Droni a Trapani Birgi per le prossime guerre degli Emiri

Dal 5 luglio, le industrie militari internazionali Piaggio Aerospace e Leonardo-Finmeccanica, con la collaborazione dell’Aeronautica militare italiana, hanno ripreso nell’aeroporto “Cesare Toschi” di Trapani-Birgi  i voli sperimentali del prototipo di drone da guerra P.1HH Hammerhead. L’annuncio è stato fatto dai manager di Piaggio che però non hanno specificato come e sino a quando proseguiranno i test nei prossimi mesi. Recentemente è però stata emessa una notificazione (NOTAM B2914) ai piloti di aeromobili in transito dallo scalo trapanese che annuncia la possibilità di ritardi nelle operazioni di decollo e atterraggio a Birgi “per le attività di velivoli militari UAV senza pilota”, nel periodo compreso tra l’11 giugno e il 30 settembre 2017, cioè proprio nei mesi in cui è maggiore il traffico aereo passeggeri nell’importante scalo siciliano. Proprio a Trapani Birgi, “al fine di garantire il mantenimento dei massimi livelli di sicurezza”, l’Aeronautica italiana effettuerà in autunno lavori di “manutenzione straordinaria sulla pista di volo”, con la conseguente sospensione di tutti i collegamenti aerei da lunedì 6 novembre a lunedì 11 dicembre 2017.
I voli sperimentali dei droni Hammerhead sono ripresi dopo un’interruzione di 13 mesi a seguito del grave incidente verificatosi nella tarda mattinata del 31 maggio 2016, quando un prototipo del velivolo è precipitato in mare a 5 miglia a nord dell’isola di Levanzo (Egadi), una ventina di minuti dopo essere decollato da Birgi. Tra le ipotesi dell’incidente più accreditate, il non funzionamento dei sistemi di controllo volo a distanza. Il 19 marzo 2015, un alto velivolo sperimentale P.1HH era uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, causando la temporanea chiusura per motivi di sicurezza dell’aeroporto trapanese e il dirottamento dei voli sullo scalo di Palermo – Punta Raisi. Le prove sperimentali dei droni hanno causato altri gravi disagi al traffico aereo, come rilevato dal personale delle compagnie che operano da Birgi.
I manager di Piaggio Aerospace fanno sapere che la nuova campagna di test nello scalo siciliano è stata avviata in vista della consegna dei droni di guerra alle forze armate degli Emirati Arabi, prevista nel 2018. Il contratto del valore di 316 milioni di euro tra l’industria aerospaziale e ADASI (Abu Dhabi Autonomous Systems Investments) è stato firmato nel marzo 2016 e include il trasferimento di otto velivoli a pilotaggio remoto, forniti di telecamere EO/IR (Electro-Optical Infra-Red), radar e sistemi di comunicazione avanzati. Il contratto comprende anche il supporto logistico integrato e l’addestramento alle operazioni di volo da parte dei tecnici dell’azienda produttrice. Lo scorso anno un prototipo del drone ha raggiunto gli Emirati a bordo di un aereo da trasporto Ilyushin 76, decollato da Trapani Birgi proprio alla vigilia dell’incidente al largo dell’isola di Levanzo.
Nel 2015, Piaggio ha pure annunciato la vendita di tre sistemi P.1HH Hammerhead (sei droni più tre stazioni terrestri) all’Aeronautica militare italiana, ma sino ad oggi il contratto non sarebbe stato formalizzato. Un anno fa circa, in occasione della fiera internazionale aerospaziale “Farnborough Air Show” di Londra, i manager dell’industria hanno ammesso che la consegna dei velivoli alle forze armate italiane potrebbe registrare ritardi proprio a seguito dell’incidente verificatosi alle Egadi.
I velivoli vengono testati a Trapani Birgi dal novembre 2013 da un team civile-militare composto da tecnici di Piaggio Aerospace, Leonardo-Finmeccanica e dell’Aeronautica. Oltre che in Sicilia occidentale, i nuovi droni utilizzano anche l’aeroporto sardo di Decimomannu e i poligoni di Capo San Lorenzo e Perdasdefogu per lo sganciamento di bombe da 250 libbre a guida laser ed infrarosso.
Il P.1HH Hammerhead è il primo velivolo a pilotaggio remoto della tipologia MALE (Medium Altitude Long Endurance) progettato e costruito interamente in Italia. Il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e volare ininterrottamente per 16 ore, ad una velocità massima di 730 km/h. Ogni singolo sistema Hammerhead è composto da due aerei a pilotaggio remoto (Uav, Unmanned Aerial Vehicle), un Ground Control Station e da sistemi integrati di navigazione e missione. “Il drone è stato progettato per missioni di pattugliamento, sorveglianza, ricognizione, acquisizione e analisi dati e per rispondere alle più diverse minacce: dagli attacchi terroristici fino alla lotta all’immigrazione clandestina, alla protezione delle zone economiche esclusive, dei siti e delle infrastrutture critiche, ecc.”, spiegano i manager di Piaggio. “Le apparecchiature montate sul P.1HH lo rendono idoneo per la sorveglianza dei confini e di spazi aperti, ma anche per l’individuazione di specifici obiettivi, e per il monitoraggio ambientale di zone disastrate da catastrofi”. Il drone può tuttavia essere convertito in uno spietato sistema-killer in quanto i radar e i visori a raggi infrarossi prodotti da Selex ES (Leonardo-Finmeccanica) gli consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, e di fornire le coordinate per l’attacco aereo o terrestre con missili e bombe a guida di precisione (il velivolo stesso può trasportare sino a 500 kg di armamenti).
L’ex industria italiana Piaggio Aerospace è stata interamente acquisita da Mubadala Development Company, la società di investimenti del governo di Abu Dhabi che è oggi una dei partner strategici del colosso statunitense Lockheed Martin (noto in Italia per essere il produttore dei cacciabombardieri di ultima generazione F-35 e del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS). Fondata nel 2002 per diversificare le attività economiche, finanziarie e industriali dell’Emirato, la Mubadala Development Company è presieduta dallo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate.

