Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

GAZA. Dopo le bombe si ricostruisce il Wafa Hospital

A due anni dall’operazione Margine Protettivo, nel quale fu distrutto dai raid israeliani, l’ospedale di Shujayah prova a tornare alla normalità. Intervista al direttore sanitario, dottor Alashi

La paziente Ayah Abadan (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

La paziente Ayah Abadan (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 03 agosto 2016, Nena News – Unico ospedale riabilitativo nella Striscia di Gaza, l’el-Wafa Rehabilitation Hospital ha accolto senza sosta anziani, lungodegenti, malati, pazienti con gravi disabilità mentali e neurologiche, paraplegici e paralitici, per più di vent’anni, nel quartiere di Shujaiyya‬, a est di Gaza City.

°Fig.4 Bombardamenti dell'IDFColpito duramente in passato da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei e di terra, durante le operazioni militari israeliane Piombo Fuso (2008-2009), Pilastro di Difesa (2012) e Margine Protettivo (2014), l’el-Wafa soffre ancora una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio nella Striscia di Gaza non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Durante l’ultima offensiva israeliana, a seguito di tre diversi attacchi, la struttura sanitaria è stata totalmente rasa al suolo. I raid aerei israeliani sull’ospedale sono stati mirati e precisi. Alle ufficiali e reiterate richieste di spiegazione‬, da parte dell’amministrazione della struttura sanitaria, non sono mai arrivate risposte dalle autorità israeliane.

Ancora oggi, dopo due anni, del decennale lavoro dell’el-Wafa a Shujaiyya non rimangono che vecchi fogli di terapie, coperti dalle macerie. All’ospedale è stata affidata dal Ministero della Sanità palestinese una nuova sede, nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Abbiamo incontrato e intervistato il direttore generale dell’el-Wafa hospital, dr Basman Alashi.

In che modo le autorità israeliane giustificano gli attacchi e la distruzione completa dell’el-Wafa hospital?

Il target erroneo dell'aviazione militare israeliana

Il target erroneo dell’aviazione militare israeliana

Le autorità israeliane hanno usato due storie diverse per giustificare la totale demolizione della struttura ospedaliera: primo, l’esercito israeliano ha coperto l’attacco, pubblicando immagini satellitari dell’aerea del bombardamento e contrassegnando come el-Wafa, un edificio che di fatto era la sede del Right to Life Society. [vedi le immagini a lato]. Nelle stesse foto satellitari le autorità israeliane hanno etichettato, senza alcun riscontro, aree adiacenti l’el-Wafa, come siti di partenza di razzi M75, da parte del braccio armato di Hamas.

Secondo, un video distribuito dall’esercito ha cercato di raccontare i bombardamenti, ma le riprese comprendevano immagini di un attacco simile all’el-Wafa, avvenuto nel 2008-2009, durante l’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza ‘Piombo Fuso’. Il 17 luglio 2014 durante la notte, l’esercito israeliano ha costretto il personale ospedaliero e i pazienti ad evacuare l’ospedale mentre era sotto attacco. Abbiamo evacuato e bloccato l’intero ospedale per proteggere gli edifici e le attrezzature. Da quel momento l’ospedale è rimasto sotto la completa sorveglianza e il totale controllo dell’esercito israeliano. La sicurezza e la salvaguardia di di edifici e materiale erano nelle loro mani. Nonostante le affermazioni fuorvianti e le infondate accuse della presenza di militanti palestinesi in aree adiacenti, l’esercito israeliano ha continuato a colpire l’ospedale e, infine, ha raso al suolo tutti e quattro gli edifici il 23 luglio 2014.

L’ el-Wafa hospital, nel quartiere di Shujaiyya, era in una posizione strategica. A soli pochi chilometri dalla linea di confine tra Striscia di Gaza e Territori Palestinesi Occupati. E’ facile pensare che l’eliminazione fisica della costruzione avrebbe poturo aprire, nel corso dell’operazione Margine Protettivo, una via di passaggio delle truppe israeliane di terra. Qual è la sua opinione?

Credo che sia stato l’obiettivo principale dell’esercito. Hanno progettato meticolosamente l’attacco per impedire qualsiasi protesta da parte dei media. Hanno messo in piedi le storie del lancio dei razzi e dei colpi di arma da fuoco a partire dall’edificio ospedaliero, che hanno trasformato senza scrupolo in un centro di commando di Hamas. Sapevano bene che sarebbe stato difficile giustificare la distruzione di un ospedale noto, funzionante, con ottimi risultati clinici, esistente dal 1990.

Il dotto Basmna Alashi (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Il dotto Basmna Alashi (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Tutte false le giustificazioni e le ragioni raccontate, ma i media internazionali hanno rivolto lo sguardo altrove e hanno regalato a Israele per l’ennesima volta la licenza di uccidere. Il mondo dei media ha dato così il lasciapassare all’esercito israeliano: bombardare ospedali, uccidere civili innocenti e spezzare la vita di bambini nei Territori Palestinesi è consentito. E’ stato dato loro immunità e impunità.

Il periodo subito dopo il primo attacco aereo è stato un momento molto difficile: la paura e la preoccupazione dei pazienti, l’incerta evacuazione dell’ospedale. Quali sono i suoi ricordi di quei giorni?

Sono rimasto assolutamente scioccato durante il primo attacco, l’11 luglio 2014, alle 02:00 della notte. In quelle ore, abbiamo parlato con molte organizzazioni internazionali. Tutti ci hanno assicurato che il bombardamento dell’ospedale era stato un errore e non si sarebbe verificato di nuovo.

Durante la guerra, ho continuato a visitare e curare pazienti e fragili anziani. Ogni giorno e ogni notte ero profondamente preoccupato per la loro incolumità, così abbiamo deciso di spostare tutto il nostro lavoro sul primo piano dell’ospedale, per proteggere sia i pazienti sia il personale sanitario dai bombardamenti israeliani delle aree circostanti.

Non riuscivo né a capire né a credere come “l’esercito più morale del mondo” avesse potuto indirizzare bombe, granate, missili e razzi su malati, anziani e indifesi. Non riuscivo proprio a capire come una situazione del genere potesse ancora verificarsi lecitamente nel 2014.

Qual è stato il ruolo della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa durante il delicato intervento di evacuazione dei pazienti?

Abbiamo avuto continui contatti con la Croce Rossa durante il bombardamento dell’ospedale, contatti in cui è stato ribadito l’errore da parte dell’esercito israeliano di considerare come obiettivo militare l’el-Wafa. Tuttavia, gli attacchi aerei sull’ospedale non si sono fermati. Durante la giornata designata di evacuazione forzata, ho ricevuto chiamate da parte dello staff della Croce Rossa sul mio telefono personale. Queste le parole al telefono di Gail Corbett, delegata della Croce Rossa (nda infermiera inserita nei programmi di supporto della Croce Rossa neozelandese, nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati): “Mr. Alashi, ho un messaggio per lei da parte dell’esercito israeliano. Quanto tempo è necessario per l’evacuazione completa dell’ospedale?”. La mia risposta ferma è stata che avevo bisogno di almeno due ore.

La nuova sede del Wafa Hospital (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

La nuova sede del Wafa Hospital (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Dopo alcuni minuti, ho ricevuto una seconda chiamata con un secondo messaggio, sempre dalla stessa persona. Ha detto: “La massima autorità dell’esercito israeliano ha dato l’ordine di non sparare sull’el-Wafa, ma l’ordine non ha raggiunto in tempo il livello più basso dell’esercito”. Le ho chiesto “State aiutando Israele?”. Stavano ancora bombardando l’ospedale mentre parlavamo al telefono.

Il giorno successivo, abbiamo chiesto alla Croce Rossa di darci il permesso di portare via dall’ospedale alcuni farmaci e alcune attrezzature innovative e costose. La dura risposta è stata che non potevano aiutarci ad ottenere il permesso dall’esercito israeliano. La MezzaLuna Rossa gazawi è stata disponibile nella fornitura di farmaci di emergenza durante l’offensiva. Hanno contattato diverse organizzazioni internazionali e hanno contribuito alla campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di porre fine agli attacchi contro strutture sanitarie. Il loro sostegno comunque è stato limitato al funzionamento di quello che era rimasto dell’ospedale.

La sede temporanea dell’ospedale è attualmente nella zona di al-Zahara, nella periferia di Gaza City. Molti strumenti, attrezzature mediche e materiali sono stati persi. Cos’è cambiato nella vita dei vostri pazienti?

Durante i primi 12 mesi dalla distruzione dell’el-Wafa, tutto il nostro personale ospedaliero ha continuato il proprio lavoro con grande esperienza e profonda conoscenza delle sfide da combattere nel post-trauma. Uno dei miei operatori sanitari mi ha detto “Ci sentiamo come negli anni ’30. Possiamo usare solo le mani per trattare il post-trauma. Senza attrezzature mediche per la diagnosi e senza medicina per ridurre il dolore”. Oggi, con l’aiuto di organizzazioni donatrici, siamo stati in grado di riportare nell’ospedale molta dell’attrezzatura perduta.

Ci può dare una descrizione dello stato d’animo dei pazienti in quelle ore? C’è una storia speciale di un paziente che vuole condividere con noi?

La storia di una paziente potrebbe descrivere tutto. E’ quella di Ayah Abadan, una ragazza di 20 anni, con emiplegia. Ricorda il giorno in cui è stato evacuato l’ospedale: lei è stata portata via su un lenzuolo. Da allora, ogni notte, sente ancora i rumori delle esplosioni, i vetri rotti, le urla e la confusione. Ricorda tutti questi eventi. E il ricordo più terrificante è il vedere quello che accade intorno a te, ma non avere la capacità di muoverti. I suoi piedi avrebbero potuto bruciare nel fuoco dell’esplosione, mentre lei sarebbe rimasta seduta e incapace di allontanarsi. Tutte queste immagini sono oggi ferme e indelebili nella sua memoria.

La sala riabilitazione (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

La sala riabilitazione (Foto: Federica Iezzi/Nena News)

Ayah guarda l’ospedale distrutto dietro di sé e chiede “E ora come faccio? Come può l’esercito israeliano colpire proprio noi, pazienti e anziani paralizzati?”. L’aggressione israeliana ha creato circostanze molto complesse e difficili da risolvere per pazienti legati ad una terapia cronica, per pazienti legati ad una cura insostituibile, per pazienti la cui sola speranza, non avendo la libertà di muoversi, era legata all’unico ospedale riabilitativo presente nella Striscia di Gaza. Ayah dice che Israele deve essere ritenuto responsabile davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi contro i palestinesi.

Qual è la situazione dei servizi periferici di fisioterapia? L’ultima guerra ha causato almeno 11.000 feriti e la metà di loro ha bisogno di cure riabilitative particolari. Come riuscite a gestire tutti loro come unico ospedale di riabilitazione nella Striscia di Gaza?

Dal momento in cui Israele ha distrutto l’unico ospedale riabilitativo a Gaza, nessuno era in grado di ottenere e seguire un percorso di fisioterapia e rieducazione medica adeguato. Molti pazienti sono stati costretti a rimanere semplicemente a casa. In più, alcune delle loro case erano invivibili a causa di estesi danneggiamenti, elemento che ha sicuramente determinato un peggioramento della prognosi. Subito dopo la guerra, abbiamo iniziato un intenso programma di riabilitazione medica a Rafah e Khan Younis e seguito oltre 11.000 pazienti a domicilio. A Gaza City, ci siamo trasferiti nella nostra posizione temporanea a al-Zahra, continuando a ricevere pazienti.

E per il futuro dell’el-Wafa? La vostra idea è quella di tornare a Gaza City. I fondi e le donazioni saranno sufficienti per ricostruire un nuovo ospedale con tutti i servizi medici?

Abbiamo deciso di non ricostruire l’ospedale nella stessa posizione a Gaza City, cioè vicino al confine con Israele o nella zona di Shujaiyya.
Molte organizzazioni internazionali ci stanno aiutando nei lenti processi di ricostruzione dell’ospedale. Abbiamo ricevuto un terreno di 4.000 metri quadrati nel centro di Gaza come sede del nuovo ospedale. L’Islamic Bank di Jeddah ha stanziato 1,4 milioni di dollari per la prima fase della ricostruzione e ha promesso di aggiungere più fondi alla seconda fase. Anche i medici europei hanno promesso finanziamenti per apparecchiature medicali da destinare al nostro nuovo ospedale.

Il futuro è pieno di speranza finché ci saranno persone come lei che permettono al mondo di conoscere, passando attraverso disagi e sopraffazioni. La distruzione dell’ospedale non sarà dimenticata e la giustizia alla fine avrà la sua vittoria.

thanks to: Nena News

Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili)

In un nuovo rapporto pubblicato il 20 luglio dall’Ong pacifista israeliana B’Tsalem viene fatta luce definitiva sul numero delle vittime complessive del massacro passato alla storia come la “Guerra di Gaza” o, da parte israeliana, “Margine Protettivo”.

Degli oltre 2200 palestinesi morti, il 63% (quasi 1400) sono civili e oltre 500 bambini (180 con età inferiore ai 6 anni). Nel presentare il rapporto dal titolo “50 giorni, 500 bambini”, la Ong ha sottolineato come fossero tutte menzogne le raccomandazioni da parte dell’esercito del regime israeliano sulla proporzionalità e sulla selezione degli obiettivi. Le cifre simboleggiano la cruda realtà di un massacro autentico.

Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Nuovo Rapporto sul massacro di Gaza del 2014: morirono 2200 palestinesi (526 bambini e il 63% civili) – World Affairs – L’Antidiplomatico

HRW chiede alla ICC di aprire un’indagine sui crimini di guerra israeliani

Imemc. Human Rights Watch (HRW) ha chiesto alla Corte Criminale Internazionale (ICC, International Criminal Court) di aprire un’indagine formale sui crimini commessi da Israele contro i Palestinesi negli ultimi decenni.

HRW ha comunicato, in una dichiarazione della scorsa domenica, che il procuratore dell’ICC Fatou Bensouda dovrebbe presentare un’inchiesta formale coerente con lo Statuto di Roma dell’ICC.

Secondo Press TV/Al Ray “la ICC ha fatto luce sulla gravità di molti crimini e sul pervasivo clima di impunità per questo genere di offese”, asserisce l’organizzazione, facendo appello all’anniversario della guerra di Gaza del 2014.

“Dopo quasi un secolo di impunità, è il momento che i responsabili di alcuni dei crimini tra i più gravi paghino il loro prezzo”, ha affermato Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo della divisione Medioriente e Nord Africa di Human Rights Watch.

“Il procuratore della ICC dovrebbe procedere e investigare sui crimini in modo da assicurare alle vittime una misura di giustizia che troppo a lungo gli è stata negata”.

Human Rights Watch, l’ONU e le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno ribadito che l’ultima guerra condotta da Israele contro la già assediata Striscia di Gaza rappresenta un vero e proprio crimine di guerra.

Israele ha lanciato il suo attacco di 50 giorni contro Gaza alle idi del luglio 2014. L’aggressione militare, terminata il 26 agosto, ha ucciso quasi 2200 palestinesi, di cui 570 bambini.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Sorgente: HRW chiede alla ICC di aprire un’indagine sui crimini di guerra israeliani | Infopal

Continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza: uccisa una donna e ferita una ragazza

artilelery-i-e1462355552500Quds Press, PIC e Ma’an. Giovedì sera, una donna palestinese, Jana Aytah al-Amuri, 55 anni, è stata uccisa in un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha colpito al-Fakhari, a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, mentre l’aviazione da guerra israeliana continua a lanciare attacchi contro le aree della Striscia meridionale.

Al-Amuri era stata ricoverata all’Ospedale Europeo di Gaza in condizioni critiche, dove è stata poi dichiarata morta.
Fonti mediche hanno reso noto che un altro attacco aereo contro al-Rayyan, a est di Rafah, ha ferito una ragazza, Khazima al-Farra, 21 anni.

F-16 israeliani hanno colpito un’area agricola a Abu al-Rus, a est di Rafah.

Un comunicato dell’esercito israeliano rilasciato nel tardo pomeriggio affermava che i bombardamenti “sono una  risposta agli attacchi in corso contro le forze israeliane. Le forze aeree israeliane hanno preso di mire quattro siti militari di Hamas nel sud della Striscia di Gaza”.

 

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SIRIA. Mai tanta violenza: raid su un campo profughi

Mentre a Palmira le note del maestro russo Valery Gergiev e dall’orchestra Mariinsky risuonavano tra le rovine dell’antica città violata dallo Stato Islamico e poi liberata dall’esercito siriano, ad Aleppo l’aria si riempiva solo del suono cupo delle violenze. Le 48 ore di tregua sembravano avere dato respiro alla popolazione sotto assedio, massacrata da anni di guerra civile e ora dal rinnovato conflitto. Ma ieri gli scontri si sono spostati a poca distanza dalla città, nel villaggio di Khan Touman, lungo la direttrice Damasco-Aleppo: gruppi islamisti hanno preso d’assalto la comunità e le forze governative lì posizionate.

I qaedisti del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham hanno assunto il controllo del villaggio questa mattina, lasciandosi dietro 73 morti, tra miliziani e soldati. L’artigieria siriana ha risposto con pesanti bombardamenti, nel tentativo di salvare una comuntà geograficamente strategica. La tregua dunque non regge: se al-Nusra, insieme all’Isis, è tagliato fuori dall’accordo di cessate il fuoco siglato il 27 febbraio perché considerato gruppo terroristico, Ahrar al-Sham ne è parte su imposizione del Golfo che lo considera partner per la pace. O meglio, un altro dei suoi bracci dentro il conflitto siriano. Così mentre Ahrar al-Sham combatte al fianco di al Qaeda in Siria, viene accolto al tavolo di Ginevra come una qualsiasi forza di opposizione.

Poche ore prima la Siria assisteva all’ennesimo scempio: raid aerei hanno colpito un campo profughi nella provincia settentrionale di Idlib, uccidendo almeno 28 civili e ferendone 50. Secondo fonti locali, i bombardamenti hanno centrato il campo nel villaggio di al-Kammouna, al confine con la Turchia, controllato da al-Nusra. Per questo le opposizioni hanno puntato il dito contro l’esercito del presidente Assad e i jet russi, sebbene altre fonti accusino del massacro la Turchia.

Le immagini che ieri venivano rilanciate online raccontavano l’orrore: tende in fiamme, persone in fuga, i tentativi fallimentari dei soccorsi di spegnere il fuoco, donne e bambini feriti caricati sui furgoni. Il campo è casa oggi a circa 2mila sfollati siriani provenienti dalle province di Idlib, Hama e Aleppo. Il gioco dello scaricabarile, della propaganda facile di entrambe le parti, non è che un’ulteriore beffa per i civili siriani, usati da tutti e due i fronti come carne da macello.

Gli Stati Uniti hanno subito condannato l’attacco, definendolo “senza giustificazione”, ma hanno aggiunto di non avere prove che si sia trattato di un attacco perpetrato da Damasco. Poco prima una doppia esplosione colpiva il villaggio di Mukharam al-Fakwani, nella provincia centrale di Homs: alla prima bomba è seguito un kamikaze che si è fatto saltare in aria mentre arrivavano i soccorsi.  Almeno 7 i morti, tutti donne e bambini, 49 i feriti. Seppure non ci siano state ancora rivendicazioni, la responsabilità sembra essere dello Stato Islamico.

L’Isis continua ad avanzare e a radicarsi, approfittando dello stallo diplomatico e dello scarso interesse mostrato dalla comunità internazionale nel frenarne le offensive: ieri i miliziani islamisti hanno occupato il giacimento di gas di Saher, 150 km a nord-est di Palmira, dopo aver ucciso 30 dei soldati governativi posti a sua difesa.

Sorgente: SIRIA. Mai tanta violenza: raid su un campo profughi

The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters

The functioning university was bombed as part of a massive daytime barrage against the Islamic State-occupied city of Mosul in Iraq over the weekend. The Pentagon said it is reviewing reports of civilian deaths.

Sorgente: The US-led Coalition Bombed the University of Mosul for Being an Islamic State Headquarters | VICE News

Yemen: Embargo Arms to Saudi Arabia

(Sanaa) – The United States, United Kingdom, France, and others should suspend all weapon sales to Saudi Arabia until it not only curtails its unlawful airstrikes in Yemen but also credibly investigates alleged violations.

Since March 26, 2015, a coalition of nine Arab countries has conducted military operations against the Houthi armed group and carried out numerous indiscriminate and disproportionate airstrikes. The airstrikes have continued despite a March 20 announcement of a new ceasefire. The coalition has consistently failed to investigate alleged unlawful attacks as the laws of war require. Saudi Arabia has been the leader of the coalition, with targeting decisions made in the Saudi Defense Ministry in Riyadh.

“For the past year, governments that arm Saudi Arabia have rejected or downplayed compelling evidence that the coalition’s airstrikes have killed hundreds of civilians in Yemen,” said Philippe Bolopion, deputy global advocacy director. “By continuing to sell weapons to a known violator that has done little to curtail its abuses, the US, UK, and France risk being complicit in unlawful civilian deaths.”
Nongovernmental organizations and the United Nations have investigated and reported on numerous unlawful coalition airstrikes. Human Rights Watch, Amnesty International, and other international and Yemeni groups have issued a joint statement calling for the cessation of sales and transfers of all weapons and military-related equipment to parties to the conflict in Yemen where “there is a substantial risk of these arms being used… to commit or facilitate serious violations of international humanitarian law or international human rights law.” Human Rights Watch has documented 36 unlawful airstrikes – some of which may amount to war crimes – that have killed at least 550 civilians, as well as 15 attacks involving internationally banned cluster munitions. The UN Panel of Experts on Yemen, established under UN Security Council Resolution 2140 (2013), in a report made public on January 26, 2016, “documented 119 coalition sorties relating to violations” of the laws of war.
Saudi Arabia has not responded to Human Rights Watch letters detailing apparent violations by the coalition and seeking clarification on the intended target of attack. Saudi Arabia has successfully lobbied the UN Human Rights Council to prevent it from creating an independent, international investigative mechanism.
In September 2014, the Houthis, a Zaidi Shia group from northern Yemen also known as Ansar Allah, took control of Yemen’s capital, Sanaa. In January 2015, they effectively ousted President Abdu Rabu Mansour Hadi and his cabinet. The Houthis, along with forces loyal to former president Ali Abdullah Saleh, then swept south, threatening to take the port city of Aden. On March 26, the Saudi-led coalition, consisting of Bahrain, Kuwait, Qatar, the United Arab Emirates, Egypt, Jordan, Morocco, and Sudan, began an aerial bombing campaign against Houthi and allied forces.
At least 3,200 civilians have been killed and 5,700 wounded since coalition military operations began, 60 percent of them in coalition airstrikes, according to the UN High Commissioner for Human Rights. The naval blockade the coalition imposed on Yemen has contributed to an immense humanitarian crisis that has left 80 percent of the population of the impoverished country in need of humanitarian protection and assistance.

The UN Panel of Experts found that, “the coalition’s targeting of civilians through air strikes, either by bombing residential neighborhoods or by treating the entire cities of Sa‘dah and Maran in northern Yemen as military targets, is a grave violation of the principles of distinction, proportionality and precaution. In certain cases, the Panel found such violations to have been conducted in a widespread and systematic manner.” Deliberate, indiscriminate, and disproportionate attacks against civilians are serious violations of the laws of war, to which all warring parties are bound.

The UN panel said that the attacks it documented included attacks on “camps for internally displaced persons and refugees; civilian gatherings, including weddings; civilian vehicles, including buses; civilian residential areas; medical facilities; schools; mosques; markets, factories and food storage warehouses; and other essential civilian infrastructure, such as the airport in Sana’a, the port in Hudaydah and domestic transit routes.”

Residents sifting through the rubble of homes destroyed in an airstrike three days prior in Yareem town. The strike killed at least 16 civilians.

The 36 unlawful airstrikes Human Rights Watch documented include attacks on schools, hospitals, and homes, with no evidence they were being used for military purposes. Human Rights Watch has collected the names of over 550 civilians killed in these 36 attacks. Amnesty International has documented an additional 26 strikes that appear to have violated the laws of war. Mwatana, one of Yemen’s leading human rights organizations, issued a report in December that documented an additional 29 unlawful airstrikes across Yemen, from March to October 2015.

In addition, Human Rights Watch and Amnesty International have documented civilian casualties from internationally banned cluster munitions used in or near cities and villages. Cluster munitions have been used in multiple locations in at least five of Yemen’s 21 governorates: Amran, Hajja, Hodaida, Saada, and Sanaa. The coalition has used at least six types of cluster munitions, three delivered by air-dropped bombs and three by ground-launched rockets. Human Rights Watch has said there should be an immediate halt to all use of cluster munitions and that coalition members should join the Convention on Cluster Munitions.

Despite the numerous credible reports of serious laws-of-war violations, the Saudi-led coalition has taken no evident actions either to minimize harm to civilians in its air operations or to investigate past incidents and hold those responsible to account. So long as no such steps are taken, governments should not supply weapons to the leading coalition member.

The UK foreign affairs minister, Phillip Hammond, and other senior UK officials have repeatedly said that coalition forces have not committed any violations of the laws of war. On February 2, 2016, an important cross-party committee of UK members of parliament sent a letter to the international development secretary, Justine Greening, calling for immediate suspension of UK arms sales to Saudi Arabia and an international independent inquiry into the coalition’s military campaign in Yemen.

On February 25, the European parliament passed a resolution calling on the European Union’s High Representative for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini “to launch an initiative aimed at imposing an EU arms embargo against Saudi Arabia.” On February 17, the Dutch parliament voted to impose the embargo and ban all arms exports to Saudi Arabia.

On January 31, the coalition announced the creation of a committee to promote the coalition’s compliance with the laws of war. However, the military spokesman for the coalition specified that the objective of the committee was not to carry out investigations into alleged violations.

Human Rights Watch has also documented serious laws of war violations by Houthi and allied forces, including indiscriminate shelling of cities, enforced disappearances, and the use of internationally banned antipersonnel landmines. Human Rights Watch supports a ban on the sale or provision of weapons to the Houthis that are likely to be used unlawfully, notably unguided “Grad-type” rockets and anti-personnel landmines.

“How many more airstrikes need to wreak havoc on civilians before countries supplying aircraft and bombs to the coalition pull the plug?” Bolopion said.

UK, US Arms Support for Saudi-led Coalition
Under international law, the US is a party to the armed conflict in Yemen. Lt. Gen. Charles Brown, commander of the US Air Force Central Command, said that the US military has deployed dedicated personnel to the Saudi joint planning and operations cell to help “coordinate activities.” US participation in specific military operations, such as providing advice on targeting decisions and aerial refueling during bombing raids, may make US forces jointly responsible for laws-of-war violations by coalition forces. As a party to the conflict, the US is itself obligated to investigate allegedly unlawful attacks in which it took part.

The UK government has said that though it has personnel in Saudi Arabia, they are not involved in carrying out strikes, or directing or conducting operations in Yemen, or selecting targets. UK Prime Minister David Cameron has stated that UK personnel are deployed to “provide advice, help and training” to the Saudi military on the laws of war.

Largest Foreign Military Sales to Saudi Arabia
In July 2015, the US Defense Department approved a number of weapons sales to Saudi Arabia, including a US$5.4 billion deal for 600 Patriot Missiles and a $500 million deal for more than a million rounds of ammunition, hand grenades, and other items, for the Saudi army. According to the US Congressional review, between May and September, the US sold $7.8 billion worth of weapons to the Saudis.

In October, the US government approved the sale to Saudi Arabia of up to four Lockheed Littoral Combat Ships for $11.25 billion. In November, the US signed an arms deal with Saudi Arabia worth $1.29 billion for more than 10,000 advanced air-to-surface munitions including laser-guided bombs, “bunker buster” bombs, and MK84 general purpose bombs; the Saudis have used all three in Yemen.

According to the London-based Campaign Against Arms Trade, the UK government approved GB£2.8 billion in military sales to Saudi Arabia between January and September 2015. The weapons include 500-pound Paveway IV bombs. The UK is negotiating a £1 billion weapons deal with the UAE.

A June 2015 Spanish government report stated that Spain had authorized eight licenses for arms exports to Saudi Arabia worth $28.9 million in the first half of the year. In February 2016, Spanish media reported that the government-owned shipbuilding company Navantia was about to sign a contract worth $3.3 billion with Saudi Arabia for the construction of five Avante 2200 type frigates for the Saudi navy.

In July 2015, Saudi Arabia reportedly signed agreements worth $12 billion with France, which included $500 million for 23 Airbus H145 helicopters. The kingdom is also expected to order 30 military patrol boats by 2016 under the agreement. Reuters reported that Saudi Arabia has also recently entered into exclusive negotiations with the French company Thales Group to buy spy satellite and telecommunications equipment worth “billions of euros.”

Coalition Violations
Human Rights Watch has documented 36 airstrikes between March 2015 and January 2016, that appear to have been unlawfully indiscriminate or disproportionate, which include a March 30, 2015 airstrike on a camp for internally displaced people that killed at least 29 civilians and a March 31, 2015 airstrike on a dairy factory outside the port city of Hodaida that killed at least 31 civilians. In Saada, a Houthi stronghold in the north, Human Rights Watch examined more than a dozen airstrikes that occurred between April and May that destroyed or damaged civilian homes, five markets, a school, and a gas station, though there was no evidence these sites were being used for military purposes. These strikes killed 59 people, mostly civilians, including at least 35 children.

On May 12, the coalition struck a civilian prison in the western town of Abs, killing 25 people. On July 24, the coalition dropped nine bombs on and around two residential compounds of the Mokha Steam Power Plant, which housed plant workers and their family members, killing at least 65 civilians. On August 30, an airstrike hit Al-Sham Water Bottling Factory in the outskirts of Abs, killing 14 workers, including three boys, who were nearing the end of their night shift.

The coalition has carried out strikes on marketplaces, leading to high civilian death tolls. On May 12, a strike on the marketplace of the eastern village of Zabid killed at least 60 civilians. On July 4, an airstrike on the marketplace of the northern village of Muthalith Ahim killed at least 65. On July 6, bombs hit two markets in the governorate of Amran, north of Sanaa, killing at least 29 civilians.

On October 26, the coalition bombed a Doctors Without Borders (MSF) hospital in the northern town of Haydan in Saada governorate six times, wounding two patients. Since then, coalition airstrikes have hit MSF facilities twice. An airstrike hit a mobile clinic on December 2, in Taizz, wounding eight, including two staff members, and killing another civilian nearby. On January 21, an airstrike hit an MSF ambulance, killing its driver and six others, and wounded dozens in Saada.

On January 10, a projectile hit an MSF-supported hospital in Saada, killing six people and wounding at least seven, most of them medical staff and patients. MSF said it could not confirm the origin of the attack, but its staff had seen planes flying over the facility at the time of the attack. MSF said on January 25, that it had yet to receive any official explanation for any of these incidents.

On May 8, 2015, Brig. Gen. Ahmad al-Assiri, the military spokesman for the coalition, declared the entire cities of Saada and Marran, another Houthi stronghold, to be military targets. In an interview with Reuters on February 1, al-Assiri spoke about Saudi civilian casualties from Houthi and pro-Saleh forces’ firing across the border. He said, “Now our rules of engagement are: you are close to the border, you are killed.” Treating an entire area as the object of military attack violates the laws-of-war prohibition on attacks that treat distinct military objectives in a city, town or area as a single military objective. Doing so unlawfully denies civilians protection from attack.

Human Rights Watch also documented the coalition’s use of at least six types of cluster munitions in at least 15 attacks in five of Yemen’s 21 governorates between March 2015 and January 2016. Cluster munitions are indiscriminate weapons and pose long-term dangers to civilians. They are prohibited by the 2008 Convention on Cluster Munitions, adopted by 118 countries, though not Saudi Arabia or Yemen.

Failure to Investigate Alleged Violations
Countries that are party to a conflict have an obligation under international law to investigate credible allegations of war crimes and hold those responsible to account. Human Rights Watch has seen no indication that the Saudi Arabia-led coalition has conducted any meaningful investigations into alleged laws-of-war violations.

On August 19, 2015, Human Rights Watch and 22 other human rights and humanitarian organizations called on the UN Human Rights Council to create an independent international commission of inquiry at its September session to investigate alleged laws-of-war violations by all parties to the conflict. The UN High Commissioner for Human Rights similarly called on UN member states to encourage the establishment of an “international independent and impartial” investigative mechanism.

Instead, on September 7, President Abdu Rabu Mansour Hadi of Yemen established a national commission to investigate violations of human rights and the laws of war. During the ensuing UN Human Rights Council session in Geneva, Saudi Arabia and other Arab countries effectively blocked an effort led by the Netherlands to create an international investigative mechanism. The national commission has taken no tangible steps to conduct investigations, nor has it revealed any working methods or plans, three people close to the commission told Human Rights Watch.

Five days after the release of UN Panel of Experts report on Yemen, on January 31, 2016, the coalition announced a new committee to assess the coalition’s rules of engagement in the war and produce recommendations for the coalition to better respect the laws of war. “The goal of the committee is not to investigate allegations,” Al-Assiri said. “Its primary goal is to confirm the precision of the procedures followed on the level of the coalition command.” As such, this proposed body does not meet the requirements for an impartial investigative mechanism that can address accountability for unlawful attacks or compensate victims of coalition violations, Human Rights Watch said.

Al-Assiri said that the Saudi military has been conducting internal investigations into attacks in which a violation might have ensued, and pointed to a single airstrike that had led to a violation: the October 26, 2015 bombing of an MSF hospital in northern Yemen. He said the strike had been the result of “human error,” but did not outline any steps taken to hold the responsible military personnel to account, or compensate the two civilians wounded in the strike.

thanks to: Human Rights Watch

US Responsible for War Crimes in Yemen – Human Rights Watch

The United States should stop selling arms to Saudi Arabia, or they could be held accountable for war crimes committed in Yemen, Human Rights Watch said.

A Saudi-led coalition has been carrying out a military campaign in neighboring Yemen since March 2015, after large swaths of the country fell under the control of the Houthis — a religious-political extremist group hostile to the Saudis.

