La “Legge sull’Espulsione”: ecco com’è la democrazia israeliana

La Nakba continua

di Jonathan Cook

Washington Report on Middle East Affairs, ottobre 2016

E’ stato difficile conciliare le azioni e parole del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu.

Egli è stato uno dei principali promotori di una nuova legge – approvata il 19 luglio – che assegna al parlamento israeliano, la Knesset, nuovi poteri draconiani: una maggioranza di tre quarti dei suoi membri può espellere un parlamentare eletto se non ne condivide le opinioni.

Nota come la “Legge sull’Espulsione”, la misura è universalmente vista come un modo per i partiti ebraici della Knesset di espellere parlamentari che rappresentano la numerosa minoranza palestinese. Un israeliano su cinque è palestinese.

Eppure, meno di una settimana dopo Netanyahu ha postato sulle reti sociali un video in ebraico e inglese in cui chiedeva scusa ai cittadini palestinesi per i suoi commenti, molto criticati, fatti l’anno scorso durante le elezioni politiche israeliane.

Allora aveva sollecitato i suoi sostenitori ad andare a votare, mettendo in guardia che “gli arabi” – cioè il milione e settecentomila cittadini palestinesi di Israele – “stanno andando a votare in massa.”

Ha detto che i suoi commenti sono stati fraintesi. Al contrario, egli ha invitato “i cittadini arabi di Israele a far parte della nostra società – in massa. Lavorate in massa, studiate in massa, prosperate in massa…Sono orgoglioso del ruolo che gli arabi giocano nei successi di Israele. Voglio che svolgiate un ruolo ancora più importante.”

Tuttavia la “Legge sull’Espulsione” minaccia di limitare gravemente il ruolo dei palestinesi nella Knesset, l’unica istituzione pubblica di Israele di maggiore visibilità.

Secondo “Adalah”, il centro giuridico che rappresenta la minoranza palestinese, la “Legge sull’Espulsione” non ha eguali in nessuno Stato democratico. L’associazione nota che si tratta dell’ultima di una serie di leggi miranti a limitare rigidamente i diritti della minoranza palestinese in Israele e a contrastare il dissenso.

Altri temono che questa misura in sostanza svuoterà la Knesset dei suoi partiti palestinesi.

“Questa legge viola ogni norma democratica e il principio in base al quale le minoranze devono essere rappresentate, ” ha affermato Mohammed Zeidan, direttore dell’”Associazione per i Diritti Umani” di Nazareth. “Manda all’opinione pubblica il messaggio secondo cui è possibile, persino auspicabile, avere una Knesset solo ebrea.”

I quattro partiti palestinesi presenti in parlamento, in una coalizione denominata “Lista Unitaria”, il 22 luglio hanno mandato una lettera aperta mettendo in guardia che Netanyahu e il suo governo “vogliono una Knesset senza arabi.”

Zeidan ha sottolineato come ciò potrebbe rapidamente avvenire: “Basterebbe che un parlamentare palestinese venga espulso e ci sarebbero enormi pressioni sugli altri perché diano le dimissioni per protesta.”

Yousef Jabareen, un membro palestinese della Knesset per la “Lista Unitaria”, ha detto che la legge ha creato “parlamentari in libertà vigilata”, minacciati perché stiano zitti o perché “si comportino bene”. I suoi effetti, ha aggiunto, potrebbero privare decine di migliaia di votanti del diritto di essere rappresentati.

“La minaccia di espulsione servirà come una tattica per metterci a tacere,” ha detto Jabareen, “impedendo inoltre la possibilità per i membri della Knesset di adempiere fedelmente al programma che hanno promesso ai propri elettori.”

Chi ha proposto questa legge ha fatto poco per mascherare l’intenzione di utilizzare questa misura solo contro i parlamentari palestinesi. Con 13 seggi, la “Lista Unitaria” è attualmente il terzo maggior gruppo sul totale dei 120 seggi della Knesset.

Il primo bersaglio di questa legge è Haneen Zoabi, un’esponente del partito Balad [partito che sostiene che Israele dovrebbe essere uno Stato per tutti i cittadini e che i palestinesi con cittadinanza israeliana debbano essere riconosciuti come minoranza nazionale. Ndtr. ]che è stata aggredita da molti parlamentari ebrei della Knesset (vedi giugno/luglio 2015 su Washington Report, p. 13). La misura era originariamente stata chiamata “Legge Zoabi”.

Alla fine di giugno, in un drammatico preludio all’approvazione della legge, più di una dozzina di parlamentari ebrei hanno scatenato violente proteste in parlamento nei confronti di Zoabi mentre lei stava facendo un discorso riguardante il patto di riconciliazione del governo israeliano con la Turchia. Ha dovuto essere difesa dalle guardie della Knesset.

Aveva scandalizzato i parlamentari riferendosi all’ “assassinio” di 10 attivisti umanitari da parte del commando israeliano nel 2010 [la strage sulla nave turca Mavi Marmara. Ndtr.]. La marina israeliana aveva attaccato una flottiglia di solidarietà, a cui Zoabi aveva partecipato, mentre stava navigando in acque internazionali dalla Turchia verso Gaza. L’incidente aveva portato alla rottura con Ankara.

Invece di criticare i parlamentari ebrei, Netanyahu aveva detto che Zoabi aveva “passato ogni limite” con i suoi commenti contro i commando e che non c’era “posto per lei nella Knesset”.

Allo stesso modo il leader dell’opposizione Isaac Herzog aveva chiesto di censurare tutti i discorsi di Zoabi dal canale TV della Knesset.

Festeggiando l’approvazione della legge, Netanyahu ha postato sulle reti sociali: “Quelli che appoggiano il terrorismo contro Israele e i suoi cittadini non faranno parte della Knesset israeliana.”

Zeidan ha affermato che la nuova legge rappresenta “una pericolosa escalation” nella più generale tendenza ad eliminare il dissenso e ad incitare all’odio.” Stiamo entrando in una nuova epoca. Prima c’erano leggi e politiche razziste, ma ora siamo andando rapidamente verso il vero e proprio fascismo.”

“I continui incitamenti contro la minoranza palestinese, dal primo ministro in giù, si spingono fin nelle piazze, dove ci saranno più violenze e più attacchi contro i cittadini palestinesi da parte della popolazione israeliana.”

Secondo la polizia israeliana, in luglio Zoabi avrebbe rifiutato una guardia del corpo della Knesset, nonostante il livello di minacce contro di lei lo richiedesse.

Procedimenti contro politici possono essere intrapresi con l’appoggio di 70 parlamentari. Un’espulsione può essere portata a termine se 90 parlamentari ritengono che il politico abbia incitato al razzismo o abbia appoggiato la lotta armata contro Israele. Nella legge non c’è una definizione su cosa costituisca un “appoggio”.

“Adalah” ha sottolineato che la Knesset potrà prendere in considerazione le affermazioni del parlamentare – e l’interpretazione di queste data dalla maggioranza – e non solo azioni o obiettivi manifesti.

Finora un politico avrebbe potuto essere destituito dalla Knesset solo se coinvolto in un grave crimine.

Netanyahu ha presentato la proposta di legge in febbraio, dopo che Zoabi e due suoi colleghi di Balad alla Knesset, Jamal Zahalka e Basel Ghattas, hanno incontrato una dozzina di famiglie palestinesi di Gerusalemme est occupata i cui figli erano stati uccisi durante attacchi solitari o in scontri con le forze di sicurezza. I tre parlamentari avevano promesso di aiutare a fare pressione sul governo perché restituisse i corpi per il funerale.

Autorità israeliane hanno sostenuto che la visita equivaleva ad un appoggio al “terrorismo”. I tre sono stati sospesi dalla Knesset per parecchi mesi. In base alla nuova legge, potrebbero essere espulsi per sempre.

Zahalka, leader del partito Balad, ha detto che i parlamentari palestinesi dovrebbero affrontare un “tribunale illegale, in cui parlamentari ostili fungerebbero da giudice e giuria. “

Ha detto che la “Lista Unitaria” si stava preparando a mandare una lettera all’Unione Interparlamentare, un’ istituzione che rappresenta 170 parlamenti di tutto il mondo, sollecitandola ad espellere la Knesset.

Data l’ampia maggioranza necessaria per ottenere l’espulsione di un parlamentare, alcuni hanno sostenuto che la nuova legge sarà praticamente impossibile da mettere in pratica.

Zahalka non è d’accordo. Egli dice: “Se durante il primo atto vedi un fucile, sai che nell’ultimo verrà usato. Ed è così con questa legge. Quando ci sarà la prossima “emergenza” o la prossima guerra, i parlamentari ebrei – anche quelli che ora criticano la legge – si uniranno per espellere chi dissente.”

Zoabi si è ritrovata ripetutamente aggredita praticamente da tutti i partiti ebrei della Knesset.

Nell’estate 2014, durante un massiccio attacco israeliano contro Gaza noto come “Margine Protettivo”, la commissione etica della Knesset l’ha sospesa per un tempo record di sei mesi – il più lungo periodo allora permesso.

Durante un’intervista ad una radio israeliana, aveva criticato i palestinesi responsabili del rapimento di tre giovani israeliani nella Cisgiordania occupata, ma si era rifiutata di chiamarli “terroristi”. Gli israeliani erano in seguito stati trovati morti.

Zahalka ha detto che i parlamentari palestinesi ora affrontano una situazione “straordinaria”. “In ogni Paese, l’immunità parlamentare conferisce agli eletti diritti più ampi di quelli dei comuni cittadini per permettere loro di svolgere i propri compiti in parlamento,” ha affermato. “Solo in Israele i rappresentanti eletti avranno maggiori restrizioni alla libertà di parola e di azione dei comuni cittadini.”

La “Lista Unitaria” ha detto che intende presentare appello alla Corte Suprema contro la legge.

La “Legge sull’Espulsione” fa seguito alla messa fuorilegge lo scorso anno del Movimento Islamico del nord, il movimento extra-parlamentare più seguito tra la minoranza palestinese in Israele (vedi Washington Report, Gen/febbr. 2016, p.24). Il suo capo, lo sceicco Raed Salah, è considerato un leader spirituale per una grande parte della comunità.

All’epoca, Netanyahu ha insinuato che il Movimento Islamico fosse legato ad attività “terroristiche”. Tuttavia indiscrezioni al giornale Haaretz provenienti da ambienti ministeriali hanno rivelato che i servizi di sicurezza israeliani non avevano trovato tali legami.

Zeinad aveva osservato che da qualche tempo la destra israeliana stava conducendo una battaglia per liberare la Knesset dei partiti palestinesi.

Negli ultimi 15 anni la Commissione Elettorale Centrale, che è dominata dai partiti ebrei, ha ripetutamente tentato di escludere parlamentari palestinesi dalla partecipazione alle elezioni. Tuttavia la Corte Suprema israeliana ha ribaltato queste decisioni in appello.

Nel 2014 il governo ha tentato una strada diversa. Ha approvato una “Legge Soglia”, alzando il quorum necessario per ottenere un seggio alla Knesset. Il quorum è stato fissato troppo in alto per i quattro piccoli partiti palestinesi.

Tuttavia la mossa ha avuto l’effetto contrario. I partiti hanno risposto formando la “Lista Unitaria”, ed è diventata una delle maggiori formazioni alla Knesset dopo le elezioni politiche dello scorso anno.

E’ stato in quel contesto, ha affermato Zeidan, che, alla vigilia delle elezioni, Netanyahu ha fatto il suo commento molto criticato, mettendo in guardia sul fatto che “gli arabi stanno andando a votare in massa.”

Asad Ghanem, un professore di politica dell’università di Haifa, ha sostenuto che la “Legge sull’Espulsione” può realizzare l’ obiettivo dichiarato di Netanyahu di scoraggiare la partecipazione dell’elettorato palestinese. L’astensionismo dei votanti della minoranza è sceso a poco meno della metà dopo la creazione della “Lista Unitaria” in tempo utile per le elezioni del 2015.

“Se si vede che questi attacchi alla rappresentanza politica degli arabi alla Knesset continuano,” ha detto Ghanem, “allora i votanti potrebbero concluderne che quando è troppo è troppo e che è arrivato il momento di rinunciare alla partecipazione politica.”

Jonathan Cook è un giornalista che vive a Nazareth e vincitore del premio speciale di giornalismo Martha Gellhorn. E’ autore di “Sangue e religione” e di “Israele e lo scontro di civiltà”.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: La “Legge sull’Espulsione”: ecco com’è la democrazia israeliana – Zeitun

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Marking Al-Nakba 68: Events Around the World for Palestinian Return

 

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Events and actions are being organized around the world to mark the 68th anniversary of the Nakba, the expulsion of the Palestinian people from their homes and lands in order to create a Zionist settler-colonial state on the land of Palestine. These events both remember over 68 years of Palestinian struggle, steadfastness, and resistance, but also support the ongoing struggle for Palestinian refugees’ return and the liberation of Palestine.

The imprisonment of Palestinians has always been a tool of the colonial project in Palestine, meant to maintain occupation, apartheid and oppression and criminalize the existence and resistance of Palestinians. From the martial law imposed in 1948 on the Palestinians who remained in the 78% of historic Palestine occupied at that time, to the imprisonment of 7,000 Palestinian political leaders, journalists, and freedom fighters today, the imprisonment of Palestinians and their leaders has always been part and parcel of the Nakba.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network is directly involved in Nakba events in several cities internationally and supports mobilizations around the world on this critical day. Numerous events will be taking place throughout occupied Palestine and in the refugee camps of Lebanon, Jordan and Syria.

This list focuses on international events organized by Palestinian communities in exile and diaspora and solidarity movements. In order to add your city’s event to the list below, please email samidoun@samidoun.net or message us on Facebook. This page will be updated regularly!

AUSTRALIA

nakba-sydneySydney

Saturday, 14 May – Palestine Will Be Free Panel, Facebook: https://www.facebook.com/events/1558629097769523/
12 pm, part of the Socialism for the 21st Century Conference, University of Sydney.

Sunday, 15 May – Commemorating the Nakba Demonstration: 68 Years On, Facebook: https://www.facebook.com/events/1402030143429918/
1 pm, Town Hall, Sydney. Organized by Palestine Action Group Sydney

Brisbane

Friday, 13 May – Al Nakba 2016 Vigil. Facebook: https://www.facebook.com/events/1528327857474082/
nakba-southafrica6 pm, King George Square, Brisbane. Organized by Justice for Palestine Brisbane.

SOUTH AFRICA

Johannesburg

Sunday, 15 May – Nakba 1948: Palestinian Catastrophe and Israeli Ethnic Cleansing
1 pm, Zoo Lake, Jan Smuts Avenue, Johannesburg. Organized by Women’s Boat to Gaza, BDS South Africa, Media Review Network, Palestine Solidarity Alliance, South African Jews for a Free Palestine, Food for the Soul

SPAIN

nakba-madridMadrid

Saturday, 14 May – Performance at School of Decolonization. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
5:00 pm, Puerta del Sol, Madrid.

Saturday, 14 May – Demonstration followed by performances, dance and Palestinian, African and Latin American food. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
6:00 pm, Glorieta de Marques de Vadillo – General Ricardos – Luisa Munoz, followed by La Kupula sala.

Sunday, 15 May – Nakba demonstration for Boycott, Divestment and Sanctions. Facebook: https://www.facebook.com/events/1557093397918178/
1:30 pm, Puerta del Sol, Madrid.

Sunday 15 May – Anniversary of the Palestinian Nakba
5:30 pm, Recinto Ferial, Alcobendas, Madrid, Spain.
Includes collaborative mural, debate with Majed Dibsi, Palestinian journalist and political analyst, theatrical action, photo exhibition. Organied by Madrid Para Todos, the Global Campaign to Return to Palestine, CJA and Alco Sanse en Lucha

nakba-barcelonaBarcelona

11 May – 15 May – Series of events organized by the Coalició Prou Complicitat amb Israel (CPCI). Facebook:
https://www.facebook.com/events/1613965512264082/

Wednesday, 11 May – Seminar: Why is it important to break ties with Israel? Ways toward a just peace. 7 pm, Aula Magna, Faculty of Geography and History, University of Barcelona. With Raji Sourani, Riya Hassan, and Blanca Campos. Moderated by David Bondia and joined by Catalan municipalities who have adopted BDS.

Thursday, 12 May – Raji Sourani at Catalonia Parliament. 4 pm, Parliament of Catalonia.

Friday, 13 May – Hope Award to recognize individuals and groups defending Palestine. 7 pm, Palau Robert, Passeig de Gracia 107, Barcelona. Organized by the Palestinian Community of Catalonia, and hosted by actress Rosa Boladeras.

Saturday, 14 May – Film Screening, “The Land Speaks Arabic.” 6 pm, La Sedeta, Carrer de Sicilia 321, Barcelona, with the participation of Riya Hassan, BNC. Organized by Sodepau and Association Helia.

Sunday, 15 May – Demonstration for Palestine – Long live Palestine! 6 pm, Plaza Catalonia.

nakba-berlinGERMANY

Berlin

Sunday, 15 May – Nakba Day Demonstration, Facebook: https://www.facebook.com/events/226921581019252/
3:00 pm, Karl-Marx-Platz, Berlin. Organized by the Nakba-Tag-Bundnis

Stuttgart

Saturday, 7 May – Palestine Nakba Day
1 pm – 6 pm, Schlossplatz, Stuttgart. With speakers George Rashmawi, Shir Hever, Attia Rajab, Reiner Weigand, Annette Groth, and performers Aeham Ahmed, Muhammad Tamim, Yalla Dabke. Organized by Palestine Solidarity Committee Stuttgart and the Palestinian Community of Stuttgart.

NETHERLANDS

nakba-netherlandsRotterdam

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/701962599944259/
2 pm – 4 pm, between Markthal and Hoogstraat, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Groningen

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba
1 pm – 3 pm, on the Grand Market by the town hall, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Den Haag

Event TBA, http://www.palestina-komitee.nl/agenda/1226

nakba-amsterdamNijmegen

Event TBA, http://www.palestina-komitee.nl/agenda/1226

Amsterdam

Saturday, 14 May – Demonstration in Commemoration of the Nakba
1 pm – 4 pm, on the Dam and the Spui, organized by Palestijnse Gemeenschap Nederland, Aidoun-Group Nederland, al Awda, Palestijnse Vrouwenunie, het Samenwerkingsverband Rotterdam voor Gaza and Nederlands Palestina Komitee

Sunday, 15 May – Forum on the Nakba, 1948-2016. Facebook: https://www.facebook.com/events/1107523392631820/
3 pm, International Institute for Research and Education, Lombokstraat 40, Amsterdam. With speakers Mohammed Matter, Hatem Bazian, Amin Abou Rashed, Mohammad Altamary, Sami Shabib and Saleh Salayma, Sarah, and Khouloud Ajarma. Organized by Back to Palestine

SWITZERLAND

Zurich

Sunday, 15 May – Organizing for Palestine to Break the Silence. Facebook: https://www.facebook.com/events/271803619829403/
2:30 pm, Autonomous School Zurich, Sihlquai 125, Zurich, Switzerland. Organized by Wir sind mit Ihnen

DENMARK

nakba-copenhagenCopenhagen

Series of events from May 9-May 15
Organized by the Nakba Initiative (Democratic Palestine Committees in Denmark, Boykot Israel, FN Forbundet, Human Rights March, Palaestina Orientering) Facebook: https://www.facebook.com/events/1701774023414034/, https://www.facebook.com/events/231959850498870/

Monday, 9 May  – Palestinian film screenings, 5 pm – 9 pm,  Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Tuesday, 10 May – History of Al-Nakba – presentation by Professor Nur Masalha of the University of London,  7 pm – 9:30 pm, Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Wednesday, 11 May – Palestinian culture and music, with dabkeh dance and traditional music performed by Nassim al-Dogom, 6 pm – 9 pm, Verdenskulturcentret, Norre Alle 7, 2200 Norrebro

Friday, 13 May – Demonstration for justice for Palestine, remembering the Nakba of 1948.  Facebook: https://www.facebook.com/events/231959850498870/ , 3 pm – 5 pm,  Radhusplads, Copenhagen. With speakers: Trine Petrou Mach, Bilal al-Issa, Gerd Berlev, and music with Nassim al-Dogom,

nakba-brusselsBELGIUM

Brussels

Saturday, May 14 – Rally to Commemorate the Palestinian Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/1062648220458440/
1 pm – 4 pm, Place de la Monnaie, Brussels, Belgium. Organized by the Palestinian Community of Belgium.

Maasmechelen

Sunday, 15 May – Movie Screening for Al-Nakba: 5 Broken Cameras. Facebook: https://www.facebook.com/events/629274427223623/
6:30 pm, Valkeniersplein 19B, Maasmechelen. Organized by the Palestine Committee Maasmechelen.

Antwerp

Sunday, 15 May – Silent Wake to Commemorate Al-Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/1720577544889621/
7:00 pm, Koning Albertpark, Kiosk, Antwerp, Belgium. Organized by Antwerp for Palestine.

FRANCE

nakba-marseilleMarseille

Saturday, 14 May – What Road for Palestine? Marking the Palestinian Nakba, discussion with Khaled Barakat. Facebook: https://www.facebook.com/events/1735832763364560/
6:30 pm, Manifesten, 59 Rue Thiers, 13001 Marseille. Organized by the General Union of Palestinian Students (GUPS) Aix-Marseille and Generation Palestine Marseille

Lyon

Saturday, 14 May – Demonstration to Support the Palestinian People, Facebook: https://www.facebook.com/events/1564176307216565/
2:30 pm, Place Bellecour, 69002, Lyon

Paris

Saturday, 14 May – Nakba: Mass rally in Paris, Facebook: https://www.facebook.com/events/1044453862291686/
3 pm – Place de la Republique. Exhibition on the Nakba, street theater, speeches and more. Organized by CAPJPO-EuroPalestine

Sunday, 15 May – Palestine at Place de la Republique. Facebook: https://www.facebook.com/events/1040660489359802/
2 pm – 10 pm, Place de la Republique, Paris. Films, discussions and presentations commemorating the Nakba. Organized by Cineluttes, Artists for Palestine, Festival Cine-Palestine, Campagne BDS and #PalestineToujoursDebout, Union of Palestinian Associations and Institutions of France (Aljaliya), GUPS Paris, PALMED France, Palestinian Youth Movement France and more.

SWEDEN

Stockholm

Friday, 13 May – Palestinian Family Dinner and Evening Facebook: https://www.facebook.com/events/1689505781301901/ 7 pm – 10 pm, Byblos Restaurant, Storgatan 75, Huvudsta Centrum. Organized by the Palestinian Association in Stockholm.

Saturday, 14 May – Palestinian Cultural Festival 2016, Facebook: https://www.facebook.com/events/490506727788987/
11:30 am – 6 pm, Hallunda Folkets Hus, Borgvagen 1, 145 69 Norsborf (Stockholm)

Malmo

Sunday, 15 May – Demonstration in memory of the Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/890420817746611/
12:30 pm, Gustav Adolfs Torg, Malmo. Organized by Malmo Palestine Network

Sunday, 15 May – Public Meeting on Palestinian Right of Return
3 pm, Studieframjandet, Ystadgatan 53 (following demonstration). Organized by Group 194

15mayITALY

Milan

Friday, 6 May – Nakba – The Catastrophe after 68 Years. Facebook: https://www.facebook.com/events/1062237983822251/
7:30 pm, CSOA Lambretta, Milan. Featuring a speech by Rajeh Zayed and concert by Al-Raseef. Organized by UDAP (Arab Palestinian Democratic Union.)