 

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Droni a Trapani Birgi per le prossime guerre degli Emiri

Advertisements

Thousands of Germans Participate in Anti-Drone Protest Near US Air Base

About 5,000 Germans protested against drone strikes near the US military air base located Germany, local media reported.

BERLIN (Sputnik) — Some 5,000 Germans protested on Saturday near the US military air base located in Ramstein, Germany against drone strikes, local media reported.

Sorgente: Thousands of Germans Participate in Anti-Drone Protest Near US Air Base

Precipitano droni di guerra nei mari siciliani

Gli attivisti no war siciliani avevano inutilmente lanciato l’allarme da tempo ma alla fine i test sperimentali dei droni militari P.1HH HammerHead di Piaggio Aerospace dall’aeroporto “Cesare Toschi” di Trapani Birgi hanno mostrato tutta la loro pericolosità per il traffico aereo e le popolazioni che vivono tra Trapani, Marsala e le isole Egadi. Nella tarda mattinata di martedì 31 maggio un prototipo del velivolo senza pilota (UAV – Unmanned aerial vehicle) è precipitato in mare a 5 miglia a nord dell’isola di Levanzo, una ventina di minuti dopo dopo essere decollato dallo scalo di Birgi. “Non si sono registrati danni a persone o cose e subito dopo l’incidente abbiamo attivato una commissione interna per accertarne le cause in collaborazione con le autorità competenti”, hanno dichiarato i manager di Piaggio Aerospace.

Sempre secondo la società produttrice, il sistema a pilotaggio remoto P.1HH HammerHead può “operare anche su aree densamente popolate in quanto derivato da un aeroplano civile certificato, il Piaggio P-180”. Peccato però che quello accaduto qualche giorno fa non è il primo “inconveniente” al nuovo drone che Piaggio, in collaborazione con Leonardo-Finmeccanica e l’Aeronautica militare italiana, testa in Sicilia occidentale dal novembre 2013. Il 19 marzo 2015, un P.1HH uscì fuori pista durante le prove di rullaggio, causando la temporanea chiusura per motivi di sicurezza dell’aeroporto di Trapani Birgi e il dirottamento dei voli sullo scalo di Palermo – Punta Raisi. Le prove sperimentali dei droni hanno causato altri gravi disagi al traffico aereo, come rilevato dal personale delle compagnie che operano da Birgi.