The Gulf kingdom, together with Egypt, Morocco, Jordan and other Middle Eastern and North African countries, initially launched a series of airstrikes on the Houthi-held areas, as well as imposing an air and naval blockade of the country.

From the beginning, the US provided the coalition with intelligence, airborne fuel tankers and bombs. It is thought that apart from supporting its longtime ally Saudi Arabia, the Obama administration’s move was a bargaining chip aimed at appeasing the Saudis over the US-Iran nuclear deal.

Sorgente: US Responsible for War Crimes in Yemen – Human Rights Watch

Family of US Drone Victim Ignored After Obama’s Pledge for ‘Full Review’

While the US government claimed responsibility for the deaths of an Italian man killed in a drone strike in Pakistan, it has been one year since the admission and the family has yet to see results.

In January 2015, Warren Weinstein and Giovanni Lo Porto were being held hostage by al-Qaeda when the CIA launched a drone strike against the compound. Both men were killed.

In April of that year, the Obama administration made a rare admission of guilt, saying that surveillance failed to show the presence of the two hostages, and promised a “full review.”

Nearly one year since that promise, Lo Porto’s family says they have had no contact with the US government.

This week, the family filed briefs in court to question the legality of US drone operations beyond declared armed conflicts.

“The statements from the White House were such a clear acknowledgement of the incident and commitment to do something about it,” Andrea Succucci, a leading human rights lawyer in Rome, told the Intercept.

“We want to know the truth, to know what happened, if someone is responsible, and if something could have been done in order to avoid it.”

The briefs include a request for US judicial cooperation and copies of the internal documentation about the incident. While Saccucci is relying on President Obama’s admission of guilt as key evidence, he admits that the likelihood of success is slim.

Saccucci could bring a claim against Italy in the European Court of Human Rights or a civil claim against the US in an Italian court.

Win or lose, the Lo Porto family seeks closure.

“If you lose a son, and you get an explanation, your heart can be at peace. But someone whose son is killed, and everyone washes their hands of it, and no one knows anything?” Daniele Lo Porto, the youngest of four brothers, told the Intercept.

Working for the Red Cross in Pakistan at the time of his capture, Lo Porto’s friends remember him as a kind person in search of a sense of validity in his world.

“It was in his nature to help people,” a friend, Claudia Hille, told the Intercept. “And I think he also wanted to get away from Italy. The international aid community is really open-minded, it’s like a special bubble, and I think he really liked that.”

After hearing Obama’s announcement last April, Daniele said he was outraged.

“My reaction? Anger,” he said.

“Obama said the intelligence service was watching, and yet no one knew anything? How could the Americans not see that there were two other people, the hostages? With the technology they have, can’t they see inside the houses?”

While attorneys work to hold the US government accountable, Daniele doesn’t have much hope.

“America could give us a palace full of money, and it wouldn’t matter. There can be no justice from America.”

Sorgente: Family of US Drone Victim Ignored After Obama’s Pledge for ‘Full Review’

US Military Personnel Get Administrative Punishment Over Kunduz Bombing

Over a dozen US military personnel have been punished for actions that led to the bombing of a Doctors Without Borders (Medecins Sans Frontiers, or MSF) hospital in Afghanistan last year, The New York Post reports.

Sorgente: US Military Personnel Get Administrative Punishment Over Kunduz Bombing

Defence for Children International: Israele uccide intenzionalmente i minorenni palestinesi

Palestinian-youth-arrested-by-Israeli-soldiers-in-al-aqsa-mosque04Memo. Defence for Children International ha accusato l’esercito israeliano di uccidere intenzionalmente i bambini palestinesi nei Territori occupati palestinesi, secondo quanto ha riportato QudsNet.

L’esercito di occupazione ha ucciso oltre 180 Palestinesi dall’inizio dell’Intifada di Gerusalemme, a ottobre del 2015, compresi 49 minorenni. 17 ragazze sono tra i minorenni uccisi.

L’organizzazione ha dichiarato: “Le ripetute uccisioni e le sparatorie contro i minorenni, da parte dell’esercito israeliano, e l’impedimento al personale medico di prestare soccorso sono una forma di omicidio extra-giudiziario”.

“La mancata punizione” incoraggia i soldati israeliani a uccidere i minorenni palestinesi, in quanto nessuna reale indagine è aperta in casi in cui sono i Palestinesi ad essere uccisi.

Un dirigente del gruppo ha aggiunto che l’escalation della politica israeliana dà all’esercito luce verde per uccidere i bambini palestinesi. In passato, ai soldati israeliani era permesso di aprire il fuoco solo in situazioni pericolose, ma ora possono farlo in qualunque momento abbiano paura.

Sorgente: Defence for Children International: Israele uccide intenzionalmente i minorenni palestinesi | InfopalInfopal

‘Saudi attacks have killed 8,278 Yemenis’

More than 8,200 people have been killed and many more injured ever since Saudi Arabia started a war on Yemen in March, a civil group says. 

The Yemeni Civilian Association announced in a report on Wednesday that the ongoing Saudi attacks have claimed the lives of 8,278 people, including 2,236 children, and left 16,015 others injured.

The attacks have also destroyed or damaged:

–          Around 345,722 houses

–          39 universities

–          262 hospitals

–          16 media offices

–          615 mosques

–          810 schools and educational centers

Forced the closure of around 4,000 schools

Further damaged in Saudi strikes:

–          1,113 government buildings

–          191 factories

–          59 heritage sites

–          41 sports stadiums

–          124 chicken farms

–          547 food stores

–          421 fuel tankers

Saudi attacks have destroyed or damaged:

–          530 bridges and roads

–          163 water tanks

–          140 power plants

–          167 telecommunications sites

–          14 airports

–          10 seaports

The report comes in the wake of the International Committee of the Red Cross (ICRC) warning about the dire situation of Yemeni patients amid Saudi attacks on hospitals.

Robert Mardini, who heads the ICRC’s operations for the Near and Middle East, has said the situation in Yemen is turning into one of the world’s “forgotten conflicts”.

Yemeni mourners pray over the coffin of Almigdad Mojalli, a freelance Yemeni journalist killed in a Saudi air raid, in Sana’a, Jan. 18, 2016. (Photo by AFP)

Earlier this month, the ICRC’s outgoing health coordinator in Yemen, Monica Arpagaus, warned that hospitals in Yemen are no longer safe.

“We have incidents where hospitals have been targeted and patients have been injured and staffs have been killed,” Arpagaus said.

“Drugs, medication and medical supplies have been prevented from crossing frontlines into hospitals which desperately need these supplies.”

Sorgente: PressTV-‘Saudi attacks have killed 8,278 Yemenis’

Shot for flying a flag in Gaza

Muhammad al-Bhaisy remains in critical condition after being hit by Israeli bullet.

The boundary between Gaza and Israel has been a deadly place for Palestinians. Israeli forces killed at least 16 Palestinians during protests in that area between 1 October and 6 November.

Israel’s violence did not deter 22-year-old Muhammad al-Bhaisy from joining a demonstration at the boundary on 6 November. Accompanied by his friend Sharif Mousa, he brought along a large Palestinian flag. On the way to the protest from his home in the Deir al-Balah refugee camp, Muhammad found a stick on the street, to which he fastened the flag.

Hundreds of young Palestinians took part in the protest at the boundary that day. As Muhammad and Sharif arrived, they could see that Israeli soldiers had already begun firing tear gas and bullets.

After approximately 20 minutes, Muhammad suddenly ran towards the boundary fence, near al-Bureij, another refugee camp in Gaza. Sharif tried to hold his friend back. But he couldn’t.

A video of the incident has been uploaded to Facebook.

It shows Israeli soldiers opening fire towards Muhammad as he runs. They do not hit him, at first.

Then Muhammad arrives at the boundary fence and mounts his flag upon it. At that moment, he is shot.

Muhammad falls to the ground, but then raises an arm to let people know he is still alive. When several other young men rush to try and rescue him, Israeli soldiers fire on them, forcing them to retreat.

Finally, another group manages to run to Muhammad and carry him away. All the while, Israeli soldiers continue firing on them as they run away from the fence.

 

Sorgente: Shot for flying a flag in Gaza | The Electronic Intifada

Ministry: 14 Palestinians killed, 1,000 injured since Oct. 1 – Ministero: dal primo di ottobre 14 Palestinesi uccisi e 1000 feriti

Oct. 9, 2015 11:19 P.M. (Updated: Oct. 10, 2015 12:02 P.M.)

Palestinian soldiers mourn over the body of 13-year-old Abed al-Rahman Obeidallah, one of several killed in the latest round of violence. (AFP/Musa Al-Shaer, File)

BETHLEHEM (Ma’an) — Fourteen Palestinians have been killed by Israeli forces and around 1,000 injured with live and rubber-coated steel bullets in the occupied West Bank and Gaza Strip since Oct. 1, the Palestinian Ministry of Health said Friday. By the end of the day on Friday alone, seven Palestinians were killed and around 200 injured with live and rubber-coated steel bullets, while seven suffered from bruises after being physically assaulted by Israeli forces in clashes across the West Bank and Gaza Strip. According to the ministry, the numbers include those who were admitted to hospitals, while hundreds of others were treated on the scene.In the Gaza Strip, six Palestinians were killed and 145 others injured by the end of the day as Israeli military forces opened fire at a demonstration by the border fence east of Gaza City and near Khan Younis, the ministry said.In Hebron, Mohammad Al-Jabari,19, was killed after allegedly stabbing an Israeli border police officer and 11 were injured, three with live bullets in the feet, the rest with rubber-coated steel bullets. One of the latter was hit in the head and taken to Yatta hospital. In ongoing clashes near the Beit El settlement in the Ramallah district, eight people were injured with live bullets and 22 with rubber-coated steel bullets, according to the ministry. Four those injured are currently in serious condition.As clashes persisted in Bethlehem, five were injured with rubber-coated steel bullets and one with live bullet in the foot, the ministry said.Three Palestinians were injured with live bullets in the stomach and feet in clashes in Kafr Qaddum near Qalqiliya, and six others were beaten up by Israeli forces and settlers in Beit Furik in Nablus, one of them suffering fractures to the head. In Jenin, nine were injured with live bullets to the feet and two with rubber-coated steel bullets, including one Palestinian who was hit in the neck.Another Palestinian suffered several bruises and fractures after being beaten up by Israeli forces in Jericho, the ministry added.According to Ma’an reports, eight of those killed since the beginning of the month have been shot by Israeli forces during demonstrations and clashes, including a 13-year-old boy. The majority of the others were killed during alleged stabbing attacks and are below the age of twenty.Four Israelis have been killed during the same time period, two of whom were Israeli settlers.High fatality and injury rates since the beginning of the month come as Prime Minister Benjamin Netanyahu vowed on Thursday to take action against “inciters” and “attackers” in the wake of a series of stabbing attacks on Israelis.
Rights groups have argued that Israeli forces use unnecessary and fatal methods of “crowd control” against Palestinians, especially in the aftermath of the recent approval of the use of .22 caliber bullets in occupied East Jerusalem.Arguing that the new law expands the ability for Israeli forces to target Palestinians, PLO secretary-general Saeb Erekat said: “The Israeli government continues to incite against Palestinian lives, with a culture of hate that dehumanizes a whole nation.”Tensions have soared across Israel and the occupied Palestinian territories in recent weeks following a series of stabbing attacks by both Israelis and Palestinians, and violent attacks by Israeli settlers on Palestinians.

Ministero: dal primo di ottobre 14 Palestinesi uccisi e 1000 feriti

350485C

Betlemme-Ma’an.Quattordici Palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e circa 1.000 feriti, con proiettili veri e ricoperti di gomma in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza a partire dal 1° di ottobre, ha dichiarato venerdì il ministero della Sanità palestinese.

Nella sola giornata di venerdì, sette Palestinesi sono stati uccisi e circa 200 feriti con proiettili veri e ricoperti di gomma, mentre altri sette sono rimasti contusi dopo essere stati aggrediti fisicamente dalle forze israeliane durante gli scontri in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Secondo il ministero, queste cifre comprendono quelli che sono stati ricoverati negli ospedali, mentre centinaia di altri sono stati curati sul posto.

Nella Striscia di Gaza alla fine della giornata sei Palestinesi sono stati uccisi e 145 feriti, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco durante una manifestazione lungo il confine a est della città di Gaza e vicino a Khan Younis, ha riferito il ministero.

A Hebron, Mohammad Al-Jabari, 19 anni, è stato ucciso dopo il presunto accoltellamento di un poliziotto di frontiera e 11 sono stati feriti, tre ai piedi con proiettili veri, i restanti con pallottole ricoperte di gomma. Tra questi ultimi, uno è stato colpito alla testa e portato all’ospedale di Yatta.

Durante gli scontri vicino alla colonia di Beit El, nel distretto di Ramallah, otto persone sono rimaste ferite con proiettili veri e 22 con proiettili ricoperti di gomma, secondo il ministero. Quattro di questi feriti sono attualmente in gravi condizioni.

Mentre proseguivano gli scontri a Betlemme, cinque sono stati feriti con proiettili ricoperti di gomma e uno al piede con proiettile vero, ha riportato il ministero.

Tre Palestinesi sono stati colpiti allo stomaco e ai piedi con proiettili veri a Kafr Qaddum, vicino a Qalqiliya, ed altri sei sono stati picchiati dalle forze israeliane e dai coloni a Beit Faruk, Nablus; uno di loro ha subito fratture al capo.

A Jenin, nove sono stati feriti ai piedi con proiettili veri e due con proiettili di acciaio ricoperti di gomma, compreso un Palestinese che è stato colpito al collo.

Un altro Palestinese ha subito varie contusioni e fratture dopo essere stato picchiato dalle forze israeliane a Gerico, ha aggiunto il ministero.

Secondo i resoconti di Ma’an, otto di coloro che sono stati uccisi dall’inizio del mese sono stati colpiti dalle forze israeliane durante le manifestazioni e gli scontri, compreso un tredicenne. La maggior parte degli altri è stata uccisa durante presunti attacchi con coltelli ed erano tutti sotto i vent’anni di età.

Quattro israeliani sono stati uccisi nello stesso periodo, due dei quali erano coloni.

L’alto numero di morti e feriti dall’inizio del mese sono avvenuti dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva promesso di agire contro “provocatori” e “aggressori” sulla scia di una serie di accoltellamenti contro gli israeliani.

Gruppi per i diritti umani hanno sostenuto che le forze israeliane utilizzano metodi di “controllo di massa” inutili e letali contro i Palestinesi, soprattutto dopo la recente approvazione dell’utilizzo di pallottole calibro 0.22 a Gerusalemme Est occupata.

Sostenendo che la nuova legge amplia la possibilità per le forze israeliane di colpire i Palestinesi, il segretario generale dell’OLP, Saeb Erekat, ha dichiarato: “Il governo israeliano persiste ad incitare contro la vita dei Palestinesi, con una cultura di odio che disumanizza una intera nazione”.

Le tensioni sono salite alle stelle in Israele e nei territori palestinesi occupati nelle recenti settimane a seguito di una serie di accoltellamenti effettuati sia da israeliani che da palestinesi, e di aggressioni violente di coloni israeliani contro i Palestinesi.

(Soldati palestinesi vegliano il corpo del tredicenne Abed al-Rahman Obeidallah, uno dei tanti uccisi nell’ultima tornata di violenze. AFP/Musa Al-Shaer, File).

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

 

PALESTINA. Aggiornamenti sugli attacchi israeliani in corso.

Il funerale di Ahmad Salah, stamattina a Shuafat (Fonte: Ma'an News)

Il funerale di Ahmad Salah, stamattina a Shuafat (Fonte: Ma’an News)

AGGIORNAMENTI

11 ottobre 2015, ore 10.00 -Raid israeliano su Gaza: due morti

Una donna incinta, Nour Rasmi Hassan, e la sua bambina di due anni, Rahaf Yahya Hassan, sono le vittime del raid israeliano sulla Striscia di Gaza. L’aviazione dello Stato ebraico è entrata in azione nella notte, in risposta al lancio di due razzi dall’enclave palestinese caduti in territorio israeliano, senza fare vittime. Le Forze armate israeliane hanno detto di aver colpito due strutture per la fabbricazione di armi appartenenti ad Hamas. La donna incinta di cinque mesi e sua figlia sono morte sotto le macerie della propria abitazione. Altre tre persone sono rimaste ferite e i soccorritori stanno cercando tra le macerie altre possibili vittime.

Intanto, secondo quanto riferito in un primo momento dalle Forze armate israeliane, stamattina in Cisgiordania una donna palestinese si sarebbe fatta saltare in aria a bordo di un’automobile a un posto di blocco israeliano. In realtà testimoni hanno raccontato a diverse agenzie di stampa che la donna ha avuto un guasto alla macchina dove viaggiava con il figlio di 3 anni. Un problema elettrico ha provocato l’apertura dell’airbag e poi un incendio, la donna è riuscita ad uscire con il figlio, rimanendo lievemente ferita. Lievemente ferito anche un poliziotto.

ore 22 – Palestinese ferito due giorni fa dall’esercito israeliano muore. E’ la settima vittima della giornata

Ibrahim Awad, di Beit Omar a nord di Hebron, è deceduto poco fa in seguito alle gravi ferite riportate negli scontri con l’esercito israeliano due giorni fa. Ne ha dato notizia il quotidiano Haaretz

ore 21.30 – Decine di gazawi rompono la recinzione che separa la Striscia da Israele

I media israeliani riferiscono che decine di palestinesi avrebbero aperto un varco nella recinzione che separa la Striscia di Gaza da Israele. Bloccati dai militari, cinque di loro sono stati arrestati, gli altri rispediti indietro

ore 21:00 – 568 palestinesi feriti oggi in Cisgiordania e a Gerusalemme est

Nella sola giornata di sabato, sono stati 568 i palestinesi feriti dal fuoco israeliano. Lo riferisce la Mezzaluna Rossa palestinese, specificando che 26 sono stati colpiti da fuoco vivo, 148 da proiettili di gomma, 408 da lacrimogeni e 4 sono stati picchiati.

ore 20:00   Proteste palestinesi a Nazareth e Ramle

Manifestazioni di palestinesi cittadini d’Israele a Nazareth e Ramle. A Nazareth un corteo di 1.500 persone ha attraversato le strade della città “per protestare contro l’occupazione”. A riferirlo è il Canale 2 della televisione israeliana. Nel corso delle proteste sono stati arrestati 5 attivisti.

A Ramle la polizia israeliana ha arrestato 10 manifestanti dopo che un gruppo di 100 persone aveva iniziato a lanciare pietre contro gli agenti.

ore 18:30 Hamas: “Il silenzio della comunità internazionale di fronte ai crimini di guerra israeliani li legittima”

Il portavoce del movimento islamico palestinese Hamas, Sami Abu Zuhri, ha detto che il silenzio della comunità internazionale di fronte a quelli che definisce “crimini di guerra” israeliani li legittima. “Ciò spinge il nostro popolo a difendersi in ogni modo e mezzo possibile” ha detto

ore 18:10   Ministero salute palestinese: “Oggi 21 palestinesi feriti”

Almeno 21 palestinesi sono rimasti feriti oggi negli scontri con le forze armate israeliane. A riferire la notizia sono fonti mediche di Ramallah. Un dato che pare destinato a salire considerando il fatto che gli scontri sono ancora in corso in varie zone della Cisgiordania.

Sette palestinesi sono stati colpiti da proiettili di ferro ricoperti di gomma sparati dai militari di Tel Aviv a Bab az-Zawiya (Hebron). Feriti quattro ragazzi palestinesi (uno di loro sembrerebbe in gravi condizioni) sempre con colpi di arma da fuoco vicino a Ramallah.

Secondo il Ministero della salute palestinese, dal 1 ottobre sono circa 1.000 i palestinesi feriti negli scontri con l’esercito israeliano.

ore 16.15 – DUE BAMBINI UCCISI A GAZA DA ISRAELE DURANTE MANIFESTAZIONE

Durante una manifestazione nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco uccidendo due minorenni: un bambino di 13 anni, Marwan Hisham Barbakh, e Omar Othman, 15, di Khan Younis. 20 morti in 10 giorni

ore 15.15 – TRE POLIZIOTTI ISRAELIANI ACCOLTELLATI A GERUSALEMME. UCCISO IL PALESTINESE RESPONSABILE

Tre poliziotti israeliani sono stati accoltellati a Gerusalemme, alla Porta di Damasco, da un adolescente palestinese. Il giovane, Mohammed Saeed, di Shuafat, è stato ucciso da altri poliziotti. Secondo il sito israeliano Walla, uno dei tre poliziotti sarebbe stato ucciso, ma la notizia è stata smentita.

ore 14.30 – SCONTRI A SHUAFAT DOPO FUNERALE, PALESTINESE FERITO ALLA GAMBA

Dopo i funerali del palestinese ucciso ieri notte al campo profughi di Shuafat a Gerusalemme, sono scoppiati scontri tra manifestanti e polizia di frontiera israeliana. Un uomo è stato ferito alla gamba da pallottole sparate dalla polizia, secondo la quale si stava avvicinando con una Molotov.

Scontri anche a Ramallah, vicino alla colonia di Beit El: due palestinesi feriti da proiettili di gomma.

ore 13.45 – ARRESTATI 5 ISRAELIANI PER AGGRESSIONE A TRE PALESTINESI A NETANYA

La polizia israeliana ha arrestato stamattina 5 israeliani ebrei a Netanya perché accusati di aver tentato di linciare tre palestinesi cittadini d’Israele ieri sera in città (nord di Tel Aviv). Secondo le prime ricostruzioni, gli arrestati, insieme ad altre persone che ancora non sono state arrestate, avrebbero pianificato l’aggressione sui social network. L’obiettivo era andare a Piazza Indipendenza in città “per far male agli arabi”. Nei messaggi scambiati in rete gli aggressori si sarebbero divisi l’arma da portare in strada: coltelli, asce o catene.

A partecipare al tentato linciaggio sono stati una trentina di israeliani ebrei: Le vittime sono 3 palestinesi. Due sono riuscite a scappare. L’altra, invece, Abed Jamal, è stata duramente picchiata dalla folle inferocita che gridava “morte agli arabi” e “a Netanya gli arabi si falciano” e si sarebbe salvata solo grazie all’arrivo di una volonte della polizia.

Jamal, nonostate fosse la vittima dell’aggressione, è stato ammanettato e fermato per essere interrogato. Il linciaggio è stata ripreso con dei telefoni cellulari ed è stato postato sui social network scatenando dure reazioni da parte di molti navigatori. Oltre ai cinque arrestati, la polizia ha fermato altre 10 persone per interrogarle.

ore 11.55 – COLONI ATTACCANO CASE PALESTINESI A SUD DELLA CISGIORDANIA

Un gruppo di coloni ha attaccato le case di alcuni palestinesi che risiedono vicino all’insediamento di Kiryat Arba, a ovest di Hebron. Secondo fonti locali, i coloni, protetti dall’esercito israeliano, avrebbero attaccato la zona di Wadi Hussein mentre i soldati avrebbero sparato gas lacrimogeni e acqua chimica sui palestinesi.

ore 11.50 – FOTO MOSTRANO L’ATTACCO A GERUSALEMME DI STAMATTINA

Una serie di foto pubblicate dall’agenzia stampa palestinese Ma’an News (clicca qui) mostrano l’attacco di questa mattina vicino alla Porta di Damasco. Un palestinese di 16 anni, Eshak Badtan, accoltella un israeliano, poi soccorso. Dalle immagini sembrerebbe che il giovane sia stato colpito dal fuoco della polizia tempo dopo l’attacco, invece di essere fermato con altri mezzi.

Subito sono esplosi scontri alla Porta di Damasco tra centinaia di palestinesi e la polizia, a causa dell’uccisione del 16enne. La polizia ha sparato molti gas lacrimogeni e nei tafferugli è rimasto ferito un giornalista israeliano di 35 anni. Secondo Haaretz, si tratterebbe invece di un giornalista straniero.

ore 11.45 – PALESTINESE FERITO E ARRESTATO NELLA ZONA DI HEBRON

Il 18enne Jalal Shahir Rayyan è stato arrestato stamattina dalle forze militari israeliane nella cittadina di Deir Samit, a Hebron, dopo essere stato colpito da pallottole sparate da guardie private. Secondo le forze armate, qualcuno si sarebbe introdotto nella notte nella colonia illegale di Bushter e la sicurezza privata dell’insediamento ha aperto il fuoco.

Arrestato anche Bakir Hasan Sharawnah mentre tentava di portare in ospedale il giovane.

ore 11.30 – MISSILE DALLA STRISCIA DI GAZA

Ieri notte un razzo è stato lanciato dalla Striscia di Gaza e sono caduti in territorio israeliano, in aree vuote. Nessun ferito né danni, fanno sapere le autorità israeliane.

ore 10.30 – GIOVANE PALESTINESE ACCOLTELLA DUE ISRAELIANI, UCCISO DALLA POLIZIA

Stamattina un giovane palestinese di 16 anni, Eshak Badtan, di Kufr ‘Aqab ha accoltellato due israeliani di 65 e 62 anni  vicino alla Porta di Damasco, nella Città Vecchia di Gerusalemme. La polizia ha aperto il fuoco e lo ha ucciso. I due israeliani sono stati medicati dai paramedici per ferite lievi. Subito sono comnciati gli scontri tra manifestanti palestinesi e poliziotti che hanno cercato di disperdere la folla con gas lacrimogeni. Sale a 17 il numero totale di palestinesi uccisi dal primo ottobre

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della redazione

Gerusalemme, 10 ottobre 2015, Nena News – L’ennesima notte di violenza in quella che è stata ribattezzata “l’Intifada di Gerusalemme”. Dopo la strage di ieri a Gaza, con sei palestinesi uccisi dalle forze militari israeliane posizionate al di là del confine est, oggi la Palestina conta altri due morti. Anche loro giovanissimi.

Nel campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme Est, il 24enne Ahmad Salah è stato ucciso la notte scorsa durante scontri esplosi al checkpoint di ingresso nel campo. Secondo Thaer al-Fasfous, portavoce di Fatah a Shuafat, “gli scontri sono ricominciati nella notte e le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri da distanza ravvicinata contro i giovani”. Numerosi i feriti, di cui due in serie condizioni, mentre scontri scoppiavano in tutti i quartieri di Gerusalemme Est: a Wadi al-Joz, a Issawiya (dove una donna è stata arrestata e un giovane è stato colpito alla testa e versa in gravi condizioni), a Al-Tur, a Jabal al-Mukkaber.

Secondo alcuni testimoni, la polizia israeliana avrebbe impedito all’ambulanza di raggiungere e soccorrere Ahmad Salah, “lasciato a terra sanguinante”. È morto poco dopo. Le autorità israeliane hanno consegnato il corpo alla famiglia questa mattina e subito si sono tenuti i funerali, a cui hanno partecipato migliaia di persone.

Nelle stesse ore a Gaza perdeva la vita il 22enne Jihad Salim al-Ubeid, morto a causa delle ferite riportate ieri durante le manifestazioni al confine. Residente a Deir al-Balah, era stato colpito dal fuoco israeliano mentre insieme ad altre centinaia di palestinesi protestava a 100 metri di distanza dalla rete di separazione con Israele.

Sale così a 16 il bilancio delle vittime palestinesi dallo scorso giovedì 1 ottobre, quattro le vittime israeliane. L’associazione per i diritti umani Amnesty International ha lanciato un appello alle autorità israeliane perché interrompano “l’uso di eccessiva forza e di omicidi ingiustificati di palestinesi, la demolizione di case e altre misure di punizione collettiva”.

thanks to: Nena News

Iran Security Chief Blasts Saudis for Using Biological Weapons in Yemen

The Secretary of Iran’s Supreme National Security Council Ali Shamkhani told a Yemeni delegation in Tehran that Iran condemns Saudi Arabia’s military interference in the Yemen conflict, and supports negotiations among Yemeni groups to solve the crisis.

Sorgente: Iran Security Chief Blasts Saudis for Using Biological Weapons in Yemen

TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI. L’escalation israeliana continua

Non cala la tensione in Cisgiordania e Gerusalemme dove il bilancio dei feriti si aggrava di ora in ora. Il presidente dell’Autorità Palestinese chiede ai suoi vertici di sicurezza di placare le proteste. Israele, intanto, annuncia l’arresto della cellula che avrebbe ucciso i due coloni la scorsa settimana

Mideast Israel Palestinians
della redazione

Roma, 6 ottobre 2015, Nena News – Il bilancio degli scontri degli ultimi giorni tra palestinesi e forze armate isralieane si aggrava di ora in ora. Secondo la mezzaluna palestinese sono almeno 500 i palestinesi feriti da venerdì in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme est. Di questi, 41 hanno riportato ferite causate da proiettili veri, mentre 143 da pallottole di acciaio ricoperte di gomma.

Accanto al numero crescente dei feriti aumenta anche quello delle vittime. A pagare con la vita le tensioni di questi giorni è stato ieri un 13enne del campo profughi di Aida vicino a Betlemme, Abed Ar-Rahman ‘Abd Allah, sparato al petto mentre un gruppo di palestinesi lanciava le pietre in direzione dei soldati israeliani. Giovane era anche Huzeifa Othman Suleiman (18 anni) ucciso l’altro giorno nella città di Tulkarem. Giallo, invece, sulle condizioni di un altro adolescente palestinese a Beit Hanina (Gerusalemme est). Secondo la stampa palestinese, il ragazzo, colpito da un proiettile della polizia israeliana, sarebbe gravemente ferito. Per il portale israeliano “The Times of Israel” il ragazzo (di cui non sono ancora note le generalità) sarebbe stato ucciso. Se confermata la notizia, si tratterebbe del terzo palestinese ucciso negli ultimi giorni. Il quinto se si considerano anche i due attentatori palestinesi ammazzati da Israele (sull’aggressione ad israeliani di uno dei due continuano però ad esserci molti dubbi). Quattro le vittime civili israeliane.

Un bilancio, quello dei feriti e dei morti, che va aggiornato di ora in ora perché gli scontri tra forze armate israeliane e i palestinesi continuano senza tregua. A Bireh, nord di Ramallah, i militari di Tel Aviv hanno sparato ieri pallottole vere ferendo 6 persone. Proiettili veri e ricoperti di gomma sono stati usati dai soldati dello stato ebraico anche nell’insediamento di Beit El.

Ancora violenza a Gerusalemme. Nel quartiere French Hill, il canale 2 israeliano ha riferito che due cittadini ebrei sono stati leggermente feriti ieri sera da alcune pietre scagliate contro l’autobus su cui viaggiavano. Proteste e scontri sono stati segnalati nuovamente a Shu’fat dove i manifestanti sono stati dispersi dopo un fitto lancio di lacrimogeni da parte israeliana. Che la situazione umanitaria nei Territori occupati palestinesi sia allarmante è dimostrato dal fatto che la Croce Rossa palestinese ha dichiarato due giorni fa lo stato di emergenza rendendo tutto il suo staff reperibile e pronto ad intervenire.

In questo clima di alta tensione, ieri il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas ha ordinato ai suoi vertici di sicurezza di fare il possibile per placare le proteste “per non dare spazio ai piani di Israele”. Mentre Abbas riconfermava così di fatto il coordinamento alla sicurezza con lo stato ebraico, a Gerusalemme il gabinetto di sicurezza israeliano si riuniva per discutere delle nuove misure da prendere per arrestare le violenze. Violenze che , secondo un ufficiale dell’Ap citato dal The Times of Israel, potrebbero dare “inizio ad una nuova Intifada”.

Ieri sera, intanto, lo Shin Bet (l’Intelligece israeliana interna) ha reso noto di aver restato 5 palestinesi di Nablus che avrebbero confessato di aver ucciso giovedì sera i due coloni Eitam e Na’ama Henkin. Secondo i Servizi segreti il comandante del gruppo, il 37enne Ragheb Ahmad Muhammad, avrebbe reclutato e dato armi al commando che ha compiuto l’attacco, ma non sarebbe stato presente durante l’omicidio. Un altro presunto membro del gruppo, Kamal al-Masri, era stato arrestato domenica quando alcuni poliziotti israeliani in borghese erano entrati nell’ospedale di Nablus dove questi stava ricevendo delle cure.

Ieri sono tornati all’azione i bulldozer israeliani e hanno raso a suolo le case di due palestinesi responsabili di attentati contro israeliani lo scorso anno. L’esercito ha infatti demolito le abitazioni di Ghassan Abu Jamal e di Mohammad Jaabis a Gerusalemme Est. Il primo, insieme al cugino Udai, aveva ucciso 4 rabbini e un poliziotto in una sinagoga nella parte occidentale di Gerusalemme prima di essere freddato dalla polizia accorsa sulla scena del delitto. Stessa fine pure per l’altro attentatore che guidò il suo bulldozer su un autobus uccidendo una persona.

Anche l’abitazione Muataz Hijazi è a rischio demolizione. Nell’ottobre del 2015 Hijazi ferì gravemente l’attivista israeliano di estrema destra Yehuda Glick. Fu poi successivamente ucciso dalle forze di sicurezza di Tel Aviv sul suo tetto di casa.

Le “dure misure di sicurezza” annunciate dal premier israeliano Netanyahu per fermare la rabbia palestinese non stanno però convincendo alcuni esponenti del suo governo e, soprattutto, molti esponenti dell’estrema destra extra parlamentare israeliana. Ieri sera infatti, nelle stesse ore in cui Netanyahu si incontrava con i vertici della sicurezza, migliaia di persone si sono riunite fuori la sua residenza per protestare contro le politiche portate avanti dal suo esecutivo. I manifestanti hanno chiesto a gran voce di continuare a costruire negli insediamenti in Cisgiordania e di ricevere “più sicurezza in Giudea e Samaria” [Cisgiordania, ndr]. Tra i dimostranti vi era anche il capo del Consiglio regionale della Samaria, Yossi Dagan, che ha promesso di continuare la sua protesta finché il governo non risponderà alle istanze dei coloni. “Chiediamo sicurezza per fermare il barbaro congelamento delle costruzioni nelle colonie”, ha dichiarato Dagan rivolgendosi alla folla.

