sia stato solo funzionale alla realizzazione dell’attuale Giro. Tanti ebrei antifascisti e antisionisti hanno chiesto di togliere il nome dei loro familiari dallo Yad Vashem per non sentirsi complici dei crimini sionisti commessi anche strumentalizzando il genocidio subito. I corridori, chini sul manubrio, non avrebbero tempo e voglia di pensare a tutto questo.

#PRIMATAPPA: Gerusalemme

1 – Deir yassin

  •   Attaccata il 9 apr. 1948.
  •   N. abitanti nel ’48, 708.
  •   N. case 144, nel 1944.
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione villaggio: parziale.
  •   Oggi è la cittadina Kfar Sha’ul.

Testimonianza del massacro:

Dal libro “Vittime” di Benny Morris, pag. 265:


“Avvenne
con l’approvazione dell’ Haganah e in stretta collaborazione con esso … [fornirono] il fuoco di copertura e due squadre delle Palmah con alcuni blindati parteciparono alla battaglia”. “ Intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolti sotto le macerie delle loro case, uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni, prigionieri passati per le armi. E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne bambini, trasportati su autocarri scoperti per le vie a Ovest di Gerusalemme in una sorta di “trionfo” nello stile dell’antica Roma”. “Alcuni sono stati brutalmente eliminati dai loro catturatori” “I maschi adulti sono stati portati in città su alcuni camion, fatti sfilare per le strade, riportati al punto di partenza e fucilati con mitragliatrici e fucili mitragliatori. Prima di caricarli sui camion, gli uomini dell’ IZL e della LHI hanno frugato donne, uomini e bambini e prendendo denaro e gioielli. Il trattamento riservato a costoro è stato particolarmente barbaro, con calci, pressioni con le canne dei fucili, sputi e insulti (alcuni abitanti di Givat Shaul hanno partecipato alle sevizie)”.

2 – Musrara è un quartiere dove esiste un museo chiamato Museum of the Seam. La palazzina, edificata nel 1928, appartiene alla famiglia palestinese Baramki, che tutt’oggi vive a Gerusalemme, ma è considerata assente.

3 – Talbya è il quartiere dove nacque Edward Said.

4 – Jabotensky St. Ze’ev Jabotensky fu un sionista che aveva sempre ammirato Benito Mussolini. La strada incrocia il percorso (o forse per un breve tratto lo percorre), quindi è in contrasto con gli ideali di Bartali.

5 – International Christian Embassy, un’associazione di evangelisti tra i più fanatici e fondamentalisti. Il loro sito non lascia alcun dubbio sulle loro aspirazioni. Loro sede è la villetta della famiglia Haqq, il cui nonno, fuggito dal Caucaso ai tempi della repressione dello Zar si era stabilito in Palestina e, successivamente il figlio e il nipote, tutti e due architetti, progettarono e costruito la villetta. Il figlio Hani, oggi vive come profugo ad Amman in Giordania.

6 – Il Quartiere Marocchino è stato distrutto il 10.6.1967, quattro giorni dopo l’inizio della guerra, per far spazio alla piazza del muro del pianto.

7 – Lifta è un emblema della Pulizia Etnica Vivente in quanto la maggior parte dei suoi abitanti sono tutt’ora residenti a Gerusalemme, vedono le loro case ma sono “assenti” in quanto alla loro proprietà.

  •   Attaccata il 1 gennaio 1948.
  •   N. abitanti nel ’48: 2.958.
  •   N. case nel 1931: 410
  •   Pulizia Etnica: totale.
  •   Distruzione del villaggio: parziale.
  •   Oggi è abbandonata.

#SECONDATAPPA: Haifa – Tel Aviv

I corridori, le ammiraglie e le moto dovrebbero passare sulle macerie di 18 villaggi e paesi distrutti. Subito dopo Haifa i corridori dovrebbero transitare da #AlManshiyyah per un doveroso omaggio a Ghassan Kanafani, qui nato l’8/4/1936. Poi, giunti ad #AlBirwa, dovrebbero ricordare Mahmud Darwish, qui nato il 13/3/1941. Nessuna targa ricorda la nascita di questi due grandi scrittori e poeti anche perché non c’è più alcuna casa palestinese su cui affiggerla. Al posto dei due villaggi ci sono, infatti, i quartieri di Shomrot e Bustan Ha Galil e i kibbutz Yas’ur e Ahihud. Sulle macerie di tutti gli altri villaggi attraversati ci sono o colonie o distese di boschi e campi. Così sino a #ShekhMuannas, #Jarisha e #Salama, oggi quartieri di Tel Aviv. Le case demolite lungo il percorso della seconda tappa tra marzo e luglio 1948 sono state più di 5.341. La popolazione palestinese uccisa o espulsa ammonta a oltre 29.354 persone. Nessuna possibilità per costoro, per i loro figli e per i loro nipoti di assieparsi sul bordo della strada per applaudire i corridori. I palestinesi sopravvissuti alla Nakba potrebbero avere l’occasione di vedere i luoghi della loro infanzia in televisione da Amman, da Beirut, dai campi profughi e dai luoghi nel mondo della diaspora.