Saturday, 14 May – Al Nakba: The day of memory. Facebook: https://www.facebook.com/events/1122523901163241/
8:30 pm, Milano Via Mercanti, Milan. Film Screening of “Al Nakba” documentary. Organized by BDS Milano

Sunday, 15 May – Commemoration of the Palestinian Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/777360559031857/
3 pm, Piazza Gabrio Rosa, Milan. With Militant Rap performances by Beppe Rebel, Zasta NCF, Liam Vik, Hafiz X and Romio X, Palestinian Poetry, speeches and more. Organized by Fronte Palestina, Palestina Rossa, Global Campaign to Return to Palestine

Redona

Monday, 16 May – Nakba 1948-2016, the Catastrophe Continues  Facebook: https://www.facebook.com/events/1720129394926553/
8:30 pm, Qoelet di Redona. Presentation by Nandino Capovilla, Pax Christi. Presented by Gruppo Iabbok.

Trieste

Monday, 16 May – Nakba anniversary film screening and meeting. Facebook: https://www.facebook.com/events/820710224729453/
8 pm – Sala Bar/Libreria Knulp, via Madonna del Mare 7/a, Trieste, Italy. Screening of “Nakba” documentary by Monica Maurer. Speaker Bassima Awad of the Al-Quds Italian/Palestinian Cultural Institute and the Palestinian Community of Veneto.

TURKEY

Istanbul

Sunday, 15 May – We will not forget the Nakba! Facebook: https://www.facebook.com/events/1742029749372347/
4 pm, Galatasaray Lisisi, Istanbul, Turkey. Organized by BDS Turkiye.

GREECE

nakba-athensAthens

Saturday, 14 May – Crossroads: Castastrophe, Resistance, Freedom. Facebook: https://www.facebook.com/events/1774925339409272/
7:30 pm, Dora Stratou Dance Theatre, Arakynthou 33, Athens, Greece. Cultural event, Organized by the General Union of Palestinian Students – Greece

PORTUGAL

nakba-lisbonLisbon

Tuesday, 17 May – 68 Years of Nakba, Solidarity with Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/1678654302395719/
6:30 pm – 8 pm, Espaco Bento Martins, J.F. Camide, Largo das Pimenteiras, 6A (Junto ao Colegio Militar). Speeches by Hikmat Ajjuri, Pezarat Correia, Jorge Cadima.

AUSTRIA

nakba-viennaVienna

Saturday, 14 May – Groovy Palestine, Alternative Music from Palestine on Nakba Day, Facebook: https://www.facebook.com/events/605375089624773/
7 pm, OKAZ, Gusshausstrasse 14/3, 1040 Vienna. Includes discussion and performance by Jowan Safadi, Palestinian musician, followed by DJ sets by Kolonel Blip, El Captagon and Neva-i Solomon. Organized by OKAZ, Österreichisch Arabisches Kulturzentrum

IRELAND

Belfast

Thursday, 12 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees
Time and Location TBA. More info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign.

Sunday, 15 May – Tesco, Stop Trading With Israel Nakba Vigil 2016. Facebook: https://www.facebook.com/events/1738915249676703/
2 pm, Tesco, 2 Royal Ave, Belfast. Call on Tesco to boycott Israeli goods.

nakba-limerickCork

Monday, 9 May – BADIL Irish Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/124262787978021/
7 pm, Quay Co-Op, 24 Sullivan’s Quay, Cork. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Limerick

Tuesday, 10 May – BADIL Irish Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1603383736655913/
7 pm, Perys Hotel Limerick, Glentworth Street, Limerick. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Dublin

nakba-dublinWednesday, 11 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1804239273138237/
6:15 pm, Academy Plaza Hotel, 10-14 Findlater Place, Dublin. With speakers Lubnah Shomali and Nidal al-Azzah from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign. Tour info: http://www.ipsc.ie/press-releases/nakba-week-badil-speaking-tour-on-palestinian-refugees

Saturday, 14 May – March and “Moving Gallery” for Palestinian Refugees. Facebook: https://www.facebook.com/events/1157920480940081/
2 pm – 3 pm, St. Stephen’s Green (Grafton St Entrance), Dublin 2. March down Grafton St to the Spire. Organized by the Ireland Palestine Solidarity Campaign.

Derry

Friday, 13 May – BADIL Speaking Tour on Palestinian Refugees.
7 pm, UNISON Building, Clarendon St, Derry. With speaker Lubnah Shomali from BADIL. Organized by Ireland Palestine Solidarity Campaign.

nakba-valdiviaCHILE

Valdivia
Wednesday, 11 May- Al-Nakba, 68 Years of Exile. Facebook: https://www.facebook.com/events/1403070739992193/
6 pm, Sala Auditorium, Austral University of Chile, Valdivia, Chile. With speaker Karmach Elias, Nakba survivor born in Palestine in 1948. Organized by Arab Youth for Palestine Valdivia.

BRAZIL

Sao Paulo

Wednesday, 11 May – Mothers of May, Palestinian Mothers, Mothers Without Borders. Facebook: https://www.facebook.com/events/1712800118984523/
7 pm, Al Janiah, Alvaro Carvalho Street 190, Sao Paulo. Cultural event connecting struggles of Brazilian and Palestinian mothers. Organized by MOP@T (Movimento Palestina Para Tod@s) and the May Mothers Movement.

TUNISIA

Tunis

Saturday, 14 May – Intifada as a bridge of return. Facebook: https://www.facebook.com/events/1013240552106904/
6:30 pm, Avenue Habib Bourguiba, Tunis, Tunisia. Organized by a coalition of parties and groups.

CANADA

Montreal, Quebec

nakba-montrealSaturday, 14 May – Nocturnal Demonstration to Commemorate the Nakba; Facebook: https://www.facebook.com/events/1522138648094029/
7 pm – midnight, Station Metro Mont-Royale, Montreal. Organized by Palestinian and Jewish Unity (PAJU), Solidarity for Palestinian Human Rights – UQAM (SPHR-UQAM) and Tadamon

Sunday, 15 May – Palestinian commemoration festival, Facebook: https://www.facebook.com/events/927354794008542/
11 am – 5 pm, Concordia University, 1455 boulevard de Maisonneuve W., Montreal. With Palestinian cultural show, dance, music and children’s activities.

Toronto

Tuesday, 10 May – Personal stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/1539654333004677/
7 pm, Beit Zatoun, 612 Markham St, Toronto. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

nakba-torontoSunday, 15 May – Commemoration of the Palestinian Nakba, Facebook: https://www.facebook.com/events/214844732229034/
2 pm – 5 pm, Celebration Square, Mississauga. Organized by the National Committee to Commemorate the Nakba 68 – Toronto

Sunday, 15 May – Toronto Palestinian Film Festival Nakba Commemoration, Facebook: https://www.facebook.com/events/997858870282775/
2 pm, Beit Zatoun, 612 Markham St, Toronto. Film Screening of Encounter with a Lost Land with director Maryse Gargour over Skype. Organized by TPFF, Palestinian Canadian Congress, Students for Justice in Palestine – Ryerson.

Winnipeg

Sunday, 15 May – Commemoration of Al-Nakba 1948-2016, Facebook: https://www.facebook.com/events/487890394740895/
1 pm – 4 pm, Memorial Park, Winnipeg, Manitoba. Including commemoration, community voices, Palestine dance, flag making and film screening. Organized by Winnipeg Coalition Against Israeli Apartheid, Canadian Palestinian Association, Canada Palestine Support Network, Independent Jewish Voices, Peace Alliance Winnipeg

nakba-winnipegOttawa

Sunday, 8 May – Personal Stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/966654723404454/
7 pm, Ben Franklin Place, Chamber Hall, 101 Centrepoint Dr, Ottawa. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

Kitchener

Wednesday, 11 May – The Exiled Palestinians. Facebook: https://www.facebook.com/events/1708770512722607/
6:45 pm, Forest Hill United, 121 Westmount St. E., Kitchener, Ontario. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

London, ON

Thursday, 12 May – Personal Stories of Palestinian Nakba Survivors. Facebook: https://www.facebook.com/events/1609037986088608/
7 pm, MAC Youth Centre, 366 Oxford St E, London. Part of the North America Nakba Tour, organized by Free Palestine Movement and Al-Awda Coaliation and co-presented in Canada by the Palestinian Canadian Congress and Canada Friends of Sabeel.

UNITED STATES

nakba-ny
New York

Thursday, 12 May – Nakba Remembrance Day Protest. Facebook: https://www.facebook.com/events/1250461684981640/
1:30 pm, Washington Square Park. Organized by NYU Students for Justice in Palestine.

Sunday, 15 May – Nakba Day March for Resistance and Return, Facebook: https://www.facebook.com/events/1720235081568888/
1:30 pm, Rally at City Hall Park before march over Brooklyn Bridge to Cadman Plaza for activities. Organized by NY4Palestine coalition.

Chicago

Sunday, May 8 – Nakba commemoration, with speakers, and entertainment and a children’s program, Facebook: https://www.facebook.com/events/510727702462408/
1:30 pm – 6:30 pm, speakers including Dr. Ahmad Tibi, Debkeh performances, Palestinian food and fashion show; Prayer Center of Orland Park, 16530 104th Ave, Orland Park, Illinois. Hosted by American Muslims for Palestine – Chicago.

Wednesday, 11 May – Nakba: Not Something to Celebrate Vigil, Facebook: https://www.facebook.com/events/1713140805622497/
5:30 – 6:30 pm, 3751 N. Broadway, Chicago. Organized by Jewish Voice for Peace – Chicago.

Thursday, 26 May – USPCN Chicago Nakba Day Commemoration, Facebook: https://www.facebook.com/events/521190604733100/
6:30 pm, Jerusalem Restaurant, 8310 S. Harlem Ave, Chicago. Live testimony from a Nakba survivor, Palestinian folkloric music from Hamze Allaham and Ronnie Malley, USPCN updates. Organized by US Palestinian Community Network Chicago.

nakba-minneapolisMinneapolis

Friday, 13 May – AMP Minnesota Annual Nakba Commemoration
7 pm – Doubletree Hotel, 2200 Freeway Boulevard, Brooklyn Center, MN. Speakers Abdallah Maarouf and Hatem Bazian. Organized by American Muslims for Palestine – Minnesota

Sunday, 15 May – Al-Nakba Protest. Facebook: https://www.facebook.com/events/260517614279372/
1 pm, Loring Park, Minneapolis. Initiated by Anti-War Committee with many endorsers.

Oakland/Bay Area

Sunday, 15 May – George Jackson in the Sun of Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/551591961667213/
nakba-oakland4 pm, Uptown Auto Body and Fender, 401 26th Street, Oakland. Remember the Nakba, Black Panthers and Indigenous Resistance. Art exhibition and performance highlighting a multimedia exhibition, curated by Greg Thomas. Organized by Art Forces and AROC.

San Francisco

Saturday, 14 May: Stompin Up: Youth Resist through Story and Dance
6 pm, Mission High School, 3750 18th St, San Francisco, CA. Featuring Silk Road Dabke Troupe, Aljuthoor, and more. Organized by Palestinian Youth Movement and Silk Road Dabke Troupe.

Baltimore

nakba-sanfran
Sunday, 15 May – Nakba Day 2016 – Performances by Ryan Harvey and Kareem Samara
. Facebook: https://www.facebook.com/events/232554823767805/
6 pm, Location TBA. Check Facebook, organized by Baltimore – Palestine Solidarity.

Tampa

Saturday, 14 May – Still Walking: Nakba 68, Facebook: https://www.facebook.com/events/1717651068510404/
5 pm – 8 pm, Joe Chillura Courthouse Square. 600 E Kennedy Boulevard, Tampa, FL. Street theatre and reenactment of the Nakba of 1948. March from Joe Chillura Courthouse Park past Jose Marti Park, to the Immigration Statue in Centennial Park.

Knoxville

Sunday, 15 May – Nakba Day Poetry Reading. Facebook: https://www.facebook.com/events/1695026577430712/
12 pm, Market Square, Knoxville, Tennessee. Palestinian poetry read by friends, poets and community members.

nakba-sandiegoSan Diego

Saturday, 14 May – Commemorating 68 Years of Al-Nakba. Facebook: https://www.facebook.com/events/1585392255108855/
5 pm, Balboa Park, 1549 El Prado, San Diego. Includes Palestinian dinner, talk by Dr. Jamal Nassar, music by Naima Shalhoub, testimonies of Nakba survivors. Organized by Nakba Committee (includes Jewish Voice for Peace, KARAMA, BDS San Diego, PAWA SD and CAIR)

Austin

nakba-austinSunday, 15 May – Nakba Film Screening: The Land Speaks Arabic. Facebook: https://www.facebook.com/events/523942177805713/
7 pm, Friends Meeting of Austin, 3701 E Martin Luther King Jr Blvd, Austin, TX. Organized by the Interfaith Community for Palestinian Rights

Cincinnati

Saturday, 14 May, Nakba Tour: The Exiled Palestinians. Facebook: https://www.facebook.com/events/1697292343892426/
5:00 pm, Islamic Association of Cincinnati. Speakers: Nakba survivor Mariam Fathalla, 86, and Amena Ashkar, granddaughter and great-granddaughter of Nakba survivors. Organized by Cincinnati Palestine Solidarity Coalition

Albuquerque

Saturday, 7 May – Commemorating Al-Nakba with Nadia Ben-Youssef. Facebook: https://www.facebook.com/events/488400578020681/
11 am – 1:30 pm, Albuquerque Center for Peace and Justice, 202 Harvard Drive SE, Albuquerque. With speaker Nadia Ben-Youssef of Adalah.

UK

List of activities below via Palestine Solidarity Campaign Nakba Week Schedule. Additional events below.

nakba-weekTue 3 – Dr. Christos Giannou, A Surgeon in the Siege of Shatila, Guilford

Tue 3Prof. Manuel S. Hassassian, Palestinian Ambassador to the UK, Milton Keynes

Wed 4Mahmoud Zawahra, Nottingham

Fri 6Film screening: The Lab (dir. Yotam Feldman), Wolverhampton

Fri 6Mahmoud Zawahra, Cardiff

Sat 7Prof. Karma Nabulsi, Palestine, Freedom of speech and Prevent, Luton

Sat 7Nakba presentation, Bradford upon Avon

Sat 7Tower Hamlets-Jenin Friendship Association Stall for Nakba, London E3

nakba-london1Sat 7Nakba commemorative vigil, Hereford

Sat 7Sabrina Tucci, Ecumenical Accompaniment Programme, Birmingham

Sat 7Nakba stall, Bradford

Sun 8Sponsored Walk for Palestine, Bristol 

Sun 8Olive & PSC present- Palestine: A Journey Through The Culture, London NW10

Sun 8Nakba Week stall, Peterborough

Mon 9 – Live music, poetry & film screening, Tatreez Cafe, London N16

Mon 9Tim Sanders and Mahmoud Zawahra, Tower Hamlets, London E2

Mon 9Film Screening: Nakba, Bristol

Mon 9 Eat for Palestine, Fundraiser, Norwich

Tue 10Nakba, Round Table Discussion with Prof. Karma Nabulsi, Parliament

Tue 10Film screening: Jaffa, the Orange’s Clockwork (dir. Eyal Sivan), London W4

Tue 10Screening of Miko Peled, The General’s Son, London SW9

Awad-Abdul-fattah-11th-May-1Tue 10Mahmoud Zawahra, Oxford Town Hall

Wed 11Film screening: Five Broken Cameras, Wellingborough

Wed 11Awad Abdelfattah (National Democratic Assembly / Balad), London N15

Wed 11Kate Cargin, Living Under Military Occupation, Norwich

Wed 11Dr Khader Abu-Hayyeh, Nakba survivor, Hastings

Thu 12Haya al Farra (Palestinian Mission), Darlington

Wed 11Film screening: Five Broken Cameras, Wellingborough

Wed 11Awad Abdelfattah (National Democratic Assembly / Balad), London N15

Wed 11Kate Cargin, Living Under Military Occupation, Norwich

Wed 11Dr Khader Abu-Hayyeh, Nakba survivor, Hastings

Thu 12Haya al Farra (Palestinian Mission), Darlington

Thu 12Jafar Ramini, The Catastrophe that is Palestine, Salisbury

Thu 12Film screening: Life in Occupied Palestine (by Anna Baltzer, JVP), Exeter

Fri 13Film screening: The Time That Remains (dir. Elia Suleiman), SOAS, London WC1

Fri 13 – The Israel lobby and the European Union, Report Launch, London NW1

Fri 13Film screening: When I Saw You (dir. Annemarie Jacir), Shrewsbury

Fri 13Film screening: Palestine Blues (dir. Nida Sinnokrot), Hereford

Sat 14 – Day-School Conference: Prof Nur Masala, Awad Abdelfattah & more, London WC1

Sat 14Palestinian Forum in Britain, Nakba anniversary protest, London W8

Sat 14Nakba Stall, Edinburgh

Sat 14Remember the Nakba in quiet contemplation, Lancaster

Sat 14Nakba Stall, Barnstaple

Sat 14Paveen Yaqub, Palestinian activism and its relevance to the Nakba, Leeds

Sat 14Nakba Stall, Glasgow

Sat 14 Nakba commemoration, Sheffield Town Hall

Sat 14 – Mahmoud Zawahra, Portsmouth

Sat 14Friends of Al Aqsa: Palestine Exhibition and Fun Day, Edinburgh

Sat 14The Nakba: Palestine Exodus, Video Conference with survivors, Bristol 

Sat 14Nakba stall, Kettering

Sun 15The Tragedy of Palestine, Huddersfield

Sun 15Nakba stall, Northampton

Sun 15Interpal: Nakba Tube Trail, London E17

Sun 15Nakba Day, Lest We Forget, Kingston upon Thames

Sun 15Rafeef Ziadah, We Teach Life Sir album launch, Birmingham

Sun 15Nakba Day Vigil, Manchester

Sun 15 – Nakba Day, ‘Registered Alive’, with Maxine Peake, Ahmed Masoud & more, London N1

Islington

nakba-islingtonFriday, 13 May – Evening for Palestine. Facebook: https://www.facebook.com/events/942198729227447/
7 pm, Hargrave Hall, Hargrave Road, Islington. Palestinian music, food, short film and talks by Palestinian youth. Organized by CADFA.

Manchester

Saturday, 14 May – Nakba Day Commemoration. Facebook: https://www.facebook.com/events/1140770009308235/
12 pm – 9 pm, Piccadilly Gardens, Live Feed from Gaza, talks, music, drama and poetry. 9 pm, Film screening and music.

London

Monday, 16 May – Book Launch and Seminar, “Mapping My Return, A Palestinian Memoir,” by Salman Abu Sitta. Facebook: https://www.facebook.com/events/210407026005655/
6:30 pm, Khalili Lecture Theatre, SOAS, London. Organized by Palestinian Return Centre and Palestine Solidarity Campaign.

Saturday, 21 May – Nakba Narratives 2016 Annual Dinner. Facebook: https://www.facebook.com/events/1595195460797894/
6 pm, Royal Nawaab London. Annual dinner for Interpal with speakers Majdi Aqil, Ang Swee Chai, Yvonne Ridley, Ibrahim Hewitt.

Cambridge

Monday, 16 May – Nakba Talk – One Democratic State with Awad Abdelfattah and Karl Sabbagh. Facebook: https://www.facebook.com/events/580838385418582/
7:30 pm, Friends Meeting House, Jesus Lane, Cambridge. Event chaired by Dr Ruba Salih (Reader at SOAS) and supported by One Democratic State (ODS) and Cambridge Palestine Solidarity Campaign.

 thanks to: Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network

“La pulizia etnica della Palestina”

https://i1.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2012/10/nakba.jpg

A cura di Parallelo Palestina.

Da “La pulizia etnica della Palestina” , di Ilan Pappe, pag. 106-111.

La Consulta aveva esaminato la bozza del Piano Dalet nella seconda metà di febbraio del 1948. Secondo il diario di Ben Gurion, era domenica 29 febbraio anche se uno storico militare israeliano riporta la data del 14 febbraio81. Il Piano Dalet fu completato agli inizi di marzo. In base ai ricordi di molti generali dell’esercito di quel periodo, la storiografia israeliana in genere afferma che il marzo del 1948 fu il più difficile nella storia della guerra. Ma questa valutazione si basa solo su un aspetto del conflitto imminente: gli attacchi dell’ALA ai convogli ebraici verso i loro insediamenti isolati che agli inizi di marzo sortirono un certo effetto. Inoltre, alcuni ufficiali dell’ALA cercarono a quel tempo di resistere alle offensive ebraiche nei villaggi misti oppure facendo delle rappresaglie e terrorizzando le zone ebraiche con una serie di miniraid. Due di questi attacchi diedero al pubblico la (falsa) impressione che dopo tutto l’ALA avrebbe potuto organizzare una certa resistenza in vista di un attacco ebraico.

Infatti, nel marzo del 1948, iniziò l’ultimo tentativo militare palestinese di breve durata per proteggere la propria comunità.

Le forze ebraiche non erano ancora sufficientemente ben organizzate per poter reagire immediatamente e con successo a ogni contrattacco, e questo spiega il senso di sconforto in alcune parti della comunità ebraica. Tuttavia, la Consulta aveva sempre la situazione sotto controllo. Quando si riunirono di nuovo agli inizi di marzo, non presero nemmeno in esame il contrattacco dell’ALA né pensarono che la situazione in generale fosse particolarmente preoccupante. Invece, sotto la guida di Ben Gurion, stavano preparando un master plan finale.

Alcuni membri della Consulta proposero di continuare con la pulizia etnica come mezzo più efficace per difendere le strade che portavano agli insediamenti isolati. La più pericolosa era la strada Tel Aviv-Gerusalemme, ma Ben Gurion stava già pensando a qualcosa di più ampio. La conclusione che egli aveva tratto dal periodo tra la fine di novembre del 1947 e gli inizi di marzo del 1948 era che, malgrado tutti i tentativi giunti dall’alto, mancasse ancora un comando capace sul terreno. A suo avviso, i tre piani precedenti preparati dall’Haganà per l’occupazione della Palestina mandataria – uno del 1937, gli altri due del 1946 – dovevano essere aggiornati. Quindi ordinò una revisione dei piani, e i due più recenti assunsero il nome in codice di Piano B e Piano C.

Non sappiamo quello che disse Ben Gurion a proposito della pulizia etnica alla Consulta nel regolare incontro del mercoledì pomeriggio, il 10 marzo 1948, ma abbiamo il piano che essi misero a punto, che fu approvato dall’Alto Comando dell’Haganà e successivamente inviato come ordine militare alle truppe in Campo.

Il nome ufficiale del Piano Dalet era piano Yehoshua. Yehoshua Globerman era nato nel 1905 in Bielorussia e imprigionato negli anni Venti per attività anticomunista; fu rilasciato dopo aver trascorso tre anni in una prigione sovietica quando Massimo Gorki, amico dei suoi genitori, intervenne in suo favore.

Globerman fu comandante dell’Haganà in varie zone della Palestina e fu ucciso da sconosciuti che gli spararono in macchina nel dicembre del 1947. Era destinato a diventare uno dei comandanti in Capo dell’esercito israeliano, ma la sua morte prematura significò che il suo nome sarebbe stato associato non alle sue capacità militari ma al master plan sionista per la pulizia etnica della Palestina. Era talmente stimato dai colleghi che gli fu conferito alla memoria il grado di generale dopo la creazione dello Stato ebraico.