A dargli man forte, però, c’erano anche due ministri del governo Netanyahu (entrambi del suo partito, il Likud). Uno di questi era il titolare del dicastero del Turismo Yari Levin il quale, dopo aver collegato “la nuova ondata di attacchi terroristici palestinesi” al discorso all’Onu pronunciato mercoledì da Abbas, ha detto “di aspettarsi l’autorizzazione per costruire [nei Territori Occupati]. “Questo – ha concluso Levin – ci permetterà di vincere sul terrorismo”.

thanks to: Nena News

RESPONSABILE ONU: “INACCETTABILE” L’ATTACCO SAUDITA A HODEIDA

“Questi attacchi contravvengono chiaramente al diritto internazionale umanitario e sono inaccettabili”: così il responsabile per le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite, Stephen O’Brien, si è rivolto al Consiglio di sicurezza denunciando la particolare violenza di un bombardamento condotto dalla coalizione a guida saudita contro il porta di Hodeida; uno scalo di importanza vitale in quanto porta d’accesso degli aiuti in un paese devastato dalla guerra e bisognoso di cibo, farmaci, carburante.

RESPONSABILE ONU: “INACCETTABILE” L’ATTACCO SAUDITA A HODEIDA – Misna – Missionary International Service News Agency.

Gaza, “Venerdì nero”: indagine innovativa indica crimini di guerra israeliani a Rafah

Comunicato stampa Amnesty International

* Ricostruzione degli attacchi israeliani a Rafah tra il 1° e il 4 agosto 2014
* Prove sussistenti di crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità richiedono indagine urgente
* Forze israeliane hanno ucciso almeno 135 civili palestinesi, tra cui 75 bambini, a seguito della cattura di un soldato israeliano
* Centinaia di video, foto e immagini satellitari analizzate da esperti, riferimenti incrociati con testimonianze oculari
* Tecniche avanzate utilizzate per analizzare le prove, tra cui lo studio delle ombre dei pennacchi di fumo in molteplici video per determinare tempo e luogo di un attacco

Nuove prove che dimostrano come le forze israeliane abbiano compiuto crimini di guerra in rappresaglia alla cattura di un soldato israeliano sono state rese note in un rapporto congiunto di Amnesty International e Architettura legale. Le prove, che includono un’analisi dettagliata di grandi quantità di materiali multimediali, suggeriscono che il carattere sistematico e apparentemente deliberato dell’attacco aereo e di terra su Rafah che ha ucciso almeno 135 civili, può anche costituire crimini contro l’umanità.

Il rapporto “Venerdì nero’: carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014” presenta tecniche investigative all’avanguardia e un’analisi introdotta da Architettura legale, un gruppo di ricerca con sede a Goldsmiths, presso l’Università di Londra.

“Ci sono prove convincenti che le forze israeliane hanno commesso crimini di guerra nel loro bombardamento implacabile e massiccio delle zone residenziali di Rafah, al fine di sventare la cattura del tenente Hadar Goldin, mostrando scioccante disprezzo per la vita dei civili. Hanno effettuato una serie di attacchi sproporzionati o altrimenti indiscriminati, che si è completamente fallito di indagare in modo indipendente”, ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

“Questo rapporto presenta una richiesta urgente di giustizia che non deve essere ignorata. L’analisi combinata di centinaia di foto e video, nonché immagini satellitari e testimonianze di testimoni oculari, fornisce prove convincenti di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale da parte delle forze israeliane che devono essere indagate”.

La massiccia quantità di prove raccolte è stata presentata ai militari e ad altri esperti e poi organizzata in ordine cronologico a creare un resoconto dettagliato degli eventi dal 1° agosto, quando l’esercito israeliano ha applicato la controversa e riservata procedura “Hannibal” a seguito della cattura del tenente Hadar Goldin.

Secondo la “Direttiva Hannibal”, le forze israeliane possono rispondere alla cattura di un soldato con un’intensa potenza di fuoco, nonostante i rischi per la sua vita o per i civili nelle vicinanze. Come il rapporto illustra, l’attuazione della direttiva ha portato all’ordine di compiere attacchi illegali contro i civili.
“Dopo la cattura del tenente Hadar Goldin, le forze israeliane sembrano essersi sbarazzate dei regolamenti, utilizzando una politica “senza regole” con conseguenze devastanti per la popolazione civile. L’obiettivo era quello di sventare la sua cattura a tutti i costi. L’obbligo di prendere precauzioni per evitare la perdita di vite civili è stata completamente trascurata. Interi quartieri di Rafah, tra cui aree abitate intensamente popolate, sono state bombardate senza distinzione tra civili e obiettivi militari”, ha affermato Philip Luther.

Goldin è stato dichiarato morto il 2 agosto, suggerisce che potrebbero in parte essere stati motivati ??dal desiderio di punire la popolazione di Rafah come vendetta per la sua cattura.

Intenso bombardamento
Poco prima della cattura del tenente Goldin il 1° agosto 2014, un cessate il fuoco era stato annunciato e molti civili erano tornati alle loro case credendosi al sicuro. Un bombardamento massiccio e prolungato è iniziato senza preavviso mentre masse di persone erano in strada, e molti di loro, soprattutto quelli nelle auto, sono diventati bersagli. Quel giorno è rimasto noto in seguito a Rafah come “venerdì nero”.

I racconti dei testimoni oculari hanno descritto scene raccapriccianti di caos e panico come un inferno di fuoco da jet F-16, droni, elicotteri e artiglieria piovuto giù per le strade, colpendo civili a piedi o in auto, nonché ambulanze e altri veicoli di evacuazione i feriti.

Un testimone ha descritto gli attacchi di quel giorno come un tentativo di polverizzare i civili di Rafah, paragonando l’assalto a “una macchina per tritare le persone senza pietà”.

Analisi legale all’avanguardia
Per questa indagine, i racconti dei testimoni che descrivono la carneficina a Rafah sono stati verificati con riscontri incrociati tra centinaia di foto e video presi da varie fonti e molteplici sedi, così come con nuove immagini satellitari ad alta risoluzione ottenute da Amnesty International.

Un gruppo di ricercatori di Architettura legale ha utilizzato una serie di tecniche sofisticate per analizzare queste prove. I ricercatori hanno esaminato gli indicatori temporali all’interno di un’immagine – come l’angolo delle ombre o la forma e le dimensioni dei pennacchi di fumo, che agiscono come “orologi fisici” – per determinare con precisione gli attacchi nel tempo e nello spazio (un processo noto come geo-sincronizzazione).

L’analisi rivela che il 1° agosto gli attacchi israeliani contro Rafah hanno preso di mira diversi luoghi in cui si credeva potesse trovarsi il tenente Goldin, a prescindere dal pericolo rappresentato per i civili, il che suggerisce che gli attacchi avrebbero anche potuto ucciderlo.

In uno degli incidenti maggiormente letali, i ricercatori, con l’aiuto di militari esperti, sono stati in grado di confermare che le due bombe da una tonnellata – il più grande tipo di bomba nell’arsenale dell’aviazione israeliana – sono state sganciate su un edificio a un solo piano a al-Tannur, Rafah est. Decine di civili erano nelle immediate vicinanze in quel momento il che ha reso l’attacco esageratamente sproporzionato.

“La ferocia dell’attacco a Rafah mostra le misure estreme che le forze israeliane erano preparate a prendere per impedire la cattura in vita di un solo soldato – decine di vite civili palestinesi sono state sacrificate per questo unico scopo.” ha evidenziato Philip Luther.

L’analisi delle fotografie, dei video e degli altri elementi di prova multimediali da parte dei testimoni oculari è stato fondamentale per indagare sulle possibili violazioni in quanto le autorità israeliane hanno negato l’accesso al personale di Amnesty International nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto del 2014.
“Architettura legale unisce nuove tecnologie architettoniche e mediali per ricostruire incidenti complessi basati sulle tracce che la violenza lascia sugli edifici durante un conflitto. I modelli architettonici ci aiutano a disegnare legami tra più elementi di prova, come immagini, video caricati sui social media e testimonianze per ricostruire virtualmente lo svolgersi degli eventi” ha dichiarato Eyal Weizman, direttore di Architettura legale.

Attacchi a ospedali e operatori sanitari
Le immagini satellitari e le fotografie analizzate per il rapporto mostrano i crateri e i danni che indicano come gli ospedali e le ambulanze siano stati ripetutamente attaccati durante l’assalto a Rafah, in violazione del diritto internazionale.

Un medico ha descritto come i pazienti siano fuggiti freneticamente dall’ospedale di Abu Youssef al-Najjar dopo l’intensificarsi degli attacchi sulla zona. Alcuni sono stati spinti giù dai letti, molti avevano ancora la flebo attaccata. Un ragazzo ingessato si è trascinato a terra pur di scappare.

Un’ambulanza che portava un anziano ferito, una donna e tre bambini è stata colpita da un missile sparato da un drone, facendola in fiamme e bruciando vivo chiunque fosse all’interno, operatori sanitari compresi. Jaber Darabih, un paramedico che era arrivato ??sulla scena, ha descritto i resti carbonizzati dei corpi come “senza gambe, senza mani… gravemente ustionati”. Tragicamente ha poi scoperto che anche suo figlio, un paramedico volontario, era tra quanti sono rimasti uccisi nell’ambulanza.

“Attaccando le ambulanze e colpendo vicino agli ospedali, l’esercito di Israele ha mostrato un plateale disprezzo per le leggi di guerra. Attaccare deliberatamente strutture sanitarie e medici professionisti equivale a compiere crimini di guerra”, ha ammonito Philip Luther.

Fine del ciclo di impunità
Questa indagine su Rafah fornisce una delle prove sinora più convincenti delle gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, compresi i crimini di guerra, compiute durante il conflitto.

Nei precedenti rapporti, Amnesty International ha messo in evidenza le violazioni compiute da entrambe le parti, inclusi gli attacchi sistematici da parte di Israele sulle case civili e la sua deliberata distruzione di edifici civili multipiano; gli attacchi indiscriminati dei gruppi armati palestinesi e gli attacchi mirati ai civili in Israele, così come le uccisioni sommarie di palestinesi a Gaza.

Tuttavia, un anno dopo il conflitto, le autorità israeliane non hanno condotto indagini credibili, indipendenti e imparziali sulle violazioni del diritto umanitario internazionale. Limitate indagini militari di Israele su alcune delle azioni condotte dalle sue forze a Rafah il 1° agosto non hanno ancora accertato alcuna responsabilità.

“Finora, le autorità israeliane hanno dimostrato nel migliore dei casi di non essere in grado di svolgere indagini indipendenti sui crimini di diritto internazionale a Rafah e altrove e nel peggiore dei casi di non essere disposte a farlo. I risultati di questo rapporto aggiungono prove convincenti a un già grande mole di documentazione credibile delle gravi violazioni commesse durante il conflitto di Gaza, che richiedono indagini indipendenti, imparziali ed efficaci”, ha concluso Philip Luther.

“Le vittime e le loro famiglie hanno diritto alla giustizia e alla riparazione. E quanti sono sospettati di aver ordinato o commesso crimini di guerra devono essere perseguiti”.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 29 luglio 2015

Il rapporto “Venerdì nero’: carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014” è disponibile insieme a ulteriori documenti all’indirizzo: https://blackfriday.amnesty.org/index.php

“In Israele, ci muoviamo in mezzo ad assassini e torturatori”

di Amira Hass

 

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ] – scrive la giornalista israeliana – scaturisce “dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori”

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti e abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano e hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

thanks to: NenaNews

forumpalestina

Guerra a Gaza, Rapporto medico: «Gravi violazioni»

23/06/2015  «Gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario». È questa la sintesi di “No safe place” (Nessun luogo sicuro), il primo rapporto medico indipendente su “Margine protettivo”, l’operazione attuata dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza tra l’8 luglio e il 26 agosto 2014.

Lo studio è stato redatto, su richiesta di Medici per i Diritti Umani–Israele e in collaborazione con tre associazioni umanitarie palestinesi, da un team di otto esperti internazionali. Hanno raccolto testimonianze di feriti (a Gaza, in Cisgiordania, Israele e Giordania), letto cartelle cliniche, analizzato foto di cadaveri, intervistato i medici che durante i 50 giorni di scontri hanno assistito i palestinesi, ma anche i soldati e i residenti israeliani.

Alla firma della tregua, il bollettino di guerra contava tra gli abitanti di Gaza 2.100 morti (almeno il 70% civili, oltre 500 bambini), 11 mila feriti e 100 mila rimasti senza tetto, mentre gli israeliani uccisi erano 67 soldati e 6 civili, tra cui un bambino e un lavoratore migrante. I feriti erano 469 militari e 255 civili.

In particolare, ora gli esperti internazionali puntano il dito contro i vertici dell’esercito israeliano per la mancanza di «distinzione tra obiettivi militari legittimi e popolazione civile» e per le modalità che hanno causato un incremento delle vittime. «Fallimento dei meccanismi di allarme, assenza di vie di fuga, collasso del sistema dei feriti e attacchi contro le squadre di soccorso», sintetizzano.

«Le prove raccolte», aggiungono, «dovrebbero essere utilizzate per l’accertamento legale attraverso le istituzioni giudiziarie locali e internazionali». Secondo l’inchiesta, la quasi totalità delle lesioni mortali sono il risultato di esplosioni o traumi da schiacciamento, spesso subiti nella propria abitazione o in quella di vicini e parenti. Sono stati registrati «numerosi casi di attacco double tap (doppio colpo), o una serie di attacchi consecutivi su una singola zona».

E l’elenco continua con «esplosivi pesanti nei quartiere residenziali, soccorittori feriti o uccisi in particolare a Shuja’iya a Gaza, l’utilizzo di mine tsefa shirion in una strada residenziale di Khuza’a a Khan Yunis, l’attacco deliberato all’ospedale Shuhada Al Aqsa di Deir Al Balah (21 luglio 2014)».

Il lungo elenco delle violazioni dei diritti umani

Il rapporto documenta che nella città di Khuza’a, il 23 luglio, è stato attaccato un convoglio che trasportava centinaia di civili in fuga; quando poi si sono rifugiati in una clinica medica, i missili hanno colpito anche questa struttura, causando ulteriori morti e feriti. Il giorno dopo, «è stata negata assistenza medica a un bambino di 6 anni ferito gravemente. Dopo che la sua evacuazione è stata ostacolata nonostante fosse stato visto dalle truppe di terra, il bambino è deceduto». Sempre a Khuza’a «in una casa occupata da soldati israeliani», denunciano gli esperti internazionali, «i civili hanno subito abusi e maltrattamenti, sono stati percossi, si sono visti rifiutare acqua e cibo e infine sono stati usati come scudi umani. Uno di essi è stato ucciso a distanza ravvicinata».

Dal punto di vista medico, le conseguenze dei 50 giorni dell’operazione sono legate anche «alle restrizioni imposte agli ospedali di Gaza, agli effetti della distruzione di circa 18 mila abitazioni, ai danni a lungo termine sulla salute psicosociale e mentale dei civili, all’aumento della richiesta di servizi di riabilitazione».

Per l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (Unrwa), «praticamente tutti i bambini di Gaza contano un familiare o un amico ucciso, menomato o ferito durante il conflitto, spesso davanti ai loro occhi. Mille dei 3.000 bambini feriti rimarranno disabili per il resto della vita».

Nel frattempo, il portavoce Unrwa Chris Gunness denuncia che «a sei mesi di distanza, i soldi promessi dai donatori internazionali non sono arrivati». Per questo, da febbraio la sua Agenzia ha dovuto interrompere il programma “Salva vita” per le famiglie sfollate. All’inizio del 2015 Gaza è stata colpita dalla tempesta Huda: quattro bambini sono morti per ipotermia. Salma, la più piccola, aveva solo 40 giorni. Da quando una bomba ha distrutto la casa, la sua famiglia abita a Beit Hanoun in una baracca di legno coperta da un telone di plastica che sventola ad ogni folata di vento gelido. «Quel giorno eravamo tutti bagnati fino alle ossa», ha raccontato la madre, «perché la pioggia entrava in casa e ha bagnato la copertina di Salma. L’ho trovata che tremava, il corpo freddo come il ghiaccio».

Stefano Pasta

thanks to: Famiglia Cristiana

GAZA, tra le macerie della sanità

Strutture demolite o inagibili, mancanza di posti letto, di elettricità, di farmaci e di attrezzature mediche: trascorso quasi un anno dalla fine della guerra, la situazione degli ospedali nella Striscia resta drammatica

Dyalisis service in al-Najjar hospital - Rafah

Testo e foto di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 25 maggio 2015, Nena News – Secondo gli ultimi dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani, nella Striscia di Gaza 17 dei 32 ospedali e 50 dei 97 centri sanitari di base sono stati danneggiati durante l’operazione Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana. Sei ospedali sono stati costretti a chiudere, nel corso del conflitto, e quattro centri sanitari di base sono stati completamente distrutti.

Ne è un esempio il Mohammed al-Durrah children’s hospital, il solo ospedale della Striscia di Gaza che fornisce assistenza sanitaria ai bambini, nella zona est di Gaza City, che conta almeno 300.000 abitanti. Riaperto al pubblico alla fine dello scorso gennaio, fatica ancora a rientrare nella quotidianità. Secondo le statistiche del ministero palestinese della Salute, rispetto ai primi sei mesi del 2014, in cui sono stati visitati 3.453 bambini, circa 500 al mese, dall’inizio del 2015 i piccoli pazienti visitati negli ambulatori dell’ospedale sono stati 1.789.

Oggi l’al-Durrah hospital conta circa un centinaio di posti letto. E’ diventato il nucleo coordinatore di tutti i centri di cure primarie pediatriche sulla Striscia. Sono di nuovo attivi gli ambulatori di neurologia, di endocrinologia, di malattie infettive, di nefrologia, di ematologia e della clinica gastrointestinale. Ancora ferme invece le sale operatorie, per mancanza di macchinari ed elettricità.

Il servizio di dialisi pediatrico è totalmente affidato all’Abdel al-Rantisi hospital, a Gaza City. A causa dell’instabile fornitura di energia elettrica, le tre macchine per dialisi non hanno un costante funzionamento.

I mesi successivi alla guerra hanno visto ulteriori difficoltà. Personale ospedaliero non pagato ormai da più di 18 mesi. Distribuita acqua corrente per 6-8 ore al giorno. Erogato solo il 46% di elettricità richiesta per il funzionamento di respiratori automatici, monitor e macchinari. La carenza di carburante frena l’utilizzo dei generatori elettrici. Per insufficienti forniture di carburante, ridotti anche i servizi in ambulanza.

Paediatric department in al-NajjaNell’Abu Youssef al-Najjar hospital a Rafah, a sud della Striscia di Gaza, attualmente i dipartimenti funzionanti sono quelli di medicina generale e pediatria. Ripresa quasi a pieno ritmo l’attività del centro dialisi, che garantisce il servizio nell’intera zona sud della Striscia.

Il personale sanitario gestisce nelle sole due sale operatorie interventi di ortopedia, chirurgia generale e chirurgia pediatrica, senza una terapia intensiva. In lista otto interventi di elezione ogni giorno più 1-2 eventuali interventi d’urgenza.

Inizialmente creato per essere solo un centro per le cure primarie, grazie ai risultati della campagna “Rafah needs a hospital”, il governo palestinese stanzierà 24 milioni di dollari e quattro ettari di terreno, per l’adeguamento dell’ospedale all’assistenza delle almeno 230.000 persone, residenti nell’area di oltre 4.000 metri quadrati. L’obiettivo è quello di far arrivare l’al-Najjar hospital a 230 posti letto. Attualmente vengono occupati 101 posti letto, distribuiti in medicina generale, pediatria, servizio dialisi, pronto soccorso e day hospital, di cui appena 60 quotidianamente funzionanti.

A Rafah in seguito all’attacco israeliano del primo agosto scorso persero la vita 112 persone e nei due giorni successivi ne morirono altre 120. Durante l’operazione Margine Protettivo, nella sola Rafah, hanno perso la vita 454 persone, di cui 128 bambini. 1052 furono i feriti. Molti dei quali ricevettero un blando antidolorifico e non furono ammessi in ospedale per mancanza di spazio.

Attualmente solo due ospedali forniscono servizi medici alla popolazione del distretto sud della Striscia di Gaza, l’Abu Youseff al-Najjar hospital e l’European Gaza Hospital di Khan Younis. Mentre le cure nel primo sono limitate dalla mancanza di attrezzature e materiali medico-chirurgici, le cure nel secondo sono di difficile accesso, soprattutto durante le guerre, a causa della posizione vicino ai confini nordorientali con Israele.

In collaborazione con il ministero della Salute palestinese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha finora completato la ristrutturazione nell’al-Durrah hospital e nell’ospedale di Beit Hanoun. Inoltre, ha finanziato la fornitura di attrezzature mediche e chirurgiche a nove ospedali pubblici. E ha partecipato ai lavori di ricostruzione nelle sale operatorie dell’European Gaza Hospital e nel Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, di Deir al-Balah.

Completamente demolito l’el-Wafa rehabilitation hospital, nel quartiere di Shujaiyya, a est di Gaza City, da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei, durante Margine Protettivo. Oggi l’ospedale utilizza ancora una sede temporanea nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Locazione condivisa con l’el-Wafa elderly care center.

Attualmente la disponibilità di posti letto è scesa da 145 a 40. Sono di nuovo funzionanti i servizi di fisioterapia e lungodegenza. Soppressi almeno 19 servizi clinici. Dallo scorso settembre ripreso il servizio domiciliare di fisioterapia, ai circa 6000 pazienti disabili e feriti gravemente dal conflitto. All’aria 13,5 milioni di dollari tra edificio, attrezzature e strumenti medicali totalmente distrutti. Dalla fine del conflitto sono stati ricevuti dall’ospedale solo la metà tra dotazioni e macchinari persi, grazie a donazioni internazionali.

Ematology departmenIn tutti gli ospedali della Striscia, si convive ancora con una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio israeliano non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Secondo il Central Drug Store di Gaza, farmaci essenziali e materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino, cioè le quantità presenti nel magazzino centrale non sono sufficienti a coprire i bisogni di un mese.

L’incremento dei casi di cancro è stato drammatico nella Striscia di Gaza. I dati del ministero della Salute palestinese parlano di 73 casi su 100.000 abitanti. La principale causa sarebbe ancora una volta il fosforo bianco, usato dall’esercito di Tel Aviv già durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008. Nel dipartimento dei tumori dell’al-Shifa hospital, a Gaza City, non si riescono più a fronteggiare i trattamenti anti-tumorali, a causa della mancanza di attrezzature e medicinali.

Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chiedono il permesso di ingresso in Cisgiordania, Israele e Egitto per cure mediche, riceve un appropriato trattamento anti-tumorale.

thanks to: Nena News

“…but still with a few hope in our hearts” “… Ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori”

20th May 2015 | Inas Jam | Khuzaa, Gaza.

Editor’s note: This is the testimony of a 23 year old woman who survived the land invasion of Khuzaa, Gaza, in the summer of 2014. This is the original version of her writings and no edits have been made.

We were in Khuzaa in our grandfather’s house when the war started. We thought Khuzaa was the safest area. But the 23rd July Khuzaa was a surrounded by tanks, drones and we started hearing many bombs.

We went to the basement to hide from the shooting but my grandfather stayed in the first floor with the other men…
Four days passed by very slowly and with a lot of difficulty, in the last day someone came to tell us that we had to leave Khuzaa.

We accepted and hurried up to the street, we were frightened, the planes were upon us, we were surprised because we thought there was nobody left in Khuzaa, but we saw many people crying, shouting, men injured by gunshot, they were walking covered in blood.
All was very sad.
While we were walking we saw the smoke from the bombs. Everyone was crying, men, women, old people and children.
The trepidation got into our hearts.
Some bombs felled in front of our eyes.
The streets were full of people running.
At some point we had to return back because we found in the street a big hole made by a rocket that prevented us to continue.

Casa Khhuzaa 2

When we returned back we found many families in the ground floor.
At night Apache helicopters started hitting the homes with the families inside.
We heard the footsteps of the occupation soldiers; the children were very quiet, they were afraid that the soldiers would hear them.
We heard many people getting killed in their homes.

In the morning somebody came and told us we must leave Khuzaa because Israel was killing everyone, they were shooting at everything, moving or not…
We forced ourselves to go out, but my grandfather refused to leave “I want to die in my home, not in the street like the people from Shijaia”.

Khuzaa casa

We went out thinking that we would be killed by the zionist occupiers, but still with a few hope in our hearts.
I left with my mother, my sister and some other people; we saw rubble, glass and corpses in the street.

I saw a child in the street with his stomach and bowels out. I started shouting what was that, where was the world, where were the Arab countries… and kept crying while going on.

We couldn’t do anything because we were afraid we would get killed by an helicopter or by any kind of weapon, we didn’t know where were the zionist soldiers.

We kept running and running. When we arrived to the entrance of the village we saw many tanks and many soldiers, I was crying so much, and the soldiers started laughing at me.
I’m so sorry I couldn’t stop crying!

When we arrived to Khan Younis we received the bad news, my grandfather had been killed by the occupation. My uncle, who also stayed in Khuzaa, explained me what happened: “grandfather went out from the basement to tell the soldiers that there were just men, women and children in those homes, who had no weapons to defend themselves. But the soldiers killed him putting two bullets in his heart. Everybody was crying then, we were frightened. After that they took us out and took the men to the homes that they were using as base and put them in front of the windows, as human shields. Later they started hitting the men with sticks. Then ordered Alaa Qudaih (the nephew of my grandfather)to take off the clothes of my grandfather. Alaa couldn’t stop crying while doing it. After he covered him with a red blanket. Finally the occupation ordered us to leave Khuzaa and go to Khan Younes.

Casa Khuzaa 1

After three days the occupation allowed us to finally take the corpses to the Hospital.
There were many corpses in the streets, in their homes and under the rubble.

By Inas Jam.

“… Ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori”

20 Maggio 2015 | Inas Jam | Khuzaa, Gaza.

Nota del redattore: Questa è la testimonianza di una donna di 23 anni che è sopravvissuta all’invasione di terra di Khuzaa, Gaza, nell’estate del 2014. Questa è la versione originale dei suoi scritti e non sono state apportate modifiche.

Eravamo a Khuzaa nella casa di nostro nonno, quando è iniziata la guerra. Abbiamo pensato che Khuzaa era la zona più sicura. Ma il 23 luglio  Khuzaa è stata circondata da carri armati, e sorvolata da droni e abbiamo cominciato a sentire tante bombe.

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Siamo andati al piano seminterrato per nasconderci dalle bombe, ma mio nonno è stato al primo piano con gli altri uomini …
Quattro giorni sono passati molto lentamente e con molte difficoltà, e negli ultimi giorni qualcuno è venuto a dirci che avremmo dovuto lasciare Khuzaa.

Abbiamo accettato e siamo corsi fino alla strada, eravamo spaventati, gli aerei erano su di noi, siamo rimasti sorpresi perché abbiamo pensato che non era rimasto nessuno a Khuzaa, ma abbiamo visto molte persone piangere, gridare, feriti da arma da fuoco, persone che camminavano coperti di sangue.
Tutto era molto triste.
Mentre stavamo camminando abbiamo visto il fumo delle bombe. Tutti piangevano, uomini, donne, vecchi e bambini.
La trepidazione era nei nostri cuori.
Alcune bombe sono cadute davanti ai nostri occhi.
Le strade erano piene di gente che correva.
Ad un certo punto abbiamo dovuto tornare indietro perché abbiamo trovato in strada un grande buco fatto da un razzo che ci ha impedito di continuare.

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Quando siamo tornati indietro abbiamo trovato molte famiglie al piano terra.
Di notte gli elicotteri Apache hanno iniziato a colpire le case con le famiglie all’interno.
Abbiamo sentito i passi dei soldati occupanti; i bambini erano molto tranquilli, avevano paura che i soldati li sentissero.
Abbiamo sentito di molte persone uccise nelle loro case.

La mattina qualcuno è venuto e ci ha detto che dovevamo lasciare Khuzaa perché Israele stava uccidendo tutti, sparavano a tutto, in movimento o no …
Ci siamo costretti ad andare fuori, ma mio nonno ha rifiutato di lasciare la casa “Voglio morire a casa mia, non in strada, come la gente di Shijaia”.

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Siamo andati fuori pensando che saremmo stati uccisi dagli occupanti sionisti, ma ancora con qualche speranza nei nostri cuori.
Sono partita con mia madre, mia sorella e alcune altre persone; abbiamo visto macerie, vetro e cadaveri in strada.

Ho visto un bambino in strada con lo stomaco e le viscere fuori. Ho cominciato a gridare che cosa era, dove era il mondo, dove sono i paesi arabi … e continuavo a piangere, mentre correvo.

Non abbiamo potuto fare niente perché avevamo paura che ci avrebbero uccisi da un elicottero o da qualsiasi tipo di arma, non sapevamo dove erano i soldati sionisti.

Abbiamo continuato a correre e correre. Quando siamo arrivati ​​all’ingresso del villaggio abbiamo visto carri armati e molti soldati, molti, piangevo tanto, e i soldati hanno iniziato a ridere di me.
Mi dispiace tanto che non riuscivo a smettere di piangere!

Quando siamo arrivati ​​a Khan Younis abbiamo ricevuto la brutta notizia, mio ​​nonno era stato ucciso dall’occupazione. Mio zio, che ha anche soggiornato a Khuzaa, mi ha spiegato cosa era successo: “il nonno è uscito dalla cantina per dire ai soldati che vi erano solo uomini, donne e bambini in quelle case, che non avevano armi per difendersi. Ma i soldati lo hanno ucciso mettendogli due proiettili nel cuore. Tutti piangevano allora, eravamo spaventati. Dopo di che ci hanno portato fuori e hanno preso gli uomini dalle case che stavano usando come base per metterli di fronte alle finestre, come scudi umani. Poi hanno iniziato a colpire gli uomini con bastoni. Poi hanno ordinato a Alaa Qudaih (il nipote di mio nonno) di togliere i vestiti di mio nonno. Alaa non riusciva a smettere di piangere allo stesso tempo. Dopo lo ha coperto con una coperta rossa. Infine l’occupazione ci ha ordinato di lasciare Khuzaa e andare a Khan Younes”.

Dopo tre giorni l’occupazione ci ha permesso di portare finalmente i cadaveri all’ospedale.
Ci sono stati molti cadaveri per le strade, nelle loro case e sotto le macerie.

Di Inas Jam.

thanks to: ISM

Rete italiana ISM

Militare israeliano: “Abbiamo bombardato i civili per divertimento”


gazaaDays of Palestine (Parigi). “In quel momento non vi erano combattenti di Hamas, nessuno ci aveva sparato addosso, il comandante disse scherzando: ‘Dobbiamo inviare a Bureij un buongiorno da parte dell’esercito israeliano”, ha riferito Arieh su quanto detto dal suo comandante. 

“Ricordo che un giorno un soldato della nostra unità fu ucciso ed il nostro comandante ci chiese di vendicarlo, così ho puntato il carro-armato casualmente in direzione di un grande edificio residenziale bianco” ha detto Arieh.

Un soldato israeliano ha dichiarato che lui ed i suoi colleghi hanno bombardato civili nella Striscia di Gaza durante l’offensiva israeliana dello scorso anno “per divertimento”.

Durante un’intervista rilasciata martedì’ scorso, il soldato israeliano Arieh, ventenne, ha dichiarato: “Sono stato chiamato in servizio all’inizio di luglio 2014 e sono stato dispiegato nella Striscia di Gaza, ma fino a quel momento l’operazione [Operazione Margine Protettivo] non era ancora stata annunciata.

“Soltanto alcuni soldati ipotizzavano che ci sarebbe stata una guerra, dopodiché il nostro comandante ci disse di immaginare un raggio di 200 metri e di colpire immediatamente qualsiasi cosa che si muiovesse all’interno di questo cerchio”.

Egli ha sottolneato: “Abbiamo colpito obiettivi civili per divertimento”, precisando che “un giorno, circa alle 8 del mattino, siamo andati ad al-Bureij, un campo per rifugiati molto popoloso nel centro di Gaza, ed il comandante ci disse di individuare un obiettivo a caso e di sparargli”.

“In quel momento non abbiamo visto nessun combattente di Hamas, nessuno ci ha sparato, ma il comandante ci disse scherzando: ‘Dobbiamo inviare a Bureij un buongiorno da parte dell’esercito israeliano’”.

“Ricordo che un giorno un soldato della nostra unita’ fu ucciso ed il nostro comandante ci chiese di vendicarlo, così ho puntato il carro-armato casualmente in direzione di un grande edificio residenziale bianco, distante solo quattro chilometri da noi, ed ho sparato una granata verso l’undicesimo piano. Sicuramente ho ucciso civili che erano assolutamente innocenti”, ha continuato.

Ha inoltre sottolineato che l’obiettivo era di distruggere le infrastrutture di Gaza, non soltanto Hamas, affermando: “Siamo entrati nella Striscia di Gaza il 19 luglio 2014 alla ricerca dei tunnel di Hamas, tra Gaza ed ‘Israele’, ma il nostro vero obiettivo era distruggere Hamas e le infrastrutture della Striscia di Gaza”.

La ragione di tutto ciò, ha detto “Per creare il maggior danno possibile ai terreni agricoli e all’economia. Hamas doveva pagare un conto molto oneroso in modo che la prossima volta ci pensasse due volte prima di entrare in una nuova guerra contro di noi”.

“Abbiamo distrutto molti edifici palestinesi, aziende agricole e pali elettrici. Ci era stato detto di ‘evitare il più possibile le vittime civili’, ma come avremmo potuto farlo quando ci avevano chiesto di lasciare dietro di noi una tale distruzione?”, si è inoltre domandato.

Arieh ha detto: “Durante le operazioni nella Striscia di Gaza, il comandante dell’unità aveva detto ‘Se vedete qualcuno davanti al carro-armato che non scappa immediatamente, dovete ucciderlo’ dimostrando così che poteva benissimo sapere che si trattava di civili”.