#TERZATAPPA: da Be’er Sheva a Eilat

Attraverserebbe il deserto del Negev. Gaza resta lontana, non si vede e, comunque, i suoi 2 milioni di abitanti non potrebbero uscire dalla loro prigione per andare a guardare la corsa. #BeerSheva è stata occupata il 18 Ottobre 1948 ma non è noto quanti abitanti siano stati uccisi o espulsi. Nel #Negev vi sono 45 villaggi “fantasma”, cioè villaggi di cui Israele non riconosce l’esistenza. Pende su di loro un progetto di distruzione (piano Prawer) ma la resistenza lo sta impedendo (famoso il caso del villaggio di #AlArakib demolito e ricostruito 111 volte). Anche l’Alta Corte di giustizia di Israele ha sentenziato contro i beduini del Negev, sostenendo che devono lasciare il posto ad “ebrei etnicamente puri”. I corridori transiterebbero vicino a due dei villaggi e potrebbero fare una breve sosta per bere del tè, che sarebbe sicuramente loro offerto, e per solidarizzare con i nomadi palestinesi. Nella zona di #Asluj oggi c’è un grande parco dedicato a Golda Meir. Questa signora, considerata una madre della Patria, è famosa anche per alcune sue celebri frasi; vale la pena ricordarne due: “Arabi, non potremo mai perdonarvi per averci costretto ad uccidere i vostri figli” e soprattutto “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e abbiamo preso il loro posto. Essi non esistono”. #Eilat si chiamava #UmRashrash ed era luogo di sosta per i pellegrini diretti alla Mecca.

1 – Be’er Sheva Caduta il 18 ottobre 1948. Nel 1945 contava 5.500 abitanti . Tre giorni dopo l’occupazione, l’esercito israeliano controllava la città e tutto il Negev.
2 – Tel Be’er Sheva (in arabo: Collina di Be’er Sabe’). A 5 km da Be’er Sheva, sito archeologico dove giacciono numerose stratificazioni di resti umani, la più antica delle quali ha 7.000 anni. Residenza di diverse civiltà attraversate da eventi bellici e naturali, è stato distrutto, abbandonato e ricostruito più volte fino agli inizi del 1900, quando gli Ottomani vi costruirono, nelle vicinanze, una stazione di polizia, una moschea nel 1905, e una ferrovia che, attraverso la linea Hijaz, raggiunge l’ Arabia Saudita.
3 – Farahin Accampamento di nomadi palestinesi
4 – Asluj Occupata l’11 giugno ’48, liberata dalle forze egiziane e rioccupata da Israele il 25 dicembre ‘48. La maggior parte del suo territorio ora è coperto dal parco dedicato a Golda Meir.
5 – Abdah Accampamento di nomadi palestinesi
6 – Um Rashrash Oggi la città di Elat. Nel ’48 vi erano solo alcuni edifici stagionali di servizio ed una postazione per i pellegrini diretti alla Mecca. Nel ’48 non vi furono scontri.


INFINE:

Questo Giro non solo coincide con il 70° anniversario della nascita dello Stato ebraico ma è anche il #101° Giro. Questo numero piace ai sionisti perchè evoca in loro l’Unità 101. Questa squadra terroristica, creata nel 1953, fu formata da una cinquantina di incursori al comando di un giovanissimo ma promettente Ariel Sharon, allora maggiore, (sì, lui, quello di Sabra e Chatila). L’Unità 101 deve la sua fama in Israele soprattutto per la strage nel villaggio di Qibiya nell’Ottobre 1953. Furono uccise 69 persone, per due terzi donne e bambini; furono minati 45 edifici, incluse scuole e moschea, e furono fatti esplodere con dentro le persone.


Milano / Presidio alla Rai di Milano del 29 novembre 2017 

Il video ANSA QUI



E’ possibile stampare i pannelli delle 3 tappe:


Scaricate da qui:

a cura di Dirar Tafeche

Sorgente: GIRO 2018: Le tappe della memoria – Parallelo Palestina

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“Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi

Mintpressnews.com. Di  Whitney WebbI massicci raduni e le campagne su Facebook che invocano il genocidio dei Palestinesi vengono ignorati dai media mainstream occidentali e da Facebook stesso, nonostante la preoccupazione e le collaborazioni volte a fermare gli “appelli alla violenza”.
Dallo scorso ottobre, il governo israeliano ha accusato i Palestinesi e i loro alleati di “incitamento alla violenza” contro gli Israeliani, sebbene solo 34 Israeliani siano morti in quel periodo rispetto ai 230 palestinesi. L’aumento della violenza è stato attribuito a un’invasione israeliana condannata a livello internazionale delle terre palestinesi nella contesa Cisgiordania.
La preoccupazione del governo israeliano per le recenti violenze lo ha portato ad arrestare i Palestinesi per i contenuti pubblicati nei social media, poiché porterebbero potenzialmente a crimini. Quest’anno sono stati arrestati 145 palestinesi per “crimini” di “incitamento” sui social media. Questa pratica alla fine ha condotto il governo israeliano e Facebook a collaborare, e lo sforzo per frenare l’incitamento nei social media ha significato al blocco di diversi account Facebook di giornalisti e agenzie stampa palestinesi.
Tuttavia, i social media, così come i principali media occidentali, non hanno condannato l”‘incitamento” israeliano contro i Palestinesi, la cui pratica è sorprendentemente comune, considerata la scarsa o nessuna attenzione che riceve. Spesso questi post, immagini e manifestazioni anti-palestinesi sono pieni di richieste di genocidio, con grida di “Morte a tutta la nazione araba” e “Uccidili tutti”.
Persino il Times of Israel ha pubblicato un articolo su “Quando il genocidio è ammissibile” in riferimento al trattamento riservato da Israele ai Palestinesi. Sebbene alla fine il post sia stato rimosso, indica una mentalità fin troppo comune e pericolosa che i social media, il governo israeliano e i media occidentali “convenientemente” ignorano.
Un’agenzia di stampa israeliana ha perfino messo alla prova l’allora sospetto trattamento preferenziale e ha scoperto che Facebook e le autorità israeliane trattano in maniera differente le richieste di vendetta da parte di Palestinesi e Israeliani.
Anche i grandi raduni che chiedono il genocidio palestinese sono stati ignorati interamente dai social media e da quelli delle corporation. All’inizio di quest’anno, a Tel Aviv si è tenuta una massiccia  manifestazione anti-palestinese in cui a migliaia hanno chiesto la morte di tutti gli Arabi. La manifestazione è stata organizzata per sostenere un soldato israeliano che ha ucciso un Palestinese già ferito sparandogli alla testa in una “esecuzione”.
Il soldato Elor Azaria è stato accusato di omicidio colposo per un’uccisione in territorio sovrano palestinese nella città di Hebron.
A Hebron vi è un insediamento ebraico illegale, ma nonostante la sua illegalità è protetto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Ciò ha portato a frequenti scontri tra israeliani e palestinesi nell’area.
Alla manifestazione di Tel-Aviv hanno partecipato circa 2.000 persone e diverse icone pop israeliane hanno intrattenuto i partecipanti, tra cui Maor Edri, Moshik Afia e Amos Elgali, insieme al rapper Subliminal. I canti di “Elor [il soldato] è un eroe” e gli appelli per liberarlo erano frequenti. Una donna è stata fotografata con un cartello con la scritta “Uccidili tutti”.
Un giornalista ebreo presente sulla scena ha osservato che sembrava “più di qualsiasi altra cosa, una celebrazione dell’omicidio”. Nonostante l’evidente animosità e l’incitamento resi evidenti durante il raduno, non è difficile immaginare quale sarebbe stata la risposta se si fosse trattato di una manifestazione pro-palestinese con la richiesta di morte diretta agli ebrei. Il netto divario tra ciò che è ammissibile per i Palestinesi e ciò che è permesso  agli Israeliani dovrebbe riguardarci tutti come il fatto che il diffuso pregiudizio dei social media, della stampa e molti governi minacciano di renderci ciechi dalle realtà del conflitto israelo-palestinese.
Traduzione per InfoPal di Bushra Al Said