Pochi giorni dopo l’uccisione di Globerman, l’unità dei servizi segreti dell’Haganà preparo le bozze di un piano per i mesi seguenti. Col nome in codice di Piano D, esso conteneva sia i parametri geografici di un futuro Stato ebraico (quel 68 per cento a cui mirava Ben Gurion), ma anche il destino di un milione di palestinesi che vivevano in quella zona:

Queste operazioni potranno essere svolte in uno dei seguenti modi: o distruggendo i villaggi (incendiandoli o facendoli saltare in aria e poi mettendo delle mine nei detriti), soprattutto i centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente; oppure con operazioni di setacciamento e controllo con le seguenti modalità: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni. Se c’è resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato.82 I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza. Questi ordini furono dati quando fu chiaro che l’occupazione avrebbe sempre provocato una certa resistenza e che quindi nessun villaggio sarebbe stato risparmiato, o a causa della sua posizione o a causa del rifiuto all’occupazione. Questo fu il master plan per l’espulsione di tutti i villaggi nella Palestina rurale. Istruzioni simili furono date, in termini quasi identici, per le azioni che avevano come obiettivo i centri urbani palestinesi.

Gli ordini che arrivavano alle unità sul campo erano più specifici. Il paese era diviso in zone secondo il numero di brigate; per cui le quattro brigate originali dell’Haganà divennero dodici in modo da facilitare la realizzazione del piano. Ogni comandante di brigata ricevette un elenco dei villaggi o quartieri da occupare, distruggere e da cui espellere gli abitanti, con date precise.

Alcuni comandanti mostrarono un eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e presero di mira anche altre località. Alcuni ordini, d’altra parte, si rivelarono troppo ambiziosi e non fu possibile eseguirli nei tempi prestabiliti. Questo significò che alcuni villaggi lungo la costa che avrebbero dovuto essere occupati in maggio non furono distrutti fino a luglio. E i villaggi nella zona Wadi Ara -la vallata che collegava Hadera a Marj Ibn Amir (Emeq Izrael) e Afula (oggi Route 65) – riuscirono a sopravvivere ai ripetuti attacchi ebraici durante tutta la guerra. Ma erano l’eccezione: infatti 531 villaggi, 11 quartieri urbani e città furono distrutti e gli abitanti espulsi per ordine preciso della Consulta, emanato nel marzo del 1948. Allora erano gia stati eliminati 30 villaggi.

Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate ora incorporate nell’Haganà.L’elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. I documenti israeliani rilasciati dagli archivi IDF alla fine degli anni Novanta indicano chiaramente che, contrariamente a quanto hanno affermato storici come Morris, il Piano Dalet fu inviato ai Comandanti delle brigate non come generiche linee guida da eseguire, ma come precisi ordini operativi83,

A differenza delle bozze generali inviate ai leader politici, gli elenchi dei villaggi che i comandanti militari ricevettero non davano indicazioni dettagliate riguardo l’esecuzione della distruzione o dell’espulsione. Non veniva specificato come i villaggi avrebbero potuto salvarsi, ad esempio con una resa incondizionata, che era invece contemplata nel documento generale. Appare anche un’altra differenza tra la bozza inviata ai politici e quella ricevuta dai comandanti militari: la bozza ufficiale indicava che il piano sarebbe stato attivato solo dopo la fine del Mandato; gli ufficiali in campo ricevettero l’ordine di iniziare le operazioni pochi giorni dopo la sua adozione. Questa dicotomia è tipica del rapporto che esiste in Israele tra l’esercito e i politici ancora oggi. Spesso l’esercito non dà ai politici le giuste informazioni relative alle proprie intenzioni: e quanto fecero Moshe Dayan nel 1956, Ariel Sharon nel 1982 e Shaul Mofaz nel 2000.

Ma la versione politica del Piano Dalet e le direttive militari avevano in comune l’obiettivo generale del piano. In altre parole, anche prima che gli ordini arrivassero alle truppe dispiegate, esse sapevano gia cosa avrebbero dovuto fare. Quella coraggiosa e stimata sostenitrice israeliana dei diritti civili, Shulamit Aloni, a quel tempo ufficiale dell’esercito, ricorda che ufficiali politici speciali andavano di persona a incitare le truppe demonizzando i palestinesi e invocando l’Olocausto come punto di riferimento per le operazioni future, spesso proprio il giorno successivo alla seduta di indottrinamento84.

Dopo l’approvazione della Consulta del Piano Dalet, il capo di Stato maggiore, Yigael Yadin, convocò gli ufficiali dell’intelligence dell’Haganà nella sede del servizio sanitario pubblico, Kupat Holim, in via Zamenhof a Tel Aviv (ancora oggi sede del servizio, di fronte a un noto ristorante indiano). Centinaia di ufficiali affollarono una Sala che normalmente è quella di ricevimento per i pazienti.

Yadin non li informò del Piano Dalet: gli ordini erano stati impartiti quella settimana ai Comandanti delle brigate, ma egli comunicò loro un’idea generale che non doveva lasciare dubbio alcuno sulla capacità delle loro truppe di eseguire il Piano. Gli ufficiali dell’intelligence erano anchein un certo senso politruk (“Commissari politici”), e Yadin si rese conto che doveva spiegare la discrepanza tra le dichiarazioni pubbliche della leadership sull’imminente “secondo Olocausto” e la realtà che le forze ebraiche non avrebbero incontrato resistenza nell’evacuazione pianificata di un territorio che sarebbe stato trasformato nel loro Stato ebraico. Yadin, teatrale come sempre, cercò di colpire i suoi ascoltatori: poiché a loro sarebbero stati impartiti ordini di occupare, conquistare ed espellere una popolazione, meritavano di ricevere una spiegazione sul da farsi, visto poi che si leggeva sui giornali e si sentiva dire dai politici che essi stessi erano “in pericolo di annientamento”. Yadin, alto e snello, che sarebbe diventato una figura ben conosciuta a tutti gli israeliani, informò con orgoglio il pubblico: “Oggi abbiamo tutte le armi che ci servono; sono già state imbarcate e gli inglesi se ne stanno andando via, e appena avremo queste armi la situazione sulle frontiere cambierà del tutto85.

In altre parole, mentre Yigael Yadin descrive le ultime settimane di marzo del 1948 come il periodo più duro della guerra, potremmo invece pensare che la comunità ebraica in Palestina non correva in realtà il pericolo di annientamento: stava solo affrontando alcuni ostacoli sul percorso del piano di pulizia etnica. Queste difficoltà erano la relativa mancanza di armi e l’isolamento di insediamenti ebraici all’interno dello Stato arabo. Particolarmente vulnerabili risultavano alcuni insediamenti nella Cisgiordania e quelli nelle zone nord-occidentali del Negev (Negba, Yad Mordechai, Nizanim e Gat). Questi quattro insediamenti sarebbero rimasti isolati anche dopo l’entrata dell’esercito egiziano in Palestina che li occupò per breve tempo.

Anche alcuni insediamenti nell’alta Galilea non poterono essere raggiunti o difesi facilmente poiché erano circondati da molti villaggi palestinesi che ebbero la fortuna di essere protetti da diverse centinaia di volontari dell’ALA. Lnfine, la Strada per Gerusalemme fu sottoposta a un pesante fuoco di cecchini palestine si, tanto da far si che in quel mese si diffondesse un senso di assedio nelle zone ebraiche della città.

Il mese di aprile del 1948, secondo la storiografia ufficiale israeliana, fu un momento di svolta. Secondo questa Versione, la comunità ebraica isolata e minacciata in Palestina si spostava dalla difesa all’attacco, dopo essere scampata alla sconfitta. La realtà della situazione non avrebbe potuto essere più diversa: lo squilibrio militare, politico ed economico delle due comunità era tale che non solo la maggioranza degli ebrei non correva alcun pericolo, anzi, tra gli inizi del dicembre del 1947 e la fine di marzo del 1948, il loro esercito aveva portato a termine la prima fase della pulizia etnica in Palestina, ancora prima che il master plan fosse messo in pratica. La svolta in aprile fu lo spostamento da attacchi e contrattacchi sporadici contro la popolazione civile palestinese verso la sistematica megaoperazione di pulizia etnica che sarebbe seguita.

thanks to: Infopal

NON DOBBIAMO TACERE. Perché fare le Giornate della memoria

Avveniva nell’agosto del 1942. La Svizzera chiudeva le frontiere agli ebrei che cercavano di salvarsi dalla deportazione. Berna era al corrente della minaccia che incombeva su quelle persone ma decise di respingerle. Da allora si sono moltiplicate in Europa le giornate della memoria, i parchi della memoria, i monumenti alla memoria, i musei della memoria, cinematografia, letteratura e arte dedicate alla memoria. Celebrare la memoria è diventato un imperativo morale e civico, richiesto in Italia alle scuole di ogni ordine e grado dalla legge 211 del 20 luglio 2000.

Perché fare memoria?
In prima battuta diremmo che ricordare il cattivo agire di ieri dovrebbe servire a migliorare l’agire di oggi. A che servirebbe fare nomi e cognomi delle vittime del passato se non favorisse la denuncia dei responsabili delle vittime del presente? Eppure sembra che gli occidentali cresciuti a suon di commemorazioni non si facciano tanti scrupoli a brindare con i boia odierni. Che memoria è quella di Renzi quando condanna Hitler ma poi se ne va in Arabia Saudita a vendere armi al re Salman che le usa per distruggere il già stremato Yemen, che finanzia l’estremismo islamico, foraggia l’Isis in Siria e taglia teste e crocifigge in massa persone sospettate di dissenso politico, minorenni compresi? Quale credibilità può avere l’Italia che siede ai tavoli negoziali invocando soluzioni diplomatiche e nel contempo vende armi agli stati estremisti? Quale credibilità possono avere gli Stati uniti e l’Inghilterra quando condannano il nazifascismo e l’Isis e nel frattempo, per convincere l’Occidente a radere al suolo l’Iraq nel 2003, fabbricano intenzionalmente la falsa accusa delle armi di distruzione di massa? E come giudicare la nostra Europa e i capi di stato di tutto il mondo, mano nella mano, compunti e commossi per Charlie Hebdo ma per i 130 mila civili uccisi in Iraq (prevalenza donne e bambini) non hanno trovato di meglio da dire che: “scusate, ci siamo sbagliati”!? Come giudicare l’Europa che si commuove di fronte alle camere a gas e riempie di fiaccolate Parigi ma tace le sue responsabilità dirette e indirette nella sistematica distruzione della Siria, delle comunità Yazidi e Cristiane, dei civili che muoiono a grappoli e fuggono a milioni? Cosa pensare di Israele che attorno alla Memoria della Shoah ha costruito la legittimazione della sua esistenza ma proibisce con una Legge apposita ai palestinesi di fare memoria pubblica della catastrofe (Nakba) che li ha colpiti nel 1948? E non è rivoltante che i capi delle nazioni facciano inderogabilmente omaggio alle vittime della Shoah allo Yad Vashem e nessuno di loro citi Israele in giudizio presso i Tribunali Internazionali per i crimini contro l’umanità che ininterrottamente dal 1948 Israele compie impunemente contro la popolazione palestinese? A che serve “commemorare” se poi chiamiamo barbarie la violenza altrui e “guerre giuste” le nostre? E soprattutto, a che serve celebrare “giornate della memoria” se non ci interessa conoscere e capire queste cose? Se voltarci verso il passato non ci muove a guardare il presente con verità, allora il nostro è soltanto un voltafaccia, né più né meno di quello svizzero nel 1942.

Lo stesso male sotto spoglie diverse
Tutti i governi e gli stati europei si sono fatti premura di istituzionalizzare le celebrazioni della giornata della memoria, di renderle obbligatorie a scuola, di richiamarne l’importanza in programmi televisivi di approfondimento, di descriverne la necessità in numerosi articoli di approfondimento. Com’è possibile allora che nell’Europa della memoria non esista un vasto, generale e unanime sussulto di fronte alle migliaia di persone (uomini, donne e bambini) che premono sulle frontiere europee perché fuggono da guerre di cui sono vittime designate? Nessuno si accorge che il male è lo stesso? Nessuno si accorge che ha soltanto cambiato nome, che ieri si chiamava nazi-fascismo e oggi si chiama capitalismo selvaggio? Due facce diverse di un male endemico: il primo si era diffuso in un’Europa malata di nazionalismo, il secondo è cresciuto a dismisura in un’Europa già malata di colonialismo. E’ risaputo che la situazione del Medio Oriente è al centro di una ridefinizione delle aree di influenza da parte dei paesi colonizzatori (Israele, Stati Uniti, Europa, Turchia, Russia) che stanno facendo a brandelli quel territorio decisi ad accaparrarsene il più possibile. L’Isis è l’ultimo arrivato e pretende di avere la sua parte. Il punto è che vuole troppo. Quindi va combattuto. Ma non troppo, cioè non fino al punto di impedirgli di far cadere il presidente siriano. Da questo punto di vista gli attentati di Parigi sono stati un ottimo spot pubblicitario a sostegno della campagna militare che la Francia stava già portando avanti contro Assad.

Associazione a delinquere
Dobbiamo cominciare a dire che ogni giornata della Memoria a cui non corrisponde un esercizio metodico di conoscenza circostanziata delle forme odierne di violazione della dignità umana ad opera degli stati e di chiunque altro, è inevitabilmente complice di quei poteri il cui terrore ha spinto l’Europa di ieri a tacere. Nazionalismo ieri, neo-colonialismo e capitalismo selvaggio oggi. Entrambi stanno facendo milioni di vittime. Alle migliaia che muoiono di stenti in viaggio, vanno aggiunte infatti le decine di migliaia che vengono dilaniate dalle bombe intelligenti delle coalizioni che di volta in volta nascono attorno ai soliti capofila (USA, Francia, Inghilterra), a volte perfino con la benedizione dell’ONU. Tra queste coalizioni ce n’è una permanente, si chiama NATO, un’organizzazione intergovernativa finalizzata a proteggere militarmente gli interessi dei suoi membri anche a scapito di tutti gli altri. E pazienza se per raggiungere lo scopo le diverse coalizioni abbiano messo a ferro e fuoco Stati interi (Iraq, Libano, Siria), abbattuto governi legittimi democraticamente eletti (Iran 1954), premiato Stati occupanti e punito la resistenza delle popolazioni occupate (Israele-Palestina), razziato interi continenti, (Africa), affamato un quarto dell’umanità. Questa cosa non si chiama “coalizione”, si chiama “associazione a delinquere”.

Nel nostro nome

L’opinione pubblica occidentale continua a pensare se stessa come la migliore compagine umana mai apparsa sotto il sole. E’ vero che l’Europa è stata grembo di civiltà. Questo non significa che quella di oggi sia degna di quella di ieri. In un passato remoto l’Europa ha saputo apparire al mondo come la patria della democrazia, la stella polare del progresso, la madre dei diritti dell’uomo, la culla della civiltà. Ma di quell’Europa (se mai è esistita) non è rimasto nulla. Le nostre società civili (cioè noi, la gente), insieme alle classi dirigenti, ai politici, agli intellettuali, agli industriali, ai professionisti della comunicazione non si sono sollevati con sufficiente energia di fronte all’affondamento dei primi barconi…hanno permesso che la cosa si ripetesse e continuano a permetterlo. Nel solo 2015 abbiamo lasciato annegare in mare 700 bambini che erano in fuga da condizioni allucinanti strettamente connesse alla destabilizzazione dell’area mediorientale e nord-africana. Destabilizzazione di cui proprio le politiche occidentali hanno una responsabilità fondamentale. Basterebbe soffermarsi sulla cronaca degli ultimi 25 anni per rendersi conto di come le politiche occidentali abbiano soffocato ogni dissenso democratico interno al mondo mediorientale e africano quando si trattava di sostenere i dittatori alleati e come abbiano finanziato l’estremismo per dividere la società araba quando gli stessi dittatori risultavano scomodi agli interessi di Borsa. Come abbiamo potuto permettere ai nostri rappresentanti di commettere questi scempi nel nostro nome? Come possiamo pensare che le nuove generazioni del mondo palestinese, arabo, afgano e nordafricano, cresciute con i fischi dei missili negli orecchi e costretti a nascondersi come topi per non morire non nutrano risentimento verso l’Occidente che finanzia la corruzione dei loro paesi, spalleggia il proliferare dei gruppi terroristici spontanei e giustifica senza vergogna le azioni terroristiche sistematiche e decennali compiute da Stati quali Israele e Arabia saudita?
E’ vero che nelle nostre città si aprono mostre, si tengono concerti, si fa teatro, si stampano libri e si scrivono poesie. Ma se non proviamo un po’ di empatia per gli incolpevoli che picchiano alle nostre frontiere, se ci commuoviamo per i morti di Parigi ma non ci accorgiamo che Israele uccide i palestinesi come fossero insetti, se non diciamo “basta” al vezzo militare di chiamare effetti collaterali i morti accidentali (?) delle nostre bombe…allora “la bellezza non ci salverà”.

Prendere coscienza

Noi occidentali viviamo in quella parte di mondo che gode di privilegi dai quali la maggioranza dell’umanità è esclusa. Non è una colpa essere nati dalla parte ricca del mondo, lo diventa però goderne senza chiedersi da dove arrivi quella ricchezza, perché sia così sproporzionata, perché in taluni luoghi si accumuli e in altri scarseggi. Diventa un colpa abituarsi ad essa sapendo che il suo prezzo è la riduzione in schiavitù di una parte dell’umanità. Diventa una colpa anche descriverla come l’esito di un sistema socio culturale e organizzativo più avanzato (i nostri valori) trascurando l’enorme vantaggio accumulato in secoli di colonialismo e sfruttamento. Diventa una colpa sorvolare sul fatto che questo sistema non cambia perché blindato da sistemi politico-giuridici internazionali creati appositamente da coloro che ne traggono vantaggio. Diventa una colpa l’ingenuità protratta nel credere che quella in corso sia una guerra globale dettata da ragioni di sicurezza. Sicurezza si, ma non della gente, non dei diritti umani, non delle legittime aspirazioni dei popoli ma dei privilegiati e dei privilegi, con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo. Con il pretesto della lotta al terrorismo le potenze mondiali e regionali stanno conducendo la più grande e trasversale operazione militare e politica dai tempi del primo dopoguerra per assicurarsi il controllo di maggior territorio possibile. In questo gioco mortale su vasta scala assumono rilevanza strategica i gruppi terroristici che vengono combattuti o finanziati nella misura in cui possono essere utili agli interessi delle contrapposte coalizioni internazionali o regionali. La guerra in corso peraltro considera i terroristi e i resistenti un irrilevante distinguo lessicale: ciò che conta è che entrambi minacciano lo status quo. Così mentre gli elefanti combattono, sul terreno restano stritolate comunità, famiglie, villaggi. Guerra contro la gente, guerra contro l’umanità: è questo il nome che dobbiamo dare alla guerra in corso. Non è detto che prima o poi toccherà a noi. Il futuro non lo prevede nessuno. Ma la colpa delle nostre società civili diventa palese nell’assordante contrasto tra l’enorme movimento di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra e l’assenza di ampi e significativi movimenti civili di solidarietà e di condanna delle politiche dei nostri governi. Le strade dei poveri pullulano di mani, volti, e voci imploranti. Le nostre sono desolatamente vuote. Così noi legittimiamo le scelte dei nostri governanti e ci rendiamo complici.

don Gianluca
don Andrea
don Alessandro
don Emanuele

 

Pubblicato da il 31/12/15
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thanks to: Bocche Scucite

Israele-Palestina, alla radice del conflitto

  Intervista a Joseph Halevi di Vincenzo Maccarrone *

 

Ormai più di un anno fa, subito dopo l’offensiva israeliana su Gaza, abbiamo realizzato un’intervista a Joseph Halevi (docente presso la University of Sydney). L’intervista è rimasta inedita fino ad oggi, ma è ancora molto attuale. Abbiamo deciso quindi di pubblicarla oggi (15 Maggio) in occasione dell’anniversario della Nakba.

*** *** ***

Vincenzo Maccarrone: il recente conflitto di Gaza è stato l’ennesimo episodio nel lungo conflitto fra Israele e il popolo palestinese. Se volessimo risalire alle radici di questa violenza, dove dovremmo scavare?

Joseph Halevi: come dinamica iniziale dovremmo partire già dall’inizio dell’insediamento colonizzatore, non tanto quando arrivarono i primi ebrei a fine ‘800 – in quel caso si trattava di attività private, auto-finanziate – ma da quando iniziò, se vogliamo dare una data, la fondazione della città di Tel Aviv nel 1909. Tel Aviv sorge sulle rovine di sei villaggi arabi. Cosa era successo? Coloro che sostenevano la colonizzazione, in questo caso già colonizzazione sionista, compravano le terre presso proprietari terrieri arabi, che erano in gran parte feudatari assenteisti (la maggior parte stava a Beirut) e poi, con il fido di proprietà, sfrattavano i contadini che lavoravano su quelle terre. E questo è un atto di violenza: usavano il titolo di proprietà come titolo di sfratto, rompendo sostanzialmente quelle leggi consuetudinarie- quasi nulla era codificato, essendo quello ottomano un sistema semi-feudale- per cui i fellahin (contadini) arabi vivevano lì. È simile al processo delle enclosures inglesi.
All’inizio non c’erano grandi reazioni a questi sfratti, al massimo avvenivano dei tafferugli. Successivamente ci furono anche scontri più gravi, nel senso che ad esempio a Hebron ci furono esecrabili uccisioni di ebrei.
È da notare che il processo venne sostenuto dall’autorità britannica- quando la Palestina diventò parte del mandato britannico.

Negli anni ’30 avvennero fatti ancora più gravi. Nel 1936 cominciò in Siria una grande rivolta anti-francese, che portò alla sua indipendenza nel 1940 e alla separazione del Libano dalla Siria (per via del fatto che in Libano c’era allora una maggioranza cristiana). Questo movimento nazionalista e anticoloniale si propagò in Palestina, dove ci furono 3 anni di rivolta forte, gli inglesi in risposta bombardarono quella che chiamiamo West Bank.
La debolezza dei palestinesi nei confronti degli inglesi permise ai sionisti, che appoggiavano gli inglesi in maniera non violenta, di conquistare posizioni di potere.

VM: Ma quindi già negli anni ’30 c’erano delle persone che si autodefinivano ‘palestinesi’?

JH: secondo Edward Said nel suo libro “The Question of Palestine” si può parlare di palestinesi addirittura all’inizio del ‘900. Io su questo ho i miei dubbi, c’è però il grande storico israeliano Yehoshua Porath, che nel suo “The emergence of the Palestinian-Arab national movement, 1918-1929” scrisse sul movimento di liberazione nazionale palestinese, e lo data dagli anni ’20 in poi. È un libro molto importante, fondamentale.

VM: questo è importante soprattutto per quello che succede dopo, poter dire che c’era già una popolazione palestinese.