Ha inoltre continuato: “Usavamo granate in quantità enormi, anche quando non vedevamo niente che si muovesse, se una finestra era aperta, le sparavamo contro. Se vedevamo un auto in movimento, le sparavamo contro un razzo. Lanciavamo missili ad oggetti in movimento e non alle persone. Non notavamo persone che si muovessero nelle zone circostanti, ma sparavamo in ogni caso”.

“Posso confermare che abbiamo visto soltanto civili, non abbiamo visto nessun combattente di Hamas. Sapevamo che loro si muovevano attraverso i tunnel”.

Arieh è uno dei circa 60 militari israeliani che hanno accettato di testimoniare in un rapporto preparato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Breaking the Silence.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

thanks to: Infopal

Sosteniamo la Corte penale internazionale

Prosegue lo sforzo per raccogliere firme sotto l’appello lanciato dalla Rete di solidarietà con il popolo palestinese in Italia e all’estero per sostenere l’impegno della Corte Penale Internazionale che ha iniziato ad indagare sui crimini di Israele commessi con l’attacco a Gaza dell’estate scorsa. In calce i link per firmare e far firmare la petizione e SOTTO l’articolo di Adista che ne accompagnò il lancio.

http://chn.ge/1J5ufi5

English – http://chn.ge/1DrKa5m

Français – chn.ge/1AsnVNE

L’UE SOSTENGA LA PALESTINA
ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE. UN APPELLO

38011 ROMA-ADISTA. È di pochi giorni fa la notizia che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha deciso di creare una commissione – guidata dal capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erakat – incaricata di supervisionare i casi da presentare presso la Corte penale internazionale (Cpi), a cui lo Stato di Palestina avrà accesso a partire dal prossimo 1° aprile (v. Adista Notizie n. 4/15). Il rischio per lo Stato israeliano è di essere trascinato davanti alla Corte per crimini di guerra e contro l’umanità: ipotesi già al vaglio della Cpi che il 16 gennaio scorso, per bocca della procuratrice capo dell’Aia, Fatou Bensouda, ha annunciato l’apertura di un esame preliminare per verificare la possibilità di procedere contro Israele per i crimini commessi durante l’attacco della scorsa estate contro la Striscia di Gaza.
Un processo prevedibilmente irto di ostacoli – basti pensare alle proteste già manifestate da parte israeliana e statunitense – nel corso del quale la Palestina avrà bisogno di tutto il sostegno possibile. Per questo un nutrito gruppo di intellettuali, giuristi e religiosi ha lanciato un appello all’Alto rappresentante della Politica estera europea, Federica Mogherini; al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker; all’Alto rappresentante per i Diritti Umani Ue, Stavros Lambridinis e ai ministri degli Esteri dei Paesi Ue, affinché l’Europa sostenga tale percorso.
«L’impunità di Israele sembra non finire mai», si legge nel testo dell’appello sottoscritto, tra gli altri, da mons. Hilarion Capucci, arcivescovo emerito di Gerusalemme in esilio; Giovanni Franzoni, già abate della basilica di S. Paolo; Domenico Gallo, giudice della Corte Costituzionale; Mairead Maguire, premio Nobel per la pace; Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo; nonché dalla Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese e dalla Rete Ebrei contro l’occupazione (è possibile firmare l’appello sul sito http://www.change.org). «Sono trascorsi, infatti, più di 67 anni da quando, prima ancora che l’Onu adottasse nel 1947 la Risoluzione 181 sulla spartizione della Palestina storica e vi fosse, nel 1948, la dichiarazione unilaterale di istituzione dello Stato di Israele, iniziarono in Palestina, ad opera di formazioni paramilitari, poi confluite nell’esercito israeliano, aggressioni armate, espropriazioni, distruzioni, eccidi che portarono alla deportazione e al trasferimento forzato della popolazione». «Nei decenni seguenti – continua l’appello – Israele ha proseguito nelle sue politiche di discriminazione razziale, di apartheid, di espulsione degli abitanti storici e naturali, di espansione territoriale fino ad incamerare circa l’80% della Palestina contro il 55% assegnato dall’Onu. Ciò si è accompagnato ad altri crimini, tra cui la demolizione delle case palestinesi, la repressione violenta, il ricorso sistematico a trattamenti inumani e degradanti, agli omicidi mirati, alla tortura e all’imprigionamento senza processo e senza accusa, anche di minori, fino alle terribili aggressioni punitive su Gaza. Nell’ultima, dell’estate 2014, i morti sono stati più di 2.200, quasi tutti civili e per metà donne e bambini, i feriti oltre 11.000. Sono state distrutte proprietà e abitazioni senza alcuna giustificazione militare, sono stati attaccati intenzionalmente civili ed edifici civili (scuole, rifugi Onu, ospedali, ambulanze, centrali elettriche, infrastrutture, luoghi di culto), sono state usate persone come scudi umani». Il percorso che si è aperto con la decisione di aderire alla Cpi, scrivono ancora i firmatari, è costellato di difficoltà per i palestinesi che «dovranno fronteggiare la rabbia di Israele che, disperatamente, vuole mantenere il proprio regime coloniale e di apartheid» e che, a questo scopo, «ha già messo in atto diverse manovre e minacce, che vanno ben oltre il trattenimento di milioni di dollari provenienti dalle tasse raccolte per conto della Autorità Nazionale Palestinese». Perciò, è l’appello, «tale percorso va sostenuto e incoraggiato, soprattutto da parte degli Stati aderenti alla Cpi, ai quali chiediamo di cooperare pienamente con la stessa. È l’applicazione del diritto – concludono – l’unico strumento che può veramente mettere in discussione l’impunità di Israele e portare giustizia in Palestina». (ingrid colanicchia)

Israele e i suoi valori umani: 850 borse di studio universitarie per chi ha partecipato al massacro di Gaza

BeitHanounBtselem

Alternativenews.org. L’Università di Tel Aviv ha recentemente premiato con borse di studio 850 studenti che hanno preso parte all’aggressione militare israeliana dell’estate scorsa contro la Striscia di Gaza. La “Borsa di Studio del Presidente per Servizi resi durante l’Operazione Margine Protettivo”, che ammonta fino a 2.000 shekel israeliani, è stata assegnata ai vincitori come credito per l’insegnamento.

Già durante l’attacco, che ha ucciso circa 2.200 Palestinesi e ne ha feriti oltre 10.800, il preside dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter, aveva annunciato che queste borse di studio sarebbero state rese possibili grazie ad una campagna di raccolta fondi creata espressamente per questo scopo.

Al culmine dell’attacco, l’Università di Tel Aviv aveva pubblicato sul suo sito in inglese che “il preside prof. Klafter aveva espresso la sua profonda stima per quegli studenti che avevano lasciato i loro studi per servire il loro paese, sottolineando che lo scopo delle borse di studio era di aiutarli a recuperare le lezioni che avevano perso in modo tale da non mettere a repentaglio il completamento della loro laurea e delle loro ricerche”.

E’ stato citato Klafter anche quando afferma che “molti studenti e laureati dell’Università di Tel Aviv hanno prestato servizio in tutte le guerre ed operazioni militari di Israele, compreso il conflitto in corso, in tutti i vari ruoli di comando. Per di più molti dei nostri ricercatori hanno vinto il premio Israel Defense per le loro attività svolte al servizio dello stato”.

Gli studenti che effettuano un regolare programma di laurea o di master all’università, che erano studenti durante l’anno accademico 2013-2014 e che hanno prestato servizio per almeno sette giorni a seguito di una chiamata di emergenza militare durante l’attacco, e che continuano i loro studi durante l’anno accademico 2014-2015, posseggono i requisiti per la borsa di studio.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

viaIsraele e i suoi valori umani: 850 borse di studio universitarie per chi ha partecipato al massacro di Gaza | InfopalInfopal.

Denuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967

Solo a Gaza oltre 1.500 civili uccisi, tra cui 550 bambini

Denuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967

Gerusalemme, 26 mar. (askanews) – Il 2014 ha fatto registrare il più alto numero di civili palestinesi uccisi a partire dalla guerra dei sei giorni del 1967. E’ quanto si legge in un rapporto diffuso oggi dalle Nazioni Unite. “I civili palestinesi continuano a subire minacce alla loro vita, alla loro sicurezza fisica e alla loro libertà”, e “il 2014 ha conosciuto il peggior bilancio di vittime civili dal 1967”, si legge nel documento. “Nella Striscia di Gaza, 1,8 milioni di palestinesi hanno vissuto la peggiore escalation di ostilità dal 1967: più di 1.500 civili sono stati uccisi, oltre 11.000 sono rimasti feriti e circa in 100.000 sono rimasti sfollati” perchè alla fine del 2014 non avevano ancora trovato una casa. Complessivamente sono stati 2.200 i palestinesi uccisi la scorsa estate nell’offensiva militare lanciata da Israele a Gaza, tra cui 550 bambini; da parte israeliana hanno perso la vita 73 persone, tra cui 67 soldati. Nel documento annuale diffuso dall’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), intitolato “Vite spezzate”, viene anche lanciato un appello a una maggiore moderazione: “Tutte le parti in conflitto devono rispettare i loro obblighi legali di agire secondo il diritto internazionale in caso di conflitto, per garantire la protezione di tutti i civili e assicurare che i responsabili rispondano di quanto commesso”. Nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme nel 2014 sono stati uccisi 58 palestinesi e altri 6.028 sono rimasti feriti; si tratta anche in questo caso del bilancio più grave registrato da anni. Nello stesso periodo sono stati uccisi 12 israeliani. Anche il numero di palestinesi detenuti “per ragioni di sicurezza” è aumentato del 24%, con una media mensile di 5.258 prigionieri. In Cisgiordania e a Gerusalemme Est, 1.215 palestinesi sono stati cacciati dalle loro case, distrutte dalle autorità israeliane; anche in questo caso si tratta del numero più alto registrato a partire dal 2008, quando l’Ocha ha cominciato a tenerne il conteggio. Nel rapporto viene denunciata anche la politica israeliana di costruzione di colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, sottolineando che “le attività di insediamento continuano, violando il diritto internazionale e contribuendo alla vulnerabilità umanitaria delle comunità palestinesi”. Cam

viaDenuncia Onu: Nel 2014 mai così tanti palestinesi uccisi dal 1967.

“Il Calvario oggi si trova a Gaza”

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“Parlare della sofferenza di Gaza non è semplice: oggi il Calvario non è a Gerusalemme, è in una piazza insanguinata nella Striscia di Gaza”. Usa toni forti monsignor Luigi Ginami, della Segreteria di Stato vaticana, riferendo all’AdnKronos la sua esperienza recente di una visita in quel lembo tormentato del Medio Oriente e della Terra Santa.

Confessa l’esponente vaticano, che ha fondato la onlus ‘Amici di Santina’ per il sostegno concreto all’infanzia, a Gaza come in Kenya o nelle favelas dell’America Latina: “Ho fatto fatica a prendere in mano la penna, per fissare quanto avevo visto e ho fatto passare quindici giorni di silenzio e di meditazione, perché – spiega – davanti a quanto abbiamo visto occorre rispetto, occorre riflessione e soprattutto occorre tanta preghiera per regalare significato a quanto abbiamo potuto vivere e condividere”.

A fine ottobre, monsignor Ginami con un piccolo gruppo di fidati collaboratori ha ‘vissuto’ più che semplicemente visitato Gaza e i suoi dintorni; è andato all’ospedale di Shifa, ha incontrato le vittime sopravvissute al massacro di Safa, ha persino avuto un contatto diretto con una famiglia del braccio armato di Hamas, per osservare la realtà da ogni possibile prospettiva.

“Ma è difficile ricostruire globalmente la vita nella Striscia di Gaza: essa è fatta di un mosaico di storie dell’orrore che non si riescono a capire, se non vivendo in questa realtà che a tutti gli effetti possiamo paragonare a un inferno”, afferma monsignor Ginami.

Torna ai toni forti, l’esponente della Segreteria di Stato vaticana: “Davanti a corpi carbonizzati, al fetore della decomposizione dei cadaveri, alle orrende mutilazioni avviene un fatto fisiologico: si vomita. Io, raccontando questa realtà, vorrei far ‘vomitare’ coloro che ascoltano con cuore appassionato e pulsante, avvicinandosi a questo nuovo Monte Calvario chiamato Striscia di Gaza”.

Un posto, non fatica ad ammetterlo monsignor Ginami, dove “una domanda compulsiva entra nella mente e nel cuore: perché Dio permetti questo? Ma dove sei finito? Dove sei, Signore? Tutte queste storie interrogano anche il mio vissuto di uomo religioso. Soltanto in una prolungata preghiera e confrontando queste vicende con la storia di Gesù in croce sono riuscito a vedere in fondo a questo buio tunnel di dolore un’alba lieve di luce. Solo il Crocifisso spiega quei dolori e quelle ferite, che sono le ferite di un’umanità lacerata e crocifissa dall’odio insaziabile”.

Una storia può forse valere per tutte, anche se ciascuna racconta uno spicchio diverso di verità. E’ quella di Muhammad Al Silky, abitante palestinese di Safa, piccolo rione del quartiere di Al Shujaiya nella zona orientale di Gaza City. Ha 30 anni, ha perso la gamba destra, non muove più un braccio, ha avuto l’addome dilaniato da un’esplosione di cui porta la cicatrice che ‘disegna’ una specie di enorme ragno rosso.

Ma, soprattutto, ha perso in un attimo lungo un’eternità tutti e cinque i suoi figli di 3, 5, 7, 8 e 9 anni che un istante prima del bombardamento aereo giocavano sul terrazzo che faceva da tetto alla sua casa; ha perso il padre, il fratello con i suoi tre figli ovvero i tre nipotini: 10 morti, tutti ritratti in una foto appesa alla parete. Ai figli, aveva proprio lui raccomandato di giocare sul terrazzo per non scendere in piazza, nelle quattro ore di tregua concesse dall’aviazione israeliana, perché poteva essere comunque pericoloso. Poi, le bombe dall’alto, all’improvviso.

“Quando siamo entrati in quel che resta della sua abitazione – riferisce monsignor Ginami – Muhammad non ha voluto nulla, nessuna ‘elemosina’, ma soltanto parlarci, raccontarci la sua vicenda ripercorrendola quasi minuto per minuti fino agli ultimi tragici eventi, rivendicando il diritto di raccontare l’orrore, il terrore, la nausea di una sofferenza che spacca il cuore e il cervello prima ancora che frantumare le ossa e lacerare la carne: raccontare, in una parola, il suo inferno”.

thanks to: adnkronos

14.10.14 Roma – Crimini di guerra a Gaza, incontro con Richard Falk

1372503951

AssoPacePalestina & Sezione Internazionale Fond. L.L.Basso

invitano

14 OTTOBRE ORE 18
FONDAZIONE BASSO
Via della dogana vecchia, 5 – Roma

incontro con Richard Falk,
membro della Giuria Tribunale Russell sulla Palestina

La guerra di Gaza (2014) e la legislazione Internazionale.
I crimini israeliani, responsabilità e risposta della Comunità Internazionale

esaminati nella sessione speciale su Gaza
il 24 settembre a Bruxelles.

Evento facebook: https://www.facebook.com/events/705184742889971/
info: lmorgantiniassopace@gmail.com
tel. 3483921465

International tribunal slams West for crimes in Ukraine

An apartment building destroyed after shelling in Donetsk, eastern Ukraine (file Photo)

An apartment building destroyed after shelling in Donetsk, eastern Ukraine (file Photo)

An international tribunal has condemned Ukrainian President Petro Poroshenko and US counterpart Barack Obama as well as the heads of NATO and the European Commission for war crimes in eastern Ukraine.

The Russell Tribunal an informal trial on Saturday in the Italian city of Venice, ruling that the noted leaders are responsible for crimes committed against the people in Ukraine’s eastern regions.

“The Russell Tribunal, which met to condemn the war crimes in Donbas (south-eastern Ukraine), based on the presented evidence, ruled to hold Ukraine’s president, Petro Poroshenko, US president Barack Obama, European Commission head, Jose Manuel Barroso, and NATO Secretary General, Anders Fogh Rasmussen, accountable for their direct responsibility in the war against the people of Donbas,” said the tribunal.

During the tribunal session, Galina Kozhushko, representing pro-Russian forces in Lugansk and Donetsk regions, said Kiev’s military operations in the area destroyed schools, hospitals and nursing homes.

“People in Lugansk just couldn’t believe that their own government would be killing them,” said Kozhuskho.

The tribunal’s ruling on eastern Ukraine is to be sent to the United States Secretariat, the EU, the International Criminal Court and other international bodies.

Ukraine’s mainly Russian-speaking regions in the east have witnessed deadly clashes between pro-Moscow forces and the Ukrainian army since Kiev launched military operations to silence the pro-Russians in mid-April.

On September 5, a ceasefire agreement was reached between Kiev and the pro-Russians after Russian President Vladimir Putin and Poroshenko hammered out a compromise deal aimed at ending the heavy fighting.

The Tribunal is an International People’s Tribunal created by a large group of citizens involved in the promotion of peace and justice. The tribunal met for the first time in 1966 investigating the crimes committed by the US during the Vietnam War.

CAH/HJL

thanks to: Presstv

Tre farmacisti uccisi. Dodici farmacie distrutte nella guerra di Israele contro Gaza

Gaza-Pic. Il sindacato dei farmacisti di Gaza ha riferito che tre dei suoi iscritti sono stati uccisi ed altri quindici feriti durante i 51 giorni di guerra di Israele contro l’enclave. 

In una dichiarazione rilasciata lunedì, il sindacato ha sostenuto che 12 farmacie sono risultate completamente distrutte durante l’assalto, mentre altre 60 parzialmente danneggiate. 

Khalil Abu Leila, il segretario del sindacato, ha detto che una delegazione dello stesso ha l’intenzione di far visita alle famiglie dei martiri e dei feriti nel tentativo di rafforzare la loro determinazione.

Egli ha sostenuto che il sindacato era in contatto con numerose parti (mi sembra più corretto di partiti), locali ed internazionali per chiedere il loro sostegno per la ricostruzione di queste farmacie e per rimettere in funzione le stesse, che rappresentano la principale fonte di sostentamento (mezzo di sussistenza) dei farmacisti.

Traduzione di Tito Cimarelli

thanks to: Infopal

“Domani non ci sarà scuola, abbiamo ucciso tutti i bambini”

Israele nel deserto. Di Antonio Vigilante.

Non sempre coloro che prevalgono sono i vincitori effettivi di una guerra. Il governo israeliano potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Pagherà un prezzo molto elevato: un imbarbarimento del suo popolo del quale i cori da stadio di manifestanti che esultano perché “domani non ci sarà scuola, abbiamo ucciso tutti i bambini” sono già un indizio tangibile. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà la crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto. 

Con ogni probabilità, il passo più terribile della Bibbia – una raccolta di testi in cui non mancano i passi terribili: violenti, atroci, osceni – è quello del libro dei Numeri (in ebraico Be-Midbar, “Nel deserto”) in cui Mosè comanda di sterminare donne e bambini. Consideriamo il contesto. Il popolo del Signore è accampato nel deserto, in una località chiamata Sittim. Qui gli ebrei si mettono a “trescare con le figlie di Moab”, partecipando ai loro sacrifici religiosi ed adorando i loro déi. Il Signore si arrabbia ed ordina a Mosè di far impiccare tutti i capi del popolo, per placare la sua ira. E’ singolare che i cristiani, che lamentano (ed a ragione) le persecuzioni cui in diverse parti del mondo sono sottoposti coloro che si convertono al cristianesimo, ritengano sacro un libro in cui si parla di impiccare chi pratica la libertà religiosa – perché di questo si tratta.

Ma procediamo. Un certo Fineas, sommo sacerdote, scopre che un ebreo ha portato nella sua tenda una moabita, e non ci pensa due volte: prende una lancia e li uccide. Il Signore è talmente contento per il suo gesto – l’assassinio di due innocenti – che fa cessare la sua ira su Israele. Non prima, però, di aver massacrato 24.000 persone (Numeri, 25, 1-9). L’edizione che sto citando, quella curata da Bernardo Boschi per le Edizioni Paoline, spiega in nota che questo Fineas “testimonia la radicale ed esemplare fedeltà della sua classe allo Jahvismo nello spirito della Tradizione Sacerdotale”. Un gran brav’uomo, insomma.

La storia non finisce qui. Gli ebrei hanno tradito Dio, e la carneficina non è sufficiente. Occorre la vendetta. Di cosa siano colpevoli i poveri moabiti non è ben chiaro: usando lo stesso criterio, oggi, i seguaci di qualsiasi religione si potrebbero ritenere in diritto di muover guerra e massacrare chiunque faccia proselitismo presso di loro, a cominciare dai cristiani. Mosè manda contro i madianiti un esercito di dodicimila uomini, che massacrano tutti i maschi, incendiano le città, depredano tutto. Ma i capi dell’esercito risparmiano i bambini e le donne. Per umanità, immagino. Mosè tuttavia si arrabbia: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Furono esse, per suggerimento di Balaam, a stornare dal Signore i figli d’Israele nel fatto di Peor e ad attirare il flagello sulla comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio fra i bambini e ogni donna che si sia unita con un uomo. Tutte le ragazze che non si sono unite con un uomo le lascerete vivere per voi” (Numeri, 31, 15-17).

Tralasciamo quest’ultima notazione, anch’essa terribile (è facile immaginare la fine delle ragazze vergini), e chiediamoci: di cosa sono davvero colpevoli le donne? Cosa hanno fatto, per essere uccise? Hanno seguito la loro religione, esattamente come gli ebrei seguono la loro. Il massacro di queste donne, a battaglia vinta, è un semplice crimine di guerra. Ma soprattutto la domanda è: cosa hanno fatto i bambini? Cosa? Perché massacrarli? Non esiste nessuna ragione. Se il massacro delle donne è un crimine di guerra, il massacro dei bambini è un crimine di guerra al quadrato.

Mi è tornato in mente questo passo guardando un video raccapricciante,disponibile su Internet, nel sito di OummaTv, la televisione dei musulmani francesi. Il video riprende una manifestazione di ebrei, felici per gli attacchi contro i palestinesi. Cantano cori da stadio. A un certo punto intonano: “Il n’y aura pas d’école demain, on a tué tous les enfants”. Non ci sarà scuola domani, abbiamo ucciso tutti i bambini. 

E’, questa, la cosa più spaventosa che ho visto e sentito da gran tempo.Sono sicuro che non sono molti gli ebrei felici per il massacro dei bambini palestinesi, e tuttavia il fatto che una simile barbarie sia possibile, sia pure presso pochi esaltati, dà da pensare. Chi ha letto la Bibbia, sa che c’è un filo rosso che unisce questi cori alla storia sacra di un popolo che ha dovuto strappare con la violenza ad altri popoli la terra promessa dal suo Dio.

Prima che mi si accusi di antisemitismo (una accusa sempre pronta contro chiunque metta in discussione le politiche sioniste), aggiungo che il massacro palestinese mi ha fatto venire in mente un altro testo che appartiene alla tradizione dell’ebraismo. Si tratta di un libretto di Chaim Nachman Bialik, lo scrittore ucraino considerato il poeta nazionale di Israele. Nel 1903 avviene un terribile pogrom a Kishinev, attuale capitale della Moldavia. In due giorni vengono uccisi quarantanove ebrei, mentre cinquecento sono i feriti. Di fronte ad una tale devastazione si resta senza parole. Ma Bialik è un poeta, un grande poeta. E le parole le trova. Nella città del massacro, il poemetto scritto per raccontare, per piangere, per denunciare il pogrom, è poesia pura, vibrante, che tocca le corde più intime e commuove profondamente. Comincia con queste parole, Bialik: “Un cuore di ferro e acciaio, freddo, duro e muto, / batte in te, vieni uomo! / entra nella città del massacro, devi vedere con i tuoi occhi, / toccare con le tue mani…” (trad. R. A. Cimmino). E nel resto del poemetto il lettore in effetti vede con i suoi occhi e tocca con le sue mani l’orrore.

I versi più intensi dell’opera sono quelli nei quali Bialik descrive la Shekinah, “nera, stanca, disperata”, che piange in silenzio. Quella di Shekinah è una delle concezioni più affascinanti della teologia e della mistica ebraica. Il termine deriva dal verbo shakan, abitare: indica dunque la presenza, la dimora di Dio sulla terra. Una manifestazione di Dio che ha i caratteri del mistero e della gloria, nella tradizione. Ma con Bialik avviene un cambiamento importante. La Shekinah, la gloriosa manifestazione di Dio, ora si limita a stare accanto alle vittime. Subisce la loro stessa sofferenza, accetta su di sé il dolore degli afflitti.

Il pensiero va anche a quella pagina memorabile de La Notte in cui Elie Wiesel racconta di un bambino impiccato ad Auschwitz. “Dov’è Dio?”, chiede qualcuno. E Wiesel scrive: “E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”.

C’è una straordinaria rivoluzione teologica in queste parole. Dio non è più nei cieli, non si manifesta più nella distanza e nella potenza, ma sta accanto a chi soffre. Chi soffre in questo caso è il popolo eletto, ma il passo verso un Dio che sta con chiunque soffra è breve. E’ una intuizione – questa di un Dio dei poveri, dei deboli, degli afflitti – che si affaccia in diverse tradizioni religiose: dal cristianesimo (e non a caso alcuni cabalisti troveranno affinità tra la Shekinah e il Cristo) allo hinduismo, con l’idea del Daridranarayana, “Dio nei poveri”, che si trova in Vivekananda in Gandhi. La considero la più alta concezione religiosa dopo quella del Dio-non Dio di Meister Eckhart.

Le parole di Bialik si potrebbero leggere, in questi giorni, come un canto che dice la tragedia delle migliaia di palestinesi massacrati dall’esercito israeliano. Un ebreo ha trovato le parole per dire l’indicibile, ed ora quelle parole non gli appartengono più, come non appartengono più al solo popolo ebraico. Rappresentano il contributo del popolo ebraico alla comune umanità: dire la tragedia, raccontare l’orrore, pensare un Dio che sta con la vittima. La concezione della Shekinah, liberata da ogni nazionalismo, può mettere gli ebrei in condizione di avvertire l’umanità offesa dalle bombe, di percepire il Divino negli occhi delle vittime. Di superare quella etnolatria, quella esaltazione violenta dell’identità nazionale che esige lo sterminio del nemico, che si esprime in quel passo del libro dei Numeri. 

In una guerra non sempre colui che ha vinto è il vincitore effettivo. Le conseguenze di una vittoria possono essere devastanti. Credo che sia questo il rischio attuale per Israele. Potrà continuare a sterminare la popolazione civile palestinese, con il tacito assenso della comunità nazionale. Ma il prezzo da pagare sarà un imbarbarimento di cui i cori di cui ho detto sono un indizio tangibile e preoccupante, insieme ad altri. A prevalere sarà il Dio degli Eserciti, violento e capriccioso, che esige lo sterminio di donne e bambini. Sarà quella demonizzazione biblica dell’altro che nella storia occidentale ha agito al di fuori dell’ebraismo, e di cui gli stessi ebrei sono stati vittime. Sarà quella crisi religiosa che sempre precede e causa la crisi e la decadenza generale (civile, morale, politica) di un popolo. Che lo conduce nuovamente be-midbar, nel deserto.

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 Fonte: Spectator Novus il blog di Antonio Vigilante . 18 Agosto.  Questo articolo è uscito come editoriale per Stato Quotidiano.

thanks to: Infopal.

TO ISRAEL’S U.S. SUPPORTERS: PORTABLE GAS CHAMBERS, CHEMICAL WARFARE, BLINDINGS, MASS BOMBING AND SHELLING OF CIVILIANS – WHERE DO YOU DRAW THE LINE?

August 21, 2014

by Fred Branfman

Note: This message is addressed to U.S. supporters of Israel both because only U.S. pressure can bring about the political settlement which alone can save Israel and Palestine, and because it appears that most Israelis – consumed by fear, hatred and the dehumanization of even Palestinian children – are presently impervious to either reason or human decency.

Dear U.S. Supporters of Israel in Gaza,

If you believed that the IDF could destroy Hamas by employing portable gas chambers or chemical weapons to publicly gas over 1,400 Gazan civilians, including 400 children, chosen at random – or deliberately blinding them – would you favor doing so? I guess not, perhaps you even feel insulted at the suggestion that you might.

But this raises a basic question: if you would not favor gassing Palestinan civilians, how do you justify your support for blowing them to bits? The controversial issue is not Israel trying to destroy Hamas tunnels. Nor is it the attempt to destroy rockets, as if the Israelis can claim that they reasonably suspected the 46-48,000 U.N.-estimated buildings they either partially or totally destroyed of containing rockets. Nor is it rightfully condemning Hamas for rocketing civilian targets as well. As even long-term apologists for Israeli violence like the New Republic’s Leon Wieseltier acknowledge, the issue is massive Israeli bombing and shelling of he civilian infrastructure in Gaza, which is wholly disproportionate to combatting tunnels and/or rockets.

It is the actual massive bombing and shelling of Gaza’s civilian infrastructure that raises the basic question: as a human being, where do you draw the line? How do you justify to yourself your support for mass misery inflicted on hundreds of thousands of innocent civilians through a bombing and shelling campaign that – whatever its stated intent – not only murdered 1400 civilians and maimed thousands more, but destroyed hospitals, schools, businesses, and Gaza’s only power station plunging all 1.8 million Gazans into darkness and depriving them even of drinking water, created over 400,000 refugees, and traumatized a U.N.-estimated 373,000 children? (Please see “The Civilian Impact of Israel’s 2014 Attack on Gaza” below. You own integrity requires that you at least acknowledge the facts rather than, as do so many of Israel’s supporters, accept at face-value Israeli claims that it sought to avoid civilian destruction.)

I answered such questions for myself 45 years ago, when I discovered that civilians were well over 90% of the victims of U.S. leaders’ mass bombing of northern Laos. I concluded then that there is never any moral or legal justification for mass bombing or shelling of civilians. Period. Full Stop.

The “World Can’t Wait” website has just posted a PowerPoint presentation on the years-long bombing of northern Laos, perhaps the worst unknown crime of the 20th century. It combines an analysis of automated war, the writings of the rice-farmers who suffered most and were heard from least, and my personal story in discovering and trying to expose it to the world. A Lao mother summed up the nature of mass bombing of civilians for all time: “There was danger as the sound of airplanes led me to be terribly, terribly afraid of dying. When looking at the faces of my children who were losing the so very precious happiness of childhood I would grow in­creasingly miserable. In reality, whatever happens, it is the innocent who suffer.”

The question of protecting civilians in wartime far transcends the Israeli-Palestinian conflict: it is a basic measurement of the progress of human civilization itself. What is at stake in your support for Israel’s recent attacks on Gaza is not only Israel’s humanity but your own.

There are two basic questions regarding warfare: (1) whether a given war is considered legitimate, e.g. whether it is “aggressive war”; and (2) how civilians are treated once a war is launched. These are two distinct questions – even if you consider a given war legitimate there is no moral or legal justification for waging it in a way that mainly murders and maims civilians.

The evolution of international law on this question, beginning with the 1907 Hague Convention, has been slow and painful. But it is today unequivocal: waging war in a way that results primarily in civilian deaths and damage is a punishable war crime. Article 85 of the 1949 Geneva Conventions states categorically that “the following acts shall be regarded as grave breaches of this Protocol … launching an indiscriminate attack affecting the civilian population or civilian objects in the knowledge that such attack will cause excessive loss of life, injury to civilians or damage to civilian objects” – a precise description of Israeli bombing and shelling in Gaza.

Israel claims that it is justified in maiming and murdering civilians because Hamas is using them as “human shields”. But it must be understood: there is always a military and political rationale for bombing civilians. In Laos, Deputy CIA Director James Lilley explained that though North Vietnamese soldiers were not in the villages they would hide there if the U.S. didn’t bomb civilians. Prime Minister Nethanyahu today offers a similar rationale for mass civilian murder.

Other rationales include hoping that mass murder of civilians will turn the population against their leaders, as when former Israeli General Amos Yadlin stated in the N.Y. Times that Israel must bomb partly so that “Gaza’s people (are) given the chance to elect new leaders”. And, as the U.S. Senate Refugee Subcommittee concluded after visiting Laos, the bombing’s purpose was to hurt the enemy by destroying its “social and economic infrastructure.” This was also General Curtis Lemay’s basic rationale for burning alive over 100,000 Japanese civilians in the firebombing of Tokyo on March 9, 1945, an act for which Lemay acknowledged at the time, and his assistant Robert McNamara later
also admitted, was a war crime – for which they should have been executed. (PIease see Note 1 below.)

And it is precisely because there is always a rationale for bombing civilians that the progress of human civilization is largely measured by the extent to which civilians are protected in times of war from indiscriminate bombing and shelling, and that those who violate these rules are prosecuted for crimes of war. Protecting civilians against indiscriminate murder, in short, is not only a question of war. It is a measure of your own humanity.