Il velivolo precipitato al largo di Levanzo del valore di oltre 30 milioni di euro era l’unico dimostratore abilitato al volo nell’ambito del programma di acquisizione da parte del ministero della Difesa di tre sistemi P.1HH (sei velivoli e tre stazioni controllo terrestre), la cui consegna dovrebbe completarsi entro la fine dell’anno. L’HammerHead è il primo velivolo a pilotaggio remoto della tipologia MALE (Medium Altitude Long Endurance) progettato e costruito interamente in Italia. Il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e volare ininterrottamente per 16 ore, ad una velocità massima di 730 km/h. “Il drone è stato progettato per missioni di pattugliamento, sorveglianza, ricognizione, acquisizione e analisi dati e per rispondere alle più diverse minacce: dagli attacchi terroristici fino alla lotta all’immigrazione clandestina, alla protezione delle zone economiche esclusive, dei siti e delle infrastrutture critiche, ecc.”, spiegano i manager di Piaggio. “Le apparecchiature montate sul P.1HH lo rendono idoneo per la sorveglianza dei confini e di spazi aperti, ma anche per l’individuazione di specifici obiettivi, e per il monitoraggio ambientale di zone disastrate da catastrofi”. Il drone può tuttavia essere convertito in uno spietato sistema-killer in quanto i radar e i visori a raggi infrarossi prodotti da Selex ES (Finmeccanica) gli consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, e di fornire le coordinate per l’attacco aereo o terrestre con missili e bombe a guida di precisione (il velivolo stesso può trasportare sino a 500 kg di armamenti).

Oltre che da Trapani Birgi i velivoli prodotti da Piaggio decollano per le loro prove sperimentali anche dall’aeroporto sardo di Decimomannu. Stando al calendario delle esercitazioni a fuoco previste nell’isola per il 2016, i tecnici dell’azienda sono impegnati da un paio di mesi nei poligoni di Capo San Lorenzo e Perdasdefogu per i test di “validazione del P1.HH – Attività EWRT, Safe separation simulacri (10) tipo MK81”, verificando così le capacità di sganciamento dagli UAV di bombe da 250 libbre a guida laser ed infrarosso.

Oltre che dall’aeronautica militare italiana, i droni P.1HH Hammerhead sono stati ordinati dalle forze armate degli Emirati Arabi Uniti. Lo scorso mese di marzo, Piaggio Aerospace ha annunciato la firma di un contratto, per un valore di 316 milioni di euro, con ADASI (Abu Dhabi Autonomous Systems Investments) per otto velivoli a pilotaggio remoto, forniti di telecamere EO/IR (Electro-Optical Infra-Red), radar e sistemi di comunicazione avanzati. Il contratto comprende anche il supporto logistico integrato e l’addestramento alle operazioni di volo da parte dei tecnici dell’azienda produttrice. L’assemblaggio dei velivoli avverrà all’interno del grande stabilimento Piaggio di Villanova d’Albenga (Savona), inaugurato il 7 novembre 2014 alla presenza del Presidente del consiglio Matteo Renzi e della ministra della Difesa Roberta Pinotti.

In verità di “italiano” la Piaggio Aerospace ha ormai ben poco, essendo stata interamente acquisita da Mubadala Development Company, la società di investimenti del governo di Abu Dhabi che è oggi una dei partner strategici del colosso statunitense Lockheed Martin (noto in Italia per essere il produttore dei cacciabombardieri di ultima generazione F-35 e del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS). Fondata nel 2002 per diversificare le attività economiche, finanziarie e industriali dell’Emirato, la Mubadala Development Company è presieduta dallo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate.