JH: non so se si possa parlare di “popolazione” palestinese, certamente la popolazione aveva già capito dalla metà degli anni ’20 in poi che c’era un processo di espulsione in atto. Lo capirono subito e reagirono con jacquerie – perché il problema palestinese era che la dirigenza politica prima non era unificata, e quando c’era dipendeva da elementi feudali arabi, di stanza o a Beirut o in Egitto, o da elementi religiosi, dal muftì, che era l’espressione massima della feudalità politica della zona.
Quindi difficile dire che ci fosse nella popolazione una consapevolezza nazionale, ma certamente c’era politicamente un movimento anticoloniale.

Nel trentesimo anniversario della grande rivolta palestinese del ’36- che poi era quella siriana che si era estesa sulla Palestina, il giornale Haaretz fece un numero speciale per commemorare questo anniversario, perché definirono quella rivolta come l’elemento fondatore dello stato di Israele. Per Haaretz, la possibilità di fondare uno stato di Israele emerse quella volta, con lo scontro fra Inglesi e Palestinesi, la sconfitta, il vuoto politico e l’indebolimento dei palestinesi.

Il risultato strategico del fallimento della rivolta palestinese nel ’36 fu duplice. Primo: la componente ebraica, che allora era una sorta di stato nello stato, si impossessò del porto di Haifa.
In quel porto- costruito mi sembra agli inizi degli anni ’30 per ricevere dagli inglesi il petrolio dalla Siria e dall’Iraq – ci fu uno sciopero generale che durò per mesi.
Gli operai erano quasi tutti palestinesi o comunque arabi. Gli inglesi non sapevano come gestire questa situazione, perché bloccava questo snodo fondamentale. La dirigenza sionista della parte ebraica propose una soluzione: voi licenziate, noi organizziamo l’emigrazione da Salonicco- città con una grossa percentuale di classe operaia ebraica (mentre ce n’era poca in Palestina, dove era difficile trovare operai ebrei che non fossero nel tessile, polacchi di origine). Organizzarono così l’emigrazione di portuali ebrei, per rimpiazzare i lavoratori arabi che quindi gli inglesi poterono licenziare, e il porto passò sotto il controllo delle autorità ebraiche.
Secondo: gli inglesi dopo la rivolta capirono che il problema si sarebbe allargato: costituirono la “Commissione Peel” che si riunì nel ’37, proponendo un piano di spartizione del territorio palestinese per la costituzione due stati.

Quindi per me la violenza comincia ben prima della Nakba, che peraltro comincia nel 1947 e non ’48. Comincia nel ’47 dopo la risoluzione ONU che prevede la costituzione dei due stati: sin da subito comincia una battaglia per il controllo delle strade, ed in queste fase iniziano le espulsioni dei palestinesi, già nel Novembre-Dicembre del ’47.

VM: queste espulsioni sono state riconosciute anche da storici israeliani?

JH: ci sono degli storici, i cosiddetti “nuovi storici”, che rompono con la versione ufficiale, che è ambigua, in quanto presenta l’espulsione in parte come esodo volontario dei palestinesi basato sull’ipotesi che gli eserciti arabi avrebbero vinto e che quindi comunque essi sarebbero potuti rientrare successivamente sulle loro terre. A questa versione ora non crede più nessuno, ma fino all’inizio degli anni ’70 in tanti raccontavano questa versione, ricordo che anche mio padre me la diceva. Per sostanziare questa tesi si raccontava anche che le radio arabe incitassero gli abitanti arabi a lasciare le loro case, in cui sarebbero tornati vincitori. Quest’ultimo aspetto è falso, uno storico americano, Howard Zachar, che peraltro ha scritto un libro di testo pro-israeliano ( “A History of Israel), ma come personaggio è onesto, non ha trovato alcuna prova di appelli a lasciare la Palestina.
C’è anche un’altra tesi, cioè che le espulsioni fossero fatti di battaglia: nella guerra – causata dall’invasione delle armate arabe -la gente aveva lasciato i posti dove vi erano conflitti. Ma anche questo è inesatto, perché molte di queste cose sono successe dove non c’era fronte, dove non c’erano eserciti arabi. Gran parte degli eserciti arabi avanzano solo dove non trovavano resistenza, pochissimi sono entrati nel territorio assegnato ad Israele dall’Onu, entravano nei territori palestinesi. La Siria fu l’unica a riuscire ad occupare una parte del territorio assegnato ad Israele, nel Nord.

Nessuno oggi nega la Nakba, al massimo quelli che non vogliono prendesi la responsabilità storica ti dicono che è il risultato del conflitto, della guerra.
VM: quanto è importante la componente “religiosa” di Israele nel determinarne le scelte politiche?

JH: È una domanda interessante, ma complicata. Ci sono vari livelli.
Il movimento sionista storicamente è un movimento prevalentemente non religioso, addirittura prevalentemente ateo, anche nella componente nazionalista.
I sionisti avevano una componente socialista e una laica di destra, nazionalista.
C’è però un libro di Zeev Sternhell – “Nationalism, Socialism, and the Making of the Jewish State”- tradotto anche in italiano[1]. È uno storico che si è specializzato sulla destra europea. Ha scritto un bel libro su quello che lui chiama il “socialismo nazionale” israeliano.
Lui mostra molto bene che è vero che i sionisti erano a-religiosi, però per poter dare una visione compiuta di ciò che è il popolo ebraico – perché nessuno sapeva esattamente cos’era il popolo ebraico – e alla sua unità nazionale, essi hanno dovuto ricorrere a elementi religiosi, come elementi di identificazione. La religione quindi nel senso della tradizione, della storia.

VM: mi viene in mente Gramsci con la sua teorizzazione dell’egemonia e del senso comune (in cui include anche la religione). Chi controlla il senso comune diviene egemonico

JH: esatto, hanno fatto questa operazione.
Sternhell mostra molto bene questo fatto: quando si è formato lo stato di Israele, i sionisti introdussero elementi fondamentalisti: i matrimoni misti erano difficili, i matrimoni civili erano difficili, addirittura molta gente andava – penso vada ancora- a Cipro per sposarsi. Difficoltà gigantesche soprattutto nel campo matrimoniale, un aspetto molto importante.
Benché Ben Gurion, del partito social democratico israeliano, ottenesse maggioranze bulgare, ha sempre incluso nelle maggioranze di governo il partito religioso, come elemento di garanzia: un partito religioso che riconoscesse la validità dello stato di Israele. Bisogna infatti tenere conto del fatto che i religiosi ultraortodossi non erano favorevoli allo stato di Israele.

VM: Perché?

JH: perché il concetto di Israele è un concetto puramente metafisico, spirituale. Quindi i religiosi veri non lo guardavano con interesse. C’era però un partito sionista religioso, si chiamava Partito Religioso Nazionale, che appunto Ben Gurion incluse sempre nelle sue coalizioni, e a cui fece delle concessioni. Il partito gestiva tutta la struttura delle religioni esistenti in Israele, quindi i rapporti con i musulmani e i cristiani. Era un partito molto clientelare, tant’è che riceveva molti voti anche da arabi. Questa è la fase “laica” di Israele, dove però c’erano elementi come quelli che ho richiamato sopra.
Quando andò la Destra al potere, dopo la guerra del ’67, si svilupparono nazionalismo e misticismo. Misticismo perché nella zona della Cisgiordania c’è Gerusalemme orientale, dove ci sarebbero le fondamenta del Tempio, che però nessuno ha trovato. C’è il Muro del Pianto, ecc. Quindi c’è questo misticismo nazionale e nazionalistico. Ci sono anche le tombe delle madri di Israele.
Incominciò allora l’integrazione di una religiosità fanatica dentro l’idea di espansione coloniale. Cominciò ancora con i laburisti, con Golda Meir, ma soltanto fino ad un certo punto. Con la Destra (Begin, ecc) questa integrazione divenne più ampia.
La destra israeliana non viene da una destra liberale, ma da una destra fascista. Il loro modello di riferimento era il partito fascista italiano. Questa destra, a sua volta non religiosa, diede comunque avvio a queste cose, integrando l’elemento religioso nel loro nazionalismo. Diedero spazio a elementi religiosi nell’esercito. L’esercito israeliano era essenzialmente intellettuale e tecnocratico, ma da quando la destra domina la scena politica è diventato un ricettacolo di elementi fondamentalisti e religiosi. Allo stesso tempo esentano i religiosi che fanno parte delle scuole religiose dal servizio militare e dalla tasse.

VM: questo crea problemi ad Israele perché gli appartenenti alle componenti religiose ultraconservatrici (i c.d. Haredim) a livello demografico crescono molto, e questo potrebbe essere un problema dato che “sbilancia” la società con una quota sempre crescente di persone che non lavorano e non fanno il servizio militare.

JH: sì questo è un problema serio. In realtà, se non ci fosse l’elemento di conflitto coi Palestinesi, che diventa un elemento ideologicamente esistenziale, Israele sarebbe dilaniata completamente. Basti pensare che oggi c’è un solo partito nazionale, cioè che si riferisca a tutta la popolazione israeliana, ossia il Fronte Democratico della Pace, del Partito Comunista. Gli altri sono tutti settari, nel senso etimologico del termine: se sono laburisti, o come il Likud, il loro riferimento è la popolazione ebraica, non perché sia maggioritaria ma perché loro sono per il rafforzamento dello stato ebraico; poi c’è il partito che riceve prevalentemente voti dai russi, o dalla componente religiosa.
Questo accade anche nella componente arabo-palestinese, e questo è un elemento che sta indebolendo il fronte del partito comunista, che aveva percentuali altissime fra la componente arabo-palestinese. Nella stessa popolazione arabo-palestinese di Israele si stanno sviluppando infatti forze locali, non nazionali.

VM: la grande dicotomia per la soluzione al conflitto israelo-palestinese è sempre quella: due popoli in due stati o due popoli in uno stato. Secondo te, se si volesse provare a risolvere la questione, qual è la soluzione più praticabile?

JH: io direi che ci sono due questioni. La prima è che la soluzione dei due stati mi sembra difficile, perché Israele ha già integrato tutto.
In realtà in Israele ci sono 3 livelli: il livello ebraico, una popolazione con pieni diritti, un livello intermedio, quello dei palestinesi con cittadinanza israeliana, che a livello teorico hanno pieni diritti ma sono in qualche modo discriminati. E il terzo livello in cui ci sono i palestinesi, che non fanno parte dello stato di Israele ma sono stati occupati di Israele, che non hanno alcun diritto. Israele ha integrato tutto questo, questa è la base materiale, bisogna capirla. Se uno prende il West Bank, la Cisgiordania è divisa in una miriade di spicchi per via degli insediamenti.

VM: i “Bantustan” di cui parlava Edward Said

JH: sì, ci sono strade dove i Palestinesi non possono andare, le strade che collegano gli insediamenti, in cui tra l’altro i palestinesi israeliani non possono andare a vivere perché sono gestiti dall’agenzia ebraica che per statuto opera solo per gli ebrei.
Quindi, da questa situazione uno stato non può emergere, non c’è la base materiale.

Questa è la situazione reale. Però, se uno comincia a dire “facciamo uno stato solo”, significa non abolire l’occupazione. Non si può parlare di fare uno solo stato democratico per tutti se prima non cessa l’occupazione e l’esercito non si ritira da tutta la West Bank, compresa la Valle del Giordano da cui non vogliono ritirarsi, e devono smantellare gran parte degli insediamenti.
Nel momento in cui questo accade significa che è l’autorità palestinese a doversi prendere la responsabilità di quella zona, quindi devi per forza passare nella dialettica dei due stati.
Questa è la contraddizione fondamentale del processo.
Comunque Israele non ha nessuna intenzione di risolvere la faccenda, perché per Israele questo non è un grosso problema. È un problema a livello internazionale ma non per Israele. Sono pronti a perpetrare questa situazione, lo dimostra il fatto che recentemente vi siano stati altri insediamenti.
Ha ragione Noam Chomsky a dire che il cambiamento può avvenire solo se lo decidono gli Stati Uniti.
Se gli Usa mettono fine al finanziamento degli armamenti che permettono ad Israele di mantenere un esercito enorme, allora Israele dovrebbe cambiare rotta.

[1] Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni, Milano, Baldini&Castoldi, 1999.

* Noi Restiamo, Torino


Thanks to: Contropiano.org

Forumpalestina

I Rabbi di Neturei Karta nel 67° anniversario della Nakba

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Foto-notizia: Rabbi Yisroel Dovid Weiss (con la chiave) e i suoi colleghi di Neturei Karta Canada alla manifestazione per il Giorno della Nakba a Ottawa, il 15 maggio 2015.

11096537_880346402037629_3233101233007599552_nI Rabbi e il sostegno al diritto al Ritorno dei Palestinesi in Palestina.

The Palestinian Nakba

Quick Facts: The Palestinian Nakba
PHOTO: Haganah fighters expel Palestinians from Haifa. May 12, 1948. (AFP/Getty Images)

For further reference, see our previously released fact sheets, The Nakba: 65 Years of Dispossession and Apartheid, and The 65th Anniversary of the Adoption of Plan Dalet.

General Facts & Figures

  • The Palestinian “Nakba” (“catastrophe” in Arabic) refers to the mass expulsion of Palestinian Arabs from British Mandate Palestine during Israel’s creation (1947-49).
  • The Nakba was not an unintended result of war. It was a deliberate and systematic act necessary for the creation of a Jewish majority state in historic Palestine, which was overwhelmingly Arab prior to 1948. Internally, Zionist Jewish leaders used the euphemism “ transfer” when discussing plans for what today would be called ethnic cleansing.
  • The Nakba’s roots lay in the emergence of political Zionism in 19th century Europe, when some Jews, influenced by the nationalism then sweeping the continent, concluded that the remedy to centuries of anti-Semitic persecution in Europe and Russia was the creation of a nation state for Jews in Palestine and began emigrating as colonists to the Holy Land, displacing indigenous Palestinians in the process.
  • In November 1947, following the horrors of World War II and the Nazi genocide of European Jewry, the newly-created United Nations approved a plan to partition Mandate Palestine into Jewish and Arab states. It allocated approximately 55% of the land to the proposed Jewish state, although Zionist Jews owned only about 7% of the private land in Palestine and made up only about 33% of the population, a large percentage of whom were recent immigrants from Europe. The Palestinian Arab state was to be created on 42% of Mandate Palestine, with Jerusalem becoming an international city. (See here for map of the partition plan and subsequent 1949 armistice lines.)
  • Almost immediately after the partition plan was passed, violence broke out and large-scale expulsions of Palestinians began, long before the armies of neighboring Arab states became involved. When Zionist forces finished expanding, the new state of Israel comprised 78% of historic Palestine, with the remainder, the West Bank, including East Jerusalem, and Gaza, falling under the control of Jordan and Egypt, respectively. In the 1967 War, Israel occupied the remaining 22% and began colonizing them shortly thereafter.
  • The Nakba did not end in 1948 and continues until today, in the form of Israel’s ongoing theft of Palestinian land for settlements and for Jewish communities inside Israel, its destruction of Palestinian homes and agricultural land, revocation of residency rights , deportations, periodic brutal military assaults that result in mass civilian casualties such as the one that took place in Gaza in the summer of 2014, and the denial of the internationally-recognized legal right of return of millions of stateless Palestinian refugees.

The Nakba by the Numbers

  • Between 750,000 and one million : The number of Palestinians expelled and made refugees by Zionist paramilitaries, and subsequently Israeli forces, during Israel’s creation in 1947-49.
  • Between 250,000 and 350,000 : The number of Palestinians expelled from their homes by Zionist paramilitaries between the passage of the UN partition plan in November 1947 and Israel’s declaration of independence on May15, 1948 – prior to the start of the war with neighboring Arab states.
  • Approximately 7.1 million : The number of Palestinian refugees and displaced persons as of 2009, including Nakba survivors and their descendants. They are located mostly in the occupied West Bank and neighboring Arab countries such as Lebanon, Jordan, and Syria, denied their internationally-recognized legal right to return to their homeland by Israel, simply because they are not Jewish.
  • Approximately 150,000 : The number of Palestinians who remained inside what became Israel’s borders in 1948, many of them internally displaced. These Palestinians (sometimes called “Israeli Arabs”) were granted Israeli citizenship but stripped of most of their land and placed under martial law until 1966. Today, there are approximately 1.6 million Palestinian citizens of Israel, who live as second-class citizens in their own homeland, subject to more than 50 laws that discriminate against them because they are not Jewish.
  • At least two dozen : The number of massacres of Palestinian civilians by Zionist and Israeli forces, which played a crucial role in spurring the mass flight of Palestinians from their homes.
  • Approximately 100 : The number of Palestinian civilians, including women and children, massacred in the town of Deir Yassin on April 9, 1948, by members of the Irgun and Stern Gang, pre-state Zionist terrorist organizations led by future Israeli prime ministers Menachem Begin and Yitzhak Shamir, respectively.
  • More than 400 : The number of Palestinian cities and towns systematically destroyed by Israeli forces or repopulated with Jews between 1948 and 1950. Most Palestinian population centers, including homes, businesses, houses of worship, and vibrant urban centers, were demolished to prevent the return of their Palestinian owners, now refugees outside of Israel’s pre-1967 borders, or internally displaced inside of them. (See here for interactive map of Palestinian population centers destroyed during Israel’s creation.)
  • Approximately 4,244,776 : The number of acres of Palestinian land expropriated by Israel during and immediately following its creation in 1948.
  • Between 100 and 200 billion : The total estimated monetary loss of Palestinians dispossessed during Israel’s creation, in current US dollars.

Iniziative del FP in commemorazione della #Nakba 2014

 

NESSUNA PACE SENZA GIUSTIZIA, NESSUNA GIUSTIZIA SENZA RITORNO

commemorazione 2014 della Nakba verranno organizzate le seguenti iniziative:

Salerno
15/05
Padova
15/05
Firenze
15/05
Parma
15/05

Milano
17/05

Torino
15/05
Monza
11/0515/05

www.frontepalestina.itfrontepalestina@autistici.org

La scoperta della Nakba in Israele. Incontro con Lia Tarachansky

On the side of the road non è solo la storia delle persone che hanno combattuto per negare la Palestina. E’ anche la storia di chi lotta per rivelare tutto questo. Incontro con Lia Tarachansky, regista del film.

“Ho capito quello che è successo. L’ho studiato, ho incontrato gli storici più influenti. Ho scoperto la verità e l’ho accettata. Ma non smetterò mai di chiedermi come hanno fatto a nasconderci tutto.”

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Napoli, 30 giugno: presentazione del libro “NAKBA, LETTERATURA DELLA CATASTROFE”

DOMENICA 30 GIUGNO ,ORE 19.30

CAFFE’ ARABO, PIAZZA BELLINI, NAPOLI

Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese prende in esame una selezione di opere letterarie palestinesi connesse al ricordo traumatico dell’espulsione di massa del 1948, indagandone in una prospettiva interdisciplinare le diverse modalità di configurazione e rappresentazione.
La poesia riporta in vita tracce e luoghi cancellati dalla storia e dalle mappe geografiche. Interrogando il senso di “dislocazione” derivato da quella frattura, esprime l’ineludibile tensione tra memoria e oblio, presenza e assenza.
Le opere in prosa di Kanafani, Natur, Habibi e Darwish vengono esplorate come potenziali serbatoi di contro-memorie della catastrofe del 1948. La memoria è agency volta a ristabilire un legame positivo con il proprio passato a rischio di oblio, è un atto di resistenza alle atrocità del presente.

PRESENTAZIONE DEL VOLUME DI SIMONE SIBILIO, EDIZIONI Q, ROMA 2013.

Dialogano con l’autore SIMONE SIBILIO
WASIM DAHMASH; Università di Cagliari
GENNARO GERVASIO, British University of Cairo

Letture di UOMINI SOTTO IL SOLE di Ghassan Kanafani a cura di OMAR SULEIMAN e LUISA GUARRO

 

The last of the Semites

14 May 2013

It is Israel’s claims that it represents and speaks for all Jews that are the most anti­Semitic claims of all.

Jewish opponents of Zionism understood the movement since its early age as one that shared the precepts of anti­Semitism in its diagnosis of what gentile Europeans called the “Jewish Question”. What galled anti­Zionist Jews the most, however, was that Zionism also shared the “solution” to the Jewish Question that anti­Semites had always advocated, namely the expulsion of Jews from Europe.

It was the Protestant Reformation with its revival of the Hebrew Bible that would link the modern Jews of Europe to the ancient Hebrews of Palestine, a link that the philologists of the 18th century would solidify through their discovery of the family of “Semitic” languages, including Hebrew and Arabic. Whereas Millenarian Protestants insisted that contemporary Jews, as descendants of the ancient Hebrews, must leave Europe to Palestine to expedite the second coming of Christ, philological discoveries led to the labelling of contemporary Jews as “Semites”. The leap that the biological sciences of race and heredity would make in the 19th century of considering contemporary European Jews racial descendants of the ancient Hebrews would, as a result, not be a giant one.

Basing themselves on the connections made by anti­Jewish Protestant Millenarians, secular European figures saw the political potential of “restoring” Jews to Palestine abounded in the 19th century. Less interested in expediting the second coming of Christ as were the Millenarians, these secular politicians, from Napoleon Bonaparte to British foreign secretary Lord Palmerston (1785­1865) to Ernest Laharanne, the private secretary of Napoleon III in the 1860s, sought to expel the Jews of Europe to Palestine in order to set them up as agents of European imperialism in Asia. Their call would be espoused by many “anti­Semites”, a new label chosen by European anti­Jewish racists after its invention in 1879 by a minor Viennese journalist by the name of Wilhelm Marr, who issued a political programme titled The Victory of Judaism over Germanism. Marr was careful to decouple anti­Semitism from the history of Christian hatred of Jews on the basis of religion, emphasising, in line with Semitic philology and racial theories of the 19th century, that the distinction to be made between Jews and Aryans was strictly racial.

Assimilating Jews into European culture

Scientific anti­Semitism insisted that the Jews were different from Christian Europeans. Indeed that the Jews were not European at all and that their very presence in Europe is what causes anti­Semitism. The reason why Jews caused so many problems for European Christians had to do with their alleged rootlessness, that they lacked a country, and hence country­based loyalty. In the Romantic age of European nationalisms, anti­Semites argued that Jews did not fit in the new national configurations, and disrupted national and racial purity essential to most European nationalisms. This is why if the Jews remained in Europe, the anti­Semites argued, they could only cause hostility among Christian Europeans. The only solution was for the Jews to exit from Europe and have their own country. Needless to say, religious and secular Jews opposed this horrific anti­Semitic line of thinking. Orthodox and Reform Jews, Socialist and Communist Jews, cosmopolitan and Yiddishkeit cultural Jews, all agreed that this was a dangerous ideology of hostility that sought the expulsion of Jews from their European homelands.

The Jewish Haskalah, or Enlightenment, which emerged also in the 19th century, sought to assimilate Jews into European secular gentile culture and have them shed their Jewish culture. It was the Haskalah that sought to break the hegemony of Orthodox Jewish rabbis on the “Ostjuden” of the East European shtetl and to shed what it perceived as a “medieval” Jewish culture in favour of the modern secular culture of European Christians. Reform Judaism, as a Christian­ and Protestant­like variant of Judaism, would emerge from the bosom of the Haskalah. This assimilationist programme, however, sought to integrate Jews in European modernity, not to expel them outside Europe’s geography.