The Civilian Impact of Israel’s 2014 Attack on Gaza

CIVILIAN DEAD AND WOUNDED: A U.N.-estimated 1396 Palestinian civilians killed including 222 women and 418 children, thousands more wounded. (Source: Information Management Unit in the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs in the Occupied Palestinian Territories, from “Month-long War in Gaza Has Left a Humanitarian and Environmental Crisis”, Washington Post. August 6, 2014)

CHILDREN: “Pernille Ironside, who runs the UNICEF field office in Gaza, said the agency estimates that roughly 373,000 Palestinian children have had some kind of direct traumatic experience as a result of the attack and will require immediate psycho-social support … (She) added that she’s seen ‘children coming out of these shelters with scabies, lice, all kinds of communicable diseases.’” (Source: “Amid Gaza’s Ruins, Impact on Children Most ‘Severe’: UN Official”, Common Dreams, August 6, 2014)

ECONOMIC INFRASTRUCTURE: “175 of Gaza’s most successful industrial plants had also taken devastating hits, plunging an already despairing economy into a deeper abyss” (Source: “Conflict Leaves Industry in Ashes and Gaza Reeling From Economic Toll”, NY Times, August 6, 2014)

MOSQUES, FARMING, INDUSTRY: “As many as 80 mosques have been damaged or destroyed. Many farming areas and industrial zones, filled with the small manufacturing plants and factories that anchored Gaza’s economy, are now wastelands.” (Source: “Month-long War in Gaza Has Left a Humanitarian and Environmental Crisis”, Washington Post. August 6, 2014)

THE WATER INFRASTRUCTURE: Oxfam said: “We’re working in an environment with a completely destroyed water infrastructure that prevents people in Gaza from cooking, flushing toilets or washing [their] hands.”(Source: “Gaza’s Survivors Now Face A Battle For Water, Shelter And Power”, The Independent, August 5, 2014)

400,000 REFUGEES, 46-48,000 HOMES: “Frode Mauring, the UN Development Programme’s special representative said that with 16-18,000 homes totally destroyed and another 30,000 partially damaged, and 400,000 internally displaced people, ‘the current situation for Gaza is devastating’.” (Source: “Gaza’s Survivors Now Face A Battle For Water, Shelter And Power”, The Independent, August 5, 2014)

ELECTRICITY: “Mr Mauring said that the bombing of Gaza’s only power station and the collapse at least six of the 10 power lines from Israel, had ‘huge development and humanitarian consequences’ (Source: “Gaza’s Survivors Now Face A Battle For Water, Shelter And Power”, The Independent, August 5, 2014)

SCHOOLS, REFUGEE CENTERS: “United Nations officials accused Israel of violating international law after artillery shells slammed into a school overflowing with evacuees Wednesday … The building was the sixth U.N. school in the Gaza Strip to be rocked by explosions during the conflict. (Source: “U.N. Says Israel Violated International Law, After Shells Hit School In Gaza”, Washington Post, July 30, 2014)

HOSPITALS: “Israeli forces fired a tank shell at a hospital in Gaza on Monday … It was the third hospital Israel’s military has struck since launching a ground offensive in Gaza last week.” (Source: “Another Gaza Hospital Hit by Israeli Strike”, NBC News, July 21, 2014)

HOSPITALS, HEALTH WORKERS: “There has been mounting evidence that the Israel Defense Forces launched apparently deliberate attacks against hospitals and health professionals in Gaza … Philip Luther, Middle East and North Africa Director at Amnesty International (said) ‘the Israeli army has targeted health facilities or professionals. Such attacks are absolutely prohibited by international law and would amount to war crimes.’” (Source: “Mounting Evidence Of Deliberate Attacks On Gaza Health Workers By Israeli Army”, Amnesty International, August 7, 2014)

NOTES

1- Robert McNamara, from the Errol Morris film Fog of War:
“LeMay said, ‘If we’d lost the war, we’d all have been prosecuted as war criminals.’ And I think he’s right. He, and I’d say I, were behaving as war criminals. LeMay recognized that what he was doing would be thought immoral if his side had lost. But what makes it immoral if you lose and not immoral if you win?”

Dear Friends,

I hope you will consider sending this just-published piece (original version below) to supporters of Israel’s actions in Gaza you know. Most U.S. supporters of Israel that I know are decent people who reflexively support Israel without confronting the actual facts of the atrocities it is committing. But in so doing they must understand that what is at stake is not only Israel’s humanity but their own.

The most painful memories of my life have been triggered by the recent Israeli bombing and shelling of civilian targets in Gaza: the many months I spent interviewing Lao ricefarmers about their 5 years under U.S. bombing – the most significant unknown event of the 20th century. The World Can’t Wait website has just published “Laos: Birthplace of Modern U.S. Executive War and a New ‘Ahuman’ Age” – its lessons apply not only to Laos but to Israel, Gaza, Syria and the many other cases where civilians become the main victims of automated murder.

It is critical to human civilization itself that we make the issue of civilian murder in Gaza personal, by (1) having the personal integrity to look at the facts of, not rationalizations for, Israel-caused civilian destruction in Gaza (please see “The Civilian Impact of Israel’s 2014 Attack on Gaza” below); and (2) to acknowledge that what is at stake here is not only Israel’s humanity but our own. Those who are indifferent to the murder of civilians in Gaza today are also indifferent to the destruction of our own children and grandchildren through climate change tomorrow.

In retrospect it seems like an accident of fate that I so directly encountered the U.S. mass murder of the gentlest, kindest people on earth in Laos. But I regard it now as both the most agonizing and precious experience of my life. For imagining what it means to be on the ground “looking up” at the bombers, rather than “looking down” as we inevitably do in the West, adds a crucial dimension to human existence – and one which may well determine the fate of our species as we confront the growing horrors of the 21st century. ­ Fred

thanks to: Fred Branfman

gaza.scoop.ps

La propaganda israeloamericana non si smentisce: folli, sempre folli, fortissimamente folli.

Dopo le lettere propagandistiche inviate alla rivista medica internazionale The Lancet da parte di fantomatici accademici ebrei sionisti, israeliani, statunitensi e canadesi, farneticando false accuse di mancata imparzialità tra morti palestinesi e carnefici israeliani da parte della stessa, gli “eletti” ci riprovano.

L’illustre rivista, rea di aver pubblicato una lettera aperta a firma della prof.ssa Paola Manduca ed altri che condanna i massacri e gli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, il personale e le strutture sanitarie della Striscia di Gaza da parte di Israele e condanna la mancanza di solidarietà da parte della stragrande maggioranza degli accademici israeliani è stata bersagliata da innumerevoli critiche, minacce e addirittura attacchi personali all’editore Richard Horton.

Non soddisfatti gli “hasbariti” hanno cominciato ad usare il tipo di propaganda più odioso, quello della falsa empatia.

In quest’articolo di Daphna Canetti, Brian J Hall, Talya Greene, Jeremy C Kane e Stevan E Hobfoll, gli autori denunciano gli effetti “dell’escalation tra Hamas ed Israele” come causa di disturbi psichici tra “gli israeliani e i palestinesi”, in particolar modo il PTSD. Cercando di addossare le cause del conflitto in corso alla fragile stabilità psichica dei contendenti e tentando di attribuire la mancanza di accordo tra i negoziatori a distress psicologico.

Sono dunque pazzi questi ebrei?

Anche i nazisti vengono definiti “pazzi” in questi giorni.

Sarà forse un modo per stigmatizzare la folle e disumana crudeltà mostrata durante massacri di uguale gravità come Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine e Striscia di Gaza? E’ difficile credere che degli esseri umani siano capaci di colpire a morte delle creature innocenti come quelle che in queste ore vengono ammazzate a migliaia nella martoriata Gaza.

Ma se pensiamo al moto martellante con il quale i soldati israeliani e i loro sostenitori vengono bersagliati dalla propaganda sionista non riesce difficile credere che c’è chi gioisca alla morte dei bambini palestinesi.

Ed ogni strumento è utile alla causa sionista pur di affermare il falso. Anche la mielosa compassione mostrata nei confronti dei palestinesi dagli autori dell’articolo su citato. “I civili palestinesi ed israeliani, esposti a violenza politica, nell’attuale conflitto, sono ad elevato rischio di sviluppare disordine post traumatico da stress e depressione maggiore, due disordini mentali che occorrono comunemente in seguito all’esposizione a violenza politica” sostengono. Ma si tratta solo di un trucco per paragonare le vittime palestinesi alle presunte vittime israeliane.

Goebbels diceva che una bugia ripetuta cento, mille, un milione di volte diventa una verità.

Quali vittime israeliane?

Sono proprio “pazzi” questi ebrei.

 

 

 

WHO: Gaza Death Toll Exceeds Number of Previous Two Wars Combined

JERUSALEM, August 7, 2014 – “Casualties now exceed the number of the previous two conflicts in Gaza combined, in 2008–2009 and in 2012,” Thursday said the World Health Organization in a special situation report on Gaza.

“From initial assessments, 3000 structures have been completely destroyed and 30 000 damaged, Thursday said the World Health Organization,” added the report.

“A ceasefire began on the 5th of August following several days of intense violence in many areas in the Gaza Strip. The Ministry of Health (MoH) estimates that at least 100 people may have been buried under rubble of destroyed buildings but ambulances could not evacuate them during the continuous violence,” the WHO said.

“Three ambulance workers were killed while attempting to evacuate patients in Rafah.”

Hospitals are treating a constant influx of new casualties in already overcrowded facilities and with vastly reduced supply of electricity, following last week’s destruction of the Gaza power plant and most of the main power lines into Gaza from Israel.

Only 40% of hospital staff has been able to report for work and existing health staff is fatigued, with critical staff working 24-hours shifts. Resources are limited: donated medical supplies had been maintaining only minimum levels of essential medicines due to the heavy caseload of wounded.

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

One-fourth of Gaza’s population displaced by Israel’s violence

Gaza Strip
4 August 2014

An infant from the al-Ghoul family is mourned during the funeral for the ten members of the family killed in an Israeli air strike on their Rafah home on 3 August.

(Eyad Al Baba / APA images)

The sounds of Israeli airstrikes, tank shells and drones are the only ones one can hear in Gaza. The noise is overwhelming.

On Sunday, 55 Palestinians were killed in multiple airstrikes across Gaza, according to Bethlehem-based Ma’an News Agency.

Ten members of the al-Ghoul family in the Tel al-Sultan neighborhood of Rafah in southern Gaza were slain when their home was hit by Israeli fire on Sunday. One of two identical twin baby boys born during during the assault was immediately killed by the strike and the other was reported to be fighting for his life.

From dawn to evening on Saturday, more than seventy Palestinians, the majority of them from Rafah, were killed and scores were injured.

The weekend’s killings brought the death toll of Israel’s assault to at least 1,810 Palestinians and the number of injured to nearly 10,000 since 7 July, according to the Gaza health ministry spokesperson.

Eighty-five percent of Palestinians killed in Gaza were civilians, according to the Palestinian Centre for Human Rights.

Sixty-four Israeli soldiers have been killed as well as two civilians and one foreign national, according to the United Nations.

Health disaster

Israel’s unabated attacks on the Gaza Strip have inflicted the widespread destruction of thousands of structures including hospitals, mosques, universities, governmental and nongovernmental facilities and factories.

On Saturday, the UN warned of a “rapidly unfolding” health disaster in Gaza as Palestinians face “deteriorating” access to hospitals and clinics and as basic medicines and medical supplies run critically low.

The UN reported that one-third of all hospitals across Gaza as well as 14 primary healthcare clinics and 29 ambulances have been damaged or destroyed, “and at least half of all public health primary care clinics are closed.”

A destroyed mosque in Gaza City after it was hit in an overnight Israeli strike on 2 August.

(Ashraf Amra / APA images)

Israeli shells hit Rafah’s Abu Yousef al-Najjar hospital on Saturday. Reports from Rafah indicate that hospital crews fled the scene due to the continued Israeli strikes and that all recovered causalities were redirected to smaller facilities in town.

Ashraf al-Qidra, spokesperson for the Gaza health ministry, called on international organizations to help paramedic crews return to the evacuated al-Najjar hospital.

“War crimes”

Three leading rights groups in Gaza — the Al-Mezan Center for Human Rights, the Palestinian Centre for Human rights and the Al Dameer Association for Human Rights — held a joint press conference on Saturday at Gaza City’s al-Shifa hospital.

The groups called for accelerating procedures to bring Israel to justice for what the three groups termed “horrible war crimes.” They also condemned the UN Secretary-General’s denunciation of the armed resistance in Gaza.

“The Secretary-General condemns in the strongest terms the reported violation by Hamas of the mutually agreed humanitarian ceasefire which commenced this morning,” a statement attributed to Ban Ki-moon was issued on Friday.

The Secretary-General’s statement came after the Israeli military claimed that Hamas had captured an Israeli soldier near Rafah on Friday morning as a 72-hour ceasefire was set to begin.

“United Nations’ Secretary General Ban Ki-moon’s condemnation of the given Palestinian right to resist an occupying power is unacceptable,” Raji Sourani, director of the Palestinian Centre for Human Rights, said at the press briefing.

“Ki-moon equals between an occupier and the occupied, the oppressed and the oppressor, and therefore he plays down the Palestinian people’s right to defend themselves,” he added.

The alleged capture of the soldier was condemned by US President Barack Obama and used as a pretext for Israel to kill at least 110 Palestinians in Rafah since Friday morning. On Saturday evening, Israel acknowledged that the soldier had been “killed in combat.”

Mass displacement

Meanwhile, Palestinians in Gaza continue to be displaced.

“I have been told by the International Committee of the Red Cross that my house will be shelled by Israel,” Muhammad al-Rifai, a 62-year-old resident of the Maghazi refugee camp in central Gaza, told The Electronic Intifada on Friday.

Al-Rifai is father to six daughters and a son, and a grandfather of several children. Many of them live in the same cinderblock home. A few days ago, al-Rifai received a phone call from the Israeli army warning him to leave his house ahead of an imminent airstrike.

Displaced Palestinians sit outside a makeshift tent on 2 August at al-Shifa hospital in Gaza City where families found refuge after fleeing their homes in areas under heavy Israeli fire.

(Ezz al-Zanoun / APA images)

Thousands of homes have been destroyed or damaged by Israeli airstrikes and shelling. The UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs states that “up to 25 percent of Gaza’s population may now be forcibly displaced, of whom 270,000 are hosted in UNRWA shelters alone.”

In many of those strikes, families were inside their homes and were killed or injured. In the Maghazi refugee camp alone, three houses were shelled with people inside. The latest attack came on Saturday morning, when Israel shelled a house belonging to the Qandil family, killing three.

As of 30 July, at least 76 families had lost three or more members in a single Israeli strike, according to UN figures.

University targeted

Israel’s airstrikes and destruction on Saturday included an attack on the Islamic University of Gaza. Israel claimed the school is affiliated with the Hamas party and that it targeted a “weapon development” center inside the university.

At the time of publication, Ma’an News Agency had reported that Israel announced a seven-hour unilateral humanitarian ceasefire to take effect at 10am Monday morning.

A Palestinian man observes the damage at the Islamic University of Gaza on 2 August after it was hit in an overnight Israeli strike.

(Ashraf Amra / APA images)

A Palestinian delegation in Cairo, including Hamas representatives, came to a joint position on Sunday calling for “a ceasefire; Israeli troop withdrawal from Gaza; the end of the siege of Gaza and opening its border crossings.”

Hamas insists that any ceasefire deal should include lifting the Israeli blockade of Gaza, now in its seventh year, and the release of Palestinian prisoners.

Nowhere safe

Witnesses in southern and northern Gaza told The Electronic Intifada that hundreds of families from those areas began returning back to their homes on Saturday after Israel announced that it was withdrawing ground troops in some areas.

Seven members of one family were killed in an airstrike on their home in Jabaliya in northern Gaza on Sunday one day after the army said it was safe for residents to return, Ma’an News Agency reported.

“Israeli officials said Saturday that it was safe for residents of the northern Gaza Strip, with the exception of Beit Lahiya, to return to their homes,” the agency added.

The reality on the ground is that nowhere is safe for Palestinians in Gaza as Israel’s relentless bombing enters its fifth week.

Rami Almeghari is a journalist and university lecturer based in the Gaza Strip.

thanks to: Rami Almeghari

electronicintifada

Mostrare le foto terribili di Gaza? Lo rifarei mille volte per svelare un crimine contro l’umanità

 

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(Alessandro Aramu) – Essere di parte, se si tratta di giornalismo militante, è tutt’altro che una brutta cosa, soprattutto se ai lettori si offre la propria posizione senza finzioni. Dopotutto è quello che faccio da quando ho deciso di fare questo mestiere.

La guerra è brutale e non si può certo capire (e neppure immaginare) facendo vedere il fumo che si leva alto in cielo da decine di chilometri di distanza. All’autore di questo articolo, che cita un mio editoriale sulla Rivista Spondasud, dico quindi che, senza alcun dubbio, serve mostrare certe foto. Intendo le foto dei bambini uccisi in guerra. Non mi piace l’effetto moltiplicatore della violenza e neppure il voyeurismo dei corpi straziati e macellati. Non l’ho fatto per la guerra in Siria, che seguo da oltre tre anni, figuriamoci se avrei potuto farlo con il massacro di Gaza.

Lo scopo è molto semplice: svelare, scoprire, far conoscere. Un po’ come fecero le truppe di liberazione alla fine della seconda guerra mondiale, quando costrinsero coloro che abitavano intorno ai campi di concentramento a entrare oltre il reticolato per vedere con i propri occhi lo sterminio nazista nei confronti degli ebrei. Non potendo portare le persone a Gaza, mi sono detto, allora portiamo Gaza sotto gli occhi delle persone.

Così in Israele, oggi, la quasi totalità dell’opinione pubblica dubita del fatto che siano stati uccisi così tanti civili, così tanti bambini, solo perché i media, i loro media, hanno censurato quelle immagini. Per molti israeliani, l’operazione militare sulla Striscia di Gaza ha distrutto soltanto i tunnel scavati da Hamas, ha colpito in prevalenza edifici utilizzati come “covo dai terroristi” e ha ucciso soprattutto i miliziani armati.

In pochi hanno potuto vedere l’orrore e la devastazione di questa operazione militare. E non c’è dubbio che mostrare per giorni una colonna di fumo sia ben diverso che mostrare il corpo dilaniato di un bimbo la cui unica colpa era quella di giocare con gli amici su una spiaggia.

Una spiaggia non diversa da quella di Tel Aviv, dove altri bambini, nelle stesse ore, giocavano come se nulla fosse accaduto.

thanks to: spondasudnews

Video: “Israel is waging a war against the Palestinian people’s will to resist.” says Dr. Mads Gilbert

“The heart of the Earth beats in Gaza now. It bleeds, but it beats,” says Dr. Mads Gilbert.

The Norwegian emergency surgeon returned to his home city of Tromsø on 31 July, after spending several weeks treating the wounded from Israel’s assault at Gaza City’s al-Shifa Hospital.

He went straight from the airport to give a spontaneous speech at a large solidarity demonstration for Gaza held at the same time.

Tromsø is twinned with Gaza City.

The newspaper Nordlys made this video, above, of his speech. It is subtitled in English.

“The Palestinian people’s resistance in Gaza today is admirable, it is fair and it is a struggle for all of us. We do not want a world where raw power can be abused, to kill those who struggle for justice.”

Gilbert asks why after all the massacres, all of Israel’s violations of the laws protecting civilians, there are no sanctions on Israel.

He demands to know why the government of Norway is so “quiet” as Palestinians face “one of the most brutal occupation forces of modern history.”

“Solidarity is a powerful weapon,” Gilbert says, ending his address with a call for everyone to get involved in the movement for Palestinian rights.

“Israel is more isolated than ever and they deserve to be,” Gilbert says, endorsing the boycott, divestment and sanctions (BDS) movement.

It is a powerful 25-minute speech.

We have transcribed the first few minutes, in which Gilbert asks his fellow Norwegians to imagine what their country would be like today if they had not struggled for its liberation from German occupation:

I know you applaud for Gaza. I know you applaud for those who are there, the heroes of Gaza.

This will be no easy appeal to make, because I am now overcome by the mildness, the warmth, the safety, the absence of bombs, jets, blood and death. And then all that we’ve had to keep inside comes to the surface – so forgive me if sometimes I break.

I thought when I got home and met my daughters Siri and Torbjørn, my son-in-law and my grandkids Jenny and Torje, that it is such a mild country we live in.

It so good, with a kind of humanity in all relationships, because we actually built this country on respect for diversity, respect for the individual, respect for human dignity.

And imagine being back in 1945. And I beg to be understood when I say that I am not comparing the German Nazi regime with Israel. I do not.

But I compare occupation with occupation. Imagine that we in 1945 did not win the liberation struggle, did not throw out the occupier, could not see a bright future or believe our kids had a future. Imagine the occupier remaining in our country, taking it piece by piece, for decades upon decades. And banished us to the leanest areas. Took the fish in the sea, took the land, took the water, and we became more and more confined.

And here in Tromsø we were actually imprisoned, because here there was so much resistance to the occupation. So we are imprisoned for seven years, because in an election we had chosen the most resilient, those who would not accept the occupation.

Then after seven years of confinement in our city, Tromsø, the occupier began to bomb us. And they began to bomb us the day we made a political alliance with those in the other confined parts of occupied Norway, to say that we Norwegians would stand together against the occupier. Then they began to bomb us.

They bombed our university hospital, then the medical center, then killed our ambulance workers, they bombed schools where those who had lost their homes were trying to seek shelter. Then they cut the power and bombed our power plant. Then they shut off the water supply. What would we have done?

Would we have given up, waved the white flag? No. No, we would not. And this is the situation in Gaza.

This is not a battle between terrorism and democracy. Hamas is not the enemy Israel is fighting. Israel is waging a war against the Palestinian people’s will to resist. The unbending determination not to submit to the occupation!

It is the Palestinian people’s dignity and humanity that will not accept that they are treated as third, fourth, fifth-ranking people.

In 1938, the Nazis called the Jews “Untermenschen,” subhuman. Today, Palestinians in the West Bank, in Gaza, in the Diaspora are treated as Untermensch, as subhumans who can be bombed, killed, slaughtered by their thousands, without any of those in power reacting.

So I returned home to my free country – and this country is free because we had a resistance movement, because we said that occupied nations have the right to resist, even with weapons. It’s stated in international law.

You are permitted to fight the occupier even with weapons. One should of course respect international law …

Nobody wants to be occupied!

thanks to: electronicintifada

Arab Knesset Member to Obama: Are Gaza Children Allowed to Dream like Your Daughters, Malia and Sasha?

NAZARETH, August 6, 2014 (WAFA) – Ahmad al-Tibi, an Arab member of the Israeli Parliament, Knesset, sent on Wednesday a letter to the U.S. President Barack Obama listing the names and ages of the Palestinian fatalities in Gaza, including children.

 

Al-Tibi underscored the U.S. double standards in its policy towards the barbaric aggression on Gaza, including the arms supplies and financial support to Israel.

 

“I am writing this to express our resentment over your position, and the position of the U.S. administration, towards the Israeli aggression on Gaza.”

 

Al-Tibi said 1881 Palestinians have been killed, of whom 80% are civilians, including 315 children, since the beginning of the Israeli aerial, ground and naval aggression.

 

 “All Palestinian children killed in Gaza had names, faces, and families, as well as hopes and dreams just like your daughters, Malia and Sasha.”

 

“Your echoing of the Israeli propaganda that the Palestinians hide behind their children is not acceptable. A number of human rights organizations confirmed that the Palestinians do not use their children as human shields. It is quite the exact opposite; the Israeli army always uses Palestinians as human shields during its military operations,” he added.

 

He stressed that the Palestinian people love their children and cry over their death just like any other parents.”

 

He said that the death of children should torture anyone with a conscience, addressing Obama and asking him, “don’t the children of Gaza deserve life, liberty and empathy on your part for their suffering?”

 

Tibi also accused the Obama administration “of hypocrisy, after they called the alleged kidnapping of Lieutenant Hadar Goldin ‘barbaric’, while the IDF was bombing hospitals, schools, homes, mosques, UN facilities, ambulances, and even the only power source in Gaza,” reported Jerusalem online.

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

Medici norvegesi a Gaza: “la maggior parte dei feriti è stata copita da missili teleguidati di precisione e le ferite procurate ai bambini e ai civili sono state intenzionali.”

Due dottori che hanno lavorato nell’ospedale Shifa di Gaza offrono uno straziante racconto [in qualità di] testimoni oculari di fatti accaduti lì

Norvegesi

di Gideon Levy e Alex Levac   – HAARETZ

I dati sono scritti in inchiostro sul palmo della sua mano, come se fosse uno scolaro che copia le informazioni per un compito in classe : 1035 morti [1900 al 5 agosto dei quali 400 bambini. NdT],  6233 feriti alle 14 di lunedì 28 [al 5 agosto 9000 feriti NdT.]. Ogni giorno cancella i numeri e li aggiorna.

Questa settimana, il prof. Mads Gilbert ha lasciato l’ospedale Shifa della Striscia di Gaza per una breve vacanza nella sua terra natia, la Norvegia, dopo due settimane continue di interventi sulle ferite da guerra. Il suo collega e compatriota, prof. Erik Fosse doveva sostituire Gilbert a Gaza, ma, a metà settimana, Israele ancora gli impediva di farlo.Anche Fosse aveva passato la prima settimana di Margine Protettivo nell’[ospedale] Shifa e voleva ritornarvi.

Gilbert e Fosse hanno lavorato  nell’[ospedale] Shifa anche durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008-09, pubblicando in seguito il loro  scioccante libro “Occhi su Gaza”  sulle conseguenze [della guerra], un best seller internazionale. Ora   loro ritengono che in termini di danni [procurati] alla popolazione civile e  soprattutto ai bambini, la guerra attuale contro la Striscia è  persino più straziante di quella precedente.

Entrambi sono sulla sessantina. In gioventù ammiravano Israele, ma la prima guerra del Libano del 1982, durante la quale si sono arruolati per soccorrere i palestinesi feriti, ha modificato la loro percezione e ha cambiato per sempre le loro vite. “È stato allora che ho visto per la prima volta [all’opera] la macchina da guerra israeliana” ricorda Gilbert.

Fosse è il responsabile  dell’associazione NORWAC ( Comitato di Aiuto Norvegese), che fornisce assistenza medica ai palestinesi ed è finanziata dal governo norvegese. Sia Gilbert , che è un volontario indipendente,  che Fosse hanno dedicato gran parte della loro esistenza ad aiutare i palestinesi, e Gaza è divenuta la loro seconda casa. Nel pomeriggio di lunedì, abbiamo incontrato a Herzliya [cittadina sulla costa israeliana ndt] Fosse, un cardiochirurgo, dopo che è tornato dalle sue vacanze in Norvegia, sulla via del ritorno a Gaza. Abbiamo incontrato Gilbert, un anestesista,  mentre stava uscendo dal valico di Erez per ritornare a casa. Le immagini descritte dai due dovrebbero pesare molto  sulle coscienze di ogni essere umano  onesto.

“Durante Piombo Fuso pensavo che fosse la più orribile esperienza della mia vita” dice Gilbert, “fino a quando sono arrivato a Gaza due settimane fa- il che è stato perfino più scioccante. I dati ci dicono che vi sono 4,2 palestinesi deceduti all’ora…  più di un quarto dei morti sono bambini; oltre la metà sono donne e bambini. L’esercito israeliano [IDF] ha ammesso che il 70 % sono civili, l’ONU sostiene che sono l’80%, ma da quello che ho visto a Shifa  oltre il 90 % sono civili. Questo significa che stiamo parlando del massacro della popolazione civile”.

“Shujaiyeh è stato un vero massacro” egli continua. “ Durante Piombo Fuso non ho visto questo tipo di attacco alle case private; allora furono attaccate più strutture pubbliche. La brutalità,  la premeditazione nel colpire i civili e le distruzioni [procurate] sono più terribili di quelle  durante Piombo Fuso. Non  non sono rimasto colpito dal  fatto che la gente abbia ricevuto un preavviso di 80 secondi per abbandonare le proprie case.  È inumano. La vista di Sujaiyeh è molto più terribile di qualsiasi altra cosa che abbiamo visto in Piombo Fuso.

Gilbert, che insegna all’Università  della Norvegia settentrionale, è anche furibondo nel vedere i danni intenzionali dell’esercito contro gli ospedali. Non rimane nulla dell’ospedale di riabilitazione Al-Wafa; l’ospedale pediatrico Mohammed al-Dura di Beit Hanun  è stato bombardato dall’esercito, e un bimbo di due anni e mezzo ricoverato lì in un reparto  è rimasto ucciso. Quattro persone sono state ammazzate nell’ospedale Al-Aqsa. Gilbert ha visitato l’ospedale pediatrico ed è stato testimone oculare della scena. Nove ambulanze sono state attaccate; il personale medico è stato ucciso e ferito. Secondo Gilbert, questi  fatti costituiscono dei crimini di guerra.

Il dottore è rimasto particolarmente impressionato dalla determinazione e dal comportamento degli abitanti,  in primo luogo da quello dell’equipe medica locale. A Shifa , nessun addetto ha ricevuto un salario [negli ultimi] quattro mesi; negli otto mesi precedenti hanno ricevuto solamente la metà del loro stipendio. Anche quelli la cui casa è stata distrutta sono rimasti a lavorare. La loro dedizione al lavoro in queste condizioni lo hanno meravigliato.

In merito all’affermazione che i dirigenti di Hamas si nascondano nell’ospedale, i due norvegesi dicono che non hanno visto un singolo uomo armato o nessun dirigente dell’organizzazione; qualche ministro di Hamas è venuto a visitare i feriti.

Gilbert dice che pure durante Piombo Fuso l’IDF ha provato a spaventare l’equipe medica affermando  che miliziani armati si nascondevano nell’ospedale, ma l’ultima persona armata vista dai norvegesi [nell’ospedale] Shifa è stato un dottore israeliano anni fa al tempo della prima Intifada. Gilbertafferma di aver  detto  a quell’uomo che il diritto internazionale vieta di portare armi negli ospedali.

Analogamente egli contesta l’affermazione che Hamas stia usando la popolazione civile di Gaza come scudo umano, e aggiunge: “Dove si nascondevano i partigiani anti nazisti in Olanda e in Francia? E dove nascondevano le loro armi”?

“Non sono un sostenitore di Hamas” dice Gilbert. “ Appoggio i palestinesi, e anche il loro diritto a sbagliare la scelta della loro classe dirigente. E chi ha scelto Netanyahu e Lieberman? Loro [i palestinesi] hanno il diritto di sbagliarsi. Sono stato in visita a Gaza per 17 anni. Più la bombardano, maggiore sarà il  sostegno alla resistenza. Mi pare che il tentativo di descrivere Hamas uguale a  Boko Haram è ridicolo. Boko Haram è l’IDF, che sta violando il diritto internazionale. Come possono i suoi comandanti essere orgogliosi di uccidere i civili?

“La storia li giudicherà e penso che l’IDF non ne uscirà con una bella immagine, visti i fatti accaduti sul terreno.  Faccio un appello agli israeliani: Svegliatevi.  Dimostrate di essere coraggiosi. Israele  sta andando in una direzione peggiore di quella del Sud Africa- e sarebbe un modo vergognoso  di passare alla storia”.

Fosse è più misurato, forse perché ha lavorato solamente fino all’inizio dell’invasione di terra di Gaza; ha fatto circa dieci interventi al giorno al  Shifa. Elogia la competenza dei medici gazawi con i quali ha lavorato.

Fosse vede la sua missione anche fuori dalla camera operatoria, levando un grido di allarme al mondo, dopo che Gaza è stata svuotata da Israele di qualsiasi presenza internazionale. Egli dice che la maggior parte dei feriti è stata copita da missili teleguidati di precisione, e  inoltre è sicuro che le ferite [procurate] ai bambini e ai civili siano state intenzionali.

Nel loro libro i due norvegesi hanno evidenziato una foto di tiratori scelti dell’IDF  con magliette  disegnate con le scritte: “Più piccolo – più difficile” e “Una pallottola – due ammazzati”. Questa volta sono i missili intelligenti che uccidono i bambini. Ma secondo Fosse, l’assedio israeliano di Gaza è persino più duro per i suoi abitanti della guerra. Questo è il motivo per cui Hamas è ora più aggressivo.

“Per sette anni, tutta la società  è collassata. Non vi è nessuna attività commerciale, non si esporta, e non c’è via di fuga. L’unica attività remunerativa è il contrabbando, e questo distrugge  la società. Distrugge Gaza come  società normale. L’assedio ha creato un sottile strato di popolazione divenuta ricca grazie al contrabbando-  mentre tutti gli altri sono poveri. Ciò mina la struttura della società, e questo è il maggiore problema di Gaza.

“Mi ricordo di colloqui con chirurghi palestinesi della mia età. Per anni, hanno vissuto in una Gaza aperta che [permetteva loro] di avere ottimi rapporti con dottori israeliani. Hanno sempre sognato di ritornare a quei tempi. Ora quegli stessi dottori si affollano davanti alla televisione e manifestano gioia quando un razzo cade su Israele. Ho detto loro: ma Israele reagirà. E loro mi hanno risposto: Non ce ne importa più nulla. Moriremo comunque. È meglio morire sotto un bombardamento.

“Hanno perso qualsiasi speranza.   È scioccante vedere persone che hanno perso i loro figli e non gliene importa più nulla. Israele sta perdendo i suoi soldati ora per preservare una situazione che tutto il mondo contesta. Questo è un crimine contro una numerosa popolazione civile” aggiunge Fosse.

“Voi avete distrutto il loro futuro e sono disperati. Hamas non ha un gran sostegno, ma vi è un grande sentimento che non è rimasto nulla da perdere. E dall’altra parte vi è una società in Israele che se ne infischia.  È molto triste. Voi che siete passati attraverso l’Olocausto siete diventati razzisti. Secondo me, questa è una tragedia. Perché state facendo questo? State oltrepassando ogni limite morale – e alla fine questo distruggerà la vostra società”.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

thanks to: NenaNews

Trento – Interrotto incontro “Sentieri di Pace” in solidarietà con la popolazione di Gaza

Sospendiamo le trasmissioni: il massacro di Gaza parte da qui

Domenica 27 luglio, nelle Gallerie di Piedicastello a Trento, si stava svolgendo un dibattito sulla Grande Guerra trasmesso in diretta da Radio Tre. L’incontro faceva parte di una serie di serate dal titolo “Sentiero di Pace” organizzate dalla Provincia di Trento. In vista del centenario della Prima Guerra Mondiale, giornalisti e storici stavano discutendo, tra una battuta e l’altra, di battaglie, generali, memorialistica, in un misto di denuncia della brutalità della guerra e di esaltazione di episodi di eroismo e onore patrio. Centrale in questa retorica, che nei mesi a venire si abbatterà come un fiume in piena sulle terre di confine, il ruolo dell’irredentismo, con l’annosa questione se Cesare Battisti fosse un eroe trentino oppure un traditore dell’Austria. Mai nessuno di questi storici pagati per esserlo che ricordi una semplice verità: e cioè che tutti i “socialisti” che propagandarono la partecipazione italiana alla guerra furono prima di tutto traditori della classe proletaria, che da quell’immane carneficina ricavò centinaia di migliaia di morti e feriti, nonché una disfatta sociale da cui emergerà, anni più tardi, il fascismo.