Sorgente: “Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi | Infopal

Un terrorista israeliano ucciso nell’attacco di Tel Aviv

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Gerusalemme–CPI. Fonti israeliane hanno rivelato che, tra i morti dell’attacco di Tel Aviv di ieri, figuravano un ex soldato di un’unità di commando e un professore dell’Università sionista di Ben Gurion.
Dopo la divulgazione dei dettagli sui morti dell’attacco di Tel Aviv avvenuto mercoledì sera, i mass-media sionisti hanno rivelato che uno di loro si chiamava Idan Ben-Ari, 42 anni, originario della colonia di Ramat Gan. Lavorava per un’unità di commando dell’esercito selezionata per compiere crimini all’estero. Il professore, Michael Vega, 58 anni, originario della stessa colonia, era sociologo e direttore del programma di studi superiori ad Israele, all’Università Ben Gurion.
Le fonti hanno dichiarato che Idan, in passato, aveva prestato servizio per l’esercito nell’unità speciale di stato maggiore (Matkal), poi aveva terminato il servizio militare e, in seguito, aveva raggiunto le forze regolari e di riserva. Aveva ricevuto la medaglia al merito dal capo dell’esercito.

Quanto a Vega, aveva lavorato come amministratore del piano educativo per gli studi israeliani della Facoltà di scienze politiche e sociali all’Università di Ben Gurion a Be’er Sheva.
Gli altri due morti: Ilana Napheh, 39 anni, originaria di Tel Aviv, e Milah Micib, 33 anni, di Rishon Lezion.

Quattro sionisti sono stati uccisi mercoledì sera e sette altri feriti, alcuni dei quali versano in gravi condizioni, dopo la sparatoria compiuta da due combattenti palestinesi, nel centro di Tel Aviv, nella Palestina occupata dal 1948.

Traduzione di Giovanna Vallone

thanks to: Infopal

Matteo Renzi ad Auschwitz: “Auschwitz è il Paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il Paese del nostro futuro”.