L’incidente del drone in Sicilia è avvenuto nelle stesse ore in cui si teneva a Roma un incontro tra le organizzazioni sindacali, il ministero dello Sviluppo economico e i manager di Piaggio Aerospace con oggetto la grave crisi industriale e occupazionale che ha investito l’azienda (oltre 345 i cassaintegrati nei due siti liguri di Villanova d’Albenga e Sestri Ponente). “La caduta in mare del P.1HH non può mettere in discussione i risultati dell’evoluzione svolta fino ad oggi sul drone dalla Piaggio”, ha dichiarato il segretario generale della Uilm di Genova, Antonio Apa. “Ovviamente Uilm è in attesa di verifiche sulle cause che hanno determinato tale incidente ma in ogni caso riteniamo che vadano salvaguardati gli assetti industriali e tutelata l’occupazione dei lavoratori”. Più pessimistiche le considerazioni della segreteria generale Fiom. “Piaggio non vuole chiedere la proroga della cassa integrazione e siamo vicini ad una crisi irreversibile e al fallimento, mentre la prospettiva di salvataggio dell’azienda da parte di Finmeccanica, che sembrava interessata ad investire sui velivoli senza pilota ma non sulla società, è distante e utopica”, spiega l’organizzazione dei metalmeccanici Cgil. Ancora una volta il complesso militare industriale si conferma un’ottima opportunità per moltiplicare gli affari e i profitti di finanzieri e speculatori di borsa, ma un modello di produzione destinato ad espellere nei prossimi anni la stramaggioranza dei suoi occupati.

Sorgente: Pressenza – Precipitano droni di guerra nei mari siciliani

Family of US Drone Victim Ignored After Obama’s Pledge for ‘Full Review’

While the US government claimed responsibility for the deaths of an Italian man killed in a drone strike in Pakistan, it has been one year since the admission and the family has yet to see results.

In January 2015, Warren Weinstein and Giovanni Lo Porto were being held hostage by al-Qaeda when the CIA launched a drone strike against the compound. Both men were killed.

In April of that year, the Obama administration made a rare admission of guilt, saying that surveillance failed to show the presence of the two hostages, and promised a “full review.”

Nearly one year since that promise, Lo Porto’s family says they have had no contact with the US government.

This week, the family filed briefs in court to question the legality of US drone operations beyond declared armed conflicts.

“The statements from the White House were such a clear acknowledgement of the incident and commitment to do something about it,” Andrea Succucci, a leading human rights lawyer in Rome, told the Intercept.

“We want to know the truth, to know what happened, if someone is responsible, and if something could have been done in order to avoid it.”

The briefs include a request for US judicial cooperation and copies of the internal documentation about the incident. While Saccucci is relying on President Obama’s admission of guilt as key evidence, he admits that the likelihood of success is slim.

Saccucci could bring a claim against Italy in the European Court of Human Rights or a civil claim against the US in an Italian court.

Win or lose, the Lo Porto family seeks closure.

“If you lose a son, and you get an explanation, your heart can be at peace. But someone whose son is killed, and everyone washes their hands of it, and no one knows anything?” Daniele Lo Porto, the youngest of four brothers, told the Intercept.

Working for the Red Cross in Pakistan at the time of his capture, Lo Porto’s friends remember him as a kind person in search of a sense of validity in his world.

“It was in his nature to help people,” a friend, Claudia Hille, told the Intercept. “And I think he also wanted to get away from Italy. The international aid community is really open-minded, it’s like a special bubble, and I think he really liked that.”

After hearing Obama’s announcement last April, Daniele said he was outraged.

“My reaction? Anger,” he said.

“Obama said the intelligence service was watching, and yet no one knew anything? How could the Americans not see that there were two other people, the hostages? With the technology they have, can’t they see inside the houses?”

While attorneys work to hold the US government accountable, Daniele doesn’t have much hope.

“America could give us a palace full of money, and it wouldn’t matter. There can be no justice from America.”

Sorgente: Family of US Drone Victim Ignored After Obama’s Pledge for ‘Full Review’

Perché all’Italia non interessa degli italiani assassinati dai droni

Vittime collaterali, inconsapevoli e innocenti, dell’ennesimo atto di una guerra unilaterale. Niente più eserciti contro eserciti, solo killer-robot contro uomini, donne, bambini. Il cooperante siciliano Giovanni Lo Porto, colpevolmente ignorato dalla politica con la P maiuscola, dalle istituzioni e dall’intero Parlamento italiano, è stato brutalmente assassinato in Pakistan in uno degli innumerevoli bombardamenti scatenati dagli stormi di droni Usa. “Si è trattato di un tragico e fatale errore dei nostri alleati americani, riconosciuto dal presidente Obama, ma la responsabilità della morte di Lo Porto e di un secondo ostaggio, lo statunitense Warren Weinstein, è integralmente dei terroristi, contro i quali confermiamo l’impegno dell’Italia”, il liquidatorio commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nessuna colpa dunque per gli agenti Cia che hanno ordinato l’attacco, nessuna responsabilità politica per chi, a Washington – violando il diritto internazionale – ha promosso e legittimato l’uso dei droni, in un’escalation infernale verso la totale disumanizzazione dei conflitti.