D’obbligo, per giornalisti e storici, qualche fuggevole riferimento alle guerre di oggi, inaggirabile nei giorni del massacro della popolazione palestinese di Gaza. Tutto molto educato. Tutto molto lontano.

Ecco allora che una quindicina di antimilitaristi irrompe nella sala a ricordare con uno striscione, dei volantini e degli interventi un fatto che tutti vorrebbero tenere sotto silenzio: la Provincia di Trento, organizzatrice dell’evento, da anni collabora con lo Stato di Israele. Gli accordi scientifici e commerciali tra fondazioni e università dei due Paesi fanno della Provincia trentina un complice a tutti gli effetti dell’apartheid israeliano.

Gli interventi dei compagni hanno smascherato l’ipocrisia dei “giornalisti di sinistra” e spinto la direzione di Rai Tre a sospendere le trasmissioni per circa dieci minuti. Il direttore Sinibaldi cercava affannato se in scaletta ci fosse scritto “anarchici”, ma non era pronto al fuoriprogramma di chi non recitava a copione. Quando chi promuove i “sentieri di pace” sostiene la pianificazione di un genocidio, si rompe il teatrino e basta.

Anche il 16 luglio, sempre a Trento, un’iniziativa itinerante aveva ricordato alla Fondazione Bruno Kessler, agli atenei cittadini e alla Provincia che il massacro dei palestinesi parte anche da qui, e che non tutti fanno finta di niente. Troppo spesso ci si ricorda dell’oppressione palestinese quando la violenza coloniale raggiunge il suo apice, per tornare poi piano piano nel dimenticatoio.

Boicottare e sabotare gli interessi israeliani ovunque, a partire dalle complicità accademiche, ci sembra la migliore solidarietà internazionalista. Smascherare le responsabilità è solo il primo passo.

Con Gaza nel cuore.


Domenica 27 luglio a Trento, nel ventesimo giorno di massacri indiscriminati in corso a Gaza, un gruppo di antimilitaristi ha interrotto la diretta radiofonica di Radio3 della trasmissione “Sentieri di pace” dedicata al centenario della prima guerra mondiale.

Le persone presenti alla trasmissione potevano entrare solo su invito nominale; i compagni, visti gli oltre mille (fin qui) morti e 7000 feriti in Palestina,  hanno ritenuto opportuno autoinvitarsi alla kermesse per dare un contributo drammaticamente attuale e, appena entrati nella sala fra la sorpresa di pubblico e attori, alcuni hanno aperto uno striscione con la scritta: “Il mondo è in guerra. Fermiamo le collaborazioni scientifiche fra Università di Trento e Israele”. Altri hanno distribuito un centinaio di volantini ai presenti in sala, riscuotendo un certo interesse. 

Appena iniziato l’intervento al megafono il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi ha subito tentato di impedirlo, invano. L’obiettivo era rompere il teatrino e  ricordare che le reponsabilità per il massacro di Gaza e per ogni guerra iniziano qui. Obiettivo raggiunto. 

FERMIAMO LA COLLABORAZIONE FRA TRENTINO E ISRAELE
FERMIAMO GLI ACCORDI MILITARI FRA ITALIA E ISRAELE
LA GUERRA è ANCHE QUI

Antimilitaristi di Trento e Rovereto


Di seguito il volantino distribuito il 27 luglio:

UN MONDO IN GUERRA – PALESTINA OGGI

Ciò che sta accadendo in Palestina è terrificante. Stiamo assistendo ad un’operazione di genocidio del popolo palestinese. Uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo uccide in pochi giorni oltre ottocento palestinesi. Massacri pianificati scientificamente che avvengono sotto l’egida della “lotta al terrorismo”, portata avanti da Israele con il silenzio/assenso degli Stati occidentali.

Altrettanto terrificante è la crescente indifferenza a livello internazionale. Nonostante le immagini dei massacri del popolo palestinese entrino nella vita di tutti, la quotidianità trascorre nella sua silente meccanicità. Oltre all’assuefazione alla visione quotidiana di guerre e massacri, c’è anche una totale estraneità alle rivendicazioni del popolo palestinese, tra cui una terra dove vivere liberamente. Una possibilità che da più di mezzo secolo viene negata.   

Il sostegno che i paesi occidentali danno al colonialismo di Israele viene anche da qui. La provincia di Trento da un lato promuove iniziative di stampo “pacifista” come questa, dall’altro finanzia collaborazioni e progetti di ricerca all’interno di Accordi-quadro tra Italia e Israele sul piano della difesa e della sicurezza. 

Trento viene celebrata come Università all’avanguardia nella ricerca in campo internazionale. Ma sono in pochi a interrogarsi sulla natura e le finalità di questa ricerca. Dietro l’abito della “collaborazione scientifica”, la Fondazione Bruno Kessler di Trento, specie attraverso la figura del suo ex-presidente Oliviero Stock, collabora da anni con Università di Haifa in Israele i cui centri di ricerca, come il Technion, sono attivamente coinvolti nella pianificazione dell’oppressione quotidiana del popolo palestinese; Eledia Lab, centro di ricerca sulle telecomunicazioni coinvolto nella progettazione di componenti high tech e sistemi di controllo a fini militari. Nello stesso dipartimento troviamo il gruppo di ricerca coadiuvato dal prof. Fausto Giunchiglia, già membro di Eurotech, gruppo controllato da Finmeccanica che sviluppa componenti elettroniche degli Uav (velivoli senza pilota). 

Se in Occidente si appoggia lo Stato israeliano e le sue pratiche terroristiche – come definire altrimenti il massacro indiscriminato e il bombardamento di scuole e ospedali? – è perché Israele rappresenta un modello di sviluppo socio-economico in cui si riconoscono le democrazie occidentali. Un’organizzazione sociale in cui possono convivere la difesa dei diritti, ad esempio verso omosessuali e lesbiche, e un’apartheid interna e quotidiana. Questa guerra ci riguarda perché riflette un modello sociale molto vicino al nostro, in cui la guerra diventa parte integrante della società democratica. 

Non ci si può dichiarare contro la guerra senza denunciare i meccanismi e le responsabilità precise che anche da qui la alimentano. Rompere il silenzio sulle complicità accademiche, dirette o indirette, può essere un primo passo. Con il suo carico di massacri, morti, soprusi, la guerra è ancora oggi qui a dividerci tra chi si arricchisce, chi si adopera per giustificarla e chi intende combatterla.       

SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE
FERMIAMO LE COLLABORAZIONI TRA PROVINCIA DI TRENTO E STATO D’ISRAELE 

www.romperelerighe.noblogs.org 


Fonte: Informa-Azione

19 medici uccisi, 17 ospedali bombardati dalle forze armate israeliane a partire dall’8 luglio

Domenica 3 agosto 2014 12:25 di Celine Hagbard

Da quando l’esercito israeliano ha cominciato l’assalto contro la Striscia di Gaza l’8 luglio, le forze armate israeliane hanno ripetutamente colpito medici e centri sanitari dove si sta lavorando febbrilmente per trattare più di 9000 feriti.

Dall’8 luglio, medici e squadre di soccorso sono state attaccate da bombardamenti aerei e da colpi d’artiglieria israeliani 102 volte. 19 medici sono stati uccisi, e molti di più sono stati feriti.

In aggiunta, 44 dei 55 centri di Pronto Soccorso di Gaza sono stati chiusi a causa dei bombardamenti israeliani. 17 ospedali, sia publici che privati, sono stati colpiti direttamente dall’esercito israeliano.

Il ministro della salute palestinese ha condannato i ripetuti attacchi sui lavoratori e sulle strutture sanitarie, che, secondo la legge internazionale, dovrebbero essere escluse da ogni azione bellica in tempo di guerra.

Gli attacchi alle strutture mediche sono considerati una “grave violazione” della quarta convenzione di Ginevra, ciò significa che si tratta di un crimine di guerra. Un’altra “grave violazione” è l’estensiva distruzione ed appropriazione di proprietà non giustificata da necessità militare e attuata illegalmente e smodatamente.

Israele è firmatario della quarta convenzione di Ginevra, del 1957, ma ritiene che questa non si applichi al proprio comportamento nei territori espropriati nel 1967 e occupati militarmente da allora.

Il portavoce dell’esercito israeliano ha ripetuto più e più volte che i partigiani palestinesi usano gli ospedali per custodire e lanciare razzi, ma non ha presentato nessuna evidenza credibile che lo dimostri.

L’unica “evidenza” presentata dall’esercito israeliano coinvolge l’ospedale Al-Wafa, nella parte orientale di Gaza, ed è stata provata di essere una macchinazione.*

Dopo aver raso al suolo l’ospedale Al-Wafa, l’unico centro riabilitativo di Gaza, l’esercito israeliano ha rilasciato un breve video rivendicando che l’ospedale fosse stato usato dai combattenti palestinesi. Ma il video satellitare che aveva l’intento di mostrare razzi sparati dalla base dell’ospedale evacuato, esaminato, non mostra affatto l’ospedale. Una freccia aggiunta dall’esercito israeliano prima di rilasciare il video indica una costruzione vicino ad un sito di lancio di razzi. La costruzione è stata etichettata come “Ospedale Wafa”. Ma la costruzione che appare nel video NON è l’ospedale Al-Wafa, invece si tratta di uno stabile ubicato in una zona della città completamente differente.

Nonostante non abbia saputo identificare la struttura dell’ospedale sulla sua immagine satellitare presentata alla stampa, l’esercito israeliano ovviamente conosce dove è localizzato l’ATTUALE ospedale, poichè le sue bombe sono state sganciate direttamente sullo stesso, radendolo al suolo.

I numerosi attacchi alle strutture sanitarie e alle ambulanze hanno reso estremamente difficile portare a termine il proprio lavoro per il personale medico. In aggiunta, il bombardamento dell’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza avvenuto lunedì da parte delle forse israeliane, ha costretto le strutture sanitarie a fare affidamento sulle fonti energetiche ausiliarie, che sono intermittenti e scarse. Ciò ha reso ancora più difficile mantenere i servizi di supporto vitale per centinaia di pazienti rimasti in condizioni critiche a causa delle ferite riportate.

19 Medics Killed, 17 Hospitals Bombed by Israeli Forces Since July 8th

Sunday August 03, 2014 12:25 by Celine Hagbard

Since the Israeli military began its assault on the Gaza Strip on July 8th, Israeli forces have repeatedly targeted medics and medical centers who have been working feverishly to treat the over 9,000 people who have been wounded.

Ambulance bombed by Israeli forces on July 21 (image by Saleh Hijazi)
Ambulance bombed by Israeli forces on July 21 (image by Saleh Hijazi)

Since July 8th, Medics and Rescue Teams have been attacked by Israeli airstrikes and artillery shelling 102 times. 19 medics have been killed, and many more have been injured.

In addition, 44 Of Gaza’s 55 Urgent Care Centers have been closed Due To Israeli Bombardment. 17 Hospitals, both public and private, have been directly targeted by the Israeli military.

The Palestinian Ministry of Health has condemned the repeated attacks on medical workers and facilities, which are supposed to be excluded from any attacks during wartime under international law.

Attacks on medical facilities are considered to be a ‘grave breach’ of the Fourth Geneva Convention, which means it is considered a war crime. Another ‘grave breach’ is extensive destruction and appropriation of property not justified by military necessity and carried out unlawfully and wantonly.

Israel is a signatory to the Fourth Geneva Convention, in 1957, but claims that it does not apply to Israel’s behavior in the territories it took over in 1967 and has been militarily occupying ever since.

The Israeli military spokesman has repeated over and over again the claim that Palestinian resistance fighters use hospitals to store and fire rockets, but has presented no credible evidence to back this claim.

The one piece of ‘evidence’ presented by the Israeli military involved the Al-Wafa Hospital in eastern Gaza, and it was proven to be a fabrication.

After bombing the al-Wafa Hospital, Gaza’s only rehabilitation center, to the ground, the Israeli military released a short video claiming to show the hospital being used by fighters. But the satellite video purporting to show rockets fired from the hospital grounds turned out, upon examination, to not show the hospital at all. An arrow added by the Israeli military before releasing the video pointed at a building next to a rocket-launching site. The building was labeled ‘Wafa Hospital’. But the building in the video was NOT Al-Wafa Hospital, but a building in an entirely different part of town.

But even while mis-identifying the hospital building on its satellite image presented to the media, the Israeli military obviously know where the ACTUAL hospital was located, because its bombs were dropped directly onto the hospital, leveling it to the ground.

The numerous attacks on medical facilities and ambulances have made it extremely difficult for medical personnel in Gaza to carry out their work. In addition, the bombing of Gaza’s only power plant on Monday by Israeli forces has forced the medical facilities to turn to backup power sources, which are intermittent and sparse. This has made it more and more difficult to maintain life support for the hundreds of patients that remain in critical condition from their wounds.

thanks to: Imemc

Israele bombarda un’altra scuola dell’Unrwa: 10 morti

3/8/2014

Maan. Domenica, 10 palestinesi sono stati uccisi a seguito del bombardamento di una scuola dell’Onu a Rafah, dove a migliaia avevano trovato rifugio dagli attacchi israeliani in corso. Almeno 30 persone sono rimaste ferite, secondo i dati forniti dal portavoce del ministero della Sanità, Ashraf al-Qidra.

Chris Gunness, portavoce dell’Unrwa, l’Agenzia Onu per i Rifugiati palestinesi, ha dichiarato che la scuola ospitava migliaia di rifugiati interni che erano stati costretti a fuggire dalle proprie case a cause delle violenze in corso a Gaza.

thanks to: Infopal

La bambina “del miracolo” è morta per complicazioni durante i tagli all’energia elettrica. Era nata dopo la morte della madre

RT. La “bambina dei miracoli” di Gaza che era stata tratta in salvo dal ventre della madre uccisa, è morta in un’incubatrice di un ospedale in cui manca l’energia elettrica a causa degli attacchi di Israele. Gli ospedali sperano adesso che una breve tregua allevi il disastro umanitario di Gaza.

Il mondo intanto continua a piangere la morte della “bambina del miracolo” di Gaza morta in un’incubatrice di un ospedale senza elettricità a causa degli attacchi inflitti dall’IDF.

Fatta nascere prematuramente dal ventre della madre morta, la “bambina del miracolo”, Shayma, è morta nell’ospedale di Khan Yunis a sud di Gaza dopo aver lottato per la vita per cinque giorni, nel reparto di terapia intensiva colpito da black-out all’impianto elettrico dopo che Israele ha bombardato l’unica centrale elettrica di Gaza.

Il dottor Fadi Al-Khrote, uno dei sanitari che aveva salvato la bambina, ha riferito ad Al-Jazeera che la madre di Shayma, la ventritreenne Shayma al-Sheikh Qanan, era clinicamente morta da dieci minuti prima che l’intervento per salvare la neonata fosse finito. La vita della bambina era “un miracolo”, ha detto, dato che era stata privata dell’ossigeno per alcuni minuti.

“La bambina ha sofferto di insufficienza respiratoria nel ventre della madre dopo che il cuore di quest’ultima aveva smesso di battere”, ha raccontato giovedì scorso all’agenzia di stampa AFP il dottor Abdel Karem al-Bawab, primario del reparto di maternità dell’ospedale Nasser, aggiungendo che Shayma era collegata ad un respiratore del reparto.

“La mancanza di energia elettrica ha causato all’improvviso l’asfissia e il cervello della neonata è morto”, ha detto parlando della tragedia che è avvenuta mercoledì. 

“La causa è stata la continua mancanza di energia elettrica perché i tubi dell’ossigeno non hanno funzionato in maniera appropriata e abbiamo dovuto riportarla in vita più di una volta senza l’aiuto delle macchine”. 

Shayma era stata salvata dai dottori sabato scorso dopo che la madre e il padre erano stati uccisi in un attacco aereo che aveva distrutto la loro casa nel comune di Deir al-Balah. All’inizio della settimana i dottori avevano riferito all’AFP che la bambina era stabile ma che doveva rimanere con il respiratore per “almeno tre settimane”.

Quando è avvenuto il “miracolo”, la nonna di Shayma, Mirfat Qanan, aveva detto che era una tragedia aver perso la figlia.

“Mia figlia Shayma è morta, ma adesso ho una nuova figlia”, aveva detto, come riferito da Metro. Adesso Mirfat sta combattendo una nuova tragedia, come migliaia di altre famiglie palestinesi devastate dall’operazione dell’IDF “Margine protettivo” che sta distruggendo la Striscia di Gaza da 24 giorni.

Nel mondo la gente continua a commentare con centinaia di tweets la morte di Shayma dando la colpa alla mancanza di energia elettrica per mano dell’esercito israeliano.

Shayma, che come riferiscono le fonti è stata sepolta accanto alla madre, è morta dopo che l’unica centrale elettrica di Gaza è stata distrutta lasciando senza corrente elettrica la maggior parte del milione e ottocentomila persone che vive nel territorio palestinese.

I bombardamenti indiscriminati ad opera di Israele hanno portato ad una condanna mondiale man mano che il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza cresce rapidamente.

Un portavoce dell’Unrwa non è riuscito a trattenere le lacrime durante una intervista televisiva all’indomani dell’attacco mortale di mercoledì a una scuola delle Nazioni Unite che ospitava sfollati. Si riferisce che venti persone sono rimaste uccise sotto la scuola delle Nazioni Unite dove 3.300 persone avevano cercato rifugio, nella cittadina di Jabalia, vicino Gaza.

Giovedì sono stati uccisi 79 Palestinesi e 350 sono rimasti feriti, come ha dichiarato al-Qidra, portavoce del ministero della Salute. Il bilancio dei feriti ha raggiunto la cifra complessiva di 8.265 persone. Il ministero ha fatto sapere che 29 strutture mediche, inclusi 13 ospedali, sono stati daneggiati dagli attacchi israeliani.

Nel frattempo giovedì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che l’IDF completerà la distruzione di Hamas a qualunque costo.

“Siamo decisi a portare a termine questa missione con o senza un cessate il fuoco”, ha detto Netanyahu all’inizio di una riusione di governo a Tel Aviv. “Non accetterò nessuna proposta che non permetta all’esercito israeliano di portare a termine questo importante compito per il bene della sicurezza di Israele”.

“Hamas ha ricevuto dei duri colpi da parte dell’IDF e dell’ISA”, ha detto. “Abbiamo colpito duramente migliaia di obiettivi terroristici: centri di comando, arsenali di missili, fabbriche, aree di lancio e sono stati uccisi centinaia di terroristi”.

Più tardi, lo stesso giovedì, ufficiali americani e delle Nazioni Unite hanno annunciato che Israele e Hamas hanno acconsentito ad una tregua umanitaria incondizionata di 72 ore nella Striscia di Gaza assediata.

Intanto gli ospedali di Gaza riferiscono di continue mancanze di energia elettrica e di pessime  condizioni di lavoro. I sanitari affermano di non riuscire a far fronte all’affluenza dei pazienti. La gente viene curata nei corridoi.

Yusuf Abu Rish, il sottosegretario del ministero della Salute palestinese ha affermato che la situazione a Gaza è un “disastro umanitario”.

Ha detto che i costanti bombardamenti “minacciano gli ospedali della Striscia di Gaza, che ricevono ogni giorno centinaia di feriti in seguito alla guerra in corso con Israele”, come riportato dalla versione online del quotidiano Arabic Ahram. “Agli ospedali manca l’alimentazione dei generatori. Stiamo affrontando una tragedia umana che minaccia la vita di migliaia di pazienti”, ha detto Rish.

I medici sperano che il cessate il fuoco annunciato e che inizia alle ore 5 GTM di venerdì, dia un po’ di solievo alle sofferenze dei pazienti.

Traduzione di Sandra Piva

thanks to: Infopal

Bombardamenti aerei israeliani colpiscono l’Università Islamica di Gaza

02/08/2014 22:20 BETHLEHEM (Ma’an) — L’esercito israeliano ha bombardato l’Università Islamica di Gaza alle prime ore di sabato, causando danni estesi a una delle più grandi e importanti istituzioni educative secondarie di Gaza.

L’esercito israeliano ha affermato in un dichiarazione che l’obbiettivo era “un impianto di Hamas usato per la ricerca e lo sviluppo della produzione di armi” all’interno dell’università.

L’Università Islamica è stata ripetutamente colpita da Israele in passato, specialmente durante l’offensiva del 2008-2009 quando Israele distrusse 74 laboratori in una serie di bombardamenti aerei.

Allora diede la stessa giustificazione per l’attacco, citando l’esistenza di un impianto all’interno della stessa.

La commissione delle Nazioni Unite che indagò sui fatti di quel conflitto anche conosciuta come “Rapporto Goldstone” contestò la giustificazione israeliana, dicendo che gli impianti erano “costruzioni educative civili, e la commissione non trovò nessun indizio riguardo il loro uso come impianto militare o il loro contributo a un’impresa militare che potesse averli resi un obiettivo legittimo agli occhi delle forse militari israeliane”.

l’OLP riporta che 137 scuole sono state danneggiate al ventiseiesimo giorno di assalto israeliano, includendo un numero di attacchi sulle scuole dell’ONU utilizzate come rifugi, dove sono stati uccisi a dozzine.

Israeli airstrike targets Islamic University of Gaza

Books and papers lay strewn across the ground after Israeli forces bombed the Islamic University of Gaza overnight on August 2, 2014 in Gaza City. (AFP Mahmud Hams)

02/08/2014 22:20 BETHLEHEM (Ma’an) — The Israeli military bombed the Islamic University in Gaza early Saturday, causing extensive damage to one of Gaza’s largest and most prominent institutions of higher education.

The Israeli military said in a statement that the target was a Hamas “facility that was used for research and development of weapon manufacturing” inside the university.

The Islamic University has been repeatedly targeted by Israel in the past, especially in the 2008-9 offensive when Israel destroyed 74 labs in a series of airstrikes.

At the time it gave the same justification for the attack, citing the existence of a Hamas research facility there.

The United Nations Fact Finding Mission on the Gaza Conflict, also known as the “Goldstone Report,” disputed the Israeli justification, saying the facilities were “civilian, educational buildings and the Mission did not find any information about their use as a military facility or their contribution to a military effort that might have made them a legitimate target in the eyes of the Israeli armed forces.”

The PLO says that 137 schools have been damaged in the 26-day Israeli assault, including a number of strikes on UN schools serving as shelters that have killed dozens.

thanks to: Ma’an News Agency

Israele colpevole di crimini di guerra

di Eleonora Pochi

 

Tutti gli articoli della IV Convenzione di Ginevra per la tutela delle persone civili in tempo di guerra violati dalle Forze armate israeliane negli ultimi 24 giorni di operazioni militari nella Striscia

“E’ stato violato il diritto internazionale”, ha dichiarato oggi Navy Pillay, alto commassario Onu per i Diritti Umani, in riferimento al massacro della popolazione civile della Striscia, aggiungendo che “questi attacchi non sembrano affatto accidentali”.

Si tratta di violazioni delle norme stabilite dalla IV Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra. La presente convenzione, così come gran parte della normativa internazionale a tutela dei Diritti Umani, fu stipulata nel 1949, subito dopo le atrocità commesse durante la seconda Guerra mondiale, per stabilire regole precise in riguardo ai conflitti armati, in particolare per la protezione dei civili.

L’articolo 15 della suddetta convenzione stabilisce che “Ognuna delle Parti in conflitto potrà, sia direttamente, sia per il tramite di uno Stato neutrale o di un ente umanitario, proporre alla Parte avversaria la costituzione nelle regioni dove si svolgono combattimenti, di zone neutralizzate destinate a porre al riparo dai pericoli dei combattimenti, senza distinzione alcuna, le persone seguenti:

a) i feriti e i malati, combattenti, o non combattenti;

b) le persone civili che non partecipano alle ostilità e che non compiono alcun lavoro di carattere militare durante il loro soggiorno in dette zone. Non appena le Parti in conflitto si saranno intese su l’ubicazione geografica, l’amministrazione, il vettovagliamento e il controllo della zona neutralizzata prevista, sarà stabilito per iscritto e firmato dai rappresentanti delle Parti in conflitto un accordo, che fisserà l’inizio e la durata della neutralizzazione della zona”.

Il bombardamento della scuola UNRWA a Beith Hanoun e poi l’attacco di un’altra scuola delle Nazioni Unite a Jabaliya rappresentano violazioni del presente articolo. Non ci sono zone neutralizzate in tutta la Striscia in cui i civili possano essere al sicuro. Tra le vittime molti bambini. “Nulla è più vergognoso che attaccare dei bambini mentre dormono” ha dichiarato in merito Ban Ki-moon, segretario generale Onu. Il 77% delle vittime dell’operazione militare israeliana in atto, sono civili.

L’articolo 16 riguarda la tutela dei feriti e dei malati: “I feriti e i malati, come pure gli infermi e le donne incinte fruiranno di una protezione e di un rispetto particolari. Per quanto le esigenze militari lo consentano, ognuna delle Parti in conflitto favorirà i provvedimenti presi per ricercare i morti o i feriti, per soccorrere i naufraghi e altre persone esposte ad un grave pericolo e proteggerle contro il saccheggio e i cattivi trattamenti”.

Dall’inizio dell’operazione Protective Edge, l’IDF ha bombardato quattro ospedali: l’European General Hospital, l’ospedale di Al Aqsa, quello di Beit Hanoun e quello di Gaza City, Al Shifa. Medici senza Frontiere, presente sul campo, ha espresso più volte la grave illegalità alla base di questi attacchi militari: “Un membro del nostro staff internazionale si trovava nell’edificio (Al Shifa, ndr) quando l’ambulatorio dell’ospedale è stato bombardato – denuncia Tommaso Fabbri, capo missione di MSF in Palestina -. Al Shifa è il quarto ospedale colpito dall’8 luglio. Attaccare gli ospedali e le aree circostanti è del tutto inaccettabile e rappresenta una grave violazione del diritto internazionale umanitario. In qualunque circostanza, e soprattutto in tempo di guerra, le strutture sanitarie e il personale medico devono essere protetti e rispettati. Ma oggi a Gaza gli ospedali non sono il rifugio sicuro che dovrebbero essere”.

In riguardo al soccorso umanitario d’emergenza, c’è l’articolo 20: “ Il personale regolarmente ed unicamente adibito al funzionamento o all’amministrazione degli ospedali civili, compreso quello incaricato della ricerca, della raccolta, del trasporto e della cura dei feriti e malati civili, degli infermi e delle puerpere, sarà rispettato e protetto”.

Sono tristemente note la difficoltà che gli operatori umanitari stanno incontrando in questi giorni. Oltra agli ospedali, sono state bombardate ambulanze e non sono state rispettate le tregue umanitarie, necessarie alla ricerca e al trasposto di feriti e cadaveri. Il video del ragazzo palestinese ucciso mentre con altri operatori cercava feriti sotto le macerie, ha fatto il giro del web.

Inoltre, secondo il New Weapons Research Committee, gruppo di scienziati che studia gli effetti delle armi non convenzionali sulle persone nel medio e lungo periodo, “ Israele sta sperimentando nuove armi non convenzionali contro la popolazione civile di Gaza”. Fosforo bianco, DIME (Dense Inert Metal Explosive) e ordigni termobarici. Mads Gilbert, medico norvegese operativo nell’ospedale di Shifa, a Gaza City, ha fatto notare che “moltissime persone possiedono ferite sospette, che dimostrano l’uso di armi illegali”.

( Fonte: NenaNews )

Un cecchino israeliano: “Oggi ho ucciso 13 bambini palestinesi”

 

PressTvPostando un account Instagram, David Ovadia ha pubblicato una foto che lo ritrae con un fucile da cecchino. 

La foto con il post, però, è stata eliminata interamente da hacker di un gruppo anonimo. Il gruppo ha lanciato centinaia di attacchi contro siti web israeliani negli ultimi due anni.

L’azione, come riferito, ha fatto seguito ad attacchi informatici del gruppo sul Mossad israeliano e sul ministero degli Affari militari. 

Tel Aviv sostiene che il suo esercito colpisce i combattenti palestinesi del gruppo di resistenza Hamas e ha descritto il crescente numero di morti nell’enclave come “danno collaterale”. 

Israele martella la Striscia di Gaza dall’8 luglio. Le forze israeliane hanno iniziato un’offensiva di terra contro il territorio palestinese impoverito il 17 luglio. Più di 300 bambini sono stati finora uccisi.

Più di 1.370 Palestinesi sono stati uccisi e migliaia di altri feriti dall’offensiva di Israele.

Le brigate Ezzedine al-Qassam, l’ala militare del movimento di resistenza palestinese Hamas, stanno lanciando attacchi di rappresaglia contro Israele. 

Fonti israeliane hanno confermato la morte di 56 soldati. Tuttavia, Hamas dice che le perdite sono molto più alte. 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è impegnato a completare la distruzione dei tunnel di Gaza, con o senza un cessate il fuoco.

Tel Aviv ha anche mobilitato 16.000 riservisti per le operazioni militari di terra a Gaza, portando iltotale a 86.000 unità. 

Tel Aviv ha colpito ospedali, cliniche e rifugi negli ultimi 24 giorni

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Infopal

Warplane delivery makes Italy complicit in Israeli crimes

Italy has offered more concrete support for Israel’s latest attack on Gaza than perhaps any other European Union country. Italy is the current holder of the EU’s rotating presidency. Its flagrant disregard for the EU’s law against weapons sales to human rights abusers is, therefore, a most serious matter.

Il jet M346 Alenia Aermacchi

by Stephanie Westbrook – Electronic Intifada
Italy has offered more concrete support for Israel’s latest attack on Gaza than perhaps any other European Union country. As the massacres began earlier this month, two Italian-made M-346 jet trainer aircraft were delivered to Hatzerim, an Israeli Air Force base in the Naqab (Negev). These warplanes — the most “advanced” of their type, according to their manufacturers — will be used to train pilots for similar operations to the one now being carried out against Gaza’s 1.8 million people.

The Rome authorities cannot seriously claim that the timing of the 9 July delivery — two days after the assault on Gaza began — is a pure coincidence. Israel has undertaken offensives against Gaza and Lebanon, and committed countless human rights violations over the past decade. And yet Italy has deepened its military cooperation with Israel.

The two aircraft are the first in a batch of thirty M-346 trainers that Israel bought in 2012 from Alenia Aermacchi, a firm in the Finmeccanica Group, Italy’s top weapons manufacturer. They are part of a $1 billion “reciprocal” procurement package that largely favored Israel.The remaining 28 aircraft are to be delivered by 2016.

Dishonest

Roberta Pinotti, defense minister in the Rome government, stated last week, that “Italy does not provide Israel with weapons of an offensive nature.” She also said that Italy complies with the EU’s code of conduct on arms exports, which has been legally-binding since 2008. Both claims were dishonest. As the M-346 are military aircraft and their end-user — Israel — is occupying the land of another people, they are offensive by definition.

The EU’s code of conduct, meanwhile, forbids weapons sales if the weapons in question are likely to facilitate the abuse of human rights or international law. There is ample evidence that Israel uses weapons to violate the rights of Palestinians and international law.

Filippo Bianchetti, a spokesperson for the No M-346 to Israel Committee, explained that the planes are weaponized in the Alenia Aermacchi plant near Turin before being delivered to Israel. The aircraft are “ready for use in offensive actions,” he said. Because they are smaller than other planes in Israel’s arsenal, they are deemed easier to handle by military strategists and more “suitable” for offensives such as the one against Gaza, he added.

The Italian elite has been courting Israel for some time. In 2005, a government headed by Silvio Berlusconi signed an agreement with Israel, committing the two sides to cooperate on developing new arms, exchanging weapons-related technology and on military training. Lately, there have been some calls for the agreement to be revoked and an arms embargo slapped on Israel. Giulio Marcon, a member of the Italian parliament, has asked, for example, if the purpose of this cooperation is “to massacre civilians and occupy the Gaza Strip.”

Shameful relations

To its shame, Italy appears determined to maintain close relations with the Israeli military. Last week, the United Nations stated that one Palestinian child had been killed by Israel every hour over the previous two days. On the same day that heartrending statistic was published (23 July), it was announced that Sardinia intends to host a multinational military exercise this coming September. The Israeli Air Force — now bombing women and children in Gaza — is scheduled to participate.

Known to tourists for its beautiful beaches, Sardinia is also home to over 60 percent of Italian military ranges, including three of Europe’s largest. When drills take place, no-go zones on land and at sea cover an area larger than the island itself.

What goes on in the firing ranges is classified, though one thing is certain. Years of bombing and the use of experimental weapons have led to grave environmental and health problems. The soil, air, water and food chain are contaminated with heavy metals; a 2010 study conducted found that 65 percent of sheep farmers within a 2.7 kilometer radius of one site for weapons testing were suffering from leukemia or lymphoma.

There have also been birth defects in children and deformities in animals, including the birth of two-headed lambs. The prevalence of such problems is so acute that it has become known locally as the “Quirra syndrome” after the name of one of the military bases.

Focus on boycott

Roughly 40 percent of the activity at the firing ranges is undertaken by private arms-makers who rent the facilities from the Italian defense ministry in order to test experimental weapons and showcase weapons systems to potential buyers.

The Israeli military has no compunction about testing weapons on civilians. Doctors working in Gaza’s hospitals have reported unusual injuries that they believe are caused by the firing of DIME (dense inert metal explosives) and other experimental weapons.

Rosalba Meloni of the Cagliari Social Forum, a group opposing the military bases in Sardinia, said that “two Hollywood-style towns for war games, one European and the other Middle Eastern” are being built on the island as part of the expansion of the Teulada firing range. That is a clear indication of where future wars are being planned.

A national campaign is being organized against Israel’s participation in the Sardinian exercises. “We will also be focusing on boycott campaigns against Israel,” said Meloni.