MATTEO RENZI IN ISRAELE

TEL AVIV\ aise\ –Israele è il Paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il Paese del nostro futuro”. Così Matteo Renzi durante la sua prima visita ufficiale a Tel Aviv parlando all’Università. Renzi ha assicurato che i legami tra Italia e Israele “sono molto forti, in particolare in politica estera”, quasi a sdrammatizzare la contrarietà di Israele al recente accordo sul nucleare siglato a Vienna tra Europa e Iran.
Un disaccordo ed una preoccupazione ribaditi da più parti ieri al presidente italiano.
“Siamo molto preoccupati e stiamo facendo di tutto” per convincere gli altri che l’Iran rappresenta ancora una minaccia, ha spiegato il presidente israeliano Reuven Rivlin nell’incontro con Renzi a Gerusalemme.
“L’accordo con l’Iran rappresenta una grande minaccia per Israele, l’Europa e tutto il mondo e metterà Teheran in condizione di avere a disposizione decine di armi atomiche entro 10 anni”. Così il premier israeliano Benyamin Netanyahu, dopo l’incontro con Renzi. In conferenza stampa Netanyahu ha parlato di un “cattivo accordo” e di un “errore storico” ed ha ammonito: “in 10 anni l’Iran sarà in grado di dotarsi di un’arsenale nucleare. In questo lasso di tempo l’intesa permette al regime di Teheran di costruire quante centrifughe vuole, per arricchire in modo illimitata le scorte di uranio. L’Iran potrà allora balzare verso decine di ordigni nucleari in un tempo zero”. Allo stesso tempo, ha aggiunto, “l’accordo garantirà nell’immediato all’Iran centinaia di migliaia di dollari che saranno diretti verso la sua aggressività nella regione e al terrorismo che dissemina in tutto il mondo”. Questo significa “altri fondi per i Guardiani della Rivoluzione, per le Forze Quds, per gli Hetzbollah, per Hamas, per la Jihad islamica, per il terrorismo che l’Iran appoggia in Libia, per le milizie sciite in Iraq e gli Huti in Yemen”.
Italia e Israele hanno posizioni “diverse” riguardo all’accordo sull’Iran, ha ammesso Renzi, precisando che l’Italia sostiene questo compromesso, ma ritiene che la sicurezza di Israele sia un dovere e un diritto. “La sicurezza di Israele è la sicurezza dell’Europa e anche la mia: abbiamo un destino comune da condividere”, ha osservato.
Renzi non ha però raccolto solo moniti in Israele. Rivlin, che già l’allora sindaco di Firenze accolse come presidente della Knesset, ha parlato del presidente italiano come “uno dei leader della nuova generazione, del futuro”, mentre Netanyahu, che ha accolto Renzi nella sua residenza di Gerusalemme con un “Buonasera Matteo” in italiano, ha detto che l’amicizia tra Italia e Israele “è forte e possiamo renderla ancora più forte. C’è una cooperazione di successo”. Il premier israeliano ha riconosciuto la “forte opposizione italiana all’antisemitismo” ed ha ribadito che “Italia e Israele hanno relazioni speciali” ed antiche. Un’amicizia, ha aggiunto, che “spero diventi sempre più solida in molti campi, dalla difesa all’economia, dalla ciber-security al commercio: le nostre relazioni possono crescere ancora di livello. L’Italia è nostro partner e nostro amico”.
Nel corso della giornata di ieri Renzi è inoltre intervenuto all’Università di Tel Aviv ed al Museo dell’olocausto, lo Yad Vashem, dove brucia la fiamma che ricorda 6 milioni di vittime della Shoah.

“Abbiamo la responsabilità del ricordo e dell’impegno quotidiano, giorno dopo giorno, contro l’antisemitismo, vera minaccia per la pace”, ha detto Matteo Renzi.

“La Shoah è parte integrante della nostra identità di italiani ed europei”, ha scritto il presidente nel libro dello Yad Vashem. “Mai più! Mai più! Mai più!”.

thanks to: aise

Come ho smesso di essere ebreo: Shlomo Sand e il suo nuovo libro

 

Shlomo-Sand

Intervista esclusiva. «L’inverno qui a Tel Aviv è meraviglioso», mi dice Shlomo Sand, prima di aggiungere: «Penso che sia l’unica cosa bella, qui».

Docente di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, le pubblicazioni di Sand hanno causato molte discussioni. Nel suo nuovo libro, How I stopped being a Jew, l’autore spiega la rottura personale con l’ebraismo secolare. Tale identità significa appartenere a un gruppo selezionato – egli spiega – e accedere a privilegi ai quali voglio rinunciare.

«In Israele non c’è dubbio che essere ebreo significa potere e privilegi», egli dice. Ma ciò avviene a spese degli arabi-israeliani, che non sono ebrei, e che sono pertanto cittadini di seconda classe. Peggio ancora, i privilegi sono irraggiungibili a causa della natura stessa dell’ebraismo secolare. Ad esempio, se credi in Dio puoi diventare un ebreo religioso, o, con molti sforzi, puoi diventare inglese, o francese, o un membro del partito laburista. Ma gli studenti palestinesi di Sand, se vogliono diventare ebrei secolari, devono prima diventare ebrei religiosi.

«Per la prima volta in vita mia io ritengo che essere un ebreo secolare significa appartenere a un club esclusivo, al quale non si è liberi di unirsi. Nessuno può diventare un ebreo secolare se non si è nati da madre ebrea. Ho deciso di non voler far parte, per il resto della mia vita, di un club cui non si ha libero accesso».

«Lo Stato di Israele, definendo se stesso Stato ebraico, designa gli ebrei in Israele come persone privilegiate. Per fare un esempio, se la Gran Bretagna dichiarasse di non essere lo Stato di tutti i britannici, ma solo di quelli cristiani, essere un inglese cristiano, in uno Stato simile, sarebbe da privilegiati. C’è una gran parte della popolazione che non è ebrea, e che non può diventare ebrea. Questo è un buon motivo per non considerare me stesso, in Israele, ebreo».

Nonostante la sua natura selettiva, Israele viene sempre considerata l’unica democrazia del Medio Oriente. Sand ritiene che una cultura politica liberale, in Israele, esista – il fatto che il suo libro sia stato pubblicato lì, e che esso sia diventato un best seller, lo prova -. Ma non è una reale democrazia. Israele non cerca di tornare utile ai suoi cittadini, ritiene Sand, ma cerca i vantaggi per gli ebrei in tutto il mondo.

Gli allievi arabo-israeliani di Sand non sono solo cittadini di uno Stato che non appartiene loro: i palestinesi dei Territori palestinesi occupati vivono privi di qualsiasi diritto civile o politico, dice Sand. «Non si tratta di 47 giorni, settimane o mesi. Sono 47 anni. E’ un periodo storico – Israele non può essere definita democratica se una parte della sua popolazione vive privata di ogni diritto fondamentale… La prima democrazia solida del Medio Oriente può diventarlo, forse, la Tunisia. Forse».

Israele dovrebbe iniziare a definire se stessa Stato israeliano, piuttosto che Stato ebraico, dice Sand, o anche repubblica, o monarchia.