When Zionism started a decade and a half after Marr’s anti­Semitic programme was published, it would espouse all these anti­Jewish ideas, including scientific anti­Semitism as valid. For Zionism, Jews were “Semites”, who were descendants of the ancient Hebrews. In his foundational pamphlet Der Judenstaat, Herzl explained that it was Jews, not their Christian enemies, who “cause” anti­Semitism and that “where it does not exist, [anti­Semitism] is carried by Jews in the course of their migrations”, indeed that “the unfortunate Jews are now carrying the seeds of anti­Semitism into England; they have already introduced it into America”; that Jews were a “nation” that should leave Europe to restore their “nationhood” in Palestine or Argentina; that Jews must emulate European Christians culturally and abandon their living languages and traditions in favour of modern European languages or a restored ancient national language. Herzl preferred that all Jews adopt German, while the East European Zionists wanted Hebrew. Zionists after Herzl even agreed and affirmed that Jews were separate racially from Aryans. As for Yiddish, the living language of most European Jews, all Zionists agreed that it should be abandoned.

The majority of Jews continued to resist Zionism and understood its precepts as those of anti­ Semitism and as a continuation of the Haskalah quest to shed Jewish culture and assimilate Jews into European secular gentile culture, except that Zionism sought the latter not inside Europe but at a geographical remove following the expulsion of Jews from Europe. The Bund, or the General Jewish Labor Union in Lithuania, Poland, and Russia, which was founded in Vilna in early October 1897, a few weeks after the convening of the first Zionist Congress in Basel in late August 1897, would become Zionism’s fiercest enemy. The Bund joined the existing anti­Zionist Jewish coalition of Orthodox and Reform rabbis who had combined forces a few months earlier to prevent Herzl from convening the first Zionist Congress in Munich, which forced him to move it to Basel. Jewish anti­Zionism across Europe and in the United States had the support of the majority of Jews who continued to view Zionism as an anti­Jewish movement well into the 1940s.

Anti­Semitic chain of pro­Zionist enthusiasts

Realising that its plan for the future of European Jews was in line with those of anti­Semites, Herzl strategised early on an alliance with the latter. He declared in Der Judenstaat that: “The Governments of all countries scourged by anti­Semitism will be keenly interested in assisting us to obtain [the] sovereignty we want.”

He added that “not only poor Jews” would contribute to an immigration fund for European Jews, “but also Christians who wanted to get rid of them”. Herzl unapologetically confided in his Diaries that: “The anti­Semites will become our most dependable friends, the anti­Semitic countries our allies.”

Thus when Herzl began to meet in 1903 with infamous anti­Semites like the Russian minister of the interior Vyacheslav von Plehve, who oversaw anti­Jewish pogroms in Russia, it was an alliance that he sought by design. That it would be the anti­Semitic Lord Balfour, who as Prime Minister of Britain in 1905 oversaw his government’s Aliens Act, which prevented East European Jews fleeing Russian pogroms from entering Britain in order, as he put it, to save the country from the “undoubted evils” of “an immigration which was largely Jewish”, was hardy coincidental. Balfour’s infamous Declaration of 1917 to create in Palestine a “national home” for the “Jewish people”, was designed, among other things, to curb Jewish support for the Russian Revolution and to stem the tide of further unwanted Jewish immigrants into Britain.

The Nazis would not be an exception in this anti­Semitic chain of pro­Zionist enthusiasts. Indeed, the Zionists would strike a deal with the Nazis very early in their history. It was in 1933 that the infamous Transfer (Ha’avara) Agreement was signed between the Zionists and the Nazi government to facilitate the transfer of German Jews and their property to Palestine and which broke the international Jewish boycott of Nazi Germany started by American Jews. It was in this spirit that Nazi envoys were dispatched to Palestine to report on the successes of Jewish colonisation of the country. Adolf Eichmann returned from his 1937 trip to Palestine full of fantastic stories about the achievements of the racially­separatist Ashkenazi Kibbutz, one of which he visited on Mount Carmel as a guest of the Zionists.

Despite the overwhelming opposition of most German Jews, it was the Zionist Federation of Germany that was the only Jewish group that supported the Nuremberg Laws of 1935, as they agreed with the Nazis that Jews and Aryans were separate and separable races. This was not a tactical support but one based on ideological similitude. The Nazis’ Final Solution initially meant the expulsion of Germany’s Jews to Madagascar. It is this shared goal of expelling Jews from Europe as a separate unassimilable race that created the affinity between Nazis and Zionists all along.

While the majority of Jews continued to resist the anti­Semitic basis of Zionism and its alliances with anti­Semites, the Nazi genocide not only killed 90 percent of European Jews, but in the process also killed the majority of Jewish enemies of Zionism who died precisely because they refused to heed the Zionist call of abandoning their countries and homes.

The anti­Semites will become our most dependable friends, the anti­Semitic countries our allies.

Theodor Herzl , Diaries

After the War, the horror at the Jewish holocaust did not stop European countries from supporting the anti­Semitic programme of Zionism. On the contrary, these countries shared with the Nazis a predilection for Zionism. They only opposed Nazism’s genocidal programme. European countries, along with the United States, refused to take in hundreds of thousands of Jewish survivors of the holocaust. In fact, these countries voted against a UN resolution introduced by the Arab states in 1947 calling on them to take in the Jewish survivors, yet these same countries would be the ones who would support the United Nations Partition Plan of November 1947 to create a Jewish State in Palestine to which these unwanted Jewish refugees could be expelled.

The pro­Zionist policies of the Nazis

The United States and European countries, including Germany, would continue the pro­Zionist policies of the Nazis. Post­War West German governments that presented themselves as opening a new page in their relationship with Jews in reality did no such thing. Since the establishment of the country after WWII, every West German government (and every German government since unification in1990) has continued the pro­Zionist Nazi policies unabated. There was never a break with Nazi pro­Zionism. The only break was with the genocidal and racial hatred of Jews that Nazism consecrated, but not with the desire to see Jews set up in a country in Asia, away from Europe. Indeed, the Germans would explain that much of the money they were sending to Israel was to help offset the costs of resettling European Jewish refugees in the country.

After World War II, a new consensus emerged in the United States and Europe that Jews had to be integrated posthumously into white Europeanness, and that the horror of the Jewish holocaust was essentially a horror at the murder of white Europeans. Since the 1960s, Hollywood films about the holocaust began to depict Jewish victims of Nazism as white Christian­looking, middle class, educated and talented people not unlike contemporary European and American Christians who should and would identify with them. Presumably if the films were to depict the poor religious Jews of Eastern Europe (and most East European Jews who were killed by the Nazis were poor and many were religious), contemporary white Christians would not find commonality with them. Hence, the post­ holocaust European Christian horror at the genocide of European Jews was not based on the horror of slaughtering people in the millions who were different from European Christians, but rather a horror at the murder of millions of people who were the same as European Christians. This explains why in a country like the United States, which had nothing to do with the slaughter of European Jews, there exists upwards of 40 holocaust memorials and a major museum for the murdered Jews of Europe, but not one for the holocaust of Native Americans or African Americans for which the US is responsible.

Aimé Césaire understood this process very well. In his famous speech on colonialism, he affirmed that the retrospective view of European Christians about Nazism is that it is barbarism, but the supreme barbarism, the crowning barbarism that sums up all the daily barbarisms; that it is Nazism, yes, but that before [Europeans] were its victims, they were its accomplices; and they tolerated that Nazism before it was inflicted on them, that they absolved it, shut their eyes to it, legitimised it, because, until then, it had been applied only to non­European peoples; that they have cultivated that Nazism, that they are responsible for it, and that before engulfing the whole of Western, Christian civilisation in its reddened waters, it oozes, seeps, and trickles from every crack.

That for Césaire the Nazi wars and holocaust were European colonialism turned inwards is true enough. But since the rehabilitation of Nazism’s victims as white people, Europe and its American accomplice would continue their Nazi policy of visiting horrors on non­white people around the world, on Korea, on Vietnam and Indochina, on Algeria, on Indonesia, on Central and South America, on Central and Southern Africa, on Palestine, on Iran, and on Iraq and Afghanistan.

The rehabilitation of European Jews after WWII was a crucial part of US Cold War propaganda. As American social scientists and ideologues developed the theory of “totalitarianism”, which posited Soviet Communism and Nazism as essentially the same type of regime, European Jews, as victims of one totalitarian regime, became part of the atrocity exhibition that American and West European propaganda claimed was like the atrocities that the Soviet regime was allegedly committing in the pre­ and post­War periods. That Israel would jump on the bandwagon by accusing the Soviets of anti­ Semitism for their refusal to allow Soviet Jewish citizens to self­expel and leave to Israel was part of the propaganda.

Commitment to white supremacy

It was thus that the European and US commitment to white supremacy was preserved, except that it now included Jews as part of “white” people, and what came to be called “Judeo­Christian” civilisation. European and American policies after World War II, which continued to be inspired and dictated by racism against Native Americans, Africans, Asians, Arabs and Muslims, and continued to support Zionism’s anti­Semitic programme of assimilating Jews into whiteness in a colonial settler state away from Europe, were a direct continuation of anti­Semitic policies prevalent before the War. It was just that much of the anti­Semitic racialist venom would now be directed at Arabs and Muslims (both, those who are immigrants and citizens in Europe and the United States and those who live in Asia and Africa) while the erstwhile anti­Semitic support for Zionism would continue unhindered.

West Germany’s alliance with Zionism and Israel after WWII, of supplying Israel with huge economic aid in the 1950s and of economic and military aid since the early 1960s, including tanks, which it used to kill Palestinians and other Arabs, is a continuation of the alliance that the Nazi government concluded with the Zionists in the 1930s. In the 1960s, West Germany even provided military training to Israeli soldiers and since the 1970s has provided Israel with nuclear­ready German­made submarines with which Israel hopes to kill more Arabs and Muslims. Israel has in recent years armed the most recent German­supplied submarines with nuclear tipped cruise missiles, a fact that is well known to the current German government. Israel’s Defence Minister Ehud Barak told Der Spiegel in 2012 that Germans should be “proud” that they have secured the existence of the state of Israel “for many years”. Berlin financed one­third of the cost of the submarines, around 135 million euros ($168 million) per submarine, and has allowed Israel to defer its payment until 2015. That this makes Germany an accomplice in the dispossession of the Palestinians is of no more concern to current German governments than it was in the 1960s to West German Chancellor Konrad Adenauer who affirmed that “the Federal Republic has neither the right nor the responsibility to take a position on the Palestinian refugees”.

This is to be added to the massive billions that Germany has paid to the Israeli government as compensation for the holocaust, as if Israel and Zionism were the victims of Nazism, when in reality it was anti­Zionist Jews who were killed by the Nazis. The current German government does not care about the fact that even those German Jews who fled the Nazis and ended up in Palestine hated Zionism and its project and were hated in turn by Zionist colonists in Palestine. As German refugees in 1930s and 1940s Palestine refused to learn Hebrew and published half a dozen German newspapers in the country, they were attacked by the Hebrew press, including by Haartez, which called for the closure of their newspapers in 1939 and again in 1941. Zionist colonists attacked a German­owned café in Tel Aviv because its Jewish owners refused to speak Hebrew, and the Tel Aviv municipality threatened in June 1944 some of its German Jewish residents for holding in their home on 21 Allenby street “parties and balls entirely in the German language, including programmes that are foreign to the spirit of our city” and that this would “not be tolerated in Tel Aviv”. German Jews, or Yekkes as they were known in the Yishuv, would even organise a celebration of the Kaiser’s birthday in 1941 (for these and more details about German Jewish refugees in Palestine, read Tom Segev’s book The Seventh Million).

Add to that Germany’s support for Israeli policies against Palestinians at the United Nations, and the picture becomes complete. Even the new holocaust memorial built in Berlin that opened in 2005 maintains Nazi racial apartheid, as this “Memorial to the Murdered Jews of Europe” is only for Jewish victims of the Nazis who must still today be set apart, as Hitler mandated, from the other millions of non­Jews who also fell victim to Nazism. That a subsidiary of the German company Degussa, which collaborated with the Nazis and which produced the Zyklon B gas that was used to kill people in the gas chambers, was contracted to build the memorial was anything but surprising, as it simply confirms that those who killed Jews in Germany in the late 1930s and in the 1940s now regret what they had done because they now understand Jews to be white Europeans who must be commemorated and who should not have been killed in the first place on account of their whiteness. The German policy of abetting the killing of Arabs by Israel, however, is hardly unrelated to this commitment to anti­Semitism, which continues through the predominant contemporary anti­Muslim German racism that targets Muslim immigrants.

Euro­American anti­Jewish tradition

The Jewish holocaust killed off the majority of Jews who fought and struggled against European anti­Semitism, including Zionism. With their death, the only remaining “Semites” who are fighting against Zionism and its anti­Semitism today are the Palestinian people. Whereas Israel insists that European Jews do not belong in Europe and must come to Palestine, the Palestinians have always insisted that the homelands of European Jews were their European countries and not Palestine, and that Zionist colonialism springs from its very anti­Semitism. Whereas Zionism insists that Jews are a race separate from European Christians, the Palestinians insist that European Jews are nothing if not European and have nothing to do with Palestine, its people, or its culture. What Israel and its American and European allies have sought to do in the last six and a half decades is to convince Palestinians that they too must become anti­Semites and believe as the Nazis, Israel, and its Western anti­Semitic allies do, that Jews are a race that is different from European races, that Palestine is their country, and that Israel speaks for all Jews. That the two largest American pro­Israel voting blocks today are Millenarian Protestants and secular imperialists continues the very same Euro­American anti­Jewish tradition that extends back to the Protestant Reformation and 19th century imperialism.  But the Palestinians have remained unconvinced and steadfast in their resistance to anti­Semitism.

European Jews were transformed into the instruments of aggression; they became the elements of settler colonialism intimately allied to racial discrimination…

Yasser Arafat, 1974 UN speech

Israel and its anti­Semitic allies affirm that Israel is “the Jewish people”, that its policies are “Jewish” policies, that its achievements are “Jewish” achievements, that its crimes are “Jewish” crimes, and that therefore anyone who dares to criticise Israel is criticising Jews and must be an anti­Semite. The Palestinian people have mounted a major struggle against this anti­Semitic incitement. They continue to affirm instead that the Israeli government does not speak for all Jews, that it does not represent all Jews, and that its colonial crimes against the Palestinian people are its own crimes and not the crimes of “the Jewish people”, and that therefore it must be criticised, condemned and prosecuted for its ongoing war crimes against the Palestinian people. This is not a new Palestinian position, but one that was adopted since the turn of the 20th century and continued throughout the pre­WWII Palestinian struggle against Zionism. Yasser Arafat’s speech at the United Nations in 1974 stressed all these points vehemently:

Just as colonialism heedlessly used the wretched, the poor, the exploited as mere inert matter with which to build and to carry out settler colonialism, so too were destitute, oppressed European Jews employed on behalf of world imperialism and of the Zionist leadership. European Jews were transformed into the instruments of aggression; they became the elements of settler colonialism intimately allied to racial discrimination…Zionist theology was utilised against our Palestinian people: the purpose was not only the establishment of Western­style settler colonialism but also the severing of Jews from their various homelands and subsequently their estrangement from their nations. Zionism… is united with anti­Semitism in its retrograde tenets and is, when all is said and done, another side of the same base coin. For when what is proposed is that adherents of the Jewish faith, regardless of their national residence, should neither owe allegiance to their national residence nor live on equal footing with its other, non­Jewish citizens ­when that is proposed we hear anti­Semitism being proposed. When it is proposed that the only solution for the Jewish problem is that Jews must alienate themselves from communities or nations of which they have been a historical part, when it is proposed that Jews solve the Jewish problem by immigrating to and forcibly settling the land of another people ­ when this occurs, exactly the same position is being advocated as the one urged by anti­Semites against Jews.

Israel’s claim that its critics must be anti­Semites presupposes that its critics believe its claims that it represents “the Jewish people”. But it is Israel’s claims that it represents and speaks for all Jews that are the most anti­Semitic claims of all.

Today, Israel and the Western powers want to elevate anti­Semitism to an international principle around which they seek to establish full consensus. They insist that for there to be peace in the Middle East, Palestinians, Arabs and Muslims must become, like the West, anti­Semites by espousing Zionism and recognising Israel’s anti­Semitic claims. Except for dictatorial Arab regimes and the Palestinian Authority and its cronies, on this 65th anniversary of the anti­Semitic conquest of Palestine by the Zionists, known to Palestinians as the Nakba, the Palestinian people and the few surviving anti­ Zionist Jews continue to refuse to heed this international call and incitement to anti­Semitism. They affirm that they are, as the last of the Semites, the heirs of the pre­WWII Jewish and Palestinian struggles against anti­Semitism and its Zionist colonial manifestation. It is their resistance that stands in the way of a complete victory for European anti­Semitism in the Middle East and the world at large.

Joseph Massad teaches Modern Arab Politics and Intellectual History at Columbia University in New York. He is the author of The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians.

You can follow the editor on Twitter: @nyktweets

thanks to: Joseph Massad

the censuring policy of Aljazeera

restored article

Joseph Massad’s statement in full after restoration

I am heartened to know that there has been a huge and widespread upheaval among Al Jazeera journalists and staffers against this arbitrary decision, which flew in the face of professional journalistic standards and the freedom of expression. Their opposition along with the reaction and outrage expressed by the general public internationally in the last two days clearly tipped the balance against the peremptory power of the profit-seeking executives and has put the latter on notice.

While the restoration of my article is a triumph against the political commissars of Al Jazeera, the statement that Al Jazeera issued, which contained no apology, falls short of being a triumph for all those who insist on maintaining Al Jazeera’s independence and critical edge from American media restrictions. I am saddened that their principled stance has yet to fully triumph in this important fight.

It seems to me that the attempt to censor my article is the price that Al Jazeera, or at least Ehab Al Shihabi and other upper management executives, are willing to pay in order to enter the US media market. This means that Al Shihabi and other executives at Al Jazeera see no problem in sacrificing Al Jazeera’s freedom of expression and subjecting it to the severe restrictions of the American mainstream media on the question of US foreign policy in the Middle East and on the question of Israel, thus eliminating in the process Al Jazeera’s critical coverage of both. Clearly, American Zionist pressure, placed on Al Shihabi and on Al Jazeera, is intended to impart to Al Jazeera the mediocre standards of mainstream American journalism and its commitment to severe censorship of views critical of US policy and of Israeli colonialism. When Oscar Wilde was asked in 1882 upon entering the US if he had anything to declare to the customs authorities of New York, he responded: “I have nothing to declare but my genius;” Not only is Al Jazeera having to declare its journalistic independence as a foreign taxable commodity, but it is also surrendering it at the US border altogether.

As for the line that someone made a mistake and removed my article because it resembled the one I had published last December, this line was tried on me on the phone when the new Head of Al Jazeera online Imad Musa called me yesterday evening to discuss the matter. Mr. Musa used that line as an opening bid but I quickly disabused him of it, explaining that while “The Last of the Semites” was related to the article I published last December titled “Zionism, Anti-Semitism, and Colonialism,” it was a different article altogether and had a different frame and a different set of arguments and facts. I also informed him that I had a very good idea how this decision had been taken and that Al Shihabi was the man behind the ban. He offered to arrange a meeting in New York between Al Shihabi and me, but I quickly told him that we could not ponder any such meetings until after Al Jazeera restored my article and issued a public apology. I also informed him that I do not meet with people who coordinate with the likes of Rahm Emanuel.

After making a few phone calls, Mr. Musa called me back to assure me that I would be pleased with what Al Jazeera would do tomorrow (i.e. today). I explained that since he was the new Head of Al Jazeera Online (he told me that he had been appointed in this new position ten days ago), he could restore the article and issue the apology immediately and not have to wait till the next day. He explained that the matter was “more complicated than that.” I retorted: “Are you or are you not the Head of Al Jazeera Online?” He murmured embarrassingly that the matter was not in his hands. I responded by reaffirming to him that indeed it was not and that the matter was not up to him but to the higher ups who made the decision for political reasons.

At any rate, Mr. Musa never called back today, though he issued a statement on the Al Jazeera website this afternoon which does not contain an apology to the readers or to me. There are no expressions of regret either, or any acknowledgment of the motivations for the censorship. Musa repeats the shameful excuse that the reason why the article was pulled was due to its alleged similarity with the December article. I find this to be a damage control move that refuses to take responsibility for Al Jazeera’s submission to American Zionist dictates.

La continua Nakba: Il costante sfollamento forzato del popolo palestinese

Le pratiche e le politiche israeliane sono una combinazione di segregazione razziale, occupazione militare e colonializzazione utilizzate come metodo per pulire etnicamente il territorio della Palestina Storica dalla presenza indigena palestinese. Il regime israeliano non si limita ai palestinesi che vivono nei Territori Occupati Palestinesi (TOP), ma altresi ai palestinesi che risiedono nel lato israeliano,. All’interno della linea di confine dell’armistizio del 1948, cosi come coloro che vivono in esilio forzato.

Riflessioni sul fatto se la soluzione a uno o due stati sia il mezzo piu’ giusto per porre fine all’ingiustizia e la sofferenza nella Palestina storica, trascurando il fatto che un soggetto giuridico è già stato adottato in tale determinate territorio: in effetti, il trattamento d’Israele dei palestinesi non ebrei in tutta Israele e nei TOP, costituisce un regime discriminatorio finalizzato a controllare la maggior quantita di territorio con la minima quantità di indigeni palestinesi che risiedono su di esso.

Le principali componenti di tale struttura, discriminano i palestinesi in diversi settori quali la nazionalità, cittadinanza, diritti di residenza e di proprietà terriera. Questo sistema è stato originariamente applicato nel 1948, con il fine di dominare e di espropriare le proprietà di tutti i palestinesi sfollati, anche tra i 150.000 palestinesi che erano riusciti a rimanere all’interno dei confini della linea dell’armistizio del “1948, coloro che più tardi divennero cittadini palestinesi di Israele. Dopo l’occupazione della restante parte della Palestina storica da parte delle forze israeliane nel 1967, questo territorio fu sottoposto al medesimo regime israeliano. In sostanza, l’intenzione di colonizzare la Palestina storica sulle spese della sua popolazione palestinese indigena risale agli inizi del movimento sionista, decenni prima della creazione dello Stato di Israele.

Il movimento sionista

Il movimento Sionista è stato formato alla fine del XIX secolo, con l’obbiettivo di creare una patria per gli ebrei tramite la formazione di un ‘… movimento nazionale per il ritorno del popolo ebraico nella loro patria e la ripresa della sovranità ebraica nella terra d’Israele.’iIn quanto tale, l’impresa sionista ha unito il nazionalismo ebraico cui mirava a creare e promuovere, con il colonialismo trapiantando le persone, per lo più provenienti dall’ Europa in Palestina, con l’appoggio delle potenze coloniali europee. La storia Ebraica e’ stata interpretata con l’intento di creare una specifica identita’ nazionale ebraica per giustificare la colonializzazione della Palestina.