Italy is the current holder of the EU’s rotating presidency. Its flagrant disregard for the EU’s law against weapons sales to human rights abusers is, therefore, a most serious matter. Sadly, though, there seems to be little prospect of fellow EU governments holding Italy to account. The EU has effectively supported Israel’s attack on Gaza by claiming — without evidence — that it is in retaliation for Hamas’ rocket fire.

It is encouraging that anti-war campaigners here are supporting the Palestinian-led call for boycott, divestment and sanctions against Israel. With EU governments and institutions so happy to repeat Israeli propaganda, it is essential that the ordinary people of Italy and other parts of Europe take action.

Stephanie Westbrook is a US citizen based in Rome, Italy. Her articles have been published by Common Dreams, Counterpunch, The Electronic Intifada, In These Times and Z Magazine. Follow her on Twitter: @stephinrome.

Westbrook: “La consegna degli aerei da guerra rende l’Italia complice dei crimini di Israele”

 

Dall’Italia già inviati in Israele due dei trenta jet M-346 della Alenia Aermacchi. L’Italia è l’attuale titolare della presidenza di turno dell’UE. La sua flagrante violazione del diritto dell’Unione europea contro la vendita di armi a chi viola i diritti umani è, dunque, un problema più grave.

M-346-2

di Stephanie Westbrook – Electronic Intifada 

L’Italia ha offerto un sostegno più concreto per l’ultimo attacco di Israele a Gaza che forse qualsiasi altra nazione dell’Unione Europea . Mentre i massacri sono cominciati all’inizio di questo mese, due jet aerei d’addestramento M-346 fabbricati in Italia sono stati consegnati a Hatzerim, una base dell’Air Force israeliana nella Naqab (Negev) .

Questi aerei da guerra – i più “avanzati” del loro tipo, secondo i loro produttori – saranno utilizzati per addestrare i piloti per le operazioni simili a quella ora in corso contro gli 1,8 milioni di persone di Gaza.

Le autorità di Roma non possono seriamente sostenere che i tempi di consegna del 9 luglio – due giorni dopo che l’assalto a Gaza è iniziato – è una pura coincidenza. Israele ha intrapreso offensive contro Gaza e il Libano , e commesso innumerevoli violazioni dei diritti umani negli ultimi dieci anni. Eppure l’Italia ha approfondito la sua cooperazione militare con Israele.

I due velivoli sono i primi di una serie di trenta formatori M-346 che Israele ha acquistato nel 2012 da Alenia Aermacchi, una società del Gruppo Finmeccanica , primo produttore di armi in Italia. Fanno parte di un appalto da 1 miliardo di dollari di un “reciproco” pacchetto che in gran parte ha favorito Israele. I rimanenti 28 velivoli devono essere consegnati entro il 2016.

Disoneste

Roberta Pinotti, ministro della Difesa nel governo di Roma, ha dichiarato la settimana scorsa, che “l’Italia non fornisce Israele con le armi di natura offensiva.” Ha anche detto che l’Italia è conforme al codice di condotta della UE sulle esportazioni di armi, che è stato reso legge dal 2008. Entrambe le affermazioni erano disoneste. Perché gli M-346 sono aerei militari e il loro utente finale – Israele – sta occupando la terra di un altro popolo, che è offensivo per definizione.

Il codice di condotta dell’Unione europea, nel frattempo, vieta le vendite di armi se le armi in questione sono in grado di agevolare l’abuso dei diritti umani o del diritto internazionale. Ci sono ampie prove che Israele usa armi per violare i diritti dei palestinesi e il diritto internazionale.

Filippo Bianchetti, un portavoce del No M-346 al Comitato di Israele, ha spiegato che gli aerei sono dotati di armi nello stabilimento di Alenia Aermacchi nei pressi di Torino, prima di essere consegnati a Israele. I velivoli sono “pronti per l’uso nelle azioni offensive”, ha detto. Perché sono più piccoli rispetto agli altri aerei in arsenale di Israele, essi sono considerati più facili da gestire dagli strateghi militari e più “adatti” a offensive come quella contro Gaza, ha aggiunto.

L’elite italiana ha corteggiato Israele per un certo tempo. Nel 2005, un governo guidato da Silvio Berlusconi ha firmato un accordo con Israele, legando le due parti a cooperare sullo sviluppo di nuove armi, lo scambio di tecnologia correlata alle armi e sulla formazione militare.

Ultimamente, ci sono state alcune chiamate per l’accordo che deve essere revocato e un embargo sulle armi schiaffeggiato su Israele. Giulio Marcon, un membro del parlamento italiano, ha chiesto , per esempio, se lo scopo di questa collaborazione è quello di “massacrare i civili e occupare la Striscia di Gaza”.

Relazioni vergognose

Per sua vergogna, l’Italia sembra determinata a mantenere stretti rapporti con l’esercito israeliano. La scorsa settimana, le Nazioni Unite hanno dichiarato che un bambino palestinese è stato ucciso da Israele ogni ora nel corso dei due giorni precedenti. Lo stesso giorno in cui la statistica straziante è stata pubblicata (23 luglio), è stato annunciato che la Sardegna intende ospitare una esercitazione militare multinazionale il prossimo settembre. L’aviazione israeliana – che ora sta bombardando donne e bambini a Gaza – parteciperà.

Nota ai turisti per le sue belle spiagge, la Sardegna è anche la patria di oltre il 60 per cento dei poligoni militari italiani, tra cui tre dei più grandi d’Europa. Quando le esercitazioni si svolgono, no-go zone a terra e in mare, coprono un’area più grande della stessa isola.

Quello che succede nei poligoni di tiro è classificato, però una cosa è certa. Anni di bombardamenti e l’uso delle armi sperimentali hanno portato a gravi problemi ambientali e sanitari. Il suolo, l’aria, l’acqua e la catena alimentare sono contaminati da metalli pesanti; uno studio condotto nel 2010 ha rilevato che il 65 per cento degli allevatori di pecore in un raggio di 2,7 km di un sito per i test di armi erano affetti da leucemia o linfoma.

Ci sono stati anche difetti di nascita nei bambini e deformità negli animali, tra cui la nascita di agnelli a due teste. La prevalenza di tali problemi è così acuta che è diventata nota come la ” sindrome di Quirra ” dal nome di una delle basi militari.

Focus sul boicottaggio

Circa il 40 per cento delle attività presso i poligoni di tiro viene effettuato da armaioli privati che affittano le strutture del ministero della Difesa italiano, al fine di testare armi sperimentali e fare vetrina dei sistemi di armi a potenziali acquirenti. L’esercito israeliano non esita a testare le armi sui civili. I medici che lavorano negli ospedali di Gaza hanno riportato lesioni insolite che credono siano causate dal lancio di DIME (esplosivi densi di metallo inerte), e altre armi sperimentali.

Rosalba Meloni del Social Forum di Cagliari, un gruppo che si oppone alle basi militari in Sardegna, ha detto che “due città in stile hollywoodiano per i giochi di guerra, una europea e l’altra mediorientale” sono in costruzione sull’isola come parte dell’espansione del poligono di tiro di Teulada. Questa è una chiara indicazione di dove sono in programma le guerre future.

Una campagna nazionale è stata organizzata contro la partecipazione di Israele negli esercizi sardi. “Ci concentreremo anche sulle campagne di boicottaggio contro Israele”, ha detto Meloni.

L’Italia è l’attuale titolare della presidenza di turno dell’UE. La sua flagrante violazione del diritto dell’Unione europea contro la vendita di armi a chi viola i diritti umani è, dunque, un problema più grave. Purtroppo, però, sembra che sia poco probabile che gli altri governi UE chiamino l’ Italia a rendere conto. L’UE ha efficacemente sostenuto l’attacco di Israele su Gaza sostenendo – senza prove – che è in rappresaglia per il lancio di razzi di Hamas.

E ‘incoraggiante che gli attivisti contro la guerra qui stanno sostenendo l’appello palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Con i governi dell’UE e delle istituzioni così felici di ripetere la propaganda israeliana, è essenziale che la gente comune d’Italia e altre parti d’Europa agisca.

(Traduzione a cura di “Il Popolo che non esiste”)

thanks to: Stephanie Westbrook

Electronic Intifada

Nena News

Il massacro della Eid: Israele bombarda un parco-giochi e ospedale al-Shifa uccide 10 bimbi

 

IMG-20140728-WA0006Gaza-Maan e Quds Press. Lunedì 28 luglio, primo giorno di Eid al-Fitr, festa di fine Ramadan, le forze israeliane hanno bombardato un parco vicino alla spiaggia della città di Gaza e l’ospedale al-Shifa, uccidendo almeno 10 bambini. E’ quanto riportano fonti mediche.

 

 

 

 

L’attacco contro l’ospedale al-Shifa, che è il principale di Gaza, ha colpito l’ambulatorio.

Il parco bombardato si trova a fianco del campo profughi di al-Shati, e ha colpito il parco-giochi, uccidendo 10 bambini mentre giocavano con le loro famiglie, vestiti con gli abiti della festa appena iniziata, la Eid al-Fitr.
40 sono stati feriti.

Un dirigente del pronto soccorso dello Shifa ha reso noto che sono arrivati in ospedale 10 corpi di bimbi, uccisi durante due attacchi.

Nomi dei bambini massacrati nel campo profughi di Shati

1 – Ahmed Hazem Shabbir

2 – Mahmoud Hazem Shabbir

3 – Bara’ Akram Miqdad

4 – Hamouda Nahid Miqdad

5 – Youssef Abdel Rahman Hassouna

6 – Mohamed Mahmoud Abu Shaqfa

7 – Khaled Mahmoud Abu Shaqfa

8 – Mansour Raed Hajaj

9 – Jamal Saleh ‘Alian

10 – Ahmed Jaber  Washih

11 – Mohammad Fadi Najjar

12 – Muhammad ‘Ammad Baroud

Israele ha affermato che a colpire sia il parco-giochi sia l’ospedale siano state le brigate palestinesi, tale informazione, che non corrisponde al vero, viene riportata anche da Al Arabiyya, tuttavia, i corrispondenti della NBC confermano che il bombardamento è stato effettuato da aerei da ricognizione israeliani.

thanks to: Infopal

Testimoni di un crimine internazionale: lo Stato di Israele e il terrorismo a Gaza

26/7/2014

Di Ajamu Baraka Testimoni di un crimine internazionale: lo Stato di Israele e il terrorismo a Gaza.

L’ultima aggressione ai danni del popolo palestinese costituisce un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

“Protective Edge” (“Margine di protezione”) è il nome fumettistico attribuito all’ultima offensiva militare israeliana contro la popolazione palestinese dei territori occupati: è rappresentativo della mistificazione della realtà secondo cui 1.700.000 palestinesi che vivono a Gaza, sostanzialmente prigionieri e indifesi, sarebbero i feroci aggressori che minacciano i pacifici coloni di Israele. Proprio come negli Stati Uniti, in cui il mito del colono innocente fu creato per giustificare il sistematico massacro delle popolazioni indigene, il genocidio di Israele viene mascherato trasformando la sua posizione da quella di invasore coloniale armato a quella di vittima.

Questa rivisitazione è aiutata e favorita negli Stati Uniti dai media istituzionali, che inscrivono la loro visione e la successiva comunicazione dei fatti nel quadro della narrazione del colono innocente. Questa narrativa va a liquidare e al contempo a normalizzare la relazione che esiste tra il colonizzatore e il colonizzato, per cui i territori occupati smettono di essere tali e vengono trasformati in territori “contesi”, per cui tutte le forme di resistenza messe in atto dai palestinesi diventano terrorismo.

Intrisi di questa retorica imperiale, i media istituzionali non solo ripetono a pappagallo la narrazione di Israele come vittima, ma si spingono anche a creare una finzione in cui le parti contrapposte sono sullo stesso piano. L’informazione mainstream si rammarica perché le due parti sono bloccate in una spirale di violenza, dando così l’assurda impressione che la violenza nei territori occupati sia un conflitto tra due forze con potenza simile e identica statura morale.

“I media istituzionali ripetono a pappagallo la narrazione di Israele come vittima

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il tentativo di mettere concettualmente sullo stesso piano la forza dello Stato di Israele, una delle maggiori potenze militari mondiali, con il movimento di resistenza di un popolo prigioniero, bloccato da terra e dal mare in un campo di concentramento all’aperto, in una delle strisce di terra più densamente popolate del pianeta, costituisce una posizione fondamentalmente immorale. Eppure, per molti editorialisti e giornalisti statunitensi, per i liberali sionisti e  i loro omologhi nel movimento dei cristiani sionisti, così come per parte della stampa e dell’opinione pubblica europea, i limiti concettuali imposti da una presunzione di supremazia coloniale dei bianchi rendono impossibile vedere l’immoralità insita in questa ricostruzione del cosiddetto conflitto.

Gran parte del mondo ritiene che l’ultima aggressione ai danni del popolo palestinese costituisca un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. Tale posizione è stata ribadita dalla Corte Internazionale di Giustizia, la quale  ha decretato che Israele, in quanto potenza militare occupante, ha l’obbligo di proteggere i diritti dei civili nei casi di occupazione militare, ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra.

In questo quadro giuridico, l’uccisione di civili sotto occupazione, i bombardamenti indiscriminati delle comunità palestinesi, le punizioni collettive, la demolizione di case private, la detenzione arbitraria, la sottrazione di risorse idriche o di altre risorse naturali e la costruzione di insediamenti nei territori occupati possono essere considerati crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

È questa la versione che andrebbe raccontata all’opinione pubblica statunitense. Al contrario, questa a è portata a credere che l’aggressione militare israeliana sia una risposta legalmente e moralmente giustificata all’aggressione di Hamas. Da questo punto di vista, non esiste la responsabilità speciale per le autorità israeliane di proteggere i diritti dei civili sotto occupazione militare, e le azioni del governo israeliano in risposta all’uccisione dei tre coloni adolescenti  sembra legittima e razionale.

Il colonialismo e il grande bluff degli interventi umanitari

Solo i più ingenui possono pensare che l’aggressione militare in corso abbia a che vedere con esigenze di “difesa” contro la resistenza simbolica offerta da  Hamas con il lancio dei razzi contro Israel. I commentatori più onesti sanno perfettamente che Israele ha provocato una reazione della resistenza palestinese operando una massiccia repressione a Gaza dopo l’uccisione dei tre coloni adolescenti, proprio per utilizzarla come giustificazione al suo attacco. Un attacco teso a distruggere il nuovo governo di unità nazionale palestinese.

La mentalità coloniale bolla qualsiasi forma di resistenza come illegittima, punibile con la morte e il terrore senza fine. È un chiaro messaggio per i palestinesi, le cui case vengono ridotte in polvere, che devono scavare per estrarre i corpi dei figli, delle mogli, dei padri, dei nonni. L’altro messaggio per i palestinesi, quello che loro hanno recepito fin troppo bene, è che le loro vite, paragonate a quelle dei coloni, non contano nulla e che nei loro confronti nessuno ha una “responsabilità di protezione”.

Israele ha provocato una reazione della resistenza palestinese operando una massiccia repressione a Gaza dopo l’uccisione dei tre coloni adolescenti, proprio per utilizzarla come giustificazione al suo attacco.”

L’aggressione contro i civili e le istituzioni di Gaza ha come obiettivo lo sterminio della popolazione della striscia – non necessariamente in senso fisico, solo perché a questo livello di consapevolezza globale ogni tentativo in tal senso susciterebbe una reazione nell’opposizione mondiale, quanto per cancellare Gaza come società funzionante, per distruggerla politicamente, culturalmente, spiritualmente e psicologicamente. Un processo che IIan Pappe descrive come “genocidio incrementale”, la cui matrice è terroristica nel suo senso più crudo, brutale e devastante.

Quando il genocidio o la pulizia etnica sistematica non sono opzioni percorribili, ridurre la popolazione indigena a una condizione di dipendenza, debolezza e terrore è la scelta migliore nell’ottica coloniale. L’attacco alle infrastrutture civili e alle istituzioni governative da parte dell’esercito di Israele lascia trasparire che è esattamente questo l’obiettivo di questa ultima operazione contro Gaza.

Negli ultimi quarant’anni, la comunità internazionale non è riuscita ad attribuire allo stato di Israele la responsabilità dei crimini di guerra e di altre gravi violazioni del diritto internazionale. Le procedure speciali delle organizzazioni dei diritti umani e delle Nazioni Unite hanno prodotto rapporti dettagliati sui crimini commessi da Israele negli ultimi quarant’anni, senza che  i responsabili fossero mai giudicati. E quando si tratta di Israele, l’intervento umanitario e la responsabilità di proteggere appaiono in tutta la loro natura di costrutto ideologico imperialista.

Nonostante le immagini dei bambini palestinesi estratti dalle macerie di edifici bombardati, nessuno ha pensato di richiedere un intervento umanitario per salvare una popolazione che oggi è presumibilmente la più maltrattata sulla faccia della terra. Al contrario, a “ambo le parti” vengono rivolti deboli e patetici appelli a moderarsi e a proteggere i “civili”, come se si potesse davvero operare una distinzione tra combattenti e non combattenti laddove tutto il popolo palestinese viene additato come nemico dalle autorità israeliane.

L’unica soluzione al peccato originale del progetto sionista è una autentica decolonizzazione.”

Richard Falk, l’inviato speciale delle Nazioni Unite  sui diritti umani dei palestinesi sottolinea l’ipocrisia dell’Occidente quando si tratta di Israele.

“…invece di condannare questo ricorso alla violenza come una vera e propria  ‘aggressione’ che viola  le carte dell’ONU e principi fondamentali del diritto internazionale,  la reazione dei diplomatici occidentali e dei media mainstream si schiera perversamente con Israele. Dal Segretario Generale dell’ONU al Presidente degli Stati Uniti, la richiesta principale è stata quella rivolta a Hamas per fermare i lanci di razzi, mentre a Israele viene timidamente raccomandato di “moderarsi”.

Quale futuro si prospetta per la Palestina? È possibile una riconciliazione nell’ottica di una relazione coloniale ancora in corso? È ancora in piedi la prospettiva dei due stati con oltre 500.000 coloni ad occupare quasi la metà delle terra che dovrebbe appartenere allo Stato Palestinese, e che comunque rappresenta appena il 22% dei confini palestinesi prima della creazione di Israele?

Frantz Fanon sostiene che:

“Uno dei due mondi, quello dei coloni o quello dei nativi, deve essere distrutto per porre fine al sistema coloniale. Non deve trattarsi semplicemente di una disfatta militare o di un accordo politico – ma della totale distruzione di un’altra modalità di vita”

Mentre gli israeliani continuano a sottrarre terre ai palestinesi, a uccidere, degradare e umiliare la popolazione e a creare le condizioni oggettive che rendono impossibile la creazione di uno vero e indipendente stato Palestinese, è sempre più chiaro che l’unica soluzione al peccato originale del progetto sionista è un’autentica decolonizzazione, in cui la presenza, l’umanità e la sovranità dei colonizzati vengano ripristinate.

Un’autentica decolonizzazione è l’unica soluzione possibile, perché la logica interna del processo coloniale/ capitalista suggerisce che l’affermazione di Fanon è corretta – ovvero che non ci possa essere riconciliazione tra l’autodeterminazione e lo sviluppo indipendente della Palestina e  uno stato di Israele che continua a imporsi come stato coloniale. Perché anche nel quadro della cosiddetta soluzione dei due stati, la base materiale del progetto coloniale di Israele è dipendente dalla continua espansione e dall’esproprio della terra alla Palestina, oltre che dalla subordinazione del popolo palestinese.

Quindi, mentre qualche palestinese e i suoi sostenitori ancora sperano nella soluzione dei due stati, le autorità israeliane comprendono la posizione di Fanon secondo cui “solo uno dei due mondi sopravviverà” e dunque si accingono a distruggere la resistenza palestinese. È questa la vera storia di Gaza e dei territori occupati – un crimine continuo che umilia tutti noi che siamo costretti ad assistervi.

Ajamu Baraka è un attivista dei diritti umani e analista geo-politico.  Baraka è ricercatore presso  l’Institute for Policy Studies (IPS) a Washington, D.C., oltre che redattore e  editorialista della Black Agenda Report. Le sue ultime pubblicazioni includono contributi a due libri pubblicati di recente “Imagine: Living in a Socialist USA” e “Claim No Easy Victories: The Legacy of Amilcar Cabral.” Può essere contattato all’indirizzo info.abaraka@gmail.com e all’indirizzo www.AjamuBaraka.com

thanks to: Traduzione di Romana Rubeo

Infopal

Riprendono i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza 1058 morti

Gaza. Domenica mattina 27 luglio, il regime sionista ha ripreso i bombardamenti dopo 12 ore di tregua, che hanno permesso di estrarre 147 cadaveri dei precedenti attacchi, portando il bilancio totale di tre settimane di guerra contro la Striscia a 1058 vittime.

Con la nuova catena di bombardamenti, sei palestinesi sono stati uccisi e diversi altri feriti, secondo i dati forniti dal ministero della Salute. Due delle vittime sono state colpite nel campo profughi di al-Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, altre due a Khan Younis, in un raid mirato contro una moto.

Le forze israeliane hanno bombardato la Striscia di Gaza centrale, colpendo il campo profughi di al-Bureij dove molti cittadini avevano fatto ritorno alle proprie case, sabato, pensando che la tregua annunciata da Israele sarebbe stata mantenuta in vigore e prorogata di altre 12 ore. Così, infatti, aveva annunciato l’esercito, aggiungendo, tuttavia, che avrebbe mantenuto la presenza dei carri armati e dei militari e i bombardamenti contro obiettivi della resistenza. Quindi, si trattava di una tregua parziale.

Hamas e le altre fazioni della resistenza palestinese hanno rigettato l’estensione della tregua, in quanto “le richieste palestinesi sono state ignorate”.

In un comunicato stampa, Hamas ha dichiarato che “non è valido alcun cessate-il-fuoco senza il ritiro dei tank israeliani dalla Striscia di Gaza e senza che i residenti siano in grado di far ritorno alle proprie case e le ambulanze di trasportare i cadaveri”

Durante il cessate-il-fuoco di sabato, i medici e volontari hanno scavato tra le macerie e hanno trovato 147 corpi.

La devastazione che i cittadini hanno trovato in varie aree della Striscia è totale: palazzi, ospedali, scuole, moschee e altri edifici pubblici e privati distrutti. Interi quartieri pieni di crateri e macerie.

Cadaveri ammonticchiati con sangue ormai raffermo e ricoperti di polvere sono stati trovati in vari quartieri pesantemente bombardati.

thanks to: Infopal

Israeli police refutes claim that Hamas kidnapped Israeli teens

In a Friday interview with the state-run BBC, Israeli Police spokesman Micky Rosenfeld ruled out any links between the men responsible for the murdering of the three teenagers and Hamas, saying they are part of a “lone cell.”

Israeli forces killed several Palestinians and arrested hundreds of others, including Hamas members and lawmakers, as part of the search for the three settlers, whom Israel claimed went missing in the West Bank on June 12.

Hamas had denied involvement in the alleged disappearance of the teens.

On June 30, Israel confirmed that the three Israeli settlers were dead and their bodies were buried in a field near the village of Halhul north of the city of al-Khalil (Hebron) in the West Bank.

A day after the funeral of the three teenagers, Israeli settlers abducted and burned alive 17-year-old Palestinian Mohamed Abu Khdeir in the West Bank in retaliation for the incident.

One of the main reasons that Israel launched its new war on Gaza was the regime’s accusations against Hamas over the kidnapping issue.

The Palestinian death toll has reached 900 from more than two weeks of Israeli strikes. Around 5,700 Palestinians have also been injured in the onslaught.

Israeli warplanes have been carrying out incessant airstrikes against the blockaded Gaza Strip since July 8. On July 17, thousands of Israeli soldiers launched a ground incursion into the densely-populated strip.

The Ezzedine al-Qassam Brigades, the military wing of the Palestinian resistance movement Hamas, has been launching retaliatory attacks against Israel.

While Israel confirms 37 Israelis have been killed in the war, Hamas sources put the number at about 90.

thanks to: albawaba

Gaza, Paola Manduca: «Ospedali sotto attacco sistematico»

Israele li colpisce. Dicendo che nascondono armi. «Ma è una bugia». Parla il medico italiano appena rientrato dalla Striscia.

INTERVISTA

di

A Gaza, da qualche giorno, la morte che arriva dalla terra e dal cielo non risparmia nemmeno gli ospedali. Anzi, sembra addirittura averli presi di mira.
Per questo medici e scienziati, italiani e inglesi, che hanno lavorato volontariamente nella Striscia negli ultimi anni, e sono stati testimoni oculari delle guerre combattute tra Hamas e Israele, hanno deciso che è arrivato il momento di reagire. E di denunciare quella che ai loro occhi è una «scelta deliberata». Una strategia portata avanti «in modo sistematico» dall’esercito dello Stato ebraico.
In 24 hanno scritto una lettera aperta sulle conseguenze dei bombardamenti e dell’invasione di terra della Striscia di Gaza attualmente in corso. La professoressa Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova, è la prima firmataria del documento, pubblicato martedì 22 luglio su The Lancet.
MEDICI SOTTO ATTACCO. Mentre l’offensiva ha già fatto più di 700 vittime tra i palestinesi, e l’Onu ha denunciato «possibili crimini di guerra» compiuti da Israele, Manduca ha raccontato a Lettera43.it cosa significa tentare di salvare vite umane a Gaza e sentirsi sotto attacco.
La professoressa è stata a Gaza a lungo nel 2011 e nel 2012. È tornata nel 2013, e nel 2014 ha trascorso tre mesi all’ospedale al Shifa di Gaza City, il più grande di tutta la Striscia. È rientrata in Italia circa 20 giorni fa, «quando gli israeliani hanno cominciato a bombardare».

  • La professoressa Paola Manduca.

DOMANDA. La sua lettera denuncia il numero crescente di ospedali bombardati a Gaza: perché questi attacchi?
RISPOSTA. La nostra opinione, l’opinione di tutti i firmatari della lettera, è che sia una scelta deliberata.
D. Come viene giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?
R. Il governo israeliano, attraverso i suoi portavoce, ha affermato ufficialmente che, siccome a loro risulta che sotto gli ospedali ci siano dei bunker che contengono armi, gli ospedali stessi vengono ritenuti obiettivi bombardabili.
D. Tutti gli ospedali, senza distinzione?
R. 
Alla domanda diretta fatta da un giornalista di Al Jazeera: «Il governo israeliano aveva la certezza che sotto l’ospedale di al Aqsa (bombardato martedì 22 luglio: quattro morti e 40 feriti, ndr) ci fosse qualcosa?», il portavoce ha risposto: «Sul caso specifico devo informarmi con l’esercito». Peccato però che il bombardamento sia avvenuto comunque, e che ci siano dei dati di fatto che smentiscono la versione del governo di Israele.
D. Quali?
R.
Per esempio, che nessuno di questi bombardamenti abbia dato luogo a esplosioni secondarie, tipiche di un deposito d’armi colpito che salta in aria. Inoltre, quasi tutti i bombardamenti sugli ospedali che ci sono stati finora hanno colpito i piani centrali delle strutture. Quelli dove in genere ci sono le sale operatorie, i reparti dei lungodegenti. Secondo noi medici firmatari della lettera, c’è ragione di pensare che l’esercito israeliano stia facendo tutto questo in maniera sistematica.
D. A che scopo?
R. Spero di sbagliarmi, ma fin dall’inizio del conflitto la propaganda israeliana ha messo in giro la voce che sotto l’ospedale al Shifa di Gaza City, il più grande dell’intera Striscia, ci sono dei bunker dove si sono rifugiati i dirigenti di Hamas. La cosa è poco credibile, ma è stata su tutta la stampa israeliana fin dall’inizio della campagna militare e continua a ritornare. Temo che l’obiettivo possa essere proprio questo.
D. Quali sarebbero le conseguenze di un attacco contro l’ospedale di al Shifa?
R. Colpire lo Shifa, oltre a essere un massacro, significherebbe cancellare la classe medica di Gaza. Significherebbe eliminare la possibilità per gli abitanti di Gaza di avere qualsiasi assistenza medica. Perché allo Shifa non vengono portati solo i casi d’emergenza in tempo di guerra, ma vengono curati moltissimi pazienti anche in tempo di pace: cardiopatici, malati in terapia intensiva, e altri ancora. Allo Shifa nascono 50 bambini al giorno, e in quell’ospedale lavorano al momento tutti i medici della Striscia che abitano a Gaza City. Anche quelli normalmente operanti altrove.
D. In base alla sua personale esperienza negli ospedali della Striscia, ha mai potuto riscontrare la presenza di armi o di dirigenti politici nascosti al loro interno?
R. Assolutamente no. Quello che ho potuto riscontrare, però, è che quelli di Hamas non sono dei matti.
D. In che senso?
R. Io ho lavorato a lungo negli ospedali pubblici della Striscia di Gaza. I medici dello Shifa, anche quelli che fanno parte di Hamas, o che sono simpatizzanti del movimento islamico, non sono dei massacratori. A Gaza esistono infiniti tunnel: secondo lei andrebbero a nascondersi proprio sotto lo Shifa? Se tanti di noi che hanno una contiguità di esperienza e di lavoro con Gaza scrivono certe cose, è perché le abbiamo viste tutti e siamo tutti preoccupati in questo momento.
D. Lei era a Gaza anche durante i precedenti conflitti tra Hamas e Israele?
R. Sono stata a Gaza molto a lungo nel 2011 e nel 2012. Sono tornata brevemente nel 2013 e poi di nuovo quest’anno. Nel 2014 sono stata a Gaza per tre mesi, rientrando in Italia circa 20 giorni fa, quando Israele ha cominciato a bombardare. Ero in lista d’attesa per uscire dalla Striscia già da 40 giorni, ma gli egiziani hanno tenuto il valico di Rafah chiuso. Ho dovuto aspettare a lungo il mio turno. A proposito dell’inizio dei bombardamenti, però, c’è una cosa che vorrei sottolineare.
D. Prego.
R. Israele ha iniziato a bombardare Gaza lo stesso giorno in cui sono stati rapiti i tre ragazzi poi ritrovati morti in Cisgiordania. Ogni sera, da quel momento in poi, è caduta almeno una bomba su Gaza.
D. Dal giorno stesso del rapimento?
R.
Sì. Noi eravamo lì: posso testimoniare che Israele ha bombardato Gaza ogni sera. E che per i primi giorni non c’è stata nessuna risposta. Poi hanno iniziato a rispondere al fuoco alcune fazioni armate, ma non Hamas. Hamas è stata l’ultima a sparare. Nella Striscia non c’è solo Hamas e non si può pretendere, come del resto non si pretende in nessun’altra parte del mondo, che Hamas abbia il controllo totale di quello che fanno gli altri sul suo territorio.
D. Sta dicendo che Hamas non voleva la guerra?
R. Dico che Hamas è stata così responsabile da non rispondere subito alle bombe israeliane. Perché sapevano cosa sarebbe successo altrimenti e perché Hamas non voleva questa escalation. O quantomeno, non l’ha fatta precipitare. Ha risposto quando ormai le altre fazioni avevano già risposto, e quando i bombardamenti si sono intensificati. A quel punto non c’era più un’altra strada.
D. C’è chi sostiene che Hamas si stia spingendo oltre per costringere l’Egitto a fare maggiori concessioni alla causa palestinese.
R.
Dal mio punto di vista, non è questione di ottenere delle concessioni. La questione è che al Sisi, dopo aver preso il potere con un colpo di Stato, ha iniziato a bombardare tutti i tunnel. Ne ha distrutti circa 1.700. Da quel momento a Gaza non è arrivato più nulla. Né carburante, né materiali da costruzione, né cibo, né medicine: nulla.
D. Perché i tunnel sono così importanti per Hamas?
R. L’economia di Gaza, per almeno due anni, è stata mediamente tollerabile solo grazie ai tunnel. Sia per le merci, che in questo modo riuscivano a entrare e a uscire dalla Striscia, sia perché su quei tunnel, dopo l’iniziale fase di sviluppo spontaneo, sono state messe delle tasse. Una dogana. Il governo di Hamas ha potuto pagare i suoi dipendenti perché ha ricavato delle entrate autonome attraverso i tunnel.
D. In quali condizioni lavorano i dipendenti pubblici di Gaza, medici compresi?
R. A partire dal 2007, dopo la separazione da Hamas, i dipendenti pubblici che erano di al Fatah, in una certa percentuale che varia a seconda dei settori, ma che nell’ambito medico per esempio è stata del 27%, si sono rifiutati di andare a lavorare. Il governo di Ramallah ha continuato a pagarli lo stesso per sette anni, fino alla riunificazione. I dipendenti pubblici di Hamas hanno preso per anni uno stipendio più basso degli altri, di quelli che per sette anni non hanno lavorato e che, con la riunificazione, hanno anche ottenuto delle promozioni.
D. Di che cifre stiamo parlando?
R.
Io ero in ospedale quando c’è stata la riunificazione. Ero in compagnia di alcune mie colleghe: due impiegate del governo di Gaza, e una pagata invece da Ramallah. Quest’ultima aveva uno stipendio di 900 dollari al mese, le altre di 300 dollari.
D. E adesso che i tunnel vengono distrutti, come farà Hamas a pagare gli impiegati?
R. Immediatamente, nel momento in cui sono venuti meno i soldi dei tunnel, sono mancati anche i soldi per pagare i dipendenti pubblici. A Gaza hanno lavorato da novembre fino a marzo percependo la metà dello stipendio. Da marzo in poi moltissimi non lo hanno più ricevuto. E parliamo di persone che andavano a lavorare tutti i giorni.
D. Israele però sostiene che bombardare i tunnel sia necessario, per fermare l’arrivo dei pezzi usati per costruire i razzi.
R. È sicuramente possibile che attraverso i tunnel arrivi anche materiale bellico. Ma perché ogni Paese del mondo può avere le sue forze armate e i palestinesi no? I palestinesi di Gaza hanno rispettato la tregua firmata a novembre 2012. Da allora Hamas non aveva più sparato contro Israele. Perché non gli è concesso avere un esercito regolare?
D. Quali sono le patologie principali di cui soffrono gli abitanti della Striscia e che non possono essere curate adeguatamente?
R.
Come tutte le popolazioni, anche quella dei palestinesi di Gaza ha le sue inclinazioni: un alto livello di diabete e di malattie cardiache. Ma le patologie che non possono essere curate adeguatamente sono moltissime. Per esempio, prendiamo le malattie croniche, siano esse dei bambini, dei giovani o degli anziani. In assenza di un rifornimento costante di medicine, il malato cronico per un po’ si cura, finché durano le scorte. Quando poi le medicine mancano, la terapia viene sospesa per forza. Un altro grave problema è quello delle patologie collegate alle abitudini alimentari
D. Carenza di cibo?
R. Non solo. Il fatto è che gli abitanti della Striscia di Gaza mangiano quello che gli viene dato da mangiare da Israele. Quello che Israele decide di fare entrare. Questo è stato vero finché con i tunnel non sono iniziati gli arrivi di generi alimentari dall’Egitto. Adesso che dall’Egitto non arriva più nulla, al mercato la situazione è desolante.
D. Non potrebbero coltivare o pescare di più?
R. Il 40% dei terreni agricoli di Gaza sono diventati indisponibili a causa della buffer zone imposta da Israele. E gli abitanti della Striscia non possono più nemmeno pescare, perché hanno il limite delle tre miglia e perché le acque sono contaminate. A causa della mancanza di elettricità, i tre depuratori presenti in tutta la Striscia non funzionano. Il mare di Gaza è bellissimo da vedere, ma è meglio non avvicinarsi.
D. Quali sono le conseguenze del regime alimentare forzato?
R.
Diffusi difetti di crescita nei piccoli, che crescono più lentamente del normale. Anemia, nelle madri e nei bambini. In generale, l’alimentazione della gente povera di Gaza non è affatto equilibrata.
D. Lo scontro armato non poteva essere evitato?
R. La domanda giusta, secondo me, è un’altra. Come mai a Gaza, nonostante tutto questo, non c’è nessuno che si sia dichiarato contrario alle azioni di resistenza di Hamas e degli altri gruppi armati? A Gaza sono tutti dalla parte della resistenza. La sensazione condivisa è: «Questa volta andiamo fino in fondo, perché non abbiamo altra scelta. Le abbiamo provate tutte, compreso il governo di riconciliazione».
D. Perché non ha funzionato?
R. Il governo di riconciliazione è stato, a mio parere, un tentativo politico serio per non entrare in guerra. Ma non appena è stato fatto, Israele ha deciso di attaccare. Fra l’altro, noi non sappiamo ancora chi abbia rapito i tre ragazzi israeliani la cui morte è stata la scintilla della guerra. In ogni caso, in tutti i Paesi del mondo, un fatto del genere sarebbe stato affrontato con gli strumenti della polizia giudiziaria. Mentre, fin da subito, Israele lo ha trasformato in un casus belli.
D. Rispetto agli attacchi contro gli ospedali della Striscia, la classe medica israeliana si è mai mostrata solidale?
R.
In Israele c’è un piccolo gruppo, che si chiama Physicians for human rights, che è solidale da sempre con i medici che lavorano nella Striscia. Io li ho conosciuti nel 2006, però credo davvero che siano una minoranza molto esigua.
D. E il mondo della cultura, gli accademici?
R. Un collega, nei giorni scorsi, ha scritto un appello rivolto agli accademici israeliani per un boicottaggio culturale dell’aggressione militare. Chiedeva ai docenti universitari di pronunciarsi sulla guerra. Ebbene: su 1.000 destinatari, solo 52 hanno risposto dissociandosi dal governo. Il 5%. Non sono tutti medici, ovviamente. Però la fotografia è questa. E nonostante ciò, le università israeliane sono le uniche non europee che possono partecipare ai progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea. Come se la scienza fosse un campo neutro, quando invece non lo è affatto.
D. Quando prevede di rientrare a Gaza?
R. Per ora la Striscia è chiusa. C’è stato un tentativo di alcuni colleghi chirurghi, che hanno provato a passare, ma non sono riusciti a entrare. Non è stato fatto entrare nessun convoglio umanitario che non fosse governativo o delle Nazioni unite, da quando è iniziata l’aggressione di terra. Ci sono medici palestinesi all’estero da anni che andrebbero volentieri a dare una mano in questo frangente. Il loro lavoro sarebbe preziosissimo, ma non vengono fatti entrare. I chirurghi che lavorano in ospedale, sotto le bombe, fanno quello che possono. E non hanno nemmeno il tempo per raccontarlo.