I raid Usa contro le presunte postazioni delle milizie filo-al Qaida al confine con l’Afghanistan risalgono allo scorso mese di gennaio. Warren Weinstein, originario di Rockville, Maryland, direttore per il Pakistan della J. E. Austin Associates, era stato rapito a Lahore nell’agosto 2011, qualche giorno prima di rientrare negli Stati Uniti per la fine del contratto lavorativo con l’U.S. Agency for International Development. Giovanni Lo Porto era stato rapito invece nel gennaio 2012 a Multan, nella provincia centro-occidentale del Punjab, dove lavorava per la ong tedesca Welthungerhilfe” (Aiuto alla fame nel mondo), impegnata nella ricostruzione della regione colpita dalle inondazioni del 2011. Nel bombardamento in cui ha trovato la morte il cooperante siciliano, sarebbe rimasto ucciso anche un altro cittadino statunitense, Ahmed Farouq, ritenuto dalla Cia come uno dei maggiori leader di al Qaida in Pakistan. Pochi giorni dopo, sempre con un missile sganciato da un drone, è stato assassinato in Pakistan un terzo cittadino statunitense, Adm Gadahn, indicato come uno dei “portavoce ufficiali” di al Qaida. Secondo Washington, i militari Usa non erano a conoscenza dell’identità degli “obiettivi” spiati dai droni. “Sebbene Farouq e Ghadahn fossero membri di al Qaida, nessuno dei due è stato specificamente preso di mira, non avevamo informazioni che indicassero la loro presenza nei siti delle operazioni”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest. “L’autorizzazione al raid è stata data dopo centinaia di ore di sorveglianza; sulla base delle informazioni in nostro possesso, al momento dell’attacco nel compound controllato c’erano solo quattro militanti di al Qaeda, ma non ostaggi o civili pakistani”.

Il 20 gennaio 2015, una nota d’agenzia aveva rivelato che qualche giorno prima un drone Usa aveva attaccato un compound nell’area di Shahi Khel, nel Waziristan settentrionale, “causando la morte di almeno quattro persone”. La zona oggetto dei raid era già stata bombardata dai velivoli senza pilota statunitensi un anno prima; secondo Amnesty International, quegli attacchi nel Waziristan avevano causato la morte di “numerose persone non legate ad alcun tipo di attività terroristica”. Fonti dell’intelligence americana hanno confermato al New York Times che le operazioni dei droni-killer al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan del gennaio 2015 rientravano nella categoria definita in ambito militare come signature strikes, cioè quei raid che vengono attuati sulla base non di informazioni certe sull’identità dei bersagli da colpire ma sulla base “del riscontro, attraverso attività di ricognizione ed intercettazione, di modelli di comportamento che vengono ritenuti conformi a quelli di una possibile organizzazione terroristica”. Cioè l’ordine a migliaia di chilometri di distanza di un omicidio extragiudiziale, già di per sé illegittimo e immorale, viene dato semplicemente sulla valutazione soggettiva di meri elementi “comportamentali” della vittima-target e non certo sulla raccolta di prove certe e inequivocabili sui suoi legami con il terrorismo internazionale.

In Pakistan i signature strikes della Cia (più di 400 solo nell’ultimo anno) hanno causato un numero impressionante di vittime tra la popolazione civile, tra i 556 e 1.128 morti secondo diverse ong internazionali, e ingentissimi danni ad abitazioni, scuole, ospedali. I droni hanno sganciato missili teleguidati contro feste religiose, banchetti nuziali e funerali, scambiando pacifici assembramenti di donne e bambini per campi d’addestramento delle milizie anti-governative. Le stragi hanno prodotto un forte risentimento tra la popolazione e le stesse autorità di governo pakistane. Già nell’ottobre 2012 l’allora ministro dell’Interno Rehman Malik aveva denunciato che appena un 20% delle persone uccise nei raid Usa erano militanti filotalebani o terroristi. Il 24 ottobre 2013, nel corso di un faccia a faccia con il presidente Obama, il primo ministro Nawaz Sharif aveva chiesto di porre fine agli attacchi di droni in territorio pakistano. Qualche tempo dopo Washington si era impegnata a sospendere gli attacchi nel 2014, comunque prima della data in cui si sarebbero dovute concludere le operazioni di guerra in Afghanistan.