Riguardo i piani a più lungo termine per il Paese, spiega Sand che «moralmente» egli preferirebbe uno Stato. «Viviamo troppo a contatto con i palestinesi per stare completamente separati, non è possibile. Ma dal punto di vista politico, quando penso a un progetto politico che possa progredire in Medio Oriente, non penso alla soluzione a Stato singolo. La società ebraica israeliana è una società fortemente razzista. Diventare una minoranza nel proprio Stato, da un giorno all’altro, non credo sarebbe possibile».

Sand ci tiene a distinguere se stesso dagli «scrittori della sinistra sionista», come Amos Oz, puntualizzando che non è una questione di divorzio. «Non sono per niente per uno Stato ebreo israeliano. Ritengo che in uno stato di separazione continuerebbero a esserci arabi in Israele e forse ebrei in Palestina. Ma credo che per il momento l’unica soluzione politica possibile, anche se ci sono così tanti coloni e colonizzatori nei Territori occupati, sia la separazione sui confini del 1967. Ciò non significa che io ritenga che un tale progetto sia realizzabile, ma è più realistico di uno stesso Stato per arabi ed ebrei».

In quanto ai coloni, Sand mi dice che se egli fosse Netanyahu chiederebbe all’Autorità palestinese di proporre loro la scelta di continuare a vivere nelle loro case, alle stesse condizioni, come cittadini arabi in uno Stato arabo. Oppure, di ritornare vicino a Tel Aviv o vicino a Haifa. «Dipende dalla volontà dell’Autorità palestinese, perché bisogna capire che il fatto che ci siano dei coloni non è colpa dei palestinesi, è colpa del governo israeliano. A trovare una soluzione dev’essere Israele».

Poi, ci sono i 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi nei Paesi vicini. Secondo Sand Israele dovrebbe riconoscere la responsabilità di quanto accaduto nel 1948 e del problema dei rifugiati palestinesi. Ma ritiene che il diritto al ritorno non si possa realizzare se non con la distruzione dello Stato di Israele.

Ritiene inoltre che continuare a istruire i bambini nei campi profughi palestinesi su un loro ritorno, in futuro, a Haifa e a Jaffa, è criminale. «Tenerli da 67 anni nei campi è un crimine di per sé. Israele ha commesso il primo crimine cacciandoli quando fondarono il loro Stato. Ma i secondi criminali sono gli Stati arabi che li hanno tenuti nei campi».

Israele deve invece accettare una parte dei profughi, e condividere la responsabilità con i Paesi arabi vicini. «Non si può restituire loro la casa che è stata distrutta, ma si può prima di tutto riconoscere ciò che si è fatto, e in secondo luogo pagare un alto prezzo».

«Questa è una delle condizioni alle quali accetterei di portare avanti un qualsiasi piano di pace in Medio Oriente», egli continua. I palestinesi riceverebbero la nazionalità siriana, libanese o giordana come una delle condizioni del processo. Se sono contrario al diritto al ritorno ciò non vuol dire che sia contro il ritorno di una parte dei palestinesi nello Stato palestinese».

Così com’è ora, lo Stato israeliano non può continuare a esistere, dice Sand. Ci sono molti riferimenti all’apartheid, nel libro di Sand, un termine controverso quando usato in riferimento a Israele.

«Nei Territori occupati è apartheid puro, anche se diverso da quello del Sudafrica. I coloni ebrei non vivono con gli arabi, e gli arabi non hanno il diritto di vivere nelle colonie ebraiche, sono completamente separati. L’unico contatto tra israeliani e palestinesi nei Territori occupati lo si ha quando i palestinesi vengono a costruire le case per i coloni. Non vivono insieme, non vanno a scuola insieme. Quindi ditemi, perché non dovrei utilizzare la parola apartheid?»

Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha dichiarato illegale, per i lavoratori palestinesi impiegati a Tel Aviv, prendere gli autobus israeliani per tornare a casa attraversando la Cisgiordania e gli insediamenti.

«Dicono che è una misura di sicurezza. Sta diventando una parodia in quanto i lavoratori vengono controllati al mattino. Se hanno delle bombe le possono far esplodere a Tel Aviv, o a Haifa. Perché riportarsi le bombe a casa, al ritorno?» Secondo Sand non si tratta in realtà di una «misura di sicurezza», ma è il risultato del desiderio dei coloni di non viaggiare sugli stessi autobus con gli arabi. «Sì, è un apartheid ebraico. La storia mette in scena vittime e carnefici, che cambiano ruolo in continuazione. Le vittime di ieri possono diventare i carnefici di oggi. E viceversa.

Nel capitolo iniziale di How I stopped being a Jew, Sand scrive che una delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo saggio è stata «porre un grande punto interrogativo contro idee comunemente accettate e presupposti profondamente radicati, non solo tra il pubblico israeliano ma anche nei network della comunicazione globale». Lei pensa che il suo libro abbia ottenuto l’effetto voluto?

«Per niente. Un libro non potrà mai cambiare il mondo. Scrivo proprio sapendo che i libri non possono cambiare il mondo, ma quando succede che il mondo cambia, le persone cercano altri libri. E’ per questo che continuo a scrivere… Penso che possa rendere le persone meno razziste», egli aggiunge, ammettendo di aver ricevuto centinaia di lettere per il suo lavoro. «Se il mio libro ha aiutato la gente a non essere razzista, ho raggiunto il mio obiettivo».

«Oggi sono così disperato e pessimista da pensare che tutto ciò che possa costringere Israele a lasciare i Territori occupati, e a porre fine a questa situazione, sia accettabile. Tutto tranne una cosa – il terrore».