Sostanzialmente, il movimento dovette dare una definizione al “popolo ebraico”, quindi un’identità nazionale doveva essere creata e questa identità doveva essere legata alla presenza ebraica in Palestina nel primo secolo DC. E’ importante notare, che come ogni altra identità nazionale che non si è costituita da un naturale sviluppo sociale ma che invece si è creata sulla base di una concezione e sulla volonta’ dei suoi creatori, di conseguenza, gli ebrei di tutto il mondo erano parte di un solo e medesimo popolo, che ha condiviso la stessa storia, che ammirava gli stessi eroi nazionali, e che si sono uniti nel desiderio di ritornare nel loro territorio e nella loro terra d’origine. Tuttavia, come giustamente conclude Ilan Pappe, «il sionismo non era … l’unico caso nella storia in cui un progetto colonialista è stato perseguito in nome di ideali nazionali e non di ideali colonialisti. I sionisti si sono trasferiti in Palestina alla fine di un secolo in cui gli europei controllavano gran parte dell’Africa, dei Caraibi ed altri luoghi nel nome del ‘progresso’ o dell’ idealismo…». Tuttavia, la cosa unica d’Israele è l’effetto del sionismo sul popolo che ha affermato di rappresentare. Basandosi sul concetto di ebraismo come identita’ nazionale, i seguaci della fede ebraica in tutto il mondo diventerebbero, per la legge israeliana, ”cittadini” ebrei, sia che accettino o meno questa classificazione. Ad oggi, Israele continua a definire la sua cittadinanza extraterritoriale.

La creazione di uno Stato Nazionale ebraico in una terra con una piccola minoranza ebraica poteva essere concepibile solo attraverso lo spostamento forzato della popolazione indigena esistente accanto all’impianto di nuovi coloni ebrei. Per i palestinesi indigeni che sono riusciti a rimanere entro i confini di quello che divenne lo Stato d’Israele, la loro propria identità nazionale è stata relegata a rango inferiore. Per esempio, l’articolo 2 della legge statale sull’istruzione, afferma che ”L’obiettivo dell’istruzione dello stato è…di educare ogni bambino ad amare…il suo popolo e la sua terra…[di] rispettare la propria…eredità ed edentità culturale per impartire la storia della Terra di Israele…[e] di insegnare … la storia del popolo ebraico, del patrimonio e della tradizione ebraica…”.iii Oltre ad essere oggetto di discriminazione istituzionalizzata, i palestinesi che sono riusciti a rimanere all’interno della parte della Palestina storica, usurpata nel 1948 – di cui oggi vi sono oltre 1,2 milioni di palestinesi – sono costretti ad essere cittadini di uno stato in cui non sono ammissibili per la loro nazionalità.

Come accennato in precedenza, la principale manifestazione sionista di segregazione razziale, è stato il trasferimento forzato della popolazione palestinese. Il compito di stabilire e mantenere uno stato ebraico in un territorio prevalentemente non – ebreo, è stato eseguito con la forza spostando la maggioranza della popolazione non ebraica. Oggi il 70% dei palestinesi sparsi nel mondo non sono altro che i discendenti dei palestinesi sfollati con la forza da parte del regime israeliano.iv L’idea di “trasferimento” nel pensiero sionista è stato rigorosamente tracciato da Nur Masalha nel suo libro, ”Espulsione dei Palestinesi: il concetto di “trasferimento” nel pensiero politico Sionista, 1882-1948”, ed è racchiuso nelle parole di uno dei primi pensatori sionisti, Israel Zangwill. Nel 1905, Zangwill affermò, «…Se vogliamo dare una terra ad un popolo che è senza terra, è follia assoluta permettere che il paese sia dei due popoli…»v Yosef Weitz, ex direttore del Dipartimento delle Terre del Fondo Nazionale Ebraico, è stato ancora più esplicito quando, nel 1940 , ha scritto:

…Deve essere chiaro che nel paese non c’è pazio per entrambi i popoli (…) l’unica soluzione è la terra di Israele, almeno una terra occidentale di Israele senza arabi. Non vi è spazio per compromessi (…) Non vi è altro modo che trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi (…) Non vi deve essere lasciato neanche un paese neanche un (beduino) tribù “.vi

I diritti e l’etica non si dovevano mettere in mezzo, o come ha argomentato Ben Gurion nel 1948, «La guerra ci darà la terra. I concetti ”nostro” e ” non nostro” sono solamente dei concetti di pace, e nella guerra questi concetti perdono il loro valore ».vii

L’essenza del sionismo, pertanto, è giustamente riassunta come la creazione e la fortificazione di una specifica identità nazionale ebraica, l’acquisizione della massima quantità di terra palestinese, assicurando che il numero minimo di persone non ebree rimangono su quella stessa terra, e che un numero massimo di cittadini ebrei vengono impiantati su di essa. In altre parole, il sionismo, fin dal suo inizio, ha reso necessario il trasferimento di persone. Nel 1897, il movimento Sionista quando ha messo le basi per la colonializzazione della Palestina Mandataria, sotto il motto, ” un popolo senza una terra otterrà una terra senza popolo”, ha dovuto affrontare tre principali ostacoli:

  • La popolazione indigena palestinese che viveva nel territorio.
  • La proprietà privata e terriera dei palestinesi che vivevano nel territorio.
  • Carenza di una popolazione ebraica sufficiente nel territorio.

Per poter superare questi tre ostacoli, Israele aveva bisogno di creare un sistema legale che gli permetesse di mantenere il nuovo Status quo conseguito. Il movimento Sionista, e dopo Israele, non aveva interesse nel creare un sistema nel quale un gruppo ” raziale” dominasse l’altro. Lo scopo d’israele era, ed è tutt’ora, non quello di sfruttare la forza lavoro indigena o semplicemente di limitarne la loro partecipazione politica e sociale, ma piuttosto, l’intenzione era quella di stabilire uno stato ebraico-sionista omogeneo prevalentemente per gli ebrei.. Questo era chiaro dai primi anni del movimento Sionista, illustrato dal fatto che Israele ancora oggi non ha confini definiti. Come spiegato da Golda Meir, «…I confine sono determinati in base a dove vivono gli ebrei, non da dove vi è una linea s’una mappaviii» – Questa dichiarazione in combinazione con la famosa dichiarazione di Ben Gurion del 1937: «il trasferimento forzato degli arabi dalle valli dael previsto stato ebraico, ci potrebbe dare qualcosa che non abbiamo mai avuto…dobbiamo attenerci a questa conclusione allo stesso modo in cui abbiamo afferrato la Dichiarazione Balfour, più di questo, allo stesso modo con cui abbiamo afferrato al sionismo..»ix. Il sionismo stesso offre infinite possibilità per trasferire i palestinesi fuori e impiantare i coloni ebrei nel territorio.

Come illustrato da Nur Masalha, tra il 1930 e il 1948, il movimento sionista ha pianificato 9 differenti strategie per il trasferimento forzato della popolazione indigene palestinese, iniziando nel 1930 con lo schema di trasferimento di Weizmann fino al piano Dalet effettuato nel 1948x.

Per poter affrontare i tre ostacoli, il movimento sionista ha avviato una serie di misure pro-attive e preventive sottoforma di leggi, pratiche e politiche. Qui di seguito, verranno elaborate le misure piu’ importanti.

Migrazione privileggiata

Nel 1950, Israele per potersi assicurare un numero sufficiente di ebrei nei territori colonializzati, adotto la ”legge Israeliana del Ritorno”. Questa legge prevede che oqualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto alla ”nazionalità ebraica” e può immigrare in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana. Sotto questa legge, un cittadino ebreo è ” colui che è nato da madre ebrea, o che si è convertito al Giudaismo e che non fa parte di un altra religionexi”. L’Articolo 4 (a) della Legge del Ritorno prevede che “I diritti di un ebreo ai sensi della presente legge e i diritti di un olehxii ai sensi della Legge sulla Cittadinanza, così come i diritti di un oleh ai sensi di qualsiasi altro decreto legislativo, sono acquisiti  da un figlio e un nipote di un ebreo, il coniuge di un ebreo, il coniuge di un figlio di un ebreo e il coniuge di un nipote di un ebreo, ad eccezione di una persona che è stata ebrea e che ha volontariamente cambiato la sua religione “. xiii Da un lato, gli ebrei godono del diritto di poter entrare in Israele anche se non sono nati in Israele o se non hanno qualsivoglia connessione con Israele. Dall’altro lato, i palestinesi, la popolazione indigena del territorio, sono esclusi dalla legge del Ritorno sulla base del fatto che non hanno origini ebraiche, e di conseguenza non godono dello status di cittadini sotto qualsiasi legge israeliana,e non hanno un automatico diritto di entrare il paese.

Questa legge mira a semplificare ed incoraggiare l’immigrazione delle persone ebraiche in Israele, con lo scopo di ottenere lo stato ebraico immaginato dal progetto Sionista. Affianco a questo, bisogna evidenziare il ruolo svolto dall’Organizzazione Sionista Mondiale, in quanto gioca un ruolo importante nell’organizzare della migrazione ebraica in Israele e nei TOP. Gli obbiettivi di questa organizzazione furono formulati prima della creazione dello stato di Israele e furono fortificati nel 1952, anno in cui il parlamento israeliano fece passare ” la legge di Stato dell’Organizzazione Sionista” e la firma di una convenzione tra il governo Israeliano e l’esecutivo Sionista, in base alla quale le aree di responsabilità dell’organizzazione rimasero quelle relative all’immigrazione e il suo assorbimento e l’insediamento delle popolazioni ebraiche all’interno dei territori della palestina storicaxiv.

Diritti di Proprietà (xv)

In relazione al secondo ostacolo menzionato prima, la legge israeliana sulla proprietà degli assenti emanata nel 1950, fu utilizzata per confiscare le proprieta legalmente possedute degli sfollati palestinesi, dei rifugiati e degli sfollati interni.

Il termine ‘assente’ era stato definito in modo cosi ampio da includere non solo i palestinesi che erano fuggiti dopo la creazione dello stato israeliano, ma includeva anche coloro che erano fuggiti dalle loro case ma che erano rimasti all’interno degli stesi confinixvi. In fatti il termine, comprendeva anche molti ebrei. Tuttavia, una disposizione, che all’apparenza non era basata sulla razza, esentava gli assenteisti che lasciarono la loro casa per vari motivi tra cui “la paura dei nemici di Israele”; così di fatto escludendo la popolazione ebraica dalla applicazione della legge. Una volta confiscata, la terra in questione terra divenne proprietà dello Stato.

La legge sull’acquisizione della terra del 1953, è stata emanata al fine di completare il trasferimento allo stato israeliano di quelle terre confiscate ai palestinesi che non erano state abbandonate durante gli attacchi del 1948. Nelle parole dell’ex ministro delle Finanze israeliano Elilezer Kaplan, si afferma lo scopo di tale legge «… era quello di infondere la legalità in alcuni atti compiuti durante e dopo la guerraxvii”. Un processo quasi identico ha avuto luogo nei TOP in seguito all’occupazione del 1967, … l’acquisizione di terre palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza procede [va] lungo diverse linee contemporaneamente».xviii

Come risultato della strategia israeliana di confisca delle terre, i palestinesi oggi posiedono solo una piccola percentuale delle terre della Palestina mandataria o storica. xixL’espansione delle località palestinesi esistenti in Israele e nei TOP è stata drasticamente ridotta a causa della politica israeliana di pianificazione altamente disciminatoria. Dal 1967, data in cui israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, Israele non ha permesso la creazione di nuovi comuni palestinesi.xx L’ordine militare israeliano numero 418, permise di creare un regime di progettazione e di costruzione che concedeva allo stato Israeliano il pieno controllo di tutti quesi settori legati alla pianificazione e sviluppo nei TOP. Come risultato, le comunità palestinesi si trovano spesso separate dalle loro terre circostanti. Al contrario, le località ebraiche, anche le piu’ piccole, hanno dei piani di progettazione dettagliati e regolamenti edilizi riguardanti l’uso del territorioxxi. Per riassumere la situazione: ” Lo spazio territoriale israeliano è stato molto dinamico, le modifiche sono state principalmente in una sola direzione: gli ebrei espandono il loro controllo territoriale tramite una varietà di mezzi, tra cui la continua costruzione d’insediamenti, mentre i palestinesi sono stati rilegati all’interno di una geografia invariata”.xxii

Il trasferimento forzato della popolazione

L’ostacolo fondamentale per il movimento sionista, la popolazione palestinese stessa, è stato affrontato in vari modi nel corso degli ultimi sei decenni. Piu’ di sei milioni di palestinesi sono stati sfollati con la forza – inclusi i loro discendenti – dalle loro case, e la legge israeliana ”Prevenzione dall’infiltrazione” del 1955, e gli ordini militari 1649 e 1650xxiii hanno impedito ai palestinesi di tornare legalmente in Israele e nei TOP. Questo spostamento forzato, deliberato e pianificato equivale ad una politica ed una pratica di trasferimento forzato della popolazione palestinese, o di pulizia etnica.Questo processo ebbe inizio ancor prima del 1948, ed è in vigore tutt’oggi.

Quasi un milione e mezzo di palestinesi sono stati sfollati tra il dicembre 1947 e il maggio 1948. Il più grande deflusso di profughi ha avuto luogo nel mese di aprile e l’inizio del maggio 1948 in concomitanza con l’inizio delle operazioni eseguite dall’organizzazioni paramilitari sioniste.

Il movimento Sionista ha dichiarato la creazione dello stato di Israele il 15 maggio 1948, da qui circa 750.000 palestinesi erano diventati profughi. La maggior parte dei rifugiati sono stati sfollati dalle forze militari israeliane (comprese le milizie sioniste para-statali) che utilizzavano tattiche che violano i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani: attacchi sui civili, massacri e altre atrocità; espulsione, distruzione e il saccheggio delle proprietà.xxiv

Questo periodo della recente storia palestinese recente è definito come la Nakba, la catastrofe palestinese. La Nakba ha radicalmente modificato la Palestina. Tuttavia il processo del trasferimento forzato dei palestinesi indigeni non si è concluso con la creazione di Israele nel 1948, ma è tristemente iniziato quell’anno. Quasi ogni anno che passa dalla Nakba si continua comunque ad assistere ad una ondata di trasferimento forzato, in cui, alcuni anni l’onda è più alta che in altri. Per esempio, durante il 1967, altri 400.000 palestinesi divennero profughi.xxv

Lo sfollamento forzato in corso del popolo palestinese, equivale ad una politica ed una pratica di trasferimento forzato della popolazione palestinese. Secondo la Sotto-Commissione sulla Prevenzione della Discriminazione e la Protezione delle Minoranze della precedente Commissione per i diritti umani:

“L’essenza del trasferimento della popolazione rimane un movimento sistematico, coercitivo e deliberato ….della popolazione all’interno o all’esterno di una zona … con l’effetto o lo scopo di alterare la composizione demografica di un territorio, in particolare quando tale ideologia o politica asserisce la dominazione di un certo gruppo su un altro”. xxvi

Il trasferimento forzato della popolazione è illegale e costituisce un crimine internazionale, affermato dalla ”Risoluzione degli Alleati sui Crimini di Guerra Tedeschi”, adottata nel 1942. La codificazione più forte e più recente del crimine si trova nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, che definisce chiaramente il trasferimento forzato della popolazione e l’impianto di coloni come crimini di guerra.xxvii

Al fine di conseguire il trasferimento forzato della popolazione palestinese indigena al di là dei confini della Palestina storica, sono state sviluppate e applicate molte leggi, politiche e pratiche israeliane, così come le azioni specifiche di soggetti para-statali e di altri soggetti privati. Oggi, questa pulizia etnica viene portata avanti da Israele nella forma di una politica generale di ”trasferimento silenzioso” e non piu’ tramite le deportazioni di massa che si sono assistite nel 1948 o 1967. Questo spostamento è silenzioso, nel senso che Israele lo compie nel tentativo di evitare l’attenzione internazionale, spostando un piccolo numero di persone su una base settimanale. Esso si distingue dal trasferimento evidente che si era raggiunto sotto la patina della guerra, nel 1948. Qui è importante notare che la politica di trasferimento di Israele non è né limitata da confini geografici di Israele né quelli dei TOP.

L’odierna politica di trasferimento silenzioso

La politica israeliana di trasferimento silenzioso è evidente nelle leggi, politiche e nelle prassi dello Stato. Israele usa il suo potere per discriminare, espropriare e, infine, per portar avanti lo sfollamento forzato della popolazione autoctona non ebraica dalla zona della Palestina storica. Per esempio, il sistema di pianificazione territoriale e zonizzazione israeliano ha costretto 93.000 palestinesi di Gerusalemme Est a costruire senza un permesso di costruzione. L’87 per cento di quella zona è off-limits per uso palestinese, e la maggior parte del restante 13 per cento è già costruitoxxviii. 19 Dal momento che la popolazione palestinese di Gerusalemme Est è in costante crescita, ma ha dovuto espandersi in aree non partizionate per la residenza palestinese da parte dello Stato di Israele. Tutte quelle case sono ora sotto la costante minaccia di essere demolite dall’esercito o dalla polizia israeliana, lasciando cosi gli abitanti sfollati e senza un tetto.

Un altro esempio, è il piano approvato dal governo, il piano Prawer, che prevede il trasferimento forzato di 30.000 cittadini palestinesi di Israele a causa di una politica di ripartizione israeliana che non ha riconosciuto più di trentacinque villaggi palestinesi situati nel Naqab (Negev).xxix Israele ritiene gli abitanti di quei villaggi come intrusi illegali e abusivi, e come tale, si trovano ad affrontare la minaccia imminente di spostamento. Questo avviene nonostante il fatto che queste comunità sono precedenti alla nascita dello stato d’Israele.

Nel 2012, La Corte Suprema israeliana, con la sua decisione di vietare il ricongiungimento familiare tra palestinesi con cittadinanza israeliana e le loro controparti all’interno e al di là della linea dell’armistizio del 1948. L’effetto di questa sentenza ha portato alla creazione di diversi Status civili per i palestinesi in base al territorio in cui vivono: cittadino israeliano, Carta d’Identità di Gerusalemme , Carta d’Identità della Cisgiordania o quelli con la Carta d’Identità di Gaza, tra l’altro tutte rilasciate da Israele ma cominque non possono vivere legalmente insieme su entrambi i lati della Linea dell’Armistizio 1948. Quindi, essi si trovano di fronte a una scelta di vivere all’estero, vivere distanti l’uno dall’altro o correre il rischio di vivere insieme illegalmentexxx. Tale sistema viene utilizzato come ulteriore mezzo per dislocare in maniera forzata i palestinesi, cambiando cosi la demografia d’Israele e TOP, a favore di una popolazione prevalentemente ebraica. Questa intenzione demografica, si riflette nel ragionamento della Corte nella sua decisione, in cui si affermava che “… i diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale”.xxxi Questo ragionamento è stato ulteriormente enfatizzato da Otniel Schneller, membro della Knesset, che ha dichiarato che “la decisione articola la logica della separazione tra i [due] popoli e la necessità di mantenere una maggioranza ed un carattere ebraico dello stato… xxxii”. Questo, ancora una volta dimostra l’immagine dello Stato di Israele come Stato ebraico con un insieme diverso di diritti per i suoi abitanti ebrei e non ebrei, i quali maggiormente sono palestinesi.

Nazinalità ebraica

Tutti i diversi mezzi con cui Israele innesca lo spostamento dei palestinesi sono legati al concetto centrale di nazionalità ebraica, in quanto questo è il meccanismo giuridico che consente e garantisce la costante discriminazione contro la popolazione non ebraica. Questo stesso concetto è il legame tra il sionismo e il costruito ‘diritto’ della nazione ebraica di stabilirsi e occupare il territorio della Palestina storica. In altre parole, il concetto di nazionalità ebraica è il perno del regime israeliano di apartheid in quanto affronta entrambi gli obiettivi del sionismo: la creazione e la manutenzione di una specifica identità nazionale ebraica, e la colonizzazione della Palestina storica, attraverso la combinazione dell’insediamento dell’ebreo colono e il trasferimento forzato di tutti gli abitanti non ebrei.

Il modo in cui questo concetto si incarna in legge, è attraverso la separazione della cittadinanza (‘Israeliana’), dalla nazionalità (‘ebraica’). Questa separazione è stata confermata dalla Corte suprema israeliana nel 1972xxxiii. Tale distinzione permette ad Israele di discriminare i suoi cittadini palestinesi e, ancor più gravemente, contro i rifugiati palestinesi, garantendo che determinati diritti e privilegi siano subordinati dalla nazionalità ebraica. La principale fonte di discriminazione nei confronti dei profughi palestinesi è legge israeliana del Ritorno del 1950, e la legge sulla cittadinanza israeliana del 1952, che concede automaticamente la cittadinanza a tutti i cittadini ebrei, ovunque essi risiedano, vietando allo stesso tempo i rifugiati palestinesi di ritornare e di risiede legalmente nel proprio territorio. Il regime israeliano ha sostanzialmente diviso il popolo palestinese in diversi stati politico-giuridici distinti, come indicato negli esempi seguenti Nonostante le loro categorizzazioni differenti secondo la legge israeliana, i palestinesi in tutti i livelli mantengono uno status inferiore a quello dei cittadini ebrei che vivono all’interno dello stesso territorio o al di fuori.

Categoria n.1: Status Privilegiato

  • I Cittadini ebrei –> che vivono all’estero e in Israele –> Completo accesso ai diritti politici, sociali, economici ed alle prestazioni.

Categoria n.2: Status Inferiore

  • I cittadini palestinesi d’Israele –> che vivono all’estero e in Israele –> Minori diritti e accesso limitato alle prestazioni.
  • I cittadini palestinesi che vivono nei TOP –> vivono sotto l’occupazione –> diritti negati / limitati –> dirittio ad entrare in Israele o di muoversi all’interno dei TOP negato / fortemente limitato, diritti politici, sociali ed economici negati / fortemente limitati.
  • I rifugiati palestinesi che vivono all’estero –> Sfollati con la forza, apolidi, nessun diritto di ritornare alle loro case. xxxiv

Approccio per il futuro

Questo è il motivo per cui è molto importante cercare soluzioni radicate in un approccio rigorosamente basato sui diritti. Un approccio basato sui diritti potrebbe essere meglio descritto come normativamente basato sui standard internazionali sui diritti e funzionalmente diretto a promuovere e tutelare tali diritti. “Nell’ambito di un approccio basato sui diritti, i piani, le politiche ed i programmi sono ancorati a un sistema di diritti e doveri stabiliti dal diritto internazionale”xxxv. Pertanto, un approccio basato sui diritti dovrebbe integrare le norme, gli standard e i principi del sistema dei diritti internazionali nei piani, nelle politiche e nei processi che mirano a trovare delle soluzioni del conflitto in questione. Nel caso della Palestina e di Israele, questo approccio potrebbe cercare soluzioni basate sul diritto internazionale, piuttosto che fare affidamento sui negoziati per giungere ad una soluzione duratura e giusta.

L’applicazione del diritto e degli standard internazionali dovrebbe essere rivendicazione e non una richiesta attraverso dei negoziati. Semplicemente parlare come in qualsiasi altro caso di una violazione del diritto sia a livello nazionale o internazionale, l’autore del reato non dovrebbe ricevere una posizione privilegiata, attraverso negoziati, per riformulare il conflitto e le possibili soluzioni ad esso. Questo dovrebbe essere lasciato alla legge stessa, oltre ad eventuali corti o comitati. Nello stesso modo in cui si sarebbe lasciato al giudice nazionale di decidere su un furto, reati internazionali dovrebbe essere affrontata con la stessa serietà e determinazione. In altre parole, le violazioni del diritto internazionale devono soddisfare gli stessi standard delle violazioni della legge all’interno delle impostazioni nazionali.