Oggi si scopre dal Wall Street Journal che Barack Obama ha invece mentito deliberatamente al governo pakistano e all’opinione pubblica internazionale. Mentre infatti l’amministrazione Usa varava nel 2013 un regolamento più severo sull’impiego dei droni onde ridurre il rischio di vittime “non combattenti”, secondo il quotidiano economico “veniva approvata segretamente un’esenzione che ha concesso alla Cia più flessibilità in Pakistan rispetto che in altri paesi per attaccare militanti sospetti”. Sempre per il Wall Street Journal, “se l’esenzione non fosse stata in vigore per il Pakistan, alla Cia avrebbero potuto essere richieste più informazioni d’intelligence prima degli attacchi che hanno causato la morte di Warren Weinstein e Giovanni Lo Porto”.

Predator tricolore

Il drone-killer protagonista delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali (oltre al Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen, la Somalia, la regione dei Grandi Laghi, il Mali, il Niger, la Libia, ecc.) è il Predator, armato con missili AGM-114 “Hellfire”, bombe a guida laser Gbu-12 “Paveway II” e Gbu-38 “Jdam” (Joint direct attack munition) a guida Gps. Nonostante sia dotato di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, il Predator non è in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Pur essendo oggi tra i sistemi bellici più stigmatizzati dalle organizzazioni non governative umanitarie e dallo stesso Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, questi famigerati velivoli senza pilota sono ospitati dall’autunno del 2012 nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano che consente alle forze armate Usa di impiegarli nell’area nordafricana e nel Sahel.

Le forze armate italiane sono inoltre le prime in tutta Europa ad aver acquistato i Predator dall’industria statunitense “General Atomics”. Sino ad oggi questi droni sono privi d’armamento, ma si attende a breve l’autorizzazione del Congresso Usa per una loro conversione in velivoli-killer automatizzati. Il governo italiano ha pure candidato la base aerea di Amendola, Foggia, quale sede per la formazione dei militari europei nella gestione degli aerei senza pilota. Proprio ad Amendola, l’1 marzo 2002 è stato costituito il 28° Gruppo Velivoli Teleguidati per condurre le operazioni aeree con i Predator. Il battesimo di fuoco dei droni “italiani” avvenne in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan, dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino a qualche mese fa. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto schierati ad Amendola ebbero un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale a guida Usa, volando complessivamente per più di 360 ore. Le ultime missioni all’estero risalgono allo scorso anno: due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti (Corno d’Africa), nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre altri due Predator sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Attualmente i velivoli senza pilota del 28° Gruppo di Amendola sono operativi in Kosovo a sostegno delle attività della forza militare internazionale a guida Nato (Kfor).

Per la loro flessibilità d’impiego, i Predator dell’Aeronautica italiana sono utilizzati pure in funzioni d’ordine pubblico, per il controllo delle frontiere e nelle controverse operazioni di “sorveglianza” delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo centrale (le ultime, in ordine cronologico, Mare Nostrum e Triton). L’“accordo tecnico” di cooperazione bilaterale Italia-Libia sottoscritto il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni ha autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto in missioni a supporto delle autorità libiche per il “controllo” del confine meridionale del Paese. Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti possono essere intercettati quanto attraversano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli in campi-lager o deportarli prima che essi possano raggiungere le città costiere. Nei giorni scorsi, tra le proposte più drastiche per “contenere” i flussi migratori nel Mediterraneo c’è stata quella dell’ex generale dell’Aeronautica Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione ICSA: “impiegare i droni per distruggere i barconi nei porti libici”.