Traduzione di Stefano Di Felice

Shlomo Sand on his new book, How I Stopped Being a Jew

“Winter here in Tel Aviv is wonderful,” Shlomo Sand tells me, before adding: “I think it’s the only thing here that is wonderful.”

A Professor of Contemporary History at the University of Tel Aviv, Sand’s published work has attracted much controversy. His new book, How I Stopped Being a Jew, is a personal account of the author’s break with secular Judaism; such an identity, he says, means belonging to a select group which comes with a set of privileges he would like to renounce.

“In Israel there is no doubt that to be a Jew means power and privilege,” he says. But this is at the expense of Arab-Israelis, who are not Jewish, and are therefore second class citizens. Worse still, such privileges are unreachable thanks to the nature of secular Judaism. If you believe in God you can become a religious Jew, for example, or with a lot of effort you can become British, French, a Labour Party member. But for Sand’s Palestinian students to become secular Jews, first they would have to become religious, then secular.

“For the first time in my life I define that being a secular Jew is to belong to an exclusive club that you cannot join. Nobody can become a secular Jew if he is not born to a Jewish mother. I decided I didn’t want to join, for the rest of my life, a club that you cannot join.”

“Because the Israeli state declares itself as a Jewish state, being a Jew in Israel is to be a privileged person. To give you an example, if Great Britain declared it is not a state of all British people but only of English Christians, to be an English Christian person will be a privilege in this state. There is a lot of the population who are not Jews, and cannot become Jewish. This is one good reason not to consider myself in Israel as a Jew.”

Still, despite its selective nature Israel is often held up as the only democracy in the Middle East. Sand says that a liberal, political culture does exist within Israel – the fact that his book was published there, and became a bestseller, is proof of that. But a real democracy, it is not. Israel is not looking out for the good of its citizens, believes Sand, but the benefit of Jews across the world.

Not only are Sand’s Arab-Israeli pupils citizens of a state that doesn’t belong to them, Palestinians in the Occupied Palestinian Territories are living without any political or civil rights, says Sand. “It’s not 47 days or weeks or months. It’s 47 years. It’s a historic period – Israel cannot be defined as a democracy when it’s keeping a population without any basic rights…Tunisia can maybe become the first stable democracy in the Middle East. Maybe.”

Israel could start by defining itself as an Israeli state, rather than a Jewish state, says Sand, or even as a republic or a monarchy.

As for longer term plans for the country, Sand explains that “morally” he prefers one state. “We are living too close with Palestinians to live completely separate, it’s not possible. But politically, when I’m thinking of a political project that can progress in the Middle East, I don’t believe in the one state solution. The Israeli Jewish society is a very racist society. To become a minority in their own state overnight, I don’t think that it’s possible.”

Sand is keen to distinguish himself from “writers of the Zionist left,” like Amos Oz, by pointing out that this isn’t a project of divorce. “I don’t want a pure Jewish Israeli state at all. I think that any separation will still keep Arabs in Israel and maybe Jews in Palestine. But I think that the only political solution for the moment, even if there are so many settlers, colonisers, in the Occupied Territories, is a separation on the border of 67. It doesn’t mean that I believe that we can realise this project. But it’s more realistic than one equal state between Arabs and Jews.”

As for the settlers, Sand tells me that if he were in the place of Bibi Netanyahu he would ask the Palestinian Authority to offer them a choice of continuing to live in their houses, in equal conditions, as Palestinian citizens in a Palestinian state. Or give them the choice to go back to their homeland near Tel Aviv or near Haifa. “It depends on the will of the Palestinian Authority because you have to understand that the fact there are settlers is not the fault of the Palestinians, it is the fault of the Israeli government. Israel has to find a solution for it.”

Then there are the 5 million Palestinian refugees who live in camps in the surrounding countries. Sand believes that Israel has to recognise responsibility for what happened in 1948 and the Palestinian refugee problem. But he believes that the right of return cannot be realised without the destruction of the Israeli state.

He also believes that continuing to educate children in the Palestinian refugee camps that one day they will come back to Haifa and Jaffa is criminal. “Keeping them 67 years in this camp is a crime in itself. Yes, Israel committed the first crime by throwing them away when they established their state. But the second criminals are the Arab states that kept them in this camp.”

Instead, Israel has to accept a number of refugees and share the responsibility with surrounding Arab countries. “You can’t give them back the house you destroyed, but you can recognise what you did, first of all, and secondly you can pay a lot for it.”

“This is one of the conditions I think as an Israeli I would put forward in any peace process in the Middle East,” he continues. “Palestinians would receive Syrian, Lebanese or Jordanian nationality as one of the conditions of the process. If I am against the right of return it doesn’t mean I am against the return of some number of Palestinians to the Palestinian state.”

As it is now, Israel cannot survive, says Sand. There are a number of references to apartheid in Sand’s book, a contentious term when used in relation to Israel.

“In the Occupied Territories it is pure, pure apartheid, even if it’s different from South Africa. Jewish settlers do not live with Arabs. Arabs do not have the right to live in Jewish settlements. They are completely separate. The only contact between Israelis and Palestinians in the Occupied Territories is when Palestinians come to build houses for the settlers. They don’t live together; they don’t go to school together. Then tell me why I cannot apply the word apartheid?”

In fact only this Sunday Israel’s Defence Minister Moshe Ya’alon ordered that it be made illegal for Palestinian labourers working in Tel Aviv to catch Israeli buses, which travel through the West Bank and onto settlements, back home.