In realtà, questo continua assenza di responsabilità israeliana nel conflitto israelo-palestinese, mina la legittimità del diritto internazionale, in particolare i diritti umani, il diritto umanitario e il diritto penale internazionale. E ‘quindi il momento di garantire che il diritto internazionale è molto più di una retorica utopica, ma invece è un sistema giuridico solido che protegge i diritti, stabilisce obblighi e soprattutto, crea realtà che rispecchiano i suoi valori fondamentali e principali.

Amjad Al Qassis

letture consigliate:

Mercedes Melon, “The Forcible Transfer of the Palestinian People from the Jordan Valley”, al-Majdal Forced Population Transfer in Palestine; Thinking Practically about Return (Spring-Summer 2012), available at: http://BADIL.org/en/al-majdal/item/1766-art6

Salman Abu Sitta, “Living Land: Population Transfer and the Mewat Pretext in the Naqab”,al-Majdal Forced Population Transfer in Palestine; Thinking Practically about Return (Spring-Summer 2012), available at: http://BADIL.org/en/al-majdal/item/1765-art6

Khalil Tafakji, “Jerusalem: A Displacement Master Plan – Interview with Khalil Tafakji”,al-Majdal Palestine’s Ongoing Nakba (Autumn 2008 Winter 2009), available at: http://BADIL.org/en/al-majdal/item/8-jerusalem-a-displacement-master-plan-interview-with-khalil-tafakji

Ongoing forcible displacement within and beyond the 1948 Armistice Line

Sami Abu Shehadeh and Fadi Shbaytah, “Jaffa: From Eminence to Ethnic Cleansing”, al-Majdal Palestine’s Ongoing Nakba (Autumn 2008 Winter 2009), available at: http://www.BADIL.org/en/al-majdal/item/4-jaffa-from-eminence-to-ethnic-cleansing

Note:

i Mitchell Geoffrey Bard and Moshe Schwartz, One Thousand One Facts Everyone Should Know about Israel (Rowman & Littlefield, 2005), p. 1.

ii Ilan Pappe, “Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialism in Asia and Africa”, South Atlantic Quarterly 107:4 (Fall 2008), pp. 611-633, p. 612.

iii Aticle 2 of the Israeli State Education Law 1953 (amended in 2000).

iv BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009

v Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 10.

vi Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians (Oxford University Press, 1994), p. 121.

vii Masalha, p. 180.

viii Noam Chomsky, “Middle East Diplomacy: Continuities and Changes”, Z Magazine (December 1991).

ix Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: the concept of “transfer” in Zionist political thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 210.

x Ibid, p. 140

xi Joseph Schechla, The Consequences of Conflating Religion, Race, Nationality, and Citizenship, Al Majdal, Winter-Spring 2010, 14.

xii An oleh is a Jewish term referring to a Jew who is immigrating to Israel.

xiii See, for example, the reports of the UN Special Rapporteur Prof. John Dugard to the Human Rights Council: A/HRC/4/17 and A/HRC/7/17.

xiv Ambica Bathia, “Israel’s Discriminatory Laws”, BADIL Bulletin No. 26 (September 2012).

xv This section is based on a forthcoming paper by BADIL on the issue of land, planning and zoning laws in the context of Israel and the oPt. On file with author.

xvi Forman, G. and Kedar, A. “From Arab land to ‘Israel Lands’: The Legal Dispossession of the Palestinians Displaced by Israel in the Wake of 1948” Environment and Planning D: Society and Space, Vol 22 (2004), p. 814.

xvii See Forman and Kedar,p.820.

xviii Dajani, S., Ruling Palestine – A History of the Legally Sanctioned Jewish-Israeli Seizure of Land and Housing in Palestine (2005), p. 78.

xix See BADIL, “Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008 – 2009” (2009).

xx See Salman Abu Sitta,Tthe Palestinian Nakba 1948 (The Palestinian Return Centre 2000).

xxi See A. Cohen-Liftshitz and N. Shalev, The Prohibited Zone: Israeli Planning Policy in the Palestinian Villages in Area C (Bimkom, Jerusalem: 2008).

xxii Kedar, S., Khamaisi, R., and Yiftachel, O., “Land and Planning” in After the Rift: New Directions for Government Policy Towards the Arab Population in Israel (Ghanem, A., Rabinowtiz, D., and Yiftachel, O. eds), p. 17.

xxiii Al-Haq, “Al-Haq’s Legal Analysis of Israeli Military Orders 1649 & 1650: Deportation and Forcible Transfer as International Crimes” (April 2010), available at: http://www.alzaytouna.net/english/Docs/2010/Al-Haq-April2010-Legal-Analysis.pdf.

xxiv BADIL Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights, “Al-Nakba: The Continuing Catastrophe”, BADIL Occasional Bulletin No. 17 (May 2004).

xxv See BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).

xxvi See the human Rights Dimensions of Population Transfer including the Implantation of Settlers, Preliminary Report prepared by A.S. al-Khawasneh and R. Hatano.

xxvii Emily Haslam, “Unlawful Population Transfer and the Limits of International Criminal Law”, The Cambridge Law Journal Vol. 61, No. 1 (March 2002), pp. 66-75.

xxviii OCHA-OPT, Demolitions and Forced Displacement in the Occupied West Bank (2012).

xxix See Adalah, “The Prawer Plan and Analysis” (October 2011), at: http://www.adalah.org/upfiles

/2011/Overview%20and%20Analysis%20of%20the%20Prawer%20Committee%20Report%20Recommendations%20Final.pdf.

xxx ]See HCJ 466/07, MK Zahava Galon v. The Attorney General, et al. (petition dismissed 11 January 2012).

xxxi Ben White, “Human rights equated with national suicide”, Aljazeera (12 January 2012) at: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/01/20121121785669583.html.

xxxii Ibid

xxxiii George Raphael Tamarin v State of Israel 1972.

xxxiv Ambica Bathia, “Israel’s Discriminatory Laws”, BADIL Bulletin No. 26 (September 2012).

xxxv See among others, OHCHR, “APPLYING A HUMAN RIGHTS-BASED APPROACH TO CLIMATE CHANGE NEGOTIATIONS, POLICIES AND MEASURES” (2007), available at: http://www.ohchr.org/Documents/Issues/ClimateChange/InfoNoteHRBA.pdf

Fonte: BADIL Resource Center

 

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On Nakba Anniversary, Refugees Make almost Half of Population

RAMALLAH, May 14, 2013 (WAFA) – On the eve of the Nakba (catastrophe) 65th anniversary, the refugees make almost half of the total Palestinian population, the Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS) said Tuesday.

While statistical data show that refugees constitute 44.2% of the total Palestinian population in Palestine, records by the United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees (UNRWA) showed that there were 5.3 million registered Palestinian refugees by mid-2013, constituting 45.7% of the total Palestinian population worldwide, said the PCBS.

It said 59% of the refugees live in Jordan, Syria and Lebanon, 17% in the West Bank and 24% in Gaza Strip.

About 29% of registered refugees live in 58 refugee camps, of which 10 are in Jordan, nine in Syria, 12 in Lebanon, 19 in the West Bank, and eight in Gaza Strip.

The PCBS said, however, that these estimates represent the minimum number of Palestinian refugees, given the fact that there are many non-registered refugees.

These estimates also do not include Palestinians who were displaced between 1949 and the 1967 war and do not include the non-refugees who left or were forced to leave as a result of the war in 1967.

The number of Palestinians who remained in their towns and village in 1948 after the Nakba was estimated at 154,000. Their number is now estimated as 1.4 million on the 65rd anniversary of the Nakba.

In 1948, 1.4 million Palestinians lived in 1,300 Palestinian towns and villages in historic Palestine. The Israelis controlled 774 towns and villages and destroyed 531 Palestinian towns and villages during the Nakba.

More than 800,000 of the population were driven out of their homeland to the West Bank and Gaza Strip, neighboring Arab countries and other countries of the world.

The Palestinian population worldwide is estimated 11.6 million by the end of 2012, said the PCBS. This means that the number of Palestinians worldwide has multiplied eight-fold in the 65 years since the Nakba.

A total of 5.8 million live in historic Palestine and this number is expected to rise to 7.2 million by the end of 2020, based on current growth rates, said the PCBS.

M.S./F.R.

thanks to:

Commemorating the 65th Anniversary of Al Nakba (‘the Catastrophe’)

May 15th marks the 65th anniversary of the dispossession of the Palestinian people that came with the creation of the state of Israel in 1948. This day is referred to as “Al Nakba,” the Arabic word for “catastrophe”, and is commemorated by Palestinians worldwide, The Toronto Palestine Film Festival (TPFF) said in a press release.

The TPFF is commemorating Al Nakba with the North American premiere of Ahmed Damen’s documentary The Red Stone, which will take place on Wednesday May 15, 2013 at 7:00pm in Beit Zatoun, 612 Markham St Toronto, on Admission: $5 suggested donation North American Premiere Trailer

The Red Stone: Taking its title from the characteristic red stone used to build many of Jerusalem’s historic buildings, Ahmad Damen’s documentary focuses on Palestinian areas of West Jerusalem that were depopulated in 1948 to create the state of Israel.

While tracking the architectural and family histories of these splendid properties, The Red Stone reveals the buildings’ current occupants, the Israeli real estate companies trading in their “exotic” appearances, and the original owners now barred from their ancestral homes.

This touching film uses personal narratives and archival footage to tell the stories of the displaced inhabitants and their attempts to reunite with their childhood homes.

The 6th annual TPFF takes place Sept 28- Oct 4, 2013. Established in 2008, TPFF celebrates film as an art form and means of expression by showcasing the vibrant heritage, resilience, and narratives of the Palestinian people.

WATCH The Red Stone Trailer 

 

 

thanks to: Palestine News Network

“From al-Araqib to Susiya” documentary encourages new framework of resistance

May 12, 2013

On April 26, the documentary by legal workers at the Adalah Legal Center “From al-Araqib to Susiya” featuring testimonies from the residents was screened in both of the villages. 

al-Araqib is located roughly eight kilometers north of Beersheba in the Naqab desert, whereas Susiya lies within the 1949 Armistice “Green Line,” six kilometers south-east of Yatta in the South Hebron Hills.

The 20-minute short film delved into the causes and thus the similarities between the forced displacement in each village in an attempt to encourage the understanding of a long-held fact: there is only one system of apartheid and only one occupation.

Audience members, roughly numbering around 100 and comprising of Palestinians from both territories amidst a smattering of Jewish-Israelis and internationals, had travelled by a prearranged bus from al-Araqib through a checkpoint in the South Hebron Hills, and stopped to watch the film in Susiya. The concept and impetus for the documentary came from the employees at Adalah, the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, with the help of many civil society organizations, and some notable academics including Oren Yiftachel.

“There are some legal differences [between the demolitions and confiscation of land in both villages], but the responsible authorities represent the same power and use similar methods,” Yiftachel explained.

“The Bedouins in the Negev [Naqab] have [Israeli] citizenship, but it hasn’t prevented the state from gravely abusing their rights. In Susiya, the village is in a prime area designated to be Judaized as part of Area C. Both are key sites for resisting the colonial push.”

The film is a radical attempt, albeit within a pseudo-legal framework, to express and illuminate a growing feeling among many Palestinians that the occupation is no longer as ambiguously and shrewdly divided between the 48 and 67 territories as it has formerly been. Many have expressed this before, and the knowledge of “one occupation” has been there since its existence. Yet as Israeli national dialogue towards Palestinians becomes ever more genocidal, and eliminates Palestinians (whether citizens or not) from the history books, a consensus has developed within pockets of Palestinian society that the fight needs to be taken as a unified whole.

The Prawer Plan and Judaization

A little over two weeks ago at the end of April, the Israeli civilian police force Yassam destroyed al-Araqib for the forty-ninth time.

The Arab Bedouin are indigenous to the Naqab desert, having lived there since the seventh century. Yet under Israeli law they have no recognized inhabitations. The law specifies that uncultivated land can be transferred to state land if required, so the transitory lifestyle of the Bedouin does not equate with a right to the land. Yet Bedouin communities have been fixed and stabilised since the 16th century, with travel limited to privately owned plots of land and collectively held pasture lands that have been historically established.

After the Nakba in 1948, 81,000 Bedouin were forcefully displaced from the desert, with 11,000 being forced into what is known as the “Siyag” (or “fence” in Arabic), a restricted zone in the northern Naqab. Inside this area live two groups; the internally displaced Bedouin from elsewhere in the Naqab, and the original Bedouin residents inside the newly-designated Siyag. They lived in 35 unrecognized villages and the seven townships that were created by the state of Israel since 1969. There is only one Bedouin village left elsewhere in the Naqab.

al-Araqib is one of the 35 unrecognized villages in the Siyag. The police have continually destroyed al-Araqib since July 2010 in an attempt to coerce the population to move into the townships. After every destruction, the residents who number over 300 build temporary structures in the village cemetery, the only plot of land left untouched by the Israeli soldiers. Since then, the villagers have proudly rebuilt their homes out of the rubble left behind.

“First of all the soldiers asked us to get out of the houses,” said Aziz al-Tori, the son of al-Araqib’s Sheikh Siyakh al-Tori. “They ask us if we want to fight them, to make a conflict with [the police] and our people. But we know this is in their interests. They want to start something, in order to make us put our hands up and leave our houses.”

“Still they pushed and pulled us outside,” he continued, speaking about the most recent demolition. “They asked us for our [Israeli] passports. They pushed us into the cemetery, and then they came with their bulldozers and destroyed everything.”

The demolitions are conducted under the remit of the Prawer Plan, an ambiguous piece of legislation that connects the web of structures that aim to force the Bedouin from their ancestral homes. At its core it is attempting to “recognize as many villages as possible” by demolishing the unrecognized villages. The Prawer Plan Law, an extension of the original Plan, is the mechanical arm of Prawer, and aims to solve the Bedouin “problem” within the next five years.

“The Prawer Plan is vague,” states Oren Yiftachel. “The bill is very regressive and should be stopped. The UN and EU have spoken against it. The government must come up with a plan based on equality and recognition. Only then will the Negev begin to prosper.”

On the ground, the demolitions are ordered and coordinated by the Israel Land Administration (ILA), which has control over 93% of the land inside Israel. The ILA has harmonized its efforts with the Jewish National Fund, a quasi-governmental organization that has been acquiring Palestinian land for Jewish settlement projects since 1901, under the guise of forestation and land management projects. The JNF has fifty percent of the representation within the ILA, so while it technically owns 13% of the land in Israel, it has de facto control over much more. To summarise, the ILA is a governmental body, working for Israelis. The JNF is a quasi-governmental body working to secure a Jewish-only land, thus making the link between race and citizenship even more pronounced in the state of Israel.

Therefore, aside from demolishing their homes, not recognizing their existence, and denying their right to state services, the Israeli state has also confiscated sixty-six percent of the lands of al-Araqib for the creation of two large forests.

Susiya has a wholly similar history. The 350 residents live in Area C, next to the thirty-year-old site of Suseya, a Jewish-only settlement. Seventy percent of Susiya’s land has been confiscated, with another seventy percent of its structures slated for demolition for being located on what the Israeli authorities believe is an archaeological site. Settlers frequently carry out acts of physical and psychological violence on the villagers with complete impunity.

Displacement in separated territories by same political power

With 70,000 Bedouin citizens of Israel to be forcibly displaced under the Prawer Plan and 5,000 West Bank residents facing displacement from Area C, it is obvious to many that these two forced displacement cases are linked. However, the growing consensus at Adalah, as with other legal organizations, is that the link needs to become part of Palestinian dialogue and exist within the public domain.

 “We launched a campaign to stop the Prawer Plan. After this we came across a similar campaign in the West Bank called ‘Stand With Susiya.� We thought this was very interesting, especially because they are only 15 kilometers away from each other,” explains Nadia Ben-Youssef, the consultant for Adalah at its Naqab office. “We started looking at things differently. Prawer was suspending constitutional principles, but there was also the suspension of International Humanitarian Law behind the Green Line. Then we said, well both are part of the suspension of International Human Rights that protects everyone anywhere.”

At first Adalah attempted to bridge the gap between current dialogue and the potential for a new framework of linked narratives by holding a roundtable discussion with civil society organization representatives in September 2012. The speeches conducted before and after the documentary worked with the meta-narrative between Palestinians in the 1967 and 1948 territories, and the idea of collaborative action was even floated, but the general atmosphere lacked a clear understanding of the fundamental shift that this partnership could unlock.

 “It is the same group that destroys Susiya and al-Araqib,” Aziz al-Tori stated. “It is the same political idea. Everything is the same.”

thanks to: Felix Black

                      Palestine Monitor

Nakba e Europei Under 21

Aumenta la protesta dei gruppi di solidarieta’ con il popolo palestinese verso la decisione dell’Uefa di tenere il mese prossimo gli Europei under 21 in Israele

di Loretta Mussi*

Roma, 14 maggio 2013, Nena News – I villaggi palestinesi distrutti tra il ’47 e il ’48, e cancellati dalla faccia della terra, in quella che è chiamata la Nakba (catastrofe), furono 532: gli abitanti, 750.000, ma secondo alcune fonti 900.000, furono cacciati con la forza o fuggirono, non pochi furono uccisi.

Gli stadi individuati per le finali Under 21 in Israele sono situati nelle città di Gerusalemme, Tel Aviv, Nethania e Petah Tikva, che in parte sono state costruite, o si sono estese, al di sopra dei villaggi distrutti nel corso della Nakba che culminò nel ’48, ma si protrasse fino al ’49, dopo essere stati ripuliti dai loro originari abitanti palestinesi.

A Tel Aviv, i giochi si svolgeranno nello stadio BLOOMFIELD già BASA, dal quale è stato espulso il club palestinese Shabab el-Arab nel 1948. Come riserva, è stato individuato lo stadio RAMAT GAN, che è stato costruito sui terreni dai villaggi palestinesi di Jarisha e al-Jammasin al-Sharqi sequestrati in base alla legge del 1950 sulla proprietà degli assenti. Altri quartieri e villaggi su cui si è allargata Tel Aviv sono ancora: Al Manshyya, Al-Jamassin al- Gharbi, Al-Shaykh Muwannis, Salama, e Summayl.

Furono distrutti e ripuliti etnicamente dalle bande dell’Irgun Zwai Leumi, dell’Haganah, e dalla famigerata Alexandroni. Tutti erano fiorenti villaggi, sulle cui terre ben coltivate e irrigate (a smentire la narrativa israeliana secondo cui Israele ha trasformato in giardini quello che era un deserto), sorgevano piantagioni di cerali, e si estendevano alberi di agrumi ed uliveti.

A Nethanya, si giocherà nel Nethanya Municipal Stadium, che incombe sull’unico edificio rimasto del villaggio palestinese di Bayyarat Hannun, distrutto e ripulito col terrore dai suoi abitanti il 31 marzo 1948, nell’ambito dell’operazione Coastal Clearing (Ripulitura della costa). Dove siano andati i suoi abitanti non si sa.

L’altro villaggio scomparso è l’antichissima Umm Khalid. A Petah Tikva, i giochi si svolgeranno nello stadio HaMoshava. La città si è estesa fino a ricoprire totalmente la terra e quello che una volta era il villaggio di Fajja, sorto su antichi resti archeologici che, prima della distruzione, erano ancora visibili. Il 17 febbraio del 1948 le bande terroristiche dell’Haganà e dell’Irgun terrorizzarono gli abitanti costringendoli a fuggire. La pulizia etnica fu completata il 15 maggio. Il villaggio fu completamente distrutto tranne una casa.

A Gerusalemme, si giocherà nel Teddy Stadium, costruito accanto al villaggio palestinese, quasi completamente distrutto di al-Maliha, 5.798 abitanti prima dell’occupazione. Il villaggio è stato etnicamente ripulito dai suoi abitanti il 15 luglio del 1948, ad opera di bande dell’Irgun Zvai Leumi e del Palmach. Le poche case arabe rimaste sono abitate da coloni ebrei: la moschea è ancora in piedi col suo minareto che si erge, ormai in stato di abbandono, al centro del villaggio.

Il Teddy Stadium è anche la sede della famigerata squadra israeliana Beitar Jerusalem, i cui tifosi hanno dato alle fiamme la sede amministrativa del club nel mese di febbraio 2013, dopo che sono entrati nella squadra due giocatori musulmani provenienti dalla Cecenia. Un mese dopo, i tifosi hanno lasciato lo stadio quando uno di loro ha segnato il suo primo gol. Moshe Zimmermann, uno storico dello sport presso l’Università ebraica, smentisce le affermazioni che i tifosi del Beitar Jerusalem siano solo una frangia estremista, e dichiara: “Il fatto è che la società israeliana nel suo complesso diventa sempre più razzista, o almeno più etnocentrica, e questi fatti ne sono un’espressione”. Gerusalemme fu attaccata dalla bande sioniste nell’aprile del ’48.

Il 9 aprile ci fu il massacro di Deir Yassin: il villaggio fu completamente distrutto e gli abitanti massacrati. Alla fine i morti erano oltre 100. Tale massacro sparse il terrore negli altri villaggi ed iniziò la fuga. Il 14 maggio la parte nuova di Gerusalemme fu occupata, mentre 40 villaggi ad ovest della città furono in parte distrutti, e ripuliti di tutti i loro abitanti. Più di 90.000 persone, che abitavano Gerusalemme e i villaggi confinanti persero tutti loro averi e il diritto di vivere nelle loro case. Il 7 giugno 1967, le forze militari israeliane occuparono anche Gerusalemme Est, che fu annessa a Gerusalemme Ovest.

Nell’opera di demolizione dei villaggi intorno a Gerusalemme si distinse la brigata Harel di Hitzhak Rabin, futuro primo ministro e premio Nobel per la pace, che evacuò le case con la forza e le distrusse facendole esplodere.

La Nakba non è finita e si rinnova continuamente, attraverso i bombardamenti su Gaza, attraverso l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e la costruzione delle colonie illegali in Cisgiordania, attraverso i raid quotidiani delle forze di occupazione, attraverso le costrizioni cui sono sottoposti i Palestinesi di Israele, trattati come cittadini di serie B.

Per questo, Israele non merita di ospitare la Coppa UEFA Under 21 del 2013. Dare ad Israele l’onore di ospitare un evento sportivo internazionale sarebbe come premiare i suoi comportamenti contrari ai valori sportivi. Nel giugno 2011, 42 squadre di calcio palestinesi si sono rivolte a Michel Platini affinché la UEFA, di cui Platinì è presidente, rivedesse la propria decisione di tenere il campionato in un paese che occupa militarmente la Palestina, non rispetta il diritto internazionale e viola costantemente i diritti umani, infischiandosene della disapprovazione internazionale, peraltro assai blanda.

Da quel momento, in tutta Europa, Italia inclusa, e in tutto il mondo, è cresciuta la campagna di mobilitazione Cartellino rosso all’Apartheid israeliana. La campagna fa parte del movimento globale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) lanciato dalla società civile palestinese nel 2005, che trae ispirazione dal movimento anti-apartheid in Sud Africa, nel quale il boicottaggio sportivo ha svolto un ruolo importante. Contro la Coppa UEFA in Israele, finora sono state raccolte oltre 15000 firme online e si sono espresse 50 stelle del calcio europeo, oltre a personalità come il regista britannico Ken Loach, Marie Georges Buffet, già ministro dello sport francese, e il compianto Stephane Hessel, co-estensore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Nel settembre 2010, Michel Platini si era detto preoccupato per le restrizioni che Israele impone ai calciatori palestinesi, ed era arrivato a dire: “Israele deve scegliere tra consentire allo sport palestinese di continuare e prosperare oppure essere costretto ad affrontare le conseguenze per i sui comportamenti.” Da quella dichiarazione sono trascorsi due anni e mezzo, e non sono certo “prosperate” le condizioni dello sport palestinese. I militari israeliani, hanno di nuovo bombardato Gaza, distruggendo le infrastrutture sportive e del calcio, tra cui la sede del Comitato Nazionale Paraolimpico e lo Stadio Nazionale di Rafah, e hanno ucciso quasi 200 persone, tra cui ragazzi che giocavano al pallone.