Giovedì, 24 Luglio 2014

thanks to: lettera43

Gaza. Raso al suolo l’asilo finanziato dall’Italia

La conferma della demolizione de “La Terra dei bambini” arriva dalla ong Vento di Terra, che gestisce il progetto nella Striscia di Gaza.

Il centro per l’infanzia ospitava un asilo con 130 bambini e un ambulatorio pediatrico. Oltre al Centro, prosegue la nota dell’Ong, è stata demolita la nuova mensa comunitaria, inaugurata solo due mesi fa, che forniva pasti ai bambini e alle famiglie povere del villaggio.

La struttura, scrive l’Ong che segue il progetto fin dal suo avvio nel 2011, «non è mai stata utilizzata per scopi militari e nessun contatto è mai avvenuto tra lo staff e le milizie armate islamiste».

La “Terra dei bambini” – denuncia ancora l’Ong – rappresentava un’oasi a difesa dei diritti dell’infanzia, che l’esercito israeliano, messo al corrente di tutte le fasi del progetto, ha deciso senza alcuna giustificazione di demolire». Per questo motivo, conclude la nota, Vento di Terra «chiede al Ministero degli Esteri italiano e all’Unione Europea, alla Conferenza Episcopale Italiana, principali finanziatori del progetto, di realizzare gli opportuni passi verso il governo israeliano perchè renda conto di un’azione gravissima che coinvolge, oltre la comunità locale, direttamente il Ministero stesso, l’Ue e la Cooperazione Italiana, che il progetto hanno finanziato e sostenuto in questi anni».

I corpi di 16 palestinesi uccisi in un raid israeliano sono stati ritrovati stamattina tra le macerie di una casa vicino Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Lo rendono noto i servizi di sicurezza locali. Il raid, compiuto ieri sera, aveva già fatto nove morti. Salgono a 501 le vittime palestinesi dell’offensiva israeliana.

http://www.articolotre.com

Israele accusata di crimini contro l’umanità

Sappiamo bene quanto debbano essere misurate col bilancino della diplomazia le parole pronunciate in sede Onu da chiunque ricopra un incarico rilevante.

Proprio per questo ci sembra che questa volta Israele abbia superato il confine di quello che anche una comunità impermeabile alla commozione può tollerare. Al punto che Israele potrebbe essere accusata di aver commesso crimini di guerra a Gaza.

Lo ha sostenuto l’alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, secondo cui le demolizioni punitive di case e l’uccisione di civili, compresi bambini, sollevano “serie preoccupazioni su un uso eccessivo della forza”, con una “forte possibilità” che sia stata violata la legge internazionale. Quel che chiunque di noi qualificherebbe in modo certo più drastico è però qui detto per la prima volta anche nel linguaggio “tecnico” e misurato dell’Onu: crimini di guerra.

Aprendo un dibattito d’emergenza al Consiglio sui diritti umani dell’Onu a Ginevra, Pillay ha naturalmente anche condannato l’uso indiscriminato di missili e mortai da parte di Hamas verso Israele, altrettanto “non selettivi”, per quanto assolutamente inefficaci.

Intanto il bagno di sangue continua, con le forze israeliane che hanno colpito oggi numerosi siti nella Striscia di Gaza, compresa l’unica centrale elettrica della zona, incontrando una dura resistenza da parte di Hamas.

thanks to: contropiano.org

Civile palestinese colpito a morte da cecchino israeliano mentre cerca la sua famiglia

Un giovane palestinese sarebbe stato prima colpito e poi ucciso da un cecchino israeliano, davanti agli occhi di un gruppo che lo stava aiutando, mentre cercava la sua famiglia dispersa tra le macerie della città di Gaza. Il filmato pubblicato dal Daily Mail, di cui non è stato possibile verificare l’indipendenza, è stato realizzato da un attivista del Movimento di Solidarietà Internazionale pro-palestinese nel quartiere di Shijaiyah. Muhammad Abdellah racconta di come lui ed altri volontari si siano fatti strada tra le macerie, dopo il bombardamento della zona in questione, ed abbiano poi incontrato un superstite in cerca della sua famiglia. Hanno deciso di seguire l’uomo per poterlo aiutare a ritrovare i suoi cari, ma mentre il gruppo cercava di farsi strada in una zona particolarmente danneggiata il rumore improvviso di alcuni spari li ha sorpresi. La prima scarica sembrava non aver colpito nessuno, ma la seconda colpisce l’uomo ad un’anca. Muhammad immediatamente chiede se può muoversi, ma la risposta è negativa ed il gruppo ha timore a spostarsi temendo di essere preso di mira. Passa ancora qualche interminabile attimo ed arriva il colpo mortale che finisce la vittima. “Quel proiettile credo gli abbia colpito il cuore o quasi, perché è morto immediatamente..sotto i nostri occhi” ha dichiarato proprio l’attivista. Dopo il terribile episodio, documentato, l’Associated Press ha chiesto spiegazioni alla Israeli Defence Force, ma ancora non è pervenuta alcuna risposta.

thanks to: articolotre.com

Crescente crisi dell’acqua a Gaza

Imemc.  Di Connie Hackbarth. Dopo oltre una settimana di attacchi aerei israeliani, centinaia di migliaia di abitanti di Gaza restano senza acqua corrente. Le agenzie di aiuto internazionali hanno avvisato martedì che la distruzione continua da parte di Israele delle infrastrutture di Gaza minaccia tutta la Striscia con una crisi idrica entro pochi giorni.

 

Gli attacchi aerei israeliani stanno esacerbando la già terribile situazione dell’accesso all’acqua potabile per gli abitanti di Gaza e il trattamento delle acque reflue, esponendo decine di migliaia di persone alla minaccia di gravi malattie.

 

“Fra pochi giorni, l’intera popolazione della Striscia può essere disperatamente a corto d’ acqua”, ha osservato Jacques de Maio, capo della delegazione del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) in Israele e nei territori occupati.

 

In una dichiarazione pubblicata, de Maio ha aggiunto che “la questione non è se, ma quando una popolazione già assediata si troverà ad affrontare una grave crisi idrica”. Ha inoltre sottolineato che l’acqua sta diventando contaminata e le acque reflue straripano, portando un serio rischio di malattie.

 

I recenti attacchi hanno messo acqua e impianti elettrici fuori uso. I funzionari palestinesi hanno reso noto che gli israeliani hanno colpito pozzi d’acqua in diverse aree della città di Gaza.

 

Anche il sistema fognario di Gaza è un obiettivo di Israele: aerei da guerra hanno colpito le centrali di trattamento delle acque reflue nella città di Gaza, sabato mattina. Le zone più colpite sono il campo profughi di Shati, Tal al-Hawa, Sheikh Ejleen e la maggior parte dei quartieri occidentali della città, secondo Saed al-Din Atbash, capo dei servizi idrici del comune di Gaza.

 

A peggiorare le cose, gli intensi bombardamenti israeliani impediscono ai tecnici di effettuare le riparazioni essenziali. Dopo la morte di diversi tecnici comunali negli ultimi giorni, il gestore del servizio idrico di Gaza ha sospeso tutte le operazioni sul campo fino a quando non sarà garantita la sicurezza del personale.

 

La conseguenza è che centinaia di migliaia di persone presto non troveranno acqua quando apriranno il rubinetto.

 

Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo, con oltre 4.500 persone per kmq. Oltre il 90% dell’acqua della falda acquifera di Gaza è dannosa per il consumo umano, se non è trattata.

 

Traduzione di Edy Meroli

thanks to: Edy Meroli

Infopal

Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi

di Gisella Ruccia

“Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi, è una guerra di puro sterminio. Sono nazisti puri e forse un po’ peggio di Hitler perché hanno anche l’appoggio delle grandi democrazie occidentali“. Sono le parole pronunciate da Gianni Vattimo, ex parlamentare europeo, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24. “Andrei a Gaza” – afferma Vattimo – “a combattere a fianco di Hamas, direi che è il momento di fare le Brigate Internazionali come in Spagna, perché Israele è un regime fascista che sta distruggendo un popolo intero. In Spagna non era niente in confronto a questo. Questo è un genocidio in atto, nazista, razzista, colonialista, imperialista e ci vuole una resistenza“. E aggiunge: “Ma siamo quattro gatti, perché tutta l’informazione, compresa la stampa italiana, piange sul fatto che c’è una pioggia di missili su Israele, però Hamas quanti morti ha fatto? Nessuno. I poveretti non hanno armi, sono dei miserabili tenuti in schiavitù, come tutta la Palestina. Hanno dei razzetti per bambini, e voglio promuovere una sottoscrizione mondiale per permettere ai palestinesi di comprare delle vere armi e non delle armi giocattolo. Cominciamo a distruggere il nucleare israeliano, Israele è lo stato canaglia che ha il nucleare“. Alla domanda di Cruciani se sparerebbe conttro gli israeliani, l’ex europarlamentare risponde: “Io sono un non violento, però contro quelli che bombardano ospedali, cliniche private e bambini sparerei, ma non ne sono capace”. E aggiunge: “Gli ebrei italiani dalla parte di Israele sono gli ex fascisti, che adesso sono dalla parte dell’America. La comunità ebraica italiana è rappresentata da quell’ossimoro che è Pacifici, ma ci sono molti ebrei d’accordo con me. Li c’è uno stato nazista che cerca di sopprimere un altro popolo. E io ce l’ho con lo stato di Israele, non con gli ebrei“.

Fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/07/16/vattimo-israele-nazisti-puri-forse-peggio-di-hitler-e-volano-insulti-con-parenzo/288906/

Ebrei = ASSASSINI

Human misery is hard to look at. But it’s one way to understand the true cost of warfare.

Editor’s Note: This page will be updated to reflect new information.

 

Israeli air strikes have killed at least 231 Palestinians in total. More than 1,650 have been wounded in 10 days of attacks. More than 75 percent of those killed were non-combatants, according to the United Nations. Nearly a quarter of the dead were children, including four young boys killed on June 16 by an Israeli air strike while playing soccer on a Gaza beach. They were all members of the Bakr family and between the ages of nine and 11.

Those numbers don’t convey the horror of what’s happening right now in Gaza. Neither do most of the photographs you’ll find in news media. Streets and buildings have been blasted to rubble, yes. People are broken and mourning. Those things must be documented. But too often, we hide from the most graphic scenes of violence and death.

This page will do that documenting, and it will be updated as new images continue to appear. This is the cost of war.


The body of eight-year-old Jihad Shuheiber lies in a room it al-Shifa hospital, after he and two other children from the same family were killed after an Israeli air strike on a house in the Sabra neighbourhood of Gaza City, on July 17, 2014. Israeli air strikes in Gaza killed five children, medics said, hours after a temporary humanitarian ceasefire ended. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


The body of eight-year-old Jihad Shuheiber inal-Shifa hospital, after he and two other children from the same family were killed after an Israeli air strike on a house in the Sabra neighbourhood of Gaza City, on July 17, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinian medics display the bodies of three children from the Shuheiber family who were killed in an airstrike in Gaza City’s Sabra district, and four-year-old Yassin al-Humidi, who died from injuries sustained in an earlier air stike, in the morgue at al-Shifa hospital, in Gaza City, on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The bodies of Jihad and Wassim Shuheiber, aged 8 and 7 respectively, and their 10-year-old cousin Fulla lie in the morgue at al-Shifa hospital, in Gaza City, on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian hospital workers prepare the body of six-year-old Osama Al-Astal, who was killed in his home along with his four-year-old sister and two relatives following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian hospital workers prepare the body of six-year-old Osama Al-Astal, who was killed in his home along with his four-year-old sister and two relatives following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian hospital workers prepare the body of six-year-old Osama Al-Astal, who was killed in his home along with his four-year-old sister and two relatives following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners and family members cry over the bodies of four members of the Astal family, who were killed following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners and family members cry over the bodies of two of the four members of the Astal family, who were killed following an Israeli air strike, ahead of his funeral in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 17, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of 20-year-old Hamas fighter, Bashir Abdel Aal lies in the morgue of the al-Najar hospital in the southern Gaza Strip town of Rafah on July 17, 2014, after he was killed by tank shells minutes before a five-hour truce went into effect. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinian emergency responders push a stretcher carrying the body of Abdullah Akhras, a Palestinian man who was killed by Israeli tank shells minutes before a five-hour truce went into effect, as they arrive at the al-Najar hospital in the southern Gaza Strip town of Rafah on July 17, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian mourner carries the body of five-month-old girl Lama al-Satri after she was killed in an Israeli air strike the previous day, during her funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 16, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A wounded boy from the Bakr family, receives treatment at al-Shifa hospital, in Gaza City, on July 16, 2014. Four children were killed and several injured at a beach in Gaza. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


The body of one of the four Palestinian boys, all from the Bakr family, is seen at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. Four children were killed and several injured at a beach in Gaza City medics said, in Israeli shelling witnessed by AFP journalists. The strikes appeared to be the result of shelling by the Israeli navy against an area with small shacks used by fishermen. The deaths raised the overall toll in nine days of violence in Gaza to 213. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The bodies of three out of the four Palestinian boys, all from the Bakr family, are seen at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of two of the four Palestinian boys, all from the Bakr family, is seen at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A relative of four Palestinian boys, all from the Bakr family, mourns over the body of one of the boys at the morgue of al-Shifa hospital in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian relatives of four boys killed in Israeli bombardment, all from the Bakr family, carry the dead body to the family house during the funerals in Gaza City, on July 16, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the bodies of four boys, all from the Bakr family, during their funeral in Gaza City, on July 16, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the bodies of four boys, all from the Bakr family, during their funeral in Gaza City, on July 16, 2014. (Photo credit should read MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian boy is treated by journalists at the al-Deira hotel after he was injured during an Israeli air strikes in Gaza City, on July 16, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


Palestinian employees of Gaza City’s al-Deira hotel carry a wounded boy following an Israeli military strike nearby on the beach, on July 16, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


Relatives of Ismail Fattuh, a 25-year-old Palestinian man who was killed in an Israeli air strike, mourn over his body during his funeral on July 16, 2014 in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian child cries while receiving medical care at a hospital in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 16, 2014 following an Israeli military strike. Israel urged 100,000 Gazans to flee their homes on Wednesday, but the warning was largely ignored despite an intensification of the military’s nine-day campaign after Hamas snubbed a ceasefire effort. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian child cries while receiving medical care at a hospital in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 16, 2014 following an Israeli military strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian child cries while receiving medical care at a hospital in Khan Yunis in the southern Gaza Strip on July 16, 2014 following an Israeli military strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded man is brought to the al-Shifa hospital in Gaza City late on July 15, 2014, following an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A wounded man is brought to the al-Shifa hospital in Gaza City late on July 15, 2014, following an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A Palestinian mother kisses the body of four-year-old girl Sarah Sheik al-Eid after she was killed along with her father and uncle in a Israeli military strike the previous day, during their funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 15, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian mourner carries the body of four-year-old girl Sarah Sheik al-Eid after she was killed along with her father and uncle in a Israeli military strike the previous day, during their funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 15, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners surround the bodies of four-year-old Palestinian girl Sarah Sheik al-Eid and of her father and uncle, during their funeral in Rafah in the southern Gaza Strip on July 15, 2014 after they were killed in an Israeli military strike the previous day. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)

(Note: there are conflicted reports about whether Noor Abu Issa has died.)


Relatives and friends mourn over the body of Musa Moamer, a 60-year-old Palestinian man killed in an Israeli air strike along with three members of his family, during their funeral in southern Gaza city of Rafah on July 14, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinians carry the body of Adham Abed el-Al, who died the day before in an Israeli airstrike, before his funeral on July 14, 2014 in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Relatives and friends carry the body of Saddam Moamer, a 26-year-old Hamas fighter killed in an Israeli air strike along with his father and two other members of his family, during their funeral in southern Gaza Strip city of Rafah on July 14, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian man, who was wounded during Israeli strikes in Gaza City, lays on his bed at King Hussein Medical Center where he was transferred to receive medical care on July 13, 2014 in the Jordanian capital, Amman. (KHALIL MAZRAAWI/AFP/Getty Images)


The father of 3-year-old Palestinian child, Mouid al-Araj, carries his sons body during his funeral in Khan Yunis, in the southern Gaza Strip on July 13, 2014. (Said Khatib/AFP/Getty Images)


The grandfather of 3-year-old Palestinian child, Mouid al-Araj, carries his grandsons’ body during his funeral in Khan Yunis, in the southern Gaza Strip on July 13, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Sally Sakr, 20-years-old, from the Palestinian center for people with special needs lies in a hospital bed in Gaza City on July 12, 2014, after the center housing her was targeted by an Israeli air strike in Beit Lahia, northern Gaza Strip. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

On Saturday, an Israeli airstrike hit the home of Gaza police chief Tayseer al-Batsh. It was the bloodiest single attack yet, killing 18, most of whom were members of al-Batsh’s family. This video contains horrific footage of the attack’s aftermath. Photos and an additional video below show the funeral.

Palestinians carry a body during the funeral of 18 members of the al-Batsh family who were killed the previous night in Israeli strikes that hit their house as they were targeting Hamas police chief Tayseer al-Batsh on July 13, 2014 in Gaza City. (Thomas Coex/AFP/Getty Images)


Palestinians mourn over the body of a member of the al-Batsh family, after their house was targeted by an Israeli air strike that killed 18 family members, during their funeral on July 13, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners pray over the bodies of 18 people of the al-Batsh family, after their house was targeted by an Israeli air strike, during their funeral on July 13, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians bury human remains during the funeral of 18 members of al-Batsh family on July 13, 2014 in Gaza City. (Thomas Coex/AFP/Getty Images)


A Palestinian man, who was wounded in an Israeli air strike, lays on a stretcher in an ambulance before being given the permission to cross into Egypt at the Rafah crossing between Egypt and the southern Gaza Strip on July 12, 2014. (Said Khatib/AFP/Getty Images)


Palestinian women check on Salwa Abu Al-Qumsan, a 52-year-old nanny working with the Palestinian center for people with special needs as she lies in a hospital bed in Gaza City on July 12, 2014, after the center housing her was targeted by an Israeli air strike in Beit Lahia, northern Gaza Strip. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)


The body of Suha Abu Saada, 28-years-old, lies in a morgue in Gaza city, after the Palestinian center for people with special needs housing her in Beit Lahia, northern Gaza Strip, was targeted by an Israeli air strike on July 12, 2014. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)


Relatives and friends of a Palestinian, who was killed in an Israeli air raid, carry his body during his funeral in Gaza City, on July 12, 2014. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the body of four-year-old boy Sahir Abu Namus, during his funeral in Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014, after he was killed following an Israeli air strike. Israel’s aerial bombardment of Gaza claimed its 103rd Palestinian life as Hamas pounded central Israel with rockets and Washington offered to help broker a truce. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners pray over the body of four-year-old boy Sahir Abu Namus, during his funeral in Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014, after he was killed following an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Relatives and friends carry the body of Noor al-Najdi, 10-years-old, during her funeral in Rafah, in the southern Gaza Strip, on July 11, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Relatives and friends carry the body of Noor al-Najdi, 10-years-old, during her funeral on July 11, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinians prepare the body of Palestinian doctor Anas Abu al-Kas, 33, in the morgue of the al-Shifa hospital in Gaza City on July 11, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The wife of Palestinian doctor Anas Abu al-Kas, 33, mourns over his body during his funeral in family home in the Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The wife of Palestinian doctor Anas Abu al-Kas, 33, mourns over his body during his funeral in family home in the Jabalia refugee camp in the northern Gaza Strip on July 11, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians carry a body, a member of the Ghanam family, after being removed from under the rubble of their home following an Israeli air raid on Rafah, in the southern of Gaza strip , on July 11, 2014. Five Palestinians, including a woman and seven-year-old child, died when the house in Rafah in southern Gaza was hit, and 15 other people were wounded, Gaza emergency services spokesman Ashraf al-Qudra said. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


A Palestinian carries a body, a member of the Ghanam family, after being removed from under the rubble of their home following an Israeli air raid on Rafah, in the southern of Gaza strip , on July 11, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Palestinian doctors look after a man before he dies from his wounds following an Israeli air strike in the southern Gaza Strip city of Khan Yunis, on July 10, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


A Palestinian doctor writes a name on the shroud wrapping the body of a man who died from his wounds following an Israeli air strike in the southern Gaza Strip city of Khan Yunis, on July 10, 2014. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


The body of five-year-old Palestinian boy Abdallah Abu Ghazal lies at a morgue in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners carry the body of five-year-old boy Abdallah Abu Ghazal during his funeral in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of five-year-old Abdallah Abu Ghazal lies at a mosque during a funeral ceremony in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


The body of Abdallah Abu Ghazal lies at a mosque during a funeral ceremony in the northern Gaza town of Beit Lahiya on July 10, 2014 after he was killed in an Israeli air strike. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians inspect the wreckage of a car hit by an Israeli air strike, killing three people and wounding four others, early on July 10, 2014 in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian rescuers collect pieces of flesh in a car hit by an Israeli air strike killing the driver in Gaza City on July 9, 2014. (HOMAS COEX/AFP/Getty Images)

This strike killed Hamid Shebab, who was working as a driver for Media24, a news agency based in Gaza. On the day of the strike, Shebab had been driving photographers and journalists from the agency to hospitals and sites hit by Israeli air strikes. The car was marked “T-V” to indicate that it was a press car. That sign did not work.

This video shows the gruesome aftermath of this particular strike.


An injured child at the al-Najar hospital in Rafah, in the southern Gaza Strip, on July 9, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


The father of Palestinian baby Ranim al-Gafur carries her body during a funeral ceremony for Ranim and her mother, Amal, on July 9, 2014 after they were both killed today in an Israeli air strike in the town of Khan Yunis in the southern Gaza Strip. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)


Emergency responders carry the body of a man, found under the rubble of his house following an Israeli airstrike on Maghazi refugee camp in central Gaza Strip on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A Palestinian man looks at the bodies of two young Palestinians at a morgue in the al-Shifa hospital in Gaza City, following an Israeli air strike on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A dead Palestinian child, Mohammed Malaka, 2, is brought to the morgue at the al-Shifa hospital in Gaza City, follwoing an Israeli air strike on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A Palestinian man holds the drawer of a morgue fridge, where 2-year-old Mohammed Malaka is being kept before burial, at the al-Shifa hospital in Gaza City. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Relatives and friends of the al-Kaware family carry seven bodies to the mosque during a funeral in Khan Yunis, in the Gaza Strip, on July 9, 2014. The father, a member of the Fatah movement, and his six young sons were all killed the day before in an Israeli air strike that targeted their home. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


A Palestinian looks at the body of a boy killed in an Israeli air strike at a morgue in the al-Shifa hospital in Gaza City, on July 9, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


A wounded man is brought into the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian man carries his wounded daughter into the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian girl is treated by medics at the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A wounded Palestinian boy is treated by medics at the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Wounded children are brought into the the al-Shifa hospital in Gaza City on July 9, 2014 following an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian man removes bloody cushions from an outdoor sitting area following an Israeli air strike in Beit Hanun, in the northern of Gaza Strip on July 9 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinian relatives of Ahmed Mehdi, 14, stand next to his body at a hospital in Gaza City on July 8, 2014 after his was killed in an Israeli air strike. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


A Palestinian paramedic shows the remains of four people from the same family after their home was targeted during an Israeli air strike on July 8, 2014 in the Gaza Strip town of Khan Yunis. In the worst strike, a missile slammed into a house in the southern part of the city killing seven people, among them two teenagers, and wounding 25, emergency services spokesman Ashraf al-Qudra told AFP. Witnesses said an Israeli drone fired a warning flare, prompting relatives and neighbors to gather at the house as a human shield. But shortly afterwards, an F-16 warplane fired a missile that leveled the building. (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)


Palestinian men look at the body of killed Hamas fighter Rashad Yassin, 28, in the morgue of the al-Aqsa hospital in Deir al-Balah, in the central Gaza Strip on July 8, 2014. Five Palestinians were killed as Israeli warplanes pounded Gaza at the start of a new campaign to stamp out rocket fire by Hamas militants on southern Israel. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinians remove the body of a man from a vehicle targeted in an Israeli airstrike on Gaza City on July 8, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Fire fighters extinguish a vehicle targeted in an Israeli airstrike on Gaza City on July 8, 2014. (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)


Palestinians look at the bodies of two fighters in the mourgue of al-Aqsa hospital in Deir al Balah center Gaza Strip on July 06, 2014. (MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)


Palestinian mourners gather in a mosque as they pray over the bodies of five Hamas fighters during their funeral in Rafah, in the southern Gaza Strip, on July 7, 2014. (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)

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globalpost

Striscia di Gaza, bombe contro un ospedale per la riabilitazione

18/7/2014

Gaza-Maan. I tank israeliani hanno bombardato l’ospedale Al-Wafa di Gaza, tra i cui 14 pazienti ci sono paralizzati e in coma, e diversi sono stati feriti, secondo quanto ha riferito il direttore, giovedì.

“I tank israeliani stanno bombardando l’ospedale. Hanno colpito diversi piani e parecchie infermiere sono state ferite”, ha dichiarato Basman Alashi a AFP.

L’ospedale, che si trova nel sobborgo di al-Shujaiya, a Gaza, si è trovato diverse volte sotto il fuoco israeliano, in precedenza, e i militari israeliani hanno chiesto ad Alashi e a altri dottori di evacuarlo.

Alashi ha raccontato a AFP, mercoledì, che è quasi impossibile spostare i pazienti, molti dei quali sono immobili, e ha chiesto dove potrebbero andare.

“Non c’è un posto sicuro, in Gaza! Se un ospedale non è sicuro, cosa può esserlo?”, ha detto.

Giovedì notte, ha dichiarato di aver contattato altri ospedali a Gaza, per organizzare delle ambulanze e trasportare i 14 pazienti in un altro posto, dopo che Al-Wafa è stato nuovamente bombardato.

“Le ambulanze sono tutte occupate, ci sono intensi bombardamenti in diversi luoghi. E ogni paziente deve essere preso e portato individualmente perché non si può spostare. Stanno facendo a pezzi l’ospedale”.

(Nella foto, di AFP Thomas Coex, un palestinese ferito aspetta nel corridoio dell’ospedale per la riabilitazione, Al-Wafa, a Gaza, 16 luglio 2014).

thanks to: Infopal

Bestie all’opera

MESSAGGIO FLASH DA GAZA CITY inviato da Valeria Cortes, attivista venezuelana che è dentro ospedale insieme altre attivisti che fanno da scudi umani.

 Convenzione di Ginevra del 1949 attaccare un ospedale E’ UN CRIMINE DI GUERRA!

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# GAZA El Wafa Hospital (dove sono i medici, i pazienti disabili, e noi come scudi umani), fortemente scosso dalle bombe israeliane, le case circostanti quartieri sono stati bombardati e distrutti. Famiglie Shijaia, Beit Lahia, Zeytun, ecc. scappano dalla zona, ma in tutta Gaza è sotto attacco. Si prega di diffondere!

Valeria Cortés da Al Wafa Hospital, Striscia di Gaza.



#GAZA Hospital El Wafa (donde están médicos, pacientes discapacitados, y nosotros como escudos humanos) se sacude fuertemente por las bombas israelíes, casas de los vecindarios aledaños están siendo bombardeadas y destruidas. Las familias de Shijaia, Beit Lahia, Zeytun, etc. huyen de las zonas pero toda Gaza está bajo ataque. FAVOR DIFUNDIR!
Valeria Cortés from Al Wafa Hospital, Gaza Strip.

http://www.assopacepalestina.org/2014/07/pazienti-medici-e-internazionali-sono-bombardati-ospedale-el-wafa-di-gaza-city/

Gaza: una strage di donne e bambini

La campagna di massicci bombardamenti israeliani sulla popolazione della Striscia di Gaza è arrivata al settimo giorno. Mentre scriviamo il tragico bilancio delle vittime è arrivato a 172 palestinesi uccisi e a oltre 1250 feriti. Intanto decine di migliaia di persone, a partire da ieri, hanno dovuto lasciare le loro case nel nord della Striscia, in particolare a Beit Lahiya, per sfuggire alle operazioni omicidie di Tsahal. La maggior parte di loro si è rifugiata nei centri messi a disposizione dell’agenzia Onu per i rifugiati, l’Urnwa, che però non sono esenti dagli attacchi come dimostrano le stragi avvenute durante i bombardamenti israeliani degli scorsi anni.

Intanto Israele, che potrebbe dare presto il via ad una massiccia invasione di terra dopo aver realizzato e tentato alcuni blitz mirati nei giorni scorsi – alcuni dei quali respinti dai combattenti di Hamas e della Jihad Islamica che avrebbero respinto le forze speciali di Tel Aviv – ha di nuovo avviato una campagna di rastrellamenti in numerosi centri della Cisgiordania occupata. Decine di palestinesi sono stati arrestati, numerose case perquisite e devastate, e un uomo è stato ucciso dai militari vicino ad Hebron.

La propaganda sionista continua a descrivere “Margine Protettivo” come se fosse un’operazione antiterrorista mirata ad Hamas e agli altri gruppi islamici operanti nell’enclave assediata, ma i numeri diffusi in questi giorni da numerose agenzie umanitarie e dai pochi giornalisti obiettivi presenti sul terreno descrivono una realtà esattamente opposta, fatta di una strage di civili, e soprattutto di donne e bambini.
Secondo il Palestinian Center for Human Rights, ad esempio, dei 173 morti ben 130 sarebbero civili, e tra questi 35 i bambini e 26 le d