“They say this is a security measure. It’s becoming a parody because the workers are checked in the morning. If they have bombs they could set them off in Tel Aviv, in Haifa. Why take the bomb back on the road, back in the evening to their village?” Sand believes it is not actually a “security measure,” it is a result of settlers not wishing to travel on buses with Arabs. “Yes, it is a Jewish apartheid. History is a stage of victims and hangmen, who are changing places all the time. The victims of yesterday can become the hangmen of today. The hangmen of today can become the victims of tomorrow.”

In the opening chapter of How I Stopped Being a Jew, Sand has written that one of the motivations to write this essay was “to place a large question mark against accepted ideas and assumptions that are deeply rooted, not only in the Israeli public sphere but also in the networks of globalised communication.” Does he believe his book has had this effect?

“Not at all. A book can never, never change the world. The reason that I write is the belief that books can’t change the world, but when the world comes to change, people are looking for other books. This is the reason that I continue to write… I think it can make people less racist,” he adds, admitting that he has received hundreds and hundreds of letters in response to his work. “If my book helped people not to be racist, I achieved my goal.”

“Today I am so desperate and so pessimistic I think that any action to force Israel to leave the Occupied Territories and to stop this situation is acceptable. Besides one thing – terror.”

thanks to: Memo

Infopal

 

 

US Senate elevates Israel to ‘major strategic partner’

The United States has passed a bill strengthening relations with Israel and elevating Tel Aviv as its “major strategic partner”.

Over three-quarters of US Senate members unanimously voted to the United States-Israel Strategic Partnership Act on Thursday.

Senators Barbara Boxer (D-CA) and Roy Blunt (R-MO) along with 81 co-sponsors authored the legislation out of a total of 100 Senators.

“America’s long-standing relationship and strong cooperation with Israel dates back to the presidency of fellow Missourian Harry S. Truman,” Senator Blunt said following the bill’s passage.

The bill improves Israel’s trade status and requires Washington and Tel Aviv increase cooperation on energy, water and other arenas.

It will also enhance the value of US weapons stockpiles in Israel by $200 million to $1.8 billion and further facilitate Tel Aviv’s access to the weaponry.

“I’m pleased the Senate has passed this bipartisan bill to reaffirm and broaden the important US-Israel alliance through security, energy, and trade during this critical time in the Middle East region,” Blunt stated.

Furthermore, Israel will be able to benefit from the US visa waiver program. The bill makes Israel’s inclusion into the program possible and affirms its ability to join the visa waiver program “as long as she meets existing requirements”.

The bill, if receives final approval from the White House, will guarantee Israel’s long-term security over the next 10 years.

Israel was previously regarded as “major non-NATO ally,” of the United States since 1988.

An analogous bill was passed by the House of Representatives in March.

AT/GJH

 

thanks to: Presstv

Gaza, Garnier invia cosmetici a militari israeliane. “Così pulite sangue dei morti”

Il marchio francese ha donato al reparto femminile dell’esercito di Tel Aviv deodoranti, saponi e shampoo per “viziare se stesse anche in guerra”, racconta Al Jazeera. Sui social network al via una campagna per smettere di comprare i prodotti

Deodoranti, saponi, e altri cosmetici. Questi i pacchi regalo che Garnier ha inviato al reparto femminile dell’esercito di Netanyahu, secondo quanto scrive Al Jazeera. Un regalo che ha suscitato lo sdegno di quanti sul web, e non solo, condannano le operazioni di Tel Aviv nella Striscia di Gaza.
È stato lo stesso gruppo Facebook di Stand with us, ong che supporto Israele, a postare sulla sua bacheca diverse foto in cui soldatesse israeliane sono in posa con in mano prodotti inviati da Garnier Israel. Sul muro del social network, le foto sono state accompagnate da un messaggio in cui si ringraziava Garnier “del migliaio di prodotti”, importanti per “viziare se stessi anche in tempo di guerra”.
Un post che ha avuto una diffusione virale, ricevendo più di 10.000 commenti, la maggior parte di critica nei confronti di Garnier.
Il post sulla pagine dell’ong israeliana invita addirittura a donare i propri prodotti di bellezza alle donne tra le fila di Netanyahbu. “Saponi per pulire mani sporche del sangue dei cittadini di Gaza”.
“Meglio preoccuparsi di donare prodotti di bellezza all’esercito o cibo e acqua ai civili palestinesi?”, “Invece di farsi belle, le donne israeliane e palestinesi dovrebbero parlare attorno a un tavolo”.
Questi alcuni dei commenti apparsi sui social network all’iniziativa di Garnier. Una protesta via web, che ha attivare su Twitter una campagna di boicottaggio dei prodotti del marchio francese.

( Fonte: Il Fatto Quotidiano )

Un cecchino israeliano: “Oggi ho ucciso 13 bambini palestinesi”

 

PressTvPostando un account Instagram, David Ovadia ha pubblicato una foto che lo ritrae con un fucile da cecchino. 

La foto con il post, però, è stata eliminata interamente da hacker di un gruppo anonimo. Il gruppo ha lanciato centinaia di attacchi contro siti web israeliani negli ultimi due anni.

L’azione, come riferito, ha fatto seguito ad attacchi informatici del gruppo sul Mossad israeliano e sul ministero degli Affari militari. 

Tel Aviv sostiene che il suo esercito colpisce i combattenti palestinesi del gruppo di resistenza Hamas e ha descritto il crescente numero di morti nell’enclave come “danno collaterale”. 

Israele martella la Striscia di Gaza dall’8 luglio. Le forze israeliane hanno iniziato un’offensiva di terra contro il territorio palestinese impoverito il 17 luglio. Più di 300 bambini sono stati finora uccisi.