In Sicilia la capitale mondiale dei droni

Nel campo dei droni, l’Italia si è già conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato la base siciliana di Sigonella è stata prescelta infatti per fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di velivoli senza pilota chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai Predator, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita anche tre o quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B Global Hawk dell’US Air Force. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, questi droni possono volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezza e a migliaia di km dalla loro base operativa. Alla iperdronizzazione delle guerre si prepara pure l’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno schierati anch’essi a Sigonella. L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema Nato potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilota Sentinel in dotazione alle forze armate britanniche ed Heron R1 che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele. Successivamente l’AGS s’interfaccerà con il programma d’intelligence Bams (Broad Maritime Area Surveillance) che la Marina militare Usa avvierà grazie all’acquisto dei nuovi pattugliatori marittimi P-8 Poseidon e dell’ultima generazione di droni-spia Triton della Northrop Grumman. Il 2 febbraio scorso, il Dipartimento della difesa ha chiesto al Congresso l’autorizzazione per l’anno fiscale 2016 a spendere 102.943.000 dollari per costruire nella base siciliana gli hangar e una serie di infrastrutture di supporto per i Triton e i Poseidon. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.

Come se ciò non bastasse, Sicilia e Sardegna sono state trasformate in poligoni dove sperimentare altri nuovi velivoli senza pilota d’attacco. Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, l’aereo a pilotaggio remoto realizzato nell’ambito del programma denominato “HammerHead” (Squalo Martello). Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. Il velivolo è stato dotato di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300” che consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione (lo Squalo martello può trasportare sino a 500 kg di armamenti). I decolli e gli atterraggi a Trapani Birgi costituiscono un grosso pericolo per il traffico aereo passeggeri di quello che è oggi uno dei principali scali low cost europei e per le popolazioni delle vicine città di Trapani e Marsala. Il 19 marzo scorso si è pure sfiorata la tragedia: un prototipo dello Squalo martello è uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, terminando la sua corsa nel prato circostante. L’aeroporto di Trapani è stato temporaneamente chiuso e il traffico civile è stato dirottato a Palermo – Punta Raisi.

A fine marzo, nella base aerea sarda di Decimomannu è giunto il primo prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia, per intraprendere una serie di test operativi nel grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra). Il nEUROn è dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato. Il drone è più grande di un normale aeromobile a pilotaggio remoto e possiede capacità di carico, autonomia e capacità di volo quasi simili a quelle di un qualsiasi caccia pilotato. Con un costo unitario superiore ai 25 milioni di euro, il nEUROn è lungo 9,2 metri e ha un’apertura alare di 12,5 metri. Il velivolo può raggiungere la velocità di 980 chilometri l’ora e volare per più di otto ore consecutive. Opererà a tutti gli effetti per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg. Il drone verrà controllato da terra attraverso un datalink ad alta capacità e standard Nato. “Tramite questo datalink vengono inviati al velivolo i dati della missione, da lì in poi sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn ad intraprendere tutte le necessarie azioni che permetteranno il raggiungimento dell’obiettivo”, spiegano le aziende produttrici. “Non vi sarà quindi un controllo diretto e continuo da terra e questo permetterà di mantenere un quasi assoluto silenzio radio, necessario per evitare l’intercettazione”. Il drone avrà inoltre le capacità di controllare a distanza, in modo automatico, le operazioni dei cacciabombardieri di ultima generazione prodotti in Europa, come il “Rafale” e il JAS 39 “Gripen”, consentendo così ai piloti d’intraprendere diverse azioni di combattimento contemporaneamente. Ancora più dei Predator Usa e degli Squalo martello Piaggio (Emirati Arabi Uniti), i nEUROn assumeranno tutti i contorni dei famigerati “LAR” (Lethal Autonomous Robotics), i sistemi d’arma robotizzati che, una volta attivati, possono selezionare e colpire un obiettivo in piena autonomia, esautorando l’operatore umano da ogni intervento.

“Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”, ha aggiunto il Consiglio D.U. dell’Onu. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinta”. Un accorato appello che Washington, Parigi, Tel Aviv, Londra, Roma e adesso pure Bruxelles non intendono per nulla ascoltare.

Antonio Mazzeo

thanks to: Antonio Mazzeo Blog