I calciatori palestinesi sembrano essere proprio nel mirino di Israele: tre giocatori della Nazionale, Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate, sono stati uccisi nell’operazione Piombo fuso. E ci sono voluti tre mesi di sciopero della fame ed una protesta internazionale perché Israele rilasciasse, nel luglio dell’anno scorso, il giocatore della nazionale Mahmoud Sarsak – arrestato mentre viaggiava da Gaza in Cisgiordania per una partita e detenuto per tre anni senza capo d’accusa né processo. Mentre sono ancora in prigione, insieme a 4.500 detenuti politici palestinesi, il portiere della squadra olimpica Omar Abu Rois e il giocatore di Ramallah Mohammed Nimr. Il calciatore Zakaria Issa, invece, è morto di cancro in prigione, senza aver avuto la possibilità di accesso ad alcuna cura.

Come per tutti i Palestinesi, anche per i calciatori vige il divieto di movimento, sia nei Territori Palestinesi Occupati sia verso l’estero, per cui è molto difficile per loro allenarsi o gareggiare. E se verrà confermato il mal concepito piano di tenere il Campionato Under 21 in Israele, a migliaia di tifosi di calcio palestinesi dei TPO sarà negato l’ingresso in Israele per vedere le partite, mentre i coloni israeliani saranno liberi di andare e venire senza ostacoli.

La campagna europea Cartellino Rosso chiede che il potenziale positivo dello sport sia utilizzato per fare pressione su Israele, affinché ponga fine agli abusi e alle violenze, di cui si macchia da 65 anni e che lo rendono inadatto ad ospitare eventi sportivi internazionali. Permettere ad Israele di ospitare i giuochi ne rafforzerebbe il senso di impunità.

Attivisti della campagna provenienti da tutta l’Europa manifesteranno al prossimo Congresso UEFA, che si terrà a Londra il 24 maggio, e chiederanno che Mahmoud Sarsak possa intervenire al Congresso per spiegare le ragioni della campagna che chiede di spostare la coppa Under 21 in un altro paese oltre a sospendere Israele dall’ UEFA e dalla possibilità di ospitare futuri eventi sportivi fino a quando non rispetti il diritto internazionale.

Chiediamo che anche gli attivisti e sportivi italiani per la pace si uniscano alla campagna inviando così il messaggio forte che nel calcio non c’è posto per la negazione sistematica dei diritti umani. Nel caso l’UEFA scelga di ignorare i tanti appelli per spostare il campionato, facciamo appello ad indire proteste in tutta l’Italia l’8 giugno, giorno della partita Italia – Israele. Nena News

*Cartellino rosso all’Apartheid israeliana

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65 anniversario della Nakba: “Il ritorno è il nostro destino”

Il 15 maggio ricorre il 65° anniversario della Nakba, la Catastrofe palestinese del 1948: la perdita della terra, della libertà, della dignità umana e l’inizio di un’esistenza in diaspora.

A tutto ciò il popolo palestinese è stato condannato nel 1948 per mezzo dell’azione terroristica dei gruppi ebraici.

Sulla terra di Palestina si fondò lo Stato sionista di Israele.

 

Storie da Gaza: “Spero di essere sepolto a casa mia, a Isdod” ‘‘I hope I will be buried in my home, Isdod’’

L’ottantacinquenne Mohammed Timan di anni ne aveva 19, quando, il 20 dicembre 1948, lui e la sua famiglia furono stati costretti a lasciare la loro casa a Isdod, conosciuta oggi come Ashdod. Vittime della Nakba (la “catastrofe”), essi fuggirono assieme all’intero villaggio di 8500 abitanti. Da un po’ di tempo a Isdod arrivavano centinaia di abitanti di altri villaggi, con le loro storie terribili di massacri di cui erano stati testimoni in posti quali Qibla, Basheet, Deir Yassin o la moschea di Dahmash. Non più al sicuro dalla minaccia di attacco da parte di gruppi ebraici, con l’esercito egiziano che si ritirava dalla zona, circa 30 mila persone si incamminarono per giorni, fino a raggiungere una relativa sicurezza.

Mohammed ricorda il giorno in cui la sua famiglia fu fatta sfollare: “Avevamo tanta paura di essere uccisi. Già 48 abitanti erano stati assassinati, tra loro mio fratello Ahmed, ucciso dai coloni ebrei durante la sua attività nella resistenza. Altri 15 abitanti erano stati arrestati. Io presi nota dei nomi di tutte le vittime e delle persone arrestate, che conservo ancora. Quel giorno mio padre mi mandò a parlare con il comandante egiziano, per chiedergli cosa avrebbero fatto. Non potei vederlo, ma chiesi a un soldato egiziano se sarebbero rimasti a difenderci o se si sarebbero ritirati. Mi rispose di non sapere, ma che si sarebbe informato. Entro le 4 del pomeriggio non c’era più nessun militare, e i gruppi ebraici del vicino insediamento di Nizanim erano bene armati. Avevano armi, carri armati e aerei. Noi non avevamo nulla: dovemmo andarcene”.

Il viaggio verso sud fu difficile: “L’intero paese abbandonò le proprie case: uomini, donne, bambini. Io e la mia famiglia riuscimmo a prendere solo un po’ di farina per fare il pane e qualche vestito. Passammo una notte a Hamama, una a Al-Majdal (ora nota col nome di Ashkelon) e la terza a Herbiya. Dormivamo sotto gli alberi, e avevamo paura di venire attaccati. Non avevamo cibo. Alla fine, dopo quattro giorni raggiungemmo Khan Younis, dove abitavano degli amici. Nel caos di quei giorni alcuni membri della mia famiglia si dispersero, ma a Khan Younis ci ritrovammo. I nostri amici avevano un riparo di paglia dove potemmo sistemarci, e nello stesso luogo, alcuni anni dopo, io costruii una casa. Abbiamo vissuto lì 15 anni in tutto”.

Mohammed era sposato da poco e dovette lottare per iniziare una nuova vita con sua moglie, Basima. “Trovai un po’ di lavoro nell’agricoltura, ma guadagnavo solo 10 piastre al giorno, che a quel tempo corrispondevano a un chilo di zucchero. La nostra figlia più grande, Turkiyya, nacque nel 1949: mia moglie non stava abbastanza bene da poterla allattare, così dovemmo comprare il latte da un vicino che possedeva una vacca. L’anno seguente mia madre morì, mentre stavamo ancora nella capanna di paglia. Fu una vita amara e difficile, la povertà era diffusa. Io mi davo da fare per sostenere la mia famiglia lavorando i campi e vendendo qualche prodotto. Avevo le mani ruvide e screpolate per il gran daffare. Dopo 15 anni di sofferenze, nel 1963 l’Unrwa ci fornì un ricovero presso il campo profughi di Khan Younis, dove tuttora viviamo. L’anno successivo iniziai a lavorare per una famiglia del posto che aveva un commercio di abbigliamento”.

Durante la guerra dei sei giorni del 1967 Mohammed e la sua famiglia furono costretti ad abbandonare il campo profughi per un breve periodo: “Eravamo molto spaventati. Ci spostammo nella zona di Al-Mowasi, vicino al mare, e ci nascondemmo sotto gli alberi. Dopo sette giorni gli aerei dell’esercito israeliano lanciarono dei volantini dove ci veniva spiegato di tornare al campo profughi sventolando una bandiera bianca. Tornammo lì, ma dopo la guerra mi ritrovai disoccupato. Il nostro tenore di vita era sotto zero, così il fratello e la sorella di mia moglie, che vivevano in Israele, a Lud, mi mandarono un invito a raggiungerli e mi trovarono un lavoro come operaio”.

Dopo 20 anni Mohammed tornò a nord, al luogo natio: “Quando arrivai a Lud chiesi se mi potevano accompagnare a vedere il mio villaggio. Quando rividi Isdod risi e piansi contemporaneamente: ero contento di rivedere il mio paese, e triste di vederlo occupato”. La famiglia Tuman era una famiglia di agricoltori e proprietari terrieri, proprietari di 1200 ettari di terreno vicino al villaggio, prima di essere sfollati. Mohammed lavorava la terra con i suoi quattro fratelli e con suo padre. “Girando per i campi trovai una vecchia chiave sul terreno. La riconobbi, era la chiave che serviva ad avviare il motore del pozzo, motore nel frattempo rubato. Mi portai la chiave a Khan Younis”.

Mohammed ha continuato a lavorare in Israele fino al 1978: “A quel tempo era molto facile per i Palestinesi spostarsi da e per Gaza, per lavorare in Israele. Quando mio figlio Turkiy divenne abbastanza grande, mi raggiunse lì, e ogni due settimane o una volta al mese si tornava a Khan Younis per alcuni giorni. A Gaza non ci potevo restare, mancava il lavoro. Avevo una grande famiglia – quattro figli e cinque figlie – di cui dovevo occuparmi. In quegli anni andavo spesso a visitare il mio paese, Isdod. Poi, dopo 20 anni, tornai a Khan Younis e aprii un negozio”.

Per Mohammed è doloroso parlare delle recenti offensive israeliane sulla Striscia di Gaza, l’operazione Piombo Fuso del 2008-’09, e l’operazione Colonna di difesa del novembre 2012: “Tutta Gaza si è trovata in pericolo durante quelle settimane, e si aveva anche più paura che durante le guerre precedenti. Israele possiede una Forza militare potente, dotata di armi moderne, bombe e aerei da combattimento. Non c’era alcun luogo sicuro, a Gaza; io sono vecchio, costretto da tre anni sulla sedia a rotelle: non posso fare nulla per resistere all’occupazione”.

Più di 64 anni dopo essere stato costretto ad abbandonare la propria casa, Mohammed spera di poter ritornare alla sua Isdod. “Spero ancora di potervi ritornare. Lascerei tutto, tutto ciò che ho e ogni casa che ho abitato da quella volta, pur di ritornarvi. Sono nato lì e lì ho i miei legami. Il futuro dei miei 9 figli e dei miei 42 nipoti dipende dal nostro ritorno in Palestina. Spero di essere sepolto a casa mia, a Isdod”.

Si stima che almeno 700 mila palestinesi siano stati fatti allontanare con la forza dalle loro case, durante la Nakba del 1948. In base alla definizione che ne dà l’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione), i rifugiati palestinesi sono coloro il cui luogo di residenza si trovava in Palestina tra il giugno del 1946 e il maggio del 1948, e che hanno perduto la casa e i mezzi di sostentamento in seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948. I discendenti dei profughi palestinesi originari possono essere ammessi anch’essi negli elenchi. Al 1 gennaio 2012, 4 milioni 797 mila 723 rifugiati palestinesi erano registrati presso l’Unrwa: tra questi, 1 milione 16 7mila 572 vivono nella Striscia di Gaza.

Secondo il diritto internazionale tutte le persone hanno il diritto fondamentale di ritornare a casa propria se il motivo dello spostamento è avvenuto per motivi al di fuori del loro controllo. L’obbligo degli Stati al rispetto del diritto individuale al ritorno è una norma consuetudinaria del diritto internazionale. Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è affermato in maniera specifica nella risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che prevede che ai rifugiati “sia consentito al più presto possibile far ritorno alle loro case e vivere in pace con i loro vicini”. La risoluzione prevede anche che i rifugiati che non desiderino ritornare alle loro case, o che abbiano subito danni o perdita delle loro proprietà, siano compensati dalle autorità competenti”.

Mohammed Tuman (85) was 19 years old when, on 20 December 1948, he and his family were forced to flee their home in Isdod, now known as Ashdod. Victims of the Nakba (meaning ‘catastrophe’), they fled along with their entire village of around 8,500 people. For some time before, inhabitants of other villages had been arriving in Isdod in their hundreds, bringing with them terrible accounts of the massacres they had witnessed in places such as Qibya, Basheet, Deir Yassin, and the Dahmash mosque. No longer safe from the threat of attack by Jewish groups, with the Egyptian army withdrawing from the area, some 30,000 people set out on foot and walked for days until they reached relative safety.

Mohammed recounts his memories of the day his family was displaced from their home: “We were so afraid that we would be killed. Already, 48 villagers had been killed, including my brother, Ahmed, who was killed by Jewish settlers as he took part in the resistance. 15 more had been taken prisoner. I kept a note of the name of every person who was killed or imprisoned. I have that record still. On that day, my father sent me to speak with the Egyptian commander, to ask him what they would do. I could not meet him, but I spoke to an Egyptian soldier. I asked him, “Are you going to stay and defend us, or withdraw?” He answered that he did not know, but said that he would ask someone. By 4 o’clock that afternoon, there were no soldiers left. The Jewish groups from the nearby settlement of Nizanim were well-armed. They had weapons, tanks, and warplanes. We had nothing. We had to leave.”

The journey south was arduous: “The whole village left, men, women and children. My family and I were only able to bring a small amount of flour to make bread and the clothes on our backs. We spent one night in Hamama, another in Al-Majdal [now known as Ashkelon], and the third night in Herbiya. We slept under trees, but we were scared of being attacked. We had no food. Finally, on the fourth day of our journey, we reached Khan Younis, where some friends of ours lived. Some of my family had been scattered during the chaos, but eventually we gathered together in Khan Younis. Our friends had a shelter made of straw that we were able to live in. After some years, I built a house on the site. In all, we lived there for fifteen years.”

Mohammed was newly-married, and struggled to start a new life with his wife, Basima. “I found some agricultural work, but I only earned 10 piasters per day. At the time, that was the price of a kilo of sugar. Our eldest daughter, Turkiyya, was born in 1949. My wife wasn’t well enough to breastfeed her so we had to buy milk to feed her from a neighbour who had a cow. My mother died the following year, when we were still living in that straw hut. It was a hard and bitter life. Poverty was widespread. I struggled to make enough money to provide for my family through agricultural labour and selling some of the produce. My hands were rough and cracked from using tools to work the land. We lived in suffering for fifteen years, until UNRWA provided us with a shelter in Khan Younis refugee camp in 1963, where we live still. The following year, I began to work for a local family, who had a clothing business.”

Mohammed and his family were forced to flee the refugee camp for a brief time during the Six-Day War of 1967: “We were very afraid. We moved to the El Mowasi area near the sea and hid under the trees. After seven days, Israeli army planes dropped leaflets instructing us to go back to the camp, carrying white flags. We went back. However, I became jobless after the war. Our standard of living was below zero. My wife’s sister and brother were living in Lud, in Israel. They sent me a permit to join them and found me a job as a labourer.”

After 20 years, Mohammed travelled north to the place of his birth: “When I arrived in Lud, I asked if they could bring me to see my village. When I saw Isdod, I was laughing and weeping – laughing because I was seeing my village once more, weeping because it was occupied. It was a mixture of feelings.” The Tuman family had been farmers and landowners, owning 120 dunums of land near the village before they were forcibly displaced. Mohammed had worked the land with his four brothers and their father. “As I wandered around, I found an old key on the ground. I recognised it as the key for starting the engine of the water well, which had since been stolen. I brought the key back with me to Khan Younis.”

Mohammed continued working in Israel until 1978: “At the time it was very easy for Palestinians to travel to and from Gaza to work in Israel. When my son, Turkiy, was old enough, he joined me there. Every two weeks or every month, we came back to Khan Younis for a few days. I couldn’t stay in Gaza where there was no work. I had a big family – four sons and five daughters – and I had to provide for them. During that time, I returned to visit my village, Isdod, many times. Finally, after 20 years, I returned to Khan Younis and started a shop.”

It is painful for Mohammed to speak of the more recent Israeli offensives on the Gaza Strip, ‘Operation Cast Lead’ in 2008/9 and ‘Operation Pillar of Defence’ in November 2012: “All of Gaza was in danger during those times and we were even more afraid than in previous wars. Israel has a strong military force with modern weapons, shells, and fighter jets. There was no safe place in Gaza. And I am an old man now. I have been in this wheelchair for three years. I can do nothing to resist the occupation.”

More than 64 years after Mohammed was forced to leave his home, he longs to return to Isdod. “I still wish I could return. If I could leave everything, every house that I stayed in since, everything I have, I would leave it all. I was born there and I am so attached to that place. The future of my nine children and my 42 grandchildren depends on our return to our home in Palestine. I hope I will be buried in my home, Isdod.”

It is estimated that at least 700,000 Palestinians were forcibly displaced from their homes during the Nakba of I948. Under the operational definition of the United Nations Relief Works Agency (UNRWA), Palestinian refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. As of 1 January 2012, there were 4,797,723 Palestinian refugees registered with UNRWA. 1,167,572 of them live in the Gaza Strip.

Under international law, all individuals have a fundamental right to return to their homes whenever they have become displaced due to reasons out of their control. The obligation of states to respect the individual’s right of return is a customary norm of international law. The right of return for Palestinian refugees specifically is affirmed in UN General Assembly Resolution 194 of 1948, which “[r]esolves that the refugees wishing to return to their homes and live at peace with their neighbours should be permitted to do so at the earliest practicable date.” The resolution also provides that refugees who choose not to return, or who suffered damage or loss to their property, should be compensated by the responsible authorities.

thanks to:

                    

                     

                      Stefano Di Felice (traduzione)

Gli studenti dell'Università di Tel Aviv sfidano la legge israeliana e commemorano la Nakba, la catastrofe del popolo palestinese

La commemorazione che si è tenuta il 14 maggio all’Università di Tel Aviv è storica. Invece di festeggiare la giornata dell’indipendenza di Israele, gli studenti hanno organizzato un’iniziativa di ricordo della Nakba, cioè la catastrofe vissuta dal popolo palestinese, sradicato e spossessato, dopo la creazione dello Stato israeliano nel 1948.

Organizzata all’ingresso dell’università, la cerimonia è stata un’iniziativa degli studenti di Hadash, la coalizione diretta dai comunisti,ma ha saputo allargare la partecipazione, dal momento che un migliaio di studenti, ebrei e arabi, sono accorsi a ricordare questo momento doloroso della storia del popolo palestinese.

Un atto coraggioso poiché, dopo la “Legge sulla Nakba” approvata in marzo dalla Knesset, ogni commemorazione della giornata dell’indipendenza israeliana come un giorno di lutto è considerata un delitto.

Di fronte alla mobilitazione studentesca, l’Università ha tollerato l’avvenimento imponendo però condizioni draconiane: rifiuto del raduno originale vicino al palazzo delle scienze sociali, remunerazione degli agenti della sicurezza dell’università da parte degli studenti, e anche la proibizione di affiggere manifesti, simboli e bandiere.

L’iniziativa non è stata disturbata se non da una contro-manifestazione organizzata da un centinaio di militanti dell’estrema destra sionista che hanno insultato i manifestanti, gridando “Ritornate in Siria”, “No all’Islam fascista” e anche “Traditori di sinistra”.

Tuttavia, la manifestazione, per il numero dei partecipanti e il suo carattere ecumenico è stata senz’altro un successo. Poiché la commemorazione non è stata concepita come una manifestazione comunitaria, ma piuttosto come una dimostrazione di unità tra ebrei e arabi attorno ad una catastrofe umanitaria.

Si tratta di un’idea nuova, di una cerimonia in sede universitaria non solo per gli studenti arabi, ma per tutti” ha dichiarato prima dell’iniziativa Safi Kadaan, studente di sociologia e uno degli organizzatori.

Parliamo di una catastrofe di cui tutta l’umanità deve essere cosciente. Il contesto storico sarà presente durante la cerimonia, nessun inno sarà cantato, poiché si tratta di una questione umana, non solamente di una questione nazionale”, ha aggiunto Safi Kadaan.

Un’altra organizzatrice dell’iniziativa, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di Israele, Noa Levy, studentessa di diritto, si esprime sulla stessa linea, insistendo sul riconoscimento di questa tragedia:

L’idea che sta dietro la cerimonia, è che ci deve essere il riconoscimento concreto delle sofferenze e del dolore che ha causato il governo alle persone che vivevano su queste terre. E’ meno una questione politico- nazionale, e più una questione del riconoscimento della tragedia che si è sviluppata qui da noi”.

Noa Levy conclude affermando la necessità di rafforzare l’unità tra Ebrei e Arabi contro i partigiani dello status quo colonialista:

Ogni anno, diverse formazioni politiche organizzano iniziative centrate sulla Nakba, relegando in un angolo un punto essenziale delle relazioni tra Ebrei e Arabi. Ciò che non è mai stato fatto è commemorare la Nakba in un altro modo, rendendola accessibile al pubblico israeliano: una avvenimento per ricordare la tragedia e le grandi sofferenze subite da coloro che stavano qui prima del 1948, dei quali molti sono ancora vivi”.

thanks to
jeunescommunistes-paris15.over-blog.com
Marx21.it

15 maggio – NAKBA Day

البوستر الفائز بالمرتبة الثالثة ضمن جائزة العودة السنوية – حقل البوستر الفني – مركز بديل

The 3rd winner poster  in Al-awda Annual annual award ( field of ) Nakba-Commemoration Poster

Land,Air,Sea,History and Future are Ours

15-05-2012 Nakba day in photos by occupiedpalestine

Al Nakba, documentary (200 min) choose your language for subtitles here

Testimonianza di un ex soldato israeliano che partecipò alla Nakba

Amnon Neumann: I was a fool and I didn’t know. Yes. 
That’s why I’m in such despair, because soldiers are always 19-20 years old, 
and they never sober up until they’ve been through four battles. 
That’s the main point. And there will always be new 19-year-olds.
Amnon Neumann: As I told you, the horrors of war are as hard as the battles. I said it. 
These horrors, the horrible things that in a war are often worse than the war. 
Worse things, that is, when women are killed, when you kill children, all the horrors surrounding war, 
not surrounding the battle, they are worse than the battles. 
It’s called “moraot” [horrors] in Hebrew. Not “me’oraot” [events], but “moraot” of the war. The horrible things of war.
Amnon Neumann: No. If there were prisoners they would be killed immediately.

thanks to zochrot.org and indimedia.il

Per capire i motivi delle atrocità commesse durante la Nakba bisogna conoscere il pensiero dei suoi ideatori.
Riporto la lettera che Ben Gurion, capo e organizzatore delle operazioni militari durante la Nakba, e uno dei fondatori di Israele inviò a suo figlio, tentando di spiegargli come mai fosse necessario cacciare i palestinesi dalla Palestina.

Letter from David Ben-Gurion to his son Amos
5 October 1937
Ben-Gurion Archives in Hebrew
Institute of Palestine Studies, Beirut in English (translated)
URL: http://tinyurl.com/ctz93jw

La Giornata della Memoria


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“Noi ebrei abbiamo questo dovere della testimonianza perchè quello che è accaduto può accadere di nuovo. Esiste ancora, esiste anche oggi il pericolo del razzismo, il pericolo cioè di una maggioranza che cerca la propria identificazione attraverso la distruzione di una minoranza diversa..” Tullia Zevi
                                                                                                                   <_____>





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