Più di 1.370 Palestinesi sono stati uccisi e migliaia di altri feriti dall’offensiva di Israele.

Le brigate Ezzedine al-Qassam, l’ala militare del movimento di resistenza palestinese Hamas, stanno lanciando attacchi di rappresaglia contro Israele. 

Fonti israeliane hanno confermato la morte di 56 soldati. Tuttavia, Hamas dice che le perdite sono molto più alte. 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è impegnato a completare la distruzione dei tunnel di Gaza, con o senza un cessate il fuoco.

Tel Aviv ha anche mobilitato 16.000 riservisti per le operazioni militari di terra a Gaza, portando iltotale a 86.000 unità. 

Tel Aviv ha colpito ospedali, cliniche e rifugi negli ultimi 24 giorni

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Infopal

Welcome to Israel

di M.R.

Richiedere l’apertura dell’email privata ed avere accesso alla pagina personale di facebook ai turisti in arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, non è più una violazione alla privacy.

Il procuratore generale israeliano Yehuda Weinstein, il mese scorso, ha affermato che gli agenti della sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion sono stati autorizzati “legalmente” ad entrare negli account privati di email dei turisti. L’eventuale rifiuto potrebbe concludersi in un divieto d’ingresso nel Paese, come sta succedendo negli ultimi anni soprattutto a giovani turisti.
Le autorità israeliane giustificano tali controlli una “necessità di garantire la sicurezza del Paese”.
I controlli non avvengono solo per entrare nel paese, ma anche quando si è in partenza da Tel Aviv: non è un caso raro subire ore di interrogatorio all’aeroporto, non è un caso raro che i servizi di sicurezza israeliani effettuino ricerche con google per verificare contatti, interessi, orientamenti politici e possibili amicizie con palestinesi. Se ti etichettano come “personaggio sospetto”, la security può trattenerti anche una notte prima di farti uscire dal paese.

Lo scorso 31 luglio all’aeroporto di Tel Aviv, in uscita dal paese, sono stata giudicata “altamente pericolosa” dalla sicurezza israeliana. Per questo perquisita e trattenuta. Il mio bagaglio è stato sequestrato e dopo il primo interrogatorio durato 3 ore, che mi ha fatto perdere il volo, sono stata scortata in una stanza di 4mq. per la perquisizione fisica e per il secondo interrogatorio durato ulteriori 3 ore.

……“Come mai sei venuta da sola in Israele?” “Dove hai alloggiato?” “Quali città hai visitato”, “Hai incontrato qualcuno?” “Conosci qualcuno in Israele?” “E’ la prima volta che vieni qui?” “Come mai non hai prenotato alloggi prima della partenza?” “Hai il sospetto che qualcuno ti abbia parlato in arabo?” “Mi dai il cellulare?” “Dove vivi?” “Come si chiamano i tuoi genitori?” “Chi hai incontrato a Gerusalemme?”, “Qualcuno ti ha ospitato”?, “Hai notato qualcuno sospetto?”, “Dove lavori?” “Quanti giorni sei stata a Gerusalemme?, e nel deserto? e… e… e…?” “Hai intenzione di tornare?” “I nomi dei tuoi amici che sono venuti in questo Paese?” “Come mai viaggi senza una guida turistica?” “Perchè sei venuta qui?” “Hai delle bombe?”, “….si hai capito bene, hai delle bombe, delle armi con te?” “Di che religione sei?” “Capisci l’arabo?” ”Sei mai stata in un paese arabo?” …
Sconcerto, paura, agitazione, rabbia…. sono le prime emozioni che ricordo. Le domande vengono ripetute più di una volta in sequenze diverse; devo ricordare quello che ho dichiarato in precedenza!

Durante il sequestro del bagaglio, dico a loro che è assurdo questo interrogatorio, che in nessun altro aeroporto di paesi che ho visitato mi hanno trattato così. Dico che c’è una privacy da rispettare.
Loro mi rispondono che sono tenuti a fare i controlli per la sicurezza del Paese, dei cittadini e della mia.
Trovavo tutto questo fastidioso e imbarazzante, ma mi rendevo conto che mi conveniva collaborare.
Sono stata fortunata per le sole 6 ore e mezzo di interrogatorio e il non aver risposto “sotto giuramento” mi ha aiutato a trovare delle alternative alle risposte esatte: “non prenoto mai quando viaggio”, “cercavo su internet l’alloggio di volta in volta”, “ho incontrato tanti turisti” “la maggior parte del tempo l’ho trascorso a Gerusalemme” “ho alloggiato dalle suore”, “ho visitato i luoghi sacri” ecc.

La verità
Sono stata un mese nei Territori Occupati Palestinesi: ho visitato Ramallah, Hebron, Nablus, Jenin, ho condiviso le mie giornate con persone locali che mi hanno ospitato e accompagnato in giro con entusiasmo, ho intervistato e fatto riprese che ho spedito in Italia dalla posta di Gerusalemme prima di partire, sono stata testimone di situazioni che i media mettono a tacere, ho visitato campi profughi; i controlli ai check point e ai posti di blocco erano all’ordine del giorno.
E’ un reato?
E’ un reato ascoltare storie che raccontano di assedio ed oppressione con cui ogni giorno i palestinesi devono fare i conti?
L’interrogatorio ha lo scopo di demotivare le persone che vogliono tornare in Palestina, ci sono cascata anch’io : l’essere sotto pressione e il sentirmi psicologicamente aggredita e invasa della mia intimità mi ha portato a pensare di non voler più tornare… ma questo pensiero è durato solo pochi giorni.

 

thanks to: Osservatorio Ligure sull’Informazione